Sono in corso le riprese
di Spie per Caso – Missione Tokyo,
il nuovo film di Eros Puglielli che vede coinvolto un super cast di
star. Christian De Sica, Lillo Petrolo, Paolo Calabresi,
Mara Maionchi, Francesco Bruni, Jun Ichikawa, Yoko Yamada, Taiyo
Yamanouchi e Hal Yamanouchi sono i volti che
popoleranno questa avventura, scritta da Giovanni
Bognetti, Alessandro Bosi, Mary Stella Brugiati, Eros
Puglielli. Il film è prodotto da Mattia Guerra per Be
Water Film in collaborazione con Medusa Film.
La trama di Spie per Caso – Missione
Tokyo
Mandati in Giappone da MM
(Mara Maionchi),responsabile dei servizi segreti,
per recuperare un software capace di rendere indistinguibili realtà
e contenuti generati dall’intelligenza artificiale, gli ex agenti
Massimo (Christian De Sica) e Aldo (Lillo
Petrolo) scoprono di essere parte di un piano più
grande di loro. Con l’aiuto di Sergio (Paolo
Calabresi), agente italiano sotto copertura e maestro
di improbabili travestimenti, il duo si trasforma in un improbabile
trio di spie che, tra Yakuza, travestimenti assurdi e missioni
disastrose, dovrà salvare una donna rapita e impedire che la
tecnologia finisca nelle mani sbagliate.
L’inizio
della quarta stagione di The Legend of Vox Machina ha sorpreso molti spettatori
per un’assenza che non è passata inosservata. Nonostante sia sempre
stato uno dei membri più amati del gruppo, Scanlan Shorthalt non
compare nei primi episodi della nuova stagione, lasciando spazio
all’arrivo di Taryon Darrington e a una nuova configurazione della
squadra. Per chi conosce il personaggio soltanto attraverso la
serie animata di Prime Video, la scelta può sembrare improvvisa.
In realtà, la sua assenza rappresenta il naturale punto di arrivo
di un percorso narrativo costruito nel corso delle ultime due
stagioni.
Dopo la sconfitta del Conclave dei Croma, Vox Machina si è trovata
per la prima volta senza una minaccia immediata da affrontare. I
protagonisti hanno iniziato a seguire percorsi personali: Keyleth
ha proseguito il proprio Aramenté, Percy e Vex si sono concentrati
sulla guida di Whitestone, mentre Pike e Grog hanno cercato di
adattarsi a una vita più tranquilla. Per Scanlan, però, il
cambiamento più importante era arrivato già nella seconda stagione
con la scoperta dell’esistenza di sua figlia Kaylie.
Quella rivelazione ha modificato profondamente il personaggio. Il
bardo irriverente e sempre pronto alla battuta ha iniziato
gradualmente a interrogarsi sul significato della propria vita, sui
rapporti che aveva trascurato e sul prezzo pagato per anni di
avventure. La quarta stagione non fa altro che raccogliere le
conseguenze di quel percorso.
La scelta di allontanarsi da Vox
Machina nasce dal desiderio di diventare finalmente un padre
La spiegazione più immediata dell’assenza di Scanlan è legata
proprio al rapporto con Kaylie. Dopo aver scoperto di avere una
figlia e aver trascorso anni lontano da lei, il personaggio decide
che recuperare quel legame è più importante di qualsiasi nuova
impresa eroica. Per questo motivo sceglie di viaggiare insieme a
lei, lasciandosi alle spalle almeno temporaneamente la vita da
avventuriero.
Si tratta di una decisione che assume un significato ancora più
profondo se si osserva l’evoluzione del personaggio nelle stagioni
precedenti. Scanlan è sempre stato il membro più eccentrico e
imprevedibile della squadra, ma anche quello che utilizzava
l’umorismo per nascondere le proprie fragilità. La scoperta di
Kaylie lo costringe invece a confrontarsi con responsabilità che
non può più evitare.
La serie suggerisce inoltre un’altra motivazione importante. Dopo
anni trascorsi a combattere creature leggendarie, draghi e minacce
in grado di distruggere il mondo, Scanlan inizia a sentirsi sempre
più distante dalla vita di mercenario che ha definito la sua
esistenza. La morte apparente di Percy durante gli eventi della
terza stagione rafforza questa consapevolezza, ricordandogli quanto
possa essere fragile la vita e quanto tempo abbia già perso con sua
figlia.
Questo aspetto rende la sua uscita di scena molto diversa rispetto
a quella di altri personaggi fantasy. Non si tratta di una
separazione causata da conflitti o tradimenti, ma della scelta di
privilegiare una dimensione più intima e personale rispetto
all’eroismo.
Le differenze con Critical Role e
il significato della sostituzione con Taryon Darrington
Per chi segue Critical
Role, la campagna originale da cui la serie è tratta,
l’assenza di Scanlan non rappresenta una sorpresa. Anche nella
versione da tavolo il personaggio abbandona Vox Machina dopo la
conclusione dell’arco narrativo del Conclave dei Croma. Tuttavia,
l’adattamento televisivo ha modificato alcune motivazioni e ha reso
la separazione molto meno conflittuale.
Nella campagna originale, infatti, Scanlan esprime apertamente la
propria frustrazione nei confronti degli amici, accusandoli di non
aver mai compreso davvero chi fosse e di averlo considerato
soltanto una fonte di intrattenimento. La serie animata sceglie
invece una strada più emotiva e familiare, mettendo al centro il
rapporto con Kaylie e il desiderio di costruire finalmente un
legame autentico con lei.
Anche l’arrivo di Taryon Darrington assume una funzione precisa.
Non è soltanto un sostituto temporaneo, ma un modo per mostrare
quanto l’assenza di Scanlan lasci un vuoto all’interno della
squadra. Taryon porta nuove dinamiche, ma non replica il ruolo del
bardo. Al contrario, evidenzia quanto Scanlan fosse diventato
fondamentale per l’identità stessa di Vox Machina.
Scanlan tornerà davvero? Gli
indizi sul finale della serie
La buona notizia per i fan è che l’assenza di Scanlan non sarà
definitiva. Il trailer della quarta stagione ha già confermato che
il personaggio apparirà nei prossimi episodi, anche se non come
membro stabile del gruppo. Alcune scene mostrano infatti la sua
reunion con gli altri protagonisti e suggeriscono un coinvolgimento
diretto negli eventi futuri.
La vera domanda riguarda però la quinta stagione, che dovrebbe
rappresentare il capitolo conclusivo della serie. Da un punto di
vista narrativo appare difficile immaginare la battaglia finale di
Vox Machina senza uno dei suoi membri più iconici. Le minacce
introdotte nella quarta stagione sembrano destinate ad aumentare
progressivamente di scala, rendendo sempre più improbabile che
Scanlan possa restare ai margini del conflitto.
Per questo motivo la sua assenza va interpretata più come una pausa
che come un addio. È il momento in cui il personaggio completa il
proprio percorso umano prima di tornare, probabilmente, per
affrontare l’ultima grande sfida insieme ai compagni che hanno
definito la sua vita. E proprio questa scelta rende il suo
allontanamento uno degli sviluppi più maturi e significativi mai
raccontati da The Legend of
Vox Machina.
Le nuove
immagini trapelate dal set (si possono vedere qui e qui) di
Man of Tomorrow offrono il miglior sguardo finora a
Nicholas Hoult nei panni di Lex
Luthor con la celebre Warsuit verde dei fumetti DC. Dopo
che James Gunn aveva condiviso nei giorni scorsi
una prima foto ufficiale dal dietro le quinte, nuovi scatti e video
provenienti dal set di Atlanta mostrano il villain in azione
durante una sequenza che sembra coinvolgere un violento scontro con
Superman, interpretato
da David Corenswet.
Le immagini
rivelano un dettaglio importante: l’armatura è stata realizzata
principalmente con effetti pratici e non in CGI, una scelta che
conferma la volontà di Gunn di mantenere una forte componente
fisica e tangibile nel nuovo DC
Universe. Nei filmati circolati online si vede infatti la
controfigura di Hoult venire scaraventata attraverso un muro,
presumibilmente a causa di un colpo inflitto dall’Uomo d’Acciaio.
Il materiale sembra confermare che, almeno nelle fasi iniziali
della storia, il rapporto tra i due protagonisti resterà
estremamente conflittuale.
La notizia è
particolarmente interessante perché arriva mentre cresce la
curiosità attorno al sequel di Superman. Se da un
lato la trama prevede un’alleanza tra Clark Kent e Lex Luthor
contro una minaccia superiore, dall’altro queste immagini
suggeriscono che il percorso verso quella collaborazione sarà
tutt’altro che semplice. Gunn sembra intenzionato a costruire un
rapporto complesso tra eroe e antagonista, evitando soluzioni
immediate o semplificate.
Lex Luthor e Superman
costretti ad allearsi contro Brainiac
Secondo le
informazioni finora emerse, Man of Tomorrow vedrà
Superman e Lex Luthor mettere da
parte le loro divergenze per affrontare Brainiac,
interpretato da Lars Eidinger. Si tratta di una
delle minacce più pericolose dell’universo DC, un’intelligenza
artificiale aliena capace di conquistare e catalogare interi
mondi.
Le nuove foto
dal set sembrano però indicare che il conflitto personale tra Clark
e Lex continuerà a occupare una posizione centrale nella
narrazione. Del resto, già nel primo film del nuovo DCU, Luthor era
stato presentato come un uomo incapace di accettare l’esistenza di
qualcuno superiore a lui. L’arrivo della Warsuit rappresenta
l’evoluzione naturale di questa ossessione: se non può eguagliare
Superman con l’intelletto, proverà a farlo con la tecnologia.
Anche il
design dell’armatura sta facendo discutere i fan. Molti apprezzano
la fedeltà ai fumetti, mentre altri hanno ironizzato sull’aspetto
del costume, paragonandolo addirittura a Buzz
Lightyear di Toy Story. È una reazione
già vista in passato per diversi costumi supereroistici, spesso
rivalutati una volta osservati nel contesto cinematografico
definitivo.
Dal punto di
vista narrativo, la scelta di portare immediatamente in scena la
Warsuit suggerisce che Gunn stia accelerando alcuni degli elementi
più iconici del mito di Lex Luthor. Invece di costruire lentamente
il personaggio attraverso più film, il regista sembra voler
presentare fin da subito tutte le sfaccettature del suo rapporto
con Superman: l’odio, la rivalità, ma anche quel rispetto forzato
che potrebbe spingerlo a combattere al suo fianco contro una
minaccia ancora più grande.
Se questa impostazione verrà
confermata, Man of Tomorrow potrebbe trasformarsi
non soltanto nel prossimo grande capitolo del DC Universe, ma anche
nel film che ridefinirà definitivamente il legame tra il più grande
eroe della DC e il suo nemico storico.
Di Cape
Fear, scritto da John D. MacDonald, prima
è arrivato l’adattamento diretto nel 1962 da J. Lee Thompson con
protagonisti Robert Mitchum e Gregory
Peck, e successivamente nel 1991 il thriller di Martin Scorsese con
Robert De Niro, Nick Nolte, Jessica Lange e
Juliette Lewis.
Adesso tocca alla
riduzione in serie presentare nuovamente al pubblico la storia di
Max Cady, psicopatico uscito all’improvviso di prigione e deciso a
vendicarsi dell’avvocato difensore che a suo avviso ce l’ha spedito
non difendendolo in tribunale al meglio delle proprie capacità.
Nella serie targata Apple
TV assistiamo però a un ribaltamento piuttosto importante, in
quando Cady si scaglia in questo caso contro Anna, il suo
ex-avvocato, la quale dopo il processo ha sposato addirittura Tom
Bowden, il procuratore distrettuale e suo allora rivale in aula.
Insomma, il ribaltamento di sesso della “vittima” e la complessità
delle relazioni tra i tre personaggi principali sono serviti
probabilmente per rendere ancora più aggrovigliata una trama che si
doveva necessariamente sviluppare in diverse puntate.
Cape
Fear, nuova vita a un classico
Cominciamo subito con lo
scrivere che il pilot di Cape Fear è un piccolo gioiello di
televisione contemporanea, e per due motivi ben riconoscibili:
prima di tutto quando in scena si hanno tre attori come
Javier Bardem (Cady), Amy Adams (Anna) e Patrick Wilson (Tom), è inevitabile che il
livello dello show si elevi grazie alle loro interpretazioni. Se
l’attore spagnolo premiato con l’Oscar per Non è un paese per
vecchi disegna scena dopo scena un “villain” che si rivela
terrificante soprattutto quando trattiene il suo lato oscuro e
violento, gli altri due interpreti riescono ad esplicitare con
pienezza la dualità e i lati oscuri dei rispettivi personaggi, i
quali possono forse essere classificati come “vittime” ma di certo
non innocenti. La seconda qualità innegabile del primo episodio di
Cape Fear è la regia notevolissima del norvegese Morten
Tyldum, il quale poco più di una decina di anni fa aveva
addirittura ottenuto una candidatura all’Oscar per la regia di
The Imitation Game: la messa in scena
dell’episodio è tanto rigorosa quanto capace di lasciare nelle
immagini il senso di oppressione e minaccia incombente proveniente
dalla presenza/assenza di Max. Tyldum dimostra di sapere
perfettamente dove mette la macchina da presa per creare tensione,
riuscendo allo stesso tempo a incorniciare le figure dentro
ambienti e scenografie molto ben congegnate. In questo modo
l’episodio, come del resto i successivi, si dimostra bello da
vedere a livello estetico e carico della giusta energia appropriata
per il genere.
Javier Bardem in Cape Fear. Cortesia di Apple
Il riferimento
principale di questa nuova versione di Cape
Fear è senza dubbio il potente lungometraggio di
Martin Scorsese, a cui il primo episodio
rende esplicito omaggio nell’uso di alcune brevi immagini virate al
negativo – come succedeva appunto nel film – e nell’inquietante
ritornello composto la Elmer Bernstein. Quello che era mirabilmente
riuscito a Scorsese può essere riscontrato, anche se attraverso
diversi meccanismo, anche nello show di Apple TV +: l’atmosfera e
l’ambientazione in cui si svolge la vicenda viene percepita come
corrotta anche prima dell’arrivo in scena di Max Cady, il quale in
questo senso si presenta come estensione metaforica e radicalizzata
di quanto di marcio già è presente nel sistema. Nella serie si
respira dunque ancora una volta un’atmosfera “malata” che insudicia
vittime e carnefici, rendendo di conseguenza tale distinzione molto
più sfumata e intrigante a livello sia narrativo che nella resa
estetica.
Un Javier Bardem mefistofelico e in grado di
bucare lo schermo come gli capita nelle sue migliori performance
conduce Cape Fear dentro un labirinto
seriale affascinante e sinceramente inquietante. Non gli sono da
meno Amy
Adams e Patrick Wilson, i quali
contribuiscono a fare di questo show un prodotto che, seppur in
numerosi punti distante dalle trasposizioni precedenti, mantiene
quello stesso livello di tensione e fascino oscuro. Serie che vi
consigliamo caldamente.
Uno
degli aspetti che ha maggiormente incuriosito i fan di
Masters of the Universe riguarda
la nuova interpretazione di Skeletor affidata a Jared
Leto. Dopo l’uscita del film, molti spettatori hanno notato
come il celebre villain appaia sensibilmente diverso rispetto alla
versione resa iconica dalla serie animata degli anni Ottanta. Ora
il regista Travis Knight ha spiegato le ragioni dietro questa
scelta creativa.
Durante una tavola rotonda a cui ha partecipato anche ScreenRant,
Knight ha raccontato il lavoro svolto insieme a Leto per
reinventare il personaggio senza tradire l’eredità lasciata da Alan
Oppenheimer, storica voce di Skeletor nelle serie
animate He-Man and the Masters
of the Universe e She-Ra:
Princess of Power.
Secondo il regista, l’obiettivo non era replicare la versione
classica, ma comprenderne l’essenza e adattarla a un film
live-action contemporaneo. Una scelta che riflette la filosofia
generale del reboot: rispettare il materiale originale senza
trasformarlo in una semplice operazione nostalgica.
Travis Knight ha trasformato
Skeletor in un villain più oscuro, teatrale e psicologicamente
complesso
Knight ha spiegato che il celebre tono nasale e caricaturale dello
Skeletor originale nacque da una precisa esigenza della serie
animata degli anni Ottanta.
“Avevano creato un cartone per bambini e Skeletor aveva
un aspetto spaventoso. Per questo decisero di dargli una voce
buffa, comica e nasale che attenuasse l’impatto di un personaggio
con il volto da teschio.”
Per il film del 2026, però, il regista e Jared Leto hanno deciso di
seguire una strada diversa.
“Non volevamo che Jared facesse un’imitazione di Alan
Oppenheimer. Volevamo onorare tutti quegli elementi, compresa una
voce distintiva e una risata riconoscibile, ma senza limitarci alla
semplice imitazione.”
Da questa ricerca è nata una nuova versione del personaggio che,
secondo Knight, conserva lo spirito del classico Skeletor ma ne
accentua gli aspetti più inquietanti e drammatici.
“Credo che questa interpretazione abbia minaccia,
teatralità e tutti gli elementi che hanno sempre caratterizzato
Skeletor.”
L’aspetto più interessante riguarda però la psicologia del
personaggio. Knight descrive infatti il villain non soltanto come
un conquistatore assetato di potere, ma come un uomo profondamente
insicuro che utilizza la propria immagine e il proprio carisma per
mascherare le proprie fragilità.
“È un uomo molto
insicuro e questo è diventato parte integrante del personaggio. È
affamato di potere, ma allo stesso tempo cerca continuamente
approvazione.”
Questa lettura rappresenta una delle principali differenze rispetto
alle incarnazioni precedenti. Nella serie animata originale
Skeletor era spesso una figura grottesca e ironica, mentre il film
punta a renderlo un antagonista più sfaccettato e credibile, senza
rinunciare alla componente spettacolare che lo ha reso celebre.
La scelta appare coerente con l’approccio adottato dal film nei
confronti dell’intero universo di Eternia. Anche il Principe Adam
interpretato da Nicholas Galitzine e gli altri personaggi storici
sono stati aggiornati per dialogare con il pubblico contemporaneo,
pur mantenendo il legame con il materiale originale.
Se il reboot dovesse dare vita a una nuova saga cinematografica,
questa versione di Skeletor potrebbe rappresentare uno degli
elementi più importanti per il futuro del franchise. Un villain
capace di essere minaccioso, tragico e divertente allo stesso
tempo, proprio come lo descrive Travis Knight: “spaventoso,
orribile, ma incredibilmente divertente da guardare”.
Il mondo del
cinema d’animazione e del fumetto perde una delle sue voci più
importanti. Marjane Satrapi, artista, regista e
autrice franco-iraniana conosciuta a livello internazionale per
Persepolis, è morta all’età di 56 anni. La notizia è
stata diffusa attraverso una dichiarazione rilasciata da amici e
familiari all’agenzia AFP, che ha collegato la sua scomparsa al
profondo dolore vissuto dopo la perdita del marito Mattias
Ripa, morto nell’aprile del 2025.
Secondo il
comunicato riportato da Deadline, “Marjane Satrapi è
morta di tristezza poco più di un anno dopo la morte di Mattias
Ripa, suo marito e l’amore della sua vita.” Una frase che
restituisce la dimensione profondamente personale della perdita di
una figura che ha saputo trasformare la propria esperienza
individuale in un racconto universale. Negli ultimi anni Satrapi
aveva continuato a lavorare tra cinema, illustrazione e attivismo
culturale, mantenendo uno sguardo critico sulla società
contemporanea e sul rapporto tra libertà individuale e potere
politico.
La sua
scomparsa segna la fine di un percorso artistico unico, capace di
unire autobiografia, memoria storica e impegno civile. Più che una
semplice autrice, Satrapi è stata un ponte culturale tra Oriente e
Occidente, una voce che ha raccontato l’Iran oltre stereotipi e
semplificazioni. Il suo lavoro continua a rappresentare un punto di
riferimento per chi considera il cinema e il fumetto strumenti di
testimonianza e riflessione.
Come Persepolis ha cambiato il
modo di raccontare l’Iran al cinema
Nata in Iran,
Marjane Satrapi lasciò il Paese da adolescente per
trasferirsi in Europa, una scelta incoraggiata dalla sua famiglia
per sfuggire alle restrizioni imposte dal regime instaurato dopo la
rivoluzione islamica del 1979. Quegli anni segnarono profondamente
la sua formazione artistica e diventarono il cuore della sua opera
più celebre.
La graphic
novel Persepolis raccontava infatti la sua
infanzia e adolescenza durante l’ascesa dell’ayatollah
Ruhollah Khomeini e i cambiamenti radicali che
trasformarono la società iraniana. Il libro divenne rapidamente un
successo internazionale grazie alla sua capacità di affrontare temi
complessi attraverso uno stile diretto e profondamente umano.
Nel 2007
Satrapi portò la sua opera sul grande schermo con il film
d’animazione Persepolis, co-diretto insieme a
Vincent Paronnaud. Il lungometraggio conquistò il
Premio della Giuria al Festival di Cannes e ottenne una
candidatura agli Oscar come Miglior Film d’Animazione, diventando
uno dei titoli più influenti del cinema animato contemporaneo.
Negli anni
successivi la regista continuò a sperimentare linguaggi diversi,
dirigendo film come Radioactive, con
Rosamund Pike nei panni della
scienziata Marie Curie. Pur affrontando generi e
storie differenti, il filo conduttore della sua filmografia rimase
sempre lo stesso: raccontare individui che lottano per affermare la
propria identità contro sistemi sociali, politici o culturali
oppressivi.
L’eredità di Satrapi va oltre il
successo delle sue opere. In un periodo storico in cui il dibattito
sull’identità, sulla libertà e sui diritti delle donne continua a
essere centrale, il suo lavoro conserva una straordinaria
attualità. Persepolis resta ancora oggi una delle
testimonianze più incisive su cosa significhi crescere sotto un
regime autoritario e cercare, nonostante tutto, una propria voce
nel mondo.
Il reboot
degli X-Men nel Marvel Cinematic Universe continua
a essere uno dei progetti più attesi dai fan, ma chi spera di
trovare conferme sui nuovi interpreti dovrà ancora aspettare. Il
regista Jake Schreier, scelto da Marvel
Studios per guidare il rilancio cinematografico dei
mutanti, ha infatti ridimensionato gran parte delle voci circolate
online negli ultimi mesi, spiegando che molti dei presunti casting
emersi sul web non corrispondono a ciò che il team creativo sta
realmente discutendo.
Intervistato
da Collider, il regista di Thunderbolts* ha chiarito lo stato
attuale dei lavori sul film: “Stiamo parlando di diverse cose,
stiamo valutando varie possibilità. Posso dirvi che la maggior
parte di ciò che viene pubblicato online non so da dove arrivi,
perché non arriva dalla nostra stanza degli autori e non è ciò di
cui stiamo discutendo. Ma c’è un processo in corso.” Una
dichiarazione che getta acqua sul fuoco delle numerose
indiscrezioni che hanno coinvolto nomi come Hunter Schafer per Mystica, Odessa
A’zion per Rogue e Peter Claffey per
Bestia.
Le parole di
Schreier confermano soprattutto un dato importante: il nuovo film
degli X-Men è ancora in una fase di sviluppo
preliminare. Con la sceneggiatura attualmente in revisione e
nessuna produzione imminente all’orizzonte, appare improbabile che
il casting principale sia già stato definito. Per i fan significa
che la Marvel sta procedendo con cautela su un franchise
considerato cruciale per il futuro della Saga del Multiverso e dell’intero
universo narrativo post-Avengers: Secret Wars.
Il futuro dei mutanti tra
il saluto agli X-Men della Fox e una nuova generazione
Marvel
Schreier ha
ricordato che il progetto sta attraversando una fase di
rielaborazione creativa
insieme agli sceneggiatori Lee Sung Jin e
Joanna Calo, già collaboratori della serie
Beef. Lo stesso regista ha spiegato:
“Siamo ancora in fase di sviluppo. Una delle cose entusiasmanti
è che Sonny (Lee Sung Jin) e Joanna hanno lavorato insieme sia a
Beef sia a Thunderbolts. La sceneggiatura continua a
evolversi.”*
Nel
frattempo, molti osservatori guardano a Spider-Man: Brand New Day
come possibile terreno di preparazione per l’arrivo dei mutanti nel
MCU. Da mesi si rincorrono le voci che vedrebbero Sadie Sink, star di Stranger Things, nel ruolo di
Jean Grey. L’attrice è confermata nel cast del
film con Tom Holland, ma Marvel continua a mantenere il
massimo riserbo sul personaggio che interpreterà.
L’impressione
è che i Marvel Studios vogliano costruire una versione degli
X-Men profondamente diversa da quella sviluppata
dalla Fox nel corso di oltre vent’anni. Lo stesso Lee Sung Jin
aveva dichiarato nei mesi scorsi che l’obiettivo è creare una nuova
interpretazione capace di rispettare la storia dei personaggi senza
limitarsi a riproporre formule già viste. “Amiamo tutti questi
personaggi. I veri fan saranno entusiasti. Non do nulla per
scontato: è il privilegio di una vita. Per me è la proprietà
intellettuale più bella che esista.”
Prima di guardare al futuro, però,
Marvel celebrerà ancora una volta il passato. Avengers: Doomsday riporterà
infatti sullo schermo diversi protagonisti della saga degli
X-Men targata Fox, in quello che potrebbe
rappresentare l’ultimo grande omaggio a quella generazione di
mutanti prima dell’arrivo della nuova squadra. Se così fosse, il
reboot diretto da Schreier segnerebbe davvero l’inizio di una nuova
era per uno dei franchise più importanti dell’universo Marvel.
I
fan di Alien – Pianeta Terra
possono finalmente segnare una nuova tappa nell’attesa della
seconda stagione. Dopo mesi di indiscrezioni e date mai confermate
ufficialmente, uno dei protagonisti della serie FX ha rivelato
quando inizieranno realmente le riprese dei nuovi episodi, offrendo
anche alcune interessanti anticipazioni sul futuro dello show.
A
confermare l’aggiornamento è stato Adarsh Gourav, interprete di
Slightly, che durante un’intervista a CineBuster ha spiegato che
partirà per Londra nella prima settimana di giugno e che le riprese
della seconda stagione inizieranno poco dopo. Si tratta della prima
conferma diretta proveniente dal cast dopo le voci che indicavano
un avvio della produzione già nel mese di maggio.
La
notizia è particolarmente significativa perché dimostra come FX
stia accelerando lo sviluppo di quella che è diventata una delle
serie di fantascienza più apprezzate degli ultimi anni. Dopo il
successo della prima stagione, ambientata nel 2120 e collegata agli
eventi che precedono il film originale Alien di Ridley Scott, il franchise televisivo sembra
pronto ad ampliare ulteriormente il proprio universo narrativo.
La seconda stagione potrebbe
ampliare il conflitto tra Prodigy, Weyland-Yutani e gli ibridi
sintetici
Sydney Chandler in Alien Pianeta Terra
Nel commentare il ritorno sul set, Gourav ha lasciato intendere che
la nuova stagione alzerà ulteriormente l’asticella narrativa.
“Partirò per il
programma internazionale nella prima settimana di giugno e
inizieremo a girare poco dopo. C’è una grandissima attesa attorno a
questa stagione, in cui la narrazione diventa ancora più
ambiziosa.”
L’attore ha inoltre sottolineato l’entusiasmo per il ritorno
accanto ai colleghi del cast.
“Ciò che rende
questa esperienza davvero straordinaria è far parte di un universo
così iconico insieme a un cast eccezionale. Lavorare con attori
come Peter Dinklage, Timothy Olyphant e l’intero ensemble ti
spinge a crescere creativamente ogni singolo
giorno.”
Le sue parole suggeriscono che la seconda stagione andrà oltre la
semplice sopravvivenza agli Xenomorfi. La prima stagione ha infatti
introdotto alcuni degli elementi più innovativi mai visti nel
franchise, in particolare il progetto dei Lost Boys e gli ibridi
sintetici sviluppati dalla Prodigy Corporation come possibile
strada verso l’immortalità.
È
proprio qui che potrebbe svilupparsi il cuore della nuova stagione.
Se Alien ha sempre
raccontato il rapporto tra umanità, tecnologia e sfruttamento
corporativo, Alien – Pianeta
Terra sembra intenzionata a portare questi temi a un livello
ancora più estremo, mettendo al centro il significato stesso
dell’identità umana in un mondo dove coscienza e corpo non
coincidono più.
Con gran parte dei protagonisti sopravvissuti attesi al ritorno,
tra cui i personaggi interpretati da Sydney Chandler,
Alex Lawther e
Timothy
Olyphant, la seconda stagione potrebbe
rappresentare il capitolo più ambizioso mai realizzato per il
franchise televisivo.
L’attesa per Avengers: Doomsday continua a
crescere e, sorprendentemente, uno degli indizi più interessanti
sul futuro del Marvel Cinematic Universe non
arriva da un trailer o da una scena ufficiale, ma da un’iniziativa
promozionale realizzata dai fratelli Russo e da Robert Downey Jr. a Londra. All’interno di
un coffee shop tematizzato dedicato alla Latveria e a Doctor Doom,
i fan hanno infatti scoperto una serie di riferimenti alla storia
fumettistica del celebre villain, tra cui uno in particolare ha
attirato l’attenzione degli appassionati: “Cynthia’s Blend”.
Per chi conosce i fumetti Marvel, il riferimento è tutt’altro che
casuale. Cynthia von Doom non è infatti un personaggio secondario,
ma la figura che ha plasmato l’intera esistenza di Victor von Doom.
Se Marvel Studios decidesse davvero di mantenere questo elemento
nella versione interpretata da Robert Downey Jr., allora le origini
del nuovo grande antagonista del MCU potrebbero essere molto più
fedeli ai fumetti di quanto molti immaginassero.
La questione è particolarmente importante perché Doctor Doom non è
mai stato un semplice supercriminale assetato di potere. A
differenza di molti antagonisti Marvel, la sua storia nasce da una
tragedia familiare che negli anni ha trasformato Victor in uno dei
personaggi più complessi e affascinanti dell’universo fumettistico.
Comprendere Cynthia significa comprendere il vero Doctor Doom.
La morte di Cynthia von Doom è
l’evento che trasforma Victor nel più grande nemico dell’Universo
Marvel
Nei fumetti Marvel, Cynthia von Doom era una potente strega
appartenente al popolo Rom. Nel tentativo di proteggere la propria
comunità dalle persecuzioni, stipulò un patto con il demone
Mephisto, una scelta destinata ad avere conseguenze devastanti.
L’accordo portò infatti alla sua morte e alla dannazione della sua
anima, che rimase prigioniera del signore infernale.
Fu questo evento a segnare profondamente il giovane Victor.
Cresciuto con l’ossessione di liberare la madre dalla sua condanna
eterna, Doom dedicò la propria vita alla ricerca della conoscenza
assoluta. A differenza di altri geni Marvel, però, Victor non si
limitò alla scienza. La sua grande particolarità è sempre stata la
capacità di unire tecnologia e magia, diventando contemporaneamente
uno degli uomini più intelligenti della Terra e uno dei più potenti
stregoni dell’universo Marvel.
Questa doppia natura è ciò che lo distingue da personaggi come
Tony
Stark, Reed Richards o Bruce Banner. Doom non vuole
semplicemente comprendere il mondo: vuole piegarlo alla propria
volontà. Eppure, alla base di questa ambizione smisurata, esiste
una motivazione sorprendentemente umana. Tutto nasce dal desiderio
di salvare sua madre. È questa contraddizione che negli anni ha
reso Victor von Doom molto più di un semplice villain.
Perché Cynthia potrebbe rendere
il Doctor Doom di Robert Downey Jr. molto diverso da Thanos
Robert Downey Jr. sarà Dottor Destino in Avengers: Doomsday.
Gentile Concessione Disney – (Photo by Jesse Grant/Getty Images for
Disney)
Uno degli aspetti più interessanti emersi negli ultimi anni
riguarda il modo in cui Marvel Studios ha costruito i propri grandi
antagonisti. Loki, Killmonger e Thanos sono stati personaggi che, pur compiendo azioni
terribili, possedevano motivazioni comprensibili agli occhi del
pubblico. I fratelli Russo hanno spesso dimostrato di preferire
antagonisti con una forte componente emotiva piuttosto che figure
semplicemente malvagie.
In questo contesto, Cynthia von Doom potrebbe rappresentare la
chiave perfetta per introdurre Victor nel MCU. Piuttosto che
presentarlo come un conquistatore assetato di potere,
Avengers: Doomsday
potrebbe raccontare un uomo convinto di agire per uno scopo
superiore, ancora segnato dalla perdita della madre e disposto a
qualsiasi sacrificio pur di correggere ciò che considera una grande
ingiustizia.
Questo approccio permetterebbe inoltre di differenziare Doom da
Thanos. Il Titano Pazzo perseguiva un ideale cosmico; Victor von
Doom, invece, agisce spesso per ragioni profondamente personali. La
sua tragedia non riguarda l’universo intero, ma una ferita che non
è mai riuscito a superare. È proprio questa dimensione intima che
potrebbe renderlo uno degli antagonisti più potenti e al tempo
stesso più tragici mai apparsi nel Marvel Cinematic Universe.
Come Marvel potrebbe adattare le
origini di Doom senza rallentare Avengers: Doomsday
Naturalmente resta da capire quanto spazio il film dedicherà alle
origini del personaggio. Avengers: Doomsday sarà un enorme crossover corale e
difficilmente potrà permettersi lunghi flashback. Tuttavia, bastano
poche scene ben costruite per definire un personaggio. Una sequenza
dedicata all’infanzia di Victor, alla morte di Cynthia o alla sua
ascesa al potere in Latveria potrebbe essere sufficiente a fornire
tutto il contesto necessario.
Esiste poi un’altra questione destinata a influenzare profondamente
il racconto: il volto di Robert Downey Jr. Condividere l’aspetto di
Tony Stark sarà inevitabilmente uno degli elementi centrali della
narrazione e potrebbe intrecciarsi proprio con il passato di
Victor, creando un contrasto tra due uomini geniali che hanno
scelto strade completamente diverse.
Se il riferimento a Cynthia von Doom dovesse rivelarsi qualcosa di
più di un semplice easter egg promozionale, allora Marvel Studios
starebbe già preparando il terreno per una versione di Doctor Doom
estremamente fedele ai fumetti. E sarebbe una notizia importante,
perché significa che il prossimo grande villain del MCU potrebbe
arrivare sullo schermo non soltanto come una minaccia multiversale,
ma come uno dei personaggi più complessi e sfaccettati mai
introdotti dalla saga.
A
quasi quattro anni dalla clamorosa cancellazione di
Batgirl,
il progetto con Leslie Grace, Brendan Fraser e Michael Keaton torna inaspettatamente
a far parlare di sé. Questa volta non grazie a nuove immagini o
indiscrezioni dal set, ma attraverso LEGO Batman: Legacy of the Dark Knight, il nuovo
videogioco dedicato al Cavaliere Oscuro che sembra contenere un
sorprendente omaggio al film mai distribuito.
La
cancellazione di Batgirl
resta ancora oggi una delle decisioni più controverse nella storia
recente di Hollywood. Nonostante le riprese fossero terminate e la
post-produzione fosse ormai in fase avanzata, Warner Bros. decise
di archiviare definitivamente il film, utilizzandolo come
operazione fiscale e impedendone l’uscita nelle sale o in
streaming. Una scelta che continua ad alimentare la curiosità dei
fan su ciò che avrebbero potuto vedere.
Ora, però, il nuovo videogioco LEGO dedicato a Batman sembra aver
recuperato alcuni degli elementi più iconici del progetto perduto.
Non si tratta di una conferma ufficiale o di materiale proveniente
direttamente dal film, ma le somiglianze sono abbastanza evidenti
da aver attirato immediatamente l’attenzione della community
DC.
La prima missione di Batgirl nel
gioco richiama una delle scene più importanti del film
cancellato
Nel corso della prima missione dedicata a Barbara Gordon in
LEGO Batman: Legacy of the
Dark Knight, la giovane eroina entra in azione per fermare
Firefly dopo un attacco a una festa di Halloween a Gotham City. È
proprio questa sequenza ad aver acceso le discussioni tra i
fan.
Secondo le informazioni emerse negli anni successivi alla
cancellazione del film, anche Batgirl avrebbe dovuto includere una scena molto
simile. Brendan Fraser interpretava infatti Firefly, principale
antagonista della storia, e uno dei momenti centrali del film
prevedeva proprio un attacco del villain durante una festa di
Halloween organizzata da Bruce Wayne, interpretato da Michael
Keaton. Sarebbe stata quella l’occasione per il debutto di Barbara
Gordon nei panni di Batgirl.
Le somiglianze non finiscono qui. Poco dopo la missione iniziale,
il videogioco permette inoltre di sbloccare il celebre costume
Burnside di Batgirl, una delle versioni più amate del personaggio
nei fumetti moderni e principale fonte d’ispirazione per il costume
indossato da Leslie Grace durante la produzione del film. Un
dettaglio che rende il riferimento ancora più difficile da
considerare casuale.
Dal punto di vista narrativo, questo omaggio assume un significato
particolare. Con il reboot completo del DC
Universe guidato da James
Gunn e Peter Safran, le possibilità di vedere il film originale
pubblicato sembrano ormai praticamente nulle. Per questo motivo, la
missione presente in LEGO
Batman: Legacy of the Dark Knight potrebbe rappresentare la
cosa più vicina a un’eredità ufficiale del progetto mai completato
agli occhi del pubblico.
In un gioco che celebra ogni epoca di Batman — dai film di
Tim
Burton alla trilogia di Christopher Nolan, passando per i
fumetti, l’animazione e i videogiochi Arkham — la presenza di un
riferimento così esplicito a Batgirl dimostra quanto quella cancellazione continui a
essere percepita come una ferita aperta per molti appassionati DC.
E forse, proprio per questo, gli sviluppatori hanno deciso di
mantenere viva almeno una parte di quel film che il pubblico non
potrà mai vedere.
Il
futuro della saga di Evil
Dead continua a prendere forma, ma una delle domande più
frequenti tra i fan riguarda il possibile coinvolgimento di Lee
Cronin in un eventuale La casa – Il risveglio del male 2. Dopo aver rilanciato il
franchise con il successo del 2023, il regista ha finalmente
commentato la possibilità di tornare dietro la macchina da presa
per un nuovo capitolo.
Intervistato da ScreenRant durante la promozione dell’uscita
digitale del suo nuovo film The Mummy, Cronin ha spiegato di
non sapere se dirigerà ancora un film della saga creata da Sam
Raimi. Il filmmaker ha però sottolineato quanto sia stato
importante per lui lavorare su La casa – Il risveglio del male, ricordando che il
franchise appartiene prima di tutto ai suoi creatori storici: Sam
Raimi, Rob Tapert e Bruce Campbell.
“Mi sento molto, molto fortunato ad aver custodito quel
franchise per un periodo della mia vita e ad aver realizzato Evil
Dead Rise. Credo che queste siano domande a cui debbano rispondere
Sam, Rob e Bruce, perché questo è davvero il loro mondo e io ho un
enorme rispetto per questo.”
La dichiarazione non chiude del tutto la porta a un ritorno, ma
conferma che le decisioni sul futuro della serie sono ancora nelle
mani del team creativo originale. Una notizia che arriva dopo il
record al botteghino ottenuto da Evil Dead Rise, diventato il capitolo di maggior
successo commerciale dell’intera saga.
Il successo di Evil Dead Rise ha
aperto una nuova fase per il franchise horror
Pur senza confermare un sequel diretto, Cronin ha ribadito di
essere felice che l’universo di Evil Dead continui ad espandersi.
“Sono davvero contento che ci siano altri film in
arrivo, perché ho sempre pensato che esistesse l’opportunità di
raccontare altre storie in questo mondo. Anche da semplice
spettatore, sono curioso di vedere come verranno
accolti.”
Il regista ha inoltre rivelato un dettaglio interessante: prima che
The Mummy assorbisse
completamente le sue energie, stava valutando proprio la
possibilità di realizzare un nuovo film di Evil Dead. Parallelamente stava sviluppando
anche un progetto horror basato su una vera storia di
investigazione paranormale ambientata nell’Irlanda degli anni
Ottanta.
“C’era un altro film che volevo realizzare e stavo
prendendo in considerazione anche un sequel di Evil Dead. Poi The
Mummy ha preso il sopravvento. A volte questi progetti ti entrano
sotto pelle ed è difficile distogliere lo
sguardo.”
Le sue parole suggeriscono che un ritorno non sia impossibile, ma
che al momento le priorità creative del regista siano altrove.
Il contesto, però, è particolarmente favorevole. Evil Dead Rise ha incassato circa 147
milioni di dollari a livello mondiale, stabilendo un nuovo record
per il franchise e ottenendo anche ottime recensioni dalla critica.
Un risultato che ha convinto Raimi, Campbell e Tapert ad accelerare
l’espansione della saga, con Evil Dead Burn in arrivo il 10 luglio e
Evil Dead Wrath già
fissato per il 2028.
Anche se Evil Dead Rise
2 non è stato ancora annunciato ufficialmente, è evidente che
il franchise stia vivendo una nuova età dell’oro. E se Cronin
dovesse decidere di tornare, troverebbe un universo narrativo più
vivo che mai e pronto a esplorare nuove incarnazioni dei
terrificanti Deadite.
Quentin Tarantino non ha mai avuto paura di
esprimere le proprie opinioni sul cinema contemporaneo e, ancora
una volta, il regista di Pulp Fiction e
C’era una volta a…
Hollywood è tornato a criticare duramente l’industria
cinematografica. Questa volta, però, tra le sue parole c’è spazio
anche per un’eccezione importante: The Rip, il thriller poliziesco Netflix con Ben
Affleck e Matt
Damon che ha conquistato il celebre autore americano.
Tarantino, che dopo la cancellazione del progetto The Movie Critic ha scelto di
concentrarsi sulla scrittura di una nuova opera teatrale, ha
parlato del suo rapporto sempre più difficile con il cinema moderno
in un’intervista pubblicata da Sight and Sound e ripresa da Variety. Eppure, tra i film usciti negli ultimi
anni, ce n’è uno che è riuscito davvero a catturare la sua
attenzione.
Perché Quentin Tarantino
considera The Rip una delle poche eccezioni del cinema recente
Parlando di The Rip,
Tarantino ha speso parole di grande entusiasmo per il film diretto
da Joe Carnahan e interpretato da Ben Affleck e Matt Damon.
“Un nuovo film ricco di suspense è uscito di recente e
mi ha catturato, tenendomi incollato per tutta la sua durata. È un
emozionante thriller poliziesco con una premessa originale che
riesce a mantenere tutte le promesse in modi davvero
intelligenti.”
Il regista ha poi lodato praticamente ogni aspetto della
produzione:
“L’intero pacchetto ha funzionato per me: la regia di
Carnahan, lo splendido cast, l’aspetto visivo del film grazie al
direttore della fotografia Juan Miguel Azpiroz. Ma il vero motore
di questa splendida opera è la sceneggiatura sensazionale di
Carnahan e Michael McGrale.”
Le dichiarazioni assumono un peso particolare considerando che
Tarantino, negli ultimi anni, si è mostrato estremamente critico
nei confronti della maggior parte delle produzioni
hollywoodiane.
“Una fabbrica di salsicce senza
sapore”: il duro giudizio di Tarantino su Hollywood
L’elogio a The Rip
arriva infatti subito dopo un attacco molto severo al cinema
mainstream contemporaneo.
“Difetti, implausibilità, ricerca del consenso del
pubblico, interpreti scelti male o semplicemente stupidaggini
affondano quasi ogni nuovo film che esce da quella fabbrica di
salsicce senza sapore che un tempo si chiamava
Hollywood.”
Tarantino non si è fermato qui, spiegando come oggi il concetto
stesso di cinema riesca a suscitargli più disprezzo che
entusiasmo.
“Oggi l’intero concetto di cosa sia un film tende a
ispirarmi più disprezzo che generosità. E questo è comprensibile,
perché in confronto i film degli ultimi sei anni fanno sembrare gli
anni Ottanta come gli anni Trenta.”
Il regista ha persino ammesso di preferire sempre più spesso la
lettura alla visione di nuovi film.
“In questi giorni preferisco leggere un
libro.”
Secondo Tarantino, sono pochissime le opere recenti che sono
riuscite a restituirgli quella sensazione di meraviglia che lo
aveva fatto innamorare del cinema. Tra queste ha citato
West Side Story di
Steven Spielberg e i due capitoli
di Horizon: An American Saga di
Kevin Costner, oltre naturalmente a
The Rip.
Il successo di The Rip su Netflix
e il futuro di Tarantino
The Rip – Non ti fidare – Credits Netflix
Le parole del regista arrivano mentre The Rip sta ottenendo risultati molto positivi
su Netflix. Il thriller ha debuttato con circa 41,6 milioni di
visualizzazioni, registrando una delle migliori partenze recenti
della piattaforma, e ha raccolto anche recensioni generalmente
favorevoli dalla critica.
Nel frattempo Tarantino continua a lavorare alla sua nuova commedia
d’avventura ambientata nell’Europa degli anni Trenta, intitolata
The Popinjay Cavalier,
che debutterà nel West End londinese nel 2027. Rimane invece ancora
un mistero quale sarà il suo decimo e ultimo film da regista dopo
l’abbandono di The Movie
Critic.
Per ora, però, una cosa è
certa: in un panorama cinematografico che considera sempre più
deludente, The Rip è
riuscito a conquistare uno degli autori più influenti e severi del
cinema contemporaneo.
Netflix ha distribuito alcuni film di grande
successo nel corso del 2026, ma solo una ristretta cerchia di essi
si è guadagnata un posto tra le produzioni originali più viste
dell’anno. Per quanto i film già usciti, sia grandi che piccoli,
possano attirare l’attenzione sulla piattaforma di streaming, le
acquisizioni rappresentano solo una parte dell’attenzione di
Netflix. Ciò che conta davvero è il successo dei suoi titoli
esclusivi.
Questi film sono regolarmente
quelli che dominano le classifiche di streaming di Netflix negli
Stati Uniti e nel resto del mondo. E quando riscuotono un grande
successo tra gli abbonati, raggiungono record di visualizzazioni.
La piattaforma ha sperimentato questo fenomeno diverse volte di
recente, con KPop Demon Hunters che l’anno scorso è diventato il
film più visto di sempre su Netflix. Nel 2025, Back in
Action con Jamie
Foxx e Cameron Diaz è entrato nella top 10 dei
film più visti di sempre.
Ecco perché i film originali di
Netflix del 2026 sono spesso stati accompagnati da elevate
aspettative di visualizzazione. Con generi popolari come azione,
thriller, commedie romantiche e animazione, e con cast solitamente
stellari tra le sue nuove uscite, Netflix ha una strategia ben
precisa per dare il via libera o acquisire nuovi film, nella
speranza che riscuotano successo tra il pubblico.
Questo è successo più volte nel
2026 e, grazie ai dati ufficiali sugli spettatori, ecco i film
originali Netflix più visti quest’anno. I dati si riferiscono al
periodo dal 1° gennaio al 31 maggio e sono stati raccolti dalla
classifica globale dei 10 titoli più visti di Netflix.
180
Sebbene «180» non abbia suscitato
su Netflix lo stesso clamore di molti altri titoli, questo thriller
africano incentrato sulla vendetta ha comunque lasciato il segno
tra gli abbonati. Con 30,7 milioni di visualizzazioni accumulate
nelle tre settimane in cui è rimasto nella top 10, occupa una delle
ultime posizioni di questa classifica pur non essendo mai arrivato
al primo posto. È anche l’unico film internazionale presente in
questa lista, per ora.
Ladies First è entrata nella top 10 di Netflix dopo sole
due settimane sulla piattaforma. In questo lasso di tempo ha
totalizzato 30,7 milioni di visualizzazioni e l’andamento in
crescita dei dati di ascolto suggerisce che potrebbe continuare a
scalare la classifica nelle prossime settimane.
La commedia con Rosamund Pike e Sacha Baron Cohen ha debuttato con
11,9 milioni di visualizzazioni, ma ha avuto una seconda settimana
ancora migliore, generando 18,8 milioni di visualizzazioni. Questo
risultato le è valso il primo posto nella classifica globale dei 10
titoli più visti su Netflix della settimana.
Creature luminose
Creature luminose (Remarkably Bright Creatures) sta riscuotendo
un discreto successo su Netflix. Adattamento dell’omonimo libro di
Shelby Van Pelt, il film si è guadagnato un posto in questa
classifica dopo aver totalizzato 43,8 milioni di visualizzazioni
nelle prime quattro settimane dall’uscita.
È sorprendente che questo dramma
giallo abbia raggiunto tali risultati senza arrivare in cima alle
classifiche globali di Netflix. Ha debuttato al terzo posto con
10,4 milioni di visualizzazioni. Remarkably Bright Creatures è poi
balzato al secondo posto nella seconda settimana con 20,3 milioni
di visualizzazioni, prima di scendere a 8,2 milioni e al quinto
posto nella terza settimana. Nella quarta settimana è rimasto a
malapena nella top 10, il che suggerisce che la sua permanenza
nella classifica sia quasi giunta al termine.
Dopo il grande successo della serie
“Peaky Blinders”, il film sequel, “Peaky Blinders:
The Immortal Man“, è uscito quest’anno tra grandi aspettative.
I risultati sono stati piuttosto positivi, con 50,6 milioni di
visualizzazioni in tre settimane.
L’inizio è stato ottimo, con 25,3
milioni di visualizzazioni nella prima settimana. Nella seconda
settimana sono arrivate 19,4 milioni di visualizzazioni,
consentendogli di mantenere il primo posto nelle classifiche
globali. Tuttavia, una settimana dopo era già fuori dalla top 5 e
alla quarta settimana era completamente uscito dalla top 10.
People We Meet on Vacation – Un
amore in vacanza
People We Meet on Vacation è stato il primo film originale
Netflix del 2026, uscito il 9 gennaio. La commedia romantica con
Emily Bader e Tom Blyth, tratta dal romanzo di Emily Henry, ha
ufficialmente totalizzato 54,3 milioni di visualizzazioni nelle sue
quattro settimane nella top 10 delle classifiche globali.
Questo successo è iniziato con 17,2
milioni di visualizzazioni nel weekend di apertura. La settimana
successiva ha portato altre 23,3 milioni di visualizzazioni,
nonostante il film sia sceso al secondo posto nella classifica
globale. È poi uscito dalla top 5 nella quarta settimana e dalla
top 10 la settimana successiva. Ciononostante, la popolarità di
People We Meet on Vacation è innegabile.
Thrash
Netflix ha realizzato un’uscita
pensata appositamente per il suo pubblico con Thrash, un
film catastrofico infestato dagli squali con protagonista
Phoebe Dynevor, star di Bridgerton. Non sorprende, quindi, che il film
abbia catturato l’attenzione di milioni di abbonati. Dopo quattro
settimane nella top 10, Thrash ha totalizzato 85,7 milioni di
visualizzazioni. Sicuramente ne sono arrivate altre in seguito, ma
Netflix non le ha comunicate.
Il thriller catastrofico ha
ottenuto la maggior parte di queste visualizzazioni nei primi 10
giorni di uscita. Thrash ha totalizzato 37,3 milioni di
visualizzazioni nel weekend di apertura e poi ne ha accumulate
altre 34,5 milioni nella seconda settimana. È rimasto il film
numero 1 a livello globale su Netflix per tutto il periodo. E
nonostante sia rimasto nella top 5 delle classifiche settimanali
fino alla quarta settimana, è uscito completamente dalla top 10 in
seguito.
Swapped: Al tuo posto
Dopo il grande successo di KPop
Demon Hunters, Netflix ha trovato un altro successo d’animazione
con Swapped. Con Michael B. Jordan e Juno
Temple, il film fantasy incentrato sugli animali ha totalizzato
107,2 milioni di visualizzazioni dopo cinque settimane. Le
proiezioni indicano che Swapped aumenterà notevolmente il suo
totale nelle prossime settimane, diventando potenzialmente uno dei
maggiori successi di sempre di Netflix.
Il percorso verso questo traguardo
è iniziato con un secondo posto nella prima settimana, dopo aver
totalizzato 15,5 milioni di visualizzazioni. L’interesse è
cresciuto da lì in poi, con Swapped che è diventato il film più
visto per due settimane consecutive. Le sue visualizzazioni nella
terza settimana, pari a 26,4 milioni, rappresentano il dato più
alto per un film del 2026, con un calo del -31,78%, il più basso
registrato in quella settimana.
Il film ha mantenuto un buon
andamento, raggiungendo 16,1 milioni di visualizzazioni nella
quarta settimana. Swapped è poi rimasto nella top 3, accumulando
altri 10,5 milioni di visualizzazioni nella quinta settimana.
Potrebbe continuare a scalare la classifica nelle prossime
settimane.
Al terzo posto troviamo The Rip. Il
thriller poliziesco con Ben Affleck e Matt Damon è arrivato su
Netflix con tutto il potenziale di star che la piattaforma di
streaming potesse desiderare, e i risultati sono stati tra i
migliori del 2026. The Rip ha totalizzato 114,7 milioni di
visualizzazioni secondo le classifiche dei primi 10 film, ma il suo
totale finale nei 91 giorni è probabilmente ancora più alto.
Questo dato include il record di
41,6 milioni di visualizzazioni nel weekend di apertura, il totale
più alto per qualsiasi uscita quest’anno. Non sorprende quindi che
abbia poi registrato il secondo miglior risultato nella seconda
settimana, con altri 40,4 milioni di visualizzazioni.
Complessivamente, The Rip è rimasto nella top 10 delle classifiche
globali per sette settimane, il secondo periodo più lungo per un
film.
Il film di Affleck e Damon detiene
anche un altro record: il maggior numero di settimane al primo
posto, ben tre. La maggior parte dei film di Netflix rimane in cima
alla classifica per una o due settimane, ma The Rip ci è riuscito
per una terza settimana, nonostante abbia totalizzato solo 14,6
milioni di visualizzazioni in questo periodo, un numero inferiore
rispetto ad altri titoli scesi in classifica.
Charlize Theron e Taron Egerton hanno unito le forze per
realizzare Apex, e questo thriller di sopravvivenza si è rivelato
un enorme successo per Netflix. Dopo quattro settimane dall’uscita,
Apex ha già accumulato 118 milioni di visualizzazioni in tutto il
mondo, posizionandosi al secondo posto nella classifica dei film
più visti.
Come la maggior parte degli altri
film in questa lista, Apex ha suscitato grande interesse al lancio,
generando 38,2 milioni di visualizzazioni nel weekend di apertura.
Ha poi raggiunto i 40,2 milioni di visualizzazioni nella seconda
settimana, diventando uno dei soli tre film a raggiungere questo
traguardo in quel lasso di tempo. L’interesse non è calato
rapidamente: Apex ha registrato 10,6 milioni di visualizzazioni
nella quarta settimana, 6,7 milioni nella quinta e 6,1 milioni
nella sesta, il dato più alto per un film uscito nel 2026.
Anche se mancano ancora diverse
settimane per calcolare il numero di spettatori, questo titolo
potrebbe aver già raggiunto il suo apice. Apex potrebbe comunque
rientrare nella top 10 di tutti i tempi di Netflix, a seconda di
quanto a lungo persisterà l’interesse del pubblico, ma le sue
possibilità di raggiungere il primo posto quest’anno sono
scarse.
War Machine
Il film più visto su Netflix nel
2026 è War
Machine. Il film di fantascienza bellico con Alan Ritchson è
approdato sulla piattaforma il 12 febbraio e ha immediatamente
conquistato un pubblico globale. *War Machine* ha totalizzato 139
milioni di visualizzazioni, un risultato che gli è valso il decimo
posto nella classifica di tutti i tempi di Netflix.
L’incredibile successo di pubblico
è iniziato con 39,3 milioni di visualizzazioni nel weekend di
lancio, il secondo risultato più alto dell’anno. War Machine ha poi
registrato il maggior numero di visualizzazioni tra tutti i film
originali Netflix del 2026 nella seconda settimana (44,4 milioni),
nella settima settimana (3,5 milioni) e nell’ottava settimana (3,2
milioni).
Ecco tutti i dati.
Posizione
2026 Netflix Movie
Totali visualizzazioni
1)
War Machine
139 million
2)
Apex
118 million
3)
The Rip
114.7 million
4)
Swapped
107.2 million
5)
Thrash
85.7 million
6)
People We Meet On Vacation
54.3 million
7)
Peaky Blinders: The Immortal Man
50.6 million
8)
Remarkably Bright Creatures
43.8 million
9)
Ladies First
30.7 million
10)
180
30.7 million
È proprio grazie a questi dati che War Machine è
rimasto per otto settimane nella top 10 di Netflix – il periodo più
lungo mai registrato da un titolo – generando 128,4 milioni di
visualizzazioni in quel lasso di tempo. I restanti 10,6 milioni di
visualizzazioni sono stati registrati nei restanti 91 giorni
successivi all’uscita, consentendo a Netflix di annunciare i propri
record storici di audience.
Dopo gli eventi di
Spider-Man: No Way
Home, Peter Parker si ritrova completamente solo.
Nessuno ricorda più chi sia, i suoi amici hanno continuato le
proprie vite e l’Uomo Ragno deve imparare ad affrontare il mondo
senza il sostegno che lo ha accompagnato finora. È da questa
situazione che partirà Spider-Man: Brand New Day, il
nuovo capitolo del Marvel Cinematic Universe
in arrivo il 31 luglio 2026.
A parlare del film è stato il
regista Destin Daniel
Cretton, che raccoglie l’eredità lasciata da
Jon Watts e accompagnerà il Peter Parker interpretato da
Tom
Holland in una fase completamente nuova
della sua vita. In un’intervista esclusiva a ScreenRant, il
filmmaker ha spiegato cosa lo ha convinto ad accettare il progetto
e perché questo sarà un film molto diverso dai precedenti.
«Peter Parker è sempre stato un
personaggio in cui riesco a identificarmi. È imperfetto, impacciato
quando parla, commette molti errori e, anche quando sbaglia, cerca
sempre di fare la cosa giusta», ha raccontato Cretton. Il regista
ha poi elogiato la versione interpretata da Holland: «Porta così
tanta vita e fascino nelle sue performance e ha quella capacità
magica di muoversi con naturalezza tra commedia e dramma. Ero
entusiasta di lavorare con lui e posso dire che ha superato tutte
le mie aspettative».
Le dichiarazioni confermano
una direzione molto precisa: Brand New Day non sarà semplicemente un nuovo film di
Spider-Man, ma un vero racconto di crescita personale, costruito
attorno a un Peter più adulto e vulnerabile rispetto a quello visto
finora.
Peter Parker dovrà affrontare la solitudine e i problemi della vita
adulta
Tom Holland in costume per Spider-Man: Brand New Day
Uno degli aspetti più
interessanti emersi dall’intervista riguarda proprio il tono della
storia. Cretton ha spiegato che il film sarà ambientato circa
quattro anni dopo gli eventi raccontati nei precedenti capitoli e
mostrerà un protagonista ormai entrato nell’età adulta.
«Peter non è più al liceo. La
nostra storia si svolge circa quattro anni dopo. È quel momento dei
vent’anni in cui le dure realtà della vita possono colpirti in
faccia», ha spiegato il regista. «Peter sta affrontando problemi
molto concreti, sia sul piano personale che professionale, e per la
prima volta sta imparando a gestirli completamente da solo».
Secondo Cretton, il tema
centrale del film sarà proprio il senso di isolamento. «Vive nel
cuore di New York, circondato da milioni di persone, eppure si
sente completamente disconnesso e solo», ha dichiarato. «È la prima
volta che vediamo Peter cercare di vivere la propria vita al di
fuori della sua comunità di amici e familiari, e questo isolamento
avrà conseguenze inaspettate che complicheranno ogni aspetto della
sua esistenza».
Questa impostazione
rappresenta un netto cambio di prospettiva rispetto alla trilogia
precedente, fortemente legata alla dimensione scolastica e ai
rapporti con MJ e Ned. Il nuovo film sembra invece voler riportare
Spider-Man a una dimensione più urbana e personale, senza però
rinunciare all’azione e ai collegamenti con il resto del Marvel
Cinematic Universe.
Lo stesso regista ha
confermato di aver lavorato con il direttore della fotografia Brett
Pawlak e con lo scenografo Charlie Wood per creare una New York più
realistica e imperfetta. «Volevamo mostrare uno Spider-Man alla
deriva in una città che mettesse in evidenza tutte le sue
imperfezioni», ha spiegato.
Infine, Cretton ha rivelato
quale sia il messaggio che spera di lasciare agli spettatori:
«Questo film parla dell’importanza di connettersi con gli altri.
Spero che, quando partiranno i titoli di coda, le persone possano
sentirsi un po’ più connesse, proprio come Peter».
Se queste anticipazioni
saranno confermate dal film, Spider-Man: Brand New Day potrebbe rappresentare una
delle interpretazioni più mature e intime del personaggio mai viste
nel MCU, inaugurando una nuova fase della vita di Peter Parker dopo
la chiusura definitiva del capitolo raccontato in No Way Home.
Dopo quasi quarant’anni di
assenza dal grande schermo, Masters of the Universe è pronto
a riportare He-Man al cinema con una delle operazioni più ambiziose
dell’estate. Amazon MGM ha investito pesantemente nel rilancio del
celebre franchise Mattel, affidando il ruolo del Principe Adam a
Nicholas Galitzine e mettendo nelle mani del regista Travis Knight
il compito di trasformare Eternia in un nuovo universo
cinematografico. Ma la domanda che tutti si stanno ponendo è una
sola: il film riuscirà davvero a diventare un successo?
L’attesa attorno al progetto è
notevole. Dopo anni di tentativi falliti da parte di diversi studi
hollywoodiani, Amazon ha deciso di puntare forte sulla proprietà
intellettuale, costruendo una campagna marketing imponente e
riunendo un cast di primo piano che comprende, tra gli altri,
Nicholas Galitzine,
Jared
Leto, Camila Mendes e
Idris
Elba. Tuttavia, l’entusiasmo della critica e la
nostalgia dei fan potrebbero non essere sufficienti a garantire il
risultato economico sperato.
Secondo le stime emerse nelle
ultime ore, il film si troverebbe infatti davanti a una sfida
particolarmente complessa. Nonostante le recensioni positive
raccolte finora e il recente record conquistato su Rotten Tomatoes
all’interno della saga cinematografica, le prime proiezioni al box
office mostrano uno scenario meno rassicurante.
Il
vero nemico di He-Man potrebbe essere il suo enorme budget
Il punto centrale della
questione riguarda i costi. Le stime riportate dalle principali
testate di settore indicano che Masters of the Universe sarebbe costato tra i 170 e i
200 milioni di dollari, una cifra perfettamente in linea con i
grandi blockbuster contemporanei ma estremamente impegnativa per un
franchise che, sul piano cinematografico, non ha mai dimostrato una
reale forza commerciale.
Per comprendere la portata
della sfida basta osservare un dato storico: il film originale del
1987 con Dolph Lundgren incassò appena 17,3 milioni di dollari nel
mondo, diventando un insuccesso commerciale e bloccando per decenni
qualsiasi tentativo di espansione cinematografica del marchio. Oggi
il contesto è completamente diverso, ma il problema rimane lo
stesso: He-Man è davvero un personaggio capace di attirare il
grande pubblico internazionale?
Le attuali previsioni indicano
un debutto nordamericano compreso tra i 30 e i 35 milioni di
dollari nel primo weekend. Numeri che, se confermati, sarebbero
piuttosto modesti rispetto agli obiettivi richiesti da una
produzione di questa portata. Secondo le tradizionali regole
dell’industria, un film deve infatti incassare almeno due o due
volte e mezzo il proprio budget per essere considerato realmente
redditizio nelle sale. Questo significa che Masters of the Universe potrebbe aver bisogno
di superare una soglia compresa tra i 425 e i 600 milioni di
dollari nel box office mondiale per essere considerato un vero
successo.
Ecco perché le recensioni
positive potrebbero rivelarsi decisive. Se il passaparola dovesse
convincere il pubblico e garantire una buona tenuta nelle settimane
successive all’uscita, il film potrebbe costruire lentamente il
proprio successo nel corso dell’estate. In caso contrario, Amazon
rischierebbe di trovarsi davanti a un franchise accolto
favorevolmente dalla critica ma incapace di generare gli incassi
necessari per sostenere una lunga saga cinematografica.
Per il momento, dunque, la
battaglia più importante di He-Man non si combatte contro Skeletor,
ma contro le aspettative del mercato. Le prossime settimane diranno
se il potere di Grayskull sarà sufficiente a trasformare
Masters of the Universe
nel nuovo grande franchise fantasy di Hollywood.
Il
destino di Tom
Hardy in MobLand continua a essere uno dei temi più
discussi del momento. Mentre Paramount+ non ha ancora chiarito ufficialmente
quale sarà il futuro dell’attore nella serie crime di successo, un
nuovo report rivela che la produzione avrebbe già valutato
possibili alternative nel caso in cui Hardy decidesse di non
tornare.
Secondo quanto riportato da Page Six, i produttori avrebbero preso
in considerazione due nomi di altissimo profilo: Colin Farrell e Idris
Elba. Le indiscrezioni sostengono che la ricerca
di un eventuale sostituto sarebbe iniziata dopo che Hardy avrebbe
manifestato la volontà di lasciare la serie al termine del suo
attuale accordo contrattuale.
La
situazione arriva dopo settimane di voci riguardanti presunte
tensioni dietro le quinte. Diverse ricostruzioni hanno parlato di
divergenze creative durante la lavorazione della serie, alimentando
dubbi sul ritorno dell’attore nei panni di Harry Da Souza, il
risolutore di problemi al centro della storia criminale dei
Harrigan.
Le indiscrezioni raccontano una
produzione più complessa del previsto
Secondo le nuove informazioni emerse, il nodo principale non
sarebbe stato un vero e proprio scontro personale, ma differenti
approcci creativi alla produzione della serie. Dopo una prima
stagione sviluppata sotto la supervisione del creatore Ronan Bennett, la
gestione sarebbe passata maggiormente nelle mani dello showrunner
Jez Butterworth.
Le fonti citate descrivono una situazione caratterizzata da
incomprensioni e divergenze organizzative piuttosto che da un
conflitto aperto. Lo stesso report smentisce inoltre le voci
relative a presunti contrasti tra Hardy e i co-protagonisti
Helen Mirren e Pierce
Brosnan, che nelle ultime settimane avevano
alimentato numerose speculazioni online.
La questione è particolarmente importante perché Harry Da Souza
rappresenta il fulcro narrativo della serie. Sostituire Tom Hardy
significherebbe ridefinire profondamente l’identità di
MobLand, uno dei
maggiori successi recenti di Paramount+. Non sorprende quindi che
eventuali sostituti debbano avere un profilo paragonabile a quello
dell’attore britannico.
Al momento non esiste ancora una conferma definitiva sul ritorno di
Hardy nella seconda stagione. Tuttavia, il fatto che la produzione
abbia valutato nomi come Colin Farrell e Idris
Elba dimostra quanto concretamente sia stata presa in
considerazione l’ipotesi di un cambio di protagonista. Con la nuova
stagione ancora lontana dal debutto, Paramount+ ha comunque il
tempo necessario per trovare una soluzione che soddisfi sia il cast
che il pubblico.
Il futuro di
Tulsa
King sembra sempre più solido. Sebbene Paramount+ non abbia ancora annunciato
ufficialmente il rinnovo per una quinta stagione, nuovi sviluppi
dietro le quinte suggeriscono che il ritorno della serie con
Sylvester Stallone sia ormai
soltanto una questione di tempo.
Secondo quanto riportato da
Variety, sarebbe già stata aperta una writers’ room per lavorare ai
nuovi episodi, mentre la produzione della quarta stagione si è
recentemente conclusa. Si tratta di un segnale importante per una
serie che negli ultimi anni è diventata uno dei maggiori successi
televisivi firmati da Taylor Sheridan, autore anche di
Yellowstone, Landman e Lioness.
L’aggiornamento arriva inoltre
insieme a un’altra novità significativa: la serie starebbe
valutando un importante cambiamento produttivo e narrativo che
potrebbe influenzare direttamente il futuro del protagonista Dwight
Manfredi, interpretato da Sylvester
Stallone.
Il
possibile trasferimento a New York potrebbe cambiare radicalmente
Tulsa King
Fin dal debutto,
Tulsa King ha
costruito gran parte della propria identità sul contrasto tra il
passato mafioso newyorkese di Dwight e la sua nuova vita in
Oklahoma. Tuttavia, secondo le indiscrezioni emerse, dalla quinta
stagione la produzione potrebbe spostarsi stabilmente a New
York.
La decisione sarebbe legata
sia a motivazioni economiche sia a esigenze narrative. Da un lato,
nuovi incentivi fiscali renderebbero più conveniente girare nella
Grande Mela; dall’altro, il trasferimento aprirebbe scenari
completamente nuovi per la storia di Dwight, permettendo al
personaggio di confrontarsi nuovamente con il mondo criminale da
cui proviene.
Il cambiamento sarebbe
particolarmente interessante perché rappresenterebbe una naturale
evoluzione del percorso del protagonista. Dopo aver costruito il
proprio impero lontano da casa, Dwight potrebbe trovarsi nella
posizione di tornare alle origini, ma con uno status e un potere
molto diversi rispetto al passato.
La fiducia di Paramount+ nella
serie appare evidente anche alla luce del crescente universo
narrativo che sta nascendo attorno al franchise. Oltre alla quarta
stagione, è infatti in sviluppo anche NOLA King, nuova
serie con protagonista Samuel L. Jackson.
Un’espansione che conferma come Tulsa King sia ormai diventata una delle proprietà più
importanti dell’offerta seriale di Taylor Sheridan.
A
meno di due settimane dall’arrivo della
quinta stagione de Il colore delle magnolie, i fan della
popolare serie romantica di Netflix devono fare i conti con una notizia
inaspettata. Carson Rowland, interprete di Ty Townsend sin dal
primo episodio dello show, non farà parte dei nuovi episodi in
uscita l’11 giugno sulla piattaforma.
La
notizia è stata riportata da People e rappresenta un cambiamento
significativo per una delle produzioni più longeve e amate del
catalogo Netflix. Al momento non sono state fornite spiegazioni
ufficiali sull’uscita dell’attore e non è chiaro se la decisione
sia stata presa da Rowland o dalla produzione. Il silenzio attorno
alla vicenda ha inevitabilmente alimentato la curiosità dei fan,
molti dei quali hanno espresso sorpresa e dispiacere sui
social.
L’assenza di Rowland arriva in un momento delicato per la serie.
Dopo quattro stagioni, il personaggio di Ty era diventato una delle
figure più riconoscibili dell’universo narrativo di Serenity,
accompagnando il pubblico attraverso alcune delle storyline più
importanti dedicate alle nuove generazioni della cittadina.
L’uscita di Ty potrebbe cambiare
gli equilibri della nuova stagione
Il vero interrogativo riguarda ora il destino delle trame lasciate
aperte nelle stagioni precedenti. Ty Townsend è infatti uno dei
personaggi che ha vissuto l’evoluzione più significativa
all’interno della serie, passando dall’affrontare le conseguenze
del divorzio dei genitori fino a diventare una presenza centrale
nelle vicende sentimentali e familiari raccontate a Serenity.
La sua assenza potrebbe avere un impatto importante su alcune delle
relazioni costruite nel corso delle ultime stagioni. Gli
sceneggiatori dovranno infatti trovare un modo credibile per
giustificare l’uscita di scena del personaggio senza compromettere
il percorso narrativo sviluppato fino a questo momento.
Basata sui romanzi di Sherryl Woods,
Sweet Magnolias
continua a seguire le vicende di Maddie, Dana Sue e Helen,
interpretate rispettivamente da JoAnna Garcia
Swisher, Brooke Elliott e
Heather Headley.
Tuttavia, la perdita di uno dei membri storici del cast potrebbe
segnare l’inizio di una nuova fase per la serie.
Con il debutto della quinta stagione ormai imminente, resta da
capire come il pubblico reagirà a questo cambiamento e quale sarà
il futuro di uno dei personaggi più amati dagli spettatori.
James
Gunn ha finalmente chiarito uno dei dubbi più discussi dai fan
del nuovo DC
Universe. Il co-presidente dei DC Studios ha infatti confermato
quanto tempo passerà, all’interno della cronologia narrativa del
franchise, tra gli eventi di Superman e quelli del suo
sequel, Man of Tomorrow.
Rispondendo a una domanda dei fan sui social, Gunn ha spiegato che
il nuovo film sarà ambientato sostanzialmente “in tempo reale”
rispetto all’uscita del primo capitolo. Quando gli è stato chiesto
di chiarire ulteriormente il significato della risposta, il regista
ha precisato che Man of
Tomorrow si svolgerà nell’estate del 2027, ovvero circa due
anni dopo gli eventi raccontati in Superman.
La
conferma è importante perché offre uno dei primi punti di
riferimento concreti per comprendere la struttura temporale del
nuovo DC Universe. Fin dal lancio del franchise, Gunn ha insistito
sulla volontà di costruire un universo condiviso coerente, e sapere
che il sequel seguirà una progressione cronologica quasi reale
aiuta a collocare meglio anche gli altri progetti in arrivo.
Il salto temporale potrebbe
mostrare un Superman già affermato nel nuovo DC Universe
La scelta di ambientare Man
of Tomorrow due anni dopo il primo film potrebbe avere
conseguenze significative sull’evoluzione di Clark Kent e
dell’intero universo DC. Se Superman raccontava infatti una fase iniziale della
carriera dell’eroe interpretato da David Corenswet, il sequel
potrebbe mostrarci un protagonista ormai pienamente integrato nel
mondo e riconosciuto come simbolo di speranza.
Questo intervallo temporale consentirà inoltre di assorbire gli
eventi delle altre produzioni del DCU. Nel frattempo arriveranno
infatti Supergirl, con
il ritorno di Kara Zor-El interpretata da Milly Alcock, la
serie Lanterns e il film
Clayface. Tutti progetti che
contribuiranno ad ampliare il mondo condiviso prima del ritorno
dell’Uomo d’Acciaio sul grande schermo.
Secondo le informazioni emerse finora, il sequel vedrà nuovamente
contrapposti Superman e Lex Luthor, interpretato da Nicholas Hoult, ma con una nuova
minaccia destinata a ridefinire gli equilibri della saga. Il fatto
che Gunn abbia scelto di far avanzare concretamente il tempo
suggerisce inoltre che i personaggi avranno modo di evolversi tra
un capitolo e l’altro, evitando quella sensazione di immobilità che
spesso ha caratterizzato altri universi condivisi.
Con l’uscita prevista per il 9 luglio 2027, Man of Tomorrow si prepara così a
rappresentare il primo vero passo in avanti della nuova era DC,
mostrando non soltanto come sia cambiato Superman, ma anche quanto
sarà cresciuto il mondo costruito attorno a lui.
L’attesa per La mummia 4 continua a
crescere e ora arriva un aggiornamento che farà felici gli
appassionati della saga. Brendan Fraser ha confermato di aver
finalmente letto la sceneggiatura del nuovo capitolo e, pur senza
poter rivelare dettagli sulla trama, ha lasciato intendere di
essere molto soddisfatto del risultato.
Durante un’intervista con Collider, all’attore è stato chiesto
direttamente un parere sul copione del film che lo vedrà tornare
nei panni di Rick O’Connell. Fraser ha risposto scherzosamente con
un gioco di colpi di tosse per aggirare le restrizioni imposte
dalla produzione, confermando però senza esitazioni che la
sceneggiatura lo ha convinto. L’attore ha inoltre ricordato come i
fan abbiano chiesto per oltre vent’anni un nuovo capitolo della
saga, sottolineando che il messaggio è stato finalmente
recepito.
Le
sue dichiarazioni rappresentano il primo vero feedback proveniente
dal cast sul progetto e assumono un peso particolare considerando
quanto Fraser sia diventato il simbolo stesso del franchise. Dopo
anni di richieste da parte del pubblico, il ritorno dell’attore e
di Rachel Weisz nei rispettivi ruoli storici è uno
degli elementi che ha alimentato maggiormente l’entusiasmo attorno
al film.
Il ritorno alle origini potrebbe
essere la chiave del successo di La mummia 4
Se i dettagli della trama restano ancora segreti, alcune
indicazioni sulla direzione del progetto stanno emergendo. I
registi Matt Bettinelli-Olpin
e Tyler Gillett hanno
già confermato che il nuovo film non considererà canonici gli
eventi di La mummia – La tomba dell’Imperatore Dragone, il
capitolo meno apprezzato della saga. Una scelta che sembra voler
riportare la serie alle atmosfere e ai personaggi che hanno reso
iconici i primi due film.
Lo stesso Fraser aveva recentemente anticipato che la produzione
tornerà in alcune delle location simbolo della saga originale,
comprese aree del Marocco e del Regno Unito utilizzate nei film del
1999 e del 2001. Inoltre, l’attore ha scherzato sulla necessità di
rimettersi in forma per affrontare le nuove avventure di Rick
O’Connell, lasciando intuire che il film potrebbe puntare
nuovamente su azione e sequenze fisiche spettacolari.
Accanto a Fraser e a Rachel Weisz tornerà
anche John Hannah, mentre
Oded Fehr ha
manifestato interesse a riprendere il proprio personaggio. Tutti
segnali che suggeriscono una precisa volontà di riconnettersi con
l’eredità dei film che hanno trasformato The Mummy in uno
dei franchise d’avventura più amati degli ultimi decenni.
Con le riprese previste per questa estate e l’uscita fissata per il
15 ottobre 2027, è probabile che nei prossimi mesi emergano nuovi
dettagli. Per ora, però, l’entusiasmo di Brendan Fraser sembra
essere il miglior indizio possibile sul fatto che Universal voglia
davvero riportare in vita la magia della saga originale.
Quando Footloose arrivò nelle sale nel 1984, divenne
rapidamente uno dei simboli della cultura pop degli
anni Ottanta. Diretto da Herbert Ross e interpretato da Kevin Bacon,
il film racconta la storia del giovane Ren McCormack, trasferitosi
da Chicago in una piccola cittadina americana dove la musica rock,
i balli e perfino il tradizionale ballo scolastico sono stati
vietati.
Attraverso il conflitto tra la voglia di libertà dei ragazzi e il
conservatorismo degli adulti, il film costruisce una storia di
ribellione generazionale che ancora oggi continua a conquistare
nuove generazioni di spettatori. Per molti anni si è pensato che la
vicenda fosse soltanto una brillante invenzione cinematografica. In
effetti, l’idea che un’intera comunità potesse proibire il ballo
sembrava quasi una fantasia hollywoodiana.
Eppure la realtà è molto diversa. “Footloose” è realmente ispirato a eventi
accaduti nella cittadina di Elmore City, in Oklahoma, dove per
oltre ottant’anni una norma locale vietò il ballo pubblico. Sebbene
il film romanzasse molti aspetti della vicenda, il nucleo della
storia nasce da una battaglia autentica combattuta da un gruppo di
studenti che desideravano semplicemente organizzare il loro primo
vero ballo scolastico.
La vera storia
di Elmore City e del divieto di ballare che durò oltre
ottant’anni
La storia che ha ispirato “Footloose” affonda le proprie radici nel 1898,
quando la piccola comunità di Elmore City decise di vietare
ufficialmente il ballo. Come accadeva in molte zone della
cosiddetta Bible Belt americana, numerose comunità religiose
consideravano il ballo un’attività moralmente discutibile,
associata al consumo di alcol, alla promiscuità sessuale e a
comportamenti ritenuti incompatibili con i valori cristiani più
conservatori. Nel corso dei decenni il divieto rimase in vigore
senza particolari contestazioni e divenne parte integrante
dell’identità cittadina.
Gli studenti del liceo locale non avevano mai organizzato un vero
prom, il tradizionale ballo scolastico americano, ma soltanto
banchetti formali nei quali era vietato danzare. Per generazioni di
ragazzi questa situazione venne accettata come una consuetudine
inevitabile, fino a quando una nuova generazione iniziò a chiedersi
perché dovesse essere diversa dal resto del Paese. Alla fine degli
anni Settanta, infatti, alcuni studenti della Elmore City High
School cominciarono a mettere in discussione quella regola che
appariva ormai anacronistica.
Tra i protagonisti della protesta vi furono Mary Ann Temple-Lee,
Leonard Coffee e
Rex Kennedy,
giovani determinati a ottenere ciò che per milioni di studenti
americani era normale: un ballo scolastico. La loro richiesta non
riguardava soltanto una serata di festa, ma diventò ben presto un
simbolo del confronto tra tradizione e cambiamento. La questione
attirò l’attenzione dell’intera comunità, profondamente divisa tra
chi riteneva il divieto ancora necessario e chi invece lo
considerava un residuo del passato ormai privo di significato.
La battaglia
degli studenti che convinse la città a cambiare una tradizione
secolare
Quando la richiesta arrivò ufficialmente al consiglio scolastico
nel 1979, il dibattito assunse dimensioni sorprendenti. Molti
leader religiosi locali si schierarono apertamente contro
l’iniziativa. Tra le voci più critiche vi fu il reverendo
F. R. Johnson,
ministro della vicina cittadina di Hennepin, convinto che i balli
favorissero comportamenti immorali tra i giovani. Secondo questa
visione, la danza rappresentava una porta d’accesso all’alcol, alla
sessualità prematrimoniale e alla perdita dei valori
tradizionali.
Dall’altra parte, però, cresceva il sostegno verso gli studenti,
che sottolineavano come il divieto avesse prodotto l’effetto
opposto rispetto a quello desiderato. Senza eventi organizzati e
supervisionati, molti ragazzi finivano infatti per riunirsi in
feste improvvisate e non controllate nelle campagne circostanti. Un
ruolo decisivo venne svolto dal preside Dean Worsham, che sostenne apertamente la
richiesta degli studenti, e soprattutto da Raymond Temple, presidente del
consiglio scolastico e padre di Mary Ann.
Temple osservava da anni come il divieto avesse spinto i giovani a
organizzare feste clandestine lontano dagli occhi degli adulti. A
suo giudizio, consentire un ballo ufficiale avrebbe garantito
maggiore sicurezza rispetto a eventi non controllati. Quando il
consiglio scolastico si trovò spaccato in una perfetta situazione
di parità, fu proprio Temple a esprimere il voto decisivo destinato
a entrare nella storia. Con una frase diventata leggendaria,
dichiarò semplicemente: “Let ‘em dance”, lasciateli ballare.
Dal primo prom
del 1980 alla nascita di Footloose e al successo mondiale del
film
L’approvazione del prom nel 1980 trasformò immediatamente Elmore
City in un caso mediatico nazionale. Quotidiani, televisioni e
riviste raccontarono la vicenda della cittadina che aveva
finalmente abolito un divieto rimasto in vigore per oltre
ottant’anni. Tra coloro che rimasero colpiti dalla storia vi fu lo
sceneggiatore Dean
Pitchford, già noto per aver scritto i testi di
“Fame”.
Affascinato da quel conflitto tra giovani e tradizione, Pitchford
si recò personalmente a Elmore City per raccogliere testimonianze e
comprendere meglio le dinamiche che avevano portato alla storica
decisione. Da quel materiale nacque il soggetto di
“Footloose”,
anche se la sceneggiatura introdusse numerose modifiche per
aumentare il conflitto drammatico.
La cittadina reale divenne la fittizia Bomont, il protagonista Ren
McCormack fu costruito combinando caratteristiche di diversi
studenti coinvolti nella protesta e il ruolo del reverendo
contrario al ballo venne notevolmente amplificato. Anche il
personaggio di Ariel, interpretato da Lori Singer, rappresenta una versione
romanzata delle giovani donne di Elmore City. Gli stessi
protagonisti reali hanno più volte sottolineato che la loro
ribellione fu molto meno turbolenta rispetto a quella mostrata nel
film. Tuttavia, hanno sempre riconosciuto che lo spirito della
vicenda venne rappresentato con notevole efficacia.
La vera eredità
della storia che ha ispirato Footloose e il suo significato ancora
oggi
A
oltre quarant’anni dall’uscita di “Footloose”, la storia che ne ha ispirato
la realizzazione continua a esercitare un fascino particolare
perché racconta qualcosa di universale. Non si tratta semplicemente
di una battaglia per poter ballare, ma di una riflessione sul
rapporto tra tradizione e cambiamento, tra controllo sociale e
libertà individuale.
La vicenda di Elmore City dimostra come anche le regole più
radicate possano essere messe in discussione quando una comunità è
disposta a confrontarsi apertamente sul proprio futuro. L’aspetto
forse più sorprendente è che la cittadina non ha mai rinnegato
quella pagina della propria storia. Al contrario, negli anni
successivi Elmore City ha trasformato il legame con il film in un
motivo di orgoglio, arrivando persino a organizzare il
Footloose
Festival, una manifestazione annuale che celebra proprio
quel diritto al ballo conquistato nel 1980.
Oggi la storia appare quasi incredibile agli occhi del pubblico
moderno, ma rappresenta una testimonianza concreta di come il
cinema possa nascere da eventi reali apparentemente piccoli e
trasformarli in racconti capaci di parlare a milioni di persone. Ed
è proprio questa miscela di verità e leggenda a rendere
“Footloose” uno
dei film più iconici e amati degli anni Ottanta.
Da Sanremo a Toy Story 5Sal Da
Vinci si unisce al cast vocale italiano del film Pixar.
Ecco di seguito il video annuncio che vede il cantante napoletano
annunciare la sua partecipazione al film nei panni di
Pizza Cu ‘e Llente.
Sal Da Vinci
presta la sua voce a Pizza cu ‘e llente, un personaggio
affascinante e misterioso, membro di una piccola ma potente
comunità di giochi dimenticati che vivono nella vecchia casetta dei
giocattoli di Blaze. Nella versione originale Bad Bunny, artista di
fama mondiale, pluripremiato con dischi di platino e vincitore di
sei premi GRAMMY®, presta la sua voce al personaggio.
Prestano le loro voci ai nuovi
personaggi di Toy
Story 5 Katia Follesa (voce italiana di Lilypad), Federico
Basso (voce italiana di Smarty Pants), Gianluca Gazzoli (voce
italiana di Bullseye “Perfido”), Jacqueline Luna Di Giacomo (voce
italiana di Snappy) e Simone Mori (voce italiana di
Atlas).
Tornano a prestare le loro voci nei
ruoli principali Angelo Maggi (voce italiana di Woody),
Massimo Dapporto (voce italiana di Buzz Lightyear), Ilaria Stagni
(voce italiana di Jessie) e Luca Laurenti (voce italiana di
Forky).
Di seguito l’elenco completo del
cast vocale italiano di Toy
Story 5:
Angelo Maggi (voce italiana di Woody)
Massimo Dapporto (voce italiana di Buzz Lightyear)
Ilaria Stagni (voce italiana di Jessie)
Federico Basso (voce italiana di Smarty Pants)
Luna Tosti (voce italiana di Bonnie)
Katia Follesa (voce italiana di Lilypad)
Jacqueline Luna Di Giacomo (voce italiana di Snappy)
Sveva Lucentini (voce italiana di Blaze)
Simone Mori (voce italiana di Atlas)
Daniela D’Angelo (voce italiana della mamma di Bonnie)
Alessio Cigliano (voce italiana del papà di Bonnie)
Roberta Pellini (voce italiana di Dolly)
Micaela Incitti (voce italiana di Trixie)
Luca Laurenti (voce italiana di Forky)
Massimo De Ambrosis (voce italiana di Mr. Pricklepants)
Carlo Valli (voce italiana di Rex)
Paolo Marchese (voce italiana di Combat Carl)
Irene Trotta (voce italiana della mamma di Blaze)
Gerolamo Alchieri (voce italiana di Mr. Potato)
Francesco Rizzi (voce italiana di Slinky)
Tiziana Avarista (voce italiana di Mrs. Potato)
Sal Da Vinci (voce italiana della Pizza cu ‘e llente)
Cinzia De Carolis (voce italiana di Bo Peep)
Riccardo Scarafoni (voce italiana di Dr. Nutcase)
Ambrogio Colombo (voce italiana di Hamm)
Corrado Guzzanti (voce italiana di Duke Caboom)
Serena Sigismondo (voce italiana di Karen Beverly)
Gianluca Gazzoli (voce italiana di
Bullseye “Perfido”)
La legge della notte (leggi
qui la recensione), diretto e interpretato da Ben Affleck e
tratto dall’omonimo romanzo di Dennis Lehane, è un gangster movie che attraversa
gli anni del Proibizionismo americano raccontando l’ascesa e la
caduta di un uomo intrappolato tra ambizione, vendetta e desiderio
di libertà. Ambientato tra Boston, Tampa e Miami, il film segue il
percorso di Joe
Coughlin, figlio di un capitano di polizia che sceglie
consapevolmente la strada del crimine, convinto di poter
controllare il proprio destino in un mondo dominato dalla violenza
e dal potere.
Dietro la struttura classica del racconto criminale si nasconde
però una riflessione più complessa sulla colpa e sulle conseguenze
delle proprie scelte. Il finale del film, spesso considerato
malinconico e amaro, non rappresenta soltanto la conclusione della
guerra tra gangster che accompagna la vicenda.
È
il momento in cui Joe comprende finalmente il prezzo che ha pagato
per una vita costruita sulla vendetta e sul compromesso morale. La
sua storia si chiude infatti molto lontano dall’immagine romantica
del criminale vincente, trasformandosi in un percorso di espiazione
che ridefinisce completamente il significato dell’intero
racconto.
Come La legge
della notte rilegge il gangster movie classico attraverso la
parabola tragica di Joe Coughlin
Fin dalle prime sequenze, La legge della notte richiama
la tradizione dei grandi gangster movie americani. Le influenze di
opere come Il padrino,
C’era una volta in
America e i classici racconti criminali ambientati durante
il Proibizionismo sono evidenti nella costruzione narrativa e
nell’evoluzione del protagonista. Tuttavia Ben
Affleck sceglie di concentrarsi meno sulla
spettacolarizzazione dell’ascesa criminale e più sulle sue
conseguenze psicologiche.
Joe non è un criminale nato. È un reduce della Prima Guerra
Mondiale che torna a casa disilluso e incapace di accettare le
regole imposte dalla società. La sua ribellione iniziale appare
quasi romantica, alimentata dall’amore per Emma Gould (Sienna Miller),
amante del boss irlandese Albert White. Quando quel rapporto si trasforma in
un tradimento devastante, la sua esistenza prende una direzione
irreversibile.
Nel corso del film Joe conquista potere, ricchezza e rispetto
all’interno dell’organizzazione di Maso Pescatore, ma ogni successo coincide
con una nuova perdita. Questa progressiva erosione emotiva
rappresenta uno degli aspetti più interessanti dell’opera. Affleck
costruisce un protagonista che raggiunge tutto ciò che desidera sul
piano materiale mentre perde gradualmente ogni punto di riferimento
affettivo e morale.
Cosa succede
nel finale e perché la vittoria di Joe assomiglia più a una
sconfitta che a un trionfo
La parte conclusiva del film si sviluppa attorno al tradimento
definitivo orchestrato da Pescatore, ormai deciso a eliminare Joe per
sostituirlo con il proprio figlio Digger. Il boss mafioso ha compreso che
Joe non è disposto a seguire la nuova direzione del business,
basata sul traffico di droga, e considera la sua indipendenza una
minaccia.
Joe, tuttavia, anticipa la mossa del suo capo. Durante l’incontro
organizzato per decretare la sua condanna, riesce a sfruttare una
rete di tunnel utilizzata in passato per il contrabbando di alcol.
Ne nasce una sparatoria che elimina contemporaneamente tutti i suoi
nemici storici. Albert
White, Pescatore e Digger muoiono nello stesso conflitto, lasciando
Joe come unico sopravvissuto della lunga guerra criminale.
A
livello superficiale sembrerebbe il classico finale del gangster
che riesce a prevalere sui propri avversari. In realtà il film
suggerisce una lettura opposta. Quando Joe ritrova finalmente Emma,
la donna per cui aveva rischiato tutto anni prima, scopre che il
sentimento che lo aveva guidato era sostanzialmente un’illusione.
Emma gli confessa di non aver mai condiviso il suo amore e di
essere soddisfatta della nuova vita costruita lontano da lui.
Questo incontro è fondamentale perché distrugge definitivamente il
mito personale che aveva sostenuto Joe per anni. La vendetta, la
ricerca del potere e persino il desiderio di rivalsa erano nati da
una ferita sentimentale che improvvisamente perde ogni significato.
Joe comprende che il passato che inseguiva non esiste più e decide
di tornare da Graciela (Zoe Saldana),
l’unica persona che gli abbia offerto una prospettiva autentica di
felicità.
Il peso delle
perdite e il modo in cui il film trasforma il sogno criminale in
una riflessione sulla responsabilità
Il momento più tragico arriva dopo la conclusione della guerra tra
gangster. Joe e Graciela si trasferiscono a Miami, costruiscono una
famiglia e sembrano finalmente aver trovato una forma di serenità.
È qui che il film compie la sua scelta più significativa dal punto
di vista tematico.
La morte di Loretta
Figgis (Elle Fanning)
continua infatti a produrre conseguenze. Il padre della ragazza,
devastato dal dolore e ormai completamente consumato
dall’ossessione, rintraccia Joe e attacca la sua casa. Durante la
sparatoria Graciela viene uccisa.
Questo evento modifica radicalmente il significato del finale. Joe
ha sconfitto tutti i propri nemici criminali, ma non può sfuggire
alle conseguenze indirette delle sue azioni. Anche quando cerca di
costruire una vita diversa, il passato continua a reclamare il
proprio tributo.
La tragedia di Graciela dimostra che il vero antagonista della
storia non è un boss mafioso specifico. È l’intera esistenza
criminale scelta da Joe. Ogni decisione presa negli anni precedenti
ha contribuito a creare una catena di eventi che finisce per
distruggere ciò che aveva di più prezioso. La vittoria sul piano
criminale coincide quindi con una sconfitta sul piano umano.
Perché il
percorso di Joe può essere letto come una lenta ricerca di
redenzione impossibile
Osservando l’intero arco narrativo emerge un tema centrale: Joe
cerca costantemente una forma di redenzione pur continuando a
vivere all’interno di un sistema fondato sulla violenza. Aiuta lo
sceriffo Figgis a salvare la figlia dalla tossicodipendenza, si
oppone al traffico di droga imposto da Pescatore e prova a
costruire un’attività apparentemente più legittima attraverso il
gioco d’azzardo.
Tuttavia ogni tentativo si scontra con una realtà inevitabile. Joe
rimane un uomo che ha costruito il proprio potere attraverso il
crimine. Le sue buone intenzioni non cancellano il passato né
neutralizzano gli effetti delle sue scelte.
In questa prospettiva il suicidio di Loretta assume un valore
simbolico molto forte. La giovane donna rappresenta una delle poche
figure che cercano disperatamente una forma di purezza in un mondo
corrotto. Il suo fallimento anticipa in qualche modo quello dello
stesso Joe. Entrambi desiderano liberarsi dai propri errori, ma
scoprono che il passato continua a esercitare un’influenza
devastante sul presente.
Il film suggerisce quindi che la redenzione non possa essere
raggiunta attraverso il successo o il potere. L’unica possibilità
di salvezza consiste nell’accettazione delle proprie responsabilità
e nella volontà di dedicarsi agli altri.
Cosa significa
davvero il finale de La legge della notte
Il finale di La legge
della notte racconta la trasformazione di Joe da gangster
a uomo consapevole dei propri limiti e delle proprie colpe. Quando
perde Graciela, comprende definitivamente che la vita criminale non
produce vincitori. Tutti coloro che partecipano a quel mondo
finiscono inevitabilmente per pagare un prezzo.
La scelta di dedicarsi alle opere di beneficenza e alla crescita
del figlio Tommy rappresenta quindi l’ultimo capitolo della sua
evoluzione. Joe non può recuperare le persone che ha perduto, né
cancellare il sangue versato. Può però decidere come vivere il
tempo che gli resta.
L’ultima ironia del film arriva proprio attraverso Tommy, che
esprime il desiderio di diventare poliziotto come il nonno. Dopo
una vita trascorsa a sfidare la legge e a costruire la propria
identità contro l’autorità rappresentata dal padre, Joe vede il
figlio scegliere spontaneamente la strada opposta.
Questa conclusione racchiude il vero significato dell’opera. Il
film non celebra il successo del gangster, ma la possibilità di
interrompere un ciclo di violenza che si tramanda da una
generazione all’altra. Joe comprende che l’eredità più importante
non riguarda il denaro o il potere accumulato, bensì la possibilità
di offrire al figlio un futuro diverso dal proprio.
In questo senso il finale è profondamente malinconico ma anche
sorprendentemente speranzoso. Joe resta segnato dalle perdite e dai
rimorsi, ma riesce finalmente a trovare uno scopo che non sia
alimentato dall’odio, dalla vendetta o dall’ambizione. Dopo aver
vissuto nell’ombra della notte per gran parte della sua esistenza,
sceglie di dedicare ciò che resta della sua vita alla costruzione
di qualcosa che possa sopravvivere ai suoi errori.
Diretto e interpretato da Robert
Redford, La
regola del silenzio – The Company You Keep è un
thriller politico che utilizza la struttura del film di fuga
per riflettere sul peso delle scelte compiute in gioventù e sulle
conseguenze che continuano a inseguire una persona per decenni.
Tratto dal romanzo di Neil
Gordon, il film intreccia passato e presente, ideali
rivoluzionari e responsabilità familiari, costruendo una narrazione
che va ben oltre il semplice racconto di un uomo braccato
dall’FBI.
Quando il protagonista Jim
Grant, in realtà l’ex attivista radicale
Nick Sloan, viene
smascherato dopo oltre trent’anni di clandestinità, la vicenda
assume rapidamente i contorni di una corsa contro il tempo.
Tuttavia il vero obiettivo del personaggio non è evitare l’arresto.
Il finale del film chiarisce progressivamente che la sua fuga
rappresenta un tentativo disperato di proteggere la figlia e
chiudere definitivamente i conti con un passato che non ha mai
davvero smesso di esistere. È proprio questa consapevolezza a
rendere il finale uno dei momenti più significativi dell’intera
opera.
Come Robert
Redford trasforma il thriller politico in una riflessione sul
tempo, la colpa e la memoria della generazione degli anni
Settanta
Nel corso della sua carriera, Robert
Redford ha spesso affrontato il rapporto tra individuo
e istituzioni. Film come I tre giorni del
Condor, Tutti gli uomini del presidente e, più tardi, il
suo lavoro da regista hanno mostrato un interesse costante verso i
meccanismi del potere, la verità e le conseguenze delle scelte
politiche. La regola del
silenzio – The Company You Keep si inserisce perfettamente
in questa tradizione, ma con una prospettiva più malinconica e
disillusa.
L’universo dei vecchi militanti del Weather Underground viene raccontato come
una comunità dispersa, composta da persone che hanno costruito
nuove identità e nuove vite. Alcuni restano fedeli agli ideali
rivoluzionari del passato, altri hanno scelto di lasciarsi tutto
alle spalle. Jim appartiene a quest’ultima categoria. Non è un uomo
che combatte ancora una battaglia politica. È un padre che cerca
disperatamente di preservare ciò che ha costruito dopo decenni di
silenzio.
Questa impostazione distingue il film da molti thriller
contemporanei. Il centro della storia non è il mistero giudiziario
né la caccia all’uomo orchestrata dall’FBI. Il vero conflitto
riguarda la possibilità di ottenere una forma di redenzione dopo
una vita vissuta sotto il peso di una colpa mai realmente
elaborata. Redford costruisce così un racconto in cui il passato
non è un semplice elemento narrativo, ma una presenza costante che
continua a modellare il presente.
Cosa succede
nel finale e perché Jim sceglie di affrontare l’arresto invece di
continuare a fuggire
La parte conclusiva del film porta Jim a rintracciare finalmente
Mimi Lurie,
l’unica persona in grado di dimostrare la sua innocenza rispetto
alla rapina del 1980 durante la quale venne uccisa una guardia
giurata. Per anni Jim ha vissuto come un uomo colpevole agli occhi
della legge, pur sapendo di non essere presente sulla scena del
crimine.
L’incontro tra i due assume immediatamente un valore simbolico.
Mimi rappresenta ciò che resta della loro giovinezza
rivoluzionaria, un passato che Jim vorrebbe chiudere
definitivamente. Lei continua a credere nella causa che li aveva
uniti decenni prima, mentre lui guarda ormai alla propria esistenza
attraverso gli occhi di padre. La distanza tra i due evidenzia
quanto il tempo abbia modificato le loro priorità.
Durante il confronto emerge anche un’altra rivelazione
fondamentale: la figlia che Jim e Mimi avevano abbandonato molti
anni prima è ancora viva ed è cresciuta ignara della propria vera
identità. Questa scoperta amplia ulteriormente il tema della
responsabilità personale, mostrando come le scelte del passato
abbiano avuto conseguenze molto più profonde di quanto i
protagonisti avessero immaginato.
Quando l’FBI si avvicina, Jim prende una decisione cruciale.
Abbandona la possibilità di una nuova fuga e si lascia arrestare. A
prima vista potrebbe sembrare una resa, ma il significato è
esattamente opposto. Per la prima volta nella storia, Jim smette di
nascondersi. Accetta di affrontare apertamente il proprio passato,
confidando che la verità possa finalmente emergere.
Il sacrificio produce l’effetto desiderato. Mimi decide di
consegnarsi alle autorità e conferma l’alibi che scagiona Jim. La
sua testimonianza dimostra che l’uomo non partecipò all’omicidio
per il quale era stato ricercato per oltre trent’anni. Grazie a
questo gesto, Jim può tornare libero e riabbracciare la figlia
Isabel.
Il significato
del rapporto tra Jim, Isabel e la figlia perduta: la famiglia come
occasione di redenzione
Il cuore emotivo del film si trova nel rapporto tra Jim e la figlia
Isabel. Fin dalle prime scene, ogni scelta del protagonista è
guidata dalla volontà di proteggerla. Quando fugge, non lo fa per
salvare sé stesso, ma per evitare che la bambina venga travolta
dalle conseguenze della sua vera identità.
Questo elemento modifica completamente la lettura della vicenda. Se
negli anni Settanta Jim era disposto a sacrificare tutto per una
causa politica, nel presente il suo unico ideale è rappresentato
dalla famiglia. La trasformazione del personaggio diventa così il
principale tema del film.
Anche la scoperta della figlia abbandonata insieme a Mimi rafforza
questa interpretazione. Jim si confronta improvvisamente con due
paternità: quella che ha scelto di esercitare e quella che aveva
rinnegato in nome della militanza politica. Il film suggerisce che
la maturità consiste proprio nel riconoscere gli errori commessi e
assumersene la responsabilità.
Da questo punto di vista, la liberazione finale non deriva
dall’assoluzione giudiziaria. Jim era innocente rispetto
all’omicidio già prima che Mimi parlasse. La vera liberazione
consiste nell’aver finalmente smesso di fuggire dalle conseguenze
delle proprie scelte. Soltanto affrontando il passato può costruire
un futuro autentico con Isabel.
Perché il
giornalista Ben Shepard diventa il vero arbitro morale della
storia
Un aspetto spesso sottovalutato del finale riguarda il personaggio
di Ben Shepard.
All’inizio del film il giovane reporter appare come un giornalista
ambizioso, interessato soprattutto a ottenere uno scoop capace di
rilanciare la sua carriera.
Nel corso della vicenda, però, Ben comprende gradualmente che la
realtà è molto più complessa della narrazione pubblica. Le persone
che sta inseguendo non sono semplicemente criminali o eroi
politici. Sono individui segnati da decenni di compromessi, rimorsi
e segreti.
La sua evoluzione culmina nella scelta finale di non rivelare
alcuni dettagli che potrebbero distruggere la vita di Rebecca, la
figlia segreta di Jim e Mimi. È una decisione significativa perché
contrasta con la logica del sensazionalismo mediatico che aveva
guidato la sua indagine iniziale.
Il film suggerisce che la verità non coincide sempre con la totale
esposizione pubblica dei fatti. Esiste una differenza tra informare
e infliggere ulteriori sofferenze. Ben comprende questa distinzione
e sceglie di esercitare un giudizio morale, diventando una figura
fondamentale nel percorso di riconciliazione che conclude la
storia.
Cosa significa
davvero il finale de La regola del silenzio – The Company You
Keep
Il finale di La regola
del silenzio – The Company You Keep parla della
possibilità di convivere con il passato senza esserne prigionieri.
Jim non cancella ciò che ha fatto né recupera il tempo perduto. Le
cicatrici restano. Le persone che ha amato continuano a portare il
peso delle decisioni prese decenni prima.
Eppure il film sostiene che esiste una differenza fondamentale tra
essere definiti dai propri errori e assumersene la responsabilità.
Per oltre trent’anni Jim ha vissuto nascosto dietro una falsa
identità. Alla fine decide di esporsi, accettando il rischio di
perdere tutto. Proprio questa scelta gli permette di ottenere ciò
che desiderava davvero: una vita sincera accanto alla figlia.
L’ultima immagine di Jim che si riunisce a Isabel non rappresenta
una vittoria trionfale. È una conclusione più sobria e umana. Il
protagonista comprende che la redenzione non nasce dall’oblio, ma
dalla capacità di guardare in faccia il proprio passato.
In questo senso il film di Redford assume una dimensione
universale. Dietro il thriller politico e la caccia all’uomo si
nasconde una riflessione sul tempo, sulla memoria e sulla
possibilità di cambiare. Il passato non può essere riscritto, ma
può essere compreso. Ed è proprio in quella comprensione che Jim
trova finalmente la libertà che ha inseguito per tutta la vita.
Apple
TV+ ha diffuso il trailer ufficiale di Lucky, la nuova serie limitata con protagonista
Anya Taylor-Joy, che oltre a interpretare il
personaggio principale figura anche tra i produttori esecutivi del
progetto. Il thriller debutterà sulla piattaforma il prossimo 15
luglio con i primi due episodi, mentre i successivi saranno
distribuiti settimanalmente fino al 19 agosto.
La serie è tratta dall’omonimo
romanzo bestseller del New York
Times scritto da Marissa Stapley, scelto anche dal celebre
Reese’s Book Club. Al centro della storia troviamo Lucky, una
brillante truffatrice che si ritrova improvvisamente in pericolo
quando una rapina milionaria finisce nel peggiore dei modi.
Costretta a fuggire, la donna dovrà sfuggire contemporaneamente
all’FBI e a un pericoloso boss criminale, mentre cerca
disperatamente una possibilità di salvezza.
Accanto ad Anya Taylor-Joy
troviamo un cast di alto livello composto da Annette Bening, Timothy Olyphant, Aunjanue
Ellis-Taylor, Drew Starkey,
Clifton Collins Jr. e
William Fichtner. Un
ensemble che conferma le ambizioni di Apple TV+ per uno dei suoi
titoli più attesi dell’estate.
Perché Lucky potrebbe diventare il prossimo thriller di punta di
Apple TV+
Dietro Lucky troviamo nomi che negli ultimi anni
hanno contribuito ad alcuni dei maggiori successi della
piattaforma. La serie è stata ideata, scritta e prodotta da
Jonathan Tropper, già
autore di diversi progetti per Apple TV+, mentre la regia
dell’episodio pilota è affidata a Jonathan van
Tulleken.
Particolarmente significativo
è anche il coinvolgimento della società di produzione Hello
Sunshine, fondata da Reese Witherspoon. Lo studio
ha già firmato alcune delle produzioni più apprezzate della
piattaforma, tra cui il pluripremiato The Morning Show,
L’ultima cosa che mi ha
detto, Truth Be Told e
Surface.
Le prime immagini mostrano una
serie che punta su suspense, azione e tensione psicologica,
elementi che si sposano perfettamente con il talento di Anya
Taylor-Joy, già protagonista di produzioni come La regina degli
scacchi e Furiosa: A Mad Max
Saga. Se riuscirà a mantenere le promesse del
trailer, Lucky potrebbe
rappresentare uno dei thriller seriali più interessanti dell’estate
televisiva.
Mentre Masters of the Universe si
prepara ad arrivare nelle sale, Nicholas Galitzine
ha deciso di rendere omaggio a uno dei momenti più iconici della
cultura pop legata a He-Man. Ospite del The Tonight Show, l’attore ha infatti ricreato
il celebre meme “HEYYEYAAEYAAAEYAEYAA”, diventato virale negli anni
2010 e ancora oggi considerato uno dei fenomeni più amati dai fan
della saga.
Nel
breve sketch televisivo, Galitzine indossa una parrucca bionda
ispirata al Principe Adam e ripropone la celebre sequenza musicale
basata sulla canzone What’s
Up? delle 4 Non Blondes, accompagnata dall’inconfondibile
sfondo arcobaleno che ha reso immortale il meme. Un momento leggero
e autoironico che ha rapidamente conquistato il pubblico online e
che arriva a pochi giorni dall’uscita del nuovo adattamento
live-action di Masters of the
Universe.
L’iniziativa non è soltanto una trovata promozionale. In un’epoca
in cui molte produzioni cercano di prendere le distanze dagli
aspetti più eccentrici del proprio passato, Galitzine dimostra
invece di conoscere e apprezzare la cultura che si è sviluppata
attorno al franchise nel corso degli anni. Un segnale che potrebbe
contribuire a rafforzare il rapporto tra il nuovo film e la storica
comunità di appassionati.
Il legame con il meme di He-Man
dimostra quanto il nuovo film voglia abbracciare l’eredità del
franchise
Per comprendere l’importanza del gesto bisogna tornare indietro di
oltre vent’anni. Il celebre meme nasce infatti da una parodia
realizzata nel 2005 che trasformava il protagonista della serie
animata originale in un improbabile cantante della hit
What’s Up?. Negli anni
successivi la clip è diventata uno dei contenuti più condivisi
della cultura internet, contribuendo a mantenere vivo l’immaginario
di He-Man anche durante il lungo periodo di assenza del franchise
dal grande schermo.
Il nuovo film vede Galitzine nei panni del Principe Adam, erede di
Eternia costretto a tornare sul suo pianeta per affrontare il
malvagio Skeletor, interpretato da Jared
Leto. Al suo fianco troviamo Teela, interpretata
da Camila Mendes, in una
storia che punta a rilanciare l’universo fantasy creato da Mattel
per una nuova generazione di spettatori.
La scelta di abbracciare apertamente uno degli aspetti più memetici
della saga suggerisce una direzione interessante. Piuttosto che
rinnegare gli elementi più bizzarri del passato, il nuovo
Masters of the Universe
sembra volerli integrare nella propria identità, trasformando la
nostalgia in uno strumento narrativo e promozionale. Considerando
le ottime prime reazioni della critica, questo equilibrio tra
rispetto della tradizione e modernizzazione potrebbe rivelarsi una
delle chiavi del successo del film.
Brutte notizie per i fan di Stargate. Amazon ha ufficialmente deciso di non andare
avanti con la
nuova serie televisiva dedicata allo storico franchise
fantascientifico, nonostante il progetto avesse già ottenuto un
ordine ufficiale alla produzione nel novembre 2025. La decisione
mette fine, almeno per ora, a uno dei ritorni più attesi dagli
appassionati della saga nata nel 1994.
Secondo quanto riportato da Variety, i dirigenti di Amazon
avrebbero espresso dubbi sulla capacità della serie di attrarre un
pubblico ampio, temendo che il progetto fosse troppo orientato
verso i fan storici del franchise. Una valutazione che ha portato
lo studio a interrompere lo sviluppo nonostante il coinvolgimento
di figure chiave della storia di Stargate, tra cui Martin Gero come showrunner e
produttore esecutivo, oltre a Roland Emmerich, regista del film
originale del 1994.
La
cancellazione sorprende soprattutto perché il progetto era stato
sviluppato per oltre due anni con l’obiettivo dichiarato di creare
un nuovo punto di ingresso per il pubblico contemporaneo senza
rinnegare la continuità costruita da decenni di storie. Una
strategia che negli ultimi anni ha permesso ad altri franchise
storici di ritrovare nuova vita presso le nuove generazioni.
Perché la cancellazione di
Stargate racconta la nuova strategia di Amazon sulle grandi
saghe
La vicenda evidenzia una tendenza sempre più evidente nel mercato
dello streaming: possedere un marchio storico non basta più per
ottenere il via libera definitivo. Amazon sembra voler puntare su
proprietà intellettuali capaci di generare immediatamente un forte
richiamo presso il pubblico generalista, riducendo il rischio di
produzioni percepite come troppo legate a una fanbase
consolidata.
Eppure Stargate
rappresenta molto più di una semplice serie cult. Dopo il film con
Kurt Russell e James Spader, il franchise ha
costruito un universo narrativo vastissimo attraverso dieci
stagioni di Stargate SG-1,
cinque stagioni di Stargate
Atlantis e le successive espansioni televisive e
cinematografiche.
A
rendere ancora più amara la situazione sono state le parole di Joe
Mallozzi, storico produttore del franchise, che ha contestato
apertamente l’idea secondo cui il progetto fosse rivolto
esclusivamente ai fan di lunga data. Secondo Mallozzi, la nuova
serie era stata progettata proprio per accogliere nuovi spettatori,
mantenendo però lo spirito di avventura, esplorazione, scoperta e
senso della famiglia che aveva reso celebre la saga.
La porta degli Stargate, tuttavia, potrebbe non essersi chiusa
definitivamente. Amazon avrebbe infatti confermato di essere ancora
interessata al marchio e di voler continuare a esplorare possibili
modi per riportare il franchise sullo schermo. Per ora il progetto
di Martin Gero è stato archiviato, ma il fatto che lo studio non
abbia abbandonato la proprietà lascia aperta la possibilità di una
nuova incarnazione nei prossimi anni.
A
pochi giorni dall’uscita nelle sale, Masters of the Universe ha già
raggiunto un traguardo storico per il franchise. Il nuovo
adattamento live-action diretto da Travis Knight e interpretato da
Nicholas Galitzine ha infatti ottenuto il miglior punteggio della
storia cinematografica della saga su Rotten Tomatoes, superando un
record che durava da oltre quattro decenni.
Secondo i primi 46 giudizi della critica raccolti dall’aggregatore,
il film si attesta attualmente al 74% di recensioni positive, un
risultato che supera nettamente sia il 60% ottenuto dal film
animato The Secret of the
Sword del 1985 sia il celebre live-action del 1987 con Dolph
Lundgren, fermo al 21%. Le recensioni evidenziano soprattutto la
capacità del regista di bilanciare l’avventura fantasy, l’eredità
degli anni Ottanta e una sensibilità contemporanea, con particolare
attenzione al percorso di crescita del Principe Adam interpretato
da Galitzine.
La notizia è particolarmente significativa perché arriva dopo quasi
vent’anni di tentativi falliti di rilanciare il franchise sul
grande schermo. Per anni il progetto è rimasto bloccato tra cambi
di studio, sceneggiature riscritte e continui rinvii. Il fatto che
il film stia ottenendo recensioni positive prima ancora del debutto
potrebbe rappresentare il primo vero segnale di rinascita per uno
dei marchi fantasy più iconici della cultura pop.
Perché il nuovo He-Man potrebbe
finalmente rilanciare un universo rimasto fermo dagli anni
Ottanta
Al di là del punteggio su Rotten Tomatoes, ciò che emerge dalle
prime recensioni è la volontà di costruire una versione di He-Man
diversa da quella che il pubblico ricordava. Molti critici hanno
sottolineato come Nicholas Galitzine riesca a dare maggiore
profondità emotiva al Principe Adam, trasformandolo in un
protagonista più vulnerabile e moderno senza rinunciare all’epicità
del guerriero di Eternia.
Questo approccio potrebbe essere la chiave per il futuro della
saga. Il film racconta infatti il ritorno di Adam sul pianeta
Eternia dopo quindici anni di assenza, mentre Skeletor,
interpretato da Jared
Leto, minaccia di conquistare il regno. Al suo
fianco troviamo Teela, interpretata da Camila Mendes, la
Sorceress interpretata da Morena Baccarin e Man-At-Arms,
interpretato da Idris
Elba.
Se il pubblico dovesse confermare l’entusiasmo mostrato dalla
critica, Masters of the
Universe potrebbe fare ciò che nessun film della saga è
riuscito a realizzare negli ultimi quarant’anni: trasformare He-Man
da semplice icona nostalgica a protagonista di un nuovo franchise
cinematografico. In un momento in cui Hollywood cerca continuamente
proprietà intellettuali capaci di generare universi condivisi,
Eternia potrebbe finalmente essere pronta per tornare al centro
della scena fantasy.
Netflix sta sviluppando una serie remake di
…E giustizia per tutti, il celebre
thriller giudiziario del 1979 con Al Pacino. Il progetto sarà prodotto da Sony
Pictures Television e riporterà sullo schermo una versione
aggiornata della storia dell’avvocato idealista Arthur Kirkland,
costretto a combattere contro un sistema legale corrotto fino al
collasso personale. Una scelta che conferma quanto le piattaforme
streaming stiano tornando a puntare sui legal drama adulti dopo
anni dominati da fantasy, sci-fi e franchise.
Secondo Deadline, la nuova
serie sarà scritta da Jeremy Miller e Dan
Cohn, già coinvolti in produzioni come Ally
McBeal, mentre Ross Fineman — produttore di The Lincoln Lawyer — supervisionerà
il progetto come executive producer. Il film originale diretto da
Norman Jewison raccontava la discesa psicologica di Arthur
Kirkland, interpretato da Al Pacino, chiamato a difendere un
giudice accusato di stupro nonostante un rapporto personale
profondamente conflittuale con lui. Il film ottenne due nomination
agli Oscar, incluso quella per Pacino, e nel tempo è diventato uno
dei legal thriller più influenti della sua epoca.
La notizia arriva inoltre in un
momento strategicamente molto preciso per Netflix. Con The
Lincoln Lawyer ormai vicino alla conclusione, la piattaforma
sembra voler individuare un nuovo legal drama capace di mantenere
quel pubblico adulto che continua a consumare enormi quantità di
serialità procedurale e giudiziaria. E scegliere proprio
…E giustizia per tutti non appare
casuale: rispetto ai legal drama più tradizionali, il film
originale era profondamente politico, rabbioso e moralmente
ambiguo.
Il remake di …E
giustizia per tutti potrebbe riportare il legal
thriller politico al centro della TV
La versione originale del 1979
apparteneva a un cinema americano profondamente ossessionato dalla
sfiducia nelle istituzioni. Negli anni post-Watergate, film come
…E giustizia per tutti raccontavano
un sistema giudiziario incapace di garantire davvero giustizia,
dove gli stessi avvocati finivano lentamente schiacciati dalla
corruzione strutturale del potere.
Ed è proprio questo elemento a
rendere il remake particolarmente interessante oggi. In un panorama
televisivo dominato da procedural sempre più leggeri o costruiti
come comfort show, Netflix sembra voler recuperare una dimensione
più aggressiva e disillusa del legal drama. Il protagonista
descritto nel progetto non sarà semplicemente un brillante
avvocato, ma un uomo progressivamente consumato da un sistema
impossibile da correggere.
Anche il coinvolgimento creativo di
autori provenienti da Ally McBeal e The Lincoln
Lawyer suggerisce una direzione precisa: unire il ritmo
seriale contemporaneo con il peso morale e psicologico del cinema
giudiziario anni ’70. Se il progetto riuscirà davvero a mantenere
il cinismo e la tensione dell’originale senza trasformarlo in un
semplice procedural da binge watching, Netflix potrebbe avere tra
le mani una delle sue serie adulte più interessanti degli ultimi
anni.
Resta poi inevitabile il confronto
con Al Pacino. La sua interpretazione di Arthur Kirkland è
considerata una delle performance più intense della sua carriera,
culminata nel celebre monologo finale diventato iconico nella
storia del cinema americano. Qualunque attore verrà scelto per il
remake dovrà inevitabilmente confrontarsi con quell’eredità.
Ma forse il vero punto non sarà
replicare Pacino. La sfida sarà capire se il pubblico contemporaneo
sia ancora disposto ad accettare un legal thriller così pessimista,
furioso e politicamente disperato. E proprio per questo il remake
di …E giustizia per tutti potrebbe
arrivare nel momento perfetto.
Il remake di Possession
continua a prendere forma e ora arriva anche la benedizione più
importante possibile: quella di Isabelle Adjani. L’attrice protagonista del
cult horror originale del 1981 ha commentato pubblicamente la
scelta di
Margaret Qualley come nuova interprete di Anna nel
remake diretto da Parker Finn, regista di
Smile. E le sue parole sembrano dissipare
molti dei dubbi attorno a uno dei progetti horror più rischiosi e
discussi degli ultimi anni.
Parlando con Numero,
Adjani ha definito Margaret Qualley
“incredibilmente talentuosa”, ricordando anche un curioso
incontro avvenuto anni fa durante una cena, quando l’attrice le
disse di sentirsi fisicamente più simile a lei che a sua madre.
Secondo Adjani, questa somiglianza avrebbe persino influenzato la
scelta del casting per il remake di Possession. L’attrice
francese ha inoltre sottolineato come il clima cinematografico
contemporaneo, sempre più attratto da horror estremi, disturbanti e
psicologicamente destabilizzanti, renda oggi possibile il ritorno
di un film così radicale.
Il remake sarà diretto da Parker
Finn, autore del successo Smile, con Margaret
Qualley e Callum Turner nei ruoli principali di Anna e
Mark. Robert Pattinson produrrà il
progetto dopo essere stato inizialmente accostato anche come
possibile protagonista. Il film originale di Andrzej
Żuławski, uscito nel 1981, fu un flop commerciale ma è
diventato nel tempo uno dei cult horror più influenti di sempre
grazie alla sua miscela di body horror, psicodramma e follia
emotiva. E proprio questa intensità rappresenta oggi la sfida più
grande del remake.
Margaret Qualley potrebbe essere
la scelta perfetta per il nuovo Possession
La scelta di Margaret Qualley
appare particolarmente interessante perché l’attrice è una delle
poche interpreti contemporanee capaci di sostenere un horror
fisico, emotivo e psicologicamente estremo come
Possession. Dopo il successo di
The
Substance, dove ha dimostrato una notevole
capacità di attraversare body horror, deformazione identitaria e
fragilità emotiva, Qualley sembra infatti perfettamente allineata
al tipo di performance richiesto dal ruolo di Anna.
Il problema, però, resta enorme:
l’interpretazione di Isabelle Adjani nel film originale è
considerata una delle performance più disturbanti e radicali della
storia del cinema horror. La celebre scena della metropolitana è
diventata iconica proprio perché capace di trasformare il collasso
psicologico in qualcosa di quasi fisicamente insostenibile per lo
spettatore. Qualsiasi remake rischia inevitabilmente il confronto
diretto con quell’intensità.
Ed è qui che Parker Finn potrebbe
rappresentare la vera chiave del progetto. Con Smile, il
regista ha già dimostrato di saper lavorare su horror emotivi e
destabilizzanti, costruiti più sulla degradazione mentale dei
personaggi che sui semplici jump scare. Il suo stile potrebbe
quindi adattarsi sorprendentemente bene al caos emotivo e alla
dimensione quasi metafisica di Possession.
Anche il contesto industriale
sembra favorevole. Il successo recente di horror anomali,
sperimentali e profondamente disturbanti come Backrooms,
Obsession e lo stesso The Substance dimostra che
il pubblico contemporaneo è sempre più aperto a esperienze horror
estreme e non convenzionali. Film che un tempo sarebbero stati
relegati al circuito cult oggi possono diventare eventi
mainstream.
Per questo il remake di
Possession potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto più
importante di una semplice operazione nostalgia. Se riuscirà
davvero a mantenere la “furia maniacale” promessa da Parker Finn
senza addomesticare il materiale originale, il film potrebbe
riportare il grande horror autoriale e psicologico al centro del
cinema commerciale contemporaneo.