Send Help, thriller vietato ai minori
diretto da Sam Raimi,
stava per diventare
un’esclusiva streaming. A impedirlo è stato lo stesso
regista, che ha deciso di lasciare Sony pur di garantire al film
un’uscita cinematografica. Ora Raimi ha raccontato cosa è successo
dietro le quinte.
Il
film, interpretato da Rachel McAdams e
Dylan O’Brien, segue due
colleghi naufragati su un’isola deserta, costretti a sopravvivere
affrontando non solo l’orrore della situazione, ma anche il rancore
che li divide.
Sony voleva lo streaming,
Raimi ha detto no
In
un’intervista a The Wrap,
Raimi ha spiegato che Sony, inizialmente distributrice del progetto, aveva
deciso di rinunciare alle
sale dopo le difficoltà produttive causate dalla
pandemia:
«Ci dissero: “Non possiamo farlo come film da sala.
Possiamo farlo come un film streaming, a budget ridotto e più
controllato”».
Una soluzione che però non convinceva affatto il regista, che
concepisce il cinema come un’esperienza collettiva:
«Non voglio sembrare snob, ma progetto i miei film per
il pubblico in sala. Ho bisogno di quell’interazione. È un sapore
diverso, e io lavoro proprio su quello».
Il passaggio a 20th
Century Studios
Piuttosto che accettare compromessi, Raimi ha scelto di
abbandonare Sony
e portare Send Help a
20th Century
Studios, dove ha trovato un atteggiamento
completamente diverso. I nuovi dirigenti non solo hanno sostenuto
la sua visione, ma hanno chiesto “più energia e più follia” nello
script.
Secondo Raimi, lo studio ha capito che il punto di forza del film
era proprio la sua natura anomala:
«Hanno riconosciuto che era qualcosa di unico.
Cambiarlo non lo avrebbe migliorato. Hanno deciso di abbracciarlo
per quello che era».
Un’esperienza che il regista ha definito rara: note creative
incisive, senza snaturare il progetto, e il coraggio di puntare su un film
originale in un’industria sempre più dominata da sequel e
franchise.
Un rischio che ha pagato
al botteghino
La scommessa si è rivelata vincente. Send Help ha debuttato al primo posto al box office,
incassando 24 milioni di
dollari negli Stati Uniti e 32 milioni a livello globale
nel weekend di apertura.
Il film ha inoltre ottenuto la certificazione Certified Fresh su Rotten Tomatoes,
con un punteggio del 93%, grazie soprattutto alla sceneggiatura di
Damian Shannon e Mark
Swift e alle performance intense di McAdams e O’Brien.
Il cast include anche Edyl Ismail, Xavier Samuel, Chris Pang, Dennis Haysbert,
Thaneth Warakulnukroh, Emma Raimi e Kristy Best.
Dopo titoli cult come The
Evil Dead, la trilogia di Spider-Man, Oz:
Il grande e potente e Doctor Strange nel
Multiverso della Follia, Sam Raimi aggiunge così
un nuovo successo horror
alla sua filmografia, dimostrando che — quando si tratta
di cinema — la sala conta
ancora.
Send Help è attualmente
in programmazione nei
cinema.
In copertina: Sam Raimi partecipa alla prima britannica di Send
Help all’Odeon Luxe Leicester Square. Foto di fredduval via
DepositPhotos.com
Un
nuovo report finanziario ha rivelato cifre sorprendenti sugli
investimenti di Amazon per i
contenuti di Prime Video nel 2025,
offrendo un confronto diretto con i principali competitor dello
streaming, a partire da Netflix. I numeri confermano una strategia sempre più
aggressiva e di lungo periodo.
Oltre 22 miliardi di
dollari: cosa includono gli investimenti Amazon
Secondo quanto emerso dal filing annuale della società,
Amazon ha speso nel 2025
ben 22,4 miliardi di dollari per contenuti video e
musicali, con un aumento del 10% rispetto all’anno precedente. Il budget
comprende:
produzioni originali
costi di licensing
contenuti acquistati, noleggiati
e in abbonamento digitale
Il
2025 è stato un anno particolarmente rilevante per Prime Video, con
titoli di peso come Fallout (stagione 2),
Invincible
(stagione 3), Another Simple
Favor, The Mighty
Nein e Reacher
(stagione 3).
Nel documento, Amazon specifica anche il metodo contabile
utilizzato per i contenuti, chiarendo che i diritti vengono
registrati come asset e ammortizzati nel tempo in base ai pattern
di visione stimati.
Un capitolo fondamentale della spesa riguarda inoltre i
diritti NFL per il
Thursday Night Football, valutati intorno a
1 miliardo di dollari
l’anno, segno di quanto lo sport live resti centrale nella
strategia Prime Video.
Confronto con Netflix e
il futuro dello streaming
Un’analisi di Ampere Analysis indica che nel 2025
Netflix, Prime Video,
HBO
Max, Disney+, Paramount+ e Apple
TV+ spenderanno complessivamente oltre 101 miliardi di dollari a
livello globale, con un incremento medio del 6%.
Netflix, in particolare, ha fatto sapere che Stranger Things
stagione 5 ha raggiunto un budget vicino ai 400 milioni di dollari, mentre una
parte crescente degli investimenti sarà destinata a contenuti
live.
Guardando avanti, Andy
Jassy, CEO di Amazon, ha annunciato che il
2026 segnerà una svolta
ancora più radicale, con investimenti complessivi
(trainati anche dall’AI) destinati a crescere fino a
200 miliardi di
dollari.
Per Prime Video, il 2026 si preannuncia altrettanto ambizioso: in
arrivo nuovi contenuti come The Night Manager
stagione 2, Cross
stagione 2, The Wrecking
Crew con Jason Momoa,
Young Sherlock, Invincible stagione 4 e la
stagione finale di
The
Boys.
Numeri che confermano come Amazon stia giocando una partita sempre
più centrale nella guerra globale dello streaming.
I
Marvel Studios si preparano a
entrare nella fase più decisiva del Marvel Cinematic Universe, con
Avengers: Secret
Wars pronto a dare il via alle riprese
quest’estate e a chiudere definitivamente la
Multiverse Saga. E proprio in queste ore arriva una
dichiarazione destinata ad accendere l’hype dei fan.
In
una nuova intervista rilasciata a CinemaBlend, Chris Hemsworth ha
parlato del futuro di Thor e ha indicato senza esitazioni
chi vorrebbe al suo fianco
nel prossimo grande crossover Marvel.
Thor e Storm: il crossover
che Hemsworth vuole davvero
Durante una chiacchierata informale con Halle Berry, Hemsworth ha
scherzato sull’assenza di Storm da Avengers: Doomsday,
in arrivo a dicembre 2026. Alla domanda se Thor fosse “sollevato”
dal non dover condividere la scena con un’eroina dai poteri
climatici simili ai suoi, l’attore australiano ha risposto senza
mezzi termini:
«No, ero deluso. Penso che Thor direbbe: “Siamo uguali,
abbiamo qualcosa in comune: il controllo dei fenomeni
atmosferici”».
Hemsworth ha poi aggiunto, tra il serio e il faceto, che
farà di tutto per
“assicurarsi che Halle Berry sia nel prossimo film”,
lasciando intendere un possibile ingresso di Storm nel cast di
Avengers: Secret
Wars.
In una recente intervista a ScreenRant, Halle Berry non ha escluso
un futuro ritorno della sua Storm nel MCU, pur confermando di
non essere coinvolta in
Avengers: Doomsday. Considerando che gran parte del cast di Secret Wars non è
ancora stato annunciato, l’ipotesi di una sua presenza nel
capitolo finale della saga resta più che plausibile.
Va inoltre ricordato che Avengers: Doomsday sarà sottoposto a
riprese aggiuntive in
primavera, prima che i Marvel Studios si concentrino
totalmente su Secret
Wars durante l’estate. Uno scenario che lascia ampio spazio a
apparizioni a sorpresa e
ritorni clamorosi, soprattutto in un film che promette di
essere il punto di convergenza di più universi narrativi.
Date di uscita e prossimi
film Marvel
Avengers: Doomsday – al cinema il
18 dicembre
2026
Avengers: Secret Wars – uscita fissata al
17 dicembre
2027
Se Thor e Storm finiranno davvero per condividere il campo di
battaglia in Secret
Wars, lo scopriremo nei prossimi mesi. Ma una cosa è certa:
Chris Hemsworth ha già
scelto il suo team-up perfetto.
Il
regista che ha rilanciato l’universo di Predator compie un nuovo, decisivo passo nella
sua carriera. Dan
Trachtenberg, autore di Predator:
Badlands, ha siglato un accordo first-look triennale con
Paramount
Pictures.
In
base all’intesa, Trachtenberg svilupperà, produrrà e dirigerà nuovi progetti per lo
studio, lavorando a stretto contatto con il collaboratore
di lunga data Ben
Rosenblatt. Un ritorno significativo, considerando che
proprio Paramount aveva distribuito nel 2016 10 Cloverfield
Lane, il film che ha lanciato
definitivamente il regista sulla scena internazionale.
Un “sogno che si realizza”
per Trachtenberg
In
una dichiarazione ufficiale, Trachtenberg ha definito l’accordo
“un sogno che si
realizza”, ricordando il legame emotivo con lo studio:
“Da bambino ricordo il logo Paramount come la promessa
di un’avventura epica. Oggi poter contribuire a quella eredità,
portando storie grandi ed emozionanti sul grande schermo, è
qualcosa di incredibile.”
Il regista ha aggiunto di non vedere l’ora di collaborare con i
vertici creativi dello studio – Dana Goldberg, Josh Greenstein e Don Granger – per
una visione condivisa: riportare Paramount al centro del cinema spettacolare e
d’autore.
Parole di grande stima anche da parte dei co-chairman di Paramount
Motion Picture Group, che hanno definito Trachtenberg
“un autore audace,
ambizioso e dotato di una rara sensibilità per tensione, scala e
racconto”, sottolineando come il suo cinema riesca a
connettersi con un pubblico globale.
Il successo di Predator:
Badlands e il rilancio del franchise
L’accordo arriva dopo l’enorme successo di Predator: Badlands, uscito nelle sale
nel novembre 2025. Il film ha incassato 184,5 milioni di dollari nel mondo,
diventando il maggiore
successo al box office nella storia del franchise,
superando persino Alien
vs. Predator (2004).
Un risultato che conferma il ruolo centrale di Trachtenberg nel
rinnovamento della saga, iniziato con Prey,
accolto come una vera boccata d’aria fresca dai fan e dalla
critica, e valso al regista due nomination agli Emmy per regia e sceneggiatura.
Più recente è anche l’esperimento animato Predator: Killer of
Killers, distribuito su Hulu.
Predator: Badlands sarà
disponibile in streaming dal 12 febbraio 2026, mentre l’accordo con
Paramount apre ora una nuova fase della carriera di Trachtenberg,
sempre più centrale nel cinema di genere contemporaneo.
Con
Bride Hard – Un matrimonio esplosivo, Rebel
Wilson prova a reinventarsi come eroina
action, lasciando (in parte) la comicità più esplicita per un ruolo
che gioca con i codici di Die Hard, ma li
ribalta in chiave wedding-movie. Diretto da Simon West,
il film prometteva azione sopra le righe e divertimento
consapevolmente assurdo. Il finale, però, è il vero banco di prova:
Parker salva la giornata? E
soprattutto, trova l’amore?
Il caos finale: il
matrimonio diventa un campo di battaglia
Il
terzo atto di Bride Hard – Un matrimonio
esplosivo abbandona ogni residuo di realismo e abbraccia
apertamente il cartoon action. I mercenari guidati da
Kurt (Stephen
Dorff) irrompono nel matrimonio di
Betsy
(Anna
Camp) per accedere al caveau segreto dell’isola, dove
sono custoditi lingotti d’oro.
È
qui che Parker
(Rebel Wilson), ormai relegata al ruolo marginale di semplice
damigella dopo essere stata allontanata come testimone, rientra in
scena. E lo fa nel modo più improbabile possibile: trasformando
strumenti da cerimonia — mascara, piastre per capelli, bottiglie di
champagne — in armi improvvisate.
Il ricevimento esplode in una sequenza volutamente eccessiva:
damigelle in abiti rossi che
sparano con cannoni d’epoca
fontane di cioccolato usate
come copertura tattica
mercenari stesi a colpi di
lingotti
villain che finiscono in botti
di whisky
È
un climax che sembra più Looney Tunes che Die Hard, ma è esattamente il tono che il film decide
di abbracciare fino in fondo.
Parker salva davvero la
situazione?
Sì, Parker salva
tutti. Neutralizza i mercenari, mette fuori gioco Kurt e
soprattutto prova
definitivamente la sua lealtà nei confronti di Betsy. Il
punto chiave del finale non è tanto la vittoria fisica, quanto
quella emotiva: Parker dimostra che, nonostante il suo lavoro
segreto e le continue assenze, l’amicizia viene prima di tutto.
Il matrimonio è salvo, gli ospiti pure, e Parker riconquista
simbolicamente il posto che aveva perso nella vita della sua
migliore amica. In questo senso, Bride Hard non racconta la redenzione di un’agente
segreta, ma la ricucitura
di un legame affettivo.
E l’amore? Parker e Chris
finiscono insieme?
Il film suggerisce una possibile connessione romantica tra Parker e
Chris
(Justin
Hartley), ma non la rende mai centrale. C’è chimica,
c’è complicità, ma non
c’è una vera e propria risoluzione sentimentale.
Il messaggio del finale è piuttosto chiaro: Bride Hard – Un
matrimonio esplosivo sceglie di privilegiare
l’amore platonico e
l’amicizia femminile, lasciando il romance sullo sfondo.
Parker non “vince l’uomo”, ma ritrova se stessa e il rapporto con
Betsy. Una scelta coerente, anche se per alcuni spettatori
frustrante.
Il significato del finale
di Bride Hard – Un matrimonio esplosivo
Il finale conferma ciò che il film è sempre stato:
un’operazione
consapevolmente sopra le righe, più interessata al tono
che alla coerenza. Parker non cambia davvero il mondo, né risolve i
suoi conflitti interiori in modo profondo. Ma dimostra di poter
essere un’eroina d’azione
fuori dagli schemi, capace di prendersi gioco del genere
stesso.
È
anche il motivo per cui difficilmente Bride Hard avrà un sequel: il film chiude
tutte le sue linee narrative senza lasciare reali aperture. Parker
salva il matrimonio, recupera l’amicizia e torna nell’ombra.
Missione compiuta.
Dopo il forte impatto della prima stagione, Sweetpea è
pronta a tornare con una
stagione 2 già ufficialmente confermata. La dark comedy
britannica, basata sulla saga letteraria di CJ Skuse, ha
conquistato pubblico e critica tra la fine del 2024 e l’inizio del
2025, trasformandosi rapidamente da “miniserie evento” a
progetto seriale con un
futuro ben delineato.
Al
centro resta Rhiannon
Lewis, interpretata da Ella Purnell, una
protagonista che ha ribaltato i codici del revenge drama femminile
con una miscela disturbante di violenza, ironia nera e disagio
emotivo. E la sua “coming-of-rage story” è tutt’altro che
finita.
Sweetpea – Stagione 2 è
ufficiale: il rinnovo
La
conferma della seconda stagione è arrivata a pochissime settimane dal debutto della
prima, andata in onda su Sky Atlantic nel Regno Unito e su
Starz in Nord America. Il successo multipiattaforma e il
passaparola hanno convinto Sky Studios e Starz a rinnovare
rapidamente la serie.
Nel primo teaser ufficiale, la produzione anticipa il tono della
nuova stagione con una frase chiave: “Rhiannon Lewis tornerà
con una vendetta, mentre il suo segreto da serial killer continuerà
a sfuggirle di mano, rendendola ancora più
pericolosa.”
Ella Purnell, che è anche produttrice esecutiva, ha definito Sweetpea “uno
dei progetti più importanti della sua carriera”, sottolineando
quanto il pubblico abbia reagito con forza alla complessità del
personaggio.
Il cast di Sweetpea 2:
chi torna
Il ritorno di Ella
Purnell nei panni di Rhiannon è ovviamente confermato. Il
resto del cast non è stato ancora annunciato ufficialmente, ma
diversi personaggi chiave della prima stagione sono candidati a
rientrare:
Julia Blenkinsopp (Nicôle
Lecky), la cui fuga all’estero lascia una storyline
apertissima
Seren, la sorella di Rhiannon,
interpretata da Alexandra
Dowling
Detective Diana St. John (Ingrid
Oliver), ancora coinvolta nel caso
Marina (Leah
Harvey), l’unica ad aver davvero intuito la
verità
Craig (Jon
Pointing), la cui brutalità e il ricatto potrebbero
avere conseguenze pesanti
Alcuni personaggi della prima stagione, invece, non torneranno per ovvie ragioni
narrative, visto l’alto numero di morti.
La trama di Sweetpea –
Stagione 2: cosa succede ora a Rhiannon
La stagione 1 si è chiusa con un punto di non ritorno. L’episodio
finale, ironicamente intitolato Life 2.0, sembrava promettere una rinascita per
Rhiannon, ma si è rivelato l’esatto contrario.
L’omicidio di AJ, l’unica vittima realmente innocente della
serie, segna una frattura decisiva:
per la prima volta, Rhiannon uccide senza riuscire a giustificarsi.
Questo cambia completamente il motore narrativo della serie. In
Sweetpea 2:
Rhiannon non uccide più per
“riparare” il mondo
uccide per proteggere se stessa
la spirale di violenza diventa
sistemica
Il ricatto di Craig, la scomparsa di Julia e l’ombra costante di
Marina rendono il suo equilibrio sempre più fragile. La seconda
stagione promette quindi una protagonista più lucida, più cinica e più pericolosa,
costretta a confrontarsi con il peso psicologico delle proprie
azioni.
Quando esce Sweetpea –
Stagione 2
Al momento non esiste una
data di uscita ufficiale, ma il rinnovo rapido fa pensare
a una produzione non troppo lontana. L’unica possibile incognita
riguarda l’agenda di Ella Purnell, sempre più richiesta dopo
Fallout e Yellowjackets.
In ogni caso, l’entusiasmo intorno alla serie non sembra destinato
a calare: Sweetpea ha tutte le carte in regola per
evolversi da sorpresa di
culto a long-runner del thriller dark britannico.
Dopo sei episodi che mescolano ironia nera, disagio e violenza
improvvisa, Sweetpea
si chiude con un finale spiazzante e amarissimo. La serie, guidata
da una Ella
Purnell in stato di grazia, porta a
compimento la trasformazione della sua protagonista,
Rhiannon Lewis,
ribaltando definitivamente la narrazione di vendetta che sembrava
aver trovato un equilibrio negli ultimi minuti.
Quando tutto lascia pensare a un nuovo inizio – una “Life 2.0”
fatta di lavoro, riconoscimento e amore – Sweetpea compie la sua mossa più crudele:
dimostra che la violenza non è stata una parentesi, ma
il vero punto di non
ritorno.
Perché Rhiannon uccide
AJ
L’omicidio di AJ
(Calam
Lynch) è il colpo più devastante dell’intera
stagione, proprio perché non nasce dall’odio. AJ è l’opposto di
tutte le vittime precedenti: gentile, accogliente, sincero. È la
prima persona che ha visto Rhiannon senza giudicarla quando lei si
sentiva invisibile.
Il momento della rivelazione arriva in modo quasi banale: AJ riceve
da una fonte della polizia la foto dell’arma del delitto e
riconosce subito il coltello, quello che Rhiannon usa ogni giorno
in redazione. Le domande diventano insistenti, i silenzi pesanti.
Rhiannon, messa alle strette, confessa.
Nel tentativo di giustificarsi, sostiene che le sue vittime fossero
“cattive persone” e che eliminarle abbia reso il mondo un posto
migliore. Ma AJ non accetta questa logica: la chiama
mostro e prova
ad andarsene. È in quel momento che Rhiannon capisce di aver perso
il controllo della narrazione. E lo pugnala.
A
differenza degli altri omicidi, questo non è “necessario” né
“giusto” nella sua mente. È puro istinto di sopravvivenza.
AJ muore tra le sue
braccia, mentre lei piange. È la prova definitiva che
Rhiannon non sta più combattendo i bulli: è diventata ciò che odiava.
Sul piano formale, Rhiannon non viene arrestata. Riesce a incastrare Marcus per
il rapimento di Julia e per gli omicidi, sostenendo la legittima
difesa insieme a Julia
Blenkinsopp (Nicôle
Lecky). La polizia accetta la versione, e il caso
viene chiuso.
Ma questa libertà è fragile.
Marina (Leah
Harvey) ha trovato il filmato CCTV che dimostra il
rapimento di Julia.
Julia conosce la verità.
Craig sospetta tutto.
AJ ha scoperto tutto prima di
morire.
E
soprattutto, Seren, la sorella di Rhiannon, entra in casa
nell’esatto momento in
cui AJ muore sul pavimento. Il finale congela la storia
lì, lasciando intendere che la verità è ormai troppo vicina per
restare sepolta a lungo.
Il destino di Julia: una
fuga necessaria
Julia è l’unica a spezzare davvero il ciclo. Dopo la prigionia e
l’alleanza forzata con Rhiannon, sembra trovare una nuova forza:
racconta la sua versione dei fatti, affronta la stampa, poi capisce
che sta di nuovo entrando in una relazione tossica, questa volta
con Rhiannon.
La sua scelta è radicale e silenziosa: compra un biglietto aereo con la carta di Rhiannon
e sparisce. La serie non mostra la partenza, ma la
ricevuta di British Airways lascia pochi dubbi. È una conclusione
dolceamara: Julia si salva, ma solo allontanandosi da tutto.
Chi ha mandato ad AJ la
foto del coltello?
La serie non lo conferma apertamente, ma Marina è il sospetto più credibile. È
l’unica ossessionata dalla colpevolezza di Rhiannon e l’unica
disposta a forzare i limiti pur di smascherarla. Se fosse davvero
lei la fonte, il paradosso è feroce: nel tentativo di fare giustizia, ha causato
un’altra morte.
Il mistero resta aperto, probabilmente per essere ripreso in una
seconda stagione.
Craig e il ricatto
finale
Il rapporto con Craig (Jon
Pointing) si chiude nel modo più sporco possibile.
Quando Rhiannon prova a lasciarlo, lui reagisce con rabbia e
opportunismo: usa la sua richiesta di mentire alla polizia come
leva per ricattarla e ottenere l’azienda del padre.
Rhiannon cede. Firma. È un altro segnale chiaro:
anche quando non uccide,
subisce violenza. E Craig, che si sente tradito, rivela la
sua vera natura: non l’ha mai amata, l’ha solo usata.
Il vero significato del
finale di Sweetpea
Il finale di Sweetpea è
una condanna senza appello. La serie smonta pezzo per pezzo l’idea
che la violenza possa essere uno strumento di riscatto. Rhiannon ha
iniziato uccidendo i bulli, convincendosi di fare del bene. Ma
l’arco narrativo dimostra l’opposto: ogni omicidio la rende più isolata, più crudele,
più simile ai suoi carnefici.
La redenzione di Julia suggerisce un’alternativa: il confronto, la
parola, la responsabilità. Rhiannon non l’ha scelta. E l’ultima
uccisione — quella di una persona innocente — chiude il
cerchio.
Alla fine, Rhiannon non è più la vittima invisibile.
È diventata il nuovo
bullo.
Negli ultimi anni Ella Purnell
è diventata uno dei volti più riconoscibili della nuova serialità
internazionale. Da interprete giovanissima nel cinema fantasy a
protagonista di serie cult come Sweetpea e Fallout, la sua carriera è cresciuta con
coerenza, personalità e scelte mai banali. Ecco 10 cose da sapere su Ella Purnell,
costruite intercettando le ricerche più frequenti su Google.
1. Quanti anni ha Ella
Purnell (età)
Ella Purnell è nata il 17
settembre 1996 a Londra. Questo significa che ha meno di
trent’anni, ma oltre
quindici anni di carriera alle spalle, iniziata quando era
ancora adolescente. Un dato che spiega la sua sorprendente maturità
interpretativa.
2. Le origini di Ella
Purnell
L’attrice è britannica, cresciuta a Londra, e ha studiato
recitazione alla City of
London School for Girls e alla Young Actors Theatre Islington. Il suo
background è teatrale prima ancora che cinematografico, e questo
emerge chiaramente nel controllo emotivo dei suoi personaggi.
3. I film e le serie più
importanti di Ella Purnell
Il passaggio decisivo avviene però con la serialità:
è in TV che Purnell
costruisce il suo status di attrice generazionale.
4. Ella Purnell e
Maleficent: il ruolo che l’ha fatta conoscere
In Maleficent, Ella Purnell
interpreta la versione
adolescente di Malefica, accanto a Angelina Jolie. È il primo grande
blockbuster della sua carriera e la porta all’attenzione del
pubblico internazionale.
5. Ella Purnell e Brad
Pitt: cosa c’è di vero
Una delle ricerche più frequenti è “Ella Purnell Brad
Pitt”.
I due non hanno mai avuto
una relazione, ma hanno lavorato nello stesso progetto
produttivo orbitante attorno al cinema d’autore e hollywoodiano.
L’associazione nasce soprattutto dal contesto mediatico e non da un
legame personale.
6. Il fisico e l’altezza
di Ella Purnell
Ella Purnell è alta circa
1,63 m. Ha un fisico esile, che il cinema spesso utilizza
in contrasto con personaggi psicologicamente estremi o disturbanti. È proprio
questa dicotomia – fragilità apparente e intensità emotiva – a
renderla così magnetica sullo schermo.
7. Gli occhi di Ella
Purnell: perché colpiscono così tanto
“Ella Purnell occhi grandi” è una delle query più cercate. I suoi
occhi sono uno dei tratti
distintivi assoluti: molto grandi, espressivi, capaci di
passare rapidamente da innocenza a inquietudine. Registi e
fotografi li utilizzano spesso come centro emotivo
dell’inquadratura.
8. Ella Purnell è bionda
naturale?
Sì, Ella Purnell è
naturalmente bionda, anche se nel corso della carriera ha
spesso cambiato look per esigenze di ruolo. Il colore dei capelli
diventa parte integrante della costruzione dei personaggi,
soprattutto nelle serie più recenti.
9. Ella Purnell è
fidanzata? La vita privata
“Ella Purnell fidanzato” è una ricerca molto frequente, ma
l’attrice mantiene la sua
vita privata estremamente riservata. Non ci sono relazioni
ufficialmente confermate: una scelta coerente con la sua immagine
pubblica, sempre focalizzata sul lavoro.
10. Perché Ella Purnell è
una delle attrici più interessanti oggi
Il punto chiave non è la fama, ma la qualità delle scelte. Ella Purnell
tende a interpretare:
personaggi femminili
complessi
figure disturbate o
marginali
ruoli che mettono in crisi lo
spettatore
Da Yellowjackets a
Sweetpea, fino a
Fallout, la sua
filmografia racconta un’attrice che usa il genere per parlare di identità,
rabbia, trauma e potere. Non è un caso che sia considerata
una delle interpreti più promettenti della sua generazione.
In copertina: L’attrice inglese
Ella Purnell arriva alla premiere della seconda stagione di
“Fallout”. Foto di Image Press Agency via DepositPhotos.com
Lo
spy drama The Night
Manager è tornato a gennaio 2026 con una
seconda stagione dopo quasi dieci anni di assenza, riportando al
centro della scena Jonathan
Pine, l’affascinante agente interpretato da
Tom Hiddleston. Ma la
vera domanda, ora, è una sola: cosa sappiamo della stagione 3?
La
prima stagione adattava l’omonimo romanzo del 1993 di
John le
Carré, mentre la seconda ha raccontato
una storia completamente
originale, pensata però fin dall’inizio come parte di un
arco narrativo più ampio. Un’idea confermata anche dalla regista
Georgi
Banks-Davies, che ha definito la stagione 2
come “il secondo libro di
una trilogia”.
Ci sarà davvero una
stagione 3 di The Night
Manager?
Des Willie/Prime
Anche se Prime Video non ha ancora annunciato
ufficialmente la terza stagione, le dichiarazioni di Tom
Hiddleston lasciano pochissimi dubbi. L’attore, che è anche
produttore esecutivo
della serie, ha confermato a gennaio 2026 che il progetto
è già in sviluppo.
“Ci stiamo lavorando. Non siamo in pre-produzione
ufficiale, ma è in sviluppo ufficiale. Stiamo raffinando la storia
e la sua architettura”, ha spiegato Hiddleston.
Poche settimane dopo, durante un’intervista televisiva, l’attore è
stato ancora più esplicito, confermando che la stagione 3 è in arrivo.
Di cosa parlerà
The Night Manager
3
I
dettagli sulla trama restano top secret, ma Hiddleston ha chiarito
che stagione 2 e stagione
3 sono state concepite come un’unica storia divisa in due
parti. Un racconto in continuità, non un nuovo inizio.
Anche la regista Banks-Davies ha confermato che lo sceneggiatore
David Farr è
già al lavoro sulla nuova stagione, spiegando che l’intera serie
può essere vista sia come opere autonome sia come
una vera trilogia
narrativa.
Il
finale aperto della stagione 2, con il conflitto tra Pine e
Roper tutt’altro che risolto, suggerisce che la terza stagione
approfondirà:
le conseguenze delle scelte di
Pine
l’espansione del potere di
Roper
il ruolo ambiguo delle
istituzioni che proteggono il traffico d’armi
E
soprattutto una domanda centrale: Pine può davvero liberarsi del sistema che
combatte, o ne è ormai parte integrante?
Chi tornerà nel cast
della stagione 3
Des Willie/Prime
Al momento non esiste un
cast ufficiale, ma la presenza di Tom Hiddleston è data
praticamente per certa. Nella seconda stagione sono tornati anche
volti storici come Olivia Colman,
Noah
Jupe, Douglas
Hodge e Alistair
Petrie, tutti potenziali candidati a riprendere i loro
ruoli.
Molto dipenderà dalla direzione narrativa scelta per la conclusione
della trilogia, ma è evidente che il cuore dello scontro resterà Pine vs
Roper.
Quando uscirà
The Night Manager –
Stagione 3
Non è stata ancora annunciata una data di uscita, ma una cosa è
certa: non serviranno
altri dieci anni. Hiddleston ha rassicurato i fan
spiegando che la seconda stagione è stata pensata come
l’inizio di una storia in
12 episodi, con la terza già prevista.
“C’è qualcosa di molto soddisfacente, dal punto di
vista narrativo, nelle trilogie”, ha spiegato
l’attore.“Sarà molto prima di dieci
anni. È già in calendario. La faremo.”
Dove vedere
The Night
Manager
Le stagioni 1 e 2 di
The Night Manager sono
attualmente disponibili in streaming su Prime
Video.
La
seconda stagione di The Night
Manager si chiude con
un finale teso e
volutamente irrisolto, pensato per proiettare la storia
direttamente nella già confermata terza stagione. Un cliffhanger
netto, che non offre consolazioni ma rilancia il conflitto centrale
della serie: quello tra Jonathan Pine e Richard Onslow Roper.
La
scelta narrativa non è casuale. BBC e Amazon Prime Video hanno commissionato
le stagioni 2 e 3
insieme, permettendo allo sceneggiatore
David Farr
di costruire un finale affilato, senza la necessità di chiudere
davvero i conti. Il risultato è un episodio che amplifica la
tensione e prepara il terreno al prossimo capitolo.
Il
finale riporta Jonathan
Pine (Tom Hiddleston) a un confronto
diretto con il grande antagonista della serie, il trafficante
d’armi Richard Onslow
Roper (Hugh
Laurie). Nonostante Pine avesse lasciato il
lavoro operativo alla fine della prima stagione, il mondo
dell’intelligence continua a trascinarlo dentro dinamiche sempre
più pericolose.
L’azione si sposta in Colombia, dove Pine torna sotto copertura per
fermare un piano che potrebbe destabilizzare il Paese. Il colpo di
scena arriva quando Pine scopre che Roper è vivo, nonostante fosse stato dato
per morto in Siria. Da quel momento, l’intera stagione converge
verso uno scontro che promette una resa dei conti… ma la nega
deliberatamente.
Il finale costruisce l’illusione che Pine possa intercettare le
armi e far fallire il colpo di Stato orchestrato da Roper. In
realtà, il piano crolla:
Roxana Bolaños fallisce nel
consegnare Pine ai sicari
Roper capisce di essere stato
infiltrato
Teddy tenta di ucciderlo ma
fallisce
Roper lo uccide senza
esitazione
Pine fugge gravemente
ferito
Il destino di Pine resta incerto, mentre la minaccia di Roper si dimostra
tutt’altro che neutralizzata.
Il vero colpo di scena:
Roper ha vinto
L’elemento più destabilizzante del finale è che Roper riesce comunque nel suo obiettivo
strategico. Inganna le autorità britanniche e colombiane,
fa decollare due aerei carichi di armi verso regioni remote e getta
le basi per una destabilizzazione politica che potrebbe portare a
una guerra civile.
L’ultima sequenza conferma che Roper è tornato in Inghilterra, pronto a insediarsi
in una lussuosa residenza preparata da traditori interni ai servizi britannici. È
una vittoria silenziosa, sistemica, che rende ancora più
inquietante la sua figura: Roper non è solo un criminale, ma
un uomo che opera
dall’interno del potere.
Cosa significa il finale
per la stagione 3
Proprio perché le stagioni sono state pianificate insieme, il
finale della seconda non
è una conclusione, ma una sospensione strategica. Tutto indica che
la
stagione 3 riprenderà direttamente da qui, senza salti
temporali né reset narrativi.
È
quasi certo il ritorno di:
Jonathan Pine (Tom Hiddleston)
Richard Roper (Hugh Laurie)
La nuova stagione dovrebbe approfondire:
le conseguenze del fallimento
di Pine in Colombia
il ruolo di
Angela Burr,
Basil Karapetian
e Roxana
Bolaños
il modo in cui Roper
riorganizzerà il suo impero dopo aver “vinto”
Soprattutto, la serie lascia aperta una domanda centrale:
Pine può davvero uscire
da questo sistema? O il confronto con Roper lo ha legato
definitivamente alle stesse strutture che combatte fin
dall’inizio?
Quando uscirà la stagione
3 di The Night
Manager
Al momento non esiste una
data ufficiale di uscita per la
stagione 3, ma la sua produzione è già prevista. Un dettaglio
importante per i fan: non
ci sarà un’attesa di dieci anni come quella che ha
separato la prima e la seconda stagione.
Il finale della stagione 2 è stato concepito proprio per
accorciare i
tempi e mantenere alta la tensione. La sensazione è che
The Night Manager sia entrata ora
nella sua fase più oscura e politica, con un conflitto destinato a
diventare ancora più personale.
La serie NetflixUnfamiliar
racconta la storia di Simon e Meret, una coppia che,
all’apparenza, conduce una vita semplice e ordinaria. Gestiscono un
piccolo ristorante, vivono in modo modesto e dedicano ogni
attenzione alla loro figlia adolescente, Nina. Per sedici anni sono
riusciti a costruire una quotidianità stabile e apparentemente
normale, ma tutto cambia quando il passato torna improvvisamente a
galla. Quello che emerge è sconvolgente: Simon e Meret non sono
persone comuni, bensì ex agenti segreti, e qualcuno vuole
eliminarli per un episodio avvenuto anni prima in Bielorussia.
Con il procedere della serie, viene
lentamente svelato ciò che accadde davvero in Bielorussia e perché
Simon e Meret siano diventati bersagli da eliminare. La loro
priorità non è soltanto salvare sé stessi, ma soprattutto
proteggere Nina, che ignora completamente il passato dei genitori.
La ragazza diventa il centro emotivo e narrativo della serie: ogni
scelta, ogni tradimento e ogni sacrificio ruotano intorno a lei.
L’analisi del finale della prima stagione apre inoltre
interrogativi importanti su un’eventuale seconda stagione.
La talpa all’interno del BND
Il principale antagonista della
serie è Josef Koleev, un alto ufficiale del GRU, i servizi segreti
militari russi. Josef desidera la morte di Simon e Meret prima che
sua moglie Valeria venga nominata nuova ambasciatrice russa a
Berlino. Sebbene Valeria non abbia una grande esperienza
diplomatica, la sua candidatura suggerisce che sia solo una
copertura per consentire a Josef di operare liberamente in
Germania. Il governo tedesco sospetta questa manovra, ma ha bisogno
di prove concrete per fermare la nomina, ed è qui che entra in
gioco il BND.
Sedici anni prima, Gregor Klein,
allora capo del BND, aveva ideato un piano per incastrare Josef:
una “honey trap”. L’agente Katya viene incaricata di sedurlo e
instaurare una relazione sentimentale con lui. La strategia
funziona, Katya rimane incinta e Josef crede di poter iniziare una
nuova vita con lei a Berlino. Tuttavia, Gregor chiarisce che il
vero piano è rimandare Josef a Mosca come doppiogiochista al
servizio del BND. Josef scopre così di essere stato manipolato e
capisce che Katya ha sempre lavorato per Gregor.
La situazione degenera in modo
violento: Josef spara a Gregor e costringe Katya a ingerire del
veleno, uccidendo apparentemente lei e il bambino che portava in
grembo. Convinto di aver eliminato tutti i testimoni, Josef ignora
che sia Gregor sia Katya sono sopravvissuti grazie all’intervento
di Simon e Meret. Anni dopo, temendo che il passato possa
distruggerlo, Josef decide di eliminare chiunque conosca la verità,
avvalendosi anche di una talpa all’interno del BND.
Prima di morire, Gregor riesce ad
avvertire Simon dell’esistenza di questa talpa. Nel finale della
serie si scopre che si tratta di Ben, il suo successore alla guida
dell’operazione. Ben, per proteggersi, incastra Alice, un’agente
del BND, facendola passare per la traditrice. Julika, un’analista
del servizio e innamorata di Alice, inizialmente rifiuta di
crederci, ma viene progressivamente manipolata. Alla fine si scopre
che Ben ha ucciso Alice, simulandone il suicidio, anche se la serie
non entra nei dettagli di come sia riuscito a farlo.
Il destino di Josef Koleev
Parallelamente, anche Valeria
scopre il tradimento del marito e l’esistenza di una figlia
segreta. Capisce che Josef rappresenta una minaccia per la sua
carriera politica, appena decollata con la nomina ad ambasciatrice.
Decide quindi di rivolgersi al padre, un potente diplomatico russo,
per liberarsi del marito. Tuttavia, emerge che Josef è troppo
importante per essere semplicemente rimandato a Mosca: è lui a
gestire “Starfish”, il nome in codice della talpa nel BND.
Quando Valeria scopre che Starfish
è ancora vivo e che non è una donna, come le era stato fatto
credere, ma un uomo, comprende che qualcuno ha coperto le proprie
tracce. Alla fine riesce a stringere un accordo con il padre: lei
diventerà non solo ambasciatrice, ma anche responsabile diretto
dell’operazione, permettendo così di eliminare Josef.
In una scena ambigua, Josef viene
convocato e apparentemente condotto verso la morte. Non viene
mostrato esplicitamente il momento dell’esecuzione, lasciando
aperta la possibilità che sia sopravvissuto. La serie suggerisce
che la sua eliminazione servirebbe a chiudere definitivamente il
capitolo bielorusso, ma lascia spazio a interpretazioni
alternative: Josef potrebbe essere stato risparmiato per evitare
scandali futuri o per “ripulire” i suoi errori prima di sparire
definitivamente.
Il piano di Katya e la verità su
Nina
Uno degli elementi più drammatici
della serie riguarda Katya e la figlia che credeva morta. Sedici
anni prima, Simon aveva salvato la neonata e, intuendo che Meret si
era affezionata alla bambina, aveva deciso di non dire la verità a
Katya. Le aveva mostrato una falsa tomba e le aveva offerto una
nuova identità, permettendole di ricominciare da capo. Meret non
sapeva nemmeno che Katya fosse sopravvissuta.
Quando Katya ricompare a Berlino
anni dopo, tutto precipita. Scopre che sua figlia è viva, che si
chiama Nina e che è stata cresciuta da Simon e Meret. Si sente
tradita e privata del diritto di scegliere. Nonostante le suppliche
della coppia di aspettare il momento giusto per dire la verità a
Nina, Katya non è più disposta a pazientare.
Nel finale, durante uno scontro con
Josef, Simon rimane ferito. Nina, rimasta sola in un parcheggio con
Katya, trova una chiavetta USB lasciatale da Meret contenente un
video in cui i genitori spiegano il loro passato da agenti segreti,
ma non rivelano l’adozione. Katya è sul punto di confessare la
verità a Nina, ma viene interrotta dall’arrivo di Simon e Meret.
Poco dopo, però, decide di agire: contatta Julika e offre la
posizione della coppia in cambio di un passaggio sicuro per lei e
Nina. Katya è stanca di fare la cosa giusta e vuole riprendersi ciò
che considera suo.
Un futuro incerto e una possibile
seconda stagione
Dopo il ricovero di Simon e la cura
del suo aneurisma, Meret propone di lasciare Berlino. Simon,
tormentato dal senso di colpa per aver “rubato” una figlia a Katya,
ammette di averlo fatto per salvare il suo matrimonio. Tuttavia, è
troppo tardi: Meret non lo ama più romanticamente. I due decidono
di separarsi.
Nel caos finale, Katya fugge con
Nina, mentre Simon e Meret vengono arrestati con l’accusa
dell’omicidio di Jonas Auken, un sicario assoldato da Josef. In realtà, Jonas era
stato ucciso proprio da Josef, ma dimostrarlo sarà difficile. Ben
sembra intenzionato a usare Simon e Meret per operazioni segrete
fuori dai canali ufficiali.
Il destino di Nina resta il punto
più doloroso della storia. È una ragazza privata della possibilità
di scegliere, trascinata in un conflitto che non comprende. Anche
se la verità la ferirà profondamente, è probabile che non reciderà
del tutto il legame con Simon e Meret. La serie si chiude su un
finale aperto, con numerose questioni irrisolte: la sorte
definitiva di Josef, il ruolo di Ben, il futuro di Nina e la
possibilità che Julika scopra finalmente tutta la verità.
Proprio per questi motivi,
Unfamiliar sembra destinata a tornare con una
seconda stagione, pronta ad approfondire le conseguenze emotive e
politiche di scelte che nessuno dei personaggi potrà più
cancellare.
In
Unfamiliar di Netflix, le indiscrezioni del passato tornano a
tormentare gli ex spie Simon e Meret, che sono costretti non solo
ad affrontare i loro problemi e a salvare il loro matrimonio, ma
anche le loro vite.
Nel cast della serie Unfamiliar ci sono Susanne Wolff, Felix
Kramer, Samuel Finzi, Andreas Pietschmann, Henry Hübchen, Maja
Bons, Seyneb Saleh, Genija Rykova, Natalia Belitski e Aaron
Altaras. Creata da Paul Coates la serie è composta da 6
episodi, ciascuno della durata di circa 60 minuti.
La spiegazione del finale di
Unfamiliar
La serie segue le vicende di ex agenti del BND che, dopo aver
lasciato l’attività, scoprono che il loro passato torna a
tormentarli e a portar via tutto ciò che hanno creato. Tuttavia,
non si tratta solo di un thriller di spionaggio, ma la posta in
gioco emotiva a volte supera tutto il resto, lasciando Meret e
Simon a raccogliere i cocci.
La serie inizia con Josef Koleev
che torna a tormentare Meret e Simon, qualcuno che avevano
incontrato 16 anni prima in Bielorussia dopo un lavoro andato male,
lasciando Koleev desideroso di vendetta. Con l’evolversi della
situazione, emergono altri segreti che mettono alla prova il loro
matrimonio e la loro determinazione, mentre cercano di salvare se
stessi e la famiglia che hanno costruito.
Qual era il segreto di Simon?
16 anni fa, Simon e Meret facevano
parte di una pericolosa operazione che coinvolgeva l’allora agente
dei servizi segreti Koleev e un’informatrice, Katya, che stava per
avere un bambino da lui. Tuttavia, l’operazione andò male e Koleev
sparò a Gregor Klein e avvelenò Katya, sperando di uccidere lei e
il bambino. Ma, per fortuna, la bambina sopravvisse e Gregor chiese
a Simon di restare con Katya fino alla sua morte e poi di
sbarazzarsi di tutto mentre Meret, lui e la neonata andavano in
ospedale.
Tuttavia, Simon non può
semplicemente starsene seduto a guardare una donna morire e
salvarle la vita senza dirlo a nessuno. Le disse inoltre che la sua
bambina era morta a causa di Koleev, spingendo Katya a voler
vendicare la morte della figlia. La figlia, tuttavia, fu adottata
da Meret e Simon all’insaputa di tutti, con il risultato che le
cose gli esplosero in faccia nel presente.
Perché Josef Koleev è
tornato?
Sia Koleev che Katya tornano per
vendicarsi. Josef torna a causa delle conseguenze irrisolte della
fallita missione in Bielorussia che ha posto fine alla vita di
Katya e della sua bambina. Sebbene sia stato lui a ucciderli
entrambi, dà la colpa a Simon, Meret e Gregory, giurando di porre
fine alle loro vite una volta per tutte usando Jonas Auken.
Cosa succede alla fine?
Dopo che i loro inganni vengono
alla luce, Meret, Simon e la loro famiglia si danno alla fuga
mentre i nemici si avvicinano da ogni lato. Con Koleev determinato
a ucciderli, Simon si precipita a proteggere Nina mentre Jonas
prende Meret in ostaggio. La salva appena in tempo, ma la
possibilità che ci sia una talpa nell’organizzazione provoca un
completo sconvolgimento nel BND. Nel frattempo, la relazione tra
Meret e Simon si sgretola sotto il peso dei segreti che hanno
custodito nel corso degli anni.
Alla fine, Meret e Simon si
scontrano con Koleev e Jonas, mandando Nina con Katya a
proteggerli. Dopo una terrificante battaglia, Simon rimane
gravemente ferito e, mentre lo curano in ospedale, Sasha progetta
di fermare Koleev prima che rovini la sua carriera.
Alla fine, Koleev viene ucciso
dalla sua stessa moglie e finalmente scopriamo chi è la talpa nel
BND: Ben. Sebbene cerchi di uscire dal pasticcio, Sasha lo ricatta
perché faccia quello che vuole, lasciandolo senza alternative. Nel
frattempo, Simon e Meret decidono di lasciarsi dopo aver capito il
loro errore, ma prima che possano fare qualcosa, vengono arrestati
dalla polizia. Katya finisce per tradirli e consegnarli per evitare
di affrontare qualsiasi conseguenza e avere Nina tutta per sé.
The Investigation of Lucy
Letby di Netflix accompagna gli spettatori nel cuore di uno
dei casi penali più inquietanti e controversi della recente storia
britannica:
il procedimento giudiziario, la condanna e il continuo riesame che
circondano Lucy Letby. Per chi non lo sapesse, Letby è un’ex
infermiera neonatale condannata al carcere per l’omicidio e il
tentato omicidio di neonati vulnerabili presso il Countess of
Chester Hospital tra il 2015 e il 2016.
Il documentario utilizza filmati
inediti, interviste a fonti interne e commenti di esperti per
riesaminare il caso e la condanna finale di Letby. Nel
documentario, il dottor John Gibbs, oggi in pensione ed ex pediatra
consulente al Countess of Chester Hospital, rivela come si
verificarono i decessi dei neonati in ospedale e come questi
raggiunsero un picco tra giugno 2015 e giugno 2016.
Questo allarmò l’ospedale e, alla
fine, le autorità furono coinvolte. Durante le indagini vennero
esplorate diverse piste, ma ciò che attirò l’attenzione del
Detective Superintendent Paul Hughes e di altri investigatori fu il
fatto che Letby fosse in servizio in ogni caso di morte infantile
inspiegabile. L’indagine venne chiamata Operation
Hummingbird, e diversi membri del personale ospedaliero
furono interrogati.
Tuttavia, come rivela il
documentario, Letby venne a conoscenza del nome in codice
dell’operazione e scrisse dal suo indirizzo email ufficiale del NHS
a Hughes, chiedendo quando sarebbe stata interrogata e se potesse
offrire il suo aiuto. Questo insospettì la polizia, che trovò la
cosa sospetta. Poco dopo, Lucy fu arrestata — la prima delle tre
volte in cui venne arrestata — nelle prime ore del mattino.
L’importanza della revisione del
CCRC nei momenti finali
Negli ultimi momenti di The
Investigation of Lucy Letby, l’attenzione si sposta su un
potenziale punto di svolta legale: la revisione del caso da parte
della Criminal Cases Review Commission (CCRC).
Il CCRC è un organismo indipendente
del Regno Unito che esamina possibili errori giudiziari e può
rinviare i casi alla Corte d’Appello se emergono “nuove prove” che
potrebbero compromettere la sicurezza di una condanna. Il
documentario mostra che il team legale di Letby, dopo tentativi di
appello falliti, ha presentato una richiesta di revisione al CCRC
che include nuove analisi di esperti che contestano elementi chiave
delle prove mediche originali utilizzate al processo.
Tuttavia, il Crown
Prosecution Service (CPS) ha condotto un’indagine e
riesaminato ulteriori accuse relative all’omicidio e al tentato
omicidio di altri neonati. Nel gennaio 2026, però, ha concluso che
il criterio probatorio non era soddisfatto in
nessuno di questi casi e ha deciso di non procedere con ulteriori
incriminazioni (secondo Reuters).
Sebbene il documentario non preveda
l’esito finale, sottolinea che la decisione della commissione ha un
peso enorme, potenzialmente in grado di influenzare l’opinione
pubblica.
Inoltre, come illustrato nel
documentario e già riportato in precedenza dai media, nell’ottobre
2023 il governo del Regno Unito ha avviato un’inchiesta pubblica
per esaminare gli eventi accaduti al Countess of Chester Hospital.
La polizia del Cheshire ha inoltre aperto un’indagine per omicidio
colposo aziendale, con tre arresti effettuati. Le indagini sono
tuttora in corso.
Cosa è successo dopo l’ultimo
arresto di Lucy Letby?
Il documentario Netflix The
Investigation of Lucy Letby include potenti filmati
d’archivio che mostrano i molteplici arresti di Letby nel corso
dell’Operation Hummingbird. Queste scene sono tra le più strazianti
del film: la polizia che arriva nella casa di famiglia a Hereford
nelle prime ore del mattino, Letby che risponde con calma agli
agenti mentre è ancora mezzo addormentata, e i suoi addii
emozionati ai familiari e persino ai suoi gatti prima di essere
portata via in manette.
Dopo il suo arresto finale nel
2020, Letby fu incriminata e processata formalmente, portando alla
condanna e alla sentenza. Il finale del documentario riflette su
come questi arresti siano diventati scene fondamentali nella sua
saga legale e nel più ampio dibattito sulle metodologie di polizia
e sulla gestione delle prove.
Tuttavia, nonostante l’arresto e la
successiva condanna nel 2023, il caso non si è chiuso. Letby ha
affrontato un nuovo processo per uno dei sei capi di imputazione di
tentato omicidio ed è stata condannata a un ulteriore ergastolo
completo nel luglio 2024. Oltre al Crown Prosecution Service e
all’inchiesta pubblica in corso del governo britannico, Letby ha
nominato un nuovo avvocato difensore, Mark
McDonald, nel 2024.
Il parere esperto del dottor Shoo
Lee sulle morti dei neonati
Dopo che Lucy Letby ha nominato
Mark McDonald — contattato in realtà dai genitori di Letby per
rappresentarla — l’avvocato ha presentato nuove istanze alla Corte
d’Appello e alla Criminal Cases Review Commission (il cui esito
abbiamo già discusso).
McDonald ha sostenuto che Dewi
Evans, il principale testimone esperto dell’accusa, fosse
inaffidabile, alla luce di alcune prove ed email da lui rinvenute.
Ha quindi contattato Shoo Lee, neonatologo in pensione
dell’Università di Toronto, la cui ricerca era stata citata
dall’accusa per sostenere che alcune morti infantili fossero state
deliberate. McDonald voleva capire se lo studio del dottor Lee
fosse stato utilizzato correttamente o meno.
Questo ha portato al coinvolgimento
diretto del dottor Shoo Lee, che si è recato immediatamente a
Londra. Nel documentario, Lee afferma:
«Ero preoccupato, perché se il
mio studio fosse stato interpretato male, allora avremmo un grosso
problema. Ho esaminato le prove e mi sono reso conto che non
descrivevano il tipo di discromia cutanea diagnostica dell’embolia
gassosa. Quella descritta era una discromia dovuta all’ipossia,
cioè alla mancanza di ossigeno. Questo significa che la condanna
potrebbe essere stata sbagliata.»
Successivamente ha organizzato un
panel con diversi esperti di alto livello provenienti da tutto il
mondo, dotati delle competenze adeguate, e ha redatto un rapporto
dettagliato sulle cause di morte e sull’indagine in ciascun caso.
Il panel ha concluso che non esistevano prove
mediche che suggerissero che i neonati fossero stati
assassinati.
Cosa rivela l’intervista finale
sul suo stato mentale
The Investigation of Lucy
Letby è diviso tematicamente in due parti. La prima metà
affronta le prove circostanziali e la condanna finale dell’ex
infermiera neonatale, mentre la seconda si concentra sulle
contraddizioni e sui presunti errori dell’indagine.
Nella seconda parte, vediamo
l’avvocato di Letby parlare dei numerosi post-it e appunti scritti
a mano trovati nella sua abitazione, che il tribunale ha utilizzato
come prove circostanziali. Gli appunti contenevano frasi come
assassina, sono malvagia, ecc. Tuttavia, come
rivela il suo avvocato, contenevano anche frasi come mi sento
sola e affermazioni che indicavano che lei non avesse commesso
i fatti.
Nell’interrogatorio di polizia
mostrato nel documentario, interrogata su questi appunti, Letby ha
dichiarato:
«L’ho scritto solo perché tutto
mi stava crollando addosso. Sentivo di aver sempre fatto del mio
meglio per quei bambini e poi le persone cercavano di dire che il
mio lavoro non fosse buono, o che avessi fatto qualcosa, e io non
riuscivo a farcela.»
Ha aggiunto di sentirsi in colpa
dopo essere stata accusata dal personale dell’ospedale, in
particolare da alcuni consulenti, che riteneva stessero cercando di
attribuirle la responsabilità per qualcosa fatto da qualcun altro.
Nelle lettere scritte a un’amica, Letby afferma che non perderà la
speranza. Questo aiuta a comprendere la pressione psicologica sotto
cui si trovava durante e dopo l’indagine.
Alla fine, il dottor John Gibbs,
uno dei consulenti, ha osservato che, pur non credendo che vi sia
stato un errore giudiziario, è difficile non provare dubbi, dal
momento che nessuno l’ha mai vista compiere direttamente i
fatti.
Ed è così che il documentario si
conclude. Anche se il film è finito, il caso è attualmente sotto
revisione e c’è la possibilità che emergano nuove verità.
Tu cosa ne pensi?
The Investigation of Lucy
Letby è ora disponibile in streaming su
Netflix.
Il
film horror soprannaturale Rebirth: Home Sweet Home, con
Michele
Morrone e William
Moseley, racconta fino a che punto una
persona è disposta a spingersi pur di proteggere la propria
famiglia. Ambientato in Thailandia e ispirato all’omonimo
videogioco, il film punta tutto sul sacrificio, sul senso di colpa
e sul destino, più che sulla tensione pura. Di seguito,
la spiegazione completa del
finale e del suo significato, concentrandoci
esclusivamente sulla narrazione del film.
Chi era Mek e cosa
rappresenta il “Keeper”
Durante l’attacco nel centro commerciale di Bangkok, Jake uccide lo
sparatore, che prima di morire afferma che il rituale è finalmente completo. L’uomo,
Mek, rivela di sapere che il “Keeper” sarebbe stato lì. Non è la
prima volta che Jake sente questo termine: poco prima, un monaco
gli aveva predetto che era il Custode dei Cancelli, destinato ad affrontare prove
estreme e a perdere tutto per poi ritrovare la luce attraverso
l’amore della sua famiglia.
Dopo l’esplosione, Jake muore e il suo spirito viene trasferito
nell’Hinderance,
un limbo tra Inferno e Paradiso dove le anime devono rispondere
delle proprie colpe. Qui Jake comprende il vero motivo della sua
condanna: aver messo il
lavoro davanti alla famiglia, trascurando ciò che contava
davvero.
Wichien, i rituali e
l’apertura dei Cancelli dell’Inferno
Nel limbo, Jake incontra il monaco Chan, che gli spiega la verità: Mek era
un’entità malvagia al servizio di Wichien, padre di Chan ed ex monaco
diventato necromante. Wichien aveva rubato antiche scritture
proibite nel tentativo di ottenere potere assoluto e dominare il
mondo dei vivi, ma il prezzo era stato la distruzione del suo
corpo.
Il piano prevedeva l’apertura dei Cancelli dell’Inferno tramite un
rituale di sangue, completato proprio quando Jake ha ucciso Mek nel
centro commerciale. Da quel momento, i demoni hanno iniziato a
possedere i più deboli e a raccogliere anime.
Perché Jake è il Custode
dell’Inferno
Jake è stato scelto come Keeper perché nato nella morte: sua madre è morta di
parto, durante una notte di luna di sangue. Questo lo rende l’unico
in grado di chiudere i Cancelli dell’Inferno e fermare l’ascesa di
Wichien.
Il problema è che Mek non è stato distrutto del tutto e torna nel
mondo dei vivi usando il
corpo di Jake come contenitore, mentre lo spirito del vero
Jake deve trovare un altro corpo per agire. Inizia così un
drammatico scambio di identità che porta Prang, la moglie di Jake,
a uccidere
accidentalmente il vero marito, convinta che il suo corpo
ospitasse ancora l’uomo che amava.
Jake riesce a chiudere i
Cancelli dell’Inferno?
Guidati da una mappa, Jake e Chan raggiungono il luogo
dell’evocazione finale: un enorme portale infuocato. Mek ha
condotto lì Prang e la piccola Loo, il cui sangue è essenziale per
completare il rituale.
Nel momento decisivo, Jake riesce a salvare la figlia, mentre Prang
uccide Wichien usando l’antica pistola rituale. Jake elimina
definitivamente Mek, il cui spirito viene fatto a pezzi
nell’Hinderance. Ma Wichien, prima di dissolversi, rivela l’ultima
verità: per chiudere i
Cancelli, Jake deve attraversarli, condannandosi
all’Inferno.
Jake accetta il sacrificio. Saluta la sua famiglia e promette di
trovare un modo per tornare. Attraversando i Cancelli,
salva il mondo al prezzo
della propria esistenza.
Cosa suggerisce l’ultima
scena di Rebirth: Home Sweet Home
Nel finale, i demoni abbandonano il mondo dei vivi e Prang e Loo si
riuniscono con la nonna, dando l’illusione di un lieto fine.
Tuttavia, l’ultima scena
ribalta tutto: una donna misteriosa, vestita con un lungo
cappotto di pelle, arriva nel luogo dove sorgevano i Cancelli
dell’Inferno.
Anche se il portale è chiuso, la donna sembra avere il potere di riaprirlo. Il
film suggerisce chiaramente che il male non è stato sconfitto per
sempre e che Jake dovrà
affrontare nuove battaglie.
Il finale aperto lascia intendere un possibile sequel, con la nuova
antagonista pronta a sfruttare le conoscenze di Wichien. Jake e
Chan, prima o poi, dovranno tornare a combattere insieme per
impedire una nuova invasione infernale.
Emergono importanti novità
su Untamed, il
mystery thriller che ha conquistato pubblico e critica su Netflix. Dopo il successo della prima stagione,
debuttata a luglio 2025, la
stagione 2 cambierà completamente scenario, spostando
l’azione lontano dallo Yosemite National Park.
Secondo quanto riportato da Deadline, Untamed 2 sarà ambientata alle Hawaii, che
fungeranno anche da location principale per le riprese. Un cambio
netto di paesaggio e atmosfera per la serie con protagonista
Eric
Bana, nei panni dell’agente speciale dei
parchi nazionali Turner.
Dallo Yosemite alle Hawaii:
di cosa parlerà Untamed 2
La
seconda stagione lascerà definitivamente alle spalle
Yosemite National
Park per trasferirsi al Hawai‘i Volcanoes National
Park, dove Turner sarà chiamato a indagare
su una nuova morte
avvenuta in circostanze misteriose.
L’indagine si svolgerà in un contesto completamente diverso: una
comunità instabile e una natura imprevedibile, segnata
dall’attività vulcanica, faranno da sfondo a un caso che si
svilupperà nell’arco di sei episodi. Le riprese di Untamed 2 inizieranno nella primavera del 2026.
In una dichiarazione ufficiale, gli showrunner Mark L.
Smith ed Elle Smith
hanno spiegato che la nuova stagione permetterà di esplorare
“i paesaggi incontaminati
e l’identità culturale di un parco nazionale molto
diverso”, sottolineando anche che Turner si troverà in
“un nuovo stato
mentale” dopo gli eventi traumatici del finale della prima
stagione.
Gli Smith firmano anche la sceneggiatura e producono la serie
insieme a Eric
Bana, John Wells,
Erin Jontow, Todd Black, Tony Shaw, Steve Lee Jones, Cliff Roberts,
Thomas Bezucha, Jason Blumenthal e Steve Tisch.
Nella prima stagione, accanto a Bana, figuravano
Sam
Neill, Rosemarie DeWitt, Lily Santiago,
Wilson Bethel e altri. Al momento non è confermato il ritorno di
altri membri del cast, anche perché diversi personaggi sono morti
nel finale di stagione, rendendo probabile l’introduzione di molti nuovi
volti.
Il finale di Untamed
aveva visto Turner lasciare Yosemite dopo eventi sconvolgenti, tra
cui la morte di Shane Maguire per mano di Naya Vasquez e il
suicidio di Paul Souter dopo aver ucciso la figlia. Una chiusura
che aveva chiaramente lasciato spazio a nuove storie, ora
ufficialmente confermate.
Netflix ha rinnovato la serie pochi giorni dopo il debutto, forte di risultati
eccezionali: Untamed è
rimasta nella Top 10 per
settimane ed è stata una delle serie più viste del 2025,
ottenendo anche un 83% su
Rotten Tomatoes. Al momento, non è stata ancora annunciata una data di uscita
ufficiale per la stagione 2.
Il
Super Mario Galaxy – Il
film torna a mostrarsi con un
nuovo teaser
trailer, che anticipa la prossima avventura
cinematografica dell’universo Nintendo. Il film è il
sequel diretto di Super Mario Bros. – Il
film, il kolossal animato firmato
Illumination
che nel 2023 ha conquistato il box office mondiale.
Nel
cast vocale tornano Chris Pratt (Mario),
Charlie Day
(Luigi), Jack
Black (Bowser), Anya Taylor-Joy
(Principessa Peach) e Keegan-Michael
Key (Toad). Tra le novità spiccano
Brie
Larson, che presta la voce a Rosalina, e
Benny Safdie
nei panni di Bowser Jr.
Cosa mostra il nuovo
trailer di Super Mario Galaxy
– Il film
Il teaser, della durata di circa 30 secondi, anticipa una storia
decisamente più ambiziosa: Mario, Luigi, Peach e Yoshi partono per
un viaggio nello
spazio dopo che Bowser Jr. ruba il castello di Peach,
rimpicciolendolo. L’avventura li porta a stringere un’alleanza con
Rosalina e i
Luma, mentre inseguono il nuovo antagonista attraverso la
galassia.
A
colpire particolarmente è una scena che farà felici i fan storici:
Yoshi usa finalmente uno
dei suoi poteri più iconici, afferrando un nemico con la
lingua, inghiottendolo e trasformandolo in un uovo, esattamente
come nei videogiochi Super
Mario Galaxy. Un dettaglio che conferma la volontà del film di
attingere in modo sempre
più diretto alla mitologia videoludica.
Questo nuovo sguardo al film sottolinea quanto il sequel voglia
espandere l’universo già visto nel 2023. La saga di Super Mario ha ancora moltissimi
personaggi, mondi e abilità da esplorare, e Super Mario Galaxy – Il film sembra pronto a
farlo su scala ancora più spettacolare.
Le aspettative sono altissime: il primo film ha ottenuto un
95% Verified Hot sul
Popcornmeter di Rotten Tomatoes e ha incassato
1,361 miliardi di
dollari a fronte di un budget stimato di 100 milioni,
diventando l’adattamento
videoludico di maggior successo di sempre.
In uscita il 1°
aprile, Super Mario
Galaxy – Il film non è solo un sequel, ma un vero banco di
prova per il futuro del franchise cinematografico Nintendo. E
questo primo teaser lascia intendere che la chiave del successo
potrebbe essere ancora una volta la stessa: portare sul grande schermo, senza
compromessi, la magia dei videogiochi originali.
La
stagione 5 di The Lincoln
Lawyer seguirà la trama di
Resurrection Walk, uno dei
romanzi più ambiziosi e politici dell’intera saga di
Michael
Connelly. A confermarlo, una settimana prima
dell’uscita della stagione 4, sono stati gli showrunner
Dailyn Rodriguez e
Ted Humphrey,
annunciando anche il rinnovo ufficiale della serie da parte di
Netflix.
L’adattamento non sarà privo di difficoltà: Resurrection Walk è un romanzo fortemente
intrecciato alla figura di Harry Bosch, fratellastro di Mickey Haller, che però
non può apparire nella
serie perché i diritti del personaggio appartengono a
Prime Video. Questo costringerà gli autori a
modificare diversi snodi narrativi, ma il cuore della storia
resterà intatto.
Di
seguito, tutto quello che
succede nel libro Resurrection
Walk e cosa possiamo aspettarci dalla quinta
stagione.
Mickey Haller trova un
nuovo scopo e crea il suo “Innocence Project”
Il
finale della stagione 4 di The Lincoln Lawyer non introduce direttamente il caso
successivo di Mickey. Le basi narrative di Resurrection Walk arrivano in realtà dal
romanzo Desert Star
(2022), parte del ciclo Bosch
& Ballard.
Nel libro, Renée
Ballard scopre nuove prove che dimostrano come
Jorge Ochoa sia
stato condannato ingiustamente per l’omicidio di Olga Reyes, in
realtà vittima di un serial killer. Il procuratore distrettuale
cerca di insabbiare il caso per motivi politici, così Ballard passa
le informazioni a Mickey. Questo è uno degli elementi che la serie
dovrà necessariamente riscrivere.
Il punto centrale, però, resta invariato: Mickey riesce a far
scagionare Ochoa. Quando vede il suo cliente uscire da una prigione
con ergastolo senza
condizionale, prova una soddisfazione così profonda da
cambiare radicalmente la sua carriera.
Nasce così “The Ochoa
Project”, la versione personale di Mickey dell’Innocence
Project: un’iniziativa dedicata a liberare persone innocenti dal
carcere, lavorando pro
bono. Mickey accetta altri casi solo per finanziare il
progetto, che nel libro vede Bosch occuparsi della selezione delle
lettere dei detenuti.
Il caso Lucinda Sanz: il
primo grande banco di prova
Il primo caso affrontato dal progetto è quello di
Lucinda “Cindi”
Sanz, condannata per l’omicidio dell’ex marito
Roberto Sanz,
vice sceriffo della contea di Los Angeles. Sta scontando una pena
di undici anni, ma scrive a Mickey proclamando la propria
innocenza.
Indagando, emergono subito anomalie:
– l’arma del delitto non è mai stata trovata
– i test dei residui da sparo sono stati gestiti da un collega
della vittima
– Cindi ha sempre mantenuto la stessa versione dei
fatti
– il suo avvocato potrebbe averla spinta a patteggiare con un “no
contest”
Un dettaglio apparentemente marginale – un tatuaggio dal significato nascosto –
diventa una delle chiavi dell’intera indagine.
Una cospirazione nello
Sheriff Department (e il silenzio dell’FBI)
Come spesso accade nei romanzi di Connelly, Resurrection Walk intreccia la vicenda
personale a temi di forte attualità. In questo caso, entrano in
gioco le “cliques” del
Los Angeles Sheriff’s Department: vere e proprie gang
interne alle forze dell’ordine, accusate di abusi, violenze e
omicidi.
Il tatuaggio scoperto riporta la frase “Que viene el Cuco” (“Sta arrivando l’Uomo
Nero”), simbolo dei Cucos, una gang di vice sceriffi di cui Roberto
Sanz faceva parte. Poco prima di morire, Roberto aveva incontrato
l’FBI e aveva accettato di indossare una microspia, rivelando che
le gang collaboravano con il Cartello di Sinaloa. Viene ucciso meno di un’ora
dopo.
Le indagini portano a una conclusione inquietante:
Lucinda è stata
incastrata, probabilmente dal sergente Sanger, e il DNA
sui residui da sparo lo dimostra. Anche l’ufficio del procuratore
distrettuale appare coinvolto nel tentativo di evitare uno
scandalo. Lucinda è stata sacrificata per proteggere il
sistema.
Mickey Haller finisce due
volte in oltraggio alla corte
Durante l’udienza di habeas corpus, Mickey cerca di introdurre
prove decisive, ma il giudice le esclude perché non considerate
“nuove”. A quel punto, Mickey perde deliberatamente il controllo e
accusa il giudice di rimandare in carcere una donna innocente.
Viene arrestato per oltraggio alla corte e passa la notte in cella.
Solo più tardi si scopre che lo ha fatto apposta: voleva guadagnare tempo
affinché nuove analisi sul DNA potessero essere completate. Anche
dopo la vittoria, il giudice lo punisce con un secondo oltraggio,
costringendolo a passare un’altra notte in detenzione.
Maggie McPherson supera
un limite irreversibile
Nel libro torna anche Maggie McPherson, ormai separata definitivamente da
Mickey. Ora lavora per l’ufficio del Procuratore Generale della
California ed è diventata esperta di dati cellulari.
Durante il processo, Maggie tenta di screditare un testimone
chiave, arrivando a strumentalizzare la malattia oncologica di Bosch,
insinuando che le cure abbiano compromesso le sue capacità
cognitive. Un attacco personale durissimo, che segna una frattura
definitiva.
Mickey, a quel punto, chiude ogni legame emotivo con lei:
“Ero arrivato al punto in cui
le sue delusioni nei miei confronti non contavano più.”
Le nuove prove
scientifiche che portano all’assoluzione
Per scagionare Lucinda, Mickey utilizza strumenti
innovativi:
– ricostruzioni digitali della scena del crimine tramite
AI
– geofencing dei telefoni cellulari
– analisi avanzata del touch DNA
Solo quest’ultima risulta decisiva. Il DNA di Sanger viene trovato
sui tamponi dei residui da sparo, mentre quello di Lucinda no. La
giudice ordina l’esonero immediato senza un nuovo processo, chiudendo
Resurrection Walk.
Cosa aspettarsi da
The Lincoln Lawyer
5
Anche senza Harry Bosch, la
stagione 5 seguirà con tutta probabilità il percorso di Lucinda
Sanz verso l’esonero, introducendo il nuovo corso morale
di Mickey Haller: non più solo avvocato brillante, ma
difensore sistemico degli
innocenti.
Sarà una stagione più cupa, politica e radicale, che metterà Mickey
contro il sistema stesso. Esattamente come Resurrection Walk.
Il
ritorno di una delle serie crime-legal più amate di Netflix ha dato vita a uno dei migliori binge-watch da una notte per il
weekend 6–8 febbraio 2026. Stiamo parlando della
quarta stagione di The Lincoln
Lawyer, composta da 10 episodi e già in fortissima ascesa
nelle classifiche globali della piattaforma.
Basata sui romanzi di Michael
Connelly, autore della celebre saga di
Bosch, la
serie si conferma uno dei titoli crime più solidi e coinvolgenti
del catalogo Netflix. Una visione praticamente obbligata per chi
ama thriller giudiziari, indagini serrate e protagonisti moralmente
ambigui.
The Lincoln Lawyer 4 è
appena arrivata su Netflix: di cosa parla
La
quarta stagione di
The Lincoln
Lawyer è approdata su Netflix giovedì 5 febbraio 2026, inserendosi
in un weekend particolarmente ricco di nuove uscite thriller,
insieme a titoli come Unfamiliar (6 episodi), Cash Queens (8 episodi) e Salvador (8 episodi).
Sviluppata per la televisione da David E.
Kelley – già creatore di serie acclamate
come Big Little Lies e
Presumed Innocent –
The Lincoln Lawyer segue
le vicende dell’avvocato difensore Mickey Haller, interpretato da
Manuel
Garcia-Rulfo. Un professionista brillante e
spregiudicato che affronta casi complessi a Los Angeles, lavorando
direttamente dalla sua iconica Lincoln.
La saga era già stata adattata per il cinema nel 2011 con
The Lincoln
Lawyer, interpretato da Matthew
McConaughey, ma è con la serialità che
l’universo narrativo di Connelly ha trovato la sua forma più
efficace.
Al momento della pubblicazione, la stagione 4 è già al #2 nella classifica globale
Netflix, sia a livello mondiale sia negli Stati Uniti.
Dopo aver superato il lungo successo virale His & Hers, la serie è attualmente dietro solo
alla prima parte di Bridgerton – Stagione
4.
Tutti e 10 gli episodi di
The Lincoln Lawyer 4 si
possono vedere in una notte
Per chi ha già visto le prime tre stagioni, questo è
il momento ideale per
tuffarsi subito nella nuova stagione. I 10 episodi hanno
una durata compresa tra 45 e 56 minuti, rendendo realistico – seppur
impegnativo – completarli in un’unica lunga notte di binge-watching.
La serie è anche un investimento sicuro per i nuovi spettatori:
una
quinta stagione è già in sviluppo, e l’ampia
bibliografia di Michael Connelly lascia spazio a molte altre
stagioni future. Sul fronte critico, The Lincoln Lawyer gode di un ottimo
riscontro, con un 90% su
Rotten Tomatoes, e un impressionante 100% per la terza stagione.
Se ti consideri un appassionato di crime thriller e legal drama,
difficilmente troverai una nuova serie migliore da divorare questo weekend su
Netflix. The Lincoln
Lawyer 4 punta apertamente al primo posto nelle classifiche
mondiali: il binge perfetto è appena iniziato.
La
quarta stagione di The Lincoln
Lawyer riporta in scena uno dei
personaggi più pericolosi del passato di Mickey Haller,
trasformando il legal drama in un racconto cupo e personale.
Alex Gazarian, già
legato al caso di Lisa Trammell, torna al centro della storia ed è
tutt’altro che disposto a dimenticare ciò che Mickey gli ha fatto.
Questa volta, però, la posta in gioco è massima:
Mickey non è solo
l’avvocato, ma anche l’imputato in un processo per
omicidio.
Mickey Haller imputato: il
caso più difficile della sua carriera
In
The Lincoln Lawyer 4,
Mickey Haller si trova a difendere se stesso dall’accusa di
omicidio. Per dimostrare la propria innocenza è costretto a
riaprire ferite mai rimarginate e ad affrontare i fantasmi del suo
passato professionale. Il cast della stagione è infatti popolato da
persone che hanno un conto in sospeso con lui: ex clienti,
testimoni scomodi e vecchi nemici.
Il dettaglio più inquietante è che la vittima era un suo ex assistito, mentre
uno dei testimoni chiave è un’altra persona che Mickey aveva difeso
in passato. Ma il nome che pesa più di tutti è quello di
Alex Gazarian,
figura già nota ai fan della serie.
Alex Gazarian è Alex
Grant: il ritorno dal caso Lisa Trammell
Alex Gazarian non è un volto nuovo. Nella seconda stagione della
serie, Mickey aveva seguito il caso di Lisa Trammell, accusata dell’omicidio del
costruttore Mitchell Bondurant. Lisa era effettivamente colpevole
di un omicidio, ma non di quello per cui veniva processata.
Durante le indagini, Mickey scoprì che Alex Grant, il cui vero nome è appunto
Alex Gazarian, aveva minacciato Bondurant via email. Gazarian,
proprietario di una società di costruzioni, aveva lavorato con
Bondurant ed era coinvolto in numerose attività criminali. L’FBI lo
sospettava di legami con la mafia armena.
Mickey puntò tutto su di lui: lo smascherò pubblicamente, lo
collegò al crimine organizzato e contribuì a far crollare i suoi
affari. Gazarian perse contratti fondamentali, incluso un accordo
legato alle Olimpiadi, causando gravi danni economici anche alla
mafia armena. Una mossa vincente sul piano legale, ma devastante
sul piano personale.
Perché Lisa Trammell
torna al processo per omicidio
Nella quarta stagione, Lisa Trammell rientra in scena come arma
dell’accusa. Si presenta volontariamente al processo di Mickey come
la cosiddetta “sorpresa di ottobre”. La sua testimonianza è un
misto di menzogne e mezze verità, costruite per dipingere Mickey
come un uomo vendicativo, disposto a infrangere l’etica
professionale per denaro.
Lisa sostiene che Mickey abbia violato il segreto professionale
rivelando alla polizia che lei aveva ucciso il marito. In realtà,
l’unico elemento vero è che Mickey confidò a Lorna alcuni dettagli,
che portarono poi l’investigatore Griggs a indagare. Tutto il resto
del racconto di Lisa crolla quando la difesa presenta
le lettere
minatorie che lei stessa aveva inviato a Mickey dal
carcere, smascherandone la totale inattendibilità.
Alex Gazarian, Sam Scales
e il complotto dell’omicidio
Il legame tra Alex Gazarian e la morte di Sam Scales è il fulcro del mistero della
stagione. Gazarian aveva fondato l’azienda Biogreen, intestandola a
prestanome, per portare avanti una truffa nota come “Bleeding the
Beast”: un sistema di frode sui sussidi statali per il biofuel.
Il meccanismo era semplice e geniale: Biogreen dichiarava la
vendita di carburante ecologico, incassava i contributi pubblici e
poi riutilizzava gli
stessi barili, cambiandone solo le etichette.
Sam Scales scoprì la truffa e decise di approfittarne. Modificò il
suo camion per poter guidare nonostante la disabilità e iniziò a
lavorare come autista per Biogreen, ma cominciò a sottrarre parte
dei fondi, danneggiando direttamente Gazarian e la mafia
armena.
Il framejob perfetto
contro Mickey Haller
Per vendetta, Gazarian mise in atto un piano quasi perfetto. Drogò
Sam con Rohypnol, lo portò a casa di Mickey e uccise Sam nel bagagliaio dell’auto di
Mickey, usando una pistola con silenziatore mentre
l’avvocato dormiva.
Per assicurarsi che Mickey venisse fermato, rimosse la targa
dell’auto e fece in modo che un agente lo fermasse, suggerendo che
la mafia armena avesse infiltrazioni anche nelle forze dell’ordine.
Un incastro studiato nei minimi dettagli.
Che fine fa Alex Gazarian
in The Lincoln Lawyer
4
Gazarian trascorre gran parte della stagione in fuga. Mickey crede
che stia evitando una citazione in tribunale, ma la verità è più
inquietante: Gazarian ha
paura della mafia armena. Non è al vertice
dell’organizzazione e, con le sue azioni impulsive, ha messo a
rischio l’intero sistema.
Due membri della mafia lo eliminano poco prima che Cisco riesca a
notificargli la citazione. Alex Gazarian diventa così una
vittima del suo stesso
ego, sacrificato perché ormai considerato una
minaccia.
Mickey riesce comunque a dimostrare la propria innocenza senza
affrontarlo direttamente. Ma il
finale lascia un’ombra inquietante: la mafia armena considera
Mickey un potenziale problema. L’FBI arresta gli uomini che lo
seguivano, ma la sensazione è chiara: la minaccia non è davvero finita.
Il
finale di La vita va così non punta al colpo di
scena né alla retorica del trionfo. Riccardo Milani sceglie una
chiusura coerente con il senso profondo del racconto:
una vittoria che non è
rumorosa, ma etica, e che lascia nello spettatore una
riflessione aperta sul significato di progresso, comunità e
appartenenza.
Cosa succede nel finale di
La vita va
così
Nella parte conclusiva del film, la battaglia del protagonista
contro il progetto di cementificazione arriva al suo epilogo. Dopo
pressioni economiche, isolamento sociale e fratture all’interno
della comunità, la resistenza ostinata dell’uomo produce finalmente
un risultato concreto: il
progetto viene fermato.
Non assistiamo però a una celebrazione collettiva. Il film evita
volutamente l’idea di una vittoria piena e condivisa. La comunità
resta segnata, divisa, stanca. La terra è salva, ma
il prezzo umano pagato è
evidente. Milani sottolinea così un punto chiave:
difendere ciò che conta davvero non significa uscirne indenni.
Una vittoria silenziosa,
non spettacolare
@Claudio Iannone
Il finale rifiuta la logica del “lieto fine” classico. Non ci sono
applausi, né riconoscimenti ufficiali. Il protagonista resta un
uomo semplice, solo come all’inizio, ma in pace con se stesso. È una scelta
narrativa precisa: la sua non è una vittoria contro qualcuno, ma
una fedeltà a un
principio.
In questo senso, La vita va
così (la
nostra recensione) ribalta l’idea di successo. Vincere non
equivale a guadagnare, a emergere, a essere celebrati. Vincere
significa non tradire ciò
che si è.
Il significato simbolico
della terra salvata
La terra che resta intatta nel finale non è solo uno spazio fisico.
È memoria, continuità, identità. Milani la filma come un corpo
vivo, fragile, che sopravvive non grazie a un sistema, ma grazie
alla testardaggine di un singolo.
Il messaggio è chiaro: i
luoghi non sono merci neutre, ma portatori di storie e
relazioni. Salvare quella terra significa salvare anche un modo di
stare al mondo, oggi sempre più marginale.
Una comunità che resta
divisa
La vita va così – Foto di Claudio Iannone
Uno degli aspetti più amari del finale è proprio l’assenza di una
riconciliazione collettiva. Il film non nasconde le ferite lasciate
dalla battaglia: amicizie incrinate, incomprensioni, rancori.
Milani evita ogni pacificazione forzata, perché la realtà – ancora
una volta – è più complessa.
Il progresso promesso dal resort non arriva, ma neppure arriva una
soluzione alternativa immediata. Ed è qui che il finale diventa
profondamente politico: non basta dire no, serve immaginare altro. Il film
si chiude lasciando questa responsabilità allo spettatore.
Il senso ultimo del
finale: dire no come atto di dignità
Il finale di La vita va
così afferma con forza che dire no può essere un atto creativo, non
distruttivo. In un mondo dove tutto sembra negoziabile, il
protagonista sceglie l’intransigenza come forma di dignità.
Non cambia il sistema, non risolve tutti i problemi, ma
lascia un segno.
E questo segno è sufficiente perché il film si chiuda non sulla
sconfitta, ma su una resistenza che continua, silenziosa,
quotidiana.
Perché il finale resta
aperto
Riccardo Milani sceglie di non chiudere il discorso. Il futuro
della comunità, del territorio, del lavoro resta sospeso. È una
scelta coerente con il titolo stesso: La vita va così. Non offre risposte
definitive, ma invita a
guardare la realtà senza semplificarla.
Il finale non consola, ma responsabilizza. Ed è proprio in questa
mancanza di retorica che il film trova la sua forza più
autentica.
Con La vita va così, Riccardo Milani firma un film che si muove
tra ironia e malinconia, mescolando toni leggeri e riflessione
sociale in un equilibrio perfettamente riconoscibile per chi
conosce il suo cinema. L’autore di Come un gatto in
tangenziale, Benvenuto
Presidente! e Un mondo a parte torna
a raccontare l’Italia contemporanea attraverso una lente umana,
mettendo al centro persone comuni travolte da eventi più grandi di
loro. La domanda che accompagna il film – e che ha incuriosito
molti spettatori – è se La vita
va così (la
nostra recensione) sia ispirato a una storia vera. E la
risposta, come spesso accade nel cinema di Milani, si colloca in
quella zona sottile tra realtà e verosimiglianza, dove il quotidiano
diventa racconto collettivo e l’esperienza personale si trasforma
in materia universale.
Quando si parla di La vita va
così, il riferimento alla “storia vera” non
è una suggestione generica né una semplice ispirazione tematica. Il
film di Riccardo Milani affonda le radici in una vicenda reale,
potente e simbolica: la
battaglia di Ovidio Marras, pastore sardo che ha scelto di
opporsi ai colossi dell’industria turistica per difendere la
propria terra, la propria identità e un’idea diversa di futuro.
Ovidio Marras: l’uomo che
disse no a 12 milioni di euro
@Claudio Iannone
Ovidio Marras era un pastore nato e vissuto a Teulada,
all’estremità sud-occidentale della Sardegna. La sua storia è
diventata emblematica quando rifiutò un’offerta milionaria – fino a
12 milioni di euro
– pur di non cedere il terreno di famiglia a un grande progetto
immobiliare.
Per Marras quella terra non era un bene da monetizzare, ma
identità, memoria,
comunità. Il suo motto, diventato celebre, riassume
perfettamente il senso della sua scelta: “No ai soldi, sì alla mia natura”. Una
posizione radicale, portata avanti con coerenza fino alla sua
morte, avvenuta nel gennaio 2024 all’età di 93 anni.
Capo Malfatano: un
paradiso naturale sotto assedio
Il cuore del conflitto era Capo
Malfatano, un tratto di costa considerato
tra i più suggestivi d’Italia, non lontano dalla celebre spiaggia
di Tuerredda.
Qui era previsto un “eco resort” di lusso: ville, piscine, campi da
golf, oltre 140 mila
metri cubi di cemento in uno dei paesaggi più
incontaminati dell’isola.
Mentre molti proprietari terrieri accettarono le offerte, Marras
scelse di resistere. Per lui, quello sviluppo non era progresso, ma
una ferita irreversibile
al territorio. La sua opposizione non era ideologica,
bensì profondamente concreta: difendere ciò che aveva ricevuto in
eredità e che sentiva il dovere di proteggere.
Una strada come simbolo
di resistenza
@Claudio Iannone
La contesa esplose attorno a un elemento apparentemente marginale
ma altamente simbolico: una piccola strada privata che Marras percorreva
fin da bambino per andare in paese e portare il bestiame al
pascolo. Quando gli operai iniziarono a intervenire su quel
sentiero, abbattendo ulivi secolari per favorire i lavori del
resort, Ovidio capì che non si trattava più solo di un progetto, ma
di una violazione profonda.
Quella strada divenne il simbolo della sua battaglia: un gesto semplice,
ostinato, che trasformò un uomo solo in un caso nazionale.
Sedici anni di battaglia
legale contro i colossi industriali
La lotta iniziò nel 2009 e durò oltre sedici anni. Marras scelse la via della
giustizia, affrontando tempi lunghi, burocrazia e pressioni
economiche enormi. Nel 2016 arrivò il punto di svolta:
la vittoria in
Cassazione, che bloccò definitivamente il progetto e
ordinò la demolizione delle strutture già costruite.
Fu una vittoria che assunse subito i contorni di una
Davide contro
Golia contemporanea, sostenuta da associazioni
ambientaliste come Italia
Nostra e raccontata dai principali media italiani e
internazionali, fino al New
York Times.
Una comunità divisa: lavoro o tutela del
territorio?
Non tutti, però, erano dalla
parte di Ovidio. Anche a Teulada si formò un comitato “Pro Sitas”,
convinto che il resort avrebbe portato occupazione, turismo e
sviluppo economico. La vicenda mise in luce una frattura profonda e
attualissima: il
conflitto tra bisogno di lavoro e difesa
dell’ambiente.
È proprio questa divisione a
rendere la storia di Marras universale. Non uno scontro tra buoni e
cattivi, ma una tensione reale che attraversa molte comunità
italiane, soprattutto nei territori più fragili.
Il film di Riccardo Milani: cinema civile e memoria
collettiva
La vita va così ricalca fedelmente la
vicenda di Ovidio Marras, trasformandola in racconto
cinematografico senza tradirne lo spirito. Milani mette al centro
la determinazione dell’uomo, le offerte rifiutate, le pressioni, la
solitudine, ma anche il sostegno e le fratture interne alla
comunità.
Il regista ha spiegato come
dividere una comunità sia
spesso una strategia di potere, e come il vero tema del
film sia la ricerca di un equilibrio possibile tra sviluppo e
rispetto del territorio. Il messaggio è chiaro e profondamente
politico nel senso più alto del termine: non tutto può essere comprato.
Una storia vera che parla al presente
La vita va così è dunque basato su una storia vera, e lo è
nel modo più diretto possibile. Non solo perché racconta una
vicenda realmente accaduta, ma perché restituisce al cinema una
domanda urgente: che
valore diamo oggi ai luoghi, alle radici,
all’identità?
La lezione di Ovidio Marras,
fatta di semplicità e rigore morale, diventa nel film di Riccardo
Milani un atto di resistenza culturale. Un invito, oggi più che
mai, ad avere il coraggio di dire no.
Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo, uscito
nel 2007 e diretto da Gore Verbinski, rappresenta
il terzo capitolo di una delle saghe più
popolari e redditizie del cinema contemporaneo. Arrivato dopo il
successo enorme dei
primi due film, il lungometraggio assume fin da subito il
compito di chiudere una trilogia concepita come un unico grande
arco narrativo. Più cupo, ambizioso e stratificato rispetto ai
predecessori, il film amplia l’universo piratesco mettendo in scena
uno scontro epico che va oltre l’avventura classica, trasformando
la
saga in una vera mitologia cinematografica.
Il
racconto riprende direttamente le vicende lasciate in sospeso da
La maledizione del forziere fantasma, a
partire dalla morte e dalla prigionia ultraterrena di Jack
Sparrow, fino alla minaccia sempre più concreta della
Compagnia delle Indie Orientali. Elizabeth Swann e
Will Turner diventano figure centrali di un
conflitto che non è più solo personale, ma politico e simbolico,
mentre la narrazione si espande introducendo nuovi luoghi, alleanze
inedite e personaggi destinati a ridefinire gli equilibri del mondo
dei pirati. Il tono si fa più solenne, senza rinunciare all’ironia
che ha reso iconica la saga.
Allo stesso tempo,
Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo non
si limita a chiudere una storia, ma getta le basi per il futuro del
franchise. Il finale, ricco di svolte narrative e di scelte
definitive per i protagonisti, lascia volutamente alcune porte
aperte, suggerendo nuovi percorsi e nuove avventure possibili. È
proprio in questa prospettiva che il film dialoga con Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare,
anticipandone temi e direzioni. Nel resto dell’articolo entreremo
nel dettaglio del finale, analizzandone il significato e il modo in
cui prepara il terreno al quarto capitolo della saga.
La trama di Pirati dei Caraibi – Ai confini del
mondo
Mentre WillTurner, Elizabeth Swann e
Barbossa cercano di recuperare Jack
Sparrow dal limbo in cui è stato incastrato, l’era dei
pirati sembra giungere al termine per via dell’attività
di Lord Beckett. L’unica possibilità per
fermare lui e il suo alleato Davy Jones è quella
di riunire i Nove Pirati Nobili, di cui oltre a Sparrow fa parte
anche Sao Feng. Quando la battaglia finale tra le
due opposte forze sembra ormai inevitabile, inaspettate rivelazioni
sulla maledizione dell’Olandese Volante, la nave di Jones,
cambieranno le carte in tavola. Alla luce di queste, Sparrow si
troverà a dover scegliere tra l’immortalità e l’amicizia.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto il film converge verso lo scontro decisivo tra la
Fratellanza dei Pirati e la Compagnia delle Indie Orientali, dopo
che Elizabeth viene eletta Re dei Pirati e Calypso viene liberata.
La dea, però, rifiuta di schierarsi e scatena un gigantesco
maelstrom che diventa il teatro della battaglia finale. All’interno
di questo vortice marino, la Perla Nera e l’Olandese Volante si
affrontano mentre alleanze e tradimenti trovano una resa dei conti
definitiva. Il caos della tempesta riflette la posta in gioco,
trasformando lo scontro in un momento di pura epica tragica.
Durante la battaglia, le traiettorie dei personaggi principali si
chiudono in modo netto e drammatico. Will Turner viene mortalmente
ferito da Davy Jones e, per salvarlo, Jack Sparrow lo aiuta a
trafiggere il cuore del capitano dell’Olandese Volante. Jones muore
e Will ne prende il posto, spezzando la maledizione
dell’equipaggio. Beckett viene sconfitto e ucciso quando la sua
nave viene distrutta dalla Perla Nera e dall’Olandese Volante ormai
libero. La guerra finisce, ma il prezzo della vittoria è una
separazione dolorosa che segna il destino dei protagonisti.
Il finale porta a compimento uno dei temi centrali della trilogia,
quello del sacrificio come atto necessario per ristabilire
l’equilibrio. Will accetta il ruolo di capitano dell’Olandese
Volante, condannandosi a una vita lontana da Elizabeth per
garantire pace ai mari e redenzione alle anime perdute. La sua
scelta chiude il percorso dell’eroe classico, che rinuncia alla
felicità personale per un bene più grande. In questo senso, il film
trasforma l’avventura piratesca in una riflessione sul dovere, sul
tempo e sulle promesse impossibili da mantenere.
Anche Jack Sparrow trova una conclusione coerente con la sua natura
ambigua e sfuggente. Rinuncia al controllo dell’Olandese Volante e
accetta di restare libero, preferendo l’incertezza del viaggio a
qualsiasi forma di potere definitivo. La sua decisione ribadisce il
tema della libertà come valore assoluto, opposto tanto all’ordine
imposto da Beckett quanto alle catene soprannaturali delle
maledizioni. Il finale intreccia così romanticismo, mito e
disincanto, chiudendo la trilogia con una nota malinconica che
rifiuta soluzioni semplici o consolatorie.
Pur offrendo una chiusura
emotiva forte, Pirati dei Caraibi – Ai confini del
mondo lascia aperte diverse strade per il futuro della
saga. La scena dopo i titoli di coda suggerisce che l’amore tra
Will ed Elizabeth continua a vivere nonostante la distanza, mentre
la partenza di Jack alla ricerca della Fonte della Giovinezza
introduce una nuova direzione narrativa. Barbossa, ancora una
volta, si muove invece nell’ombra come figura imprevedibile. Questi
elementi preparano il terreno per Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare,
segnando il passaggio da una trilogia compatta a un universo
espanso pronto a reinventarsi.
Il finale del film
Anna, diretto da Luc Besson(Dogman,
Dracula – L’amore perduto) è ricco di colpi di scena,
con l’assassina russa protagonista che affronta sia la CIA che il
KGB per conquistare la libertà. Anna Poliatova (Sasha
Luss) mette in atto diversi inganni intelligenti, tra cui
uno stratagemma finale per sfuggire al controllo delle agenzie di
spionaggio statunitensi e russe con l’aiuto di Olga (Helen
Mirren), la sua supervisore del KGB. A metà del film,
Olga la manda in missione, che si rivela essere una trappola tesa
dall’agente della CIA Leonard Miller (Cillian
Murphy).
Non avendo alternative in questo
film di spionaggio cult, la protagonista accetta di diventare una
doppia agente per la CIA. Anna e Miller iniziano una relazione e
lui scopre il suo vero obiettivo: fuggire dal KGB e rifarsi una
vita alle Hawaii. Miller promette di realizzare il sogno di Anna se
lei ucciderà Vassiliev (Eric Godon), il capo del
KGB. Sfortunatamente, la missione di uccidere Vassiliev si svolge
sotto il naso di Alex Tchenkov (Luke
Evans), il supervisore del KGB di Anna ed ex amante,
rendendo tutto fino al finale teso del film un viaggio da
cardiopalma.
La spiegazione della missione di
Anna
Quando Anna uccide Vassiliev, Alex
è nella stanza; lei lo droga mentre fugge, ma la tossina che usa
non è abbastanza forte e Alex fa scattare l’allarme, mettendo
l’edificio in allerta rossa. Anna deve affrontare decine di soldati
e guardie e farsi strada attraverso i meandri dell’edificio del
KGB, ma Miller, che dovrebbe accompagnarla fuori da Mosca, è
costretto ad abbandonarla. Più tardi, tornato a New York, Miller
riceve un messaggio da Anna che gli chiede di incontrarla in un
parco di Parigi.
Tuttavia, Anna contatta anche Alex
e gli dice di incontrarla nello stesso parco. Alex e Miller (e le
loro rispettive agenzie) si ritrovano faccia a faccia quando Anna
appare con un accordo per entrambi gli amanti: Anna restituisce
tutte le informazioni della CIA che ha rubato a Miller e offre ad
Alex tutti i dati del KGB che ha preso da Vassiliev in cambio della
sua libertà. Poiché né la CIA né il KGB vogliono che l’incontro
degeneri in violenza, Alex e Miller lasciano andare Anna. Tuttavia,
Olga spara ad Anna mentre lascia il parco, o almeno così
sembra.
Anna ha finto la sua morte
Nel finale di
Anna, Olga e la protagonista fingono la morte di
quest’ultima. Olga uccide la sosia di Anna, che poi sostituisce
alla vera assassina. Olga ha sempre saputo che Anna lavorava per la
CIA perché vede i segni sui suoi polsi lasciati dalle manette che
gli americani le hanno messo quando Miller ha negoziato il suo
passaggio alla CIA. Anna, che ora è una tripla agente che lavora
esclusivamente per Olga, le riferisce il piano di Miller di
assassinare Vassiliev e Olga accetta di lasciarlo fare perché ciò
significa che lei lo sostituirà come capo del KGB.
Così, quando Anna stringe il suo
accordo con Alex e Miller, Olga finge di vendicarsi del tradimento
di Anna e “uccide” la bionda ribelle. In realtà, Anna si scambia
con la sua sosia morta, si cambia d’abito nelle fogne (rivelando di
essersi rasata la testa) e fugge a Parigi.
Olga ha lasciato fuggire Anna
Tuttavia, Anna riserva un’ultima
sorpresa a Olga quando assume la carica di nuovo capo del KGB:
lascia poi un video in cui chiede a Olga di cancellare il suo file
dal database del KGB. Olga avrebbe potuto tradire Anna e mandarle
contro tutte le forze del KGB, ma invece fa come le ha chiesto Anna
e cancella completamente i dati di Anna Poliatova. Perché anche se
Olga è stata dura con la giovane durante tutta la sua carriera,
Anna si era guadagnata il suo rispetto.
Olga, interpretata da Helen Mirren, capisce che Anna non vuole più
una vita in cui è soggetta alla “schiavitù” dei potenti uomini del
governo, cosa che Olga (che Vassiliev derideva perché “brutta”) può
capire. Ora che è a capo del KGB, Olga può gestirlo come desidera,
che è la sua versione della libertà che la protagonista ha
conquistato fuggendo dalla sua vita di assassina del governo.
Il finale lascia la porta aperta a
un sequel che probabilmente non ci sarà
Alla fine del film, l’eroina Anna è
ora una donna libera. Si è liberata sia dal KGB che dalla CIA, e
tutti pensano che sia morta. Olga le concede ancora più libertà,
poiché l’unica persona che sa che Anna è viva accetta di lasciarla
andare. Questo apre una miriade di possibilità per un ipotetico
sequel, e il regista Luc Besson si assicura di
lasciare il finale leggermente aperto nel caso in cui gli studios
volessero un sequel.
Mentre il KGB accetta di cancellare
le informazioni su Anna dai suoi sistemi, la CIA potrebbe ancora
darle la caccia se si rendesse conto che è ancora viva, come crede
Miller. Anna sa anche che il KGB potrebbe aver ucciso i suoi
genitori, che potrebbero essere stati anche loro agenti
doppiogiochisti. Ora che Anna è libera, potrebbe cercare vendetta
contro i responsabili della morte dei suoi genitori. Infine, c’è
anche la possibilità che Olga abbia bisogno di aiuto e si rivolga
ad Anna, soprattutto perché Olga ha detto di non potersi fidare di
nessuno nel governo russo.
Tuttavia, non aspettatevi un sequel
di alcun tipo. Il film aveva un budget di 30 milioni di dollari, ma
ha incassato solo 32 milioni di dollari al botteghino mondiale, con
soli 7,7 milioni di dollari incassati nella sua uscita
nordamericana. Questi numeri non sono migliorati molto nemmeno sul
mercato interno. Il film è poi andato molto bene su Netflix e Anna è rimasto nella top
10 durante la sua uscita sulla piattaforma di streaming nel 2024,
con un punteggio dell’81% su Rotten Tomatoes, ma questo
probabilmente non lo aiuterà a ottenere il sostegno finanziario
necessario per un sequel.
Quella che era iniziata come
un’innocente storia d’amore adolescenziale prende una piega
devastante in Nessuno può scaricare mia figlia,
film thriller prodotto da Lifetime. Tutto
inizia con Theresa (Jasmine Vega) e Jimmy Simpson
(Aiden Howard) che si innamorano. Tuttavia, il
roseo prisma dell’amore svanisce rapidamente, come accade nella
maggior parte delle storie d’amore adolescenziali, con Jimmy che
rompe con Theresa, lasciandola con il cuore spezzato.
Tuttavia, non solo Theresa è
sconvolta dal nuovo sviluppo nella sua vita, ma anche sua madre
Mary (Ana Ortiz). La madre ossessiva e
manipolatrice della giovane fatica infatti ad accettare che sua
figlia abbia perso la verginità con Jimmy. Con il passare del
tempo, escogita un piano malvagio per vendicarsi di Jimmy, che
senza dubbio influenzerà per sempre la vita di Theresa.
Cosa succede in Nessuno
può scaricare mia figlia?
Nel corso del film, Jimmy incontra
Theresa dopo aver compreso il suo errore e le chiede perdono per
averle spezzato il cuore. Tuttavia, Theresa lo incolpa di averla
messa in imbarazzo e di aver tradito la sua fiducia, e il ragazzo
si scusa profusamente, sottolineando che non vuole che lei pensi
che lui l’abbia sfruttata per il proprio piacere fisico. Le scuse
fanno sentire meglio Theresa, ma lei rifiuta la richiesta di Jimmy
di incontrarsi il giorno successivo.
Aiden Howard e Jasmine Vega in Nessuno può scaricare mia
figlia
In breve, era evidente che la
coppia aveva seppellito l’ascia di guerra e che le cose potevano
tornare alla normalità. Tuttavia, il giorno dopo, la situazione
prende una piega drammatica quando Jimmy viene ucciso a colpi di
pistola mentre lava la sua auto, morendo sul colpo. Dall’altra
parte, Theresa, che non era a conoscenza della devastante notizia,
rimane paralizzata quando viene a sapere della morte del suo
amante. Anche quando sua madre Mary cerca di consolarla, lei non
riesce a scrollarsi di dosso il dolore per la perdita di Jimmy.
Chi ha ucciso Jimmy Simpson in
Nessuno può scaricare mia figlia?
All’inizio delle indagini della
polizia, il detective Herandez scopre un biglietto da visita con
una macchia di sangue e lo usa per rintracciare il colpevole. Il
funerale di Jimmy è un evento emotivamente intenso e quando Theresa
torna a casa, litiga con sua madre Mary. Theresa esprime disappunto
per il fatto che sua madre non fosse presente al funerale, al che
Mary risponde chiedendole perché avrebbe dovuto partecipare al
funerale del ragazzo che ha preso la verginità di sua figlia,
lasciando Theresa sbalordita.
Non solo, ma l’assicurazione di
Mary che la verginità di Theresa sarebbe stata ripristinata quando
Jimmy, il ragazzo che l’aveva presa, fosse morto, lascia Theresa
senza parole. Nella scena seguente, Hernandez interroga Jeffrey
Lopez (Zak Santiago), che inizialmente nega
qualsiasi coinvolgimento nel crimine, ma alla fine rivela
l’identità di Ana (Sheila E). Ana, altrettanto
sconvolta, decide di aiutare le autorità e incontra Mary sotto la
supervisione della polizia. Ana chiede che vengano consegnati 500
dollari agli assassini, ma Mary esprime il suo disappunto,
aggiungendo che gli assassini potrebbero ricattarli in futuro.
Jasmine Vega e Ana Ortiz in Nessuno può scaricare mia
figlia
Consiglia inoltre di assumere un
altro assassino per sbarazzarsi di questi killer, mentre la polizia
continua ad ascoltare la loro conversazione. Quando Mary ammette di
aver dato dei soldi per coprire l’omicidio, le autorità la
arrestano immediatamente. Nella scena seguente, Mary viene
incriminata per omicidio e Theresa chiede a suo padre perché non
abbiano partecipato all’udienza in tribunale. A questo punto, il
padre triste, che sta guardando la foto del fratello defunto di
Theresa, ricorda cosa sarebbe potuto accadere se il figlio non
fosse morto.
Mary non sarebbe stata una madre
ossessiva e Jimmy non sarebbe morto. Nella scena seguente, Theresa
va a trovare sua madre in prigione e le chiede la verità, ma la
madre delirante continua la sua farsa e sostiene di non aver ucciso
Jimmy. Alla fine, Theresa, delusa, se ne va dalla prigione,
giurando di non voler più vedere sua madre. Il film si conclude
così con Theresa che esprime la sua gratitudine a Jimmy e chiede
perdono mentre visita la sua tomba.
Il finale di Nessuno può
scaricare mia figlia lascia una riflessione sul confine
tra amore, controllo e ossessione. La storia mostra come
l’ossessione di Mary e il desiderio di proteggere la “purezza”
della figlia abbiano trasformato un normale dolore adolescenziale
in una catena di violenza e tragedia. Il film mette in luce le
conseguenze devastanti delle manipolazioni familiari e della
mancanza di rispetto per le scelte altrui, evidenziando quanto il
controllo e la vendetta possano distruggere legami e vite. Alla
fine, la crescita emotiva di Theresa emerge come messaggio
centrale: imparare a distinguere tra affetto genuino e
manipolazione, accettare la perdita e trovare la propria autonomia
diventano strumenti per spezzare il ciclo di dolore lasciato dagli
adulti intorno a lei.
Scopri anche il finale di altri film simili
a Nessuno può scaricare mia figlia:
Entra nel dietro le quinte con il creatore di Scream
7, Kevin Williamson, mentre per la
prima volta nella storia del franchise si siede sulla sedia del
regista. Con interventi esclusivi delle star Neve
Campbell e Isabel May. Dal 25 febbraio al
cinema con Eagle Pictures.
La trama di Scream 7
Quando un nuovo assassino
mascherato da Ghostface semina il terrore nella tranquilla
cittadina dove Sidney Prescott (Neve Campbell) ha ricostruito la
sua vita, i suoi incubi più profondi diventano realtà: la prossima
vittima designata è sua figlia (Isabel May). Decisa a proteggere
ciò che ama, Sidney dovrà riaprire le porte del suo passato e
affrontare, una volta per tutte, l’orrore che pensava di aver
lasciato alle spalle.
Prime Video ha svelato oggi il trailer ufficiale
e il nuovo poster di Young
Sherlock, la serie con protagonista Hero
Fiennes Tiffin (After) nei panni di
Sherlock Holmes. Realizzata dal visionario regista ed executive
producer Guy Ritchie, Young Sherlock è un giallo
irriverente e ricco di azione che segue le prime leggendarie
avventure dell’iconico detective. Tutti gli 8 episodi della serie
debutteranno il 4 marzo 2026 in esclusiva su Prime Video in oltre
240 Paesi e territori nel mondo.
Quando un carismatico Sherlock
Holmes, giovane e ribelle, incontra nientemeno che James Moriarty,
viene trascinato in un’indagine per omicidio che mette a rischio la
sua libertà. Il primo caso in assoluto di Sherlock svela una
cospirazione che attraversa il globo, e culmina in uno scontro
esplosivo che cambierà per sempre il corso della sua vita.
Ambientata in una vibrante Inghilterra vittoriana e con avventure
oltre confine, la serie svela le prime gesta dell’adolescente
anarchico destinato a diventare il più celebre residente di Baker
Street.
Il cast di Young
Sherlock, già annunciato, include Dónal Finn (La Ruota del
Tempo), Zine Tseng (Il problema
dei 3 corpi), Joseph Fiennes (Il
racconto dell’ancella),
Natascha McElhone (Halo), Max Irons
(Condor) e Colin Firth (Il discorso del re). Guy
Ritchie è regista dei primi due episodi ed executive
producer. La serie è scritta da Matthew Parkhill, che figura
anche come executive producer insieme a Dhana Rivera
Gilbert, Marc Resteghini, Simon Maxwell, Ivan Atkinson,
Simon Kelton, Colin Wilson e ai co-executive producer
Harriet Creelman e Steve Thompson. Motive Pictures ha
guidato la produzione fisica di Young Sherlock.
Sandiwara
di Sean Baker e Michelle Yeoh, un film realizzato in
collaborazione con la casa di moda londinese Self-Portrait, sarà
presentato in anteprima mondiale al Festival di Berlino alla fine di questo
mese.
Come riportato da Variety a
dicembre, con Sandiwara il regista di
Anora torna alle sue origini di
riprese con iPhone per quella che viene descritta in un comunicato
stampa come “un’esperienza cinematografica immersiva“. Si
tratta del primo film del programma Self-Portrait Residency,
lanciato lo scorso anno con l’obiettivo di invitare creativi
“di tutte le discipline a collaborare con il brand per creare
utilizzando il proprio stile distintivo“, si legge nel
comunicato. L’iniziativa mette a disposizione di Self-Portrait
“l’infrastruttura, le piattaforme, le risorse, i team e la rete
di distribuzione per mettere in luce e promuovere creativi esterni,
offrendo loro la libertà di sognare e creare”.
Con Yeoh nei panni di
cinque personaggi diversi, Sandiwara è
ambientato in Malesia e, secondo la sinossi, “va oltre la moda e si
addentra nel mondo del cinema e della narrazione per catturare il
cuore della cultura malese”. Il film prende il titolo dalla parola
malese che significa “dramma, spettacolo teatrale o opera teatrale”
ed è stato girato a Penang, con riprese culminate all’Hawker
Center.
Il Festival di Berlino ospiterà una
proiezione speciale di Sandiwara il 13
febbraio, seguita da una conversazione tra il regista e l’attrice.
Sean Baker sarà presente anche alla cerimonia
di apertura della Berlinale il 12 febbraio per consegnare a
Michelle Yeoh l’Orso d’Oro alla Carriera di
quest’anno.
Il Festival di Berlino si terrà dal
12 al 22 febbraio.
Predator:
Badlands, il nuovo capitolo del franchise di
Predator, arriverà in streaming su Disney+ il 12
febbraio.
Predator: Badlands
approfondisce la tradizione Yautja introducendo i nuovi personaggi
Dek (Dimitrius Schuster-Koloamatangi) e Thia
(Elle Fanning), seguendoli in un viaggio
da eroi sfavoriti plasmato da un’alleanza improbabile. Mescolando
temi di sopravvivenza e scoperta di sé con combattimenti intensi,
effetti visivi sorprendenti e momenti di umorismo, il film offre
un’avventura ricca di azione ad alto rischio.
Ad oggi il film di maggior incasso nei 38 anni di storia del
franchise, Predator:
Badlands ha
totalizzato 184,5 milioni di dollari in tutto il mondo, superando
il precedente detentore del record, Alien
vs. Predator del
2004 (177,4 milioni di dollari). Con la regia di Dan Trachtenberg,
l’audace visione del film è stata accolta con entusiasmo sia dal
pubblico che dalla critica, vantando un punteggio del 95% Rotten
Tomatoes®
Verified Hot Popcornmeter e un punteggio dell’86% Certified Fresh
Tomatometer.
Il franchise completo dei film Predator
è ora disponibile in streaming su Disney+.
La trama di Predator: Badlands
Ambientato nel futuro su un pianeta remoto e letale, Predator:
Badlands segue
le vicende di Dek, un giovane Predator emarginato dal suo clan, che
trova un’improbabile alleata in Thia mentre intraprende un viaggio
insidioso alla ricerca del suo avversario finale.
Il numero di questo mese della
rivista Empire Magazine sarà dedicato al reboot di Masters
of the Universe della Amazon MGM Studios, e oggi
sono state rivelate due fantastiche nuove copertine, insieme ad
alcune immagini e commenti del regista del film live-action. La
prima (la si può vedere qui) mostra
He-Man (Nicholas Galitzine), Teela (Camila
Mendes), Man-At-Arms (Idris
Elba) e Battle Cat in piedi fianco a fianco. Il
Castello di Grayskull, dimora del malvagio Skeletor, incombe sullo
sfondo ed è posto in primo piano sulla seconda copertina
dell’artista Max Löffler (la si può vedere qui).
Questo fine settimana vedremo uno
spot televisivo del Super Bowl dedicato a Masters of the Universe?
Secondo quanto riportato dai media, Amazon è tra gli studi che non
parteciperanno al Big Game, ma con il nuovo trailer di Project
Hail Mary ora confermato per domenica, c’è la possibilità
che vedremo qualcosa. Parlando con Empire, il regista Travis Knight
ha detto: “C’è una stupidità intrinseca in questo, che noi
riconosciamo e accettiamo. Penso che sia una virtù, in realtà. Ed è
intessuta nella sceneggiatura per aiutare alcune di queste cose ad
avere senso per un pubblico moderno. Ad esempio, perché quel
personaggio dovrebbe avere quel nome stupido? Beh, nel corso del
film vi mostriamo il perché“.
Alla domanda sul casting di He-Man,
ha aggiunto: “Non stavo cercando un corpo. Stavo cercando
un’anima. Avevo bisogno di qualcuno che avesse lo spirito di questo
personaggio e che potesse essere divertente, affascinante,
straziante e anche plausibilmente un grande eroe d’azione. Perché
c’è una dualità: Adam rappresenta essenzialmente l’empatia, He-Man
rappresenta la forza”.
La versione live-action della
classica serie animata vedrà protagonista Nicholas
Galitzine, ma anche la partecipazione di Morena Baccarin nel ruolo della
Strega, e di James Purefoy e Charlotte
Riley nei ruoli dei genitori di Adam, Re Randor e la
Regina Marlena, insieme ad Alison Brie (GLOW, Community)
nel ruolo del braccio destro di Skeletor, Evil-Lyn, Idris Elba (Thor, Luther) in quello di
Man-At-Arms, Camila Mendes in quelli di Teela, e
Jared Leto (Morbius, Blade Runner 2049) in quello di Skeletor
stesso. Nel frattempo, Sam C. Wilson (House of the Dragon) interpreterà Trap
Jaw, con Kojo Attah (The Beekeeper) nei panni di
Tri-Klops e Jon Xue Zhang (Eternals) nei panni di Ram-Man.
L’iconico classico horror
Il gabinetto del dottor Caligari sarà
oggetto di una rivisitazione contemporanea da parte dei fratelli
Dowdle, che hanno scelto
Michael Shannon, co-protagonista della miniserie
Waco candidata agli Emmy, per guidare il
cast del progetto.
Il gabinetto del dottor
Caligari sarà diretto da John Erick Dowdle (“No
Escape”, “As Above So Below”) da una sua sceneggiatura, firmata
insieme al fratello e socio di produzione Drew Dowdle.
Anton sta
finanziando interamente il film e si occuperà dei diritti mondiali
al prossimo European Film Market di Berlino. CAA Media Finance
co-rappresenterà i diritti per il Nord America con Anton. Questo
sconvolgente horror psicologico avrà come protagonista
Michael Shannon (“L’uomo d’acciaio”, “Norimberga”) nei panni
del cattivo del titolo, il dottor Caligari, un ipnotizzatore
itinerante che si sposta di città in città con un sonnambulo sotto
il suo controllo, lasciando una scia di raccapriccianti omicidi al
suo passaggio. Quando il fidanzato di una giovane donna scompare
misteriosamente, lei crede che in qualche modo il responsabile sia
l’enigmatico Caligari. Il problema è che nessuno le crede.
“Avendo lavorato con Michael
Shannon a diversi progetti, io e mio fratello abbiamo visto in
prima persona l’intensità inquietante che riesce a portare anche
nei momenti più semplici”, ha detto John Erick Dowdle.
“L’idea di vederlo interpretare l’orribile Dottor Caligari è
diventata per noi un’ossessione. La fiducia e la capacità creativa
che abbiamo costruito insieme ci permetteranno di spingerci più in
profondità e con più audacia nel reinventare questo iconico
classico dell’Espressionismo tedesco per un pubblico moderno. Non
potrei essere più entusiasta di dare vita a questo incubo con
lui.”
Sébastien Raybaud (“Victorian
Psycho”, “Greenland 2”) e Brandt Wrightsman (“Greenland 2”)
produrranno per Anton, insieme a Drew Dowdle per Brothers Dowdle
Productions e Stuart Manashil (“His House”, “Pieces of a Woman”).
Le riprese principali inizieranno a giugno 2026.
L’originale Il
gabinetto del dottor Caligari di Robert
Wiene, un film muto tedesco uscito nel 1920, è ampiamente
considerato il primo vero film horror e il più famoso esempio di
cinema espressionista tedesco, che ha influenzato profondamente il
periodo del noir statunitense degli anni ’40 e ’50.
Tra gli altri progetti imminenti di
Anton figurano “My Darling California”, il thriller poliziesco
dark-comico con Jessica Chastain, Josh
Brolin, Chris
Pine, Mikey Madison, Don Cheadle e Charles Melton, e “In Love”,
un’illuminante storia d’amore moderna con George Clooney e Annette Bening. Di recente è stato annunciato
il thriller sull’invasione aliena “Soon You Will Be Gone and
Possibly Eaten” con Sophie Wilde, in vendita presso l’EFM.