Quando Footloose arrivò nelle sale nel 1984, divenne rapidamente uno dei simboli della cultura pop degli anni Ottanta. Diretto da Herbert Ross e interpretato da Kevin Bacon, il film racconta la storia del giovane Ren McCormack, trasferitosi da Chicago in una piccola cittadina americana dove la musica rock, i balli e perfino il tradizionale ballo scolastico sono stati vietati.
Attraverso il conflitto tra la voglia di libertà dei ragazzi e il conservatorismo degli adulti, il film costruisce una storia di ribellione generazionale che ancora oggi continua a conquistare nuove generazioni di spettatori. Per molti anni si è pensato che la vicenda fosse soltanto una brillante invenzione cinematografica. In effetti, l’idea che un’intera comunità potesse proibire il ballo sembrava quasi una fantasia hollywoodiana.
Eppure la realtà è molto diversa. “Footloose” è realmente ispirato a eventi accaduti nella cittadina di Elmore City, in Oklahoma, dove per oltre ottant’anni una norma locale vietò il ballo pubblico. Sebbene il film romanzasse molti aspetti della vicenda, il nucleo della storia nasce da una battaglia autentica combattuta da un gruppo di studenti che desideravano semplicemente organizzare il loro primo vero ballo scolastico.
La vera storia di Elmore City e del divieto di ballare che durò oltre ottant’anni

La storia che ha ispirato “Footloose” affonda le proprie radici nel 1898, quando la piccola comunità di Elmore City decise di vietare ufficialmente il ballo. Come accadeva in molte zone della cosiddetta Bible Belt americana, numerose comunità religiose consideravano il ballo un’attività moralmente discutibile, associata al consumo di alcol, alla promiscuità sessuale e a comportamenti ritenuti incompatibili con i valori cristiani più conservatori. Nel corso dei decenni il divieto rimase in vigore senza particolari contestazioni e divenne parte integrante dell’identità cittadina.
Gli studenti del liceo locale non avevano mai organizzato un vero prom, il tradizionale ballo scolastico americano, ma soltanto banchetti formali nei quali era vietato danzare. Per generazioni di ragazzi questa situazione venne accettata come una consuetudine inevitabile, fino a quando una nuova generazione iniziò a chiedersi perché dovesse essere diversa dal resto del Paese. Alla fine degli anni Settanta, infatti, alcuni studenti della Elmore City High School cominciarono a mettere in discussione quella regola che appariva ormai anacronistica.
Tra i protagonisti della protesta vi furono Mary Ann Temple-Lee, Leonard Coffee e Rex Kennedy, giovani determinati a ottenere ciò che per milioni di studenti americani era normale: un ballo scolastico. La loro richiesta non riguardava soltanto una serata di festa, ma diventò ben presto un simbolo del confronto tra tradizione e cambiamento. La questione attirò l’attenzione dell’intera comunità, profondamente divisa tra chi riteneva il divieto ancora necessario e chi invece lo considerava un residuo del passato ormai privo di significato.
La battaglia degli studenti che convinse la città a cambiare una tradizione secolare

Quando la richiesta arrivò ufficialmente al consiglio scolastico nel 1979, il dibattito assunse dimensioni sorprendenti. Molti leader religiosi locali si schierarono apertamente contro l’iniziativa. Tra le voci più critiche vi fu il reverendo F. R. Johnson, ministro della vicina cittadina di Hennepin, convinto che i balli favorissero comportamenti immorali tra i giovani. Secondo questa visione, la danza rappresentava una porta d’accesso all’alcol, alla sessualità prematrimoniale e alla perdita dei valori tradizionali.
Dall’altra parte, però, cresceva il sostegno verso gli studenti, che sottolineavano come il divieto avesse prodotto l’effetto opposto rispetto a quello desiderato. Senza eventi organizzati e supervisionati, molti ragazzi finivano infatti per riunirsi in feste improvvisate e non controllate nelle campagne circostanti. Un ruolo decisivo venne svolto dal preside Dean Worsham, che sostenne apertamente la richiesta degli studenti, e soprattutto da Raymond Temple, presidente del consiglio scolastico e padre di Mary Ann.
Temple osservava da anni come il divieto avesse spinto i giovani a organizzare feste clandestine lontano dagli occhi degli adulti. A suo giudizio, consentire un ballo ufficiale avrebbe garantito maggiore sicurezza rispetto a eventi non controllati. Quando il consiglio scolastico si trovò spaccato in una perfetta situazione di parità, fu proprio Temple a esprimere il voto decisivo destinato a entrare nella storia. Con una frase diventata leggendaria, dichiarò semplicemente: “Let ‘em dance”, lasciateli ballare.
Dal primo prom del 1980 alla nascita di Footloose e al successo mondiale del film

L’approvazione del prom nel 1980 trasformò immediatamente Elmore City in un caso mediatico nazionale. Quotidiani, televisioni e riviste raccontarono la vicenda della cittadina che aveva finalmente abolito un divieto rimasto in vigore per oltre ottant’anni. Tra coloro che rimasero colpiti dalla storia vi fu lo sceneggiatore Dean Pitchford, già noto per aver scritto i testi di “Fame”.
Affascinato da quel conflitto tra giovani e tradizione, Pitchford si recò personalmente a Elmore City per raccogliere testimonianze e comprendere meglio le dinamiche che avevano portato alla storica decisione. Da quel materiale nacque il soggetto di “Footloose”, anche se la sceneggiatura introdusse numerose modifiche per aumentare il conflitto drammatico.
La cittadina reale divenne la fittizia Bomont, il protagonista Ren McCormack fu costruito combinando caratteristiche di diversi studenti coinvolti nella protesta e il ruolo del reverendo contrario al ballo venne notevolmente amplificato. Anche il personaggio di Ariel, interpretato da Lori Singer, rappresenta una versione romanzata delle giovani donne di Elmore City. Gli stessi protagonisti reali hanno più volte sottolineato che la loro ribellione fu molto meno turbolenta rispetto a quella mostrata nel film. Tuttavia, hanno sempre riconosciuto che lo spirito della vicenda venne rappresentato con notevole efficacia.
La vera eredità della storia che ha ispirato Footloose e il suo significato ancora oggi

A oltre quarant’anni dall’uscita di “Footloose”, la storia che ne ha ispirato la realizzazione continua a esercitare un fascino particolare perché racconta qualcosa di universale. Non si tratta semplicemente di una battaglia per poter ballare, ma di una riflessione sul rapporto tra tradizione e cambiamento, tra controllo sociale e libertà individuale.
La vicenda di Elmore City dimostra come anche le regole più radicate possano essere messe in discussione quando una comunità è disposta a confrontarsi apertamente sul proprio futuro. L’aspetto forse più sorprendente è che la cittadina non ha mai rinnegato quella pagina della propria storia. Al contrario, negli anni successivi Elmore City ha trasformato il legame con il film in un motivo di orgoglio, arrivando persino a organizzare il Footloose Festival, una manifestazione annuale che celebra proprio quel diritto al ballo conquistato nel 1980.
Oggi la storia appare quasi incredibile agli occhi del pubblico moderno, ma rappresenta una testimonianza concreta di come il cinema possa nascere da eventi reali apparentemente piccoli e trasformarli in racconti capaci di parlare a milioni di persone. Ed è proprio questa miscela di verità e leggenda a rendere “Footloose” uno dei film più iconici e amati degli anni Ottanta.
























Il primo sequel del
franchise stabilisce in modo inequivocabile la formula per ogni
seguito con un numero romano: inizia con gli ultimi minuti del film
precedente, introduce una tragedia e/o un tracollo finanziario come
motivazione, concede ad Adrian ampio spazio per esprimere (o
urlare) la sua disapprovazione per le decisioni rischiose di Rocky
e si conclude – in netto contrasto con l’originale “Rocky” – con
una vittoria conquistata a fatica e senza opposizione per lo
Stallone Italiano. Purtroppo, pur attenendosi troppo fedelmente
alla sua formula vincente per un film di sicuro successo di
pubblico, Stallone (che subentra alla regia al premio Oscar John G.
Avildsen) offre poco più di una pallida imitazione del suo
predecessore. Ciononostante, è divertente notare quanto spesso
elementi di questo capitolo vengano ripresi negli episodi
successivi, tra cui “Creed” (in cui Rocky usa un pollo per allenare
Creed, proprio come Mickey usa un volatile per allenarlo qui) e
“Creed II”. (Rocky ricorda forse la sua proposta di matrimonio ad
Adrian in “Rocky II” mentre consiglia a Creed di chiedere la mano a
Bianca? Assolutamente sì.)
Persino alcuni dei fan
più accaniti del franchise, tra cui, a quanto pare, lo stesso
Sylvester Stallone, hanno liquidato il quarto sequel come
un’operazione commerciale eccessiva. Eppure, “Rocky V” merita
almeno qualche punto per essere il primo film della trilogia
iniziale a smettere di fingere che, nel mondo reale, gli incontri
sanguinosi di Rocky non sarebbero stati interrotti dagli arbitri
dopo, che so, il terzo round. Quindi, come fa questo film a fornire
l’inevitabile catarsi di un trionfale scontro alla Rocky? Ebbene,
in questo episodio a tratti emozionante – il primo in cui Rocky
appare nudo, mentre si fa la doccia dopo la violenta rissa di
“Rocky IV” con Ivan Drago – lo Stallone Italiano e la sua famiglia
tornano alle loro radici nel quartiere di Filadelfia dopo aver
dichiarato bancarotta (per la quale Paulie, ovviamente, merita
almeno un po’ di credito), e finiscono per allenare un ingenuo
emergente (Tommy Morrison) che (a) tradisce Rocky, (b) vince il
titolo dei pesi massimi, (c) non riesce ancora a uscire dalla lunga
ombra di Rocky e (d) sfida avventatamente il suo ex mentore a un
combattimento fuori dal bar preferito del nostro eroe. Tutto ciò
porta a una lunga rissa di strada che, nonostante i suoi eccessi
melodrammatici, è probabilmente il combattimento più realistico
dell’intera saga di “Rocky”. (Anche a favore del quarto sequel: lo
sceneggiatore e regista Stallone organizza un gradito ritorno di
Mickey Goldmill, interpretato da Burgess Meredith, anche se il
personaggio si era unito al Coro Invisibile in “Rocky III”.
Il successo rovinerà
Rocky Balboa? A quanto pare sì: dopo aver conquistato il titolo dei
pesi massimi in “Rocky II”, Rocky si evolve (o, forse più
precisamente, inverte la sua natura) in una superstar elegante e
raffinata che, per parafrasare un verso della canzone candidata
all’Oscar “Eye of the Tiger”, baratta la sua passione per la
gloria. Tuttavia, basta una dura batosta da parte dell’affamato e
promettente Clubber Lang (l’irritante e patetico Mr. T) perché lo
Stallone Italiano accetti la correttezza del giudizio del suo
allenatore Mickey Goldmill: “Ti sei civilizzato”. In un
ribaltamento, all’epoca sottovalutato, del cliché del salvatore
bianco che aiuta le persone di colore oppresse, l’ex avversario,
palesemente nero, Apollo Creed, interviene per preparare Rocky alla
rivincita, portando il nostro eroe in una palestra per un
allenamento di base insieme a – udite udite! – una moltitudine di
afroamericani. Paulie è scettico: “Non puoi allenarlo come un
pugile di colore, non ha ritmo!”, ma lo sceneggiatore e regista
Stallone minimizza saggiamente il razzismo a malapena celato del
personaggio. Curiosità: sebbene il pugile diventato attore Tony
Burton sia apparso in due precedenti film di “Rocky” nel ruolo del
trailer di Apollo, pronunciando nel primo film la memorabile
battuta “Non sa che è uno spettacolo! Pensa che sia un vero
combattimento!”, il suo personaggio, Duke, non è stato identificato
con il nome nei titoli di coda fino a questo film.
Quello che potrebbe
essere l’ultimo capitolo della saga ribalta la trama del mito
originale di Rocky: questa volta, lo sfavorito, dato per favorito
con un rapporto di un miliardo a uno, vince davvero il campionato
dei pesi massimi, ma dopo la vittoria si rivela, come avrebbe detto
Mickey Goldmill, “una persona molto pericolosa”. Sebbene il Rocky
Balboa di Stallone non compaia (né si senta) in questo film, Jordan
(al suo debutto alla regia) continua a portare avanti con
credibilità e competenza il ruolo di Adonis Creed, il pupillo di
Rocky, che ha riscosso un successo straordinario. Tre anni dopo il
suo ritiro dalla boxe, Creed si accontenta di allenare e ispirare
altri pugili, godendosi la bella vita con Bianca, sua moglie, ex
cantante e ora produttrice discografica, e Amara (Mila Davis-Kent),
la loro figlia. Ma proprio come gli ex pistoleri finiscono sempre
per dover imbracciare di nuovo le loro pistole, Adonis deve
indossare i guantoni e tornare sul ring per affrontare Damian
(Jonathan Majors), un vecchio amico la cui improbabile vittoria del
titolo dopo una lunga detenzione non placa il suo desiderio di
vendetta contro l’amico che considera un traditore. Le scene di
combattimento sono brutalmente efficaci (e, sì, decisamente più
realistiche di quelle di alcuni altri sequel di “Rocky”) e le
interpretazioni sono di prim’ordine da parte di tutto il cast.
Tuttavia, “Creed III” nel complesso si presenta come un’eccezione,
un dramma pugilistico che funziona egregiamente di per sé, ma non è
un vero film di “Rocky”, se mi spiego. Potremmo definirlo
l'”Halloween III” della saga, e non saremmo lontani dalla
realtà.
Verso la fine della
Guerra Fredda, lo sceneggiatore e regista Stallone ha acceso gli
animi proponendo inizialmente un incontro di esibizione tra il
pugile americano Apollo Creed e il pugile sovietico Ivan Drago
(Dolph Lundgren), apparentemente sovrumano, e poi, dopo che Drago
ha praticamente ucciso Creed sul ring, un incontro di resa dei
conti tra Rocky e il cattivo russo. “Rocky IV” è il primo film del
franchise a recidere completamente ogni legame con la realtà:
persino per gli standard del franchise di “Rocky”, lo scontro
finale tra Rocky e Drago risulta incredibilmente esagerato, con
quel tipo di spargimento di sangue che ci si aspetterebbe
normalmente da film su mostri armati di motoseghe. Ma la sua
sfrenata eccessiva e la sua sfrontatezza sono le chiavi del suo
fascino intramontabile. Ma non è finita qui: James Brown fa tremare
il pubblico con un’esibizione pre-incontro di “Living in America”
che potrebbe fungere da prova schiacciante e dimostrare in modo
convincente che la canzone dovrebbe diventare il nostro nuovo inno
nazionale.
Per molti fan del
franchise, questo sequel nominale di “Creed” del 2015 potrebbe
sembrare più una risoluzione a lungo attesa di “Rocky IV” del 1985,
con Adonis Creed (Jordan, ancora una volta impeccabile), il figlio
campione dei pesi massimi di Apollo Creed, che affronta il brutale
Viktor Drago (Florian Munteanu), figlio del pugile russo che ha
letteralmente picchiato a morte suo padre. Stallone riprende il suo
ruolo di Rocky invecchiato, un saggio segnato dalle battaglie,
all’angolo del giovane Creed; Tessa Thompson rende ancora una volta
Bianca, l’amata di Adonis, un personaggio più complesso di quanto
Talia Shire non sia mai stata concessa ad essere nei panni di
Adrian; e il film stesso offre una conclusione davvero
soddisfacente per ogni personaggio (sì, anche per Viktor e Ivan
Drago).
Per una parte
considerevole della sua durata, “
Stallone ha scritto i
primi sei film di “Rocky”, ne ha diretti quattro e ha interpretato
il protagonista in tutti, nell’arco di tre decenni. È difficile
pensare a una collaborazione altrettanto costante tra attore,
personaggio e creatore nell’intera storia del cinema – forse la
collaborazione tra François Truffaut e Jean-Pierre Léaud per il
ciclo di Antoine Doinel? – il che rende ancora più notevole ciò che
il regista/co-sceneggiatore Ryan Coogler e l’attore protagonista
Jordan riescono a realizzare in “Creed”. Il film funziona
straordinariamente bene sia come continuazione fluida di una
narrazione in corso, sia come avvincente introduzione a una nuova
saga, con il Rocky invecchiato di Stallone – inizialmente con
riluttanza, poi con entusiasmo – che passa il testimone a un nuovo
sfidante, Adonis Creed. Non ci sono dubbi, questa è la storia del
giovane pugile e il film di Jordan. Ma Stallone (che si è
guadagnato una meritatissima nomination all’Oscar per la sua
interpretazione) è un prezioso attore non protagonista, che ritrae
Rocky come un’eminenza grigia e scaltra che dà a Creed ciò che,
decenni prima, Mickey Goldmill aveva dato a lui: un incoraggiamento
schietto a tentare un’impresa quasi impossibile.
Dimenticate le imitazioni
e le parodie – e, sì, anche alcuni sequel di qualità inferiore –
che ha ispirato. E non importa che la sua trama, incentrata sulla
lotta contro ogni avversità, fosse già un po’ datata quando il film
uscì nelle sale nel 1976. “Rocky” rappresenta una confluenza quasi
miracolosa di attore e ruolo, emozione e manipolazione,
intrattenimento e spirito del tempo. In un’era post-Watergate di
cinismo e disillusione, Stallone e il regista John G. Avildsen
trovarono il modo di risollevare ed entusiasmare il pubblico
offrendo una fantasia edificante sotto le spoglie credibili di un
dramma realistico e crudo. Eppure, anche se “Rocky” è a tutti gli
effetti un prodotto del suo tempo, il suo fascino rimane
intramontabile. Non diversamente da “Casablanca”, vincitore anche
lui dell’Oscar come miglior film, ispira un’ammirazione che rasenta
il fanatismo: chiunque l’abbia visto può citare dialoghi memorabili
o descrivere un momento preferito. (Da notare la scena
splendidamente interpretata in cui il disperato Mickey Goldmill di
Burgess Meredith implora praticamente di diventare il manager di
Rocky.) Una riflessione che fa riflettere: se fosse uscito oggi
invece che ieri, “Rocky” sarebbe considerato una produzione
indipendente (un film a basso budget scritto e interpretato da un
attore caratterista praticamente sconosciuto) e probabilmente
verrebbe presentato in anteprima al Sundance o al SXSW. Ma avrebbe
– o potrebbe – ottenere lo stesso impatto?
































