Roy Lee, che ha
prodotto diversi adattamenti di Stephen King negli ultimi anni, ha
appena rivelato un importante aggiornamento sul remake di
The Tommyknockers.
Il romanzo di fantascienza,
pubblicato nel 1987, è stato trasformato in una miniserie della ABC
nel 1993, ma King ha dichiarato pubblicamente di non apprezzare
quell’adattamento perché sembrava realizzato con poca cura. Oltre
due decenni dopo, la Universal ha annunciato un remake di
The Tommyknockers, con Lee, Larry Sanitsky e James Wan di
The Conjuring a bordo come produttori.
Non ci sono state molte notizie sul
remake da quell’annuncio del 2018, ma ora Lee ha fornito un
aggiornamento a Cinemablend. The
Tommyknockers e altri prossimi adattamenti di King
come The Girl Who Loved Tom Gordon sono in “varie fasi di
sviluppo“.
La qualità delle sceneggiature è un
fattore determinante per la velocità con cui questi progetti
possono finalmente entrare in produzione. Dopo che una
sceneggiatura viene commissionata, “alcune risultano migliori di
altre e alcune sono semplicemente al momento giusto”, ha detto il
produttore.
Alcune sceneggiature sono state
consegnate alla Universal, mentre altre sono alla seconda o terza
bozza. Lee non ha rivelato a che punto sia la pre-produzione della
sceneggiatura di The Tommyknockers.
“Sono tutte in diverse fasi di
sviluppo. Alcune sono di riserva, perché… tutto si riduce a come
viene la sceneggiatura. E quindi, ogni volta che viene messa in
fase di sviluppo, una sceneggiatura viene commissionata e alcune
risultano migliori di altre e alcune sono semplicemente al momento
giusto. Quindi non si sa mai finché la sceneggiatura non arriva. E
quindi sono tutte in diverse fasi, se sono state consegnate o meno
o se sono alla seconda o terza bozza. Quindi sì. Sì, sono solo in
fase di elaborazione.”
In The
Tommyknockers, gli abitanti di una piccola città
vengono infettati dopo che l’autrice del Far West Bobbi Anderson
scopre un’astronave aliena nel bosco.
Un aggiornamento riguardo a
Un film Minecraft 2 accenna a una
creatura importante del gioco, assente dal film precedente, che
potrebbe apparire nel sequel.
Un film
Minecraft del 2025 ha introdotto un nuovo
pubblico al mondo di questo gioco sandbox, concentrandosi su
quattro personaggi principali che vengono trascinati in un portale
e trasportati in un paese delle meraviglie cubico. Diversi elementi
riconoscibili del gioco Minecraft sono incorporati nel film, come
le meccaniche di sopravvivenza e di crafting, ma molti altri erano
ancora notevolmente assenti.
In un’intervista con Liam
Crowley di ScreenRant per l’horror-thriller
Psycho Killer, il produttore Roy
Lee ha offerto un aggiornamento sui progressi di
Minecraft 2. Alla domanda sui personaggi
dei giochi che non abbiamo visto nel primo film, Lee ha confermato
una grande speranza per molti fan, dicendo: “So solo che una delle
cose che tutti dicevano era che prima o poi dovremo avere un Ender
Dragon”.
Apparsi originariamente nel gioco
nel 2011, gli Ender Dragon sono ampiamente
considerati il boss finale di Minecraft, poiché vengono
incontrati verso la fine del gioco. L’Ender Dragon, come suggerisce
il nome, implica l’alta posta in gioco che accompagna la fine del
gioco. I giocatori incontrano la creatura dopo aver individuato una
roccaforte nascosta e attivato un portale per un luogo chiamato The
End.
Sebbene il primo film offra molti
contenuti visivamente accattivanti e un umorismo giocoso, molti fan
hanno notato l’assenza di personaggi, e l’inclusione di questo
grande mostro ostile potrebbe rappresentare una grande aggiunta
alla storia del sequel. Incontrare questo mostro cubico nel gioco
richiede ai giocatori di prepararsi con equipaggiamento e risorse
più potenti, il che potrebbe preannunciare un conflitto su larga
scala per Minecraft 2.
I fan impazienti di vedere questo
sviluppo hanno ricevuto un altro aggiornamento quando Lee ha
confermato che
le riprese di Minecraft 2 inizieranno
presto, dicendo: “Inizieranno tra due mesi, ad
aprile”. Ciò suggerisce che il progetto sia già in fase di
pre-produzione e potrebbe rivelare ulteriori dettagli sul casting o
sulla trama con l’avvio delle riprese principali.
Si prevede che le riprese si
svolgano in Nuova Zelanda, proseguendo l’approccio produttivo
massiccio del franchise. Sebbene il primo film di Minecraft abbia
ottenuto solo il 48% di recensioni su Rotten Tomatoes, la Warner
Bros. ha annunciato rapidamente il sequel dopo aver incassato quasi
1 miliardo di dollari in tutto il mondo. L’uscita di Un
film Minecraft 2 è attualmente prevista per luglio
2027.
Inoltre, Jared Hess, il regista di
commedie come Napoleon Dynamite e Nacho Libre, tornerà alla regia.
Il coinvolgimento di Hess suggerisce che il sequel continuerà a
bilanciare l’avventura con l’umorismo anticonformista e, con
l’avvicinarsi delle riprese, i commenti di Lee confermano
sostanzialmente che A Minecraft Movie 2 incorporerà gli elementi
più importanti del gioco, come l’iconico Drago Ender.
Un film Minecraft
2 uscirà nelle sale il 23 luglio 2027.
Chi c’è sulla lista nera di
Ghostface questa volta? Scopri qui il cast di
Scream
7, tra cui le final girls, i cattivi che
tornano e le pecore al macello. Scream
7 arriva il 26 febbraio 2026 al cinema,
distribuito da Eagle Pictures. Ecco una guida al cast e ai
personaggi del film.
Neve Campbell è Sidney
Prescott
Già in
Scream del 1996, prima che Ghostface
versasse una goccia di sangue, Sidney Prescott era tormentata.
L’omicidio di sua madre, avvenuto un anno prima, era ancora una
ferita aperta e la sua cittadina natale, Woodsboro, in California,
sembrava brulicare di un male imminente. Fu allora che il telefono
della liceale squillò: “Ciao, Sidney…” e la sua vita andò
seriamente in discesa.
Nel grande pantheon delle final
girls, solo Laurie Strode di
Halloween può gareggiare con Sidney. Il
personaggio di Neve Campbell è sopravvissuto a
cinque bagni di sangue (e ha saltato Scream
VI del 2023 solo per controversie salariali, non
perché avesse paura di Ghostface). Ora, il ritorno di Campbell per
Scream
7 rende questo sequel un vero evento.
Courtney Cox è Gale
Weathers
Avrebbe potuto brandire un
microfono invece di un coltello da caccia, ma in Scream del 1996,
questa giornalista investigativa dal naso duro sembrava una cattiva
tanto quanto Ghostie. Per fortuna, come il Grinch, il cuore di Gale
è cresciuto di qualche taglia nel corso della saga, e la sua
abilità nel risolvere misteri potrebbe aiutare Sidney a smascherare
l’assassino in Scream
7.
Non solo ha reso Courteney
Cox l’amica di maggior successo sul grande schermo, ma 30
anni dopo, Weathers è il ruolo che continua a dare risultati.
“Sono la regina di Scream più longeva”, ha detto la star,
“quindi immagino di non potermi fermare ora!”
Isabel May è Tatum Evans e Joel
McHale è Mark Evans
Un consiglio per le scream
queens: non mettete su famiglia. Certo, guariranno le vostre
cicatrici emotive, ma alla fine, la vostra nemesi le userà solo
come sinistre pedine di scambio per farvi uscire allo scoperto.
Basato sul trailer di Scream
7, questo è il destino del nuovo clan di Sidney,
con Ghostface che avvolge il marito poliziotto Mark (Joel
McHale di Ted) con del polietilene e rapisce la figlia
Tatum (Isabel May di I Want You Back). “Non le
farò del male”, schernisce l’assassino, “finché non sarete
qui a vederlo”.
Jasmin Savoy Brown è Mindy
Meeks-Martin e Mason Gooding è Chad Meeks-Martin
Sorprendentemente, i gemelli
Meeks-Martin sono sopravvissuti agli ultimi due episodi di Scream e
stanno rapidamente diventando i beniamini dei fan. Ma Gooding
(Heart Eyes) ha avvertito gli intervistatori che Scream
7 è spietato fino a perdere il pranzo. “È il Ghostface più
brutale che abbia mai visto dal punto di vista anatomico e
logistico. C’è un sacco di sangue e viscere. C’era una protesi nel
carrello del trucco che mi ha letteralmente rivoltato lo stomaco.
Capirete di cosa sto parlando quando la vedrete.”
David Arquette è Dewey
Riley
Un po’ strano, è vero. Il Dewey
Riley di David Arquette – anche ex marito di Gale
– è stato ucciso in Scream del 2022. Ma è
nel cast di Scream
7, quindi forse stiamo parlando di flashback.
Roger L. Jackson è Ghostface!
E poi c’è lui, Ghostface, con
mantello e maschera schizzati del sangue arterioso ancora caldo di
una cheerleader. Con un coltello alla gola, sceglieremmo la
creazione di Wes Craven come icona horror degli
ultimi 30 anni, ed è rassicurante che Jackson tornerà a dare voce
alle sue fastidiose chiamate. Ma con il ritorno di Matthew Lillard
e Scott Foley, che hanno entrambi interpretato il cattivo in
precedenti episodi, è impossibile sapere chi si nasconde sotto il
mantello in Scream
7.
Agnelli al macello? Il cast di
Scream
7 include anche ruoli non confermati per Mckenna
Grace, Michelle Randolph, Jimmy Tatro, Anna Camp, Asa Germann,
Celeste O’Connor, Sam Rechner, Ethan Embry, Tim Simons e Mark
Consuelos.
Tra
fedeltà e libertà creativa, Hamnet – Nel Nome
del Figlio di Chloé Zhao
resta un adattamento rispettoso del romanzo di Maggie
O’Farrell. Eppure introduce una scelta che
nel libro non esiste: citare esplicitamente Shakespeare nei momenti
più ovvi.
Nel
film, il marito di Agnes – la cui identità di William Shakespeare
viene rivelata nel finale – pronuncia versi iconici nei momenti
chiave: scrive “What light through yonder window breaks?”
dopo una giornata romantica, recita “To be or not to be?”
mentre è sopraffatto dal dolore. È una soluzione che può sembrare
didascalica, quasi un cliché da biopic in cui l’artista pronuncia
per caso la frase destinata a diventare immortale. Eppure proprio
questa apparente ingenuità è il cuore del film.
Citare Shakespeare non è fan service: è un atto di
evocazione
Nel romanzo, l’assenza del cognome “Shakespeare” serve a spostare
l’attenzione su Agnes. Il film sembra voler fare lo stesso, ma
decide di mostrare il processo creativo in modo diretto, quasi
brutale nella sua evidenza. Perché? Perché per Zhao l’arte non è
solo ispirazione: è evocazione.
Da un lato c’è Agnes, che da bambina apprende un canto rituale, una
filastrocca, per ricordare le proprietà curative delle erbe. Quel
canto ritorna più volte, come una formula per mantenere viva la
presenza della madre. Più avanti, insegna ai figli un gesto
simbolico per affidare i desideri al suo falco morto, trasformando
il ricordo in rituale. Non è magia, ma un modo per dare forma al
lutto.
Dall’altro lato c’è il marito, che trasforma il dolore in parole.
Il film insiste sulla recitazione non come semplice memorizzazione,
ma come atto vissuto. Quando rimprovera un giovane attore per
“limitarsi a pronunciare le parole”, il messaggio è
chiaro: i versi in Hamnet –
Nel Nome del Figlionon funzionano se non
sono sentiti. Solo quando sono attraversati dall’emozione diventano
veicolo di memoria.
La citazione diretta di Romeo
and Juliet o Hamlet
non è quindi un ammiccamento, ma una traduzione immediata tra
esperienza e creazione. È il modo in cui il film rende visibile la
nascita dell’arte dal dolore.
Il finale: dal lutto privato all’esperienza collettiva
Il
culmine arriva nella messa in scena di Hamlet. Come nel romanzo, Agnes comprende
che l’opera è un modo per “scambiare di posto” padre e
figlio, per far rivivere Hamnet attraverso il teatro. Ma Zhao fa un
passo in più: mostra la platea, mostra la condivisione.
Quando Agnes, travolta dall’emozione, tende la mano verso l’attore
sul palco, l’intero pubblico sembra partecipare a quel gesto.
Il dolore individuale diventa collettivo. L’arte
non appartiene più solo ai genitori, ma a chiunque assista.
In questo senso, la scelta più discutibile del film – le citazioni
dirette, quasi troppo esplicite – prepara il terreno a questa
trasformazione. Serve a dirci che le parole, se sentite davvero,
possono evocare chi non c’è più. Possono creare un ponte tra vita e
memoria.
E
qui il film compie il suo ultimo gesto meta-cinematografico: invita
anche noi spettatori a partecipare al rito. In una sala piena,
mentre Agnes piange e il pubblico a teatro con lei si commuove,
anche il pubblico cinematografico può sentirsi parte dello stesso
processo.
Quello che sembrava un difetto diventa così una dichiarazione
poetica: Hamnet non è solo un film sul lutto, ma sulla
capacità dell’arte di trasformare un dolore privato in esperienza
condivisa.
La
partita per il controllo di Warner Bros.
Discovery si fa sempre più accesa. Da un
lato Netflix, dall’altro
Paramount
(con l’asse Skydance guidato da David Ellison): due
colossi pronti a contendersi uno degli studi più importanti di
Hollywood.
L’offerta
di Netflix – cash e azioni per un valore complessivo di 82,7
miliardi di dollari – resta sul tavolo, ma Paramount ha rilanciato,
spingendo gli azionisti WBD a valutare una controproposta
definitiva. Il consiglio di amministrazione si trova così davanti a
una scelta che potrebbe ridisegnare l’intero equilibrio
dell’industria cinematografica.
I
cinema si schierano: “L’industria sostiene Paramount”
A
intervenire nel dibattito è stato Tim Richards, CEO di Vue International, la
più grande catena cinematografica privata d’Europa. In
un’intervista a Deadline, Richards ha espresso una posizione chiara su
chi, a suo avviso, rappresenti una garanzia per il futuro
dell’esercizio cinematografico.
Secondo Richards, l’industria – pubblicamente o privatamente –
sarebbe orientata verso Paramount. Il motivo? Il rapporto storico
con Netflix. I circuiti cinematografici, ha spiegato, hanno tentato
per oltre quindici anni di trovare un terreno comune con la
piattaforma streaming, senza successo. Solo recentemente Netflix
avrebbe mostrato un interesse più strutturato per le uscite in
sala, mentre Ellison può vantare un percorso consolidato nella
produzione di blockbuster globali.
Richards ha sottolineato che la scelta, in ultima analisi, riguarda
la fiducia: meglio affidarsi a chi ha una lunga esperienza nel
sostenere il box office o a chi ha puntato prevalentemente sullo
streaming fino a tempi recentissimi?
Un duello tra modelli industriali
La battaglia non è soltanto finanziaria, ma ideologica. Netflix ha
difeso la propria posizione definendo l’approccio di Paramount
fuorviante nei confronti degli azionisti WBD e ha ribadito di aver
mantenuto un atteggiamento costruttivo durante l’intero processo di
revisione strategica. Paramount, dal canto suo, ha contestato la
legittimità dell’accordo originario tra Netflix e WBD, arrivando a
presentare un’azione legale per ottenere piena trasparenza sui
dettagli dell’intesa.
In passato, il board di Warner Bros. Discovery avrebbe respinto più
volte le offerte di Paramount, citando preoccupazioni legate alla
struttura finanziaria dell’operazione. L’accordo con Netflix,
secondo la società, garantirebbe maggiore valore e minori rischi
per gli azionisti.
Il futuro delle sale in gioco
Al centro del confronto c’è il destino della distribuzione
cinematografica tradizionale. Warner Bros. Discovery, che nel 2024
ha generato 4,2 miliardi di dollari al box office globale, non è
uno studio in crisi strutturale, ma si trova ora in una fase di
ridefinizione strategica cruciale.
Se a prevalere fosse Netflix, l’integrazione verticale tra
streaming e produzione potrebbe accelerare ulteriormente la
trasformazione del mercato. Se invece dovesse spuntarla Paramount,
l’industria delle sale potrebbe sentirsi maggiormente tutelata da
un operatore storicamente legato al modello theatrical.
La decisione finale non è ancora stata presa, ma una cosa è chiara:
non si tratta solo di un’acquisizione. È uno scontro tra visioni
opposte del futuro del cinema, e gran parte dell’industria sembra
aver già scelto da che parte stare.
La
produzione di The Batman – Part II potrebbe
finalmente entrare nel vivo. Dopo il successo critico e commerciale
di The
Batman, uscito nel marzo 2022, il sequel è stato
annunciato poche settimane dopo, ma il percorso verso le riprese è
stato più lungo del previsto. Il regista e sceneggiatore
Matt Reeves ha
lavorato con attenzione alla sceneggiatura – completata a giugno
2025 – posticipando più volte l’avvio della produzione. L’uscita è
attualmente fissata per ottobre 2027.
Secondo un nuovo report di Variety, il film dovrebbe iniziare le riprese
entro la fine di
maggio. La notizia arriva nel contesto di un’analisi sulle
manovre societarie che coinvolgono Warner Bros.
Discovery e le ipotesi di cessione a Netflix o Paramount.
DC
Studios stabile mentre i sequel entrano in produzione
Il
report sottolinea anche che le posizioni di James
Gunn e Peter Safran alla
guida di DC Studios appaiono
solide nonostante i movimenti societari. Oltre a The Batman – Part II, anche
Superman: Man of Tomorrow – sequel del
film del 2025 dedicato all’Uomo d’Acciaio – dovrebbe iniziare le
riprese nelle prossime settimane, in vista dell’uscita prevista per
il 9 luglio 2027.
Un eventuale cambio ai vertici in questa fase rischierebbe di
rallentare produzioni già pianificate, motivo per cui la continuità
gestionale viene considerata strategica.
Cosa aspettarsi da The Batman – Part II
Reeves tornerà alla regia e ha co-scritto lo script con Mattson
Tomlin. Il sequel dovrebbe approfondire maggiormente la dimensione
di Bruce Wayne
rispetto al primo capitolo, esplorando il suo alter ego e il peso
pubblico della sua identità in una Gotham ancora più instabile dopo
gli eventi della serie The Penguin.
Se le riprese inizieranno davvero entro fine maggio, la produzione
avrà tempi adeguati per rispettare la data d’uscita del
1 ottobre 2027.
Dopo una lunga fase di sviluppo, il ritorno del Batman di Reeves
sembra finalmente pronto a prendere forma concreta.
The
Witcher è stata una delle produzioni
fantasy di punta di Netflix, ma fin dal debutto
nel 2019 ha diviso il pubblico per le numerose modifiche apportate
ai romanzi di Andrzej Sapkowski.
Tra gli elementi più apprezzati della serie c’è stata senza dubbio
l’interpretazione di Henry Cavill nei panni di
Geralt di Rivia, ma proprio l’attore ha più volte lasciato
intendere quanto fosse complesso muoversi tra fedeltà al materiale
originale e visione autoriale dello show.
Henry Cavill e la sfida di trovare il “suo” Geralt
Autodefinitosi grande fan della saga, Cavill conosceva
profondamente libri e videogiochi prima ancora di essere scelto per
il ruolo. Eppure, come ha raccontato nel podcast Happy Sad Confused, questa familiarità
non è stata sufficiente a semplificare il lavoro. Secondo l’attore,
tutto ruotava attorno alla necessità di trovare il posto di Geralt
all’interno della “visione precisa” della showrunner Lauren Schmidt
Hissrich.
Nei romanzi, la prospettiva dominante è quella di Geralt. La serie
Netflix, invece, ha scelto un’impostazione più corale, spostando
spesso l’asse narrativo su Ciri (Frey
Allan) e Yennefer (Anya
Chalotra). Questo ha obbligato Cavill a un continuo
equilibrio: da un lato rispettare l’approccio della produzione,
dall’altro restare il più possibile fedele allo spirito dei libri e
dei giochi.
Il risultato è stato un Geralt più trattenuto nella prima stagione,
con meno dialoghi e una caratterizzazione più fisica e silenziosa,
scelta che ha diviso il pubblico ma che rientrava in un tentativo
di coerenza con il materiale originale.
Un racconto più corale che cambia l’equilibrio della saga
La decisione di ampliare il focus narrativo ha trasformato
radicalmente la struttura del racconto. Nei romanzi, pur con la
centralità crescente di Ciri, il fulcro resta Geralt. La serie ha
invece messo in primo piano un ampio ensemble: oltre a Ciri e
Yennefer, personaggi come Cahir, Vilgefortz, il White Flame e
numerose figure del mondo magico hanno ricevuto maggiore
spazio.
Questa espansione ha comportato inevitabili adattamenti, talvolta
controversi, soprattutto quando hanno inciso su motivazioni e archi
narrativi consolidati nei libri. Il caso di Yennefer nella seconda
stagione è stato emblematico, con modifiche che hanno suscitato
critiche tra i lettori più affezionati.
Ciri e Yennefer: una scelta strategica
Nonostante le polemiche, la centralità di Ciri e Yennefer ha reso
più “digeribili” molte delle libertà creative. Ciri, in
particolare, è considerata il cuore emotivo della saga e il suo
sviluppo parallelo a quello di Geralt ha consentito di ampliare il
mondo narrativo senza snaturarne completamente l’identità.
Tuttavia, questa scelta ha avuto un prezzo: la separazione
frequente dei tre protagonisti ha frammentato la narrazione,
generando una delle critiche più ricorrenti rivolte alla serie.
Un potenziale mai pienamente realizzato
Quando Cavill ha annunciato l’addio alla serie dopo la terza
stagione – con Liam Hemsworth pronto a
raccoglierne l’eredità nelle stagioni successive – molti hanno
letto la decisione anche alla luce delle tensioni creative e delle
divergenze sul grado di fedeltà ai libri.
Paradossalmente, proprio nella terza stagione sembrava emergere un
equilibrio più solido tra la visione della showrunner e
l’interpretazione personale di Cavill. Un punto di maturazione che,
però, non ha avuto il tempo di evolversi ulteriormente.
Henry Cavill non ha mai nascosto il proprio
rispetto per l’opera di Sapkowski. Il suo Geralt, pur inserito in
una struttura narrativa diversa da quella letteraria, è rimasto uno
degli elementi più coerenti e amati della serie. Il rammarico, per
molti fan, è che quella ricerca di equilibrio tra adattamento e
fedeltà si sia interrotta proprio quando sembrava aver trovato la
sua forma più compiuta.
Il
successo di Tell Me
Lies potrebbe non essersi concluso con
il finale della
terza stagione. A poche settimane dalla chiusura ufficiale
della serie su Hulu, un importante
dirigente Disney ha lasciato intendere che l’universo narrativo
potrebbe proseguire con uno spinoff.
A
parlare è stato Craig Erwich, presidente del Disney Television
Group, che in un’intervista a The Hollywood Reporter ha confermato che internamente
sono già in corso discussioni: l’idea sarebbe quella di sviluppare
una nuova serie ambientata nello stesso universo, ma con un “nuovo
set di personaggi”.
Uno spinoff con personaggi inediti
La
serie, adattamento del romanzo di Carola Lovering, non ha mai avuto
un sequel letterario. Questo significa che un eventuale spinoff
sarebbe una storia completamente originale per la televisione.
La
showrunner Meaghan Oppenheimer avrebbe già alcune idee iniziali,
anche se al momento è impegnata nello sviluppo di un’altra serie –
descritta come una nuova esplorazione delle dinamiche familiari –
prodotta nell’ambito del suo accordo generale con 20th Television.
Prima di vedere concretamente uno spinoff di Tell Me Lies, dunque, bisognerà attendere che
questo progetto parallelo prenda forma.
Un successo costruito nel tempo
Erwich ha sottolineato come Tell Me Lies non sia stata una hit immediata al debutto
nel 2022. La prima stagione non esplose subito in termini di
ascolti, ma crebbe gradualmente grazie al passaparola e a una
strategia digitale mirata. Clip condivise su TikTok, contenuti
pensati per il pubblico social e un podcast dedicato hanno
contribuito a trasformare la serie in un fenomeno “addictive”,
capace di generare conversazione costante online.
La terza stagione ha segnato un salto impressionante: +150% di
spettatori rispetto alla prima, con 5 milioni di visualizzazioni
per il debutto nell’arco della prima settimana e 3,5 milioni per il
finale già nel giorno di uscita. Numeri definiti dallo stesso
Erwich “piuttosto rari” nel panorama seriale contemporaneo.
Un ulteriore impulso è arrivato dal casting di Grace Van Patten –
protagonista della serie nel ruolo di Lucy Albright – nella
miniserie true crime The
Twisted Tale of Amanda Knox, che le ha garantito una
visibilità ancora più ampia pochi mesi prima dell’ultima
stagione.
Un universo narrativo che può continuare
Tell Me Lies raccontava
la relazione tossica tra Lucy Albright (Grace Van Patten) e Stephen
DeMarco (Jackson White) durante gli anni al college, con un cast
che includeva anche Catherine Missal, Spencer House, Sonia Mena,
Branden Cook, Benjamin Wadsworth, Alicia Crowder, Tom
Ellis e Costa D’Angelo. La terza stagione era stata annunciata
come conclusiva poche ore prima del finale, e la stessa Oppenheimer
aveva dichiarato che la storia era stata concepita per chiudersi in
quel punto.
L’ipotesi di uno spinoff non rappresenterebbe dunque una riapertura
della trama principale, ma un’espansione tematica: nuove relazioni
complesse, nuovi intrecci emotivi, forse un diverso contesto
sociale, mantenendo però lo stesso DNA narrativo che ha reso la
serie un titolo di culto tra il pubblico young adult.
Per Disney e Hulu, il caso Tell Me Lies dimostra come una strategia di community
building possa trasformare una partenza lenta in un successo solido
e duraturo. E se la conversazione online continuerà a rimanere
viva, è probabile che lo stesso universo torni presto a raccontare
nuove storie di amore, manipolazione e dipendenza emotiva.
La commedia/giallo
britannica Cattiverie a domicilio (leggi
qui la recensione) – il cui titolo originale è Wicked
Little Letters – è diretta da Thea
Sharrock (regista anche di Io prima di
te) e ha per protagoniste la premio Oscar
Olivia Colman e Jessie Buckley (interprete ora al
cinema con Hamnet,
per il quale è la favorita all’Oscar come Miglior attrice
protagonista). Guardando il film, con la sua storia divertente e
bizzarra allo stesso tempo, ci si potrebbe chiedere se sia basato
su una storia vera e se lo scandalo di diffamazione degli anni ’20
sia realmente accaduto nella vita reale.
Il film segue
Edith (Colman), una donna inglese che inizia a
ricevere una serie di lettere anonime piene di oscenità. Lei
sospetta che siano state scritte dalla sua chiassosa vicina
irlandese, Rose (Buckley), ma quest’ultima nega
ogni coinvolgimento, sostenendo che la sua natura schietta
renderebbe inutili tali lettere. Lo scandalo poi si intensifica in
città e Rose viene processata, mentre le amiche ficcanaso di Edith
e l’unica poliziotta della città si mettono alla ricerca
dell’identità del vero mittente.
Cattiverie a
domicilio è basato su una storia vera?
Cattiverie a
domicilio è effettivamente basato su uno scandalo di
lettere minatorie realmente accaduto, noto anche come “lettere di
Littlehampton”, che ha comportato quattro cause legali e tre
condanne detentive nell’arco di quasi tre anni. Edith
Swan e Rose Gooding erano vicine di casa
e vivevano a Littlehampton, una cittadina costiera nel West Sussex,
all’inizio degli anni ’20.
Rose viveva con suo marito Bill e
sua sorella Ruth, mentre Edith condivideva la casa con suo padre,
sua madre e i suoi due fratelli, secondo quanto riportato
dall’Ufficio dei registri del West Sussex. L’amicizia tra le vicine
andò in crisi dopo che Edith denunciò all’NSPCC di aver ricevuto
lettere diffamatorie. Riteneva che fosse stata Rose, soprattutto
perché alcune lettere erano firmate “R.G.”.
Poiché c’erano poche prove che
collegavano Rose alle lettere, Edith chiese aiuto a un avvocato per
perseguirla. Rose fu quindi detenuta nella prigione di Portsmouth
in attesa del processo. L’Ufficio dei registri del West Sussex
osserva che, sebbene non fossero state presentate “prove peritali
per dimostrare che la calligrafia fosse sua”, Rose fu dichiarata
colpevole. Fu condannata a due settimane di reclusione dopo aver
già trascorso due mesi in prigione.
Alla fine di dicembre, le lettere
ricominciarono ad arrivare e Edith le denunciò alla polizia
all’inizio di gennaio, portando molti abitanti della città a
credere che fosse stata Rose. Rose fu riportata in tribunale, dove
la giuria chiese di vedere la calligrafia di Edith, ma la richiesta
fu respinta. La giuria dichiarò nuovamente Rose colpevole e la
condannò a quel punto a 12 mesi di prigione con lavori forzati.
Come ha fatto la polizia a
scoprire che Rose era innocente?
Mentre Rose era ancora in prigione,
le sue lettere continuavano a circolare. Ma avrebbero potuto
superare le mura della prigione solo se fossero state controllate.
Edith iniziò quindi a destare sospetti nella polizia. Trovarono un
quaderno pieno di linguaggio osceno rivolto a Edith a
Littlehampton. Una perquisizione a casa di Edith portò anche al
ritrovamento di carta assorbente, “e la polizia riuscì a
individuare alcune parole e a determinare che erano state scritte
da Edith”, secondo il West Essex Record Office.
La Corte d’appello penale alla fine
ribaltò la condanna di Rose. Le furono anche assegnati 250 sterline
di risarcimento. Quando Rose fu rilasciata, nuove lettere
cominciarono a prendere di mira i nuovi vicini, tra cui Violet e
l’agente di polizia George May. Sospettosamente, Edith iniziò a
fare amicizia con Violet e voleva parlare dei pettegolezzi sulle
lettere. Violet sospettò che Edith stesse scrivendo le lettere
offensive e la tenne d’occhio.
Chi era l’agente Gladys Moss?
L’agente Gladys
Moss fu la prima donna poliziotto nel Sussex, nominata nel
1919. Fu inviata a sorvegliare le famiglie Gooding e Swan. Durante
uno dei suoi turni di guardia, vide Edith lanciare un foglio di
carta sul retro della casetta della polizia. Violet ricevette
l’ordine di recuperare il foglio indirizzato a lei, che conteneva
commenti offensivi su suo marito. Gladys affrontò Edith riguardo
alla lettera, ma aveva bisogno di ulteriori prove per
condannarla.
La polizia, alla fine, arrestò
Edith il 21 ottobre 1921 con l’accusa di diffamazione nei confronti
di Violet May. Quando Edith fu processata, la giuria la dichiarò
sorprendentemente non colpevole. Le autorità continuarono a
raccogliere prove e collaborarono strettamente con l’Ufficio
Generale delle Poste (GPO). Il GPO inviò due impiegati della
Sezione Investigativa Speciale per tendere una trappola a Edith. I
francobolli furono contrassegnati con inchiostro invisibile e
l’ufficio postale di Beach Town ricevette l’ordine di venderli a
Edith.
Come ha fatto la polizia a
catturare Edith?
Uno degli impiegati vide infine
Edith spedire due lettere. Quando le recuperarono, una delle
lettere era indirizzata al nuovo ispettore sanitario di
Littlehampton. La lettera conteneva parole inappropriate e un
francobollo invisibile che era stato apposto in precedenza dagli
impiegati. Edith negò qualsiasi illecito, ma ormai era stata
incastrata. Venne incriminata il 4 luglio e infine dichiarata
colpevole dopo il secondo processo e condannata a 12 mesi di
reclusione con lavori forzati.
Arriva un chiarimento definitivo sul destino di Paradise Lost, la serie prequel
dedicata a Wonder Woman ambientata a Themyscira. Dopo settimane
di voci insistenti su una presunta cancellazione silenziosa, è
stato direttamente James
Gunn a intervenire per fare chiarezza
sul futuro del progetto nel nuovo DC
Universe.
Rispondendo a un utente su Threads, il co-CEO dei DC Studios ha
smentito senza mezzi termini le indiscrezioni: «Assolutamente no.
Gesù, torno su Threads per la prima volta dopo settimane e trovo
solo una cosa incredibilmente sbagliata dopo l’altra. Cosa sta
succedendo?»
Una
presa di posizione netta che sembra chiudere – almeno per ora – le
speculazioni sulla presunta cancellazione.
Da
dove nasceva la voce sulla cancellazione di Paradise Lost
Il
rumor era partito a febbraio, quando John Rocha, durante il
programma Geek Buddies,
aveva sostenuto che il progetto fosse stato dichiarato “morto” in
fase di sviluppo. Secondo quanto riportato, alcuni sceneggiatori
che avevano presentato pitch per la serie sarebbero stati informati
che lo show non era più in sviluppo attivo.
Rocha aveva anche sottolineato come l’idea di realizzare una serie
su Themyscira senza includere Wonder Woman avesse lasciato
perplessi molti fan. Un dubbio che aveva alimentato ulteriormente
la sensazione che il progetto potesse essere stato accantonato.
Cos’è Paradise Lost e
perché è strategico per il DCU
Il regista statunitense James Gunn arriva alla premiere di Los
Angeles della Warner Bros. ‘The
Flash’ tenutasi al TCL Chinese Theatre IMAX il 12 giugno 2023 a
Hollywood, Los Angeles, California, Stati Uniti. — Foto di
imagepressagency – DepositPhotos
Annunciata nel gennaio 2023 come parte del Capitolo 1 “Gods
and Monsters” del nuovo DCU, Paradise Lost dovrebbe essere una serie ambientata su
Themyscira prima della nascita di Diana Prince. Un racconto
politico e mitologico, descritto in passato come una sorta di
“Game of Thrones con le Amazzoni”,
pensato per espandere l’universo narrativo prima dell’arrivo
ufficiale della nuova Wonder Woman.
Al momento, tuttavia, non è stato ancora reso noto il team creativo
definitivo, né la serie è stata formalmente ordinata.
Parallelamente, DC Studios sta sviluppando anche un nuovo film
dedicato a Wonder Woman, con Ana Nogueira – già sceneggiatrice di
Supergirl – al lavoro
sulla sceneggiatura.
Non è stato ancora scelto il volto della nuova Diana Prince e il
progetto cinematografico non ha, per ora, un regista ufficiale.
Cosa significa davvero la smentita di Gunn
La risposta di Gunn non equivale a un’accelerazione produttiva, ma
conferma che Paradise
Lost non è stata cancellata. Nel contesto della
ristrutturazione totale dell’universo DC, molti progetti sono in
fase di ridefinizione e sviluppo preliminare, il che rende
fisiologici rallentamenti e silenzi.
La smentita pubblica serve soprattutto a ribadire che il piano
“Gods and Monsters” resta in piedi e che
Themyscira continua a essere un tassello importante nella
costruzione del nuovo DCU. Se e quando Paradise Lost verrà ufficialmente ordinata,
potrebbe approdare su HBO
Max – e probabilmente anche su HBO – consolidando
il legame tra serialità premium e universo cinematografico
condiviso.
Per ora, una cosa è certa: le Amazzoni non sono fuori gioco.
La
nuova serie di Harry Potter
targata HBO continua a
promettere un adattamento più fedele e stratificato rispetto agli
otto film cinematografici. Con ogni libro trasformato in una
stagione autonoma, l’ambizione dichiarata è quella di espandere
l’universo narrativo e approfondire personaggi che nei film erano
rimasti sullo sfondo. Una modifica già confermata per la prima
stagione, però, potrebbe fare qualcosa di ancora più interessante:
migliorare il finale dell’intera saga.
Dalle prime foto dal set e dalle dichiarazioni del cast è emerso
che la serie non sarà rigidamente ancorata al punto di vista di
Harry, ma allargherà lo sguardo ad altri personaggi e ambienti.
Questo cambio di prospettiva consente di introdurre dinamiche
familiari e politiche che nei romanzi emergono solo più avanti,
gettando basi narrative con largo anticipo.
Lucius Malfoy avrà un ruolo più ampio già dalla prima stagione
L’attore Johnny Flynn, che interpreterà
Lucius Malfoy, ha confermato che il personaggio sarà presente
già nella prima stagione, nonostante nel primo libro il suo ruolo
sia praticamente marginale. Nei romanzi, Lucius entra davvero in
scena in La Camera dei
Segreti, ma la serie sceglie di anticiparne
l’introduzione.
Si tratta di una decisione strategica. Mostrare Lucius fin da
subito significa dare spessore al contesto politico e ideologico
che ruota attorno alla purezza del sangue e alla futura ascesa di
Voldemort. Non solo: consente anche di esplorare Malfoy Manor molto
prima rispetto ai film, rivelando le dinamiche domestiche della
famiglia Malfoy anni prima degli eventi di I Doni della
Morte.
La vita privata di Draco apre la porta a Narcissa
Lox Pratt, interprete di Draco, ha anticipato che vedremo il
personaggio anche a casa, offrendo uno sguardo inedito sulla sua
educazione e sul clima familiare che lo plasma. Questo implica
inevitabilmente un’espansione del ruolo di Narcissa Malfoy.
Nei libri, Narcissa compare per la prima volta in Il Calice di Fuoco e
diventa realmente centrale solo in Il Principe
Mezzosangue. La serie, invece, sembra intenzionata a
inserirla molto prima nel racconto. Una scelta che, sul piano
drammaturgico, appare tutt’altro che secondaria.
Anticipare la presenza di Narcissa significa costruire con maggiore
coerenza il suo arco emotivo: il rapporto con Draco, il legame con
Lucius, la tensione con la sorella
Bellatrix e soprattutto la paura per il destino del figlio
sotto il dominio di
Voldemort.
Un cambiamento che rende più potente il finale della saga
Nel finale de I Doni della
Morte, Narcissa compie uno degli atti più decisivi dell’intera
saga: mente a Voldemort dichiarando morto Harry, dopo aver
verificato che Draco è ancora vivo a Hogwarts. È un momento che
incarna il tema centrale della serie – l’amore che prevale sul
terrore – ma che nei film ha sempre avuto un impatto leggermente
attenuato, anche perché il personaggio era stato sviluppato tardi e
in modo limitato.
Se la serie HBO costruirà Narcissa fin dalla prima stagione,
seguendone il percorso nel corso degli anni, la sua scelta finale
potrà assumere un peso emotivo molto più profondo. Non sarà più un
colpo di scena funzionale alla trama, ma la naturale conseguenza di
un conflitto interiore coltivato per stagioni intere.
In questo senso, l’anticipo di Lucius e l’esplorazione della
famiglia Malfoy non sono semplici espansioni di lore. Sono una
riscrittura strategica delle fondamenta narrative, pensata per
rendere più organico e soddisfacente l’epilogo dell’intera
saga.
Se l’obiettivo della serie è offrire una rilettura più completa e
coerente del mondo creato da J.K. Rowling, questa scelta potrebbe
rivelarsi una delle più intelligenti finora annunciate.
Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar
(leggi
qui la recensione) del 2017 segna il quinto capitolo di una
delle saghe più
celebri del cinema d’avventura, tornata dopo alcuni anni
dall’uscita del quarto film, Pirati dei Caraibi – Oltre i
confini del mare. Il film riprende le vicende di Jack
Sparrow, intraprendendo un nuovo capitolo della sua epopea tra
mare, pirati e maledizioni leggendarie, e cerca di riconnettere
fili narrativi lasciati aperti dai precedenti episodi, consolidando
il filo conduttore che attraversa l’intera saga.
Questa nuova avventura introduce personaggi antagonisti memorabili,
come il temibile Capitano Salazar, e sviluppa ulteriormente
dinamiche già note ai fan tra Jack Sparrow, Will Turner ed
Elizabeth Swann. Al contempo, il film gioca con elementi
soprannaturali, nuove maledizioni e leggende dei Caraibi,
mantenendo lo stile iconico fatto di humor, scene d’azione
spettacolari e colpi di scena che hanno sempre caratterizzato la
serie.
Pur offrendo una storia compiuta, Pirati dei Caraibi – La vendetta di
Salazar lascia numerosi elementi aperti e
suggerimenti che guardano oltre, prefigurando sviluppi futuri per
la saga e possibili nuovi film. In questo articolo ci concentreremo
su un’analisi dettagliata del finale, spiegando come si risolve la
vicenda e quali indizi fornisce su un ipotetico
sesto capitolo dei Pirati dei
Caraibi.
La trama di Pirati dei Caraibi – La vendetta di
Salazar
Henry
Turner (Brenton Thwaites), figlio di
Will Turner (Orlando
Bloom) ed Elizabeth
Swan (Keira
Knightley), si trova su una nave della Royal Navy al
largo del Triangolo del Diavolo. L’imbarcazione viene attaccata
dalla temibile Silent Mary, capitanata dal
feroce Armando Salazar (Javier
Bardem). Quest’ultimo uccide tutto l’equipaggio,
eccezione fatta per Henry che incarica di trovare
Jack Sparrow (Johnny
Depp) per avvertirlo che presto avrà la sua vendetta.
Approdato sull’Isola di Saint Martin, Henry incontra Carina
Smyth (Kaya
Scodelario), condannata per stregoneria, a causa
della sua profonda conoscenza delle stelle.
I due ragazzi intendono trovare il
potente tridente di Poseidone, con il quale il Henry potrà liberare
suo padre dalla maledizione dell’Olandese volante. Incontrano a
quel punto Jack Sparrow, con il quale si alleano per trovare il
potente cimelio. Quando però Salazar inizia a distruggere ogni nave
pirata sul suo cammino,
Barbossa (Geoffrey Rush) gli
propone un’alleanza, promettendogli in cambio Jack Sparrow.
Salazar, infatti, vuole uccidere il pirata che, molti anni prima,
lo aveva maledetto, impedendogli di toccare la terraferma e di
continuare la sua lotta ai predatori del mare. Come di consueto,
però, Barbossa cambierà improvvisamente fazione, decidendo di
aiutare Jack, Henry e Carina a raggiungere il tridente.
La spiegazione del finale del
film
Il
terzo atto del film prende il via con l’arrivo del gruppo guidato
da Jack Sparrow, Henry Turner e Carina Smyth sull’isola che
custodisce il Tridente di Poseidone. Mentre cercano di decifrare
gli indizi lasciati dalle stelle, la Perla Nera riesce a evadere i
nemici, ma Salazar e la sua Silent Mary li inseguono implacabili.
L’isola offre poteri magici straordinari che permettono di separare
le acque e di raggiungere il Tridente sul fondo dell’oceano, ma
Salazar cattura Henry e lo possiede temporaneamente per
impadronirsi dell’arma leggendaria. La tensione raggiunge l’apice
mentre il destino di tutti i personaggi appare appeso a un
filo.
Henry recupera il controllo del proprio corpo e, con l’aiuto di
Jack, distrugge il Tridente. Questa azione rompe tutte le
maledizioni presenti nel mare, liberando Will Turner dalla
condizione di prigioniero dell’Olandese volante e restituendo la
vita ai membri della ciurma di Salazar. La magia dell’isola inizia
a dissiparsi e le acque tornano a chiudersi attorno all’oggetto
distrutto, mettendo tutti in grave pericolo. La Perla Nera abbassa
l’ancora per sollevare il gruppo in salvo, mentre Salazar tenta un
ultimo inseguimento, che culmina in uno scontro decisivo con
Barbossa.
Barbossa, scopertosi padre di Carina, si sacrifica per sconfiggere
Salazar, permettendo agli altri di fuggire sani e salvi. Jack,
liberato dai vincoli della maledizione, riprende il comando della
Perla Nera e accoglie nella ciurma il fedele scimmione Jack. Nel
frattempo, Henry e Carina, dopo essersi recati a Port Royal, vivono
un momento di intimità e affetto, mentre Will e Elizabeth si
riuniscono finalmente sulla terraferma. Il film si chiude con Jack
che salpa verso l’orizzonte, aprendo nuove possibilità di
avventure, mentre la post-credits scene suggerisce una nuova
minaccia incombente con il ritorno di Davy Jones.
Il finale realizza pienamente i temi della saga, tra vendetta,
redenzione e il potere delle maledizioni. La distruzione del
Tridente simboleggia il superamento dei vincoli imposti dal
destino, mostrando come le azioni coraggiose e l’ingegno dei
protagonisti possano ristabilire equilibrio e giustizia. Il
sacrificio di Barbossa mette in luce l’importanza del legame
familiare e della lealtà, mentre Jack rimane simbolo di libertà e
astuzia. In questo modo, il film chiude il cerchio narrativo del
quinto capitolo, mantenendo coerenza con le dinamiche della saga
pur introducendo elementi nuovi.
L’atto conclusivo porta anche un messaggio sulla crescita dei
personaggi e sulla continuità della saga. Henry e Carina emergono
come nuove figure centrali, mentre Will e Elizabeth ritrovano la
serenità, suggerendo una conclusione per alcune linee narrative ma
lasciando aperta la possibilità di ulteriori sviluppi. La gestione
dei nemici soprannaturali e la liberazione delle maledizioni
rafforzano la centralità della mitologia caraibica, ribadendo il
contrasto tra l’ordine e il caos, tra la vendetta e la redenzione,
elementi ricorrenti che caratterizzano l’intera serie
cinematografica.
Il film lascia inoltre
ampie porte aperte per futuri sequel. Come si diceva, la scena
post-credits con Davy Jones e la presenza di nuove minacce indicano
chiaramente che l’universo dei Pirati dei Caraibi
non è ancora concluso. Personaggi come Henry e Carina potrebbero
assumere ruoli di maggior rilievo, mentre Jack Sparrow continuerà a
incarnare lo spirito libero e imprevedibile che ha definito la
saga. La chiusura aperta e l’introduzione di nuovi elementi magici
e mitologici forniscono spunti per sviluppi narrativi futuri,
anticipando la possibilità di un sesto capitolo ricco di avventura
e colpi di scena.
Netflix ha pubblicato
Famous Last Words: Eric
Dane, una conversazione di 50 minuti registrata
dall’attore Eric Dane prima della sua scomparsa e diffusa
solo dopo la
morte, come concordato con lui. Lo speciale arriva a poche ore
dalla notizia della sua morte, avvenuta dieci mesi dopo l’annuncio
pubblico della diagnosi di SLA.
Dane, noto al grande pubblico per il ruolo del dottor Mark Sloan –
il celebre “McSteamy” – nella serie Grey’s
Anatomy, aveva accettato di partecipare al
progetto con la consapevolezza che l’intervista sarebbe stata resa
pubblica soltanto postuma. La scelta conferisce allo speciale una
dimensione diversa rispetto al classico tributo televisivo: non è
un omaggio costruito a posteriori, ma un addio consapevole.
Il comunicato ufficiale di Netflix e le parole su Rebecca
Gayheart
La piattaforma ha accompagnato l’uscita con una nota ufficiale, che
chiarisce il contesto della registrazione:
“Prior to his death, Eric Dane
sat for an interview with the understanding that it would only be
shared with the world after he passed. In that conversation, he
reflected on his battle with ALS, his struggles with addiction, and
his marriage to Rebecca Gayheart: ‘I will never, by the time
anybody sees this, have fallen in love with another woman as deeply
as I fell in love with Rebecca.’”
(“Prima della sua morte, Eric Dane ha registrato un’intervista con
l’intesa che sarebbe stata condivisa con il mondo solo dopo la sua
scomparsa. In quella conversazione ha riflettuto sulla sua
battaglia contro la SLA, sulle difficoltà legate alla dipendenza e
sul suo matrimonio con Rebecca Gayheart: ‘Non mi sarò mai, quando
qualcuno vedrà queste immagini, innamorato di un’altra donna
profondamente come mi sono innamorato di Rebecca.’”)
Il passaggio dedicato a Rebecca Gayheart è
uno dei più citati nelle prime ore dalla pubblicazione, perché
restituisce un ritratto personale e vulnerabile dell’attore,
lontano dall’immagine pubblica costruita in anni di carriera
televisiva.
La battaglia contro la SLA raccontata in prima persona
Nel corso dell’intervista, Dane parla apertamente della diagnosi di
Amyotrophic Lateral Sclerosis (SLA), malattia neurodegenerativa
progressiva che colpisce i neuroni motori e compromette
progressivamente movimento, parola e respirazione. Non esiste, allo
stato attuale, una cura definitiva.
L’attore riflette sul rapporto tra identità e malattia, su cosa
significhi vedere il proprio corpo perdere autonomia e su come
questa consapevolezza modifichi la percezione del tempo.
L’intervista non insiste sul pietismo, ma sulla lucidità: Dane
affronta il tema con una sincerità disarmante, alternando ricordi
professionali e confessioni personali.
Il messaggio alle figlie: un testamento emotivo
Il momento più intenso dello speciale è il messaggio rivolto
direttamente alle figlie, Billie e Georgia. Dane si rivolge a loro
con parole che assumono la forma di un testamento morale:
“These words are
for you. I tried. I stumbled sometimes, but I tried. Overall, we
had a blast, didn’t we? I remember all the times we spent at the
beach, the two of you, me, and mom — in Santa Monica, Hawaii,
Mexico. I see you now playing in the ocean for hours, my water
babies. Those days, pun intended, were heaven. I want to tell you
four things I’ve learned from this disease, and I hope you don’t
just listen to me. I hope you’ll hear me.”
(“Queste parole sono per voi. Ci ho provato. A volte ho
inciampato, ma ci ho provato. In fondo ci siamo divertiti, vero?
Ricordo tutte le volte in spiaggia, voi due, io e la mamma — a
Santa Monica, alle Hawaii, in Messico. Vi vedo ancora giocare per
ore nell’oceano, mie creature d’acqua. Quei giorni, in tutti i
sensi, erano il paradiso. Voglio dirvi quattro cose che ho imparato
da questa malattia e spero che non vi limitiate ad ascoltarmi.
Spero che mi sentiate davvero.”)
Dane prosegue elencando quattro insegnamenti: vivere pienamente,
innamorarsi senza paura, scegliere con attenzione le amicizie e
combattere con dignità. Lo speciale si chiude con parole
definitive:
“Billie and
Georgia, you are my heart. You are my everything. Good night. I
love you. Those are my last words.”
(“Billie e Georgia, siete il mio cuore. Siete tutto per
me. Buonanotte. Vi amo. Queste sono le mie ultime
parole.”)
La reazione della comunità di Grey’s Anatomy
Dopo la notizia della morte, diversi colleghi di Grey’s Anatomy hanno condiviso
messaggi di cordoglio. Patrick Dempsey ha rilanciato
l’organizzazione I AM ALS, invitando a sostenere la ricerca contro
la malattia.
Famous Last Words: Eric
Dane si inserisce in una serie inaugurata lo scorso anno con
un’intervista postuma alla primatologa Jane Goodall, ma il
caso di Dane assume un peso mediatico particolare per il legame
consolidato con il pubblico televisivo.
Lo speciale è ora disponibile in streaming su Netflix e si
configura non soltanto come un documento biografico, ma come un
atto di consapevolezza pubblica: un racconto diretto della
fragilità, della memoria e della dignità davanti alla malattia.
FOTO DI COPERTINA:
Eric Dane partecipa alla premiere della serie
Countdown — Foto di Mlmattes via DepositPhotos.com
A cinquantun anni
dalla sua prima uscita, Barry Lyndon, uno dei più
grandi capolavori della storia del cinema, tratto dal romanzo di
William Makepeace Thackeray, prodotto, scritto e diretto da
Stanley Kubrick, torna nelle sale
cinematografiche italiane come evento speciale solo il 16, 17 e 18
marzo, pronto a conquistare nuovamente il pubblico e a
riportarlo nel cuore del XVIII secolo.
Il film, che nel
1975 ottenne uno straordinario successo di critica e pubblico,
arriva ogginella versione restaurata in 4K, capace
di esaltare ancora di più la fotografia e la ricchezza visiva che
lo hanno reso celebre.
Un capolavoro di
luci, costumi, trucco e scenografia, l’opera vinse quattro
Premi Oscar®: Migliore Fotografia, Migliore Scenografia, Migliori
Costumi e Miglior Colonna Sonora, diventando uno dei film
più significativi del cinema del Novecento.
Interpretato da
Ryan O’Neal e Marisa Berenson, il
film racconta l’ascesa e la caduta di un giovane irlandese
nell’Europa del Settecento, in un affresco storico di rara
bellezza, straordinaria eleganza visiva e profonda intensità
narrativa.
La trama
di Barry Lyndon
Come può nel
XVIII secolo un ragazzotto irlandese senz’arte né parte diventare
membro dell’aristocrazia inglese? Per Barry Lyndon (Ryan O’Neal) il
mezzo c’è: usare tutti i mezzi. Barry è di volta in volta
insistente corteggiatore, duellante, vagabondo, soldato durante la
Guerra dei Sette Anni, libertino, spia, baro. E, nella sontuosa
interpretazione del romanzo di William Makepeace Thackeray, ogni
ruolo è un passo avanti nell’arrampicata al lusso e al
privilegio.
Definito da molti come “il film più violento mai prodotto in India”
e già al centro di un progetto di remake hollywoodiano,
Kill di Nikhil Nagesh Bhat
non è soltanto un action ad alta intensità ambientato su un treno.
È un’opera che utilizza la grammatica del revenge movie per
raccontare la distruzione progressiva di un’identità. Il finale non
celebra la vendetta: la problematizza, la svuota, la lascia
sedimentare come trauma irrisolto.
La
morte di Tulika e la frattura irreversibile del racconto
Fino all’omicidio di Tulika Singh (Tanya
Maniktala), Kill si muove entro coordinate relativamente
riconoscibili. Amrit Rathod, interpretato da Lakshya, è un
commando addestrato che reagisce all’assalto di quaranta dacoit
guidati da Fani (Raghav
Juyal). Combatte per proteggere, per contenere, per
salvare. La violenza, per quanto brutale, è ancora strumento
funzionale.
L’assassinio di Tulika, accoltellata e gettata fuori dal treno in
corsa mentre Amrit è costretto ad assistere impotente, spezza però
questa struttura. Non è solo una svolta narrativa: è un cambio di
prospettiva etica. Da quel momento, il film smette di interrogarsi
su come fermare un attacco e inizia a raccontare cosa accade quando
la perdita cancella ogni misura. Amrit non è più un soldato che
reagisce, ma un uomo che si abbandona a una furia distruttiva.
Dalla disciplina militare all’annientamento primitivo
La seconda parte del film radicalizza la rappresentazione della
violenza. Il combattimento non è più coreografato come sequenza
d’azione spettacolare, ma insistito come gesto fisico, ripetuto,
quasi ossessivo. Amrit uccide senza tregua, senza pausa, senza
dialogo. I corpi dei dacoit diventano materia attraverso cui il
protagonista esprime un dolore che non sa elaborare in altro
modo.
Lo scontro finale con Fani non ha nulla di eroico. Non c’è un
confronto ideologico, non c’è un ultimo scambio di parole
memorabile. Amrit lo massacra a mani nude, fino a deformarne il
volto in un’immagine che nega qualsiasi estetizzazione della
vendetta. È una scena volutamente eccessiva, che sottrae allo
spettatore la possibilità di una catarsi tradizionale. La morte del
nemico non ristabilisce un ordine morale: evidenzia quanto il
protagonista sia ormai distante da ciò che era.
Il treno come dispositivo simbolico e traiettoria senza
ritorno
L’ambientazione quasi interamente confinata all’interno di un treno
in corsa non è soltanto un espediente di tensione, ma un
dispositivo simbolico preciso. Il treno procede in linea retta,
senza deviazioni, senza possibilità di ritorno. Allo stesso modo,
il percorso di Amrit diventa una traiettoria irreversibile. Ogni
vagone attraversato è una soglia morale superata, ogni scontro un
passo ulteriore verso la perdita definitiva di sé.
Quando il convoglio finalmente si ferma e le autorità salgono a
bordo, il conflitto esterno è terminato. Ma ciò che conta non è più
la minaccia neutralizzata, bensì l’uomo che scende dal treno. Non è
un eroe trionfante, ma un sopravvissuto svuotato.
L’ultima scena alla stazione e il significato della presenza di
Tulika
La sequenza conclusiva, con Amrit seduto su una panchina della
stazione e Tulika che si avvicina per sedersi accanto a lui, è il
vero cuore tematico del film. Non si tratta di un colpo di scena:
Tulika non è sopravvissuta. È una proiezione mentale, una presenza
immaginaria che materializza il trauma.
Quell’apparizione suggerisce che la vendetta non ha guarito nulla.
Amrit ha eliminato tutti i responsabili dell’attacco, ma non ha
superato la perdita. La mente continua a evocare l’immagine di ciò
che è stato distrutto. Il revenge movie classico promette una forma
di riequilibrio; Kill lo
nega. La vendetta qui non è liberazione, ma condanna a convivere
con ciò che si è diventati.
Un revenge movie che rifiuta la consolazione
Nel panorama dell’action contemporaneo, Kill si distingue perché non offre una
conclusione rassicurante. La brutalità, che ha fatto parlare di sé
fin dall’uscita del film, non è semplice provocazione visiva, ma
linguaggio narrativo. Attraverso l’eccesso, il film mette in scena
il prezzo psicologico della violenza.
Il finale lascia Amrit vivo, ma interiormente fratturato. Non c’è
ritorno alla normalità, non c’è promessa di futuro romantico, non
c’è redenzione esplicita. C’è soltanto un uomo seduto in mezzo al
rumore di una stazione affollata, con accanto il fantasma della
donna che ha perso.
In questa immagine sospesa, Kill trova la sua coerenza più radicale: la vendetta
può distruggere il nemico, ma non può restituire ciò che è stato
spezzato.
Diretto da Reed Morano e
interpretato da Blake
Lively, The Rhythm Section è un thriller di spionaggio che parte
da una tragedia personale per trasformarsi in un racconto di
identità, colpa e manipolazione. Stephanie Patrick perde l’intera
famiglia nell’esplosione del volo 147 e scopre che l’attentato non
è stato un semplice atto terroristico, ma un’operazione orchestrata
con fini più oscuri.
Il
film costruisce un percorso di addestramento e vendetta che culmina
in un finale carico di ambiguità morali. Ma cosa succede davvero
nelle ultime scene? E cosa significa l’identità di U-17?
Cosa accade nel finale di The Rhythm Section
Il
finale prende forma dopo il fallito tentativo di Stephanie di
uccidere l’uomo d’affari Leon Giler. Quando scopre che ha dei
figli, esita. Non preme il grilletto. Ma il sistema in cui è
entrata non lascia spazio ai ripensamenti: il suo mentore “B”
(Jude
Law) aveva previsto tutto. L’eliminazione avviene
comunque, con conseguenze ancora più tragiche.
Questo evento segna una frattura definitiva tra Stephanie e “B”.
Non è più solo una questione di vendetta: ora è una questione di
coscienza. Decide così di collaborare direttamente con
l’intermediario Marc Sarra (Sterling
K. Brown) per arrivare a Reza Mohammed,
l’esecutore materiale dell’attentato.
A
Marsiglia, Stephanie scopre che Reza sta preparando un nuovo
attacco. Lo affronta su un autobus insieme a una ragazza dotata di
cintura esplosiva. In una sequenza tesa e caotica, riesce a
evacuare i passeggeri e a uccidere Reza prima dell’esplosione. Ma
prima di morire, lui le rivela un dettaglio inquietante: Sarra la
tradirà.
Stephanie collega i punti. L’uomo che l’ha aiutata è in realtà
U-17, il vero burattinaio dietro l’attentato. Torna da lui e lo
affronta senza esitazioni. Gli confessa la propria identità – non è
Petra Reuter, l’assassina che sta impersonando – e lo uccide con un
veleno iniettato con freddezza chirurgica.
La vendetta è compiuta. Ma non è catartica. È silenziosa, quasi
svuotata.
Chi è davvero U-17 e perché è importante
La rivelazione che U-17 sia Sarra è il vero twist del film. Non è
solo un trafficante di informazioni: è il regista occulto
dell’operazione che ha portato alla morte della famiglia di
Stephanie.
Il dettaglio che lo tradisce è la sua stessa arroganza. È lui a
suggerire che Reza potrebbe essere U-17, un’ipotesi talmente
improbabile da risultare sospetta. Stephanie capisce che sta
cercando di indirizzarla lontano dalla verità.
La scelta di far coincidere U-17 con Sarra rafforza il tema
centrale del film: il nemico non è mai chi sembra. Non è il
terrorista in prima linea, ma chi muove le pedine da dietro le
quinte, sfruttando ideologie e tragedie per interesse
personale.
Perché Stephanie non era sul volo 147
Uno degli elementi emotivamente più forti del film riguarda il
senso di colpa della protagonista. Stephanie doveva essere su quel
volo. Un messaggio della madre lo conferma chiaramente: era attesa
in aeroporto.
Ma all’ultimo momento decide di non partire.
Questo dettaglio è fondamentale: la sua vendetta non nasce solo
dalla rabbia, ma dalla colpa. Non si sente una sopravvissuta per
caso, ma una responsabile indiretta. Il desiderio di distruggere
chi ha causato l’attentato è anche un tentativo disperato di dare
un senso alla propria sopravvivenza.
Cosa significa l’ultima scena
Dopo aver eliminato Sarra, Stephanie torna dalla famiglia di Abdul
Kaif, l’uomo che era il vero obiettivo dell’attentato. Sono stati
loro a finanziare la sua missione. Due settimane dopo, “B” la
raggiunge e le dice che è tempo che Petra Reuter “muoia” di nuovo.
L’identità fittizia deve essere cancellata. Stephanie accetta.
L’ultima inquadratura la mostra mentre si allontana. Non è più la
prostituta distrutta dall’eroina dell’inizio, ma non è nemmeno
un’agente segreta. È una donna che ha attraversato la violenza e ne
è uscita diversa. Il finale non suggerisce redenzione piena, ma
consapevolezza. La vendetta non ha restituito la famiglia, ma le ha
restituito il controllo.
Le differenze principali rispetto al romanzo
Il film semplifica e modifica diversi elementi del libro di Mark
Burnell. Nel romanzo, l’organizzazione che addestra Stephanie è
Magenta House, non “B”. Inoltre, non esiste la figura di U-17 come
nel film: Reza resta il bersaglio principale.
Anche il finale cambia: nella versione letteraria, Stephanie trova
una forma di stabilità affettiva che il film elimina quasi del
tutto. La scelta cinematografica punta su un arco più cupo e
isolato, coerente con il tono realistico imposto da Morano.
Il finale apre a un sequel?
Formalmente, la storia si chiude. Tutti i responsabili
dell’attentato sono morti. Ma la porta resta socchiusa. Il dialogo
con “B” lascia intuire che Stephanie potrebbe essere richiamata in
futuro.
I
romanzi successivi di Burnell offrono materiale per continuare la
saga, anche se eventuali sequel dovrebbero adattarsi ai cambiamenti
già introdotti dal film.
The Rhythm Section non è
solo un thriller di vendetta. È un racconto sull’identità costruita
e distrutta, sull’illusione del controllo e sulla sottile linea tra
giustizia e ossessione. Il suo finale non è esplosivo: è amaro. E
proprio per questo resta coerente con il viaggio della
protagonista.
Scream 2
del 1997 è il primo sequel della longeva saga di meta-slasher, che
tornerà al cinema il 26 febbraio con l’imminente Scream
7. Il film vede il ritorno di Neve
Campbell nei panni di Sidney Prescott, la ragazza che nel
secondo capitolo frequenta il college ed è circondata da un nuovo
gruppo di amici braccati da un killer imitatore di
Ghostface, tra cui il suo fidanzato Derek Feldman
(Jerry O’Connell).
Su X, il podcaster Zack
Cherry ha riflettuto sull’avversione di alcuni fan
per il sequel, affermando: “Devo ancora trovare una ragione
giustificabile per cui Scream 2 sia un brutto film/sequel. La
maggior parte di coloro che lo affermano non spiega nemmeno perché
non gli piace. Voglio dire, potete avere la vostra opinione, ma per
favore aiutatemi a capire il vostro punto di vista. Vi
ascolto”.
Lo stesso Jerry
O’Connell ha citato il post, attribuendo la colpa alla
scena in cui Derek esprime i suoi sentimenti per Sidney cantando
“I Think I Love You” nella sala da pranzo. Spiega di
“non aver preso lezioni di canto” e di “essere molto
nervoso“, quindi “la gente probabilmente lo
percepisce“. Ha detto:
Alzi la mano, a molte persone
non piace la scena della mensa in cui canto. Ho cercato di farlo in
modo naturale e non ho preso lezioni di canto. Ero molto nervoso e
probabilmente la gente lo percepisce. Non sono un cantante. Mi
assumo la piena responsabilità.
Sebbene probabilmente non ci sia
una singola scena che possa davvero fare la differenza in
Scream 2, la discussione tra Cherry e
O’Connell è stata stimolata da uno strano fenomeno. Sebbene
Scream 2 sia il capitolo con il punteggio
della critica più alto su Rotten Tomatoes e rimanga il secondo film
con il maggior incasso della saga (dopo lo Scream originale), il
suo punteggio su Popcornmeter da parte degli utenti di
Rotten Tomatoes è insolitamente basso.
Infatti, con un punteggio Rotten
del 59% da parte degli utenti, ha il terzo punteggio più basso su
Popcornmeter tra i sei film, dietro Scream
3 del 2000 e Scream 4 del
2011.
Inoltre, la sequenza “I Think I
Love You” non è il momento principale preso di mira dalle
recensioni negative degli utenti di Scream
2. Le recensioni negative che menzionano scene
specifiche si concentrano principalmente su due momenti in
particolare, ovvero la rivelazione definitiva dell’identità
dell’assassino e la morte controversa dell’amato personaggio di
ritorno Randy Meeks (Jamie Kennedy).
Tuttavia, pur avendo uno
dei punteggi più bassi su Popcornmeter tra i film di
Scream, Scream 2 ha ampiamente
dimostrato di essere un classico dell’horror, contribuendo a dare
il via a un franchise che dura ormai da tre decenni.
Oltre alla sua duratura eredità, le
recensioni degli utenti di Scream 2 su
altre piattaforme generalmente lo collocano nella fascia più
positiva dello spettro, tra cui il punteggio di 7,3 su 10 su
Metacritic, il punteggio di 3,3 su 5 su Letterboxd, il punteggio di
6,3 su 10 su IMDb e il punteggio di 8,8 su 10 sulla piattaforma di
recensioni degli utenti di ScreenRant.
È disponibile il trailer della
prima stagione del revival di Scrubs,
che debutterà il 25 marzo su Disney+ in Italia. La serie,
che riprende ai giorni nostri, riunisce il cast originale per altre
risate e disavventure ricche di emozioni, introducendo al contempo
una nuova generazione di specializzandi.
J.D. e Turk si ritrovano fianco a
fianco per la prima volta dopo tanto tempo: la medicina è cambiata,
gli specializzandi sono cambiati, ma la loro amicizia ha resistito
alla prova del tempo. Nuovi e vecchi personaggi affrontano la
quotidianità al Sacro Cuore, tra divertimento, emozioni e alcune
sorprese.
Il revival della serie comedy,
composto da episodi di 30 minuti, è interpretato da Zach
Braff nel ruolo di John “J.D.” Dorian, Donald Faison nei panni
di Christopher Turk e Sarah Chalke in quelli di Elliot Reid. Judy
Reyes e John C. McGinley, del cast originale, torneranno come guest
star rispettivamente nei panni di Carla e del Dr. Perry Cox.
Tre le altre guest star anche
Vanessa Bayer, Joel Kim Booster, Ava Bunn, Jacob Dudman, David
Gridley, Phill Lewis, Robert Maschio, X Mayo, Layla Mohammadi,
Amanda Morrow e Michael James Scott.
Bill Lawrence di Doozer Productions
ha creato la serie originale ed è anche l’executive producer
accanto a Jeff Ingold e Liza Katzer di Doozer Productions. Zach
Braff, Donald Faison e Sarah Chalke sono protagonisti ed executive
producer. Aseem Batra è executive producer e showrunner, mentre
Randall Winston è un altro degli executive producer. La serie è una
produzione 20th Television, parte di Disney Television Studios.
Il
finale di Cattiverie a domicilio (Wicked
Little Letters)
non si limita a rivelare chi scriveva le lettere anonime: svela il
cuore emotivo della storia. Diretto da Thea Sharrock e
interpretato da Olivia Colman e Jessie
Buckley, il film – ispirato a una storia
vera – costruisce un mistero che diventa progressivamente un dramma
sull’oppressione e sull’autodeterminazione femminile.
All’inizio tutto sembra puntare verso Rose Gooding, donna
indipendente e dalla lingua tagliente, facile bersaglio dei
sospetti della comunità. Ma l’indagine della poliziotta Moss porta
alla verità: è Edith Swan a scrivere le lettere e a inviarle a se
stessa. Una rivelazione che cambia completamente la
prospettiva.
Perché Edith scrive le lettere: rabbia repressa e desiderio di
libertà
Il
gesto di Edith non nasce da pura malizia, ma da una rabbia che non
trova sbocco. Intrappolata in una vita dominata dal padre Edward,
manipolatore e soffocante, Edith vive in una prigione domestica
fatta di gaslighting e controllo. Le lettere diventano l’unico
spazio in cui può esprimere l’odio e la frustrazione che non riesce
a verbalizzare.
C’è anche un elemento di invidia. Rose, pur fuori dagli schemi
della rispettabilità sociale, appare libera e autentica. Edith, al
contrario, incarna la conformità e il sacrificio. Proiettare la
colpa su Rose significa colpire ciò che lei stessa non riesce a
essere.
Il paradosso del finale è potente: quando Edith viene arrestata e
condannata ai lavori forzati, si sente più libera che mai. La
prigione reale diventa simbolicamente meno oppressiva della casa
paterna. Nel momento in cui, prima di salire sul furgone della
polizia, riversa contro Edward gli insulti che aveva trattenuto per
anni, si compie il suo vero atto di emancipazione.
Il film collega questo percorso alla condizione femminile
dell’epoca, sullo sfondo delle prime rivendicazioni suffragette.
Non solo Edith, ma anche Moss – ostacolata e sottovalutata dai
colleghi uomini – trova nel finale una forma di riconoscimento e
autonomia.
Il piano di Moss e la verità sul passato di Edith e Rose
La scoperta della colpevolezza di Edith avviene grazie all’intuito
di Moss (Anjana
Vasan), che nota una somiglianza tra la calligrafia
di Edith e quella delle lettere. Sospesa dai superiori, decide
comunque di proseguire l’indagine: insieme ad Ann segna con
inchiostro invisibile i francobolli acquistati da Edith. Quando la
donna imbuca l’ennesima lettera, la prova diventa
inconfutabile.
Parallelamente, il film chiarisce anche il motivo della rottura tra
Edith e Rose. Anni prima erano amiche, ma l’intervento dei servizi
sociali aveva distrutto il loro rapporto. Solo alla fine si scopre
che fu Edward a chiamarli, temendo l’influenza di Rose sulla
figlia. Il vero antagonista non è la vicina ribelle, ma il padre
che ha costruito attorno a Edith un sistema di controllo.
Il confronto con la storia vera
Nei cartelli finali, il film racconta che Edith fu condannata a
dodici mesi di lavori forzati, mentre Rose non venne incriminata
per altri reati. Tuttavia, rispetto ai fatti storici, l’opera si
prende diverse libertà: nella realtà, Edith avrebbe firmato alcune
lettere con le iniziali di Rose, cercando deliberatamente di
incastrarla, e il ruolo del padre sarebbe stato meno centrale.
Queste scelte creative servono però a rafforzare il messaggio del
film. Cattiverie a domicilio preferisce una chiusura
che trasformi la vicenda in un racconto di emancipazione, più che
in una mera cronaca giudiziaria. Il mistero si risolve, ma ciò che
resta è la riflessione sulla libertà di parola – letteralmente – e
sul prezzo da pagare per conquistarla.
C’è
qualcosa di imprevedibile in Jessie
Buckley. Non è solo il talento, evidente fin
dal primo sguardo, ma la capacità di attraversare registri
completamente diversi – dal musical al dramma psicologico, dalla
satira grottesca al cinema d’autore – senza mai perdere
autenticità. Negli ultimi anni si è imposta come una delle
interpreti più interessanti del panorama britannico, capace di
alternare produzioni mainstream e progetti radicali con la stessa
intensità.
Eppure, dietro i ruoli che l’hanno resa celebre, c’è un percorso
meno lineare di quanto si possa immaginare. Ecco 10 cose
che (forse) non sai su di lei.
1.
Non nasce come attrice, ma come cantante
Prima del cinema e della televisione, Buckley sognava una carriera
nella musica. Cresciuta in Irlanda, si forma in ambito vocale e
partecipa giovanissima al talent show britannico I’d Do Anything, competizione dedicata
alla scelta della protagonista del musical Oliver!. Non vinse, ma quell’esperienza le
aprì le porte del mondo dello spettacolo.
Il canto resta ancora oggi parte integrante della sua identità
artistica: non è un semplice “talento accessorio”, ma una
dimensione che ha influenzato profondamente il suo modo di
interpretare.
2. Il teatro è la sua vera scuola
Dopo l’esperienza televisiva, Buckley sceglie una strada più solida
e studia alla Royal Academy of Dramatic Art (RADA). Il teatro
diventa il suo laboratorio creativo: Shakespeare, testi
contemporanei, palcoscenici londinesi.
Questa formazione si riflette nella precisione del suo lavoro sul
corpo e sulla voce. Anche davanti alla macchina da presa, il suo
approccio resta profondamente teatrale: ogni gesto sembra studiato
ma mai artificioso.
3. Il grande pubblico l’ha scoperta con Chernobyl
Per molti spettatori, il primo incontro con Buckley è avvenuto
grazie a Chernobyl, la
miniserie HBO che ha ridefinito il racconto televisivo del disastro
nucleare. Nel ruolo di Lyudmilla Ignatenko, offre
un’interpretazione dolorosa e trattenuta, diventando il volto umano
della tragedia.
È
qui che si consolida la percezione di un’attrice capace di lavorare
sulle sfumature emotive più sottili, evitando ogni eccesso
melodrammatico.
4. Ha lavorato con Charlie Kaufman in uno dei film più
destabilizzanti degli ultimi anni
Nel 2020 è protagonista di I’m Thinking of Ending
Things, scritto e diretto da Charlie Kaufman. Il
film è un viaggio mentale e filosofico che richiede un controllo
totale del registro emotivo.
Buckley sostiene lunghi dialoghi, cambi di tono improvvisi e una
costruzione narrativa volutamente ambigua. È la prova definitiva
della sua capacità di reggere opere complesse e stratificate.
5. È entrata nell’universo di Peaky Blinders
In Peaky Blinders interpreta
Gina Gray, personaggio ambiguo e manipolatore. In una
serie dominata da figure maschili carismatiche, Buckley riesce a
ritagliarsi uno spazio incisivo, costruendo un ruolo fatto di
tensione e sottotesto.
La sua Gina non è mai sopra le righe: è fredda, strategica, e
proprio per questo inquietante.
6. Ha ricevuto una nomination all’Oscar
Con The Lost Daughter di
Maggie Gyllenhaal,
ottiene una candidatura all’Academy Award come miglior attrice non
protagonista. Il suo ritratto di una giovane madre fragile e
irrequieta è uno dei punti più forti del film.
La performance conferma la sua inclinazione a esplorare personaggi
imperfetti, spesso attraversati da conflitti interiori non
risolti.
7. In Cattiverie a domicilio gioca con il
grottesco
In Cattiverie a domicilio (leggi
qui la recensione), al fianco di Olivia Colman, dimostra
un lato più ironico e fisico. Il film, ispirato a una storia vera,
le permette di mescolare comicità e dramma, mostrando una
versatilità che va oltre il cinema d’autore più introspettivo. La
sua Rose è impulsiva, diretta, ma mai caricaturale.
8. La sua carriera è un equilibrio tra mainstream e cinema
indipendente
Buckley alterna produzioni di grande visibilità a progetti più
sperimentali. Non sembra interessata a un percorso prevedibile o a
un’immagine da star tradizionale. Questa libertà di scelta le
consente di evitare la cristallizzazione in un solo tipo di ruolo,
mantenendo una traiettoria artistica coerente ma mai
ripetitiva.
9. In Hamnet affronta il dolore in chiave storica
In Hamnet interpreta un personaggio
inserito in un contesto storico e letterario complesso, legato alla
figura di William Shakespeare. Il film esplora il lutto e la
creazione artistica, temi che Buckley affronta con un’intensità
controllata.
Anche qui emerge la sua capacità di lavorare sul non detto, sui
silenzi, sui dettagli minimi che definiscono un’emozione.
10. È estremamente riservata sulla vita privata
Jessie Buckley indossa un abito Dior e arriva ai Film Independent
Spirit Awards 2023 tenutisi alla Santa Monica Beach il 4 marzo 2023
a Santa Monica, Los Angeles, California, Stati Uniti. — Foto di
Image Press Agency
Nonostante le ricerche online su “vita privata” e “fidanzato” siano
frequenti, Buckley mantiene un profilo discreto. Evita
l’esposizione mediatica e preferisce che l’attenzione resti
concentrata sul lavoro.
In un’epoca di sovraesposizione costante, questa scelta
contribuisce a rafforzare la percezione di un’artista interessata
più al processo creativo che alla costruzione del personaggio
pubblico.
Jessie Buckley rappresenta una generazione di interpreti che
rifiutano le etichette facili. Non è solo “l’attrice intensa” o “la
nuova promessa britannica”: è una performer completa, capace di
attraversare linguaggi diversi e di trasformare ogni ruolo in un
terreno di esplorazione emotiva. E la sensazione è che il meglio
debba ancora arrivare.
FOTO DI COPERTINA: Jessie Buckley,
vincitrice del premio come Miglior Attrice in un Film Drammatico
per Hamnet, posa nella sala stampa dell’83ª edizione dei Golden
Globe Awards. Foto di Image Press Agency via DepositPhotos.com
Un
dramma intimo sull’amore, il lutto e la creazione artistica che
culmina in una rivelazione attesa ma potente. Hamnet
costruisce la propria identità narrativa con delicatezza, fino a
confermare
nel finale ciò che molti spettatori avevano già intuito: il
William interpretato da Paul Mescal
è William Shakespeare.
Il
film segue la storia di William e Agnes, due anime che si
innamorano e costruiscono una famiglia, fino alla tragedia che
cambia tutto: la morte del figlio Hamnet. Da quel dolore nascerà una delle opere più
celebri del teatro occidentale, The Tragedy of Hamlet. Ma, come ha spiegato Mescal, non
si tratta di un twist pensato per scioccare il pubblico.
Paul Mescal: “Non stavamo cercando di nasconderlo”
In
un’intervista, l’attore ha chiarito che la scelta di non
pronunciare apertamente il cognome “Shakespeare” fino alla parte
finale del film è stata deliberata, ma non per ingannare lo
spettatore. “Non stavamo cercando di nasconderlo”, ha spiegato
Mescal, sottolineando come l’obiettivo fosse spostare l’attenzione
dall’icona culturale all’uomo: marito, padre, artista.
Il film, tratto dal romanzo storico di Maggie O’Farrell,
semina indizi lungo tutto il percorso. Si intravedono riferimenti a
Romeo e Giulietta, i
bambini mettono in scena una versione delle streghe di
Macbeth, e nei momenti
più oscuri del lutto William cita il celebre “To be or not to be?”
di Hamlet. Sono dettagli
che non gridano la verità, ma la suggeriscono con eleganza.
Quando nel finale un personaggio pronuncia finalmente “William
Shakespeare”, il momento non è uno shock, bensì una conferma
emotiva. È il punto in cui il dolore personale e la nascita
dell’arte si sovrappongono in modo definitivo.
La scelta di non trasformare la rivelazione in un artificio
narrativo spettacolare rafforza l’impianto del film, diretto e
co-scritto da Chloé Zhao.
Hamnet non è un biopic
tradizionale, ma un’esplorazione del lutto e della memoria, che
invita a rileggere l’opera di Shakespeare alla luce della
perdita.
Il finale assume così un valore quasi circolare: non cambia la
storia, ma cambia il modo in cui la guardiamo. Sapere fin
dall’inizio (o quasi) chi sia William permette di concentrarsi
sull’essenza del racconto: la trasformazione del dolore in
creazione, la nascita dell’arte dal trauma, il tentativo umano di
dare senso all’assenza.
Più che un twist, dunque, è un invito alla rilettura. E forse è
proprio questa consapevolezza, discreta ma potente, a rendere
Hamnet un’opera capace
di restare.
Da
quando nel 1996 Scream ha
rivoluzionato l’horror moderno, Ghostface è diventato uno
dei killer più iconici della storia del cinema. In trent’anni di
attività, il volto mascherato della morte ha lasciato dietro di sé
una lunga scia di sangue, trasformando Woodsboro e oltre in un
incubo ricorrente.
Ma
ciò che rende unico il franchise non è solo il numero delle
vittime: è il modo in cui ogni omicidio diventa parte di un gioco
meta-cinematografico, un commento sulle regole dell’horror, un modo
per sovvertire le aspettative.
Le
morti che hanno definito l’eredità di Scream
Tutto è iniziato con Casey Becker, interpretata da Drew
Barrymore: una sequenza iniziale
diventata leggendaria, che ha insegnato al pubblico che nessuno è
davvero al sicuro. Da lì, Ghostface ha colpito amici, poliziotti,
studenti, parenti, trasformando ogni capitolo in una roulette russa
emotiva.
Con Scream 2 e
Scream 3, la
saga ha ampliato il suo raggio d’azione, spostandosi dal liceo al
college e poi a Hollywood, mantenendo però intatto il suo cuore: la
sopravvivenza di Sidney Prescott (Neve
Campbell) e la consapevolezza che dietro la
maschera può nascondersi chiunque.
Negli anni successivi, con Scream 4 e il
rilancio del franchise nel 2022, Ghostface ha aggiornato il proprio
“gioco” parlando di reboot, legacy sequel e fandom tossico. Ogni
nuova vittima non è solo un corpo a terra: è un tassello che
riflette l’evoluzione del cinema horror e del pubblico.
La forza di Scream è
sempre stata questa: farci affezionare ai personaggi per poi
ricordarci che le regole possono cambiare in qualsiasi momento.
Un’eredità di sangue che continua con Scream 7
Ora, a trent’anni dal primo squillo di telefono, la saga è pronta a
tornare con Scream 7. Il
nuovo capitolo promette di cambiare l’eredità del franchise in modo
inaspettato, e se la storia ci ha insegnato qualcosa, è che nessuno
può sentirsi al sicuro.
Ghostface non è solo un killer: è un simbolo. È la paura che si
nasconde dietro le regole del genere, il riflesso oscuro del nostro
amore per l’horror. E mentre contiamo le vittime di trent’anni di
massacri, sappiamo che la lista non è ancora finita.
🎬
Scream
7 sta arrivando al cinema.
La domanda non è se Ghostface colpirà ancora.
La domanda è: chi sarà il prossimo?
Sebbene il Mondo Magico possa
ancora essere ciò per cui è meglio conosciuto, Daniel Radcliffe ha altri film di cui, a
suo dire, i fan vogliono parlargli.
Il franchise di Harry
Potter ha contribuito a lanciare la carriera dell’attore,
aprendogli le porte a una varietà di ruoli internazionali. Dopo
aver memorabilmente seguito la serie campione d’incassi con
l’adattamento horror gotico di The Woman in
Black, Daniel Radcliffe ha esplorato ruoli sia da
protagonista che da antagonista, sia sullo schermo che a teatro,
più recentemente avendo co-diretto il revival di Broadway di
Merrily We Roll Along, che ha anche ottenuto una registrazione dal
vivo nelle sale, e la serie comica antologica Miracle Workers.
Ora, durante l’ultimo episodio
della serie Debunking AI di
ScreenRant, Daniel Radcliffe ha parlato dei ruoli
non legati a Harry Potter per i quali è stato più spesso
contattato dai fan. Riconoscendo con ironia che “a volte si
capisce” di quale film la gente vorrà parlare, il due volte
candidato agli Emmy ha detto che Guns Akimbo e
Swiss ArmyMan sono i due “di
cui mi viene parlato più spesso“, con alcuni che hanno persino
definito quest’ultimo il loro “film preferito“.
Daniel Radcliffe ha anche ricordato che “una
volta” veniva spesso contattato dai fan per la sua apparizione
nella sitcom della BBC Extras. In particolare, molte conversazioni
che aveva sulla serie riguardavano “giovani inglesi” che volevano
che la star pensasse “che non gliene importava niente di Harry
Potter”:
Daniel Radcliffe: Mi dicevano: “Ti ho
adorato in Extras. Non mi piace Harry Potter”. E io: “Okay, amico.
Sono stati anche 10 anni della mia vita. Non devi dire che non ti è
piaciuto Harry Potter”. [Ridacchia] Ma sì, mi sento come una
comparsa. Una volta ne ricevevo parecchie, a volte mi capita
ancora. E, naturalmente, ogni tanto vengo riconosciuto anche per
lavori che non sono il mio, come Il Signore degli Anelli, cosa che
è successa parecchie volte, anche se, stando uno accanto all’altro,
io ed Elijah sembriamo piuttosto diversi. L’idea che a volte si ha
di noi due è la stessa.
Gli anni immediatamente successivi
al suo finale di Harry Potter hanno visto Daniel Radcliffe diversificarsi in vari modi,
anche se Swiss Army Man e
Guns Akimbo segnano ancora due dei suoi
lavori più audaci. Il primo, che ha segnato il debutto
cinematografico del duo di Everything Everywhere All At Once,
Daniel Scheinert e Daniel Kwan,
lo ha visto interpretare un cadavere usato da un uomo abbandonato
per sopravvivere e affrontare il suo isolamento, mentre il secondo
lo ha visto interpretare un programmatore informatico a cui sono
state infilate due pistole ed è stato costretto a competere in
un’organizzazione di combattimento clandestina.
Usciti rispettivamente nel 2016 e
nel 2020, sia Swiss Army Man che
Guns Akimbo hanno ricevuto reazioni
contrastanti al loro debutto. La commedia drammatica di A24 ha
scatenato scioperi dopo la sua première al Sundance a causa della
sua premessa insolita, sebbene in seguito abbia sviluppato un
seguito di culto ottenendo un indice di gradimento del 73% dalla
critica e del 72% dal pubblico su Rotten Tomatoes.
La commedia d’azione, nel
frattempo, ha iniziato a suscitare polemiche poco prima della sua
uscita, quando lo sceneggiatore/regista Jason Lei
Howden ha pubblicato una serie di tweet controversi
accusando i critici di aver apparentemente intimidito un collega
critico per l’uso di un insulto razziale, che lo studio ha definito
“sconvolgente e inquietante“, ma ha confermato l’uscita
del film. La corsa al cinema di Guns Akimbo è
stata poi interrotta dalla pandemia di COVID-19, incassando solo 1
milione di dollari a fronte di un budget di produzione di 15
milioni di dollari.
Dopo aver interpretato Harry
Potter, Daniel Radcliffe ha interpretato una vasta
gamma di ruoli. Ecco come i suoi altri film si confrontano con
Harry Potter.
Tra i loro personaggi estremi,
eccentrici e il suo ruolo da protagonista in entrambi i film, è
comprensibile il motivo per cui Swiss Army Man e
Guns Akimbo si distinguano come i due ruoli non
legati a Harry Potter per cui Daniel Radcliffe viene più spesso
contattato. Dato che continua a esplorare nuove strade narrative,
in particolare nel mondo della commedia, sarà interessante vedere
se il candidato agli Emmy riuscirà a superare uno dei due film e ad
avere un nuovo argomento di conversazione con i suoi fan.
Nel film I Fantastici 4 e Silver Surfer del 2007, la
star Doug Jones ha dato vita a una delle più
grandi creazioni di Stan Lee e Jack
Kirby interpretando Norrin Radd, alias
Silver Surfer, protagonista del sequel. L’attore,
noto per le sue interpretazioni trasformative, ha interpretato
l’Araldo di Galactus sul set, ma alla fine ha dovuto condividere il
ruolo con Laurence Fishburne, star di Matrix,
il quale ha doppiato il personaggio.
Nel corso di una recente intervista con Comicbookmovie, Jones ha
parlato anche della possibilità di riprendere il ruolo di Silver
Surfer, stabilendo però una condizione. “Beh, mi
piacerebbe doppiare me stesso. Sì”, ha detto l’attore riguardo
a un possibile ritorno al ruolo. “In realtà, sul set usavo la
mia voce con tutti i miei colleghi attori, ma sono poi stato
doppiato in post-produzione. Adoro Laurence Fishburne. È un attore brillante.
Ma mi piacerebbe, se mi offrissero di nuovo il ruolo, mi piacerebbe
interpretare l’intero personaggio”.
“Ma ho la sensazione che alla
mia età e con la pletora di attori più giovani tra cui possono
scegliere, probabilmente opteranno per qualcuno un po’ più
giovane”, ha ammesso Jones. “E mi sta bene, perché sono
passato a una nuova categoria in cui interpreto personaggi anziani
sfacciati, interessanti e pittoreschi. E lo adoro”. Al momento
non ci sono infatti piani per riportare il Silver Surfer di Jones
nel MCU. La scorsa è stata è invece
stata introdotta la versione femminile del personaggio,
interpretata da Julia
Garner. Una performance, quella dell’attrice, che
lo stesso Jones ha dichiarato di aver molto apprezzato.
James Gunn è un regista esperto, ma è alla sua
prima esperienza come capo di uno studio cinematografico. In alcune
occasioni la sua inesperienza è stata evidente e, per molti fan, il
modo in cui il co-amministratore delegato della DC Studios sta
gestendo Batman è un problema serio. A più di tre anni
dall’annuncio della lista dei film DCU, almeno la metà dei quali non è stata
realizzata, non ci sono ancora indicazioni che Gunn sia vicino al
casting del Cavaliere Oscuro.
Si dice che Christina Hodson stia lavorando alla
sceneggiatura di
The Brave and the Bold, mentre il regista di
The
Flash, Andy Muschietti, rimane vagamente
legato al progetto. Quando Clayface arriverà nei cinema questo
Halloween, è quindi probabile che un cameo di Batman sia fuori
discussione perché la DCU non avrà ancora il suo Bruce Wayne. Nel
frattempo, Matt Reeves sta portando avanti
The Batman – Parte II, il suo sequel “Elseworlds” del
successo del 2022. Nonostante le richieste dei fan, è stato
chiarito in diverse occasioni che il Batman di Robert Pattinson non entrerà a far parte della
DCU.
Secondo l’insider Daniel
Richtman (tramite The Direct), il film The Brave and the Bold
“non arriverà per anni”. Al contrario, “Gunn sta
spingendo per far uscire The
Batman 3 più velocemente… vuole che la trilogia finisca… vuole
andare avanti. [Lui] non vuole due Batman”. Sebbene sarebbe
certamente strano avere il Batman di Pattinson nei cinema
contemporaneamente alla versione di The Brave and the
Bold, a patto che siano abbastanza diversi, si potrebbe
pensare che i due franchise potrebbero coesistere.
Il desiderio di Gunn di evitare
confusione ha senso, ma cercare di affrettare Reeves a finire il
suo terzo film sembra poco saggio. Inoltre, con The Batman
– Parte II in uscita nel 2027, questo potrebbe significare
che non vedremo il Batman della DCU fino alla fine del decennio.
Per questo motivo, consigliamo di prendere questa voce con le
pinze. Siamo sicuri che Gunn interverrà sui social media per
affrontare la questione, se lo riterrà opportuno.
Il
primo trailer della terza stagione di House of the
Dragon è finalmente arrivato, e mantiene
una promessa chiara: più fuoco, più sangue, più guerra aperta. Dopo
due stagioni costruite tra corridoi gelidi, sguardi carichi di
tensione e manovre politiche, l’adattamento HBO di Fire & Blood sembra pronto a spingere
sull’acceleratore spettacolare.
Se
finora abbiamo visto solo assaggi di scontri su larga scala – con
la Battaglia di Rook’s Rest come momento più esplosivo della
stagione 2 – il nuovo teaser suggerisce che la guerra civile
targaryen entrerà finalmente nel vivo.
Il
teaser anticipa la Battaglia del Gullet, uno scontro cruciale della
Danza dei Draghi
Le
immagini scorrono rapide, tra dialoghi frammentati e scorci di
battaglia, ma un elemento è inconfondibile: la Battaglia del Gullet. Vediamo
cavalieri di draghi sorvolare il mare in mezzo a un conflitto
navale imponente. Tra loro si distinguono Baela Targaryen
(Bethany
Antonia) su Moondancer e un drago che con ogni
probabilità è Syrax, cavalcato da Rhaenyra (Emma
D’Arcy). Non è escluso, però, che alcune sequenze
possano coinvolgere anche Helaena (Phia
Saban) su Dreamfyre.
Al centro dello scontro navale troviamo Corlys Velaryon
(Steve
Toussaint) e la sua potente flotta, impegnata contro
le forze avversarie nel tentativo di mantenere il blocco su Approdo
del Re. Nei libri di George R.R. Martin, la Battaglia del Gullet è
uno degli eventi più sanguinosi dell’intera storia di Westeros, un
momento decisivo nella Danza dei Draghi che lascia cicatrici
profonde su entrambi gli schieramenti.
Senza entrare in spoiler, si tratta di uno scontro tra Neri e Verdi
che coinvolge contemporaneamente draghi e flotte navali, una
combinazione raramente vista nella serie finora. È lecito
aspettarsi un intero episodio dedicato alla battaglia, con un
impatto paragonabile ai grandi set piece di Game of Thrones, come
Blackwater o la Battaglia dei Bastardi.
Lo showrunner Ryan Condal aveva già
spiegato perché lo scontro non fosse stato inserito nel finale
della stagione 2: una questione di equilibrio tra narrazione e
risorse produttive, ma anche la volontà di dare all’evento lo
spazio e la spettacolarità che merita. La scelta aveva lasciato
parte del pubblico con la sensazione di una stagione incompiuta, ma
il teaser della terza sembra confermare che l’attesa sarà
ripagata.
Se la Battaglia del Gullet sarà davvero il fulcro della stagione 3,
House of the Dragon potrebbe
finalmente offrire quel momento iconico che definisce un’era,
trasformando la guerra civile targaryen da conflitto sotterraneo a
devastazione totale. Dopo due stagioni di costruzione lenta e
calcolata, il tempo della diplomazia sembra finito: ora parlano i
draghi.
Con
l’episodio 7, The Pitt
si avvicina al giro di boa della seconda stagione e lo fa alzando
ulteriormente la posta. Il ritorno del dottor Jack Abbot
(Shawn
Hatosy) al Pittsburgh Trauma Medical Center non è
solo un momento atteso dai fan, ma diventa il detonatore di una
puntata che intreccia tensione sistemica, traumi personali e
conflitti professionali destinati a esplodere.
Abbot, amatissimo e solitamente assegnato al turno di notte,
rientra in scena in un momento di caos assoluto. Il PTMC è infatti
costretto a spegnere tutti i sistemi digitali dopo che il vicino
Westbridge è stato colpito da un attacco informatico. La minaccia
di un cyberattacco costringe la direzione a “tornare analogica”:
niente cartelle cliniche digitali, niente board elettroniche,
niente software di charting, nemmeno i telefoni interni. Un passo
indietro che trasforma ogni procedura in un ostacolo e mette a nudo
la fragilità di un sistema sanitario iper-dipendente dalla
tecnologia.
Il ritorno di Abbot e il caos analogico cambiano gli equilibri del
PTMC
La rivelazione del “code black” di Westbridge chiarisce quanto la
crisi sia reale e contemporanea: gli hacker hanno bloccato i
sistemi informatici chiedendo un riscatto, uno scenario purtroppo
sempre più frequente nella sanità reale. Il CEO del PTMC decide
così di prevenire il peggio chiudendo ogni computer. Il risultato è
un pronto soccorso già sovraccarico che ora deve affidarsi a carta,
penna e memoria.
Il dottor Robby (Noah
Wyle) si ritrova a fotografare in fretta la board
prima dello spegnimento, segno di una gestione emergenziale che
accentua le tensioni con la dottoressa Al-Hashimi (Sepideh
Moafi), colpevole di non averlo avvisato in tempo. È
l’ennesima crepa in un rapporto professionale già incrinato.
L’arrivo di Abbot è tanto spettacolare quanto simbolico: entra in
ospedale dopo aver operato come medico per la SWAT di Pittsburgh,
portando con sé un agente ferito e una scarica di adrenalina che
sembra cucita su misura per il caos imminente. Il fatto che lavori
anche come medic per la SWAT rafforza il suo profilo di “adrenaline
junkie”, perfetto per un pronto soccorso in crisi.
Ma l’episodio non vive solo di tensione sistemica. Il caso di
Ilana, giovane vittima di violenza sessuale, riporta la serie su un
terreno emotivo durissimo. Dana (Katherine
LaNasa), nel ruolo di Sexual Assault Nurse Examiner,
gestisce l’esame con professionalità meticolosa, raccogliendo prove
e documentando ogni dettaglio. Quando la paziente decide di
interrompere l’esame, sopraffatta dal trauma, la macchina clinica
si ferma e resta solo l’umanità: Dana trattiene a stento le
lacrime, rivelando una vulnerabilità che la serie non banalizza
mai.
Parallelamente, la storyline di Roxie, paziente oncologica seguita
dalla dottoressa McKay (Fiona
Dourif), suggerisce un altro tipo di paura: quella di
morire a casa, lasciando al marito un fantasma emotivo tra le mura
domestiche. È un dettaglio sottile ma potente, che mostra come
The
Pitt sappia lavorare sulle sfumature psicologiche senza
ricorrere a facili spiegazioni.
C’è poi la rivelazione silenziosa su Santos (Isa
Briones): cicatrici di autolesionismo intraviste per
pochi secondi aprono uno squarcio sul suo passato e suggeriscono
una fragilità che potrebbe diventare centrale nel prosieguo della
stagione. Un momento rapido, ma densissimo.
Infine, lo scontro tra Robby e Langdon (Patrick
Ball) segna un punto di non ritorno. Nonostante le
scuse per la sua dipendenza e il tradimento della fiducia, Robby
ammette di non essere sicuro di volerlo ancora nel suo pronto
soccorso. È una frattura che difficilmente si ricomporrà senza
conseguenze.
Con l’ospedale privato
della tecnologia, i rapporti professionali incrinati e traumi
personali che emergono sotto pressione, l’episodio 7 di
The Pitt dimostra come
la serie riesca a intrecciare emergenza medica e crisi morale. Il
ritorno di Abbot non è solo un regalo ai fan: è il catalizzatore di
una stagione che sta scegliendo di mettere i suoi personaggi di
fronte ai propri limiti, professionali e umani.
Dopo il rilancio della sua carriera grazie a The Whale,
che gli è valso l’Oscar come Miglior Attore, Fraser ha continuato a
scegliere ruoli ambiziosi, passando da Killers of the Flower
Moon a nuovi progetti di grande respiro. Con
Pressure interpreta il
generale Dwight D. Eisenhower nelle 72 ore decisive che
precedettero lo sbarco in Normandia.
Brendan Fraser è Eisenhower nel thriller storico che racconta le
ore prima del D-Day
Il
film, distribuito da Focus Features,
sposta l’attenzione dal campo di battaglia alle stanze del potere.
La storia segue Eisenhower mentre deve prendere una decisione
cruciale: procedere con la più grande invasione anfibia della
storia o rimandare a causa delle condizioni meteo avverse,
rischiando però di compromettere l’intera operazione.
Alla regia troviamo Anthony Maras, che ha
co-scritto la sceneggiatura insieme a David Haig, adattando la
pièce teatrale del 2014 firmata dallo stesso Haig. Accanto a
Fraser, il cast comprende Andrew Scott nel ruolo
del meteorologo della Royal Air Force James Stagg, chiamato a
fornire le previsioni che avrebbero determinato il destino
dell’Operazione Overlord.
Completano il cast Kerry Condon,
Chris Messina e
Damian Lewis, insieme ad
altri interpreti che danno volto ai vertici militari e politici
coinvolti nella decisione.
A
differenza di film come Salvate il soldato
Ryan, che hanno mostrato l’orrore dello
sbarco sulle spiagge, Pressure sembra adottare un approccio più intimista e
teso, quasi da thriller politico. Il trailer suggerisce un racconto
costruito su dialoghi serrati e silenzi carichi di tensione, con
Fraser al centro di una prova che punta a restituire l’umanità e il
peso morale di un leader davanti a una scelta impossibile.
Il risultato appare meno orientato all’azione spettacolare e più
concentrato sulle dinamiche decisionali che hanno segnato uno dei
momenti più cruciali della storia contemporanea. Se le premesse
verranno confermate, Pressure potrebbe offrire una prospettiva inedita su un
evento già ampiamente raccontato dal cinema.
Netflix ha inviato una formale
cease & desist al
proprietario di TikTok per presunte
violazioni di copyright legate a diversi titoli della piattaforma,
tra cui Stranger Things e
Kpop Demon Hunters.
Secondo quanto riportato, la società avrebbe contestato la
diffusione non autorizzata di contenuti protetti – clip, sequenze e
materiale audiovisivo – caricati e condivisi sulla piattaforma
senza licenza ufficiale. L’azione legale mira a interrompere
immediatamente l’utilizzo ritenuto illecito dei contenuti originali
Netflix.
Netflix accusa TikTok di utilizzo non autorizzato di contenuti
originali
La
diffida formale (cease & desist) rappresenta un passo legale
preliminare con cui un’azienda chiede la cessazione immediata di
una condotta considerata dannosa o illegale. Nel caso specifico,
Netflix avrebbe richiesto la rimozione dei contenuti che sfruttano
proprietà intellettuali legate a produzioni di punta della
piattaforma.
Tra i titoli citati figura Stranger Things, uno dei franchise più iconici del
servizio streaming, ma anche Kpop Demon Hunters, progetto che avrebbe visto
circolare materiale online senza autorizzazione.
Il tema della tutela del copyright sulle piattaforme social è
sempre più centrale nell’industria dell’intrattenimento. I
contenuti brevi e virali su TikTok, spesso costruiti con clip di
serie e film, rappresentano da un lato una potente leva
promozionale, ma dall’altro possono entrare in conflitto con le
strategie di distribuzione e monetizzazione ufficiali.
Al momento non sono stati resi noti ulteriori dettagli sulle
richieste specifiche contenute nella diffida né sulle eventuali
conseguenze legali qualora la piattaforma non dovesse adeguarsi.
Non è chiaro, inoltre, se la questione possa evolversi in una causa
formale o risolversi con un accordo tra le parti.
La vicenda si inserisce in un contesto più ampio di tensioni tra
major dell’intrattenimento e piattaforme digitali, in cui la
gestione dei diritti e la protezione della proprietà intellettuale
restano temi delicati.
Resta ora da vedere quale sarà la risposta ufficiale del
proprietario di TikTok e se la controversia avrà ripercussioni
sulla presenza di contenuti legati alle produzioni Netflix
all’interno della piattaforma.
Il
Re dei Mostri riscopre il suo lato più oscuro. Una nuova serie a
fumetti intitolata The
Horror of Godzilla riporterà il celebre kaiju alle
sue radici più spaventose, raccontando il suo primo devastante
assalto all’umanità.
L’annuncio arriva tramite il sito horror Bloody Disgusting: la
miniserie sarà pubblicata da IDW Publishing e
firmata da Ethan S. Parker, Griffin Sheridan e Tristan Jones.
L’obiettivo è chiaro: riportare Godzilla al
1954, l’anno del suo debutto cinematografico in Giappone, quando il
mostro rappresentava una vera e propria incarnazione dell’orrore
nucleare.
The Horror of Godzilla rilancia il kaiju come icona del
terrore
Le
prime tavole diffuse mostrano un’impostazione in bianco e nero che
richiama esplicitamente l’atmosfera del film originale. L’uso di
inquadrature dal basso verso l’alto accentua la scala del mostro,
mettendo il lettore nei panni delle vittime terrorizzate che
osservano la creatura incombere su di loro.
Il design scelto per questa versione di Godzilla punta su dettagli
essenziali ma inquietanti, come i piccoli bagliori luminosi negli
occhi che emergono dall’oscurità. L’intento è quello di
sottolineare la natura distruttiva e implacabile del kaiju, lontano
dalle interpretazioni più “eroiche” viste in alcune fasi del
franchise.
Negli ultimi anni, infatti, Godzilla ha già intrapreso un percorso
di ritorno alle origini horror. Il film Shin Godzilla ha
rappresentato il mostro come una manifestazione delle catastrofi
nucleari, con un corpo deformato e radioattivo. Più recentemente,
Godzilla Minus One ha
riportato la creatura nel Giappone del dopoguerra, legandola al
senso di colpa e al trauma collettivo del Paese, conquistando anche
un Oscar.
Con The Horror of
Godzilla, questa linea narrativa viene ulteriormente
rafforzata. Se il Monsterverse ha trasformato il kaiju in una forza
della natura talvolta protettiva, la nuova serie a fumetti promette
di restituire al personaggio il ruolo di autentico incubo per
l’umanità.
Il primo numero è previsto per l’estate e i fan sono già invitati a
prenotarlo. Tutto lascia pensare che questa nuova incarnazione
possa segnare uno dei capitoli più brutali e inquietanti della
lunga storia di Godzilla.