Il
finale de Il
patriota, diretto da Roland Emmerich (Independence
Day,The Day After Tomorrow), chiude uno dei
war movie più emblematici del cinema mainstream degli anni
2000, costruito attorno alla trasformazione interiore di un uomo
che rifiuta la guerra e finisce per diventarne simbolo. La parabola
di Benjamin
Martin, interpretato da Mel Gibson,
non è soltanto il racconto di una vendetta personale contro la
brutalità coloniale britannica, ma una riflessione più ampia su
come la violenza storica venga interiorizzata, giustificata e
infine trasformata in identità politica.
Il
film si muove dentro una grammatica epica che rielabora la
Rivoluzione americana come mito fondativo, ma lo fa attraverso una
lente privata, familiare, quasi intima. Il finale non chiude
semplicemente un conflitto militare: chiude una frattura morale,
quella tra il desiderio di pace e l’inevitabilità della storia. È
in questa tensione che Il patriota trova la sua vera chiave di
lettura, trasformando la vittoria militare in un gesto ambiguo,
sospeso tra redenzione e perdita.
Nel panorama del cinema storico americano, Il patriota si colloca all’interno
di una tradizione che non mira alla precisione filologica, ma alla
costruzione di un immaginario emotivo. Roland Emmerich, regista legato a un’idea
spettacolare del racconto cinematografico, utilizza la Rivoluzione
americana come sfondo per un dramma familiare che evolve in guerra
totale. Il film si inserisce nel solco dei war movie epici, dove la
Storia non è mai neutra, ma diventa una proiezione delle tensioni
individuali dei personaggi.
Rispetto ad altri film sulla guerra d’indipendenza,
Il patriota
accentua la dimensione mitica del conflitto, semplificando le
dinamiche politiche per concentrarsi su un percorso emotivo netto:
quello di un uomo pacifista che viene progressivamente risucchiato
nella logica della violenza. Il personaggio di Benjamin Martin è costruito come
figura liminale, sospesa tra colpa e necessità, tra memoria del
passato coloniale e desiderio di non ripeterlo. L’inserimento di
Heath Ledger
nei panni di Gabriel rafforza ulteriormente questa struttura
generazionale, trasformando la guerra in un’eredità
inevitabile.
Il contesto produttivo del film riflette inoltre una fase del
cinema americano in cui il racconto storico tendeva a privilegiare
la leggibilità emotiva rispetto alla complessità politica. In
questo senso, Il patriota non si limita a rappresentare la
Rivoluzione americana, ma la rielabora come dispositivo narrativo
di formazione identitaria, dove il sacrificio individuale diventa
condizione necessaria per la nascita di un ordine collettivo.
Il finale della
battaglia di Cowpens e la trasformazione definitiva di Benjamin
Martin: dalla resistenza privata alla mitologia
nazionale
Skye McCole Bartusiak e Mel Gibson in Il patriota
Il finale del film si costruisce attorno alla battaglia decisiva di
Cowpens, momento in cui la traiettoria personale di
Benjamin Martin
si fonde definitivamente con il destino della Rivoluzione
americana. Dopo la morte di Gabriel, ucciso da William Tavington, la dimensione privata
della vendetta si dissolve progressivamente in una logica più
ampia, quella della guerra come struttura storica inevitabile.
Benjamin non combatte più soltanto per la sua famiglia, ma per una
comunità politica che lo riconosce come guida militare.
La sequenza finale della battaglia è costruita come sintesi visiva
del percorso del personaggio: strategia, perdita e infine
affermazione. La morte di Tavington chiude il ciclo della vendetta,
ma non restituisce alcuna forma di equilibrio morale. Al contrario,
ciò che emerge è una vittoria ambivalente, segnata dal costo umano
altissimo che ha definito l’intero racconto. Il ritorno alla
fattoria, con la casa in ricostruzione, non rappresenta un semplice
lieto fine, ma una reintegrazione simbolica nella comunità.
In questa prospettiva, il finale non celebra la guerra, ma la sua
inevitabilità storica. Benjamin osserva ciò che è stato distrutto e
ciò che viene ricostruito, consapevole che entrambe le dimensioni
appartengono allo stesso processo. La figura del “patriota” non
coincide più con il soldato, ma con chi sopravvive alla guerra
portandone il peso morale.
La vendetta, la
perdita e la costruzione dell’identità americana come trauma
originario nel percorso di Benjamin Martin
Una scena di battaglia in Il patriota
Il nucleo tematico del film si concentra sulla trasformazione della
vendetta in fondamento identitario. La morte di Thomas e Gabriel segna la progressiva erosione
della posizione pacifista di Benjamin Martin, che si trova costretto a
ridefinire il proprio rapporto con la violenza. Il suo rifiuto
iniziale della guerra non nasce da una posizione ideologica
astratta, ma da un trauma personale legato alla sua esperienza
nella guerra franco-indiana.
Il film costruisce così una riflessione implicita sull’origine
violenta della nazione americana, dove l’idea di libertà nasce da
una serie di atti brutali che non possono essere completamente
separati dalla loro conseguenza politica. La vendetta contro
Tavington diventa allora il punto di convergenza tra dolore privato
e narrazione collettiva, tra perdita familiare e costruzione di una
memoria nazionale.
In questo senso, la figura di Benjamin non è eroica nel senso
tradizionale, ma profondamente tragica. Ogni sua scelta è
determinata da una perdita precedente, e ogni vittoria militare
coincide con una forma di svuotamento interiore. Il patriota
diventa così un uomo che non sceglie la guerra, ma la subisce come
unica forma possibile di risposta al dolore.
Il ritorno alla
casa e la ricostruzione come dispositivo simbolico tra memoria,
comunità e legittimazione del sacrificio
Uno degli elementi più significativi del finale è la ricostruzione
della casa dei Martin, che assume un valore chiaramente simbolico.
Non si tratta semplicemente di un ritorno alla normalità, ma di una
rappresentazione visiva della ricostruzione nazionale. Gli operai
che lavorano alla casa indicano una comunità che si riorganizza
attorno a un nucleo di sopravvissuti, trasformando la distruzione
in fondamento condiviso.
La casa diventa così il luogo in cui si deposita la memoria del
conflitto, ma anche il punto di partenza per una nuova forma di
convivenza. Benjamin non rifiuta più la sua identità di
combattente, ma la integra in una dimensione domestica, dove il
trauma non viene rimosso, ma incorporato. Questo passaggio segna
una delle tensioni centrali del film: la difficoltà di distinguere
tra pace e stabilizzazione della violenza.
In questa prospettiva, il finale suggerisce che la nascita di una nazione non è mai un
atto puramente fondativo, ma un processo di sedimentazione del
conflitto. La casa ricostruita non cancella ciò che è accaduto, ma
lo ingloba, trasformandolo in parte dell’identità collettiva.
Il significato
ultimo de Il patriota: un eroe riluttante e la
fondazione ambigua della memoria americana
Il finale de Il
patriota chiude la traiettoria di Benjamin Martin senza risolverne le
contraddizioni, ma portandole a una forma di equilibrio instabile.
La sua trasformazione da pacifista a comandante militare non è una
semplice evoluzione narrativa, ma una riflessione sulla natura
stessa della storia, che impone scelte impossibili e lascia ferite
permanenti.
Il film suggerisce che la nascita degli Stati Uniti non può essere
separata dalla violenza che l’ha resa possibile, e che ogni gesto
di libertà porta con sé una zona d’ombra. Benjamin incarna questa
ambiguità: è al tempo stesso fondatore e distruttore, vittima e
agente della storia. La sua figura rimane sospesa tra mito e
umanità, senza mai aderire completamente a nessuna delle due
dimensioni.
Il patriota, in ultima analisi, non celebra la vittoria militare,
ma la sua necessità storica. Il finale non chiude il conflitto, lo
trasforma in memoria. Ed è proprio in questa memoria instabile che
il film trova la sua forza più duratura, restituendo l’immagine di
una nazione nata non dalla purezza dell’ideale, ma dalla
complessità irriducibile della violenza che l’ha resa
possibile.
Nella valle di
Elah, diretto da Paul Haggis, si colloca tra i film più
spietati del cinema post guerra in Iraq, non perché mostri la
guerra, ma perché ne registra le conseguenze psichiche e morali
quando i soldati tornano a casa. La storia di Hank Deerfield, interpretato da
Tommy Lee Jones,
non è un’indagine tradizionale: è una discesa dentro la frattura
etica di un paese che non riesce più a riconoscere i propri
figli.
Il
film costruisce il suo senso ultimo non nella risoluzione del caso,
ma nella progressiva dissoluzione delle certezze del protagonista.
La ricerca della verità sulla morte del figlio Mike diventa una ricerca più ampia
sulla natura della violenza, sulla responsabilità condivisa e sulla
distanza tra narrazione istituzionale e verità umana. Il finale non
chiude un mistero: lo trasforma in una domanda irrisolvibile sulla
colpa collettiva.
Paul Haggis, il
cinema del disincanto americano e la posizione diNella valle di Elahtra war movie invisibile e dramma investigativo
morale
Il cinema di Paul
Haggis è profondamente radicato nell’idea che la struttura
narrativa possa essere utilizzata per smascherare le contraddizioni
morali della società americana. Dopo Crash, il regista continua in
Nella valle di
Elah la sua esplorazione delle fratture etiche
contemporanee, ma lo fa attraverso un registro più sobrio, meno
corale e più intimamente doloroso. Il film si inserisce nel filone
del cinema post-Iraq War, ma ne sovverte le coordinate classiche:
la guerra non è rappresentata sul campo, ma nei corpi e nelle menti
dei soldati che ne tornano segnati.
Il genere investigativo diventa così una struttura apparentemente
familiare che nasconde una funzione diversa. Hank Deerfield non è un detective
professionista, ma un padre che si muove dentro un sistema militare
e istituzionale che tende a oscurare la verità. Questo
posizionamento permette al film di dialogare con la tradizione del
noir americano, ma anche con il cinema politico degli anni
Settanta, dove la ricerca della verità coincideva spesso con la
scoperta della sua impossibilità.
La presenza di Tommy Lee
Jones è centrale in questa costruzione. La sua
filmografia, spesso legata a figure di uomini stanchi, segnati e
moralmente rigidi, trova qui una sintesi estrema. Hank non è un
eroe nel senso classico, ma un uomo che crede ancora in un ordine
morale che il mondo circostante ha già smesso di riconoscere. Il
suo percorso è quello di una progressiva disillusione.
Il finale di
Nella valle di Elah come smantellamento della
verità lineare: confessione, trauma e collasso della narrazione
militare ufficiale
Il finale del film non offre una risoluzione consolatoria, ma un
progressivo smontaggio della verità ufficiale costruita attorno
alla morte di Mike
Deerfield. Dopo una serie di indagini parallele condotte
da Hank e dalla
detective Emily
Sanders, interpretata da Charlize Theron, emerge una realtà
frammentata, fatta di omissioni, contraddizioni e violenze interne
alla stessa unità militare.
La svolta narrativa arriva quando le prove conducono a
Steve Penning,
uno dei commilitoni di Mike. La confessione di Penning non è solo
la risoluzione del caso, ma il punto in cui il film rivela la sua
vera natura. L’omicidio di Mike non è il risultato di un singolo
atto criminale isolato, ma l’esito di una condizione strutturale:
la disintegrazione psicologica dei soldati tornati dalla guerra,
incapaci di reintegrarsi in un contesto civile che non riconoscono
più.
Penning descrive un mondo in cui la violenza è diventata linguaggio
quotidiano, in cui le gerarchie morali si sono dissolte. La sua
frase sulla possibilità che “chiunque avrebbe potuto morire” non è
una giustificazione, ma una dichiarazione di vuoto etico. In questo
momento, il film abbandona definitivamente la logica del thriller
per entrare in quella del dramma morale.
Il ritorno di Hank a casa non rappresenta una chiusura narrativa,
ma un gesto di accettazione traumatica. Il corpo del figlio è stato
riportato, ma ciò che è stato scoperto lungo il percorso non può
essere ricomposto. La verità non restituisce ordine: lo distrugge
definitivamente.
La costruzione
del trauma militare e la crisi dell’identità americana tra
istituzione, famiglia e rimozione della colpa
Il nucleo tematico di Nella valle di Elah si sviluppa attorno alla
relazione tra istituzione militare e dissoluzione dell’identità
individuale. Mike
Deerfield non è soltanto una vittima, ma il prodotto di un
sistema che ha progressivamente eroso ogni confine tra azione
legittima e violenza incontrollata. Il video recuperato dal suo
telefono, che mostra un atto di brutalità in Iraq, funziona come
elemento chiave per comprendere questa trasformazione.
Il film suggerisce che la guerra non termina con il ritorno a casa,
ma continua a esistere come stato mentale. I soldati non sono in
grado di rientrare in una dimensione civile perché la loro
percezione della realtà è stata alterata in modo irreversibile.
Questo processo non è individuale, ma sistemico, e coinvolge tanto
i militari quanto le istituzioni che li hanno inviati al
fronte.
La figura di Hank rappresenta il tentativo di ricostruire un
ordine morale in un contesto che lo ha già superato. La sua fede
iniziale nella giustizia, nella disciplina e nella chiarezza dei
fatti viene progressivamente erosa dall’incontro con una realtà
ambigua. Il suo viaggio investigativo è anche un viaggio di
disillusione rispetto all’idea stessa di patria.
Emily Sanders e
la funzione della testimonianza: il limite della giustizia e la
frattura tra legge e verità emotiva
La detective Emily
Sanders rappresenta l’elemento istituzionale che tenta di
mantenere una coerenza tra legge e realtà. Tuttavia, il suo
percorso nel film evidenzia costantemente il limite della giustizia
formale di fronte a un sistema militare che opera secondo logiche
autonome. Le sue indagini vengono ostacolate, depotenziate e infine
integrate in una verità che non coincide con la giustizia.
Il rapporto tra Sanders e Hank si sviluppa come alleanza fragile
tra due forme di ricerca della verità: una istituzionale e una
personale. Entrambe convergono verso lo stesso punto, ma con
strumenti e finalità diverse. Sanders rappresenta la possibilità di
una verità documentabile, mentre Hank incarna la necessità di una
verità emotiva e morale.
Nel finale, la sua funzione non è quella di risolvere il caso, ma
di renderne visibile la complessità. La giustizia, nel mondo del
film, non è in grado di ricomporre il trauma, ma solo di
registrarne le tracce.
Il significato
finale di Nella valle di Elah: la bandiera
capovolta e l’impossibilità di una narrazione patriottica
lineare
L’ultima immagine del film, con Hank Deerfield che issa la bandiera americana
capovolta, rappresenta una delle più potenti dichiarazioni
simboliche del cinema americano contemporaneo. Non è un gesto di
rifiuto totale, ma una forma di segnalazione del disordine interno.
La bandiera non viene distrutta, ma invertita, trasformata in un
segnale di emergenza morale.
Il gesto finale non chiude la storia di Mike, ma ne estende la portata simbolica.
Il trauma non appartiene più soltanto alla famiglia Deerfield, ma a
una comunità più ampia che non riesce più a distinguere tra
giustizia e violenza istituzionalizzata. L’America che emerge dal
film è una nazione che ha perso la capacità di raccontarsi in modo
coerente.
In questa prospettiva, Nella valle di Elah non è semplicemente un film
sulla guerra in Iraq, ma un’opera sulla crisi della narrazione
americana stessa. Il finale non offre soluzioni, ma un’immagine
sospesa in cui la verità è stata raggiunta solo per mostrare quanto
sia impossibile trasformarla in consolazione. Hank non trova
redenzione: trova consapevolezza. E in questa consapevolezza si
chiude uno dei ritratti più severi del rapporto tra guerra,
famiglia e identità nazionale nel cinema contemporaneo.
La 79esima edizione del
Festival di Cannes si apre con
vibrazioni decisamente elettrizzanti. La Vénus
Électrique, film di Pierre Salvadori
(qui
nelle foto al photocall insieme al suo cast), ha ufficialmente
aperto le danze di una nuova edizione della rassegna che si tiene
sulla Croisette e che, quest’anno più che mai, sarà all’insegna del
cinema autoriale. Ma le tradizioni vanno rispettate e, prima di
immergerci nelle produzioni provenienti dalle più disparate parti
del globo che compongono il
concorso, il Grand Theatre Lumiere ha accolto il
pubblico e gli addetti al lavoro con un’immancabile commedia tutta
francese.
L’anno scorso
il compito era spettato ad Allora balliamo, che uscirà
il prossimo 18 giugno nelle sale italiane, una sorta di
coming-of-age traslato ai 30 anni su una millenial che torna al
passato per rientrare nel suo presente. Questa volta, veniamo
invece catapultati nella Francia del 1928, dove Antoine
Balestro (Pio Marmaï), giovane pittore
all’apice del successo, non riesce più a lavorare dalla morte della
moglie e sta facendo perdere la pazienza ad Armand, il suo
gallerista. Una sera, ubriaco, Antoine tenta di entrare in contatto
con la consorte attraverso una veggente. Senza saperlo, però, sta
in realtà parlando con Suzanne (Anais
Demoustier), una modesta artista ambulante che si è
introdotta nella roulotte per rubare del cibo.
Suzanne si dimostra particolarmente abile
nell’inganno e, presto affiancata da Armand (Gilles
Lellouche), inizia a organizzare una serie di false
sedute spiritiche. Poco alla volta Antoine ritrova l’ispirazione,
ma per Suzanne le cose si complicano quando finisce lentamente per
innamorarsi dell’uomo che sta manipolando…
L’amore è dolore, l’amore è
estasi
La Vénus
Électrique si muove tra il romanticismo onirico e
circense, che è magia, escamotage e colorato, ma anche macabro,
mortifero e volto – come tutti i migliori trucchi di magia – a far
temere il peggio allo spettatore, almeno per qualche istante. In
questa tavolozza polifonica e di guizzi comici indovinati, il
film di Pierre Salvadori svela uno dei suoi
aspetti più riusciti. Purtroppo, l’impressione generale che si
snoda è quella di un racconto di cui possiamo anticipare già gli
sviluppi, anche se la pellicola riserva qualche sorpresa
soprattutto nella messa in scena di questi amori tormentati e, a
tratti, anche esilaranti.
Mano a mano che Armand passa a
Suzanne il materiale da studiare, in particolare i diari scritti
dalla moglie, le false sedute spiritiche inizieranno per la donna a
tramutarsi in qualcosa di diverso; una ricerca dell’uomo che ha
scovato dietro le righe scritte e una maggiore consapevolezza del
modo in cui può usare la sua creatività e i suoi strumenti (al
circo viene vessata e tenuta in scacco dal capo, a cui è stata
venduta dal padre in gioventù, e con cui ha contratto dei
debiti).
Il bacio elettrico
Tra gli aspetti più interessanti
evidenziati da La Vénus Électrique c’è
come la ricerca del desiderio si sviluppi soprattutto dal punto di
vista femminile e anche come la gelosia che in una tradizionale
commedia romantica potrebbe essere rivolta a una figura femminile
esistente, qui è indirizzata verso qualcuno che non esiste più,
almeno fisicamente. Il timore di essere “cancellata” da questo
ricordo si fa sempre più preponderante, e così anche gli istinti
peggiori, che sono sempre avvolti da un’ombra di decadentismo e
annientamento del sé.
Nell’incontro tra Armand e Suzanne
c’è l’idea del ritrovarsi in uno spazio di condivisione artistica,
di tornare alla vita anche all’intero di quella casa che aveva
diviso i due precedenti amanti, che era forse troppo grande per una
passione che cerca ispirazione dall’esterno, dall’altro, ma si
riduce poi a una creazione materiale. Pio Marmaï, Anais
Demoustier e i comprimari sono la parte più luminosa di
una storia che, anche nelle svolte più scivolose e alcuni cambi di
tono rischiosi, riesce comunque a divertire.
L’amore come elettricità, come i trucchi e le magie di un circo
in decadenza e una porzione di dipinto che svela tutta l’identità
dell’artista. La Vénus Électrique è
un viaggio parzialmente riuscito, tra amori fantasmi e altri che
per esistere devono prima morire.
Manipulation di David
Balda arriva al cinema dal 14 maggio con Mescalito Film.
Ecco una clip in esclusiva.
Il regista David Balda a soli 18
anni ha firmato il suo primo lungometraggio, Narušitel
(Intruder), distribuito nelle sale ceche
e su Netflix, che lo ha consacrato tra i registi più
giovani al mondo ad aver firmato un film uscito al cinema. Con
Manipulation, la sua seconda opera, Balda amplia l’orizzonte al
cinema internazionale, dirigendo un thriller ambizioso e
visivamente potente che affronta l’idea universale di manipolazione
come arma invisibile del nostro tempo.
Vin Diesel è stato il protagonista assoluto
del photocall del 13 maggio a Cannes 79. L’attore,
con Michelle Rodriguez e Jordana Brewster ha portato sulla croisette il
suo franchise più rappresentativo, Fast and
Furious, che proprio al Festival festeggia i suoi 25
anni. Con loro, anche Meadow Rain Walker, figlia
di Paul, protagonista del franchise fino al
settimo capitolo, prima della prematura morte in un incidente
d’auto.
Anche Diego Luna ha posato per i fotografi,
presentando il suo film da regista Ceniza en la
boca, mentre Jane Schoenbrun con le sue protagoniste
Hannah Einbinder e Gillian Anderson, ha portato al Festival
Teenage Sex and Death at Camp Miasma. Con
queste star anche la nutrita compagine del film francese
d’apertura, La Vénus Électrique.
L’horror ha sempre giocato con le paure più profonde dello
spettatore, ma esiste una frase che continua ancora oggi a rendere
qualsiasi racconto più inquietante di altri: “ispirato a una
storia vera”. È un elemento che cambia completamente la
percezione del film, perché trasforma il terrore in qualcosa di
possibile, reale, vicino. Non importa quanto il cinema romanzi
eventi e personaggi: sapere che dietro certe immagini esistano
fatti realmente accaduti rende tutto più disturbante.
Negli ultimi decenni Hollywood ha costruito interi franchise su
presunti casi paranormali, omicidi realmente avvenuti, leggende
urbane e testimonianze controverse. Alcuni film si prendono enormi
libertà narrative, altri cercano invece di restare più aderenti ai
documenti e alle cronache. In ogni caso, questi horror continuano
ad affascinare proprio perché si muovono in quella zona ambigua
dove realtà, folklore e paura collettiva finiscono per mescolarsi.
Ecco 20 horror basati su storie vere — o presunte tali — che vale
la pena recuperare.
Bambola assassina (1988)
Bambola assassina, conosciuto in Italia come La bambola assassina, non è tratto
direttamente da una storia vera, ma la leggenda di Chucky viene
spesso collegata a Robert the Doll, una bambola realmente esistente
conservata a Key West, in Florida. Secondo il folklore locale,
Robert sarebbe stato al centro di strani fenomeni: movimenti
inspiegabili, presunte maledizioni e testimonianze inquietanti da
parte di chi l’ha posseduta o osservata. È una storia sospesa tra
leggenda urbana, suggestione e marketing del paranormale, ma ha
contribuito a nutrire l’immaginario delle bambole maledette.
Il film di Tom
Holland trasforma questa paura in un’icona pop dell’horror
moderno. Chucky non è soltanto un oggetto posseduto: è la
contaminazione dell’infanzia da parte della violenza adulta, un
giocattolo rassicurante che diventa corpo criminale. Anche se il
legame con Robert the Doll è più culturale che documentario,
Child’s Play funziona
perché intercetta una paura antichissima: l’idea che ciò che
dovrebbe proteggerci, consolarci o accompagnare l’infanzia possa
improvvisamente animarsi contro di noi.
The
Strangers (2008)
The Strangers è uno
degli home invasion più efficaci degli anni Duemila proprio perché
costruisce la paura su una premessa semplice e brutale: tre
sconosciuti entrano in una casa senza una ragione apparente. Bryan
Bertino ha raccontato di
essersi ispirato a esperienze personali legate a intrusioni
domestiche e, più in generale, a casi reali di violenza
casuale, compresi i delitti della Manson Family. Il film non
ricostruisce un singolo fatto di cronaca, ma assorbe l’angoscia di
quelle storie e la trasforma in un incubo essenziale.
La frase più terrificante del film è anche la sua chiave: non c’è
un movente chiaro, non c’è una colpa, non c’è una spiegazione
rassicurante. L’orrore nasce dalla casualità. In questo senso
The Strangers colpisce
più di molti horror soprannaturali, perché lavora su una paura
concreta: la vulnerabilità della casa, lo spazio che dovrebbe
essere più sicuro e che invece diventa una trappola. Le maschere
dei tre aggressori amplificano questa idea, cancellando identità e
psicologia: non sono personaggi da comprendere, ma presenze senza
volto.
The Girl Next Door
(2007)
Tra
i film più disturbanti mai realizzati partendo da un fatto
realmente accaduto, The Girl
Next Door adatta liberamente il romanzo di Jack Ketchum
ispirato all’omicidio di Sylvia Likens, adolescente americana
torturata e uccisa nel 1965 in Indiana. Il caso sconvolse
l’opinione pubblica statunitense non soltanto per la brutalità
delle violenze, ma soprattutto perché a partecipare agli abusi
furono anche altri adolescenti del quartiere, trascinati in una
spirale di sadismo collettivo.
Il
film evita quasi del tutto il soprannaturale e trasforma l’orrore
in qualcosa di molto più difficile da sopportare: la banalità della
crudeltà umana. È proprio questa dimensione realistica a renderlo
devastante. Non ci sono mostri, demoni o jump scare, ma una
progressiva distruzione psicologica e fisica che mette lo
spettatore davanti alla capacità umana di normalizzare la violenza
quando il contesto sociale smette di porre limiti morali.
La grandezza di
Zodiac sta nel suo
approccio quasi documentaristico e nella capacità di trasformare
l’indagine in una malattia mentale collettiva. Giornalisti,
poliziotti e cittadini vengono lentamente consumati
dall’impossibilità di arrivare a una verità definitiva. Fincher
costruisce così un thriller glaciale, metodico, pieno di dettagli,
in cui la paura nasce dal vuoto lasciato dall’assenza di risposte.
Proprio per questo Zodiac merita un posto in una lista di horror ispirati
a storie vere: non mostra il mostro come creatura soprannaturale,
ma come fantasma reale, irrisolto, ancora presente nell’immaginario
americano.
Borderland
(2007)
Borderland prende spunto
dagli omicidi rituali legati ad Adolfo Constanzo, narcotrafficante
e leader di una setta realmente esistita tra gli anni Ottanta e
Novanta in Messico. Constanzo combinava elementi di occultismo,
narcotraffico e sacrifici umani all’interno di un culto che
terrorizzò il confine tra Messico e Stati Uniti.
Il film utilizza la struttura del survival horror per raccontare
una realtà già di per sé terrificante, giocando sulla paura
dell’ignoto e sul caos violento delle zone di frontiera. Pur
romanzando molti eventi, Borderland mantiene una forte connessione con il clima
di paranoia e brutalità del caso reale, mostrando come
superstizione, potere criminale e fanatismo possano fondersi in
qualcosa di profondamente inquietante.
Snowtown (2011)
Più vicino al crime realistico che all’horror tradizionale,
Snowtown è uno dei film
più disturbanti degli ultimi decenni proprio per il suo approccio
quasi documentaristico. Diretto da Justin Kurzel, il film racconta
i reali Snowtown Murders avvenuti in Australia negli anni Novanta,
una serie di omicidi guidati da John Bunting, considerato uno dei
serial killer più spietati della storia australiana.
Ciò che rende il film così difficile da guardare non è tanto la
violenza esplicita quanto l’atmosfera di degrado sociale,
manipolazione psicologica e controllo emotivo che attraversa ogni
scena. Snowtown mostra
come il male possa insinuarsi lentamente dentro comunità fragili e
famiglie vulnerabili, trasformando il quotidiano in qualcosa di
soffocante e senza via d’uscita. È un horror umano, sporco e
realistico, che lascia addosso un senso di disagio rarissimo nel
cinema contemporaneo.
Pochi film horror hanno avuto un
impatto culturale paragonabile a The Amityville Horror. Più che un semplice successo
cinematografico, il film è diventato il simbolo stesso della “casa
infestata americana”, trasformando un caso di cronaca nera in uno
dei racconti paranormali più famosi del Novecento. Tutto ebbe
inizio il 13 novembre 1974, quando Ronald DeFeo Jr. assassinò sei
membri della propria famiglia nella loro casa al numero 112 di
Ocean Avenue, ad Amityville, nello stato di New York. Il caso
scioccò profondamente gli Stati Uniti non solo per la brutalità
degli omicidi, ma anche per le dichiarazioni confuse e
contraddittorie dello stesso DeFeo, che parlò di presunte “voci”
che lo avrebbero spinto a uccidere.
Un anno dopo la tragedia,
George e Kathy Lutz acquistarono la casa insieme ai figli, attratti
dal prezzo sorprendentemente basso dell’abitazione. La permanenza
durò appena 28 giorni. Secondo il loro racconto, all’interno della
casa iniziarono presto a verificarsi eventi inspiegabili: odori
nauseanti, macchie misteriose, sciami di insetti, porte e finestre
che si aprivano da sole, rumori notturni, apparizioni e presunte
manifestazioni demoniache. George Lutz raccontò inoltre di
svegliarsi ogni notte sempre alla stessa ora — le 3:15 —
coincidente con l’orario stimato degli omicidi della famiglia
DeFeo.
Questi racconti vennero
trasformati nel bestseller The Amityville Horror di Jay Anson, pubblicato nel
1977, che contribuì enormemente a costruire il mito della casa
infestata. Il film del 1979 diretto da Stuart Rosenberg amplificò
ulteriormente la leggenda, diventando uno dei maggiori successi
horror dell’epoca e fissando nell’immaginario collettivo l’idea
della villetta americana trasformata in spazio demoniaco. L’opera
sfruttava una paura profondamente americana: quella che il male
possa annidarsi proprio dentro il cuore della normalità domestica e
familiare.
Liberaci dal male (Deliver Us from Evil,
2014)
Diretto da Scott Derrickson,
Liberaci dal male (Deliver Us from Evil, 2014) si
ispira ai racconti dell’ex agente del NYPD Ralph Sarchie, che
sosteneva di aver investigato casi legati a possessioni demoniache
e fenomeni paranormali durante la sua carriera nella polizia di New
York. Il film mescola procedural poliziesco ed esorcismo,
costruendo un’atmosfera cupa e urbana molto diversa dall’horror
gotico classico.
La forza del film sta proprio
nel modo in cui il soprannaturale invade spazi realistici:
appartamenti degradati, strade notturne, violenza domestica e
disagio mentale. Derrickson gioca continuamente sull’ambiguità tra
trauma psicologico e possessione reale, mantenendo viva quella
tensione tra fede e razionalità che caratterizza gran parte del
cinema esorcistico moderno.
The Possession
(2012)
The Possession nasce
dalla leggenda della Dybbuk Box, oggetto realmente diventato virale
online dopo essere stato venduto su eBay con la descrizione di
presunti eventi paranormali collegati alla tradizione ebraica.
Secondo il folklore, un dybbuk sarebbe uno spirito maligno capace
di impossessarsi dei vivi.
Il film trasforma questa
leggenda moderna in un horror familiare costruito sulla lenta
distruzione emotiva di una bambina e dei suoi genitori. Pur
seguendo molte convenzioni del possession movie americano,
introduce elementi raramente esplorati dal genere mainstream
hollywoodiano, utilizzando simboli e credenze del folklore ebraico
invece della classica iconografia cattolica vista in tanti film
sugli esorcismi.
Annabelle (2014)
Spin-off dell’universo di
The Conjuring,
Annabelle prende ispirazione dalla
celebre bambola custodita realmente nel museo dell’occulto di Ed e
Lorraine Warren. La vera Annabelle, però, è molto diversa dalla versione
cinematografica: si tratta infatti di una semplice Raggedy Ann e
non della bambola in porcellana resa iconica dal film.
Proprio questa trasformazione
dimostra come il cinema horror lavori spesso sulla
reinterpretazione simbolica della realtà. La leggenda originale
raccontava di fenomeni inspiegabili legati alla bambola, inclusi
movimenti autonomi e presunte aggressioni. Il film amplifica
enormemente questi elementi, costruendo una figura diventata ormai
uno dei simboli horror più riconoscibili del cinema
contemporaneo.
The Sacrament (2013)
Qualche anno prima dell’uscita
della sua trilogia X, Ti West ha realizzato uno dei film horror
found footage più inquietanti di sempre. The Sacrament è basato
sugli eventi del massacro di Jonestown del 1978 e attinge a piene
mani da molti dei dettagli più terrificanti del caso.
Non è stato il primo film basato su
Jonestown, ma è l’unico a rendergli giustizia come storia horror.
Gli elementi found footage sono superbi e riproducono fedelmente il
modo in cui il pubblico ha assistito all’evento. Pur essendo
eccellente, The Sacrament perde punti rispetto ad altri film “True
Story” perché è un po’ troppo letterale nella sua
trasposizione.
Open Water (2003)
La vera storia di Tom ed Eileen
Lonergan ha catturato l’immaginazione dei telespettatori alla fine
degli
anni ’90, e si è trasformata in un efficace survival horror nel
film Open Water del 2003. A differenza di altri
film sugli attacchi di squali che mettono gli eroi contro un
mostro acquatico quasi soprannaturale, Open Water ha un ritmo lento
e un’atmosfera cupa.
Open Water è stato un enorme successo al botteghino, incassando
oltre 50 milioni di dollari a fronte di un budget di 500.000
dollari (fonte: Box Office Mojo).
Poiché si sa poco degli ultimi
momenti di vita dei Lonergan, Open Water è quasi interamente frutto
di finzione. Tuttavia, i registi hanno scelto di non esagerare, e
questo rende il film ancora più inquietante a livello
intellettuale. Il successo indipendente manca dei classici
espedienti per spaventare, il che lo ha reso un film horror
controverso negli anni successivi.
Henry, pioggia di sangue
(1986)
Alcuni film horror basati su casi
di serial killer peccano di eccessiva scabrosità e cinismo, ma
Henry: Portrait of a Serial Killer trova un ottimo equilibrio.
Questo film a bassissimo budget è liberamente ispirato alle
(discutibili) confessioni dei serial killer Henry Lee Lucas e Otis
Toole, ma non c’è alcuna patina cinematografica a mascherare il
puro terrore.
Michael Rooker offre un’interpretazione memorabile nei panni di
Henry, e il film non è uno slasher, ma piuttosto un’accurata
analisi psicologica del personaggio, fedele al suo titolo. È una
dissezione delle motivazioni dell’omicidio e critica anche la
celebrità del crimine. Tuttavia, è quasi troppo inquietante per il
suo stesso bene, e risulta difficile da rivedere.
Poltergeist (1982)
Poltergeist è uno dei film di fantasmi più amati, e in realtà è
liberamente ispirato a una storia degli anni ’50. Prendendosi
notevoli libertà creative, il classico diretto da Tobe Hooper (da
un’idea di Steven Spielberg) si ispira alla presunta
infestazione della famiglia Hermann a Long Island, New York.
Sebbene il caso reale fosse piuttosto banale, il film ha aggiunto
molti elementi per renderlo più avvincente.
Inquietante ma accessibile,
Poltergeist ha uno stile fantasioso che rende i fantasmi eterei e
divertenti. La sua fama di film maledetto aggiunge un ulteriore
livello di brividi, e rappresenta un punto di riferimento del
particolare horror degli anni ’80. Pur essendo un film migliore di
molti altri, la distanza di Poltergeist dal materiale originale ne
limita in parte il valore.
The Conjuring (2013)
Tratto direttamente dai casi reali
degli esperti del paranormale Ed e Lorraine Warren, The Conjuring
ha contribuito a inaugurare una nuova era per i film horror nei
primi anni 2010. Sebbene la veridicità delle affermazioni del film
sia certamente discutibile,
The Conjuring riesce egregiamente a creare suspense dosando
lentamente gli spaventi fino al climax.
Per realizzare un film horror
efficace, il regista si prende le dovute licenze creative, ma non
delude mai. Il suo più grande successo risiede nel modo in cui
costruisce un universo narrativo più ampio, tenendo gli spettatori
incollati allo schermo con accenni ad altri luoghi infestati. Anche
se la storia si rivelasse pura finzione, è un film talmente bello
che non avrebbe importanza.
Scream (1996)
Lo sceneggiatore Kevin Williamson
ha scritto Scream come una meta-riflessione sul genere horror,
aggiungendo però anche un pizzico di cronaca nera. La furia omicida
di Ghostface si ispira vagamente agli omicidi di Danny
Rolling, lo Squartatore di Gainesville, che a sua volta si sarebbe
ispirato ai film horror che aveva visto. Il film si sviluppa a
partire da questo presupposto, senza attingere a dettagli reali del
caso.
In un decennio che faticava a
trovare una propria identità horror, Scream è stato il modo perfetto per
mettere fine al boom degli slasher degli
anni ’80. Oltre alla sua acuta riflessione sul genere horror,
Scream è anche un film ben fatto sotto ogni punto di vista.
Williamson ha colto l’essenza del caso dello Squartatore di
Gainesville, riuscendo a estrarre temi intelligenti da quella
tragedia.
Nessun caso ha catturato
l’immaginazione di Hollywood come quello di Ed Gein, e
Il silenzio degli innocenti è stato il terzo grande film a
trarre ispirazione dall’incubo degli anni ’50. Il serial
killer Buffalo Bill è un altro classico cattivo nato dai crimini di
Gein, e la storia si addentra nelle sue motivazioni in un modo che
i film precedenti non avevano fatto.
Nessun thriller, prima o dopo, ha
saputo fondere così bene l’horror, e Il silenzio degli
innocenti è più spaventoso della maggior parte dei film horror
puri. Il pluripremiato agli Oscar possiede una qualità
cinematografica che lo eleva al di sopra del suo genere, e affronta
il crimine reale da un punto di vista prevalentemente realistico. È
proprio il suo realismo a renderlo un’esperienza così da
incubo.
Psycho (1960)
Alfred Hitchcock ha intrapreso una
svolta decisamente oscura con
Psycho, film che ha segnato l’inizio di un nuovo capitolo nella
storia dell’horror nei primi
anni ’60. Uscito pochi anni dopo l’arresto di Ed Gein, Psycho è
l’adattamento del romanzo di Robert Bloch, che romanzava i crimini
di Gein basandosi sulle informazioni disponibili all’epoca.
Psycho è riuscito a celare la
maggior parte dei dettagli più macabri del caso Gein, condensandoli
in un modo accettabile per il 1960. Il film era scioccante, ma la
maestria di Hitchcock gli ha conferito un tocco di classe. I suoi
elementi migliori non hanno quasi nulla a che fare con la storia
vera da cui è tratto, ma la sua trama innovativa è sufficiente a
consacrarlo nella storia dell’horror.
Non aprite quella porta
(1974)
Se Psycho sfiorava gli aspetti più
raccapriccianti del
caso Ed Gein, Non aprite quella porta li metteva in evidenza.
Enfatizzando ogni dettaglio, vero o falso, il classico grindhouse
di Tobe Hooper fu una risposta diretta agli orrori reali che il
mondo aveva visto dopo la strage di Gein. La guerra del Vietnam
aveva infranto il sogno americano negli
anni ’70.
Leatherface divenne immediatamente
un’icona dell’horror e la realizzazione cruda e a basso budget del
film lo faceva sembrare quasi un documentario. È impossibile
sopravvalutare l’importanza di Non aprite quella porta, che ha
spinto l’horror a nuove, macabre vette. È anche uno dei primi film
a dichiararsi “Tratto da una storia vera”, un espediente che
funziona ancora oggi.
L’esorcista (1973)
L’esorcista è generalmente
considerato il film più spaventoso di tutti i tempi, ed è ancora
più inquietante perché si basa su un fatto realmente accaduto. Lo
scrittore William Peter Blatty ha tratto ispirazione dall’esorcismo
di Roland Doe avvenuto negli anni ’40, anche se ha romanzato quasi
tutti i dettagli per rendere la storia più avvincente.
Perché gli horror basati su
storie vere continuano ad affascinare così tanto?
Il successo di questi film nasce da un meccanismo semplice ma
potentissimo: la paura diventa più efficace quando sembra
possibile. Anche quando gli eventi vengono romanzati o alterati dal
cinema, l’idea che possano avere una radice reale cambia
completamente il coinvolgimento dello spettatore. È il motivo per
cui franchise come The
Conjuring o Amityville continuano a funzionare dopo decenni.
Inoltre, questi film
permettono all’horror di entrare in territori diversi: cronaca
nera, folklore, religione, superstizione, psicologia collettiva.
Alcuni giocano apertamente sull’ambiguità tra realtà e invenzione,
altri sfruttano il marketing del “tratto da una storia vera” come
parte integrante dell’esperienza. Ma proprio questa zona grigia tra
vero e falso è ciò che rende il genere così irresistibile ancora
oggi.
RocknRolla potrebbe finalmente avere una
possibilità concreta di ottenere il sequel atteso
da quasi vent’anni. Il gangster movie vietato ai
minori raccontava un intreccio di criminali, uomini d’affari
corrotti e mafiosi nel sottobosco londinese. Nel cast figuravano
Gerard Butler, Tom Hardy, Idris Elba, Mark Strong e Toby
Kebbell. Nonostante lo scarso risultato al botteghino,
il film ha costruito nel tempo un forte seguito di culto grazie al
ritmo dei dialoghi, allo stile e ai personaggi.
In
un’intervista a
Collider, Guy Ritchie ha condiviso un aggiornamento più
positivo sul futuro del progetto. Alla domanda sulla possibilità di
realizzare finalmente The
Real RocknRolla dopo anni di richieste da parte dei fan, il
regista ha detto che gli piacerebbe ancora tornarci, anche se
il progetto è bloccato da complicazioni
burocratiche. Di seguito le sue parole:
“Fa abbastanza ridere. Me lo chiedono spesso ultimamente.
Mi piacerebbe molto. È solo che è bloccato in una
specie di palude burocratica fatta di cose noiose e complicate. Ma
chissà? Se mai succederà, saremo tutti più vecchi e più
grigi.”
Il film seguiva il piccolo criminale One-Two
(Butler) e la sua banda, coinvolti in una spirale
di traffici e affari loschi dopo un piano orchestrato dal boss
Lenny Cole (Mark Strong). Al centro della storia c’è il misterioso
“vero rocknrolla”, Johnny Quid (Toby Kebbell), una
rockstar data per morta la cui scomparsa collega tutti gli eventi
principali. Hardy ed Elba interpretavano membri della banda di
One-Two, contribuendo al ritmo frenetico e ai dialoghi taglienti
del film.
La pellicola si concludeva con una promessa
esplicita: “Johnny, Archy e il Wild Bunch torneranno in
The Real
RocknRolla”. Nonostante il buon riscontro critico, il
film non ha raggiunto grandi risultati al box office, fermandosi a
circa 28 milioni di dollari globali contro un budget di 18
milioni.
Gran parte dell’interesse che ancora circonda RocknRolla deriva dal suo ruolo nella
filmografia di Ritchie, spesso visto come un ritorno allo
stile di Lock & Stock e
Snatch, con
trame criminali intrecciate e dialoghi serrati. Anche se The Gentlemen ha esplorato
territori simili, molti fan considerano ancora RocknRolla un progetto rimasto in
sospeso.
Resta da capire se The Real
RocknRolla diventerà davvero realtà. Tuttavia, dopo quasi
vent’anni di attesa, le parole di Ritchie riaccendono la
speranza che il ritorno del Wild Bunch non sia ancora
definitivamente fuori gioco.
Dopo
anni di attesa e speculazioni, James Gray è tornato
al centro della scena internazionale con Paper Tiger, il nuovo film che segna
uno dei progetti più ambiziosi della sua carriera recente.
Presentato in anteprima al Festival di Cannes, il
lungometraggio ha immediatamente attirato l’attenzione della
critica e del pubblico, non solo per il cast stellare ma anche per
il ritorno del regista a quelle atmosfere criminali, intime e
profondamente americane che avevano definito opere come
The Yards, I padroni della notte e Ad Astra.
Il
film si inserisce perfettamente nella poetica di Gray: storie di
uomini intrappolati tra famiglia, colpa, ambizione e sopravvivenza,
raccontate attraverso un cinema elegante ma emotivamente brutale.
Con Paper Tiger, il
regista sembra voler recuperare il noir urbano e morale che aveva
caratterizzato la sua fase più amata, ma aggiornandolo a un’America
contemporanea attraversata da paranoia economica, tensioni sociali
e crisi identitarie. Non è un caso che il progetto sia diventato
rapidamente uno dei titoli più discussi dell’intero mercato
festivaliero del 2026.
Ultime news su Paper Tiger,
la premiere al Festival di Cannes 2026
La
selezione ufficiale di Paper
Tiger al Festival di
Cannes ha immediatamente acceso il dibattito tra
critica e addetti ai lavori. Il ritorno di James Gray sulla
Croisette era atteso da tempo e il film è stato accolto come uno
degli eventi principali dell’edizione, soprattutto perché arriva
dopo un periodo in cui il regista aveva lavorato lontano dai
riflettori più mainstream. Cannes, ancora una volta, si è
confermato il luogo ideale per il cinema di Gray: un autore che
continua a essere profondamente cinefilo, classico nello stile ma
moderno nella sensibilità.
Le prime reazioni hanno parlato di un’opera tesa, malinconica e
attraversata da una forte inquietudine morale. Molti osservatori
hanno sottolineato come Paper
Tiger sembri riportare Gray verso un cinema più fisico e
urbano, quasi “sporco”, dopo le derive più contemplative di
Ad
Astra e Armageddon
Time. La presenza del film in concorso ha inoltre rafforzato
la percezione di un 2026 particolarmente forte per il cinema
d’autore americano, con Cannes tornato ad avere un ruolo centrale
nella costruzione dell’hype internazionale attorno ai grandi autori
contemporanei.
Di cosa parla Paper Tiger: trama
e atmosfera del nuovo noir di James Gray
La trama ruota attorno a due fratelli, Gary Pearl e Irwin Pearl,
che cercano di costruire la propria versione del sogno americano.
Il loro percorso, però, viene contaminato da un affare pericoloso
legato alla mafia russa, che finisce per terrorizzare la famiglia e
trasformare il rapporto fraterno in un terreno di sospetto, paura e
possibile tradimento.
È
materiale perfettamente grayano: famiglia, ambizione, colpa,
corruzione e legami di sangue che diventano insieme rifugio e
condanna. Più che un semplice thriller criminale, Paper Tiger sembra muoversi dentro
quella zona morale in cui il successo diventa compromesso e il
sogno americano rivela il suo lato più fragile.
Il cast di Paper Tiger riunisce
alcune delle star più importanti del cinema contemporaneo
Uno degli elementi che ha immediatamente acceso l’interesse attorno
a Paper Tiger è il cast
scelto da James Gray, che sembra costruito appositamente per
sostenere il tono teso, emotivamente ambiguo e profondamente umano
del film. Adam Driver interpreta
Gary Pearl, uno dei due fratelli al centro della storia. Negli
ultimi anni Driver è diventato uno degli attori più importanti del
cinema americano contemporaneo, capace di passare dal blockbuster
al cinema d’autore con una naturalezza rara. La sua collaborazione
con registi come Noah
Baumbach, Ridley Scott, Leos Carax e Martin Scorsese ha consolidato
un’immagine attoriale fatta di intensità trattenuta, rabbia
repressa e fragilità emotiva, caratteristiche che sembrano perfette
per un personaggio immerso in un contesto criminale e familiare
come quello di Paper
Tiger. Non è difficile immaginare che Gray sfrutti proprio
quella tensione interna che Driver riesce spesso a comunicare anche
nei silenzi e negli sguardi.
Accanto a lui troviamo Miles Teller nel ruolo di Irwin
Pearl, il fratello con cui il protagonista condivide il cuore
drammatico del racconto. Teller porta nel film un’energia diversa
rispetto a Driver: più impulsiva, più istintiva, spesso
attraversata da un senso di irrequietezza che negli anni è
diventato uno dei tratti distintivi delle sue interpretazioni. Dopo
film come Whiplash,
Top Gun: Maverick e The Offer, l’attore ha dimostrato di
sapersi muovere sia nel cinema spettacolare che in quello più
psicologico, e il rapporto tra i due fratelli potrebbe diventare
uno degli aspetti più forti dell’intero film. James Gray, da sempre
interessato ai legami familiari maschili e alle dinamiche di lealtà
e tradimento, sembra aver trovato in Driver e Teller una coppia di
interpreti capace di incarnare due diverse facce dello stesso
fallimento americano.
A
completare il trio principale c’è Scarlett Johansson
nel ruolo di Hester Pearl. La sua presenza rappresenta uno degli
elementi più interessanti del progetto, anche perché segna il primo
incontro tra l’attrice e James Gray. Johansson arriva al film dopo
anni in cui ha alternato blockbuster, cinema indipendente e ruoli
più autoriali, dimostrando una versatilità rara. In Paper Tiger potrebbe avere un ruolo
centrale non soltanto sul piano emotivo ma anche come figura capace
di destabilizzare gli equilibri interni della famiglia Pearl. Nel
cinema di Gray i personaggi femminili non sono mai semplici
presenze di contorno: spesso diventano il punto attraverso cui
emergono le contraddizioni più profonde dei protagonisti maschili.
Proprio per questo la scelta di Johansson appare tutt’altro che
casuale.
Anche la storia
produttiva del cast racconta quanto il progetto sia stato complesso
da costruire. Quando Paper
Tiger venne annunciato nel novembre 2024, il film avrebbe
dovuto essere interpretato da Adam Driver, Anne Hathaway e Jeremy Strong. Tuttavia, nel maggio
2025 Hathaway e Strong lasciarono il progetto per impegni
concomitanti, aprendo la strada all’ingresso di Scarlett
Johansson e Miles Teller. Un cambiamento importante che,
però, sembra aver rafforzato ulteriormente l’identità del film,
creando un ensemble che oggi appare perfettamente coerente con il
tono cupo, nervoso e profondamente umano del nuovo cinema di James
Gray.
Quando esce Paper Tiger e cosa
sappiamo sul trailer del film
Al momento, Paper Tiger
è previsto in uscita tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027,
anche se la distribuzione internazionale potrebbe variare in base
alle strategie dei vari mercati dopo il passaggio a Cannes. Proprio
la presentazione festivaliera sarà fondamentale per determinare il
percorso commerciale del film, soprattutto in vista della futura
stagione dei premi.
Per quanto riguarda il
trailer, i primi teaser mostrati agli esercenti e alla stampa hanno
puntato soprattutto sull’atmosfera: dialoghi frammentati, immagini
notturne, silenzi pesanti e un montaggio costruito più sulla
tensione che sulla spiegazione narrativa. Una scelta perfettamente
coerente con il cinema di James Gray, che raramente sacrifica il
mistero emotivo dei suoi personaggi in favore di una promozione
puramente spettacolare. Se il trailer completo manterrà questa
linea, Paper Tiger
potrebbe diventare uno dei noir più affascinanti e discussi dei
prossimi mesi.
La seconda stagione di Storia della mia famiglia, la dramedy
in 6 episodi, creata da Filippo Gravino, e da lui scritta insieme a
Elisa Dondi, prodotta da Palomar (a Mediawan company) e diretta da
Claudio Cupellini e Marco Danieli sarà disponibile solo su Netflix il 10 giugno.
Nel trailer, le prime
immagini della nuova stagione, che vede il ritorno dei protagonisti
della prima stagione, interpretati da Eduardo Scarpetta, Vanessa Scalera, Massimiliano Caiazzo, Cristiana
Dell’Anna, Antonio Gargiulo, Aurora Giovinazzo, Gaia
Weiss, Filippo Gili, Tommaso
Guidi,Jua Leo Migliore e
Fernando Guallar, e l’ingresso di una new entry
d’eccezione: Sergio Castellitto.
1 di 5
Credits: Chiara Calabrò /
Netflix
Credits: Chiara Calabrò /
Netflix
Credits: Chiara Calabrò /
Netflix
Credits: Chiara Calabrò /
Netflix
Credits: Chiara Calabrò /
Netflix
Malgrado l’amore,
malgrado l’impegno, mantenere la promessa fatta a Fausto non è
stato possibile. Un anno dopo la sua morte, l’equilibrio di questo
sgangherato e amatissimo clan è più che mai precario. L’unico che
sembra non vacillare è il più insospettabile, Valerio, immerso in
una nuova modalità di fuga dai ricordi del fratello, una tecnica
infallibile per proteggersi dal dolore. Almeno finché nelle loro
vite non atterra il più improbabile degli ospiti, un inarrestabile
clone di Fausto e della sua vitalità, suo padre. La sfida allora si
fa doppia. Ritrovare l’unità famigliare, ricongiungere Libero a
Ercole, ma anche riconoscere che è arrivato il momento di fare
davvero i conti con l’elaborazione del lutto. Se l’esito di queste
nuove prove non è scontato, una cosa però è certa, i nostri sanno
ancora ridere per ogni caduta e sanno ancora amare sopra ogni
dolore.
Per
quasi un decennio, Bradley Cooper e Dave Bautista hanno dato voce
rispettivamente a Rocket e Drax nei film dei
Guardiani della Galassia e in
altri progetti del MCU. Dopo la loro esperienza nel franchise
Marvel, i due attori faranno parte del cast vocale del nuovo film
d’animazione firmato dal regista sudcoreano.
Secondo The Hollywood
Reporter, Cooper e Bautista sono tra le nuove
aggiunte al cast di Ally,
prossimo film animato di Bong Joon Ho. Nel progetto sono coinvolti
anche Ayo Edebiri, Finn Wolfhard, Rachel House e
Werner Herzog, oltre alla debuttante Alex
Jayne Go. Il regista punta a completare il film nella
prima metà del 2027, con uscita nelle sale prevista nello stesso
anno.
Ambientato nel Pacifico meridionale, Allyracconta la storia di una
creatura curiosa, metà maiale e metà calamaro, che
intraprende un viaggio dalle profondità oceaniche
fino alla superficie dopo che un velivolo misterioso si schianta
nel suo habitat. Si ipotizza che Alex Jayne Go possa essere la voce
della protagonista, anche se non ci sono conferme ufficiali, così
come per gli altri ruoli.
Le esperienze nel doppiaggio e il legame con il MCU
Sia Cooper che Bautista hanno già esperienza nel doppiaggio.
Cooper, oltre a dare voce a Rocket nel MCU, ha interpretato l’amico
immaginario Ice nel film IF (2024) con
Ryan Reynolds. Bautista, invece, ha doppiato il Re dei
Pappagalli nella versione inglese de Il ragazzo e
l’airone (2023) e sarà presto coinvolto in Avatar: The Last
Airbender nel ruolo di Tagah.
Anche se il finale di Guardiani della Galassia Vol. 3 ha introdotto una
nuova formazione del team guidata da Rocket, non è ancora chiaro
quando questa squadra tornerà nel MCU. In ogni caso, un ritorno di
Cooper nei panni di Rocket rimane possibile.
Dave Bautista, invece, ha concluso il suo percorso come Drax in
Guardiani della
Galassia Vol. 3, dove il personaggio sceglie di
restare su Knowhere per aiutare Nebula a crescere i bambini salvati
dall’Alto Evoluzionario. Anche se il loro viaggio nel MCU sembra
chiuso, Ally offrirà ai
due attori una nuova occasione per lavorare
insieme.
L’Odissea
di Nolan si prende diverse libertà rispetto al
poema originale di Omero, soprattutto nella costruzione del cast.
Il film riunisce un gruppo di grandi star: Matt Damon interpreta Odisseo, Anne Hathaway è Penelope e Zendaya veste i panni di Atena. Tra i ruoli
più discussi c’è quello di Lupita Nyong’o, vincitrice
dell’Oscar come miglior attrice non protagonista in
12 anni
schiavo, che interpreta un doppio
personaggio: Elena di Troia e sua sorella
Clitennestra.
Il casting dell’attrice ha generato alcune critiche per la distanza
del film dalle origini greche della storia, un aspetto che
coinvolge anche diversi altri membri del cast. Tuttavia,
considerando la sua abilità drammatica, i fan possono aspettarsi
un’altra interpretazione intensa dalla vincitrice
dell’Oscar nell’epopea greca di Christopher Nolan.
Nell’Odissea di Omero, Elena di
Troia, nota come la donna più bella del mondo, viene
indicata come la causa principale della guerra. Elena, moglie di
Menelao, dopo aver conosciuto il giovane Paride se ne innamora e
fugge con lui. Sotto questo punto di vista, è l’esatto contrario di
Penelope, che si distingue per devozione e fedeltà. Sebbene con la
sua fuga Elena disonori Menelao, interpretato nell’adattamento da
Jon Bernthal, il marito decide di
riaccoglierla in casa, a guerra terminata. Nel film del 2004
Troy, che narra l’altro poema epico di Omero, l’Iliade, Elena è
interpretata da
Diane Kruger, una scelta di casting molto diversa rispetto a
quella fatta da Nolan con Lupita Nyong’o.
La vincitrice dell’Oscar
interpreterà anche Clitennestra, sorella di Elena,
un personaggio più oscuro e totalmente opposto a
Penelope. A differenza di Elena, che arriva a pentirsi della fuga e
a riavvicinarsi al marito, Clitennestra prepara invece un vero e
proprio piano di morte contro Agamennone, con l’aiuto dell’amante
Egisto, alimentando ulteriormente la paranoia di Odisseo durante il
suo ritorno.
Affidando a Lupita Nyong’o entrambi
i personaggi, il film punta a creare una forte tensione
familiare, evidenziando i parallelismi tra le relazioni
coniugali e il loro ruolo di specchio rispetto alla storia di
Penelope.
La Elena di Lupita Nyong’o si
discosterà dall’Odissea di
Omero
Sebbene sia plausibile che Lupita Nyong’o offra una prova
convincente nei due ruoli, non bisogna aspettarsi una
ricostruzione fedele e precisa degli eventi
dell’Odissea di Omero,
soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra Elena e Menelao.
Secondo Time, l’autore di
Oppenheimer rende più
complessa la dinamica tra Menelao ed Elena rispetto al
testo originale, dove la loro riconciliazione risulta piuttosto
lineare nonostante le conseguenze profonde della guerra di
Troia.
Un’altra modifica importante introdotta dall’adattamento è la quasi
totale assenza delle divinità: Nolan, dopo aver inizialmente preso
in considerazione l’idea di assegnare i ruoli degli dei ad attori,
ha poi preferito rappresentarne la presenza attraverso fenomeni
naturali e attraverso le credenze dei personaggi.
“La cosa meravigliosa del cinema, e in particolare dell’IMAX, è
che puoi portare il pubblico in un’esperienza
immersiva, facendolo sentire vicino a eventi come
tempeste, mari agitati e venti forti. Vuoi che lo spettatore sia
sulla barca con loro, che tema l’oceano e l’ira di Poseidone come
fanno i personaggi. Per me è molto più potente di qualsiasi
immagine individuale di un dio.”
Pur
essendo comprensibili alcune perplessità per le deviazioni dal
materiale originale, il percorso del regista fa comunque crescere
l’attesa per quello che si preannuncia uno dei suoi progetti più
ambiziosi.
Il Gladiatore II (leggi
qui la recensione) non lascia mai spazio alla noia grazie alle
sue avvincenti scene di battaglia e al dramma politico in costume,
ma sembra prendersi qualche libertà di troppo rispetto ai reali
eventi storici. Diretto da Ridley Scott,
la timeline de Il
Gladiatore II è ambientata quasi due decenni dopo gli
eventi del primo film. Come il suo predecessore,
Il Gladiatore II
non è mai stato pensato per essere storicamente accurato. Dal
momento che i film storici di Scott, come Napoleon, non hanno mai evitato di prendersi enormi
libertà creative, anche Il
Gladiatore II era destinato a seguire una strada simile,
limitandosi a prendere in prestito solo alcuni nomi e fatti dalla
realtà.
Alla luce di queste aspettative, molte delle inesattezze storiche
presenti ne Il Gladiatore
II possono essere facilmente ignorate. Tuttavia, per
quanto riguarda altri elementi, il film di Ridley Scott sembra spingere troppo
oltre i limiti della plausibilità. Offre immagini spettacolari e
interpretazioni memorabili, ma la manipolazione degli eventi
storici reali per aumentare la tensione drammatica supera spesso il
limite, impedendogli di essere epico e acclamato quanto il suo
predecessore.
Nelle prime parti de Il
Gladiatore II, Caracalla e Geta vengono rappresentati come sovrani congiunti
di Roma che condividono pacificamente il trono invece di
contenderselo. Macrino gioca poi un ruolo chiave nel mettere
Caracalla contro
Geta, ma i due
rimangono relativamente cordiali per buona parte del film. In
realtà, però, Caracalla e Geta, figli dell’imperatore Settimio Severo, erano notoriamente
rivali fin dall’inizio.
Dopo la morte del padre, i due fratelli divennero co-eredi del
trono e dell’impero. Tuttavia, già durante il viaggio dalla
Britannia a Roma con le ceneri del padre, non riuscivano a smettere
di litigare. La loro ostilità arrivò al punto che considerarono
persino l’idea di dividere l’impero in due metà per governare
separatamente le rispettive regioni.
Caracalla e Geta erano
storicamente molto più potenti
Le versioni di Caracalla e Geta mostrate ne Il Gladiatore II si lasciano facilmente
influenzare da forze esterne e sembrano avere una dinamica
infantile fatta di piccoli conflitti di potere. Il film cerca di
presentarli come antagonisti contrapponendoli ai gladiatori
virtuosi e valorosi come Lucio. Nella realtà, però, Caracalla e Geta erano tutt’altro che passivi o
ingenui prima e durante il loro regno. Quando il padre era ancora
vivo, trascorsero anni ai confini dell’impero e dimostrarono una
forte ambizione politica.
A
differenza delle loro controparti cinematografiche, non aspettavano
passivamente di essere manipolati da altri personaggi. Erano invece
profondamente coinvolti negli affari militari e politici
dell’impero già prima di diventare imperatori. Per conquistare la
fiducia dell’esercito, Caracalla trascorse molto tempo con i soldati e ne
adottò persino i modi di fare. Era inoltre famoso per emulare
Alessandro Magno
al punto da copiarne lo stile e cercare di ricrearne le leggendarie
imprese.
Il Gladiatore II – Joseph Quinn
La rappresentazione di Roma ne Il
Gladiatore II contiene molti elementi moderni
Nel sequel compaiono diverse invenzioni moderne che non sembrano
coerenti con l’epoca in cui è ambientato Il Gladiatore II. Per esempio, alcuni
personaggi bevono caffè nei bar, anche se la bevanda arrivò in
Italia solo nel XVII secolo. In un’altra scena, un nobile romano
legge un giornale pieghevole, cosa anch’essa impossibile dato che
la stampa fu inventata nel Quattrocento, oltre un millennio dopo
gli eventi del film. Sebbene i Romani avessero accesso alle notizie
quotidiane tramite gli “Acta Diurna”, queste venivano diffuse sotto
forma di incisioni su pietra o testi scritti su papiro.
La timeline de Il Gladiatore II
rende insensata la conquista iniziale della Numidia
La sequenza iniziale de Il Gladiatore II mostra una feroce guerra tra Roma
e la Numidia, che dà il via agli eventi del resto del film. Secondo
la storia reale, un conflitto armato tra Roma e Numidia ci fu
davvero tra il 112 e il 106 a.C. Conosciuto come la Guerra
giugurtina, scoppiò quando Giugurta e i suoi fratelli avrebbero dovuto
governare il regno dividendolo equamente, ma decisero invece di
combattersi per ottenere il controllo totale.
Quando il Senato romano intervenne tentando di dividere il regno
tra i fratelli, Giugurta si oppose a Roma e continuò la guerra. Di
conseguenza, Roma fu trascinata in un lungo conflitto contro la
Numidia. Tuttavia, come suggerisce la cronologia storica, la guerra
ebbe luogo molto prima che Geta e Caracalla salissero al trono come imperatori di
Roma.
La presenza degli squali nella
battaglia navale è un po’ troppo fantasiosa
Per quanto possa sembrare irrealistica la rappresentazione delle
battaglie navali al Colosseo ne Il Gladiatore II, essa ha comunque qualche
fondamento storico. Le cosiddette “naumachie” erano spettacoli di
combattimenti navali organizzati nell’antica Roma per intrattenere
il pubblico. Si ritiene inoltre che il Colosseo disponesse di un
bacino sotto il pavimento dell’arena, permettendo di allagare
rapidamente lo spazio per simulare scontri marittimi. Tuttavia, a
differenza del film, che mostra una vera battaglia navale tra
gladiatori e Romani, le autentiche naumachie erano combattimenti
simulati.
Il film spinge ancora oltre la sospensione dell’incredulità
introducendo degli squali nella battaglia navale. Alcuni storici
sostengono che i Romani probabilmente non conoscessero nemmeno
l’esistenza degli squali all’epoca, figuriamoci la possibilità di
inserirli in spettacoli simili. Ridley Scott, però, ha difeso la scena definendo le
critiche “completamente sbagliate”. A prescindere dalla
plausibilità storica, la sequenza entra chiaramente nel territorio
dell’esagerazione fantasiosa.
Caracalla non aveva una scimmia
domestica nella realtà
Uno dei momenti più assurdi de Il Gladiatore II è quando Caracalla nomina console la sua scimmia
domestica, Dondas. Non esistono prove storiche che il vero
imperatore abbia mai assegnato un incarico politico così importante
a una scimmia o a qualsiasi altro animale. L’imperatore
Caracalla era
noto per avere come animale domestico un leone chiamato
Acinaces, ma non
arrivò mai al punto di conferirgli una carica ufficiale. Tuttavia,
Dondas potrebbe
essere ispirato al cavallo di Caligola, Incitatus. Caligola non solo trattava Incitatus come un membro dell’alta
società romana, ma tentò persino di nominarlo console ufficiale
dell’impero.
Il vero Macrino non ebbe alcun
ruolo nell’assassinio di Geta
In Il Gladiatore
II, Macrino manipola Caracalla affinché uccida il fratello
Geta. Tuttavia,
secondo la storia reale, Geta fu assassinato dai membri della Guardia
Pretoriana, presumibilmente su ordine di Caracalla. Geta morì tra le braccia della madre e la
sua morte non ebbe nulla a che vedere con Macrino. Il suo assassinio fu la
conseguenza della crescente rivalità con il fratello e delle lotte
di potere che caratterizzavano la famiglia imperiale romana.
Lucio non ebbe nulla a che fare
con la morte del vero Macrino
Il Macrino
interpretato da Denzel Washington viene descritto ne
Il Gladiatore II
come un mercante d’armi ed ex schiavo che trama segretamente la
caduta dell’Impero Romano. Come mostrato nel film, il vero
Macrino
complottò davvero contro Caracalla. Ricopriva il ruolo di prefetto del
pretorio dell’imperatore e ne organizzò l’uccisione temendo per la
propria vita a causa della crescente paranoia di
Caracalla. Dopo
la morte dell’imperatore, Macrino prese il potere e governò per circa un
anno. Tuttavia, invece di cercare di distruggere l’Impero Romano,
tentò di migliorare la situazione della capitale italiana.
Nel finale de Il
Gladiatore II, Lucio impedisce a Macrino di realizzare il suo piano
malvagio uccidendolo. Nella realtà, Macrino fu prima deposto quando
Giulia Mesa, zia
di Caracalla,
proclamò imperatore il nipote Elagabalo, sostenendo che fosse il figlio naturale
di Caracalla.
Dopo essere stato rovesciato, Macrino tentò di fuggire a Roma, ma venne catturato
poco dopo a Calcedonia e giustiziato insieme al figlio.
Il Gladiatore II – Paul Mescal
Il vero Lucio Vero II morì in
giovane età
Mentre Il Gladiatore
II segue il viaggio catartico di Lucio (Paul
Mescal) nel tentativo di riportare Roma al suo antico
splendore, il vero Lucio
Vero II morì molto prima degli eventi mostrati nel film.
Lucilla e
Lucio Vero
ebbero tre figli, uno dei quali era proprio Lucio Vero II. Come gli altri figli
della coppia, anche lui morì in tenera età, addirittura prima che
suo zio Commodo
diventasse imperatore nel 180 d.C. Per questo motivo, il fatto che
il primo Il
Gladiatore introduca il giovane Lucio come personaggio durante il regno di
Commodo non ha
alcun fondamento storico.
Le circostanze della morte della
vera Lucilla furono diverse
Lucilla muore nel finale de
Il Gladiatore II
quando Macrino
la colpisce con una freccia. Dal momento che anche la moglie di
Lucio,
Arishat, viene
uccisa da una freccia durante la battaglia iniziale in Numidia, la
morte di Lucilla
sottolinea come il ciclo della violenza continui senza interruzione
mentre le lotte di potere nell’antica Roma generano sempre nuove
tragedie. Nella realtà, Annia Aurelia Galeria Lucilla, figlia di
Marco Aurelio e
moglie di Lucio
Vero, morì quando Commodo ordinò a un centurione di giustiziarla dopo
aver scoperto che stava segretamente organizzando un colpo di stato
contro di lui.
Frank Castle,
interpretato da Jon
Bernthal, torna alla ribalta dell’MCU grazie a The Punisher: One Last Kill, un nuovo
speciale di 48 minuti ora disponibile in streaming su Disney+. Dopo gli eventi della seconda
stagione di Daredevil:
Rinascita, il pubblico scopre cosa è successo a
Frank Castle, che ora si trova ad affrontare un punto di svolta
cruciale per la sua missione come Punisher dell’MCU.
Nel complesso, The
Punisher: One Last Kill si presenta come uno speciale
davvero speciale dell’MCU, che celebra l’intera eredità di Frank
Castle nell’MCU e al tempo stesso inaugura una nuova era per il
Punisher di
Jon Bernthal. Inoltre, One Last
Kill è ricco di interessanti easter egg, riferimenti
e richiami all’era Netflix delle serie Marvel, quando Frank Castle fece
il suo debutto nella seconda stagione di Daredevil prima di
ottenere la sua serie personale di due stagioni.
Dai luoghi e volti familiari che
ritornano ai fumetti e ai riferimenti diretti a progetti Marvel
passati e futuri, One Last Kill premia i fan di lunga data e allo
stesso tempo approfondisce l’intero percorso di Frank nell’MCU fino
ad ora. Ecco i 14 Easter egg, riferimenti all’MCU e
citazioni Netflix più importanti che abbiamo trovato in
The Punisher: One Last Kill.
La bacheca degli omicidi del
Punitore
Nonostante si sia
trasferito dal suo rifugio visto in entrambe le stagioni di
Daredevil: Born Again, Frank Castle ha
ancora una grande bacheca con i bersagli e i nemici appesa al muro…
almeno prima di distruggerla all’inizio di One Last Kill, portando
a termine la sua missione di eliminare ogni criminale coinvolto
nell’omicidio della sua famiglia nell’MCU.
Little Sicily
Viene rivelato che Frank
Castle si è trasferito a Little Sicily, il che spiega la sua
assenza nella seconda stagione di Daredevil: Born Again. Nei
fumetti, Piccola Sicilia è un quartiere di New York in gran parte
controllato dalla famiglia criminale italiana Gnucci. Pertanto, la
stessa cosa si rivela vera anche nell’MCU… almeno prima dell’arrivo
di Punisher.
Ristorante Gnucci
Proprio come nei fumetti,
il Ristorante Gnucci si rivela essere un luogo importante di Little
Sicily, sebbene abbandonato dopo che Punisher ha eliminato la
maggior parte della famiglia criminale Gnucci, gli ultimi rimasti
nella sua guerra contro coloro che erano coinvolti nella morte
della sua famiglia. Il Ristorante Gnucci è apparso nel numero 4 di
Punisher del 2000, di Garth Ennis e Steve Dillon, come un
importante centro della criminalità organizzata.
Curtis Hoyle
Tormentato dal suo
passato, Frank Castle si trova a confrontarsi con i fantasmi della
sua squadra quando prestava servizio nei Marines. Tra questi c’è il
suo caro amico Curtis Hoyle, interpretato da Jason R. Moore, che
riprende il ruolo dalla serie Punisher di Netflix.
Nella serie originale, Curtis
divenne uno dei pochi alleati di Frank durante la sua brutale
crociata in seguito alla morte della sua famiglia. Sebbene Curtis
avesse cercato di convincere Frank a partecipare a sedute di
terapia di gruppo, i due si separarono definitivamente dopo la
morte di Billy Russo, poiché Curtis non era più in grado di
tollerare la violenza e l’oscurità di Frank.
Tazza di New York
Per aumentare il realismo
dell’MCU, Frank viene mostrato mentre ordina un caffè, e la sua
tazza è una classica tazza greca Anthora blu e bianca con il motto
“Siamo lieti di servirvi”. Questa stessa tazza si può trovare in
diversi caffè e negozi di alimentari di New York.
In precedenti progetti dell’MCU, la
stessa tazza è stata vista in Thor: Ragnarok, Spider-Man: No Way Home, Hawkeye,
nella serie Daredevil di Netflix e in altri progetti Marvel.
Tombe della famiglia Castle
In visita alle tombe di
sua moglie, suo figlio e sua figlia, Frank torna al cimitero visto
per la prima volta nella seconda stagione di Daredevil su Netflix,
dove il Punitore fece il suo debutto e si scontrò con il “Diavolo
di Hell’s Kitchen” di Matt Murdock.
“One Batch, Two Batch, Penny &
Dime”
Presentata in flashback
insieme al libro e alla filastrocca pronunciata ad alta voce da
Frank Castle alla fine di One Last Kill, “One Batch, Two Batch”
proviene dal libro preferito di sua figlia Lisa, che Frank avrebbe
dovuto leggere la notte in cui la sua famiglia è stata
assassinata.
Maria Castle
I flashback/incubi di
Frank includono anche nuove scene con sua moglie, Maria Castle,
interpretata dall’attrice Kelli Barrett, che riprende il suo ruolo
dalle serie originali di Netflix (Daredevil e Punisher).
La giostra di Central Park
L’incubo di Frank include
anche diverse inquadrature della giostra di Central Park, dove la
famiglia di Frank è stata uccisa. Fu anche qui che Frank sconfisse
per la prima volta Billy Russo, sfigurandogli il volto e
trasformandolo nel classico villain Marvel Jigsaw, presente nella
seconda stagione di The Punisher su Netflix.
Lisa Castle
La visione di sua figlia
Lisa proprio di fronte a lui nel cimitero, in The Punisher: One
Last Kill, è interpretata da Addie Bernthal, la figlia di Jon
Bernthal nella vita reale.
“No No No No No Aspetta Aspetta
Aspetta!”
Dopo che l’allucinazione
di Lisa Castle scompare, Frank implora sua figlia di tornare e
stare con lui, il suo tragico panico ricorda in tutto e per tutto
una sequenza onirica simile (e diventata virale sui social) nella
serie The Punisher di Netflix.
Ma Gnucci e la famiglia criminale
Gnucci
Desiderosa di vendicarsi
di Frank per aver ucciso suo marito e i suoi tre figli, Ma Gnucci
(interpretata da Judith Light) si rivela essere l’antagonista
principale di Punisher: One Last Kill, ispirato alla serie MAX di
Garth Ennis, che presenta uno scontro simile.
Come confermato da Ma Gnucci
nell’MCU, Frank ha recentemente ucciso suo marito Benny, così come
i figli di Ma, Bobby, Eddie e Carlo (tutti personaggi originali dei
fumetti, uccisi da The Punisher nelle pagine). Inoltre, vale la
pena notare che la guerra tra Punisher e la famiglia criminale
Gnucci è iniziata nel primissimo episodio della serie The Punisher
di Netflix, dove Tony Gnucci viene ucciso da Castle durante una
partita a carte.
Il cameo a sorpresa di Karen
Page
Karen Page, interpretata
da Deborah Ann Woll, appare come un’altra allucinazione in One Last
Kill, a conferma della sua importanza per Frank Castle e
richiamando la loro storia sia in Born Again che nelle serie
originali di Netflix.
A un certo punto, si era persino
ipotizzato che Karen e Punisher avrebbero potuto finire insieme
nell’era Netflix (invece di Karen e Matt Murdock). Detto questo,
sembra che Karen e Matt siano ora pienamente coinvolti
nell’MCU.
Punisher si fa un nuovo taglio di
capelli
Dopo aver trovato un
nuovo scopo come Punisher, al di là della vendetta personale, il
pubblico vede Frank Castle di nuovo vestito di nero con il suo
iconico gilet bianco con teschio alla fine di The
Punisher: One Last Kill. Sebbene abbia ancora la
barba, Frank si è tagliato i capelli. Ora assomiglia di più al look
di Frank Castle visto nel primo trailer di Spider-Man: Brand New
Day.
Mostrato alla guida del suo iconico
furgone da combattimento dei fumetti e inizialmente in scontro con
Spider-Man, sarà molto emozionante vedere Frank Castle al suo
debutto sul grande schermo nell’MCU, che alla fine si unirà
all’Uomo Ragno di Peter Parker, soprattutto dopo questo importante
punto di svolta per il brutale vigilante in questa nuova Special
Presentation.
Vale anche la pena ricordare che
Jon Bernthal e Tom Holland sono ottimi amici e si sono
persino aiutati a vicenda con i provini per i rispettivi ruoli
nell’MCU più di dieci anni fa. Saranno anche protagonisti di
L’Odissea
di Christopher Nolan quest’anno, poco
prima dell’uscita di Spider-Man: Brand New
Day.
The Punisher: One Last
Kill è disponibile ora in streaming su Disney+ Marvel Studios.
Ecco il trailer ufficiale italiano
di L’amore che rimane, il nuovo film diretto daHlynur
Pálmason, che uscirà nelle sale italiane il 28
maggio 2026.
Il film è stato selezionato in
concorso al Festival di Cannes e al Festival
di San Sebastian; si è inoltre aggiudicato il
premio FIPRESCI al Festival del Cinema Europeo,
dove ha meritato anche i premi per la miglior regia e la miglior
fotografia. L’amore che rimane sarà
distribuito in Italia da Movies Inspired.
Info sul film
L’amore che rimane
Titolo
originale/internazionale:Ástin
sem eftir er / The Love That Remains
Un
anno nella vita di una famiglia, mentre i genitori affrontano la
loro separazione. Attraverso momenti giocosi e sinceri, il film
ritrae la natura agrodolce di un amore ormai sbiadito e dei ricordi
condivisi, sullo sfondo del mutare delle stagioni.
Lo speciale arriva dopo gli eventi
di Daredevil:
Rinascita e mostra un Punisher isolato,
perseguitato dalle proprie azioni e apparentemente incapace di
trovare uno scopo oltre la vendetta. Ma proprio qui emerge il punto
centrale della storia: Frank sta combattendo ancora per il passato
della sua famiglia, ma sta anche cercando di capire cosa succede
quando un uomo sopravvive troppo a lungo alla propria guerra.
Perché Frank Castle ha le
allucinazioni: il vero significato dei fantasmi del
passato
Per tutta la durata dello speciale,
Frank Castle viene perseguitato da visioni della moglie, dei figli,
dei commilitoni morti e persino di Karen Page. Non
sono semplici effetti psicologici costruiti per creare atmosfera
cupa: rappresentano il conflitto irrisolto che Frank porta dentro
da anni.
La serie Netflix aveva già mostrato quanto la vendetta fosse
diventata una forma di sopravvivenza per lui. Eliminare i
responsabili della morte della sua famiglia gli dava uno scopo
preciso, quasi militare. Ma The Punisher: One Last
Kill introduce una verità nuova e molto più
inquietante: Frank ha ormai completato quella missione. Ma senza
una missione, resta intorno a lui solo il vuoto.
Le allucinazioni funzionano
allora come manifestazioni della sua coscienza. Alcune
sembrano punirlo, altre preservarlo, ma tutte lo costringono a
confrontarsi con una domanda che il personaggio ha sempre evitato:
chi è Frank Castle quando non esiste più vendetta da consumare? La
risposta del finale è brutale ma chiarissima. Frank capisce che il
Punisher non è mai stato soltanto una reazione alla morte della sua
famiglia. È diventato la sua identità permanente.
Chi è davvero Ma Gnucci e
perché sarà fondamentale per il futuro del Punisher
L’introduzione di Ma
Gnucci è uno degli elementi più importanti dello speciale, anche
perché collega direttamente il MCU alla mitologia più violenta e
grottesca dei fumetti del Punisher. All’inizio appare quasi come
una figura marginale: una donna apparentemente fragile che cerca
vendetta contro Frank dopo il massacro della famiglia Gnucci. Ma il
personaggio rappresenta qualcosa di molto più grande.
Ma Gnucci è il simbolo
delle conseguenze infinite della guerra personale di
Frank. Ogni criminale eliminato genera nuovi vuoti di
potere, nuovi rancori e nuove spirali di violenza. È il paradosso
centrale del Punisher: più cerca di “ripulire” il mondo, più
contribuisce a renderlo instabile.
Ed è significativo che Frank non
riesca mai davvero a chiudere il conflitto. Lo speciale si intitola
One Last Kill, ma il finale suggerisce l’esatto opposto:
non esisterà mai un ultimo omicidio. Perché il Punisher sopravvive
solo finché esiste qualcuno da punire.
Come il finale prepara
Spider-Man: Brand New Day
Il collegamento con
Spider-Man:
Brand New Day diventa molto più chiaro dopo il
finale dello speciale. Frank non è più soltanto un uomo guidato
dalla vendetta privata. Ora si considera una forza permanente
contro qualsiasi forma di ingiustizia. Le scene finali — dalla
protezione della giovane Charli fino all’uccisione dell’uomo
responsabile della morte del cane di un senzatetto — mostrano
proprio questa trasformazione.
Il Punisher ha ormai interiorizzato
completamente la propria missione. Ed è qui che nasce
inevitabilmente il conflitto con Spider-Man. Peter
Parker rappresenta infatti una visione morale opposta: l’idea che
un eroe debba fermare i criminali senza diventare lui stesso un
giudice e carnefice. Lo scontro tra i due sarà sì fisico, ma anche
ideologico, esattamente come quello tra Frank e Daredevil anni
prima.
C’è però una differenza importante:
mentre Matt Murdock comprende intimamente la rabbia di Frank, Peter
rischia di vedere il Punisher come qualcosa di totalmente
incompatibile con la figura dell’eroe.
Il vero significato di One
Last Kill: Marvel sta trasformando il Punisher in una leggenda
urbana del MCU
La scelta più
interessante dello speciale è forse la sua dimensione quasi
autonoma rispetto al resto del MCU. Non ci sono scene post-credit,
grandi teaser cosmici o collegamenti forzati agli Avengers. Questo
perché One Last Kill funziona come una storia da crime
urbano tragico, molto più vicina al noir che al classico cinecomic
contemporaneo.
Marvel sembra voler trasformare
Frank Castle in qualcosa di diverso rispetto agli altri eroi della
saga: non un salvatore globale, ma una presenza costante nelle
ombre di New York. Una leggenda metropolitana violenta che emerge
quando il sistema fallisce.
Ed è probabilmente questa la
direzione più intelligente per il personaggio. Frank Castle
funziona proprio perché rifiuta l’idea tradizionale del supereroe.
Non salva il mondo. Reagisce al suo lato più marcio. Il finale di
The Punisher: One Last Kill lascia quindi
una sensazione molto precisa: Frank non sta trovando redenzione.
Sta accettando definitivamente di non volerla più cercare.
Il
cinema di David
Lowery ha spesso lavorato su territori liminali, dove il
fantastico non è mai evasione ma estensione emotiva del reale.
Mother Mary si inserisce con coerenza
in questo percorso, costruendo attorno al rapporto tra una pop star
e la sua ex collaboratrice un dispositivo narrativo che trasforma
la memoria affettiva in materia quasi spettrale. La storia di
Mary (Anne
Hathaway) e Sam (Michaela Coel) non si
limita a raccontare una separazione professionale o creativa: mette
in scena una frattura sentimentale rimasta irrisolta, sedimentata
nel tempo fino a diventare presenza invisibile ma costante.
Il
film si apre su un ritorno impossibile, quello di due donne che
hanno condiviso un linguaggio creativo e forse qualcosa di più
profondo, e che ora si ritrovano costrette a confrontarsi con ciò
che è rimasto sospeso. L’elemento del “rosso” che attraversa la
narrazione non funziona come semplice simbolo estetico, ma come
manifestazione di una memoria emotiva che si rifiuta di
dissolversi. In questo senso, il finale non chiude una storia: la
riconfigura, spostandola dal piano del conflitto a quello della
comprensione.
David Lowery,
il cinema del fantasma emotivo e la posizione di “Mother Mary” tra
melodramma e allegoria contemporanea del pop
Il lavoro di David
Lowery si distingue per una continua oscillazione tra
minimalismo narrativo e tensione metafisica. Dopo opere come
Sir Gawain e il Cavaliere
Verde, il regista continua a esplorare la dimensione
del simbolico come spazio in cui le emozioni umane assumono forma
concreta, spesso attraverso figure che sembrano appartenere
contemporaneamente al reale e a un altrove psicologico.
Mother Mary si
colloca precisamente in questo solco, rielaborando il linguaggio
del melodramma musicale e del cinema sul pop per trasformarlo in
un’indagine sull’identità emotiva frammentata.
Il contesto produttivo del film si inserisce nel filone delle
narrazioni contemporanee che utilizzano il mondo dell’industria
musicale come specchio delle dinamiche relazionali e creative.
Tuttavia, Lowery si discosta dalle rappresentazioni più canoniche
del successo pop, scegliendo un approccio rarefatto, quasi
teatrale, che concentra gran parte dell’azione nello spazio chiuso
del laboratorio di Sam. Questa scelta non è soltanto stilistica, ma
concettuale: la riduzione dello spazio fisico corrisponde a
un’espansione dello spazio mentale, dove passato e presente si
sovrappongono senza soluzione di continuità.
La presunta relazione tra Mary e Sam, mai esplicitata ma costantemente suggerita,
funziona come asse emotivo della narrazione. Non si tratta di
confermare una storia d’amore in senso tradizionale, ma di
osservare come il cinema costruisca la percezione di un legame che
continua a esistere anche dopo la sua fine. Il film lavora quindi
su una grammatica del non detto, dove il rimosso diventa più
importante del dichiarato.
Il finale di
“Mother Mary” come riconciliazione simbolica: il rosso come dolore
condiviso e la fine della distanza emotiva tra Mary e
Sam
Il finale di Mother
Mary non propone una ricomposizione narrativa in senso
classico, ma una trasformazione dello sguardo tra le due
protagoniste. Dopo l’emersione progressiva del “rosso” come entità
che attraversa le loro vite, il film arriva a una forma di
confronto che non passa attraverso la risoluzione degli eventi, ma
attraverso il riconoscimento della loro origine emotiva. La
presenza della figura rossa, inizialmente percepita come minaccia,
si rivela piuttosto come condensazione del dolore accumulato nel
tempo.
Quando Mary e
Sam finalmente
si confrontano in modo diretto, il film sposta il baricentro dal
trauma alla sua elaborazione. Non c’è un ritorno alla relazione
precedente, né una riattivazione del legame creativo, ma un momento
di sospensione in cui entrambe riconoscono la natura del proprio
dolore. Il gesto centrale del finale non è quindi la riunione, ma
l’accettazione della distanza come forma definitiva della loro
storia.
La scomparsa o dissoluzione del “rosso” in questa fase finale non
va letta come eliminazione del dolore, ma come sua integrazione. Il
film suggerisce che ciò che era stato percepito come entità esterna
fosse in realtà una proiezione interna, una materializzazione della
ferita emotiva non elaborata. In questo senso, il finale non chiude
il conflitto, ma lo rende leggibile.
Il rosso come
struttura emotiva e narrativa: dolore, desiderio e memoria nella
costruzione del trauma condiviso
Il tema centrale di Mother Mary si sviluppa attorno all’idea che le
emozioni non elaborate assumano una forma autonoma, quasi
indipendente dalla coscienza dei personaggi. Il “rosso” diventa
così una struttura narrativa che permette al film di rappresentare
ciò che altrimenti resterebbe invisibile: la persistenza del legame
emotivo anche dopo la sua fine formale.
Il rapporto tra Mary e Sam si configura come una frattura che non ha mai
trovato un linguaggio adeguato per essere espressa. La componente
romantica implicita, mai dichiarata esplicitamente, funziona come
campo di tensione costante, dove ogni gesto creativo diventa anche
gesto relazionale. La separazione professionale coincide con una
separazione affettiva che non viene mai pienamente elaborata, e
proprio per questo continua a riemergere sotto forma di immagini,
ricordi e apparizioni.
In questa prospettiva, il film costruisce una riflessione sul modo
in cui il dolore si stratifica nel tempo. Il trauma non è un evento
isolato, ma una condizione che modifica la percezione della realtà.
Il “rosso” non è dunque un simbolo esterno, ma una grammatica
emotiva condivisa, che prende forma solo nel momento in cui le due
protagoniste si ritrovano nello stesso spazio narrativo.
La soglia tra
realtà e percezione: il finale ambiguo come dispositivo di lettura
del lutto e dell’identità frammentata
Uno degli aspetti più significativi del finale di
Mother Mary è la
sua ambiguità strutturale. David Lowery non offre una soluzione definitiva
alla natura dell’entità rossa, né chiarisce in modo univoco il
grado di realtà delle esperienze vissute da Mary. Questa indeterminatezza non è
una mancanza di risoluzione, ma una strategia narrativa precisa,
che riflette la natura stessa del trauma emotivo.
La percezione della realtà da parte di Mary è costantemente filtrata da uno stato
di vulnerabilità psicologica che rende instabile il confine tra ciò
che accade e ciò che viene interiorizzato. Il finale, in questo
senso, non distingue tra esperienza oggettiva e proiezione
soggettiva, ma le sovrappone in modo deliberato. La conseguenza è
una narrazione che non chiede allo spettatore di scegliere una
verità, ma di accettare la coesistenza di più livelli
interpretativi.
Questa ambiguità diventa particolarmente evidente nel momento in
cui il film suggerisce che il dolore possa essere al tempo stesso
reale e simbolico. L’entità rossa non è né completamente esterna né
completamente interna: è un’interfaccia tra due stati
dell’esperienza, una forma che il dolore assume quando non riesce
più a essere contenuto.
Il significato
ultimo di “Mother Mary”: la separazione come forma di cura e la
possibilità di una riconciliazione senza ritorno
Il finale di Mother
Mary rifiuta ogni forma di chiusura consolatoria. La
relazione tra Mary e Sam non viene restaurata, ma trasformata in
qualcosa di diverso: una memoria condivisa che non richiede più la
presenza fisica per esistere. In questo senso, il film propone una
lettura del legame umano che si distacca dalle convenzioni del
racconto romantico, per avvicinarsi a una concezione più
frammentaria e adulta delle relazioni.
La riconciliazione finale non passa attraverso il riavvicinamento,
ma attraverso il riconoscimento della distanza come esito
inevitabile. Entrambe le protagoniste emergono dalla narrazione
cambiate, non perché abbiano risolto il proprio dolore, ma perché
hanno smesso di interpretarlo come un errore da correggere. Il
trauma diventa così parte integrante della loro identità, non più
elemento da rimuovere.
In questa prospettiva, Mother Mary si configura come un racconto sulla
possibilità di continuare a esistere dopo la fine di un legame
fondativo. Il film non suggerisce guarigione, ma trasformazione. E
proprio in questa trasformazione si colloca la sua idea più
radicale: ciò che resta, quando tutto si è spezzato, non è la
perdita, ma la forma nuova che il dolore assume quando viene
finalmente riconosciuto.
The Punisher: One Last
Kill è più breve di molti episodi singoli delle serie
MCU, ma ciò è comprensibile
considerando la storia che racconta.
Jon Bernthal ha debuttato nei panni di The Punisher
nell’MCU durante la prima stagione di Daredevil:
Rinascita e, sebbene non sia tornato per la
seconda stagione, The Punisher: One Last Kill si
propone di esplorare la situazione del personaggio in quel
momento.
Come si vede già nel trailer, il
film breve si concentra sullo stato mentale di Frank e sulla sua
lotta contro i fantasmi del passato. Tuttavia, sembra un po’ strano
che si sia preso la briga di creare questa storia aggiuntiva per
poi avere una durata così limitata per il prodotto finito.
The Punisher: One Last
Kill ha una durata totale di 48 minuti, ma escludendo
i titoli di coda, la durata complessiva è di circa 45 minuti. La
storia si articola in due atti: la prima parte getta le basi per
gli eventi che coinvolgono il personaggio di Frank Castle, mentre
la seconda si concentra su un conflitto che fa progredire la sua
storia.
Con soli due atti, lo speciale non
approfondisce eccessivamente la mitologia del personaggio.
Dopotutto, quando si parla di The Punisher, gran parte di ciò che i
fan si aspettano è l’azione cupa e cruda per cui questo personaggio
è famoso, e che è stata introdotta per la prima volta nelle serie
Marvel di Netflix che hanno spezzato il mondo più pacato
dell’MCU.
Il formato Marvel Special
Presentation è pensato per una narrazione più focalizzata
Un aspetto importante da
considerare riguardo a The Punisher: One Last
Kill è il fatto che sia stato realizzato come Marvel
Special Presentation. Ad oggi, nell’MCU, ci sono state solo tre
Special Presentation, inclusa questa. La prima è stata Werewolf by Night nel 2022, la seconda è
arrivata più tardi nello stesso anno con The Guardians of the Galaxy Holiday
Special, e ora la breve apparizione di Frank Castle.
In ognuna di queste, sembra che la
storia sia focalizzata su un personaggio, un evento o un team
specifico, con collegamenti minimi al resto dell’MCU. Questo ha
senso per una storia su Frank Castle, che ha già avuto due stagioni
di una serie TV su Netflix per esplorare chi è e cosa lo motiva,
prima che incrociasse il cammino con Daredevil e altri come Karen
Page.
Da qui, c’è più spazio per
esplorare il personaggio in dettaglio, ma The Punisher:
One Last Kill contribuisce a consolidare il Punisher
di Frank Castle nell’MCU prima della sua apparizione in altri
progetti come l’imminente Spider-Man: Brand New Day.
I fan della versione a fumetti di
Frank Castle saranno contenti di vedere The Punisher:
One Last Kill portare questo personaggio a compiere
ulteriori passi nel suo percorso, soprattutto considerando il ruolo
centrale che è destinato a ricoprire in Spider-Man: Brand New Day. Il trailer mostra
il Punisher interagire con Spider-Man e persino puntare la sua arma
contro l’Uomo Ragno quando questi gli si para davanti.
A quanto pare, Frank Castle è
maturato al punto da avere nuove motivazioni e missioni da
perseguire in questo film, e speriamo che la sua storia continui a
evolversi e a progredire nell’MCU nei prossimi anni.
Detto questo, The Punisher:
One Last Kill raggiunge tutti i suoi obiettivi nella breve
durata, sfruttando al meglio il tempo a disposizione e
dando a Jon
Bernthal la possibilità di brillare come protagonista
principale del suo speciale MCU.
Secondo alcune indiscrezioni, Tom Cruise sarebbe stato scelto come
protagonista di un nuovo thriller spy intitolato
Doppelgänger.
L’attore non è certo estraneo al genere: la saga di Mission: Impossible,
diventata uno dei franchise action più celebri di
sempre, nacque inizialmente come un thriller di spionaggio più
realistico sotto la direzione di Brian De Palma. Per questo motivo, il progetto
potrebbe rappresentare un ritorno alle origini per Cruise.
Il
film sarebbe prodotto da Paramount Pictures e
sembrerebbe avere il potenziale per trasformarsi in un nuovo
franchise di grande livello. Resta ora da capire se Doppelgänger riuscirà davvero a diventare
un’altra importante saga legata al nome di Cruise. Al momento,
questi sono tutti i dettagli disponibili sul progetto e sul
presunto coinvolgimento dell’attore.
Doppelgänger ha già una data
di uscita?
Al momento il film sembra trovarsi
ancora nelle prime fasi della pre-produzione,
anche perché le informazioni disponibili sono molto limitate e
riguardano principalmente il presunto coinvolgimento di Tom
Cruise. Per questa ragione, ad oggi, non esiste ancora
una data d’uscita ufficiale per il progetto.
In più, visto che l’attore di
Mission: Impossible
dovrebbe tornare anche nel prossimo capitolo della saga di Top Gun, resta da
capire quando questo nuovo spy thriller inizierà concretamente a
svilupparsi, sempre ammesso che Cruise venga confermato come
protagonista.
Di cosa parla Doppelgänger?
Il film è stato descritto come uno
spythriller originale che
esplora temi come la paranoia e lo
spionaggio. Secondo le informazioni circolate, la
storia seguirebbe un agente della CIA che si
ritrova coinvolto in una situazione estremamente delicata: scopre
infatti che i servizi segreti russi avrebbero reclutato un uomo
identico a lui, un suo sosia proveniente dal Brasile. Questo doppio
verrebbe poi addestrato e inserito in un piano segreto con
l’obiettivo di infiltrarsi nella CIA, fino a sostituire
completamente l’agente originale dall’interno.
Chi è coinvolto in Doppelgänger?
La
sceneggiatura del film, acquistata da Skydance Media a metà 2025, è
stata scritta da Aneesh Chaganty, che è anche
regista, insieme al co-sceneggiatore Dan Frey. In
questo momento i due stanno anche lavorando a una revisione
del copione. Alla produzione del progetto figurano Ryan
Coogler e Zinzi Coogler tramite Proximity Media, insieme a Chaganty
e Natalie Qasabian per Search Party.
Skydance, sotto la guida di David
Ellison, ha ottenuto la sceneggiatura con un
accordo dal valore a sette cifre (secondo
Deadline). Oltre alle voci sul possibile coinvolgimento di Tom
Cruise, non sono ancora stati scelti altri membri del cast.
Cruise, ben noto nel genere,
sarebbe stato preso in considerazione per interpretare un
doppio ruolo da protagonista nel film. Secondo alcune
fonti, la sceneggiatura starebbe venendo modificata proprio per
adattarsi meglio alle sue preferenze. Anche se il suo
coinvolgimento resta per ora informale e non definitivo, e
nonostante diversi incontri con Chaganty, la decisione finale
dipenderà dalla versione conclusiva della
sceneggiatura, secondo quanto riportato da Jeff Sneider
(via
TheInSneider).
“Mi risulta che Chaganty sia
volato più volte in Florida per incontrare Cruise, e che stia
attualmente riscrivendo Doppelgänger per adattare la sceneggiatura
alle specifiche dell’attore. Naturalmente, Cruise deciderà se
impegnarsi ufficialmente solo dopo la consegna della versione
finale. Per ora, secondo diverse fonti, è considerato solo un
coinvolgimento preliminare.”
Il film includerebbe anche
un ruolo molto importante destinato a un’attrice.
Se l’accordo dovesse concretizzarsi, il progetto potrebbe
trasformarsi in un nuovo grande franchise guidato da Tom
Cruise.
Esiste già un trailer del
film?
Dato che il progetto si trova ancora nelle fasi iniziali della
pre-produzione, è comprensibile che un trailer sia ancora
molto lontano: potrebbero volerci diversi mesi, se non
anni, e tutto dipenderà dal fatto che il film vada effettivamente
avanti con Cruise come protagonista.
Nel frattempo,
considerando che Cruise sarà anche al centro della dark comedy
ambiziosa di Alejandro González Iñárritu, Digger, prevista per quest’anno, resta da
vedere se l’attore continuerà a dedicarsi anche a progetti
originali dopo la conclusione del suo percorso in Mission: Impossible.
Dopo anni di assenza e una lunga
fase di incertezza sul destino dei personaggi Marvel nati su Netflix, The Punisher: One Last Kill arriva
finalmente a chiarire una cosa fondamentale:
Jon Bernthal è ancora Frank Castle. E probabilmente
nessuno, nel panorama supereroistico contemporaneo, riesce a
incarnare un antieroe tormentato con la stessa intensità fisica ed
emotiva.
Ritrovato dopo gli eventi di
Daredevil:
Rinascita, Frank torna in scena più spezzato che
mai, e il mediometraggio (48 minuti) utilizza questa fragilità come
punto di partenza per raccontare qualcosa di diverso rispetto alle
precedenti incarnazioni del personaggio. Ci sono tutta la violenza
e la vendetta che ci si può aspettare da uno come Frank, eppure
One Last Kill funziona soprattutto quando
rallenta e mostra il peso psicologico di una guerra che il
protagonista combatte da anni contro sé stesso.
Jon Bernthal
continua a essere perfetto come Frank Castle
Il Frank Castle di Jon
Bernthal è sempre una macchina di morte, eppure nei
momenti più violenti, l’attore riesce a lasciar intravedere il
dolore cronico che definisce il personaggio. È un uomo devastato,
consumato dal trauma e incapace di trovare davvero pace.
La cosa più interessante di
One Last Kill è proprio il modo in cui
prova a spingere Frank verso qualcosa di nuovo. Per la prima volta
lo vediamo tentare, almeno in parte, di immaginare una vita
diversa. Una possibilità di normalità che però sembra continuamente
destinata a crollare sotto il peso del passato.
Jon Bernthal
lavora tantissimo sui silenzi, sugli sguardi svuotati, sulla
tensione costante che Frank porta nel corpo. Anche quando il
personaggio non parla, comunica sempre qualcosa. Ed è questo che
continua a renderlo uno dei protagonisti più umani e tragici
dell’intero MCU.
Uno special più cupo e
personale del previsto
Marvel Studios utilizza il formato
Special Presentation in modo intelligente. The Punisher: One Last Kill ha il
tono di una storia intima, quasi disperata, che mette Frank davanti
ai suoi limiti emotivi. E quando la Marvel svuota di grandiosità
eroica i suoi personaggi, spesso realizza i suoi prodotti
migliori.
Il film tocca temi pesanti, inclusa
la depressione e il desiderio di porre fine alla propria
sofferenza. Sono momenti che colpiscono soprattutto chi segue
questa versione del personaggio dai tempi di
Daredevil su Netflix, perché mostrano un
Frank Castle arrivato davvero al punto più basso della sua
esistenza.
Il lavoro di regia di
Reinaldo Marcus Green sorprende proprio in questo
senso. Le scene più forti non sono necessariamente quelle d’azione,
ma quelle in cui Frank resta da solo con i propri fantasmi.
Naturalmente il passato torna a
bussare alla porta, e il film introduce una minaccia perfetta come
Ma Gnucci, interpretata da una glaciale Judith Light. Il
personaggio aggiunge caos e brutalità alla storia, ma senza
trasformarla in un semplice pretesto per accumulare violenza.
Violenza, MCU e identità: Marvel
trova il giusto equilibrio
E niente paura di vedere una
versione edulcorata o ammorbidita del Frank dei fumetti.
One Last Kill resta brutale, sporco e
molto più vicino allo spirito delle serie Netflix che ai prodotti
Marvel più tradizionali. Certo, ci sono limiti evidenti rispetto al
passato, ma il film riesce comunque a mantenere intatta la natura
feroce del personaggio. Anzi, la cosa più intelligente è proprio il
modo in cui Marvel cerca di integrare Frank nel franchise senza
snaturarlo.
Il film sembra preparare un nuovo
ruolo per il Punitore all’interno del MCU: non più soltanto figura
isolata e marginale, ma presenza capace di muoversi tra cinema,
serie TV e storie street-level con una funzione precisa. Ed è
impossibile non leggere One Last Kill
anche come ponte diretto verso Spider-Man: Brand New Day, dove Bernthal
tornerà ufficialmente sul grande schermo.
Il cuore del film è il rapporto di
Frank con sé stesso
La domanda centrale dello special è
semplice: Frank Castle può davvero smettere di essere Punisher? Il
film mostra chiaramente che il vero nemico di Frank non sono i
criminali o i boss mafiosi, ma la sua incapacità di lasciarsi alle
spalle il trauma che lo definisce. Punisher non è soltanto
un’identità: è una ferita aperta che continua a sanguinare.
Ed è proprio questa consapevolezza
a rendere il finale molto più interessante di quanto sembri. Perché
One Last Kill non promette redenzione totale. Piuttosto
suggerisce una trasformazione. Frank continuerà probabilmente a
uccidere. Continuerà a sporcarsi le mani. Ma forse potrà scegliere
perché farlo e fino a dove spingersi.
Uno dei migliori ritorni Marvel
degli ultimi anni
The Punisher: One Last Kill funziona
perché abbraccia al 100% la sua natura: un racconto duro, emotivo e
sorprendentemente intimo su un uomo che non riesce a smettere di
combattere. Bernthal resta il cuore pulsante del personaggio, e lo
special dimostra quanto il MCU abbia ancora bisogno di figure
imperfette, sporche e moralmente ambigue. E soprattutto lascia una
sensazione precisa: quella di voler vedere Frank
Castle tornare ancora. Magari più ferito, più stanco e più
pericoloso che mai.
The Punisher: One Last Kill è
finalmente arrivato, con un cast ricco di volti noti e nuovi. Dopo
la conclusione della seconda stagione di Daredevil:
Rinascita, molti si chiedevano quando sarebbe
continuata la parte più “stradale” dell’MCU. Solo una settimana dopo,
The Punisher: One Last Kill risponde a
questi interrogativi. Come preludio a
Spider-Man: Brand New Day e come continuazione
dell’arco narrativo di Frank Castle, la Special
Presentation integra completamente l’antieroe nell’MCU.
Lo stesso vale per altri personaggi
introdotti per la prima volta nella serie NetflixThe Defenders. Alcuni di questi volti
appariranno anche in The Punisher: One Last
Kill, sebbene il cast rimanga ancora piuttosto
esiguo. Il motivo è che la Marvel non ha ancora rivelato
informazioni su diversi personaggi che avranno un ruolo nello
speciale televisivo.
Tuttavia, sono già stati confermati
diversi membri del cast di The Punisher: One Last
Kill, provenienti dalle vecchie serie Netflix, dai
nuovi film dell’MCU o da personaggi completamente nuovi.
Jon Bernthal nel ruolo di Frank Castle/The
Punisher
Naturalmente, Jon
Bernthal è il protagonista di The
Punisher: One Last Kill. Bernthal ha iniziato a
recitare nei primi anni 2000, con il ruolo che lo ha lanciato in
The Walking Dead. Questo, insieme al ruolo
di Frank Castle in Daredevil, lo ha portato a partecipare a
importanti produzioni hollywoodiane, da The Accountant e Fury a
The
Bear e The
Odyssey di Christopher Nolan.
Nei panni di Castle, Bernthal
interpreta un antieroe in ogni senso. Dopo aver perso la sua
famiglia in un omicidio premeditato, Castle ha iniziato a cercare
vendetta, dispensando giustizia a chiunque ritenesse degno. Questo
lo ha messo in conflitto con personaggi come Daredevil a causa
della sua natura omicida, sebbene i due siano spesso alleati
riluttanti. In The Punisher: One Last Kill, Frank viene trascinato
di nuovo nella lotta per la giustizia.
Jason R. Moore nel ruolo di Curtis
Hoyle
Jason R. Moore interpreta
Curtis in The Punisher: One Last Kill. Moore è noto soprattutto per
questo ruolo, dopo essere apparso in 21 episodi di The Punisher su
Netflix. Curtis era uno dei principali alleati di Frank nella
serie, dopo aver prestato servizio con lui nell’esercito. Non è
chiaro cosa sia successo a Curtis, ma nei trailer di The Punisher:
One Last Kill sembra apparire in allucinazioni. Questo potrebbe
indicare che Curtis sia morto fuori scena, ma in ogni caso, Moore
tornerà a interpretarlo.
La partecipazione di Woll
a The Punisher: One Last Kill non è stata
confermata fino a pochi giorni prima dell’uscita del film. In
un’intervista sul sito web della Walt Disney Company, il regista
Reinaldo Marcus Green ha confermato il ritorno di Woll. Woll
interpreta Karen Page dalla prima stagione di Daredevil su Netflix,
e più recentemente è apparsa nella seconda stagione di Daredevil:
Rinascita. Page è una cara amica di Frank, il che
spiega la sua presenza in quello che sembra essere un percorso
emotivamente difficile per quest’ultimo.
Il ruolo che ha lanciato la
carriera di Woll è stato in True Blood, che le ha permesso di
ottenere la parte in Daredevil. Da allora, la carriera di Woll si è
concentrata principalmente sui progetti del MCU, con The Punisher:
One Last Kill come ultimo lavoro.
Judith Light nel ruolo di Ma
Gnucci
Ma Gnucci sarà
l’antagonista principale di The Punisher: One Last Kill. Non è
ancora chiaro come si instaurerà il suo rapporto ostile con Frank,
ma sembra che la matriarca di una delle famiglie mafiose di New
York finirà nel suo mirino. Gnucci sarà interpretata da Judith
Light, attrice teatrale e televisiva di grande talento, nota per
film come Who’s the Boss?, Ugly Betty e Transparent.
Cast e personaggi secondari di The
Punisher: One Last Kill
Nick Koumalatsos, Cody
Alford e Colton Hill nei ruoli di Nick, Cody e Colton. Questi tre
attori sono veri Marines che interpreteranno i membri dell’ex
squadra di Castle in The Punisher: One Last Kill.
Roe Rancell nel ruolo di Dennis
Mila Jaymes nel ruolo di Charli
Jamal Lloyd Johnson nel ruolo di Barry
Diversi altri attori sono stati
inoltre scritturati per ruoli non ancora rivelati, che saranno
svelati al momento dell’uscita di The Punisher: One Last Kill su
Disney+.
Al
momento, il progetto ha ottenuto un punteggio dell’82% su
Rotten Tomatoes, diventando così l’adattamento live-action
di Punisher con la valutazione più alta di sempre. Il dato potrebbe
ancora cambiare con l’arrivo di nuove recensioni, mentre il voto
del pubblico verrà aggiornato nei prossimi giorni.
Con
questo debutto, One Last Kill supera
sia le due stagioni della serie Netflix sia i film usciti negli anni 2000, invece,
tra gli speciali MCU, il progetto si posiziona dietro soltanto a
Guardiani della
Galassia: Holiday Special e Werewolf By
Night.
Secondo diverse recensioni,
il punto forte dello speciale è proprio l’approfondimento
del personaggio. La storia mostra un Frank Castle più
vulnerabile e spezzato rispetto al passato, senza però perdere la
brutalità che lo contraddistingue. Lo spin-off è stato inoltre
apprezzato per il modo in cui trasforma Frank in “qualcuno capace
di rappresentare il meglio di entrambi i mondi, onorando allo
stesso tempo il ruolo del personaggio in un franchise più ampio e
interconnesso”.
Bernthal ha raccontato a
ScreenRant che lui e il regista/co-sceneggiatore
Reinaldo Marcus Green volevano mostrare davvero
Frank nel suo momento più buio. Il veterano
dell’MCU ha dichiarato: “Sentivo che avevamo davvero bisogno di
vedere cosa significasse toccare il fondo per Frank, e penso che lo
vedrete in questo progetto.”
Dopo One Last Kill,
Frank Castle tornerà già questa estate in Spider-Man: Brand New Day, dove Jon
Bernthal condividerà il grande schermo con Tom Holland. La prossima uscita televisiva
nella timeline MCU sarà la serie VisionQuest,
confermata in arrivo il 14 ottobre. Anche la terza stagione di
Daredevil: Rinascita, attualmente in
produzione, tornerà nel 2027 su Disney+, anche se una data precisa non
è stata ancora annunciata.
Non è ancora stato rivelato se il Punisher farà parte dei piani dei
Marvel Studios per il 2027. Tuttavia, visto il successo iniziale di
One Last Kill, sembra
sempre più probabile che Marvel voglia continuare a utilizzare il
Punisher nei prossimi anni.
The Punisher: One Last
Kill è ora disponibile in streaming su Disney+.
Prima
che The Mandalorian and Grogu arrivi sul
grande schermo, ampliando le avventure di Din
Djarin (Pedro
Pascal) e Grogu, ci sono alcuni
episodi fondamentali della serie The
Mandalorian che probabilmente vale la pena
rivedere. Sono passati infatti quasi tre anni dall’ultima
volta che abbiamo visto i due personaggi in un’avventura
intergalattica, quindi quanto è accaduto nel corso delle tre
stagioni della serie potrebbe non essere esattamente fresco nella
memoria di tutti. Ecco perché vale allora la pena rivisitare alcuni
degli episodi più significativi prima dell’uscita del film, così da
arrivare preparati alla visione.
Capitolo 1:
Il
Mandaloriano
Stagione 1, Episodio 1
Prima dell’arrivo di The Mandalorian e Grogu,
vale la pena tornare a dove tutto è iniziato. Il primo episodio di
The Mandalorian è
una delle migliori premiere televisive degli ultimi anni. Funziona
perfettamente come la serie che ci aspettavamo — uno spaghetti
western sporco e grintoso ambientato in Star
Wars su un cacciatore di taglie solitario — ma la sua
scena finale scioccante introduce la serie che non ci
aspettavamo.
Quando Mando trova finalmente la sua taglia di 50 anni, scopre con
sorpresa che si tratta di un bambino della specie di Yoda,
caratterizzata da un invecchiamento lentissimo. Rompe il codice dei
cacciatori di taglie per salvarlo, e la vera saga di
The Mandalorian
può iniziare. Il lupo solitario ora ha un cucciolo da
proteggere.
Capitolo 3:
Il
peccato
Stagione 1, Episodio 3
Il primo episodio ha messo insieme Mando e Grogu, ma l’evento
scatenante arriva solo nel terzo episodio, “Il peccato”. Dopo aver
consegnato il Bambino al Cliente e aver ricevuto il pagamento da
Greef Karga, Mando torna alla sua nave. Ma quando ha un ricordo del
piccolo nella cabina di pilotaggio, cambia idea.
“Il peccato” è uno degli episodi più godibili di
The Mandalorian,
perché vedere Mando farsi strada nella base del Cliente per salvare
il Bambino, usando ogni gadget del suo arsenale per eliminare gli
Stormtrooper, non stanca mai. È qui che The Mandalorian salva davvero
Star Wars.
Capitolo 8:
Redenzione
Stagione 1, Episodio 8
Il finale della stagione 1 di The Mandalorian è un importante punto di svolta
nella narrazione complessiva. Arriva Moff Gideon, IG-11 ottiene un
arco di redenzione memorabile e Mando intraprende la sua missione
per portare Grogu dai Jedi.
Questo finale prepara la rivalità tra Mando e Moff Gideon, ma
stabilisce anche il livello di spettacolarità che ci si può
aspettare dalla serie. Quando Mando vola con il jetpack per
abbattere il caccia TIE del Moff, si capisce facilmente perché un
adattamento cinematografico fosse inevitabile.
Capitolo 13:
La Jedi
Stagione 2, Episodio 5
Mando porta finalmente Grogu da un Cavaliere Jedi sopravvissuto in
“La Jedi”. Quasi tutto ciò che sappiamo su Grogu proviene da questo
episodio, in cui Ahsoka Tano entra in connessione con la Forza
e scopre il suo nome e il suo passato. Prima di questo momento,
veniva chiamato semplicemente “Il Bambino”.
“La Jedi” funziona perfettamente come debutto action per la
versione live-action di Rosario Dawson nei panni di Ahsoka — è
praticamente un mini film alla Kurosawa con Ahsoka nel pieno del
suo splendore con la spada bianca. Ma aggiunge anche molte
informazioni sulla lore di “Baby Yoda”.
Capitolo 14:
La
tragedia
Stagione 2, Episodio 6
Ahsoka manda Mando a un antico tempio Jedi, dove Grogu può
connettersi alla Forza, contattare altri Jedi e trovare un maestro.
Ma le cose prendono una piega molto peggiore del previsto. Mentre
Grogu comunica con la Forza con Luke Skywalker, i
resti dell’Impero arrivano per rapirlo.
A
40 anni dalla sua introduzione in L’Impero colpisce ancora, Boba Fett
finalmente dimostra il suo potenziale in “La tragedia”. È
devastante vedere Mando perdere il Bambino e la Razor Crest in un
colpo solo, ma è anche esaltante vedere Fett sterminare una legione
di Stormtrooper.
Capitolo 16:
Il
salvataggio
Stagione 2, Episodio 8
The Mandalorian
raggiunge il suo apice nel finale della stagione 2. Uno dei motivi
per cui la stagione 3 è sembrata meno incisiva è che la stagione 2
era difficilmente superabile. Avrebbe potuto essere un perfetto
finale di serie.
“Il salvataggio” contiene la sequenza d’azione più spettacolare
della serie — un Luke Skywalker che massacra una legione di Dark
Trooper — ma chiude anche con grande impatto emotivo. L’addio di
Mando a Grogu è perfettamente riuscito. Sfortunatamente, verrà
presto annullato.
Capitolo 6:
Dal deserto arriva un
forestiero
The Book of Boba Fett,
Episodio 6
Jon
Favreau ha fatto la scelta discutibile di inserire
alcuni dei più grandi sviluppi della storia di The Mandalorian in un’altra serie.
A metà del suo percorso, The Book of Boba Fett diventa improvvisamente
The Mandalorian stagione
2.5. Mando si riunisce con Grogu, Grogu sceglie la via del
Mandaloriano invece di quella Jedi e il loro addio perfetto viene
annullato.
Non ha molto senso raccontare una storia in questo modo, ma gli
ultimi episodi di The
Book of Boba Fett sono fondamentali per capire la
trama di The
Mandalorian. Saltando dalla finale della stagione 2 alla
premiere della stagione 3 si avrebbe la sensazione di aver perso
una stagione intera.
Capitolo 7:
In nome
dell’onore
The Book of Boba Fett,
Episodio 7
La riunione tra Mando e Grogu avviene nel finale di
The Book of Boba
Fett. A questo punto, lo spin-off su Boba è diventato un
caos che ha sprecato il suo potenziale, ma nel finale ci sono
comunque momenti divertenti.
Si vede Mando combattere fianco a fianco con Boba, Boba cavalcare
un rancor in battaglia e un duello tra Boba e un Cad Bane
live-action molto fedele. Non è grande televisione, ma è molto
divertente.
Capitolo 23:
Le
spie
Stagione 3, Episodio 7
Il penultimo episodio della terza stagione contiene una delle
battaglie più grandi e spettacolari dell’intera serie. La battaglia
per Mandalore segna un punto di svolta importante, perché complica
seriamente il piano di Mando per ricostruire il suo mondo
natale.
Il sacrificio finale di Paz Vizsla è la ciliegina sulla torta che
rende questo episodio un classico. Non aveva lasciato una grande
impressione prima, ma nelle sue ultime azioni diventa un eroe.
Capitolo 24:
Il
ritorno
Stagione 3, Episodio 8
L’episodio che prepara più direttamente The Mandalorian and Grogu è l’ultimo
andato in onda, il finale della stagione 3. Dopo lo scontro finale
con Moff Gideon, la serie stabilisce un nuovo status quo: Mando
inizia a lavorare per la Nuova Repubblica con incarichi ufficiali
di Carson Teva e lui e Grogu si trasferiscono in una capanna su
Nevarro.
È lì che lo ritroveremo
nel film di The
Mandalorian: al servizio della Nuova Repubblica, vivendo
la sua vita da “ranchero” con Grogu. Questa pace verrà però
interrotta da nuove missioni, che saranno il punto di partenza
della storia del film.
Oggi Prime Video ha svelato il trailer e
il poster di Un anno dopo l’altro,
la serie tratta dal romanzo bestseller di Carley Fortune
Un’estate dopo l’altra. La serie Prime Original debutterà
il 10 giugno con una stagione di otto episodi.
Ambientata nell’arco di sei
anni e una settimana a Barry’s Bay - perfetta cittadina in riva al
lago – Un anno dopo l’altro è una storia romantica e
nostalgica sui primi amori e sulle persone e sulle scelte che ci
segnano per sempre. La serie è l’adattamento del romanzo
bestseller di Carley Fortune, “Un’estate dopo l’altra” - per 16
settimane nella classifica dei bestseller del New York Times, oltre
un milione di copie vendute fino ad oggi e un grande
successo del BookTok, con un totale di 81,4 milioni di
visualizzazioni su TikTok.
Cortesia Prime Video
Un anno dopo l’altro vede
protagonisti Sadie Soverall (Saltburn) e
Matt Cornett (High School Musical: The Musical: The
Series, Summer of 69) nei panni di Percy e Sam, la
coppia al centro della storia d’amore. Il
cast della serie include anche Aurora
Perrineau (KAOS, Westworld), Abigail Cowen (Fate: The
Winx Saga), Michael Bradway (Chicago Fire, Marked Men), Joseph Chiu
(Fear Street: Prom Queen, Motorheads) ed Elisha Cuthbert
(Girl Next Door, Happy Endings).
Amy B. Harris, showrunner della
serie, figura anche come executive producer insieme a Carley
Fortune, Lindsey Liberatore, Amy Rardin, John Stephens e Grace
Gilroy.
Il nuovo drama criminale di
Netflix ambientato nel mondo dei casinò di Las Vegas
ha finalmente un titolo ufficiale: The
Roman. La serie con Oscar Isaac amplia ora il proprio cast con tre
ingressi importanti: Betty Gilpin, Alec Baldwin e David
Costabile, tutti confermati come regular.
Gilpin interpreterà Marla Blake,
moglie del protagonista Bobby Red e avvocata estremamente
influente, capace di muoversi tanto nei salotti del potere quanto
nei lati più oscuri della città. Baldwin sarà invece Paul “Primo”
Clark, figura storica dell’organizzazione e mentore ambiguo del
personaggio di Isaac, mentre Costabile vestirà i panni di Bill
Saverick, proprietario di un casinò rivale intrappolato tra
amicizia e guerra economica. Creata da Brian
Koppelman e David Levien
(Billions), la serie racconterà una Las
Vegas moderna, spietata e dominata da lotte di potere finanziario e
criminale. Tra i produttori esecutivi figurano anche
Martin Scorsese e J. C.
Chandor, che dirigerà i primi due episodi.
Con queste aggiunte,
The Roman si presenta sempre meno come un
semplice crime drama e sempre più come un’erede spirituale di
Billions e Succession, trasportata però dentro
il capitalismo casinò americano. Il focus sembra essere non tanto
sul crimine tradizionale, quanto sulle dinamiche di potere, fedeltà
e manipolazione all’interno di una città costruita sull’illusione
del controllo.
Las Vegas torna a essere il
simbolo del capitalismo americano più feroce
La scelta di ambientare
The Roman nel business dei casinò è
particolarmente significativa. Las Vegas è sempre stata raccontata
al cinema come luogo di eccesso, corruzione e trasformazione del
sogno americano in spettacolo permanente. Da
Casino di Scorsese fino a serie come
Las Vegas, la città è diventata metafora perfetta di un
sistema dove il denaro e il potere ridefiniscono continuamente le
relazioni umane.
Qui però sembra esserci un
approccio più contemporaneo. La descrizione della serie insiste
infatti su una Las Vegas “modernizzata ma ancora pericolosa”,
suggerendo un racconto meno legato alla mafia classica e più vicino
ai conflitti corporate, alle alleanze strategiche e alla guerra
economica.
Il casting rafforza ulteriormente
questa impressione. Oscar Isaac porta carisma e ambiguità morale,
Betty Gilpin aggiunge una componente politica e
intellettuale molto forte, mentre Alec Baldwin
sembra perfetto per incarnare il vecchio potere americano che cerca
ancora di controllare il sistema. David Costabile, reduce proprio
da Billions, appare invece come il ponte naturale tra il
tono cinico della finanza televisiva contemporanea e il nuovo
contesto casinò.
La presenza di Martin Scorsese come
produttore esecutivo non è soltanto simbolica. The Roman
sembra infatti voler recuperare parte della tradizione del gangster
drama americano, ma filtrandola attraverso il linguaggio seriale
moderno: meno romanticismo criminale, più strategia aziendale,
reputazione e sopravvivenza politica.
Se Netflix riuscirà a mantenere
questo equilibrio, The Roman potrebbe
diventare uno dei drama più importanti della piattaforma nei
prossimi anni, soprattutto in un panorama streaming sempre più
affollato ma raramente capace di raccontare davvero il potere
contemporaneo.
Il
futuro della saga di 28
anni dopo sembra essere salvo.
Dopo settimane di dubbi legati ai risultati deludenti al box
office di 28 anni
dopo: Il Tempio
delle Ossa (leggi
qui la recensione), un nuovo indizio arrivato direttamente dal
protagonista Alfie
Williams lascia intendere che il terzo capitolo della
trilogia sia ufficialmente in movimento. L’attore ha condiviso su Instagram alcune
immagini del suo allenamento con arco e frecce accompagnate dalla
frase: “It’s Great to be Back!”, facendo immediatamente pensare
all’inizio della preparazione per il nuovo film.
L’indiscrezione assume peso perché il finale di Il Tempio delle Ossa era stato
costruito chiaramente come un ponte verso un ultimo capitolo. Nel
sequel, Spike — interpretato proprio da Williams — proseguiva il suo viaggio nel
continente insieme a Kellie (Erin Kellyman), mentre il ritorno di Jim, il
personaggio storico interpretato da Cillian
Murphy, apriva definitivamente la strada a una
chiusura della saga. Già a dicembre 2025 era emersa la notizia che
Alex Garland
stesse lavorando alla sceneggiatura del terzo film, con Murphy in
trattative per tornare in un ruolo centrale.
La conferma implicita dell’avvio del progetto è significativa
soprattutto perché Il
Tempio delle Ossa aveva incassato circa 58 milioni di
dollari a fronte di un budget superiore ai 60 milioni, numeri molto
inferiori rispetto al successo del primo 28 anni dopo, che aveva superato i 150
milioni globali. Eppure Sony sembra intenzionata a portare comunque
a termine il piano creativo costruito da Danny Boyle e Garland, probabilmente anche
grazie all’ottima accoglienza critica del sequel, che ha ottenuto
recensioni nettamente migliori rispetto al precedente capitolo.
Il ritorno di Jim può finalmente
unire tutta la timeline della saga
Il terzo film avrà ora il compito di ricucire i diversi frammenti
narrativi lasciati aperti dalla saga iniziata con
28 giorni
dopo nel 2002. Il ritorno di Jim alla fine di
Il Tempio delle
Ossa non rappresenta soltanto un cameo nostalgico: il
personaggio sembra destinato a diventare il centro emotivo
dell’ultimo capitolo, soprattutto dopo la lunga assenza nei film
successivi.
La situazione di Spike, ormai separato definitivamente dalla
comunità isolana in cui era cresciuto, potrebbe diventare il vero
cuore della storia. Il personaggio ha progressivamente assunto il
ruolo di erede spirituale di Jim, attraversando un mondo
post-apocalittico sempre più frammentato e ambiguo. Restano inoltre
aperti numerosi interrogativi: che fine ha fatto Selena, il
personaggio interpretato da Naomie Harris? E quale sarà il ruolo di Sam, la
figlia di Jim introdotta nei nuovi capitoli?
Anche il recupero di Samson, guarito dal Rage Virus grazie al Dr.
Ian Kelson (Ralph Fiennes), potrebbe cambiare
radicalmente la direzione narrativa della saga. L’idea che il virus
possa essere controllato o persino curato introduce infatti un
elemento nuovo nell’universo creato da Boyle e Garland: la
possibilità che il vero conflitto non sia più soltanto la
sopravvivenza, ma la ridefinizione stessa dell’umanità dopo decenni
di contagio.
Arriva al cinema il 14 maggio con
Universal Pictures Obsession, il film diretto da
Curry Barker con protagonisti Michael
Johnston e Inde Navarrette. Ecco cosa ci
hanno raccontato di questo nuovo film horror.
Il film segue
Bear, un commesso di un negozio di musica e un
romantico senza speranza, che entra in possesso di un
misterioso salice dei desideri capace di esaudire
un solo desiderio. L’uomo lo usa per far innamorare di lui la
ragazza di cui è da tempo infatuato, ma l’atto innesca conseguenze
oscure e inquietanti, perché il sentimento si trasforma
progressivamente in qualcosa di molto più pericoloso.
Parlando della storia, Barker ha spiegato di non voler guidare
emotivamente lo spettatore, ma piuttosto di spingerlo a
interrogarsi su ciò che è giusto o sbagliato, affermando:
“Mi piace mettere il pubblico nella condizione di chiedersi:
‘Cosa farei io in quella situazione?’, quasi come
se lo specchio fosse puntato verso di lui. Però non voglio dirgli
come dovrebbe sentirsi; preferisco mostrare la storia e lasciare
che sia lo spettatore a decidere da solo cosa sia giusto e
cosa sia sbagliato. È questa la parte più
interessante.”
Michael Johnston interpreta il protagonista
dell’horror, Bear, mentre Inde Navarrette ricopre
il ruolo di Nikkie, la ragazza di cui lui è da tempo innamorato.
Parlando della scelta dell’attore per Bear, il regista ha spiegato
di aver cercato qualcuno capace di rendere sia la
goffaggine ingenua iniziale del personaggio sia la sua
evoluzione più oscura nella seconda parte della
storia.
A
oltre quarant’anni dall’uscita di C’era una volta in
America (leggi
qui la recensione), il capolavoro di Sergio
Leone “tornerà” sul grande schermo con un nuovo film
dedicato alle origini della sua realizzazione. Il progetto, ancora
senza titolo ufficiale, racconterà il lungo e tormentato percorso
creativo che portò il regista italiano a realizzare quello che oggi
è considerato uno dei più grandi
gangster movie della storia del cinema.
A
confermare il progetto è stata Raffaella Leone,
figlia del regista e produttrice del film attraverso Leone
Film Group. In una dichiarazione ufficiale ha spiegato:
“È fondamentalmente la storia di un uomo che rincorre un sogno
per tutta la vita. O, almeno, di qualcuno che ha impiegato 15 anni
per realizzare un film e non ha fatto altro finché non ci è
riuscito. Ed è raccontata con l’ironia di mio padre.” Alla
regia ci saranno Giuseppe Stasi e Giancarlo Fontana, che firmeranno
anche la sceneggiatura insieme a Ludovica Rampoldi e Davide
Serino.
La notizia ha un peso particolare perché C’era una volta in
America rappresenta uno dei casi più emblematici di
rivalutazione critica nella storia del cinema moderno. All’uscita
del 1984 il film fu accolto freddamente negli Stati Uniti,
soprattutto a causa della versione pesantemente rimontata per
ottenere il rating R. Col tempo, grazie anche al restauro
supervisionato dagli eredi di Leone, l’opera è stata recuperata
nella sua forma originale ed è oggi considerata un monumento del
cinema gangster e del racconto malinconico sul tempo, la memoria e
il tradimento.
Il mito di Noodles e Max torna al
centro dell’eredità cinematografica di Sergio Leone
Il nuovo film non dunque sarà un sequel diretto della storia di
Noodles e Max, interpretati da Robert De Niro e James
Woods nel film originale, ma un racconto
meta-cinematografico sul processo creativo che ha portato Leone a
costruire il suo testamento artistico. Un dettaglio fondamentale,
perché C’era una volta in America non era soltanto
un gangster movie: era il modo in cui Leone rifletteva sul sogno
americano, sull’amicizia corrotta dal potere e sull’impossibilità
di tornare indietro.
La lunga lavorazione del film è ormai parte della leggenda. Leone
impiegò circa quindici anni per sviluppare il progetto, adattando
il romanzo The Hoods di
Harry Grey e costruendo un’opera monumentale fatta di salti
temporali, nostalgia e disillusione. Il risultato fu un film
profondamente diverso rispetto ai gangster movie classici
hollywoodiani, più vicino a una tragedia esistenziale che a un
racconto criminale tradizionale.
Questo nuovo progetto potrebbe quindi diventare anche un modo per
rileggere l’intera eredità artistica di Leone attraverso uno
sguardo contemporaneo. In un’epoca dominata da franchise e universi
condivisi, raccontare l’ossessione creativa dietro un’opera tanto
personale assume un valore quasi controcorrente. E il fatto che
siano proprio i figli del regista a guidare il progetto lascia
intendere una precisa volontà: preservare il lato umano, ironico e
ossessivo di uno dei più grandi autori della storia del cinema
italiano.
Conan O’Brien
tornerà a condurre gli Oscar 2027, segnando il
suo terzo anno consecutivo alla guida della cerimonia. L’annuncio è
arrivato durante gli upfront Disney di New York, confermando anche
il ritorno dei produttori Raj Kapoor e
Katy Mullan, ormai figure centrali nell’attuale
gestione televisiva dell’evento. La 99ª edizione degli Academy
Awards andrà in onda il 14 marzo 2027 su ABC e Hulu dal Dolby
Theatre di Hollywood.
La riconferma di Conan
O’Brien arriva dopo due edizioni considerate molto solide
sia dal punto di vista creativo che televisivo. Secondo Academy e
Disney, il conduttore è riuscito a riportare energia, ironia e
stabilità a una cerimonia che negli ultimi anni aveva spesso
oscillato tra crisi d’identità e problemi di ascolti. Insieme a lui
torneranno anche Jeff Ross e Mike
Sweeney, storici collaboratori del comico dai tempi di
Late Night with Conan O’Brien e Conan.
L’obiettivo è chiaramente consolidare una formula ormai percepita
come affidabile in vista di un passaggio storico: gli Oscar
lasceranno ABC dopo il centesimo anniversario del 2028 per
trasferirsi su YouTube dal 2029.
La notizia racconta molto dello
stato attuale degli Oscar. Dopo anni di cambi continui tra host,
format e approccio editoriale, l’Academy sembra aver deciso di
privilegiare la continuità televisiva rispetto alla ricerca
costante dell’evento “virale”. Conan O’Brien rappresenta una figura
rassicurante: abbastanza popolare per il pubblico generalista, ma
anche sufficientemente rispettata dall’industria.
Gli Oscar stanno diventando uno
show costruito per l’era streaming
Conan O’Brien e Rose Byrne in If I Had Legs I’d Kick
You
La conferma di Conan
O’Brien non è soltanto una scelta artistica, ma una mossa
strategica in un momento delicato per la televisione americana. Gli
Oscar stanno attraversando una trasformazione profonda: da evento
broadcast tradizionale a spettacolo pensato sempre più per la
fruizione multipiattaforma e per il pubblico digitale globale.
L’aspetto più significativo è forse
il riferimento al futuro trasferimento della cerimonia su YouTube
nel 2029. È un cambiamento enorme per un evento che per decenni ha
incarnato la televisione lineare americana. In questo contesto,
Conan diventa una figura di transizione ideale: il suo umorismo
nasce nel late night classico, ma negli ultimi anni si è adattato
perfettamente al linguaggio podcast e streaming grazie a progetti
come Conan O’Brien Must Go e il podcast Conan O’Brien
Needs a Friend.
Anche la produzione guidata da Raj
Kapoor e Katy Mullan sembra puntare a un equilibrio preciso:
spettacolo televisivo tradizionale, ma con ritmo e struttura più
vicini agli eventi live contemporanei. Non è un caso che entrambi
abbiano lavorato su Olimpiadi, Grammy ed eventi musicali ad alto
impatto visivo.
Dopo anni in cui gli Oscar
cercavano disperatamente di “inseguire internet”, l’Academy sembra
aver finalmente capito che la soluzione non è imitare i social, ma
costruire un’identità coerente. La scelta di Conan O’Brien va letta
proprio così: meno caos, più controllo creativo. E forse è
esattamente ciò di cui gli Oscar avevano bisogno prima della loro
trasformazione definitiva nell’era post-TV.
Avatar: Fuoco
e Cenere si prepara a conquistare anche lo streaming.
Disney+ ha annunciato
ufficialmente che il terzo capitolo della saga di James Cameron sarà disponibile sulla
piattaforma dal 24 giugno, pochi mesi dopo
l’uscita cinematografica avvenuta il 19 dicembre 2025. Un passaggio
importante per uno dei maggiori eventi blockbuster degli ultimi
anni, capace di confermare ancora una volta la forza commerciale
del franchise di Pandora.
Il
film ha infatti superato 1,49 miliardi di dollari al box office
mondiale, con oltre 404 milioni incassati negli Stati Uniti e più
di 1 miliardo proveniente dal mercato internazionale. Numeri che
consolidano la saga come uno dei marchi cinematografici più
redditizi della storia contemporanea. La critica si è mostrata più
divisa rispetto ai precedenti capitoli, ma il film ha comunque
mantenuto una buona accoglienza generale, registrando il 66% su
Rotten Tomatoes.
Il futuro di Pandora passa dalla guerra
tra clan e dalla nuova oscurità della saga
Con Avatar: Fuoco e Cenere,
James Cameron ha iniziato a spostare
l’universo di Avatar verso territori più cupi e
conflittuali rispetto ai primi due film. Dopo aver esplorato il
rapporto spirituale con Pandora e la dimensione familiare dei
Sully,
il terzo capitolo introduce una tensione interna tra i diversi clan
Na’vi, aprendo una frattura morale che potrebbe ridefinire l’intera
saga.
Il titolo stesso, “Fuoco e Cenere”, suggerisce un cambiamento
radicale di tono. Cameron aveva più volte lasciato intendere che i
prossimi capitoli mostreranno lati meno idealizzati del popolo
Na’vi, allontanandosi dalla tradizionale divisione tra invasori
umani e popolazione indigena. Una direzione narrativa che amplia la
complessità politica del franchise e prepara il terreno per
Avatar 4 e Avatar 5.
L’arrivo su Disney+ potrebbe inoltre permettere al
film di raggiungere una nuova fetta di pubblico dopo l’esperienza
cinematografica, rafforzando ulteriormente la centralità della saga
nel panorama blockbuster moderno. Per Disney,
Avatar resta una delle proprietà intellettuali più
strategiche del prossimo decennio, soprattutto in una fase in cui
il mercato cerca franchise capaci di garantire sia grandi incassi
sia continuità globale.
E’ tutto dedicato a Peter
Jackson il red carpet di apertura di Cannes
79, che ha visto sfilare il regista neozelandese con i
figli (resi immortali da Il Signore degli
Anelli nei panni di comparse che ogni vero fan
riconosce) sul tappeto rosso insieme ai membri della giuria del
Concorso Ufficiale e a Elijah Wood, indimenticabile interprete di
Frodo nella Trilogia, che
ha consegnato a Jackson la sua Palma d’oro Onoraria.
Ecco le foto del red carpet di apertura di Cannes 79