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Alberto Barbera ospite di IED Cinema per una Lezione Speciale

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Alberto Barbera ospite di IED Cinema per una Lezione Speciale

Uno dei protagonisti più prestigiosi dei festival cinematografici internazionali incontra la nuova generazione di cineasti: Alberto Barbera, direttore della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia, sarà ospite di IED Cinema per una Lezione Speciale organizzata da OffiCine-IED, aperta agli studenti e al pubblico.

L’incontro rappresenta un momento particolarmente significativo per la nuova Scuola di Cinema dell’Istituto Europeo di Design, che punta a creare un dialogo diretto tra formazione e industria, anche in vista del nuovo Master in Distribuzione, Comunicazione, Marketing nel Cinema che partirà a novembre con la partnership di Piperfilm. A condurre la conversazione con Barbera saranno infatti due studenti di IED Cinema, protagonisti di un confronto generazionale tra chi oggi osserva e orienta il cinema mondiale e chi si sta preparando a farne parte.

Durante la lezione Barbera racconterà la propria esperienza alla guida della Mostra del Cinema di Venezia – uno dei festival più influenti a livello globale – offrendo uno sguardo privilegiato sui criteri di selezione dei film, sulle trasformazioni del cinema contemporaneo e sul ruolo dei grandi festival nella scoperta e nella valorizzazione dei nuovi autori.

“Considero un enorme privilegio poter condividere con i giovani studenti dello IED la mia esperienza di direttore di festival. È un mestiere per pochi (anche se il numero di festival in Italia e nel mondo cresce giorno dopo giorno), ma straordinario, che può aiutare a capire meglio come si muove il cinema, e in quale direzione sta andando. Ma, soprattutto, mi auguro che il racconto possa servire a chi il cinema vorrebbe farlo, ma ancora non sa come promuoverlo. Essere d’aiuto per me è anche un modo per restituire, almeno in parte, ciò che ho avuto il privilegio e la fortuna di ricevere nel corso della mia vita professionale” – ha commentato Alberto Barbera.

L’appuntamento si inserisce nel ciclo di Lezioni Speciali promosse da OffiCine-IED e IED Cinema, incontri pensati per mettere gli studenti a diretto contatto con alcune delle figure più importanti del cinema italiano e internazionale. Tra i protagonisti di questi appuntamenti autori e professionisti tra cui Paolo Sorrentino, Valeria Golino, Paola Cortellesi, Paolo Mereghetti, Adriano Giannini, Carlo Verdone e molti altri.

Per gli studenti di IED Cinema, la possibilità di dialogare direttamente con una figura centrale del panorama festivaliero mondiale rappresenta un’occasione formativa unica e coerente con la vocazione della scuola: imparare il cinema attraverso il confronto diretto con chi contribuisce a definirne il presente e il futuro.

L’ingresso è gratuito, con prenotazione obbligatoria fino a esaurimento posti al link: https://www.ied.it/eventi/alberto-barbera-in-ied-per-una-lezione-speciale

IED Cinema, con la sua prima apertura a Milano, nasce sulla base dell’esperienza virtuosa di OffiCine-IED, progetto culturale e benefit dell’Istituto Europeo di Design, che da oltre 15 anni cura laboratori di cinema caratterizzati da una didattica pratica, affidata a professionisti del mondo cinematografico e finalizzata alla realizzazione di cortometraggi, documentari, webserie. In OffiCine i mestieri del Cinema e dell’audiovisivo sono insegnati attraverso un percorso pratico-laboratoriale, che immerge gli studenti sin da subito nell’esperienza di troupe e di set.  IED Cinema fornirà agli studenti gli strumenti necessari per capire la forza di una storia, le forme del racconto, le potenzialità della messa in scena, il montaggio come pensiero e riscrittura, attraverso il contatto diretto con le tecnologie e con lo sguardo rivolto all’industria cinematografica e al potenziale pubblico di riferimento. Non propone semplicemente corsi di regia o più in generale corsi di cinematografia: propone un’esperienza formativa immersiva e completa.

Scarpetta: guida al cast e ai personaggi della serie crime con Nicole Kidman

La serie Scarpetta di Prime Video porta sullo schermo uno dei personaggi più celebri del thriller contemporaneo: la patologa forense Kay Scarpetta. Basata sui romanzi bestseller di Patricia Cornwell, la serie televisiva debutta nel 2026 adattando due libri della saga – Postmortem e Autopsy – e costruendo una narrazione che si muove tra passato e presente.

Il risultato è un crime thriller ambizioso, costruito su una doppia linea temporale che racconta sia gli inizi della carriera della protagonista sia il presente delle sue indagini. Per sostenere questa struttura narrativa, la serie riunisce un cast di grande prestigio guidato da Nicole Kidman e affiancato da interpreti di primo piano del cinema e della televisione internazionale. Di seguito la guida completa ai personaggi principali della serie.

Nicole Kidman è la dottoressa Kay Scarpetta

scarpetta
Cortesia di Prime Video

Al centro della serie troviamo naturalmente Nicole Kidman, che interpreta la brillante patologa forense Kay Scarpetta. Il personaggio è noto ai lettori della saga letteraria per la sua mente analitica e per il suo approccio scientifico alle indagini criminali, caratteristiche che hanno contribuito a ridefinire il genere del thriller medico.

Scarpetta è una professionista brillante ma segnata da un passato complesso: la serie la mostra mentre affronta un caso che sembra collegarsi a un’indagine risalente a decenni prima, mettendo in discussione una delle decisioni più importanti della sua carriera. La doppia linea temporale della serie permette di esplorare sia la Scarpetta contemporanea sia quella degli anni giovanili, interpretata da Rosy McEwen.

Per Kidman si tratta dell’ennesimo ruolo intenso nella sua carriera, dopo film e serie come The Hours, The Others, Big Little Lies e Babygirl, che hanno consolidato il suo status come una delle attrici più versatili e premiate della sua generazione.

Jamie Lee Curtis è Dorothy Scarpetta

Cortesia di Prime Video

A interpretare la sorella della protagonista è Jamie Lee Curtis, che presta il volto a Dorothy Scarpetta.

Dorothy rappresenta una figura fondamentale nella vita della protagonista: è il suo opposto caratteriale, una donna più impulsiva e idealista, che ha scelto una carriera completamente diversa diventando una scrittrice di libri per bambini. Il rapporto tra le due sorelle costituisce uno degli elementi emotivi più forti della serie.

Curtis porta nel ruolo un mix di ironia e fragilità che richiama la sua lunga carriera, iniziata con l’iconico Halloween del 1978 e proseguita tra commedie cult come Trading Places, successi mainstream come Freaky Friday e film recenti come Knives Out.

Nelle sequenze ambientate nel passato, la versione giovane di Dorothy è interpretata da Amanda Righetti.

Ariana DeBose è Lucy Farinelli-Watson

ariana debose in scarpetta

Il personaggio di Lucy Farinelli-Watson è interpretato da Ariana DeBose, attrice premio Oscar diventata celebre grazie a West Side Story.

Lucy è la figlia di Dorothy, ma il suo legame più forte è con la zia Kay Scarpetta, che rappresenta per lei una sorta di figura di riferimento. Nel corso della serie il personaggio si evolve da giovane prodigio informatico a programmatrice brillante ma tormentata.

La versione più giovane di Lucy è interpretata da Savannah Lumar, e le sequenze ambientate nel passato mostrano come le sue capacità tecnologiche abbiano influenzato diverse indagini della protagonista.

4. Bobby Cannavale è Pete Marino

Cortesia di Prime Video

Tra i personaggi più importanti della saga compare Pete Marino, interpretato da Bobby Cannavale.

Marino è un ex detective con un carattere diretto e spesso ruvido, ma è anche uno dei collaboratori più fidati di Scarpetta. Quando la protagonista lo coinvolge nelle sue indagini più recenti, Marino decide di affiancarla nuovamente come vice investigativo.

Cannavale porta al personaggio la sua tipica presenza scenica intensa, già vista in film e serie come The Station Agent, Boardwalk Empire e The Other Guys. Nella linea temporale del passato, il giovane Pete Marino è interpretato da Jake Cannavale, figlio dell’attore nella vita reale.

5. Simon Baker è Benton Wesley

Simon Baker Benton Wesley Scarpetta
© Connie Chornuk / Prime

Il profiler dell’FBI Benton Wesley è interpretato da Simon Baker.

Il personaggio ha un ruolo centrale sia nella dimensione investigativa sia in quella personale della storia, poiché Benton è il marito di Kay Scarpetta. La sua esperienza nel profiling criminale lo rende una risorsa preziosa nelle indagini, ma il suo passato nasconde zone d’ombra che emergono gradualmente nel corso della serie.

Baker è noto soprattutto per aver interpretato Patrick Jane nella serie di successo The Mentalist, dove vestiva i panni di un consulente investigativo dotato di straordinarie capacità di osservazione. La sua esperienza nel genere crime rende la sua presenza in Scarpetta particolarmente efficace.

Nelle sequenze ambientate nel passato, la versione giovane di Benton Wesley è interpretata da Hunter Parrish.

Il cast di Scarpetta costruisce un crime thriller corale

Uno degli elementi più interessanti della serie è proprio la struttura corale del cast. Pur ruotando attorno alla figura di Kay Scarpetta, la storia costruisce un universo narrativo complesso in cui ogni personaggio contribuisce a sviluppare l’indagine e ad approfondire il passato della protagonista.

L’uso di due linee temporali permette inoltre alla serie di esplorare le origini dei rapporti tra i personaggi e di mostrare come eventi lontani nel tempo continuino a influenzare le indagini nel presente.

Con una saga letteraria composta da quasi trent’anni di romanzi e un cast guidato da Nicole Kidman e Jamie Lee Curtis, Scarpetta ha tutte le caratteristiche per diventare uno dei nuovi punti di riferimento tra le serie crime contemporanee.

Scarpetta – Stagione 2: conferma, cast e tutto quello che sappiamo sulla nuova stagione della serie con Nicole Kidman

Il debutto di Scarpetta su Prime Video ha segnato uno degli arrivi più attesi nel panorama delle serie crime del 2026. La serie, guidata da Nicole Kidman nei panni della leggendaria patologa forense Kay Scarpetta, porta sullo schermo uno dei personaggi più iconici della narrativa thriller contemporanea. Basata sulla celebre saga letteraria creata da Patricia Cornwell, la produzione ha esordito l’11 marzo 2026 con otto episodi pubblicati simultaneamente, ottenendo subito una ricezione positiva da pubblico e critica.

La serie (la nostra recensione) si muove tra indagine scientifica, introspezione psicologica e una costruzione narrativa che alterna diverse epoche della vita della protagonista. Questo approccio ha permesso allo show di adattare simultaneamente più romanzi della saga letteraria, aprendo la strada a un universo narrativo molto più ampio. Proprio per questo motivo, il futuro della serie è stato pianificato con largo anticipo: Scarpetta tornerà con una seconda stagione.

La seconda stagione di Scarpetta è già stata confermata da Prime Video

Cortesia di Prime Video

A differenza di molte serie che attendono i dati di streaming prima di essere rinnovate, Scarpetta è stata progettata fin dall’inizio come un progetto pluristagionale. Quando la serie è stata annunciata nel 2024, Prime Video ha ordinato direttamente due stagioni, dimostrando una forte fiducia nel potenziale della storia e nel prestigio del team creativo coinvolto.

Questa scelta non è casuale. La saga letteraria di Patricia Cornwell conta infatti 29 romanzi pubblicati dal 1990 a oggi, un corpus narrativo vastissimo che offre materiale sufficiente per molte stagioni televisive. La strategia produttiva ricorda quella adottata da altre grandi serie crime contemporanee, dove il mondo narrativo viene pianificato con anticipo per garantire continuità e sviluppo dei personaggi.

Il buon riscontro della prima stagione – che ha registrato valutazioni positive anche su aggregatori come Rotten Tomatoes – rafforza ulteriormente la probabilità che il progetto prosegua senza particolari ostacoli produttivi.

Il cast che potrebbe tornare nella stagione 2

Cortesia di Prime Video

Anche se Prime Video non ha ancora pubblicato una lista ufficiale del cast della seconda stagione, la struttura narrativa della serie rende abbastanza prevedibile il ritorno di gran parte degli interpreti principali.

Al centro della storia resterà naturalmente Nicole Kidman nel ruolo della dottoressa Kay Scarpetta, brillante patologa forense che utilizza tecnologie avanzate e metodi scientifici per risolvere casi di omicidio particolarmente complessi. Oltre a essere la protagonista, Kidman è anche una delle produttrici della serie, elemento che rafforza la sua presenza nel progetto a lungo termine.

Accanto a lei dovrebbe tornare anche Jamie Lee Curtis nel ruolo di Dorothy Scarpetta, la sorella della protagonista, un personaggio fondamentale per comprendere la dimensione familiare e psicologica della storia.

Tra gli altri interpreti che potrebbero rientrare nel cast figurano:

  • Ariana DeBose nel ruolo di Lucy Farinelli-Watson

  • Bobby Cannavale nel ruolo dell’ex detective Pete Marino

  • Simon Baker nel ruolo del profiler dell’FBI Benton Wesley

La serie ha inoltre adottato una scelta narrativa interessante: mostrare versioni più giovani di diversi personaggi chiave, permettendo di esplorare momenti cruciali del passato. È quindi probabile che tornino anche gli attori che interpretano le controparti giovanili dei protagonisti, contribuendo a mantenere quella struttura temporale stratificata che ha caratterizzato la prima stagione.

Quale storia potrebbe raccontare Scarpetta – stagione 2

Cortesia di Prime Video

La prima stagione di Scarpetta ha adottato un approccio narrativo piuttosto insolito: adattare due romanzi della saga nello stesso arco narrativo. La stagione combina infatti gli eventi del primo libro della serie, Postmortem (1990), con elementi di Autopsy (2021), creando un racconto che collega passato e presente della protagonista.

Questa scelta permette alla serie di esplorare l’evoluzione della carriera di Scarpetta e di interrogarsi sulle conseguenze delle sue prime grandi indagini. Se gli autori decideranno di mantenere lo stesso schema, la seconda stagione potrebbe continuare a mescolare romanzi di epoche diverse della saga.

Una delle ipotesi più plausibili è l’adattamento di Body of Evidence (1991), il secondo romanzo della serie. In questo caso, la trama potrebbe ruotare attorno all’omicidio di una scrittrice solitaria trovata morta nella propria casa dopo aver ricevuto per mesi misteriose telefonate minatorie.

Un intreccio di questo tipo permetterebbe alla serie di mantenere il suo tono caratteristico: un crime investigativo costruito attorno alla medicina legale, ma allo stesso tempo profondamente psicologico, dove il passato delle vittime e dei protagonisti diventa parte integrante del mistero.

A che punto è la produzione della seconda stagione

Nonostante la conferma anticipata della serie, al momento non sono stati diffusi aggiornamenti ufficiali sulla produzione della seconda stagione. Questo silenzio è in parte spiegabile dal calendario recente della serie: la prima stagione è stata lanciata solo nel marzo 2026, e gran parte dell’attenzione del cast e della produzione è stata dedicata alla promozione del debutto.

Tuttavia, proprio il fatto che la seconda stagione fosse stata ordinata insieme alla prima lascia spazio a diverse possibilità. In molti casi, quando una piattaforma commissiona più stagioni fin dall’inizio, parte del lavoro di scrittura e sviluppo viene avviato parallelamente alla produzione iniziale.

Se questo fosse il caso anche per Scarpetta, è possibile che la lavorazione della seconda stagione sia già in corso dietro le quinte. Questo potrebbe significare un ritorno relativamente rapido della serie su Prime Video, soprattutto considerando la volontà della piattaforma di consolidare il proprio catalogo di thriller di alto profilo.

Per ora, quindi, i dettagli sulla trama e sulle date di uscita restano ancora limitati. Ma una cosa è certa: con quasi trent’anni di romanzi alle spalle e un cast guidato da Nicole Kidman, Scarpetta ha tutto il potenziale per diventare una delle saghe crime più longeve dello streaming.

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Arco – Un’amicizia per salvare il futuro, recensione della favola sci-fi arrivata dalla Francia

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Immaginare il futuro è sempre stato uno degli strumenti più potenti del cinema di fantascienza. In Arco – Un’amicizia per salvare il futuro, il regista francese Ugo Bienvenu sceglie di proiettare lo spettatore quarant’anni avanti nel tempo, in un 2075 segnato da catastrofi climatiche e trasformazioni radicali della società. Tuttavia, ciò che potrebbe sembrare l’ennesimo scenario distopico si trasforma gradualmente in qualcosa di più complesso: una riflessione sul rapporto tra tecnologia, natura e crescita umana filtrata attraverso lo sguardo di due bambini.

Il film, candidato agli Oscar 2026 come miglior film d’animazione, costruisce una narrazione che mescola avventura, malinconia e meraviglia. Pur partendo da premesse inquietanti — una Terra devastata da eventi climatici estremi e una società dominata da robot e ologrammi — l’opera non sembra mai perdere la speranza. La storia suggerisce infatti che il futuro non è un destino inevitabile, ma una possibilità aperta alle scelte delle nuove generazioni.

Un futuro tecnologico che ha smarrito il contatto umano

Nel mondo immaginato da Bienvenu, l’umanità vive almeno in parte all’interno di cupole protettive, costruite per difendersi dagli effetti di un clima ormai fuori controllo. Le città sono diventate ambienti altamente automatizzati: i robot svolgono gran parte dei lavori, dalla manutenzione delle strade fino alle forze dell’ordine. Persino attività che tradizionalmente richiedevano una presenza umana, come l’educazione o la cura dei bambini, sono state affidate a macchine umanoidi.

Questo scenario crea un’atmosfera di profonda distanza emotiva. Gli adulti sono assenti, non solo fisicamente ma anche mentalmente. Ma il film non insiste in modo didascalico su questi aspetti, li lascia emergere attraverso dettagli quotidiani, dando allo spettatore la sensazione di un futuro in cui la tecnologia ha sostituito gran parte delle relazioni autentiche.

Allo stesso tempo, la presenza dominante della natura nel film introduce un contrasto interessante rispetto alla fantascienza più tradizionale. I paesaggi sono ricchi, dettagliati, luminosi, e restituiscono l’idea di un pianeta ancora vivo nonostante tutto. Questo elemento contribuisce a dare al film un tono più contemplativo.

Arco – un’amicizia per salvare il futuroDue bambini, due epoche

Il cuore della storia è l’incontro tra Arco e Iris, due bambini della stessa età ma provenienti da realtà profondamente diverse. Arco vive in un’epoca successiva alla catastrofe globale. Gli esseri umani abitano su piattaforme sospese sopra le nuvole, in un mondo che sembra aver abbracciato uno stile di vita più essenziale e minimalista. Nonostante questo contesto quasi post-apocalittico, la sua infanzia conserva ancora una dimensione familiare: i suoi genitori sono presenti e coinvolti nella sua crescita.

Spinto dalla curiosità e dal desiderio di vedere dei veri dinosauri, Arco decide però di disobbedire. Ruba un mantello volante dai colori dell’arcobaleno, un oggetto capace di permettere viaggi nel tempo. L’avventura prende una piega imprevista quando il bambino perde il controllo e finisce catapultato proprio nel 2075.

Qui incontra Iris, una bambina che vive in una società altamente tecnologica ma emotivamente distante. I suoi genitori sono quasi sempre lontani per lavoro e comunicano con lei soltanto tramite ologrammi. A prendersi cura di lei e del suo fratellino Peter è Mikki, una tata robotica programmata per occuparsi dei bambini.

Questa differenza tra le due realtà diventa subito evidente nel rapporto tra i protagonisti. Arco è stupito da un mondo dove le macchine fanno praticamente tutto, mentre Iris guarda con sorpresa l’idea di una famiglia fisicamente presente e di una vita meno mediata dalla tecnologia.

Un’avventura semplice che diventa riflessione sul futuro

La trama segue una struttura narrativa piuttosto lineare. Dopo l’atterraggio accidentale nel 2075, Arco deve recuperare il cristallo perduto durante l’impatto: solo così il mantello potrà funzionare di nuovo e permettergli di tornare alla sua epoca.

Durante la ricerca, lui e Iris si trovano ad affrontare diversi ostacoli: una minaccia ambientale, situazioni imprevedibili e una bizzarra banda di “antagonisti” che aggiunge momenti di comicità alla narrazione. Questi elementi rendono il film dinamico e accessibile anche a un pubblico più giovane.

Ma al di sotto della struttura avventurosa si sviluppa una riflessione più profonda. Il confronto tra i due bambini diventa un modo per interrogarsi sul presente. Il futuro di Iris appare infatti come l’esito estremo di alcune tendenze già visibili oggi: dipendenza tecnologica, isolamento sociale, delega crescente alle macchine.

Una sequenza particolarmente significativa mostra i due protagonisti infiltrarsi nella scuola di Iris. Le lezioni vengono ricreate attraverso ologrammi spettacolari, che riportano in vita epoche passate e persino i dinosauri. Eppure tutto rimane un’illusione: immagini perfette ma prive di esperienza reale. È un momento che sottolinea il paradosso di un mondo tecnologicamente avanzato ma emotivamente impoverito.

Arco – un’amicizia per salvare il futuroL’umanità delle macchine e la responsabilità dei bambini

Uno degli aspetti più interessanti del film è il personaggio di Mikki, la tata robotica. In teoria è soltanto una macchina programmata per proteggere Iris e suo fratello. Tuttavia, nel corso della storia, il suo comportamento sembra superare i limiti di una semplice funzione meccanica. La sua determinazione nel difendere i bambini e la sua partecipazione emotiva suggeriscono qualcosa di più complesso: forse anche un’intelligenza artificiale può sviluppare forme di affetto e responsabilità che non erano state previste.

Parallelamente, il film attribuisce grande importanza alle scelte dei protagonisti. Bienvenu tratta i bambini con grande serietà narrativa. Arco e Iris non sono semplicemente figure ingenue trascinate dagli eventi: devono affrontare le conseguenze delle loro decisioni. Le loro azioni comportano rischi reali, e il prezzo da pagare non è simbolico. Il film suggerisce che il tempo trascorso lontano dalle persone amate è qualcosa che non può essere recuperato. È una riflessione sorprendentemente matura per un’opera animata destinata anche ai più giovani.

Una fantascienza piena di meraviglia

Visivamente, Arco – Un’amicizia per salvare il futuro si distingue per il suo stile diretto e pulito. I personaggi si avvicinano a un’estetica più vicina all’animazione giapponese. I fondali, ricchi di dettagli e di profondità, contribuiscono a creare un mondo credibile ma allo stesso tempo fiabesco, percezione sostenuta anche dai colori vivaci e brillanti che invadono lo schermo. Il film riesce così a mantenere un equilibrio delicato tra fantasia e riconoscibilità. Il futuro immaginato non è completamente alieno rispetto al nostro presente: appare piuttosto come una sua possibile evoluzione.

Ed è proprio qui che risiede la forza dell’opera. Pur mostrando un pianeta in crisi e una società trasformata dalla tecnologia, Bienvenu non costruisce una visione fatalista. La storia suggerisce che ogni epoca contiene la possibilità di cambiare rotta. Il futuro può essere oscuro, ma può anche diventare un’occasione di rinascita. È questa ambivalenza — tra monito e speranza — a rendere Arco un racconto capace di parlare sia ai bambini sia agli adulti, ricordando a entrambi che le scelte di oggi sono ciò che realmente disegna il mondo di domani.

I Griffins, in arrivo uno spin off dedicato a Stewie

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I Griffins, in arrivo uno spin off dedicato a Stewie

A dimostrazione che non si è mai troppo giovani per essere protagonisti di una propria serie, Fox ha ordinato due stagioni di Stewie, uno spin-off del colosso globale I Griffin (Family Guy) incentrato sul malvagio e geniale figlioletto dei Griffin. La nuova commedia animata, che seguirà Stewie in età prescolare ed esplorerà i viaggi nel tempo e nello spazio, è stata creata dal creatore dei Griffin, Seth MacFarlane, e da 20th Television Animation. La sua uscita è prevista su Fox durante la stagione 2027-28, con streaming il giorno successivo su Hulu e a livello internazionale su Disney+ (dove lo vedremo noi in Italia).

Stewie si unirà alla lista di serie animate di lunga data di Fox della serie 20th TV Animation: I Griffin e American Dad! – entrambe di MacFarlane – così come I Simpson e Bob’s Burgers, che hanno ricevuto un rinnovo di quattro stagioni nel 2025 nell’ambito di un mega accordo 4×4 senza precedenti. L’acquisizione biennale di Stewie la sincronizzerà con le altre; gli accordi per tutte e cinque le serie animate sono validi fino al 2029, data in cui scade anche l’attuale accordo di streaming stagionale da 1,5 miliardi di dollari tra Fox e Hulu, la sorella Disney di 20th TV.

Il numero di episodi di Stewie non è stato rivelato, ma dovrebbe essere leggermente inferiore ai 15 episodi a stagione che la serie animata di 20th Animation produce in base all’attuale accordo con Fox. MacFarlane, che presta la voce a Stewie ne I Griffin, farà lo stesso per la serie spin-off, da lui creata con Kirker Butler, storico sceneggiatore e produttore de I Griffin.

Cosa racconterà Stewie

In seguito, dopo essere stato cacciato dal suo vecchio asilo, Stewie è costretto a iscriversi a un nuovo asilo che non è esattamente il massimo. È frequentato da una manciata di bambini che non conosce e da una tartaruga di classe di 75 anni con una teoria un po’ contorta su quasi ogni materia. Stewie è infelice, gli altri bambini sono infelici e persino la tartaruga è infelice… finché Stewie non inizia a usare la sua fidata serie di dispositivi per portarli ovunque nello spazio e nel tempo, trasformando ogni noiosa giornata scolastica in un’avventura folle e surreale.

Ritorno al tratturo con Elio Germano in anteprima al BIF&ST 2026

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Ritorno al tratturo, il documentario scritto e diretto da Francesco Cordio, con la partecipazione straordinaria di Elio Germano sarà presentato in anteprima nella sezione “Per il cinema italiano” – fuori concorso – alla 17/ma edizione del BIF&ST – BARI INTERNATIONAL FILM & TV FESTIVAL.

La proiezione si terrà lunedì 23 marzo alle ore 19.30 al Multicinema Galleria di Bari (Corso Italia 15G), alla presenza del regista e dei produttori per un Q&A. Il film, da un’idea di Francesco Cordio, Elio Germano e Filippo Tantillo, prodotto e distribuito da Own Air, arriverà nelle sale italiane dal 29 aprile.

Girato interamente in Molise, tra le province di Isernia e Campobasso, Ritorno al tratturo è un viaggio intimo e collettivo nelle aree interne della regione. Il tratturo – un ampio sentiero erboso largo un centinaio di metri e lungo centinaia di chilometri, storicamente utilizzato per la transumanza – ha messo in comunicazione per secoli le popolazioni d’Europa con quelle del Mediterraneo.

Elio Germano, attore di origini molisane, esplora e attraversa i luoghi, incontra le persone e le ascolta tra le montagne affusolate di Frosolone e i sentieri di Pietracupa; con la sua voce si fa narratore e illustra la complessità degli interventi in atto sul territorio. In cammino con lui Filippo Tantillo, autore e ricercatore territorialista e Silvia Di Passio, community manager delle aree interne, sono impegnati nella ricerca costante di opportunità reali e possibili trasformazioni ai “margini” del continente.

Il Molise, tra le regioni più piccole d’Italia per numero di abitanti, teatro naturale di contrasti, tra radici e modernità, spesso evocato come metafora dell’oblio, diventa frame dopo frame, un luogo che esiste e resiste, dove storie reali e concrete di contadini, allevatori, artigiani, piccoli imprenditori, librai, ristoratori, camminatori, studenti possono parlare a nome di tutta Italia e di tutta Europa. Le reti locali e le piccole comunità che emergono nel film danno voce, forza, futuro e speranza ai territori, ponendosi come fulcro della narrazione.

Le aree interne rappresentano oltre la metà dei comuni italiani, ma ospitano circa il 20% della popolazione.L’85% di questi ha meno di 5.000 abitanti. Sono territori segnati da spopolamento, emigrazione giovanile, bassi tassi di natalità, invecchiamento della popolazione e carenza di servizi essenziali – mobilità, istruzione, sanità – ma ricchi di cultura e risorse naturali che ne rappresentano il potenziale sviluppo. A queste aree sono destinati centinaia di milioni di euro tra fondi nazionali, europei e PNRR.

Il documentario è quindi un racconto corale capace di restituire la complessità di quell’Italia composta da 13 milioni di persone che abita il 60% del territorio nazionale ma resta emarginata dal dibattito pubblico e dalle scelte strategiche.

Ritorno al Tratturo, rimanda sia sul piano semantico che stilistico a Ritorno al futuro di Robert Zemeckis (1985) rovesciandone però la direzione del viaggio, un ritorno a una dimensione più lenta e sostenibile come alternativa alla velocità che ha progressivamente svuotato molti luoghi. Il film intreccia immagini, parole e musica in una narrazione poetica e politica insieme anche grazie al brano Vento, scritto dal cantautore Luca Bussoletti e Leonardo Polla De Luca e cantato da Lavinia Mancusi. Nella canzone, ora disponibile in presave e su tutte le piattaforme digitali dal 13 marzo, il vento simboleggia una forza trasformatrice ma anche un compagno di viaggio: trascina lungo i territori sconfinati delle aree interne lasciando, non la solitudine, ma la consapevolezza di appartenere a qualcosa di più grande e universale.

Silo – Stagione 3: Rebecca Ferguson rivela il periodo di uscita su Apple TV

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Il ritorno nel mondo fantascientifico e pieno di colpi di scena di Silo è più vicino del previsto. Durante la promozione del suo nuovo film Netflix Peaky Blinders: The Immortal Man nello show TODAY, Rebecca Ferguson, interprete ed executive producer di Juliette Nichols, ha confermato che la stagione 3 debutterà su Apple TV quest’estate”, senza però specificare una data o un mese precisi.

Questa conferma giunge dopo una lunga attesa, iniziata con la conclusione della seconda stagione a gennaio 2025, che si era chiusa con diversi cliffhanger e trame lasciate aperte. L’attesa dei fan è cresciuta ulteriormente dopo il termine delle riprese della stagione 3, completate a maggio 2025. La serie era stata rinnovata per due stagioni consecutive a dicembre 2024, e le stagioni 3 e 4 sono state girate back-to-back. Apple TV ha confermato che la quarta stagione sarà anche l’ultima della serie. Dal momento che le riprese della quarta stagione si sono appena concluse, l’attesa tra la terza e la quarta stagione non dovrebbe essere troppo lunga.

Oltre a confermare la finestra di uscita, Rebecca Ferguson ha offerto qualche anticipazione sul contenuto della stagione 3. Senza svelare dettagli specifici della trama, l’attrice ha dichiarato che la serie va di bene in meglio, sottolineando che la crescita della storia e dei personaggi sarà evidente anche nella quarta stagione: “Stranamente, migliora sempre di più. Trovo insolito che le serie crescano e sviluppino le storie; di solito si sgonfiano, ma questa migliora sempre di più.”

La stagione 3 adatterà Shift, il secondo libro della trilogia di Silo, con alcune modifiche per dare maggiore spazio al personaggio di Juliette Nichols, poco presente nel romanzo originale. Gli episodi in arrivo quest’estate integreranno anche elementi dal terzo libro, Dust, che prosegue direttamente la storia iniziata con Wool.

Il cast di Silo

Il cast principale include, oltre a Ferguson, Common (Robert Sims), Tim Robbins (Bernard Holland), Harriet Walter (Martha Walker), Avi Nash (Lukas Kyle), Rick Gomez (Patrick Kennedy), Shane McRae (Knox), Chinaza Uche (Paul Billings) e Steve Zahn (Jimmy/Solo). Ashley Zukerman (Daniel) e Jessica Henwick (Helen) sono confermati come regular della stagione 3.

Sebbene Apple TV non abbia ancora ufficialmente confermato il numero di episodi, si prevede che saranno 10, come nelle stagioni precedenti, stessa quantità attesa anche per la quarta e ultima stagione. Con la conferma della finestra estiva 2026, è probabile che presto vengano annunciati anche la data ufficiale di uscita e i primi teaser degli episodi, alimentando ulteriormente l’attesa dei fan per il ritorno nella misteriosa e avvincente comunità sotterranea di Silo.

The Batman – Parte 2: Daniel Craig rinuncia al ruolo di Christopher Dent

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Arrivano aggiornamenti dal set di The Batman – Parte 2, atteso sequel del film del 2022. Secondo recenti rapporti di produzione, a Daniel Craig sarebbe stato offerto il ruolo del misterioso Christopher Dent, padre di Harvey Dent, ma l’ex 007 avrebbe declinato l’offerta. Le ragioni potrebbero non riguardare la sceneggiatura il compenso, ma i suoi impegni sul film senza titolo di Damien Chazelle ambientato in una prigione, con Cillian Murphy e Michelle Williams, le cui riprese inizieranno il mese prossimo.

Le riprese di The Batman – Parte 2 inizieranno il 29 maggio a Londra. Gran parte del cast principale è già confermata, tra cui Robert Pattinson come Bruce Wayne/Batman, Jeffrey Wright come Jim Gordon, Andy Serkis come Alfred, Colin Farrell come il Pinguino e, possibilmente, Barry Keoghan come Joker. Zoë Kravitz non dovrebbe riprendere il ruolo di Selina Kyle/Catwoman, mentre Scarlett Johansson dovrebbe interpretare Gilda, moglie di Harvey Dent.

Secondo indiscrezioni, la trama del sequel vedrà il procuratore distrettuale Harvey Dent, il commissario James Gordon e Batman allearsi in modo instabile per fermare un serial killer e contrastare il potere radicato della mafia a Gotham. Questa premessa richiama chiaramente la storia di Batman: Il lungo Halloween, che aveva influenzato anche elementi di Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan. I fan si interrogano se il misterioso secondo villain sarà una versione dell’Holiday Killer e se Holiday sarà interpretato da Scarlett Johansson.

Il regista Matt Reeves ha anticipato che il villain sarà un antagonista “mai realmente visto prima in un film”, mentre lo sceneggiatore Mattson ha sottolineato l’impegno della squadra nel realizzare una storia nuova e pericolosa, degna dei personaggi, che superi i limiti della prima pellicola.

The Batman – Parte 2 è atteso nelle sale il ottobre 2027 e promette di approfondire la saga di Gotham con una storia ricca di mistero, intrighi e colpi di scena.

Beau Willimon, sceneggiatore di Andor, in trattative con i Marvel Studios per un nuovo progetto

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Secondo recenti voci, lo sceneggiatore di Andor, Beau Willimon, sarebbe in trattative con i Marvel Studios per sviluppare un futuro progetto, segnando un possibile passaggio dall’universo di Star Wars al Marvel Cinematic Universe. Al momento, i dettagli sul prossimo capitolo narrativo del MCU rimangono un mistero. Sappiamo che gli X-Men saranno al centro dell’attenzione, ma come apparirà questo mondo condiviso dopo Avengers: Secret Wars è un’incognita. Alcune voci suggeriscono che la Marvel stia pianificando un leggero reboot della continuity, integrando Avengers, Fantastici 4, X-Men e Spider-Man tutti sulla stessa Terra.

I progetti confermati includono Black Panther 3 di Ryan Coogler e il reboot degli X-Men di Jake Schreier, mentre uno Spider-Man 5 sembra praticamente certo. Se saremo fortunati, potremo avere una rivelazione completa della Fase 7 da parte di Kevin Feige al D23 di quest’anno o del prossimo e al San Diego Comic-Con.

Willimon è già molto richiesto dopo il successo di Andor, e in passato ha lavorato come showrunner per House of Cards. Recentemente ha scritto anche un film di Game of Thrones per Warner Bros., incentrato su Aegon I, il primo Signore dei Sette Regni e fondatore della dinastia Targaryen, la cui storia si svolge circa 300 anni prima della serie originale. Willimon ha raccontato la sua esperienza su Andor: “Tony [Gilroy] mi ha chiesto di scrivere qualche episodio e io pensavo scherzasse perché amo Star Wars, ma non sono un esperto. Tutto quello che dovevo fare era scrivere per il mio amico Tony. Sono molto orgoglioso della seconda stagione.

Al momento non è chiaro se il progetto Marvel sarà un film o una serie TV, ma i fan sono già curiosi di scoprire quale nuova storia lo sceneggiatore porterà nel MCU. La possibilità di vedere Beau Willimon raccontare una storia Marvel ha infatti già acceso l’immaginazione del pubblico.

Spider-Man: Brand New Day, il primo trailer potrebbe arrivare la prossima settimana

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L’attesa per Spider-Man: Brand New Day potrebbe essere finalmente vicina alla fine. Secondo diverse indiscrezioni circolate nelle ultime ore sui social media, il primo trailer dell’atteso film potrebbe essere pubblicato online già la prossima settimana, offrendo ai fan il primo sguardo ufficiale al nuovo capitolo dedicato all’Uomo Ragno.

Il progetto, prodotto da Sony Pictures in collaborazione con Marvel Studios, è attualmente uno dei titoli più attesi del 2026. Nonostante le riprese siano iniziate in Scozia la scorsa estate, lo studio non ha ancora avviato una vera e propria campagna promozionale. A mantenere viva l’attenzione del pubblico sono stati finora soprattutto foto dal set, leak di materiale promozionale e persino un trailer trapelato online in qualità molto bassa.

In precedenza si era ipotizzato che il primo trailer ufficiale potesse essere diffuso a dicembre, magari in occasione dell’uscita cinematografica di Avatar: Fuoco e cenere o del nuovo Anaconda. Tuttavia, la promozione di Avengers: Doomsday da parte dei Marvel Studios nello stesso periodo avrebbe spinto a rivedere i piani.

Ora diversi insider sostengono che il trailer potrebbe arrivare tra il 17 e il 18 marzo, tempistica che coinciderebbe con l’uscita nelle sale di L’ultima missione – Project Hail Mary, prevista per il venerdì successivo. Tuttavia, Sony dovrà scegliere con attenzione la data di pubblicazione, poiché alcune voci indicano che anche il primo trailer di Dune – Parte 3 potrebbe debuttare nello stesso periodo. Non è comunque escluso che nuovo materiale del film venga mostrato anche durante il CinemaCon di aprile, uno degli eventi più importanti per l’industria cinematografica.

A interpretare nuovamente l’iconico supereroe sarà Tom Holland, affiancato da un cast che include Zendaya, Jon Bernthal, Mark Ruffalo e Sadie Sink. Nel film torneranno anche Jacob Batalon e Michael Mando, mentre Florence Pugh dovrebbe riprendere il ruolo di Yelena Belova.

La storia sarà ambientata quattro anni dopo gli eventi del precedente capitolo e mostrerà uno scenario molto diverso per il protagonista: Peter Parker non esiste più, mentre Spider-Man continua a proteggere New York City nell’anonimato. Tuttavia, una misteriosa serie di crimini trascinerà l’eroe in una nuova e complessa rete di eventi che lo costringerà ad affrontare anche le conseguenze del suo passato.

Alla regia del film troviamo Destin Daniel Cretton, già noto per Shang-Chi e la leggenda dei Dieci Anelli, mentre la sceneggiatura è firmata dagli autori della saga Chris McKenna e Erik Sommers.

L’uscita di Spider-Man: Brand New Day è prevista nelle sale il 31 luglio 2026, ma se le indiscrezioni dovessero rivelarsi corrette, i fan potrebbero avere un primo assaggio del film già nei prossimi giorni.

Vought Rising: Jensen Ackles conferma la fine delle riprese della serie prequel di The Boys

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Le riprese della prima stagione di Vought Rising, nuova serie prequel ambientata nell’universo di The Boys, si sono ufficialmente concluse. A confermarlo è stato Jensen Ackles, che nello show tornerà a interpretare il controverso anti-eroe Soldatino. L’attore ha condiviso la notizia con i fan attraverso un video pubblicato sul suo profilo Instagram, rivelando che quello era l’ultimo giorno di riprese della serie. Nel filmato Ackles appare mentre si prepara a indossare il costume del personaggio, mostrando anche un piccolo dietro le quinte della produzione. L’attore ha spiegato che vestirsi nei panni di Soldatino non è affatto semplice: per indossare completamente l’armatura servono infatti dalle tre alle cinque persone della troupe.

Nel messaggio che accompagna il video, Ackles ha ringraziato il cast e la produzione per il lavoro svolto durante le riprese, dichiarando di essersi divertito molto durante la realizzazione della serie. Con il suo tipico tono ironico, ha poi scherzato definendo i colleghi “un gruppo di psicopatici”, aggiungendo però di voler loro bene proprio per questo. La serie fungerà da prequel dello show principale e sarà ambientata negli anni ’50. La storia racconterà gli inizi di diversi personaggi già noti al pubblico, esplorando anche alcuni eventi chiave dell’universo narrativo, come le origini della compagnia Vought-American, la diffusione del Compound V e la nascita dell’impero dei supereroi.

Il cast della serie includerà anche Aya Cash, che riprenderà il ruolo di Stormfront, oltre a Mason Dye, Elizabeth Posey, Will Hochman, Rohan Mead e Josh Randall. Inoltre, Ackles si riunirà con due suoi ex colleghi della serie Supernatural: Jared Padalecki e Misha Collins, anche se al momento non è stato rivelato quali personaggi interpreteranno. Nel frattempo, la quinta stagione di The Boys arriverà l’8 aprile 2026. Vought Rising non ha ancora una data di uscita ufficiale, ma molti ipotizzano che possa debuttare tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027.

Alien: Romulus, Michael Sarnoski in trattative per dirigere il sequel

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Il sequel di Alien: Romulus (qui la nostra recensione) continua a prendere forma, ma con un cambiamento importante dietro la macchina da presa. Fede Álvarez, che aveva scritto la sceneggiatura del nuovo capitolo, non tornerà infatti alla regia, spiegando in precedenza di aver deciso di “passare il testimone”. La scelta aveva sorpreso molti osservatori, soprattutto perché lo stesso Álvarez aveva dichiarato nel giugno scorso di essere già in fase di preparazione del film, con l’intenzione di iniziare le riprese nell’autunno del 2025.

Secondo quanto riportato da Nexus Point News, la regia del sequel potrebbe ora essere affidata a Michael Sarnoski, attualmente in trattative con la produzione. Il regista è reduce dal successo di A Quiet Place – Giorno 1, altro film incentrato su una minaccia aliena, e in passato aveva citato proprio Aliens – Scontro finale tra le principali fonti di ispirazione per il suo lavoro. Sarnoski si è fatto conoscere con il suo debutto Pig (2021), acclamato film indipendente con Nicolas Cage, mentre A Quiet Place – Giorno 1 ha segnato il suo primo progetto all’interno di una grande proprietà cinematografica. Attualmente sta inoltre completando The Death of Robin Hood, con Hugh Jackman e Jodie Comer.

Dietro l’uscita di scena di Álvarez potrebbero esserci state divergenze creative. Secondo alcune indiscrezioni, il regista avrebbe voluto riportare nel franchise il personaggio di David, interpretato da Michael Fassbender, mentre il produttore Ridley Scott, supervisore della saga, non sarebbe stato favorevole all’idea. Alien: Romulus, concepito come un ritorno alle atmosfere essenziali del film originale del 1979 diretto da Scott, si è rivelato un successo inaspettato, incassando circa 350 milioni di dollari nel mondo a fronte di un budget di circa 80 milioni. Tra gli elementi più apprezzati dal pubblico e dalla critica c’è stata l’interpretazione di Cailee Spaeny nel ruolo di Rain, personaggio che molti hanno paragonato a una nuova versione della storica Ripley.

LEGGI ANCHE: Alien: Romulus, Fede Álvarez afferma che il sequel eviterà un problema del franchise

Denzel Washington presto in Italia per le riprese del kolossal storico di Netflix su Annibale

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Il nuovo kolossal storico prodotto da Netflix e dedicato alla figura di Annibale compie finalmente un passo decisivo verso la realizzazione. Il film, ancora senza titolo ufficiale, vedrà protagonista Denzel Washington e sarà diretto da Antoine Fuqua. Secondo quanto riportato da Variety, le riprese inizieranno nell’estate del 2026 in Italia.

La produzione avrà come base principale gli storici Cinecittà Studios di Roma. Attualmente nel Paese sono già in corso le attività di pre-produzione e la ricerca delle location, poiché gran parte delle scene del film verrà realizzata proprio sul territorio italiano.

Il progetto era stato annunciato per la prima volta nel 2023, quando Denzel Washington era stato scelto per interpretare il celebre generale cartaginese Annibale. La sceneggiatura è firmata da John Logan, tre volte candidato all’Oscar e autore di film come Il Gladiatore e The Aviator. Alla fotografia lavorerà invece Robert Richardson, vincitore di tre premi Oscar.

Secondo la sinossi ufficiale, il film sarà basato sulla figura storica di Annibale, considerato uno dei più grandi comandanti militari della storia. La narrazione seguirà in particolare le battaglie decisive combattute contro la Repubblica romana durante la seconda guerra punica. Tra gli episodi più celebri della sua campagna militare vi fu l’attacco a Roma cavalcando elefanti da guerra nordafricani. Dopo aver guidato l’esercito cartaginese e ottenuto importanti vittorie, arrivando a controllare gran parte dell’Italia meridionale per circa quindici anni, Annibale venne infine sconfitto dai romani nella battaglia di Zama, quando questi invasero il Nord Africa.

Il film segnerà la sesta collaborazione tra Washington e Fuqua dopo titoli come Training Day, The Equalizer, I magnifici 7 e The Equalizer 2. Il loro lavoro più recente insieme è stato The Equalizer 3 (2023), anch’esso girato in parte in Italia. Con una produzione ambiziosa e un cast di alto profilo, il progetto punta a diventare uno dei più importanti film storici realizzati negli ultimi anni per la piattaforma streaming.

Billie Eilish in trattative per il suo primo ruolo cinematografico nell’adattamento di The Bell Jar

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Billie Eilish sta valutando il suo primo ruolo cinematografico in The Bell Jar dopo aver ottenuto grandi consensi per il suo debutto come attrice. Deadline riporta infatti che la cantante è in trattative per recitare nell’adattamento cinematografico di Sarah Polley del romanzo di Sylvia Plath, The Bell Jar. Polley, che ha vinto un Oscar per la sceneggiatura di Women Talking, ha firmato per dirigere e scrivere il film, con Joy Gorman Wettels come produttrice.

The Bell Jar, l’unico romanzo pubblicato da Plath dopo due raccolte di poesie, è incentrato su una studentessa universitaria di nome Esther Greenwood che accetta uno stage a New York, ma le sue esperienze di vita con problemi di salute mentale finiscono per avere un impatto importante su quel percorso promettente. Il viaggio di Esther nel libro del 1963 è vagamente ispirato alla vita dell’autrice.

Il primo adattamento cinematografico del romanzo è uscito nel 1979, con Marilyn Hassett nel ruolo di Esther Greenwood. Purtroppo, il film è stato ampiamente stroncato dalla critica e ha ottenuto un punteggio dello 0% su Rotten Tomatoes. Negli anni successivi ci sono stati diversi tentativi di riadattare il romanzo della Plath, tra cui quello del 2007 con Julia Stiles e poi quello del 2016 con Dakota Fanning (e Kirsten Dunst alla regia). Anche una serie della Showtime che non è però mai stata realizzata.

Ora la Focus Features sta invece firmando per un remake completamente nuovo, che segnerebbe così il primo ruolo cinematografico di Billie Eilish. La pluripremiata cantante ha in realtà già recitato in un episodio di Swarm di Prime Video, che le è valso un People’s Choice Award per la performance televisiva dell’anno. Eilish ha anche condotto Saturday Night Live, è apparsa in Sesame Street, ha prestato la sua voce a When Billie Met Lisa e ha recitato nel documentario Billie Eilish: The World’s a Little Blurry e nei film-concerto Happier Than Ever: A Love Letter to Los Angeles e Hit Me Hard and Soft.

La carriera musicale di Billie Eilish

Eilish ha sfondato nel mondo della musica con successi come “Ocean Eyes”, “Bad Guy” e “Happier Than Ever”. Il suo album più recente è Hit Me Hard and Soft, pubblicato nel 2024. La cantante ha vinto 10 Grammy, tra cui quelli per il disco dell’anno, la canzone dell’anno, l’album dell’anno e il miglior artista emergente.

Anche se The Bell Jar sarà la prima volta che Eilish reciterà in un film, la sua musica ha già avuto un ruolo importante nell’industria cinematografica.

Lei e suo fratello Finneas, che co-scrive e produce la sua musica, hanno scritto il singolo omonimo del film di James Bond del 2021 No Time to Die, che ha vinto l’Oscar e il Golden Globe per la migliore canzone originale. Eilish ha poi ricevuto gli stessi riconoscimenti per la sua canzone di successo “What Was I Made For?”, presente nel film campione d’incassi Barbie.

Ora Eilish ha in programma uno dei progetti più importanti della sua carriera. Al momento, però, ha in programma solo di recitare in The Bell Jar e non di registrare alcuna musica per la colonna sonora. La data di uscita non è stata ancora annunciata.

Scarpetta, recensione: una Nicole Kidman convincente nella nuova serie Prime Video

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La serialità crime contemporanea continua a dimostrare una straordinaria capacità di reinventarsi, soprattutto quando attinge a materiali letterari solidi. È il caso di Scarpetta, nuova serie thriller distribuita su Prime Video e adattata da Liz Sarnoff a partire dalla celebre saga di romanzi di Patricia Cornwell. Al centro del racconto c’è la figura della dottoressa Kay Scarpetta, medico legale brillante e tormentata, interpretata da Nicole Kidman, che torna a occupare il ruolo di capo medico legale della Virginia dopo essere stata estromessa anni prima. Il suo ritorno, però, non coincide con un nuovo inizio rassicurante, bensì con una spirale di violenza, segreti e ricordi disturbanti che riemergono dal passato.

La serie costruisce fin dal primo episodio un’atmosfera cupa e inquietante, intrecciando una trama investigativa complessa con un dramma familiare denso di tensioni. Il risultato è un crime thriller intenso, capace di alternare momenti di crudezza visiva a riflessioni più sottili sui traumi, sulla memoria e sul peso delle decisioni prese molti anni prima.

Scarpetta: un crime che scava nel passato

Cortesia di Prime Video

La struttura narrativa di Scarpetta si basa su un continuo dialogo tra presente e passato. La storia prende avvio nel cuore della notte, quando Kay viene svegliata poche ore dopo aver ripreso il suo incarico: il corpo di una donna è stato ritrovato vicino ai binari ferroviari, nudo e legato. Una scena brutale che immediatamente richiama alla memoria un caso avvenuto quasi trent’anni prima.

Da questo momento la serie costruisce un doppio piano temporale estremamente efficace. Nel presente, Kay – affiancata dal marito Benton Wesley, profiler dell’FBI – cerca di capire se il nuovo omicidio possa essere collegato a quello che, 28 anni prima, aveva segnato la sua carriera. Nel passato, invece, seguiamo una versione più giovane della protagonista mentre affronta una serie di delitti seriali che terrorizzano la città di Alexandria alla fine degli anni Novanta.

Questo meccanismo narrativo non è soltanto un espediente stilistico: serve a mostrare come le verità investigative possano essere fragili e come una convinzione consolidata nel tempo possa improvvisamente incrinarsi. Man mano che Kay e il detective Pete Marino riaprono il caso, emerge il dubbio più destabilizzante possibile: e se la persona arrestata decenni prima non fosse stata quella giusta?

Il peso della violenza e il realismo dell’indagine

Uno degli elementi più distintivi della serie è il modo in cui rappresenta la morte. Scarpetta non attenua la brutalità dei crimini e non cerca scorciatoie visive per renderli più digeribili. I corpi, le autopsie e i segni della decomposizione vengono mostrati con un realismo che può risultare disturbante, ma che serve a ricordare costantemente allo spettatore la dimensione fisica e irreversibile della violenza.

Kay Scarpetta, in quanto medico legale, affronta la morte come un enigma scientifico. Ogni autopsia diventa un processo di decodifica: i segni sul corpo raccontano una storia che la protagonista deve interpretare con precisione quasi chirurgica. In questo senso la serie mantiene sempre salda la sua dimensione procedurale, anche quando la trama si complica con rivelazioni e sottotrame.

Il ritorno di Pete Marino, ormai in pensione, aggiunge ulteriore spessore all’indagine. Il loro rapporto è costruito su anni di lavoro condiviso e su una fiducia reciproca che va oltre la semplice collaborazione professionale. Riportarlo in campo significa anche riaprire ferite emotive legate al vecchio caso, costringendo entrambi a confrontarsi con errori e dubbi che credevano di aver lasciato alle spalle.

Cortesia di Prime Video

Una famiglia piena di fratture

Se la dimensione investigativa rappresenta il motore della storia, quella familiare ne costituisce il cuore emotivo. La vita privata di Kay è tutt’altro che stabile: la protagonista vive insieme al marito Benton nella grande casa d’infanzia dell’uomo, un luogo che ospita anche sua sorella Dorothy e Pete Marino, che nel frattempo è diventato suo cognato.

La convivenza è già di per sé insolita, ma a complicarla ulteriormente c’è la presenza di Lucy, figlia di Dorothy e recentemente rimasta vedova. Lucy vive nella dependance della proprietà ed è stata cresciuta proprio da Kay, che l’ha accolta quando aveva undici anni. Questo dettaglio, apparentemente secondario, diventa centrale nella costruzione delle dinamiche familiari.

Attraverso i flashback scopriamo infatti le ragioni che hanno portato Dorothy ad affidare la figlia alla sorella, e come questo gesto abbia creato una dipendenza emotiva tra Kay e Lucy che continua a generare conflitti. Dorothy, ancora oggi, fatica ad accettare quel legame quasi simbiotico tra la figlia e la sorella.

La casa, quindi, diventa uno spazio di tensione permanente. Ogni personaggio porta con sé una frattura emotiva: Lucy affronta il lutto, Dorothy vive con un senso di risentimento mai sopito, mentre Kay cerca di mantenere un equilibrio tra la propria vita professionale e un ambiente domestico carico di conflitti irrisolti.

Nicole Kidman e un cast che regge la tensione

Gran parte dell’efficacia della serie deriva dall’interpretazione di Nicole Kidman, che costruisce una Kay Scarpetta complessa e stratificata. La sua protagonista non è un’eroina invulnerabile, è una donna che porta sulle spalle il peso delle proprie decisioni e delle aspettative altrui.

Kidman riesce a rendere credibile sia la freddezza professionale del medico legale sia la fragilità emotiva che emerge nelle dinamiche familiari. Nei momenti di autopsia appare metodica e imperturbabile; nelle scene domestiche, invece, lascia intravedere una tensione costante che rivela quanto il passato continui a influenzarla.

Anche il resto del cast contribuisce a mantenere alto il livello della tensione. Benton Wesley rappresenta una presenza più razionale e analitica, mentre Pete Marino incarna il lato più istintivo dell’indagine. La loro interazione con Kay crea un triangolo professionale credibile, fondato su fiducia, esperienza e divergenze di metodo.

Cortesia di Prime Video

Un racconto sulla mostruosità

Uno degli aspetti più interessanti di Scarpetta è il modo in cui affronta il concetto di mostruosità. I killer, naturalmente, rappresentano la forma più evidente del male. Tuttavia la serie suggerisce che la violenza non sia l’unica manifestazione possibile della crudeltà umana.

Attraverso i suoi personaggi e le sue dinamiche sociali, il racconto mette in luce anche altre forme di brutalità: il sessismo radicato nelle istituzioni degli anni Novanta, la pressione politica sulle indagini e la tendenza dell’opinione pubblica a costruire verità comode pur di chiudere rapidamente un caso.

In questo senso la serie non si limita a raccontare un’indagine criminale, ma riflette su come la società reagisca alla violenza e su come determinate strutture di potere possano influenzare il corso della giustizia.

Il risultato è un thriller che mantiene sempre alta la tensione narrativa senza perdere di vista la dimensione umana dei suoi personaggi. Con otto episodi distribuiti in un’unica soluzione, Scarpetta costruisce un racconto compatto e coinvolgente, capace di mescolare investigazione, dramma familiare e riflessione sociale.

È proprio questo equilibrio tra brutalità e introspezione a rendere la serie particolarmente efficace: un viaggio oscuro nella mente dei criminali, ma anche nelle fragilità di chi cerca di fermarli.

Keeper – L’eletta, la recensione di un horror fuori porta

Keeper – L’eletta, la recensione di un horror fuori porta

Ci sono dei pro e dei contro nello scegliere di ambientare un film come Keeper – L’eletta nell’ennesima casa nel bosco occupata dall’ennesimo regista di horror, se non fosse che Osgood ‘Oz’ Perkins non è l’ennesimo regista horror. E non solo perché figlio di Anthony ‘Psycho’ Perkins e portatore ‘sano’ – ammesso lo sia – di un DNA che invece dei cromosomi intreccia magioni isolate e gli orrori che possono nascondersi dietro una porta chiusa. Senza rifarsi all’esordio di February datato 2015 o concentrarsi troppo sull’ultimo The Monkey (nel quale appariva la stessa protagonista), già in Sono la bella creatura che vive in questa casa del 2016 e nel sorprendente Longlegs con Nicolas Cage, il ‘figlio d’arte’ si era fatto notare e aveva manifestato una certa predilezione per suggestioni inquietanti ed eredità alle quali si preferirebbe rinunciare.

La trama di Keeper – L’eletta

Stavolta, la protagonista assoluta è la ‘She-Hulk’ Marvel Tatiana Maslany, già in Orphan Black e ‘sfortunata in amore’ anche nel precedente incubo di Perkins (ma che col genere aveva avuto a che fare da esordiente, da Licantropia Apocalypse e The Messengers dei fratelli Pang a Le cronache dei morti viventi di Romero). È lei la giovane pittrice Liz, cittadina e forse un po’ hipster, convinta dall’amato Malcolm (Rossif Sutherland, secondogenito del celebre Donald e nel 2022 nel prequel dell’Orphan di Jaume Collet-Serra) a passare il loro primo anniversario nella isolata baita di famiglia nei boschi della British Columbia. Poco a suo agio in un tale contesto, la donna inizia a sentirsi ancora più a disagio per l’arrivo del cugino Darren e della sua misteriosa fidanzata Minka, che sussurra a Liz di non mangiare la torta trovata in cucina e lasciata come ‘benvenuto’ dalla custode. Una strana torta al cioccolato che Liz, nonostante non sia amante di quel cibo degli dei, divora nottetempo. La scomparsa di Malcolm, costretto a tornare in città da una emergenza, e di Darren, arrivato in assenza del cugino, coincidono con l’inizio di una serie di visioni terrificanti e disturbanti che fanno da preludio a un redde rationem dalle conseguenze imprevedibili. Per tutti.

Nella tana del bianconiglio

Girato durante lo stop delle riprese di The Monkey per lo sciopero di Hollywood del 2023, il film vive dell’anima canadese delle location e degli interpreti (esenti dai condizionamenti della SAG-AFTRA, come lo sceneggiatore, non affiliato alla Writers Guild of America) e di una atmosfera che Perkins costruisce con sapienza ammiccando di volta in volta al serial thriller – nel prologo – al folk horror – delle fughe nel bosco (e nel passato) – fino al dramma psicologico e sentimentale. Che si sviluppa intorno alla Maslany, sorta di Alice ben lontana dal Paese delle Meraviglie, eppure analogamente spaesata di fronte alla possibilità che il fidanzato che credeva bianconiglio possa averla invitata a qualcosa di peggio di un ‘non compleanno’, e che si ritrova in una dimensione surreale dopo il voluttuoso banchetto notturno che dicevamo.

Il naufragar dopo il dolce

Un morso, e inizia un viaggio senza ritorno, tra passato e presente, tra creature e mostri terreni, spiriti legati a un trauma originario, a una maledizione che si perpetua attraverso il sangue, né Miyazaki né Raimi. Nel quale Perkins molla ogni zavorra, svincolandosi da qualsiasi limite narrativo, e sviluppa una serie di connessioni apparentemente senza senso, ma che permetteranno di comprendere il misterioso finale, esplicito e suggestivo insieme. In Keeper, infatti, il terrore avvolge lentamente, trasformandosi improvvisamente da paranoia a condanna senza scampo, senza liberatori e catartici jumpscare, con un crescendo di ansia, immagini sovrapposte e un sonoro disturbante, che scava sotto la soglia della coscienza.

Quello che nel doloroso ‘manuale d’amore’ del prologo sembrava un serial thriller come tanti, svela un interessante e suggestivo ibrido dal DNA che vediamo mutare sotto i nostri occhi. Confermando, per altro, la mano e la sensibilità del regista, e la sua capacità di insinuarsi negli angoli più rassicuranti della nostra (in)coscienza per spingerci in un abisso nel quale vivi e morti si sovrappongono, vissuto e memoria combaciano in un limbo nel quale il tempo scompare. La stessa Liz, alla fine, vive un rovesciamento inatteso a seguito di un ‘invito’, una presa di coscienza che pure non porta con sé nessuna liberazione, ma solo un cambio di ruolo nella gabbia dalla quale avrebbe – come tutti – voluto scappare.

Il Testamento di Ann Lee: recensione del film di Mona Fastvold – Venezia 82

Tra le voci più autentiche e riconoscibili della nuova generazione di cineasti, Brady Corbet ha saputo inquadrare nel corso di tre film tre epoche storiche differenti, il tutto tramite lo sguardo di personaggi fittizi che potrebbero incontrare a ogni angolo la realtà. Per farlo, ha sempre intrecciato le mani con Mona Fastvold, sua compagna anche nella vita. Dopo il Leone d’oro alla miglior regia lo scorso anno a Venezia con The Brutalist, poi consacrato definitivamente agli Academy Awards, è ora Mona ad approdare come regista in concorso a Venezia 82 con Il Testamento di Ann Lee, supportata dal marito alla sceneggiatura.

Il film è una rivisitazione speculativa della vita della predicatrice religiosa Ann Lee, fondatrice del movimento radicale degli Shakers, diffusosi prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti sul calare del XVIII secolo, qui interpretata da Amanda Seyfried. Il nome di questo ramo del calvinismo puritano deriva proprio dai movimenti agitati e “tremolanti” che caratterizzavano gli atti estatici da cui erano composti i loro rituali.

La donna vestita di sole

Il primo canto è di una ragazza di Manchester. Al posto di sognare futili giocattoli, la piccola Ann Lee aveva visioni celesti. Il disprezzo per la convivenza carnale si manifestò presto nel suo cuore, controbilanciato da una distesa d’amore infinita per il fratello, il piccolo William (Lewis Pullman). Cercando di dare un senso al grigiore del suo destino, ma ancora senza una strada precisa, Ann incontra e sposa Abrahm (Christopher Abbott), uomo la cui attitudine decisamente autoritaria rinchiude la spiritualità della donna. Insieme, hanno quattro figli, tutti nati morti o sopravvissuti solo fino all’anno di nascita. Così, obbligata a rinunciare a ciò che sentiva (il matrimonio al posto della fede), piegata dalla sofferenza dei lutti improvvisi, Ann ha una visione mistica in cui le si rivela l’intero mondo spirituale e di essere la seconda venuta di Cristo in forma di donna.

Ann, nel frattempo confinata in prigione, giunge a una consapevolezza: trasformerà il dolore in evangelizzazione. La sua tenda terrena si distrugge, freme dentro di lei la fame e sete di giustizia. Aggregandosi a sè alcuni membri di una comunità di quaqqueri (tra questi ci sono Thomasin McKenzie e Stacey Martin), inizia a predicare che l’abnegazione tramite il celibato e il duro lavoro sono la chiave per garantirsi l’accesso al paradiso. La donna è però preoccupata per il tempo perso, che scorre, in maniera analoga a un altro “padre fondatore” americano, Hamilton, che il mondo letterario e dello spettacolo hanno riportato in auge con il musical di Lin-Manuel Miranda.

Le radici dell’albero della fede

Il Testamento di Ann Lee

Il secondo è di una donna. Tutto è concerto, tutto è estate: cantando questi inni di gioia il gruppo approda a New York con l’obiettivo di piantare l’albero della fede nella Nuova Terra. Fastvold, il cui background è profondamente radicato nelle arti performative, intesse un racconto musicale in cui l’espressione artistica è legge massima dello stare in gruppo, un’utopia tramite cui reinventare la propria vita che divenne rapidamente molto più appetibile di altre, perchè madre Ann non avrebbe mai professato principi invalidi per lei o che non avrebbe potuto praticare in prima persona.

Amanda Seyfried è perfetta nell’incarnare l’idea di una leader evangelica che chiama a sè, non impone mai. I canti e le danze esplodono solo all’unisono, sulla dolce scia di una voce guida, che non attira mai l’attenzione seguendo il principio dell’adorazione, ma vuole solo sprigionare empatia ed uguaglianza.

Una casa dove tutto ha un proprio posto

Il terzo è di una madre. Dopo essersi radicati nelle foreste di Niskeyuna, inizia la crociata spirituale. Ann si cura poco della guerra che infuria attorno a lei, porta avanti un’utopia di totale equità, che riunisce persone di ogni genere in un’America in realtà completamente divisa e annientata dalla piaga della schiavitù. Nonostante i tentativi di negare questa leadership femminile – verrà accusata di stregoneria e verrà dichiarato che, pur avendo sembianze femminili, non può essere definita donna – Ann sbarca nel Nuovo Mondo con un solo obiettivo: creare una casa dove ogni cosa ha un posto. E proprio questa forza propulsiva, questo progetto così preciso che la mistica ha in mente guardando al futuro, è ravvisabile nel lavoro su ogni reparto assemblato da Fastvold e Corbet. Si capisce che, quello alle loro spalle, è un team ormai ben consolidato che, con questo film, ha confermato ulteriormente che creare ha senso solo nela condivisione.

Kate Winslet in trattative per il ruolo da protagonista in Hunt for Gollum

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Kate Winslet si avventura da Pandora alla Terra di Mezzo. L’amata attrice, che ha recentemente recitato in Avatar: Fuoco e Cenere di James Cameron, è in trattative per recitare in Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum. Si unirà ad Andy Serkis, che dirigerà il film oltre a riprendere il ruolo della creatura della trilogia originale. La Warner Bros. non ha confermato chi apparirà nel prossimo film, ma si vocifera che Elijah Wood e Ian McKellen torneranno rispettivamente nei ruoli di Frodo Baggins e Gandalf.

Peter Jackson, che ha originariamente adattato il romanzo di J. R. R. Tolkien per il grande schermo, sta producendo The Hunt for Gollum con i suoi partner creativi Fran Walsh e Philippa Boyens. “Saranno coinvolti in ogni fase del progetto”, ha dichiarato David Zaslav, CEO di Warner Bros. Discovery, durante una conference call sui risultati finanziari del 2024.

LEGGI ANCHE: Leo Woodall, star di Vladimir, sarebbe in trattativa per interpretare Aragorn in The Hunt for Gollum

Questo progetto riunirà Winslet con Jackson, che l’ha diretta in “Creature del cielo” del 1994. L’uscita di The Hunt for Gollum è prevista per il 17 dicembre 2027. I dettagli della trama non sono stati confermati, ma la storia sarebbe ambientata tra gli eventi de “Lo Hobbit” e “La Compagnia dell’Anello”.

La Warner Bros. è in procinto di essere venduta a Paramount Skydance, il che potrebbe mandare in tilt il programma di sviluppo dello studio. Tuttavia, è improbabile che la potenziale fusione interrompa i piani per “Caccia a Gollum”, poiché “Il Signore degli Anelli” è uno dei franchise cinematografici più importanti della Warner Bros.. “Il Signore degli Anelli” e la serie prequel “Lo Hobbit” hanno ottenuto grandi incassi al botteghino, con ciascuna trilogia che ha incassato circa 2,8 miliardi di dollari al botteghino globale.

Reminders of him – La parte migliore di te: recensione del film di Vanessa Caswill

Negli anni Duemila, il filone drammatico-sentimentale aveva ritrovato vigore grazie ai libri di Nicholas Sparks, tra gli autori più apprezzati del genere. Il suo è stato un ruolo importante perché capace di toccare le corde giuste per raccontare quell’amore viscerale – e i drammi ad esso legati – nella loro pienezza, pur mantenendo una certa leggerezza nei toni. Oggi quella stessa funzione sembra essere stata raccolta da Colleen Hoover, diventata una delle penne rosa più redditizie d’America. Come già accaduto con il suo predecessore, anche i suoi romanzi stanno cedendo alla seduzione della trasposizione cinematografica: e l’ultima operazione è Reminders of Him – La parte migliore di te.

Diretto da Vanessa Caswill e sceneggiato dalla regista con l’aiuto della stessa Hoover, il film prova a collocarsi nella scia delle pellicole sparksiane citate sopra, puntando sugli stessi snodi lacrimevoli e amorosi che hanno reso popolare questo tipo di racconto sentimentale. Dopo la biondissima Blake Lively, arriva un’altra protagonista che con la collega condivide lo stesso colore di capelli: Maika Monroe, meno avvezza ai territori del sentimentale ma comunque capace di offrire una sua interpretazione credibile di Kenna. Accanto a lei Rudy Pankow, Lauren Graham, Bradley Whitford e Lainey Wilson. Il film arriverà nelle sale distribuito da Universal Pictures dal 12 marzo.

Reminders of him – La parte migliore di te

La storia si apre a Laramie, cittadina del Wyoming. Kenna è una ragazza che si guadagna da vivere facendo la commessa. Un incontro fortuito con Scotty le cambia la vita: tra i due nasce una relazione importante che però viene spezzata da un incidente in cui il ragazzo perde la vita proprio il giorno del suo compleanno. Kenna, non avendo più ragioni per cui vivere, decide in tribunale di assumersi la responsabilità di quanto accaduto, finendo in carcere. Anni dopo, uscita di prigione, la ragazza torna nella cittadina con un unico scopo: incontrare la figlia Diem, nata da una gravidanza portata a termine durante la detenzione. La bambina vive con i nonni paterni, che però non vogliono vedere Kenna, attribuendo a lei la colpa della morte del figlio. L’unico che cerca di starle accanto è Ledge, il migliore amico di Scotty, molto legato anche alla piccola. Tra i due inizia lentamente a nascere un sentimento, ma il peso del passato e le ferite non ancora guarite rendono ogni passo complesso, costringendo Kenna a confrontarsi con ciò che è accaduto.

Reminders of him

Un melodramma affaticato

Sulla falsariga dei canovacci dei film tratti dai romanzi di Nicholas Sparks e delle serie televisive nate dai libri di Robyn Carr, come Virgin River, Reminders of Him – La parte migliore di te cerca di costruire un proprio carattere puntando soprattutto sull’emotività. L’ossatura del film si regge infatti su una storia attraversata da eventi tragici e amari, che avrebbero dovuto aprire la strada a una serie di momenti accorati pensati per fare leva sulla sensibilità dello spettatore. Se però nelle pellicole tratte da Sparks esisteva comunque una certa linearità e coerenza narrativa, nel caso di Reminders of Him la sceneggiatura sembra perdere incisività già poco dopo il primo atto.

L’inizio è carico di dolore: quello che Kenna prova per la perdita di Scotty e per l’impossibilità di vedere la figlia. Tuttavia, con l’ingresso nella storia del suo amore predestinato, Ledge, quel dolore sembra improvvisamente accantonarsi, come se la narrazione decidesse di privilegiare la nuova relazione invece di costruire un vero crescendo emotivo tra le due dimensioni. Un passaggio azzardato, che si lega con difficoltà al pathos introdotto all’inizio e al voice over struggente della protagonista (che appesantisce), finendo per spezzare la magia stessa della relazione e il coinvolgimento emotivo generato dalla complessa situazione in cui Kenna si trova.

Kenna e Ledge: eredi delle grandi coppie di Nicholas Sparks

Alle evidenti falle di sceneggiatura non viene purtroppo in soccorso neppure la regia, che accompagna le sequenze con una visione piuttosto timida. Il risultato è un racconto che tende progressivamente a sfaldarsi e che, per raggiungere le circa due ore di durata, ricorre a diverse scene riempitive: momenti che non arricchiscono davvero il materiale narrativo e finiscono anzi per generare un effetto quasi soporifero. Guardando Reminders of Him – La parte migliore di te si è poi investiti da una costante sensazione di attesa che però non trova mai piena soddisfazione. L’obiettivo di Kenna — dimostrare ai suoceri il proprio cambiamento — fatica a prendere forma sullo schermo, e quello che dovrebbe essere il punto nevralgico del film resta invece un elemento narrativo poco sviluppato, che avrebbe potuto dare maggiore energia e valore alla storia.

Reminders of him film

Si salva il feeling che riempie lo schermo tra Rudy Pankow e Maika Monroe, degni eredi di Amanda e Dawson (The Best of Me) e Logan e Beth (Ho cercato il tuo nome), le coppie che più presentano analogie con i protagonisti delineati dalla Hoover. Dispiace che il risultato di questa trasposizione non sia dei migliori. Resta la speranza che, qualora si decida di adattare altri romanzi dell’autrice, si possa trovare una visione più completa e matura di ciò che si vuole raccontare, anche all’interno dei territori del cinema mainstream.

One Piece – Stagione 2, la spiegazione del finale: i prossimi cattivi e la connessione con Gold Roger

La stagione 2 di One Piece (qui la nostra recensione) potrebbe non concludersi con Monkey D. Luffy che riduce una torre in macerie con un solo calcio, ma riesce comunque a colpire con grande forza. Dopo le tappe a Loguetown, Reverse Mountain, Whisky Peak e Little Garden, la fase finale della seconda stagione live-action di One Piece si svolge nel Regno di Drum, quando Wapol, con Baroque Works come benefattore, tenta di riprendere il controllo dell’isola che un tempo governava.

I Cappello di Paglia si dividono i compiti: Zoro e Usopp respingono l’esercito di Wapol insieme a Dalton e Kureha, Sanji e Chopper affrontano i luogotenenti di Wapol, mentre Luffy si occupa personalmente di Wapol con l’aiuto di Vivi. Dopo che il chiacchierone malvagio viene mandato al tappeto con un pugno e i petali rosa dei ciliegi iniziano a cadere, tutto torna alla normalità nel Regno di Drum. Gli Straw Hat riprendono il mare con Chopper come nuovo membro dell’equipaggio.

Il finale della stagione 2 prepara direttamente la stagione 3

Uno dei vantaggi di adattare fedelmente un manga con oltre 1000 capitoli è sapere sempre dove andrà la storia. Così come la stagione 1 di One Piece si concludeva con la promessa di raggiungere la Grand Line, la stagione 2 termina con la Going Merry diretta verso Alabasta.

Per questo motivo, la stagione 3 sarà molto diversa dalle precedenti. Se nelle prime due stagioni l’equipaggio di Luffy saltava da un’isola all’altra vivendo avventure in giungle, montagne, terre innevate e persino parchi a tema acquatici, la prossima stagione sarà ambientata quasi interamente nel regno desertico di Alabasta.

L’obiettivo sarà scacciare Baroque Works dalla terra di Vivi. Per ragioni che la versione live-action non ha ancora rivelato, l’organizzazione criminale ha messo radici ad Alabasta e sta tramando qualcosa di losco. Vivi ha rischiato la vita infiltrandosi come agente di Baroque Works, ma ora che la sua copertura è saltata, lei e gli Straw Hat dovranno affrontare i loro nemici direttamente.

Nel manga di Eiichiro Oda è una situazione abbastanza comune, ma la prossima stagione live-action di One Piece sarà la prima saga ambientata quasi interamente in un unico luogo, con gli Straw Hat contrapposti a una grande organizzazione di antagonisti.

Chi è Crocodile? Il principale villain della stagione 3

Il capo di questa organizzazione fa il suo vero debutto alla fine della stagione 2. Il misterioso Mr. 0 appare brevemente quando gli Straw Hat sono a Little Garden, ma nel finale vediamo finalmente il personaggio interpretato da Joe Manganiello in tutta la sua malvagia gloria. Ancora più importante, gli ultimi momenti della stagione rivelano la vera identità di Mr. 0: il leader di Baroque Works è Crocodile, ex pirata e attuale membro della Flotta dei Sette (Seven Warlords).

La domanda immediata è: un membro della Flotta autorizzato dal Governo Mondiale può invadere un paese affiliato come Alabasta? La risposta è no, ed è proprio per questo che Crocodile è ossessionato dal mantenere segreta la sua identità. Se il Governo scoprisse cosa sta facendo, perderebbe immediatamente il suo titolo.

Perché Crocodile vuole Alabasta?

Vivi non sa ancora con certezza perché Crocodile sia interessato ad Alabasta, ma la stagione 2 lascia diversi indizi. Sappiamo che il regno è governato dalla famiglia Nefertari, con il padre di Vivi sul trono. Sono considerati governanti giusti e benevoli. Tuttavia Crocodile sembra seminare discordia nel regno e fomentare segretamente una ribellione contro la famiglia reale.

Secondo Garp, il paese è già sull’orlo della guerra civile. È plausibile che Crocodile voglia sfruttare il caos per prendere il trono.

SPOILER DEL MANGA

Nel manga di One Piece viene spiegato il vero motivo: Crocodile conosce un segreto su Alabasta — l’isola custodisce la posizione di una leggendaria nave da guerra chiamata Pluton.

Con quest’arma, Crocodile diventerebbe immediatamente una delle forze più potenti della Grand Line. Poiché la famiglia Nefertari protegge quel segreto con la propria vita, Crocodile deve eliminarli.

FINE SPOILER

Cr. Courtesy of Netflix © 2025

Vivi è ora una membro dei Cappello di Paglia?

Alla fine della stagione 2 Tony Tony Chopper diventa ufficialmente il medico dell’equipaggio. Ma potrebbe non essere l’unico nuovo membro.

Da quando è salita sulla Going Merry, Vivi si è sempre considerata solo una passeggera. Tuttavia, dopo aver sentito Luffy dichiarare con passione che aiuterà a liberare Alabasta da Baroque Works, la principessa accetta finalmente di essere parte dell’equipaggio.

La situazione però è più complessa perché da un lato Vivi è stata completamente accettata dagli Straw Hat, ma dall’altro, la sua missione è salvare il regno che un giorno dovrà governare. È quindi improbabile che abbandoni definitivamente il suo popolo. Per questo Vivi è meglio considerarla una Cappello di Paglia “onoraria”: Luffy la considererà sempre una compagna, ma non resterà stabilmente sulla Going Merry.

Perché Kureha insulta Chopper nel loro ultimo dialogo

Nonostante il carattere duro della Dr. Kureha, lei e Chopper condividono un legame molto affettuoso. Per questo sorprende che nell’ultima conversazione lo insulti ripetutamente e lo accusi di essere ingrato per voler partire con gli Straw Hat.

In realtà non lo pensa davvero. Lo dimostra il fatto che aveva già preparato tutte le sue provviste mediche per il viaggio. Il motivo è perché Kureha usa la durezza come meccanismo di difesa e non vuole affrontare un addio sentimentale.

Inoltre probabilmente sta mettendo alla prova Chopper. Sa che la Grand Line sarà durissima, soprattutto seguendo un capitano che vuole diventare Re dei Pirati. Se Chopper si lasciasse scoraggiare dalle sue parole, non sarebbe pronto per il viaggio. Il fatto che resista è il primo passo della sua nuova avventura.

Il “segreto” di Chopper nel finale

Quando Chopper sistema le sue cose sulla Going Merry, si vede che porta con sé un contenitore con piccole sfere rotonde. Quando gli chiedono cosa siano, risponde che è un “segreto”.

Si tratta delle Rumble Ball, una droga sviluppata da Chopper che sblocca trasformazioni aggiuntive del suo Frutto del Diavolo. Finora abbiamo visto in forma di renna, forma umana grande, forma ibrida. Le Rumble Ball permettono altre trasformazioni: una difensiva, una per saltare, una da combattimento e una che ingrandisce le corna.

Tuttavia hanno effetti collaterali pericolosi: durano solo 3 minuti, e se Chopper prende più di due pillole in poco tempo attiva una trasformazione mostruosa che non riesce ancora a controllare.

Il legame tra Luffy e Gol D. Roger

Negli ultimi momenti della stagione 2, Kureha rivela la verità sul nome di Gold Roger: in realtà si chiama Gol D. Roger, proprio come Luffy si chiama Monkey D. Luffy. Kureha menziona anche la misteriosa “Volontà della D.” (Will of D.).

Anche dopo oltre 1000 capitoli, il manga non l’ha spiegata completamente, ma alcune cose sono note: chi porta la D. nel nome discende da un antico clan che è considerato il nemico naturale degli “dei”, ovvero il Governo Mondiale.

Personaggi come Roger, Luffy, Garp e Dragon appartengono a questa stirpe. Luffy e Roger non sono parenti diretti, ma condividono tratti caratteriali simili, motivo per cui molti personaggi vedono lo spirito di Roger in Luffy.

Il manga ha anche suggerito che la “D” potrebbe significare “Davy”, riferendosi a un leggendario pirata chiamato Davy Jones, che si oppose ai leader del mondo di One Piece. I personaggi con la “D” sembrano portare avanti la sua volontà, ma il significato completo del mistero non è stato ancora rivelato.

Un amore a 5 stelle: il film è ispirato ad una storia vera?

Un amore a 5 stelle: il film è ispirato ad una storia vera?

Una commedia romantica che farà sentire il pubblico tutto confuso dentro e allo stesso tempo gli strapperà una bella risata, Un amore a 5 stelle mette insieme tutto questo e lo racchiude in un pacchetto pulito e memorabile. Interpretato da Jennifer Lopez e Ralph Fiennes nei ruoli principali e diretto da Wayne Wang, è ambientato nel quartiere Manhattan di New York City. È incentrato su Marisa, una madre single che lavora come cameriera in un hotel. Mentre è al lavoro, viene scambiata per un’ospite da un politico di alto profilo, che gradualmente si innamora di lei.

Man mano che il film procede, la narrazione mostra quanto siano distanti i loro mondi. Dalla sua uscita nel 2002, Un amore a 5 stelle ha riscosso un enorme successo come film romantico che ha ispirato molte altre pellicole simili nel corso degli anni. Tuttavia, la sua vera origine potrebbe non essere molto nota, il che porta a chiedersi: il film potrebbe essere basato su una storia vera?

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Un amore a 5 stelle è ispirato ad una storia vera?

Le narrazioni cinematografiche ispirate sono solitamente modificate per adattarsi al grande schermo, e Un amore a 5 stelle fa esattamente questo. Sebbene i personaggi e gli avvenimenti del film siano inventati, sembra che la storia del film abbia un fratello gemello nel mondo reale: l’improbabile matrimonio tra Steven Clark Rockefeller e Anne-Marie Rasmussen nel 1959. Anche se il regista Wayne Wang e gli sceneggiatori John Hughes e Kevin Wade non hanno direttamente attribuito a questo episodio il merito di aver ispirato il film, la sua trama è più o meno equivalente a quella del film.

Ralph Fiennes e Jennifer Lopez in Un amore a 5 stelle
Ralph Fiennes e Jennifer Lopez in Un amore a 5 stelle

In una storia d’amore degna del cinema, Steven Clark Rockefeller, figlio del governatore di New York e vicepresidente Nelson Rockefeller, sposò una cameriera, Anne-Marie Rasmussen, che lavorava nell’hotel della sua famiglia a Manhattan. Come Cenerentola e il Principe Azzurro, Steven e Anne-Marie si incontrarono segretamente sullo yacht di famiglia nell’estate del 1956. Si innamorarono nonostante le difficoltà di comunicazione, dato che la ragazza, originaria della Norvegia, all’epoca non parlava bene l’inglese. Steven, membro della quarta generazione della famosa famiglia Rockefeller, era costantemente sommerso da discorsi di finanza e denaro.

Desiderava, per una volta, avere una conversazione normale con una persona, ed è così che è iniziata la loro storia d’amore. Durante l’estate del 1959, la coppia si sposò a Søgne, in Norvegia, con una cerimonia che sembrò essere piuttosto modesta. Tutti i media si avventarono su questa storia come se non ci fosse un domani. Una luce incandescente che brillava attraverso le opache possibilità dell’amore si era appena accesa per tutti, poiché una persona comune era diventata una delle più ricche al mondo.

Lei era la figlia del signor Kristian Rasmussen, un droghiere originario di Søgne, e lui era cresciuto circondato da alcune delle persone più influenti del pianeta. La coppia ebbe tre figli: Steven Clark Rockefeller, Jr., Ingrid Rasmussen Rockefeller e Jennifer Rasmussen Rockefeller. Tutto sembrava andare per il meglio fino a quando Rockefeller chiese il divorzio 11 anni dopo, nel novembre 1969. In un’intervista al Washington Post, Rasmussen ricordò la sua storia da Cenerentola e ciò che ne era stato alla fine, dicendo: “È un peccato iniziare qualcosa e non finirla come si sperava”.

Ralph Fiennes e Stanley Tucci in Un amore a 5 stelle
Ralph Fiennes e Stanley Tucci in Un amore a 5 stelle

Sebbene la storia di Un amore a 5 stelle differisca da quella della coppia nella vita reale, alcuni elementi essenziali calzano a pennello. Il fatto che sia Christopher nel film che Steven Rockefeller siano illustri gentiluomini ricchi e governanti, insieme al fatto che Marisa e Anne-Marie siano entrambe cameriere in un hotel, fa sì che il film sembri riflettere leggermente la storia di Anne-Marie e Steven. Per rendere il personaggio più facile da identificarsi, la personalità, il carattere e le situazioni di Marisa sono stati sviluppati in modo da essere accessibili al grande pubblico.

Le sue difficoltà sono molto comuni nella vita reale, insieme al fatto che è una madre single con un figlio di 10 anni. Sebbene non ci siano molte informazioni sulla vita di Anne-Marie prima del matrimonio in particolare, le difficoltà che Marisa deve affrontare potrebbero facilmente essere le stesse di Anne-Marie. Marisa è un personaggio forte, con tratti caratteriali casuali e quotidiani che chiunque può comprendere. D’altra parte, abbiamo Christopher, l’esatto opposto, la cui educazione è stata ben documentata, circondato da influenze e persone ricche e potenti. Christopher è bombardato dall’attenzione dei media e del pubblico e non ha la possibilità di avere una conversazione normale che non riguardi la politica o la ricchezza.

Sembra identico ai problemi di Steven Clark Rockefeller, che si è innamorato di Anne-Marie proprio per questo motivo. Quando Christopher e Marisa si incontrano per la prima volta, lui ha la possibilità di avere una vita normale e porta Marisa a fare una passeggiata in un parco vicino. Marisa, d’altra parte, ha la possibilità di essere accompagnata dalla fama e dalla fortuna, in modo del tutto identico alle storie di Steven Clark Rockefeller e Anne-Marie Rasmussen. La storia di Marisa e Christopher in Un amore a 5 stelle potrebbe non essere del tutto reale, ma è certamente un riflesso delle sfide affrontate da persone reali che trovano eco nelle storie della vita reale.

La misura del dubbio: la storia vera dietro il film

La misura del dubbio: la storia vera dietro il film

Il film La misura del dubbio (leggi qui la recensione) segna un nuovo capitolo nella carriera di Daniel Auteuil, qui non solo regista ma anche protagonista. Conosciuto per interpretazioni memorabili in titoli come La belle époque e Quasi nemici, Auteuil si cimenta questa volta in un thriller legale dallo stile riflessivo e misurato, mettendo in scena la complessità morale e psicologica dei suoi personaggi. La scelta di dirigere e interpretare contemporaneamente il film conferisce un taglio personale, mostrando la sua esperienza nel costruire tensione narrativa e caratteri sfaccettati in contesti realistici.

Il film prende le mosse dal libro Le Livre de Maître Mô, scritto dall’avvocato penalista e blogger francese Jean-Yves Moyart, che racconta esperienze giudiziarie reali con uno sguardo spesso ironico ma sempre attento alla complessità del diritto penale. La trasposizione cinematografica sceglie di concentrarsi su alcune delle vicende più emblematiche, adattandole a una struttura narrativa lineare e drammatica. Questo approccio permette di esplorare i dilemmi etici e le sfide procedurali che gli avvocati affrontano quotidianamente, rendendo il film al contempo istruttivo e avvincente.

Di genere prevalentemente drammatico con sfumature di thriller legale, La misura del dubbio si inserisce nel filone dei film giudiziari francesi che coniugano tensione processuale e approfondimento psicologico, avvicinandosi a titoli come 12 Conti in sospeso o L’Avvocato del Diavolo in chiave francese. La narrazione punta a rendere palpabile il conflitto tra legge, morale e giustizia, mostrando il peso delle decisioni umane all’interno del sistema giudiziario. Nel resto dell’articolo sarà proposto un approfondimento sulla storia vera che ha ispirato il film, confrontando i fatti reali con le scelte narrative di Auteuil.

La misura del dubbio
La misura del dubbio film (2024)

La trama di La misura del dubbio

Il film vede protagonista l’avvocato Jean Monier (Daniel Auteuil), noto per essere riuscito a far assolvere un assassino recidivo, ma che, dopo questo caso eclatante, ha scelto di non accettare altri casi di giustizia penale. Quando incontra Nicolas Milik (Grégory Gadebois), un padre di famiglia accusato dell’omicidio della moglie, Jean viene toccato profondamente dalla storia dell’uomo, che fa vacillare le sue certezze. Convinto dell’innocenza del suo cliente, l’avvocato è disposto a tutto pur di fargli vincere il processo in Corte d’assise, ritrovando in questo modo il senso della sua vocazione.

La storia vera dietro il film

Jean-Yves Moyart è nato a Lille il 21 ottobre 1967 da genitori insegnanti di lettere, crescendo in un ambiente colto e orientato allo studio. Dopo aver completato tutta la sua istruzione nella città natale, ha conseguito nel 1992 un DEA in “théorie de droit et sciences judiciaires” presso l’Université Lille-II, entrando lo stesso anno al Barreau de Lille. La sua carriera di avvocato penalista si è sviluppata davanti alle corti d’assise e ai tribunali correctionnels, collaborando inizialmente con professionisti come Philippe Simoneau e Christian Delbé, prima di fondare nel 1994 il proprio studio con Jérôme Pianezza. Parallelamente, si è dedicato all’insegnamento, dirigendo per sette anni un modulo di formazione in diritto penale presso il CRFPA di Lille.

Il suo nome è diventato noto al grande pubblico grazie al blog Maître Mô, inaugurato nel 2008 sotto pseudonimo. Qui Moyart raccontava casi reali con un tono diretto e ironico, offrendo uno sguardo autentico sulla giustizia penale ordinaria. La popolarità del blog crebbe rapidamente, fino a contare nel 2011 circa centomila lettori, anche grazie al supporto di figure influenti come Maître Eolas. Questi testi furono raccolti in un libro, Au guet-apens : chroniques de la justice pénale ordinaire, pubblicato da La Table Ronde, con una riedizione nel 2013, consolidando la sua reputazione di cronista e osservatore attento del diritto.

La notorietà di Moyart non si limitava alla scrittura: ha difeso casi di rilievo, spesso per clienti senza mezzi, grazie all’aide juridictionnelle. Tra i casi più importanti ci sono la difesa di Maître Eolas contro l’Institut pour la Justice e quella di Denis Waxin, noto per gravi reati. La sua pratica, sempre attenta alla dimensione etica e sociale della legge, gli consentiva di mescolare l’impegno professionale con la riflessione pubblica sul funzionamento della giustizia, guadagnandosi stima sia tra colleghi sia tra lettori interessati a storie reali di diritto penale. Inoltre, Moyart ha collaborato con la rivista XXI, firmando reportage come Au bout de la défense, ampliando il suo contributo al dibattito pubblico.

La sua vicenda personale aggiunge ulteriore profondità al suo racconto. Moyart ha continuato a lavorare con dedizione nonostante la malattia, fino alla sua scomparsa il 20 febbraio 2021, a 53 anni, a causa di un cancro. La sua morte ha suscitato un’ampia risonanza nella comunità legale francese e tra il pubblico, con numerosi colleghi e lettori che hanno ricordato la sua capacità di coniugare rigore professionale, ironia e umanità. La sua storia ha così ispirato il film La misura del dubbio, in cui Auteuil porta sullo schermo le esperienze e le riflessioni di Moyart, mescolando fedeltà ai fatti e adattamento drammatico per il cinema.

L’eredità di Moyart risiede nella combinazione di professione, divulgazione e scrittura. Il film prende spunto dal suo approccio, mostrando la complessità dei dilemmi legali e morali che affrontava quotidianamente. Le vicende raccontate da Moyart e adattate da Auteuil offrono una rappresentazione realistica della giustizia penale, della difesa dei più deboli e dei rischi personali legati alla professione. La storia del legale francese non solo intrattiene, ma invita anche alla riflessione sulla responsabilità, sull’etica e sul peso delle scelte individuali in un sistema giudiziario spesso rigido e complesso.

State of Play: la spiegazione del finale del film

State of Play: la spiegazione del finale del film

Basato sull’omonima serie televisiva della BBC di Paul Abbott, State of Play (leggi qui la recensione) di Kevin Macdonald è un thriller politico ricco di intrighi. Interpretato da star hollywoodiane del calibro di Russell Crowe, Rachel McAdams, Ben Affleck, Robin Wright e Helen Mirren, il film racconta una storia politica che potrebbe essere collegata a una società malvagia. Ma la realtà si rivela essere completamente diversa. Alla fine del film, il coinvolgimento della società non può essere ignorato, ma la storia approfondisce la natura umana e le follie umane smascherando bugie che sembrano avere implicazioni di vasta portata per la società americana nel suo complesso. Andiamo dunque ad approfondire il finale in questo articolo.

La trama di State of Play

Il film inizia con un giovane che attraversa di corsa una strada trafficata. Mentre la telecamera lo segue, dà l’impressione di essere inseguito. Poco dopo, viene ucciso da un misterioso sicario, che poi spara a un testimone che stava cercando di allontanarsi in bicicletta. In una conferenza stampa, il deputato Stephen Collins, sconvolto, rivela la morte di Sonia Baker, una delle ricercatrici del suo team. Le sue lacrime rivelano che c’era qualcosa tra lui e la ricercatrice, e i giornalisti dell’ufficio del rinomato quotidiano Washington Globe intuiscono subito che si tratta di uno scandalo.

Cal McAffrey (Crowe) è un giornalista investigativo veterano del Globe, che ha contatti in tutto il sistema giudiziario. Di tanto in tanto frequenta anche il membro del Congresso Collins. Un servizio televisivo rivela la relazione tra Stephen e Sonia, e Stephen va a trovare Cal per limitare i danni. Stephen pensa che l’omicidio sia legato alla sua diffamazione della PointCorp, un fornitore militare privato, e Cal è portato a credere che sia in atto una cospirazione internazionale più ampia. Dall’altra parte, la giovane blogger del Washington Globe Della Frye riprende lo scandalo e viene a conoscenza del rapporto amichevole di Cal con i Collins.

Helen Mirren, Rachel McAdams e Russell Crowe in State of Play

Su richiesta del caporedattore Cameron Lynne, i due si uniscono per seguire la storia, entrambi con i propri punti di vista. La storia si perde in un vortice di bugie, ipocrisia e manipolazione, portando alla luce amare verità sui media, il capitalismo, la politica e la sicurezza nazionale. Ma il finale del film vede l’illuminazione dell’eroe a seguito di un commento incongruente fatto da un personaggio chiave della vicenda. La verità è forse molto più grande di quanto sembri in superficie, ma ciò non giustifica le atrocità commesse con un gioco di prestigio dal membro del Congresso Collins.

La spiegazione del finale di State of Play: perché il membro del Congresso Collins ha fatto uccidere Sonia Baker?

Ben Affleck è noto per interpretare ruoli ambigui, e il membro del Congresso Stephen Collins è un ruolo che sembra fatto apposta per il personaggio cinematografico dubbio di Affleck. All’inizio del film, la dipendente governativa Sonia Baker viene avvistata nella metropolitana prima di essere misteriosamente assassinata da un aggressore sconosciuto. Segue un’indagine poliziesca e la storia sembra essere stata risolta fino a quando una rivelazione finale cambia la narrazione.

Stephen lamenta la morte della sua ricercatrice Sonia Baker davanti a una sala piena di giornalisti e funzionari. Lascia la conferenza in lacrime. La storia della relazione illecita viene divorata dai media televisivi e lui bussa alla porta del suo amico personale e astuto giornalista investigativo, Cal McAffrey, per raccontare la sua versione dei fatti. Secondo lui, dietro l’omicidio c’è il conglomerato di sicurezza PointCorp.

Secondo Stephen, l’omicidio è stata una risposta ostile alla sua lotta incessante per denunciare i crimini impensabili commessi dalla malvagia società. Alla fine del film, scopriamo che è stato lo stesso membro del Congresso Collin a commissionare l’omicidio. Per quanto il personaggio potesse sembrare sospetto fin dall’inizio, nulla avrebbe potuto preparare lo spettatore ad anticipare che fosse lui il colpevole nella rete di intrighi politici. Tuttavia, in retrospettiva, Stephen ha molteplici motivi dietro l’omicidio.

Helen Mirren e Russell Crowe in State of Play

La questione sentimentale complica il caso fin dall’inizio e, quando veniamo a sapere dalla coinquilina di Sonia dell’addebito di 40.000 dollari sulla carta di credito che è stato rimborsato da Collins, capiamo che c’è chiaramente qualcosa che non va, dato che Anne rivela che Stephen non poteva avere una somma del genere. A tempo debito, veniamo a sapere che Sonia Baker era una doppia agente che lavorava per PointCorp, incaricata di manipolare Stephen e ottenere informazioni privilegiate sul caso contro la società.

Questo mette in pericolo l’operazione di Stephen, ma essendo lui stesso un ex militare, fino a che punto possiamo credere alla sua apparente guerra contro i mercenari privati? Più avanti nella trama, Dominic sgancia la bomba sulla gravidanza di Sonia e, nonostante la reazione sorprendente di Stephen, che ha un ruolo di primo piano nelle indagini, siamo portati a sospettare che Stephen sapesse già della gravidanza, il che ha funzionato da catalizzatore per la sua decisione. Collins, lui stesso un rispettabile membro del Congresso, sceglie due soldati semplici insolventi per portare a termine l’operazione: Bingham per l’omicidio e Cal per l’insabbiamento.

Quando Cal si rende conto del coinvolgimento del suo amico nell’omicidio?

Un giornalista investigativo noir persuasivo che si scontra con un sistema corrotto non è una rarità a Hollywood. Dal classico degli anni ’70 “Tutti gli uomini del presidente” a “Zodiac” di David Fincher, abbiamo visto diversi giornalisti investigativi addentrarsi nel labirinto burocratico ossessionati da un singolo caso. L’eccentrico ma acuto ficcanaso Cal McAffrey corrisponde alla descrizione mentre insegue la storia generale dietro l’omicidio di Sonia Baker. Tuttavia, poiché Cal è strettamente legato alla famiglia del sospettato, c’è un chiaro conflitto di interessi nella sua ricerca. Sebbene sia apparentemente un amico fidato di Stephen, è coinvolto in una relazione complicata con la moglie di Stephen, Anne.

Tuttavia, anche se è un eroe noir che si muove nelle zone grigie dell’etica, Cal è un giornalista di un’epoca passata, caratterizzato da uno zelo nel portare alla luce la verità a tutti i costi. Mette persino a rischio la sua vita nel seguire la storia quando fa visita all’appartamento del defunto Fred Summers. È disposto a sospendere la sua incredulità solo fino a quando non rivela un’incongruenza in una dichiarazione fatta da Anne. Anne sembra essere a conoscenza dello stipendio di 26.000 dollari che Sonia riceveva, anche se Cal non le ha detto nulla al riguardo. È possibile che Anne sia coinvolta nella cospirazione, ma è poco probabile.

State of Play - scopri la verità

L’ipotesi più plausibile è che Stephen abbia confidato ad Anne la somma. Cal si rende conto di essere stato manipolato dal deputato Collins, nonostante la loro presunta amicizia passata. Cal va a confrontarsi con Stephen, che dopo un breve periodo di negazione confessa il suo crimine. Quando un Bingham teso e instabile racconta a Cal di un buon soldato che combatte per i suoi amici, l’ironia dell’apparente amicizia tra Cal e Stephen diventa evidente al pubblico. Mentre rompe la tastiera nell’ufficio del Globe, proviamo il suo rimorso che deriva dal suo coinvolgimento personale nella storia.

Chi è Robert Bingham? È morto?

All’inizio del film, Deshaun Stagg e Vernon Sando vengono uccisi. Deshaun muore sul colpo, mentre Sando viene ucciso più tardi in ospedale da un cecchino. In seguito, Mandi, la ragazza selvaggia che viveva con Deshaun, viene uccisa. Ma prima di morire, Mandi contatta Cal per dargli una soffiata. Intuiamo che mentre Vernon Sando è stato una sfortunata vittima del crimine, gli altri due sono stati uccisi intenzionalmente. Mandi dice a Cal che Deshaun ha rubato una valigetta al tizio che seguiva Sonia, e Cal giunge alla conclusione che gli omicidi sono collegati.

Della riconosce il volto del tizio dalle riprese delle telecamere di sicurezza, e Cal ha un incontro frontale con la persona mentre segue una pista. Nei momenti finali, scopriamo che Robert Bingham è un veterano dell’esercito la cui vita è stata salvata da Collins. Non è chiaro se sia collegato alla PointCorp, ma lavorando sotto il comando di Collins, sembra lui stesso un mercenario. Ex militare dal carattere instabile, diventa la pedina perfetta nella sinistra trama ordita da Collins e alla fine del film viene ucciso dalla polizia.

Barbra Streisand riceverà la Palma d’Oro onoraria a Cannes 79

Barbra Streisand riceverà la Palma d’Oro onoraria a Cannes 79

Un’artista iconica e incarnazione del sogno americano in tutto il suo splendore originario, Barbra Streisand è una vera star. In riconoscimento della sua carriera, l’attrice, regista, produttrice, sceneggiatrice, cantante e autrice di fama mondiale riceverà una Palma d’oro onoraria durante la cerimonia di premiazione, trasmessa in diretta dal palco del Palais des Festivals sabato 23 maggio.

«È con un senso di orgoglio e di profonda umiltà che sono onorata di entrare a far parte della compagnia dei precedenti destinatari della Palma d’oro onoraria, il cui lavoro mi ha ispirata per lungo tempo», ha dichiarato Barbra Streisand. «In questi tempi difficili, il cinema ha la capacità di aprire i nostri cuori e le nostre menti a storie che riflettono la nostra umanità condivisa e a prospettive che ci ricordano sia la nostra fragilità sia la nostra resilienza. Il cinema trascende confini e politica e afferma il potere dell’immaginazione di plasmare un mondo più compassionevole».

Spesso i numeri dicono poco o non abbastanza. Eppure… Per il grande schermo: 19 ruoli e 3 regie, 2 Oscar e la prima donna a vincere l’Oscar per la Miglior Canzone Originale nel 1977, 11 Golden Globe e la prima donna a vincere il premio per la Miglior Regia nel 1984. Nella musica: 37 album in studio, 13 colonne sonore, 10 Grammy Awards, l’unica artista ad aver raggiunto il primo posto nelle vendite di album per sei decenni consecutivi, l’artista femminile con il maggior numero di album arrivati al numero uno di tutti i tempi fino al 2023. Barbra Streisand ha raggiunto l’apice dell’industria dell’intrattenimento come nessuno prima di lei. Ma questo impressionante palmarès impallidisce rispetto alla sua influenza sulla cultura pop nella seconda metà del XX secolo.

Barbra Streisand è potente quanto la sua limpida voce di mezzosoprano, capace di estendersi per due ottave. È libera e indipendente, eccentrica e anticonvenzionale nella vita quanto lo è nel suo lavoro. Iris Knobloch, Presidente del Festival de Cannes, confida: «Quest’anno desideravamo rendere omaggio a un’artista che ha lasciato il segno grazie alla forza della sua arte e alla sua intransigente ricerca della libertà. Come donna, sono felice di poter esprimere la nostra ammirazione per questa creatrice completa e cittadina coraggiosa, il cui esempio resiste alla prova del tempo e continua a ispirare».

È un modello per tutte le donne, soprattutto perché non ha mai permesso alle difficoltà di fermarla. Yentl ne è l’illustrazione perfetta. Colpita da un racconto di Isaac Bashevis Singer che scoprì nel 1963, ne acquistò i diritti, ma il film uscì soltanto vent’anni dopo. Determinazione e audacia entrarono in gioco: Barbra Streisand finì per dirigere se stessa e interpretare il film, dopo averlo prodotto e adattato. Il suo primo film fece la storia: era la prima volta che Hollywood concedeva a una regista un budget di produzione così elevato. In questa storia di emancipazione, travestimento e di una pioniera che infrange le regole per imporre le proprie, come non vedere una metafora del suo stesso destino? Seguirono altri due film, The Prince of Tides (7 nomination agli Oscar) e The Mirror Has Two Faces (2 nomination agli Oscar), remake di Le miroir à deux faces di André Cayatte.

Avendo sognato di diventare attrice fin dall’infanzia, inizialmente si dedicò al canto per necessità. La sua carriera fulminante, segnata da passione, carisma e altissimi standard, iniziò molto presto, molto rapidamente e in modo impressionante: trionfò nei cabaret a 18 anni; sul palcoscenico di Broadway a 20; con il suo primo album musicale a 21; e davanti alla macchina da presa a 26 nel Funny Girl di William Wyler, che le valse il suo primo Oscar.

Attrice abbagliante, cantante straordinaria, forza di vitalità, umorismo e sensualità, Barbra Streisand ricerca la perfezione. Nonostante il suo estremo professionalismo, tutto in lei rimane emotivo e sincero. Eccelle nei musical — Hello, Dolly! (1969), A Star Is Born (1976) — e nelle commedie classiche — The Owl and the Pussycat (1970), For Pete’s Sake (1974), Meet the Fockers (2003) — e commuove il pubblico in drammi come Nuts (1987) e in una delle più belle storie d’amore del cinema hollywoodiano del dopoguerra, The Way We Were (1973).

Come osserva il Direttore del Festival Thierry Frémaux: «Una star globale, Barbra Streisand è soprattutto un’artista, che avvia progetti che riflettono ciò che è, che le appartengono e che condivide con il mondo intero. È la sintesi leggendaria tra Broadway e Hollywood, tra il palcoscenico del music-hall e il grande schermo. Sentirla cantare e vederla esibirsi fa parte dei nostri anni migliori».

Accanto al suo inarrestabile successo, Barbra Streisand è profondamente impegnata in numerose cause. Prima di tutto è stata una fervente sostenitrice della salute cardiaca delle donne attraverso il Barbra Streisand Women’s Heart Center presso il Cedars-Sinai Heart Institute, oltre a numerose altre questioni, tra cui — attraverso la Streisand Foundation creata nel 1986 — l’uguaglianza di genere e delle minoranze, la difesa dei diritti LGBTQ+, la tutela dell’ambiente, la ricerca medica e l’educazione artistica per i bambini svantaggiati.

Il Festival di Cannes è quindi particolarmente orgoglioso di accogliere per la prima volta sulla Croisette la leggendaria Funny Girl.

«Hello, Gorgeous!»

Il Bene Comune, recensione dell’ultimo film di Rocco Papaleo

Il Bene Comune, recensione dell’ultimo film di Rocco Papaleo

Con Il Bene Comune, dal 12 marzo al cinema, Rocco Papaleo torna a raccontare la sua Basilicata e le connessioni che tengono insieme le persone. Dopo Basilicata Coast to Coast, il regista lucano riprende il dialogo con la sua terra, ma lo fa spostando il baricentro dal viaggio geografico a quello umano, emotivo e collettivo.

Noi di paese sogniamo a vanvera

Biagio Riccio (Papaleo) è una guida turistica che attraversa i parchi e gli alberi secolari della Lucania come fossero pagine di un libro da sfogliare con rispetto. Accanto a lui c’è il nipote Luciano (Andrea Fuorto), presenza giovane e partecipe, quasi un riflesso più inquieto e contemporaneo di quello zio sognatore che sembra vivere sospeso tra realtà e narrazione.

“Noi di paese sogniamo a vanvera”, dice Biagio. Ed è in questo sogno che anche noi spettatori veniamo trascinati, invitati a muoverci tra le vite di personaggi che si incontrano quasi per caso, ma che nel caso trovano un senso.

il bene comuneLe donne e la casa di accoglienza

Raffaella Fusaro (Vanessa Scalera) è un’attrice che conduce un corso teatrale sensoriale per quattro ospiti di una casa di accoglienza: Gudrun (Teresa Saponangelo), Samanta (Claudia Pandolfi), Fiammetta (Livia Ferri) e Anny (Rosanna Sparapano).

Sono quattro donne segnate da traumi, pregiudizi, violenze, ma anche da una vitalità creativa che il teatro riesce a liberare. L’incontro con Biagio e Luciano avviene durante una gita programmata nella natura lucana, e proprio in quel contesto – tra alberi, sentieri e silenzi – le loro storie iniziano a intrecciarsi.

Il film non indulge mai nel pietismo: evita la melassa, schiva la retorica e sceglie la via della tragicommedia. Si ride, spesso, ma si ride di un riso che nasce dal riconoscimento, non dalla derisione.

Teatro canzone e metanarrazione

Il Bene Comune si scardina su una costante presenza metateatrale, nella sua forma più magica: il teatro canzone. La scena si apre e si richiude come un sipario invisibile, i personaggi si fermano davanti alla macchina da presa, i monologhi diventano confessioni dirette all’interno di una bellissima chiesa in rovina, la musica – jazz, morbida, a tratti onirica – accompagna e commenta.

Alla linea narrativa del presente si sovrappongono i flashback, che permettono di approfondire le storie individuali dei singoli personaggi, e una dimensione onirica che non è fuga, ma amplificazione poetica della realtà. Papaleo orchestra questi tre livelli con una leggerezza che non è superficialità, ma consapevolezza del mezzo: il cinema che guarda al teatro e lo ingloba, senza mai rinnegarlo.

il bene comuneComicità e armonia tra maschile e femminile

La comicità del film è sottile, stratificata, mai urlata. Nasce dallo scarto tra aspettativa e realtà, dal prendersi poco sul serio, dal lasciare spazio all’imprevisto. Papaleo lavora su un umorismo che alleggerisce senza svuotare, che permette ai personaggi di attraversare il dolore senza esserne schiacciati.

In questo equilibrio si inserisce la straordinaria forza dei personaggi femminili: Gudrun, Samanta, Fiammetta e Anny non sono mai figure accessorie, ma veri motori emotivi e narrativi. Accanto a loro, Raffaella incarna un femminile creativo e generativo, capace di trasformare la fragilità in linguaggio. L’integrazione tra maschile e femminile è uno degli elementi più originali del film: Biagio non domina la scena, la condivide; ascolta, si espone, si mette in discussione. Ne nasce un dialogo armonico, in cui sensibilità diverse si completano senza annullarsi, componendo un perfetto contrappunto alla struttura narrativa.

Abbattere i luoghi comuni

Il Bene Comune è una pellicola che lavora per sottrazione di cliché. Scardina i luoghi comuni sulla provincia, sulle donne fragili, sugli uomini sensibili, sull’arte come passatempo elitario. Papaleo mette al centro la narrazione come atto politico e poetico insieme.

“Raccontare è il modo migliore per non limitarsi, abbattere le differenze e favorire il bene comune”, afferma Biagio. Ed è questa la chiave del film: il racconto come strumento di emancipazione, come ponte tra solitudini, come gesto di cura.

il bene comune
Il Bene Comune – screen dal trailer

Il Bene Comune: un cinema che cerca armonia

C’è una dimensione musicale che attraversa tutto il film, non solo nelle canzoni ma nel ritmo stesso delle scene, nel modo in cui i dialoghi si alternano ai silenzi, nella costruzione quasi armonica dei personaggi. Ognuno è una nota che trova senso solo nell’insieme.

Papaleo firma un’opera dichiaratamente teatrale, ma profondamente cinematografica nella capacità di usare il paesaggio – la natura lucana, i suoi parchi, i suoi alberi antichi – come specchio interiore. Non è solo uno sfondo: è una presenza viva, una memoria collettiva che invita a resistere.

In definitiva, Il Bene Comune è un film che crede nella comunità senza idealizzarla, che parla di dolore senza compiacersene, che usa la leggerezza come forma di profondità. Un’opera sincera, che prova a ricordarci che il bene non è mai solo individuale: è un esercizio quotidiano di ascolto, racconto e condivisione.

L’isola dei ricordi (Amrum): recensione del film di Fatih Akin

L’isola dei ricordi (Amrum): recensione del film di Fatih Akin

Con L’isola dei ricordi (Amrum), Fatih Akin affronta uno dei capitoli più delicati della storia tedesca scegliendo però un punto di vista insolito: quello dell’infanzia. Ambientato nella primavera del 1945, negli ultimi giorni della Seconda guerra mondiale, il film segue la storia di Nanning, un ragazzo di dodici anni che vive con la madre e i fratelli sull’isola di Amrum, nel Mare del Nord. Qui la guerra sembra lontana, quasi un’eco che arriva solo attraverso gli aerei che sorvolano il cielo o i racconti dei soldati. Eppure la fine del Terzo Reich è ormai imminente e finirà per cambiare radicalmente la vita degli abitanti dell’isola.

La fine del Terzo Reich vista dagli occhi di un bambino

Nanning trascorre le sue giornate cercando di aiutare la famiglia a sopravvivere in un contesto segnato dalla scarsità di cibo. Pesca di notte, lavora nei campi e arriva perfino a cacciare foche pur di contribuire al sostentamento della casa. Quando alla radio viene annunciata la morte di Hitler, la madre – fervente sostenitrice del regime – cade in una profonda crisi e sviluppa un desiderio ossessivo: mangiare pane bianco con burro e miele, un lusso praticamente impossibile da trovare in pieno dopoguerra. Per il ragazzo quella richiesta diventa una missione quasi epica: procurarsi gli ingredienti necessari per restituire un briciolo di speranza alla madre e alla famiglia.

Il film nasce dai ricordi d’infanzia dello sceneggiatore Hark Bohm, che firma la sceneggiatura insieme ad Akin. L’idea è quella di raccontare il crollo del nazismo non attraverso le grandi vicende politiche o militari, ma attraverso lo sguardo confuso e ancora innocente di un bambino cresciuto all’interno di quell’ideologia. Nanning appartiene alle Gioventù hitleriane più per affetto verso la madre e il padre partito per il fronte che per reale convinzione politica. In questo senso L’isola dei ricordi cerca di interrogarsi su come un sistema ideologico possa infiltrarsi nella vita quotidiana e nelle relazioni familiari, soprattutto quando viene interiorizzato da chi è troppo giovane per comprenderne davvero il significato.

Un racconto di formazione tra ideologia e sopravvivenza

Il racconto assume quindi i contorni di un coming-of-age ambientato alla fine della guerra, in cui la crescita del protagonista coincide con la dissoluzione di un mondo. La caduta del regime nazista non rappresenta solo un evento storico: per Nanning è la fine di un universo familiare, di un sistema di certezze che fino a quel momento aveva dato senso alla sua esistenza. L’isola dei ricordi lavora proprio su questa dimensione intima, trasformando la Storia in un trauma domestico e privato.

Jasper Billerbeck in una scena del film L'isola dei ricordi
Jasper Billerbeck in una scena del film L’isola dei ricordi

Il giovane Jasper Billerbeck regge il peso del film

Uno degli aspetti più riusciti del film è senza dubbio l’interpretazione del giovane Jasper Billerbeck, al suo esordio sul grande schermo. Il suo Nanning riesce a tenere insieme ostinazione e fragilità, mostrando un personaggio che alterna momenti di determinazione quasi adulta a improvvise manifestazioni di vulnerabilità infantile. Attorno a lui si muove un cast solido, in cui spiccano Laura Tonke nel ruolo della madre Hille e Diane Kruger in quello della proprietaria della fattoria dove il ragazzo lavora. Tonke, in particolare, restituisce con efficacia il ritratto di una donna devastata dalla guerra ma incapace di rinunciare alla propria fede nel nazismo.

Anche l’ambientazione gioca un ruolo importante nella costruzione del film. L’isola di Amrum, con i suoi paesaggi ventosi e i grandi spazi aperti affacciati sul Mare del Nord, diventa quasi un personaggio a sé stante. Le dune, le maree e la fauna locale contribuiscono a creare un’atmosfera sospesa, in cui la natura appare allo stesso tempo bellissima e indifferente alle tragedie umane. Questa dimensione paesaggistica è uno degli elementi più suggestivi del film, capace di restituire il senso di isolamento e precarietà che domina la vita dei protagonisti.

Il protagonista del film L'isola dei ricordi
Il protagonista del film L’isola dei ricordi

Un film elegante ma troppo controllato

Eppure proprio qui emergono anche i limiti dell’opera. Per quanto il tema sia interessante e il punto di vista originale, la regia di Akin appare sorprendentemente trattenuta. L’isola dei ricordi adotta uno stile molto classico, quasi accademico, che privilegia la ricostruzione storica e la linearità del racconto ma finisce per smorzare la forza emotiva della storia, senza restituire fino in fondo la durezza e l’ambiguità morale di quel periodo storico.

L’isola dei ricordi, sostanzialmente, funziona meglio come racconto di formazione che come riflessione storica. La missione di Nanning per trovare pane, burro e miele diventa una metafora efficace della ricerca di conforto e normalità in un mondo che sta crollando. Tuttavia, la narrazione procede spesso in modo prevedibile e non riesce a raggiungere quella complessità emotiva che il materiale avrebbe potuto offrire. Resta dunque un’opera interessante ma irrisolta nella filmografia di Fatih Akin. Il regista dimostra ancora una volta sensibilità nel raccontare personaggi sospesi tra identità e memoria storica, ma lo fa attraverso una forma più convenzionale rispetto alla radicalità di molti suoi lavori precedenti.

Bon Jovi: Universal sviluppa un biopic sulla rock band

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Bon Jovi: Universal sviluppa un biopic sulla rock band

Universal Pictures sta sviluppando un biopic definitivo dedicato agli anni formativi dei Bon Jovi, la band nata nel New Jersey che ha venduto oltre 130 milioni di album e si è guadagnata un posto nella Rock & Roll Hall of Fame e nella Songwriters Hall of Fame. Dopo un lungo inseguimento da parte di diversi studi, Universal ha chiuso l’accordo per portare sullo schermo la storia del quartetto che ha conquistato il mondo con i suoi inni rock.

Lo studio, noto per biopic musicali basati su fatti reali come Straight Outta Compton e 8 Mile, ha investito in un pacchetto che prevede la partecipazione del leader Jon Bon Jovi e l’accesso alla libreria musicale della band.

Il film sarà prodotto da Kevin J. Walsh e Gotham Chopra, già autore della docuserie del 2024 Thank You, Goodnight: The Bon Jovi Story su Hulu, realizzata in occasione del 40° anniversario dei Bon Jovi. La sceneggiatura sarà scritta da Cody Brotter, noto per il suo lavoro su Drudge e Killing Satoshi, oltre ad altri biopic musicali e progetti cinematografici di grande impatto.

La pellicola racconterà gli anni iniziali di Jon Bongiovi, dall’infanzia nel New Jersey fino alla formazione della band che avrebbe riempito stadi in tutto il mondo. Jon fu spinto verso la musica dalla madre appassionata dei Beatles, ma nei primi momenti di apprendimento della chitarra si frustrò così tanto che lanciò lo strumento giù per le scale del seminterrato rompendolo. Solo durante l’adolescenza, dopo aver assistito a un concerto di Bruce Springsteen, trovò la motivazione per riprendere in mano lo strumento, imparare a suonare e scrivere canzoni originali.

Dopo aver maturato esperienza in numerosi gruppi locali, Jon lavorò come tuttofare nello studio Power Station di Manhattan, dove ebbe modo di osservare artisti come gli Aerosmith e registrare le sue prime canzoni, tra cui il futuro successo Runaway. Nonostante i rifiuti iniziali delle etichette discografiche, il brano trovò spazio sulle radio rock locali e permise a Jon di capitalizzare e assumere i migliori musicisti sulla piazza, formando la band con David Bryan (tastiere), Tico Torres (batteria), Alec John Such (basso) e Richie Sambora, talentuoso chitarrista e cantante locale, con cui Bon Jovi si sarebbe fuso come autore di canzoni e in duetti (chitarra e voce).

Bon Jovi emerse come frontman da cuore infranto. Pur essendo già fidanzato con la ragazza del liceo Dorothea – sposata alla Graceland Wedding Chapel di Las Vegas nel 1989 e tuttora insieme – Bon Jovi fu invitato a mantenere la relazione privata per apparire come scapolo disponibile.

Il film seguirà anche la crescita della band fino al terzo album, Slippery When Wet, che incluse i classici Livin’ on a Prayer e You Give Love a Bad Name, vendendo 30 milioni di copie. Saranno affrontate le difficoltà del tour, le sfide personali, l’abuso di sostanze, i cambi di formazione e la chirurgia alle corde vocali di Jon, necessaria per mantenere gli acuti che lo hanno reso celebre.

Con l’accesso completo alla musica e ai membri della band, il progetto di Universal promette di offrire uno sguardo autentico e appassionante sulla nascita di una delle rock band più iconiche di sempre.

Spider-Noir: lo showrunner chiarisce il legame con i film Spider-Verse di Sony

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MGM+ e Prime Video stanno per lanciare Spider-Noir, una nuova serie live-action di Spider-Man composta da otto episodi, che porterà i fan in un’epoca mai esplorata prima: gli anni ’30. La storia seguirà Ben Reilly, che agisce come The Spider, piuttosto che il tradizionale Spider-Man, in un’avventura piena di misteri e nemici d’altri tempi.

Lo showrunner Oren Uziel ha però subito chiarito il rapporto della serie con i film animati del multiverso di Sony: “Non è un seguito di Spider-Man – Un nuovo universo. Una volta che Phil e Chris hanno introdotto l’idea del multiverso, penso che si possa prendere il materiale e farlo proprio.” L’obiettivo della serie è infatti quello di offrire “una versione di Spider-Man che nessuno aveva mai visto prima.

Cosa sappiamo di Spider-Noir

La produzione sarà supervisionata dai produttori esecutivi Phil Lord e Chris Miller, già noti per il successo dei film animati Spider-Verse. Uziel ha raccontato di aver assistito alle riprese con Nicholas Cage, osservando come l’attore recitasse le battute con entusiasmo: “Per me, è stata una delle esperienze più gratificanti che abbia mai vissuto.”

La serie esplorerà anche alcune versioni dei classici villain di Spider-Man, come Sandman ed Electro, reinterpretati nello stile degli anni ’30. L’uscita della serie sarà strategica, in concomitanza con il ritorno dell’Uomo Ragno sul grande schermo: Spider-Man: Brand New Day con Tom Holland debutterà il 31 luglio 2026.

Spider-Noir debutterà negli Stati Uniti su MGM+ il 25 maggio, per poi approdare in tutto il mondo su Prime Video a partire dal 27 maggio. Con una trama originale, un’ambientazione unica e personaggi storici rivisitati, la serie promette di offrire ai fan di Spider-Man un’esperienza completamente nuova, tra avventura, mistero e uno sguardo al passato del multiverso.

Scooby-Doo: Paul Walter Hauser potrebbe unirsi alla serie live action

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Netflix è pronta a riportare sul piccolo schermo il celebre cane detective con una nuova serie live-action di Scooby-Doo. La produzione, attualmente in fase di casting, vede come protagonisti creativi Josh Appelbaum (Mission: Impossible – Protocollo fantasma) e Scott Rosenberg (Venom, Jumanji: Benvenuti nella Giungla), che saranno showrunner e sceneggiatori.

Il cast principale è ancora in definizione, ma alcune conferme hanno già fatto felici i fan. Frank Welker storico interprete vocale di Fred Jones e Scooby-Doo, presterà di nuovo la voce al celebre alano, inoltre, Mckenna Grace interpreterà Daphne Blake.

Secondo quanto riportato da What’sOnNetflix.com, Paul Walter Hauser sarebbe invece trattativa per un ruolo secondario nella serie. Non vestirà i panni di uno dei membri della Mystery Inc., ma interpreterà il primo proprietario di Scooby-Doo. Al momento non è però confermato se Hauser abbia firmato il contratto, ma pare che gli sia stato fatto un’offerta ufficiale.

Cosa sappiamo della serie live action di Scooby-Doo

Le riprese della serie, composta da otto episodi, inizieranno ad aprile ad Atlanta. La trama esplorerà le origini della Mystery Inc., seguendo Shaggy, Velma, Daphne e Fred e il loro primo incontro con Scooby-Doo, che entra nella loro vita dopo aver assistito a un omicidio soprannaturale. La sinossi ufficiale promette un “mistero che trascina i protagonisti in un incubo pieno di segreti”, con un tono descritto come simile a quello di Riverdale.

La produzione esecutiva è affidata ad André Nemec e Jeff Pinkner di Midnight Radio, insieme a Greg Berlanti, Sarah Schechter e Leigh London Redman di Berlanti Productions. Peter Friedlander, vicepresidente delle serie scripted di Netflix, ha commentato: “Mystery Inc. è di nuovo in azione! Siamo entusiasti di portare Scooby-Doo in TV per la prima volta in live-action”.

Negli anni, ci sono stati diversi progetti animati e live-action, tra cui i film del 2002 e 2004, e si presume che Scooby-Doo sarà realizzato in CGI anche in questa nuova serie, ma non è ancora confermato.

Tyler Rake 3: le riprese del nuovo capitolo della saga inizieranno presto

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Sono emersi nuovi aggiornamenti sulla produzione del terzo capitolo della saga action con protagonista Chris Hemsworth. Secondo quanto riportato da What’s On Netflix, le riprese di Tyler Rake 3 dovrebbero iniziare a giugno 2026 e concludersi il 9 ottobre dello stesso anno, segnando il ritorno della popolare saga distribuita da Netflix.

A differenza dei primi due film, girati tra Thailandia, India e Praga, il nuovo capitolo avrà come principale base di produzione Sydney, in Australia. Alcune sequenze verranno inoltre realizzate anche in Europa, anche se al momento non sono state rivelate le città coinvolte. Curiosamente, Sydney era già stata presa in considerazione come location principale per Tyler Rake 2, ma i piani furono modificati a causa della pandemia di COVID-19.

Dietro la macchina da presa tornerà Sam Hargrave, che ha diretto anche i primi due capitoli della serie. Prima di passare alla regia, Hargrave ha lavorato per oltre vent’anni come stunt coordinator in numerose produzioni di successo, tra cui Deadpool 2 e diversi film della saga di Hunger Games.

Alla produzione del progetto tornano anche Joe Russo e Anthony Russo, noti per aver diretto alcuni dei capitoli più importanti del Marvel Cinematic Universe, tra cui Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame. Joe Russo sarà inoltre lo sceneggiatore del film. La saga di Tyler Rake è basata sulla graphic novel Ciudad, scritta dagli stessi fratelli Russo insieme ad Ande Parks.

La storia segue Tyler Rake, un ex membro delle forze speciali australiane che svolge missioni estremamente rischiose in giro per il mondo. Dopo il successo dei primi due capitoli — soprattutto del secondo film, accolto molto positivamente dalla critica — Netflix sembra intenzionata a espandere ulteriormente l’universo narrativo.

Secondo alcune anticipazioni, anche Idris Elba, Golshifteh Farahani e Olga Kurylenko, già presenti nel secondo film, dovrebbero tornare nel nuovo capitolo, anche se il cast ufficiale non è stato ancora confermato.

Oltre a Tyler Rake 3, Netflix sta lavorando all’espansione del franchise con nuovi progetti, tra cui lo spin-off cinematografico Tygo e la serie televisiva Mercenary: An Extraction Series. Al momento, però, non è stata ancora annunciata una data di uscita ufficiale per il terzo film.