Il
nuovo film animato sportivo
Goat – Sogna in grande non è soltanto una
storia di competizione e sogni da realizzare. Secondo la
protagonista Gabrielle
Union e il regista Tyree
Dillihay, il lungometraggio porta con sé un
messaggio profondo su chi scegliamo di considerare eroi e su come
lo sport possa ridefinire le aspettative culturali.
La
trama segue un giovane capretto, Will (doppiato da Caleb
McLaughlin), che ottiene l’opportunità di giocare a roarball, sport
immaginario che mescola diverse discipline, con atleti
professionisti di ogni specie animale. In una scena chiave, Will
definisce la sua idol Jett – interpretata da Union – “the GOAT”,
sottolineando l’ammirazione di un ragazzo per una campionessa
donna.
Un
messaggio sulla normalizzazione dei modelli femminili
Union ha collegato il momento alla propria esperienza personale,
raccontando come sua figlia ammiri stelle del basket femminile come
Angel Reese. Secondo l’attrice, oggi è sempre più normale vedere
bambini – maschi e femmine – ispirarsi ad atlete, ma questa realtà
non è ancora pienamente rappresentata nella cultura pop.
Il film vuole proprio portare sul grande schermo questa
normalizzazione: l’idea che gli eroi non debbano necessariamente
rientrare nei modelli maschili tradizionali. Un messaggio che
assume ancora più peso considerando che, secondo studi dell’USC
Annenberg Inclusion Initiative, le donne rappresentano ancora solo
circa un terzo dei ruoli parlanti nei grandi film.
Il regista Dillihay ha spiegato che la scelta di creare una lega
sportiva in cui maschi e femmine siano fisicamente allo stesso
livello è stata deliberata. Il riferimento alla crescita della WNBA
negli ultimi anni e all’esplosione del basket femminile serve a
contestualizzare il film in un momento culturale preciso, in cui le
nuove generazioni stanno ridefinendo il concetto stesso di icona
sportiva.
In un panorama dominato storicamente da film sportivi centrati su
figure maschili, GOAT
punta a raccontare un modello diverso, senza proclami rivoluzionari
ma attraverso la normalità del racconto. Per Union e Dillihay,
l’obiettivo non è presentare l’idea come straordinaria, ma come
naturale.
Il film ha debuttato con un buon punteggio su Rotten Tomatoes e,
grazie alla sua unicità nel genere in questo weekend al box office,
potrebbe raggiungere un pubblico ampio, soprattutto tra i più
giovani.
Dopo il buon riscontro su Netflix, molti spettatori si
stanno chiedendo se The Rip
avrà un seguito. Il thriller vietato ai minori con
Ben
Affleck e Matt
Damon, nei panni di due poliziotti
corrotti di Miami alle prese con 20 milioni di dollari del
cartello, è rapidamente diventato uno dei titoli più commentati
sulla piattaforma.
Il
film, prodotto da Artists Equity – la società fondata proprio da
Affleck e Damon – racconta una storia compatta e moralmente
ambigua, costruita attorno ai temi dell’avidità e della
corruzione.
The Rip 2 è in sviluppo? E cosa suggerisce il finale
Al
momento non esiste alcuna conferma ufficiale su The Rip 2. Né Netflix né la casa di
produzione hanno annunciato lo sviluppo di un sequel. Molto
dipenderà dalle metriche di visualizzazione: se il film continuerà
a performare bene in termini di ore viste e permanenza nella Top
10, la piattaforma potrebbe decidere di investire in un secondo
capitolo.
Attenzione: seguono lievi spoiler.
Il
finale chiude la storia in modo piuttosto netto. L’identità
dell’assassino di Jackie viene rivelata senza ambiguità, i
conflitti principali trovano una risoluzione e Dane e JD arrivano a
una riconciliazione che funziona come punto definitivo del
racconto. Non ci sono cliffhanger evidenti né ganci narrativi
pensati per un seguito.
Detto questo, in ambito thriller action nulla è davvero
impossibile. I due protagonisti potrebbero essere facilmente
coinvolti in un nuovo caso, magari con una scala più ampia e un
tono ancora più esplosivo, sfruttando la chimica tra Affleck e
Damon in chiave buddy-cop.
Per ora, però, The Rip
resta un film autoconclusivo. Se un giorno sentiremo parlare
ufficialmente di un sequel, sarà solo perché i numeri lo avranno
reso inevitabile.
Stephen Amell è stato
ufficialmente scelto come protagonista del reboot di
Baywatch,
nuova serie targata Fox.
Secondo quanto riportato da Variety, Amell è il primo nome
confermato nel cast del rilancio televisivo, ordinato per la
stagione 2026–2027 e composto da 12 episodi. Un casting aperto è
previsto per il 18 febbraio 2026, mentre le riprese dovrebbero
iniziare in primavera a Los Angeles.
Il
ritorno di Hobie Buchannon
Nel
nuovo adattamento, Amell interpreterà Hobie Buchannon, qui
descritto come Capitano di Baywatch e “wild child” amatissimo della
serie originale. La nuova trama introdurrà un elemento inedito: la
figlia di Hobie, Charlie, della cui esistenza lui non era a
conoscenza.
Secondo la descrizione ufficiale, Charlie si presenta alla porta
del padre con l’intenzione di seguire le sue orme e diventare
bagnina Baywatch, portando avanti l’eredità della famiglia
Buchannon. L’arrivo della ragazza sconvolgerà la vita di Hobie,
costringendolo a confrontarsi con responsabilità personali e
professionali.
Un volto noto della TV action
Amell è conosciuto soprattutto per il ruolo di Oliver Queen/Green
Arrow
nella serie Arrow,
durata otto stagioni. Ha inoltre recitato nel drama sportivo
Heels, nello
spin-off Suits LA e nei film
sci-fi Code 8 e nel suo
sequel.
Lo showrunner del reboot, Matt Nix, ha espresso entusiasmo per il
casting, sottolineando come Amell porti “cuore, intensità ed
energia eroica” al progetto. Nix ha evidenziato la capacità
dell’attore di gestire sia le sequenze d’azione sia i momenti
emotivi, qualità considerate fondamentali per rilanciare una serie
iconica.
Un’eredità televisiva importante
Il personaggio di Hobie è apparso in diverse stagioni della serie
originale, inizialmente interpretato da Brandon Call e
successivamente da Jeremy Jackson. Baywatch debuttò nel 1989 e raggiunse quasi 250
episodi, diventando uno dei procedural più riconoscibili ambientati
a Los Angeles. Le ultime stagioni furono ribattezzate
Baywatch: Hawaii.
Al momento non è stata annunciata una data ufficiale di uscita per
il reboot, ma con l’avvio della produzione previsto nei prossimi
mesi, ulteriori dettagli dovrebbero arrivare presto.
Spartacus: House of
Ashur potrebbe tornare con una seconda
stagione. A lasciare aperta la porta al rinnovo sono stati il
creatore Steven S.
DeKnight e la protagonista
Tenika
Davis, intervenuti dopo il
finale della prima stagione.
La
serie, andata in onda su Starz e
presentata come un capitolo alternativo nell’universo di
Spartacus, immagina una
linea temporale diversa per Ashur (interpretato da Nick E.
Tarabay), ora determinato a scalare il potere tra gladiatori e
intrighi politici romani. Al suo fianco c’è Achillia, guerriera
pronta a dimostrare il proprio valore.
DeKnight: “Siamo fiduciosi, ma i numeri richiedono tempo”
Intervistato dopo il finale del 6 febbraio, DeKnight ha spiegato
che oggi, rispetto al passato, è più complesso valutare rapidamente
il successo di una serie. Tra licenze e distribuzione su più
piattaforme, servono settimane per raccogliere tutti i dati di
ascolto.
Nonostante questo, il creatore si è detto ottimista: la risposta
internazionale sarebbe molto positiva e la produzione spera di
tornare presto in Nuova Zelanda per girare il prossimo capitolo.
L’intenzione è quella di espandere ulteriormente l’universo
narrativo, introducendo più gladiatori e gladiatrici e
intensificando sia i conflitti “sotto” il ludus sia le tensioni
politiche ai piani alti.
Un Ashur sempre più spietato
DeKnight ha anche anticipato che una possibile stagione 2
mostrerebbe un Ashur ancora più determinato e pericoloso. Dopo gli
eventi del finale – compreso l’omicidio che potrebbe costargli la
crocifissione se venisse scoperto – il personaggio sembra pronto a
smettere di cercare l’approvazione dei romani per imporre il
proprio potere.
Il confronto con Cesare, suggerisce il creatore, segna l’inizio di
una nuova fase: Ashur non vuole più adattarsi alla società romana,
ma costringerla a piegarsi a lui.
Le prospettive per Achillia
Tenika Davis ha parlato delle “possibilità infinite” per il suo
personaggio, Achillia, sottolineando quanto la scrittura della
prima stagione l’abbia sorpresa in più momenti. L’attrice si è
detta entusiasta all’idea di esplorare ulteriormente le dinamiche
emotive e politiche che potrebbero emergere in un eventuale secondo
capitolo.
Il cast include anche Graham McTavish, Claudia Black, Ivana Baquero
e altri volti noti, con un’apparizione speciale di Lucy Lawless nei
panni di Lucretia. Il buon riscontro critico – con un 92% su Rotten
Tomatoes – e il pedigree di DeKnight, già autore di titoli come
Buffy the Vampire Slayer
e Daredevil, alimentano
la speranza che Spartacus:
House of Ashur possa tornare per un’altra battaglia.
Per ora non c’è ancora una conferma ufficiale sul rinnovo, ma i
segnali sembrano incoraggianti.
La serie animata
Terminator
Zero è stata ufficialmente cancellata da
Netflix dopo una sola
stagione. A confermarlo è stato il creatore Mattson Tomlin, che ha
rotto il silenzio sui social spiegando che, nonostante il buon
riscontro di critica e pubblico, gli ascolti non sono stati
sufficienti per giustificare un rinnovo.
Tomlin ha dichiarato che avrebbe
voluto sviluppare la “Future War” pianificata per le stagioni 2 e
3, aggiungendo di aver già scritto tutti gli script della seconda
stagione e delineato quasi interamente la terza. Tuttavia, i costi
elevati della produzione e numeri di visione non abbastanza solidi
hanno portato Netflix a spegnere il progetto.
Una nuova storia nell’universo
di Terminator
Debuttata il 29 agosto 2024 con
otto episodi rilasciati contemporaneamente, Terminator Zero raccontava una storia originale
ambientata nell’universo creato da James Cameron. A
differenza dei film iconici con il T-800 di Arnold Schwarzenegger, la serie si
concentrava su Malcolm Lee, scienziato che nel 1997 a Tokyo
sviluppa una nuova intelligenza artificiale, Kokoro, per
contrastare Skynet.
Nel cast della versione
inglese figuravano Timothy Olyphant come
Terminator, Rosario Dawson come
voce di Kokoro e Andre
Holland nel ruolo di Malcolm Lee.
Buone recensioni, ma non
abbastanza pubblico
La serie aveva ottenuto
risultati positivi su Rotten Tomatoes, con l’87% di gradimento
dalla critica (Certified Fresh) e il 79% dal pubblico. Diversi
recensori avevano elogiato la scelta di non riproporre direttamente
i personaggi storici del franchise, offrendo invece un approccio
più fresco e indipendente.
Nonostante questo, la
performance in termini di visualizzazioni non ha convinto Netflix a
investire in ulteriori stagioni. Tomlin ha anche rivelato che la
piattaforma gli avrebbe proposto di realizzare due o tre episodi
aggiuntivi per chiudere la storia, ma ha rifiutato, ritenendo che
l’arco narrativo meritasse uno sviluppo più ampio.
Con la cancellazione di
Terminator Zero,
l’ennesimo capitolo del celebre franchise sci-fi si interrompe
prima del previsto, lasciando in sospeso l’espansione dell’universo
animato.
AMC Networks
ha lanciato ufficialmente il primo singolo rock di Lestat de
Lioncourt, intitolato “Long
Face”, brano che anticipa la nuova stagione di
The Vampire
Lestat.
La
canzone è interpretata “in character” da Sam Reid,
che nella serie veste i panni del vampiro musicista. Il brano ha
debuttato il 13 febbraio 2026 sulle principali piattaforme di
streaming musicale, tra cui Spotify, Apple Music e Amazon Music,
attraverso pagine artista ufficiali dedicate a Lestat. Il progetto
è realizzato in collaborazione con Lakeshore Records, e AMC ha già
anticipato che nei prossimi mesi verranno pubblicati altri brani legati alla serie.
Un
nuovo capitolo dell’Immortal Universe di Anne Rice
The Vampire Lestat è
tratto da The Vampire
Chronicles di Anne Rice e
rappresenta un nuovo capitolo dell’Immortal Universe televisivo di
AMC. Inizialmente concepita come
terza stagione di Interview with the Vampire, la serie è
stata ribattezzata per spostare il focus narrativo su Lestat.
La nuova stagione adatta il secondo romanzo della saga,
The Vampire Lestat, e
segue il protagonista mentre abbraccia la fama nell’era moderna.
Lestat e la sua band intraprendono un tour in più città, ma con la
crescente popolarità aumentano anche i pericoli. Figure del passato
tornano a perseguitarlo, costringendolo a confrontarsi con il peso
della propria influenza e con il fenomeno della “Great Conversion”,
che vede il numero di vampiri nel mondo crescere rapidamente.
Il cast e l’anima rock del progetto
La serie vanta un ampio cast corale, tra cui Jacob Anderson (Louis
de Pointe du Lac), Assad Zaman (Armand), Eric Bogosian (Daniel
Molloy), Jennifer Ehle (Gabriella de Lioncourt), Delainey Hayles
(Claudia), Ben Daniels (Santiago) e Sheila Atim (Akasha), oltre
allo stesso Sam Reid.
Il comunicato stampa che accompagna l’uscita del singolo include
anche una finta intervista tra il compositore Daniel Hart e lo
stesso Lestat. Hart ha dichiarato che David Bowie è stata
un’ispirazione fondamentale per il suono del personaggio,
richiamando in particolare l’era glam di Ziggy Stardust e la natura
camaleontica dell’artista.
Coerentemente con il tono ironico e teatrale della serie, Lestat –
sempre nel registro narrativo – ha invece accusato il compositore
di “rubare” da Bowie e di non avere idee originali, criticando
perfino la linea di basso del brano. Un gioco metanarrativo che
rafforza l’identità del personaggio e il taglio rock dell’intero
progetto.
Con “Long Face”, AMC amplia ulteriormente l’universo narrativo di
Anne Rice, trasformando Lestat non solo in protagonista televisivo,
ma anche in vera e propria icona musicale all’interno dello
streaming contemporaneo.
L’universo di The Walking Dead
continua a espandersi sotto la guida di AMC, ma una
recente comunicazione finanziaria dell’emittente potrebbe
rappresentare una brutta notizia per i fan di The Walking Dead: Dead
City.
Nel
report sugli utili del quarto trimestre 2025, AMC ha confermato il
rinnovo sia di Dead City
sia di Daryl Dixon.
Tuttavia, nel calendario delle uscite previste per il 2026 compare
soltanto la serie dedicata a Daryl, mentre lo spin-off con Maggie e
Negan non figura nella lista ufficiale.
Perché l’assenza dal calendario 2026 preoccupa i fan
La
notizia ha sorpreso molti spettatori, soprattutto perché la terza
stagione di Dead City ha
terminato le riprese alla fine del 2025. Sebbene AMC non avesse mai
confermato una data precisa di uscita, in molti si aspettavano un
debutto nel 2026.
La
seconda stagione si è conclusa il 22 giugno 2025. Se la nuova
stagione dovesse slittare al 2027, il rischio sarebbe quello di
creare un intervallo troppo lungo tra un capitolo e l’altro.
Storicamente, le serie con pause prolungate possono perdere parte
del pubblico, anche se il brand The Walking Dead resta uno dei più solidi nel panorama
televisivo.
Va comunque precisato che il documento finanziario non rappresenta
l’elenco completo delle uscite future. AMC ha infatti sottolineato
che la lista presentata non include necessariamente tutti i
progetti in arrivo. Questo lascia aperta la possibilità che
Dead City possa comunque
debuttare nel corso del 2026, magari in una finestra strategica più
redditizia per il network.
La storia di Maggie e Negan resta centrale nell’universo
The Walking Dead: Dead
City segue il difficile viaggio di Maggie (interpretata da
Lauren Cohan) e Negan
(interpretato da Jeffrey Dean
Morgan), costretti a collaborare
nonostante il passato traumatico che li lega. La loro relazione è
segnata dall’omicidio di Glenn (interpretato da Steven Yeun), marito di
Maggie, brutalmente ucciso da Negan nella serie originale.
La dinamica tra i due personaggi rappresenta uno dei pilastri
emotivi dello spin-off, che ha contribuito a mantenere vivo
l’interesse per il franchise anche dopo la conclusione della serie
madre.
Al momento non esiste una data ufficiale per la stagione 3 di
Dead City. Le prime due
stagioni sono disponibili in streaming su diverse piattaforme, tra
cui Netflix e AMC+. I fan, per ora, possono solo
attendere ulteriori aggiornamenti sul futuro della serie.
David
Boreanaz è pronto a tornare protagonista
sulla TV generalista: sarà lui a guidare il reboot di
The Rockford
Files, storica serie investigativa andata in
onda su NBC dal 1974
al 1980 per sei stagioni e 123 episodi, con James Garner
nel ruolo iconico di Jim Rockford.
L’annuncio, riportato da Deadline, rende il progetto uno dei pilot
più discussi della stagione televisiva americana, anche perché in
passato diversi tentativi di rilancio non erano andati a buon
fine.
Il
nuovo Rockford: cosa sappiamo sul reboot
Nel nuovo adattamento, James Rockford – interpretato da Boreanaz –
è un uomo appena uscito di prigione dopo aver scontato una pena per
un crimine che non ha commesso. Tornato a Los Angeles, riprende
l’attività di investigatore privato, affidandosi a fascino, ironia
e intuito per risolvere casi complessi.
Come nella serie originale, dietro l’atteggiamento disinvolto si
nasconde un forte codice morale, che non tarda ad attirare
l’attenzione sia della polizia locale sia della criminalità
organizzata.
Il pilot è scritto da Mike Daniels e prodotto da Sarah Timberman e
Carl Beverly, in collaborazione con Universal Television. Le
riprese sono previste principalmente ad Atlanta, con ulteriori
sequenze girate a Los Angeles.
I precedenti tentativi di riportare in vita la serie
Negli anni ci sono stati diversi tentativi di riportare
The Rockford Files sullo
schermo. NBC aveva già lavorato a un progetto con
David Shore,
creatore di House, che
avrebbe visto Dermot Mulroney nel ruolo principale e Steve Carell come produttore. Anche un’ipotesi
cinematografica con Vince Vaughn non è mai arrivata alla fase
produttiva.
Il coinvolgimento di Boreanaz viene però letto come un segnale di
fiducia nel progetto, vista la sua lunga e solida carriera
televisiva.
Una carriera televisiva quasi ininterrotta
David Boreanaz è uno dei volti più riconoscibili della TV americana
degli ultimi trent’anni. Dopo il successo nei panni di Angel in
Buffy the Vampire Slayer
e nello spin-off Angel,
ha consolidato la sua popolarità con il ruolo dell’agente Seeley
Booth in Bones e più
recentemente con quello di Jason Hayes in SEAL Team, conclusasi nell’ottobre 2024.
Con il reboot di The Rockford
Files, l’attore si inserisce perfettamente nell’attuale
panorama delle serie investigative broadcast, accanto a titoli come
Law & Order,
Elsbeth e
High Potential. Il progetto è ancora in
fase di pilot, quindi non è garantito che venga ordinata una
stagione completa, ma il casting di Boreanaz aumenta sensibilmente
le possibilità di un via libera definitivo.
A un
anno dalla conclusione di The Handmaid’s
Tale, Elisabeth Moss è pronta
a tornare su Hulu con una
nuova serie. L’attrice due volte vincitrice dell’Emmy sarà
protagonista e produttrice esecutiva di Conviction, un legal thriller tratto dal
romanzo del 2023 di Jack Jordan.
La
notizia è stata riportata da The Hollywood Reporter e segna il
primo ritorno davanti alla macchina da presa per Moss sulla
piattaforma dopo il
finale di The Handmaid’s
Tale, andato in onda nel maggio 2025.
Di
cosa parla Conviction
La
serie seguirà Neve Harper, avvocata che ottiene finalmente il caso
destinato a cambiare la sua carriera: un processo per omicidio ad
alto profilo, in cui un uomo è accusato di aver ucciso la moglie
incendiando la loro casa. Tuttavia, mentre cerca di ottenere
l’assoluzione del suo cliente, Neve viene ricattata da uno
sconosciuto misterioso.
Costretta a scegliere tra la propria integrità e la necessità di
vincere il processo, la protagonista sarà spinta a compromettere
ogni principio legale, morale ed etico pur di evitare che oscuri
segreti del suo passato vengano rivelati.
Una squadra creativa di alto profilo
Accanto a Moss come produttrice esecutiva ci saranno Warren
Littlefield, già coinvolto in The Handmaid’s Tale, e David Shore,
noto per aver creato House e
sviluppato The Good Doctor. Shore
sarà anche showrunner della nuova serie.
Per Moss si tratta della prima volta alla guida di un vero e
proprio legal drama. L’attrice ha già dimostrato grande versatilità
passando dal dramma distopico al thriller psicologico, dalla spy
story alla fantascienza, ma Conviction rappresenta un nuovo territorio
narrativo.
Il ritorno davanti alla camera dopo The Handmaid’s Tale
Dalla conclusione di The
Handmaid’s Tale, Moss non è apparsa in nuove produzioni
televisive o cinematografiche, pur continuando a collaborare con
Hulu come produttrice esecutiva dello spin-off The Testaments. Nel frattempo, ha
completato le riprese del drama Apple
TVImperfect Women,
con Kerry Washington, in uscita il 18 marzo.
Con Conviction, Moss non
solo torna a recitare per Hulu, ma lo fa con un progetto che
potrebbe ridefinire la sua presenza televisiva post-June Osborne.
Il passaggio a un thriller legale contemporaneo segna una netta
rottura con l’immaginario distopico che l’ha resa celebre negli
ultimi anni.
La produzione di Conviction è attualmente in fase di sviluppo, ma il
coinvolgimento di Moss e di una squadra creativa già collaudata
lascia intendere che Hulu punti molto su questo nuovo progetto.
COPERTINA: Elisabeth Moss al photocall di “The Square” durante la
70a edizione del Festival di Cannes al Palais des Festivals
— Foto di DenisMakarenko via DepositPhotos.com
Dopo il finale divisivo di Stranger Things,
l’attenzione è altissima attorno ai nuovi progetti legati ai Duffer
Brothers. Nonostante il loro recente spostamento verso Paramount
per altri sviluppi creativi, la collaborazione con Netflix continua
con questa nuova miniserie horror che promette tensione psicologica
e paranoia crescente.
Trailer e data di uscita: quando arriva la serie
Netflix ha confermato che Something Very Bad Is Going to Happen debutterà il
26 marzo sulla
piattaforma. Il trailer mostra la protagonista Rachel, interpretata
da Camila Morrone, sommersa da scuse misteriose e apparentemente
inquietanti mentre si prepara al giorno del suo matrimonio.
Le “scuse” che riceve sembrano cariche di un sottotesto sinistro, e
il clima generale suggerisce che qualcosa di profondamente
sbagliato stia per accadere. Rachel sta per sposare Nicky,
interpretato da Adam DiMarco, e insieme partono per la casa vacanze
della famiglia di lui, isolata in una foresta innevata, dove si
terrà la cerimonia.
Una storia di paranoia prima delle nozze
La serie, creata e guidata dalla showrunner Haley Z. Boston, è una
limited series composta da otto episodi, ognuno ambientato in uno
dei giorni che precedono il matrimonio. Il racconto si concentra
sulla crescente inquietudine di Rachel, sempre più convinta che
qualcosa di terribile stia per accadere.
Boston ha descritto la serie come una riflessione horror sul
matrimonio, accostandola idealmente a film cult come
Carrie e Rosemary’s Baby, ma declinata sul tema
dell’impegno coniugale. La domanda centrale diventa: cosa rende due
persone davvero anime gemelle? E cosa può essere più spaventoso
dell’idea di legarsi per sempre alla persona sbagliata?
Secondo la creatrice, l’intera costruzione narrativa ruota attorno
al disagio della protagonista. Anche quando non è in scena, la
tensione viene modellata attorno alla sua percezione di estraneità,
come accade quando si entra per la prima volta nella famiglia del
proprio partner, immersi in una storia e in dinamiche che non si
conoscono.
Il cast e i nuovi progetti dei Duffer Brothers
Oltre a Camila Morrone e Adam DiMarco, nel cast
figurano Jennifer Jason Leigh, Jeff Wilbusch, Karla Crome,
Gus Birney, Ted Levine e Sawyer Fraser.
Something Very Bad Is Going
to Happen è uno dei tre nuovi progetti sviluppati per Netflix
dai Duffer Brothers, insieme a The Boroughs e Stranger Things: Tales from ’85. È stato inoltre
annunciato che lo spettacolo teatrale prequel The First Shadow sarà distribuito su Netflix
come registrazione live.
Con un’atmosfera che mescola tensione psicologica, superstizione e
dinamiche familiari ambigue, la nuova serie punta a conquistare il
pubblico horror proprio mentre l’eredità di Stranger Things è ancora al centro del
dibattito.
Dopo
una lunga attesa, Prime Video ha
ufficialmente confermato la data di uscita della terza e ultima
stagione di Good
Omens. Il gran finale della serie
fantasy debutterà il 13
maggio 2026, chiudendo definitivamente la storia di
Aziraphale e Crowley.
La
notizia è arrivata tramite l’account ufficiale X della serie,
accompagnata da un breve video promozionale in cui la troupe
prepara i set principali. Nel momento conclusivo, una mano – il
volto resta fuori campo – gira il cartello sulla porta della
libreria di Aziraphale da “closed” a “open”, simbolicamente
riaprendo la porta all’ultimo atto della storia.
Un
finale speciale da 90 minuti
Era già stato annunciato che Good Omens non tornerà con una stagione tradizionale, ma
con un unico episodio speciale di circa 90 minuti che concluderà la
serie. La seconda stagione, uscita nel luglio 2023, aveva
introdotto una storyline originale rispetto al romanzo di
Terry
Pratchett e Neil Gaiman,
lasciando in sospeso il destino dei protagonisti.
Nel finale della stagione 2, l’arcangelo Gabriele (Jon
Hamm) e Beelzebub (Shelley Conn) rivelano il loro amore, pronti
a rinunciare ai rispettivi ruoli pur di restare insieme. Aziraphale
riceve invece l’offerta di diventare arcangelo supremo, con la
possibilità di trasformare Crowley di nuovo in angelo. Crowley
rifiuta, sottolineando l’ipocrisia del Paradiso, e dopo aver
baciato Aziraphale, se ne va deluso, mentre il compagno sceglie il
Cielo.
La stagione 3 dovrà quindi affrontare le conseguenze di quella
frattura e sviluppare il tema della “Seconda Venuta”, introdotto
proprio nel finale precedente.
Le polemiche e il futuro della saga
La produzione della terza stagione è stata influenzata dalle accuse
di aggressione sessuale rivolte a Neil Gaiman nel 2024. A seguito
delle polemiche, l’autore non è più coinvolto direttamente
nell’adattamento televisivo, anche se alcune sue idee narrative
sarebbero rimaste nella struttura del finale. In parallelo,
l’adattamento di Anansi
Boys è stato completato ma successivamente accantonato.
Nonostante ciò, l’interesse attorno a Good Omens resta alto: la serie mantiene un
punteggio dell’86% su Rotten Tomatoes, mentre altri progetti tratti
dalle opere di Gaiman – come The Sandman – hanno continuato a ottenere successo
sulle piattaforme streaming.
Con il ritorno di Michael
Sheen nei panni di Aziraphale e
David
Tennant in quelli di Crowley, il pubblico
può aspettarsi un finale che metterà al centro proprio la loro
dinamica, diventata negli anni il cuore emotivo della serie.
Tutte le stagioni di Good
Omens sono attualmente disponibili in streaming su Prime
Video.
Chi
conosce il romanzo gotico di Emily Bronte
noterà subito che la nuova versione cinematografica di Cime
Tempestose, diretta da Emerald
Fennell, ha eliminato diversi personaggi
chiave della storia originale. Una scelta precisa, spiegata dalla
regista stessa in un’intervista a ScreenRant, che punta a
semplificare la complessa struttura del romanzo per concentrarsi
esclusivamente sul rapporto tra Catherine e Heathcliff.
Nel film, interpretato da Margot Robbie e
Jacob Elordi, vengono
esclusi personaggi fondamentali della seconda parte del libro,
compresi la figlia di Cathy, il figlio di Heathcliff e il figlio di
Hindley. Nel romanzo, questi personaggi guidano la dimensione
generazionale della tragedia, ma l’adattamento del 2026 sceglie di
fermarsi prima, chiudendo la storia con la morte di Catherine.
Tra i
cambiamenti più evidenti c’è l’assenza di Hindley Earnshaw,
fratello di Cathy, che nel libro è responsabile degli abusi su
Heathcliff dopo la morte del padre. Nel film, questo ruolo viene
assegnato direttamente al padre di Catherine, interpretato da
Martin Clunes, in un’operazione di accorpamento narrativo che rende
più lineare il conflitto.
Fennell: “Tutto ruota intorno a Cathy e Heathcliff”
Parlando del processo di adattamento, Fennell ha spiegato di aver
prima scritto ciò che ricordava del romanzo prima ancora di
rileggerlo. Secondo la regista, il cuore emotivo dell’opera resta
l’amore tormentato tra i due protagonisti. “Qualunque siano le
nostre anime, la sua e la mia sono la stessa cosa” è la frase che,
secondo lei, definisce l’essenza del libro.
Per questo motivo, l’adattamento ha scelto di eliminare ciò che
distoglie dal centro romantico della storia. Restano comunque
personaggi cruciali come Nelly Dean (Hong Chau), Edgar Linton
(Shazad Latif) e Isabella Linton (Alison Oliver), che continuano a
influenzare il destino dei protagonisti.
La scelta ha già diviso la critica: alcuni rimpiangono la ricchezza
del romanzo originale, altri apprezzano la decisione di concentrare
il film sull’intensità del legame tra Cathy e Heathcliff. Intanto,
Wuthering Heights ha
debuttato con un buon punteggio su Rotten Tomatoes e si prepara a
un solido percorso al botteghino.
Il finale di Past
Lives (leggi
qui la recensione) è una conclusione stimolante per questa
complessa e bellissima storia d’amore. Opera semi-autobiografica
della regista esordiente Celine Song, Past
Lives ruota attorno a 24 anni della vita di due amici
d’infanzia, Nora e Hae Sung, che si allontanano dopo che la
famiglia di lei emigra a Toronto e che alla fine si ritrovano più
avanti nella vita. Il film ha avuto un forte impatto culturale, che
ha portato a due nomination agli Oscar – Miglior film e Miglior
sceneggiatura originale per Song – cosa praticamente inaudita per
un piccolo film indipendente come questo.
La prima metà del film segue dunque
la relazione tra Nora e Hae Sung dalla loro amicizia infantile al
loro ricongiungimento su Skype dai due angoli opposti del mondo. A
metà film, i due si ritrovano a New York e, grazie alla tensione
emotiva accumulata, il loro ricongiungimento ha il giusto impatto
emotivo. La seconda metà del film vede invece Nora e Hae Sung
vagare per la città, riflettendo su ciò che avrebbe potuto essere.
Past Lives si conclude poi con Nora che accompagna
Hae Sung al taxi e lo saluta. L’ultima frase di Hae Sung a Nora in
questa scena ha però un significato più profondo da svelare.
Cosa significa l’ultima frase di
Hae Sung a Nora
Dopo aver cenato con Nora e suo
marito Arthur nella sua ultima notte a New York, Hae Sung torna al
loro appartamento e chiama un Uber. Nora accompagna Hae Sung lungo
la strada fino al punto di raccolta e aspetta con lui l’Uber. Per
un po’ non si scambiano alcuna parola, ma si limitano a scambiarsi
uno sguardo lungo e significativo. Quando Hae Sung finalmente pensa
a qualcosa da dire, vale la pena aspettare. Riprendendo la loro
discussione sulle vite passate, si chiede se la vita che stanno
vivendo attualmente sia una vita passata.
Chiede a Nora che tipo di relazione
avranno nella prossima vita e lei risponde che non lo sa. Hae Sung
dice: “Ci vediamo allora”, prima di salire sul suo Uber e partire
per l’aeroporto. Dopo aver trascorso l’intero film lamentandosi del
fatto di avere questo bellissimo legame con una persona a cui tiene
e che non potrà mai concretizzarsi a causa di circostanze
attenuanti, l’ultima battuta di Hae Sung ha un tocco di ottimismo
rinfrescante. Le persone si avvicinano sempre di più ad ogni nuova
incarnazione, quindi Hae Sung è ottimista sul fatto che, nella
prossima vita, lui e Nora saranno ancora più vicini.
Perché Nora piange alla fine di
Past Lives
Alla fine di Past
Lives, dopo aver accompagnato Hae Sung al suo Uber e
essere tornata a casa da suo marito, Nora scoppia in lacrime.
Questo crollo emotivo non è necessariamente così netto come il
desiderio di Nora di essere rimasta con Hae Sung invece di
trasferirsi a New York e sposare qualcun altro; è molto più
complicato di così. Nora non aveva previsto quanto sarebbe stato
emotivamente difficile dire addio a Hae Sung. Si rammarica che la
vita abbia ostacolato il suo legame con lui e forse si sente anche
in colpa per aver lasciato un vecchio amore per trovarne uno
nuovo.
Nora e Hae Sung si amano?
Nora e Hae Sung provano entrambi un
profondo affetto l’uno per l’altra. Il fatto che fossero così
vicini a 12 anni, che abbiano ripreso da dove avevano interrotto
quando si sono ritrovati online 12 anni dopo, e che abbiano ripreso
da dove avevano interrotto e si siano ritrovati ancora una volta
altri 12 anni dopo, dimostra che c’è un legame davvero speciale tra
queste due persone. Ma si amano? Durante tutto il film, è
abbastanza chiaro che Hae Sung è follemente innamorato di Nora (e
lo è sempre stato) e desidera che possano stare insieme. Ma Nora è
tutta un’altra storia.
La questione se Nora ami Hae Sung è
complicata. Lei non è innamorata di lui, ma chiaramente prova dei
sentimenti forti nei suoi confronti. Non c’è dubbio che Nora ami
Arthur – anche quando Arthur stesso ha dei dubbi, Nora gli assicura
che non lo lascerà per Hae Sung – ma lei ha senza dubbio riflettuto
sullo scenario ipotetico di cosa sarebbe successo se non avesse mai
perso i contatti con Hae Sung. Quando erano bambini, sembravano
destinati a passare la vita insieme. Hae Sung avrà quindi sempre un
posto speciale nel cuore di Nora, anche se lei non lo ama.
La spiegazione del concetto
buddista di “Inyeon”
Il filo conduttore tematico di
Past Lives – e il significato del suo titolo – è
tratto dal concetto buddista coreano di “inyeon”. In generale, esso
si riferisce all’idea di fato o destino, ma in particolare
attraverso la lente delle relazioni tra le persone. Questo concetto
presuppone che le relazioni umane profonde (come un matrimonio o
un’amicizia stretta) siano formate da migliaia di strati di vite
passate in cui quelle due persone si sono avvicinate sempre di più.
Hae Sung si chiede se stia vivendo una vita passata, perché sente
che basta un solo strato di inyeon per separarlo da una vita di
felicità con Nora.
Il vero significato del finale di
Past Lives
La scena finale di Past
Lives fa di tutto per concludere il film con una nota
ottimistica. La maggior parte del film riguarda ciò che avrebbe
potuto essere, mentre Hae Sung si ricongiunge con Nora e si chiede
se lei sarebbe sposata con lui e non con Arthur se non avesse
lasciato la Corea del Sud quando avevano 12 anni. Ma il finale non
riguarda ciò che avrebbe potuto essere, ma ciò che potrebbe essere.
Hae Sung che si chiede se lui e Nora saranno più vicini nella
prossima vita dimostra che ha speranza nel futuro, anche se quel
futuro pieno di speranza è lontano una vita.
Prima di venire a New York per
visitare Nora, Hae Sung aveva nutrito la vana speranza di poter
ancora in qualche modo stare con lei in questa vita. Ma dopo aver
visto quanto lei sia felice con Arthur, aver conosciuto Arthur e
aver capito che è un bravo ragazzo, Hae Sung accetta finalmente che
l’unico rapporto che potrà avere con Nora in questa vita è
un’amicizia a distanza. Tuttavia, non vuole rinunciare
completamente alla speranza, quindi concentra quella speranza sulla
prossima vita. Il finale di Past Lives mostra così
che c’è sempre qualche speranza a cui aggrapparsi.
Il
2011 ha visto l’arrivo del quarto capitolo della celebre saga
Pirati dei Caraibi, intitolato Pirati
dei Caraibi – Oltre i confini del mare (qui la recensione). Diretto da
Rob Marshall e con protagonista Johnny
Depp nei panni del carismatico capitano Jack
Sparrow, il film si colloca dopo gli eventi del terzo episodio,
Ai confini del mondo,
riprendendo alcuni fili narrativi lasciati in sospeso e
introducendo nuove sfide per il protagonista. Il film mantiene il
mix di avventura, comicità e fantasia che ha reso famosa la saga,
aggiornando però la formula con nuove ambientazioni e personaggi,
offrendo così un’evoluzione coerente della narrazione.
Tra le novità più rilevanti di Pirati dei Caraibi – Oltre i
confini del mare vi sono l’introduzione di nuovi
comprimari, tra cui Penélope Cruz nei panni della misteriosa
Angelica, e il ritorno di figure storiche e mitologiche come il
temibile pirata Barbanera. La trama si sviluppa attorno alla
ricerca della Fonte della Giovinezza, che porta Jack Sparrow a
scontrarsi con rivali storici e alleati inaspettati. Questo quarto
capitolo amplia l’universo della saga, esplorando nuovi miti e
leggende caraibiche, pur mantenendo il tono avventuroso e
spettacolare che ha caratterizzato i film precedenti.
Il film, inoltre, getta
le basi per sviluppi futuri. Il finale, con i destini dei
protagonisti in bilico e nuove minacce all’orizzonte, lascia
chiaramente aperte le porte a un quinto episodio. In particolare,
alcune dinamiche tra Jack Sparrow e i nuovi antagonisti prefigurano
conflitti che saranno al centro di Pirati dei Caraibi – La
vendetta di Salazar. Nel resto dell’articolo verrà quindi
proposto un approfondimento sul finale di Pirati dei
Caraibi – Oltre i confini del mare, spiegando come esso
anticipi le vicende del film successivo e la continuità della
saga.
La trama di Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del
mare
Quando un naufrago viene ritrovato
al largo della costa spagnola e rivela di conoscere la posizione
della Fonte della Giovinezza, Re Ferdinando VI di
Spagna e Re Giorgio II d’Inghilterra
vogliono essere i primi a trovare l’acqua miracolosa. Quest’ultimo
affida il compito a Barbossa il quale, dopo aver
perso la gamba e la Perla Nera, è diventato un corsaro al soldo del
governo inglese. Il pirata Jack Sparrow, intanto,
apprende che qualcuno ha rubato la sua identità per arruolare una
ciurma. Recato alla locanda La figlia del Capitano per individuare
l’impostore, scopre che il ladro di identità è una sua ex fiamma,
Angelica Teach, figlia del celebre pirata
Edward ‘Barbanera’ Teach.
La donna, allora, lo rapisce e lo
porta proprio sulla nave del padre, la leggendaria Queen Anne’s
Revenge. Barbanera vuole infatti che
Jack lo aiuti a scoprire
chedove si trova la fonte dell’eterna
giovinezza, per annullare una profezia che gli ha predetto morte
certa. Partono così alla ricerca di tale luogo magico e insieme a
loro si uniranno, controvoglia, anche il missionario Philip
Swift e una sirena di Serena, le cui
lacrime sono necessarie alla buona riuscita dell’incantesimo. Più
si avvicinano alla fonte, però, più scopriranno quale è davvero il
prezzo da pagare per ottenere l’eterna giovinezza.
La spiegazione del finale del
film
Il
terzo atto di Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del
mare si apre con l’arrivo di tutte le parti in conflitto
alla Fonte della Giovinezza. Blackbeard cattura la sirena Syrena e
usa la sua magia per soggiogare l’equipaggio della Queen Anne’s
Revenge. Jack Sparrow, Barbossa e Gibbs proseguono a piedi dopo
l’attacco delle sirene, recuperando informazioni cruciali sui due
calici e sulla lacrima della sirena necessaria per completare il
rituale. La tensione cresce mentre tutti convergono sulla Fonte,
ciascuno con motivazioni diverse, pronti a usare l’acqua per
ottenere l’immortalità o vendicare torti passati.
La
battaglia finale vede Blackbeard confrontarsi con Barbossa e Jack
mentre Philip libera Syrena. Barbossa utilizza la sua astuzia e una
spada avvelenata per colpire Blackbeard, mentre Jack sfrutta il
momento di confusione per completare il rituale con i calici e la
lacrima della sirena. Blackbeard beve l’acqua sbagliata e muore,
Angelica guarisce, e Syrena ritorna nell’oceano con Philip.
Barbossa rivendica la Revenge e continua la sua carriera da pirata.
Jack rimane libero, fedele alla sua vita avventurosa, pronto a
nuove imprese con Gibbs e la Black Pearl.
Il finale risolve i principali conflitti narrativi, mostrando la
vittoria dell’astuzia e del coraggio sulla crudeltà e l’avidità.
Jack, pur manipolando la situazione a proprio vantaggio, dimostra
intelligenza e leadership nel gestire alleati e nemici. Barbossa
ottiene la sua rivincita personale contro Blackbeard, mentre Philip
e Syrena incarnano l’innocenza e la giustizia morale. Questo terzo
atto sancisce la chiusura del ciclo narrativo della Fonte della
Giovinezza, bilanciando vendetta, amore e astuzia, e mostrando come
le azioni dei personaggi abbiano conseguenze dirette sul destino di
tutti gli altri.
Dal punto di vista tematico, il finale porta a compimento i temi
della saga: il valore della libertà individuale, la lealtà tra
pirati, la ricerca di redenzione e la tensione tra avidità e
giustizia. Jack rimane l’eroe anticonformista che conosciamo,
capace di sopravvivere grazie alla sua astuzia e intuizione. La
moralità flessibile dei protagonisti, insieme alla vittoria dei più
furbi e audaci, sottolinea la natura caotica e imprevedibile della
vita da pirata. Inoltre, la gestione delle relazioni tra Jack,
Angelica e Barbossa mette in evidenza le dinamiche di fiducia e
inganno che caratterizzano l’universo della saga.
Il film lascia ampie
porte aperte per i sequel. Il recupero della Black Pearl in
bottiglia, le tensioni tra Jack e Angelica e l’esistenza di nuove
minacce suggeriscono che le avventure non sono concluse. La scena
post-credits con il voodoo di Jack ritrovato da Angelica prefigura
nuovi intrecci e conflitti, mentre Barbossa prosegue la sua
carriera da pirata senza limiti. Questi elementi preparano il
terreno per Pirati dei Caraibi – La vendetta di Salazar,
suggerendo che il mondo dei pirati rimane pericoloso, ricco di
magia, tradimenti e opportunità per il protagonista e per gli altri
personaggi di vivere nuove e spettacolari avventure.
Il
thriller
d’azione di Ernesto Diaz Espinoza,
Diablo, potrebbe non avere molto da offrire in
termini di trama, ma è comunque un film d’impatto e divertente da
guardare. La storia segue la vita di un fuggitivo (interpretato da
Scott Adkins, attore visto anche in The Rip – Soldi sporchi e John Wick
4) che decide di rapire una ragazza subito dopo essere
uscito di prigione per ragioni sconosciute. Scopriamo quindi cosa
vuole il fuggitivo e se riesce a raggiungere il suo obiettivo.
Chi ha rapito Elisa e perché?
Un
uomo anonimo che ha qualche tipo di piano segreto e, a quanto pare,
sembra un fuggitivo che ha qualcosa in mente, arriva in Colombia.
Quest’uomo inizia a seguire i movimenti di Elisa,
che è la figlia di un criminale di nome Vicente.
Questi è un uomo influente, ed è per questo che è ancora più
difficile capire le motivazioni dell’uomo anonimo. Perché qualcuno
vuole mettersi contro un criminale così potente e rischiare la
propria vita? Ebbene, quell’uomo anonimo si rivela essere
Kris Chaney, che non solo è un ex collega di
Vicente, ma è anche imparentato con Elisa.
Kris rapisce Elisa e il modo in cui affronta le sue guardie rende
molto chiaro che è un combattente addestrato con cui è meglio non
scherzare. Mette Elisa nel bagagliaio dell’auto e guida il più
lontano possibile. Nel frattempo, Vicente annuncia che chiunque
catturi il rapitore di sua figlia e riporti Elisa a casa sarà
ricompensato generosamente. Un’altra cosa che accade alle spalle di
Vicente è che il suo braccio destro, Nick, chiama
un assassino psicopatico che è a piede libero e gli parla della
figlia scomparsa di Vicente. All’inizio di Diablo,
vediamo di cosa è capace quest’uomo. Uccide una cameriera e una
poliziotta per ragioni sconosciute. Ha una mano protesica d’acciaio
che usa come arma la maggior parte delle volte. Lo sguardo
inquietante sul suo volto rende molto chiaro che la sua ferocia non
conosce limiti.
A
Kris però non piace il fatto di dover infilare Elisa nel bagagliaio
della sua auto. Così la tira fuori e le dice che se collabora, le
permette di sedersi sul sedile posteriore. Elisa è una ragazza
vivace e fa del suo meglio per sfuggire alla prigionia del suo
rapitore. Kris finisce così per dirle che è il suo padre biologico
e che, negli ultimi 15 anni, è stato dietro le sbarre a causa di
Vicente. Kris dice anche a Elisa che è stato Vicente a uccidere sua
madre, ma ovviamente Elisa non gli crede. E come potrebbe? Come può
credere che l’uomo che crede essere suo padre, che l’ama così
tanto, che le ha dato la vita migliore possibile, sia quello che ha
ucciso sua madre?
Scott Adkins e Marko Zaror nel film Diablo
Cosa è successo alla madre di Elisa?
Kris dice a Elisa che amava Leonor Piamonte, sua
madre, e che un tempo erano inseparabili. Dice anche a Elisa che la
collana di diamanti che indossa è stata regalata a sua madre da
lui. Aggiunge che Vicente, Leonor e lui rapinavano banche insieme,
e che erano piuttosto bravi. Kris le racconta che Leonor si
assicurava che nessuno si facesse male durante le rapine, ma
Vicente è un uomo spericolato a cui non importa chi gli intralcia
la strada, purché le sue tasche continuino a riempirsi. Ma poi un
giorno Vicente tradì la fiducia di Kris e lo denunciò alla polizia.
Di conseguenza, è condannato a 15 anni, mentre Vicente costruiva un
impero tutto suo.
Leonor è andata a trovare Kris una volta in prigione e gli disse
che stava cercando di scappare da Vicente con la loro figlia.
Leonor, per qualche motivo non specificato, non vuole vivere con
Vicente, ma è ben consapevole di quanto quell’uomo ami Elisa e a
quali estremi possa arrivare se scoprisse cosa intende fare Leonor.
Dopo quella visita, Kris non ebbe più notizie di Leonor ed è sicuro
che Vicente l’abbia uccisa. Ma Elisa ha un’opinione completamente
diversa e ritiene che Vicente non potrebbe mai fare una cosa del
genere. Dice a Kris che finché non vede delle prove che dimostrano
la colpevolezza di Vicente, non può credergli. Ma Elisa si sbaglia
nel ritenere innocente suo padre, poiché non sa nemmeno la metà
delle cose che quell’uomo fa o è capace di fare.
Kris riesce a salvare Elisa?
Lo psicopatico dalla mano d’acciaio si chiama El
Corvo e alla fine di Diablo scopriamo che
il motivo per cui ha rapito Elisa non è il denaro. A El Corvo non
importa della ricompensa in denaro, vuole solo vendicarsi di
Vicente. A quanto pare, anche Vicente ha pugnalato alle spalle El
Corvo. Anche se Vicente non ha ucciso Leonor, ha assunto El Corvo
per farlo al posto suo. Ha chiesto a Corvo di farlo sembrare un
suicidio, ma quest’ultimo aveva altre intenzioni. Vicente si
infuriò quando lo viene a sapere e decise anche eliminare tutte le
tracce cercando di uccidere Corvo, ma quest’ultimo riuscì a
scappare per un pelo. Da quel giorno, Corvo vuole vendicarsi di
Vicente e finalmente ha l’occasione di farlo quando viene a sapere
di Elisa.
El Corvo riesce così a sopraffare Kris e lo lascia appeso a un
albero con un cappio al collo. Vicente trova Kris e lo avrebbe
ucciso se non sapesse che solo Kris può aiutarlo a combattere El
Corvo e salvare Elisa. La cosa più strana del personaggio di
Vicente è che davvero ama Elisa più di ogni altra cosa. È un uomo
di cui in genere non ci si può fidare, ma nel caso di sua figlia
dimostra che tutti si sbagliano. Questo è il motivo per cui Elisa
ha tanta difficoltà a credere che lui possa aver ucciso sua madre.
Così, alla fine di Diablo, Kris e Vicente, insieme
agli uomini di quest’ultimo, raggiungono il luogo da dove El Corvo
li ha chiamati.
Scott Adkins e Marko Zaror in Diablo
L’assassino ha incatenato Elisa, legando un’estremità della catena
a un trituratore di metallo. Dice a Vicente che la libererà solo
quando lui confessa i suoi crimini davanti a lei. Vicente farebbe
qualsiasi cosa per salvare la vita di sua figlia, e così finisce
per dirle che è stato lui a uccidere sua madre perché lei stava per
portargli via il suo bene più prezioso. A quel punto Kris,
gravemente ferito, si alza e si avventa su El Corvo. Elisa ferma
invece il trituratore gettandovi dentro la collana di diamanti che
indossa. Nel finale di Diablo, sia Vicente che El
Corvo, mentre lottano tra loro, cadono da un’altezza e perdono la
vita. A un certo punto, sembra che anche Kris ceda alle ferite, ma
riesce a sopravvivere. Dopo che tutto è finito, Elisa e Kris vanno
entrambi a rendere omaggio alla tomba di Leonor, ed è lì che Elisa
chiama Kris “papà” per la prima volta.
Un finale aperto
Diablo si conclude però con un finale sospeso,
lasciando spazio a un potenziale sequel. Nell’ultima scena,
infatti, il corpo di El Corvo è scomparso dal luogo dell’incidente.
Vicente giace ancora morto, ma non c’è traccia del killer a
contratto, il che può significare che l’uomo è in qualche modo
sopravvissuto alla caduta o che qualcun altro ha rimosso il suo
corpo per ragioni sconosciute. El Corvo è alimentato da puro odio,
rabbia e dal bisogno di rendere la vita di tutti coloro che
incrociano il suo cammino un inferno. Non si taglia il braccio per sopravvivere,
ma per vendicarsi di Vicente.
Anche se potrebbe completare quella parte del suo viaggio, finché
Kris ed Elisa sono vivi, non può sentirsi in pace. Forse è questo
che lo spinge a continuare a vivere nonostante la caduta da
un’altezza così elevata. Avrà sicuramente bisogno di riprendersi.
Ma una volta recuperate le forze, o almeno una parte di esse, è
destinato a dare la caccia a Kris ed Elisa. Nel film si fa menzione
al fatto che Kris intende portare Elisa da
Carolina, sua zia che vive negli Stati Uniti.
Quindi, è possibile che il prossimo scontro tra Kris ed El Corvo
abbia luogo lì.
Con
Cime
Tempestose, la regista Emerald
Fennell propone una
nuova rilettura del romanzo di Cime
Tempestose, scegliendo un approccio più
concentrato, emotivo e radicale rispetto ad alcune versioni
precedenti. Il finale del film è fedele nello spirito all’opera
originale, ma compie una scelta narrativa decisiva: interrompere la
storia con la morte di Catherine, trasformando quell’istante nel
vero centro tragico dell’intero racconto.
Per
comprendere perché la storia di Cathy e Heathcliff si chiuda così,
è necessario analizzare cosa accade negli ultimi minuti e quale
significato assume questa conclusione nel contesto
dell’adattamento.
Cosa succede a Cathy e Heathcliff nel finale del film?
Nel terzo atto del film, Catherine (interpretata da
Margot Robbie) è incinta
del marito Edgar, ma la sua relazione emotiva con Heathcliff
(interpretato da Jacob Elordi) non si è
mai davvero spezzata. Il loro legame resta viscerale, ossessivo,
distruttivo. Quando Cathy precipita in una spirale depressiva e
perde il bambino a causa di complicazioni, la tragedia diventa
irreversibile.
Heathcliff corre da lei, ma arriva troppo tardi. Può solo stringere
il corpo senza vita della donna che ha definito la sua esistenza.
Il momento culminante è il suo grido disperato: chiede a Cathy di
perseguitarlo, di non lasciarlo mai davvero. Non chiede pace, non
chiede oblio. Chiede tormento.
Il film (la
nostra recensione) si chiude su questa immagine: Heathcliff
piegato sul corpo di Cathy, e un ritorno visivo alla loro infanzia,
quando l’amore era ancora puro, selvaggio, non ancora contaminato
dalle convenzioni sociali. È una chiusura circolare, che lega
innocenza e distruzione nello stesso respiro.
Perché il film si ferma alla morte di Cathy?
Chi conosce il romanzo sa che la storia non finisce qui. Nel libro
di Emily
Bronte, Catherine partorisce una figlia
prima di morire, e la narrazione prosegue per anni, diventando una
tragedia generazionale. Molti adattamenti cinematografici hanno
scelto di mostrare anche la morte di Heathcliff o addirittura una
riunione spirituale dei due amanti.
Emerald Fennell compie invece una scelta precisa: fermarsi alla
morte di Cathy. È una decisione narrativa che concentra l’intero
significato del film sull’amore impossibile tra i due protagonisti.
Andare oltre avrebbe trasformato la storia in un dramma di eredità
e vendetta; fermarsi qui la mantiene un’epopea romantica e
autodistruttiva.
Il film non è interessato alle conseguenze sociali della tragedia,
ma alla sua intensità emotiva. Il suo focus è l’istante in cui
l’amore diventa perdita definitiva.
Heathcliff è vittima o artefice della tragedia?
Cortesia Warner Bros Discovery
Il finale non offre una risposta semplice. Heathcliff è devastato,
ma è anche corresponsabile del destino che si compie. La sua scelta
di sposare Isabella per ripicca, la sua incapacità di spezzare il
legame tossico con Cathy, la sua ossessione per l’orgoglio e la
vendetta: tutto contribuisce alla spirale che conduce alla
morte.
Quando implora Cathy di perseguitarlo, non sta semplicemente
esprimendo dolore. Sta accettando che la sua vita sarà definita
dall’assenza. Il fantasma che invoca non è solo soprannaturale, ma
psicologico. Heathcliff sceglie di vivere nel ricordo, nella colpa,
nella ferita aperta.
In questo senso, il finale eleva la storia da tragedia romantica a
meditazione sull’autodistruzione.
Perché Catherine è il vero centro della storia?
Cortesia Warner Bros Discovery
Pur essendo raccontata spesso dal punto di vista di Heathcliff, la
tragedia ruota intorno a Cathy. La sua morte non è solo l’evento
che distrugge l’uomo, ma il momento che cristallizza l’intero
racconto.
Il film rinuncia alla struttura a cornice del romanzo – dove la
storia è mediata dal racconto di Nelly – e sceglie una messa in
scena più diretta. Questo sposta il peso emotivo su Catherine come
personaggio vivo, non solo come ricordo o mito.
La riuscita del finale dipende dalla capacità dello spettatore di
investire emotivamente in lei prima della morte. Se Cathy è
percepita come figura tridimensionale, il finale è devastante; se
resta solo un simbolo romantico, la tragedia perde forza. Fennell
punta tutto su questa scommessa.
Cosa significa l’ultimo flashback all’infanzia?
Cortesia Warner Bros Discovery
Il ritorno visivo alla loro infanzia non è un semplice espediente
nostalgico. È un contrappunto tragico. Mostra ciò che poteva essere
e non sarà mai più. Il film suggerisce che l’amore tra Cathy e
Heathcliff fosse autentico proprio quando era ancora libero dalle
gerarchie sociali e dalle ambizioni.
Il flashback non promette una riunione ultraterrena, come in alcune
versioni precedenti. È piuttosto una memoria congelata: il momento
in cui il destino non era ancora stato scritto. Questo rende il
finale più terreno, più umano, meno consolatorio.
Perché questo finale funziona così bene sullo schermo?
Cortesia Warner Bros Discovery
Un romanzo può permettersi di espandersi nel tempo, esplorare
generazioni, dilatare le conseguenze. Un film, soprattutto uno che
punta sull’intensità emotiva, deve trovare un’immagine
definitiva.
Heathcliff che stringe il corpo di Cathy è quell’immagine. È
iconica, teatrale, quasi shakespeariana. Trasforma un dramma
vittoriano in un mito tragico universale. Non serve vedere il resto
della vita di Heathcliff per comprendere che sarà segnata dalla
rovina.
La scelta di fermarsi lì rende il finale netto, memorabile,
coerente con l’idea che Wuthering Heights sia, prima di tutto, la
storia di un amore impossibile che consuma tutto ciò che tocca.
Con
Le Mage du
Kremlin, uscito in Italia come Il mago del Cremlino – Le
origini di Putin, Olivier
Assayas porta sullo schermo il romanzo di
Giuliano da
Empoli, un’opera che mescola fiction e
ricostruzione storica. Ma quanto c’è di reale nella storia
raccontata? Il film si muove su un crinale sottile: non è un biopic
tradizionale, ma una narrazione romanzata costruita attorno a
eventi e figure realmente esistiti.
Per
capire cosa sia vero e cosa sia finzione, bisogna distinguere tra
contesto storico, personaggi ispirati alla realtà e costruzione
drammatica.
Vadim Baranov è un personaggio reale?
Il
protagonista Vadim Baranov non è una figura storica ufficiale, ma è
chiaramente ispirato a Vladislav
Surkov, uno degli ideologi più influenti
della Russia putiniana tra gli anni Duemila e il 2020.
Surkov è stato considerato per anni il principale architetto della
“democrazia sovrana”, la dottrina politica che giustifica un
sistema formalmente democratico ma fortemente centralizzato. È
stato consigliere presidenziale, stratega mediatico e regista della
costruzione dell’immagine pubblica del Cremlino.
Nel film, Baranov incarna proprio questa figura: un intellettuale
cinico, proveniente dal mondo della cultura e della comunicazione,
che contribuisce a modellare la narrazione politica della nuova
Russia. Non esiste documentazione che confermi dialoghi o dinamiche
private come quelle mostrate nel film, ma il ruolo storico di
Surkov nella macchina del potere russo è ampiamente
riconosciuto.
La costruzione dell’immagine di Putin è storicamente fondata?
Cortesia di 01 Distribution
L’ascesa di Vladimir
Putin alla fine degli anni Novanta è un
fatto storico documentato. Dopo la presidenza di Boris Eltsin,
Putin viene presentato come figura di stabilità in un paese provato
dal caos economico e politico del post-URSS.
Il film mostra la costruzione graduale di un leader forte, capace
di incarnare ordine, sicurezza e orgoglio nazionale. Questa
trasformazione è coerente con l’evoluzione reale dell’immagine
pubblica di Putin nei primi anni Duemila: dalla figura tecnocratica
e quasi anonima a leader carismatico e centralizzatore del
potere.
L’uso massiccio dei media, il controllo progressivo delle
televisioni nazionali e la ridefinizione della narrativa statale
sono elementi storicamente verificabili. La Russia dei primi anni
Duemila ha effettivamente assistito a una ristrutturazione del
sistema mediatico, con un crescente controllo da parte dello Stato
o di oligarchi allineati al Cremlino.
La “democrazia sovrana” è un’invenzione narrativa?
No. Il concetto di “democrazia sovrana” è stato realmente elaborato
e promosso nei primi anni Duemila, proprio nell’orbita di Surkov.
L’idea era che la Russia dovesse sviluppare un modello democratico
autonomo, non subordinato ai parametri occidentali.
Nel film, questo concetto viene tradotto in una visione cinica del
potere: la democrazia non come valore universale, ma come strumento
adattabile. Questa impostazione riflette il dibattito reale che ha
accompagnato la politica russa negli ultimi vent’anni.
Assayas e il materiale di partenza non inventano il concetto, ma lo
trasformano in dispositivo drammaturgico, concentrandosi sul lato
simbolico e psicologico della sua elaborazione.
I dialoghi tra Baranov e Putin sono realistici?
Qui entriamo nella zona della fiction. Non esistono trascrizioni
pubbliche che confermino le conversazioni intime mostrate nel film.
I dialoghi sono costruzioni narrative, funzionali a rendere
visibile un rapporto che nella realtà è rimasto opaco.
Il film suggerisce un rapporto quasi simbiotico tra lo stratega e
il leader, ma è impossibile stabilire quanto fosse effettivamente
diretto e personale il legame tra Surkov e Putin. Le fonti storiche
parlano di un ruolo importante di Surkov nella definizione della
strategia politica e comunicativa, ma non esistono conferme
pubbliche su dinamiche private o conflitti come quelli messi in
scena.
In questo senso, il film usa la fiction per rendere leggibile un
potere che nella realtà è volutamente impenetrabile.
Quanto è attendibile la rappresentazione della Russia degli anni
Duemila?
L’ambientazione politica è coerente con il contesto storico: la
crisi post-sovietica, il ruolo degli oligarchi, le guerre in
Cecenia, il desiderio diffuso di stabilità e ordine sono elementi
documentati.
Il film enfatizza il clima di transizione e la fragilità
istituzionale di quegli anni. Anche il tema della manipolazione
mediatica e della costruzione del consenso trova riscontro nelle
analisi politologiche e nei reportage internazionali
sull’evoluzione del sistema russo.
Tuttavia, va ricordato che Il
mago del Cremlino non è un documentario. È un’opera di
finzione politica che utilizza fatti reali come base per un
racconto romanzato. La sua verità è narrativa, non giudiziaria.
Il
mago del Cremlino – Le origini di Putin: cosa c’è di vero nel
film?
Con
Le Mage du
Kremlin, uscito in Italia come
Il mago del Cremlino – Le
origini di Putin, Olivier
Assayas porta sullo schermo il romanzo di
Giuliano da
Empoli, un’opera che mescola fiction e
ricostruzione storica. Ma quanto c’è di reale nella storia
raccontata? Il film si muove su un crinale sottile: non è un biopic
tradizionale, ma una narrazione romanzata costruita attorno a
eventi e figure realmente esistiti.
Per
capire cosa sia vero e cosa sia finzione, bisogna distinguere tra
contesto storico, personaggi ispirati alla realtà e costruzione
drammatica.
Vadim Baranov è un personaggio reale?
Il
protagonista Vadim Baranov non è una figura storica ufficiale, ma è
chiaramente ispirato a Vladislav
Surkov, uno degli ideologi più influenti
della Russia putiniana tra gli anni Duemila e il 2020.
Surkov è stato considerato per anni il principale architetto della
“democrazia sovrana”, la dottrina politica che giustifica un
sistema formalmente democratico ma fortemente centralizzato. È
stato consigliere presidenziale, stratega mediatico e regista della
costruzione dell’immagine pubblica del Cremlino.
Nel film, Baranov incarna proprio questa figura: un intellettuale
cinico, proveniente dal mondo della cultura e della comunicazione,
che contribuisce a modellare la narrazione politica della nuova
Russia. Non esiste documentazione che confermi dialoghi o dinamiche
private come quelle mostrate nel film, ma il ruolo storico di
Surkov nella macchina del potere russo è ampiamente
riconosciuto.
La costruzione dell’immagine di Putin è storicamente fondata?
L’ascesa di Vladimir
Putin alla fine degli anni Novanta è un
fatto storico documentato. Dopo la presidenza di Boris Eltsin,
Putin viene presentato come figura di stabilità in un paese provato
dal caos economico e politico del post-URSS.
Il film mostra la costruzione graduale di un leader forte, capace
di incarnare ordine, sicurezza e orgoglio nazionale. Questa
trasformazione è coerente con l’evoluzione reale dell’immagine
pubblica di Putin nei primi anni Duemila: dalla figura tecnocratica
e quasi anonima a leader carismatico e centralizzatore del
potere.
L’uso massiccio dei media, il controllo progressivo delle
televisioni nazionali e la ridefinizione della narrativa statale
sono elementi storicamente verificabili. La Russia dei primi anni
Duemila ha effettivamente assistito a una ristrutturazione del
sistema mediatico, con un crescente controllo da parte dello Stato
o di oligarchi allineati al Cremlino.
La “democrazia sovrana” è un’invenzione narrativa?
No. Il concetto di “democrazia sovrana” è stato realmente elaborato
e promosso nei primi anni Duemila, proprio nell’orbita di Surkov.
L’idea era che la Russia dovesse sviluppare un modello democratico
autonomo, non subordinato ai parametri occidentali.
Nel film, questo concetto viene tradotto in una visione cinica del
potere: la democrazia non come valore universale, ma come strumento
adattabile. Questa impostazione riflette il dibattito reale che ha
accompagnato la politica russa negli ultimi vent’anni.
Assayas e il materiale di partenza non inventano il concetto, ma lo
trasformano in dispositivo drammaturgico, concentrandosi sul lato
simbolico e psicologico della sua elaborazione.
I dialoghi tra Baranov e Putin sono realistici?
Qui entriamo nella zona della fiction. Non esistono trascrizioni
pubbliche che confermino le conversazioni intime mostrate nel film.
I dialoghi sono costruzioni narrative, funzionali a rendere
visibile un rapporto che nella realtà è rimasto opaco.
Il film suggerisce un rapporto quasi simbiotico tra lo stratega e
il leader, ma è impossibile stabilire quanto fosse effettivamente
diretto e personale il legame tra Surkov e Putin. Le fonti storiche
parlano di un ruolo importante di Surkov nella definizione della
strategia politica e comunicativa, ma non esistono conferme
pubbliche su dinamiche private o conflitti come quelli messi in
scena.
In questo senso, il film usa la fiction per rendere leggibile un
potere che nella realtà è volutamente impenetrabile.
Quanto è attendibile la rappresentazione della Russia degli anni
Duemila?
L’ambientazione politica è coerente con il contesto storico: la
crisi post-sovietica, il ruolo degli oligarchi, le guerre in
Cecenia, il desiderio diffuso di stabilità e ordine sono elementi
documentati.
Il film enfatizza il clima di transizione e la fragilità
istituzionale di quegli anni. Anche il tema della manipolazione
mediatica e della costruzione del consenso trova riscontro nelle
analisi politologiche e nei reportage internazionali
sull’evoluzione del sistema russo.
Tuttavia, va ricordato che Il
mago del Cremlino non è un documentario. È un’opera di
finzione politica che utilizza fatti reali come base per un
racconto romanzato. La sua verità è narrativa, non giudiziaria.
È un film storico o una parabola sul potere?
La risposta più onesta è: entrambe le cose, ma con prevalenza della
seconda. Il film utilizza la storia recente della Russia per
costruire una riflessione più ampia sul potere nel XXI secolo.
La figura dello spin doctor che crea un leader e poi ne viene
superato è una metafora potente. Non è solo la storia di Putin o di
Surkov, ma la rappresentazione di un meccanismo universale: quando
la narrazione diventa più forte della realtà.
In questo senso, ciò che è “vero” nel film non è tanto il dettaglio
biografico quanto la dinamica strutturale: il potere contemporaneo
si fonda sempre più sulla costruzione simbolica e sul controllo del
racconto pubblico.
Cosa bisogna sapere prima di vedere il film?
È
importante affrontare Il mago
del Cremlino con la consapevolezza che si tratta di un
adattamento letterario. Il romanzo di Giuliano da Empoli era già un
ibrido tra realtà e invenzione, e il film accentua questa
dimensione.
Non tutto ciò che vediamo è documentato, ma quasi tutto è
plausibile nel contesto storico. La forza dell’opera non sta nella
ricostruzione minuziosa degli eventi, bensì nella capacità di
trasformare una stagione politica reale in una riflessione sul
rapporto tra potere, comunicazione e responsabilità morale.
Il film non pretende di dire “come è andata davvero”. Mostra,
piuttosto, come potrebbe essere andata. Ed è proprio in questo
spazio ambiguo che si muove la sua verità.
Con
Le Mage du
Kremlin, distribuito in Italia come
Il mago del Cremlino – Le
origini di Putin (qui
la nostra recensione in anteprima dal Festival di
Venezia), Olivier
Assayas firma uno dei suoi film più politici
e stratificati. Ispirato al romanzo omonimo di Giuliano da Empoli,
il film ricostruisce l’ascesa di Vladimir Putin (Jude Law)
attraverso lo sguardo del suo spin doctor Vadim Baranov
(Paul Dano),
figura ispirata a Vladislav Surkov. Il finale non è un semplice
epilogo biografico: è la messa a fuoco definitiva del rapporto tra
potere, narrazione e manipolazione.
Prima di analizzarne il senso politico, è necessario chiarire cosa
accade davvero negli ultimi minuti.
Cosa succede nel finale de Il mago del Cremlino?
Nel finale, Baranov comprende di essere diventato prigioniero del
sistema che ha contribuito a costruire. Dopo aver orchestrato la
trasformazione di Putin da funzionario grigio del post-URSS a
figura carismatica e temuta, si rende conto che la macchina
narrativa ha superato il suo stesso creatore.
Putin non è più un progetto comunicativo: è diventato il centro di
gravità del potere russo. Le strategie di controllo mediatico, le
guerre simboliche, la costruzione di una “democrazia sovrana” sono
ormai strutture consolidate. Baranov intuisce che il suo ruolo non
è più necessario. Anzi, diventa pericoloso.
Il loro confronto finale è glaciale. Non c’è uno scontro diretto,
ma uno scambio fatto di silenzi e sottintesi. Putin comprende che
l’uomo che lo ha creato mediaticamente conosce troppo. Baranov
capisce che il potere, una volta consolidato, elimina ogni
intermediario.
Perché Baranov sceglie di farsi da parte?
Il film suggerisce che Baranov non venga eliminato fisicamente, ma
“assorbito” dal sistema. La sua uscita di scena è ambigua: si
ritira, si eclissa, viene marginalizzato. Assayas non offre una
soluzione esplicita, ma costruisce una dissolvenza simbolica.
Baranov è un uomo che ha sempre vissuto nell’ombra, manipolando la
percezione pubblica. Nel finale, torna a essere invisibile. È la
punizione perfetta per uno spin doctor: scomparire dalla storia che
ha contribuito a scrivere.
La sua consapevolezza arriva tardi. Ha creato una narrativa fondata
sul conflitto permanente, sulla destabilizzazione controllata,
sulla costruzione di una realtà alternativa. Ma quella realtà non è
più controllabile.
Il significato politico dell’ultima sequenza
L’ultima sequenza non riguarda solo i due uomini. È una riflessione
sul potere nel XXI secolo. Assayas mostra come il controllo non
passi più soltanto attraverso la repressione, ma attraverso la
manipolazione simbolica.
Il film chiude con un senso di inevitabilità. La Russia che vediamo
non è più in transizione: è entrata in una nuova fase autoritaria
costruita su storytelling, paura e nazionalismo. Baranov osserva il
risultato del proprio lavoro come un artista che non riconosce più
la propria opera.
Il vero finale non è la sua uscita di scena, ma l’idea che il
sistema continuerà senza di lui. Il potere non ha bisogno del suo
architetto una volta che le fondamenta sono state gettate.
Putin è davvero il “mago” del titolo?
Il titolo suggerisce ambiguità. Chi è il vero mago del Cremlino?
Baranov, il manipolatore dietro le quinte, o Putin, che ha saputo
trasformare quella manipolazione in potere reale?
Il finale sembra rispondere in modo netto: il vero mago è colui che
riesce a rendere invisibile il trucco. Se Baranov costruisce
l’illusione, Putin la incarna e la rende sistema. Quando il potere
diventa struttura, non ha più bisogno del prestigiatore.
In questo senso, il film racconta la nascita di un regime non
attraverso le grandi decisioni politiche, ma attraverso la
costruzione narrativa del consenso.
Cosa vuole dirci Assayas con questo finale?
Il finale non offre redenzione né condanna morale esplicita.
Assayas evita il didascalismo e sceglie l’ambiguità. Il suo
interesse non è demonizzare o glorificare, ma mostrare il
meccanismo.
Il mago del Cremlino non è un film su Putin in senso stretto, ma
sul potere della narrazione. Il sistema descritto nel film è figlio
della televisione, della propaganda moderna e delle guerre
dell’informazione. Il finale suggerisce che il vero pericolo non
sia il leader in sé, ma la capacità di costruire una realtà
alternativa che sostituisca quella condivisa.
Baranov esce di scena, ma la macchina resta attiva. È questa la
nota più inquietante.
Con
Da Belfast al Paradiso (How
to Get to Heaven from Belfast) diNetflix, la creatrice
Lisa McGee
abbandona i toni più dichiaratamente comici per costruire un
thriller emotivo che parla di amicizia, colpa e identità riscritte.
Il finale della serie non si limita a risolvere il mistero sulla
presunta morte di Greta, ma ribalta la prospettiva su tutto ciò che
abbiamo visto: la verità non è mai stata solo “cosa è successo?”,
bensì “chi è davvero Greta?”.
Greta è viva: perché è stato organizzato il suo funerale?
Il
primo colpo di scena arriva già nell’episodio d’apertura: Greta non
è morta. Il funerale a cui Saoirse, Robyn e Dara tornano dopo anni
di distanza è una messa in scena. Nella bara c’è Jodie, l’amica
d’infanzia di Greta, morta dopo una caduta dalle scale durante un
confronto violento.
È
Margo a ideare il piano: dichiarare ufficialmente la morte di Greta
per permetterle di sparire. Dietro questa operazione si muove la
misteriosa Evaporation Society, un’organizzazione femminile che
aiuta donne in situazioni estreme a cambiare identità e scomparire.
Feeney e Booker, inizialmente percepite come antagoniste, si
rivelano in realtà pedine di un sistema più ambiguo, dove il
confine tra protezione e manipolazione è sottilissimo.
Il funerale diventa così un dispositivo narrativo potente: non è un
addio, ma un atto di cancellazione. Greta non muore, viene
riscritta.
L’incidente, la fuga e la visita alla madre
Nel finale, la tensione cresce quando Robyn investe accidentalmente
Greta su una strada di campagna e la crede morta. Il senso di colpa
riattiva il passato: ancora una volta, le tre donne si trovano
davanti a un corpo da gestire, a una verità da nascondere. Ma Greta
sopravvive e si trascina ferita fino a ottenere un passaggio da uno
sconosciuto inquietante, che le consegna una misteriosa borsa rosa
prima di essere successivamente trovato ucciso.
Nel frattempo, Greta va a trovare la madre Nora nella casa di cura.
È un confronto gelido, privo di riconciliazione. Nora la descrive
come una bambina inquietante, capace di spaventare già da piccola.
Ma il racconto della madre è intriso di ambiguità: è davvero un
ricordo o una narrazione tossica costruita negli anni? La serie
suggerisce che Greta sia stata a lungo intrappolata in uno sguardo
che la vedeva come “pericolosa”, finendo per interiorizzare
quell’identità.
Il mistero centrale della stagione riguarda Heaven’s Veil,
l’istituto religioso dove Greta è cresciuta. Qui la verità assume
contorni più tragici che criminali.
Greta, che da bambina si chiamava Aisling, racconta che lei e Jodie
(all’epoca Cara) credevano che quel luogo fosse sacro, magico,
destinato a essere visitato da Dio. Quando la salvezza promessa non
arrivò, decisero di bruciare la chiesa. Un gesto infantile,
disperato, simbolico. Non si accorsero delle biciclette dei bambini
parcheggiate fuori fino a quando non fu troppo tardi.
Il fuoco diventa il punto zero della loro esistenza: un atto che
nasce da un bisogno di redenzione e si trasforma in colpa
permanente. Heaven’s Veil non è solo un luogo, ma il trauma
fondativo che segna Greta per tutta la vita.
La serie non insiste su dettagli giudiziari o numeri di vittime.
Ciò che conta è l’impatto psicologico: la consapevolezza di aver
distrutto qualcosa di sacro, di aver infranto l’idea stessa di
innocenza.
Il corpo di Charles Sampson e il segreto condiviso
Un altro nodo irrisolto riguarda Charles Sampson, il giornalista
che indagava su Heaven’s Veil. Non sono le tre protagoniste a
ucciderlo, ma Jodie, dopo aver scoperto che stava registrando di
nascosto una confessione di Greta. Il gesto è impulsivo, ma segna
per sempre il gruppo.
Le donne decidono di seppellire Charles in segreto, nello stesso
terreno della scuola religiosa. Questo dettaglio è cruciale: il
passato non è mai stato davvero nascosto, ma semplicemente
sotterrato nello stesso luogo che ha generato la loro colpa. Quando
Liam scopre la verità e può finalmente dare un luogo di riposo al
padre, la serie offre una forma di chiusura morale, anche se
tardiva.
L’Evaporation Society e la nuova identità di Greta
Il finale ribalta definitivamente la percezione di Booker e Feeney.
L’Evaporation Society non è soltanto un’organizzazione che protegge
donne in pericolo: è un sistema interno al sistema, con gerarchie e
tradimenti. Scopriamo che la leader stava sfruttando le clienti per
profitto. Booker e Feeney reagiscono eliminando i vertici corrotti
e promettendo di rifondare l’organizzazione secondo regole
nuove.
Greta riceve così nuovi passaporti e una nuova identità per sé, il
marito e la figlia. Non è una fuga, ma una seconda nascita. Dopo
anni passati a essere definita da colpe e narrazioni altrui, può
finalmente scegliere chi diventare.
Cosa c’è nella borsa rosa?
La scena finale riporta l’attenzione su un dettaglio apparentemente
marginale: la borsa rosa lasciata da Greta e recuperata da Dara.
Prima che le tre amiche possano aprirla, la serie mostra lo
sconosciuto che aveva dato un passaggio a Greta morto con un
cacciavite nel collo.
Non vediamo mai il contenuto della borsa. Vediamo solo le reazioni
scioccate delle tre donne. Il silenzio è deliberato. Robyn
pronuncia una frase chiave: “Non ci coinvolgeremo in questa cosa,
per nessuna ragione.”
Quel momento racchiude l’essenza della serie. Per la prima volta,
scelgono di non entrare nel vortice del segreto. Il mistero resta
aperto, ma la decisione è chiara: interrompere la catena di
complicità che le ha unite fin dall’adolescenza.
Cosa è successo davvero a Greta?
Greta non è mai stata semplicemente vittima o carnefice. È stata
una bambina in cerca di salvezza, un’adolescente segnata dalla
colpa, una donna costretta a reinventarsi per sopravvivere. Il
finale non la assolve né la condanna definitivamente: la
restituisce alla complessità.
La morte inscenata, l’incendio, il giornalista sepolto, la fuga
organizzata: ogni evento costruisce un’identità frammentata. Ma nel
momento in cui racconta finalmente la verità alle amiche, Greta si
riappropria della propria storia. E forse è questo il vero
“paradiso” evocato dal titolo: non un luogo geografico, ma la
possibilità di smettere di nascondersi.
La
seconda stagione di Cross,
ispirata alla saga letteraria di Alex Cross,
apre con una trama ancora più cupa e stratificata rispetto al primo
capitolo. Gli episodi iniziali – Harrow, Scatter
e Feed – costruiscono
un’indagine che mette il detective Alex Cross davanti a un dilemma
morale complesso: i responsabili degli omicidi sono semplici serial
killer o vigilanti che cercano di distruggere un sistema criminale
protetto dal potere?
Fin
dalle prime scene, la serie introduce un universo narrativo
dominato da traffici umani, élite corrotte e vendette personali che
si intrecciano con un’indagine federale destinata a trasformarsi in
qualcosa di molto più grande.
Un
doppio assassino colpisce un’élite criminale
La
stagione si apre con una sequenza scioccante ambientata su
un’isola privata, dove un gruppo di uomini ricchi e potenti abusa
di adolescenti. L’irruzione di due misteriosi assassini interrompe
brutalmente il rituale di violenza. L’uomo elimina le guardie,
mentre la donna libera una ragazza e uccide il miliardario Richard
Helvig, dichiarando di essere la figlia di Gabriela Porras prima di
tagliargli la gola e amputargli due dita.
La coppia fugge con le ragazze salvate, stabilendo immediatamente
il tono della stagione. Non si tratta di assassini casuali:
sembrano colpire un sistema criminale ben strutturato. Il loro
modus operandi solleva un interrogativo che accompagnerà tutta la
narrazione: stanno commettendo omicidi o stanno applicando una
forma brutale di giustizia?
Alex Cross affronta un nuovo caso e nuovi conflitti personali
A
Washington, Alex Cross tenta di ritrovare un equilibrio familiare
dopo gli eventi traumatici della stagione precedente. Il rapporto
con la sua famiglia sembra stabilizzarsi, ma la sua vita personale
continua a influenzare il lavoro.
Il nuovo caso esplode quando il magnate Lance Durand riceve un
pacco contenente dita mozzate. Il messaggio appare come una
minaccia diretta, e Cross viene affiancato dall’agente Kayla Craig
per analizzare la vicenda. L’indagine si rivela immediatamente
complessa: l’evento pubblico in cui è stato consegnato il pacco
coinvolge centinaia di sospetti e apre scenari investigativi
estremamente vasti.
Parallelamente, John Sampson affronta una storyline personale
altrettanto destabilizzante quando scopre che Laydona, una
sospettata che accetta di parlare solo con lui, è in realtà sua
madre, creduta morta da anni. Questa rivelazione aggiunge un
ulteriore strato emotivo alla narrazione, evidenziando come i
protagonisti siano costantemente divisi tra dovere professionale e
drammi personali.
I vigilanti Donnie e Luz e il collegamento con la tratta di
minori
La stagione approfondisce la figura dei due assassini, rivelando
gradualmente le loro motivazioni. Donnie e Luz non agiscono a caso:
ogni loro bersaglio è collegato a reti di abuso e traffico di
minori. Il loro piano si espande quando costringono una bancaria,
Beverly Soames, a collaborare per ottenere documenti compromettenti
legati alle attività di Helvig. Quando scoprono il suo
coinvolgimento nel traffico di bambini, la uccidono, rafforzando
l’idea che il loro obiettivo sia smantellare un sistema criminale
radicato.
Questa dinamica crea una tensione morale centrale nella stagione. I
due assassini agiscono come carnefici, ma allo stesso tempo salvano
vittime innocenti. La serie costringe lo spettatore – e Cross
stesso – a confrontarsi con la linea sottile che separa giustizia e
vendetta.
Il “Smiling Man” e la pista della cospirazione
Un’altra figura chiave emerge nell’indagine: il cosiddetto “Smiling
Man”, identificato successivamente come Lincoln Esteban. L’uomo
appare inizialmente come un serial killer tradizionale, ma il suo
ruolo si rivela molto più ambiguo.
Seguendo la pista di una donna collegata a lui, Cross e la squadra
arrivano a Chicago, dove scoprono un rifugio pieno di simboli
esoterici, mappe e resti umani. Tuttavia, più che un semplice
assassino rituale, Lincoln sembra essere un osservatore e un
infiltrato, parte di un piano più ampio.
Le coordinate trovate nel suo rifugio conducono il team fino al
Texas, dove l’indagine esplode in un’operazione contro il traffico
di adolescenti. Durante un violento scontro a fuoco, Cross scopre
che Lincoln stava monitorando lo stesso traffico e cercando di
fermarlo. La sua figura assume così una dimensione ambivalente:
criminale per legge, ma potenziale alleato contro una rete ancora
più pericolosa.
Il caos in Texas e la fuga di Lincoln
L’operazione in Texas rappresenta uno dei momenti più intensi dei
primi episodi. Il team riesce a intercettare un camion utilizzato
per il traffico di minori, salvando diverse vittime e arrestando
Lincoln. Tuttavia, l’intervento di un poliziotto corrotto, Larsen,
complica la situazione e dimostra quanto la cospirazione sia
radicata anche nelle forze dell’ordine.
La successiva morte di Larsen e la fuga di Lincoln segnano una
svolta narrativa decisiva. Il fatto che Lincoln si presenti alla
porta di Luz suggerisce che i due gruppi di vigilanti potrebbero
essere collegati o addirittura parte dello stesso piano. Questo
sviluppo apre scenari ancora più vasti, indicando che la stagione
ruoterà attorno a una guerra sotterranea tra un sistema criminale
globale e individui pronti a combatterlo con mezzi estremi.
Il rapporto tra Alex e Kayla e le conseguenze professionali
Nel frattempo, la relazione tra Alex e Kayla evolve in modo
inaspettato. Durante la missione in Texas, i due cedono
all’attrazione reciproca, dando vita a una notte di passione che
complica ulteriormente la loro collaborazione. Kayla preferisce
considerarlo un episodio isolato, mentre Alex sembra cercare
qualcosa di più profondo.
Questo contrasto riflette uno dei temi principali della serie: la
difficoltà di separare la vita personale dal lavoro investigativo.
In un contesto dove ogni scelta può influenzare l’esito delle
indagini, il rapporto tra i due rischia di diventare una
vulnerabilità.
Serial killer o vigilanti? Il vero interrogativo della
stagione
I
primi tre episodi costruiscono una narrazione che mette in
discussione la definizione stessa di criminalità. Donnie, Luz e
Lincoln operano fuori dalla legge, ma colpiscono individui
coinvolti in atrocità sistemiche. Cross si trova così a combattere
su due fronti: fermare gli assassini e smascherare l’organizzazione
che ha generato la loro vendetta.
La stagione suggerisce che la vera minaccia non sia rappresentata
dai singoli killer, ma dal sistema che ha reso possibile la loro
esistenza. Le mutilazioni, le esecuzioni e le missioni di
salvataggio diventano simboli di un conflitto morale dove la
giustizia ufficiale appare spesso impotente.
I
primi episodi, quindi, non offrono risposte definitive, ma
costruiscono un thriller che promette di esplorare il confine tra
legalità e giustizia personale, preparando il terreno per una
cospirazione che sembra coinvolgere politica, finanza e forze
dell’ordine.
La
seconda stagione di Kohrra di
Netflix amplia l’universo morale già
tracciato nel primo capitolo e spinge la narrazione verso territori
ancora più oscuri. Ambientata nella cittadina di Dalerpura, la
serie costruisce un caso di omicidio che diventa il punto di
rottura di equilibri familiari, segreti sepolti e colpe collettive.
La morte di Preet non è solo un delitto da risolvere, ma il
detonatore di una verità che coinvolge intere generazioni. Nel
finale, la risposta alla domanda “chi ha ucciso Preet?” è tanto
sconvolgente quanto tragicamente coerente con il mondo
raccontato.
Kohrra 2 – Cosa succede prima del finale
La
stagione si apre con il ritrovamento del corpo di Preet nel fienile
accanto alla casa di famiglia. I segni sul collo indicano
strangolamento, ma la dinamica resta ambigua: è morta soffocata o
trafitta dal picco su cui è stata ritrovata? L’indagine guidata da
Amarpal Garundi e dalla sua superiore Dhanwant Kaur si muove
inizialmente lungo piste prevedibili. I sospetti ricadono su Johnny
Malang, con cui Preet realizzava video social; sull’ex marito,
minacciato dopo un prelievo ingente di denaro dal suo conto; e su
Baljinder, il fratello, che temeva di perdere parte
dell’eredità.
Parallelamente, la serie introduce Arun, un giovane arrivato dal
Jharkhand alla ricerca del padre scomparso vent’anni prima. Quello
che sembra un filone secondario si rivela progressivamente
centrale: il padre di Arun, Rakesh Kumar, era stato venduto come
lavoratore vincolato alla famiglia di Baljinder, insieme ad altri
uomini ridotti in una forma di schiavitù moderna. Incatenati e
privati della libertà per due decenni, i cinque uomini lavoravano
in condizioni disumane. Questo passato, occultato con cura, diventa
la chiave per comprendere la tragedia presente.
Chi ha ucciso Preet? La verità su Rakesh Kumar
La rivelazione finale è amara e profondamente tragica: Preet è
stata uccisa da Rakesh Kumar, il padre di Arun. Tuttavia, la sua
morte non nasce da un piano premeditato, bensì da una
concatenazione di traumi e responsabilità accumulate nel tempo.
Quando Preet rientra dagli Stati Uniti pochi mesi prima
dell’omicidio, scopre con orrore che Rakesh è ancora tenuto
prigioniero nella proprietà di famiglia. È lei a insistere perché
venga liberato, costringendo Baljinder a scioglierne le catene. Ma
vent’anni di prigionia non si cancellano in una notte. Rakesh,
mentalmente devastato, non comprende il concetto di libertà:
continua a vagare in stato confusionale e, per inerzia psicologica,
torna al fienile per incatenarsi di nuovo.
La notte dell’omicidio, dopo un litigio con Johnny Malang e
l’assenza del custode, Rakesh rientra nella proprietà. Preet lo
trova incatenato e cerca di liberarlo ancora una volta. Nel
tentativo di convincerlo che è finalmente libero, qualcosa si
spezza nella mente dell’uomo. In un impeto improvviso, la afferra
alla gola e la strangola. Quando la lascia, Preet cade all’indietro
e finisce trafitta sul picco. Rakesh, incapace di comprendere
pienamente ciò che ha fatto, si allontana lasciando dietro di sé il
corpo.
La verità emerge solo quando Garundi riconosce Rakesh nella
fotografia portata da Arun e, riportandolo sulla scena del crimine,
osserva come l’uomo torni meccanicamente alle catene. È un gesto
che dice tutto: Rakesh non è solo un assassino, ma il prodotto di
un sistema brutale che lo ha privato di identità e lucidità.
Chi è davvero responsabile della morte di Preet?
Il finale non si limita a individuare un colpevole materiale.
Quando la madre di Preet maledice Rakesh, Dhanwant e Garundi
ribaltano la prospettiva: sono stati Baljinder, la madre e l’intera
famiglia a creare le condizioni che hanno portato alla tragedia.
Tenere un uomo incatenato per vent’anni equivale a distruggerne
l’umanità. Preet, paradossalmente, muore proprio per aver tentato
di rimediare all’ingiustizia.
La serie suggerisce così un concetto chiave: il delitto non nasce
in un istante, ma si sedimenta nel tempo. Rakesh compie l’atto, ma
la colpa è condivisa. In questo senso, Kohrra mantiene la sua cifra narrativa:
nessuno è innocente, e ogni peccato prima o poi presenta il
conto.
Garundi e Silky tornano insieme?
Sul piano personale, la stagione mette in crisi il matrimonio tra
Garundi e Silky. Trasferitosi a Dalerpura per allontanarsi dalle
tensioni familiari, il detective sperava di ricominciare da capo.
Ma i segreti lo seguono. La rivelazione che Garundi è il padre del
figlio non ancora nato della cognata Rajji distrugge la fiducia di
Silky, che lo lascia dopo avergli dato la possibilità di
confessare.
Il finale lascia uno spiraglio: Silky si siede accanto a Garundi in
ospedale, dopo la nascita del bambino di Rajji. Non è una
riconciliazione definitiva, ma un segnale di apertura. Come
l’indagine principale, anche questa relazione richiederà tempo per
guarire. La serie non offre soluzioni semplici, ma suggerisce che
la verità, per quanto dolorosa, sia l’unico punto di partenza
possibile.
Perché Dhanwant vende la moto del figlio? Jagdish tornerà?
Dhanwant Kaur affronta un dolore parallelo: la morte del figlio
adolescente in un incidente causato dal marito Jagdish, che guidava
ubriaco. La moto del ragazzo diventa un simbolo del lutto
congelato. Quando Jagdish scompare e si scopre che si è ricoverato
in rehab, la donna comprende che il marito sta finalmente
affrontando la propria colpa.
Nel momento in cui Dhanwant decide di vendere la moto, la serie
segna un passaggio fondamentale: non è un tradimento della memoria
del figlio, ma l’inizio di un’elaborazione sana del dolore.
L’ultima scena, con Jagdish che prova a ricontattarla, suggerisce
una possibile ricostruzione del rapporto. Non è garantita, ma è
possibile.
Un finale che parla di schiavitù, colpa e responsabilità
collettiva
Il cuore del finale di Kohrra
2 non è il semplice “chi”, ma il “perché”. Preet muore perché
ha tentato di rompere una catena lunga vent’anni. Rakesh uccide
perché è stato disumanizzato. La famiglia di Baljinder paga per un
sistema di sfruttamento che ha considerato normale. E gli
investigatori, con le loro fragilità personali, riflettono lo
stesso mondo imperfetto che cercano di riparare.
La nebbia evocata dal titolo non è solo atmosferica: è morale. E
nel finale, quando la verità emerge, non dissolve completamente
l’oscurità. La illumina appena, quanto basta per ricordare che la
giustizia, a volte, è solo il primo passo verso una consapevolezza
più scomoda.
La
serie crime mandarino di Netlix Million-Follower Detective (titolo originale
Bai wàn rén tuili)
costruisce il proprio impianto narrativo su un’idea potente e
inquietante: cosa accade quando l’ossessione per i follower
incontra il desiderio di vendetta? Tra influencer morti in
circostanze misteriose e una veggente mascherata che sembra
anticipare ogni tragedia, la serie trascina lo spettatore in un
labirinto morale dove tecnologia, senso di colpa e corruzione si
intrecciano in modo sempre più claustrofobico.
Nel finale, però, la domanda centrale diventa una sola:
chi sono davvero i
killer? E la risposta, come spesso accade nei thriller più
riusciti, non è semplice né univoca.
Chi si nasconde dietro Baba Witch e le sue “profezie”?
Per buona parte della serie, l’attenzione si concentra su Baba
Witch, la misteriosa influencer mascherata che pubblica video in
cui predice omicidi che puntualmente si verificano il giorno
successivo. Il detective Chen Chia-jen, inizialmente scettico, è
costretto a rivedere le proprie convinzioni quando le coincidenze
diventano troppe per essere ignorate.
La rivelazione è tanto sconvolgente quanto coerente con il tema
della serie: Baba Witch non è una veggente, ma uno strumento.
Dietro le “profezie” si cela il dottor Ki Ta-fu, un uomo devastato
dalla perdita della moglie incinta e della figlia non ancora nata
in un incidente stradale causato dalla superficialità di un gruppo
di influencer ossessionati da like e visualizzazioni.
Ta-fu non solo orchestra gli omicidi, ma utilizza la figura di Baba
Witch per costruire una narrativa pubblica: trasforma la vendetta
in spettacolo, sfruttando la stessa logica virale che ha distrutto
la sua famiglia. Costringe Li Ting-en, coinquilina della figlia del
detective, a registrare i video sotto ricatto, dopo aver rapito
You-jie come ostaggio. Le profezie diventano così un macabro
countdown, una messinscena studiata per amplificare l’impatto
emotivo e mediatico delle sue azioni.
Ta-fu riesce a uccidere due dei responsabili dell’incidente, ma
prima di completare la sua vendetta viene catturato. Consapevole
che il suo piano è fallito, sceglie il suicidio ingerendo cianuro.
È una fine coerente con il suo arco narrativo: un uomo che ha perso
tutto e che non concepisce un’esistenza al di fuori della
vendetta.
Ma il caso, a questo punto, non è ancora chiuso.
Perché esiste un secondo killer? Il colpo di scena su Chen-wei
Il vero ribaltamento arriva quando emerge che Ta-fu non è l’unico
responsabile della spirale di sangue. Le indagini rivelano
l’esistenza di due video dell’incidente: uno girato dagli
influencer, l’altro dalla dashcam di Ta-fu. Questo dettaglio apre
una nuova pista investigativa.
Attraverso un lavoro d’archivio quasi “analogico”, Chia-jen scopre
che la notte dell’incidente un altro uomo, Chao Kuo-an, morì
ufficialmente per overdose nelle vicinanze. Ma Kuo-an era in realtà
un informatore — e spacciatore — di Chen-wei, capo della High
Technology Crime Unit.
La verità è devastante: Chen-wei, dipendente dalla cocaina e
ossessionato dalla propria carriera, sparò a Kuo-an durante un
alterco. Fu proprio quel proiettile a contribuire indirettamente
all’incidente che costò la vita alla famiglia di Ta-fu. Per
proteggere sé stesso, Chen-wei manipolò i rapporti ufficiali, coprì
le prove e fece archiviare il tutto come overdose e incidente
isolato.
Quando comprende che esistono filmati che potrebbero incriminarlo,
inizia a sabotare le indagini. Dopo la morte di Ta-fu, decide di
eliminare personalmente gli influencer sopravvissuti per cancellare
ogni traccia. È lui il secondo killer: non guidato dal dolore, ma
dalla paura di perdere potere e status.
La serie, a questo punto, sposta il discorso dalla vendetta privata
alla corruzione istituzionale. Se Ta-fu rappresenta la giustizia
deviata dal dolore, Chen-wei incarna la degenerazione del
sistema.
Wei-ten e Ting-yu sopravvivono? Il piano per smascherare il
colpevole
Wei-ten, il primo influencer coinvolto, sopravvive nonostante la
sparatoria iniziale e il successivo coma. Ting-yu, tra i principali
responsabili dell’incidente, diventa invece un personaggio centrale
nel finale: consapevole delle proprie colpe, decide di collaborare
con la polizia per attirare il secondo killer allo scoperto.
Il piano è rischioso e spettacolare: simulano un peggioramento
delle condizioni di Wei-ten per indurre Chen-wei a intervenire e
“finire il lavoro”. Quando l’ufficiale tenta effettivamente di
ucciderlo in ospedale, viene colto in flagrante. Anche nel momento
della cattura, prova a fuggire prendendo Ting-yu in ostaggio, ma
grazie alla complicità costruita con Chia-jen riesce a essere
neutralizzato.
Il finale lascia spazio a una parziale redenzione: gli influencer
sopravvissuti riconoscono le proprie responsabilità e si mostrano
pronti a cambiare. Non è una soluzione semplicistica, ma un
tentativo di chiudere il cerchio morale della storia.
Perché Ta-fu rapisce You-jie? Il conflitto padre-figlia al centro
della serie
Il rapimento di You-jie non è soltanto un espediente narrativo, ma
il cuore emotivo della serie. Il rapporto tra Chia-jen e la figlia
è segnato dal lutto per la morte della madre e dall’incapacità del
detective di gestire il dolore in modo sano. Autoritario, distante,
incapace di ascoltare, Chia-jen ha perso il legame con la figlia
molto prima del suo rapimento.
Ta-fu sceglie You-jie come pedina non solo per controllare Ting-en,
ma anche perché rappresenta un simbolo: una figlia che può ancora
essere salvata, a differenza della propria. Nel momento in cui
Chia-jen riesce a salvarla, la serie offre al protagonista una
possibilità di redenzione personale, parallela alla risoluzione del
caso.
In questo senso, Million-Follower Detective non è soltanto un thriller
sui social media, ma un dramma sulla responsabilità: quella degli
influencer, quella dei poliziotti, quella dei genitori.
Un finale che parla di colpa, potere e spettacolarizzazione della
tragedia
La presenza di due killer non è un semplice colpo di scena, ma una
dichiarazione tematica. Da un lato, la vendetta privata che nasce
dall’ingiustizia percepita; dall’altro, la corruzione sistemica che
protegge sé stessa a ogni costo. Entrambi i filoni sono legati da
un unico filo rosso: la manipolazione dell’immagine pubblica.
Le “profezie” di Baba Witch, la viralità dei video, l’uso dei
social come arma e come scudo: tutto ruota attorno alla
spettacolarizzazione del dolore. Il finale suggerisce che il vero
mostro non sia soltanto l’assassino, ma un sistema in cui la
visibilità conta più della verità.
E in un mondo dove ogni
tragedia può diventare contenuto, la domanda resta aperta: chi sta
davvero osservando chi?
Quando si avvicina la stagione di
San Valentino, ciò che si cerca è il romanticismo — che sia nei
propri libri preferiti di sempre o nei nuovi film che escono ogni
anno in questo periodo. Quest’anno ho avuto la sfortuna di vedere
alcune pellicole davvero pessime, ma Yoh! Bestie è
stata per me una sorpresa positiva. Non solo questo film
sudafricano racconta una dolce storia da migliori amici ad amanti,
ma offre anche una profondità inaspettata per una rom-com su
Netflix.
La storia segue Thando, una donna
non più giovanissima che viene lasciata sola per due anni dal suo
coinquilino e migliore amico, Charles. Il suo trasferimento a New
York lascia Thando in un limbo fatto di matrimoni a cui deve
partecipare da sola. Ma siamo nell’era di internet, e il suo
“accompagnatore” è sempre Charles, anche se si trova dall’altra
parte del mondo. Quando lui ritorna, Thando pensa che sia per
restare definitivamente. È felicissima di riavere il suo migliore
amico accanto e vuole finalmente confessargli ciò che prova.
Tuttavia, resta scioccata nello scoprire che Charles è tornato non
solo con una fidanzata, ma con una promessa sposa. Sfortunata in
amore, Thando teme di restare sola per sempre, ma continua comunque
a sostenere Charles. Riuscirà davvero a farlo? E Charles si renderà
conto dei suoi veri sentimenti? Scopriamolo nel finale del
film.
Rea è una cattiva persona?
La cosa che mi è piaciuta di più di
Yoh! Bestie è che, pur partendo dal cliché secondo
cui una relazione tra un uomo e una donna non può essere solo
amicizia agli occhi della fidanzata, riesce a ribaltarlo. La prima
cosa che Thando nota è che Rea è decisamente “fuori dalla portata”
di Charles. Non sappiamo molto della loro relazione, ma sappiamo
che lei è più grande di lui, più sofisticata, con lavori
prestigiosi, conferenze TED e una situazione economica ben più
solida.
Alla luce di questo, Thando
inizialmente pensa di sabotare il matrimonio. Tuttavia, decide di
leggere l’autobiografia di Rea per conoscerla meglio e alla fine
rinuncia all’idea di rovinare le nozze. Questo non significa che
Rea non reagisca alla presenza della migliore amica giovane e
affascinante di Charles.
Rea definisce Thando un disastro,
ed è proprio questo che distingue le due donne. Rea si considera
più sofisticata e sicura di sé, convinta che nessuno possa
preferire un’altra a lei. Ma l’amore non funziona così. Sebbene si
senta superiore, sa nel profondo che Charles nutre sentimenti
nascosti per Thando. Non è una vera antagonista, ma ha sfumature
che la rendono ambigua.
Fortunatamente, il film non mette
realmente le due donne l’una contro l’altra. Anche se Thando è
consapevole dei propri sentimenti, quando partecipa al matrimonio è
determinata a sostenere Charles, non a sabotarlo. Entrambe
riconoscono qualità nell’altra, pur restando sicure del proprio
valore. Non credo quindi che Rea sia una “cattiva”: è semplicemente
quella che viene lasciata indietro. E invece di reagire con
meschinità, sceglie di comportarsi con maturità, decidendo di
lasciare Charles prima ancora che lui chiarisca cosa vuole davvero.
Forse è lui il vero responsabile della situazione.
Cosa succede tra Riri e
Bheki?
Nel frattempo, Riri, la nuova
migliore amica di Thando, decide di presentarsi al matrimonio senza
invito, determinata a sabotarlo per il bene dell’amica. È convinta
che Charles e Thando siano destinati a stare insieme. Porta con sé
il fidanzato Bheki, che in passato aveva frequentato Thando.
I due arrivano con intenzioni
dispettose, ma l’atmosfera romantica e le splendide decorazioni di
Pett cambiano qualcosa in Riri. Presa dall’entusiasmo e complice
qualche bicchiere di troppo, propone lei stessa a Bheki di
sposarla. Lui, uomo tradizionalista, resta scioccato e si offende,
finché un piccolo incidente non lo riporta alla ragione.
Riri continua a scherzare
sulla proposta per gran parte del film, perché desidera davvero
sposarsi, mentre Bheki aspetta il “momento perfetto”. Ironia della
sorte, quel momento dovrebbe coincidere con il matrimonio di
Charles e Rea, ma le nozze vengono annullate all’ultimo minuto.
Così, in un momento simbolico davanti alle decorazioni ormai
inutilizzate, Bheki chiede finalmente a Riri di sposarlo. Più
avanti, Riri chiede a Thando di farle da damigella d’onore con un
tenero cartello.
Charles e Thando finiscono
insieme?
È davvero una rom-com se i
protagonisti non finiscono insieme? Probabilmente no, ed è per
questo che Yoh! Bestie si conclude con la riunione
dei due migliori amici.
Prima però Thando attraversa un
periodo difficile. Dopo aver lasciato Pett, si perde tutto il
dramma del matrimonio annullato, compresa la proposta di Bheki e la
confessione di Charles. Si chiude in casa per giorni, trascura il
lavoro e si lascia andare alla tristezza. Anche se avrebbe potuto
costruire qualcosa con Nas, nel profondo ha sempre saputo che il
suo cuore apparteneva a Charles.
La situazione peggiora al punto che
Charles manda perfino il suo capo a casa sua con una falsa
emergenza lavorativa per costringerla a uscire.
Nel finale di Yoh!
Bestie, Charles usa proprio i cartelli — simbolo del loro
legame — per dichiararsi. All’inizio del film li aveva usati per
salutarla; al suo ritorno, Thando ne aveva preparato uno per
confessargli i suoi sentimenti, trovandosi però davanti Rea. È
perfetto che tutto si chiuda con lo stesso gesto. Ciò che le aveva
spezzato il cuore ora le restituisce la felicità.
Charles trova finalmente il
coraggio di ammettere ciò che prova per Thando, anche se il suo
modo di dichiararsi è un po’ goffo. Prima di lasciarlo, Rea gli
aveva detto di sperare che Thando lo rendesse un uomo migliore. In
realtà, Thando non ha mai cercato di cambiarlo, ma solo di essergli
accanto.
L’amore non è solo cioccolatini e
rose: è restare svegli per una videochiamata nel cuore della notte
quando l’altro sta attraversando un momento difficile. Charles
ammette persino di aver scritto le promesse nuziali pensando a
Thando, perché è facile scrivere di qualcuno che si ama
davvero.
Il film si chiude con il matrimonio
di Riri e Bheki, lasciando intendere che Charles e Thando saranno i
prossimi. “Yoh! Bestie”, non sei più sola.
Brotherhood – Stato di
paura è un film thriller d’azione brasiliano del 2026
distribuito su Netflix, ambientato nello stesso universo della serie
Brotherhood. La storia unisce azione, tensione
sociale e dramma personale, raccontando l’esplosione di una guerra
urbana tra polizia e criminalità organizzata nella città di San
Paolo.
Il film si apre in una stazione di
polizia civile. L’agente Dalva, incinta e in congedo di maternità,
passa in ufficio pochi giorni prima del parto. Il marito Romero,
anch’egli poliziotto, le ha organizzato una piccola festa a
sorpresa con i colleghi. L’atmosfera festosa viene però spezzata da
un’esplosione: un’autobomba colpisce il parcheggio del distretto.
Subito dopo, uomini mascherati scendono da alcune auto e aprono il
fuoco contro l’edificio in un attacco coordinato. Dalva e Romero
riescono a fuggire su un furgone della polizia, ma durante la fuga
la donna entra in travaglio e comincia a perdere sangue. Romero
trova riparo sotto un ponte per aiutarla a partorire, mentre la
città sprofonda nel caos.
Cosa racconta
Brotherhood – Stato di paura
La narrazione torna indietro di due
giorni per spiegare l’origine della crisi. Cristina, consigliera
dell’organizzazione criminale chiamata “Brotherhood”, visita in
carcere il suo amante Ivan, uno dei leader della banda. Nonostante
sia detenuto, Ivan continua a esercitare potere dall’interno del
penitenziario. Cristina è anche sorella di Edson Ferreira,
fondatore della Brotherhood, morto dieci anni prima. Da allora si
prende cura di Elisa, figlia di Edson, adolescente inquieta ma
ignara fino in fondo del peso dell’eredità paterna.
La miccia che fa esplodere la
guerra è il rapimento di Elisa. Due poliziotti corrotti fermano la
ragazza e il suo fidanzato con un pretesto: piantano della droga
per estorcere denaro. Quando scoprono l’identità di Elisa,
comprendono che il “bottino” può essere molto più grande. La
rivalità storica tra polizia e Brotherhood, alimentata dagli
omicidi compiuti anni prima da Edson contro agenti corrotti e
razzisti, trasforma l’estorsione in un atto di vendetta personale.
Elisa non viene formalmente arrestata: i poliziotti contattano
invece Cristina e chiedono un riscatto.
Il film mette in scena una realtà
moralmente ambigua. La Brotherhood era nata come reazione alla
corruzione sistemica e alle ingiustizie subite dai poveri e dalle
minoranze. Tuttavia, nel presente, sia la polizia sia i criminali
appaiono mossi soprattutto da interessi personali, avidità e sete
di potere. Il conflitto non è più una lotta per la giustizia, ma
uno scontro tra fazioni egualmente compromesse.
Quando Cristina informa Ivan del
rapimento, lui ordina una rappresaglia violenta contro la polizia.
In apparenza vuole vendicare Elisa; in realtà ha un obiettivo
diverso. Le autorità stanno per trasferire i detenuti di alto
profilo in un carcere di massima sicurezza con isolamento totale,
privandoli dei privilegi. Ivan teme l’isolamento e sfrutta la crisi
per scatenare il caos, pianificando un’evasione durante un attacco
a un convoglio penitenziario. La guerra urbana diventa così uno
strumento per la sua sopravvivenza personale. Cristina, contraria
all’escalation, non riesce a fermare gli altri leader della gang,
che seguono Ivan.
Nel frattempo la città si divide in
zone controllate dalla Brotherhood e zone presidiate da una polizia
brutale e indiscriminata. In questo scenario emerge la figura di
Angela, madre anziana di uno dei poliziotti corrotti, Borges, che
tiene Elisa in ostaggio nella propria casa. Angela rappresenta la
voce dei cittadini comuni, vittime collaterali della guerra.
Tornando dal lavoro tra sparatorie e tensioni, scopre con orrore
che il figlio ha sequestrato una ragazza. Pur amando Borges, lo
affronta e cerca di costringerlo a liberare Elisa, temendo che stia
oltrepassando un limite irreversibile.
Angela tenta di mediare,
portando il figlio nel centro della città per risolvere la
situazione, ma gli eventi precipitano. Nel caos, la donna finisce
per sacrificare la propria vita nel tentativo disperato di
proteggere il figlio. La sua morte sottolinea il destino tragico di
chi cerca di fare la cosa giusta in un mondo dominato dalla
violenza.
Cristina riesce a liberare Elisa in
una stazione ferroviaria abbandonata, ma potrebbe fuggire e
salvarsi. Un graffito con la scritta “ciò che è giusto è giusto”
risveglia in lei l’ideale originario della Brotherhood, incarnato
da Edson: difendere gli oppressi contro un sistema razzista e
classista. Un flashback mostra Edson che, pur sapendo di rischiare
l’arresto, difende la figlia da accuse discriminatorie in spiaggia.
Cristina, animata dallo stesso senso di giustizia, decide di
affrontare Borges invece di scappare. Tuttavia la sua scelta
conduce a un epilogo fatale: viene colpita al petto e muore,
dimostrando che la violenza genera soltanto altra violenza.
Cosa significa davvero il finale
di Brotherhood – Stato di paura?
Nel finale, Elisa tenta di portare
la zia ferita verso un blocco della Brotherhood, ma la situazione
degenera in ulteriori scontri tra gang e polizia. Fingendo di
essere morte, le due sopravvivono momentaneamente. Poco dopo,
accecata dalla rabbia per la perdita di Cristina, Elisa spara
contro un furgone della polizia in avvicinamento, uccidendo senza
saperlo Romero e Dalva — la coppia vista all’inizio del film, che
stava cercando di tornare a casa dopo il parto imminente.
Subito dopo, Elisa sente il pianto
di un neonato nel veicolo colpito. Realizzando l’orrore del suo
gesto, salva il bambino e lo tiene in braccio mentre intorno le
auto bruciano e la città continua a esplodere in violenza.
L’immagine finale è ambivalente: Elisa mostra compassione e senso
di responsabilità, ma è ormai entrata nello stesso ciclo di
vendetta che ha distrutto suo padre e sua zia.
Il film si chiude con un messaggio
cupo: in un sistema profondamente corrotto, dove polizia e
criminali si somigliano più di quanto vogliano ammettere, anche chi
nasce con ideali di giustizia rischia di essere travolto dalla
spirale dell’odio. Elisa potrebbe rappresentare una possibilità di
cambiamento, ma il prezzo pagato suggerisce che spezzare davvero il
ciclo sarà estremamente difficile.
In arrivo su Netflix il prossimo 26 febbraio, Bridgerton
– Stagione 4 Parte 2 concluderà la tormentata
storia d’amore di Benedict Bridgerton (Luke Thompson) con la
misteriosa domestica Sophie Baek (Yerin Ha).
Il bohémien secondogenito Benedict
Bridgerton (Luke Thompson) rifiuta di sistemarsi,
nonostante le insistenti richieste della madre, la matriarca Lady
Violet Bridgerton (Ruth Gemmell). Finché, al ballo
in maschera organizzato da Violet, Benedict rimane folgorato da una
misteriosa Dama d’Argento dal volto coperto. Con l’aiuto, seppur
riluttante, della sorella Eloise (Claudia Jessie),
Benedict si lancia in società per scoprire l’identità della giovane
donna. Ma in realtà, la donna dei suoi sogni non appartiene affatto
all’alta società: è una brillante cameriera di nome Sophie Baek
(Yerin Ha), al servizio della temibile padrona di
casa, Araminta Gun (Katie Leung).
Cosa succederà nella parte 2 di Bridgerton – Stagione
4
Quando il destino porta
Benedict e Sophie a rincontrarsi, lui si trova diviso tra la realtà
dell’affetto per questa affascinante domestica e la fantasia della
Dama d’Argento, ignaro che siano in realtà la stessa persona.
L’incapacità di Benedict di vedere che le due donne sono una sola
rischierà di distruggere la scintilla innegabile che li unisce? E
l’amore può davvero vincere tutto, persino un legame proibito dalla
società per via della differenza di classe?
A ispirare il percorso di
Benedict ci sono anche i matrimoni dei suoi fratelli – tra cui
Francesca (Hannah Dodd) con John Stirling
(Victor Alli) e Colin (Luke
Newton) con Penelope (Nicola Coughlan),
che affronta nuove sfide ora che la sua identità di cronista
mondana è stata resa pubblica.
Bridgerton –
Stagione 4
Numero episodi: 8
Location delle riprese:
Londra, UK
Showrunner / Produttore
esecutivo: Jess Brownell
Produttori esecutivi:
Shonda Rhimes, Betsy Beers, Tom Verica e Chris
Van Dusen
Cast principale: Luke
Thompson (Benedict Bridgerton), Yerin Ha (Sophie Baek), Jonathan Bailey (Anthony Bridgerton), Victor
Alli (Lord John Stirling), Adjoa Andoh (Lady Danbury), Julie
Andrews (Lady Whistledown), Lorraine Ashbourne (Mrs. Varley),
Masali Baduza (Michaela Stirling), Nicola Coughlan (Penelope
Bridgerton), Hannah Dodd (Francesca Stirling), Daniel Francis (Lord
Marcus Anderson), Ruth Gemmell (Violet Bridgerton), Florence Hunt
(Hyacinth Bridgerton), Martins Imhangbe (Will Mondrich), Claudia
Jessie (Eloise Bridgerton), Luke Newton (Colin Bridgerton), Golda
Rosheuvel (Regina Charlotte), Will Tilston (Gregory Bridgerton),
Polly Walker (Portia Featherington), Emma Naomi (Alice Mondrich),
Hugh Sachs (Brimsley)
Cast secondario: Simone
Ashley (Kate Bridgerton), Isabella Wei (Posy Li), Michelle Mao
(Rosamund Li) e Katie Leung (Lady Araminta Gun)
Dal 12 marzo al cinema distribuito
da Be Water, Keeper –
L’eletta è il
nuovo film di Osgood Perkins, di cui oggi vi
proponiamo un trailer special, in occasione di San Valentino.
In una baita isolata, Liz e Malcolm
si godono il loro weekend fuori porta. Ma presenze inquietanti e un
legame oscuro con la foresta iniziano a emergere. Le visioni si
moltiplicano, la realtà vacilla e il rifugio si trasforma in un
incubo di manipolazione, destino e mostruosa eredità.
‘’Keeper è stata l’occasione per
esplorare il mostro che può nascondersi dentro una relazione.’’
– Oz Perkins
Dopo il successo mondiale di
Longlegse l’acclamato adattamento di
The
Monkey, il nuovo viaggio nel male di Osgood Perkins
con Tatiana Maslany e Rossif
Sutherland.
Marco Castaldi,
regista di Amici Comuni, ci racconta il
percorso creativo dietro il suo ultimo film, un racconto che
esplora l’amore, le amicizie e le scelte di coppia. Dal
cortometraggio originale al lungometraggio, passando per la
costruzione di un cast eterogeneo, Castaldi ci guida attraverso le
sfide e le emozioni che hanno animato il progetto.
Come sei arrivato a questa
storia?
Marco Castaldi:«Clemente Meucci mi ha proposto una sceneggiatura di trenta
pagine che prevedeva solo la prima scena del film, quella della
cena. Insieme ci siamo proposti di svilupparla in modo tale che
potesse diventare un lungometraggio. E quello è stato il punto di
partenza per arrivare poi a una seconda e terza parte della storia
che raccontavano l’addio al nubilato, l’addio al celibato e poi il
matrimonio. Ci era piaciuto molto Storie Pazzesche e volevamo
inserire una sequenza in cui veniva celebrato un matrimonio. In
pratica ho visto nascere il film».
Nel 2018 hai già diretto un
cortometraggio dal titolo “Amici Comuni”. Qual è il legame con
questo lungo?
Marco Castaldi:«Il corto è stato una specie di preparazione al lungo, un modo
per presentare il progetto ai finanziatori e per ottenere i fondi
per realizzare il lungometraggio. Era un piccolo riassunto della
cena, e si concludeva con la rivelazione. Con quel corto abbiamo
bussato a tantissime porte e così siamo riusciti a trovare i fondi,
anche grazie ai bandi ministeriali. Poi abbiamo cercato un modo di
ripulire la scrittura e abbiamo coinvolto Chiara Laudani per la
revisione del film. Il suo intervento ha trasformato la
sceneggiatura in un vero film, permettendomi di fare quasi un corso
intensivo di sceneggiatura grazie alla sua esperienza».
Rispetto al tuo precedente
lungometraggio, “Nel bagno delle donne”, questo film nasce da una
storia originale. Cambia il tuo approccio nello studio della
storia?
Marco Castaldi:«Avere un romanzo di partenza aiuta sicuramente, ma il lavoro
principale nasce sempre dalla collaborazione con gli attori. Con
Luca Vecchi, protagonista del film, abbiamo analizzato ogni parola
della sceneggiatura. Mi confronto con gli autori e scelgo sempre
gli attori in maniera coerente con i personaggi. Per Amici Comuni,
abbiamo lavorato anche con
Raoul Bova, creando una terza sceneggiatura che rispondeva alle
necessità dei personaggi e ci ha permesso di far emergere ciò che
dovevano davvero dire».
Il cast è molto
eterogeneo. Come lo hai assemblato?
Marco Castaldi:«Tendo a lavorare con persone di cui mi fido e con cui posso
avere un confronto onesto. Luca ed io siamo amici da 22 anni, con
Raoul ci conosciamo da tempo e abbiamo già collaborato. Francesca
Inaudi l’ho coinvolta grazie alla mia esperienza come direttore di
produzione e alla nostra agente in comune: il personaggio le si
addiceva molto.
Beatrice Arnera è stata l’unica a fare un provino; è stata
magnifica fin dalla prima parola e sono felice di averla nel
film».
Dal punto di vista
artistico, quale è stata la parte più complicata da
realizzare?
Marco Castaldi:«La cena, che abbiamo girato come se fosse un film d’azione,
pieno di tagli. La scena poteva essere noiosa con quattro
personaggi fermi, ma abbiamo scelto un linguaggio veloce, senza
inserire subito le musiche. Ogni atto ha uno stile distintivo: il
primo ricorda un film francese, il secondo è più comedy, mentre il
terzo è romantico e mette in luce i nodi emotivi. Raccontare questi
anti-eroi e le loro relazioni nel 2026 è stata la sfida più
grande».
Quello che si chiedono i
protagonisti: che cos’è l’amore?
Marco Castaldi:«L’amore è quella cosa che alla fine ti fa dire che vale la
pena affrontare le difficoltà, faticare per raggiungere un intento
comune: essere felici insieme».
E i tuoi personaggi trovano
la felicità?
Marco Castaldi:«Assolutamente sì… o forse no. Lo lascio decidere allo
spettatore».
Amici Comuni
arriva in esclusiva in Italia dal 13 febbraio su Paramount+. Il film, interpretato da Raoul
Bova, Francesca Inaudi, Beatrice Arnera e Luca
Vecchi, intreccia le vite di due coppie di amici e li
mette di fronte alla più universale delle domande: che cos’è
l’amore? La colonna sonora è accompagnata dal brano di
Cosmo“Quando ho incontrato te”.
Ralph Fiennes ha interpretato Lord Voldemort nei film di Harry
Potter in modo terrificante e indimenticabile, e seguire
le sue orme non sarà un’impresa facile per nessun attore. Tuttavia,
con la nuova serie
HBO in fase di realizzazione, è certo che prossimamente avremo
una nuova versione del personaggio. Sebbene Fiennes sia comparso
nella saga solo nel quarto film, Il
calice di fuoco, alcune manifestazioni di Voldemort si
hanno sin da La pietra filosofale.
Il reboot per il piccolo schermo
dovrà quindi trovare la sua versione di
Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato in tempo per la prima stagione,
che adatta proprio il primo romanzo di J.K.
Rowling. Alcune foto dal set sembrano suggerire che
Voldemort apparirà in alcuni flashback sulla notte in cui morirono
i genitori di Harry e indubbiamente il volto del cattivo sarà anche
posizionato sulla nuca del professor Raptor durante lo scontro
finale questi ed Harry Potter.
Mentre tutti i ruoli principali di
Harry Potter sembrano essere stati assegnati, non si sa però ancora
nulla su Voldemort. Nonostante ciò, l’insider Daniel Richtman sta ora riportando:
“Hanno già scelto il doppiatore per Voldemort nella serie di
Harry Potter”. Se si parla di doppiatore, c’è da presumere che
nella prima stagione il personaggio avrà solo un ruolo vocale,
mantenendo così segreta la vera apparenza del cattivo. Anche se
senza dubbio vedremo una versione mostruosa del suo volto quando
Raptor gli toglierà il turbante, la grande rivelazione dell’aspetto
definitivo di Voldemort sembra essere riservata alla stagione che
verrà dedicata a Il Calice di Fuoco.
Questo è in linea con i libri,
anche se sarà interessante vedere come verrà gestita l’apparizione
di Tom Riddle nella Camera dei Segreti (in termini di scelta di un
attore più giovane o di utilizzo di effetti speciali per
ringiovanirlo). Sicuramente non sarà possibile mantenere segreto il
casting di Voldemort fino alla messa in onda della serie, quindi
speriamo che presto arrivino notizie ufficiali. Non possiamo
nemmeno escludere la possibilità che Voldemort sia interpretato da
un doppiatore per ora, lasciando libera la HBO di trovare l’attore
che desidera quando si tratterà di adattare il quarto libro.
La star di Oppenheimer, Cillian Murphy, rimane il favorito,
nonostante abbia negato di essere stato contattato. Proprio Fiennes
ha però
recentemente lasciato intendere che l’attore fosse stato scelto
come suo successore, ma sembrava riferirsi alle voci che
circolano online. Al momento, dunque, il principale mistero legato
alla serie attualmente in fase di riprese, è proprio come verrà
gestita questa particolare e fondamentale presenza.
Cosa sappiamo della serie HBO
su Harry Potter
La prima stagione sarà tratta dal
romanzo La pietra filosofale e abbiamo già visto alcuni
altri momenti chiave del romanzo d’esordio di J.K. Rowling essere
trasposti sullo schermo. La prima stagione di Harry
Potter dovrebbe essere girata fino alla
primavera del 2026, mentre la seconda stagione entrerà in
produzione pochi mesi dopo. Ogni libro dovrebbe costituire una
singola stagione, il che significa che avremo sette stagioni
nell’arco di quasi un decennio.
HBO descrive la serie come un
“adattamento fedele” della serie di libri della Rowling.
“Esplorando ogni angolo del mondo magico, ogni stagione porterà
‘Harry Potter’ e le sue incredibili avventure a un pubblico nuovo
ed esistente”, secondo la descrizione ufficiale. Le riprese
dovrebbero avere inizio nel corso dell’estate 2025, per una messa
in onda prevista per il 2026.
La serie è scritta e prodotta da
Francesca Gardiner, che ricopre anche il ruolo di
showrunner. Mark Mylod sarà il produttore
esecutivo e dirigerà diversi episodi della serie per HBO in
collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros. Television. La
serie è prodotta da Rowling, Neil Blair e
Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e
David Heyman di Heyday Films.
Come già annunciato,
Dominic McLaughlin interpreterà Harry,
Arabella Stanton sarà Hermione e Alastair
Stout sarà Ron. Il cast principale include John
Lithgow nel ruolo di Albus Silente, Janet
McTeer nel ruolo di Minerva McGranitt, Paapa
Essiedu nel ruolo di Severus Piton, Nick
Frost nel ruolo di Rubeus Hagrid, Katherine
Parkinson nel ruolo di Molly Weasley, Lox
Pratt nel ruolo di Draco Malfoy, Johnny
Flynn nel ruolo di Lucius Malfoy, Leo
Earley nel ruolo di Seamus Finnigan, Alessia
Leoni nel ruolo di Parvati Patil, Sienna
Moosah nel ruolo di Lavender Brown, Bertie
Carvel nel ruolo di Cornelius Fudge, Bel
Powley nel ruolo di Petunia Dursley e Daniel
Rigby nel ruolo di Vernon Dursley.
Si avranno poi Rory
Wilmot nel ruolo di Neville Paciock, Amos
Kitson nel ruolo di Dudley Dursley, Louise
Brealey nel ruolo di Madama Rolanda Hooch e Anton
Lesser nel ruolo di Garrick Ollivander. Ci sono poi i
fratelli di Ron: Tristan Harland interpreterà Fred
Weasley, Gabriel Harland George Weasley,
Ruari Spooner Percy Weasley e Gracie
Cochrane Ginny Weasley.
La serie debutterà nel 2027 su HBO
e HBO
Max (ove disponibile) ed è guidata dalla showrunner e
sceneggiatrice Francesca Gardiner (“Queste oscure materie”,
“Killing Eve”) e dal regista Mark Mylod (“Succession”). Gardiner e Mylod sono produttori
esecutivi insieme all’autrice della serie J.K. Rowling, Neil Blair
e Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e David Heyman di Heyday
Films. La serie di “Harry Potter” è prodotta da HBO in
collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros.
Television.
Prime Video ha svelato il teaser trailer
ufficiale e la data di uscita di Spider-Noir,
la nuova straordinaria serie con
Nicolas Cage nel suo primo ruolo da protagonista in
una serie tv, che debutterà in tutto il mondo il 27 maggio 2026.
Prodotta da Sony Pictures Television in esclusiva per MGM+ e Prime
Video, l’attesissima serie arriverà negli Stati Uniti il 25 maggio
su MGM+, mentre tutti gli episodi saranno disponibili a livello
globale su Prime Video dal 27 maggio, in oltre 240 paesi e
territori nel mondo. Per offrire un’esperienza di visione unica nel
suo genere, Spider-Noir sarà disponibile in streaming in
due modalità, “Autentico Bianco e Nero” e “True-Hue Full Color”,
consentendo al pubblico di scegliere se guardare la serie in bianco
e nero o a colori.
Prime Video, inoltre, ha diffuso le
prime immagini, che offrono un’anteprima esclusiva del mondo di
Spider-Noir e introducono alcuni personaggi:
Ben Reilly (Nicolas Cage) – Un tempo, Ben Reilly
era il supereroe noto come “The Spider”. Dopo una tragedia
personale, ha abbandonato il suo alter ego eroico. Solo un caso
straordinario potrebbe convincere questo investigatore privato
caduto in disgrazia ad abbandonare i panni dell’uomo qualunque e a
indossare nuovamente la maschera.
Robbie Robertson (Lamorne Morris) – Un
giornalista appassionato che cerca di sfondare nella New York degli
anni ’30, nonostante le difficoltà. È disposto a fare tutto il
necessario per la sua carriera e per il suo migliore amico,
Ben.
Cat Hardy (Li Jun Li) – La star di punta del
nightclub più esclusivo di New York. Potrebbe sembrare che pensi
solo a se stessa, ma la realtà è più complessa di quanto
sembri.
Janet (Karen Rodriguez) – Segretaria
intelligente, determinata e leale di Ben Reilly. Vuole aiutare il
suo capo e la sua piccola impresa ad avere successo, e non ha alcun
problema a dire la verità in faccia a chi comanda.
Spider-Noir è una
serie live-action basata sul fumetto Marvel “Spider-Man
Noir”. Spider-Noir racconta la storia di Ben Reilly
(Cage), un navigato investigatore privato caduto in disgrazia nella
New York degli anni Trenta, che a seguito di una tragedia
profondamente personale, è costretto a fare i conti con il suo
passato di unico supereroe della città.
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Cortesia Prime Video
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Il cast include il Premio Oscar
Nicolas Cage (Il ladro di orchidee, Pig – Il piano di
Rob), il vincitore dell’Emmy Award® Lamorne Morris (Fargo,
New Girl), Li Jun Li (Sinners, Babylon), Karen Rodriguez (Nido
di vipere, Acapulco), Abraham Popoola (Atlas, Slow
Horses), insieme al Premio SAG Jack Huston (Boardwalk
Empire – L’impero del crimine, Day of the Fight) e l’attore
nominato all’Oscar e vincitore dell’Emmy Award® Brendan Gleeson (Gli spiriti dell’isola,
Harry Potter). Fra le guest star Lukas Haas, Cameron Britton,
Cary Christopher, Michael Kostroff, Scott MacArthur, Joe
Massingill, Whitney Rice, Amanda Schull, Andrew Caldwell, Amy
Aquino, Andrew Robinson e Kai Caster.
Spider-Noir è prodotto da
Sony Pictures Television in esclusiva per MGM+ e Prime Video. Il
regista vincitore dell’Emmy Award® Harry Bradbeer (Fleabag,
Killing Eve) dirige i primi due episodi, di
cui è anche executive producer. Oren Uziel (The Lost City,
22 Jump Street) e Steve Lightfoot
(The Punisher, Shantaram) sono co-showrunners ed executive
producer della serie. Uziel e Lightfoot hanno sviluppato la serie
insieme al team, premiato agli Oscar, di Spider-Man: Un nuovo
universo: Phil Lord, Christopher Miller e Amy Pascal. Lord
e Miller sono executive producer per la loro casa di produzione
Lord Miller, insieme a Aditya Sood e Dan Shear. Amy Pascal è anche
executive producer della serie per Pascal Pictures. Tra gli
executive producer figurano anche Cage e Pavlina Hatoupis.
Il regista dei precedenti film,
Peter Jackson, sta invece producendo il progetto,
con l’idea di inaugurare una nuova ondata di racconti sul grande
schermo basati sull’opera dello scrittore J. R. R.
Tolkien. Per quanto riguarda il cast del film, Serkis e
Ian McKellen (Gandalf il Grigio) sono gli unici
attualmente confermati per il ritorno (Elijah Wood
ha fortemente accennato al suo ritorno nei panni di Frodo),
mentre
è in corso il casting per un Aragorn più giovane. Per quanto
riguarda la trama, invece, TheOneRing.net ha ora rivelato
una potenziale sinossi per Il Signore degli Anelli:
The Hunt for Gollum, svelando
diversi dettagli chiave sul prossimo prequel:
“Prima della Compagnia,
l’ossessione di una creatura detiene la chiave per la sopravvivenza
della Terra di Mezzo… o la sua rovina. In Il Signore degli Anelli:
The Hunt for Gollum, incontriamo il giovane Smeagol, un emarginato
attratto dai ninnoli e dalle malizie, molto prima che l’Unico
Anello lo consumasse e iniziasse la sua tragica discesa verso la
creatura torturata e ingannevole che è Gollum. Con l’anello perso e
portato via da Bilbo Baggins, Gollum si trova costretto a lasciare
la sua caverna per cercarlo.
Gandalf il Grigio chiama
Aragornper rintracciare la sfuggente creatura la cui
conoscenza del luogo in cui si trova l’anello potrebbe far pendere
la bilancia a favore del Signore Oscuro Sauron. Ambientato nel
periodo oscuro tra la scomparsa di Bilbo nel giorno del suo
compleanno e la formazione della Compagnia, questo pericoloso
viaggio attraverso gli angoli più oscuri della Terra di Mezzo
rivela verità inconfessabili, mette alla prova la determinazione
del suo futuro re ed esplora l’anima frammentata e il passato di
Gollum, uno dei personaggi più enigmatici di Tolkien.
Diretto dal membro del cast
originale Andy
Serkis, prodotto da Peter Jackson e scritto e prodotto da Fran
Walsh e Phillipa Boyens, il team creativo dietro la trilogia
vincitrice di Oscar, questo film live-action fa da ponte tra gli
amati film con nuovi personaggi, eroi che ritornano e una storia
delle origini profondamente coinvolgente che resetta il
palcoscenico e cambia tutto ciò che sapete sulla leggendaria
trilogia de Il Signore degli Anelli”.
Da quello che si legge, sembra che
passeremo molto tempo con il giovane Smeagol prima che questi si
imbatta nell’Unico Anello. Da lì, la storia passerà apparentemente
alla caccia di Aragorn a Gollum (da cui il titolo), con l’azione
ambientata specificamente durante “il periodo oscuro tra la
scomparsa di Bilbo nel giorno del suo compleanno e la formazione
della Compagnia”. Questo è un buon indizio che vedremo
anche Bilbo Baggins. Chi lo interpreterà – Ian
Holm è scomparso nel 2020 e Martin Freeman ha interpretato una
versione più giovane nei film de Lo Hobbit – resta però da
vedere.