L’ultimo dei Templari
(Season of the Witch,
2011), diretto da Dominic
Sena e interpretato da Nicolas Cage,
è ambientato in un’Europa medievale devastata dalla peste e
attraversata dal fanatismo religioso. Il
film, però, non racconta una vicenda realmente accaduta, ma
utilizza la Storia come
cornice simbolica per un racconto di fantasia. La missione
dei cavalieri Teutonici Behmen e Felson, incaricati di scortare una
giovane accusata di stregoneria, non deriva da un evento
documentato, bensì da un intreccio originale che combina
suggestioni storiche, leggenda popolare e immaginario gotico.
Le discrepanze tra storia e finzione
Pur richiamando periodi e luoghi reali, il film introduce una serie
di anacronismi e licenze
narrative che lo allontanano dal terreno storico. Le
Crociate, ad esempio, si erano concluse secoli prima del contesto
in cui la trama sembra collocarsi, e la grande ondata di processi
per stregoneria sarebbe esplosa solo nel XV e XVI secolo, non
durante la peste nera. Anche la figura dei Templari è usata
liberamente: l’ordine era già stato sciolto dal papato nel 1312, ma
nel film viene evocato come simbolo della fede armata, incarnazione
di un ideale religioso ormai in crisi. Tutto ciò conferma che
L’ultimo dei
Templari non intende ricostruire fedelmente un’epoca, ma
evocare un Medioevo
mitico e allegorico, dove la superstizione diventa il
motore della narrazione.
L’inclusione di riferimenti storici – come la peste, le crociate o
la Chiesa corrotta – serve a dare al film un tono di realismo morale, più che
documentario. Dominic Sena costruisce un mondo dove la fede cieca e
la paura dell’ignoto convivono, e i cavalieri protagonisti si
muovono in bilico tra redenzione e colpa. L’ambientazione storica
diventa così una metafora
del conflitto interiore dei personaggi, costretti a
confrontarsi con un male che non è solo demoniaco, ma profondamente
umano. In questo senso, la realtà storica viene reinterpretata come
scenografia del peccato e
della paura, una proiezione delle ansie collettive
dell’epoca – e, per estensione, delle nostre.
Come abbiamo analizzato nella spiegazione del finale de L’ultimo dei
Templari, il cuore del film non risiede nei fatti
storici, ma nel significato simbolico della lotta tra fede e male.
La battaglia contro il demone, lungi dall’essere una semplice
sequenza d’azione, diventa la rappresentazione della crisi
spirituale di un mondo che ha perso il contatto con i propri valori
originari. In questa chiave, il film usa il contesto storico non
come testimonianza del passato, ma come campo di battaglia interiore, dove i
protagonisti cercano una redenzione personale in mezzo alla
distruzione.
In definitiva, L’ultimo dei
Templarinon è
basato su una storia vera, ma attinge con libertà e
consapevolezza a fatti e miti medievali per costruire una parabola
morale sulla fede, la colpa e la paura. Il Medioevo del film è un
luogo mentale, non geografico: un crocevia tra storia e leggenda,
dove la peste diventa metafora della corruzione spirituale e la
stregoneria un modo per rappresentare il bisogno umano di dare un
volto al male. La verità storica cede dunque il passo alla verità
emotiva – quella di un racconto che, pur non autentico, sa evocare
con forza i dilemmi eterni dell’uomo davanti alla propria
ombra.
Diretto da Dominic
Sena e interpretato da Nicolas Cage e
Ron Perlman,
L’ultimo dei
Templari (Season of
the Witch, 2011) è
un film che fonde elementi di avventura medievale e horror
sovrannaturale con una riflessione più ampia sulla fede e sulla
colpa. Ambientato in un’Europa devastata dalla peste, segue due
cavalieri crociati, Behmen e Felson, che tornano a casa dopo anni
di guerre combattute in nome di Dio.
Ma
il loro ritorno è segnato dal disincanto e dal senso di colpa per
le atrocità commesse durante le Crociate. Incaricati di scortare
una giovane donna accusata di stregoneria fino a un monastero dove
i monaci dovranno esorcizzarla, i due uomini intraprendono un
viaggio che diventa una parabola morale sulla redenzione e sulla
perdita della fede. Il film, sotto la superficie avventurosa, è una
riflessione sul male umano, sul fanatismo e sulla possibilità di
ritrovare un senso di spiritualità dopo averne abusato.
La rivelazione di Anna e la vera natura del male
Quando Behmen e Felson raggiungono finalmente il monastero e
consegnano la giovane Anna (interpretata da Claire Foy),
la narrazione ribalta le sue premesse. Ciò che sembrava una
missione per liberare il mondo da un male terreno si rivela una
lotta contro un male ancestrale. Anna non è infatti una strega, ma
una vittima posseduta da un demone millenario che ha seminato morte e
pestilenza per secoli. Questa rivelazione trasforma radicalmente la
prospettiva del film: la superstizione e la paura che avevano
guidato le azioni dei cavalieri si scontrano con una realtà più
profonda, in cui il male non è prodotto dall’eresia o dal peccato,
ma dalla corruzione spirituale dell’uomo. Il monastero, luogo
simbolo della purezza e della preghiera, si tramuta nel teatro
dell’ultima battaglia tra fede e oscurità, mostrando come persino i
luoghi sacri possano diventare terreno fertile per la perdizione.
Il demone, una figura che rappresenta il potere della menzogna e
della manipolazione, svela il lato più oscuro dell’animo umano: la
paura del diverso e il desiderio di dominio mascherati da zelo
religioso.
Il significato simbolico della battaglia finale e della morte di
Behmen
Lo scontro finale tra Behmen e il demone è costruito come una
lotta di espiazione più
che di sopravvivenza. Il cavaliere, che aveva abbandonato
la fede perché disgustato dalla violenza della Chiesa, si ritrova
di fronte a una scelta estrema: sacrificare sé stesso per salvare
Anna e, con lei, il mondo. In questa sequenza, l’azione assume un
valore metaforico. Ogni colpo di spada diventa un atto di
purificazione, un tentativo di liberarsi dalla colpa accumulata nel
corso di anni di guerre “sante”. Quando Behmen riesce a distruggere
la creatura demoniaca, non compie un gesto eroico, ma un atto di
restituzione morale. La sua morte è una forma di redenzione, un
ritorno a una fede autentica che non si fonda sull’obbedienza
cieca, ma sulla compassione e sul sacrificio personale. Felson,
testimone e custode del suo sacrificio, sopravvive come
rappresentante della memoria di quella fede rinnovata, che non
appartiene più alla Chiesa istituzionale ma all’uomo libero e
consapevole.
Il finale di L’ultimo dei
Templari rifiuta ogni visione manichea. Dopo la sconfitta
del demone, non c’è una vera vittoria: il male non scompare, ma si
trasforma. La peste, la guerra, la superstizione restano come
eredità del mondo che i protagonisti hanno contribuito a
corrompere. Il film suggerisce che la vera origine del male non
risiede nel soprannaturale, ma nella natura stessa dell’uomo, nella
sua incapacità di distinguere la fede dalla violenza, la giustizia
dal fanatismo. In questo senso, il demone diventa il riflesso delle
colpe umane: un simbolo dell’ipocrisia religiosa e della sete di
controllo che, attraverso i secoli, ha giustificato guerre,
persecuzioni e roghi. La morte di Behmen segna una rinascita
spirituale, ma non una salvezza collettiva: il mondo rimane
contaminato, e i sopravvissuti si aggirano tra le rovine del
monastero come testimoni di un equilibrio fragile. La fede, ora, è
un cammino solitario fatto di consapevolezza, non di dogmi.
Il lascito del film e la sua rilettura nel percorso di Nicolas
Cage
Nel contesto della filmografia di Nicolas Cage, L’ultimo dei Templari assume un
significato particolare. Uscito in un periodo in cui l’attore
alternava ruoli spettacolari a interpretazioni più introspettive,
il film si colloca come un ponte tra il cinema d’intrattenimento e
la ricerca di un senso più esistenziale. Behmen è un personaggio
tipicamente cageano: un uomo in bilico tra colpa e redenzione, tra
follia e spiritualità. Attraverso di lui, il film si trasforma in
una riflessione sul potere della fede come esperienza individuale e
non come imposizione collettiva. Nonostante le sue imperfezioni
narrative e visive, L’ultimo
dei Templari trova nel suo finale una forza simbolica che lo
rende più interessante di quanto appaia in superficie. La morte del
protagonista, immersa in un’atmosfera di silenzio e luce, non è una
sconfitta, ma una dichiarazione di speranza: il male può essere
contenuto solo quando viene riconosciuto come parte di noi stessi.
È questa la lezione ultima del film — che la vera vittoria non è
nella guerra contro il demone, ma nella riconciliazione dell’uomo
con la propria coscienza.
Con Il Clown di Kettle Spring, disponibile
dal 23 ottobre su Prime Video, giusto in tempo per la notte di
Halloween, Eli Craig torna a dirigere un film
horror a distanza di otto anni da Little Evil. L’opera è tratta dal romanzo
omonimo di Adam Cesare, acclamato per aver
rivitalizzato la narrativa slasher contemporanea. Fin dalle prime
scene, il film abbraccia le coordinate classiche del genere: una
cittadina isolata del Midwest, un gruppo di adolescenti in cerca di
libertà, un trauma collettivo mai davvero risolto e un assassino
mascherato pronto a colpire.
Sangue tra i filari e vecchi
rancori di provincia
Protagonista è Quinn
Maybrook (Katie Douglas), una ragazza
costretta a trasferirsi con il padre, il dottor
Glenn (Aaron Abrams), a
Kettle Spring, Missouri, dopo la morte della
madre. Il paese, devastato dall’incendio della vecchia fabbrica di
sciroppo di mais Baypen, vive una tensione costante tra
generazioni: gli adulti accusano i giovani di essere la causa del
degrado, i ragazzi si rifugiano in un cinismo digitale che esaspera
il conflitto. Tutto precipita quando qualcuno indossa il costume di
Frendo, la
mascotte clown della fabbrica, e inizia a uccidere chiunque
rappresenti il volto “decadente” della nuova generazione.
Eli Craig e il ritorno allo slasher “puro”
Craig, già autore del cult Tucker & Dale vs Evil (2010), affronta
questa volta un racconto più lineare e meno parodico, spostando
l’attenzione sull’essenza stessa del cinema slasher: ritmo, ambientazione,
creatività nelle uccisioni e una tensione costruita più sull’attesa
che sul jump scare. Il regista conserva il gusto per l’ironia, ma
la dosa con cautela, scegliendo un tono più cupo e un’ambientazione
che restituisce al genere la sua dimensione rurale e isolata.
Il film si apre con un prologo folgorante, che richiama in modo evidente
Lo squalo di Spielberg:
una scena secca, ben coreografata, che stabilisce da subito le
regole del gioco. Da quel momento, Il Clown di Kettle Spring alterna
momenti di violenza esplicita a pause più ironiche, dove emerge la
consapevolezza del regista nel maneggiare cliché e aspettative.
Nonostante un budget limitato, Craig gestisce gli spazi con
intelligenza: i campi di
mais diventano un labirinto naturale e claustrofobico,
perfetto per nascondere e sorprendere, mentre il
suono – risate
distorte, fruscii, urla lontane – amplifica la percezione del
pericolo.
Satira sociale e nostalgia anni Ottanta
Come nel romanzo di Cesare, il film si muove su un doppio binario:
da un lato l’intrattenimento sanguinoso, dall’altro una
satira sullo scontro
generazionale. Gli adulti del paese incarnano una moralità
ipocrita e repressiva, incapace di accettare il cambiamento; i
ragazzi reagiscono con rabbia e sarcasmo, esprimendo un disagio che
il film traduce in immagini di caos e ribellione. La figura del
clown, ex simbolo pubblicitario di un’America produttiva e
ottimista, diventa così la maschera di una società che ha perso
ogni innocenza.
Craig non si limita a evocare gli anni Ottanta –
citando Halloween, Scream e persino
Grano rosso
sangue– ma li riattualizza attraverso un’estetica che
alterna il colore acido dei neon al buio profondo dei campi
notturni. L’effetto è quello di un horror “ibrido”: nostalgico ma
consapevole del proprio tempo, con un ritmo veloce e una struttura
pensata per un pubblico abituato alla brevità dello streaming.
Pregi e limiti di un adattamento semplificato
Se l’atmosfera funziona e il ritmo tiene, la sceneggiatura –
scritta da Craig con Carter Blanchard – paga la
scelta di semplificare il
romanzo di Cesare. Il mistero si riduce, i conflitti
morali si appiattiscono e alcune svolte narrative diventano
prevedibili. L’identità del killer si intuisce troppo presto, e il
film non tenta mai di sviare realmente lo spettatore. Anche il
terzo atto
soffre un eccesso di spiegazioni: il lungo monologo
dell’antagonista, pur utile a chiarire le motivazioni, rallenta
l’azione e smorza la tensione.
Nonostante ciò, Il
Clown di Kettle Spring resta un slasher ben costruito, con una
regia attenta alla coerenza visiva e un montaggio che non lascia
tempi morti. Le scene di
morte, girate con effetti pratici, sono tra gli elementi
più riusciti: creative, sanguinose, ma sempre leggibili. L’uso
minimo della CGI conferisce al film un sapore artigianale che
ricorda il cinema horror di un tempo, privo di eccessi digitali e
capace di sfruttare la fisicità degli attori.
Katie Douglas e il volto del nuovo slasher
Nel ruolo di Quinn, Katie Douglas (già vista in
Ginny & Georgia) offre una
final girl
moderna e convincente: intelligente, vulnerabile, ma lontana dagli
stereotipi di vittima passiva. Il suo personaggio incarna la
giovane donna contemporanea, combattuta tra la memoria del lutto e
il desiderio di autodeterminazione. Intorno a lei, i
co-protagonisti – Carson MacCormac,
Cassandra Potenza e Kevin Durand
– disegnano un microcosmo di figure riconoscibili: il bullo,
l’amico leale, il genitore incapace.
Eli Craig non cerca di rivoluzionare lo slasher, ma di
ricordarne la potenza
originaria: quella di un genere capace di intrattenere e
al tempo stesso raccontare le ansie collettive. In
Il Clown di Kettle
Spring l’orrore non nasce solo dalle uccisioni, ma
dal senso di impotenza di una generazione schiacciata tra
aspettative e repressione. Quando il film lascia parlare le
immagini – i corpi tra i filari, il rosso che sporca l’oro del
mais, la risata del clown che riecheggia nel vuoto – riesce a
essere più incisivo di quanto non dica a parole. Il nuovo slasher
di Craig, dunque, diverte, spaventa e a tratti riflette sul
bisogno di trovare un nemico visibile in un mondo ormai
privo di punti fermi. Forse non riesce a raggiungere
l’irriverenza del suo esordio, ma conferma il suo talento nel
trasformare la paura in intrattenimento popolare.
Il finale di The Conjuring – Per ordine del
Diavolo (qui
la recensione) ha lasciato gli spettatori con alcune domande,
soprattutto per quanto riguarda la spiegazione dell’origine del
demone. Realizzare sequel è un compito arduo perché le aspettative
sono alte e, per una serie horror di successo come l’universo
di The Conjuring, la pressione è ancora più forte. In
questo terzo capitolo loro dedicato, i Warren tornano per indagare
sulla possessione di David Glatzel e scoprono una
maledizione e un occultista dietro lo strano comportamento del
ragazzo. Il cattivo di questo film è diverso dai casi
precedenti.
Mentre tutti i film di Conjuring
sono basati sui casi di Ed e Lorraine Warren, The
Conjuring – Per ordine del Diavolo si ispira al processo per
omicidio di Arne Johnson, che uccise il suo padrone di casa
e invocò la difesa della possessione demoniaca nel 1981. Il caso di
Johnson è uno dei due su cui indagano i Warren, entrambi collegati
all’occultista e ai suoi piani caotici, al legame del cattivo con
il demone e al modo in cui questo si sviluppa nel finale del film,
che ha reso questo uno dei finali più esplosivi della serie fino ad
ora.
Il cattivo di The Conjuring
– Per ordine del Diavolo e la spiegazione del suo piano
The Conjuring – Per ordine
del Diavolo è unico rispetto ai suoi predecessori in quanto si
allontana completamente dal concetto di casa infestata. Il sequel
si concentra piuttosto su un’unica cattiva, un’occultista di nome
Isla, figlia di padre Kastner. Mentre Ed e Lorraine inizialmente
credevano che David e Arne fossero posseduti da un demone, scoprono
che Isla li ha in realtà maledetti mettendo un totem di strega
sotto la casa dei Glatzel.
Ciò che i Warren scoprono alla
fine è che lei aveva bisogno di tre persone – la bambina (Jessica),
l’amante (Arne) e l’uomo di Dio, il che spiega perché ha
perseguitato Ed, che ha tentato di uccidere Lorraine mentre era
sotto l’effetto della maledizione – per commettere omicidi prima
che morissero suicidandosi. Isla aveva bisogno di reclamare le vite
delle vittime perché aveva stretto un patto con il demone e doveva
mantenere la sua parte dell’accordo; la sua anima dipendeva
letteralmente da questo. L’occultista aveva già avuto successo con
una delle tre: Jessica, che aveva portato con sé il totem dal
college.
Uccidere la sua amica Kate prima
di gettarsi dalla scogliera ha funzionato, prima che Isla passasse
alla persona successiva. L’Occultista ha perseguitato le tre
ragazze per vicinanza, non necessariamente perché avesse un forte
legame con loro. Tutto ciò che voleva era causare il caos.
Tuttavia, i Warren sono riusciti a distruggere l’altare e a
spezzare la maledizione prima che Isla portasse a termine ciò che
aveva iniziato.
In che modo il demone di questo
film è diverso dagli altri mostri della serie
A differenza dei precedenti film
dell’universo di The Conjuring, The Conjuring – Per
ordine del Diavolo non trattava di spiriti maligni che
possedevano bambole, persone o fantasmi tradizionali. Sebbene i
demoni siano sempre esistiti nella serie, il film cambia un po’ le
cose rinunciando al solito tipo di possessione, ovvero non si
tratta affatto di una possessione. Sebbene Isla abbia stretto un
patto demoniaco, è stata la sua ossessione per l’occulto a guidare
le sue azioni. Arne, Jessica, David ed Ed sono maledetti, e questo
rappresenta un cambiamento unico perché è Isla a controllarli tutti
dietro le quinte.
Non è che un demone o uno
spirito sia specificamente legato a una persona o a una cosa. Gran
parte di ciò che rende The Conjuring – Per ordine del
Diavolo così sinistro è che dietro gli eventi strazianti c’è un
essere umano normale, qualcuno che è ancora vivo e non morto, come
Bathsheba di L’evocazione
– The Conjuring, per esempio. Il demone è semplicemente
un’estensione dell’occultista piuttosto che un essere che agisce da
solo.
Inoltre, il pubblico non vede
mai il demone vero e proprio, ma solo le conseguenze fisiche di ciò
che accade quando non si rispetta un patto. Anche la totale assenza
di una casa infestata che i Warren devono indagare è una novità
rispetto ai film precedenti. L’azione in The Conjuring 3 si svolge
in gran parte all’esterno della casa e la possessione non è
limitata alle sue mura.
Come The Conjuring – Per
ordine del Diavolo si confronta con la storia vera
Il film attinge molto dai casi
reali dei Warren, così come dal processo per omicidio di Arne
Cheyenne Johnson. L’esorcismo di David si svolge, almeno secondo i
ricordi dei Warren, in modo simile a come è descritto nel film.
Johnson pugnala comunque il suo padrone di casa, sostenendo di non
ricordare cosa sia successo, e i Warren sono presenti per tutto il
tempo, interagendo con i Glatzel, Johnson e la polizia.
La sua dichiarazione di non
colpevolezza con la difesa della possessione demoniaca è accurata,
così come lo è il rapporto di Johnson con Debbie e la loro
convivenza, prima nella casa dei Glatzel dove David era
presumibilmente posseduto e poi nella proprietà dove Debbie e Arne
hanno vissuto insieme in seguito. Tuttavia, il film si prende molte
libertà creative con la storia, andando oltre i limiti imposti dai
fatti reali relativi al processo. L’aggiunta più rilevante alla
storia è l’occultista Isla, che in realtà non è mai esistita e non
ha mai avuto nulla a che fare con il caso Johnson, sebbene sia
stata la principale antagonista del sequel.
The Conjuring – Per ordine
del Diavolo si discosta notevolmente dagli eventi reali dopo
che Johnson accoltella Bruno (il cui vero nome era Alan Bono),
aggiungendo le visite a Kastner e il suo legame con l’occultista,
così come il suo misterioso passato e come lei sia stata coinvolta
nella stregoneria demoniaca. A tal fine, The Devil Made Me Do It
seleziona quali aspetti della vita reale inserire nel film,
affidandosi anche alla finzione per tessere la sua storia
horror.
Jessica Louise Strong era una
persona reale (e il caso era reale)?
In The Conjuring – Per ordine
del Diavolo, ricco di easter egg, Jessica Louise Strong è
un’adolescente scomparsa poco dopo l’omicidio della sua migliore
amica Katie. A quanto pare, Jessica, sotto la maledizione
dell’Occultista, era stata lei ad uccidere la sua amica,
pugnalandola 22 volte prima che la maledizione la costringesse a
porre fine alla propria vita.
La natura specifica del caso che
coinvolge Jessica è fittizia e inventata appositamente per The
Conjuring – Per ordine del Diavolo; non è una persona reale
scomparsa né ha ucciso nessuno. Tuttavia, ciò non significa che non
esistano casi simili. Escludendo la parte occulta della storia, la
sottotrama di Jessica nel film può essere paragonata alla scomparsa
di Skylar Neese, un’adolescente uccisa da due suoi compagni di
liceo dopo averla portata in un luogo isolato dove l’hanno
pugnalata a morte.
I Discepoli di Ram erano reali
(e collegati ad Annabelle)?
Per ottenere maggiori
informazioni sul totem della strega che trovano sotto la casa del
posseduto David Glatzels, Ed e Lorraine visitano padre Kastner, che
ha dedicato la sua vita alla ricerca dell’occulto. Si scopre che
Kastner aveva effettivamente avuto a che fare con i Disciples of
Ram, una setta satanica che voleva portare più demoni nel mondo e
di cui Annabelle Higgins era membro. Questo è un
riferimento diretto al film spin-off di The Conjuring,
Annabelle,
in cui nella colonna sonora è presente anche un brano intitolato
“Disciples of the Ram”, e ad Annabelle
2: Creation.
Tuttavia, non si tratta di una
vera setta satanica. I film della serie The Conjuring si
sono a lungo concentrati sui casi affrontati dai Warren, ma ogni
film della serie presenta un’enorme quantità di aggiunte fittizie
che hanno lo scopo di aumentare l’orrore più di ogni altra cosa.
L’aspetto più importante della menzione dei Disciples of the Ram è
il legame che continua a tessere all’interno dell’universo,
indipendentemente dal film.
Ruairi O’Connor in The Conjuring – Per ordine del
diavolo
Il vero significato del finale
di The Conjuring – Per ordine del Diavolo
The Conjuring – Per ordine
del Diavolo ha una profondità tematica sorprendente per quanto
riguarda i film della serie The Conjuring. Concentrandosi
sul processo ad Arne Cheyenne Johnson, il finale di questo film
esplora il legame tra la credenza nel soprannaturale, in
particolare gli esorcismi, e la salute mentale. Il caso è stato uno
dei più intriganti nella storia degli Stati Uniti e Per ordine
del diavolo gli ha dato una sua interpretazione unica, senza
però minimizzare il ruolo che il trauma ha avuto nelle azioni di
Arne.
Tuttavia, grazie
all’introduzione dell’Occultista, The Conjuring – Per ordine del
Diavolo è riuscito anche ad aggiungere profondità tematica con
elementi che non erano collegati al caso originale, dato che il
personaggio è fittizio. L’Occultista, Isla, ha stretto un patto
demoniaco che ha poi dovuto onorare per salvare la sua anima: una
chiara allegoria dei pericoli dell’avidità e della brama di
potere.
Anche la fede è, come in
tutti i film di The Conjuring, un tema chiave. Questa
volta, il fatto che la fede spirituale e l’amore per la propria
famiglia possano a volte essere in contrasto. Ciò è chiaramente
dimostrato da Kastner e dal fatto che ha dovuto crescere Isla in
segreto, e dal suo amore per lei che lo ha portato a rinunciare
completamente alla sua fede in Dio e a chiudere un occhio mentre
lei entrava in contatto con entità malvagie.
L’ira di
Becky di Matt Angel e
Suzanne
Coote, sequel del film Becky del 2020, è una
commedia
d’azione incentrata su una trama di vendetta. Seguendo Becky,
una ragazza orfana con un talento per la violenza vendicativa, il
film racconta il suo viaggio mentre fugge dal sistema di
affidamento con il suo fedele cane, Diego. Dopo aver trovato un
posto dove stare con una gentile signora anziana, Elena, la vita di
Becky ricomincia da capo fino a quando alcuni uomini di
un’organizzazione fascista attaccano la loro casa e rapiscono
Diego.
Armata della sua ferocia, Becky
deve affrontare i suoi aguzzini, che si fanno chiamare i “Nobili
Uomini” e recuperare il suo amato Diego. Se siete curiosi di sapere
dove porterà la letale protagonista questa nuova avventura
pericolosa e sanguinosa e cosa lei scoprirà sui Nobili Uomini, ecco
tutto quello che c’è da sapere sul finale di L’ira di
Becky.
La trama di L’ira di
Becky
Sono passati tre anni dagli eventi
del primo film; Becky ora ha 16 anni. È stata in tre case famiglia
e non è rimasta a lungo in nessuna di esse. Nel prologo del film,
lei e Diego vengono mandati a vivere con una coppia di religiosi
eccessivamente gentili. Anche se all’inizio Becky decide di stare
al gioco e di dire alla coppia esattamente quello che vogliono
sentirsi dire, quando loro si addormentano decide di scappare.
Viene mandata in altre due famiglie affidatarie, ma non rimane
nemmeno con loro.
Lulu Wilson in L’ira di Becky
Poco prima dell’inizio del film,
Becky incontra una donna mentre fa l’autostop. Questa donna è
Elena, che accoglie Becky nella sua casa. All’inizio del film,
Becky vive con Elena e lavora in una tavola calda locale. La sua
vita idilliaca viene interrotta dall’arrivo in città dei membri dei
Nobili Uomini, con uno scopo che diventerà chiaro in seguito. A
quanto pare, il gruppo vuole dare inizio a una rivolta e ha scelto
questa città come epicentro. Odiano più di ogni altra cosa una
politica liberale, la senatrice Hernandez, e le sue politiche, e
hanno organizzato manifestazioni contro di lei.
Ritenendole inefficaci, alcuni
membri hanno deciso di adottare un approccio più violento. Quando
Sean arriva in città con DJ e Anthony, ha l’impressione che si
tratti di un’altra manifestazione. Solo più tardi capisce la
verità. Capendo correttamente che tipo di persone sono questi tre,
Becky lascia trasparire il suo lato conflittuale “rovesciando” una
tazza di caffè bollente sulle gambe di Anthony. Tuttavia, i tre
uomini capiscono che ha agito intenzionalmente e la seguono
segretamente fino a casa di Elena. Anthony attacca per primo Becky,
che chiama Diego in aiuto.
Ma prima che lui possa raggiungere
Becky e Anthony, DJ lo colpisce con una mazza da baseball. Quando
Elena cerca di intervenire, Anthony le spara. Becky, infuriata,
cerca di attaccare uno degli uomini, ma viene messa fuori
combattimento. La mattina seguente, si sveglia e scopre che Elena è
morta e Diego è scomparso. Facendo del suo meglio per non farsi
prendere dal panico, Becky seppellisce Elena prima di partire per
vendicarsi. Avendo sentito che gli uomini sono in città per
incontrare un certo Darryl, Becky decide che è un buon punto di
partenza. Ci sono due Darryl in città.
Il primo è una donna anziana che
fuma come un turco mentre cammina con una bombola di ossigeno. Con
un Darryl apparentemente fuori discussione, Becky si concentra
sull’altro. A casa del secondo Darryl, Anthony minaccia i suoi
amici di terribili conseguenze se racconteranno a qualcuno ciò che
è successo la notte prima. Ma il loro comportamento attira presto
l’interesse di Darryl, che scopre la verità dai tre giovani.
All’insaputa di tutti loro, Becky è proprio fuori, li osserva e si
prepara ad attaccare.
Michael Sirow, Matt Angel e Aaron Dalla Villa in L’ira di
Becky
Il finale del film: Becky ottiene
la sua vendetta
Sebbene entrambi i film di
Becky esplorino altri temi, trattano
principalmente di vendetta. Le azioni di Becky in entrambi i film
sono scatenate da un torto subito. In L’ira di
Becky, lei prende di mira alcuni membri dei Nobili Uomini
dopo che questi irrompono nella casa dove ha trovato una nuova
dimora e uccidono Elena. Veniamo a sapere che Anthony e DJ sono in
città per mettere in atto l’attacco al senatore Hernandez, che sta
per tenere un discorso al municipio. Sean non ne sapeva nulla.
È semplicemente un razzista e un
sessista, ma non è ancora radicalizzato al punto da commettere atti
di violenza contro il governo degli Stati Uniti. Nel frattempo,
mentre Becky valuta la situazione, scopre che Darryl è un ex Ranger
dell’esercito che ha prestato servizio più volte in Iraq. Racconta
quasi con naturalezza a Sean una storia di quei giorni per fargli
capire cosa lui e i suoi compagni fanno ai traditori. Fino a quel
punto della narrazione, non eravamo esattamente sicuri del tipo di
mostro che fosse, ma quella storia chiarisce tutto.
Il primo a morire in questo gruppo
è Anthony. Darryl lo manda a negoziare con Becky per restituirle il
cane. Ma Anthony non ha alcuna intenzione di farlo e cerca di
uccidere Becky. Cade però nella trappola che lei aveva preparato in
precedenza e viene poi mandato alla porta d’ingresso della casa di
Darryl. Quando Darryl apre la porta, la testa di Anthony esplode.
Il secondo a morire è Sean. Darryl lo uccide dopo che lui ha
cercato di andarsene e ha insultato i Nobili Uomini. Becky spara
poi un dardo con la balestra attraverso la bocca di Twig, un membro
dei Nobili Uomini.
In seguito lo uccide prima di
essere messa fuori combattimento con un dardo tranquillante. Darryl
però non uccide immediatamente Becky perché lei ha la lista di
tutti i membri dei Nobili Uomini in tutto il paese. Sa che sarebbe
un disastro se le autorità venissero a conoscenza della lista e
tiene Becky in vita per estorcerle le informazioni. Ma l’arrivo del
capo del gruppo non risolve il problema, e Becky riesce a uccidere
Darryl attirandolo nella trappola che aveva preparato in
precedenza. Con il suo ultimo respiro, lui si complimenta con
lei.
Sean William Scott in L’ira di Becky
Chi è il leader dei Noble
Men?
In un esempio di ironia contorta, a
capo dei Nobili Uomini c’è una donna. Si tratta di una persona che
sia il protagonista che il pubblico hanno già incontrato in
precedenza: l’altro Darryl della città. A quanto pare, è la madre
di Darryl Jr. e gli ha dato il suo nome. Dopo che suo figlio ha
catturato Becky, Darryl Sr. si presenta per interrogarla, usando
Diego per costringerla a rivelare dove si trova la chiavetta
USB.
Becky usa però le sue conoscenze da
girl scout per liberarsi, colpisce Darryl Jr. con il gas di una
bomboletta per costringerlo a lasciare momentaneamente la stanza e
lancia un coltello contro Darryl Sr. Torna a prendere Diego e
scopre che Darryl Sr. è ancora vivo. La donna anziana cerca di
spararle, ma con un coltello conficcato nel cervello, il colpo
manca il bersaglio. Per vendicarsi delle sue azioni precedenti,
Becky ordina a Diego di sbranare e mangiare Darryl Sr.
Qual è il segreto della
chiavetta?
La chiavetta è ciò che il
neonazista cercava nel primo film e per cui ha ucciso il padre di
Becky. Nel sequel, Becky scopre con l’aiuto involontario di Darryl
Jr. che la chiave può essere aperta e contiene delle coordinate.
Verso la fine dell’episodio, un agente della CIA pone a Becky due
domande, con la condizione che se lei risponde affermativamente
alla prima domanda, le verrà posta una seconda domanda. Becky
risponde di sì quando le viene chiesto se sarà la recluta più
giovane nella storia della CIA.
Poiché la seconda domanda riguarda
il segreto della chiave, possiamo presumere che Becky ora conosca
la verità, che probabilmente verrà esplorata nel potenziale terzo
film già annunciato, in cui il gruppo dei Nobili Uomini verrà
ulteriormente approfondito e messo sotto tiro da Becky, ormai
evidentemente intenzionata a smantellare del tutto
quest’organizzazione razzista e violenta. L’ira di
Becky si conclude poi con Becky che dà la caccia a DJ e lo
uccide con un lanciarazzi.
Diretto da Alan
Parker, The Life of David
Gale (2003) è un
thriller drammatico in cui il personaggio omonimo (Kevin
Spacey) è il capo del dipartimento di filosofia
dell’Università di Austin e un importante attivista nel movimento
contro la pena di morte. Il suo mondo crolla quando viene
falsamente accusato di aver violentato una sua ex studentessa.
Perde il lavoro all’università e sua moglie lo lascia, portando con
sé il figlio. Con l’aiuto dell’ex collega e compagna attivista
Constance Harraway (Laura
Linney), Gale riesce a riportare un po’ di controllo
nella sua vita per il bene di suo figlio.
Tuttavia, viene poi arrestato con
l’accusa di aver violentato e ucciso proprio Constance e viene
successivamente condannato a morte. Poco prima dell’esecuzione,
l’avvocato di Gale accetta che lui conceda un’intervista a Bitsey
Bloom (Kate
Winslet) di News Magazine in cambio di 500.000
dollari. Bitsey ha la possibilità di parlargli per due ore al
giorno per tre giorni, cercando di capire cosa sia successo
davvero. Se a visione conclusa questo film sulla pena di morte e
l’attivismo che la circonda vi ha fatto chiedere se sia basato su
eventi reali, ecco cosa dovete sapere.
The Life of David Gale è basato su una storia
vera?
No, The Life of David
Gale non è basato su una storia vera. Tuttavia, il
progetto sviluppato dalla prima sceneggiatura cinematografica di
Charles Randolph prende in prestito alcuni
elementi dalla vita reale per raccontare una storia convincente. Al
centro del film c’è il tema altamente controverso della pena di
morte. Negli Stati Uniti, la Corte Suprema ha brevemente annullato
la pena capitale in seguito al caso Furman contro Georgia
nel 1972. A tutti i detenuti nel braccio della morte
all’epoca fu commutata la pena in ergastolo.
Tuttavia, la pena capitale fu
reintrodotta dai singoli Stati. Nel 1976, la precedente decisione
di sospendere temporaneamente la pena capitale fu revocata nel caso
Gregg contro Georgia. Secondo quanto riportato, alla fine di giugno
2021 erano state giustiziate oltre 1.500 persone nel Paese. In
Texas, dove è ambientato il film, tale numero sarebbe superiore a
500. Gli ideali sostenuti da Gale e Constance affondano le loro
radici nel concetto di non violenza. Bisogna ammettere che il film
rende in qualche modo un disservizio ai personaggi e alle loro
convinzioni, mostrando ciò che alla fine scelgono nel loro
disperato tentativo di abolire la pena di morte.
Nel mondo reale, molte
organizzazioni religiose e laiche sono emerse come feroci
sostenitrici del movimento contro la pena di morte. La
Texas Coalition to Abolish the Death Penalty,
un’organizzazione senza scopo di lucro, è in prima linea in questa
lotta sin dalla sua fondazione nel 1998. Nel 2016, la multinazionale
farmaceutica Pfizer ha deciso di non consentire l’uso dei suoi
prodotti nella pena capitale e anche altre importanti case
farmaceutiche hanno preso la stessa decisione. Secondo quanto
riferito, ciò ha costretto gli Stati ad acquistare i farmaci
necessari per somministrare le iniezioni letali da fonti
dubbie.
Il film drammatico del 1995 di
Tim RobbinsDead Man Walking – Condannato a
morte è una versione più toccante dello stesso argomento. A
differenza di The Life of David Gale, quel film è
ispirato a fatti realmente accaduti. È basato sull’omonimo libro di
saggistica di suor Helen Prejean. Susan Sarandon ha vinto un Oscar per la sua
interpretazione di Prejean. Altri film con tematiche simili sono
“Clemency” (2019), “Monster Ball” (2001) e
“Last Light” (1993). Evidentemente, dunque, The
Life of David Gale non è basato su una storia vera.
Ma è perfettamente comprensibile perché si possa pensare il
contrario.
L’artista pop vincitrice di un
GRAMMY Award® Miley Cyrus ha inciso una nuova
canzone per Avatar: Fuoco
e Cenere, il terzo film del fenomenale franchise di
successo Avatar del regista premio Oscar® James Cameron, in arrivo nelle sale italiane
il 17 dicembre. “Dream as One” interpretata da Miley
Cyrus, con musica e testi di Cyrus, Andrew Wyatt, Mark
Ronson e Simon Franglen, apparirà nei titoli di coda e sarà inclusa
nella colonna sonora originale del film.
La colonna sonora originale di
Avatar: Fuoco e Cenere, con musiche
composte da Simon Franglen, vincitore del GRAMMY® “Record of the
Year” nel 1997 per My Heart Will Go On da Titanic, uscirà il 12
dicembre. Il singolo “Dream as One” di Columbia Records / Sony
Music uscirà il 14 novembre.
Con Avatar: Fuoco e Cenere,
James Cameron riporta il pubblico a Pandora in
una nuova e coinvolgente avventura con il marine diventato leader
Na’vi Jake Sully
(Sam Worthington), la guerriera Na’vi Neytiri
(Zoe
Saldaña) e la famiglia Sully. Il film, che ha una sceneggiatura
di James Cameron & Rick Jaffa & Amanda Silver e una storia di James
Cameron & Rick Jaffa & Amanda Silver & Josh Friedman & Shane
Salerno, è interpretato anche da Sigourney Weaver, Stephen Lang, Oona
Chaplin, Cliff Curtis, Joel David Moore, CCH Pounder, Edie Falco,
David Thewlis, Jemaine Clement, Giovanni Ribisi, Britain Dalton,
Jamie Flatters, Trinity Jo-Li Bliss, Jack Champion, Brendan Cowell,
Bailey Bass, Filip Geljo, Duane Evans, Jr. e Kate Winslet.
Mentre i romanzi di
Stephen King sono stati spesso
trasposti sul grande schermo, il suo iconico capolavoro The
Stand (in Italia noto come L’ombra dello
scorpione) sta per ottenere il suo terzo adattamento, e
uno dei creatori precedenti sta ora valutando la prossima versione.
Il romanzo di King del 1978 è ambientato in un mondo
post-apocalittico in cui una pandemia mortale ha spazzato via il
99% della popolazione, lasciando i sopravvissuti a cavarsela da
soli, mentre il misterioso Randall Flagg accumula un potente
seguito a Las Vegas.
Dopo oltre un decennio di tentativi
e rinvii, L’ombra dello scorpione è finalmente
arrivato sul grande schermo con un adattamento in miniserie nel
1994, scritto dallo stesso King, che ha vinto due Emmy e ha
ricevuto sei nomination in totale. I tentativi di realizzare un
film negli anni 2010 si sono nuovamente trasformati in una
miniserie, questa volta sviluppata da Josh Boone e
Benjamin Cavell, quest’ultimo in qualità di
showrunner. Cinque anni dopo le reazioni contrastanti, è stato
rivelato che la Paramount starebbe collaborando con Doug Liman di
Road House per
realizzare una versione cinematografica.
In una recente intervista con Joe
Deckelmeier per ScreenRant per discutere del suo adattamento di
Colleen Hoover, Regretting You, Josh
Boone è stato interrogato sulle sue opinioni riguardo alla nuova
versione in lavorazione. Il regista ha esordito sottolineando che
“è riuscito a realizzare solo il primo e l’ultimo
episodio” dell’adattamento in miniserie del 2020, il quale è
stato “qualcosa che ho supplicato” King di scrivere dopo
una precedente storia in cui l’autore aveva “un’idea per una
coda” per dare una conclusione extra al romanzo che
coinvolgeva Frannie bloccata in un pozzo.
“Ho pensato: “Ma che cavolo
significa?”. Così gli ho scritto dicendogli: “Ho sentito che ne hai
parlato. Perché non lo scrivi per noi?”. Ricordo ancora il giorno
in cui ho ricevuto la bozza finale e ho pensato: “Sono il primo a
leggere quello che ha scritto!”. Sono stato un suo fan per tutta la
vita e ha avuto un grande impatto su di me quando ero bambino. Gli
ho mandato alcuni libri e lui mi ha scritto una lettera quando ero
più giovane, e l’ho inserito in Stuck in Love, dove fa un cameo
interpretando se stesso.
Boone ha poi spiegato che uno dei
motivi per cui amava i libri di King quando era più giovane non era
solo perché era “la voce che volevo sentire di più quando
aprivo un libro”, ma anche perché i romanzi dell’autore
“hanno così tanti personaggi bambini”, cosa che riteneva
rara quando era un ragazzino che cresceva negli anni ’90.
“I bambini leggono i libri di
Stephen King, quindi lui è stato la persona che ha avuto la
maggiore influenza sulla mia crescita e sulla mia vita da adulto.
Era semplicemente la persona più gentile e migliore che si potesse
incontrare. Si dice: “Non incontrare i tuoi eroi”, ma non si
riferivano a Stephen King”.
Il creatore ha anche riflettuto su
come il suo adattamento di L’ombra dello scorpione fosse
nato originariamente come un lungometraggio, proprio come la
miniserie che l’ha preceduto, in cui “molti membri del cast del
film mi hanno seguito”, tra cui Nat Wolff e
Greg Kinnear, descrivendo la lista come “amici
che avrei voluto inserire in qualcosa ma non avevo potuto”.
Quella lista comprendeva anche talenti dietro la telecamera, tra
cui i montatori della serie e il compositore Nate
Walcott.
“Ho lavorato molto alla colonna
sonora, ad esempio inserendo i Black Sabbath nel primo episodio e
facendo fischiare ad Alex Skarsgard l’introduzione di “The
Stranger” di Billy Joel. Questi sono i miei tocchi personali, ma ho
potuto inserirne così pochi che ho sempre desiderato realizzare un
film di tre ore, come JFK o qualcosa del genere, con quel cast
numeroso e variegato, quel cast numeroso e variegato.
Boone riteneva che fosse
“impossibile” trasformare in un film il libro di oltre 800
pagine, e lui e Cavell volevano “fare qualcosa di diverso”
con la struttura del materiale originale rispetto alla miniserie
del 1994. Il loro approccio, come ha spiegato, era quello di
“mescolare la cronologia in modo da renderla più
sorprendente” per i fan del libro, anche se la raccontavano in
modo diretto.
Tornando a parlare del nuovo
adattamento cinematografico, Boone ha espresso la sua “impazienza”
di vederlo, elogiando in particolare Liman con un “Adoro Doug
Liman” e definendo il regista sia ‘fantastico’ che “un
pazzo”. Pur ammettendo di essere curioso di “vedere cosa
ne farà qualcuno” del romanzo di King, è particolarmente
intrigato di vedere “come sarà come lungometraggio”.
Cosa aspettarsi dal nuovo adattamento di L’ombra
dello scorpione
In linea con quanto detto da Boone,
il punto di maggiore curiosità riguardo al nuovo adattamento è come
funzionerà come lungometraggio. In entrambi i precedenti
adattamenti, il problema principale che ne ha ritardato lo sviluppo
è sempre derivato dalla vastità del romanzo di King, poiché tutti,
da George A. Romero ai veterani di Harry
PotterDavid Yates e Steve
Kloves, hanno cercato di trovare il modo migliore per
ridurlo a una durata ragionevole per il cinema.
Sebbene sia ancora nelle prime fasi
di sviluppo, L’ombra dello scorpione di Liman potrebbe
trarre il massimo vantaggio dai precedenti piani di Boone per il
romanzo, che prevedevano di trasformarlo in quattro lungometraggi
prima che diventasse una miniserie di nove episodi. Una cosa che i
fan di King si aspettano costantemente dagli adattamenti delle sue
opere è una traduzione fedele delle storie e dei personaggi, che un
solo film rischierebbe di tradire.
Inoltre, ci sono alcuni esempi
significativi di adattamenti cinematografici suddivisi in più parti
che hanno riscosso un grande successo. La prima parte di
Wicked è stata un successo sia di critica che di pubblico,
mentre gli ultimi due film di Twilight hanno superato il
giudizio negativo della critica diventando dei successi al
botteghino. I film Dune di Denis Villeneuve sono
probabilmente il paragone più calzante per come Liman e la
Paramount potrebbero adattare L’ombra dello
scorpione, dato che i primi due hanno diviso a metà il
romanzo di Frank Herbert e hanno incassato cifre
importanti al botteghino.
Indipendentemente dall’approccio
che Liman adotterà alla fine, il fattore decisivo per determinare
se potrà essere realizzato in un formato lungometraggio è ottenere
l’approvazione di King. Ci sono certamente adattamenti che hanno
suscitato critiche anche dopo l’approvazione di King, ma essendo
spesso considerato il suo capolavoro, questo e La Torre
Nera sono i due adattamenti che, senza l’approvazione
dell’autore, avranno difficoltà ad avere successo.
C’è una linea sottile
tra il racconto del mito e quello dell’uomo, e Springsteen: Liberami dal Nulla di
Scott Cooper prova a camminarci sopra con passo
incerto ma sincero. Il film, prodotto da 20th Century
Studios e tratto dal libro di Warren Zanes,
si concentra su un momento preciso della carriera del “Boss”: la
creazione di Nebraska, album spartano e dolente inciso nel
1982 con un registratore a quattro piste nella camera da letto del
cantante nel New Jersey. È il momento in cui Bruce Springsteen
(interpretato da un sorprendente Jeremy Allen White) si allontana dalla
grandezza scenica di The River e si immerge nel silenzio, in
un dialogo con i propri demoni e con la solitudine.
Scott
Cooper, regista da sempre attratto dai crepacci dell’animo
umano (Crazy
Heart,
Hostiles), sceglie di raccontare il Bruce più
fragile, più introverso, più spaventato. La musica, in questa
storia, non è mai puro intrattenimento: è confessione, è terapia, è
il modo in cui un uomo tenta di liberarsi dal nulla che lo
divora dentro. Tuttavia, proprio quando il film sembra
trovare il suo centro emotivo, inciampa nel suo stesso desiderio di
spiegare troppo. Il racconto del processo creativo — affascinante
ma sfuggente — si trasforma in un lungo “dietro le quinte” che
toglie un po’ di magia alla leggenda.
Springsteen – Liberami dal nulla – Odessa Young e Jeremy Allen White – Cortesia The Walt
Disney Company Italia
Springsteen:
Liberami dal Nulla e la fatica di rappresentare la
scintilla creativa
Raccontare la nascita di
un capolavoro è un rischio, e Springsteen: Liberami dal
Nulla ne è consapevole. Cooper tenta di mettere in
scena la genesi di Nebraska come un atto quasi mistico,
un’urgenza interiore più che un processo razionale. Ma, nel
tentativo di decifrare l’indecifrabile, il film scivola nella
trappola del “come è fatto”: osserviamo Springsteen
provare, registrare, cancellare, riprovare, mentre la regia insiste
sui dettagli tecnici e sul rituale della creazione, dimenticando a
tratti la vertigine del mistero che accompagna ogni atto artistico
autentico.
È un peccato, perché
quando Liberami dal Nulla smette di voler spiegare e
comincia a mostrare — con sguardi, silenzi, esitazioni — allora
diventa un film intenso, persino poetico. Cooper e il
direttore della fotografia Masanobu Takayanagi
costruiscono un’immagine che rispecchia la natura del disco: luci
fredde, interni spogli, paesaggi invernali del New Jersey che
sembrano usciti direttamente dai brani di Nebraska. La
colonna sonora di Jeremiah Fraites accompagna il
tutto con discrezione, alternando momenti di sospensione a
improvvisi scoppi emotivi, in perfetta sintonia con l’anima
dell’opera.
Il limite, però, resta
concettuale: la volontà di rendere “visibile” la creazione
artistica, di tradurre in immagini ciò che nasce nell’invisibile. E
in questo, come molti biopic dedicati ai musicisti,
Springsteen: Liberami dal Nulla rischia di
fare un passo indietro rispetto al suo stesso soggetto.
Bruce Springsteen, dopotutto, ha sempre raccontato
l’America e se stesso attraverso le sue canzoni, lasciando che la
musica fosse la vera biografia. Il film, invece, sembra non fidarsi
del potere evocativo dell’arte, e cerca di spiegarla, incasellarla,
razionalizzarla — e così facendo, la priva di parte della sua
potenza.
Springsteen – Liberami dal nulla – Stephen Graham – Cortesia The
Walt Disney Company Italia
Padri, figli e
fantasmi: il peso dell’eredità emotiva
Tra i fili narrativi più
riusciti del film c’è quello familiare. Springsteen:
Liberami dal Nulla racconta con grande sensibilità il
rapporto tra il piccolo Bruce e il padre Doug (interpretato da uno
straordinario Stephen Graham), figura problematica e
distante, segnata dalla malattia mentale e da un dolore che
si trasmette come un’eredità silenziosa. Cooper tratteggia
la loro relazione con un realismo che non cerca mai la lacrima
facile: il giovane Bruce cresce nell’ombra di un uomo irrisolto,
imparando troppo presto che la malinconia può diventare un
linguaggio.
La riconciliazione tra i
due avviene solo da adulti, in una delle sequenze più emozionanti
del film: un dialogo scarno, quasi mormorato, dove non servono
grandi dichiarazioni perché bastano gli sguardi. È in quel momento
che il film trova un equilibrio perfetto tra intimità e verità. La
regia di Cooper, asciutta e rispettosa, lascia spazio agli attori,
e Jeremy Allen White mostra tutta la
vulnerabilità di un uomo che capisce, finalmente, di essere
diventato ciò che temeva: una versione riflessa del padre.
Il film suggerisce che
le ferite di Doug non si spengono con lui, ma continuano a pulsare
dentro Bruce, influenzando anche il suo modo di amare. Lo vediamo
nel rapporto con Faye (una magnetica Odessa Young), personaggio immaginario ma
ispirato alle figure femminili che attraversarono la vita del
musicista in quegli anni. Faye rappresenta la possibilità di
guarire, ma anche il rischio di replicare gli stessi schemi di
distanza e dolore. È in lei che Bruce cerca di spezzare l’eredità
paterna, senza sapere se sia davvero possibile. Questo filo
psicologico, tratteggiato con delicatezza, è forse la parte più
umana e riuscita del film, capace di unire biografia, introspezione
e racconto universale della fragilità maschile.
Il confine tra mito
e mistero: cosa resta dopo la visione
Alla fine,
Springsteen: Liberami dal Nulla lascia lo
spettatore diviso tra l’ammirazione per l’ambizione del progetto e
una certa malinconia per ciò che avrebbe potuto essere.
Cooper costruisce un ritratto rispettoso e intenso, ma
anche troppo controllato, quasi timoroso di lasciarsi andare alla
spontaneità che pure fu l’essenza di Nebraska. Il
film funziona quando si fa intimo e vulnerabile, quando guarda
all’uomo più che al musicista; ma perde forza quando tenta di
raccontare la genesi del capolavoro come se fosse un processo
analitico e non, com’è davvero, un atto di grazia.
C’è un momento, verso la
fine, in cui il film sembra dirci ciò che conta davvero: non capire
come nascono le canzoni, ma sentire perché nascono. È lì che
Liberami dal Nulla trova la sua verità più pura — nel non
detto, nell’ombra, nella consapevolezza che la creazione
artistica resta, per fortuna, un mistero. E forse è questo
il limite ma anche la bellezza del film: la sua incapacità di
svelare fino in fondo il segreto di Springsteen diventa,
paradossalmente, il suo modo più sincero di onorarlo. Perché
raccontare un artista come Bruce Springsteen
significa accettare che la sua voce, la sua rabbia, la sua dolcezza
appartengano a un altrove che il cinema può solo sfiorare.
Produttrice di lungo corso per
Sean Baker (Anora,
Un sogno chiamato Florida) e co-regista di
Take Out,
Shih-Ching Tsou firma con La mia
famiglia a Taipei (titolo originale
Left-Handed
Girl) il suo primo lungometraggio da sola, pur
restando in dialogo strettissimo con il sodale: Baker co-scrive e
soprattutto monta, imprimendo quel ritmo spinto che conosciamo. Il
risultato è un film che porta addosso i tratti “familiari” (sguardo
sugli invisibili, precarietà luminosa, bambini come bussola morale)
ma che prova a prendersi uno spazio personale, più legato a
memorie, cultura e dinamiche di genere del contesto taiwanese.
L’accoglienza festivaliera lo conferma: esordio alla
Semaine de la Critique di Cannes e
percorso internazionale, con l’ulteriore peso specifico della
candidatura taiwanese agli Oscar.
Taipei come parco giochi (e campo
minato)
Tsou immerge lo spettatore nel
ventre dei mercati notturni di Taipei: scooter che sfrecciano,
insegne acide, vapore delle cucine, contrattazioni, odori. È un
dispositivo sensoriale che fa da habitat alla piccola
I-Jing, alla sorella maggiore
I-Ann e alla madre Sho-Fen,
tornata in città per riaprire una minuscola cantina di street food
e rimettere insieme la vita. La regia abbraccia la frenesia urbana
e la traduce in messa in scena: macchina spesso in movimento,
raccordi rapidi, ellissi che tengono il racconto in corsa. Ne nasce
uno slalom tra commedia di sventura, osservazione sociale e melò
familiare che, pur con qualche curva brusca, raramente perde
aderenza.
La mano sinistra: stigma, gioco,
gesto politico
Il titolo non è un vezzo: il nonno
impone alla nipote di non usare la mano sinistra – “la mano del
diavolo” – e quel rimprovero superstizioso diventa miccia narrativa
e simbolica. La “mano che fa da sé” ruba cianfrusaglie, combina
guai, a volte salva la situazione; soprattutto,
materializza un doppio movimento: il controllo
patriarcale che disciplina i corpi femminili fin dall’infanzia e,
in risposta, la ribellione capricciosa ma vitalissima di chi
rifiuta di farsi correggere. È un’idea semplice e potente, che Tsou
declina con umorismo fisico e tenera crudeltà quotidiana, senza
tesi martellanti.
Tre generazioni, tre
traiettorie
La regista intreccia
le linee narrative di tre figure femminile: la
nonna con zone d’ombra legate all’immigrazione e ai debiti, la
madre Sho-Fen schiacciata dai conti del banco al mercato, la figlia
maggiore I-Ann che cerca autonomia in equilibrio precario, e la
piccola I-Jing, magnete del racconto. Per 108 minuti l’idea di
“romanzo familiare al presente” funziona: i segreti filtrano per
indizi, il quartiere diventa rete di sostegno e di conflitto, la
città è personaggio. Qualche snodo corre via in fretta, ma
l’insieme resta coeso grazie a un disegno chiaro degli
archi emotivi e alla costanza di tono tra leggerezza e
ferita.
Vitalismo vs. scorciatoie
Quando La mia famiglia
a Taipei si affida al gesto e allo spazio – gli
inseguimenti in scooter, i corridoi del mercato come labirinto,
l’intimità compressa dell’appartamento – trova un respiro suo: il
movimento racconta la lotta, la topografia urbana rispecchia gli
ostacoli. In pochi passaggi affiora il rischio “facile”: il
cute factor della bambina è spinto al massimo e certe
catarsi arrivano un attimo prima di quanto sarebbe necessario per
farle maturare. Sono scivolate episodiche più che un’impostazione
ruffiana: si percepisce il desiderio di Tsou di tenere il pubblico
vicino senza tradire i personaggi.
Interpretazioni, sguardo e
consistenza visiva
Il trio femminile regge e trascina
il racconto: Janel Tsai dà a Sho-Fen una
concretezza stanca e combattiva; Shih-Yuan Ma
costruisce un’adolescenza non apologetica; la piccola Nina
Ye calamita lo sguardo ma, quando la regia le concede
tempo, resta personaggio e non mascotte trascinante. Intorno,
comprimari affettuosamente tratteggiati (il venditore “angelo
custode”, i nonni contraddittori) rendono credibile la
micro-comunità del mercato. Sul piano visivo, la fotografia
abbraccia un colorismo saturo che potrebbe stancare altrove, qui
coerente con l’idea di un mondo “troppo pieno” in cui farsi strada.
Il soundscape – clacson, sfrigolii, chiacchiericcio – non è
semplice cornice: è drammaturgia.
Il film mette a fuoco il
patriarcato per accumulo di gesti: il giudizio sull’essere
mancini, i debiti “ereditati”, la sessualizzazione precoce
dell’adolescente, i piccoli ricatti economici e affettivi. Tsou
preferisce la frizione del quotidiano alla lezione
espositiva e, proprio lì, si sente la sua voce distinta
dal “marchio Baker”. Quando serve, sa anche colpire con nettezza –
una carezza negata, un pasto saltato, uno sguardo del nonno – senza
bisogno di sottolineature.
La mia famiglia a
Taipei è un’opera prima vibrante e generosa: il
vitalismo è autentico, la cornice urbana è viva, la metafora della
mano sinistra è spina dorsale e bussola. L’editing a caleidoscopio
e qualche scorciatoia sentimentale ogni tanto erodono profondità,
ma non intaccano la sensazione di un mondo pieno, osservato con
empatia e senso del dettaglio. Si esce da questa visione con
immagini appiccicate addosso – mercati, scooter, piccole
disobbedienze – e con la certezza che Tsou abbia già un tono (o
meglio, una mano) chiaramente riconoscibile.
La Roma degli anni d’oro
del cinema italiano è sempre stata avvolta da un fascino e una
magia senza eguali. Era la città dei sogni, al pari di
Hollywood: crocevia di eventi mondani, star, produzioni
cinematografiche. Una città impregnata di quella bellezza sublime,
quasi evanescente, che tutti sognavano di vivere almeno una volta
nella vita. Quel cinema, che fu rivoluzionario, poteva vantare
alcune delle stelle più brillanti che l’Italia abbia mai avuto –
desiderate anche oltre oceano.
E una di queste era Anna Magnani. Monica
Guerritore, che evidentemente ha molto amato l’attrice, ha
scelto di immergersi nel cuore della sua esistenza: un percorso
artistico e umano costellato di successi e tormenti. Lo fa in
Anna, film presentato alla 20ª
edizione della Festa del Cinema di Roma, in cui
ricopre un triplice ruolo: regista, sceneggiatrice e
interprete.
La trama di Anna
È il 21 marzo 1956. Anna Magnani
non riesce a prendere sonno. Si alza, si veste, ed esce per una
passeggiata notturna nel cuore di Roma, attraversando la città
deserta fino a raggiungere il Lungotevere. È la notte degli Oscar,
e a Los Angeles si sta celebrando la cerimonia che potrebbe
consacrarla come miglior attrice protagonista per La rosa tatuata.
Nel silenzio più profondo, Roma si fa specchio della sua memoria:
Anna ripercorre i frammenti della sua vita – l’amore turbolento con
Roberto Rossellini, la malattia del figlio Luca, le battaglie
sul set e i suoi successi più acclamati. Ad accompagnarla, una
galleria di personaggi che rappresentano ogni ceto sociale: dal
popolo romano agli uomini dell’industria cinematografica, fino agli
agenti e produttori. Un viaggio dentro la fragilità e la forza di
un’attrice diventata leggenda. Fino al momento che rimarrà nella
storia: il momento in cui viene annunciata come la prima italiana a
vincere un Oscar.
Anna Magnani: una donna oltre le
regole
Anna Magnani non era un’attrice
qualunque. Certo, tutte le dive – in quanto tali – si sottraggono
alle definizioni standard. Ma Magnani aveva qualcosa in più. In
quegli anni, dove a dominare era il Neorealismo, Magnani era quella
più spudoratamente vera. Profondamente reale. Sul grande schermo
portava donne popolane, autentiche, senza filtri né
imbellettamenti. Donne in cui il pubblico – e soprattutto le donne
– potevano riconoscersi. Perché venivano rappresentate.
È stata la sua veracità, la
sua schiettezza, il suo andare controcorrente a renderla l’attrice
che nessuno dimenticherà. Quella che sembrava più vicina
di tutte, proprio perché imperfetta, sfacciata, viva.
Monica Guerritore si dà anima e corpo per
restituire questa versione concreta e sfaccettata di Magnani.
La interpreta con forza e tensione, danzando tra i fantasmi
e le cicatrici di una donna rimasta sempre in bilico tra felicità e
dolore. L’interpretazione è sopra le righe – come il
personaggio richiede – ma mai fuori controllo. Guerritore non
inciampa mai nel ruolo che ha scelto di far rivivere, nonostante
Anna avesse un temperamento difficile e una personalità complessa
da replicare. Porta in scena, con foga, quella libertà che Magnani
urlava, e di cui si faceva portavoce.
Quando l’omaggio non
basta
Se lo sforzo attoriale di Monica
Guerritore funziona, è sul piano registico e contenutistico
che il film si incrina. L’attrice sceglie di raccontare
solo una parentesi: l’ultima parte della vita di Magnani, partendo
dalla notte dell’Oscar per La rosa tatuata. Da lì si immerge in
quella Roma incantata dell’epoca, restituendoci con affetto le sue
atmosfere, la lingua, i riflessi e la sua oscurità. Su questa linea
temporale principale, vengono innestati flashback, ricordi, episodi
personali: momenti che restituiscono fragilità, rabbia, lucidità,
ma sempre in forma accennata. Mai scavata.
La sceneggiatura si addobba di
suggestioni, ma non ne affronta nessuna. Il risultato è che non si
perde la trama, ma si sfuma il messaggio finale, perché non è
chiaro che cosa si voglia davvero raccontare della Magnani. Il
registro cambia spesso, balzando dal dramma alla commedia, e l’uso
insistito dello slow motion, inserito in modo casuale, rompe la
fluidità del racconto e stona con il tono generale.
Anna diventa così un film
che si divide a metà: tra la bellezza sincera di voler
raccontare chi fosse davvero Anna Magnani, e la
mancata occasione di portarci fino in fondo dentro la sua zona
d’ombra, dentro quello che non sappiamo ancora. Un tributo
che dunque non è mai vivido. Come se fosse costantemente
appannato.
Our Hero, Balthazar, scritto e diretto da Oscar
Boyson insieme a Ricky Camilleri, è un
film che si muove con sorprendente equilibrio tra commedia
giovanile e dramma sociale. Interpretato da
Jaeden Martell,
Asa Butterfield,
Noah Centineo,
Jennifer Ehle e Pippa Knowles, il film racconta
l’adolescenza nell’era dei social network, dove l’autenticità è un
concetto fragile e la solitudine trova un surrogato nella
connessione digitale.
Con uno stile a metà tra il cinema
indie americano e il dramma psicologico, Boyson costruisce una
riflessione lucida e toccante sulla fame di visibilità e sulla
perdita di contatto umano in un mondo ossessionato
dall’immagine.
Il vuoto di Balthazar
Balthazar (Jaeden
Martell) è un adolescente ricchissimo di New York, ma
completamente solo. Il padre è assente, la madre (Jennifer
Ehle) preferisce trascorrere il compleanno del figlio
in viaggio col nuovo compagno, e l’unica figura stabile nella sua
vita è Anthony (Noah
Centineo), un life coach ben pagato che cerca, senza
successo, di riempire il vuoto esistenziale del ragazzo con frasi
motivazionali e retorica da self-help.
Incapace di trovare un’autentica
connessione, Balthazar decide di “crearsi” una comunità online.
Apre un profilo social dove, tra lacrime vere e confessioni
filtrate, ammette la sua solitudine. La sua vulnerabilità,
confezionata come contenuto virale, attira follower in cerca della
stessa empatia simulata. È il paradosso di una generazione che
comunica tantissimo, ma si ascolta pochissimo.
Eleanor e la realtà che
bussa
Durante una simulazione d’emergenza
per una sparatoria scolastica – routine ormai tristemente comune
negli istituti americani – Balthazar conosce Eleanor (Pippa
Knowles), una ragazza intelligente e idealista, impegnata nella
lotta contro la violenza armata. Colpito dal suo carisma e dalla
lucidità con cui analizza la “violenza che inseguiamo mentre la
creiamo”, Balthazar tenta di avvicinarla, partecipando a un rally
contro le armi, ma la manifestazione fallisce per mancanza di
partecipazione: un gesto politico svuotato, specchio di una società
incapace di mobilitarsi davvero.
Quando Balthazar le mostra un video
inquietante ricevuto da un follower, un certo death_dealer
(letteralmente: portatore di morte), che minaccia di compiere una
sparatoria in una scuola, Eleanor lo accusa di cinismo: più
interessato ad apparire come un eroe che a capire la gravità del
problema. È un momento di rottura, ma anche la scintilla che spinge
il protagonista verso un viaggio che cambierà la sua visione del
mondo.
Our hero, Balthazar: un viaggio
nell’America invisibile
Determinato a “fare qualcosa”,
Balthazar parte per il Texas per incontrare di persona l’autore
delle minacce, scoprendo che dietro l’account “death_dealer” si
nasconde Solomon (Asa
Butterfield), un ragazzo povero, senza madre e con un
futuro sospeso. Vive con la nonna, lavora vendendo integratori
(“Thrush Supplements”) e sogna, senza crederci troppo, di cambiare
vita.
Solomon è il contraltare perfetto
di Balthazar: due ragazzi diversissimi per contesto ma uguali nella
loro fame di attenzione, due volti dello stesso isolamento. Dopo
l’iniziale rabbia per essere stato ingannato – Balthazar si era
finto una ragazza per entrare in contatto con lui – Solomon finisce
per accogliere l’estraneo come un amico.
Qui brilla in modo straordinario
Asa Butterfield, che dà al
personaggio una profondità inaspettata. Il suo Solomon è fragile e
impulsivo, ma anche teneramente umano, un ragazzo che vorrebbe solo
essere visto senza essere giudicato. Butterfield riesce a far
convivere rabbia, ironia e vulnerabilità, trasformando Solomon in
un cuore pulsante del film: il simbolo di un’America dimenticata,
ma ancora viva e capace di empatia.
Cortesia di IMDB
Our hero, Balthazar: l’interno
della ferita
Il grande merito di Boyson è quello
di raccontare il tema della violenza armata non dall’esterno, ma
dall’interno: attraverso la vita, i sogni e la paura dei ragazzi
che potrebbero diventarne vittime o carnefici. Non c’è retorica,
non c’è morale imposta: il regista osserva, accompagna, lascia che
siano i suoi personaggi a parlare.
La questione delle armi emerge così
non come un problema astratto o politico, ma come un sintomo di un
dolore più profondo, di una società che ha perso la capacità di
ascoltare. “We are just fighting for our lives” (“Stiamo solo
lottando per le nostre vite”) – afferma Balthazar dopo aver letto
la frase su un articolo di cronaca relativo a uno school
shooting – e il film segue le orme di questa consapevolezza
dolorosa ma sincera: sopravvivere oggi significa trovare un modo
per sentirsi parte di qualcosa di reale.
Comunità e identità in Our
hero, Balthazar
Nel percorso che lega Balthazar e
Solomon, il film riflette sulla necessità di una comunità
autentica. I social media, con le loro promesse di connessione,
diventano lo specchio deformante di un desiderio vero ma frainteso.
“Nice to be part of a community” (“Bello far parte di una
comunità”), dice Balthazar, ma la frase suona ironica, quasi
disperata. Solo nel rapporto con Solomon, nella condivisione
silenziosa delle loro fragilità, quella comunità si fa finalmente
concreta.
La regia accompagna questo processo
con un linguaggio visivo preciso: la fotografia pulita e asettica
di New York si sporca di colori terrosi e luci naturali nel Texas,
come se la realtà, finalmente, potesse filtrare attraverso lo
schermo.
Un film potente
Our Hero, Balthazar è un
film intenso e sorprendentemente empatico. Non giudica, non
predica, ma ascolta. Boyson riesce a restituire la complessità di
una generazione sospesa tra la connessione digitale e l’assenza di
legami veri, firmando un’opera che parla di dolore, amicizia e
speranza con una sincerità rara.
Grazie alle interpretazioni di
Martell e di Butterfield – qui in una delle prove più mature della
loro carriera – il film trova un equilibrio perfetto tra intimità e
riflessione sociale, guardando dentro la ferita dell’America e
trasformandola in un racconto di umanità, solitudine e ricerca di
redenzione.
Netflix ha diffuso il trailer ufficiale di Mrs Playmen, la nuova serie italiana
in 7 episodi
prodotta da Aurora
TV e ispirata alla storia vera di Adelina Tattilo, editrice della più nota
rivista erotica italiana, Playmen. I primi
due episodi della serie, che sarà disponibile
solo su Netflix dal 12
novembre, saranno presentati oggi in anteprima alla 20ª edizione della Festa del Cinema di Roma,
fuori concorso nella sezione Freestyle.
Carolina Crescentini è Adelina Tattilo
A
interpretare la protagonista è Carolina
Crescentini, nei panni di Adelina Tattilo, una donna che negli anni
’70 seppe trasformare la provocazione in cultura e la sensualità in
un atto politico. Accanto a lei un cast corale composto da Filippo Nigro (Chartroux),
Giuseppe Maggio
(Luigi Poggi), Francesca
Colucci (Elsa), Domenico Diele (Andrea De Cesari),
Francesco
Colella (Saro Balsamo), Lidia Vitale (Lella) e Giampiero Judica (Don Rocco).
La serie è diretta da
Riccardo Donna e scritta da Mario Ruggeri, head writer, insieme agli
autori Eleonora
Cimpanelli, Chiara Laudani, Sergio Leszczynski e
Alessandro
Sermoneta.
Mrs Playmen racconta la
storia di una donna straordinaria, cattolica e anticonformista, capace di
sfidare la morale e il maschilismo della Roma conservatrice degli
anni ’70. Adelina Tattilo, direttrice della prima rivista erotica
italiana, fu una forza
rivoluzionaria in un Paese ancora ancorato ai tabù. Mentre
l’Italia discuteva di divorzio, aborto e libertà sessuale, lei
guidava un impero editoriale al femminile, trasformando
Playmen in un
laboratorio di modernità, stile e provocazione.
Quando il marito Saro
Balsamo la abbandona, lasciandola sola e sommersa dai
debiti, Adelina decide di non arrendersi. Reinventa la rivista, la rende
sofisticata e internazionale, e costruisce attorno a sé un gruppo
di intellettuali e creativi visionari. Numero dopo numero,
Mrs Playmen racconta la
nascita di un nuovo immaginario e di una rivoluzione culturale e di costume
destinata a cambiare per sempre la società italiana.
Prodotta da Aurora
TV per Netflix, la serie mescola dramma biografico,
costume e ironia, restituendo il ritratto di una donna che seppe
incarnare le contraddizioni del suo tempo: credente e ribelle, madre e imprenditrice,
icona e bersaglio dello scandalo.
Con il suo sguardo elegante e provocatorio, Mrs Playmen non celebra solo la nascita di una
rivista, ma il coraggio di una generazione di donne che, come
Adelina Tattilo, hanno avuto la forza di dire: “siamo qui, e non abbiamo più intenzione di
stare zitte.”
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Cortesia di Netflix
Cortesia di Netflix/Camilla
Cattabriga
Cortesia di Netflix/Camilla
Cattabriga
Cortesia di Netflix/Camilla
Cattabriga
Cortesia di Netflix/Camilla
Cattabriga
Adelina Tattilo è Mrs.
Playmen, direttrice della prima rivista erotica italiana e una
forza rivoluzionaria nella Roma conservatrice e moralista degli
anni ’70. Un’imprenditrice pionieristica in un’epoca in cui le
donne erano relegate al ruolo di madri e casalinghe; una cattolica
devota, ma anche un’audace anticonformista, in prima linea nelle
battaglie per il divorzio, il diritto all’aborto e l’emancipazione
femminile. Quando il marito, Saro Balsamo, la abbandona lasciandola
sola ad affrontare i creditori come unica proprietaria di un impero
sull’orlo del collasso, Adelina non si arrende. Reinventa Playmen
trasformandola in una pubblicazione sofisticata e all’avanguardia
e, sfidando il maschilismo radicato dell’epoca, riunisce attorno a
sé un team di intellettuali brillanti, creativi audaci e fotografi
visionari. Insieme, abbattono tabù, provocano l’establishment e
accendono una rivoluzione culturale, numero dopo numero, scandalo
dopo scandalo.
Mrs Playmen: la storia di una rivista
che ha riscritto le regole della società italiana.
Sono da oggi disponibili
il teaser trailer e le nuove immagini dell’attesissima Emily in Paris – Stagione 5. In questa nuova
avventura, Emily intraprende la dolce vita a Venezia e affronta
ogni svolta che la vita le presenta. Il nuovo capitolo della serie
di successo creata da Darren Star e con
protagonista Lily Collins debutterà solo su Netflix con dieci episodi il 18 dicembre.
Ora a capo dell’Agence
Grateau a Roma, Emily affronta sfide professionali e sentimentali
mentre si adatta alla vita in una nuova città. Ma proprio quando
tutto sembra andare per il verso giusto, un’idea lavorativa si
rivela un fallimento, con conseguenti delusioni amorose e ostacoli
alla carriera. In cerca di stabilità, Emily si rifugia nel suo
stile di vita francese, finché un grande segreto non minaccia uno
dei suoi rapporti più stretti. Affrontando i conflitti con
sincerità, Emily ne esce con legami più profondi, una rinnovata
consapevolezza e la voglia di abbracciare nuove possibilità.
Ci sono attori che non
recitano soltanto: vivono i ruoli fino a trasformarli in un pezzo
della propria vita. Stephen Graham è uno di
questi. Nel nuovo film di Scott Cooper, Springsteen – Liberami dal nulla, interpreta
Douglas Springsteen, il padre del giovane Bruce — un uomo
severo, schivo, combattuto, la cui ombra si proietta su tutta la
vita del figlio. Eppure, dietro la figura rigida e distante, Graham
scorge qualcosa di molto più universale: il difficile amore tra
padri e figli.
“Non lo definirei un
ritratto di mascolinità tossica,” esordisce con calma. “È
più un film sulla consapevolezza. Ho 52 anni, sono padre da
vent’anni, e sono in quella fase della vita in cui inizi a
riflettere. Mi piace dire che sono sulle ‘seconde nove’, come nel
golf: mi sono fatto un mazzo così per arrivarci, e ora voglio
godermi il percorso, cercando di capire che cosa posso ancora
cambiare, migliorare, trasmettere.”
Negli ultimi anni Graham
si è impegnato in diversi progetti dedicati proprio al rapporto tra
padri e figli, esplorando l’eredità emotiva che passa, spesso in
silenzio, da una generazione all’altra. Springsteen –
Liberami dal nulla gli è sembrato un’estensione
naturale di quel percorso.
“È una delle
relazioni più antiche e profonde che esistano, quella tra un padre
e suo figlio. Shakespeare, pensa a Re Lear, ci ha costruito interi
mondi sopra. È un tema eterno. E quando Scott Cooper mi ha chiamato
per dirmi che aveva scritto il ruolo del padre di Bruce pensando a
me, è stato un onore incredibile. Poi mi ha detto che Bruce, saputo
il mio nome, aveva commentato: ‘Lui è fantastico’. Non potevo
crederci. Bruce Springsteen sapeva chi ero. Ho letto la
sceneggiatura e ho detto subito: sì, ci sto.”
Springsteen – Liberami dal nulla – Stephen Graham – Cortesia The
Walt Disney Company Italia
Stephen
Graham, la voce del padre
Per prepararsi al ruolo,
Graham ha deciso di partire proprio dalla voce di Bruce. “Ho
ascoltato l’audiolibro della sua autobiografia,” racconta.
“È stato fondamentale. Quando Bruce racconta la storia di suo
padre, cambia leggermente il tono, quasi senza accorgersene. Gli ho
chiesto se lo facesse apposta, e mi ha detto di no, che era del
tutto inconscio. Ma in quel modo, inconsciamente, aveva già creato
una visione di suo padre. E io ho semplicemente… rubato quella
visione. Come una gazza, l’ho presa e l’ho fatta mia. Da lì ho
costruito la voce, il corpo, la presenza di Douglas.”
Padri, figli e
redenzione
Il film segue il
rapporto tra Bruce e suo padre dagli anni giovanili fino all’età
adulta, quando il musicista, ormai famoso, ritrova quell’uomo
fragile e spezzato che un tempo temeva.
“Con Jeremy Allen White ho girato due scene
fondamentali,” dice Graham. “Nel momento in cui Bruce lo
rincontra, il padre è ormai stanco, segnato dall’alcol, dalla
depressione, dalla perdita di lucidità. Forse anche dall’Alzheimer.
C’è una gravità in quella scena, un silenzio pieno di tutto ciò che
non è mai stato detto. E Jeremy è stato straordinario nel
restituire quell’empatia, quella comprensione che nasce solo quando
hai fatto pace con te stesso.”
Si ferma un momento, poi
aggiunge piano: “All’inizio Bruce mi aveva detto una frase
che mi è rimasta dentro: ‘Sapevo che mio padre mi amava, ma non ho
mai sentito il suo amore fino a quel momento’. E noi abbiamo
cercato di catturare esattamente quell’istante. È stato speciale.
In quella stanza, durante le riprese, c’era un’energia palpabile.
Non abbiamo forzato niente. Abbiamo lasciato che
accadesse.”
Sorprendentemente,
Stephen Graham non era un fan di Bruce prima
di questo film. “Devo essere onesto: non lo avevo mai ascoltato
davvero,” confessa ridendo. “A casa mia si sentivano Otis
Redding, Bob Marley, Beethoven, Sly & The Family Stone… era un mix
eclettico. Ma lavorando a questo film, ho scoperto Nebraska, e l’ho
ascoltato con orecchie nuove. Sapere dove si trovava Bruce nella
vita quando lo ha scritto, sentire quella sua ricerca di
autenticità, mi ha colpito profondamente. È come vedere per la
prima volta il David di Michelangelo e pensare: come diavolo ha
fatto a tirarlo fuori da un blocco di marmo?”
Da allora, racconta, ha
iniziato a esplorare tutto il catalogo di Springsteen. “La sua
musica è piena di speranza. Parla di dolore, sì, ma anche di
redenzione, di resilienza. E lui è un uomo incredibilmente umile,
gentile. È impossibile non volergli bene.”
L’arte che nutre
l’anima
Alla domanda su cosa lo
ispiri, Graham non esita: “Di solito ho una playlist per ogni
personaggio, ma questa volta no. L’audiolibro di Bruce è stato la
mia colonna sonora. Era la mia Bibbia. Mi teneva ancorato alla
realtà del personaggio. E poi c’era Scott Cooper,
che ha un intuito formidabile, e lo stesso Bruce, che è stato la
nostra fonte di verità. Bastava ‘calare il secchio nel pozzo’, come
dico io, e tirare su tutta quella ricchezza umana.”
Per lui, l’arte è —
sempre — una questione di nutrimento. “L’arte, la musica, la
cultura… sono ciò che nutre l’anima. Quando sei dentro un processo
creativo, è l’unica cosa che ti tiene vivo. E questo film, per me,
è stato proprio questo: un modo per guardare dentro, per capire
cosa significhi amare, perdonare e, forse, diventare finalmente un
padre migliore.”
C’è un’energia quieta ma
luminosa in Odessa Young, quella di chi porta sullo
schermo personaggi che vivono nel limbo fra realtà e finzione. In
Springsteen – Liberami dal nulla, il nuovo film
di Scott Cooper che esplora un periodo cruciale
nella vita del giovane Bruce Springsteen,
l’attrice australiana interpreta Faye, una figura non
realmente esistita ma ispirata alle diverse donne che, negli anni
Settanta, ruotavano intorno al musicista. Un personaggio
“inventato” e proprio per questo profondamente vero.
“Mi sono preparata
come per qualsiasi altro ruolo di finzione,” racconta Odessa
sorridendo. “Scott aveva già scritto Faye con una precisione
straordinaria. Era tutta lì, sulla pagina. Non avevo bisogno di
rincorrere modelli reali o di fare ricerche esterne: potevo
semplicemente fidarmi della sceneggiatura e lasciarla respirare. È
stato liberatorio.”
Liberatorio, ma anche
delicato. Perché, se Bruce è ormai un’icona, le persone della sua
vita privata restano avvolte nel pudore e nella discrezione.
“Sapevo che Bruce è molto protettivo verso chi non ha mai
cercato i riflettori,” spiega. “E non volevo oltrepassare
quel confine. Il personaggio era già completo così: bastava
ascoltarla.”
Odessa Young
è il contrappunto di Jeremy Allen White
Accanto a lei, Jeremy Allen White interpreta un giovane
Bruce, fragile e introverso, in lotta con i propri demoni
interiori. L’alchimia tra i due è palpabile, fatta di silenzi e
sguardi più che di parole.
“Con Jeremy è stato
tutto naturale. Lui porta una concentrazione quasi ipnotica sul
set, io invece arrivo con un’energia più solare, entusiasta, felice
di esserci. Quel contrasto si è trasformato nella dinamica perfetta
fra i nostri personaggi: lui trattenuto, io più diretta e
spontanea. Il film parla proprio di questo — di imparare a dire le
cose che per anni hai tenuto dentro.”
Uno dei momenti più
intensi del film, racconta, è una scena apparentemente minima:
Bruce accompagna Faye a casa dopo un concerto all’Stone Pony, e tra
i due rimane un silenzio pieno di tutto ciò che non si può dire.
“Scott è un maestro nel far accadere le cose proprio mentre
‘non succedono’,” dice Odessa. “Ci ha chiesto di prenderci
tempo, di lasciare che il cuore si spezzasse davanti alla macchina
da presa. È un regista che sa ascoltare il non detto.”
Springsteen – Liberami dal nulla – Odessa Young e Jeremy Allen White – Cortesia The Walt
Disney Company Italia
Il rispetto e la
luce di Bruce
Fan dichiarata di
Bruce Springsteen fin dai tempi del liceo
(“Era parte della mia identità”), Odessa
Young confessa che lavorare a questo film ha trasformato
il suo rapporto con la musica del Boss. “Ora lo amo ancora
di più,” sorride. “Ho visto come si costruisce un mito, ma
invece di perdere la magia, ne ho guadagnata. Bruce è gentile,
generoso, presente ma mai invadente. Sul set era una presenza quasi
spirituale, rispettosa dei nostri processi. Sapere che la ‘ragione’
per cui stai facendo tutto questo è lì davanti a te… è
potentissimo.”
C’è stato, poi, un
momento di pura emozione che le è rimasto nel cuore: il ricordo del
primo concerto di Springsteen visto da adolescente, a
Sydney. “Avevo quindici anni, tour di Wrecking Ball. Durante
10th Avenue Freeze-Out Bruce si avvicinò al pubblico per omaggiare
Clarence Clemons. Mio padre mi spinse verso le transenne e… gli
toccai la spalla! Non l’ho ancora raccontato a lui, ma un giorno lo
farò.”
L’arte come
mistero
Quando le viene chiesto
da dove trae ispirazione per i suoi ruoli, Odessa cita un nome
inaspettato: l’illustratore australiano Shaun
Tan. “Le sue opere surrealiste mi parlano sempre. Ogni
volta che inizio un nuovo progetto, trovo in lui qualcosa che
risuona con il personaggio. Cattura l’essenza misteriosa dell’animo
umano.”
E a proposito di
mistero, non stupisce che sia affascinata dai biopic musicali, un
genere sempre più amato dal pubblico. “I musicisti vivono gran
parte del processo creativo in solitudine. È questo che ci
incuriosisce: poter sbirciare dietro la tenda. Io sono affascinata
da chiunque crei con passione — che si tratti di musica, cinema o
pittura. Per questo amo questi film.”
Un film che onora e
rinnova
Springsteen –
Liberami dal nulla non è solo un film su un artista,
ma sul momento in cui un ragazzo impara a dare forma alle proprie
emozioni. Per Odessa Young, interpretare Faye è
stato come attraversare un frammento di quel processo. “Il
film è un’estensione del suo lavoro,” conclude. “Un atto
d’amore verso la musica, ma anche verso le persone che lo hanno
aiutato a diventare ciò che è. Essere parte di tutto questo è
stato… speciale.”
Springsteen – Liberami
dal nulla è nelle sale italiane dal 23 ottobre
distribuito da The Walt Disney Company Italia.
Dopo aver diretto, prodotto e
scritto tre film della serie Knives Out con
Daniel Craig, Rian Johnson è
pronto per il suo prossimo progetto, che sarà un thriller
fantascientifico, tornando così ad un genere a suo modo già
esplorato con Star
Wars: Gli ultimi Jedi e Looper. Durante
un’intervista con Empire, il regista ha infatti
rivelato che il suo prossimo progetto è ispirato ai “thriller
paranoici degli anni ’70” con un elemento di “fantascienza
leggera”.
“La cosa più eccitante in
questo momento è l’idea che ho in mente per il prossimo progetto, e
penso che alla fine sia l’unica cosa che si possa fare, seguire il
proprio istinto. Se dovessi definirlo in termini di genere, direi
che si rifà ai thriller paranoici degli anni ’70. Ha un leggero
elemento di fantascienza”.
Johnson intende seguire il suo
istinto nel concretizzare l’idea in una storia completa e, infine,
in un film. Ha esperienza con Star
Wars, una delle proprietà intellettuali più iconiche mai
esistite. Anche se Star Wars non è un franchise fantascientifico in
senso stretto, con i fan che preferiscono etichettarlo come
fantascienza o space opera, le storie hanno elementi
fantascientifici.
Il regista ha inoltre ammesso che
gli piacerebbe tornare a Star Wars se avesse senso sia per lui che
per la Disney. “Quel meccanismo continuerà a girare per il
resto della mia vita. Adoro Star Wars. E se un giorno avesse senso
tornarci, per entrambi, sarebbe la cosa più bella del mondo“.
Looper, d’altra parte, è a tutti gli effetti un thriller
fantascientifico, quindi Johnson potrà sicuramente fare affidamento
sulla sua esperienza con quel progetto per la sua idea attuale, che
è un thriller con elementi fantascientifici.
Uscito nel 2012, Looper è
incentrato su assassini che uccidono i loro bersagli mandandoli
indietro nel tempo. Il film vedeva come protagonisti Bruce Willis,
Joseph Gordon-Levitt ed Emily Blunt. Al momento non è chiaro se il
prossimo film di Johnson uscirà nelle sale o sarà un’esclusiva in
streaming. Glass
Onion, il secondo capitolo della serie mistery, ha avuto
una distribuzione limitata nelle sale prima di debuttare su
Netflix. Nel frattempo, il terzo capitolo Wake Up Dead Man avrà un lancio simile, con una
distribuzione limitata nelle sale prevista per il 26 novembre e una
data di uscita su Netflix fissata per il 12 dicembre.
Johnson ha già un ottimo rapporto
di lavoro con Netflix, quindi è possibile che firmi un accordo con
la piattaforma di streaming per la sua nuova idea. Tuttavia, ama
ancora l’esperienza cinematografica nelle sale. L’esperienza di
Johnson in diversi generi, tra cui il mistero con Knives
Out e la fantascienza con Looper, dimostra che il suo
prossimo film sarà facilmente un altro successo, indipendentemente
dal fatto che venga distribuito nelle sale o direttamente su una
piattaforma di streaming.
DJ Ahmet è stato
presentato in anteprima mondiale al
Sundance Film Festival 2025 nel concorso World Cinema Dramatic.
Questo primo film diretto dal regista macedone Georgi M.
Unkovski ha segnato il suo ritorno a Park City, dopo
la sua partecipazione con il cortometraggio
Sticker del 2020 e anche la conferma del suo
talento. Il suo lungometraggio infatti si è aggiudicato al Sundance
ben due premi: il Premio del pubblico World Cinema Dramatic e il
Premio speciale della giuria per la visione creativa World Cinema
Dramatic.
La trama di DJ Ahmet
Ahmet,
l’esordiente Arif Jakup, è un quindicenne contemporaneo ma di un
remoto villaggio nella Macedonia del
Nord, che trova rifugio nelle canzoni mentre si occupa del
gregge di pecore di suo padre, Aksel Mehmet, un uomo duro, semplice
e tradizionalista. Nel loro mondo rurale di religione
musulmana, fatto di pastori e coltivatori di tabacco, il
ragazzo viene ritirato da scuola per aiutare il papà e prendersi
cura del fratello minore Naim, Agush Agushev,
diventato silenzioso e che non parla più dopo la morte della madre.
Il protagonista Ahmet è il tipico adolescente dal cuore d’oro, un
fratello maggiore che tutti vorrebbero, si preoccupa profondamente
della sua famiglia, imparando valori, impegno e come diventare
adulto. La sua musica è l’unico modo di connettersi alla vita, una
pecora nera anzi rosa come quella che perde durante il film, perché
capisce sia la tecnologia ma anche le persone della sua comunità,
una minoranza turca degli Yuruk.
Un notte scopre, nel bosco dietro
casa, un rave di musica elettronica e almeno per
alcuni minuti, il tempo di qualche canzone, finalmente si trova nel
mondo che gli appartiene. La magia viene spezzata quando le sue
venti pecore, scappate dal recinto, arrivano alla festa. Il suo
destino durante il party segreto s’incrocia con quello di Aya,
l’attrice Dora Akan Zlatanova, una diciasettenne e
vicina di casa ma promessa sposa con un gastarbeiter,
un turco proveniente dalla Germania. Ahmet e Aya uniti dall’amore
per la musica o forse più per quella d’essere se stessi iniziano a
frequentarsi e il giovane riuscirà anche a far scappare la ragazza
dal matrimonio combinato che lei ovviamente vuole ad ogni costo
evitare.
Cortesia Movie Inspired
Un coming of age tra tradizione e
TikTok
Questo film riesce
a fondere tradizione e vita moderna, connettendo le persone
attraverso valori umani condivisi. La visione creativa e la
narrazione del regista e sceneggiatore Georgi M. Unkovski sono
l’aspetto più interessante di questo coming of
age, che è anche una commedia drammatica e
leggermente ironica su un piccolo mondo
conservatore della Macedonia del
Nord. Unkovski intreccia un senso del
tempo e del luogo, catturando l’armonia e lo squilibrio della vita
attraverso il dialogo, le persone, la tecnologia e la sua cultura
apparentemente isolata al pubblico come un narratore che si
connette con tutti senza giudizio, aggiungendo anche un tocco di
comicità. Quello che sorprende è come i giovani protagonisti siano
connessi con il nostro mondo, anche se indossano, soprattutto le
donne, gli abiti tipici colorati degli Yuruk, hanno internet,
possiedono smartphone e usano TikTok ricreando
anche loro balletti virali.
Lavorando con un cast per lo più
dilettantistico, Unkovski riesce a far sì che tutti offrano solide
interpretazioni naturalistiche, in particolare il simpatico
protagonista esordiente Arif Jakup, che interpreta un
adolescente con il viso scottato dal sole per aver lavorato tutto
il giorno all’aperto e che indossa la stessa tuta infangata in
quasi ogni scena. Per concludere DJ Ahmet
traccia paralleli significativi con il film
Footloose, anche qui troviamo una comunità che bandisce il
ballo e che vede dei protagonisti e si ribella al ritmo della
musica. Quella che sembra una storia tradizionale proveniente da
una terra lontana racchiude in sé un valore e una profondità più
contemporanea di molte altre.
Sono passati 40 anni dall’uscita di
Ritorno al futuro, e in qualche modo le persone
continuano a identificarsi con i temi trattati dal film.
Riflettendo sull’impatto duraturo del film, le star Michael J. Fox e Christopher Lloyd hanno recentemente rivelato
perché credono che il film continui a coinvolgere il pubblico dopo
quattro decenni.
“Viviamo in una cultura del
bullismo. Ci sono bulli ovunque, non c’è bisogno che io indichi
chi, ma ci sono tutti questi bulli”, ha detto Fox in
un’intervista con Empire. “In questo film,
Biff è un bullo. Il tempo è un bullo”. Fox ha poi continuato:
“Per me personalmente, il Parkinson è un bullo. E tutto sta nel
modo in cui gli si tiene testa e nella determinazione con cui si
affronta la lotta contro di lui. È una questione di resilienza e
coraggio”.
L’attore ha osservato che “c‘è
molto di questo al momento, nel presente”, aggiungendo:
“Penso che molte persone stiano reagendo al film perché tocca
corde che altrimenti non riconoscerebbero”. Lloyd, che ha
interpretato Doc Brown nella trilogia di film, ha detto:
“Continua a stupirmi quanto profondamente i film di Ritorno al
futuro abbiano influenzato i giovani. Se ne parla ancora
continuamente”.
Ritorno al futuro è uscito negli
Stati Uniti il 3 luglio 1985, mentre in Italia arrivò il 18 ottobre
dello stesso anno. Come noto, però, la data significativa del film
è quella del 21 ottobre, ovvero la quella in
cui i protagonisti arrivano nel futuro in Ritorno al futuro
– Parte II. Diretto da Robert Zemeckis,
il film è ambientato nel 1985 e segue Marty McFly, interpretato da
Michael J. Fox, un adolescente che viene
accidentalmente catapultato nel 1955, dove inavvertitamente
impedisce ai suoi futuri genitori di innamorarsi, minacciando così
la sua stessa esistenza.
La nuova serie Prime
Video di Harlan Coben, Lazarus,
approfondisce le menti di psicologi, criminali e semplici
spettatori. È la serie perfetta per chi ama i drammi polizieschi,
ma non le serie basate su crimini reali, con un pizzico di
soprannaturale per rendere il tutto più interessante. Sam Claflin interpreta Laz, uno psicologo
forense che ha recentemente perso suo padre, lo psichiatra Dr. L,
suicidatosi. La tragedia riporta alla luce l’omicidio della sorella
gemella di Laz, Sutton, avvenuto 25 anni fa, e la morte di alcuni
pazienti del dottor L.
Incapace di affrontare la morte del
padre, Laz parla con i fantasmi dei pazienti di suo padre per
mettere insieme i pezzi del puzzle. Alla fine della serie,
Lazarus rivela che probabilmente il soprannaturale non ha
mai avuto nulla a che fare con queste conversazioni. Laz aveva
ascoltato le registrazioni delle sedute di suo padre mentre
sprofondava sempre più in uno stato di malessere mentale. È
possibile che queste persone fossero davvero dei fantasmi? Nelle
storie di Harlan Coben, tutto ha una minima possibilità di
accadere. Parte del fascino sta nel fatto che alcune cose non
vengono mai veramente risolte, permettendo al pubblico di usare la
propria immaginazione su ciò che accade dopo, quando lo schermo
diventa nero e la telecamera smette di girare.
Il dottor L è morto con le mani
sporche di sangue
Tutto culmina nel finale della
serie Lazarus, dove Laz scopre la verità sulla morte di suo
padre e sulle persone coinvolte nelle circostanze che l’hanno
determinata. Laz affronta un suo ex paziente, lo stupratore e
assassino seriale Arlo Jones, che scopre aver parlato con il dottor
L poco prima della sua morte. Arlo rivela la sua ipotesi secondo
cui sarebbe stato incastrato per l’omicidio di Imogen Carswood
dall’ispettore capo Alison Brown. Laz indaga ulteriormente e scopre
che Alison è collegata a tutte le morti sospette dei fantasmi con
cui ha parlato nell’ufficio di suo padre: Imogen Carswood,
Cassandra Rhodes e Harry Nash.
Laz conclude che Alison ha usato lo
studio del dottor L per uccidere pazienti problematici che riteneva
non appartenessero alla società. Ma le cose vanno male quando lui e
il suo migliore amico Seth la affrontano. Con un’aria colpevole
come sempre, lei attacca i due uomini e scappa, ma viene uccisa
quando viene investita da un autobus durante l’inseguimento. Prima
di morire, ha dato a Laz una registrazione di lei e del dottor L,
pochi minuti prima della sua morte. All’insaputa della maggior
parte delle persone, compreso Laz, il dottor L registrava tutte le
conversazioni nel suo studio, sia quelle programmate che quelle
improvvisate. La sua ultima conversazione da vivo era una di
queste. Il dottor L e Alison avevano lavorato insieme per anni per
mettere in prigione criminali, come stupratori, assassini e
pedofili, incastrandoli per omicidi facili da risolvere che non
avevano commesso. Gli omicidi erano stati commessi in realtà dallo
stesso Dr. L, che aveva ucciso i pazienti sopra citati perché
pensava che avrebbero fatto qualcosa di orribile agli altri o a se
stessi.
Alison credeva sinceramente che il
Dr. L le stesse fornendo informazioni corrette. Quando scoprì la
verità, gli disse di togliersi la vita, in modo che il suo segreto
morisse con lui. Il dottor L morì suicidandosi, come era sempre
stato riportato, ma con un altro aiuto. Laz rimprovera suo padre
per i suoi peccati, respingendo la scusa che il dottor L lo facesse
per liberare le sue vittime dal loro dolore e il resto del mondo
dal potenziale pericolo che causavano. L’ironia è che il dottor L
fece a se stesso ciò che aveva fatto agli altri, come se fosse la
punizione che si era creato.
Laz scopre la verità dietro la
morte di sua sorella
Tornando indietro al penultimo
episodio, Laz ha diviso il suo tempo durante la serie tra la
risoluzione della morte di suo padre, delle morti dei pazienti di
suo padre e dell’omicidio di sua sorella gemella, Sutton.
Venticinque anni fa, Sutton è stata trovata morta nella sua camera
da letto dopo un ballo scolastico a cui hanno partecipato tutti e
tre i bambini, ma Sutton è tornata a casa da sola. Al momento della
sua morte, un uomo di nome Olsen era considerato il principale
sospettato, ma fu rilasciato per mancanza di prove concrete, anche
se fu emarginato dalla comunità e Laz continuò a incolparlo per la
morte di Sutton. Ma dopo una discussione tra i due in un episodio
precedente, Laz ascoltò Olsen e abbandonò i suoi sospetti su di
lui.
La clemenza di Laz si rivelò una
mossa sbagliata da parte sua. Un nuovo sviluppo nel caso colloca
Olsen nella camera da letto di Sutton la notte in cui è stata
uccisa. Olsen aveva precedentemente detto a Laz che Sutton gli
aveva dato un suo giocattolo che lui aveva conservato per tutti
questi anni, ma Laz trova le prove che il giocattolo era nella sua
stanza il giorno del ballo. Proprio mentre Laz si reca alla
polizia, che è tutt’altro che collaborativa con lui a causa della
sua ossessione per la morte del padre, Aidan scompare. Laz e la
polizia cercano Aidan e scoprono poco dopo che è stato visto con
Olsen.
Laz trova Olsen e Aidan insieme
vicino a un lago, dove affronta il primo una volta per tutte. Olsen
ammette di aver ucciso Sutton, ma ha un ricordo distorto di ciò che
è realmente accaduto quella notte. Dopo aver perseguitato Sutton ed
essere entrato illegalmente nella sua camera da letto per anni,
Olsen ha fatto la stessa cosa la notte del ballo.
Tuttavia, lei è tornata a casa
prima del previsto e ha sorpreso Olsen. Mentre lui sostiene che lei
gli abbia fatto delle avance che lui ha ricambiato, la realtà
mostra che lui ha tentato di aggredirla sessualmente e lei ha
reagito. Quando ha sentito Laz tornare a casa, ha ucciso Sutton per
impedirle di rivelare i suoi crimini. Olsen era quello che metteva
le lucine intorno alla tomba di Sutton ai giorni nostri, credendo
di “prendersi cura di lei” quando Laz era lontano dalla famiglia.
Olsen viene messo in prigione per sempre, concludendo solo una
parte del mistero.
Olsen ha confessato l’omicidio di
cui era stato a lungo ritenuto responsabile, ed è stato dimostrato
che il dottor L si è tolto la vita, ma questo non spiega ancora le
circostanze che circondano la morte improvvisa di Margot, la fedele
dipendente del dottor L. Laz aveva precedentemente ipotizzato che
se Olsen aveva ucciso Sutton, doveva aver ucciso anche Margot,
perché si trovava nel parco la notte in cui il suo corpo è stato
trovato. Ma a quanto pare, c’è stato un altro assassino che è
sfuggito alle indagini e ha agito nell’ombra mentre Laz puntava il
dito contro tutti gli altri. Il nuovo assassino è in realtà più
vicino a Laz di quanto pensasse e potrebbe aver dimostrato che le
ultime parole del dottor L a Laz non erano poi così false.
Parlando con il medico legale, Seth
scopre che l’arma del delitto dietro la morte di Margot non era
altro che una lama a forma di falce importata illegalmente dal
Brasile. Lo stesso tipo di arma è stato usato da una banda
londinese nel 2016 per uccidere i propri rivali, e una partita di
queste armi è stata sequestrata sei mesi prima dell’inizio della
serie. Ma la persona che impugna l’arma nell’ultima scena della
serie non è né un membro di una banda né aveva accesso a quella
stessa spedizione. Era Aidan. Il ragazzo gentile con cui Laz
stringe amicizia nel corso della serie è lo stesso che ha
massacrato Margot e aggredito Laura. Il colpo di scena è alla pari
con quello di Sharp Objects, che termina in modo molto
simile. La madre di Aidan e la sorella di Laz gli avevano confidato
in precedenza che Aidan aveva visto il dottor L per alcune sedute,
sostenendo che aveva alcuni gravi problemi sconosciuti legati al
fatto di sentirsi un outsider tra i suoi coetanei. Aidan ha
probabilmente scelto Margot e Laura come sue vittime perché ha
rivelato loro i suoi sentimenti oscuri, ma non voleva che lo
dicessero alle autorità.
La serie si interrompe con un
cliffhanger prima che Aidan possa spiegarsi, terminando con
l’immagine sinistra di lui in piedi sulla soglia con l’arma
insanguinata, che rivolge freddamente delle scuse vuote a Laz.
L’immagine del padre che guarda il figlio assassino richiama una
conversazione illuminante tra Laz e il fantasma del dottor L: “Il
tempo non è lineare”, dice il dottor L al figlio. “È ciclico. I
figli diventano come i loro padri, Joel. È nel loro sangue”.
All’epoca, Laz non riusciva a credere alla filosofia pessimistica
di suo padre sulla violenza ereditaria. Ma ora non può fare a meno
di chiedersi se sia vera. Si trova di fronte alla prova delle
ultime parole di suo padre, e il pubblico è lasciato a chiedersi
cosa ne sarà di Laz e del rapporto che sperava di costruire con suo
figlio.
Sebbene l’adattamento
cinematografico del romanzo di Mary Shelley realizzato da
Guillermo del Toro sia piuttosto fedele all’opera
originale, Frankenstein si prende alcune interessanti
libertà rispetto al materiale di partenza. Opera fondamentale della
letteratura fantascientifica e horror, Frankenstein ha
ispirato innumerevoli adattamenti nel corso degli anni. Quello di
Del Toro è uno dei più spettacolari dal punto di vista visivo,
grazie al suo approccio all’art design.
Nel processo di adattamento,
tuttavia, del Toro modifica alcuni momenti e relazioni dei
personaggi per sottolineare temi specifici del romanzo. Nel farlo,
Guillermo del Toro introduce anche un tocco molto moderno alla
storia, reinventando parti della storia originale e adattandole
più strettamente al suo tipico approccio artistico.
Frankenstein rende Victor il
cattivo della sua stessa storia
Frankenstein (la
nostra recensione) gioca con il materiale originale in
modi interessanti, tra cui l’enfasi sugli aspetti più oscuri di
Victor Frankenstein. Anche nei ricordi di Victor sulla sua storia,
egli non è mai necessariamente ritratto in una luce
lusinghiera. Al contrario, Victor è descritto come inutilmente
severo, casualmente crudele e irascibile, con un senso di arroganza
che guida i suoi disperati esperimenti.
Si tratta di una divergenza oscura
dal modo in cui Victor è stato ritratto nei film precedenti, che
ricorda più il cupo eroe byroniano del materiale originale. La sua
attenzione egocentrica e la sua incapacità di accettare i propri
difetti sono amplificate, influenzando il suo rapporto travagliato
con la fidanzata di suo fratello, le sue lotte con la sua famiglia
e, in ultima analisi, il suo conflitto con la sua creazione.
Victor scarica sempre la colpa
sugli altri, mentendo spudoratamente per convincere le persone che
non è lui il responsabile della morte di Henrich ed Elizabeth. Ci
vogliono la morte di suo fratello e le sue ultime parole, che
condannano Victor come il “vero mostro”, per far finalmente
capire a Victor i propri errori.
Anche allora, Victor cerca di
vendicarsi dell’auto-riflessione, dando vita a una caccia
sanguinosa e dolorosa. È solo nelle sue ultime ore di vita che
Victor sembra riconoscere pienamente ciò che è diventato,
ammettendo sinceramente i suoi rimpianti e implorando il perdono
della creatura. Il fatto che lo ottenga sottolinea l’umanità della
creatura, che lascia Victor morire in pace.
La tragica storia d’amore del
mostro con Elizabeth è la chiave emotiva del Frankenstein di Del
Toro
Uno degli elementi più emotivi di
Frankenstein è il legame che si sviluppa tra Elizabeth e
la creatura. Al loro primo incontro, tra i due scatta
immediatamente una scintilla. In contrapposizione alle crudeli
lezioni di Victor, Elizabeth offre empatia. È in questo momento che
la creatura mostra per la prima volta la sua vera umanità, gettando
le basi per il suo arco narrativo finale.
Si sottintende anche che questo sia
il colpo di grazia per Victor. Quando decide che la creatura è
stata un errore, le concede una possibile tregua se riuscirà a dire
un’altra parola oltre a “Victor”. Quando la creatura dice
“Elizabeth”, Victor cerca comunque di ucciderla, implicitamente
per gelosia, poiché lei ha respinto le sue avance.
Il concetto di una storia d’amore
tra Elizabeth e il mostro ha senso, data la storia della
filmografia di Del Toro, il regista che ha vinto un Oscar per La
forma dell’acqua. Questo filo conduttore finisce però per
essere uno degli elementi più tragici di
Frankenstein. Quando la creatura dà la caccia a Victor,
scopre Elizabeth nella sua prima notte di nozze.
I due hanno un breve
ricongiungimento in cui sembrano ritrovare il loro legame, ma
Elizabeth viene ferita mortalmente quando Victor li vede e spara
alla creatura. Ferita a morte, muore da sola con la creatura,
confessando che non era destinata a questo mondo. A causa
dell’immortalità della creatura, tuttavia, lui non ha alcuna
possibilità di ricongiungersi con lei nella morte.
È allora che la creatura inizia a
comportarsi in modo veramente mostruoso nei confronti di Victor,
reagendo in modo più vendicativo. Frankenstein non è mai
stata una storia felice, ma questi elementi aggiungono un tocco
dolorosamente tragico al conflitto tra la creatura e il suo
creatore, l’incapacità di quest’ultimo di accettare la prima che
porta alla morte della donna che entrambi amavano.
Cosa sta succedendo con
l’angelo della morte di Frankenstein?
Un motivo visivo ricorrente in
Frankenstein è l’arcangelo che appare a Victor nei suoi
sogni. Basato su una statua che aveva da bambino e che conserva
anche da adulto, i pochi momenti in cui Victor abbraccia la fede
piuttosto che le scienze naturali che lo circondano derivano dalle
sue preghiere all’angelo affinché lo guidi e lo assista.
Victor vede ripetutamente l’angelo
nel corso del film, che gli appare tra le fiamme nei suoi sogni.
Tuttavia, l’angelo alla fine si toglie la sua bella maschera e
rivela un volto scheletrico, trasformando il segnale di
speranza in mezzo al caos in un presagio di sventura. Questo
riflette la sua graduale discesa dall’ambizione elevata al
rimpianto amaro.
Il fuoco che circonda l’angelo
anticipa il destino finale del laboratorio di Victor, ridotto in
macerie nel suo tentativo di distruggere la sua creazione. L’angelo
potrebbe essere visto come una rappresentazione di diversi elementi
della storia. L’interpretazione più ovvia sembra essere quella
dell’angelo della morte, che incombe su Victor e gli ricorda che
non può essere veramente sconfitto.
Tuttavia, potrebbe anche essere
visto come una manifestazione dell’ambizione interiore di Victor.
Quando considera il suo lavoro corretto e adeguato alle scienze
naturali, è angelico. Una volta che si è rivoltato contro la
creatura, l’angelo rivela il suo volto scheletrico. Questo riflette
lo stato emotivo interiore di Victor e la sua visione delle proprie
azioni.
L’angelo della morte potrebbe anche
essere visto come un presagio delle azioni di Victor nel corso del
film, che si avvicina man mano che più persone muoiono intorno a
lui. La sua prima visione dell’angelo fiammeggiante arriva dopo la
morte di sua madre, e le visioni si ripetono quando Henrich,
Elizabeth e William muoiono intorno a lui. In un certo senso,
Victor era il loro angelo della morte.
Frankenstein‘s framing
device è tratto direttamente dal romanzo omonimo. In entrambe
le versioni, Victor racconta la sua storia a un capitano
nell’Artico prima che vengano trovati dal mostro. In entrambe le
versioni, la creatura arriva per piangere la morte del suo
creatore. Tuttavia, le circostanze esatte di questo finale e ciò
che ne è stato della creatura in seguito differiscono.
Nel libro, la creatura non
raggiunge Victor prima della sua morte. Victor non muore ammettendo
i suoi errori e i suoi rimpianti, ma cercando invece di convincere
la barca a salpare per la stessa gloria che un tempo era abbastanza
ambizioso da cercare. Nel film, Victor chiede umilmente perdono
alla creatura, ottenendolo alla fine prima di morire.
L’ultima conversazione di Victor
con la sua creazione implora anche la creatura di abbracciare la
vita. Questo porta alla natura ambigua del finale del film, che
prepara la creatura a un futuro unico e inconoscibile. Si tratta
di una grande divergenza rispetto al romanzo, che invece si
concludeva con la creatura che ammetteva che, con la morte del suo
creatore, era finalmente pronta a uccidersi.
Un tema importante della
versione di Del Toro di Frankenstein è l’incapacità
della creatura di morire, risultato degli esperimenti di Victor che
hanno portato a un avanzato fattore di guarigione per la creatura.
Il finale del libro assume un tono più apertamente cupo rispetto al
film, che invece si conclude con una nota agrodolce di
speranza per la creatura e il suo futuro.
Il vero significato del
Frankenstein di Guillermo Del Toro
Frankenstein è un film sulle
qualità mostruose dell’umanità, che stabilisce che i più grandi
fallimenti delle persone spesso derivano dalle loro scelte e dai
loro errori. L’ego e l’ambizione portano gli uomini a grandi
altezze, ma li trasformano anche in mostri. Anche al di là di
Victor, questo tema può essere visto nei destini di Leopold
Frankenstein e Henrich Harlander.
Leopold era il padre di Victor, un
brillante chirurgo determinato a far sì che suo figlio seguisse le
sue orme. Questo lo portò a picchiare fisicamente suo figlio
durante le lezioni, un tratto che fu tramandato a Victor. Il film
mette in parallelo l’insegnamento fallito di Victor alla creatura
con il trattamento abusivo di Leopold, creando un filo
conduttore tra le loro peggiori qualità.
Henrich è il principale benefattore
di Victor, presentandosi inizialmente come incuriosito dalla
possibilità di entrare nella storia. In realtà, soffre di sifilide
e spera che il processo possa essere utilizzato per prolungare la
sua vita. Quando Victor gli dice senza mezzi termini che non
funzionerà, Henrich reagisce violentemente, danneggiando i
macchinari e facendosi uccidere.
Al contrario, il vecchio cieco di
cui la creatura diventa amica è umile e gentile. La sua morte dopo
l’attacco di un lupo è descritta come tranquilla e cupa, con la sua
umanità che traspare nei suoi ultimi momenti. Questo ha un
grande impatto sulla creatura, che impara da lui non solo a
leggere e a parlare, ma anche a essere umano.
In tutto Frankenstein, sono
le azioni avventate e rabbiose degli uomini a causare la morte
loro e degli altri. Da Victor fino agli uomini senza nome che
attaccano la creatura e vengono uccisi per legittima difesa, la
violenza è ricambiata con la stessa moneta dal mondo in generale.
In Frankenstein, la crescita emotiva più potente
deriva dalla gentilezza e dall’empatia.
Il ritorno al Netherrealm avverrà
prima del previsto grazie a un nuovo aggiornamento di Mortal
Kombat 2. Il prossimo capitolo dell’adattamento
live-action dell’iconica serie di videogiochi di combattimento
dovrebbe riprendere poco dopo la fine del reboot di Mortal
Kombat del 2021, in cui Sonya Blade, Jax e Cole Young
decidono di creare una nuova squadra di combattenti del Regno
Terrestre, in particolare Johnny Cage.
Con volti nuovi e di ritorno, tra
cui Karl Urban nei panni di Cage e Martyn Ford in
quelli di Shao Kahn, Mortal Kombat 2 era
originariamente previsto per il 24 ottobre 2025,
ma ha subito un cambiamento a sorpresa nei suoi piani, essendo
stato posticipato a maggio 2026. Secondo alcune
indiscrezioni, la decisione sarebbe stata presa dalla Warner Bros.
che, forte del successo al botteghino di Superman
del 2025, vorrebbe replicarlo con un’altra uscita estiva.
Dopo aver già posticipato l’uscita
del film da ottobre 2025 al 15 maggio 2026, la
Warner Bros. Pictures ha però apportato un’altra modifica alla data
di uscita di Mortal Kombat II. Il sequel dell’adattamento del
videogioco è ora previsto nelle sale l’8 maggio,
con un anticipo di una settimana rispetto alla data precedente.
Sebbene al momento non sia chiaro
il motivo per cui lo studio abbia deciso di cambiarla nuovamente,
la nuova data di uscita di Mortal Kombat 2 offre
al film una possibilità ancora maggiore di eccellere al botteghino.
La maggior parte del mese di maggio 2026 è caratterizzata da uscite
minori, con il weekend del 15 maggio che vedrà in particolare il
debutto di Poetic License di Maude Apatow
e del thriller Is God Is.
Tuttavia, maggio è un mese unico in
quanto è racchiuso tra Animal Friends e
Il diavolo veste prada 2
nella sua prima settimana, e The Mandalorian e Grogu
nella sua ultima settimana. Dato che Mortal Kombat
2 si rivolge a un pubblico più maturo rispetto agli
altri film, non c’è nessun altro film con cui sia in diretta
concorrenza.
Detto questo, puntare su una
finestra in cui evitare il pubblico adolescente attirato dal film
di Star
Wars è in definitiva una decisione migliore per Mortal
Kombat 2. Il film precedente è uscito nelle sale alla fine
di aprile 2021 e, nonostante gli ostacoli della pandemia di
COVID-19 e l’uscita simultanea su HBO
Max, ha comunque ottenuto un discreto successo al botteghino.
Pertanto, mantenere il franchise nella tarda primavera potrebbe
essere la scelta migliore per gettare le basi per il futuro.
Il cast di Mortal Kombat
2
Mortal Kombat 2 è
diretto da Simon McQuoid da una
sceneggiatura scritta dallo sceneggiatore di Moon
Knight Jeremy Slater. Il sequel
vedrà il ritorno di Lewis Tan come Cole
Young, Jessica McNamee come Sonya
Blade, Josh Lawson come
Kano, Tadanobu Asano come Lord
Raiden, Mehcad Brooks come
Jax, Ludi Lin come Liu
Kang, Chin Han come Shang
Tsung, Joe Taslim come Bi-Han e
Sub-Zero, Hiroyuki Sanada nei panni di
Hanzo Hasashi e Scorpion e Max Huang nei
panni di Kung Lao.
Il sequel d’azione introdurrà anche
una serie di nuovi personaggi oltre al Johnny Cage di Karl Urban, ovvero Adeline
Rudolph (Resident Evil) nei panni di
Kitana, Tati Gabrielle (You)
nei panni di Jade, Martyn
Ford (F9) nei panni dell’imperatore Shao
Kahn, Damon
Herriman di Mindhunter nei panni
del demone di Netherrealm Quan Chi, Desmond
Chiam (The
Falcon and the Winter Soldier) nei panni del Re Edeniano
Jerrod e Ana Thu Nguyen (Get
Free) nei panni della Regina Sindel. Ulteriori dettagli sulla
trama sono ancora tenuti nascosti. Il film è prodotto
da James Wan, Michael Clear, Todd Garner e E. Bennet
Walsh.
Sono passati quasi quattro anni da
quando Jeremy Renner ha interpretato Occhio di Falco
nel Marvel Cinematic Universe nella
serie TV
che condivide con Kate Bishop, interpretata da Hailee Steinfeld. Con la saga del Multiverso che si avvicina alla
fine, il destino delle varie serie TV del MCU è ancora incerto.
Liam Crowley di ScreenRant ha
recentemente intervistato Renner in vista della premiere della
quarta stagione di Mayor
of Kingstown il 26 ottobre e ha ottenuto un nuovo
aggiornamento sulle possibilità di una seconda stagione di Occhio
di Falco.
Il veterano dell’MCU, che fa parte
del franchise dal 2011 con Thor, ha sottolineato che
“non è davvero una decisione che spetta a me prendere”.
Renner ha aggiunto: “Per una seconda stagione, l’idea era
sempre quella di continuare quella narrazione, anche nel contesto
natalizio, perché amano quel mondo a New York”. Con
l’ambientazione natalizia che gioca un ruolo cruciale, la star di
Clint Barton ha concluso dicendo: “Non c’è davvero posto più
bello di New York fino a Natale. Dopo Natale è un po’
desolante”.
Una versione alternativa del
popolare eroe Marvel interpretato da Renner ha recentemente fatto
la sua comparsa nel mondo dell’animazione nella serie TV Marvel
Zombies, che ha debuttato il 24 settembre 2025 su Disney+. Per quanto riguarda il
live-action, l’attore non ha più interpretato l’eroe dell’MCU dal
sesto episodio di Hawkeye,
che ha debuttato il 22 dicembre 2021. In un’intervista separata con
ComicBook, a Renner è stato chiesto se Clint si fosse ritirato di
nuovo e se si sarebbe costretto a tornare per un grande evento come
Avengers: Doomsday.
Ha commentato: “Penso che abbia
iniziato a ritirarsi… ma è sempre tornato dal ritiro, lo sai”.
Per lui, il membro di lunga data degli Avengers è “un uomo di
famiglia; sai sempre da che parte sta, e ha sempre rinunciato al
pensionamento”. Ma finché sarà vivo, Renner vede l’arciere
della Marvel tornare sempre in gioco, dicendo: “Finché non
verrà ucciso, continuerà sempre a lavorare”.
Dove potremmo rivedere l’Occhio di
Falco di Jeremy Renner?
Mentre la Marvel Studios ha svelato
diversi membri del cast di Avengers: Doomsday il
26 marzo 2025, l’Occhio di Falco di Jeremy Renner non era tra questi. Tuttavia,
durante il CinemaCon del 3 aprile 2025, Kevin Feige ha confermato che saranno
annunciati altri personaggi, lasciando aperta la porta alla
possibilità che Clint sia uno di questi. Non resta dunque che
attendere maggiori novità, con la speranza di poter rivedere
l’amato eroe tornare in azione.
The Walking Dead: Daryl Dixon ha ufficialmente
concluso la sua terza stagione e, sebbene i protagonisti non siano
riusciti a tornare a casa dagli Stati Uniti, hanno risolto diversi
conflitti chiave. Dopo aver lasciato il Regno Unito in rovina di
The Walking Dead, Carol e Daryl hanno
navigato verso gli Stati Uniti prima di approdare involontariamente
in Spagna a seguito di una tempesta.
Da allora, hanno cercato di
riparare la loro barca e tornare a casa, ma si sono presto
ritrovati coinvolti nella vita degli abitanti spagnoli di Solaz del
Mar. Durante il finale, Carol ha cercato di salvare il suo Daryl
Dixon, interesse amoroso della terza stagione, mentre Daryl si
è diretto a El Alcazar con Paz per cercare di salvare Elena e
Justina.
Nonostante le difficoltà che
entrambi i protagonisti dovevano affrontare, hanno rischiato la
vita per persone che avevano appena conosciuto, dimostrando la loro
umanità. Tuttavia, anche dopo aver completato le loro missioni, i
personaggi principali non sono riusciti a tornare a casa perché la
loro barca è stata sabotata da uno dei cattivi principali dello
spin-off, creando un finale ricco di colpi di scena.
Daryl e Paz hanno salvato Elena
e Justina mentre abbatterono El Alcázar
Sebbene diversi gruppi di cattivi
siano emersi durante la terza stagione di Daryl Dixon, El
Alcázar era di gran lunga la minaccia più grande in Spagna prima
che Daryl e Paz li abbattessero. Dopo aver scoperto che Fede aveva
essenzialmente venduto sua nipote al gruppo contro la sua volontà,
Daryl accettò di andare a salvare Justina da solo prima di
incontrare Paz sulla strada per Barcellona.
Sebbene il loro piano iniziale non
abbia funzionato, si sono finti operai che indossavano maschere per
infiltrarsi nell’insediamento malvagio. Durante una cena tra i
residenti più influenti di El Alcázar, Daryl è riuscito a sabotare
uno spettacolo teatrale che utilizzava gli zombie per liberarli da
dietro il sipario, scatenando il caos.
Il re di Spagna è stato morso
mentre tutti fuggivano dalla sala, costringendo Daryl e Paz a
separarsi. Quest’ultima ha cercato di localizzare la sua ex
ragazza, che era stata trasferita a El Alcázar durante una
precedente La Ofrenda, mentre Daryl ha approfittato del caos per
appiccare il fuoco al luogo prima di rintracciare Justina.
Justina ha cercato di fuggire
minacciando l’uomo che l’aveva scelta per il matrimonio, ma il suo
piano le si è rapidamente ritorto contro e ha dato inizio a una
rissa. Fortunatamente, Daryl l’ha salvata appena in tempo e ha
liberato diverse altre donne prima di fuggire dalla comunità.
Nel frattempo, Paz ha localizzato
Elena e ha scoperto che aveva un figlio, guadagnando tempo per
permettere loro di fare i bagagli e andarsene. Tuttavia, dopo aver
ucciso una guardia, è stata messa al tappeto da Torres, lo stesso
uomo che diversi anni prima aveva ostacolato i suoi piani per
salvare Elena.
Questa volta, però, le cose sono
andate diversamente, poiché Elena ha pugnalato suo marito mentre
Paz ha sferrato il colpo finale, riunendosi infine con Daryl e le
altre donne fuori dalla struttura. Questo sembrava segnare la fine
del gruppo antagonista, con Paz, Elena e le altre che salutavano
Daryl e Justina, che tornavano insieme a Solaz.
I due sono tornati sulla moto di
Daryl, giusto in tempo per aiutare a porre fine al tumulto che
stava avvenendo all’interno della città fortificata.
Carol ha aiutato a salvare
Antonio prima che Fede fosse smascherato
Mentre Daryl e Paz conquistavano El
Alcázar, Carol è tornata a Solaz del Mar per salvare Antonio.
Dopo aver lasciato la comunità
mentre contrabbandava il figlio di Antonio fuori dalla città, Carol
ha deciso di tornare, sapendo che il suo interesse romantico
sarebbe stato nei guai dopo essersi opposto a Fede davanti a
tutti.
Arrivati con alcuni uomini di
Valentina, sono riusciti a liberare Antonio, che era stato
torturato e lasciato in mezzo alla città come punizione, provocando
una sparatoria. Uno dei residenti ha permesso ad Antonio e Carol di
nascondersi nella sua casa fino all’arrivo degli uomini di Fede,
costringendo i due a fuggire attraverso un’uscita segreta.
Diversi abitanti del paese si sono
riuniti per aiutarli a fuggire, ma alla fine sono stati traditi da
Gustavo, che li ha consegnati a Fede in cambio di medicine. Invece
di ucciderli, Fede è riuscito a localizzare Roberto e lo ha
incatenato ai vaganti, permettendo a Carol e Antonio di
proteggerlo, anche se senza il lusso delle armi.
Sono riusciti a tenere a bada gli
zombie, con alcuni spettatori che si sono sentiti in colpa e hanno
gettato le armi per aiutarli a combattere, ma alla fine Daryl ha
salvato la situazione ancora una volta durante il finale della
terza stagione di Daryl Dixon. È arrivato appena in tempo
per sparare ai non morti, guadagnando tempo abbastanza a lungo da
permettere a Justina di arrivare e dire la verità.
Dopo che lei ha rivelato che Fede
era il vero traditore, la città si è unita per uccidere i vaganti e
Fede è stato imprigionato per il suo tradimento, ponendo fine al
conflitto a Solaz Del Mar e permettendo a Justina e Roberto di
ricongiungersi.
Perché Fede ha distrutto la
barca nel finale della terza stagione di Daryl Dixon
Con tutti i conflitti risolti,
sembrava che sarebbe stato un semplice viaggio di ritorno a casa
per Daryl e Carol, soprattutto con Antonio, Roberto e Justina che
si erano uniti a loro. Purtroppo, le cose non sono state così
semplici, poiché la madre di Fede lo ha liberato dalla prigione,
spingendo l’ex leader di Solaz a confrontarsi con Daryl sulla
spiaggia.
Puntandogli una pistola contro, ha
promesso di uccidere il veterano di The Walking Dead, ma
Carol ha placcato il cattivo proprio mentre stava per premere il
grilletto. Sorprendentemente, The Walking Dead ha messo fine
a un cliché comune che consisteva nell’uccidere inutilmente nuovi
personaggi nel finale della terza stagione di Daryl Dixon,
poiché non ci sono state vittime durante questa colluttazione,
tranne una: la barca.
I proiettili della pistola di Fede
hanno perforato la nave e l’hanno incendiata, senza che il gruppo
riuscisse a spegnere il fuoco. Questo non solo ha vanificato il
duro lavoro di un’intera stagione, ma ora la nave sarà
probabilmente irreparabile, senza lasciare ai personaggi principali
una via chiara per tornare a casa.
Sebbene Fede non abbia sabotato
intenzionalmente il loro viaggio, voleva vendicarsi di Daryl per
essere stato una spina nel fianco, e probabilmente avrebbe ucciso
anche tutti gli altri sulla spiaggia, forse ad eccezione di
Justina. Chiaramente non voleva che i sopravvissuti se ne
andassero, ma le sue azioni erano dettate esclusivamente dalla
vendetta, piuttosto che da qualsiasi altro motivo.
Tuttavia, ha finito per costare a
Daryl e Carol la loro migliore possibilità di tornare al
Commonwealth, ma “Solaz del Mar” ha offerto un barlume di speranza
attraverso il ritorno di un personaggio importante.
Codron è tornato da Daryl Dixon
e in qualche modo è arrivato in Spagna
Dopo essere stato visto l’ultima
volta nel finale della seconda stagione, sembrava che Daryl
Dixon si fosse dimenticato di Codron dopo la sua scomparsa nel
Canale. Tuttavia, con grande sorpresa di molti fan, è ricomparso in
Spagna, vagando per il paese da solo prima di imbattersi nel cubo
di Rubik di Laurent che Daryl aveva lasciato vicino a un
monumento.
La serie non ha mai fornito
dettagli su come sia arrivato in Spagna, un mistero che
presumibilmente verrà risolto nella prossima puntata, ma vedere
Codron tornare da Daryl Dixon è stata sicuramente una svolta
gradita. Lo abbiamo intravisto solo brevemente all’inizio
dell’episodio, ma sembrava proprio che stesse cercando i
protagonisti.
È poi ricomparso nei momenti finali
della terza stagione, dove ha avvistato da lontano la nave in
fiamme, suggerendo che il suo ricongiungimento con Carol e Daryl è
sicuramente alle porte. Dato che è stato uno dei migliori
personaggi dello spin-off, la sua presenza dovrebbe indubbiamente
rendere più interessante la quarta stagione, offrendo agli
spettatori qualcosa da aspettarsi con ansia.
Come il finale della terza
stagione di Daryl Dixon prepara la stagione finale
Manuel Fernandez-Valdes/AMC
Con la quarta stagione di Daryl
Dixon confermata come l’ultima per lo spin-off, sarà
sicuramente più grande e migliore che mai, soprattutto dopo il
finale della terza stagione. Forse non si è conclusa con un tipico
cliffhanger, dato che molti dei conflitti principali sono stati
risolti, ma ha lasciato alcune domande su come Daryl e Carol
torneranno a casa.
Di conseguenza, la barca in fiamme
significa che la storia imminente ruoterà probabilmente intorno
alla ricerca di un nuovo modo per tornare a casa, cosa in cui il
ritorno di Codron potrebbe essere d’aiuto. Doveva arrivare in
Spagna in qualche modo e, supponendo che il suo mezzo di trasporto
sia ancora operativo, rimane la possibilità di tornare finalmente
negli Stati Uniti.
Nonostante The Walking Dead: Daryl
Dixon finisca con la quarta stagione, il presidente di AMC
Network Dan McDermott ha accennato alla possibilità che il
franchise visiti altri continenti in futuro.
Anche la discesa di Fede nella
malvagità potrebbe giocare un ruolo importante nella prossima
stagione. Certo, probabilmente tornerà in prigione all’inizio della
quarta stagione, ma il suo potere e la sua influenza sulle persone
fanno sì che sia destinato a uscire di nuovo, con la terza stagione
che mostra quanto sia facile per lui manipolare chi gli sta
vicino.
C’è anche la questione irrisolta
dei Los Primitivos, che non sono mai tornati dopo il loro attacco
iniziale, una minaccia che sicuramente tornerà. Nel complesso,
“Solaz del Mar” vede i personaggi principali alla ricerca di una
nuova via di ritorno in America mentre cercano di superare i nemici
conosciuti, e inevitabilmente ci saranno nuovi ostacoli da
affrontare quando arriverà la quarta stagione.
Cosa significa davvero il
finale della terza stagione di Daryl Dixon
Manuel Fernandez-Valdes/AMC
Il vero significato del finale di
Daryl Dixon sembra riguardare l’impegno di Daryl e Carol a
fare la cosa giusta, a qualsiasi costo. Nonostante volesse tornare
a casa innumerevoli volte, Daryl è stato costantemente convinto da
Carol a rimanere e ad aiutare, semplicemente perché era la cosa
moralmente giusta da fare.
Entrambi hanno aiutato persone
innocenti quando sarebbe stato più facile andarsene, con Daryl che
ha persino deviato dal suo percorso per aiutare una comunità in
difficoltà dopo che questa gli aveva mostrato gentilezza. Inoltre,
il finale si concentra anche sul viaggio di Daryl alla scoperta di
sé stesso.
Ammette apertamente di non essere
sicuro del motivo per cui ha lasciato il Commonwealth,
attribuendolo alla paura di sentirsi a proprio agio. I suoi
flashback hanno anche esplorato il rapporto passato di Daryl con
Merle in The Walking Dead e come questo abbia influito sulla
sua incapacità di rimanere in un posto.
Sebbene sentisse chiaramente che
lasciare il Commonwealth fosse stato inutile e che gli mancasse uno
scopo, alla fine della stagione sembra pronto a tornare a casa e ha
contribuito a cambiare in meglio la vita di diverse persone,
dimostrando che sia lui che Carol sono persone buone nel profondo,
nonostante le loro azioni violente in Daryl
Dixon.
Jennifer Lawrence tornerà a brillare sul grande schermo
quest’anno, recitando nel tanto atteso thriller psicologico
Die My Love, della regista Lynne Ramsay. Con questa
commedia dark, la Lawrence
torna a interpretare i ruoli complessi in cui eccelle, dopo
essere diventata una star di prima grandezza grazie alle sue
interpretazioni in Silver Linings Playbook, American Hustle
e Winter’s Bone.
A 35 anni, Lawrence potrebbe ancora
regalare molte altre interpretazioni decisive per la sua carriera.
Tuttavia, la star di Hunger Games ha rivelato in una nuova intervista al
The Graham Norton Show che recentemente ha pensato di
ritirarsi. Dopo la fine di The Hunger Games e la sua
quarta nomination all’Oscar per Joy, Lawrence ha visto una serie di insuccessi e ha
finito per prendersi due anni di pausa.
Dopo il film X-Men del 2019Dark Phoenix, il prossimo film
di Lawrence è stato Don’t Look Up del 2021. Ha confidato a
Norton che si stava semplicemente prendendo una pausa dopo che le
grandi saghe e i film premiati avevano occupato la sua vita per
così tanto tempo, e ha riflettuto: “Mi sono presa un po’ di
tempo, ho lavorato per tutti i miei vent’anni, e poi mi sono detta…
cosa c’è là fuori? Cosa sta succedendo?”
“Ero in pace con la possibilità
che ciò accadesse”, ha continuato Lawrence, parlando di come
questa pausa le avrebbe permesso di tornare a Hollywood.
“[Hollywood] è molto… Penso che sarei stata [bene], ma sarei
anche stata molto turbata. Non lo so”.
Ironia della sorte, l’ultimo film
di Lawrence prima di Die My Love è stato No Hard
Feelings del 2023, il che significa che non la vediamo da
due anni. Anche se mettere in pausa la propria carriera comporta
dei rischi, è possibile che Lawrence sia ormai un nome così famoso
che i registi saranno ancora interessati a lavorare con lei, anche
dopo una pausa.
Lawrence ha dichiarato che
“sarei stata davvero sconvolta” all’idea di abbandonare la
recitazione, sottolineando che entrambe le opzioni presentavano pro
e contro. Tuttavia, ora sembra essersi nuovamente dedicata alla
recitazione, con alcuni progetti in cantiere dopo Die My
Love, tra cui un progetto senza titolo con Amy Schumer e il
film The Wives dei registi emergenti Michael Breslin e
Patrick Foley.
Avendo trascorso gran parte della
sua giovane vita lavorando a The Hunger Games e
X-Men, e ricevendo una serie di nomination agli Oscar e
l’attenzione che ne deriva prima dei 30 anni, è comprensibile che
Jennifer Lawrence abbia pensato a come sarebbe stato uscire
dalle luci della ribalta. Tuttavia, era ancora appassionata del suo
mestiere e alla fine è tornata a farlo.
Elizabeth Olsen stabilisce una condizione che seguirà
per tutti i suoi film futuri. Sebbene sia nota soprattutto per aver
interpretato Wanda Maximoff/Scarlet Witch in numerosi film
del Marvel Cinematic Universe e
nella serie WandaVision
di Disney+, Olsen vanta una vasta
filmografia.
Durante un’intervista con InStyle sul suo prossimo film romantico Eternity
e sulla sua carriera, Olsen ha rivelato che d’ora in poi reciterà
solo in film che usciranno nelle sale cinematografiche. Questo
perché crede nell’esperienza collettiva che deriva dal vedere un
film insieme al pubblico in sala, che lei paragona alla folla che
assiste agli eventi sportivi. Ecco cosa ha detto:
Penso che sia importante
per le persone riunirsi come comunità, vedere altri esseri umani,
stare insieme in uno spazio. Ecco perché mi piacciono gli sport.
Penso che sia davvero potente per le persone riunirsi per qualcosa
che le entusiasma.
Olsen chiarisce che è favorevole
alla vendita di film indipendenti a una piattaforma di streaming,
ma non crede che i film debbano essere disponibili solo in
streaming senza alcun tipo di distribuzione nelle sale
cinematografiche:
Se un film è realizzato in
modo indipendente e viene venduto solo a una piattaforma di
streaming, allora va bene. Ma non voglio realizzare qualcosa in cui
questo sia l’unico obiettivo.
Questo avviene in un momento in cui
molti studi stanno cercando di trovare il giusto equilibrio tra le
uscite nelle sale e quelle in streaming, oltre a trovare il modo di
attirare il pubblico nei cinema. La nuova condizione di Olsen è una
vittoria per l’esperienza cinematografica, poiché almeno per le
prime settimane dopo l’uscita, i suoi nuovi film saranno
disponibili solo nelle sale.
La maggior parte dei film di Olsen
ha avuto un’ampia distribuzione nelle sale prima di essere
disponibile in streaming. Un’eccezione degna di nota è His Three
Daughters, che è stato proiettato solo in alcune sale per due
settimane prima di essere distribuito in esclusiva su Netflix. La piattaforma di streaming è stata
tradizionalmente riluttante a distribuire i suoi film originali
nelle sale, e questo sembra ora essere un deterrente per Olsen a
lavorare di nuovo con loro.
Continuano le speculazioni sul
fatto che la Olsen riprenderà il ruolo di Wanda/Scarlet Witch e si
unirà al cast di Avengers: Doomsday. I film
della MCU sono sempre stati distribuiti nelle sale
cinematografiche, quindi se tornerà in Doomsday o in uno degli
altri film della serie in uscita, continuerà a rispettare la sua
nuova regola.
Eternity, in cui Joan, interpretata
da Olsen, deve scegliere se trascorrere il resto dell’aldilà con il
suo primo o secondo marito, debutterà in sala in edizione limitata
il 14 novembre, prima dell’uscita nelle sale il 26 novembre.
Elizabeth Olsen ha fortemente incoraggiato il pubblico a
vedere questo film, così come tutti i suoi film futuri, nelle sale
invece di aspettare che siano disponibili in streaming.
È stata confermata la produzione
della quinta stagione di The
Bear, dopo la decisione rivoluzionaria presa da
Carmy Berzatto nel finale della quarta stagione. Sono
passati quasi quattro mesi dall’uscita della
quarta stagione di The Bear, conclusasi con la
decisione dello chef protagonista di lasciare il ristorante,
affidandone la gestione a Sydney, Ritchie e Natalie.
Durante una nuova intervista con
Vogue, a Jeremy Allen White è stato chiesto se la
produzione della prossima stagione fosse già iniziata. Tuttavia, il
protagonista ha confermato che “non abbiamo ancora girato la
prossima stagione”. Ha parlato della produzione della
quarta stagione e dell’impostazione unica che hanno scelto,
dicendo: “È interessante perché abbiamo girato questo finale nel
2024, ma poi abbiamo girato molti episodi della quarta stagione nel
2025, quindi è una cosa strana. Sembra che sia passato molto
tempo”.
Allen ha sottolineato come
“Carmy abbia perso così tanto in quel finale e abbia
confessato così tante cose”. Definendo la scelta di Carmy
come un suo “tentativo di fare ciò che ritiene giusto o
migliore”, la star vincitrice di un Emmy ha aggiunto: “Ma
poi, lavorare a ritroso un anno dopo è stata un’esperienza strana.
Ricordo però che l’ultimo episodio è stato molto divertente, perché
l’abbiamo girato come se fosse uno spettacolo teatrale”.
Da un punto di vista tecnico,
“c’erano tre telecamere e poi Ayo [Edebiri], Ebon
[Moss-Bachrach], io e Abby [Elliott] alla fine”. Secondo il
veterano di Shameless, “ci sono voluti 36 minuti per recitare e
l’abbiamo fatto tipo quattro volte”.
L’attore 34enne ha anche elogiato
lo showrunner di The
Bear per la direzione creativa, sottolineando: “Sono
sempre molto colpito dal modo in cui [il creatore] Chris [Storer]
scrive e sviluppa questa storia, e vorrei poter recitare con tutti
quei ragazzi per sempre, onestamente, se ci fosse un modo per
farlo”. FX ha annunciato il rinnovo il 1° luglio 2025,
solo una settimana dopo l’uscita della quarta stagione.
Al momento non è noto se The Bear – stagione 5 sarà l’ultima puntata della
pluripremiata serie. Sebbene non siano ancora state prese
decisioni sul futuro dello show, potrebbe essere rivelato in un
secondo momento se la prossima stagione concluderà la serie.Al
momento, The Bear stagione 5 non ha una data di
uscita fissata.
James Gunn ha rivelato un importante
aggiornamento sul suo coinvolgimento in Constantine
2. Il primo film, Constantine, è uscito nel 2005 e vedeva
Keanu Reeves nel ruolo del protagonista. Altri
membri del cast includevano Rachel Weisz, Shia LaBeouf e Tilda Swinton. Il sequel è rimasto in un limbo
per diversi anni, ma negli ultimi mesi ci sono stati finalmente
aggiornamenti positivi,
anche da parte dello stesso Reeves, che all’inizio di ottobre
ha rivelato che una nuova bozza della sceneggiatura era stata
completata e che il team aveva intenzione di sottoporla allo
studio.
Durante un’intervista con BobaTalks, Gunn ha ora spiegato di aver discusso di
Constantine 2 con Reeves “di tanto in tanto”. Pur
ritenendo che l’attore e l’intero team siano molto talentuosi, il
co-presidente della DC Studios ha ammesso di non aver ancora letto
la sceneggiatura, nonostante l’importante aggiornamento di Reeves
di alcune settimane fa. “Ne ho discusso di tanto in
tanto. Ne ho discusso con Keanu. Penso che sia un gruppo
fantastico. Mi piacciono molto tutte queste persone, penso che
abbiano talento. Ma non ho ancora letto nessuna
sceneggiatura”, sono le precise parole di Gunn.
Dopo che Gunn ha assunto la
direzione della DC Studios per rilanciare il franchise, è stato
rivelato che Constantine 2 non sarebbe stato
inserito nella continuity principale dell’universo DC con
Superman e
Peacemaker, ma sarebbe stato etichettato
come un progetto DC Elseworlds insieme a Joker e
The
Batman. Prima dei recenti aggiornamenti di Reeves e
Gunn sul film, il processo era stato molto lento, con lunghi
periodi senza alcun sviluppo da parte del team. Considerando che
sia Reeves che Gunn hanno rivelato informazioni sulla sceneggiatura
nello stesso mese, sembra che la pre-produzione sia davvero in
corso ora.
Quando potremo vedere Constantine 2?
Una prima bozza della sceneggiatura
è stata completata nell’autunno del 2024, ma lo sviluppo della
storia è continuato fino al 2025, con Reeves che ha partecipato al
processo insieme al regista Francis Lawrence, ai
produttori e agli sceneggiatori. La storia è stata approvata dalla
DC Studios all’inizio del 2025, il che ha portato alla stesura di
una nuova sceneggiatura. Dopo i recenti commenti di Reeves, non è
chiaro se la sceneggiatura sia stata effettivamente presentata
ufficialmente alla DC Studios. Anche se fosse stata consegnata,
Gunn non l’ha ancora letta, secondo quanto da lui stesso
dichiarato.
È possibile che Gunn e altri
dirigenti della DC vogliano perfezionare ulteriormente la storia e
la sceneggiatura nei prossimi mesi, ma una volta approvata la
sceneggiatura, si potrà davvero dare il via ad altri importanti
elementi di pre-produzione come il casting, la scenografia e la
ricerca delle location. Anche se Gunn non ha ancora letto la
sceneggiatura, il processo di sviluppo di Constantine
2 sembra dunque prendere progressivamente forma e i fan
potrebbero ricevere ulteriori aggiornamenti entusiasmanti nei
prossimi mesi.
Gil Birmingham riprende il ruolo di
Martin Hanson dal primo film, e questa volta è affiancato da
Eastwood, Martin Sensmeir, Jason Clarke, Chaske Spencer e Alan
Ruck. La storia ruota attorno al tracciatore Chip Hanson (Sensmeir)
che indaga su una serie di omicidi nella riserva in cui vive.
Il sequel è stato girato nel 2023,
ma ci sono state poche notizie sulla uscita di Wind River: The
Next Chapter, fino a quando Clarke ha rivelato che il film
“uscirà presto”. Non è stata ancora confermata una data o un
periodo di uscita più specifici.
Durante l’intervista di
ScreenRant a Scott Eastwood per Regretting You, Joe
Deckelmeier ha chiesto all’attore della trama del nuovo film
Wind River. Eastwood ha anticipato che è simile al film
precedente, ma amplia il mondo immaginario creato da Sheridan. Ha
anche sottolineato che il sequel approfondisce ciò che sta
accadendo nelle riserve indigene. Ecco i suoi commenti:
È fantastico. È
emozionante. È sicuramente sulla stessa linea del primo, ma amplia
il mondo. Approfondisce un po’ di più ciò che sta accadendo in
queste riserve.
Il primo film era ambientato nella
riserva indiana di Wind River, nel Wyoming, dove il personaggio di
Renner, un tracciatore, e quello di Olsen, un’agente dell’FBI,
indagano su un omicidio. Wind River ha contribuito a richiamare
maggiore attenzione sulla violenza contro le donne indigene e,
stando ai commenti di Eastwood, il sequel sensibilizzerà il
pubblico su altre importanti questioni relative alle comunità
indigene e alle riserve.
Le differenze tra i film Wind River
a cui Eastwood ha alluso sembrano collegate ai precedenti commenti
di Birmingham, che descrive il sequel come “più un thriller”. Altre
differenze chiave includono il fatto che Sheridan non è coinvolto
nel sequel e che Renner e Olsen non torneranno a interpretare i
loro ruoli. The Next Chapter è diretto da Kari Skogland,
che in precedenza ha lavorato a The
Handmaid’s Tale e
The Falcon and the Winter Soldier.
C’è la continuazione del
personaggio di Birmingham, lo stesso mondo e temi simili. Tuttavia,
i commenti di Eastwood aiutano a sottolineare che il film in uscita
sarà in gran parte una storia a sé stante piuttosto che un
sequel.
Anche se Wind River: The Next
Chapter non è un sequel tradizionale in senso stretto, è
comunque destinato a beneficiare del successo del primo film e di
come si basa su elementi familiari. Dopo gli aggiornamenti di
Clarke e Eastwood, il prossimo aggiornamento potrebbe essere una
finestra di lancio confermata o una data in cui i fan potranno
vedere la nuova storia.
“Don’t ever stop me if I’m
fucking up. If I am a dickhead let me know please.” (“Non fermarmi mai se sto sbagliando. Se mi comporto da
stronzo, per favore, dimmelo.”)
Con questa scritta, diretta e
vulnerabile, si apre Mad Bills to Pay (or Destiny, dile que no soy malo),
l’esordio alla regia di Joel Alfonso Vargas, che
firma una delle opere più autentiche e vibranti presentate nella
sezione Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma.
Ambientato nel Bronx, il film racconta la crescita improvvisa e
dolorosa di un ragazzo che deve imparare a diventare adulto e
imparare dai propri errori prima del tempo.
Mad Bills to Pay: una storia di
crescita tra spiaggia e cemento
Rico (Juan Collardo), diciannovenne
di origini ispaniche, vive con la madre e la sorella Sally (Nathaly
Navarro). Trascorre le giornate vendendo “Nutties” – drink
artigianali e illegali, ottenuti mischiando alcol e succhi – sulla
spiaggia libera di Orchard Beach. Tutto cambia quando scopre che
Destiny (Destiny Checo), una ragazza di sedici anni con cui ha
avuto una relazione occasionale, è incinta.
Cortesia della Festa del Cinema di Roma
Rico accoglie la notizia con una
sorprendente serenità: decide di prendersi cura di Destiny, la
porta a vivere in casa nonostante le resistenze della madre e della
sorella, e si convince che il bambino sarà un maschio. “Voglio
essere il padre che non ho avuto”, afferma con disarmante
semplicità. È questo il cuore del film: il desiderio di riscatto di
un giovane che tenta di costruire, in mezzo al caos, una nuova idea
di famiglia.
Crescere prima del
tempo
Vargas racconta una storia di
formazione maschile, coming of age, con una sensibilità
inconsueta, lontana da qualsiasi retorica machista o da cliché del
cinema urbano americano. Il Bronx non è rappresentato come un
inferno sociale, ma come un ecosistema complesso e
pieno di contraddizioni: le case popolari, i murales, la musica
reggaeton che si mescola alle urla dei bambini e al rumore dei
treni sopraelevati.
Rico si muove in questo ambiente
con un misto di ingenuità e determinazione, oscillando tra i sogni
e la necessità. Vuole smettere di bere, trovare un lavoro, e
diventare un punto fermo per Destiny, che nel frattempo sogna di
studiare in futuro economia al college. Il loro conflitto – lui che
immagina un futuro familiare ma ha difficoltà a mettersi sulla
buona strada, lei che teme di rinunciare al proprio – è il motore
emotivo del film. Il sottotitolo, Destiny, dile que no soy
malo (“Destiny, digli che non sono cattivo”), diventa una
supplica universale: il bisogno di essere visti come migliori di
ciò che si è stati.
Lo sguardo di Vargas in Mad
Bills to Pay: tra realismo e poesia urbana
La regia di Alfonso Vargas colpisce
per il suo equilibrio tra spontaneità e consapevolezza visiva.
Nativo del Bronx, la sua visione scenica permette allo spettatore
di passeggiare nelle vie che hanno segnato la sua giovinezza.
L’inquadratura è spesso ampia, quasi grandangolare, includendo nei
margini lo spazio urbano che ingloba i personaggi. Rico e Destiny
appaiono piccoli tra i palazzi e le spiagge, frammenti di un mondo
che li osserva ma non li ascolta. Questa scelta visiva traduce
perfettamente il tema del film: la difficoltà di affermare la
propria voce in un contesto che tende a soffocarla.
Cortesia della Festa del Cinema di Roma
Vargas adotta una fotografia calda
e naturale, prediligendo la luce del tardo pomeriggio, come se la
storia si svolgesse costantemente in una zona di transizione – tra
infanzia e maturità, tra giorno e notte, tra illusione e
responsabilità. Il montaggio fluido accompagna il ritmo della
crescita di Rico, alternando scene di quotidianità a momenti di
pura introspezione.
Un debutto che
promette
Mad Bills to Pay (or Destiny,
dile que no soy malo) è un racconto di formazione intimo e
universale, che cattura con sincerità la fragilità dei primi passi
verso l’età adulta. Alfonso Vargas firma un esordio che sorprende
per maturità narrativa e per la capacità di fondere realismo e
tenerezza.
Rico non è un eroe, ma un ragazzo
che tenta di non “sbagliare più”, come nella frase iniziale del
film: una confessione, ma anche una promessa.