Dopo il grande successo di Una di
famiglia (The Housemaid), la scrittrice Freida
McFadden ha già ottenuto un nuovo adattamento
cinematografico tratto dal suo prossimo romanzo.
Il
nuovo libro, The Divorce, sarà pubblicato il 29
maggio e, secondo quanto riportato da The Hollywood
Reporter, i diritti per la trasposizione cinematografica
sono già stati acquisiti da Studiocanal e
Working Title. Ron Halpern e Joe Naftalin saranno
coinvolti come produttori per Studiocanal, mentre al momento non
sono ancora stati annunciati regista e cast. I dettagli sulla trama
restano limitati, ma il thriller ruoterà attorno a temi di
vendetta e sopravvivenza.
L’entusiasmo dell’autrice e dei produttori
A seguito dell’annuncio, McFadden
ha espresso grande soddisfazione per la collaborazione,
sottolineando la forte visione creativa del team coinvolto:
“Sono entusiasta di lavorare con i team di Studiocanal
e Working Title per portare The Divorce sul grande
schermo. Fin dall’inizio hanno mostrato un entusiasmo senza pari e
una forte visione su come far partire questo progetto. Non vedo
l’ora di vedere cosa succederà!”
Anche Anna Marsh,
CEO di Studiocanal, ha elogiato il progetto e la scrittura
dell’autrice. Ha definito The
Divorceuna storia estremamente coinvolgente
e ha sottolineato la capacità di McFadden di creare narrazioni che
sembrano rassicuranti, per poi sorprendere il lettore con colpi di
scena inaspettati:
“Siamo entusiasti di lavorare
con Freida McFadden all’adattamento di The Divorce. Dalla prima
pagina è stato totalmente avvincente. Freida ha una rara capacità
di trascinare lettori — e spettatori — in un inquietante senso di
comfort, prima di tirar loro il tappeto da sotto i piedi in modo
brillante. The Divorce è una narrazione ambiziosa, aspirazionale e
irresistibilmente coinvolgente nel suo meglio, e segna un nuovo
entusiasmante capitolo per Studiocanal Stories. Mi congratulo con
il team Studiocanal per questo accordo storico, che dimostra il
nostro impegno nel valorizzare voci letterarie distintive
per lo schermo.”
Il successo crescente dei thriller
di McFadden
Negli ultimi anni Freida McFadden ha pubblicato numerosi romanzi di
successo, tra cui The Devil
Wears Scrubs, Dead
Med, The Boyfriend
e Dear Debbie, uscito a
gennaio. L’autrice ha inoltre in programma un nuovo titolo,
The Witch, previsto per
ottobre 2026.
All’inizio di aprile, McFadden ha attirato attenzione anche per una
rivelazione personale: il suo nome è in realtà Sara
Cohen. Oltre alla carriera letteraria, lavora come
medico specializzato in disturbi neurologici, anche se
negli ultimi anni ha ridotto il suo impegno in ambito medico per
dedicarsi alla scrittura.
McFadden è diventata particolarmente famosa grazie alla trilogia di
The Housemaid, iniziata
nel 2022 e proseguita con The
Housemaid’s Secret e The
Housemaid is Watching. Il successo dei libri ha portato
rapidamente a un adattamento cinematografico.
Il filmUna di famiglia (The Housemaid), uscito nel
2025 e diretto da Paul Feig, ha avuto un ottimo
riscontro al botteghino e tra la critica. Nonostante la
concorrenza di titoli importanti, ha incassato circa 400
milioni di dollari nel mondo e ha ottenuto un buon
punteggio su Rotten Tomatoes, con il 73% dalla critica e
il 92% dal pubblico.
Il successo ha spinto rapidamente alla conferma di un sequel,
The Housemaid’s Secret, previsto per il 2027. Sydney Sweeney, Michele Morrone e il regista Paul Feig
dovrebbero tornare nel progetto, mentre McFadden sarà coinvolta
come produttrice esecutiva.
In attesa del sequel
cinematografico, il pubblico potrà leggere il nuovo romanzo
The Divorce.
Chi vive il mare ne conosce ogni
angolo, pur non essendo il suo habitat naturale. Il mare, in fondo,
assomiglia alla vita stessa: in superficie lascia filtrare la luce,
negli abissi custodisce invece tutto ciò che si cerca di tenere
nascosto. Ma c’è chi lo considera casa a prescindere dalla
profondità in cui si trova, perché è l’unica che conosce davvero.
Parte da qui Le tigri di Mompracem, con
Alberto Rodriguez pronto a scavare nelle acque più
oscure senza timore, portando a galla paure, fragilità e il legame
viscerale di una coppia di fratelli che ha trovato nell’altro il
principale motivo per continuare a lottare. Nel cast
Antonio de la Torre e Barbara Lennie, alla
sceneggiatura Rafael Cobos e lo stesso Rodriguez. Le tigri di
Mompracem arriva nelle sale dal 14 maggio.
La trama di Le tigri
di Mompracem
Antonio ed Estrella sono due
fratelli cresciuti con il mare come unica vera casa. Da piccoli, il
padre, sommozzatore, li portava al largo, dove imparavano a
immergersi e a prendere confidenza con i fondali. Crescendo, anche
loro hanno trasformato quella passione in un lavoro, diventando
subacquei professionisti nel porto di Huelva. Antonio, a differenza
di Estrella, può scendere nelle profondità marine senza
limitazioni. Lei, invece, dopo un’immersione andata male, è rimasta
sorda da un orecchio e non può andare oltre i 17 metri. Nonostante
questo, continua ogni giorno a lavorare al fianco del fratello,
aiutandolo durante le immersioni. Antonio, soprannominato “la
Tigre” per la sua esperienza e la capacità di affrontare anche le
situazioni più rischiose, lavora nei fondali dove vengono
effettuati gli interventi sulla nave petrolifera per cui sono
impiegati. Proprio durante una di queste operazioni, Antonio scopre
un carico di cocaina nascosto all’interno di una nave. Schiacciato
dai problemi economici – il divorzio, il mantenimento delle due
figlie che non riesce più a sostenere e il timore che l’ex moglie
possa portargliele via – decide, dopo essersi confrontato con
Estrella, di prenderne una parte per rivenderla e ottenere il
denaro necessario a sistemare la propria vita. Ma quella scelta
finirà per trascinare entrambi in una spirale sempre più
pericolosa, mettendo a rischio non soltanto Antonio, ma anche sua
sorella.
Negli oscuri fondali
Le tigri di Mompracem è
un’altalena vivida che oscilla costantemente nella vita dei
protagonisti, in particolare di Antonio. Dal buio dei fondali alla
luce della terraferma: è questo il continuo gioco di immagini e
contrasti, specchio non solo del dramma interiore che vivono, ma
anche del noir costruito da Rodriguez. Il mare per loro è silenzio,
pace, sopravvivenza. Dove l’oscurità degli abissi respinge e
intimorisce, Antonio ed Estrella si sentono invece a casa. Sanno di
appartenere a quelle acque, proprio come quelle acque appartengono
a loro. Ma lo stesso mare che protegge finisce anche per
condannare.
È lì che prende forma la caccia ad
Antonio da parte della mafia, in un equilibrio sempre precario in
cui il mare diventa contemporaneamente rifugio e perdizione,
minaccia e salvezza. Una dualità che attraversa l’intera ossatura
filmica e che Rodriguez traduce attraverso una regia sporca, quasi
documentaristica, interessata a cogliere ogni esitazione, ogni
silenzio, ogni increspatura emotiva dei protagonisti. La
sceneggiatura, ruvida ed essenziale, lascia così emergere tutta la
verità di un rapporto costruito su tensioni continue ma anche su un
legame profondissimo, intenso, che proprio come il mare travolge e
protegge allo stesso tempo.
Un amore puro
Ed è proprio il rapporto tra
Estrella e Antonio il vero cuore di Le tigri di Mompracem.
I loro chiaroscuri, le paure, le fragilità. I silenzi, il sostegno
sussurrato, i rimproveri netti. Al di là dell’impianto di genere,
Rodriguez delinea una storia che racconta un amore fraterno
viscerale, fatto di protezione reciproca. Cresciuti
insieme e uniti dalla stessa passione, i due cercano di resistere
quando tutto sembra sgretolarsi. È un legame edificato sui piccoli
gesti e sulle attenzioni invisibili, su quella dedizione solida che
si può avere soltanto verso chi si ama fortemente. Un rapporto
imperfetto, che si incrina anche, ma trova sempre il modo di
rialzarsi, diventando quasi un balsamo per tutte le ferite che
entrambi si portano dentro. Rodriguez riesce così a bilanciare
dramma familiare e noir senza mai perdere la componente più umana
del racconto. E proprio nella sua crudezza più asciutta, Le tigri
di Mompracem riesce a toccare la sensibilità dello spettatore,
trovando nella semplicità del racconto la sua forma più
autentica.
Nel raffinato e magnetico Fatherland,
il regista polacco Pawel Pawlikowski firma quello che, dopo
Ida e Cold War, sembra il
nuovo capitolo di una vera e propria trilogia.
I film di questa serie non
ufficiale sono molto diversi tra loro, ma condividono legami
evidenti. Tutti sono ambientati nell’Europa della Guerra
Fredda; tutti affrontano temi politici e
storici di enorme peso; tutti sono costruiti attraverso
immagini in bianco e nero rigorosamente composte e
di grande eleganza visiva, che Pawlikowski, formatosi come
documentarista, monta con la precisione geometrica di un raffinato
volume fotografico. E ciascuno, nella sua severa essenzialità
monocromatica, appartiene a quel cinema d’autore che sembra nato
anche per conquistare premi (Ida vinse l’Oscar come miglior film straniero
nel 2013, mentre Cold War
ottenne tre nomination agli Oscar nel 2018, inclusa quella per la
miglior regia).
Anche quest’anno Cannes ha accolto con entusiasmo Pawlikowski:
il regista e il cast di Fatherland hanno ricevuto una
standing ovation di quattro minuti e mezzo
all’interno del Grand Théâtre Lumière del Palais. “Grazie
mille, spero che almeno la metà di voi lo pensasse davvero,”
ha scherzato Pawlikowski commentando l’accoglienza.
La trama di Fatherland: un viaggio
nel cuore ferito dell’Europa
Ambientato nel
1949, pochi anni dopo la fine della Seconda guerra
mondiale, Fatherland segue
il ritorno in Germania dello scrittore Thomas Mann e di sua
figlia Erika, dopo un lungo esilio negli Stati Uniti
iniziato con l’ascesa del nazismo. Acclamato come una figura morale
e culturale sia dalla Germania Ovest sia da quella Est, Mann
intraprende un viaggio tra le due nazioni ormai divise dalla Guerra
Fredda, mentre Erika osserva con crescente disillusione un paese
ancora incapace di fare davvero i conti con il proprio passato.
Quando arriva la notizia del
suicidio di Klaus Mann, figlio di Thomas e
amatissimo fratello di Erika, il viaggio assume una dimensione
ancora più dolorosa e intima. Padre e figlia, legati da un rapporto
freddo e complesso, si confrontano non solo con il lutto, ma anche
con le ferite morali lasciate dal nazismo, con il
peso della memoria e con le nuove forme di
totalitarismo che stanno emergendo nell’Europa del
dopoguerra. Tra conferenze pubbliche, tensioni familiari e incontri
carichi di significato simbolico, Pawlikowski costruisce un
dramma elegante e malinconico che riflette sulla
possibilità, forse impossibile, di redenzione personale e
collettiva.
Fatherland è un film incisivo e
ambizioso che vuole mettere a nudo l’anima lacerata della Germania
dopo la Seconda guerra mondiale. È anche un ritratto dei
demoni familiari e della celebrità letteraria. Il fascino
sobrio e quasi naturale del cinema di Pawlikowski sta nel modo in
cui mette in scena ogni dettaglio con un’autenticità fredda e
oggettiva. In Fatherland
il regista conferisce a questo momento storico una qualità quasi da
macchina del tempo: sembra davvero di trovarsi nella Germania in
rovina del 1949, osservando i movimenti profondi della Storia.
Il cast di Fatherland
Il cast di Fatherland riunisce alcuni tra gli
interpreti europei più apprezzati degli ultimi
anni. A guidare il film è Hanns Zischler che, con
i suoi folti baffi, assomiglia notevolmente a Thomas Mann, lo
scrittore tedesco premio Nobel ritratto negli anni del ritorno in
patria dopo l’esilio.
Accanto a lui Sandra Hüller interpreta Erika Mann, attrice,
scrittrice e figlia del celebre autore: la sua performance, intensa
e trattenuta, è stata particolarmente lodata dalla
critica per la capacità di esprimere dolore, rabbia e
vulnerabilità con estrema delicatezza. Tre anni fa Sandra Hüller
era stata la vera regina di Cannes grazie ai suoi ruoli in Anatomia di una
caduta di Justine Triet, vincitore della Palma d’Oro, e in
La zona d’interesse
di Jonathan Glazer: una doppietta che l’ha lanciata definitivamente
sulla scena internazionale e verso produzioni hollywoodiane.
L’attrice sta vivendo un anno straordinario: ha vinto il premio per
la miglior interpretazione all’ultima Berlinale per il dramma Rose di Markus Schleinzer e ha recitato
accanto a
Ryan Gosling nella commedia fantascientifica ad alto budget
Project Hail Mary di Phil Lord e
Christopher Miller. Dopo Fatherland, sarà inoltre protagonista insieme a
Tom Cruise del prossimo film di Alejandro G. Iñárritu, Digger.
August Diehl veste
invece i panni di Klaus Mann, il tormentato figlio dello scrittore,
presente in alcune delle sequenze emotivamente più forti del film.
Nel cast compaiono anche Devid Striesow e
Anna Madeley in ruoli secondari, mentre
Joanna Kulig, già protagonista di Cold War, appare in un breve cameo.
Pawlikowski ha scritto la
sceneggiatura di Fatherland insieme al regista tedesco Hendrik
Handloegten ed è tornato a collaborare con il
direttore della fotografia Łukasz Żal, già autore
delle immagini di Ida e
Cold War.
Quando esce Fatherland e cosa sappiamo sul trailer del
film
Fatherland di Pawel Pawlikowski ha debuttato in
anteprima mondiale al Festival di Cannes, dove è stato presentato
in concorso al Palais e accolto con una lunga standing ovation. Al
momento della sua première non è stata indicata una data di
uscita ufficiale internazionale già definita, elemento
tipico per molti film d’autore che iniziano il loro percorso
distributivo proprio dai festival, con successiva diffusione nei
vari paesi nei mesi seguenti. La distribuzione internazionale del
film è affidata a MUBI in diversi territori, inclusa
l’Italia.
Per quanto riguarda il materiale
promozionale, non è stato diffuso un trailer tradizionale completo
in questa fase iniziale. MUBI ha
invece condiviso una clip ufficiale del film, che
offre un primo sguardo all’atmosfera e allo stile visivo
dell’opera, caratterizzato dal bianco e nero rigoroso e
dall’ambientazione nella Germania del dopoguerra.
Nel complesso, come suggeriscono
anche le prime reazioni critiche da Cannes, il film sembra
costruire il proprio impatto più attraverso la precisione formale,
il controllo dello sguardo e il distacco quasi “oggettivo” della
messinscena che tramite un racconto emotivamente esplicito,
lasciando emergere gradualmente un’opera più cerebrale che
viscerale, sospesa tra riflessione storica e tragedia
familiare.
È stato presentato oggi il teaser
poster internazionale di Ferine
di Andrea Corsini, un racconto complesso e
emozionante sulla lotta senza fine tra il lato razionale e quello
animale della natura umana.
Ferine
sarà presentato in anteprima mondiale al prestigioso Fantasia
International Film Festival di questa estate, il più grande
festival di cinema di genere del Nord America la cui 30ª edizione
si terrà a Montréal dal 16 luglio al 2 agosto.
Il thriller in lingua inglese di
Corsini vede protagonisti Carolyn Bracken (ODDITY, YOU ARE NOT MY
MOTHER), Caroline Goodall (SCHINDLER’S LIST, HOOK) e Paola Lavini
(VOLEVO NASCONDERMI, ANIME NERE), ed è stato girato nel Nord
Italia, tra la Lombardia e il Piemonte.
La sinossi ufficiale del film
recita: “Irene (Carolyn Bracken) è una ricca e raffinata
collezionista d’arte la cui vita viene sconvolta da un tragico
evento che risveglia in lei un istinto primordiale e
incontrollabile. Ben presto, questa nuova natura prende il
sopravvento e distrugge la sua esistenza privilegiata. Dama
(Caroline Goodall) è una misteriosa trafficante di predatori
esotici che sta dando la caccia a un esemplare fuggito dalla
prigionia quando scopre qualcosa di inaspettato: Irene. In lei vede
un nuovo, irresistibilmente pericoloso predatore. Un destino oscuro
unisce le due donne, trascinandole entrambe verso un inevitabile
scontro.”
L’opera, scritta e diretta da
Corsini, trae ispirazione dall’omonimo cortometraggio italiano
presentato in concorso alla Mostra Internazionale d’Arte
Cinematografica di Venezia del 2019. Il film è caratterizzato da
effetti visivi complessi ed è accompagnato da una sontuosa colonna
sonora originale del leggendario compositore Pino Donaggio (CARRIE,
BLOW OUT, DRESSED TO KILL).
Ferine è
prodotto da Francesco Grisi e Giorgia
Priolo per EDI Effetti Digitali Italiani, con il
contributo del Ministero della Cultura e con il sostegno del bando
PR FESR Piemonte 2021-2027 “Piemonte Film TV Fund”, insieme al
sostegno della Film Commission Torino Piemonte e del bando PR FESR
Lombardia 2021-2027 “Lombardia per il cinema”. La distribuzione
italiana del film sarà curata da Adler Entertainment, mentre le
vendite internazionali saranno gestite da Piperplay in
collaborazione con Berta Fear.
CREDITI:
Scritto e diretto da Andrea Corsini
Cast: Carolyn Bracken, Caroline Goodall, Paola Lavini e per
la prima volta sullo schermo Elisabetta Caccamo
Dalla pluripremiata sceneggiatrice
e regista Mona Fastvold, Il
Testamento di Ann Lee vede Amanda Seyfried nei panni della leader degli
Shakers che predicava l’uguaglianza sociale e di genere. La storia
di Ann Lee si intreccia con gli inni degli Shakers
reintrepretati che accompagnano con grande forza il suo
percorso verso la creazione di una società migliore. Nel cast
figurano anche Thomasin McKenzie, Lewis Pullman e Stacy Martin.
Fastvold descrive Lee come una
“leader religiosa femminista ribelle” la cui vita era
stata completamente ignorata dalla storia. Scritto da Fastvold e
Brady Corbet, Il Testamento di Ann
Lee ha ottenuto molti riconoscimenti nei festival
cinematografici e ha ricevuto numerose nomination, tra cui quella
ai Golden Globe come “Migliore Attrice in un Film – Musical o
Comedy”. Il Testamento di Ann Lee, targato
Searchlight Pictures, ha inoltre ottenuto un punteggio dell’86%
Certified Fresh su Rotten Tomatoes®, con i critici che ne hanno
elogiato lo storytelling audace e le interpretazioni
suggestive.
La trama di Il
Testamento di Ann Lee
Ispirato a una leggenda vera, il
film racconta la storia della fondatrice della setta religiosa nota
come gli Shakers. Amanda Seyfried interpreta la venerata e
irrefrenabile leader degli Shakers, che predicava l’uguaglianza
sociale e di genere. Con inni degli Shakers
reintrepretati, Il Testamento di Ann Lee cattura
l’estasi e il tormento della missione utopica della sua
protagonista.
Ecco il trailer ufficiale in
italiano de
Il regno di Kensuke, il film
d’animazione diretto dal duo di registi Neil Boyle e Kirk
Hendry, che uscirà nelle sale italiane il
28 maggio 2026.
Una parabola sull’amicizia che
valica i confini dell’età e delle nazionalità, sull’importanza di
preservare il nostro fragile pianeta, sulla bellezza e lo stupore.
Un racconto di formazione per tutta la famiglia, completamento
realizzato con le tecniche di animazione tradizionali.
Vincitore di
tre British Animation
Awards (Miglior Film, Miglior Sceneggiatura e
Migliori Musiche Originali), il film vanta un cast di eccezionali
voci nella versione originale: il Premio
Oscar Cilllian Murphy, la due volte candidata
all’Oscar Sally Hawkins e il candidato
all’Oscar Ken Watanabe, che presta la
voce a Kensuke.
Vi preghiamo di utilizzare soltanto
i materiali ufficiali all’interno dei vostri articoli e delle
schede film.
Il regno di
Kensuke sarà distribuito in Italia da Movies
Inspired.
Le
prime reazioni a The Mandalorian & Grogu sono finalmente
arrivate e il ritorno di Star
Wars al cinema dopo anni di assenza sta già dividendo
pubblico e critica. Il nuovo film diretto da Jon
Favreau, che riporta Pedro Pascal nei panni di Din Djarin
accanto a Grogu, è stato definito da alcuni “un’avventura
travolgente” e “un perfetto blockbuster estivo”, mentre altri
parlano apertamente di “uno dei film più deboli dell’intera
saga”.
Il
progetto rappresenta un momento cruciale per Lucasfilm: è infatti
il primo film cinematografico di Star Wars dopo L’Ascesa di Skywalker
del 2019 e il primo grande capitolo per il franchise sotto la nuova
gestione guidata da Dave Filoni e Lynwen Brennan dopo l’uscita di
Kathleen Kennedy.
Le reazioni più positive parlano di
uno Star Wars più libero e divertente
Tra i commenti più entusiasti c’è quello di Erik Davis di Fandango,
che ha definito il film “un’avventura folle e divertente”, lodando
soprattutto la volontà di allontanarsi dal peso della continuity e
del fan service più rigido.
Secondo Davis, The Mandalorian and Grogu
funziona quando smette di preoccuparsi del “compito da fare sulla
lore” e si lascia andare a un tono più pulp e avventuroso. Anche la
colonna sonora di Ludwig Göransson è stata particolarmente
apprezzata, soprattutto per le influenze synth anni ’80 e
horror-action che sembrano dare al film una personalità diversa
rispetto ad altri recenti progetti del franchise.
Scott Mendelson di Puck News ha invece parlato di un film “solido e
ricco di idee visive curiose”, sottolineando come alcune sequenze
offrano elementi mai visti prima nell’universo cinematografico di
Star Wars.
Altri criticano il film: “sembra
un episodio allungato della serie”
Le reazioni più fredde si concentrano soprattutto sulla struttura
narrativa del film e sulla sensazione che il progetto non riesca
davvero a giustificare il passaggio dal piccolo al grande
schermo.
Germain Lussier di io9 ha scritto che il film “sembra semplicemente
un episodio più lungo e costoso della serie”, accusandolo di
concentrarsi maggiormente su nuove creature e ambientazioni
piuttosto che sull’evoluzione emotiva dei personaggi.
Particolarmente divisivo sembra essere anche Rotta the Hutt,
interpretato vocalmente da Jeremy Allen White. Alcuni critici hanno
definito il personaggio poco convincente in live action, sostenendo
che la sua scrittura sia troppo esplicita e poco sfumata.
Il commento più duro arriva però dal reporter Jonathan Sim, che ha
definito The Mandalorian and
Grogu “uno dei film più deboli di Star Wars”, criticando
l’azione, l’uso massiccio di CGI e l’assenza di un vero arco
evolutivo per Din Djarin.
The Mandalorian and Grogu segna
il nuovo inizio cinematografico di Star Wars
Al di là delle reazioni contrastanti, il film rappresenta comunque
un passaggio fondamentale per il futuro del franchise. Dopo anni
dominati dalle serie Disney+ come The Mandalorian, Ahsoka, Andor e The
Acolyte, Lucasfilm prova ora a riportare Star Wars al centro dell’esperienza
cinematografica.
La trama segue Din Djarin e Grogu in una nuova missione ambientata
dopo la caduta dell’Impero, mentre la Nuova Repubblica tenta di
mantenere il controllo della galassia contro i resti imperiali
ancora attivi.
Accanto a Pedro Pascal troviamo Sigourney Weaver e Jeremy Allen White, con
Jon Favreau alla regia e Dave Filoni coinvolto nella scrittura e
nella supervisione creativa.
Il film arriverà nelle sale il 22 maggio e sarà osservato con
enorme attenzione, non solo dai fan, ma dall’intera industria
cinematografica, curiosa di capire se Star Wars riuscirà davvero a riconquistare il
grande schermo dopo anni di dominio streaming.
The Mandalorian and Grogu: the marketing had
me worried, but this movie is actually a lot of fun. Yes it does
feel like a supersized high budget few episodes of the tv show –
more of an adventure of the week than a huge galactic event story.
If you like the show you’ll love this.…
#TheMandalorianAndGrogu
is a ton of fun! A perfect Summer movie. Action-packed with a lot
of humor & heart. Not episodic. A fully cinematic journey. Grogu
steals the show. See it on the biggest screen possible. pic.twitter.com/f8TTAs5uB6
THE MANDALORIAN AND GROGU is…fine? An
inoffensive, technically impressive spectacle that’s kinda a snooze
fest. Very much structured like an abridged season of the tv show
which unfortunately plays like watching the cutscenes of a Star
Wars video game instead of playing one.… pic.twitter.com/ih8MGQ6mNR
#TheMandalorianAndGrogu
is a grin-inducing crowd-pleaser that puts Star Wars back on
theatrical track. Director Jon Favreau is (again) a safe pair of
hands that deliver a solid, thrilling and engaging romp. A solid
popcorn movie that is the summer blockbuster you’re looking for.
pic.twitter.com/ox2cVXexoJ
#TheMandalorianAndGrogu: I am just
defenseless against Grogu. (And the Anzellan droidsmiths.)
Irresistibly cute and also a filmmaking feat I cannot get enough
of.
Rotta the Hutt? Not as much. Live action Hutts are a challenge
to pull off, a gladiator Hutt even more so, and it… pic.twitter.com/QLHcyRvK2u
#TheMandalorianandGrogu
is as expected. A longer, bigger episode of the show. It has one or
two stand out scenes but it feels much more interested in
developing the story to new locations with new creatures than the
characters. Enjoyed some of it, left frustrated but the rest.
pic.twitter.com/LRlf8x8CVU
Criticism and nitpicks aside, #TheMandalorianAndGrogu is a solid line
drive past second base, w/ lots of “Neat… haven’t seen that in a
STAR WARS before” charm. And yes, I asked my son to come for
demographic research purposes (bribed him w/ Toothsome Chocolate
Emporium). pic.twitter.com/fkIZ5zL0JY
STAR WARS is back on the big screen and
#TheMandalorianAndGrogu
is a thrilling adventure full of big fights, gnarly creatures and
plenty of adorable Grogu moments. It’s less about the lore and more
a fun, freaky romp across the galaxy. I really dug that about
it.
I liked #MandalorianAndGrogu
way more than I expected. The first half felt like what I thought
it’d be, but I did not expect to love Rotta the Hutt as much as I
did. And seeing Grogu be the hero was great. Star Wars on the big
screen just feels right. pic.twitter.com/MeghNqpAK9
— Joseph Deckelmeier (@joedeckelmeier) May 15, 2026
Presentato al Festival di Cannes 2026,
Tangles è molto più di un
semplice film d’animazione per Seth
Rogen e Lauren Miller Rogen. Il nuovo progetto in
bianco e nero, tratto dalla graphic novel di Sarah Leavitt,
affronta il tema dell’Alzheimer attraverso la storia di Sarah, una
giovane illustratrice che assiste lentamente al deterioramento
della madre. Ma dietro il film c’è soprattutto un’esperienza
profondamente personale vissuta dalla coppia negli ultimi
vent’anni.
Lauren Miller Rogen ha raccontato che sua madre Adele iniziò a
mostrare i primi sintomi della malattia quando aveva poco più di
cinquant’anni, affrontando poi sedici anni di Alzheimer.
“C’erano così tante somiglianze tra la mia famiglia e quella di
Sarah”, ha spiegato durante un incontro con la stampa a
Cannes. “Le nostre madri erano entrambe insegnanti, entrambe
hanno ricevuto la diagnosi molto presto. Ho rivissuto la negazione,
la paura e il senso di solitudine che accompagnano spesso questa
malattia.”
Tangles usa l’animazione per
raccontare il dolore reale dell’Alzheimer
Nonostante il tono emotivo e il tema estremamente delicato,
Tangles non rinuncia a
momenti ironici e umani, elemento che secondo Seth
Rogen era fondamentale per rendere autentica la storia.
L’attore e produttore ha spiegato che molte scene derivano
direttamente da esperienze vissute in prima persona: “Ricordo
discussioni in cucina o attorno al tavolo da pranzo in cui urlavamo
perché capivamo che qualcosa non andava.”
Il progetto ha richiesto oltre dieci anni di lavorazione, anche
perché convincere l’industria a finanziare “un film animato in
bianco e nero sull’Alzheimer” non è stato semplice, come ha
ironizzato Lauren Miller Rogen. Per portare avanti il film, Rogen
ha coinvolto diversi amici e collaboratori, tra cui
Bryan Cranston e Julia Louis-Dreyfus
nel cast vocale.
La regista Leah Nelson ha inoltre scelto di utilizzare animazione
disegnata a mano per preservare l’intimità e la fragilità del
materiale originale. “Volevamo vedere la mano degli artisti nel
film”, ha spiegato, sottolineando quanto fosse importante mantenere
il carattere emotivo della graphic novel pur adattandola al
linguaggio cinematografico.
Seth Rogen anticipa la stagione 2
di The Studio: “Ricreare Venezia è stato folle”
Durante l’intervista, Seth Rogen ha parlato anche della seconda
stagione di The Studio,
la serie satirica ambientata a Hollywood che tornerà con nuovi
episodi nei prossimi mesi. Una parte della nuova stagione sarà
ambientata alla Mostra del Cinema di Venezia, completamente
ricostruita per esigenze produttive.
“Abbiamo ricreato l’intero festival da zero”, ha raccontato Rogen.
“Il nostro modo di girare, con episodi costruiti come lunghi piani
sequenza, richiede un controllo totale dell’ambiente. Tutto deve
essere coreografato alla perfezione.”
Tra le sorprese della nuova stagione ci sarà anche Madonna,
coinvolta in un cameo che Rogen ha definito semplicemente “folle”,
senza però rivelare ulteriori dettagli.
Tangles diventa anche un
messaggio personale e politico per Seth Rogen
Negli anni, Seth Rogen e Lauren Miller Rogen hanno trasformato la
loro esperienza personale in un impegno pubblico attraverso la
fondazione Hilarity for Charity, organizzazione
nata per sostenere la ricerca sull’Alzheimer e aiutare le famiglie
coinvolte dalla malattia.
Per Lauren Miller Rogen, la première di Tangles a Cannes è inevitabilmente carica di
emozioni contrastanti. “Vorrei che mia madre fosse qui a vederlo”,
ha dichiarato. “Ma sono felice di essere riuscita a trasformare
qualcosa di così doloroso in qualcosa che possa aiutare altre
persone.”
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante di
Tangles: usare il
linguaggio dell’animazione e del cinema per parlare di una paura
reale, quotidiana e profondamente umana.
Il photocall di Cannes 79 si popola
del titoli che tra ieri sera e questa sera vedranno la loro
premiere sulla croisette. Oltre a Parallel
Tales di Asghar Farhadi, con
Virginie Efira, Isabelle Huppert,
Vincent Cassel, Pierre Niney e
Adam Bessa, proiettato ieri sera, oggi è il turdo
di Congo Boy, Marie
Madeleine e Une vie
manifeste.
Tra
gli appuntamenti più fotografati della giornata al Festival di Cannes 2026 c’è stato il
photocall ufficiale di Club
Kid, il nuovo film presentato sulla Croisette durante la 79ª
edizione della manifestazione.
A
posare davanti ai fotografi al Palais des Festivals sono stati Cara
Delevingne, Diego Calva, Jordan Firstman e Reggie Absolom,
protagonisti del progetto che sta attirando curiosità soprattutto
per il suo immaginario legato alla nightlife, alla cultura
underground e all’estetica clubbing.
Club Kid porta a Cannes l’estetica
della nightlife e della cultura underground
Le
immagini del photocall hanno immediatamente iniziato a circolare
sui social e tra i media internazionali, anche grazie alla forte
presenza scenica di Cara Delevingne, da anni figura molto legata al
mondo della moda e della cultura pop contemporanea.
Accanto a lei, Diego Calva — sempre più lanciato nel cinema
internazionale dopo Babylon — ha attirato l’attenzione della stampa
presente sulla Croisette, insieme a Jordan Firstman e Reggie
Absolom.
L’atmosfera del photocall ha rispecchiato perfettamente il tono del
progetto: colori forti, stile provocatorio e un’immagine molto
distante dal glamour più classico spesso associato al Festival di
Cannes.
Club Kid è uno dei titoli più
curiosi della Croisette 2026
Pur mantenendo ancora riservati molti dettagli sulla trama,
Club Kid è già diventato
uno dei titoli più chiacchierati del festival grazie al suo
immaginario visivo e al cast particolarmente trasversale tra
cinema, moda e cultura contemporanea.
Il progetto sembra inserirsi nella tradizione dei film ambientati
nel mondo della nightlife e delle sottoculture urbane, raccontando
personaggi immersi in una realtà fatta di eccessi, identità fluide
e ricerca personale.
Il photocall di oggi ha ulteriormente aumentato l’attenzione
attorno al film, che potrebbe diventare uno dei titoli più discussi
di questa edizione di Cannes.
L’attrice tedesca Sandra
Huller, ormai star internazionale dopo il grande successo
di Anatomia di una caduta, porta sul red
carpet di Cannes 79 Fatherland,
il nuovo film del regista premio Oscar Paweł
Pawlikowski. Con loro per presentare il film alla
proiezione ufficiale anche il cast: Hanns Zischler, August
Diehl, Devid Striesow.
Nel finale di The
Boys, Sister Sage sta diventando uno dei
personaggi più complessi e imprevedibili dell’intera serie. Dopo
essere passata apparentemente dalla parte di The
Boys nell’episodio
7 della quinta stagione, molti spettatori hanno iniziato a
leggere il suo percorso come un possibile arco di redenzione simile
a quello di A-Train. Ma la serie, in realtà, sta facendo qualcosa
di molto più interessante: non sta trasformando Sage in un’eroina,
bensì in un personaggio costretto a confrontarsi per la prima volta
con il fallimento, l’emotività e l’imprevedibilità umana.
Le dichiarazioni di Susan
Heyward chiariscono infatti un dettaglio fondamentale
spesso frainteso dal pubblico: Sister Sage non ha cambiato cuore,
ha cambiato tattica. È una differenza enorme, perché ridefinisce
completamente il senso della sua alleanza con Butcher, MM e gli
altri protagonisti. La donna più intelligente del mondo non sta
improvvisamente diventando morale; sta semplicemente cercando di
sopravvivere a un sistema che non riesce più a controllare. Ed è
proprio questa crisi di controllo a renderla centrale nel finale
della serie.
Perché Sister Sage si unisce a The
Boys senza avere davvero una redenzione morale
Narrativamente, il passaggio di
Sister Sage “dall’altra parte” sembrava inevitabile già dalla
quarta stagione. Il personaggio era stato introdotto come una mente
strategica capace di manipolare sia Homelander sia il conflitto tra
umani e Supes per ottenere un unico obiettivo personale: isolarsi
dal mondo e vivere finalmente in pace, lontano dalla stupidità
collettiva che disprezza profondamente. La sua visione non era
eroica né idealista; era nichilista.
Per questo motivo The Boys
evita accuratamente di darle un vero percorso di redenzione. A
differenza di A-Train, che attraversa una trasformazione morale
autentica legata al senso di colpa e alla consapevolezza delle
proprie azioni, Sister Sage continua a guardare il mondo attraverso
il filtro del calcolo e della probabilità. Quando decide di
collaborare con The Boys, non lo fa perché abbia improvvisamente
sviluppato empatia per l’umanità, ma perché Homelander è diventato
troppo instabile persino per lei.
Questa scelta rende il personaggio
molto più interessante rispetto a un classico “villain turned
hero”. Sage non smette di essere manipolatrice, cinica o
profondamente egoista. Semplicemente comprende che il progetto di
Homelander non è più gestibile razionalmente. Finché riusciva a
prevedere ogni variabile, il caos controllato della guerra tra
Supes e umani le appariva sostenibile. Ma l’episodio 7 introduce
qualcosa che manda in crisi il suo intero sistema mentale:
l’irrazionalità assoluta del sacrificio umano.
È significativo che la serie scelga
proprio Soldier Boy e Frenchie come figure che destabilizzano Sage.
Entrambi agiscono contro il proprio interesse personale per
proteggere qualcun altro, un comportamento che lei considera quasi
statisticamente impossibile. Per una mente che funziona analizzando
probabilità e schemi comportamentali, il sacrificio autentico
diventa un errore di sistema.
Il vero significato della crisi di
Sister Sage: per la prima volta la donna più intelligente del mondo
ha torto
Uno degli aspetti più importanti
dell’episodio 7 è il modo in cui The Boys destruttura
lentamente il mito dell’infallibilità di Sister Sage. Fino a questo
momento il personaggio era sempre apparso diversi passi avanti
rispetto a chiunque altro. Anche quando sembrava perdere, in realtà
stava manipolando eventi più grandi dietro le quinte.
Ma il piano costruito nella quinta
stagione comincia improvvisamente a crollare a causa di una serie
di variabili imprevedibili. La presenza di Soldier Boy, le scelte
emotive di Homelander, il sacrificio di Frenchie: ogni elemento
rompe la logica matematica con cui Sage interpreta il mondo. Ed è
qui che il personaggio entra davvero in crisi.
Susan Heyward descrive questa
situazione come un vero “glitch nella matrice”, ed è una
definizione perfetta. Sister Sage non sa più come interpretare la
realtà perché, per la prima volta, i suoi modelli previsionali
falliscono. Non riesce a comprendere perché qualcuno dovrebbe
sacrificarsi per amore o per proteggere qualcun altro. La sua
intelligenza estrema, paradossalmente, l’ha resa incapace di capire
gli impulsi emotivi più profondi dell’essere umano.
Questo dettaglio cambia
radicalmente il significato del personaggio. Fino a oggi Sage
sembrava superiore a tutti perché riusciva a leggere il
comportamento umano come un algoritmo prevedibile. Ma The
Boys suggerisce che la vera debolezza della sua genialità sia
proprio l’incapacità di comprendere ciò che non può essere
razionalizzato.
La morte di Frenchie diventa quindi
centrale anche per lei. Quando vede un uomo scegliere
volontariamente di morire per salvare Kimiko, Sage non assiste
semplicemente a un sacrificio eroico: assiste a qualcosa che mette
in discussione l’intera struttura mentale su cui ha costruito la
propria identità. È il motivo per cui il personaggio appare
improvvisamente più vulnerabile e disorientato nel finale
dell’episodio.
Come Frenchie e Kimiko
stanno cambiando la percezione dell’amore di Sister Sage
Uno degli elementi più sorprendenti
della quinta stagione è il modo in cui The Boys collega il
percorso di Sister Sage alla relazione tra Frenchie e Kimiko.
Apparentemente i personaggi sembrano appartenere a due registri
emotivi completamente differenti: da una parte la donna più
intelligente del pianeta, fredda e analitica; dall’altra due figure
profondamente traumatizzate ma ancora capaci di amarsi.
Eppure è proprio questo contrasto a
diventare fondamentale. Frenchie tratta Sage in modo diverso
rispetto agli altri personaggi. Non la vede soltanto come una mente
straordinaria o una risorsa strategica, ma come un essere umano.
Per una donna abituata a essere temuta, sfruttata o isolata a causa
della propria intelligenza, questa attenzione emotiva ha un impatto
enorme.
La serie suggerisce inoltre che
Sage abbia sempre avuto un rapporto disastrato con l’amore e con la
vulnerabilità. In Gen
V aveva già tentato di costruire una connessione emotiva
autentica senza riuscirci davvero. Per questo motivo assistere al
sacrificio di Frenchie la destabilizza così profondamente:
improvvisamente capisce che il tipo di amore che considerava quasi
irrealistico esiste davvero.
È importante però notare che questa
scoperta non la trasforma automaticamente in una persona “buona”.
The Boys evita volutamente quella semplificazione. Sage
non diventa morale soltanto perché comprende il significato del
sacrificio. Piuttosto, inizia a mettere in discussione il proprio
cinismo assoluto. È una differenza sottile ma decisiva.
In questo senso, il personaggio
rappresenta perfettamente uno dei temi centrali della stagione
finale: l’intelligenza e il potere non bastano a dare significato
all’esistenza. Per quanto Sage sia superiore a chiunque altro dal
punto di vista intellettuale, resta emotivamente incompleta. Ed è
proprio questa incompletezza che il sacrificio di Frenchie porta
improvvisamente alla luce.
Cosa potrebbe succedere a Sister
Sage nel finale di The Boys e perché il suo destino è il più
imprevedibile della serie
Le dichiarazioni di Susan Heyward
sul finale suggeriscono che il percorso di Sage avrà un ruolo molto
più importante di quanto sembri. L’attrice ha infatti parlato
apertamente di una “positive momentum” del personaggio e della
necessità di costruire un finale coerente con tutto ciò che la
serie ha raccontato finora.
Questo dettaglio è cruciale perché
indica che Sister Sage potrebbe trovarsi davanti a una scelta
definitiva. Dopo aver passato anni a osservare il mondo con
distacco quasi sociopatico, il personaggio sta finalmente entrando
in contatto con emozioni che non riesce a controllare
completamente. E per qualcuno che ha sempre basato la propria
identità sul controllo assoluto, questa è probabilmente la
situazione più pericolosa possibile.
Il finale di The Boys
potrebbe quindi portarla verso direzioni molto diverse. Potrebbe
scegliere di aiutare davvero The Boys contro Homelander, non per
altruismo ma perché ha finalmente compreso quanto il progetto del
leader dei Seven sia incompatibile con qualsiasi forma di umanità
residua. Oppure potrebbe reagire alla propria crisi identitaria
tornando ancora più fredda e manipolatrice di prima.
Ed è proprio questa ambiguità a
rendere Sister Sage uno dei migliori personaggi introdotti nelle
ultime stagioni della serie. The Boys non la sta
trasformando in un’eroina tradizionale: la sta usando per
interrogarsi su cosa succede quando una persona convinta di poter
prevedere tutto scopre improvvisamente che gli esseri umani non
possono essere ridotti soltanto a formule, statistiche e
probabilità.
Asghar Farhadi ha
trasformato la conferenza stampa del suo nuovo film a Cannes Film
Festival in uno dei momenti più politici ed emotivi della
manifestazione. Il regista iraniano, due volte premio Oscar, ha
parlato apertamente del dolore provocato dagli eventi recenti in
Iran, dichiarando di sentirsi ancora profondamente scosso dalle
morti di civili, bambini e manifestanti nel contesto della guerra e
delle repressioni interne al Paese. Farhadi era stato interrogato
sulla libertà creativa trovata in Francia durante la realizzazione
del suo nuovo film Parallel
Tales (qui
le nostre foto dal red carpet della premiere), ma ha
scelto di spostare immediatamente il discorso sulla tragedia umana
che sta vivendo il suo Paese.
Durante l’incontro con la stampa,
il regista di Una Separazione e Il
cliente ha dichiarato che “qualsiasi omicidio è un
crimine”, sottolineando come sia impossibile separare il dolore per
i manifestanti uccisi da quello per le vittime civili dei
bombardamenti. Le sue parole arrivano mentre presenta Parallel
Tales, film ispirato liberamente al Decalogo di
Krzysztof Kieslowski, con Isabelle Huppert
protagonista nei panni di una scrittrice che osserva la vita dei
vicini attraverso un telescopio. Farhadi ha inoltre raccontato di
aver ricevuto poco prima della première la notizia della morte di
Krzysztof Piesiewicz, storico collaboratore di Kieslowski che lo
aveva convinto ad adattare uno degli episodi del
Decalogo.
Le dichiarazioni del regista
assumono un peso ancora maggiore perché arrivano da uno degli
autori iraniani più importanti e riconosciuti a livello
internazionale. Da anni Farhadi costruisce il proprio cinema
attorno a conflitti morali, verità frammentate e tensioni sociali
che riflettono indirettamente la realtà iraniana. Ma questa volta
il regista sembra aver superato il linguaggio metaforico che ha
spesso caratterizzato le sue opere, scegliendo una presa di
posizione molto più diretta. Non è solo una dichiarazione politica:
è la conferma che il cinema iraniano contemporaneo continua a
essere inevitabilmente legato alla crisi del proprio Paese.
Parallel Tales continua il cinema
morale di Farhadi tra voyeurismo e tragedia collettiva
Il nuovo film presentato a Cannes
sembra inserirsi perfettamente nella poetica sviluppata da Farhadi
negli ultimi quindici anni. Come in Un
Eroe o About Elly, anche
Parallel Tales parte da un gesto apparentemente semplice —
osservare la vita altrui — per trasformarlo in un’indagine sulla
responsabilità morale e sull’impossibilità di restare neutrali
davanti al dolore degli altri.
L’ispirazione al Decalogo
di Kieslowski non appare casuale. La serie originale rifletteva sui
dilemmi etici della società polacca post-comunista, mentre Farhadi
sembra utilizzare lo stesso impianto per raccontare un’Europa
attraversata da nuove inquietudini sociali e da una crescente
distanza emotiva. Il personaggio interpretato da Isabelle Huppert
potrebbe diventare così il simbolo dello spettatore contemporaneo:
qualcuno che osserva tragedie, guerre e violenze da lontano senza
riuscire davvero a intervenire.
Anche per questo le parole
pronunciate a Cannes finiscono per dialogare direttamente con il
film stesso. Farhadi non parla soltanto dell’Iran, ma della
difficoltà globale di mantenere empatia in un mondo dominato da
conflitti permanenti. E Parallel Tales potrebbe diventare
uno dei film più politici della sua carriera proprio perché sceglie
di raccontare il trauma attraverso l’intimità e l’osservazione
quotidiana.
Il film live-action di
Call of Duty continua a prendere forma e ora una
delle star più recenti del franchise ha aperto ufficialmente al
proprio ritorno. Y’lan Noel, interprete di Troy Marshall nei
videogiochi Call of Duty: Black Ops 6 e
Black Ops 7, ha dichiarato che sarebbe
“divertente” partecipare all’adattamento cinematografico scritto e
prodotto da Taylor Sheridan insieme al regista
Peter Berg. Il progetto, sviluppato da Paramount
Pictures dopo aver acquisito i diritti da Activision, è previsto
per il 30 giugno 2028.
Parlando con ScreenRant durante la promozione
del thriller Nemesis, Noel ha ricordato il forte legame
creato con il franchise, sottolineando anche come il personaggio di
Troy Marshall sia ormai centrale nella timeline moderna di
Black Ops. Nei giochi, Marshall è un agente CIA coinvolto
nelle operazioni contro il gruppo paramilitare Pantheon e, dopo gli
eventi del sesto capitolo, torna in Black Ops 7 come
leader della squadra Specter One nel 2035. Al momento non è ancora
chiaro se il film adatterà direttamente uno dei videogiochi o se
racconterà una storia completamente originale ambientata
nell’universo di Call of Duty.
La presenza di Taylor Sheridan
potrebbe però cambiare profondamente l’identità cinematografica del
franchise. A differenza di molti adattamenti videoludici recenti,
spesso concentrati sul fan service o sulla fedeltà estetica,
Sheridan è noto per raccontare conflitti morali, dinamiche militari
e tensioni politiche in modo molto realistico. Questo lascia
immaginare un Call of Duty più vicino a film come
Sicario o Lone Survivor che a un semplice action
spettacolare. In quest’ottica, Troy Marshall sarebbe un
protagonista ideale: un personaggio già costruito all’interno di
una rete di operazioni clandestine, tra traumi bellici e ambiguità
governative.
Troy Marshall potrebbe diventare
il volto della saga cinematografica di Call of Duty
Uno degli elementi più interessanti
dell’universo Black Ops è il grande vuoto temporale tra
gli anni ’90 di Black Ops 6 e il futuro tecnologico di
Black Ops 7. Questo spazio narrativo offre al film enormi
possibilità di espansione senza dover necessariamente adattare
scena per scena i videogiochi. Sheridan e Berg potrebbero usare
Marshall come ponte tra diverse epoche della saga, raccontando la
nascita di Specter One o le missioni segrete che hanno trasformato
il personaggio in un colonnello veterano.
Negli ultimi anni adattamenti come
Fallout e The Last of Us hanno dimostrato
che il pubblico accetta anche reinterpretazioni molto libere del
materiale originale, purché mantengano il tono e i temi centrali
dei giochi. Call of Duty potrebbe quindi seguire una
strada simile: non una copia diretta delle campagne più famose, ma
un universo militare condiviso costruito attorno a figure iconiche
come Marshall. E proprio per questo le dichiarazioni di Y’lan Noel
sembrano più di una semplice apertura: potrebbero essere il primo
indizio sul protagonista della futura saga cinematografica.
Il ritorno di Peter Parker
nell’Universo Cinematografico Marvel è svelato in un nuovo teaser
per
Spider-Man: Brand New Day, il suo film della Fase
6.
Brand New Day sarà il primo film dell’MCU del
2026 e, con l’avvicinarsi dell’uscita, Sony Pictures ha condiviso
un nuovo teaser per il film estivo, rivelando ulteriori elementi
d’azione. Guardatelo qui sotto:
In Brand New
Day, la storia è incentrata su Peter che vive in un
mondo in cui nessuno sa più chi sia, dopo gli eventi di No Way Home. Tuttavia, mentre l’Uomo Ragno
continua a proteggere New York, l’eroe di Holland inizia a cambiare
e i suoi poteri iniziano a mutare, in un processo che sembra essere
una mutazione.
Il nuovo capitolo dell’MCU vedrà
anche il ritorno di diversi eroi familiari, tra cui Jon Bernthal e Mark Ruffalo nei panni rispettivamente di
Punisher e Hulk. Spider-Man: Brand New
Day segnerà il ritorno di Frank Castle in un film
dei Marvel Studios dopo il suo ingresso nel franchise con la serie
Daredevil di Netflix.
Una delle più importanti novità nel
cast di Spider-Man: Brand New Day è
Sadie Sink, che secondo le indiscrezioni
interpreterà Jean Grey, l’eroina degli X-Men. Sebbene il suo volto non sia apparso nel primo
trailer, un misterioso personaggio incappucciato è comparso nelle
prime immagini, e molti ipotizzano che si tratti dell’attrice di
Stranger Things.
L’Uomo Ragno avrà il suo bel da
fare, dato che diversi villain faranno la loro comparsa in
Brand New Day. Oltre al ritorno di Scorpion da
Spider-Man: Homecoming, Peter dovrà vedersela
anche con la Mano e con il debutto di Tombstone, interpretato da
Marvin Jones III.
Spider-Man: Brand New
Day è uno degli ultimi film in uscita della Fase 6
dell’MCU, dato che i Marvel Studios hanno ancora in programma
Avengers:
Doomsday e
Avengers: Secret Wars. Non è ancora stato
rivelato se Holland tornerà a interpretare il ruolo in uno di
questi due film. Arriverà nelle sale il 29 luglio.
John
Wick si rinnova con l’arrivo del suo primo nuovo
personaggio per il franchise. Dopo John Wick: Chapter
4 (2023), il franchise prosegue con diversi altri
film, tra cui il già uscito Ballerina
(2025), un altro spin-off intitolato Caine, un prequel
animato ancora senza titolo e John Wick: Chapter
5, che riporterà in scena il personaggio interpretato
da Keanu Reeves, nonostante la sua apparente morte.
Ora, uno di questi film ha scelto il suo primo nuovo personaggio
per il franchise.
Secondo Deadline, per il film spin-off
di John Wick, Caine, è stato ingaggiato Dacre
Montgomery, star di Stranger
Things, in un ruolo non ancora specificato, che
affiancherà Donnie Yen nel ruolo del killer cieco
e Rina Sawayama in quello di Akira. Dato che
entrambi riprendono ruoli da John Wick: Chapter
4, Dacre Montgomery rappresenta il primo nuovo
personaggio per il franchise di Caine.
John Wick: Chapter
4 introduce Donnie Yen nei panni di
Caine, un assassino cieco dell’Alta Tavola costretto a
uccidere John Wick per proteggere sua figlia, e Rina Sawayama in
quelli di Akira, la figlia di Koji (Hiroyuki
Sanada), il direttore dell’Hotel Osaka Continental, che
Caine uccide a malincuore, ma lascia in vita Akira.
Nel finale del film, Caine viene
liberato dall’Alta Tavola, ma nella scena post-credits torna a
Parigi per ricongiungersi con la figlia e si scontra con una
vendicativa Akira armata di coltello, preannunciando gli eventi del
film spin-off.
Sebbene il personaggio di
Dacre Montgomery e i dettagli della trama dello
spin-off rimangano ancora segreti, si prevede che il nuovo film
proseguirà la storia di Caine dopo gli
eventi di John Wick: Chapter 4, con
l’assassino cieco ora libero dai suoi obblighi verso l’Alta
Tavola.
Oltre a interpretare il ruolo
dell’assassino cieco, lo spin-off di John Wick dedicato a Caine è
diretto da Donnie Yen, leggenda delle arti marziali nota per film
come Ip Man, Flashpoint e Hero. La sceneggiatura è firmata da
Mattson Tomlin, che ha anche co-scritto l’imminente
The
Batman Part II e l’adattamento cinematografico
live-action del fumetto BRZRKR, creato da Keanu Reeves.
Lo spin-off su Caine è prodotto e
diretto creativamente dal team dietro il franchise miliardario di
John Wick, tra cui Basil Iwanyk ed Erica Lee di Thunder Road, e
Chad Stahelski di 87Eleven Entertainment. Keanu Reeves è anche
produttore, mentre Donnie Yen è produttore esecutivo.
Dacre Montgomery è noto soprattutto
per aver interpretato Billy Hargrove in Stranger Things (2017-2022), il fratellastro
maggiore e violento di Max. Ha fatto il suo debutto cinematografico
nella commedia d’avventura “A Few Less Men” (2017) e, nello stesso
anno, ha interpretato Jason Scott/Red Ranger nel film dei Power
Rangers.
Da allora ha recitato nel film
horror natalizio “Better Watch Out” (2017), nella commedia
romantica “The Broken Hearts Gallery” (2020), in “Elvis” di Baz
Luhrmann (2022), “Went Up the Hill” (2024), in “Dead Man’s Wire” di
Gus Van Sant (2025) e nel remake del film horror del 1978 “Faces of
Death” (2026). Quest’anno è previsto il suo debutto alla regia con
“The Engagement Party”, in cui recita anche come protagonista.
Uscirà al cinema il 22
ottobre 2026 distribuito da Notorious Pictures
WILDWOOD – I segreti del bosco proibito, il nuovo
film d’animazione in stop-motion, firmato LAIKA,
lo studio i cui lungometraggi animati usciti ad oggi sono stati
tutti candidati all’Oscar® per il Miglior
Film d’Animazione.
Basato sull’omonimo romanzo di
Colin Meloy, illustrato da Carson
Ellis, WILDWOOD – I segreti del bosco
proibito racconta la storia di Prue McKeel,
un’adolescente intraprendente che, dopo che il suo fratellino viene
rapito da uno stormo di corvi, si lancia in una disperata missione
di salvataggio nell’Landa Impenetrabile, una foresta incantata
nascosta appena oltre Portland, in Oregon.
Insieme al compagno di scuola
Curtis Mehlberg, tanto maldestro quanto leale, Prue attraversa un
mondo abitato da animali parlanti, banditi e figure potenti mosse
da dolore e ambizione.
Quando i due ragazzi si ritrovano
coinvolti in un conflitto che minaccia l’equilibrio stesso della
foresta, Prue dovrà scoprire una forza e una fiducia in sé che non
pensava di possedere. Per salvare suo fratello e proteggere il
fragile futuro di Wildwood, dovrà rischiare ogni cosa.
Dallo studio
LAIKA, candidato agli Oscar® e
vincitore del BAFTA, WILDWOOD – I
segreti del bosco proibito è una grande avventura
epica sul potere dell’amore, del sacrificio e sulla magia che si
rivela quando troviamo il coraggio di guardare oltre ciò che
conosciamo.
Giunto al suo dodicesimo anno di
attività, ARF! Festival del Fumetto di Roma cambia
forma e diventa un festival diffuso nel tempo e negli spazi. Tre
weekend, tre quartieri – Parione, Testaccio e
Garbatella – per un’edizione che amplia il proprio raggio
d’azione senza perdere la sua vocazione originaria: promuovere e
valorizzare il fumetto come linguaggio contemporaneo attraverso
mostre, incontri, attività per il pubblico, editoria indipendente e
formazione tutto a ingresso gratuito.
Grande protagonista di
questa edizione sarà Caparezza, artista che da sempre
attraversa linguaggi e immaginari, al centro del weekend di
Testaccio con la mostra Orbit Orbit,
realizzata in collaborazione con COMICON e
Sergio Bonelli Editore, un grande TALK SHOW serale
in quattro atti sul palco di Testaccio Estate e un
nuovo incontro al Villaggio Globale. Una presenza
che conferma la natura trasversale di ARF!, capace di mettere in
relazione fumetto, musica, arti visive e cultura popolare
contemporanea.
Il festival prende ufficialmente il
via oggi, giovedì 14 maggio alle ore 17.30, alla
Sala Dalí dell’Instituto Cervantes di Roma, a
piazza Navona, con l’apertura della mostra Mafalda & La
Pimpa alla presenza di Altan.
Due protagoniste tra le più
riconoscibili del fumetto internazionale arrivano per la prima
volta insieme in mostra: da un lato la bambina creata da
Quino, con il suo sguardo critico, lucido e mai
accomodante sul mondo adulto; dall’altro la cagnolina a pois rossi
nata dalla mano di Altan, capace di trasformare la
scoperta in relazione, gioco e meraviglia. Il filo che attraversa
l’esposizione è quello del “parlare alle bambine e ai bambini per
parlare agli adulti”: un confronto tra due poetiche diverse e
complementari, tra l’inquietudine critica di
Mafalda e la fiducia affettiva della
Pimpa, che conferma la capacità del fumetto di
mettere in dialogo generazioni, immaginari e sensibilità. La mostra
a ingresso gratuito, realizzata in collaborazione con
Franco Cosimo Panini, Quipos
S.r.l. e Caminito S.a.s. agenzia
letteraria, resterà aperta fino a sabato 11
luglio.
Dal 22 al 24
maggio ARF! prosegue a Testaccio alla
Città dell’Altra
Economia del Campo Boario con
un programma che intreccia mostre, incontri, attività per
l’infanzia e appuntamenti serali. Per tutto il weekend torna
ARF! Kids, con laboratori creativi non-stop,
letture di qualità, disegni, librerie specializzate per l’infanzia,
ARF! Bookshop (in collaborazione con Giufà
Libreria Caffé) e un workshopintensivo di Manga di due giorni in collaborazione
con KOKORO. Il Campo Boario
sarà anche il luogo della presenza di Caparezza,
protagonista della mostra Orbit Orbit e,
venerdì 22, di un TALK SHOW
serale in quattro atti sul palco di Testaccio
Estate. Un appuntamento pensato come attraversamento dei
diversi territori creativi che da sempre abitano il lavoro
dell’artista. Sabato 23, un altro appuntamento, tra i più attesi
del weekend di Testaccio, l’incontro dedicato a La fine
del mondo, la rivista mensile a fumetti che esce in
edicola allegata a Il Manifesto: presentazione,
talk e firmacopie con Maicol & Mirco,
Zuzu, Vitt Moretta e la
Vicedirettrice del Manifesto Micaela
Bongi. Nella stessa giornata sono previsti tre
nuovi incontri con Caparezza: ben due visite guidate
alla mostra Orbit Orbit, un firmacopie
insieme al disegnatore Riccardo Torti e un nuovo
talk al Villaggio Globale.
Domenica
24 il programma prosegue con le attività di
ARF! Kids, i
laboratori creativi e il workshop manga. Per tutta la giornata
restano inoltre visitabili la mostra Orbit Orbit, l’ARF! Bookshop e
Ottimomassimo con una selezione di libri e
attività dedicate alle bambine e ai bambini.
Il terzo weekend, 29, 30 e
31 maggio, ARF! arriva alla Garbatella,
tra Casetta Rossa, Villetta Social
Lab e Hub Culturale Moby Dick, portando
nel Municipio VIII la sua dimensione più indipendente,
laboratoriale e professionale. Alla Casetta Rossa
torna la SELF® di ARF!dedicata
alle autoproduzioni e all’editoria indipendente, con oltre 50 delle
più importanti realtà italiane del settore, talk pomeridiani e
serali e l’ARF! Bookshop.
Alla Villetta Social
Lab saranno protagoniste le artiste del Collettivo
Viscosa, con una mostra che espone opere di
Artessandra, Fiordip, Bezuss, Silvetrina, émma, Palù,
Toonie, Biene e Zanna. Accanto alle produzioni di Viscosa
saranno presenti anche collaborazioni con
TedxSapienza, Lucha y Siesta e
La Revue – L’informazione a fumetti, e il disegno
dal vivo a cura di Magville.
Alla biblioteca Moby
Dick torna invece JOB ARF!, il format
dedicato alla formazione e all’orientamento professionale, con i
colloqui tra autrici e autori esordienti e case editrici,
affiancati dalle masterclass delle principali scuole e accademie di
fumetto.
Con questa nuova struttura, ARF!
non cambia soltanto geografia: ridefinisce il proprio modo di
abitare la città, costruendo un festival articolato in più luoghi,
più tempi e più pubblici. Mostre, talk, editoria indipendente,
attività per bambine e bambini, formazione e incontri professionali
diventano parti di uno stesso percorso, pensato per attraversare
tre vivaci quartieri romani, mettendoli in relazione attraverso il
fumetto nelle sue molteplici forme.
Tutti gli appuntamenti sono a
ingresso gratuito,
con prenotazione dove prevista.
Il
Festival di Cannes 2026 continua
a regalare grandi momenti sulla Croisette e, nella serata di ieri,
il cast e il team creativo di Histoires Parallèles (Parallel Tales) hanno sfilato sul red carpet del Palais
des Festivals in occasione della proiezione ufficiale del film.
A
guidare il gruppo era il regista premio Oscar Asghar
Farhadi, accompagnato da un cast d’eccezione composto da
Isabelle Huppert, Catherine Deneuve, Vincent Cassel,
Virginie Efira, Pierre Niney, India Hair e Adam Bessa. Presente sul
tappeto rosso anche il produttore Alexandre
Mallet-Guy.
Asghar Farhadi torna a Cannes con
un cast internazionale di altissimo profilo
L’arrivo di Histoires
Parallèles rappresenta uno dei momenti più attesi di questa
79ª edizione del Festival di Cannes. Il nuovo film
di Asghar Farhadi segna infatti il ritorno del regista iraniano
sulla Croisette con un progetto internazionale che riunisce alcune
delle figure più importanti del cinema europeo contemporaneo.
Particolare attenzione è stata riservata alla presenza congiunta di
Isabelle Huppert e Catherine Deneuve, due icone assolute del cinema
francese, insieme a Vincent Cassel e Virginie Efira, protagonisti
sempre più centrali nel panorama cinematografico
internazionale.
Le immagini del red carpet stanno già circolando rapidamente
online, contribuendo ad aumentare la curiosità attorno al film e
alla sua accoglienza critica nelle prossime ore.
Histoires Parallèles tra i titoli
più attesi del Festival di Cannes 2026
Pur mantenendo ancora riservati molti dettagli sulla trama,
Histoires Parallèles è
già considerato uno dei film più importanti del concorso di Cannes
2026, anche grazie al prestigio autoriale di Farhadi, vincitore di
due premi Oscar e autore di opere come Una separazione e Il cliente.
Il regista è noto per il suo cinema costruito su tensioni morali,
conflitti interiori e relazioni umane estremamente complesse,
elementi che sembrano emergere anche da questo nuovo progetto.
La proiezione ufficiale di Histoires Parallèles si inserisce così tra gli
appuntamenti più seguiti dell’intero festival, confermando ancora
una volta Cannes come il centro assoluto del cinema
internazionale.
La
storica saga zombie creata da George A. Romero si prepara a chiudere
definitivamente il cerchio. Secondo quanto riportato da Deadline,
Kate
Beckinsale entrerà ufficialmente nel cast di
Twilight of the
Dead, capitolo conclusivo dell’universo iniziato con
Night of the Living
Dead nel 1968. L’attrice prende il posto di Milla
Jovovich, precedentemente coinvolta nel progetto,
mentre il casting per gli altri ruoli è ancora in corso.
Non si tratta di un semplice reboot o di uno spin-off qualunque:
Twilight of the
Dead nasce da
un trattamento scritto dallo stesso Romero prima della sua
morte nel 2017 ed è stato concepito come l’epilogo definitivo della
sua saga. Dopo aver rivoluzionato il cinema horror con film come
Zombi, Il
giorno degli zombie e La terra dei morti viventi, Romero aveva immaginato
questo nuovo capitolo come la fine del mondo zombie da lui creato
quasi sessant’anni fa.
Alla regia ci saranno i fratelli Doron Paz e Yoav Paz, già autori di
The Golem e
Plan A, mentre
le sequenze action saranno supervisionate dal veterano degli stunt
Ho Sung Pak,
noto per il lavoro su Bullet Train. Il film sarà ambientato
in “una Terra devastata dove gli ultimi frammenti dell’umanità
sono intrappolati tra fazioni in guerra e una minaccia non-morta in
continua evoluzione”. Una descrizione che suggerisce un
approccio più apocalittico e disperato rispetto ai primi capitoli
della saga.
L’operazione ha però anche un valore simbolico molto forte. In
un’epoca in cui il genere zombie è dominato da prodotti seriali e
universi espansi come The Last of Us o The Walking Dead, il ritorno della
saga di Romero ricorda da dove tutto è partito. E la presenza di
Kate Beckinsale, volto storico di
franchise action-horror come Underworld, indica chiaramente la volontà di unire
cinema di genere classico e sensibilità contemporanea.
Twilight of the
Dead vuole chiudere il cerchio iniziato nel
1968
L’universo creato da George A. Romero non ha mai raccontato soltanto
zombie. Fin dal primo Night of the Living Dead, il regista utilizzò
l’orrore per parlare di razzismo, militarismo, consumismo e
collasso sociale. Ogni capitolo della saga rifletteva le paure
della propria epoca: il centro commerciale di Zombie, la società militarizzata di
Il giorno degli
zombie , la divisione classista di La terra dei morti viventi.
Per questo motivo Twilight of the Dead potrebbe rappresentare
qualcosa di più di una semplice conclusione narrativa. L’idea di un
pianeta ormai quasi privo di esseri umani, dominato da fazioni in
guerra e da non-morti “evoluti”, sembra portare alle estreme
conseguenze il concetto stesso di collasso della civiltà. Romero
aveva progressivamente trasformato gli zombie da minaccia
incontrollabile a nuova forma di esistenza destinata a sostituire
l’umanità.
La scelta di Kate
Beckinsale potrebbe inoltre suggerire un personaggio
centrale più combattivo rispetto ai protagonisti classici della
saga. Nei film di Romero gli eroi erano spesso persone comuni
costrette a sopravvivere, mentre Beckinsale porta con sé
un’immagine molto più fisica e action. Questo potrebbe avvicinare
il film ai ritmi del thriller post-apocalittico contemporaneo senza
rinunciare al pessimismo tipico del regista.
Resta poi aperta una questione interessante: anche se il progetto
viene presentato come “l’ultimo capitolo”, i produttori hanno già
lasciato intendere che eventuali nuovi film potrebbero nascere in
caso di successo commerciale. Un paradosso perfettamente coerente
con la storia del genere zombie: i morti, nel cinema di Romero,
trovano sempre il modo di tornare.
Will Smith ha
trovato il suo prossimo grande progetto e il peso dell’operazione
dimostra quanto Amazon MGM
Studios creda ancora nel suo richiamo commerciale. La
piattaforma ha infatti acquisito i diritti globali di
Supermax, nuovo
action thriller diretto da David Gordon Green, per una cifra vicina ai 70
milioni di dollari. Il film arriverà direttamente su Prime Video senza passare dalle sale
cinematografiche, con le riprese previste ad agosto.
Al
centro della storia ci sarà Rex, personaggio interpretato da Smith,
coinvolto in un’indagine ambientata all’interno della prigione più
sicura del mondo. La trama segue due agenti dell’FBI chiamati a
fare luce su un omicidio misterioso avvenuto nel carcere. Dietro la
macchina da presa ci sarà dunque David Gordon Green, reduce dalla trilogia reboot di
Halloween composta
da Halloween
(2018), Halloween
Kills e Halloween
Ends. La sceneggiatura è firmata da
David Weil e
David J. Rosen,
mentre Smith parteciperà anche come produttore.
L’annuncio segna un momento importante nella nuova fase della
carriera di Will
Smith. Dopo anni complessi seguiti allo schiaffo a
Chris Rock
durante gli Oscar del 2022, l’attore sembra ormai pienamente
rientrato nel circuito delle grandi produzioni hollywoodiane. Il
successo commerciale di Bad Boys: Ride or Die aveva già
mostrato come il pubblico fosse disposto a riaccoglierlo, ma
Supermax
rappresenta qualcosa di diverso: un progetto originale, più cupo e
meno nostalgico, costruito per rilanciare Smith anche nel thriller
adulto contemporaneo.
Supermax
potrebbe trasformare l’immagine recente di Will Smith
La scelta di affidare il film a David Gordon Green non appare casuale. Negli ultimi
anni il regista ha dimostrato di saper lavorare con storie tese,
violente e claustrofobiche, elementi che sembrano perfetti per un
thriller ambientato in un carcere di massima sicurezza.
Per Will Smith,
invece, il progetto sembra un tentativo di allontanarsi
temporaneamente dai franchise più familiari al grande pubblico.
Negli ultimi anni l’attore si è mosso tra sequel ad alto budget
come quelli per Bad
Boys e apparizioni legate alla propria immagine pubblica,
inclusa la partecipazione finale a Bel-Air, reinterpretazione drammatica di
Willy il
principe di Bel-Air. Qui, però, il tono sembra molto più
duro e adulto.
Anche il contesto distributivo racconta qualcosa del momento
attuale dell’industria. Il fatto che Amazon MGM abbia scelto una distribuzione
esclusivamente streaming per un’operazione da 70 milioni dimostra
quanto le piattaforme stiano puntando su star riconoscibili per
costruire eventi globali senza passare dal box office tradizionale.
Smith resta uno dei pochi nomi capaci di garantire immediata
attenzione internazionale, soprattutto nel mercato action.
C’è poi una componente narrativa interessante: il film ruota
attorno a una prigione apparentemente impenetrabile e a un omicidio
interno, scenario che potrebbe trasformare Supermax in una miscela tra
thriller investigativo e survival carcerario. Se Green manterrà il
tono sporco e brutale visto nei suoi ultimi lavori horror, il
risultato potrebbe essere molto più vicino a un cinema di tensione
psicologica che al classico blockbuster action costruito intorno
alla star.
Per ora non esiste una data di uscita ufficiale né altri nomi nel
cast, ma l’investimento economico e creativo dietro
Supermax lascia
intuire che Amazon voglia trasformarlo in uno dei suoi titoli di
punta per il prossimo futuro.
Dopo il clamoroso successo de
La Casa di Carta, Netflix ha deciso di espandere l’universo
narrativo creato da Álex Pina con uno spin-off
dedicato a uno dei personaggi più amati dal pubblico:
Berlino. La serie prequel, intitolata
Berlino (leggi
qui la recensione), riporta al centro della scena
Andrés de Fonollosa, il carismatico ladro
interpretato da Pedro Alonso, mostrando una fase precedente
agli eventi della serie madre. Tra colpi spettacolari, romanticismo
e strategie elaborate, la produzione mantiene intatto il fascino
che aveva reso La Casa di Carta un fenomeno globale.
La prima stagione, uscita nel
dicembre 2023, segue Berlino e la sua squadra durante un’ambiziosa
rapina a Parigi, con l’obiettivo di sottrarre gioielli dal valore
di 44 milioni di euro. Ora, a oltre due anni di distanza, la serie
torna con una nuova stagione intitolata Berlino e la dama
con l’ermellino, disponibile su Netflix dal 15 maggio. I
nuovi episodi porteranno la banda a Siviglia per un altro colpo ad
altissimo rischio, questa volta legato al celebre dipinto di
Leonardo da Vinci. Prima di scoprire cosa accadrà
nella nuova avventura, però, vale la pena ripercorrere gli eventi
fondamentali della prima stagione.
La prima stagione di Berlino entra
subito nel vivo senza soffermarsi troppo sulle origini del
protagonista. Andrés de Fonollosa mette insieme una squadra
composta da specialisti molto diversi tra loro: Keila, brillante
hacker dal carattere introverso; Roi, fedele uomo di fiducia di
Berlino; Cameron, esperta di truffe e coperture; Bruce, amante
dell’adrenalina e dei motori; e Damian, mente accademica e stratega
del gruppo. L’obiettivo è tanto semplice quanto folle: rubare
gioielli per un valore di 44 milioni di euro da una prestigiosa
casa d’aste di Parigi.
Il piano viene organizzato nei
minimi dettagli e inizialmente tutto sembra funzionare alla
perfezione. La banda riesce infatti a introdursi nella struttura,
impossessarsi dei preziosi e manipolare la scena del crimine per
depistare le autorità francesi. Berlino dimostra ancora una volta
il suo talento nel controllare ogni variabile dell’operazione,
orchestrando il colpo con eleganza e sangue freddo. Fin dalle prime
puntate emerge chiaramente come il personaggio continui a essere
guidato dal desiderio di vivere esperienze estreme, più che dal
semplice denaro.
Il depistaggio e la fuga della
banda
Dopo il furto, il gruppo mette in
atto un sofisticato piano di fuga per evitare di attirare
l’attenzione della polizia. La banda incastra François Polignac,
facendo ricadere su di lui i sospetti del colpo grazie a prove
accuratamente piazzate nella sua abitazione. L’uomo viene così
arrestato mentre Berlino e i suoi compagni lasciano lentamente
Parigi sotto diverse identità e travestimenti. Ogni membro della
squadra segue una strada diversa per non compromettere gli
altri.
Bruce e Keila fingono di essere due
semplici backpacker in viaggio, mentre Roi, Cameron e Damian si
spostano travestiti da famiglia a bordo di un camper. Berlino,
invece, prende una decisione molto più rischiosa: restare a Parigi.
Andrés si avvicina infatti a Camille, la moglie di François,
cercando di conquistarne la fiducia e offrendosi persino di
aiutarla legalmente dopo l’arresto del marito. Ancora una volta, il
protagonista dimostra quanto la componente emotiva e sentimentale
influenzi sempre le sue scelte, anche quando questo potrebbe
compromettere l’intera operazione.
Gli errori che mettono tutto a
rischio
Nonostante l’apparente perfezione
del piano, alcuni piccoli errori iniziano presto a mettere in
difficoltà la banda. Un dettaglio apparentemente insignificante —
una collana dimenticata dentro un’auto rubata — permette alla
detective Lavelle di avvicinarsi a Roi e Cameron. La polizia
francese riesce così a individuare alcune tracce concrete del
gruppo, costringendo i due a una fuga sempre più disperata tra
inseguimenti e cambi di rifugio.
Quando le autorità scoprono il
campeggio dove si stanno nascondendo, Roi e Cameron devono
improvvisare una rocambolesca evasione. I due attraversano tunnel
sotterranei e fognature pur di seminare gli agenti, riuscendo
infine a nascondersi a bordo di un camion carico di frutta. Queste
sequenze mostrano il lato più caotico e vulnerabile della banda,
evidenziando come anche il piano più studiato possa crollare a
causa di un singolo imprevisto. La tensione cresce episodio dopo
episodio, trasformando la fuga in una corsa contro il tempo.
Cortesia di Netflix
La crisi di Keila e l’intervento
della polizia
Parallelamente, anche Bruce e Keila
si ritrovano coinvolti in una situazione drammatica. Durante la
fuga, Keila viene infatti morsa da un serpente e necessita
urgentemente di cure mediche. Bruce decide allora di rischiare
tutto pur di salvarla, portandola in ospedale nonostante l’intera
polizia francese sia ormai sulle tracce della banda. La situazione
degenera rapidamente e Bruce arriva persino a prendere in ostaggio
alcuni agenti pur di garantire a Keila le cure necessarie.
Dopo la guarigione della ragazza, i
due riescono a mettere in atto un’altra fuga spettacolare. Bruce
provoca infatti l’affondamento di un’auto della polizia e riesce
poi a scappare insieme a Keila via mare. Nel frattempo, le autorità
francesi comprendono di avere a che fare con criminali estremamente
organizzati e chiedono aiuto a due figure ben note ai fan de La
Casa di Carta: Alicia Sierra e Raquel Murillo. Il collegamento
diretto con la serie madre rafforza ulteriormente il legame tra le
due produzioni e amplia il mondo narrativo del franchise.
Il finale della stagione e il
cliffhanger
Nel finale della prima stagione,
Berlino e Damian riescono finalmente a lasciare Parigi travestiti
da personale alberghiero. Dopo giorni di fughe e tensioni, il
gruppo si riunisce in Spagna, apparentemente salvo e pronto a
godersi il bottino conquistato. La rapina da 44 milioni di euro
sembra dunque conclusa con successo, confermando ancora una volta
l’abilità di Berlino nel manipolare persone e situazioni anche nei
momenti più critici.
L’ultima parte della stagione,
però, introduce un importante colpo di scena destinato ad avere
conseguenze dirette nei nuovi episodi. Camille scopre infatti la
vera identità di Berlino, ma invece di denunciarlo decide di
rintracciarlo mesi dopo in Argentina. La donna pretende una parte
del denaro rubato e Andrés accetta di consegnarle immediatamente 3
milioni di euro. Questo finale aperto lascia intuire che il
protagonista sia pronto a tornare in azione con un nuovo colpo,
anticipando così gli eventi di Berlino e la dama con
l’ermellino. Nella seconda stagione la banda si sposterà
infatti a Siviglia per tentare il furto del celebre dipinto di
Leonardo da Vinci, mentre tra le novità più attese ci sarà anche il
cameo di Álvaro Morte nei panni del Professore.
La
serie Netflix Due forze opposte costruisce la
propria tensione attorno a una struttura classica del crime
contemporaneo: il poliziotto ossessionato dalla cattura di un
criminale che, episodio dopo episodio, finisce per assomigliargli
sempre di più. Dietro inseguimenti, sparatorie e tradimenti, la
serie sviluppata da Courtney A. Kemp e Tani Marole usa il linguaggio del
thriller urbano per raccontare qualcosa di molto più cupo: il
modo in cui la vendetta altera la percezione morale delle persone
fino a cancellare il confine tra giustizia e distruzione personale.
È questo il cuore del finale di Due forze opposte, un epilogo che evita la chiusura
rassicurante e preferisce lasciare i protagonisti sospesi dentro le
conseguenze delle loro scelte.
Nel corso degli otto episodi, il detective Isaiah Stiles e il
criminale Coltrane Wilder vengono presentati come uomini agli
antipodi, ma la serie suggerisce continuamente che la loro rivalità
nasce da una somiglianza profonda. Entrambi vivono di controllo,
pianificazione e ossessione. Entrambi sacrificano gli affetti in
nome di una missione personale che finisce per divorare tutto il
resto. Quando il finale costringe Isaiah a scegliere tra catturare
Coltrane o salvare suo figlio Noah,
la serie smette definitivamente di essere un semplice poliziesco e
diventa il racconto di un uomo costretto a capire che la vendetta
gli ha quasi fatto perdere la propria umanità.
Come Due forze
opposte trasforma il classico scontro poliziotto-criminale in una
storia di ossessione e autodistruzione
Fin dalle prime puntate, Due forze opposte lavora su un meccanismo molto
preciso: mostrare Isaiah e Coltrane come due versioni speculari
dello stesso individuo. Isaiah è un detective dell’LAPD convinto di
agire per giustizia, ma la morte del collega Manny trasforma
rapidamente la sua indagine in una crociata personale. La serie
insiste continuamente su questo slittamento morale. Isaiah ignora
le regole, manipola le prove, mette sotto pressione la famiglia e
arriva perfino a utilizzare il cartello Alvarez pur di eliminare il
suo nemico. È una deriva che ricorda molti neo-noir urbani
contemporanei, dove il protagonista perde progressivamente la
capacità di distinguere il bene dal male mentre continua a
ripetersi di essere dalla parte giusta.
Coltrane, al contrario, viene introdotto come un criminale
estremamente controllato, quasi metodico, distante dall’immagine
del gangster impulsivo tipico del crime televisivo. Vuole uscire
dal sistema criminale, costruire una vita con Ebony e lasciarsi
alle spalle il caos delle rapine. Però ogni tentativo di
abbandonare quel mondo lo trascina ancora più a fondo dentro la
violenza. La perdita del bambino che Ebony portava in grembo
diventa il punto di rottura emotivo che lo convince a compiere “un
ultimo colpo”, seguendo una logica autodistruttiva tipica dei
personaggi tragici del noir moderno. La serie rende chiaro che
Coltrane non è dipendente dal denaro, ma dall’adrenalina e dal
controllo che quella vita gli garantisce.
Questa dinamica rende il finale inevitabile. Isaiah e Coltrane
smettono gradualmente di essere avversari e diventano due uomini
incapaci di liberarsi dalla propria ossessione. La differenza è che
Isaiah continua a raccontarsi di stare combattendo per qualcosa di
moralmente giusto, mentre Coltrane accetta apertamente la propria
natura. È questo squilibrio a rendere il detective il personaggio
più tragico dei due.
Matthew Law e Y’lan Noel in Due forze opposte. Foto cortesia di
Netflix
Perché Isaiah
lascia fuggire Coltrane nel finale e cosa significa davvero quella
decisione
L’ultima parte della serie costruisce un’escalation quasi
inevitabile. Dopo la morte di Amos, il padre di Isaiah, e dopo che
Noah assiste all’omicidio del nonno, la situazione smette di essere
controllabile. Isaiah è ormai disposto a tutto pur di distruggere
Coltrane. La scelta di affidarsi al cartello Alvarez rappresenta il
punto definitivo di compromissione morale: il detective che avrebbe
dovuto fermare il crimine decide di utilizzare criminali ancora
peggiori per raggiungere il proprio obiettivo. In quel momento la
serie mostra chiaramente che Isaiah è già diventato ciò che
odiava.
Il finale ribalta però improvvisamente questa traiettoria. Durante
lo scontro conclusivo, Noah viene colpito da un proiettile sparato
dagli uomini del cartello. Isaiah si trova davanti alla decisione
che la serie ha preparato fin dall’inizio: inseguire Coltrane
oppure salvare suo figlio. Per la prima volta, sceglie la famiglia.
È un gesto apparentemente semplice, ma narrativamente enorme,
perché interrompe il ciclo ossessivo che aveva guidato tutte le sue
azioni.
Coltrane riesce quindi a scappare non grazie alla propria
superiorità criminale, ma perché Isaiah decide finalmente di
smettere di vivere esclusivamente per la vendetta. La scelta del
detective non è una redenzione completa. I danni sono ormai
profondi: il suo matrimonio con Candace sembra distrutto, Noah è
traumatizzato e il cartello ora lo considera un nemico. Però quel
momento rappresenta comunque il primo vero atto umano compiuto da
Isaiah nel corso della serie.
Anche Coltrane vive una trasformazione simile. Durante l’assalto
finale salva Candace invece di usarla come ostaggio o merce di
scambio. È un gesto che rompe temporaneamente la logica della
guerra personale tra lui e Isaiah. Entrambi comprendono troppo
tardi che la loro ossessione ha devastato le persone che dicevano
di voler proteggere.
Y’lan Noel in Due forze opposte. Foto cortesia di
Netflix
Il rapporto tra
famiglia, perdita e vendetta è il vero centro emotivo di Due forze
opposte
Sotto la superficie del thriller criminale, Due forze opposte parla soprattutto
della fragilità dei legami familiari. Tutte le relazioni della
serie vengono corrose dall’incapacità dei personaggi di fermarsi
prima che la vendetta prenda il controllo della loro vita. Isaiah
perde progressivamente Candace perché non riesce più a distinguere
il proprio ruolo di detective da quello di uomo ferito. Ogni scelta
che compie allontana ulteriormente la famiglia, fino al punto in
cui Noah decide di armarsi e cercare personalmente Coltrane.
Anche Coltrane vive una dinamica simile. Ebony rappresenta
continuamente la possibilità di una vita diversa, più stabile, meno
violenta. Tuttavia Coltrane continua a rimandare il cambiamento,
convinto che basti “un ultimo colpo” per sistemare tutto. La serie
mostra quanto questa illusione sia tossica. Ogni nuova rapina
aumenta soltanto il livello di caos e trascina altri personaggi
nella tragedia.
La connessione tra Candace ed Ebony è centrale proprio perché
introduce una dimensione quasi ironica alla storia. Le due donne
sviluppano un’amicizia sincera senza sapere che i loro mariti
stanno distruggendosi a vicenda. In questo modo la serie suggerisce
che il conflitto tra Isaiah e Coltrane è in larga parte costruito
da ego, orgoglio e incapacità maschile di interrompere la spirale
della violenza.
L’ossessione diventa dunque ereditaria. Noah rischia di
trasformarsi nella copia del padre, pronto a sacrificare tutto pur
di vendicare il nonno. Isaiah lo capisce soltanto all’ultimo
momento. Salvare Noah significa impedire che il ciclo continui
nella generazione successiva.
Il finale
aperto della serie prepara una seconda stagione ma soprattutto
lascia i protagonisti senza una vera vittoria
Il finale di Due forze
opposte mantiene volutamente molte linee narrative
irrisolte. Coltrane riesce a fuggire con Ebony, ma il suo impero
criminale è praticamente crollato. Isaiah salva Noah, però perde
definitivamente la propria credibilità professionale e
probabilmente il matrimonio con Candace. Nessuno dei due
protagonisti ottiene davvero ciò che voleva.
Questa scelta è fondamentale perché la serie evita il tradizionale
schema vittoria-sconfitta del crime televisivo. Isaiah non cattura
il criminale. Coltrane non riesce a costruire la vita tranquilla
che desiderava. Entrambi sopravvivono, ma emotivamente escono
distrutti. È qui che il titolo stesso della serie assume un
significato più profondo: le “due forze opposte” non sono soltanto
legge e crimine, ma famiglia e ossessione, amore e vendetta,
controllo e autodistruzione.
La possibilità di una seconda stagione nasce proprio da questo
equilibrio irrisolto. Isaiah ha ormai superato diversi limiti
morali e deve convivere con le conseguenze delle proprie azioni.
Coltrane, invece, resta un fuggitivo, ma la fuga non appare come
una vittoria liberatoria. La serie suggerisce che nessuno dei due
possa davvero sfuggire alla propria natura.
Candace, Noah and Isaiah in Due forze opposte. Foto cortesia di
Netflix
Cosa significa
davvero il finale di Due forze opposte per Isaiah e
Coltrane
Il finale di Due forze
opposte afferma che la vendetta è un meccanismo destinato
a consumare chiunque la insegua troppo a lungo. Isaiah e Coltrane
passano l’intera stagione convinti che eliminare il proprio nemico
possa restituire ordine alle loro vite. Alla fine scoprono che il
conflitto ha già distrutto tutto ciò che contava davvero.
La scelta finale di Isaiah rappresenta allora una forma minima di
consapevolezza. Salvare Noah significa riconoscere che la famiglia
vale più dell’ossessione. Coltrane compie un percorso simile quando
sceglie di salvare Candace e tornare da Ebony invece di continuare
la guerra personale contro il detective. Nessuno dei due diventa
improvvisamente un uomo migliore, ma entrambi comprendono
finalmente il prezzo reale delle proprie azioni.
È per questo che la serie chiude lasciando una sensazione ambigua.
Non esiste una vera redenzione, perché le ferite restano aperte.
Isaiah ha perso sé stesso inseguendo Coltrane. Coltrane ha
distrutto la possibilità di una vita normale continuando a credere
di poter controllare il caos. Però, nell’ultimo momento, entrambi
interrompono almeno temporaneamente il ciclo della vendetta. È un
finale che parla di sopravvivenza più che di vittoria, e che
trasforma il classico thriller poliziesco in una riflessione molto
più amara sull’incapacità degli esseri umani di separare la
giustizia dall’ossessione.
Il
cast di The
Batman – Parte II continua a crescere e le nuove
aggiunte confermano le ambizioni enormi del sequel diretto da
Matt Reeves. Dopo
mesi di silenzio, il regista ha iniziato a svelare ufficialmente i
nomi coinvolti nel film attraverso una serie di post pubblicati su
X, confermando non solo il ritorno di Robert
Pattinson nei panni del Cavaliere Oscuro, ma anche
l’ingresso di attori di altissimo profilo come Scarlett
Johansson, Sebastian
Stan, Charles Dance,
Sebastian Koch e
Brian Tyree
Henry.
Le
riprese partiranno ufficialmente a giugno e, al momento, i ruoli
dei nuovi arrivati restano segreti. Una scelta che sta già
alimentando le teorie dei fan sul possibile utilizzo di villain
storici dell’universo DC. In particolare, l’arrivo di
Charles Dance e
Sebastian Koch fa
pensare a figure legate all’élite corrotta di Gotham, mentre il
coinvolgimento di Scarlett Johansson potrebbe
introdurre una nuova figura femminile centrale nella narrazione
noir costruita da Reeves.
La strategia comunicativa del regista lascia intendere che il
sequel avrà una scala molto più ampia rispetto al primo capitolo
del 2022. Se The
Batman era soprattutto un thriller investigativo
urbano concentrato sulla trasformazione di Bruce Wayne, questo
secondo film sembra voler allargare definitivamente il mondo
criminale e politico di Gotham City. Anche il ritorno di Colin
Farrell come Oz Cobb / Penguin, dopo gli eventi della serie HBO
The Penguin,
suggerisce una continuità diretta con l’espansione televisiva
dell’universo Elseworlds DC.
Il nuovo cast
di The Batman – Part
II può cambiare il futuro della saga
Accanto ai ritorni già confermati di Jeffrey Wright
nel ruolo di Jim Gordon, Andy
Serkis come Alfred, Jayme Lawson nei panni di Bella Reál e
Gil
Perez-Abraham come Officer Martinez, le nuove aggiunte
sembrano indicare un film molto più corale e stratificato.
Il nome che sta facendo discutere maggiormente è quello di
Sebastian Stan. L’attore del Marvel Cinematic Universe è stato
collegato da molti rumor al personaggio di Harvey Dent, mentre
altri fan ipotizzano addirittura una versione reinterpretata di
Hush o Clayface. Nessuna conferma ufficiale è arrivata da
Reeves, ma il fatto che i ruoli vengano ancora mantenuti nascosti
suggerisce che il regista voglia preservare i colpi di scena della
trama.
Anche la presenza di Brian Tyree Henry, già protagonista di produzioni
come Eternals e Bullet Train, potrebbe avere un peso
importante nell’equilibrio politico della nuova Gotham. Il primo
film aveva mostrato una città devastata dalla corruzione sistemica
e dalla crisi sociale; il sequel sembra intenzionato a scavare
ancora di più nel rapporto tra potere, criminalità e controllo
urbano.
Nel frattempo, Reeves ha già anticipato che
la storia sarà ambientata durante l’inverno, dettaglio che ha
immediatamente riacceso le speculazioni sull’introduzione di
Mr. Freeze. Dopo
il finale di The
Penguin, Gotham è una città ferita, sommersa dall’acqua e
sprofondata nel caos. Inserire un antagonista legato al gelo e
all’isolamento emotivo sarebbe perfettamente coerente con
l’estetica malinconica e tragica costruita dal regista.
C’è poi un altro elemento chiave: il tono emotivo della storia.
Recentemente Andy
Serkis aveva spiegato che la sceneggiatura “parla
profondamente di ciò che Matt Reeves sente sulla vita”, lasciando
intuire un film ancora più personale e introspettivo. Il rapporto
tra Bruce Wayne e Alfred, appena abbozzato nel primo capitolo,
potrebbe diventare uno degli assi centrali del sequel.
Con un cast di questa portata e una produzione ormai pronta a
partire, The Batman –
Parte II si sta trasformando in uno dei progetti più
importanti della DC contemporanea. E questa volta Reeves sembra
deciso a spingere Gotham ancora più vicino all’horror criminale che
al classico cinecomic.
La
ricerca del nuovo volto di James
Bond entra finalmente nella sua fase concreta. Dopo
anni di indiscrezioni, rumor e liste di favoriti,
Amazon MGM Studios
ha avviato ufficialmente le audizioni per scegliere il prossimo
interprete di 007, il personaggio creato da Ian Fleming. È il primo vero passo
operativo verso James Bond
26, il film che dovrà rilanciare il franchise dopo l’addio
di Daniel Craig
in No Time to
Die.
Secondo quanto riportato da Variety, lo studio avrebbe coinvolto
Nina Gold, storica
casting director di Game of Thrones, per individuare
l’attore capace di raccogliere un’eredità enorme. In una
dichiarazione ufficiale, Amazon MGM ha spiegato: “La ricerca
del prossimo James Bond è ufficialmente iniziata. Anche se non
abbiamo intenzione di commentare dettagli specifici durante il
processo di casting, siamo entusiasti di condividere presto nuove
notizie con i fan di 007, quando sarà il momento giusto.”
La notizia conferma che il nuovo corso di Bond sta prendendo forma
sotto la supervisione di Denis Villeneuve, scelto per dirigere il film, e
dello sceneggiatore Steven Knight, creatore di Peaky Blinders. Ma soprattutto cambia
il modo in cui Hollywood guarda oggi al personaggio: invece di
puntare immediatamente su una star già consolidata, Amazon sembra
voler costruire un nuovo Bond da zero, proprio come accadde con
Daniel Craig nel 2006. I rumor su nomi
come Jacob Elordi
(che secondo alcune fonti
sarebbe in “pole position”), Callum Turner e Aaron
Taylor-Johnson continuano a circolare, ma l’apertura
ufficiale delle audizioni lascia intendere che lo studio stia
valutando anche profili meno noti, privilegiando presenza scenica,
fisicità e potenziale a lungo termine.
Nina Gold può cambiare il volto
del nuovo James Bond
La scelta di Nina
Gold come casting director è probabilmente uno degli
elementi più interessanti dell’intera operazione. Negli ultimi
quindici anni, Gold ha costruito alcuni dei cast più iconici della
televisione e del cinema contemporaneo. In Game of Thrones ha selezionato
interpreti come Peter Dinklage, Emilia Clarke, Kit Harington, Lena
Headey e Maisie Williams, contribuendo in
modo decisivo all’identità della serie HBO.
Il suo curriculum comprende anche The
Crown, diversi film di Star
Wars e soprattutto il casting di Daisy Ridley in Star Wars: Il risveglio della
Forza, scelta che trasformò un’attrice quasi sconosciuta
in una protagonista globale. Un approccio che potrebbe ripetersi
anche con Bond.
La presenza di Steven
Knight alla sceneggiatura suggerisce inoltre un ritorno a
una versione più dura e brutale della spia britannica, più vicina
ai romanzi originali di Fleming. Non a caso, molte indiscrezioni
parlano di un Bond più fisico, meno elegante e più pericoloso, in
linea con il tono realistico introdotto da Casino Royale ma portato verso
atmosfere ancora più tese e violente.
Durante il CinemaCon, Courtenay Valenti, responsabile cinema di Amazon
MGM, aveva già anticipato la filosofia dietro il progetto con una
lunga dichiarazione ora tornata centrale dopo l’avvio dei
casting:
“Ci stiamo prendendo il tempo necessario per fare le cose con cura
e con un profondo rispetto. Per tutti noi è il sogno di una vita
portare al pubblico questo nuovo capitolo, ed è una responsabilità
che non prendiamo alla leggera. Quello che posso dirvi è questo:
quando unisci uno dei franchise più amati della storia a una
squadra cinematografica di altissimo livello, che include il
brillante regista Denis Villeneuve, gli straordinari produttori Amy
Pascal e David Heyman, la produttrice esecutiva Tanya Lapointe e lo
sceneggiatore Steven Knight, stai preparando il terreno per
qualcosa che sia davvero all’altezza dell’eredità di Bond. Quel
film arriverà, e quando sarà il momento giusto avremo molto altro
da condividere.”
Il nuovo James
Bond dovrà quindi fare qualcosa di molto più difficile che
semplicemente sostituire Daniel Craig: dovrà ridefinire l’identità stessa
del franchise nell’era Amazon, mantenendo vivo il mito di 007 senza
trasformarlo in un prodotto anonimo da piattaforma. Ed è proprio
per questo che la scelta dell’attore sarà decisiva.
È
stato diffuso il trailer ufficiale di Wild Horse Nine, il nuovo attesissimo film
scritto e diretto dal premio Oscar Martin McDonagh, che arriverà
nelle sale cinematografiche italiane il 5 novembre 2026. Insieme al
trailer è stato pubblicato anche il poster ufficiale del film, che
segna il ritorno del regista di Tre manifesti a Ebbing,
Missouri e Gli Spiriti
dell’Isola dietro la macchina da presa.
Ambientato poco prima del colpo di Stato cileno del 1973,
Wild Horse Nine unisce
tensione politica, dark comedy e dramma esistenziale nello stile
ormai riconoscibile di McDonagh. Il film segue gli agenti della CIA
Chris (John Malkovich) e Lee (Sam
Rockwell), inviati dal loro superiore MJ (Steve Buscemi)
sull’Isola di Pasqua, dove vecchi segreti, tensioni personali e
nuove relazioni rischiano di trasformare la missione in qualcosa di
imprevedibile.
Wild Horse Nine riporta Martin
McDonagh nei territori sospesi tra tragedia e ironia
Dal trailer emerge immediatamente l’atmosfera sospesa e inquieta
che caratterizza il cinema di Martin McDonagh. Le iconiche statue
dell’Isola di Pasqua diventano il fondale di una storia che sembra
intrecciare paranoia politica, crisi identitarie e relazioni umane
sempre più instabili.
Il personaggio interpretato da John Malkovich
appare segnato dal passato e progressivamente coinvolto nel
rapporto con due giovani studentesse ribelli interpretate da
Mariana Di Girólamo e Ailín Salas, elemento che sembra destinato a
destabilizzare ulteriormente l’equilibrio della missione. Accanto a
lui torna Sam Rockwell, già protagonista di
Tre manifesti a Ebbing,
Missouri, in una nuova collaborazione con McDonagh.
Il cast include anche Steve Buscemi, Tom Waits e Parker Posey,
confermando ancora una volta la capacità del regista irlandese di
costruire ensemble particolarmente riconoscibili e fuori dagli
schemi.
Il nuovo film di Martin McDonagh
arriva dopo il successo de Gli Spiriti dell’Isola
Wild Horse Nine
rappresenta il nuovo progetto cinematografico di Martin McDonagh
dopo il successo internazionale de Gli Spiriti dell’Isola, candidato a nove premi Oscar.
Il film segna inoltre una nuova collaborazione con Searchlight
Pictures, Blueprint Pictures e Film4.
Nel corso degli anni, McDonagh ha costruito una filmografia sempre
più personale, capace di mescolare umorismo nero, violenza
improvvisa e riflessione esistenziale. Da In Bruges – La coscienza dell’assassino fino a
7 psicopatici e
Tre manifesti a Ebbing,
Missouri, il regista ha spesso raccontato personaggi bloccati
tra colpa, fallimento e bisogno di redenzione.
Da quanto mostrato nel trailer, Wild Horse Nine sembra voler proseguire proprio questa
linea narrativa, spostandola però all’interno di uno scenario
storico e geopolitico particolarmente delicato come il Cile del
1973.
Wild Horse Nine arriverà
nei cinema italiani il 5 novembre 2026.
Il coraggio della
verità si colloca dentro la tradizione del war drama
americano degli
anni Novanta che interroga la
guerra non come epica, ma come archivio instabile di colpe,
omissioni e narrazioni costruite. Diretto da Edward Zwick, il film si muove tra il
thriller investigativo e il dramma morale, scegliendo come centro
non il campo di battaglia in sé, ma la sua eco amministrativa e
giudiziaria. La guerra del Golfo diventa così un dispositivo
narrativo attraverso cui il cinema mette in discussione la
possibilità stessa di accedere a una verità condivisa.
Il
percorso del protagonista, Nathaniel Serling, non è quello di un eroe che
ristabilisce l’ordine, ma di un ufficiale già compromesso da un
trauma precedente che lo costringe a riconsiderare ogni certezza.
Il film costruisce progressivamente un sistema di testimonianze
contraddittorie che non si limita a raccontare un evento bellico,
ma lo frantuma in versioni incompatibili. Il finale, in questa
prospettiva, non risolve il mistero: lo rende finalmente leggibile
come ferita etica più che come enigma investigativo.
Un’indagine
militare dentro la filmografia bellica americana e la regia di
Edward Zwick,
tra trauma, verità istituzionale e memoria selettiva della
guerra
Nel cinema di Edward
Zwick, la guerra è spesso il luogo in cui l’individuo si
trova schiacciato tra sistema e coscienza, tra la necessità della
disciplina e la persistenza del dubbio morale. In
Il coraggio della
verità, questa tensione raggiunge una forma più radicale
perché il nemico non è solo esterno, ma interno all’istituzione
stessa che produce le versioni ufficiali degli eventi. La struttura
narrativa richiama il war movie investigativo, ma ne ribalta la
funzione: non si tratta di scoprire “chi ha fatto cosa”, bensì di
capire come e perché una verità viene deformata per essere resa
sopportabile.
La presenza di Denzel
Washington nel ruolo di Serling amplifica questa
dimensione etica, portando con sé una filmografia spesso centrata
su personaggi attraversati da responsabilità morali non risolte.
Qui il suo protagonista non è un investigatore neutrale, ma un uomo
già incrinato da un episodio di fuoco amico che ha distrutto la sua
credibilità interna. Il caso di Karen Walden (Meg
Ryan) si innesta proprio su questa frattura,
trasformando l’indagine in un processo di autoesposizione. Il
contesto militare non è quindi uno sfondo, ma un dispositivo che
produce ambiguità sistemiche, dove ogni testimonianza è già
filtrata da paura, carriera e sopravvivenza istituzionale.
La ricostruzione del caso Walden
nel finale: quando la verità emerge come mosaico contraddittorio e
non come rivelazione lineare
Il finale del film non si costruisce su una scoperta improvvisa, ma
su una progressiva riorganizzazione delle testimonianze che Serling
ha raccolto e forzato nel corso dell’indagine. La figura di
Karen Walden
emerge inizialmente come eroica e lineare, candidata naturale al
riconoscimento militare, ma la sua immagine viene progressivamente
destabilizzata dai racconti divergenti dei sopravvissuti. La
narrazione insiste su un dettaglio fondamentale: nessuno dei
testimoni possiede l’intero quadro degli eventi, e ciò che appare
come incoerenza è in realtà frammentazione strutturale
dell’esperienza bellica.
Nel momento in cui Serling ricompone la sequenza reale, la battaglia
si rivela come una concatenazione di errori, paure e decisioni
prese in condizioni di impossibilità percettiva. Il colpo fatale a
Walden non nasce da un gesto deliberato, ma da una sovrapposizione
di percezioni distorte, in cui la nebbia operativa della guerra
diventa nebbia cognitiva. Il salvataggio mancato, la ritirata
forzata e il successivo bombardamento al napalm non costituiscono
più passaggi separati, ma una singola spirale di eventi che elimina
ogni possibilità di eroismo puro. Il finale non chiude il caso, ma
lo rende finalmente leggibile come sistema di responsabilità
diffuse.
Verità e costruzione del mito
militare: il film come riflessione sulla necessità politica
dell’eroe e sulla manipolazione della memoria bellica
Il cuore tematico del film emerge nel modo in cui la verità su
Walden viene
progressivamente filtrata fino a diventare una narrazione
istituzionale necessaria. La sua figura, infatti, non viene solo
valutata: viene costruita per essere funzionale a un’esigenza
politica di rappresentazione. L’eventuale attribuzione della
Medal of Honor
diventa il punto in cui la verità storica si trasforma in mito
pubblico, necessario per sostenere un immaginario di guerra
ordinata e giustificabile.
Il film suggerisce che la memoria militare non è mai neutrale, ma
sempre selettiva. Le testimonianze dei soldati non sono
semplicemente contraddittorie per trauma, ma perché ciascuno di
essi si trova intrappolato in una rete di autoassoluzione e
sopravvivenza psicologica. Il personaggio di Serling incarna questa tensione: la
sua ricerca della verità è anche un tentativo di riabilitare sé
stesso, di ricostruire un ordine morale che possa rendere
sopportabile il proprio passato. Tuttavia, il finale mostra come
questa operazione sia destinata a fallire sul piano assoluto,
perché la verità non coincide mai con una singola versione degli
eventi.
Il flashback finale e la
rivelazione tardiva: quando il riconoscimento della verità coincide
con la dissoluzione dell’oggetto stesso della ricerca
La chiusura del film introduce un elemento decisivo: il ricordo
rimosso di Serling che finalmente si ricompone nel momento in
cui riconosce Walden come pilota della medevac. Questa
rivelazione non è semplicemente informativa, ma strutturale. Il
protagonista non scopre qualcosa di nuovo, ma rilegge un frammento
della propria memoria che era stato isolato dal trauma del fuoco
amico. La verità emerge quindi come riattivazione di un ricordo
rimosso, non come acquisizione di dati esterni.
Questa dinamica modifica radicalmente il senso dell’indagine. Il
caso Walden non è più un oggetto esterno da risolvere, ma un
dispositivo attraverso cui Serling riattraversa il proprio trauma
originario. Il riconoscimento finale non produce giustizia, ma
consapevolezza. La guerra appare così come un sistema che non
consente chiusure narrative, perché ogni evento rimanda a un altro
evento precedente, ogni responsabilità si rifrange in una catena
più ampia di decisioni già compromesse.
Il significato ultimo del finale:
la verità come peso morale insostenibile e la possibilità limitata
di una riconciliazione individuale
Il senso complessivo del finale di Il coraggio della verità si concentra
nella trasformazione della verità da strumento di giustizia a
carico etico. La rivelazione non libera Serling, ma lo colloca in
uno spazio di consapevolezza in cui la responsabilità non può più
essere distribuita o delegata. Il ritorno alla famiglia non
rappresenta una chiusura consolatoria, ma una sospensione: il
protagonista lascia il sistema militare, ma non esce dalla logica
morale che ha interiorizzato.
Il gesto di raccontare la
verità ai genitori di Tom
Boylar diventa l’unico atto possibile di riparazione,
anche se insufficiente. La loro reazione di perdono non cancella la
colpa, ma la rende condivisa e quindi sopportabile. In questo
equilibrio instabile si colloca il significato finale del film: la
guerra non produce eroi né colpevoli assoluti, ma individui
costretti a convivere con versioni incompatibili della realtà. La
verità, in ultima analisi, non è mai un punto di arrivo, ma una
forma di esposizione permanente al limite tra ciò che è accaduto e
ciò che può essere raccontato.
I
Disney Upfront US 2026 hanno trasformato il Javits Center di New
York in una gigantesca celebrazione dell’universo Disney, tra
cinema, streaming, sport, Marvel, Star
Wars e grandi franchise televisivi. L’evento, aperto da
Anne Hathaway e guidato per la prima
volta dal CEO Josh D’Amaro, ha mostrato la strategia sempre più
integrata della compagnia, che punta a unire contenuti, fandom,
sport live e tecnologia in un unico ecosistema globale.
Con
oltre 100 ospiti sul palco e una line-up ricchissima di annunci,
Disney ha presentato nuovi progetti, date di uscita e aggiornamenti
su alcune delle produzioni più attese dei prossimi anni,
confermando ancora una volta il peso centrale di Disney+ e dei grandi franchise nella
strategia futura della compagnia.
Marvel, Star Wars e Avatar
protagonisti dei Disney Upfront 2026
Tra i momenti più importanti della serata c’è stato senza dubbio lo
spazio dedicato all’universo Marvel e Lucasfilm. Robert Downey Jr., Tom Hiddleston e Paul Bettany hanno celebrato passato e
futuro del Marvel Cinematic Universe, con Bettany
che ha annunciato ufficialmente che VisionQuest, capitolo conclusivo della
trilogia iniziata con WandaVision, debutterà su Disney+ il 14 ottobre 2026, anche in
Italia.
Sul fronte Star Wars, Rosario Dawson ha confermato che la
seconda stagione di Ahsoka arriverà nel 2027 su Disney+, rivelando che le riprese si
sono concluse recentemente e promettendo episodi “ancora più
grandi, ambiziosi e ricchi di colpi di scena”.
Grande attenzione anche per il mondo di Avatar: Sigourney Weaver ha annunciato che
Avatar: Fuoco e Cenere debutterà
su Disney+ il 24 giugno 2026, anche in
Italia, rafforzando ulteriormente la strategia Disney di
valorizzazione streaming delle sue proprietà cinematografiche più
forti.
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(Disney/Michael Le Brecht
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American Horror Story 13, Cry
Wolf e le nuove serie FX e Hulu annunciate da Disney
L’evento ha dato ampio spazio anche alle produzioni FX e Hulu, con
numerosi annunci legati alle nuove serie drama e thriller.
Sarah Paulson, Evan
Peters, Angela Bassett, Gabourey Sidibe, Billie Lourd
ed Emma Roberts hanno confermato
l’ingresso di Paul Anthony Kelly nel cast della tredicesima
stagione di American Horror Story, nuovo
capitolo della storica antologia horror di Ryan
Murphy.
Tra le novità più interessanti presentate sul palco figurano:
Disney ha inoltre confermato che diversi di questi titoli
arriveranno anche in Italia.
Disney punta sempre di più
sull’integrazione tra streaming, sport e fandom globale
Oltre all’intrattenimento scripted, i Disney Upfront 2026 hanno
mostrato chiaramente la direzione strategica dell’azienda:
trasformare Disney+ ed ESPN in piattaforme centrali
di aggregazione culturale e sportiva. Il Super Bowl LXI è stato uno
dei grandi protagonisti della presentazione, con una parata di
leggende NFL tra cui Peyton Manning, Eli Manning, Troy Aikman e
Jerry Rice.
Ampio spazio anche a ESPN Beach, il nuovo hub multipiattaforma che
accompagnerà la copertura del Super Bowl 2027 da Santa Monica, e
alla crescente integrazione tra ESPN, NFL Network, NFL RedZone e
NFL Fantasy App.
Anche il fenomeno dei Savannah Bananas e il mondo di
Dancing with the Stars
hanno avuto grande visibilità durante l’evento, confermando la
volontà Disney di costruire esperienze sempre più trasversali tra
sport, reality, live entertainment e streaming.
Da Scrubs a Olivia Rodrigo:
Disney punta sulla nostalgia e sulle grandi community
Non sono mancati i momenti nostalgici e musicali. Le star di
ScrubsZach
Braff, Donald Faison e Sarah Chalke sono salite sul palco
insieme ai Simpson per parlare del revival della serie, già
rinnovato per una seconda stagione anche in Italia.
A
chiudere l’evento è stata Olivia Rodrigo, protagonista di una
performance finale introdotta da Jimmy Kimmel e sua figlia Jane.
Una scelta simbolica, considerando che la cantante ha iniziato la
propria carriera proprio all’interno dell’universo Disney.
I
Disney Upfront US 2026 hanno quindi mostrato un’azienda sempre più
orientata verso una logica di ecosistema totale: franchise,
streaming, sport e fandom vengono trattati come parte di un’unica
esperienza globale, destinata a dominare il mercato
dell’intrattenimento nei prossimi anni.
Obsession, horror psicologico diretto da Curry Barker,
parte da una premessa apparentemente semplice: un ragazzo
innamorato esprime il desiderio che la donna che ama ricambi
finalmente i suoi sentimenti. Ma il film trasforma rapidamente
questa fantasia romantica in qualcosa di disturbante, costruendo
una riflessione sempre più inquieta sul controllo emotivo, sulla
dipendenza affettiva e sull’ossessione mascherata da amore.
Il finale del film è ciò che
rende davvero Obsession
uno degli horror più discussi del 2026. Non tanto per i suoi
elementi soprannaturali, quanto perché costringe lo spettatore a
confrontarsi con una verità scomoda: il vero mostro della storia
non è la maledizione, ma il desiderio di controllare qualcuno
invece di accettare il rischio del rifiuto.
Come
finisce Obsession: Bear capisce troppo tardi che l’amore di Nikki
non è mai stato reale
Credit: Focus Features
Nel finale di Obsession, Bear comprende finalmente
che il desiderio espresso attraverso il “One Wish Willow” ha
distrutto Nikki invece di avvicinarla davvero a lui. Quella che
inizialmente sembrava una storia romantica si rivela
progressivamente una forma di prigionia emotiva e mentale. Nikki
non sta semplicemente “amando troppo”: è intrappolata dentro una
versione alterata di sé stessa, manipolata dal desiderio di
Bear.
Uno dei momenti più
inquietanti del film arriva quando la “vera” Nikki emerge
temporaneamente e implora Bear di ucciderla mentre l’entità che la
controlla dorme. È qui che il film chiarisce definitivamente il
proprio sottotesto: il problema non è soltanto la possessione
soprannaturale, ma il fatto che Bear abbia scelto di eliminare il
libero arbitrio della persona che diceva di amare.
Nel climax finale, Bear tenta
disperatamente di annullare il disastro che ha causato, ma ormai il
danno è irreversibile. Nikki, ormai completamente consumata
dall’ossessione, arriva persino a usare a sua volta il One Wish
Willow per fare in modo che Bear la ami quanto lei ama lui. Ma
proprio in quell’istante Bear muore per overdose, lasciando Nikki
improvvisamente libera dall’influenza della maledizione e costretta
a rendersi conto di tutto ciò che è accaduto. L’ultima immagine del
film — Nikki distrutta emotivamente accanto al corpo di Bear —
trasforma il finale in una tragedia, non in una storia horror
tradizionale.
Il vero
significato del finale: Obsession parla di controllo emotivo e
paura del rifiuto
Credit: Focus Features
Il cuore di Obsession non è il soprannaturale, ma
la codardia emotiva di Bear. Invece di affrontare la possibilità
del rifiuto e confessare sinceramente i propri sentimenti, sceglie
una scorciatoia che elimina la libertà di Nikki. È questo il vero
peccato morale del film: Bear non vuole essere amato per ciò che è,
ma vuole evitare il dolore dell’incertezza.
Il film costruisce così una
metafora molto chiara delle relazioni tossiche e della dipendenza
emotiva. Nikki diventa letteralmente ossessionata da Bear, ma
questa ossessione nasce da un desiderio imposto, non da un
sentimento autentico. La possessione funziona quindi come
rappresentazione estrema della perdita di identità all’interno di
una relazione malsana, dove una persona smette gradualmente di
esistere come individuo autonomo.
Anche Sarah, il personaggio
che sembra comprendere davvero Bear, assume un ruolo fondamentale
nella lettura del film. La sua presenza rappresenta ciò che Bear
non riesce a vedere: una connessione reale, imperfetta ma
autentica, che lui ignora inseguendo una fantasia idealizzata. Il
fatto che Sarah venga brutalmente uccisa da Nikki rafforza
ulteriormente l’idea che l’ossessione distrugga tutto ciò che le
sta intorno.
Perché
Obsession ha colpito così tanto il pubblico horror del
2026
Credit: Focus Features
Uno degli aspetti più
interessanti di Obsession è il modo in cui utilizza il linguaggio
dell’horror contemporaneo per parlare di paure estremamente
moderne. Dietro la possessione, la violenza e la maledizione si
nasconde infatti un discorso molto legato alle relazioni
contemporanee, alla solitudine e alla paura dell’abbandono.
Il film ricorda in parte opere
come The Substance,
Talk to Me o
Barbarian, dove il
soprannaturale non è mai solo un elemento spettacolare, ma uno
strumento per parlare di dinamiche psicologiche reali. Nel caso di
Obsession, tutto ruota
attorno al desiderio di essere amati senza esporsi davvero
emotivamente. Bear non è un villain nel senso classico, ma il film
obbliga lo spettatore a riconoscere quanto la sua scelta iniziale
sia profondamente egoista.
È proprio questa ambiguità
morale a rendere il finale così disturbante. Non esiste una vera
liberazione, non esiste una vittoria. Quando Nikki torna finalmente
sé stessa, lo fa nel momento peggiore possibile: quando ormai tutto
è stato distrutto.
Il
finale lascia aperta una domanda inquietante: la maledizione è
davvero finita?
Anche se il film sembra
chiudere la storia di Bear e Nikki in modo definitivo, il finale
lascia volutamente una sensazione di inquietudine irrisolta. Il One
Wish Willow continua infatti a esistere, suggerendo che il ciclo
potrebbe ripetersi ancora. Il problema non è l’oggetto in sé, ma il
desiderio umano che lo alimenta.
Ed è qui che Obsession trova la sua vera forza: non
racconta solo una possessione demoniaca, ma qualcosa di molto più
vicino alla realtà. Il bisogno di controllo, la paura della
solitudine e il desiderio di essere amati a qualsiasi costo
diventano il vero orrore del film.
Per questo il finale resta
addosso molto più delle scene gore o dei momenti scioccanti.
Obsession suggerisce che
il confine tra amore e ossessione può essere molto più fragile di
quanto vogliamo ammettere.
La mente creativa dietro
l’inquietante nuovo film horror in costume Mother
Mary spiega la rivelazione dell’abito attorno al quale
ruota la storia. Quando la veterana del pop Mother Mary
(Anne Hathaway) si presenta alla porta
della sua ex costumista, Sam (Michaela Cole), con
cui non ha più rapporti, intraprenderanno un viaggio surreale fatto
di collaborazione, esorcismo e riconciliazione. Alla fine, Mary
apparentemente non indossa l’abito che Sam aveva disperatamente
bisogno per il suo concerto di ritorno, anche se Sam lo completa
nel suo atelier mentre la sua assistente Hilda (Hunter
Schafer) narra la performance.
In un’intervista con ScreenRant, il
regista David Lowery ha approfondito il
significato della sua visione del
finale di Mother Mary. “Puoi parlarci della scelta di mostrare
la performance finale quasi filtrata o trasmessa attraverso Hilda a
Sam?”, è stato chiesto a Lowery. “In questo modo abbiamo l’abito
isolato, per così dire, senza che Mother Mary lo veda
effettivamente indossarlo.”
Il regista ha risposto che “era
davvero importante che l’abito fosse un’opera d’arte a sé stante”.
Ha continuato: “Se voglio essere molto criptico, l’abito è la
canzone. Questo è un film in cui una canzone e un abito sono la
stessa cosa. Vediamo la sua canzone alla fine del film“.
L’abito è la rappresentazione fisica dell’opera d’arte musicale e
visiva che Sam e Mary creano insieme mentre ricuciono la loro
relazione.
“La narrazione di Hilda è nata
perché ho scelto Hunter Schafer“, ha rivelato Lowrey, “e
adoro Hunter Schafer. Proprio mentre stavamo girando il film, ho
sentito che doveva far parte del finale. C’era qualcosa nel
personaggio, così come era scritto, ma anche nel modo in cui Hunter
la interpretava, che si prestava perfettamente a concludere il film
in quel modo. Ho scritto quel finale per lei dopo aver iniziato le
riprese“.
Dopo aver esorcizzato il fantasma
che incarna la rottura creativa e personale tra Mary e Sam, il team
di Mary si presenta per farla andare via in fretta e prepararla per
il concerto. Apparentemente qualche tempo dopo, mentre lavorano al
nuovo abito, Hilda racconta che Mary, emergendo da una passerella
tra il pubblico, si spoglia di pezzi del suo elaborato vestito,
inclusa la sua caratteristica aureola, e sale sul palco per cantare
la sua canzone.
Hilda specifica che in realtà si
tratta di “tua canzone [di Sam]”, prima che il film torni a Mary
che si scusa con Sam prima della loro separazione. Come accennato,
vediamo l’abito, che rappresenta il culmine della storia, da solo,
non con Mary che lo indossa. È stato più che altro l’atto di creare
l’abito ad essere fondamentale per Sam e Mary, mentre la
performance del ritorno di Mary è stata più significativa senza un
costume sfarzoso.
Sebbene le recensioni di Mother
Mary rivelino una divisione tra i critici, con Molly Freeman di
ScreenRant che gli ha assegnato solo 6 stelle su 10, l’intento di
Lowrey di rappresentare l’arte in sé attraverso una manciata di
immagini potenti sta trovando riscontro in almeno alcuni
spettatori. In definitiva, il film si concentra sulla creazione
tangibile scaturita dalla rottura tra due creativi, da crisi
personali, da presenze oscure e da un autentico genio
artistico.