La seconda stagione di X-Men
’97 ha già confermato una morte pesantissima
per il futuro della serie Marvel: Magik, alias
Illyana Rasputina, non sopravviverà agli eventi di
Genosha. Il dettaglio emerge dal primo trailer ufficiale della
nuova stagione, dove Colosso appare inginocchiato davanti al corpo
di una giovane mutante bionda tra le rovine della nazione distrutta
dai Sentinels. Poco dopo, un memoriale dedicato ai mutanti caduti
conferma implicitamente che si tratta proprio di Magik. Una scelta
narrativa che pesa enormemente perché elimina uno dei personaggi
con il potenziale più grande dell’universo X-Men, appena sei anni dopo il debutto live-action di
Anya Taylor-Joy in The
New Mutants.
Il trailer di X-Men ’97 – stagione 2 suggerisce che
Illyana sia morta durante il massacro di Genosha orchestrato da
Bastion e Master Mold nella prima stagione. Tuttavia, Marvel
potrebbe ancora introdurre un colpo di scena legato ai viaggi
temporali. La presenza confermata di Cable, Bishop e Apocalypse
indica infatti che la nuova stagione entrerà profondamente nelle
dinamiche delle timeline alternative. Questo significa che la morte
di Magik potrebbe avvenire in una linea temporale differente oppure
diventare il punto centrale di un tentativo di riscrittura degli
eventi. Resta però evidente una cosa: Marvel vuole trasformare
Genosha nel trauma definitivo della nuova era mutante animata.
La decisione di eliminare Magik è
particolarmente interessante perché il personaggio non era ancora
stato realmente esplorato in X-Men ’97.
Nei cartoni storici Illyana era apparsa solo marginalmente, eppure
il suo peso emotivo all’interno della mitologia mutante è enorme,
soprattutto per il legame con Colosso. Ed è probabilmente proprio
questo il vero obiettivo degli sceneggiatori: usare la sua morte
per cambiare radicalmente Piotr Rasputin. Senza la sorella da
proteggere, Colosso potrebbe finalmente diventare uno dei
protagonisti principali della serie, ma anche precipitare in una
spirale di rabbia e vendetta contro Bastion.
La morte di Magik potrebbe
trasformare Colosso nel nuovo centro emotivo degli X-Men
Nella timeline di
X-Men: The Animated Series, Colosso aveva
sempre mantenuto una certa distanza dagli X-Men proprio per restare
vicino a Illyana. La sua assenza costante dal team era legata alla
necessità di proteggerla, rendendo il rapporto tra i due uno degli
elementi più umani dell’universo mutante animato. Eliminare Magik
significa quindi togliere a Colosso il suo unico vero equilibrio
emotivo.
Questo apre scenari narrativi molto
più oscuri per la seconda stagione. Colosso potrebbe unirsi
definitivamente agli X-Men spinto dal senso di colpa e dal
desiderio di proteggere gli altri mutanti dopo il fallimento di
Genosha. Ma Marvel potrebbe anche scegliere una direzione più
tragica, trasformandolo in un personaggio consumato dalla vendetta,
vicino alle versioni più dure viste nei fumetti.
La serie sembra inoltre voler
ampliare le conseguenze politiche e morali del genocidio mutante.
Genosha non è più soltanto un evento shock: sta diventando il
momento fondativo del nuovo universo animato Marvel. In questo
contesto, la morte di Magik assume un valore simbolico preciso. Non
è la perdita di un personaggio secondario, ma la dimostrazione che
X-Men ’97 vuole davvero raccontare un mondo in cui nessun
mutante è al sicuro.
Con Apocalypse già al centro della
prossima stagione e una quarta stagione ufficialmente in
lavorazione, Marvel sta costruendo una saga animata molto più
ambiziosa del previsto. E la morte di Illyana potrebbe essere il
primo vero passo verso una versione degli X-Men più adulta,
traumatizzata e politicamente radicale.
Karen Gillan entra ufficialmente nel cast
della
quarta stagione di Shrinking, la
comedy drama di Apple
TV con Jason Segel e Harrison Ford. L’attrice di
Guardians of the Galaxy avrà un
ruolo ricorrente nei nuovi episodi, già confermati da Apple prima
ancora del debutto della stagione 3. La notizia conta perché
conferma la volontà della serie di espandere il proprio universo
narrativo proprio nel momento in cui gli autori hanno annunciato un
importante salto temporale e una storyline completamente nuova.
Secondo quanto riportato da
Variety, i dettagli sul
personaggio interpretato da Karen Gillan sono ancora segreti, ma la
produzione avrebbe deciso di mantenere intatto il cast principale
introducendo però nuove dinamiche relazionali e psicologiche.
Gillan affiancherà Jason Segel, Harrison Ford, Jessica Williams e
Christa Miller in quella che sembra destinata a essere una vera
reinvenzione creativa della serie. L’attrice scozzese arriva a
Shrinking dopo anni di forte esposizione mainstream tra
Marvel, Jumanji e il cult
televisivo Doctor Who, aggiungendo ulteriore peso
internazionale a uno dei titoli più solidi del catalogo Apple
TV+.
L’ingresso di Karen
Gillan suggerisce anche un possibile cambio di tono per la
serie. Shrinking ha costruito il proprio successo su un
equilibrio molto preciso tra trauma, terapia e commedia emotiva, ma
il time jump annunciato dagli autori apre la porta a personaggi
completamente trasformati. Gillan potrebbe rappresentare il
catalizzatore di questa nuova fase: un elemento esterno capace di
destabilizzare il gruppo storico oppure di ridefinire il percorso
emotivo di Jimmy e degli altri protagonisti. Dopo tre stagioni
incentrate sull’elaborazione del lutto e sulla ricostruzione
personale, la serie sembra ora pronta a raccontare le conseguenze
di quella guarigione.
Il salto temporale di Shrinking
potrebbe ridefinire Jimmy e Paul
La quarta stagione sembra voler
evitare il rischio più grande delle comedy drama contemporanee:
ripetersi. Il salto temporale annunciato permette infatti agli
sceneggiatori di mostrare personaggi già cambiati fuori campo,
introducendo nuove ferite, relazioni e conflitti senza doverli
costruire lentamente episodio dopo episodio. È una scelta narrativa
che ricorda l’evoluzione di serie come Ted
Lasso o After Life, ma con un’impostazione più
corale e terapeutica.
In questo contesto Karen Gillan
potrebbe occupare uno spazio cruciale. La sua presenza richiama
personaggi ironici ma emotivamente complessi, spesso capaci di
nascondere fragilità dietro sarcasmo e controllo. Se gli autori
manterranno questa linea, il suo personaggio potrebbe inserirsi
direttamente nelle dinamiche professionali della clinica oppure
nella vita privata di Jimmy, andando a modificare gli equilibri
costruiti nelle stagioni precedenti.
Con nove nomination agli Emmy già
ottenute, Shrinking è diventata una delle serie simbolo
della strategia Apple TV+: produzioni autoriali, cast prestigiosi e
storytelling emotivo accessibile. L’arrivo di Gillan dimostra che
la piattaforma non vuole semplicemente continuare la serie, ma
trasformarla in un franchise comedy-drama sempre più centrale nel
panorama streaming.
Tom Hardy non è stato licenziato da
MobLand.
Dopo le indiscrezioni emerse negli ultimi giorni su un presunto
allontanamento dell’attore dalla serie crime di
Paramount+, nuove fonti vicine alla
produzione hanno chiarito che il futuro della star nel progetto è
ancora aperto.
Secondo quanto riportato da
Variety, sono
attualmente in corso discussioni creative per trovare un accordo
che permetta a Hardy di tornare nei panni del gangster Harry Da
Souza nella terza stagione della serie. “Tom non è stato
licenziato, la porta non è chiusa per la stagione 3 e si sta
lavorando a livello creativo”, ha dichiarato una fonte vicina
alla produzione.
La serie, che vede protagonisti
Pierce Brosnan e
HelenMirren come capi di
una potente famiglia criminale britannica, è co-creata da Ronan
Bennett e Jez Butterworth e prodotta da 101 Studios insieme a MTV
Entertainment Studios. Guy Ritchie figura come
produttore esecutivo e ha diretto diversi episodi delle prime due
stagioni.
La prima stagione di MobLand, uscita nel 2025, è diventata
rapidamente uno dei titoli più visti di Paramount+. La seconda
stagione è già stata completata, mentre la terza era prevista
entrare in produzione questo autunno con Hardy inizialmente
confermato nel cast.
Le tensioni dietro le quinte, però,
sarebbero reali. Secondo diverse fonti, i problemi sarebbero legati
a ritardi sul set da parte dell’attore e alla sua tendenza a
richiedere modifiche alla sceneggiatura durante le riprese. Allo
stesso tempo, Hardy avrebbe espresso frustrazione per la consegna
tardiva degli script da parte di Jez Butterworth, spesso arrivati
solo pochi giorni prima delle riprese.
Un ulteriore elemento di attrito
sarebbe stata l’assenza dello stesso Butterworth sul set,
situazione che avrebbe complicato la gestione delle modifiche
richieste dall’attore. Guy Ritchie, invece, grazie alla sua
esperienza e al rapporto consolidato con Hardy, sarebbe riuscito a
gestire meglio la situazione durante gli episodi da lui
diretti.
Nonostante i contrasti, Paramount+
e lo stesso Ritchie starebbero cercando di favorire una
riconciliazione tra le parti. Secondo alcune fonti, Hardy sarebbe
ancora necessario anche per eventuali reshoot della seconda
stagione.
Variety sottolinea inoltre che,
sebbene la produzione possa teoricamente proseguire senza Harry Da
Souza, perdere Tom
Hardy rappresenterebbe un duro colpo per la serie,
considerato quanto il personaggio sia centrale nel successo dello
show. Al momento, quindi, il destino di Harry Da Souza resta
incerto, ma una cosa sembra chiara: MobLand non ha
ancora chiuso definitivamente la porta al ritorno di Tom Hardy.
Oggi Apple
TV ha svelato il trailer della seconda stagione di Sugar, l’acclamata detective series
neo-noir interpretata e prodotta esecutivamente da
Colin
Farrell. La nuova stagione, composta da otto episodi,
farà il suo debutto il 19 giugno su Apple TV con il primo episodio,
seguito da un nuovo episodio ogni settimana fino al 7 agosto.
Sugar è una rilettura contemporanea e
originale di uno dei generi più popolari e significativi nella
storia della letteratura, del cinema e della televisione: il
racconto del detective privato. La seconda stagione segna il
ritorno dell’iconico investigatore privato di Los Angeles e
appassionato di cinema John Sugar. Il candidato agli Emmy Colin Farrell torna con un nuovo caso che lo
vede sulle tracce del fratello maggiore di un giovane pugile
emergente, mentre prosegue la ricerca della sua amata sorella
scomparsa. Man mano che l’indagine si allarga, si scopre una
cospirazione su scala cittadina e Sugar è costretto a fare i conti
con se stesso per rispondere a una domanda fondamentale: fin dove è
disposto a spingersi per fare la cosa giusta?
Oltre a Farrell, la seconda
stagione di Sugar presenta un cast completamente
rinnovato, che include Jin Ha, Raymond Lee, Tony Dalton, Laura
Donnelly, Sasha Calle e la guest star speciale Shea
Whigham.
La seconda stagione di Sugar è guidata dallo showrunner
Sam Catlin, che figura anche come produttore
esecutivo per Short Drive Entertainment. Audrey Chon e Simon
Kinberg sono produttori esecutivi per Genre Films, nell’ambito
dell’accordo globale di Kinberg con Apple TV. Anche Farrell, Scott
Greenberg e Chip Vucelich sono produttori esecutivi della serie
creata da Mark Protosevich.
MUBI,
il distributore globale, servizio di streaming e società di
produzione rilascia trailer di Fatherland,
l’ultimo lungometraggio di Paweł Pawlikowski
(Ida, Cold War), appena presentato in
Concorso al 79º Festival di Cannes dove Pawlikowski ha
vinto il Prix de la mise en scène.
Scritto da Pawlikowski e Henk
Handloegten, il film vede come protagonisti la candidata all’Oscar®
Sandra Hüller (La zona d’interesse, Anatomia di una caduta), Hanns
Zischler (Munich, Germania nove zero, Nel corso del tempo), August
Diehl (La vita nascosta – Hidden Life, Bastardi senza gloria),
Devid Striesow (Niente di nuovo sul fronte occidentale) e Anna
Madeley (Patrick Melrose, Creature grandi e piccole).
Il film è una produzione MUBI, OUR
Films (una società Mediawan, Italia), Extreme Emotions (Polonia),
Nine Hours (Germania) e Chapter 2 (una società Mediawan, Francia),
in collaborazione con Circle One (Italia) e Apocalypso Pictures,
con la partecipazione di Arte e Pathé. È prodotto da Mario Gianani
e Lorenzo Mieli per OUR Films, Ewa Puszczynska per Extreme
Emotions, Jeanne Tremsal ed Edward Berger per Nine Hours, Dimitri
Rassam per Chapter 2 e Lorenzo Gangarossa per Circle One.
Pawlikowski torna a lavorare con i
suoi collaboratori di lunga data, tra cui il direttore della
fotografia candidato all’Oscar® Lukasz Zal, la costumista
Aleksandra Staszko e gli scenografi Katarzyna Sobańska e Marcel
Sławiński.
Ida di Pawlikowski ha ottenuto 70
premi internazionali, tra cui 5 European Film Awards e l’Oscar® nel
2015 per il Miglior Film Internazionale. Il regista ha vinto
inoltre il premio per la Miglior Regia (Prix de la mise en scène) a
Cannes nel 2018 per Cold War, film che ha collezionato 52 vittorie
e 126 nomination, tra cui le candidature agli Oscar® per il Miglior
Film Internazionale, Miglior Regia e Miglior Fotografia.
Ambientato all’apice della Guerra
Fredda, FATHERLAND racconta il rapporto tra lo scrittore
Thomas Mann (Hanns Zischler) e sua figlia Erika (Sandra Hüller),
attrice, giornalista e pilota di rally. A bordo di una Buick nera
intraprendono un viaggio attraverso una Germania in macerie: da
Francoforte, sotto l’influenza statunitense, fino a Weimar,
controllata dai sovietici. Per la prima volta dopo la guerra, Mann
torna nella sua nativa Germania, dopo aver preso la difficile
decisione di fuggire negli Stati Uniti per mettersi in salvo.
Con FATHERLAND, Pawlikowski
riprende da dove aveva lasciato con i pluripremiati Ida e Cold War,
esplorando i temi dell’identità, del senso di colpa, della famiglia
e dell’amore, sullo sfondo del tumulto e della confusione morale
dell’Europa del dopoguerra.
L’universo di Sherlock Holmes continua ad espandersi.
Fremantle e Archery Pictures stanno sviluppando
Moriarty (titolo provvisorio), una nuova
serie TV moderna dedicata al più iconico antagonista del detective
creato da Arthur Conan Doyle: il Professor
James Moriarty.
Il progetto arriva dagli
sceneggiatori Chris Cornwell (A Discovery of Witches) e
Oliver Lansley (Where’s Wanda?) e promette di reinventare
il crime procedural attraverso il punto di vista del “Napoleone del
crimine”.
Secondo la sinossi ufficiale,
Moriarty sarà un professore di psicologia criminale alla Durham
University che conduce una doppia vita come mente dietro i più
sofisticati crimini del nord dell’Inghilterra. Quando
un’organizzazione rivale inizierà a minacciare il suo impero
criminale, Moriarty sarà costretto a collaborare con la polizia
come consulente, usando la legge come arma per eliminare i suoi
nemici senza svelare la propria identità.
Al suo fianco ci sarà la detective
Imogen Burrows, descritta come un’investigatrice metodica e
inflessibile dello Yorkshire. Insieme formeranno una coppia
investigativa decisamente fuori dagli schemi, mentre Moriarty
inizierà a scoprire che la vera minaccia potrebbe non essere il
criminale che sta cercando di abbattere.
La serie non ha ancora trovato una
rete o una piattaforma distributiva, ma Fremantle si occuperà delle
vendite internazionali. A produrre il progetto sarà Archery
Pictures, società fondata da Kris Thykier e già dietro produzioni
come Operation Mincemeat e
Fate: The Winx Saga.
Inevitabilmente l’attenzione è già
rivolta al casting del protagonista. Nel corso degli anni Moriarty
è stato interpretato da attori come Andrew Scott nella celebre serie BBC
Sherlock, Jared Harris, Ralph Fiennes, Dougray Scott ed Eric Porter.
Più recentemente, Dónal Finn interpreta il personaggio nella serie
Young Sherlock di Prime Video.
Con il successo di nuove
declinazioni del mondo di Sherlock Holmes — da Watson a
Young Sherlock — anche Moriarty punta a
trasformarsi in un franchise crime seriale moderno, capace di
esplorare il fascino oscuro di uno dei villain più celebri della
letteratura.
Ecco la nostra intervista a
Rhys Ifans, Matt Wolpert e Ben
Nedivi, rispettivamente protagonista e creatori di
Star City, lo spin-off di
For All Mankind, su Apple
Tv dal 29 maggio con i primi due episodi degli otto totali
seguiti da un nuovo episodio ogni venerdì, fino al 10 luglio.
Star City è un thriller cospirazionista dal ritmo
incalzante che ci riporta al momento decisivo della rivisitazione
in chiave ucronica della corsa allo spazio: quando l’Unione
Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna.
Questa volta, però, la storia viene esplorata da dietro la Cortina
di Ferro, raccontando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e
degli ufficiali dell’intelligence inseriti nel programma spaziale
sovietico, e i rischi che tutti loro hanno corso per far progredire
l’umanità.
La serie è interpretata da Rhys Ifans (“House of the Dragon”), Anna Maxwell
Martin (“Motherland”), Agnes O’Casey (“Bad Doves”), Alice Englert
(“Bad Behaviour”), Solly McLeod (“House of the Dragon”), Adam
Nagaitis (“Chernobyl”), Ruby Ashbourne Serkis (“I, Jack Wright”),
Josef Davies (“Andor”) e Priya Kansara (“Bridgerton”).
“Star City” è stata creata da Nedivi, Wolpert e Moore. Wolpert e
Nedivi ricoprono il ruolo di showrunner e sono produttori esecutivi
insieme a Moore e Maril Davis per Tall Ship Productions, oltre ad
Andrew Chambliss e Steve Oster. “Star City” è prodotta per Apple
TV da Sony Pictures Television.
Le
prime reazioni a Disclosure
Day sono finalmente arrivate e sembrano
confermare che il nuovo progetto sci-fi di Steven Spielberg
potrebbe essere uno degli eventi cinematografici più importanti
dell’anno. Dopo le prime proiezioni stampa, critici e giornalisti
americani stanno infatti definendo il film come uno dei lavori più
ambiziosi, misteriosi ed emotivamente potenti del regista degli
ultimi decenni.
Il
film, in uscita il 12 giugno, vede protagonista
Emily Blunt nei panni di
Margaret Fairchild, all’interno di una storia fantascientifica
fortemente legata al tema UFO e scritta da David Koepp a partire
da un soggetto originale di Spielberg.
Le
reazioni online stanno soprattutto esaltando la capacità del film
di mantenere segreto il proprio mistero centrale. Il critico Bill
Bria ha definito Disclosure
Day“il film più strano che Spielberg abbia mai
realizzato” in senso assolutamente positivo, lodando le
composizioni visive, la sceneggiatura “a metà tra X-Files e la
Bibbia” e quella che considera la miglior colonna sonora di
John Williams degli
ultimi anni.
Anche Germain Lussier ha parlato di “un roller coaster
densissimo” che mescola thriller, storia d’amore, mistero e
fantascienza, arrivando addirittura a definirlo “il miglior film di
Spielberg degli ultimi vent’anni”. Quasi tutte le reazioni
concordano inoltre su un elemento specifico: la performance di
Emily Blunt viene descritta come straordinaria e
potenzialmente da stagione dei premi.
Disclosure Day sembra riportare
Spielberg alla fantascienza emotiva dei suoi grandi classici
La parte più interessante delle prime reazioni è che
Disclosure Day sembra
recuperare proprio quel tipo di fantascienza emotiva e piena di
meraviglia che aveva reso Spielberg uno dei registi più importanti
della storia del cinema.
Molti commenti stanno infatti paragonando il film sia all’avventura
pura di I predatori dell’arca
perduta sia alla dimensione più malinconica e
spirituale del Spielberg post-11 settembre. Questo suggerisce che
Disclosure Day potrebbe
rappresentare una sintesi molto particolare di tutta la carriera
recente del regista: spettacolare, misterioso, ma anche
profondamente umano.
Il fatto che diverse recensioni insistano sul consiglio di “sapere
meno possibile” prima della visione è inoltre un segnale molto
interessante. In un’epoca in cui blockbuster e trailer tendono
spesso a mostrare troppo, Spielberg sembra aver costruito un film
fondato proprio sull’ignoto e sul senso continuo di scoperta.
Ed è qui che il progetto potrebbe diventare davvero importante.
Negli ultimi anni Spielberg si era progressivamente allontanato
dalla fantascienza pura, concentrandosi soprattutto su drammi
storici o film autobiografici. Disclosure Day invece sembra riportarlo direttamente
dentro il territorio che aveva definito opere come Incontri ravvicinati del terzo
tipo, E.T. e
La guerra dei
mondi.
La presenza di Emily Blunt al centro della storia potrebbe inoltre
rappresentare un altro elemento decisivo. Le prime reazioni parlano
infatti di una delle interpretazioni più intense della sua
carriera, in un ruolo che sembra combinare vulnerabilità emotiva,
paranoia e senso del mistero.
Se anche il pubblico reagirà con lo stesso entusiasmo mostrato
dalle prime proiezioni stampa, Disclosure Day potrebbe davvero diventare non soltanto
uno dei grandi film sci-fi del 2026, ma anche uno dei lavori più
importanti dell’ultima fase della carriera di Steven Spielberg.
Katia Follesa, Federico
Basso e Gianluca Gazzoli entrano a far
parte del cast vocale italiano di Toy Story 5, l’atteso film di
animazione Disney e Pixar che arriverà nelle sale italiane il 18
giugno.
Katia Follesa presta la sua
voce a Lilypad. Con grande disappunto
dei veri giocattoli di Bonnie, il tablet intelligente a forma di
rana, Lilypad, è il nuovo preferito della bambina. Completamente
indifferente al fatto che la sua presenza sia fonte di stress per
Jessie e gli altri giocattoli, Lilypad è sempre diversi passi
avanti rispetto ai giocattoli tradizionali e ha una soluzione tutta
sua per aiutare Bonnie a connettersi con gli amici: chattare con
loro su “The Pond”. Mentre la high-tech Lilypad e
l’intramontabile Jessie sembrano essere agli antipodi, hanno una
cosa importante in comune: farebbero qualsiasi cosa per aiutare la
loro bambina.
Federico
Basso presta la sua voce a Smarty
Pants, un dispositivo tecnologico per l’addestramento al
vasino, con tutto il fascino di un rotolo di carta igienica e un
carattere all’altezza del suo nome. Dato che la sua bambina, Blaze,
ha superato da un bel po’ la fase dell’addestramento al vasino,
Smarty è rimasto bloccato per anni in modalità
standby, dimenticato nella vecchia casetta dei giocattoli
di Blaze. Ma quando viene reclutato inaspettatamente per una
missione importante, questo saputello riceve delle batterie nuove e
una nuova opportunità per mostrare ciò che sa far… fare.
Anche se il fedele destriero di
Woody non ha ancora la capacità di parlare nel mondo
di Toy Story, Gianluca
Gazzoli presta la sua voce a Bullseye
“Perfido”, l’alter ego cattivo di Bullseye in un
momento di gioco nel nuovo film.
L’annuncio è stato realizzato da
Disneyland Paris all’interno di Disney Adventure World, il secondo
Parco precedentemente noto come Walt Disney Studios e ufficialmente
rinominato il 29 marzo 2026 nell’ambito di un importante progetto
di trasformazione ed espansione. Oggi il Parco celebra i grandi
universi Disney, Pixar e Marvel, con aree iconiche come
Worlds of Pixar e Toy Story Playland collegate dalla nuova
promenade Adventure Way. Qui sorgono i Toy Story Gardens, nuove
aree verdi tematizzate ispirate all’universo Pixar arricchite da
scenografie immersive, statue monumentali di Woody e Jessie,
attrazioni e percorsi esperienziali pensati per ampliare il
coinvolgimento narrativo degli ospiti.
Come sottolinea l’avvincente film
di David Fincher del 2007, Zodiac, basato su una storia vera, l’identità del vero
Zodiac Killer è rimasta un mistero per decenni. Chi era dunque
l’assassino? Tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’70,
gli abitanti della California settentrionale furono tormentati
dalla minaccia del misterioso Zodiac Killer. L’ignoto assassino
uccise cinque persone, ne ferì altre due e affermò di avere 37
vittime a suo nome. A rendere la storia ancora più terrificante fu
il fatto che l’assassino inviava lettere e cartoline provocatorie
alla stampa locale, spesso tramite crittogrammi che rimangono
irrisolti ancora oggi.
A quasi 50 anni di distanza,
l’identità dello Zodiac Killer rimane uno dei grandi misteri
irrisolti della criminalità americana. Sono stati scritti
innumerevoli libri sull’argomento e il caso continua a essere uno
dei preferiti dagli investigatori dilettanti e dagli appassionati
di true crime. Ricorre inoltre regolarmente in varie forme di
cultura pop, dalle battute casuali alle esplorazioni approfondite,
fino alle rivisitazioni horror di una storia già di per sé
terrificante. L’esempio più notevole è il
thriller misterioso Zodiac di David Fincher (Seven, Gone Girl) del 2007.
Ciò che ha reso Zodiac così
memorabile, oltre alla sua incredibile regia e al cast stellare, è
stato il materiale di partenza. Il film si è basato sull’opera di
Robert Graysmith per raccontare una storia nota da una
prospettiva inedita. Graysmith, interpretato da Jake Gyllenhaal nel film, era un
vignettista politico del San Francisco Chronicle all’epoca in cui
il caso dello Zodiac Killer divenne di dominio pubblico. Come lui
stesso ha ammesso, si appassionò rapidamente al caso e dedicò anni
della sua vita a cercare di risolverlo. Oggi è uno scrittore di
true crime a tempo pieno e ha pubblicato libri su diversi casi di
alto profilo, come la morte dell’attore Bob Crane e la caccia
all’Unabomer.
È nel libro di Graysmith che viene
formulata la teoria secondo cui lo Zodiac Killer sarebbe Arthur
Leigh Allen, una conclusione a cui l’autore giunse basandosi su
prove circostanziali. Il film Zodiac di Fincher lo ritrae
certamente come un probabile sospettato (e una persona
profondamente inquietante), ma corrispondeva alla realtà? Quanto
della vera storia dello Zodiac è rappresentato correttamente nel
film?
Quanto è fedele il cast di Zodiac
ai personaggi reali?
Zodiac è stato acclamato dalla
critica per la sua incredibile attenzione ai dettagli e
l’accuratezza storica con cui racconta la sua storia, una
caratteristica che ha contraddistinto Fincher come regista. Ciò è
particolarmente evidente nella rappresentazione delle persone
coinvolte nel caso. Sebbene Jake Gyllenhaal non
assomigli molto a Robert Graysmith, riesce a catturare l’ossessione
dell’uomo per il caso Zodiac e come questo abbia portato alla
disgregazione del suo matrimonio e del rapporto con i figli. Il
film Zodiac si conclude persino con un poscritto che sottolinea
come i rapporti di Graysmith con i suoi figli siano oggi di gran
lunga migliori.
Zodiac è meno accurato per quanto
riguarda Paul Avery, interpretato da Robert Downey Jr. Avery era un
giornalista di fama che, dopo il caso Zodiac, si sarebbe occupato
del rapimento di Patty Hearst. Nel film, Graysmith viene mostrato
in stretta collaborazione con lui durante le indagini sul caso
Zodiac, cosa che non corrisponde alla realtà. Molti ex amici e
colleghi di Avery si sono risentiti per come Zodiac lo ha ritratto,
ovvero come un uomo distrutto dalla sua incapacità di risolvere il
caso. Avery viene mostrato ubriaco e tossicodipendente, con la
carriera in rovina, l’ultima volta che Graysmith lo vede, ma nulla
di tutto ciò corrispondeva alla realtà. La carriera di Avery è
proseguita fino agli anni ’90, fino al suo pensionamento, e ha
persino scritto un libro sul caso Hearst.
Dave Toschi, il detective della
polizia di San Francisco che lavorò al caso Zodiac, era già una
figura di spicco nella cultura pop prima del film di Fincher. Il
suo stile personale e la sua notorietà come investigatore all’epoca
lo resero la fonte d’ispirazione per il personaggio interpretato da
Steve McQueen in Bullitt e per l’omonimo film Dirty Harry, il cui
cattivo era a sua volta ispirato allo Zodiac Killer. (Nel film
Zodiac di Fincher si vede persino Toschi, interpretato da Mark Ruffalo, mentre guarda Dirty Harry al
cinema e ne rimane turbato.)
Il film Zodiac presenta Toschi come
un detective dedito al suo lavoro e fonte di ispirazione per
Graysmith, ma anche tormentato dal caso. Toschi fu notoriamente
retrocesso e rimosso dal caso Zodiac dopo essere stato accusato di
aver inviato lettere false. Ciò che Zodiac non mostra è che Toschi
inviò anche diverse lettere anonime al famoso scrittore Armistead
Maupin, in cui elogiava il proprio lavoro di detective. Questo ebbe
un impatto maggiore sulla fine della sua carriera rispetto alla
presunta lettera falsa di Zodiac (in seguito fu scagionato
dall’accusa di averla scritta, ma alcuni esperti non sono d’accordo
con tale verdetto).
Tutto ciò che Zodiac azzecca sulla
vera storia
Zodiac è uno dei film di cronaca
nera più accurati mai realizzati, soprattutto per la sua
rappresentazione di San Francisco all’epoca degli omicidi dello
Zodiaco. I registi hanno raccolto una documentazione il più
completa possibile sui crimini e sulle indagini, ottenendo accesso
persino a vecchi fascicoli della polizia. Oltre all’estetica del
film, dalla ricostruzione degli abiti delle vittime agli uffici
pieni di fumo del San Francisco Chronicle, Zodiac si impegna a
fondo per rappresentare accuratamente ciò che accadde alle vittime,
riproducendo fedelmente, scena per scena, gli attacchi dello
Zodiaco.
Bryan Hartnell, sopravvissuto a
diverse coltellate inferte dallo Zodiaco in un attacco in cui perse
la vita la sua amica Cecelia Shepard, ha ammesso che la
ricostruzione di Fincher di quel giorno era così precisa che
nemmeno lui avrebbe potuto scriverla meglio. L’unico dettaglio
errato è che il film li ritrae come una coppia, mentre erano solo
buoni amici. Altri dettagli che il film Zodiac azzecca rispetto
alla storia vera sono il sospettato, Arthur Leigh Allen, che
indossa un orologio con il simbolo dello zodiaco; un agente di
polizia (Don Fouke) che incrocia lo Zodiac Killer senza
riconoscerlo fino a un secondo momento (dato che la descrizione
originale si riferiva a un uomo di colore anziché a un uomo
bianco); e lo Zodiac Killer che spedisce un pezzo della camicia del
tassista al quotidiano San Francisco Chronicle. Gran parte di ciò
che viene presentato nel film Zodiac di Fincher è fedele alla
realtà, con solo piccoli dettagli modificati o drammatizzati.
Cosa Zodiac omette di ciò che è
realmente accaduto
Come ogni film che drammatizza
eventi realmente accaduti, Zodiac condensa e omette alcuni elementi
per fini cinematografici. L’arco narrativo di Paul Avery ne è un
buon esempio, così come i sospettati di alto profilo indagati
all’epoca che non erano Arthur Leigh Allen. Il pregio di Zodiac,
tuttavia, risiede nel mostrare il dovuto rispetto per le vittime,
gli investigatori e l’intero caso, che si è rivelato così
avvincente pur essendo stato ampiamente travisato nel corso dei
decenni.
La sintesi di questi dettagli
giustifica le incongruenze presenti nei momenti in cui la
precisione non è completa. In una scena con Ione Skye nei panni di
Kathleen Johns, la donna e il suo bambino vengono prelevati in auto
da un uomo misterioso che minaccia di ucciderli entrambi. Johns
riesce a fuggire e in seguito riconosce l’uomo grazie a un
identikit del killer dello Zodiaco su un manifesto di ricerca. In
una lettera al San Francisco Chronicle, lo Zodiaco si assume la
responsabilità dell’accaduto. Ciò che non viene mostrato in Zodiac
è che il racconto di Johns sugli eventi di quella sera differisce
tra la versione fornita alla polizia e quella rilasciata al San
Francisco Chronicle. Nel corso degli anni sono sorti dubbi sul
fatto che l’aggressione a Johns sia stata effettivamente opera del
killer dello Zodiaco o se questi si sia semplicemente appropriato
del lavoro di un’altra persona.
Arthur Leigh Allen era il killer
dello Zodiaco?
L’uomo indicato come il sospettato
più probabile nel caso Zodiac dal film di Fincher e dal libro di
Graysmith è Arthur Leigh Allen. Il film mostra numerose prove
circostanziali, tra cui il suo orologio marca Zodiac, su cui era
impresso il simbolo presente su ogni lettera dello Zodiaco. Il film
Zodiac si conclude con l’identificazione di Allen come assassino da
parte di Mike Mageau, uno dei sopravvissuti. Allen era un pedofilo
condannato, che aveva scontato una pena detentiva per i suoi
crimini; morì nel 1992 per insufficienza cardiaca e renale
correlata al diabete. Nel 2002, un’impronta digitale parziale fu
rinvenuta su un francobollo attaccato a una delle lettere dello
Zodiaco, insieme a tracce di DNA. I risultati delle analisi
effettuate su questo DNA non corrispondevano a quello di Allen
(fonte:
SF Weekly). Robert Graysmith ha subito osservato che il DNA era
probabilmente alterato dopo oltre 30 anni di conservazione.
A parte l’identificazione di Arthur
Leigh Allen da parte di Mageau, la maggior parte delle prove che
collegano Allen al caso Zodiac erano circostanziali. Dettagli più
concreti come DNA, impronte digitali e campioni di scrittura non
corrispondevano a lui. Sebbene il film Zodiac lo menzioni, è
chiaro, dal punto di vista narrativo e come riportato nel libro di
Graysmith, che Allen sia il colpevole più probabile di questi
omicidi. A tutt’oggi, il caso rimane irrisolto. Diversi esperti,
investigatori dilettanti e resoconti di cronaca nera hanno proposto
altri sospetti, dal pluriomicida Edward Wayne Edwards a George
Hodel, uno dei principali sospettati nell’omicidio della Dalia
Nera, fino a Ted Kaczynski, l’Unabomber. Come ha dimostrato Zodiac
di Fincher, è un caso che continuerà ad affascinare, indignare e
terrorizzare per i decenni a venire.
Il caso Zodiac rimane
irrisolto
Il caso rimane aperto anche nella
città di Vallejo e nelle contee di Napa e Solano. Il Dipartimento
di Giustizia della California ha mantenuto un fascicolo aperto
sugli omicidi di Zodiac dal 1969. L’indagine su Zodiac rimane
tuttora in corso anche in altre giurisdizioni, ma la verità
sull’identità dell’assassino rimane un mistero. L’11
dicembre 2020, come anticipato, è stata pubblicata la
notizia, confermata dall’FBI, che lo statunitense David
Oranchak, il programmatore belga Jarl Van
Eycke e l’australiano Sam Blake hanno
decriptato il testo cifrato di 340 caratteri inviato da Zodiac al
San Francisco Chronicle l’8 novembre 1969.
Il messaggio, comprensivo di errori, recita:
«SPERO CHE VI STIATE DIVERTENDO
MOLTO CERCANDO DI PRENDERMI QUELLO NELLO SHOW TELEVISIVO CHE HA
FATTO IL PUNTO SU DI ME NON ERO IO NON HO PAURA DELLA CAMERA A GAS
PERCHÉ MI MANDERÀ IN PARADISO PRIMA PERCHÉ ORA HO ABBASTANZA
SCHIAVI CHE LAVORANO PER ME DOVE TUTTI GLI ALTRI NON HANNO NIENTE
QUANDO ANDRANNO IN PARADISO PERCIÒ LORO SONO SPAVENTATI DALLA MORTE
E IO NON SONO SPAVENTATO PERCHÉ SO CHE LA MIA VITA SARÀ UNA VITA
FACILE IN MORTE PARADISO»
La
Sposa!(The
Bride! 2026) ha un finale sconvolgente che lascia la
questione aperta agli spettatori, ma che allo stesso tempo riesce a
trasmettere il suo messaggio in un momento esplosivo. È un bizzarro
mix di horror e atmosfere d’autore che rende omaggio in egual
misura a Frankenstein e Frankenstein Junior.
In fondo, “La Sposa” è un film a
messaggio sociale perfettamente riuscito, che racconta di una donna
che prende in mano le redini della propria vita, anche quando il
mondo cerca di costringerla in un ruolo predefinito.
Jessie Buckley è magistrale nel ruolo
di una donna che incarna la Sposa, una donna di nome Ida e lo
spirito iracondo di Mary Shelley. Alla fine, la Sposa rivela
finalmente chi era destinata a essere.
La Sposa e Frankenstein hanno una
seconda possibilità (o forse no?)
All’inizio de “La Sposa”,
Frankenstein (che ha preso il nome del padre) va a trovare la
dottoressa Euphronious, credendo che possa aiutarlo a creare una
compagna dopo aver vissuto in solitudine per 111 anni. Tuttavia, il
cadavere che dissotterrano dalla tomba di un indigente porta con sé
diversi problemi. La sua resurrezione dà inizio a una storia in
stile Bonnie e Clyde.
I due finiscono per essere
ricercati per omicidio dopo che Frankie uccide due uomini che
avevano tentato di violentare la Sposa, e poi, quando lei uccide un
agente di polizia per legittima difesa, inizia una gigantesca
caccia all’uomo. Dopo che Frankie chiede alla Sposa di sposarlo, e
lei rifiuta, con suo grande piacere, la polizia gli spara e lo
uccide. Questo riporta il film al punto di partenza.
La Sposa riporta il cadavere di
Frankie dalla Dottoressa Euphronious e le chiede di riportarlo in
vita, ma lei risponde di non poterlo fare. Dopo l’arrivo del
detective che li insegue, la Dottoressa ascolta tutto, ma poi
arriva la polizia e uccide la Sposa in una raffica di colpi di arma
da fuoco. La Sposa e Frankie giacciono morti insieme.
Tuttavia, c’è un momento successivo
che lascia aperta la possibilità di ciò che è realmente accaduto.
Quando il Detective… Mallow (Penélope Cruz) ordina alla polizia di
uscire di casa per permettere al Dottor Euphronious e alla sua
domestica Greta (Jeannie Berlin) di prepararsi a
scendere e rispondere alle domande. Tuttavia, sa cosa succederà
quando la polizia se ne andrà.
Il film non mostra mai cosa accade
all’interno del laboratorio. Tuttavia, mentre la detective Mallow
guarda verso la casa, sente un boato e le luci del laboratorio
iniziano a lampeggiare, il che porta a una scena in cui la mano
della Sposa si muove, poi quella di Frankie si muove, e le due si
stringono la mano mentre il film si conclude.
Non viene mostrato cosa accade
dopo, e con così tanti agenti di polizia sulla scena, le
possibilità di fuga sono scarse. Tuttavia, il film si conclude con
i mostri apparentemente tornati in vita, il che è quantomeno un
barlume di speranza per il futuro.
Una delle domande più importanti
riguardava la scena iniziale del film, in cui Mary Shelley
(Jessie Buckley) appare in una sequenza illuminata
in modo crudo e si rivolge direttamente al pubblico. L’autrice di
Frankenstein racconta di come non avesse potuto esprimere tutto ciò
che desiderava nel suo romanzo, né nella vita reale, ma di come ora
potesse finalmente dire la sua verità.
Nelle scene iniziali de La Sposa,
sembra che possieda una giovane escort di nome Ida (interpretata
anch’essa da Jessie Buckley). Ida, apparentemente
posseduta, indica un uomo ricco nel ristorante come un molestatore
e assassino di giovani donne, prima che due uomini la accompagnino
fuori e uno di loro la uccida gettandola giù per le scale.
L’idea della possessione ha portato
il film in una direzione strana ed eclettica, poiché Mary Shelley
si rivolgeva occasionalmente direttamente a Ida (ora conosciuta
come Penny, dopo che Frankenstein aveva rivelato che il suo vero
nome era Penelope).
Ci sono anche scene con toni
diversi, ed è spesso difficile distinguere cosa sia reale e cosa si
trovi nella mente della Sposa, sebbene diversi momenti sembrino
accaduti davvero, grazie alla possessione di Mary Shelley. La
grande scena del ballo sembra un’allucinazione, ma è chiaramente
accaduta.
Tuttavia, Mary Shelley rivela la
sua verità alla fine, quando nomina tutte le donne uccise dal ricco
uomo del ristorante (Zlatko Burić). Mary Shelley è furiosa e sa di
tutte queste donne uccise da un uomo potente, con la polizia che ha
insabbiato tutto. Vuole vendetta e la Sposa è la sua arma per
trasmettere questo potente messaggio.
Perché i due detective davano la
caccia alla Sposa e a Frankenstein?
Mentre la polizia dava la caccia
alla Sposa e a Frankenstein, due detective si occupavano del caso.
Si trattava del detective Jake Wiles, interpretato da
Peter Sarsgaard, e di Myrna Malloy,
interpretata da Penélope Cruz. Wiles era il capo detective, mentre
Malloy era la mente dietro il duo. Wiles, però, nascondeva un
segreto. Aveva avuto una relazione con Ida mentre lei era sotto
copertura, incaricata di raccogliere informazioni sul boss
criminale Lupino (Zlatko Burić). Quando Ida morì, si sentì in
colpa, ma era anche un poliziotto corrotto che aiutava a coprire
Lupino, e voleva trovare una sorta di redenzione.
Ancora più importante era la
detective Malloy, una brillante detective ignorata dai colleghi
uomini. Finalmente ottenne una posizione di potere quando Wiles si
dimise a condizione di poter nominare il suo successore, e lui
scelse Malloy. Lei rappresentava un altro esempio di donna oppressa
da uomini potenti, che cercava di salvare una donna uccisa proprio
da quegli stessi uomini.
Perché la Sposa ha rifiutato la
proposta di Frankenstein?
Poco prima che la polizia uccidesse
Frankenstein, questi chiese alla Sposa di sposarlo. Sembrava un
momento importante per lei, ma poi pronunciò una frase che aveva
già detto più di una volta: “Preferirei di no”, una frase che
ripeté più volte anche al Dottor Eufronio dopo la sua resurrezione.
Era una frase pronunciata anche da Mary Shelley.
“Preferirei di no” è una citazione
tratta da “Bartleby lo scrivano” di Herman Melville. Il
protagonista usa questa frase come espressione di resistenza
passiva o di sfida nei confronti degli altri. Ida (e Mary Shelley)
la ripete perché si rifiuta di lasciare che gli uomini dominino le
loro vite. La stessa frase viene poi pronunciata alla fine, quando
Frankenstein le fa la proposta.
Mentre questa frase fa infuriare la
maggior parte degli uomini che temono il rifiuto, a Frankenstein
non fece altro che sorridere. La Sposa lo rifiutò perché voleva
mantenere la sua indipendenza e disse di preferire essere la Sposa
e non una moglie. Fu una decisione perfetta, e Frank la comprese
appieno. Questo era l’unico finale possibile per questa contorta
storia d’amore.
Una scena a metà dei titoli di coda
mostrava quanto fosse diffuso il messaggio de La Sposa. All’inizio
del film, alcune donne si erano dipinte i segni de La Sposa sul
viso e si erano ribellate agli uomini prepotenti e violenti. Mary
Shelley voleva vendicarsi di tutti gli uomini malvagi, ma in
particolare di quello che aveva ucciso Ida e le sue amiche. E
questo accadde alla fine.
Lupino aveva una perversione:
collezionava le lingue delle persone che uccideva. Nella scena a
metà dei titoli di coda, diverse di queste donne si trovavano in
una stanza con Wiles. La telecamera inquadrava poi Lupino legato a
una sedia, mentre un tatuatore gli dipingeva i segni de La Sposa
sul viso e, forse, gli tagliava anche la lingua. Ida ottenne
finalmente la sua vendetta grazie a Wiles.
Il vero significato de La
Sposa
“La Sposa” è un film sulla rabbia e
la vendetta contro una società che ha sempre relegato le donne in
secondo piano e contro gli uomini che le abusano impunemente. In un
mondo in cui uomini come Harvey Weinstein vengono smascherati dopo
anni di presunti abusi, e in seguito al recente caso Epstein,
questo film racconta di una donna che reagisce.
Maggie Gyllenhaal ha creato un
film bizzarro che diventa ancora più sconvolgente man mano che la
rabbia e la confusione della Sposa crescono. È una storia che
mostra come, quando le donne vengono spinte oltre il limite, alla
fine rivelano il loro lato più oscuro. Alla fine, la Sposa
sopravvive, letteralmente o metaforicamente, e gli uomini che
l’hanno tenuta prigioniera affrontano finalmente le conseguenze
delle loro azioni.
Daredevil: Born
Again – distribuita in Italia con
il titolo Daredevil:
Rinascita — potrebbe essere pronta a introdurre la versione
più fedele ai fumetti di Bullseye mai vista in live-action. A
suggerirlo è stato direttamente Wilson Bethel,
interprete di Benjamin “Dex” Poindexter, che ha condiviso online un
breve video dal set della stagione 3 mostrando alcuni dettagli del
nuovo costume del personaggio.
Nel
filmato pubblicato su Instagram si intravedono infatti parti
dell’armatura del braccio e soprattutto un simbolo bersaglio molto
più vicino all’estetica classica dei fumetti Marvel. Un dettaglio apparentemente
piccolo, ma che ha immediatamente scatenato le reazioni dei fan,
molti dei quali sperano da anni di vedere una versione
completamente comic accurate di Bullseye sullo schermo.
Bethel aveva debuttato nel ruolo già nella terza stagione della
storica serie Netflix di Daredevil, dove il
personaggio veniva presentato come un instabile agente FBI
manipolato da Wilson Fisk. La sua interpretazione era stata accolta
molto positivamente, ma il costume restava volutamente realistico e
lontano dalla versione più fumettistica del villain Marvel.
Con Daredevil:
Rinascita, però, Marvel Studios sembra
progressivamente spostarsi verso un’estetica più vicina ai comics.
Già nella seconda stagione il look di Bullseye era stato aggiornato
rispetto alla serie Netflix, anche se molti fan lo avevano
giudicato ancora troppo distante dall’iconografia originale del
personaggio creato da Marv Wolfman e
John Romita Sr..
Marvel sembra pronta a
trasformare Bullseye in uno dei villain più fumettistici dell’MCU
street level
La possibile evoluzione del costume di Bullseye è interessante
soprattutto perché racconta molto bene la direzione che Marvel
Studios sembra voler prendere con il nuovo corso di Daredevil.
La serie Netflix originale funzionava infatti su un approccio molto
realistico e quasi crime drama urbano, dove costumi e personaggi
venivano adattati in maniera più credibile e “terrena”.
Daredevil: Rinascita
invece sta lentamente abbracciando sempre di più il lato
supereroistico dell’universo Marvel street level.
Bullseye è probabilmente il personaggio perfetto per questo
cambiamento. Nei fumetti rappresenta infatti uno degli antagonisti
più estremi e quasi “fumettistici” dell’universo di Daredevil: un
assassino capace di trasformare qualsiasi oggetto in un’arma letale
grazie a una precisione sovrumana.
Ed è significativo che Marvel sembri voler finalmente mostrare
apertamente il simbolo bersaglio sul costume. Per anni le
produzioni live-action avevano evitato di utilizzare l’iconografia
completa del personaggio per paura di risultare troppo sopra le
righe o poco realistica. Ora invece l’MCU sembra molto più sicuro
nel mescolare estetica comic book e tono adulto.
Inoltre la presenza di Bullseye nella stagione 3 potrebbe avere un
peso molto più importante del previsto. Il personaggio è sempre
stato uno degli specchi oscuri di Matt Murdock: entrambi
straordinariamente talentuosi, entrambi traumatizzati, ma
completamente opposti nel modo in cui gestiscono violenza e
controllo.
E
proprio per questo molti fan stanno leggendo il nuovo costume come
il segnale definitivo della trasformazione completa di Dex nel vero
Bullseye dei fumetti Marvel. Se così fosse, Daredevil: Rinascita potrebbe finalmente
portare nell’MCU una delle rivalità più iconiche e brutali della
storia Marvel nella sua forma più fedele e definitiva.
Nicolas Cage ha
finalmente risposto ai rumor che lo volevano protagonista della
quinta stagione di True Detective. Dopo
mesi di indiscrezioni secondo cui l’attore sarebbe stato vicino a
un accordo con HBO, Cage ha chiarito che al momento non esiste
ancora nulla di ufficiale, anche se ha confermato di aver parlato
del progetto con la produzione.
In
una nuova intervista rilasciata a Variety, Cage ha spiegato di non aver “firmato nulla” e
di non avere aggiornamenti recenti sullo sviluppo della serie.
L’attore ha però espresso grande entusiasmo all’idea di collaborare
con Issa López,
showrunner della nuova fase di True Detective dopo il successo di
Night
Country.
“Mi piace molto Issa López e sarei felice di lavorare con lei, ma
niente è concreto”, ha dichiarato Cage, aggiungendo anche un
dettaglio sorprendente: non ha mai visto la prima
stagione della serie HBO con Matthew McConaughey e
Woody Harrelson, pur
avendone sentito parlare benissimo.
Secondo i rumor circolati negli ultimi mesi, Cage sarebbe stato
scelto per interpretare Henry Logan, detective newyorkese coinvolto
nel caso centrale della nuova stagione ambientata nell’area di
Jamaica Bay, a New York. HBO non ha ancora confermato ufficialmente
il casting, ma la serie dovrebbe iniziare le riprese nel 2026 per
arrivare nel 2027.
Nicolas Cage sarebbe perfetto per
il nuovo True Detective di Issa López
Anche se l’accordo non è ancora chiuso, l’idea di vedere
Nicolas Cage dentro True Detective sembra estremamente coerente
con la direzione che la serie sta prendendo dopo Night Country.
Issa López ha infatti trasformato il franchise HBO in qualcosa di
molto più atmosferico, surreale e quasi horror rispetto alle
stagioni originali create da Nic Pizzolatto. E
Cage, negli ultimi anni, è diventato uno degli interpreti più
imprevedibili e affascinanti del cinema contemporaneo proprio
grazie alla sua capacità di muoversi tra noir psicologico, horror
esistenziale e thriller disturbanti.
La coincidenza interessante è che Cage ha appena debuttato anche in
Spider-Noir, dove interpreta un
detective newyorkese invecchiato e tormentato. Un ruolo che, almeno
sulla carta, sembra quasi prepararlo perfettamente all’universo
decadente e ossessivo di True
Detective.
Inoltre HBO sembra voler costruire una continuità tematica tra la
stagione 4 e la nuova stagione 5. Issa López ha già anticipato che
esisteranno collegamenti narrativi con gli eventi di Ennis, Alaska,
pur trattandosi di una storia completamente nuova. Questo
suggerisce che la serie continuerà a esplorare il lato più oscuro e
metafisico del franchise, elemento che potrebbe sposarsi
perfettamente con la presenza scenica di Cage.
La vera domanda, però, è un’altra: HBO riuscirà davvero a chiudere
l’accordo? Negli ultimi anni Nicolas Cage è diventato estremamente
selettivo sui progetti seriali, e il fatto che abbia appena
completato Spider-Noir
potrebbe influenzare tempi e disponibilità. Ma se l’accordo dovesse
concretizzarsi, True
Detective 5 avrebbe probabilmente trovato uno dei protagonisti
più particolari e imprevedibili mai visti nella storia della
serie.
Dopo
il debutto su Netflix, molti spettatori si stanno
chiedendo se Ladies First
sia tratto da una storia vera, da un romanzo o da qualche opera già
esistente. La domanda non sorprende: il film con
Sacha Baron
Cohen utilizza infatti una premessa
narrativa così particolare — un uomo che si risveglia in un mondo
dominato dalle donne – da sembrare quasi l’adattamento di una
distopia letteraria o di una graphic novel satirica.
In
realtà Ladies First non è
basato direttamente su una storia vera né su un libro specifico. Il
film nasce come sceneggiatura originale costruita attorno a un
classico espediente da commedia fantasy: il ribaltamento sociale
totale. Tuttavia, dietro la sua struttura da rom com surreale, il
film prende chiaramente ispirazione da numerose opere precedenti
che hanno
utilizzato mondi alternativi o realtà capovolte per parlare di
identità, genere e potere.
Ed è proprio questo che rende interessante il progetto.
Ladies First non vuole
essere realistico nel senso tradizionale del termine, ma usa il
paradosso sociale per raccontare dinamiche molto concrete della
cultura contemporanea.
Ladies First prende ispirazione
da decenni di satire sociali e commedie sul “mondo al
contrario”
Anche se non adatta un’opera precisa, il film sembra costruito come
una fusione di diversi riferimenti culturali molto riconoscibili.
Il paragone più immediato è naturalmente con Barbie, soprattutto
per il modo in cui il mondo alternativo viene utilizzato per
riflettere sulle strutture di potere e sui ruoli di genere.
Ma Ladies First si
avvicina anche a opere come Don’t Worry
Darling, The Truman
Show e persino alcune commedie anni ’80
e ’90 basate sullo scambio di prospettiva sociale. La differenza
principale è che qui tutto viene filtrato attraverso il tono
provocatorio e grottesco tipico di Sacha Baron Cohen.
Il film sfrutta infatti il meccanismo del “what if?”: cosa
succederebbe se un uomo abituato a vivere dentro una società
patriarcale si ritrovasse improvvisamente dall’altra parte del
sistema? La premessa è volutamente estrema, ma serve a mettere
continuamente il protagonista in situazioni che normalmente non
percepirebbe come problematiche.
Molte sequenze del film — dai colloqui di lavoro alle relazioni
sentimentali — sono costruite proprio per creare questo effetto
specchio. Ed è qui che il film si allontana completamente dall’idea
di “storia vera”: Ladies
First non racconta eventi realmente accaduti, ma usa la
fantasia sociale per evidenziare dinamiche riconoscibili del
presente.
Il film Netflix usa la commedia
per parlare di privilegi, identità e paura della perdita di
potere
La cosa più interessante è che Ladies First non costruisce il mondo femminile come
un’utopia perfetta. Anzi, la società alternativa mostrata nel film
è spesso tossica, superficiale e autoritaria tanto quanto quella
dominata dagli uomini da cui proviene il protagonista.
Ed è proprio questo il cuore del film. La storia non vuole
suggerire che le donne governerebbero necessariamente meglio degli
uomini, ma che il problema nasce dal modo in cui il potere tende a
riprodurre sempre gli stessi meccanismi di controllo,
indipendentemente da chi lo esercita.
In questo senso il film funziona più come allegoria culturale che
come semplice commedia romantica. E il fatto che molti spettatori
si chiedano se sia tratto da un libro o da una storia vera dimostra
quanto la sua costruzione narrativa sembri già appartenere a una
tradizione più ampia di satire distopiche e speculative.
Anche il casting contribuisce a questa sensazione. Oltre a Sacha
Baron Cohen, il film include infatti attrici come Rosamund
Pike ed Emily
Mortimer, interpreti spesso associate a
personaggi sofisticati, manipolatori o ambigui. La loro presenza
rafforza l’idea che Ladies
First voglia muoversi continuamente tra commedia, satira
sociale e thriller psicologico leggero.
Perché Ladies First sembra
comunque “ispirato alla realtà”
Anche senza essere tratto da fatti reali, il film prende
chiaramente spunto da discussioni molto contemporanee legate ai
rapporti di genere, ai privilegi sociali e alla crisi dell’identità
maschile.
Ed è probabilmente questo il motivo per cui il pubblico continua a
cercare riferimenti concreti dietro la storia. Ladies First usa infatti una struttura
fantasy estremamente semplice per affrontare temi che negli ultimi
anni sono diventati centrali nel dibattito culturale: mascolinità
tossica, squilibri di potere, performatività sociale e dinamiche
relazionali contemporanee.
Il risultato è una commedia Netflix che sembra leggera in
superficie, ma che in realtà costruisce gran parte del proprio
impatto proprio sul disagio e sulla provocazione.
E
forse è proprio questo il vero motivo per cui il film sta facendo
così discutere online.
Quando uscì nel 2009, A Perfect Getaway – Una perfetta
via di fuga venne inizialmente percepito
come un classico thriller da vacanza esotica: una coppia in luna di
miele alle Hawaii, alcuni escursionisti sospetti, omicidi
misteriosi su un’isola tropicale e una tensione crescente tra
personaggi che sembrano nascondere qualcosa. Ma il film scritto e
diretto da David Twohy
costruisce in realtà uno dei twist più intelligenti del thriller
anni 2000, giocando continuamente con il punto di vista dello
spettatore fino a ribaltare completamente la percezione della
storia nel finale.
Interpretato da Milla Jovovich,
Steve Zahn, Timothy Olyphant
e Kiele
Sanchez, il film segue inizialmente Cliff e
Cydney, due novelli sposi che decidono di trascorrere la luna di
miele nelle Hawaii più selvagge. Durante l’escursione incontrano
Nick e Gina, una coppia apparentemente eccentrica ma amichevole,
mentre sullo sfondo cresce la paura per alcuni brutali omicidi
avvenuti sull’isola. Tutto sembra portare verso un classico schema
thriller in cui bisogna capire quale delle coppie incontrate sia
composta dai killer.
Il film però costruisce volutamente questo meccanismo per ingannare
lo spettatore. David Twohy dirige infatti la prima metà come un
continuo gioco di depistaggi: Cleo e Kale sembrano troppo
aggressivi per essere innocenti, Nick appare inquietante e
imprevedibile, mentre Cliff e Cydney vengono mostrati come la
classica coppia “normale” dentro un contesto sempre più paranoico.
Ed è proprio qui che il film prepara il suo vero colpo di
scena.
Il finale rivela che i veri
assassini sono Cliff e Cydney: le loro identità sono state
rubate
La svolta arriva nella sequenza della grotta marina, quando Nick
resta finalmente solo con Cliff. È qui che il film ribalta
completamente tutto ciò che aveva mostrato fino a quel momento:
Cliff estrae una pistola e rivela che lui e Cydney non sono affatto
chi dicono di essere.
I
veri Cliff e Cydney sono infatti già morti. I protagonisti che
abbiamo seguito per tutto il film sono in realtà Rocky e la sua
compagna, due serial killer tossicodipendenti che assassinano
coppie in viaggio per rubarne l’identità. Il dettaglio più
disturbante è il metodo che usano: fingendosi sceneggiatori e
documentaristi, studiano attentamente le vittime per assorbirne
personalità, abitudini e storie di vita prima di prenderne il
posto.
Il film dissemina diversi indizi lungo tutta la narrazione. Il
continuo interesse di Cliff per le storie personali degli altri, la
videocamera sempre accesa, il modo in cui i protagonisti sembrano
adattarsi troppo facilmente alle situazioni: tutto acquista
improvvisamente un significato completamente diverso dopo il
twist.
Anche la scena in cui Nick racconta delle placche metalliche nel
cranio smette di essere un semplice dialogo casuale. Quel dettaglio
diventerà infatti cruciale nel finale, perché permetterà a Nick di
sopravvivere allo sparo di Rocky.
Nick e Gina rappresentano l’unica
coppia autentica del film
Uno degli aspetti più intelligenti di A Perfect Getaway è il modo in cui ribalta
continuamente le aspettative dello spettatore sui personaggi. Per
buona parte del film Nick, interpretato da Timothy Olyphant, viene presentato quasi
come una minaccia: aggressivo, imprevedibile, ossessionato dalle
armi e con un passato militare ambiguo. Ma alla fine si rivela
essere uno dei pochi personaggi realmente sinceri della storia.
Il contrasto con Cliff/Rocky è fondamentale. Rocky è infatti un
uomo completamente costruito sull’imitazione e sulla manipolazione.
Non possiede una vera identità, ma vive costantemente
appropriandosi delle vite degli altri. È significativo che il film
lo mostri continuamente mentre “interpreta” ruoli diversi. In
questo senso il thriller di David Twohy parla molto anche della
performance sociale e della fragilità dell’identità personale.
Nick invece è esattamente il contrario: rozzo, diretto, persino
fastidioso, ma autentico. E proprio questa autenticità gli permette
di sopravvivere.
Anche Gina, interpretata da Kiele Sanchez, assume nel finale un
ruolo molto più importante del previsto. È lei infatti a scoprire
le foto dei veri Cliff e Cydney nella videocamera, comprendendo la
verità prima di tutti gli altri. Da quel momento il film si
trasforma quasi in una fuga survivalista nella giungla hawaiana,
con Rocky che diventa una figura sempre più animalesca e fuori
controllo.
Il finale mostra come Rocky sia
incapace di esistere senza rubare la vita degli altri
Il climax finale porta tutto il discorso del film sulla perdita
dell’identità alle estreme conseguenze. Dopo essere stato fermato
da Nick, Rocky tenta continuamente di provocarlo affinché lo
uccida. Ma il vero momento decisivo arriva quando la compagna di
Rocky decide finalmente di tradirlo, rivelando alla polizia che è
lui il killer.
È
una scena importante perché mostra come anche lei abbia compreso
l’impossibilità di continuare quella vita costruita sulla menzogna
permanente. Rocky viene quindi ucciso dalla polizia mentre tenta di
recuperare l’arma, chiudendo definitivamente il ciclo di violenza e
appropriazione che aveva definito tutta la sua esistenza.
Il finale torna poi improvvisamente più leggero con Nick che
propone finalmente a Gina di sposarlo sull’elicottero di
salvataggio. Ma il dialogo finale — in cui entrambi concordano sul
fatto che non faranno mai una luna di miele — funziona come ironica
chiusura dell’intero film.
Perché A Perfect Getaway
non è mai stato davvero soltanto un thriller sulle vacanze andate
male. È soprattutto un film sulla paura di non conoscere davvero le
persone che abbiamo accanto, sulla costruzione artificiale
dell’identità e sul modo in cui i thriller stessi manipolano
continuamente lo spettatore attraverso le apparenze.
Ed è probabilmente proprio questo che rende ancora oggi il twist
del film così efficace: non tradisce mai davvero la storia,
semplicemente ci costringe a guardarla improvvisamente da un’altra
prospettiva.
Se tu scoprissi che non siamo soli,
se qualcuno ti mostrasse, te lo dimostrasse, credi che ti
spaventerebbe? Quest’estate, la verità appartiene a sette miliardi
di persone. Ci stiamo avvicinando al… Disclosure Day. Universal
Pictures è orgogliosa di presentare un nuovo film evento originale
ideato e diretto da Steven Spielberg.
Il film vede protagonisti la
vincitrice del SAG Award e candidata all’Oscar® Emily Blunt (Oppenheimer, A Quiet Place), il vincitore di Emmy
e Golden Globe Josh O’Connor (Challengers, The
Crown), il vincitore dell’Oscar® Colin Firth (The King’s Speech, la saga di
Kingsman), Eve Hewson (Bad Sisters, The Perfect Couple) e il due
volte candidato all’Oscar® Colman Domingo (Sing Sing, Rustin).
Basato su un soggetto di Spielberg,
il film è scritto da David Koepp, che ha già collaborato con il
regista firmando le sceneggiature di Jurassic Park, Il mondo
perduto – Jurassic Park, La guerra dei mondi e Indiana Jones e il
regno del teschio di cristallo. Complessivamente, questi film hanno
incassato oltre 3 miliardi di dollari in tutto il mondo. Koepp è
inoltre autore della sceneggiatura di Jurassic
World – La rinascita, uscito nel 2025. Disclosure Day è
prodotto dalla cinque volte candidata all’Academy Award® Kristie
Macosko Krieger (The Fabelmans, West Side Story) e da Steven Spielberg per
Amblin Entertainment. I produttori esecutivi sono Adam Somner e
Chris Brigham.
Steven Spielberg è uno dei cineasti
più influenti e di maggior successo nella storia del cinema.
Regista con i maggiori incassi di tutti i tempi, ha firmato
blockbuster come Lo squalo, E.T. l’extra-terrestre, la saga di
Indiana Jones e Jurassic Park.
Stan Lee torna virtualmente nel mondo
dell’intrattenimento grazie a un nuovo accordo tra
ElevenLabs e Stan Lee Universe. La società
specializzata in intelligenza artificiale ha ottenuto la
licenza per utilizzare voce e immagine del leggendario creatore
Marvel all’interno della propria
piattaforma commerciale dedicata alle celebrity AI. Gli utenti
potranno ascoltare libri narrati dalla voce sintetica di Lee,
generare immagini ispirate al suo volto in stile fumetto e
utilizzare contenuti basati sulla sua likeness in diversi strumenti
creativi della piattaforma.
Secondo quanto riportato da
Variety, la voce AI di
Stan Lee è stata addestrata utilizzando registrazioni professionali
originali dell’autore, scomparso nel 2018. Il progetto
include anche “Stan Lee Book Club of the Month”, una serie audio
mensile nell’app Eleven Reader, che inizierà con Treasure Island.
Parallelamente, la piattaforma offrirà template grafici ispirati ai
comic panel per ricreare digitalmente il volto di Lee, sebbene
l’uso delle immagini e dei video resti limitato ad ambiti non
commerciali.
La notizia segna un altro
passaggio cruciale nel rapporto sempre più ambiguo tra Hollywood e
intelligenza artificiale. Da un lato, il progetto viene
presentato come un modo per preservare l’eredità creativa di una
figura simbolica della cultura pop contemporanea. Dall’altro, apre
interrogativi molto concreti su consenso, identità artistica e
sfruttamento postumo delle celebrity. Non è casuale che
l’operazione arrivi in un momento in cui l’industria audiovisiva
sta ridefinendo i limiti dell’uso dell’AI dopo gli scioperi di
attori e sceneggiatori degli ultimi anni.
L’eredità digitale di Stan
Lee cambia il futuro delle icone pop
Il caso di Stan
Lee non è isolato. Negli ultimi mesi diverse aziende hanno
iniziato a stringere accordi con eredi e detentori di diritti per
ricreare digitalmente artisti scomparsi. ElevenLabs ha già reso
disponibili le voci AI di personalità come Judy
Garland e Albert Einstein, mentre il
cinema sta sperimentando sempre più spesso resurrezioni digitali
controllate dagli eredi.
Nel caso di Stan
Lee, però, il peso simbolico è molto più forte. Lee non è
soltanto un autore: è diventato nel tempo il volto pubblico della
Marvel moderna, grazie ai cameo cinematografici, alla sua immagine
mediatica e al ruolo quasi mitologico assunto nell’immaginario geek
globale. Trasformarlo in una presenza AI permanente significa, di
fatto, trasformare una persona reale in un asset narrativo
infinito.
Ed è qui che la questione diventa
culturale prima ancora che tecnologica. Se Hollywood può continuare
a “far vivere” digitalmente le sue icone, il concetto stesso di
eredità artistica rischia di cambiare radicalmente. La vera domanda
non è più se l’AI possa replicare una celebrità, ma chi controllerà
queste identità virtuali nel futuro dell’intrattenimento.
Grazie a un nuovo trailer
incredibilmente epico, ora sappiamo che la serie animata X-Men
’97, candidata agli Emmy e prodotta da Marvel
Animation, tornerà su Disney+ con la sua seconda stagione il
1° luglio. Presentata come “la serie animata originale Disney+ più vista (in base alle ore di
streaming a livello globale)”, la serie è stata un successo di
critica al suo lancio nel 2024 e rimane uno dei titoli Marvel Studios con le migliori
recensioni, con il 99% su Rotten Tomatoes.
Nel trailer, vediamo la portata
della minaccia che questi eroi mutanti dovranno affrontare quando
saranno costretti a dichiarare guerra ad Apocalisse. Il villain ha
intenzione di colpire la squadra nel suo momento di maggiore
vulnerabilità, ma non è l’unica minaccia mostrata.
La seconda stagione di X-Men
’97 continua con l’eroico team di mutanti
X-Men, diviso e catapultato in diverse epoche, mentre
lotta per tornare a casa. Nel frattempo, negli anni ’90, nemici
sospetti e nuove forme di intolleranza verso i mutanti sono in
aumento a seguito dell’assenza degli X-Men.
La seconda stagione della serie
animata originale è composta da 9 episodi e il cast di voci include
Ross Marquand nel ruolo del Professor X, Matthew Waterson in quello
di Magneto, Ray Chase in quello di Ciclope, Jennifer Hale in quello
di Jean Grey, Alison Sealy-Smith in quello di Tempesta, Cal Dodd in
quello di Wolverine, Lenore Zann in quello di Rogue e George Buza
in quello di Bestia.
La serie è prodotta a livello
esecutivo da Brad Winderbaum, Kevin Feige, Louis D’Esposito, Dana
Vasquez-Eberhardt, Julia Lewald, Eric Lewald, Larry Houston e Beau
DeMayo. Il produttore supervisore è Jake Castorena. Gli episodi
sono scritti da JB Ballard, Beau DeMayo, Bailey Moore, Antony
Sellitti, Brian Ford Sullivan e Mariah Wilson. I registi degli
episodi sono Emmett Yonemura e Chase Conley.
La miniserie, composta
da otto episodi, è creata, scritta e diretta da
Michele Rech, prodotta da Movimenti
Production in collaborazione con BAO Publishing, e vede
ancora una volta Zerocalcare prestare la voce alla maggior
parte dei personaggi, e Valerio Mastandrea nei gloriosi panni dell’Armadillo.
Commedia cupa, dolceamara, irriverente, incentrata su quanto il
tempo e gli eventi possano incidere sulle amicizie, Due
Spicci è una storia che parla di debiti: economici,
emotivi, familiari, sentimentali.
La serie è liberamente
collegata a Scheletri, graphic novel dello stesso
Zerocalcare pubblicata nel 2020 da BAO Publishing ma non può essere
vista come un adattamento diretto. Se Scheletri raccontava
lo Zero diciottenne che fingeva di andare all’università e passava
le mattine sulla metro B, dove incontrava Arloc e veniva trascinato
all’interno di un cupissimo thriller ambientato nel mondo dello
spaccio della periferia romana, Due Spicci
conserva quella matrice noir, la centralità del senso di colpa e
l’idea che certe bugie prima o poi tornino a chiedere il conto, ma
sposta tutto in una fase più adulta della vita dei protagonisti. In
quel momento in cui le scelte non riguardano più soltanto loro
stessi, ma si riflettono su chi, nel frattempo, è diventata la loro
famiglia.
La trama di Due
Spicci
La storia parte da una
premessa molto semplice: Zero è entrato in società con Cinghiale
per aiutarlo a mandare avanti un piccolo locale. L’attività che
dovrebbe rappresentare una possibilità di stabilità, si trasforma
ben presto in un luogo di pressioni, ansie e responsabilità
ingestibili. Cinghiale non è più soltanto l’amico caciarone e
sbruffone del gruppo, quello con un solo, unico, inequivocabile
drive che i fan di Zerocalcare conoscono bene, ma ha una famiglia,
deve far quadrare i conti, non può permettersi di fallire. Proprio
per questo si ritrova invischiato in un debito pesantissimo, con un
numero di zeri talmente elevato da metterlo nei guai con la
criminalità locale. Quando un personaggio parecchio pericoloso,
come Paturnia, arriva a riscuotere, anche Zero viene coinvolto in
una vicenda più grande di lui, che da un lato lo mette in dubbio su
quanto davvero conosca il suo amico, dall’altro, su quanto sia
disposto a rischiare per salvarlo.
A questa linea
narrativa, si intreccia quella di Smeralda, una vecchia
conoscenza di Zero che Sarah gli chiede di ospitare perché deve
tenersi lontana da una relazione violenta. L’arrivo di Smeralda
nella casa già caotica del protagonista, insieme al suo cane e a
tutto il peso di una vita da mettere in sicurezza, sposta la serie
su un terreno più intimo, dove l’imbarazzo sentimentale, la paura
di esporsi e la tendenza di Zero a trasformare ogni emozione in un
contortissimo labirinto mentale, vengono messi alla prova da una
situazione reale, urgente, decisamente non risolvibile con una
battuta o con una delle tante digressioni pop cui l’autore romano
ci ha abituati.
La storia, già molto
ricca a questo punto, si complica ulteriormente rivelandosi un vero
e proprio affresco corale, mostrando la crisi della
relaziona tra Sarah e Stella e, soprattutto, rivelando
tutta la verità dietro il misterioso evento che ha portato al
drastico cambiamento della vita di Secco. L’intero
gruppo di amici conosciuto su Strappare lungo i
bordi, viene quindi risucchiato all’interno di una
rete di responsabilità che non riguarda più soltanto la mera
sopravvivenza quotidiana, ma la capacità di esserci davvero quando
qualcuno sta perdendo tutto.
Cortesia di Netflix
Melodramma generazionale e
“pistole che spareranno”
Aldilà
dell’irrefrenabile comicità dissacrante, vero e proprio marchio di
fabbrica dello stile di Zerocalcare, che dà il suo meglio,
ovviamente, nei goduriosi siparietti tra Zero e l’Armadillo (grazie
soprattutto, è giusto dirlo, a un Mastandrea in particolare stato
di grazia), la progressione degli episodi si muove principalmente
su due binari paralleli. Da una parte c’è il thriller legato al
debito, alla violenza di Paturnia, la trasferta nel suo territorio,
i tentativi maldestri di trovare una soluzione, il crescendo verso
la resa dei conti finale, sapendo con chiarezza che la
pistola abbondantemente inquadrata, prima o poi, sparerà.
Dall’altra, c’è il melodramma generazionale, le
ansie per gli amici che nascondono qualcosa, la rabbia, i bilanci,
la paura di crescere e non solo affrontare i propri mostri
interiori, ma sconfiggerli. Smeralda che vuole tornare dal suo ex
violento, Zero che deve affrontare il dolore altrui senza
appropriarsene ogni volta e somatizzarlo, Cinghiale che cerca di
nascondere il disastro alla moglie per paura di perdere l’unico
punto fisso della sua vita, la madre di Zero che si presenta
apparentemente solo come un elemento comico, ma si rivela in realtà
una figura preziosa, testimone in carne e piume del tempo che
passa, consapevole dell’inevitabilità di ogni separazione
necessaria.
Una storia di
debiti, ma non solo di soldi
Il titolo è uno degli
elementi più interessanti dell’operazione, perché Due
Spicci sembra indicare qualcosa di piccolo, quasi
trascurabile, mentre il racconto prosegue nella direzione opposta
chiedendo a ognuno dei personaggi di mostrare almeno due
spicci di responsabilità. I “due spicci” sono i soldi che
mancano, i buffi, le pezze provvisorie, i favori chiesti senza
sapere se si potranno restituire, ma sono anche i debiti morali
accumulati negli anni, le mancanze verso chi si fidava di noi, le
omissioni nelle relazioni, le paure mascherate da autoironia, gli
irrisolti perché è più facile lasciare le cose in sospeso che
saldare i debiti che ognuno ha con sé stesso e con gli altri.
La forza della serie sta
quindi nel riuscire a trasformare un pretesto classico da serie
criminale di quartiere (gustose le auto-prese in giro delle
somiglianze con Suburra) in un racconto
sull’età adulta. Il debito di Cinghiale con la malavita è il motore
esterno, quello che permette agli episodi di avere una direzione
più marcata, squisitamente di genere, rispetto al classico flusso
di coscienza delle precedenti serie, ma il vero centro drammatico
sta nell’evidenza cui i personaggi devono arrendersi: non possono
più vivere come se fossero ancora in una zona franca
dell’esistenza, protetti dall’ironia, dall’amicizia storica e
dall’idea che la precarietà sia una condizione comune capace, da
sola, di assolvere tutti. Non possono più “fare i
Goonies“.
In Due
Spicci, il problema economico è concreto, il pericolo
fisico reale, la violenza domestica non è una metafora, e la crisi
sentimentale non può essere ridotta a una simpatica divagazione
narrativa.
C’è l’amore (praticamente una novità nelle serie animate di
Zerocalcare), c’è la morte, c’è la paura, c’è
l’oppressione e questo obbliga Zero a misurarsi con un mondo in cui
l’empatia non basta e deve trasformarsi in azione.
Una struttura più
ampia e un’emotività meno protetta
Rispetto a Strappare lungo i bordi, che costruiva la propria forza
sulla rivelazione progressiva del motivo segreto del viaggio in
treno dei suoi protagonisti, e rispetto a Questo mondo non mi renderà cattivo, che trovava nel
conflitto politico e sociale il suo asse più evidente,
Due Spicci lavora su una struttura corale
più ampia, nella quale le linee narrative si sovrappongono senza
annullarsi. La vicenda di Cinghiale dà alla serie una spina dorsale
da thriller, quella di Smeralda, apparentemente romance, introduce
un tema più doloroso e concreto, Sarah e Stella aprono un fronte
sulle relazioni sentimentali adulte, mentre Secco, con il suo
cambiamento, permette alla storia di ragionare su cosa accade
quando anche i personaggi apparentemente più immobili del mondo di
Zerocalcare smettono di comportarsi come lo spettatore si
aspetta.
Cortesia di Netflix
Questa complessità non
cancella la riconoscibilità dell’autore, la voce resta quella di
Zerocalcare: ansiosa, dissacrante, iperanalitica, fanciullesca,
capace di scivolare dal dettaglio ridicolo all’efferatezza più
brutale nel giro di poche battute. Zero parla tanto (ma taaaaaanto)
perché ha paura di scegliere, di sbagliare, ma proprio questo
continuo rimuginio mentale che in altre opere poteva apparire un
semplice elemento stilistico qui diventa parte integrante del
problema da risolvere. Il personaggio di Smeralda, da questo punto
di vista, è determinante, perché impedisce alla serie di chiudersi
nel consueto circuito di autocommiserazione e autoassolvimento
reciproco all’interno del gruppo di amici. Il suo arrivo costringe
Zero a misurarsi con una sofferenza che non può essere
razionalizzata fino a renderla innocua. La violenza di una
relazione tossica, la difficoltà di uscire davvero da un legame
distruttivo, il ritorno verso chi ci sta facendo male anche quando
tutti, dall’esterno, vedono il pericolo, sono elementi che spostano
Due Spicci decisamente verso una dimensione più adulta di
quanto visto finora. Ed è importante che, in una serie Netflix a
enorme diffusione, si accenda un faro su quanto le strutture
anti-violenza siano importanti e quanto, allo stesso tempo, siano
inadeguate le misure attuate dal Governo per arginare il fenomeno
generando nient’altro che frustrazione e mancanza di mezzi a
disposizione.
Quando Zerocalcare
rischia di girare intorno a se stesso
Il limite principale
della serie è l’altra faccia della medaglia dei suoi punti di
forza. Due Spicci è molto zerocalcariana, e questo significa
che chi conosce bene i fumetti e le due serie precedenti può
avvertire, in alcuni passaggi, una sensazione di ritorno su
territori già ampiamente battuti: l’ansia del protagonista,
l’Armadillo come coscienza, le divagazioni, i riferimenti pop, la
paura delle responsabilità, il senso di fallimento generazionale,
l’incapacità di trovare un equilibrio tra desiderio di esserci e
tentazione di sottrarsi. Tutti elementi che avevano caratterizzato
anche le due serie precedenti, ma probabilmente a causa della
maggiore durata degli episodi e dell’articolazione, stavolta, in
otto puntate, le ripetizioni appaiono molto più
visibili. Le divagazioni, pur mantenendosi nella maggior
parte dei casi decisamente divertenti, si fanno prevedibili, a
tratti pesanti, soprattutto quando la serie indugia in maniera
troppo didascalica in spiegazioni emotive di ciò che lo spettatore
ha già perfettamente compreso.
Lo stesso Zerocalcare ha
parlato spesso di Due Spicci come della
chiusura di una trilogia, della fine di un percorso e forse è
giusto che tutto si concluda così. Il fossilizzarsi troppo
nella narrazione di un eterno disagio, di un’eterna
immobilità per paura di crescere, così come il cullarsi all’interno
della rassicurante e facile nostalgia di tutto quello che ci ha
resi felici da bambini, rischia, alla lunga, di diventare
stucchevole e ripetitivo. Zero, Cinghiale, Secco, Sarah e Stella
non se lo meritano, e meritano, anzi, un finale come quello che gli
dà Due Spicci, che sì, li porterà a
congedarsi (a quanto pare) dagli spettatori, ma anche, finalmente,
a fare quel passo importante che li porterà finalmente a
crescere.
Animazione, tecnica
e stile visivo
Sul piano tecnico,
Due Spicci conferma e alza il livello del percorso iniziato
con le precedenti serie. Lo stile resta fedele alla matrice grafica
di Zerocalcare, con linee sporche, corpi
espressivi, deformazioni caricaturali, ambienti dettagliatissimi,
ma il lavoro di animazione fa un decisivo passo in avanti. La
tecnica di animazione tradizionale 2D paperless e cutout, raggiunge
livelli di accellenza, apparendo parecchio più fluida, più ricca
nei dettagli mantenendo un alto livello di freschezza e coerenza
per tutta la durata della serie, anche quando si accosta a inserti
filmati realizzati in stop motion. La palette dei colori di
Maurizia Rubino, pur mantenendosi coerentissima
con le due serie precedenti, è infinitamente più ricca e densa di
atmosfera.
Anche la qualità
generale dell’animazione è cresciuta così come la regia tecnica di
Giorgio Scorza e Davide Rosio che osano in lunghe
pause ambientali caratterizzate da una colonna sonora che farà la
gioia degli appassionati di indie rock e punk anni ‘90 e
primi duemila. C’è ovviamente il ritorno di Giancane alla
sigla, con l’inedito “Non ti riconosco più”, (suoi anche
diversi brani strumentali presenti all’interno degli episodi) e
occupa un posto importante anche “Ci vuole una laurea”
nuovo singolo di Coez, che conferma quella continuità tra racconto
generazionale e scena musicale romana che nelle serie di
Zerocalcare non è mai semplice accompagnamento, ma vera e propria
parte integrante dell’opera.
Lo stile visivo resta
volutamente lontano da qualunque idea di manierismo levigato,
perché il mondo di Zerocalcare funziona quando
conserva l’irruenza grafica che caratterizza i suoi fumetti, la
velocità dei suoi sketch. Qui, però, quella ruvidezza è sostenuta
da una macchina produttiva solida, capace di rendere più dinamiche
le scene d’azione, più pieni gli ambienti, più chiari i cambi di
registro. Il risultato è una serie che visivamente non tradisce il
segno originario dell’autore, ma lo porta verso una forma più
matura di animazione televisiva, dove la semplicità apparente del
disegno convive con una regia ambiziosa e una buona gestione dei
tempi comici e drammatici.
Cortesia di Netflix
Conclusione
Due
Spicci è probabilmente la serie animata più ambiziosa
di Zerocalcare, non necessariamente la più
immediata o la più compatta (per chi scrive, Questo mondo non mi renderà cattivo è la pietra più
preziosa del trittico). La sua forza sta però nel partire da una
struttura narrativa più robusta, capace di tenere insieme i debiti
di Cinghiale, la triplice minaccia di Paturnia, la fuga di
Smeralda, la crisi del gruppo e il ritorno dei fantasmi personali
di Zero, all’interno di un racconto che usa il thriller senza
diventare davvero thriller, usa la commedia senza voler essere
soltanto commedia, e usa l’autofiction per parlare di qualcosa che
riguarda un’intera generazione arrivata all’età adulta senza la
sensazione di aver davvero imparato a vivere.
I difetti coincidono con
una certa, insistita insistenza (perdonate il gioco di parole) su
meccanismi ormai riconoscibili, soprattutto quando la voce di Zero
tende a spiegare troppo o a occupare tutto lo spazio disponibile.
Eppure, proprio perché la serie parla di persone che non
riescono a uscire dai propri automatismi, anche questa ripetizione
finisce per avere un suo senso. Due
Spicci racconta il momento in cui le vecchie scuse non
bastano più, l’ironia non protegge più abbastanza e l’amicizia, se
vuole restare viva, deve smettere di essere solo memoria condivisa
per diventare responsabilità concreta.
È un’opera più sporca,
più lunga, più irregolare e più adulta delle precedenti, sostenuta
da un’animazione in evidente crescita e da una scrittura che, pur
inciampando a tratti nella propria riconoscibilità, riesce a dare
corpo a una domanda che è sia semplice che dolorosa: quanto costano
davvero le cose che abbiamo continuato a rimandare, quando la vita
arriva a chiederci il conto?
Tra
le commedie italiane in arrivo nelle sale, Innamorarsi e altre pessime
idee punta a raccontare l’amore contemporaneo con ironia,
equivoci e personaggi alle prese con sentimenti molto più difficili
da gestire di quanto credano. Diretto da Simone Aleandri e
interpretato da Lino Guanciale,
Andrea Delogu,
Ilenia Pastorelli e
Claudio Colica, il
film arriverà nelle sale italiane il 28 maggio distribuito da 01
Distribution.
Prodotto da Rodeo Drive con Rai Cinema e in collaborazione con Sky
Cinema, il film nasce da una sceneggiatura di Alessandra Martellini
e Ciro Zecca e si inserisce nella tradizione della commedia
romantica, ma con l’ambizione di raccontare adulti che credono di
avere il controllo della propria vita sentimentale e scoprono
invece quanto l’amore possa essere imprevedibile. Come spiega lo
stesso regista Simone Aleandri, il cuore della storia è proprio il
conflitto tra il desiderio di controllare tutto e il caos che
inevitabilmente accompagna le relazioni umane.
Di cosa parla Innamorarsi e altre
pessime idee?
Lino è un brillante avvocato di successo che vede improvvisamente
crollare il suo mondo quando la moglie Grazia decide di lasciarlo
per Paolo, uno chef affascinante e apparentemente perfetto. Ferito
nell’orgoglio e incapace di accettare la situazione, decide di
mettere in piedi un piano per dimostrare che il nuovo compagno
della donna non è affatto l’uomo ideale che sembra essere.
Per riuscirci coinvolge Sofia, una donna bella e imprevedibile alle
prese con problemi legali legati al suo ex fidanzato. L’accordo
sembra semplice: Lino offrirà assistenza legale, mentre Sofia dovrà
sedurre Paolo e smascherarne la vera natura. Ad aiutarli ci saranno
gli eccentrici amici Tommy e Matilde. Naturalmente, come accade
nelle migliori commedie romantiche, le cose prenderanno una piega
completamente diversa da quella prevista.
Il cast del film
Il film può contare su un cast particolarmente popolare presso il
pubblico italiano:
Lino Guanciale
interpreta Lino
Andrea Delogu
interpreta Sofia
Ilenia Pastorelli
interpreta Matilde
Claudio Colica
interpreta Tommy
Grazia Schiavo interpreta Grazia
Davide Devenuto interpreta lo chef Paolo Marchese
Per Simone Aleandri, che arriva dal documentario e dal film
La notte più lunga
dell’anno, il lavoro sugli attori è stato centrale. Nel
pressbook il regista racconta di aver costruito il film puntando
molto sulla spontaneità degli interpreti e sulla libertà lasciata
al cast nel trovare sfumature e momenti comici direttamente sul
set.
Il trailer anticipa una commedia
sugli errori che facciamo per amore
Le immagini del trailer mostrano subito il tono del film: una
commedia sentimentale fatta di piani maldestri, gelosie, vendette
amorose e incontri inattesi. Ma dietro gli equivoci e le situazioni
comiche emerge anche una riflessione sulle relazioni adulte e sulla
difficoltà di accettare che i sentimenti non possano essere
controllati come una strategia professionale.
Non a caso il regista definisce il titolo una vera dichiarazione
d’intenti: innamorarsi è spesso l’inizio di una serie di decisioni
irrazionali, goffe e imprevedibili, ma proprio per questo
profondamente umane.
Quando esce Innamorarsi e altre
pessime idee?
Innamorarsi e altre pessime
idee uscirà nelle sale italiane il 28 maggio 2026 distribuito da 01
Distribution. Il film ha una durata di 97 minuti ed è stato
realizzato con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli
investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della
Cultura.
Ecco la nostra intervista a
Solly McLeod (“Sasha Polivanov”) e Alice
Englert (“Anastasia Belikova”), trai protagonisti di
Star City, lo spin-off di
For All Mankind, su Apple
Tv dal 29 maggio con i primi due episodi degli otto totali
seguiti da un nuovo episodio ogni venerdì, fino al 10 luglio.
Star City è un thriller cospirazionista dal ritmo
incalzante che ci riporta al momento decisivo della rivisitazione
in chiave ucronica della corsa allo spazio: quando l’Unione
Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna.
Questa volta, però, la storia viene esplorata da dietro la Cortina
di Ferro, raccontando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e
degli ufficiali dell’intelligence inseriti nel programma spaziale
sovietico, e i rischi che tutti loro hanno corso per far progredire
l’umanità.
La serie è interpretata da Rhys Ifans (“House of the Dragon”), Anna Maxwell
Martin (“Motherland”), Agnes O’Casey (“Bad Doves”), Alice Englert
(“Bad Behaviour”), Solly McLeod (“House of the Dragon”), Adam
Nagaitis (“Chernobyl”), Ruby Ashbourne Serkis (“I, Jack Wright”),
Josef Davies (“Andor”) e Priya Kansara (“Bridgerton”).
“Star City” è stata creata da Nedivi, Wolpert e Moore. Wolpert e
Nedivi ricoprono il ruolo di showrunner e sono produttori esecutivi
insieme a Moore e Maril Davis per Tall Ship Productions, oltre ad
Andrew Chambliss e Steve Oster. “Star City” è prodotta per Apple
TV da Sony Pictures Television.
Con
Armageddon Time – Il Tempo
dell’Apocalisse (leggi
qui la recensione), James Gray realizza uno dei film più personali della
sua carriera, trasformando un racconto autobiografico ambientato
nella New York del 1980 in una riflessione dolorosa sul privilegio,
sul fallimento morale e sull’illusione del sogno americano.
Presentato al Festival di Cannes del 2022, il film segue
il giovane Paul Graff, adolescente inquieto che cerca il proprio
posto nel mondo mentre attorno a lui famiglia, scuola e società
cercano di indirizzarlo verso una vita considerata “sicura” e
rispettabile.
Attraverso il rapporto con l’amico Johnny, ragazzo afroamericano
proveniente da un contesto molto più fragile, Paul scopre però
quanto il mondo sia costruito su disuguaglianze invisibili per chi
gode anche di un piccolo vantaggio sociale. Il finale di
Armageddon Time è
volutamente amaro e privo di consolazione.
James Gray evita
il percorso classico del racconto di formazione edificante e
sceglie invece di mostrare il momento preciso in cui un ragazzo
comprende di essere parte di un sistema ingiusto senza avere ancora
il coraggio di opporvisi davvero. La separazione definitiva tra
Paul e Johnny rappresenta il cuore emotivo del film, perché
trasforma una semplice amicizia adolescenziale in una riflessione
molto più ampia sul razzismo strutturale, sulle differenze di
classe e sulle responsabilità morali che spesso vengono ignorate
per paura o convenienza.
James Gray
trasforma il racconto autobiografico in una critica feroce
all’America reaganiana e al mito del successo
individuale
Chi conosce il cinema di James Gray sa quanto il regista abbia sempre
raccontato famiglie segnate da aspettative oppressive, sensi di
colpa e desideri impossibili da raggiungere. Film come
Two Lovers,
C’era una volta a New
York o Ad Astra parlavano già di
personaggi incapaci di conciliare le proprie aspirazioni interiori
con il peso esercitato dalla famiglia o dalla società. In
Armageddon Time,
però, Gray elimina quasi ogni filtro narrativo e costruisce
un’opera apertamente autobiografica, ambientata nel Queens della
sua infanzia. Il risultato è uno dei suoi lavori più intimi, ma
anche uno dei più politici.
Paul Graff, interpretato da Banks Repeta, è un ragazzo creativo che sogna di
diventare artista, passione che la famiglia considera poco concreta
e incompatibile con l’idea di stabilità economica inseguita dai
genitori. Gli adulti che lo circondano, soprattutto il padre Irving
interpretato da Jeremy
Strong, vedono nell’istruzione privata e nella
disciplina la possibilità di conquistare definitivamente quel
benessere che da immigrati ebrei hanno sempre percepito come
fragile. Il film mostra così una famiglia che, pur avendo
conosciuto discriminazione e precarietà, finisce per adattarsi
gradualmente alle logiche del sistema invece di metterle in
discussione.
In questo contesto emerge la figura di Johnny, interpretato da
Jaylin Webb, il
vero detonatore morale del racconto. Johnny vive una condizione
completamente diversa da quella di Paul: è povero, nero, privo di
una struttura familiare stabile e continuamente osservato con
sospetto dagli adulti. Gray costruisce il rapporto tra i due
ragazzi con grande naturalezza, mostrando come la loro amicizia sia
autentica ma inevitabilmente segnata da una disparità che Paul
comprende soltanto troppo tardi. L’America raccontata dal film è
infatti un luogo dove il destino sembra deciso in partenza,
indipendentemente dal talento o dalla bontà individuale.
Cosa succede
nel finale di Armageddon Time e perché Paul abbandona davvero
Johnny
La parte finale del film ruota attorno al tentativo di fuga
organizzato da Paul e Johnny. I due ragazzi decidono di rubare un
computer dalla scuola privata frequentata da Paul per venderlo e
raccogliere abbastanza denaro da raggiungere la Florida. Per Johnny
rappresenta una possibilità concreta di sopravvivenza lontano dai
servizi sociali, che potrebbero separarlo definitivamente dalla
nonna malata. Per Paul è invece una fantasia adolescenziale legata
al desiderio di libertà e alla volontà di sottrarsi alle
aspettative oppressive della famiglia.
Quando vengono arrestati, però, il film rivela brutalmente il
funzionamento delle dinamiche sociali che fino a quel momento erano
rimaste implicite. Paul è pronto ad assumersi la responsabilità del
furto, consapevole che Johnny rischia conseguenze molto più gravi.
La situazione cambia immediatamente quando un poliziotto riconosce
il cognome Graff e ricorda un favore ricevuto anni prima dal padre
di Paul. In pochi istanti il ragazzo viene trattato con
comprensione, quasi con affetto, mentre Johnny resta intrappolato
dentro un sistema che lo considera già colpevole a prescindere.
È
qui che il film raggiunge il suo momento più doloroso. Paul
potrebbe continuare a opporsi, potrebbe restare accanto all’amico o
ribellarsi apertamente all’ingiustizia evidente che sta avvenendo
davanti ai suoi occhi. Invece cede. Johnny stesso gli dice di
andare via, accettando con rassegnazione il fatto che per lui le
cose sarebbero sempre finite in quel modo. Paul torna a casa e
probabilmente non vedrà mai più l’amico. Non esiste una scena di
riconciliazione o un gesto eroico finale: James Gray sceglie deliberatamente
l’incompiutezza morale, mostrando il momento in cui un ragazzo
comprende il proprio privilegio ma non riesce ancora a combatterlo
davvero.
La conversazione successiva con il padre rende tutto ancora più
amaro. Irving cerca di spiegare al figlio che il mondo funziona
così e che la famiglia ha sacrificato troppo per permettersi di
perdere le opportunità conquistate. Paul capisce allora che la
protezione ricevuta non dipende dalla giustizia, bensì dalla
posizione sociale occupata dalla sua famiglia. È il momento preciso
in cui l’infanzia finisce davvero.
Il rapporto tra
Paul e Johnny diventa il simbolo delle disuguaglianze razziali e
sociali radicate nell’America contemporanea
Il vero tema di Armageddon Time emerge proprio attraverso la
separazione tra Paul e Johnny. Gray evita accuratamente ogni
retorica salvifica: l’amicizia tra i due ragazzi è sincera, ma non
basta a superare le strutture sociali che li dividono. Paul può
scegliere se ribellarsi oppure adattarsi, mentre Johnny quella
scelta non l’ha mai avuta veramente.
Il film insiste continuamente sul concetto di privilegio
invisibile. La famiglia Graff non è ricca, né completamente
integrata nell’élite americana. I genitori di Paul portano ancora
addosso il peso delle discriminazioni subite come ebrei immigrati.
Eppure possiedono comunque abbastanza stabilità economica e
relazionale da garantire al figlio una rete di protezione che
Johnny non avrà mai. Gray mostra così come il privilegio non sia
assoluto, ma relativo: basta trovarsi leggermente più in alto nella
gerarchia sociale per beneficiare automaticamente di un sistema
costruito sulla disparità.
Anche la scuola privata frequentata da Paul assume un significato
fondamentale. L’istituto rappresenta la promessa del successo
americano, il luogo dove si formano le future classi dirigenti.
Durante il film compaiono persino riferimenti alla famiglia Trump,
simbolo di un’America ossessionata dal potere economico e dall’idea
di vincere a ogni costo. Paul si rende gradualmente conto che
quell’ambiente non vuole davvero formare individui liberi, ma
persone disposte a perpetuare lo stesso sistema competitivo ed
esclusivo.
La figura del nonno Aaron, interpretato da Anthony
Hopkins, rappresenta invece la coscienza morale del
film. Aaron incoraggia Paul a difendere i più deboli e a opporsi
alle ingiustizie, ricordandogli che restare in silenzio significa
diventare complici. La tragedia finale nasce proprio dal fatto che
Paul fallisce, almeno temporaneamente, quell’insegnamento.
Il finale
suggerisce che il vero passaggio all’età adulta coincide con la
scoperta della propria complicità
Uno degli aspetti più interessanti del finale di
Armageddon Time
è il modo in cui rifiuta l’idea tradizionale del coming-of-age.
Paul non diventa adulto attraverso una conquista o una liberazione
personale, ma attraverso una perdita. Crescere significa capire che
il mondo è ingiusto e che spesso si finisce per collaborare
passivamente con quell’ingiustizia pur di proteggere sé stessi.
Gray costruisce questa consapevolezza senza trasformare Paul in un
personaggio negativo. Il protagonista resta un ragazzino impaurito,
ancora incapace di sostenere davvero il peso morale delle proprie
scelte. È proprio questa fragilità a rendere il film così
devastante. Paul comprende che Johnny viene sacrificato da un
sistema razzista e classista, ma comprende anche quanto sia
difficile rinunciare alla sicurezza garantita dal proprio contesto
familiare.
Il regista suggerisce inoltre che questa dinamica non appartenga
soltanto agli anni Ottanta. L’America reaganiana mostrata nel film
diventa lo specchio delle contraddizioni contemporanee:
meritocrazia, successo individuale e sogno americano vengono
continuamente celebrati, mentre milioni di persone restano escluse
da quelle stesse promesse fin dall’inizio.
La scelta di lasciare Johnny fuori campo dopo l’arresto è
estremamente significativa. Gray non offre informazioni sul suo
destino perché vuole che quella sparizione pesi come una colpa
irrisolta nella memoria di Paul. Johnny diventa il simbolo di tutte
le persone che il sistema elimina silenziosamente mentre altri
possono continuare a vivere protetti dal proprio privilegio.
Il vero
significato del finale di Armageddon Time è la fine dell’innocenza
davanti alle ingiustizie del mondo
L’ultima parte del film lascia Paul profondamente cambiato. Non ha
smesso di sognare, non ha abbandonato completamente il desiderio di
diventare artista, ma ha perso qualcosa di molto più importante:
l’illusione che il mondo funzioni davvero secondo principi di
equità.
Il titolo Armageddon Time – Il Tempo dell’Apocalisse assume
così un significato simbolico. L’apocalisse del film non riguarda
la distruzione del mondo, bensì la distruzione dell’innocenza. Paul
scopre che la società americana è costruita su gerarchie invisibili
che decidono chi merita compassione e chi invece può essere
sacrificato senza conseguenze.
La grande forza del film di James Gray sta proprio nella sua capacità
di raccontare temi enormi attraverso episodi quotidiani e
apparentemente semplici. Non servono grandi tragedie o scene
spettacolari per mostrare il funzionamento del razzismo sistemico:
basta osservare come due ragazzi vengano trattati diversamente dopo
aver commesso lo stesso errore.
Alla fine Paul sopravvive al proprio “tempo
dell’apocalisse”, ma il prezzo è altissimo. Ha imparato che
diventare adulti significa anche convivere con il peso delle
proprie omissioni. E Gray suggerisce che il vero problema non sia
soltanto l’esistenza di sistemi ingiusti, ma la facilità con cui le
persone comuni imparano ad adattarsi a essi pur di sentirsi al
sicuro.
La
saga di Indiana
Jones ha sempre avuto a che fare con la storia, ma i
cambiamenti agli eventi reali introdotti da Indiana Jones e il Quadrante del
Destino (leggi
qui la recensione) portano questo aspetto a un livello
completamente nuovo. Ambientato nel 1969, il più recente e ultimo
capitolo della serie vede l’ormai anziano archeologo
Indiana Jones
(Harrison Ford) affrontare ancora una
volta i nazisti, questa volta sulle tracce dell’antikythera di
Archimede. Il dottor Jones e la sua figlioccia Helena (Phoebe Waller-Bridge) intraprendono
un’avventura in giro per il mondo per impedire ai nazisti di
impossessarsi dell’antikythera, anche se finiranno per viaggiare
molto più lontano del previsto.
Indiana Jones e i nazisti invadono
la parata del Moon Day
Ancor prima che il viaggio nel tempo abbia inizio in
Indiana Jones e il
Quadrante del Destino, il celebre archeologo altera il
corso della storia durante una celebrazione dell’allunaggio del
1969. Dopo uno scontro con i nazisti e con la moralmente ambigua
figlioccia Helena
Shaw, Indy finisce incastrato per l’omicidio di due suoi
colleghi dell’Hunter College. Questo lo costringe a fuggire
dall’università per evitare sia i suoi avversari sia la polizia.
Sfortunatamente per Indy, la parata cittadina dedicata allo sbarco
sulla Luna è in pieno svolgimento, e l’inseguimento tra lui e i
nazisti interrompe l’evento.
Per quanto questa sequenza richiami le classiche avventure di
Indiana Jones,
si tratta di un evento realmente accaduto che il film modifica con
la presenza dei suoi personaggi. La parata mostrata nel film è
infatti ispirata a quella reale organizzata nell’agosto del 1969
per celebrare gli astronauti dell’Apollo 11. Nella realtà, però, la
parata non vide né un archeologo anziano lanciarsi a cavallo tra la
folla né un’auto piena di nazisti inseguirlo per le strade di New
York. È quindi uno dei primi esempi di come Indiana Jones e il Quadrante del
Destino cambi la storia.
Un aereo nazista precipita nel
212 a.C.
Dopo il loro involontario coinvolgimento nella parata del Moon Day,
le alterazioni storiche causate da Indy e dai nazisti diventano
ancora più radicali. Verso la fine di Indiana Jones e il Quadrante del Destino,
il dottor Voller
rivela il suo piano: usare l’antikythera per tornare nel 1939 e
uccidere Adolf
Hitler, impedendogli di perdere la Seconda guerra
mondiale. Tuttavia, un errore di calcolo fa sì che la frattura
temporale conduca il loro aereo all’assedio di Siracusa, dove il
velivolo viene abbattuto. Dal momento che l’aeroplano sarebbe stato
inventato solo nel 1903, è evidente che un aereo nazista non
avrebbe mai potuto comparire nel 212 a.C., rendendo questo uno dei
cambiamenti storici più evidenti del film.
Archimede incontra dei
viaggiatori nel tempo
Uno dei modi più importanti in cui Indiana Jones e il Quadrante del Destino
modifica la storia è l’introduzione dell’antico inventore greco
Archimede tra i
protagonisti provenienti dall’epoca moderna. Dopo lo schianto
dell’aereo nazista — dal quale Indy ed Helena riescono a salvarsi
lanciandosi con il paracadute — i due archeologi incontrano
Archimede. Per Indy è un momento straordinario poter conoscere una
figura storica tanto importante, ma l’incontro altera anche
notevolmente il corso della storia.
L’incontro con i viaggiatori temporali cambia la storia in diversi
modi. È estremamente improbabile che il vero Archimede abbia mai
incontrato persone provenienti dal futuro, e già questo rappresenta
una gigantesca deviazione storica. Inoltre, grazie a Indy ed
Helena, Archimede entra in contatto con oggetti e invenzioni
moderne che non avrebbe mai visto altrimenti. I due protagonisti
parlano poi di lui con un rispetto che lascia intuire la sua futura
fama storica, qualcosa di cui Archimede non avrebbe potuto essere
consapevole. In sostanza, grazie a questo incontro, il matematico
acquisisce una conoscenza del futuro impossibile nella realtà.
L’antikythera rileva fratture nel
tempo
Un altro interessante cambiamento storico introdotto da
Indiana Jones e il
Quadrante del Destino riguarda la rappresentazione
dell’antikythera. Nel quinto e ultimo film della saga, il manufatto
è in grado di rilevare fratture temporali, consentendo ai
personaggi di viaggiare nel tempo, anche se successivamente
scoprono che il dispositivo li conduce soltanto al 212 a.C. Si
tratta di una funzione affascinante, ma molto diversa da quella del
vero meccanismo di Anticitera.
Nella realtà, infatti, l’antikythera non era destinato ai viaggi
temporali. Il manufatto serviva invece a eseguire complessi calcoli
astronomici, tanto da essere considerato il più antico esempio
conosciuto di computer analogico. Un risultato straordinario per
l’epoca, ma decisamente lontano dalla capacità di individuare
fratture nel tempo mostrata nel film.
Incontrare viaggiatori del tempo non è l’unico modo in cui
Indiana Jones e il
Quadrante del Destino modifica la vita di Archimede. Nella
realtà storica, Archimede morì durante l’assedio di Siracusa nel
212 a.C., ucciso da un soldato romano. Tuttavia, nel finale del
film si vede che il matematico sta ancora lavorando alla creazione
dell’antikythera e, poiché Indy possiede già una versione completa
del dispositivo, significa che Archimede deve sopravvivere
abbastanza a lungo da terminare la sua invenzione.
Che si tratti di una scelta intenzionale o di un’incongruenza
narrativa involontaria, il film estende quindi la vita naturale di
Archimede, alterando notevolmente la storia reale.
Indiana Jones e i nazisti
interrompono l’assedio di Siracusa
Uno dei cambiamenti storici più grandi introdotti da
Indiana Jones e il
Quadrante del Destino avviene quando Indy e i nazisti
interferiscono con l’assedio di Siracusa del 212 a.C. Quando i
personaggi moderni arrivano nella città, i due eserciti
contrapposti scambiano il loro aereo per un drago e concentrano
immediatamente il fuoco su di esso per abbatterlo.
Anche se è impossibile sapere con precisione tutto ciò che avvenne
realmente durante l’assedio di Siracusa, è altamente improbabile
che una scena simile si sia verificata davvero, rendendo questa una
significativa deviazione storica. È inoltre possibile che proprio
l’intervento di Indy e dei nazisti abbia impedito ai Romani di
uccidere Archimede, modificando ulteriormente gli eventi reali.
Archimede conserva un orologio
moderno
La presenza di viaggiatori temporali durante l’assedio di Siracusa
genera numerosi cambiamenti storici in Indiana Jones e il Quadrante del Destino,
soprattutto per quanto riguarda il contatto di Archimede con
elementi della modernità. Quando Archimede trova l’antikythera
completa proveniente dal futuro, scopre anche un orologio da polso
appartenente al dottor Voller, morto nello schianto dell’aereo. Pur
restituendo l’antikythera a Indiana ed Helena, Archimede decide di
tenere l’orologio.
La presenza di tecnologia
moderna in epoche passate è sempre un elemento cruciale nei film
sui viaggi nel tempo, perché rappresenta una deviazione
potenzialmente enorme dal corso della storia. Archimede non avrebbe
mai avuto accesso a una simile tecnologia senza gli eventi di
Indiana Jones e il
Quadrante del Destino. Essendo un inventore, il possesso
di un orologio moderno potrebbe avere conseguenze enormi sullo
sviluppo tecnologico della storia umana, anticipando la creazione
di altre invenzioni moderne e alterando gli equilibri tra le
civiltà dell’epoca.
La
nuova serie Spider-Noir ha
finalmente debuttato su Prime Video e MGM+, portando sullo
schermo una delle reinterpretazioni più strane, cupe e affascinanti
mai viste dell’universo di Spider-Man. Ma oltre all’estetica noir
anni ’30 e alla performance sopra le righe di Nicolas Cage, c’è un
dettaglio che sta facendo discutere moltissimo i fan Marvel: perché il protagonista si
chiama Ben Reilly invece di Peter Parker? E soprattutto, questo
Spider-Noir (la
nostra recensione) è davvero una variante alternativa di Peter
Parker oppure qualcosa di completamente diverso?
La
serie costruisce subito questo mistero attorno all’identità del
protagonista. Nicolas Cage interpreta infatti un
detective privato conosciuto come “The Spider”, attivo nella New
York degli anni ’30 tra gangster, corruzione politica e
cospirazioni sovrumane. A differenza della versione animata vista
nei film dello Spider-Verse, però, questa incarnazione del
personaggio appare molto più traumatizzata, violenta e quasi
animalesca.
Ed è qui che entra in gioco il nome Ben Reilly. Per i lettori
Marvel questo nome ha un peso enorme: nei fumetti Ben Reilly era
infatti il clone di Peter Parker creato durante la famigerata Clone
Saga degli anni ’90, diventato poi Scarlet Spider e persino
Spider-Man in alcune storyline. Il fatto che la serie utilizzi
proprio quel nome non sembra affatto casuale.
Spider-Noir usa il nome Ben
Reilly per allontanarsi dall’immagine classica di Peter Parker
Cortesia Prime Video
La scelta di chiamare il personaggio Ben Reilly sembra avere una
funzione molto precisa: prendere le distanze dall’idea tradizionale
di Peter Parker senza però eliminarla del tutto. La serie
suggerisce infatti che “Ben Reilly” non sia nemmeno il vero nome
del protagonista, ma soltanto un alias scelto dopo la guerra e dopo
l’acquisizione dei suoi poteri.
Questo dettaglio è fondamentale perché permette agli autori di
giocare contemporaneamente su due livelli. Da una parte,
Spider-Noir può essere percepito come una variante molto più oscura
e traumatizzata di Spider-Man. Dall’altra, il fatto che il vero
nome non venga mai rivelato lascia chiaramente intendere che dietro
Ben Reilly possa comunque nascondersi una versione alternativa di
Peter Parker.
La serie sembra infatti costruire il personaggio come un uomo che
ha quasi perso la propria umanità. A differenza degli Spider-Man
tradizionali, questo Noir non sviluppa immediatamente un’identità
eroica. Dopo essere stato morso da un ibrido uomo-ragno durante la
Prima Guerra Mondiale, il personaggio lotta continuamente contro
impulsi sempre più animaleschi e violenti.
Uno degli aspetti più affascinanti della serie è proprio il modo in
cui Ben Reilly cerca di “reimparare” a essere umano studiando i
film e imitando gli attori del cinema classico. È una trovata molto
diversa rispetto alle classiche origini di Spider-Man e rende
questa incarnazione molto più vicina a una creatura noir tragica
che a un supereroe tradizionale.
La serie sembra voler separare lo
Spider-Noir live-action da quello dello Spider-Verse
Un altro elemento importante riguarda il rapporto con i film
animati dello Spider-Verse, dove Nicolas Cage aveva già
interpretato Spider-Man Noir. Molti fan si aspettavano infatti che
la serie live-action fosse collegata direttamente ai film animati
di Phil Lord e
Christopher
Miller.
Ma i primi episodi sembrano suggerire il contrario. Il nuovo
Spider-Noir appare completamente ignaro dell’esistenza del
multiverso e delle altre varianti di Spider-Man. In una battuta
chiave, il personaggio afferma addirittura di conoscere soltanto il
proprio universo, lasciando intendere che questa versione non abbia
mai vissuto gli eventi dello Spider-Verse.
Questo potrebbe significare due cose. O la serie rappresenta una
fase precedente della timeline del Noir animato, oppure Sony ha
deciso deliberatamente di creare una versione totalmente nuova del
personaggio per dare maggiore libertà narrativa alla serie
live-action.
Ed è probabilmente questa la spiegazione più plausibile.
Spider-Noir sembra
infatti molto meno interessata al multiverso rispetto agli altri
recenti progetti Marvel. La serie punta invece tutto sull’atmosfera
pulp, sul noir investigativo e sull’idea di uno Spider-Man
profondamente segnato dalla guerra, dalla perdita e dalla
violenza.
Nicolas Cage sta interpretando lo
Spider-Man più strano e disturbante mai visto in live-action
Cortesia Prime Video
Il risultato finale è forse una delle reinterpretazioni più
radicali mai fatte del personaggio Marvel. Questo Spider-Noir non è
l’eroe brillante e idealista tipico di Peter Parker, ma un uomo
spezzato che lotta continuamente contro la propria natura.
Ed è proprio qui che il nome Ben Reilly assume un significato
simbolico molto interessante. Nei fumetti Ben è sempre stato il
“doppio” imperfetto di Peter Parker, una figura costruita attorno
alla crisi d’identità e alla sensazione di non appartenere davvero
a nessun posto. La serie sembra usare quel nome per raccontare uno
Spider-Man che ha perso completamente il senso della propria
identità originaria.
Che sia davvero Peter Parker oppure no, il punto centrale sembra un
altro: Spider-Noir vuole
raccontare cosa succede quando il mito di Spider-Man viene immerso
dentro un universo dominato dal trauma, dalla paranoia e dalla
disillusione.
E
il fatto che Nicolas Cage riesca a rendere tutto questo
incredibilmente credibile è probabilmente la cosa più sorprendente
dell’intera serie.
Presentato alla
76ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino,
No Good Men (leggi
la nostra recensione) di Shahrbanoo Sadat è un film intenso e
profondamente umano. Ambientato nell’Afghanistan del 2021, poco
prima del ritorno dei Talebani, il film segue Naru, camerawoman di
una televisione locale, donna e madre che cerca di sopravvivere
all’interno di una società profondamente patriarcale. Basato anche
sulle testimonianze reali del giornalista Anwar
Hashimi – che nel film interpreta Qodrat –
No Good Men intreccia autobiografia,
denuncia politica e racconto intimo, restituendo uno sguardo
autentico e doloroso sull’Afghanistan contemporaneo. Abbiamo
incontrato Shahrbanoo Sadat, regista e protagonista, per
parlare del film, della rappresentazione delle donne afghane e del
significato di raccontare oggi questa realtà attraverso il
cinema.
Dentro No Good
Men: memoria e realtà afghana
No Good Mennasce
anche dalle testimonianze reali di Anwar Hashimi, che nel film
interpreta Qodrat. Come avete trasformato esperienze personali così
forti in un racconto cinematografico mantenendone
l’autenticità?
Molti elementi della
sceneggiatura derivano direttamente dalla vita reale. Alcune
esperienze appartengono a me, altre a mia madre, alle mie sorelle,
alle mie amiche. Per me era importante costruire il film a partire
da una prospettiva femminile molto concreta e vissuta. Allo stesso
tempo c’era il punto di vista di Anwar, che lavorava davvero – come
me – nella televisione afghana e che nel film aggiunge il suo
sguardo maschile sulla realtà che ci circondava. Abbiamo raccolto
ricordi, episodi e testimonianze anche dai colleghi che conoscevamo
entrambi e con cui avevamo lavorato nella stessa emittente. Tutto
nasce da esperienze autentiche.
Quanto era importante restituire
la complessità dell’Afghanistan, evitando una rappresentazione
monolitica e semplificata del Paese?
All’inizio il mio desiderio era
semplicemente raccontare una storia d’amore nella Kabul
contemporanea. Poi, un anno dopo, tutto è cambiato e io stessa sono
stata evacuata. Molte persone oggi idealizzano quel periodo e
dicono che siano stati i Talebani a togliere libertà alle donne. Ma
i Talebani hanno semplicemente portato il patriarcato a un altro
livello. Per molte donne, quelle limitazioni esistevano già nella
vita quotidiana. I Talebani non sono qualcosa di totalmente
separato dalla società: sono il risultato di una cultura
patriarcale che era già presente.
Dopo aver realizzato questo
film, sente una responsabilità particolare nel continuare a
raccontare storie legate alla condizione femminile e alla realtà
afghana contemporanea?
Sto ancora cercando di capire
quale sarà il mio percorso. Prima stavo lavorando a diversi film,
una pentalogia, ma oggi sono più esitante. Mi sento una
sopravvissuta, e al contrario di altre donne afghane posso parlare
inglese, posso comunicare con il resto del mondo e ho una
piattaforma che posso usare. Tutto questo inevitabilmente mi fa
sentire una responsabilità: forse è arrivato il momento di
accettarla per davvero.
Naru lavora come camerawoman in
una televisione locale: una figura molto forte anche
simbolicamente. È stata una scelta pensata per sottolineare uno
sguardo femminile sulla realtà?
Mi piace molto questa
interpretazione, anche se non era nata esattamente da quell’idea.
Volevo che Naru lavorasse in televisione perché è un ambiente che
conosco bene. Io ero una producer, un lavoro molto più noioso, ma
quando lavoravo nella tv afghana c’era una sola camerawoman, e mi
colpiva profondamente: portava questa enorme videocamera sulle
spalle, si rifiutava di indossare il velo e aveva una grande forza
di carattere. È stata lei a ispirarmi per il personaggio di
Naru.
InNo Good Mencompare il primo bacio mostrato nel cinema afghano. Sappiamo che
è stato difficile trovare un’interprete disposta a girare quella
scena. Quale significato aveva per lei inserirla nel film?
Quella scena mi terrorizzava.
Quando l’ho scritta mi sembrava una scelta bellissima, ma poi ho
iniziato a chiedermi quali potessero essere le conseguenze. Avevo
paura che gli attori lasciassero il set o che nessuno volesse
davvero girarla. A un certo punto l’attrice scelta inizialmente per
interpretare Naru si è tirata indietro proprio a causa di quella
scena, e così ho deciso di interpretare io stessa il
personaggio.
È stato molto difficile. Ma sul
set è successo qualcosa di particolare: tutti erano ancora
profondamente traumatizzati dall’esperienza dell’evacuazione e da
ciò che avevano vissuto. Rivivere quel momentoha fatto passare il bacio in
secondo piano, perché ognuno era immerso nelle proprie emozioni. E
poi, quando il film è stato proiettato a Berlino, quella scena è
stata accolta con entusiasmo da tutto il cast.
Qual è stata la scena più
difficile da girare, anche dal punto di vista emotivo e
personale?
Se dovessi indicarne una in
particolare, direi la prima: il primo giorno di riprese, quando ho
comunicato alla troupe che sarei stata io a interpretare la
protagonista. Quel giorno ho girato la scena in cui Naru va a
parlare con il comandante, ed è stato un momento estremamente
complesso e carico di tensione emotiva. Non avevo ancora trovato un
vero equilibrio, un “grounding” nel personaggio.
Dall’Aghanistan alla
Germania, con uno sguardo al futuro
Essere lontana dall’Afghanistan
e vivere oggi in Germania ha cambiato il suo sguardo da
regista?
Innanzitutto, parte della mia
famiglia – i miei zii, i miei cugini – vive ancora in Afghanistan.
Poi, più della Germania, credo che sia stato soprattutto il cinema
a cambiare la mia vita: sono immersa nel mondo del cinema da quando
ho diciannove anni. Però sicuramente vivere ad Amburgo mi ha
permesso di prendere la giusta distanza: quando ero in Afghanistan
ero troppo vicina a tutto – al trauma, al caos, alla sofferenza
quotidiana. Oggi riesco a osservare le cose in modo
diverso.
È cambiato anche il mio modo di
percepirmi donna, forse semplicemente perché sono cresciuta. Quando
sono arrivata in Germania avevo trent’anni, oggi ne ho
trentacinque. No Good Men mi ha dato il tempo e
gli strumenti per capire davvero chi sono, e per questo sento di
dover ringraziare tutte le donne che hanno attraversato la mia
vita, e tutte quelle che mi hanno preceduto. È anche grazie a loro
se oggi sono qui, a parlare con voi.
Una recente legge del governo
talebano ha riaperto il dibattito sui matrimoni tra bambine e
uomini adulti. Come reagisce davanti a notizie di questo
tipo?
La verità è che questo tipo di
abusi esiste da sempre, oggi vengono semplicemente formalizzati e
trasformati in legge. I Talebani usano spesso queste norme come
strumenti politici, quasi come una moneta di scambio per ottenere
riconoscimento internazionale: se riconoscete il nostro governo,
noi ritiriamo questa legge. Ma il problema non riguarda soltanto le
leggi, riguarda una cultura patriarcale molto più profonda e
radicata.
C’è ancora spazio per
l’ottimismo rispetto al futuro dell’Afghanistan?
Credo che il regime talebano
finirà prima o poi, ma la vera domanda è cosa arriverà dopo. Oggi
l’Afghanistan è un Paese estremamente fragile, in cui si stanno
concentrando diversi gruppi estremisti. Eppure vedo anche piccoli
segnali di cambiamento. Grazie alla tecnologia oggi esiste una
consapevolezza molto più ampia sulla condizione delle donne
afghane. Il cambiamento è lento, lentissimo, ma credo che qualcosa
si stia comunque muovendo.
Il Signore degli Anelli: Gli Anelli
del Potere potrebbe essere
molto più vicina alla stagione 4 di quanto sembri.
Secondo un nuovo report di The
Hollywood Reporter, Prime Video starebbe già pianificando
l’avvio della produzione del quarto capitolo all’inizio del 2027,
con la pre-produzione prevista già per l’autunno di quest’anno.
Anche se Amazon non ha ancora annunciato ufficialmente il rinnovo,
il fatto che il progetto si trovi già in una fase così avanzata
conferma chiaramente la volontà dello studio di portare avanti il
piano originale da cinque stagioni immaginato fin dall’inizio per
la serie fantasy ambientata nella Seconda Era della Terra di
Mezzo.
La
notizia arriva pochi mesi prima del debutto della
stagione 3, previsto per novembre su Prime Video. I nuovi
episodi segneranno un punto cruciale nella narrazione, portando
finalmente la serie nel pieno della guerra tra gli Elfi e Sauron e
mostrando la creazione dell’Unico Anello. Secondo la sinossi
ufficiale, la stagione farà anche un salto temporale di diversi
anni rispetto agli eventi del finale della seconda stagione.
Amazon continua a trattare Gli
Anelli del Potere come il progetto fantasy più importante della
piattaforma
Il possibile anticipo della stagione 4 è particolarmente
significativo perché dimostra quanto Amazon continui a credere nel
progetto nonostante le discussioni molto divisive che hanno
accompagnato la serie sin dal debutto.
Gli Anelli del Potere
rimane infatti una delle produzioni televisive più costose mai
realizzate, ma anche uno dei pilastri strategici di Prime Video
nella guerra dello streaming. E proprio per questo Amazon sembra
voler evitare pause troppo lunghe tra una stagione e l’altra,
cercando di mantenere costante la presenza del franchise nel
panorama fantasy globale.
La stagione 3 rappresenterà inoltre il vero cuore narrativo
dell’intera saga televisiva. Dopo due stagioni principalmente
dedicate alla costruzione del mondo e dei personaggi, i nuovi
episodi entreranno finalmente nella fase più iconica della Seconda
Era, con Sauron ormai pienamente attivo e il conflitto che inizierà
a coinvolgere tutta la Terra di Mezzo.
Questo significa anche che le stagioni 4 e 5 potrebbero diventare
molto più spettacolari e più vicine all’immaginario epico associato
tradizionalmente a The Lord of the
Rings. Amazon sembra aver compreso che la vera sfida
della serie non è soltanto adattare Tolkien, ma riuscire a
costruire un racconto fantasy seriale che possa sostenere il
confronto con il peso culturale delle trilogie cinematografiche di
Peter Jackson.
Nel frattempo il franchise della Terra di Mezzo continuerà ad
espandersi anche al cinema. Nel 2027 arriverà infatti The Hunt for Gollum diretto
e interpretato da Andy
Serkis, primo nuovo film live-action del
franchise dopo la trilogia de Lo Hobbit.
La sensazione è quindi che Amazon e Warner Bros. stiano preparando
un ritorno massiccio e coordinato dell’universo di Tolkien nei
prossimi anni. E il fatto che Gli Anelli del Potere abbia già apparentemente
assicurato il proprio futuro oltre la stagione 3 dimostra quanto la
piattaforma consideri ancora la serie centrale per questa
strategia.
Tom
Hardy sarebbe finito al centro di
forti tensioni durante le riprese della seconda
stagione diMobLand.
Un nuovo report pubblicato da The Hollywood Reporter
sostiene infatti che l’attore avrebbe avuto comportamenti
problematici sul set, arrivando a lasciare il cast in attesa per
ore e scontrandosi con parte della produzione creativa della
serie.
Secondo una fonte citata dal magazine, Hardy avrebbe “rifiutato di
uscire dal trailer per ore” durante le riprese della stagione 2, causando ritardi e tensioni con
colleghi e produzione. La stessa fonte ha definito il comportamento
dell’attore un vero e proprio “power play”, aggiungendo che far
aspettare interpreti come Pierce Brosnan e
Helen Mirren potrebbe
rappresentare una sorta di “suicidio professionale” per chiunque a
Hollywood.
Il report parla inoltre di attriti tra Hardy e lo
sceneggiatore/produttore esecutivo Jez Butterworth, con
l’attore che avrebbe tentato di modificare alcune parti delle
sceneggiature durante la produzione. Per ora né Paramount+ né Hardy hanno commentato ufficialmente
la vicenda.
Le accuse contro Tom Hardy
riaprono un dibattito che Hollywood conosce da anni
Le nuove indiscrezioni su MobLand stanno facendo molto rumore soprattutto
perché non sono le prime voci legate al comportamento di Tom Hardy
sui set cinematografici. Negli anni passati diversi collaboratori
avevano già raccontato episodi simili durante produzioni
particolarmente complicate come Mad Max: Fury
Road.
Lo stesso regista George Miller aveva
ammesso in passato che Hardy tendeva spesso a isolarsi nel camerino
durante le riprese del film, mentre Patrick Stewart aveva
raccontato un atteggiamento molto distante dell’attore già ai tempi
di Star Trek:
Nemesis.
Quello che rende però più delicata la situazione di MobLand è il contesto produttivo. La
serie crime di Paramount+ è stata infatti uno dei successi più
importanti recenti della piattaforma, con ottimi numeri di
visualizzazione e recensioni generalmente positive. La stagione 2 è
già stata completata, mentre una terza stagione sarebbe nelle
primissime fasi di sviluppo.
E
proprio qui nasce il vero problema: se le tensioni dietro le quinte
dovessero peggiorare, Paramount potrebbe trovarsi davanti a una
situazione molto complicata. Hardy non è soltanto il protagonista
della serie, ma anche uno dei suoi principali volti promozionali e
produttivi. Allo stesso tempo, MobLand esiste grazie a un ensemble di alto livello che
include Pierce Brosnan, Helen Mirren, Paddy
Considine e numerosi altri interpreti di
peso.
Il rischio è quindi che la situazione finisca per influenzare
direttamente il futuro creativo della serie. Hollywood tende
infatti a tollerare personalità difficili soltanto finché
continuano a garantire risultati enormi. Ma oggi l’industria è
molto più sensibile rispetto al passato ai problemi legati ai
comportamenti sui set, soprattutto nelle produzioni seriali dove la
collaborazione tra cast e troupe dura mesi o anni.
Per ora resta impossibile capire quanto ci sia di confermato dietro
il report di THR. Ma una cosa appare chiara: la seconda stagione di
MobLand potrebbe
arrivare accompagnata da un clima molto più teso di quanto
Paramount avrebbe probabilmente voluto.
Presentato come film d’apertura
alla
76ª edizione del Festival di Berlino, No Good
Men di Shahrbanoo Sadat è un’opera che colpisce con
una forza rara, capace di intrecciare il racconto personale con la
tragedia collettiva di un Paese sull’orlo del precipizio.
Ambientato nell’Afghanistan del 2021, poco prima del ritorno dei
Talebani, il film è ispirato alle memorie del giornalista
Anwar Hashimi, che interpreta una versione di se
stesso: Qodrat, volto noto di Kabul News e figura centrale di una
narrazione che osserva il caos politico e sociale attraverso gli
occhi di chi lo vive quotidianamente.
Ma il vero cuore della pellicola è
Naru, interpretata dalla stessa Sadat: una
camerawoman determinata, madre del piccolo Liam e donna costretta a
sopravvivere in una società profondamente patriarcale. Attraverso
di lei, No Good Men diventa molto più di un
film politico o storico. È il ritratto di una donna che cerca
disperatamente di ritagliarsi uno spazio di libertà in un mondo
dominato dagli uomini.
Una protagonista femminile
straordinaria
Naru è uno dei personaggi femminili
più intensi e autentici visti recentemente al cinema. Non è
costruita come un’eroina perfetta né come una vittima passiva: è
una donna reale, piena di rabbia, fragilità e desiderio di
emancipazione. È fuggita da un matrimonio infelice, cerca di
crescere suo figlio con amore e dignità e allo stesso tempo
combatte ogni giorno contro un sistema che la considera
inferiore.
La forza del personaggio sta
proprio nella sua normalità. Naru lavora, corre, affronta pericoli,
si occupa del figlio, prova paura e stanchezza. Eppure continua a
resistere. Sadat riesce a darle una presenza
scenica potentissima senza bisogno di trasformarla in simbolo
astratto. Ogni gesto, ogni silenzio e ogni sguardo raccontano il
peso di una condizione femminile soffocante.
Il titolo del film, No
Good Men, diventa progressivamente una dichiarazione
amara e radicale. Nel mondo raccontato dalla regista non sembrano
esistere uomini capaci di amare davvero o rispettare le donne. Gli
uomini picchiano, controllano, umiliano, decidono. Le donne vengono
trattate come proprietà, private della libertà emotiva e personale.
Una visione estremamente dura, che però la pellicola restituisce
senza retorica e senza forzature.
Il ritratto di un Paese
sull’orlo del collasso
Uno degli elementi più
impressionanti dell’opera è il modo in cui riesce a catturare la
sensazione di instabilità continua che attraversava l’Afghanistan
in vista dell’arrivo dei Talebani. Le strade di Kabul, gli uffici
dell’informazione, i rumori della guerra imminente: tutto appare
vivo, urgente, autentico. Sadat costruisce un
racconto che sembra quasi documentaristico, capace di immergere
completamente lo spettatore nella realtà quotidiana dei
personaggi.
La tensione politica rimane
costante per tutta la durata del film, ma non diventa mai il solo
centro della narrazione. Ciò che interessa davvero alla regista è
mostrare come la violenza del contesto finisca inevitabilmente per
infiltrarsi nelle relazioni personali, nei rapporti familiari e
nella vita delle donne. La paura non è soltanto quella delle
esplosioni o della guerra: è anche quella domestica, silenziosa,
quotidiana.
No Good Men
diventa così un testamento dell’Afghanistan pre-talebano, prima
dell’esodo di tanti afghani, ma anche il racconto universale di
tutte le società in cui il patriarcato continua a soffocare la
libertà femminile.
Una regia asciutta e senza
compromessi
Shahrbanoo Sadat
sceglie una regia diretta, essenziale, quasi ruvida. Non cerca mai
l’estetizzazione del dolore né la spettacolarizzazione della
tragedia. Gli spari, la distruzione, il caos e la rabbia vengono
mostrati in modo netto, senza filtri e senza musica manipolatoria.
Questa scelta rende il film ancora più potente, perché ogni scena
sembra accadere davanti agli occhi dello spettatore con una
sincerità quasi brutale.
Anche nei momenti più duri, però,
il film riesce a mantenere una straordinaria umanità. Il rapporto
tra Naru e il piccolo Liam regala alcune delle scene più
emozionanti della pellicola. In mezzo al disastro e alla paura,
resta spazio per l’amore materno, per l’amicizia, per i sorrisi
improvvisi e per piccoli frammenti di normalità che rendono tutto
ancora più commovente.
La sceneggiatura evita facili
moralismi e lascia parlare soprattutto i personaggi e le
situazioni. Non ci sono grandi monologhi o spiegazioni
didascaliche: il film si costruisce attraverso dettagli, tensioni e
momenti quotidiani che finiscono per avere un impatto
devastante.
La
forza di No Good
Men sta nel rimanere impresso allo spettatore anche
dopo la fine della proiezione. È uno di quei lungometraggi che non
si limitano a raccontare una storia, ma restituiscono una
sensazione fisica di inquietudine, rabbia e impotenza. Sadat firma
un’opera profondamente personale che, partendo dall’esperienza
individuale, si allarga a una riflessione collettiva sulla
condizione femminile e sulla violenza sistemica.
Le
emozioni di Naru e del giornalista Qodrat avvolgono lo spettatore
in un racconto vivido e credibile, rendendo ancora più evidente la
portata di ciò che viene messo in scena. Il film scorre con
naturalezza nonostante la durezza dei temi affrontati: alterna
momenti di tensione, commozione e improvvisi squarci di
quotidianità che ne amplificano l’impatto. Colpisce, emoziona e
costringe a confrontarsi con una realtà troppo spesso filtrata solo
attraverso notizie e immagini di conflitto.
No Good Men è il cinema di cui
abbiamo bisogno, sincero e coraggioso. Un’opera che denuncia senza
diventare manifesto, che emoziona senza manipolare e che
restituisce voce a chi troppo spesso è stata costretta al silenzio.
Un film intenso e doloroso, destinato a lasciare un segno
profondo.
In un panorama animato dominato da
battute iperattive, animali parlanti trasformati e bombardamenti di
colori digitali, Il regno di Kensuke sembra quasi
un oggetto fuori dal tempo. E forse è proprio questo il suo più
grande punto di forza. Il film diretto da Neil
Boyle e Kirk Hendry, tratto dal celebre
romanzo di Michael Morpurgo e adattato da
Frank Cottrell-Boyce, recupera il fascino delle
avventure per ragazzi di una volta fatte di esplorazione, silenzi,
natura e crescita personale.
fffLa storia segue Michael, un
ragazzino trascinato dai suoi genitori in un improbabile viaggio in
barca intorno al mondo. Un’idea che oggi farebbe probabilmente
impazzire qualsiasi assistente sociale, ma che il film tratta con
quello spirito ingenuamente romantico tipico dei racconti
d’avventura britannici vecchio stile. All’inizio è tutto entusiasmo
e libertà, con il mare aperto davanti e la sensazione di vivere
qualcosa di straordinario. Poi arriva la tempesta. Michael e il suo
cane Stella Artois finiscono dispersi in mare e si
risvegliano su un’isola apparentemente deserta. Ma a questo
punto il film cambia pelle.
Kensuke e il cuore silenzioso del
film
Sull’isola vive Kensuke, un anziano
giapponese naufragato lì decenni prima. È lui a salvare Michael
dalla fame e dalla disperazione, costruendo lentamente con il
ragazzo un rapporto fatto più di gesti e osservazione che di
parole. Il regno di Kensuke trova la sua
anima proprio in questa relazione. Il film sceglie la
contemplazione, lasciando che siano la natura, gli animali e i
piccoli dettagli quotidiani a raccontare il legame tra i due
protagonisti.
Kensuke insegna a Michael come
sopravvivere, come rispettare l’isola e soprattutto come guardare
davvero il mondo che lo circonda. Gli animali diventano parte
integrante della narrazione, non semplici mascotte comiche. La
foresta, il mare e la fauna locale vengono animati con una
delicatezza quasi pittorica che restituisce un senso autentico di
meraviglia. In tempi in cui molti film per famiglie sembrano avere
paura del silenzio, Il regno di Kensuke
osa rallentare, trovando così la sua vera forza.
Un’animazione elegante che rifiuta
il caos moderno
Il regno di Kensuke – Cortesia di Movie Inspire
Dal punto di vista visivo, il film
è splendido nella sua semplicità. Lupus Films realizza
un’animazione tradizionale raffinata, calda, profondamente
artigianale, puntando sull’atmosfera. Ogni scena sembra disegnata
per trasmettere calma, malinconia o stupore. I paesaggi tropicali
hanno una morbidezza quasi acquerellata, mentre gli animali vengono
animati con una grazia incredibilmente naturale. È uno stile che
richiama un certo cinema animato europeo e giapponese più
contemplativo, lontanissimo dal ritmo isterico delle grandi
produzioni mainstream contemporanee.
Anche la colonna sonora orchestrale
di Stuart Hancock contribuisce enormemente
all’immersione. Le musiche accompagnano il viaggio con un senso di
avventura classica che richiama i grandi racconti per ragazzi del
passato, quelli che profumavano di mappe, tempeste e isole
misteriose.
E poi c’è il modo in cui il film
affronta il trauma della guerra attraverso Kensuke. Senza mai
diventare esplicito o traumatico, Il regno di
Kensuke riesce a evocare il dolore di Nagasaki
con immagini semplici ma potentissime. Un’inchiostrazione
improvvisa, una macchia nera che invade lo schermo, basta a
suggerire devastazione, perdita e memoria. È un momento delicato e
intelligentissimo, soprattutto considerando il pubblico giovane a
cui il film si rivolge.
Un film per bambini o soprattutto
per adulti?
Il regno di Kensuke è un film che
molti genitori ameranno profondamente. Ma non è detto che conquisti
allo stesso modo tutti i bambini cresciuti nell’era di TikTok,
Marvel e Pixar. Manca volutamente
quell’umorismo continuo che oggi domina gran parte dell’animazione
mainstream. Gli animali non fanno gag ogni trenta secondi. Non ci
sono tormentoni costruiti per diventare virali. Non esistono
personaggi “adorabilmente pazzi” pronti a rubare la scena.
Il film chiede attenzione, pazienza
e partecipazione emotiva. Qualità che alcuni spettatori più giovani
potrebbero trovare difficili da mantenere davanti a una narrazione
così calma e misurata. Il regno di Kensuke rivendica con
orgoglio il diritto di essere diverso. È un racconto che parla ai
ragazzi senza trattarli come incapaci di affrontare temi complessi
come la solitudine, il lutto, la guerra o il rapporto con la
natura.
Il regno di
Kensuke è un piccolo gioiello fuori dal tempo
Il regno di Kensuke non urla mai per
attirare l’attenzione ma preferisce costruire lentamente un legame
emotivo sincero, fatto di silenzi, paesaggi e piccoli gesti umani.
È un film profondamente gentile, nel senso migliore del termine. E
proprio per questo potrebbe passare inosservato in un mercato che
premia soprattutto il rumore e la velocità.
Ma chi saprà entrare nel suo ritmo
troverà un’avventura toccante, intelligente e visivamente
splendida. Un’opera che guarda al passato senza sembrare antiquata,
e che riesce ancora a credere nella capacità dei racconti di
formazione di parlare davvero a tutte le età. Un film che resta
addosso con delicatezza, come il ricordo di un’estate lontana o di
un libro letto da bambini sotto le coperte.
Tra Mercoledì e Come uccidono le brave ragazze
2. Emma Myers è la regina delle serie per
adolescenti di Netflix, tanto che molti spettatori si chiedono
quanti anni abbia rispetto ai suoi personaggi. Myers torna a
guidare il cast della
seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze,
riprendendo il ruolo della giovane detective Pippa “Pip”
Fitz-Amobi.
Pip si dimostra piuttosto matura in
entrambe le stagioni di Come uccidono le brave ragazze , essendo
coinvolta in misteri ben più grandi di lei. Conducono anche in
luoghi oscuri in cui gli adolescenti probabilmente non dovrebbero
andare, il che fa dimenticare facilmente che Pip è troppo giovane
per indagare su crimini così sinistri.
Pip ha 18 anni nella seconda
stagione di Come uccidono le brave ragazze
Nella prima stagione di Come
uccidono le brave ragazze, Pip ha 17 anni e sta frequentando
l’Extended Project Qualification (EPQ), un corso avanzato in
Inghilterra che permette agli studenti di prepararsi per
l’università e per la carriera. La serie Netflix mostra Pip
prepararsi per l’università anche in altri modi, come ad esempio
simulando un colloquio per l’Università di Cambridge. Sebbene l’età
di Pip non sia così evidente quando si dedica alle indagini, è
palese nelle numerose scene ambientate al liceo.
Nella seconda stagione, Pip ha
ormai 18 anni ed è ufficialmente maggiorenne. Frequenta il
dodicesimo o tredicesimo anno di scuola (l’equivalente britannico
dell’ultimo anno di liceo negli Stati Uniti) e vive con i genitori,
che cercano di darle più libertà e spazio. Più grande di un anno
rispetto alla prima stagione, Pip ha acquisito maggiore sicurezza,
soprattutto quando si rivolge a figure autoritarie. Tuttavia,
nonostante le sue capacità, le forti emozioni legate al caso della
scomparsa di Jamie e al processo di Max la mettono a dura prova e,
alla sua giovane età, Pip non è ancora del tutto preparata ad
affrontarle.
Emma Myers aveva 23 anni quando è
stata girata la seconda stagione di Come uccidono le brave
ragazze
Myers ha l’età perfetta per
interpretare Pip in Come uccidono le brave ragazze, dato
che è lei stessa una giovane adulta. Sebbene Myers non abbia la
stessa età di Pip, è solo di qualche anno più grande. La star di
“Wednesday” aveva 21 anni quando ha girato la prima stagione
dell’adattamento Netflix e 23 quando è stata girata la seconda
stagione di “A Good Girl’s Guide to Murder” nella primavera del
2025 (secondo il Somerset County Gazette). Questo significa che
Myers ha 4-5 anni più del suo personaggio.
Considerata la vicinanza d’età tra
Myers e Pip, l’attrice potrebbe facilmente tornare per la
terza stagione di Come uccidono le brave ragazze se
Netflix desse il via libera alla produzione. Esiste un altro libro
della serie young adult di Holly Jackson, quindi la piattaforma di
streaming potrebbe continuare la storia di Pip se lo desiderasse.
Dato che Pip crescerà nel suo mondo immaginario, è logico che
appaia un po’ più grande. Myers non sarà così avanti in termini di
età, quindi potrebbe riprendere il ruolo se necessario. Speriamo di
avere l’opportunità di vederla di più in Come uccidono le brave
ragazze .