Joe Keery è
consapevole delle voci che circolano sul Marvel Cinematic Universe tanto
quanto i fan, come dimostrano i suoi recenti commenti sull’entrare
a far parte del franchise dei supereroi. Keery è diventato famoso
da un giorno all’altro grazie al ruolo di Steve nella serie
NetflixStranger Things, che ha recentemente concluso con la
quinta e ultima stagione nel dicembre 2025. Ha però continuato a
riscuotere successo anche al di fuori della serie horror
fantascientifica, recitando nella commedia di successo Free
Guy con Ryan Reynolds, nel thriller horror
Spree e nella quinta stagione di Fargo.
Da tempo circolano però voci
secondo cui Keery avrebbe incontrato la Marvel Studios per un ruolo
chiave nell’MCU, e ora, in un’intervista con Liam Crowley di
ScreenRant per la sua nuova commedia horror Cold
Storage, l’attore risposto a tali voci. Riconoscendo con
umorismo di “conoscere bene Spider-Man” e di aver visto i
montaggi su TikTok che lo ritraggono nei panni dell’iconico
personaggio Harry Osborn, Keery ha detto che
“è divertente intrattenere” la possibilità di interpretare
l’amico di Peter Parker nei fumetti.
Tuttavia, il veterano di Stranger Things ha continuato dicendo che
“la cosa giusta accade al momento giusto” e che “alla
fine dei conti” c’è un limite a ciò che un attore può fare
pianificando “cose diverse”, che si tratti di progetti più
indipendenti o di qualcosa al livello dell’MCU. “Immagino che
si debba semplicemente tenere gli occhi aperti, leggere tantissimo
e sperare per il meglio, immagino. [Ma] certo. Dai. Dov’è la
sceneggiatura? Andiamo”, ha affermato l’attore.
Le voci su una possibile
partecipazione di Keery all’MCU hanno iniziato a circolare a
gennaio, quando è trapelata la notizia che l’attore fosse in
trattative per un ruolo. Da allora, i fan dell’attore e della serie
hanno avanzato diverse ipotesi sul personaggio che potrebbe
interpretare, il più ricorrente dei quali è il già citato Harry
Osborn, mentre altri hanno suggerito Ciclope nel prossimo reboot di
X-Men, Nova nel progetto Disney+ in fase di gestazione e Ghost
Rider, tra gli altri. Al momento, tuttavia, si tratta unicamente di
rumor.
Dopo anni di sviluppo, Top
Gun 3 sta ancora rullando verso il decollo, mentre il
produttore Jerry Bruckheimer condivide un
aggiornamento incoraggiante sui progressi della sceneggiatura. Dopo
che Top
Gun: Maverick ha riscosso un enorme successo di
critica e commerciale, incassando quasi 1,5 miliardi di dollari al
botteghino e ricevendo una nomination all’Oscar come miglior film,
Top Gun 3 è in fase di sviluppo con
Christopher McQuarrie ed Ehren
Kruger che tornano a co-scrivere la sceneggiatura del
terzo capitolo.
Ora, durante un’intervista con
Entertainment Tonight, al
produttore Jerry Bruckheimer è stato chiesto quale tra il terzo
Top Gun o Pirati dei Caraibi 6
uscirà prima, e lui ha rivelato che si aspettano che la
sceneggiatura sia completata a breve. “Penso che sia una corsa
tra i due, quindi vedremo. In questo momento, Top Gun è leggermente
in vantaggio, ma niente di più. Ci aspettiamo una sceneggiatura a
breve”.
Top Gun 3 dovrebbe
vedere il ritorno di Tom Cruise nei panni di Maverick,
Miles Teller in quelli di Rooster e Glen
Powell in quelli di Hangman. Il ritorno degli altri
membri del cast, tuttavia, rimane incerto. Joseph
Kosinski è stato ingaggiato come regista, anche se non è
stato ancora confermato ufficialmente che tornerà dietro la
macchina da presa.
Durante un’intervista, Kosinski ha
però anticipato la trama di Top Gun 3, dicendo che seguirà Maverick
mentre affronta una “crisi esistenziale” e ha
apparentemente confermato che sarà l’ultima apparizione del
personaggio. “Penso che abbiamo trovato un modo per farlo, non
solo per quanto riguarda la portata di ciò che stiamo proponendo,
ma anche l’idea stessa della storia che stiamo raccontando. Stiamo
pensando in grande…”, sono le parole del regista.
“È una crisi esistenziale
quella che Maverick affronta in questo film, ed è molto più grande
di lui. In realtà… Sto cercando di descriverla senza svelare nulla.
[Ride.] È una questione esistenziale che Maverick deve affrontare,
che lo farebbe sentire piccolo, credo, come film, rispetto a ciò di
cui stiamo parlando”, ha aggiunto. “Sì, c’è ancora molto
da raccontare su di lui. C’è un’ultima avventura. Quindi ci stiamo
lavorando ora. Ehren Kruger, che ha scritto F1, sta scrivendo la
sceneggiatura. Come tutte le cose, ci vuole un po’ di tempo per
mettere a punto tutto, e lo faremo solo se sentiremo di avere una
storia abbastanza forte”.
È
morto a 48 anni James Van Der
Beek, l’attore statunitense diventato
celebre per il ruolo di Dawson Leary nella serie cult
Dawson’s
Creek. L’attore si è spento mercoledì, come annunciato dalla famiglia
attraverso un commosso messaggio pubblicato sul suo profilo
Instagram.
Van
Der Beek aveva rivelato nel 2024 di essere affetto da un tumore al
colon-retto, diagnosticato l’anno precedente. Negli ultimi mesi
aveva parlato apertamente della malattia, scegliendo di condividere
il suo percorso con grande lucidità e dignità.
Nel messaggio diffuso dalla famiglia si legge: «Il nostro amato
James David Van Der Beek si è spento serenamente questa mattina. Ha
affrontato i suoi ultimi giorni con coraggio, fede e grazia. Ci
sarà tempo per condividere i suoi desideri, il suo amore per
l’umanità e il senso sacro del tempo. Per ora chiediamo rispetto e
privacy mentre piangiamo nostro marito, padre, figlio, fratello e
amico».
Il successo con Dawson’s
Creek e il fenomeno pop degli anni ’90
Nato in Connecticut, Van Der Beek aveva iniziato a recitare già
durante gli anni del liceo, calcando i palcoscenici Off-Broadway
prima di ottenere il ruolo che avrebbe segnato la sua carriera. Nel
1997 fu scelto per interpretare Dawson Leary nella serie creata da
Kevin
Williamson, personaggio ispirato alle
esperienze personali dello stesso autore.
Dawson’s Creek andò in
onda per sei stagioni sul network The WB, diventando uno dei teen
drama simbolo della fine degli anni ’90 e lanciando anche le
carriere di Katie
Holmes, Joshua
Jackson e Michelle
Williams.
Celebre rimase la scena in cui Dawson, in lacrime dopo essere stato
lasciato dal personaggio di Joey, divenne negli anni un meme
iconico, simbolo di un’intera generazione cresciuta con la
serie.
In occasione della reunion per il ventesimo anniversario, nel 2019,
Van Der Beek aveva dichiarato con autoironia: «Di Dawson ci sono
molte cose che mi infastidiscono. Amavo la sua vulnerabilità, ma il
resto lo trovavo un po’ irritante. Però grazie ai dialoghi
autentici era un sogno interpretarlo».
Dal cinema ai ruoli più recenti: una carriera oltre Dawson
Parallelamente alla serie, Van Der Beek aveva recitato nel film
sportivo Varsity
Blues, ruolo che gli valse un MTV Movie
Award. Era poi apparso in Jay & Silent Bob Strike
Back di Kevin Smith e in The Rules of
Attraction, dimostrando di voler ampliare il
proprio percorso artistico.
Dopo la fine di Dawson’s
Creek, era tornato al teatro con Rain Dance e aveva preso parte a numerose
serie televisive, tra cui Criminal
Minds, How I Met Your
Mother e One Tree
Hill.
Negli anni successivi aveva interpretato ruoli in
Don’t Trust the B—- in Apt.
23, CSI: Cyber,
Pose e aveva
prestato la voce per 69 episodi della serie animata
Vampirina.
Aveva inoltre partecipato alla 28ª stagione di Dancing With the
Stars e, nel 2025, era apparso come
concorrente nel talent show The Masked
Singer.
Il suo ultimo cameo televisivo risale a due episodi di
Overcompensating.
A distanza di poco più di un anno
(leggi
qui la recensione della prima stagione), ecco tornare su
Prime Videol’altro grande
detective oltre Jack Reacher su cui gli Amazon
Studios hanno deciso di puntare in questi ultimi
anni: Alex Cross. Nuovamente interpretato
da Aldis Hodge, il personaggio nato dalla penna diJames Patterson(considerato
uno dei più importanti autori di thriller del nostro tempo) si
cimenta qui con un nuovo complesso e violento caso che presenta
degli inquietanti rimandi all’attualità.
A differenza della prima stagione,
in cui Cross si confrontava con un caso che lo toccava in modo
personale, la seconda stagione di Cross adotta invece un approccio
diverso, portando il protagonista a dover gestire un caso di
portata nazionale. Grazie anche a questa volontà degli autori di
cambiare le carte in tavola anziché andare per un terreno sicuro,
la seconda stagione si dimostra un seguito valido, intrigante e
coinvolgente, che nulla ha da invidiare alla prima.
La trama di Alex Cross – Stagione 2
La
seconda stagione di AlexCross
riprende ci porta dunque nel pieno di una nuova indagine congiunta
tra la polizia di Washington D.C. e l’FBI. Al fianco di Cross torna
la detective Kayla Craig (Alon Tal), chiamata a
collaborare su un caso che coinvolge il magnate Lance Durand
(Matthew Lillard). L’uomo, imprenditore
miliardario, è convinto di essere nel mirino di qualcuno deciso a
eliminarlo e vuole scoprire l’identità del responsabile prima di
presentare al mondo un prodotto destinato – almeno nelle sue
intenzioni – a cambiare radicalmente gli equilibri globali.
Man mano che Alex e Kayla approfondiscono l’indagine, emergono però
elementi ambigui che mettono in discussione la versione dei fatti
fornita da Durand. Alcune incongruenze suggeriscono che le ragioni
dietro la minaccia possano essere più complesse – e forse persino
comprensibili – di quanto appaia inizialmente. Per Alex si apre
così un conflitto etico significativo, anche se meno intimo
rispetto a quello affrontato nella stagione precedente. Agire prima
che il killer di turno colpisca si rivelerà però più complesso del
previsto.
Aldis Hodge e Alona Tal in Alex Cross – Stagione 2. Cortesia di
Prime Video
La stagione 2 di Alex Cross intraprende
percorsi nuovi
Da un punto di vista strutturale, la nuova stagione adotta dunque
un meccanismo già sperimentato in precedenza: lo spettatore dispone
di informazioni che i personaggi ancora ignorano. Questa asimmetria
crea una tensione costante, che si amplifica quando le traiettorie
individuali iniziano a intersecarsi e a entrare in collisione. Gli
eventi che ne derivano, pur se come si diceva meno radicati nella
sfera personale del protagonista, risultano così più articolati e
stratificati rispetto alla prima stagione.
È vero che la stagione
impiega qualche episodio per trovare il ritmo definitivo –
l’ingranaggio narrativo si consolida soprattutto a partire dal
quarto episodio – ma la costruzione progressiva viene ripagata da
uno sviluppo finale solido e soddisfacente. I nuovi episodi
riescono infatti a trovare il loro ritmo alternando tensione e
momenti di maggior distensione, focus ora sul privato ora sul caso
di stagione, con il primo che ha delle ovvie influenze nella
gestione del secondo.
Degna di nota, però, è
anche l’aver ampliato il raggio d’azione dei protagonisti. La nuova
stagione di Alex Cross conduce infatti Alex,
Kayla e gli altri protagonisti ben oltre i confini di Washington
D.C., attraversando diversi stati nel tentativo di ricomporre un
quadro sempre più frammentato. Una scelta, questa, che conferisce
maggiore spettacolarità alle sequenze e dilata la portata del
mistero, rendendolo apparentemente più ambizioso.
Aldis Hodge in Alex Cross – Stagione 2. Cortesia di Prime
Video
L’ambiguità morale della nuova
stagione
Certo, nel suo cercare un
maggiore respiro, la stagione incappa talvolta in momenti di stasi,
portando ad avvertire una dispersione narrativa che limita
l’impatto degli eventi. Tuttavia, questa sensazione viene portata
in secondo piano grazie alla scrittura dei personaggi, i quali
attraversano maggiori evoluzioni e portano all’emergere di nuove
ambiguità. A tal proposito, va evidenziato come rispetto alla
precedente stagione questa seconda si dota di un’antagonista molto
più interessante da un punto di vista di come è scritta e dei
valori di cui si fa portatrice.
La Rebecca
di Jeanine
Mason(attrice recentemente vista anche
in The
Perfect Couplee WondLa)
è una perfetta femme fatale, seducente e letale, con un proprio
passato ben definito e un compito da portare a termine. Non solo la
sua presenza ruba spesso la scena, ma sottolinea anche come questa
volta la distinzione tra protagonisti e antagonisti sia meno netta.
Nel suo caso, ciò che la spinge a compiere ciò che compie la porta
a muoversi in una zona grigia, dove se anche le sue azioni
rimangono non condivisibili, appaiono comunque comprensibili. Un
significativo passo avanti rispetto all’antagonista della prima
stagione.
Abbracciando dunque con decisione la forma del thriller procedurale
esteso sull’intera stagione, Alex Cross riesce
quindi a trovare un suo nuovo equilibrio. Pur risultando meno
incisiva rispetto al primo ciclo di episodi – che legava l’indagine
a un coinvolgimento intimo e diretto del protagonista – questa
seconda fase punta con coerenza sugli elementi più funzionali alla
propria premessa narrativa e li sviluppa con una certa solidità.
Grazie a una costruzione investigativa articolata e a un intreccio
ricco di sviluppi, la nuova stagione si conferma come un seguito
robusto di una delle produzioni thriller poliziesche più riuscite
di Prime Video.
One
Life(leggi
qui la recensione) è un dramma biografico
basato sull’incredibile opera altruistica di Sir Nicholas
Winton (Anthony
Hopkins), che durante la Seconda guerra mondiale salvò
oltre 600 bambini ebrei rifugiati. Considerando il tema grave, il
film spesso sembra sentimentale, ma non raggiunge mai il punto di
diventare sdolcinato. La storia, abbastanza lineare, è raccontata
in uno stile che alterna il 1987, in cui si vede la versione
anziana di Sir Winton che ricorda il periodo in cui ha fatto di
tutto per salvare i bambini, e gli anni 1938-39, in cui vediamo il
giovane Winton e i suoi colleghi in azione. Anche se One
Life non lascia nulla di ambiguo, alcune parti potrebbero
lasciare alcuni un po’ confusi. E potreste chiedervi se la scena
finale del film abbia un significato particolare o meno. In questo
articolo, approfondiamo proprio questi aspetti.
Nel 1938, Nicholas “Nicky”
Winton era un impiegato della borsa valori a Maidenhead, in
Inghilterra. Ma non era particolarmente soddisfatto di ciò che
faceva e sentiva chiaramente il bisogno di fare qualcosa per le
persone. Era un periodo difficile per l’Europa, poiché la seconda
guerra mondiale bussava alle porte di tutti. Hitler si era
affermato come un tiranno terrificante, soprattutto per gli ebrei
che stavano facendo del loro meglio per salvarsi dall’ira del
Führer. Nicky entrò a far parte del Comitato britannico per i
rifugiati in Cecoslovacchia (BCRC) a Praga, dove incontrò la
direttrice del BCRC Doreen e i colleghi Trevor e Hannah.
Il suo amico Martin Blake aveva
già lavorato per il BCRC in precedenza ed era evidente che Martin
aveva raccomandato caldamente Nicky al BCRC. Dopo aver scoperto che
molti bambini ebrei vivevano in condizioni estremamente difficili
in numerosi campi di concentramento sparsi per Praga, Nicky propose
di trasferire tutti quei bambini in famiglie affidatarie in
Inghilterra prima che Hitler conquistasse la Cecoslovacchia, cosa
che sarebbe sicuramente avvenuta da un momento all’altro. Doreen
pensò che fosse un’idea poco pratica, per quanto innovativa potesse
sembrare, ma fu presto convinta dall’entusiasmo e dalla
determinazione di Nicky. Anche Trevor e Hannah erano molto
favorevoli e i quattro iniziarono presto a stilare elenchi
dettagliati dei bambini che sarebbero stati trasferiti nel Regno
Unito.
Cosa fece Nicholas per
raggiungere il suo obiettivo?
La burocrazia e l’apatia sono
sempre gli ostacoli principali quando si vuole fare del bene alla
gente comune in questo mondo, e per Nicholas Winton non fu diverso.
Il suo desiderio di salvare tutti gli sfortunati bambini ebrei era
quanto di più altruista potesse esserci, ma non fu così facile da
realizzare, anche se né Nicky, né sua madre Babette, sempre così
incoraggiante, né chiunque altro fosse coinvolto nella causa se lo
aspettasse. La sfida più grande che hanno dovuto affrontare è stata
quella di trovare tante famiglie affidatarie per i bambini,
preparare i visti individuali per ciascuno di loro e, soprattutto,
trovare i fondi necessari. Mentre Nicky e i suoi amici continuano
instancabilmente a registrare i bambini il più velocemente
possibile a Praga, Babette fa la sua parte a Londra ottenendo tutto
l’aiuto politico e finanziario necessario. Devo dire che Helena
Bonham Carter è eccellente in questo ruolo.
Nicky dovette presto tornare in
Inghilterra per preparare tutto per i bambini, mentre il resto del
BCRC continuava a svolgere il proprio ottimo lavoro a Praga. Anche
il suo datore di lavoro gli aveva chiesto di tornare al lavoro, ma
a quel punto salvare i bambini era chiaramente più importante per
lui del proprio lavoro. Dopo aver superato molti ostacoli, Nicky
riuscì finalmente ad avviare il processo di trasferimento dei
bambini in piccoli gruppi. Il trasferimento avvenne in treno e
Nicky stesso andò a ricevere ogni gruppo di bambini alla stazione
di Liverpool. Mentre le cose finalmente si mettevano in moto, la
possibilità che i tedeschi conquistassero la Cecoslovacchia
incombeva su Nicky e compagni.
Nicky è riuscito a salvare
tutti i bambini?
Il Nicky che vediamo all’inizio
di One Life è in realtà quello interpretato da Hopkins.
Sembra un dolce vecchietto, ma è chiaro che qualcosa lo turba.
Mentre Nicky continua a sfogliare il suo vecchio album di ritagli e
le scene tornano al passato, iniziamo lentamente a renderci conto
che deve esserci qualcosa che turba il vecchio che vediamo. Il film
rende anche abbastanza chiaro che Nicky aveva sviluppato un legame
personale con alcuni di questi bambini, cosa piuttosto ovvia. Il
processo di trasferimento dei bambini ha subito una grave battuta
d’arresto quando Nicky non è riuscito a procurarsi i documenti
legali necessari per tre di loro, tra cui una bambina di nome Vera,
con la quale aveva stretto un legame personale.
Tuttavia, Trevor è venuto in
soccorso assumendosi il rischio di falsificare i documenti e
portando con successo quei bambini in salvo. Ma poco dopo,
confermando i timori di tutti, i tedeschi attaccarono e presero il
controllo delle strade di Praga, il che significava essenzialmente
che i bambini rimasti erano praticamente condannati. Mentre
cercavano di prendere il nono treno per l’Inghilterra, la Gestapo
li portò via e arrestò Hannah, che avrebbe dovuto accompagnarli.
Non abbiamo mai saputo quale sia stata la sorte di quei bambini
sfortunati, ma date le circostanze non poteva essere nulla di
buono.
Cosa succede a Nicky?
Il più grande merito del film di
James Hawes è quello di riuscire a raccontare una storia
vera e profondamente commovente su una persona comune che compie
azioni straordinarie senza risultare moralista. Il film si prende
molte libertà cinematografiche e si allontana dalla storia reale,
ma ciò non può sminuire il fatto che Nicholas Winton fosse davvero
una persona eccezionale. Lo stesso vale per Doreen Warriner e
Trevor Chadwick, che, nonostante compaiano nella narrazione,
l’attenzione principale rimane su Winton e le sue gesta eroiche.
Adattare una storia così importante come questa è sempre una sfida
e va riconosciuto il fatto che almeno può suscitare dibattiti,
avviare discussioni e far sì che le persone si interessino a eventi
storici come il Kindertransport.
Tornando al film, nell’ultima
mezz’ora vediamo il vecchio Nicky che cerca di fare spazio nella
sua casa regalando i suoi vecchi documenti e album di ritagli a
qualcuno a cui potrebbero interessare. Grazie a Martin, Nicky
incontra una donna di nome Elizabeth, che sembra molto interessata
alle vecchie foto e ai documenti. Sebbene incontri Nicky e venga a
conoscenza della sua straziante storia di non essere riuscito a
salvare l’ultimo gruppo di bambini, ammette di non essersi
aspettata che fosse così sconvolgente, e la donna è commossa oltre
ogni immaginazione. Con il permesso di Nicky, Elizabeth mostra
tutto ciò che ha ricevuto da lui a suo marito Robert, che è uno dei
personaggi di spicco dietro il popolare programma televisivo della
BBC That’s Life.
Quando Nicky riceve la richiesta
di partecipare al programma, sua moglie Grete è inizialmente
scettica perché la natura del programma televisivo è piuttosto
commerciale e potrebbe non rendere giustizia alla delicatezza di
questa storia. Ma Nicky va avanti perché crede che più persone
dovrebbero conoscere la storia di quei bambini, e alla fine ha
ragione. La sorpresa più grande per Nicky, tuttavia, arriva quando
incontra Vera, ormai adulta, nello stesso programma, e non potrebbe
essere più emozionato di vederla dopo tutti questi anni. Nell’unica
scena di One Life in cui Antony Hopkins finalmente piange
abbondantemente e capiamo finalmente cosa significasse per lui:
letteralmente tutto.
Nicky inizia presto a ricevere
richieste di incontro da molti altri bambini, oltre che da
giornalisti che ora vogliono raccontare la sua storia. Vediamo un
giornalista che era stato contattato in precedenza da Nicky per
raccontare la storia e che aveva rifiutato di farlo, tornare e
venire giustamente respinto dal vecchio. Tuttavia, torna ancora una
volta a That’s Life, questa volta per incontrare altre due
persone che aveva salvato all’epoca. Ma il programma della BBC ha
in serbo una dolcissima sorpresa per il vecchio Nicholas Winton.
Tutto il pubblico in studio si alza infatti in piedi per
ringraziare Nicky di aver salvato loro la vita. Si scopre così che
sono tutti bambini che lui ha salvato in passato.
Durante il finale di One
Life, vediamo poi Nicky a una festa a casa sua, dove Vera e
alcuni degli altri “figli di Nicky” (è così che il gruppo ha
iniziato a chiamarsi) sono in visita. L’ultima immagine del film
mostra dei bambini che corrono allegramente nella casa di Nicky,
tutti felici e spensierati, tuffandosi nella sua piscina mentre
Nicky e Vera ricordano i vecchi tempi. L’ultima scena sottolinea
così l’incredibile impresa che Nicky è riuscito a compiere: se non
fosse stato per lui, Vera e tutte quelle persone, per non parlare
dei loro figli, non sarebbero state lì. One Life è così una
testimonianza di ciò che la gentilezza e la forza di volontà
possono fare, indipendentemente da quanto si sia grandi o
piccoli.
Vincent
deve morire è il film d’esordio nel lungometraggio del
regista francese Stéphan Castang, che con
questa opera prima si impone come una delle voci più originali del
recente cinema di genere europeo. Dopo una carriera nel
cortometraggio, Castang approda al formato lungo con un progetto
ambizioso, capace di fondere tensione narrativa e sguardo
autoriale. Il film si distingue per una regia controllata e
nervosa, che lavora sull’escalation dell’assurdo all’interno di un
contesto quotidiano, trasformando progressivamente la realtà in un
incubo collettivo.
L’opera si colloca in un
territorio ibrido, combinando elementi di commedia nera, satira
sociale e
thriller paranoico. La storia segue Vincent, uomo comune che
diventa improvvisamente bersaglio di aggressioni inspiegabili da
parte di sconosciuti, senza alcuna ragione apparente. Da questo
spunto surreale, il film costruisce una riflessione disturbante
sulla violenza latente nella società contemporanea, sulla fragilità
dei legami sociali e sulla diffusione incontrollata dell’odio. Il
tono oscilla tra grottesco e angosciante, mantenendo un equilibrio
sottile tra ironia e tensione.
Presentato alla Semaine de la
Critique del Festival di Cannes e candidato alla Caméra
d’Or, riconoscimento dedicato alle migliori opere prime, Vincent
deve morire ha ottenuto un riscontro critico ampiamente
positivo. La stampa specializzata ha lodato l’originalità del
concept, la capacità di Castang di sostenere la tensione e la
performance del protagonista, oltre alla lucidità con cui il film
intercetta paure contemporanee. Nel resto dell’articolo proporremo
un approfondimento con spiegazione del finale, per comprendere come
l’epilogo dia senso alla deriva violenta raccontata dal film.
Vimala Pons e Karim Leklou in Vincent deve morire
La trama di Vincent deve
morire
Il film racconta la storia di
Vincent, che trascorre la sua vita in modo
pacato e privo di qualsiasi sorpresa fino a quando improvvisamente
nel corso di una notte si ritrova aggredito da persone sconosciute
senza un apparente motivo. La gente lo vuole morto e, nonostante
l’uomo cerchi di continuare a condurre una vita normale, il
fenomeno si diffonde a macchia d’olio e sempre più persone provano
a ucciderlo. È così che Vincent si ritrova al centro di una folle
spirale di violenza ed è costretto a fuggire, cambiando
completamente il suo modo di vivere. Ma si può fuggire dal proprio
nemico, se questo nemico è il mondo intero?
La spiegazione del finale del
film
Nel terzo atto la violenza
dilaga oltre ogni misura individuale e assume la dimensione di un
contagio collettivo. In viaggio con il padre e Margaux, Vincent
apprende alla radio che l’intero Paese è attraversato da episodi
incontrollati di aggressività. Sull’autostrada i tre si imbattono
in una carneficina, automobilisti che si massacrano senza motivo
apparente. Il padre, accecato dall’odio per gli uomini che hanno
ucciso la moglie, si getta nella mischia e scompare nel caos.
Vincent e Margaux riescono a fuggire, lasciandosi alle spalle un
paesaggio ormai privo di ordine.
La fuga prosegue su strade
deserte, immerse in un silenzio irreale che segue l’esplosione di
furia collettiva. Quando sembra che Vincent non sia più bersaglio
di nessuno, la minaccia cambia direzione. È lui stesso a cedere
all’impulso, colpendo e strangolando Margaux in un improvviso
scatto di violenza. La donna riesce a salvarsi coprendogli gli
occhi, interrompendo quel contatto visivo che scatena
l’aggressione. Sconvolto da ciò che stava per compiere, Vincent
accetta di farsi bendare. I due tornano al battello di Margaux e
scelgono di vivere navigando, isolati dal mondo.
Karim Leklou in Vincent deve morire
Il finale ribalta
definitivamente la prospettiva. Per tutto il film Vincent si è
percepito come vittima di un fenomeno inspiegabile, convinto di
essere l’oggetto di un’anomalia sociale. Quando l’epidemia di
violenza diventa universale e lui smette di essere attaccato, il
film suggerisce che non esistono individui immuni. L’aggressività
non è un destino riservato a pochi, ma una possibilità inscritta in
ciascuno. Il momento in cui Vincent tenta di uccidere Margaux
rappresenta il punto di convergenza tra vittima e carnefice,
dissolvendo ogni distinzione rassicurante.
La cecità temporanea diventa
allora una potente metafora. L’interruzione dello sguardo blocca
l’impulso distruttivo, come se la violenza nascesse da un
cortocircuito nel modo in cui percepiamo l’altro. Castang porta a
compimento la riflessione sulla fragilità del tessuto sociale,
mostrando come basti un innesco invisibile per trasformare la
convivenza in guerra diffusa. L’isolamento sul battello non è una
soluzione definitiva, ma una tregua precaria. La sopravvivenza
passa attraverso regole nuove e dolorose, fondate sul
riconoscimento della propria parte oscura.
Con questo epilogo il film
lascia un messaggio amaro ma lucido. La violenza non è un mostro
esterno da cui difendersi, bensì una pulsione latente che può
emergere quando le strutture di fiducia e responsabilità si
incrinano. Vincent e Margaux scelgono di restare insieme,
accettando limiti e fragilità come condizione necessaria per
continuare a vivere. Il battello che scivola sui fiumi diventa
simbolo di una comunità minima, fondata sulla consapevolezza e sul
controllo reciproco. In un mondo che implode, il legame resta
l’unico argine possibile al caos.
Whitney Houston – Una voce diventata leggenda (leggi
qui la recensione) è basato sulla storia vera della vita e
della carriera dell’iconica cantante. Diretto da Kasi
Lemmons da una sceneggiatura di Anthony McCarten, il
film attinge dalla vita reale di Whitney Houston, anche se
ci sono una serie di elementi che non vengono approfonditi.
Houston, soprannominata “The Voice”, è una delle artiste femminili
di maggior successo di tutti i tempi, avendo battuto record e
venduto oltre 200 milioni di dischi in tutto il mondo nel corso
della sua carriera.
Ad oggi, ci sono state cinque
rappresentazioni di Whitney Houston in documentari e lungometraggi.
I film biografici, pur basandosi sulla verità, possono includere
solo una parte della storia e talvolta esagerano alcuni aspetti
della vita di un musicista per sottolineare un concetto. Questo
film biografico su Whitney Houston, ad esempio, offre sì uno
sguardo sulla vita e l’ascesa alla fama della celebre cantante, ma
ci sono altri aspetti che tralascia e domande che sorgono dopo aver
visto alcune scene in particolare.
Whitney Houston era bisessuale?
La spiegazione della sua relazione con Robyn Crawford
Whitney Houston – Una voce
diventata leggenda si concentra brevemente sulla relazione
sentimentale tra Whitney Houston e Robyn Crawford, che
diventerà la sua direttrice creativa. In realtà, Crawford ha
confermato che le due avevano una relazione intima nel suo libro di
memorie, A Song for You: My Life with Whitney Houston, anche
se Crawford ha detto a People che lei e Houston non hanno mai
discusso di dare un’etichetta alla loro relazione o l’una
all’altra. La relazione sentimentale tra Crawford e Houston è
durata solo due anni, durante i quali hanno vissuto insieme.
Tuttavia, Houston ha deciso di porre fine alla relazione con
Crawford per paura di ciò che avrebbe detto la gente e di come
avrebbe influenzato le loro vite, soprattutto dopo aver firmato un
contratto discografico.
Crawford e la pluripremiata
cantante possono anche aver preso strade diverse dal punto di vista
sentimentale, ma le due sono rimaste migliori amiche per più di
vent’anni, come documentato dal film. Crawford, tuttavia,
all’inizio degli anni 2000 ha posto dei limiti al suo rapporto con
Houston a causa delle decisioni che quest’ultima stava prendendo
nella sua vita privata, tra cui la sua continua dipendenza dalle
droghe. Anche Bobby Brown, ex marito di Whitney Houston, ha
confermato che Crawford e la cantante avevano una relazione
sentimentale, e Brown sostiene che la madre di Houston, Cissy,
fosse contraria e volesse licenziare Crawford dal suo ruolo di
assistente di Houston, il lavoro che svolgeva prima di diventare
direttrice creativa e, successivamente, co-manager della società di
Houston.
Whitney Houston ha avuto una
relazione con Jermaine Jackson?
Whitney Houston avrebbe
frequentato Jermaine Jackson per un anno, come suggerito in
Whitney Houston – Una voce diventata leggenda, e si vocifera
che i due abbiano avuto una relazione mentre Jackson era ancora
sposato con la sua allora moglie Hazel Gordy. Jackson non ha
mai parlato della loro relazione, ma sua sorella La Toya
Jackson ha affermato, durante un’apparizione a The Talk, che
suo fratello “ha ammesso che hanno avuto una relazione”. Si
dice anche che la canzone di Whitney Houston “Saving All My Love
for You” fosse dedicata proprio a Jackson, anche se questo non
è mai stato confermato. Inoltre, secondo quanto riferito, alla fine
degli anni ’80 Houston era infatuata di Eddie Murphy, anche
se lui non ricambiava i suoi sentimenti, secondo Crawford.
Bobby Brown ha abusato di
Whitney Houston?
La relazione sentimentale tra
Bobby Brown e Whitney Houston era turbolenta e spesso finiva
sui giornali, soprattutto negli ultimi anni del loro matrimonio.
Whitney Houston – Una voce diventata leggenda sostiene che
Bobby Brown fosse violento nei confronti di Whitney Houston, e lui
stesso ha confermato in un’intervista a 20/20 di averla picchiata
una volta. Brown ha però negato le accuse di violenza nei confronti
di Houston al di là dell’incidente ammesso, ma ha rivelato che gli
ultimi anni del loro matrimonio sono stati piuttosto terribili.
Chi era Barbara Houston? Cosa
il film omette di lei
Barbara Houston fa la sua
comparsa nel film biografico musicale e si percepisce il gelo e la
distanza tra lei e Whitney. Il loro rapporto nella vita reale era
altrettanto teso. Barbara Houston, che ha 40 anni meno di John
Houston, alla fine lo sposò, anche se i due avevano una
relazione che sarebbe iniziata mentre John era ancora sposato con
la madre di Houston, Cissy. Ciò che il film tralascia è la causa
intentata da Barbara contro Whitney, in cui si sosteneva che la
cantante fosse l’unica beneficiaria dell’assicurazione sulla vita
di John Houston e che il denaro sarebbe stato utilizzato per
estinguere il mutuo di Barbara e John, con il resto consegnato a
Barbara.
Tuttavia, Whitney Houston ha
presentato una controquerela contro la matrigna, sostenendo che
l’assicurazione sulla vita servisse a ripagare la cantante per il
denaro che suo padre le aveva preso in prestito anni prima. Nel
2010, un giudice si è pronunciato a favore della Houston,
assegnandole la proprietà dell’ipoteca di Barbara, il che
significava che poteva decidere di pignorare la casa e lasciare la
matrigna senza nulla. Il rapporto tra Whitney Houston e Barbara
Houston non era buono, e la brutta causa legale ha reso piuttosto
pubblico il disprezzo della cantante per la moglie di suo
padre.
Cosa è successo davvero tra
Whitney Houston e suo padre?
Il rapporto tra Whitney Houston
e suo padre era complicato. John Houston divenne il manager
della cantante e amministratore delegato della sua società, e il
film sostiene che Houston abbia anche preso in prestito denaro da
sua figlia, il che sembra essere stata una delle cause che hanno
portato al deterioramento del loro rapporto nel corso del tempo.
Secondo quanto riferito, John Houston avrebbe preso in prestito
723.000 dollari da Whitney Houston nel 1990, ma è stata la causa da
100 milioni di dollari che ha intentato contro la celebre cantante
nel 2002 per violazione del contratto a mettere davvero in luce il
loro rapporto tumultuoso.
La causa sosteneva che Whitney
Houston non avesse pagato John o la sua società per i servizi che
le avevano fornito, come l’assistenza legale dopo essere stata
sorpresa con della droga alle Hawaii e la negoziazione dei termini
del suo contratto da 100 milioni di dollari con la Arista Records.
John Houston ha persino cercato di fare appello a sua figlia in
televisione. Il patriarca degli Houston è morto poco dopo, nel
2002, e la causa è stata archiviata nel 2004.
Come è morta Whitney
Houston?
Whitney Houston – Una voce
diventata leggenda evita di mostrare la tragica morte della
cantante. Tuttavia, il film biografico su Whitney Houston allude
alla sua morte, avvenuta poche ore prima della festa pre-Grammy del
produttore musicale Clive Davis. Whitney Houston morì per
annegamento accidentale nella vasca da bagno della sua camera
d’albergo al Beverly Hilton. Il referto dell’autopsia ha affermato
che anche gli effetti della “cardiopatia aterosclerotica e dell’uso
di cocaina” hanno contribuito all’annegamento accidentale della
cantante e attrice. Houston aveva precedenti di uso di cocaina e
sul ripiano del bagno è stata trovata della polvere bianca, il che
suggerisce che la cantante avesse fatto uso della sostanza prima di
fare il bagno.
Piuttosto che concentrarsi sulla
sua morte e sui fattori che vi hanno contribuito, il film celebra
la voce iconica della cantante all’apice della sua carriera,
scegliendo di incentrare la scena finale del film sulla performance
di Whitney Houston agli American Music Awards del 1994. Questa
decisione allontana l’attenzione dalla tragedia della sua morte e
dai suoi ultimi tumultuosi anni, e serve a ricordare la voce
potente e bellissima che aveva e la gioia che ha portato agli altri
con il suo straordinario talento. Il pubblico esce così dalla
visione del film con un ricordo luminoso della vita di Whitney
Houston invece che con quello oscuro della sua morte.
Chris Hemsworth esalta ulteriormente la prossima
uscita degli Avengers e anticipa la reunion che stavamo
aspettando.
Thor di
Chris Hemsworth e Loki di
Tom Hiddleston sono tra i supereroi confermati
nel cast di Avengers:
Doomsday, che affronterà il Dottor Destino di
Robert Downey Jr. in una battaglia multiversale.
Tra gli altri personaggi che torneranno ci sono i Fantastici
Quattro, i Thunderbolts/Nuovi Vendicatori, gli X-Men
e altri Vendicatori che hanno guidato i film solisti nelle Fasi 4 e
5.
Alla domanda di Variety se la
reunion tra Thor e Loki sarebbe stata strappalacrime, Hemsworth ha
promesso – dopo aver risposto “sì, no, forse” alla domanda
iniziale del giornalista – che Avengers: Doomsday è
“incredibilmente emozionante, incredibilmente potente. Vi
lascerà senza fiato. Non so come facciano“. Hemsworth sta
attualmente promuovendo il suo nuovo film, Crime 101, in uscita
venerdì.
L’ultima apparizione di Thor e Loki
insieme nell’MCU risale a Avengers: Infinity War
del 2018, dove Loki viene ucciso da Thanos (Josh
Brolin) nella prima scena davanti a Thor. Thor è poi
apparso in Thor: Love and Thunder
del 2022, mentre una versione di Loki fuggita dopo gli eventi del
primo film degli Avengers (2012) è il
personaggio principale della serie TV Loki.
Il Loki alternativo, pur non avendo
attraversato esattamente lo stesso arco narrativo dell’originale, è
consapevole della sua morte nella “linea temporale sacra“.
Nel frattempo, Thor ha adottato una figlia in Thor:
Love and Thunder, a cui fa riferimento nel teaser di
Avengers: Doomsday. Il trailer di
Doomsday di Thor suggerisce un ritorno a un tono più serio per la
sua caratterizzazione e le sue trame, il che potrebbe influenzare
la sua riunione con Loki.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men dell’era Fox-Marvel.
Oggi Prime Video ha rilasciato il trailer
e il poster ufficiali di Scarpetta, la
nuova serie crime thriller forense basata sulla celebre serie di
romanzi bestseller di Patricia Cornwell con protagonista Kay
Scarpetta, sviluppata e sceneggiata per la televisione da
Liz Sarnoff. Con oltre 120 milioni di copie vendute in tutto
il mondo dall’esordio del personaggio nel 1990, questo adattamento
rappresenta il coronamento di decenni di attesa e porta finalmente
sullo schermo l’amata patologa forense. Scarpetta
debutterà l’11 marzo 2026, in esclusiva su Prime Video in oltre 240
paesi e territori nel mondo. La serie è prodotta da Amazon MGM
Studios e Blumhouse Television in collaborazione con Blossom Films,
Comet Pictures e P&S Projects.
Scarpetta porta sullo
schermo l’iconico personaggio letterario di Patricia Cornwell in
un’emozionante serie con Nicole Kidman nel ruolo della
dottoressa Kay Scarpetta. Con mani abili e uno sguardo
penetrante, questo implacabile medico legale è pronto a diventare
la voce delle vittime, smascherare un serial killer e dimostrare
che il caso che ha segnato l’inizio della sua carriera 28 anni
prima non si rivelerà essere anche la sua rovina. Ambientata nel
mondo delle odierne indagini forensi, la serie va oltre le scene
del crimine per approfondire la complessità psicologica sia dei
colpevoli che degli agenti di polizia. Il risultato è un thriller
dalle molteplici sfaccettature che riflette sul prezzo da pagare
quando si persegue la giustizia a tutti i costi.
Dalla sceneggiatrice, executive
producer e showrunner candidata agli Emmy Liz Sarnoff (Barry,
Lost), arriva Scarpetta, un’emozionante serie crime
thriller che si svolge su due diverse linee temporali. Questa
doppia narrazione esplora il percorso personale e professionale di
“Kay Scarpetta” (Nicole Kidman), dai suoi esordi alla fine degli
anni ’90 come capo medico legale al presente, quando fa ritorno
nella sua città natale per riassumere il suo precedente incarico e
indagare su un raccapricciante omicidio. Mentre cerca di ottenere
giustizia, Scarpetta dovrà destreggiarsi tra relazioni complicate,
tra cui il rapporto conflittuale con sua sorella “Dorothy
Farinelli” (Jamie Lee Curtis), affrontare rancori
professionali e personali di vecchia data e segreti che minacciano
di distruggere tutto ciò che ha costruito.
L’attrice Premio Oscar
Nicole Kidman (Expats) è il medico legale “Kay Scarpetta,”
mentre la Premio Oscar Jamie Lee Curtis (The
Bear) interpreta sua sorella “Dorothy Farinelli”. Nel
ruolo del detective “Pete Marino” troviamo il vincitore dell’Emmy
Award Bobby Cannavale, mentre il candidato all’Emmy Simon Baker (The Mentalist) è il
profiler dell’FBI “Benton Wesley” e l’attrice Premio Oscar Ariana DeBose (West Side Story) interpreta “Lucy
Farinelli Watson”, la nipote di Kay, esperta di tecnologia. La
doppia linea temporale della serie è arricchita dalla presenza nel
cast di Rosy McEwen (Blue Jean), Amanda Righetti (The
Mentalist), Jake Cannavale (The Offer) e Hunter
Parrish (Weeds), che interpretano rispettivamente le
versioni più giovani dei personaggi di Kidman, Curtis, Cannavale e
Baker.
Scarpetta vede in qualità
di executive producer, Nicole Kidman e Per Saari per Blossom Films,
Jamie Lee Curtis per Comet Pictures, la scrittrice e showrunner Liz
Sarnoff per Sarnoff TV, l’autrice Patricia Cornwell per P&S
Projects, insieme a Jason
Blum, Jeremy Gold, Chris Dickie, e Chris McCumber per Blumhouse
Television. David Gordon Green ha diretto cinque episodi e figura,
inoltre, tra gli executive producer insieme ad Amy Sayres. La serie
è prodotta da Amazon MGM Studios e Blumhouse Television in
associazione con Blossom Films, Comet Pictures, e P&S
Projects.
Sam
Neill, una delle star originali di Jurassic
Park, ha finalmente la possibilità di commentare l’omaggio
al suo personaggio nell’ultimo capitolo.
Jurassic
World – La Rinascita segue un gruppo di personaggi
completamente nuovi che si recano su un’isola remota vicino
all’equatore per estrarre campioni di DNA di dinosauro da
utilizzare in una medicina rivoluzionaria. Il cast è guidato dalla
mercenaria Zora Bennett (Scarlett Johansson), dal suo
socio Duncan Kincaid (Mahershala Ali) e dal loro consulente
paleontologo, il Dott. Henry Loomis (Jonathan Bailey).
Il personaggio di Bailey finisce
per essere il veicolo di questa connessione, poiché durante la
spedizione afferma di aver svolto
il suo lavoro post-dottorato sotto la supervisione del
Dott. Alan Grant, notoriamente interpretato da
Sam Neill nel Jurassic Park
originale (1993). In un’intervista con Entertainment
Weekly durante la promozione del suo spot Xfinity per il Super
Bowl, Neill ha dichiarato di aver apprezzato l’Easter egg.
“Sono rimasto sorpreso”,
ha detto Neill. “È bello quando queste cose si riferiscono
l’una all’altra, e ho pensato che fosse rispettoso e
positivo.” Neill si è riunito con i co-protagonisti di
Jurassic Park, Laura
Dern e Jeff Goldblum, per uno dei
migliori spot del Super Bowl del 2026, in cui la battuta finale è
che con Xfinity Wi-Fi, gli eventi del primo film avrebbero potuto
essere evitati e tutti si sarebbero goduti una vacanza
rilassante.
Il trio originale di
Jurassic Park ha recitato anche in
Jurassic World – Il Dominio del 2022, che
li ha riuniti al cast della trilogia sequel di Jurassic
World. In precedenza, Sam Neill aveva
ripreso il suo ruolo in Jurassic Park III del 2001
(in cui Dern appare in un cameo), mentre Goldblum è stato il
protagonista di Il mondo perduto: Jurassic Park del 1997.
Jurassic
World – La Rinascita è ambientato cinque anni dopo
Jurassic World – Il Dominio, quando i
dinosauri, sebbene liberi sul pianeta, stanno nuovamente
scomparendo perché l’attuale clima terrestre non è adatto a loro.
Pertanto, gli unici che prosperano ancora vivono nelle regioni
equatoriali, mentre il grande pubblico ha ormai smesso di ammirare
i dinosauri viventi.
In questo contesto, Henry Loomis
offre una prospettiva diversa su alcuni dei temi originali della
serie, nutrendo più rispetto per i dinosauri rispetto ad altri
personaggi, commentando la mortalità dell’umanità e sostenendo con
Zora che il progresso scientifico dovrebbe servire il bene comune
piuttosto che il profitto.
Come la maggior parte dei film
della saga successivi a Jurassic Park, Jurassic
World – La Rinascita non è stato un capolavoro di
critica e si attesta al 50% su Rotten Tomatoes. Tuttavia, ha
incassato quasi 870 milioni di dollari in tutto il mondo,
diventando uno dei film più redditizi dell’anno. Nonostante i suoi
difetti, il film del 2025 è stato comunque trovato divertente
perché si collega alla storia del franchise.
Il documentario di National
Geographic Documentary Films, Ghost
Elephants, debutterà l’8 marzo su Disney+. Diretto, scritto e narrato da
Werner Herzog (Grizzly Man) e prodotto da Ariel León
Isacovitch ed Herzog, il film segue Steve Boyes, National
Geographic Explorer, in un viaggio epico insieme ad alcuni degli
ultimi maestri tracciatori rimasti al mondo alla ricerca di un
animale a lungo ritenuto un mito.
Abbiamo visto in anteprima
Ghost Elephants in occasione del Festival
di Venezia 82, ecco la nostra recensione.
Nelle alture dell’Angola avvolte
dalla nebbia, nel cuore delle sue foreste, persiste un mistero: gli
sfuggenti elefanti fantasma di Lisima, potenziali discendenti
viventi del più grande mammifero terrestre mai documentato. Steve
Boyes, biologo della conservazione e leader del National Geographic
Okavango Wilderness Project, è determinato a provarne
l’esistenza.
Per trovare questi elusivi
elefanti, Boyes e il collega Kerllen Costa, National Geographic
Explorer, hanno collaborato con tre maestri tracciatori KhoiSan –
Xui, Xui Dawid e Kobus – per avere successo dove la tecnologia
aveva fallito.
Ghost Elephants è diretto e narrato
da Werner Herzog
Diretto, narrato e scritto dal
leggendario regista Werner Herzog, GHOST
ELEPHANTS è un racconto sulla sopravvivenza, il
ricongiungimento e il potere duraturo della conoscenza antica
rispetto alla modernità fugace. Il film è stato presentato in
anteprima al Festival del Cinema di Venezia, dove Herzog ha
ricevuto il Leone d’oro alla carriera.
A corredo del film, il 3 marzo
uscirà il coffee table book “Okavango and the Source of Life” di
Steve Boyes. Il libro amplia il viaggio oltre lo schermo, con oltre
100 fotografie suggestive, mappe dettagliate e le riflessioni
personali di Boyes raccolte in anni di estenuanti spedizioni alle
sorgenti angolane dell’Okavango. Il libro documenta gli stessi
corsi d’acqua restanti, le comunità e i fragili ecosistemi
esplorati nel film, trasmettendo il peso fisico ed emotivo della
navigazione in una regione selvaggia a lungo isolata dalla guerra.
Con una prefazione del principe Harry, duca di Sussex, e ritratti
dei custodi della tradizione locale, il libro offre un
accompagnamento intimo e visivamente ricco all’esperienza
cinematografica. “Okavango and the Source of Life” è già
disponibile per il preordine su Disney Books.
Ghost
Elephants è diretto, narrato e scritto da
Herzog. È prodotto dallo stesso Herzog per Skellig Rock, Inc. e
Ariel León Isacovitch per The Roots Production Service. Sobey Road
Entertainment è il partner di produzione con Brian Nugent, Andrew
Trapani, Emerson G. Farrel, David Sze, David B. Kirk, Terrence
Battle, Richard Sneider, Christopher White e Casey Graf come
executive producer. Per National Geographic Documentary Films,
Carolyn Bernstein, executive vice president of Documentary Films, e
Tim Horsburgh, vice president of Documentary Films, sono gli
executive producer.
Il
finale di The Shining di
Stanley Kubrick è una di quelle
chiusure che non “spiegano”, ma inchiodano lo spettatore a
un’immagine. Dopo la fuga di Wendy e Danny, dopo il labirinto, dopo
la neve e il gelo, Kubrick taglia su una fotografia in bianco e
nero del 1921: una festa elegante nella ballroom dell’Overlook
Hotel. In primo piano, sorridente, c’è Jack Torrance (Jack Nicholson). È il colpo di coda perfetto
perché non aggiunge azione, aggiunge senso. E soprattutto apre una
domanda che da decenni alimenta interpretazioni, teorie e
discussioni: come può Jack
essere in una foto di sessant’anni prima?
Per capirlo bisogna ragionare come ragiona il film: non in termini
di “trama” ma di meccanismo, di ciclo e di identità. Kubrick prende il romanzo di Stephen King, lo piega alla propria ossessione
per l’ambiguità e costruisce un horror che funziona anche se togli
i fantasmi: la paura non sta solo nel soprannaturale, ma nel modo
in cui la violenza domestica e l’abuso si ripetono, si
giustificano, si tramandano.
Perché Jack è nella foto: reincarnazione, assorbimento o “sempre
stato lì”?
La spiegazione più popolare è quella dell’Overlook che “assorbe” Jack. L’hotel, come
un organismo predatorio, seduce, consuma e conserva. La foto
sarebbe la prova che Jack, una volta “finito”, entra a far parte
della collezione di anime dell’Overlook: un trofeo appeso al muro
del tempo. Questa lettura è intuitiva perché torna con l’atmosfera
del film: l’albergo sembra vivo, sembra ricordare, sembra nutrirsi
delle persone.
Ma Kubrick – in alcune dichiarazioni riportate nel tempo – ha
suggerito un’idea ancora più perturbante: Jack non viene solo assorbito, Jack è una
reincarnazione. Non è “entrato” nella storia
dell’Overlook: ne è un
pezzo che ritorna. E qui la scena chiave non è la
fotografia, è il bagno rosso con Grady.
Quando Jack parla con Grady, il cameriere gli dice che lui “è
sempre stato il custode”. Non è una battuta poetica: è
un’affermazione di appartenenza. Jack, che fino a quel momento si è
raccontato come vittima di sfortuna (scrittore bloccato, alcolista
in recupero, uomo stressato), viene ricollocato in una genealogia
più antica. Il film lascia intendere che l’Overlook selezioni certe persone perché
in loro esiste già una frattura: rabbia, frustrazione, bisogno di
controllo. La “chiamata” del lavoro da custode non è un caso: è una
convocazione.
La questione dei due Grady rafforza l’ambiguità. Nel film si parla
di un ex custode che ha ucciso moglie e figlie, ma i dettagli
oscillano: Delbert Grady come fantasma, Charles Grady come passato
umano. Jack dice di aver visto “Delbert” sul giornale, eppure
Ullman (all’inizio) descrive la tragedia come fatto cronachistico
distante, quasi neutro. Kubrick sembra dirti: non fidarti della cronologia,
perché l’Overlook non vive nel tempo lineare. Vive nei ritorni.
Se Jack è davvero una reincarnazione di un precedente “impiegato”
dell’hotel, la foto del 1921 diventa l’atto finale del
completamento: non è una rivelazione esterna, è la chiusura di un
circuito. Jack torna al posto che lo aspettava.
La fuga di Wendy e Danny: perché il film chiude “fuori” e non
“dentro”
Dopo essere stato liberato dalla dispensa (uno dei momenti più
disturbanti perché suggerisce una complicità dei fantasmi), Jack
diventa puro istinto predatorio: ascia in mano, inseguimento,
minaccia. Wendy e Danny, invece, sono costretti a diventare
strategici. La celebre scena “Here’s Johnny!” non serve solo a
spaventare: è la rappresentazione fisica dell’irruzione dell’abuso
in un luogo che dovrebbe essere sicuro.
Il film costruisce la fuga con una logica spietata: Danny viene
“espulso” dalla finestra, Wendy resta bloccata, l’aiuto arriva
(Hallorann) ma viene annientato in un istante. È una scelta
crudele, ma coerente con l’universo di Kubrick: non c’è
provvidenza. C’è solo una possibilità di sopravvivere, ed è la
lucidità. Nel labirinto, Danny non vince perché è più veloce, vince
perché capisce.
La falsa pista è l’unico momento in cui il film concede al bambino
un vero atto di controllo sul caos.
E
quando Jack muore congelato, Kubrick evita qualsiasi catarsi
morale. Non c’è pentimento, non c’è “ritorno di coscienza”. Il
corpo diventa scultura: l’immagine di un uomo irrigidito nel
proprio fallimento. Subito dopo, la foto: ecco la vera maledizione.
Jack non è morto davvero se l’Overlook lo ha riassorbito nel
proprio mito.
Film e romanzo: perché Kubrick cambia il senso dell’orrore
Qui sta la frattura con Stephen King. Nel romanzo, l’Overlook è il
villain principale: corrompe Jack, lo possiede, e in alcuni momenti
Jack riesce perfino a combattere per salvare Danny. L’esplosione
della caldaia e la distruzione dell’hotel sono un atto di “chiusura
del male”. Nel film, invece, l’Overlook non viene neutralizzato:
continua. E
Jack, più che vittima, sembra da subito un uomo pericoloso, già
predisposto alla violenza. Kubrick sposta il baricentro dall’hotel
che possiede l’uomo all’uomo che usa l’hotel come alibi per
diventare ciò che temeva di essere.
Anche Hallorann cambia destino: nel libro sopravvive e aiuta; nel
film muore, e la sua morte dice qualcosa di preciso: la speranza di
una salvezza esterna è un’illusione. Wendy e Danny si salvano da
soli.
Il risultato è che le due opere parlano di cose simili (famiglia,
trauma, dipendenza, male) ma con una morale opposta. King tende a
credere nella possibilità di redenzione; Kubrick tende a credere
nella ripetizione.
REDRUM e il sangue dell’ascensore: non sono “indizi”, sono
sintomi
Molti cercano nel film un rebus da risolvere: cosa significa
REDRUM, cosa significa il sangue dell’ascensore, perché la stanza
237, perché i gemelli. Ma in Kubrick questi elementi funzionano
meglio se li leggi come manifestazioni di un trauma, non come puzzle.
REDRUM è la parola che Danny non riesce a dire in modo diretto: il
bambino “vede” qualcosa che non può contenere. Il sangue
dell’ascensore è l’immagine più famosa del film perché è astratta e
totale: un’ondata di violenza che non appartiene a un solo evento,
ma a una stratificazione. Può ricordare la storia dell’hotel
costruito su un terreno segnato dalla colonizzazione e dalla
rimozione; può rappresentare il sangue di tutte le vite inghiottite
dall’Overlook; può essere, semplicemente, la visualizzazione del
fatto che l’orrore lì
dentro non smette mai di accumularsi.
Il punto è che l’Overlook non “mostra” i fantasmi come apparizioni
da manuale horror. Li mostra come se fossero ricordi di una casa
malata.
Il significato vero di The Shining: il ciclo della violenza e
l’alibi del mostro
La lettura più solida, alla fine, è anche la più scomoda:
The Shining parla di
violenza domestica e di come questa si ripresenti sotto
forme diverse, spesso mascherata da stress, lavoro, fallimento,
dipendenza. Jack ha un passato di aggressività; Wendy e Danny lo
temono già prima che l’hotel “agisca” apertamente. Il
soprannaturale diventa la scusa perfetta: se ci sono i fantasmi,
allora Jack non è responsabile. Ma Kubrick ti fa sentire che questa
è una tentazione, non una verità.
La fotografia del 1921, allora, non è solo un twist. È una
condanna: Jack non è un episodio isolato, è un anello. L’hotel non
finisce, perché il tipo di violenza che rappresenta non finisce.
Cambiano i volti, cambiano le epoche, ma la festa continua.
E
qui torna la domanda iniziale, la più importante: perché Jack è
nella foto? Perché l’Overlook è un luogo che riscrive le persone come parte
della propria storia. Che tu la chiami reincarnazione,
assorbimento o eterno ritorno, il senso non cambia: Jack non è
“capitato” all’Overlook. L’Overlook lo ha riconosciuto.
Stanley Kubrick è uno dei registi più influenti e
discussi della storia del cinema. Autore perfezionista, ossessivo,
visionario, ha attraversato generi diversissimi lasciando sempre
un’impronta riconoscibile. Dalla fantascienza all’horror, dal film
di guerra al dramma storico, la sua filmografia è relativamente
breve ma densissima. Eppure, dietro i suoi capolavori, si
nascondono dettagli biografici, scelte artistiche e curiosità che
raccontano un uomo molto più complesso del mito che lo
circonda.
Ecco 10 cose che (forse) non sai su Stanley
Kubrick.
Qual è stata la causa della morte di Stanley Kubrick?
Stanley Kubrick morì il 7 marzo 1999, pochi giorni dopo aver
consegnato la versione finale di Eyes Wide Shut. La causa ufficiale fu un attacco
cardiaco nel sonno, nella sua casa nel Regno Unito.
La
tempistica ha alimentato teorie complottistiche, ma non esistono
evidenze di misteri irrisolti. Kubrick aveva 70 anni e lavorava da
mesi in modo intensissimo al montaggio del film. La sua morte segnò
la fine di una delle carriere più radicali del Novecento
cinematografico.
Stilare una classifica è quasi impossibile, ma titoli come 2001: Odissea nello
spazio, Arancia
Meccanica, Shining,
Full Metal Jacket e
Barry Lyndon sono
unanimemente considerati capolavori.
Ogni film rappresenta una reinvenzione di genere. Kubrick non si è
mai ripetuto: ha fatto un horror psicologico completamente diverso
da qualsiasi altro horror, un film di guerra che smonta il mito
militare, una fantascienza filosofica che ancora oggi sembra
futuristica.
Perché Arancia Meccanica è stato così controverso?
Arancia
Meccanica fu accusato di istigare alla violenza
dopo alcuni episodi di cronaca nera nel Regno Unito. Kubrick stesso
decise di ritirare il film dalla distribuzione britannica per
anni.
Il film non glorifica la violenza: la analizza, la mette a nudo, la
usa per interrogare il concetto di libero arbitrio. La controversia
dimostra quanto Kubrick fosse avanti nel trattare temi etici e
sociali scomodi.
Stanley Kubrick era davvero ossessionato dal controllo?
Sì, ma non nel senso caricaturale che spesso si racconta. Kubrick
era un perfezionista metodico. Pretendeva decine di ciak per una
scena non per capriccio, ma per ottenere la precisione emotiva
desiderata.
Non era un despota sul set: era un regista che cercava di eliminare
il caso. Ogni dettaglio – fotografia, musica, scenografia – doveva
contribuire alla costruzione di un universo coerente.
Kubrick lasciò gli Stati Uniti negli anni ’60 e si stabilì
definitivamente nel Regno Unito. La scelta fu legata sia a motivi
produttivi sia personali.
In Inghilterra trovò maggiore libertà creativa e un sistema
produttivo più flessibile. Inoltre, poteva lavorare lontano
dall’industria hollywoodiana, mantenendo un controllo quasi totale
sui suoi progetti.
Un corpus relativamente ridotto, ma ogni titolo ha cambiato
qualcosa nel linguaggio cinematografico.
Stanley Kubrick odiava gli attori?
Assolutamente no. Il mito del regista “sadico” nasce da racconti
parziali. È vero che metteva sotto pressione gli interpreti, ma lo
faceva per spingerli oltre la performance convenzionale.
Con attori come Jack Nicholson, Malcolm McDowell o Nicole Kidman ha costruito personaggi iconici,
spesso lasciando spazio all’improvvisazione controllata.
È vero che Shining è molto diverso dal romanzo?
Sì. Shining è una
delle trasposizioni più divergenti dalla fonte originale. Stephen King ha più volte criticato il film
perché altera profondamente il senso del romanzo.
Kubrick sposta il focus dalla possessione soprannaturale al tema
della violenza ciclica e dell’instabilità mentale. Per questo il
film funziona come opera autonoma, separata dal libro.
Perché Kubrick girava pochissimi film?
Kubrick lavorava lentamente. Tra un film e l’altro potevano passare
anni. Non per indecisione, ma per studio maniacale della
materia.
Leggeva, documentava, testava tecnologie nuove (come le lenti NASA
usate per Barry Lyndon).
Ogni progetto era una ricerca totale, non una produzione
industriale.
Stanley Kubrick è ancora influente oggi?
Più che mai. Registi contemporanei citano Kubrick come riferimento
visivo e narrativo. Il suo uso della simmetria, della musica
classica, del silenzio e del tempo dilatato è diventato grammatica
cinematografica.
Ma la sua vera eredità è un’altra: la convinzione che il cinema
possa essere filosofico senza perdere forza visiva. Kubrick non
spiegava tutto. Costruiva enigmi. Ed è proprio per questo che, a
più di vent’anni dalla sua morte, continuiamo a parlarne.
Nonostante The Last of Us sia
stato uno dei maggiori successi HBO dell’ultimo decennio, il futuro
della serie potrebbe fermarsi prima del previsto. Dopo il debutto
trionfale del 2023, acclamato come una delle migliori trasposizioni
videoludiche mai realizzate, la seconda stagione ha diviso pubblico
e critica, rallentando l’entusiasmo costruito con il primo ciclo di
episodi.
La
stagione 3 è già stata confermata, ma ora appare sempre più
probabile che possa essere l’ultima. A incidere è anche una nuova
decisione strategica di HBO, che ha
dato il via libera a un ambizioso adattamento fantasy affidato
proprio allo showrunner di TLOU.
Craig Mazin svilupperà la serie TV di Baldur’s Gate
Considerando la mole narrativa e il potenziale produttivo di
Baldur’s Gate —
rafforzato dal successo globale di Baldur’s Gate 3, vincitore di numerosi premi Game of
the Year — il progetto si preannuncia imponente. Questo rende
difficile immaginare Mazin impegnato contemporaneamente su più
stagioni di The Last of
Us oltre la terza.
La sua presenza è stata fondamentale per il successo
dell’adattamento del videogioco di Naughty Dog,
e un eventuale passaggio di consegne a un altro showrunner
rappresenterebbe un rischio significativo per una serie ormai nella
fase più delicata del suo arco narrativo.
La stagione 3 era già considerata il finale più probabile
Già prima dell’annuncio del nuovo progetto fantasy, circolavano
ipotesi che la terza stagione potesse chiudere la serie. La seconda
stagione, composta da soli sette episodi, ha lasciato ampio spazio
all’arco narrativo di Abby (interpretata da Kaitlyn Dever), ma la ricezione mista ha
alimentato dubbi sulla possibilità di estendere ulteriormente la
storia.
Il presidente HBO Casey Bloys ha dichiarato che “sembra proprio”
che la stagione 3 possa rappresentare la conclusione naturale del
racconto, pur lasciando la decisione finale agli showrunner.
Narrativamente, concentrare l’intero arco finale in una stagione
più lunga potrebbe essere la scelta più solida: integrare la
prospettiva di Abby con flashback di Ellie e Joel, approfondire
Dina e Jessie e adattare la parte ambientata a Santa Barbara senza
diluire eccessivamente il ritmo.
Meglio chiudere in alto?
Dopo l’inizio straordinario della stagione 1, la reputazione della
serie ha subito qualche scossone con la seconda. Una terza stagione
ambiziosa, più ampia e strutturata con attenzione, potrebbe
rappresentare l’occasione per chiudere il cerchio in modo
memorabile, evitando un prolungamento rischioso.
Al momento non esiste un annuncio ufficiale sulla fine definitiva
della serie, ma tra l’impegno di Mazin su Baldur’s Gate e i segnali provenienti da HBO,
la prospettiva di una conclusione con la
stagione 3 appare sempre più concreta.
Il
cult sottovalutato con Anne Hathaway è tornato
sotto i riflettori. Colossal, la
commedia nera sci-fi vietata ai minori che all’uscita non trovò il
pubblico sperato, è disponibile in streaming in Italia su
Prime Video.
L’attrice ha recentemente invitato i fan a recuperarlo, ironizzando
sul fatto che in sala “non l’ha visto nessuno”, nonostante l’ottima
accoglienza critica (82% su Rotten Tomatoes). Un film amato dalla
critica ma rimasto ai margini del grande pubblico.
Diretto da Nacho
Vigalondo, il film segue Gloria, una donna
alle prese con alcolismo, relazioni tossiche e un senso di
fallimento crescente. Dopo essere stata lasciata dal fidanzato
(interpretato da Dan
Stevens), torna nella sua città natale dove
ritrova l’amico d’infanzia Oscar, interpretato da
Jason
Sudeikis.
La svolta arriva quando Gloria scopre che i suoi movimenti notturni
in un parco giochi si manifestano, dall’altra parte del mondo,
sotto forma di un gigantesco kaiju che devasta Seoul. Il mostro
diventa la materializzazione dei suoi demoni interiori: perdita di
controllo, senso di colpa, dipendenza.
Il film parte come una commedia stralunata e si trasforma
progressivamente in un racconto cupo sulle dinamiche di potere e
manipolazione emotiva. Il rapporto tra Gloria e Oscar si rivela
molto più oscuro di quanto sembri inizialmente.
Perché è stato sottovalutato?
Presentato al Toronto International Film Festival, Colossal attirò subito l’attenzione per
il concept originale. Ma la sua natura ibrida – a metà tra rom-com,
monster movie e dramma psicologico – rese difficile il
posizionamento commerciale.
Hathaway ha raccontato di aver scelto il progetto in un momento di
ricerca artistica, colpita dalla struttura imprevedibile e dal
sottotesto emotivo. Vigalondo ha definito il film “autobiografico”,
spiegando come i personaggi rappresentino parti conflittuali della
propria personalità.
Oggi, con la disponibilità in streaming su Prime Video in Italia,
Colossal ha finalmente
la possibilità di essere riscoperto. Non è un blockbuster
tradizionale, ma un film che usa il fantastico per parlare di
responsabilità, autodistruzione e consapevolezza.
Se cercate uno sci-fi diverso dal solito, questo è il momento
giusto per dargli una seconda possibilità.
Tell Me
Lies ha inaugurato un importante e rivoluzionario
sviluppo. La creatrice della serie Meaghan Oppenheimer rivela il cinico motivo per
cui Stephen consegna la cassetta a Lucy nell’episodio 7 di Tell Me Lies – Stagione 3. Stephen ha
conservato la cassetta del ricatto per un bel po’ di tempo, mentre
Lucy lo implorava di restituirgliela. Dopo che lei si è emozionata
profondamente di fronte a lui, lui cede e gliela restituisce.
Secondo Oppenheimer, però, questo
evento in Tell Me Lies – Stagione 3 non è
una forma d’amore. Parlando con Decider, la showrunner ha
spiegato come vede il momento in cui Stephen non si diverte più a
tormentarla a causa del modo in cui reagisce. Definisce il suo
punto di vista “cinico”, ma fedele a come la scena avrebbe dovuto
svolgersi:
La mia risposta è molto cinica. Penso che alcuni potrebbero
pensare che sia perché la ama o prova empatia. Credo che lui sia
semplicemente così disgustato nel vederla così e nel vederla
strisciare che non è più divertente. Non c’è più vergogna. Lei si
arrende e dice: “Lascia perdere”, e questo gli ha tolto il
divertimento. Credo che sia lì che si trova la sua testa. È così
che funziona la sua psiche.
Anche la star della serie Jackson
White, che interpreta Stephen, ha spiegato il suo punto di vista su
quel momento. L’attore ha detto che, quando il suo personaggio
“vince la partita“, non c’è più nulla che lo renda
“divertente”. La sua decisione di dare la cassetta a Lucy non è
stata un segno di sconfitta, ma un ultimo atto di vittoria
decisiva:
È uno schema ricorrente per lui. Quando vince la partita non
si diverte più. E ogni volta che Lucy perde davvero il filo, lui si
annoia. Si arrende. Forse è questa la sua umanità, ma è anche
sopraffatto. Quindi non so quanto sia inaspettato. Penso che sia
più tipo: “Certo che si dimette, perché ha già vinto”.
La registrazione è solo uno dei
tanti momenti drammatici per i personaggi nell’episodio 7 di
Tell Me Lies – Stagione 3. Evan e Pippa
hanno deciso di rompere con i rispettivi partner per intraprendere
una vera relazione romantica, proprio mentre Bree scopre che Lucy è
andata a letto con Evan durante la loro festa hawaiana. Tuttavia,
la registrazione è di gran lunga lo sviluppo più importante
dell’episodio.
Mentre Lucy è riuscita a mettere al
sicuro la registrazione, proteggendosi così, si è imbattuta in
Tegan, avvertendola di non fidarsi di Stephen. Si scopre
rapidamente che Lucy glielo ha già detto, un colpo di scena che
conferma che la sua memoria è stata difettosa a causa del livello
di stress a cui è stata sottoposta. Questo mette in discussione
cosa significhi effettivamente il suo possesso della registrazione
per il futuro.
È possibile che le sue
preoccupazioni per la registrazione non siano finite. A un episodio
dalla fine di Tell Me Lies – Stagione 3,
il possesso del nastro da parte di Lucy potrebbe non renderla così
al sicuro come pensa. Stephen potrebbe avere un piano alternativo
nel caso in cui ne entrasse in possesso, come delle copie o un
metodo per pubblicarlo segretamente affinché il mondo lo veda.
Per ora, sembra che Tell Me Lies
continuerà a creare pressione su Lucy. Sebbene abbia apparentemente
raggiunto un punto di rottura, la serie sembra pronta a spingerla
ancora oltre nell’episodio finale della stagione. Anche se è in
possesso del nastro, c’è una forte probabilità che le cose vadano
male man mano che il nastro entra a far parte della sua vita.
Dopo
l’arrivo su Netflix, Overboard ha
trovato una seconda vita. Il remake del classico anni ’80 con
Goldie Hawn e Kurt Russell riprende la stessa premessa –
l’amnesia come detonatore romantico – ma ribalta le dinamiche di
potere. Qui è Leonardo Montenegro, erede miliardario arrogante e
superficiale, a perdere la memoria; è Kate Sullivan, madre single
esausta e sommersa dai debiti, a cogliere l’occasione per
vendicarsi e sopravvivere.
Il
film non reinventa la rom-com. È prevedibile, a tratti eccessivo,
ma funziona perché sa cosa vuole essere: una storia di
trasformazione personale travestita da farsa romantica. E il finale
chiarisce che il centro non è l’inganno, ma la scelta consapevole
di diventare una persona migliore.
Cosa succede nel finale di Overboard
Quando la memoria di Leo ritorna, il castello costruito da Kate
crolla. Lui ricorda l’umiliazione sullo yacht, non i momenti di
crescita con le tre figlie di lei. Si sente tradito e torna alla
sua vita dorata. Le bambine restano spezzate, Kate non lo insegue:
questa è la svolta morale del film. Non cerca soldi, non implora
perdono. Accetta le conseguenze.
Il punto è chiaro: la ricchezza non aveva reso Leo migliore. La
responsabilità sì. Nel periodo senza memoria, costretto a lavorare
manualmente, a prendersi cura di una famiglia, a guadagnarsi
rispetto e affetto, Leo scopre una versione di sé più autentica.
Quando incontra di nuovo Kate sullo yacht, deve scegliere tra
sicurezza e significato. Il padre gli offre potere, ma a costo
della libertà emotiva.
Leo sceglie l’amore. Non per nostalgia, ma perché ha capito chi
vuole essere. La rivelazione finale – possiede comunque una quota
dell’azienda – attenua il sacrificio economico, ma non quello
identitario. Il matrimonio conclusivo sancisce che ciò che era nato
come menzogna è diventato un impegno reale.
È un lieto fine o no?
Sì, è un lieto fine. Ma non casuale. Kate parte stanca e
arrabbiata, finisce consapevole e autonoma. Leo attraversa la
trasformazione più netta: da uomo viziato a partner presente. Le
figlie non sono semplici comparse: sono il catalizzatore emotivo
che costringe Leo a rallentare e crescere.
Il film suggerisce che l’amnesia non ha creato un nuovo Leo. Ha
solo rimosso il rumore del privilegio, permettendo alla sua parte
migliore di emergere. È questo che rende il finale coerente, anche
se idealizzato.
Overboard avrà un sequel?
Al momento non esistono piani ufficiali per un sequel di
Overboard. Netflix
raramente sviluppa seguiti per rom-com standalone, soprattutto
quando la storia appare conclusa in modo netto. Il film chiude
tutti gli archi narrativi principali e non lascia cliffhanger.
Cosa potrebbe raccontare Overboard 2?
Se mai si facesse un seguito, potrebbe esplorare l’adattamento di
Leo alla nuova vita: la gestione etica della ricchezza, le tensioni
familiari con il padre, le difficoltà di una famiglia ricostruita.
Potrebbe anche affrontare il peso pubblico della loro storia,
considerando il background mediatico della famiglia Montenegro.
Ma onestamente, la forza di Overboard sta nella sua chiusura. Prolungarla
rischierebbe di diluire l’effetto della trasformazione.
Vale la pena guardarlo oggi?
Se cerchi una rom-com leggera, emotivamente rassicurante e con una
morale semplice ma efficace, sì. Non è rivoluzionaria, ma è
consapevole della fantasia che propone: scegliere la gentilezza
invece dell’orgoglio, la responsabilità invece dell’ego.
La domanda che resta aperta, più interessante di qualsiasi sequel,
è un’altra: Leo è davvero cambiato o ha solo avuto finalmente il
tempo di diventare umano?
Diretto da James L.
Brooks, Ella McCay disponibile su Disney+ è una commedia drammatica
politica che segue la protagonista durante alcuni dei giorni più
caotici della sua vita. Ella è una devota funzionaria pubblica che
vuole fare del suo meglio per il bene del popolo. Le cose prendono
una piega drastica quando il suo capo, la governatrice, accetta
improvvisamente un altro incarico, il che significa che lei, in
qualità di vicegovernatrice, deve farsi avanti e prendere le
redini. Se da un lato questo le offre una grande opportunità per
apportare i cambiamenti che aveva sempre desiderato per migliorare
la vita delle persone, dall’altro le porta anche altri problemi.
Con il susseguirsi degli eventi, le difficoltà di Ella offrono un
ritratto realistico di cosa significhi combattere contro la propria
famiglia mentre si cerca di raggiungere il proprio pieno
potenziale. Seguono SPOILER.
La storia di fantasia di Ella
McCay è nata da una conversazione reale
Ella McCay è una storia di fantasia
scritta da James L. Brooks, che ha avuto l’idea
per la storia in seguito a una conversazione con un due volte
governatore. Lo sceneggiatore e regista stava facendo colazione con
l’ex governatore e il loro amico, e la conversazione si è spostata
su un momento che era ancora un argomento delicato per i due. Si è
scoperto che l’ex governatore aveva dimenticato di ringraziare
l’amico durante il discorso di insediamento, il che aveva ferito i
sentimenti dell’amico. Brooks ha osservato che, sebbene ciò fosse
accaduto 15 anni prima, era ancora un momento difficile per loro.
La sua mente era bloccata su questo dettaglio e, riflettendoci,
l’idea di un personaggio si è formata nella sua mente, che alla
fine si è trasformata in Ella McCay.
Brooks ha creato Ella come una
vicegovernatrice che viene inaspettatamente promossa a
governatrice, ma la sua attenzione si è concentrata principalmente
sulle sue lotte personali, piuttosto che sull’aspetto politico
della storia. In sostanza, voleva che fosse la storia di una
persona che ha a che fare con “un genitore errante e che sta
cercando di superare la perdita di un genitore“. Nel film,
Ella ha un rapporto difficile con suo padre, Eddie. Per
rappresentare la loro dinamica, Brooks ha attinto alla sua
esperienza personale di “un litigio durato una vita con [suo]
padre errante”, che a quanto pare aveva lasciato la famiglia
prima della nascita di Brooks. Mentre lavorava al film, lo
sceneggiatore e regista ha rivelato che questo lo ha aiutato a
elaborare i suoi sentimenti per il padre e a riconsiderare le
dinamiche tra loro.
Cortesia di 20th Century Studios
In definitiva, Brooks voleva che
fosse la storia di una persona che vuole dare il massimo in un
lavoro molto impegnativo. Ha creato Ella come una persona
profondamente definita dalla sua morale e che crede davvero di
poter fare del bene al mondo. Per sottolineare questo sentimento di
speranza, ha deciso di ambientare la storia nel 2008, che, secondo
lui, era ancora un periodo in cui le persone potevano unirsi
nonostante le loro differenze politiche. Ciò che desiderava di più
dalla storia era che riflettesse persone reali, le loro difficoltà
e una rappresentazione accurata di cosa significhi affrontare la
vita.
Emma Mackey si è affidata alla
ricerca per interpretare Ella in modo autentico
Quando Emma Mackey ha assunto il ruolo di Ella McCay, ha idealizzato il
personaggio, soprattutto nel contesto del suo desiderio di fare del
bene da un punto di vista politico. Tuttavia, nel corso delle
riprese, ha scoperto ulteriori strati di Ella, che le hanno fatto
vedere Ella come “una persona completa, con tutte le sue parti
rotte”. Ha sottolineato che la sfida consisteva nel presentare
Ella come una persona coraggiosa, ma anche come qualcuno che può
rovinare la vita, e tuttavia “avere sempre arguzia, acutezza e
chiarezza”.
Questo è stato reso ancora più
impegnativo dal fatto che ha dovuto presentare diversi anni della
vita di Ella, dall’adolescenza, alla giovane innamorata, fino a un
politico che vede il suo intero mondo crollare davanti ai propri
occhi. Tuttavia, attraversare tutte queste fasi importanti della
vita di Ella l’ha aiutata a imparare molto. L’attrice ha anche
approfondito la ricerca per comprendere meglio il personaggio.
Oltre ad adottare un accento americano per il ruolo, ha anche
incontrato funzionari pubblici e funzionari vicini a Ella in
ufficio per comprendere meglio la sua quotidianità e le sfide
specifiche del suo lavoro.
Ha anche avuto lunghe discussioni
con il regista James L. Brooks sulle origini del
personaggio e sulle persone che lo hanno influenzato durante la
creazione della storia. L’attrice ha rivelato che lei e Brooks
hanno anche discusso della somiglianza tra il nome di Ella
McCay e quello di Emma Mackey. Alla fine, ha scoperto che il
fondamento di Ella è il suo desiderio di fare del bene al suo
popolo e di essere fedele alla sua morale e al suo senso del
dovere. Tutti questi elementi le hanno permesso di creare un
ritratto del personaggio profondamente articolato, che la rende più
reale.
Nuova bufera per Netflix. Il colosso dello
streaming è finito al centro di una polemica internazionale dopo
l’introduzione di una clausola contrattuale che riguarda l’utilizzo
dell’intelligenza artificiale nelle produzioni doppiate, in
particolare nel settore anime in Germania.
Secondo quanto riportato da Anime Corner, diversi doppiatori
tedeschi starebbero valutando un boicottaggio della piattaforma a
causa di un aggiornamento contrattuale giudicato “preoccupante”. Il
nodo della questione riguarda la possibilità che le performance
vocali possano essere modificate o elaborate tramite sistemi di
intelligenza artificiale generativa, anche per finalità future.
La
clausola sull’AI che ha fatto esplodere la polemica
Il
contratto in questione autorizzerebbe lo studio a modificare,
alterare o rielaborare le registrazioni vocali anche tramite
strumenti di intelligenza artificiale, inclusi sistemi generativi.
In un altro passaggio, viene specificato che tali consensi
sarebbero necessari per consentire a Netflix di “ottimizzare” e
“migliorare” i propri sistemi AI.
La presidente dell’associazione tedesca degli attori VDS,
Anna-Sophia Lumpe, ha dichiarato che queste disposizioni potrebbero
permettere alla piattaforma di utilizzare le voci dei doppiatori
per addestrare modelli AI senza un compenso adeguato. La
preoccupazione principale è che gli attori finiscano per
contribuire, di fatto, alla creazione di repliche sintetiche delle
proprie voci, potenzialmente utilizzabili in futuro.
Il VDS ha inoltre sostenuto che alcune parti del contratto
potrebbero essere in contrasto con la legislazione tedesca.
La risposta di Netflix: “Serve consenso separato”
Netflix ha replicato ufficialmente alle accuse, affermando che la
clausola non costituisce un consenso automatico all’uso di repliche
digitali o voci sintetiche. Secondo la piattaforma, qualsiasi
utilizzo di una replica AI richiederebbe un consenso specifico e
separato da parte dell’attore.
Tuttavia, la risposta non ha placato le preoccupazioni. Molti
professionisti del settore ritengono che il problema non sia
soltanto l’uso diretto delle repliche vocali nei prodotti finiti,
ma soprattutto l’eventuale utilizzo delle registrazioni per
l’addestramento dei modelli AI, senza una chiara struttura di
compensazione.
Netflix ha anche avvertito che un boicottaggio o ritardi nella
firma dei contratti potrebbero compromettere la produzione dei
doppiaggi in lingua tedesca, con il rischio di distribuire alcuni
titoli solo con sottotitoli.
Un dibattito che va oltre la Germania
Il caso tedesco riflette una tensione più ampia che attraversa
l’intera industria dell’intrattenimento. Negli ultimi anni, l’uso
dell’intelligenza artificiale generativa è diventato uno dei temi
più divisivi tra creativi e aziende. Anche altre piattaforme, tra
cui Amazon, sono state coinvolte in polemiche simili legate al
doppiaggio AI.
Il timore diffuso è che, senza regole chiare su consenso e
compensazione, l’AI possa trasformarsi da strumento di supporto a
minaccia occupazionale. In un settore come quello del doppiaggio,
dove l’identità vocale è il cuore del lavoro artistico, la
questione assume un peso ancora maggiore.
Resta da capire se la controversia si estenderà oltre la Germania o
se Netflix riuscirà a trovare un accordo con i rappresentanti degli
attori prima che la situazione degeneri in un boicottaggio su larga
scala.
Il film dramedy di James L.
Brooks Ella McCay, con Emma Mackey, è ambientato durante la crisi
finanziaria del 2008. Il film è incentrato su Ella,
vicegovernatrice e terza donna più giovane di sempre a ricoprire
quella carica. Era estremamente laboriosa e profondamente
appassionata al benessere della gente comune, e aveva dedicato la
sua vita all’elaborazione di politiche capaci di favorire la
popolazione.
Sebbene il suo approccio non
coincidesse sempre con quello del governatore Bill Moore, la sua
passione lo aveva convinto che fosse la scelta perfetta come
governatrice ad interim nel caso in cui lui avesse ottenuto un
incarico nel gabinetto della futura amministrazione presidenziale.
Conosceva Ella fin da quando era sindaco e lei il suo capo di
gabinetto. Ma una volta diventata governatrice, Ella riuscirà a
seguire il suo cuore o dovrà ricorrere alla piccola politica per
salvare la propria carriera? Entriamo nei dettagli.
Cortesia di 20th Century Studios
Ella ha perdonato suo
padre?
Ella aveva un rapporto complesso
con suo padre, Eddie. Fin da giovane aveva capito che tradiva sua
madre, Claire, e che non era un uomo di grande integrità. Si
vergognava di lui e non riusciva a comprendere perché Claire si
rifiutasse di lasciarlo. Rimase devastata quando la madre le disse
che lei ed Eddie avevano deciso di trasferirsi in California perché
lui voleva avviare un’attività lì. Ella era concentrata sugli
studi: temeva che il trasferimento avrebbe compromesso i suoi
risultati e l’avrebbe fatta perdere lo stage per cui stava
lavorando. Rifiutò quindi di ricominciare una nuova vita in
California. Era vicina all’eccellenza accademica; i suoi insegnanti
la consideravano eccezionale, aveva ottime possibilità di essere
ammessa nelle università che desiderava, e non voleva rovinare
tutto trasferendosi. Ella pensava che l’amore della madre per Eddie
le avrebbe portato solo sfortuna, ma Claire non riusciva a
concepire l’idea di lasciarlo. Così prese una decisione difficile:
trasferirsi in California con Eddie e lasciare Ella alle cure della
sorella, Helen. Non voleva che la figlia soffrisse per i suoi
errori, ed era l’unico modo per far funzionare le cose. Per quanto
fosse doloroso, Ella fu sollevata dal fatto che la madre avesse
tenuto conto della sua opinione.
Zia Helen divenne una figura
materna per Ella, che la amava profondamente. Il rapporto tra Ella
ed Eddie peggiorò col tempo, soprattutto dopo la morte della madre.
Rimase sconvolta quando, alla veglia funebre di Claire, notò una
donna flirtare con suo padre; capì che Eddie non era cambiato.
Aveva sempre messo se stesso prima di lei e di suo fratello Casey,
e la distanza tra loro si ampliò. Così, quando un giorno Eddie si
presentò senza preavviso al bar di Helen per riconciliarsi con la
figlia, Ella si rifiutò di ascoltarlo. Forse una parte di lei
sperava che fosse cambiato, ma divenne presto evidente che voleva
rimediare solo perché la sua nuova compagna, Olympia (una
psicologa), glielo aveva consigliato. Lei non lo avrebbe sposato
finché i figli non l’avessero perdonato, ed era per questo che
continuava a insistere con Ella e Casey.
Cortesia di 20th Century Studios
Quando Eddie dichiarò che Olympia
era la donna più straordinaria che avesse mai incontrato, Ella si
infuriò e se ne andò. La mancanza di rispetto mostrata verso la
defunta moglie rese impossibile per Ella vedere il padre come
qualcosa di diverso da un opportunista che aveva negato dignità a
sua madre e non era mai stato un modello per lei. Nel corso di
Ella McCay, Eddie tenta di convincere i figli a
perdonarlo, ma Ella decide che non gli deve nulla. Gli chiese se
l’avesse tradita mentre era malata e morente; lui non rispose
chiaramente, lasciando intendere di sì. Avrebbe almeno potuto
trascorrere con lei i suoi ultimi giorni, invece scelse di ferirla.
Quando il padre insinuò che lei “aveva bisogno” di perdonarlo per
alleggerire la coscienza, Ella replicò freddamente: «Non proprio».
Voleva che Eddie soffrisse, che non ottenesse ciò che desiderava,
che capisse cosa significa essere rifiutati.
Ella ha smesso di amare
Ryan?
Ryan ed Ella erano fidanzati dai
tempi del liceo. Lui non era brillante come lei a scuola, ma
l’aveva sempre sostenuta. Zia Helen non lo riteneva un’influenza
positiva, ma accettò la relazione quando capì che rendeva felice
Ella. Si sposarono, e Ella prese una decisione di cui non andava
fiera per salvare il matrimonio, messo a dura prova dal suo lavoro
impegnativo. Tornava a casa esausta, e questo influiva sulla
relazione. Quando scoprì l’esistenza di un piccolo appartamento
sotto la cupola del Campidoglio, pensò di usarlo per trovare un
equilibrio tra vita privata e professionale. Trascorrevano lì i
pomeriggi, ma la scelta ebbe conseguenze negative: una guardia
informò un giornalista delle loro frequenti visite. Ella ignorava
l’esistenza di una norma che vietava l’uso improprio di proprietà
pubbliche, e il reporter iniziò a ricattarla minacciando di
pubblicare la storia. Proprio mentre cercava una soluzione, il
governatore Bill le comunicò di aver accettato un incarico nel
governo federale, il che significava che lei sarebbe diventata
governatrice.
La notizia fece il giro dei media.
Durante il suo primo discorso informale, Ryan irruppe e improvvisò
un ballo romantico con lei, gesto che Ella trovò inappropriato. Lui
non apprezzò la sua reazione, soprattutto perché il pubblico adorò
la scena. Sebbene Ella amasse l’entusiasmo di Ryan, non credeva nei
colpi di scena mediatici: voleva solo servire i cittadini.
Quando Ryan seppe del ricatto,
promise di risolvere la situazione. In seguito però confessò di
aver raccontato al giornalista dettagli intimi della loro relazione
per “umanizzare” Ella. Lei si infuriò. Zia Helen la mise in
guardia: Ryan era una “bomba a orologeria”. Anni prima si era
ubriacato e aveva vantato di aver annacquato la salsa di pomodoro
venduta dalla sua azienda per guadagnare 300.000 dollari. Ella
aveva ignorato il segnale, ma ora ogni giorno le risultava più
difficile amarlo.
La situazione peggiorò quando, nel
suo primo discorso ufficiale, Ella non lo ringraziò. Ryan si sentì
sminuito. Sua madre suggerì addirittura che Ella gli attribuisse un
titolo altisonante per farlo sembrare importante. Intanto Ella
decise di confessare pubblicamente l’uso improprio
dell’appartamento, in nome della trasparenza. Ryan però si oppose,
accusandola di non averlo consultato. La discussione degenerò, e
lui dichiarò che il matrimonio non funzionava più.
Cortesia di 20th Century Studios
Perché Ryan ha sabotato
Ella?
Ella scoprì che Ryan aveva pagato
il giornalista per insabbiare la notizia — con un assegno,
lasciando una traccia evidente. Peggio ancora, propose che lei lo
nominasse “co-governatore” e annunciasse pubblicamente che
avrebbero governato insieme. Ella rimase sconvolta: Ryan cercava
potere e riconoscimento. Quando lei rifiutò, la minacciò di un
divorzio distruttivo. Ella, ormai consapevole della sua vera
natura, non cedette.
Come ha affrontato lo
scandalo?
Ryan tenne una conferenza stampa
accusandola di avergli chiesto di pagare il giornalista e di averlo
“usato”. La leadership del partito dubitò della sua idoneità. Le
chiesero di dimettersi, minacciando altrimenti una censura che
l’avrebbe privata dei poteri effettivi. Bill le consigliò di
ritirarsi per evitare ulteriori danni, ma Ella rifiutò: aveva
sempre desiderato quel ruolo.
Alla fine negoziò con la leader
della maggioranza, Maggie: avrebbe fatto approvare i suoi
provvedimenti e non si sarebbe candidata come indipendente. In
cambio, le permisero di governare per tre giorni pieni, durante i
quali lasciò un segno concreto.
Cortesia di 20th Century Studios
Ella ha difeso i suoi
ideali?
Ella fece approvare un programma di
assistenza odontoiatrica gratuita per i bambini, con volontari e
controlli periodici nelle aree rurali. Promosse anche il “Moms
Bill” per sostenere le future madri e migliorare l’educazione
prescolare. Creò una “stanza telefonica” per fornire assistenza
legale e supporto agli inquilini a rischio sfratto. Alla fine, il
suo collaboratore Nash le comunicò che avevano evitato oltre
tremila sfratti.
Quanto a Ryan, zia Helen usò le sue
conoscenze per far emergere irregolarità sanitarie nel suo negozio;
quando lui rimosse l’avviso ufficiale, fu arrestato. Le sue scuse
arrivarono troppo tardi. Ella e Ryan si separarono, e lei rimase
concentrata nel rendere il mondo un posto migliore. Forse un giorno
amerà di nuovo — magari Nash. Chissà.
Con
Motorvalley(la
nostra recensione), Netflix porta sullo schermo un
racconto sportivo ambientato nel cuore pulsante della cultura
motoristica italiana. La serie, creata da Francesca
Manieri, Gianluca
Bernardini e Matteo
Rovere, segue le vicende di Arturo Benini,
Elena Dionisi e Blu Venturi, tre figure unite dalla passione per le
corse e dal desiderio di riscatto. Ma la domanda è inevitabile: la
storia è ispirata a fatti realmente accaduti?
La
risposta è no: Motorvalley non è
basata su una storia vera. I personaggi e la trama sono frutto di
finzione narrativa. Tuttavia, l’universo in cui si muovono è
profondamente radicato in un contesto reale, e questo contribuisce
a rendere la serie credibile e autentica.
Il
Campionato Italiano Gran Turismo esiste davvero
La
serie è ambientata nel mondo del Campionato Italiano Gran Turismo,
competizione realmente esistente nata nel 2003 e organizzata
dall’Automobile Club d’Italia (ACI) e dalla Commissione Sportiva
Automobilistica Italiana (CSAI). Le dinamiche sportive, le
rivalità, le pressioni economiche e tecniche che vediamo sullo
schermo riflettono il funzionamento concreto di questo circuito
altamente competitivo.
Anche il titolo della serie rimanda a un luogo reale: la Motor
Valley dell’Emilia-Romagna, area simbolo dell’industria
automobilistica italiana. È qui che hanno sede marchi iconici come
Ferrari, Lamborghini, Maserati, Ducati e Pagani. La zona ospita
anche l’Autodromo di Imola, teatro del Gran Premio di Formula 1
dell’Emilia-Romagna. La serie utilizza dunque un ecosistema
autentico come cornice per una storia inventata.
Pur essendo frutto di invenzione, Arturo, Elena e Blu incarnano
archetipi riconoscibili nel mondo reale delle corse. Elena
rappresenta il peso dell’eredità familiare in un settore dove il
nome conta quanto il talento. Arturo incarna il mentore segnato dal
passato, figura frequente nello sport professionistico. Blu,
giovane pilota donna in un ambiente dominato da uomini, riflette
una trasformazione concreta del motorsport contemporaneo.
In interviste promozionali, le interpreti hanno sottolineato come
la serie voglia raccontare il cambiamento culturale nel mondo delle
corse, storicamente associato alla mascolinità. Il confronto tra
potere economico, ambizione personale e passione sportiva è un
elemento che affonda le radici nella realtà.
Motorvalley utilizza una
trama romanzata per esplorare temi reali: redenzione, rischio,
sacrificio, identità e dinamiche di genere. Le gare, gli sponsor,
le rivalità interne ai team e le pressioni mediatiche sono elementi
verosimili, anche se inseriti in una narrazione drammatizzata.
La serie non ricostruisce eventi storici specifici né si ispira a
un singolo pilota o team realmente esistito. Tuttavia, riesce a
restituire lo spirito competitivo e l’intensità emotiva che
caratterizzano davvero la Motor Valley italiana.
In conclusione, Motorvalley non è tratta da una storia vera, ma è
ambientata in un mondo autentico e credibile. È proprio questa
combinazione tra finzione e realtà a renderla così
coinvolgente.
Con
Motorvalley(la
nostra recensione), Netflix costruisce un racconto
sportivo che usa la pista come campo di battaglia emotivo. La serie
intreccia le traiettorie di Arturo Benini (Luca Argentero), ex campione segnato da un
incidente fatale, Elena Dionisi, erede ribelle di una dinastia
automobilistica caduta in disgrazia, e Blu Venturi, talento puro
cresciuto ai margini e con un passato familiare irrisolto. Il
finale non offre soluzioni semplici: chiude il campionato, ma apre
interrogativi identitari, morali e legali che cambiano per sempre
gli equilibri tra i personaggi.
Motorvalley, riassunto del percorso verso l’ultima gara
Elena, dopo la squalifica del team Dionisi per modifiche illegali,
rifiuta di piegarsi al fratello Giulio e fonda la SC17, scegliendo
Blu come pilota e Arturo come coach. Arturo, che porta il peso
della morte di Michele — padre ufficiale di Blu — durante una gara
del passato, inizialmente respinge ogni coinvolgimento emotivo. Blu
scopre attraverso vecchi filmati che Arturo ebbe un ruolo
aggressivo nella corsa che costò la vita a Michele: non un
omicidio, ma una responsabilità che alimenta rancore e senso di
colpa. Intanto, i debiti con Casadio spingono il trio a un furto ad
alto rischio: una McLaren da 1,2 milioni sottratta prima di un
Motor Show per ottenere liquidità e salvare la stagione. Il gesto
garantisce la sopravvivenza sportiva, ma li espone a conseguenze
penali.
La quinta gara segna la frattura: Blu, sconvolta dalla verità sul
passato, guida in modo temerario e si schianta. Esce dal coma con
problemi alla vista, un limite che rende l’ultima tappa al Mugello
una sfida quasi impossibile. È qui che la serie alza il livello:
non è più solo una storia di corse, ma di scelta consapevole del
rischio.
Blu vince il campionato? Perché il secondo posto vale come una
vittoria
Nell’ultima gara, Blu decide di correre nonostante il parere
contrario dei medici. Arturo, che ha finalmente smesso di fuggire
dal proprio passato, diventa la sua guida via radio. La
comunicazione tra i due è il cuore simbolico del finale: lui presta
gli occhi, lei mette il coraggio. Blu rimonta fino al secondo
posto, ingaggia un duello serrato con Paolo e taglia il traguardo
alle sue spalle. In classifica chiude con 70 punti contro gli 82
del rivale: il titolo va a Paolo.
Eppure, il podio di Blu è la vera affermazione della stagione. Ha
corso con una vista compromessa, ha trasformato la colpa in
fiducia, la rabbia in lucidità. La SC17, ricostruita con un vecchio
motore lasciato in eredità dal padre di Elena e rimesso a punto
anche grazie al ritorno di Vittorio, dimostra che la tradizione può
essere reinterpretata senza rinnegarsi. La vittoria morale è
evidente: Blu conquista il rispetto del paddock e soprattutto la
consapevolezza di sé.
Arturo è il padre biologico di Blu? Gli indizi che cambiano
tutto
La domanda attraversa l’intera stagione. Arianna, madre di Blu, in
passato era legata sia a Michele sia ad Arturo. Quando Elena chiede
ad Arturo se fosse certo di non essere lui il padre, l’uomo non
risponde. Nel finale, parlando con Arianna, Arturo si riferisce a
Blu come “la nostra ragazza”: un lapsus che pesa come una
confessione. Non c’è dichiarazione ufficiale, ma la scrittura
accumula segnali coerenti.
C’è anche un parallelismo caratteriale: l’istinto feroce in pista,
la tendenza a spingersi oltre il limite, la difficoltà a separare
competizione e affetto. Arturo protegge Blu con un’intensità che
supera il ruolo di coach; Arianna e lui condividono un passato
irrisolto che torna a vibrare nei momenti decisivi, dall’ospedale
al Mugello. Se Michele è stato il padre riconosciuto, Arturo appare
come il padre possibile, forse quello biologico, certamente quello
che sceglie di esserlo nel presente. La serie lascia aperta la
rivelazione esplicita, probabilmente per svilupparla in una seconda
stagione, ma la probabilità narrativa che Arturo sia il vero padre
è alta.
Verranno arrestati per il furto della McLaren?
Dopo la gara, la polizia informa Elena che lei, Arturo e Blu sono
sotto indagine per il colpo al porto di Ravenna. Il sospetto che
Casadio li abbia denunciati per vendetta è concreto. La chiusura
non risolve la questione giudiziaria: la gloria sportiva è
immediatamente seguita dall’ombra della legge. È un contrappunto
coerente con il tema centrale della serie: ogni scorciatoia ha un
prezzo. La SC17 ha salvato la stagione, ma ora dovrà affrontare
un’altra corsa, quella contro le conseguenze penali.
Elena e Arturo restano insieme? E Blu sceglie Ahmed o Paolo?
Elena e Arturo attraversano attrazione, gelosia e paura del
passato. Lui teme di riaprire ferite legate ad Arianna; lei rifiuta
di firmare con Giulio pur di restare libera e fedele al progetto.
Nel finale si riavvicinano con maturità: il loro legame non è solo
romantico, ma fondato su una visione comune del racing. Se
supereranno l’ostacolo legale, il rapporto sembra destinato a
consolidarsi.
Blu, invece, oscilla tra Ahmed e Paolo. Con Ahmed c’è l’intimità
dell’amicizia e la lealtà; con Paolo la scintilla competitiva e il
desiderio. Dopo l’incidente, entrambi le restano accanto. Sul
podio, Blu si avvicina a Paolo ma chiede ad Ahmed di non andarsene.
Non è indecisione: è il riconoscimento che crescita personale e
relazioni non si risolvono in una scelta binaria. La sua priorità
resta la pista, e l’amore dovrà trovare spazio dentro quella
traiettoria.
Il finale di Motorvalley
non chiude, prepara. Blu non è campionessa, ma è diventata pilota.
Arturo non è assolto dal passato, ma ha scelto di non scappare.
Elena non eredita un impero, lo reinventa. E mentre il pubblico
applaude il podio, le sirene della polizia ricordano che la
prossima gara potrebbe giocarsi fuori dall’asfalto.
Il
nuovo Stargate
targato Amazon MGM
Studios muove ufficialmente i primi passi
concreti. Dopo l’annuncio del novembre 2025, che confermava il via
libera a una nuova serie originale destinata a Prime Video, arriva ora un
aggiornamento direttamente da uno dei volti più amati del
franchise.
Il
progetto, descritto come “un nuovo capitolo audace” dell’iconica
saga sci-fi, è sviluppato da Martin Gero,
già produttore esecutivo di Stargate
Atlantis. I dettagli su trama e casting
restano riservati, ma un primo segnale positivo arriva
dall’apertura della writers’ room.
Joe Flanigan entra nella writers’ room (ma niente spoiler)
Durante un’intervista al canale YouTube Dial the Gate,
Joe
Flanigan, interprete di John Sheppard in
Stargate Atlantis, ha
rivelato di essere stato invitato personalmente da Gero a visitare
la stanza degli sceneggiatori a Los Angeles.
L’attore ha però precisato che eventuali accordi di riservatezza
gli impediranno di condividere informazioni concrete. Il
coinvolgimento di Flanigan, tuttavia, suggerisce che il reboot
potrebbe mantenere un legame con la storia del franchise, magari
con riferimenti o ritorni simbolici.
Un’eredità importante per Amazon
Il franchise nacque con il film Stargate,
diretto da Roland Emmerich e interpretato da Kurt Russell e
James Spader, capace di
incassare quasi 200 milioni di dollari al box office. Da lì si
svilupparono numerose serie televisive, tra cui la longeva
Stargate
SG-1, andata in onda dal 1997 al 2007.
Oltre a Atlantis,
l’universo si è espanso con Stargate Universe, Stargate Origins e altri progetti, dimostrando una
capacità di evoluzione costante.
Il nuovo reboot rappresenta quindi una sfida ambiziosa per Amazon
MGM Studios, chiamata a rilanciare un marchio storico per il
pubblico globale di Prime Video. Resta da capire se vedremo volti
noti del passato tornare sullo schermo, ma il coinvolgimento di
figure chiave dietro le quinte è già un segnale incoraggiante.
Per ora, i fan possono solo attendere ulteriori dettagli su casting
e data di uscita.
Dopo
aver conquistato il pubblico internazionale con la sua intensa
interpretazione in No Time to Die,
Ana
de Armas è pronta a tornare nel mondo
dello spionaggio con una nuova serie targata Apple
TV.
L’attrice cubana, che nel film di James
Bond aveva interpretato l’agente Paloma al fianco di
Daniel Craig, si prepara
ora a guidare un nuovo progetto seriale ad alto tasso di tensione e
azione. Secondo le prime anticipazioni, la serie sarà un thriller
spionistico con forti elementi psicologici, in linea con la recente
strategia Apple di puntare su produzioni premium a vocazione
internazionale.
Un
ritorno naturale dopo il successo in 007
La
partecipazione di Ana de Armas in No Time to Die era stata breve ma memorabile, tanto da
spingere molti fan a chiedere uno spin-off dedicato al suo
personaggio. Il suo ritorno nel genere spy appare quindi come
un’evoluzione coerente della sua carriera, che negli ultimi anni
l’ha vista alternare blockbuster e progetti più autoriali.
Apple TV+ continua così a rafforzare la propria offerta nel
segmento thriller, dopo titoli di successo come Slow
Horses e Tehran. L’ingaggio di una star del calibro di de
Armas conferma la volontà della piattaforma di investire su volti
riconoscibili per attrarre pubblico globale.
Un 2026 centrale per l’attrice
Il nuovo progetto seriale si inserisce in un periodo
particolarmente intenso per Ana de Armas, attesa anche in
produzioni cinematografiche di rilievo. La sua versatilità, capace
di spaziare dal dramma alla commedia fino all’action, la rende una
delle interpreti più richieste del momento.
Al momento non sono stati diffusi dettagli ufficiali su trama,
titolo o data di uscita della serie, ma l’annuncio ha già acceso
l’interesse degli appassionati del genere.
Il ritorno allo spionaggio potrebbe consolidare definitivamente Ana
de Armas come una delle nuove icone femminili del thriller
internazionale.
Un
volto amatissimo dai fan è pronto a rientrare ufficialmente in
Law & Order: Special Victims
Unit. Dopo l’uscita avvenuta nel 2025,
Octavio
Pisano tornerà nei panni del detective Joe
Velasco nella
stagione 27 della longeva serie crime targata
NBC.
La
notizia, riportata da Deadline, conferma che l’attore è attualmente
sul set a New York per girare almeno un episodio. Secondo fonti
vicine alla produzione, Velasco sarà coinvolto in un’operazione
sotto copertura, dettaglio che promette di riportare tensione e
dinamiche ad alta intensità nella squadra della SVU.
Velasco di nuovo sotto copertura
Pisano aveva lasciato la serie come regular nell’ottobre 2025,
quando il suo personaggio era stato assegnato a una missione DEA a
San Diego contro il traffico di droga. Una scelta narrativa che
aveva lasciato aperta la porta a un eventuale ritorno — ora
diventato realtà.
Al momento è confermata la sua presenza in almeno un episodio, ma
non è ancora stato stabilito il numero totale di apparizioni. Il
rientro avverrà in qualità di recurring o guest star, mantenendo
quindi una certa flessibilità nel suo coinvolgimento.
Velasco era entrato nella serie come personaggio ricorrente nella
stagione 23, venendo promosso a regular nell’ottobre 2021 grazie al
forte riscontro del pubblico. Pisano ha inoltre interpretato il
detective in tre crossover con Law & Order: Organized
Crime.
Un franchise che continua a evolversi
Oggi la serie è guidata da Mariska
Hargitay nei panni del capitano Olivia
Benson, affiancata da Ice-T (Fin
Tutuola), insieme a Kelli Giddish, Peter Scanavino e Kevin Kane. In
passato, il volto simbolo dello show era Christopher
Meloni, interprete di Elliot Stabler fino al
2011.
Parallelamente al lavoro in TV, Pisano ha esordito alla regia
cinematografica con Wet Under
Blue Sky, drama sportivo che ha scritto e interpretato.
Il ritorno di Velasco rappresenta un tassello importante per la
stagione 27, pronta a rilanciare una delle serie procedurali più
longeve della televisione americana.
Il
ritorno di Tom Hiddleston nei
panni di Jonathan Pine si è rivelato un trionfo. La seconda
stagione di The Night
Manager ha stabilito un nuovo record per
la BBC,
diventando il drama più visto dell’emittente negli ultimi anni.
Secondo quanto riportato da RadioTimes, la premiere della stagione
2 ha totalizzato 8,7 milioni di visualizzazioni nei primi 28
giorni, segnando il miglior risultato per una serie BBC dai tempi
di Vigil
stagione 2 nel 2023. La serie è tornata il 1° gennaio 2026,
concludendosi il 1° febbraio, dieci anni dopo la prima stagione che
aveva conquistato pubblico e critica.
Numeri solidi anche per la critica
Oltre agli ascolti, The Night Manager stagione
2 sta ottenendo ottimi riscontri anche sul fronte critico. La
serie mantiene un 90% di gradimento su Rotten Tomatoes (dato basato
su 48 recensioni), confermando l’interesse verso il thriller
spionistico che aveva consacrato Hiddleston nel panorama
internazionale.
Il nuovo ciclo di episodi ha ampliato il cast con Camila Morrone,
Diego Calva, Hayley Squires, Indira Varma e altri interpreti,
arricchendo l’universo narrativo della serie.
Il successo è stato tale che la BBC ha già confermato ufficialmente
la terza stagione.
Stagione 3 confermata, ma nessuna data
Al momento, però, non è stata annunciata una finestra di uscita per
la
stagione 3 e la produzione non è ancora iniziata. La conferma,
tuttavia, indica la volontà della BBC di consolidare il franchise
dopo un ritorno così significativo.
Per Hiddleston, il 2026 si conferma un anno centrale tra cinema e
televisione, con il rilancio di uno dei suoi ruoli più iconici.
Arrivano le prime immagini ufficiali di Jeff Daniels
nella
terza stagione di Shrinking,
l’acclamata comedy-drama di Apple
TV. L’attore interpreterà Randy, il
padre estraniato di Jimmy Laird (Jason Segel), pronto a entrare
nella storia con un episodio chiave intitolato “D-Day”.
La
serie segue il terapeuta Jimmy mentre affronta il lutto per la
moglie e prova a ricostruire il rapporto con la figlia Alice
(Lukita Maxwell), tra scelte impulsive e onestà brutale con i
pazienti. La terza stagione approfondisce ulteriormente il tema
della guarigione familiare, mettendo Jimmy di fronte ai traumi
irrisolti legati proprio alla figura paterna.
L’episodio “D-Day” esplora il conflitto padre-figlio
Le
nuove immagini, diffuse da
Entertainment Weekly, mostrano Jimmy e Randy seduti a tavola,
in un confronto che si preannuncia teso. Secondo quanto anticipato,
l’episodio indagherà il rapporto complicato tra i due: Jimmy sente
che il padre non gli sia stato vicino durante il periodo più
difficile della sua vita, dopo la morte della moglie.
La dinamica sarà resa ancora più delicata dal legame affettuoso tra
Alice e il nonno, creando inevitabili frizioni all’interno della
famiglia Laird. La stagione 3, debutta il 28 gennaio 2026 con un
episodio inaugurale di un’ora e prosegue con uscite settimanali
fino all’8 aprile.
It’s time to meet Randy! Jeff Daniels
arrives on ‘Shrinking’ season 3 as Jimmy’s dad. EW has an exclusive
look at his first appearance on the show. https://t.co/4ZRAG9DvEh
Per Daniels si tratta di un ritorno importante alla comedy seriale
dopo anni dedicati soprattutto a ruoli drammatici. L’attore, noto
al grande pubblico per Dumb
and Dumber e vincitore di un Emmy per The
Newsroom, porterà a Randy un mix di ironia e
profondità emotiva.
Il cast resta uno dei punti di forza della serie:
Harrison Ford continua a
interpretare Paul, il terapeuta affetto da Parkinson che funge da
mentore per Jimmy. Tornano anche Lukita Maxwell, Jessica Williams,
Christa Miller, Luke Tennie, Michael Urie e Ted McGinley.
Tra le novità spicca la presenza di Michael J.
Fox, al suo primo ruolo dal 2020, e il
ritorno di Cobie Smulders nei
panni di Sophie.
Con l’ingresso di Randy, Shrinking promette uno dei momenti più intensi della
stagione, confermando la sua capacità di mescolare commedia e
dolore con autenticità.
Le nuove puntate vanno in onda ogni mercoledì su Apple
TV.
Il
futuro di Doctor Who torna
al centro del dibattito dopo la fine dell’accordo tra
BBC Studios
e Disney, che
aveva co-prodotto le ultime due stagioni della storica serie
sci-fi. Una partnership che aveva garantito un budget senza
precedenti, ma che si è ufficialmente conclusa nel 2025, lasciando
il franchise in una fase di transizione delicata.
A
fare chiarezza è stato Zai Bennett, CEO e CCO di BBC Studios, che
in un’intervista a Deadline ha ribadito l’impegno dell’azienda nel
garantire a Doctor Who
“una lunga e prospera vita”. Nessun annuncio definitivo sul futuro,
ma un messaggio chiaro: la BBC non intende abbandonare uno dei suoi
titoli più iconici.
Speciale di Natale 2026 confermato, ma oltre resta l’incognita
Bennett ha confermato che il prossimo speciale natalizio, scritto
dallo showrunner Russell T
Davies, andrà in onda alla fine del 2026.
Dopo di quello, però, si aprirà una nuova fase di valutazione,
soprattutto dal punto di vista economico.
L’accordo con Disney aveva permesso alla serie di alzare
notevolmente il livello produttivo nelle stagioni 14 e 15, ma gli
ascolti non hanno giustificato l’investimento internazionale. La
distribuzione su Disney+ avrebbe dovuto ampliare la
fanbase americana, obiettivo che però non si è concretizzato.
Parallelamente, la serie ha affrontato polemiche e attacchi
discriminatori negli ultimi anni, soprattutto durante l’era di
Ncuti Gatwa,
primo attore nero e apertamente queer a interpretare il Dottore. Il
suo arco narrativo si è concluso con una sorprendente rigenerazione
nel volto di Billie
Piper, storica interprete di Rose Tyler.
Un franchise storico davanti a una nuova sfida
Dal debutto nel 1963, Doctor
Who ha attraversato epoche e rigenerazioni, con attori come
Christopher
Eccleston, David
Tennant, Matt
Smith, Peter
Capaldi e Jodie
Whittaker.
L’accordo con Disney comprende ancora lo spin-off The War Between the Land and the Sea,
già trasmesso nel Regno Unito ma senza data di uscita negli Stati
Uniti. Dopo questo progetto, il destino della serie resta
aperto.
La BBC sembra determinata a trovare una nuova strada. Ma il
prossimo capitolo di Doctor
Who dipenderà dalla capacità di conciliare ambizione creativa
e sostenibilità economica.
Apple
TV ha annunciato che Colin Firth, vincitore dell’Oscar, Golden
Globe, SAG e BAFTA (“A Single Man”, “The Staircase – Una morte
sospetta”), è stato scelto per interpretare Paul Lohser nella nuova
dramedy ancora senza titolo basata su Metropolis, romanzo
dalla saga bestseller Berlin Noir di Philip Kerr. La serie
è prodotta da Bad Wolf (“Industry”) e da PlayTone di Tom
Hanks e Gary Goetzman (“Masters of the Air”).
La
serie è adattata da Peter Straughan, vincitore di Oscar®, Golden
Globe e BAFTA, che ne è anche produttore esecutivo (“Conclave”, “La
talpa”, “Wolf Hall”), ed è diretta da Tom Shankland, candidato agli
Emmy e ai BAFTA (“House of Guinness”, “Il Gattopardo”, “SAS: Rogue
Heroes”, “The Serpent”), anch’egli produttore esecutivo. Colin Firth si unisce al cast già annunciato,
guidato da Jack Lowden, candidato agli Emmy e ai BAFTA (“Slow
Horses”, “Dunkirk”), nel ruolo principale. La serie è
attualmente in fase di riprese a Berlino.
Paul Lohser (Firth) è un brillante ma spigoloso detective della
squadra omicidi della polizia di Berlino. Meticoloso, antisociale e
colto, è tutto ciò che Bernie (Lowden) non è. In qualità di partner
e improbabile mentore, Lohser rappresenta per Bernie la migliore –
e unica – speranza di catturare l’assassino.
La saga letteraria Berlin Noir ha come protagonista
l’iconico detective Bernie Gunther e questo adattamento prende
il via dal romanzo Metropolis, raccontandone la storia
delle origini nel 1928. Bernie è un poliziotto appena promosso
nella temibile ed elitaria squadra omicidi di Berlino e deve
indagare su quello che sembra essere un serial killer che prende di
mira vittime ai margini della società. La Berlino di Bernie è una
città di libertà senza precedenti e di vertiginosa instabilità, con
il nazismo ancora come un lontano incubo in attesa dietro le
quinte. In un mondo politico e sociale che sta rapidamente
cambiando, vediamo Bernie lottare per la verità, qualunque sia il
prezzo da pagare.
Jane Tranter, Dan McCulloch e Ryan Rasmussen sono produttori
esecutivi per Bad Wolf, insieme a Peter Straughan. Tom Hanks e Gary
Goetzman sono produttori esecutivi per PlayTone.
Philip Kerr è l’autore di quattordici romanzi con protagonista
Bernie Gunther, tradotti in molte lingue e diventati bestseller
negli Stati Uniti e nel Regno Unito. Ha completato
Metropolis poco prima di morire di cancro nel 2018,
rendendolo allo stesso tempo il primo romanzo della serie dedicata
a Bernie e anche l’ultimo. Sua moglie, la scrittrice Jane Thynne,
detiene i diritti d’autore dei romanzi di Bernie Gunther attraverso
la loro società Thynker Ltd c/o United Agents e partecipa al
progetto anche come produttrice consulente.
Netflix ha diffuso il nuovo trailer ufficiale di Vladimir, la miniserie thriller
psicologica che vede protagonisti Rachel Weisz e Leo Woodall. La serie, basata
sull’acclamato romanzo di Julia May Jonas, debutterà sulla piattaforma il
5 marzo,
promettendo un racconto intenso fatto di desiderio, ossessione e
segreti pericolosi.
Il
trailer di Vladimir anticipa una storia di ossessione e
segreti
Il
trailer offre un primo sguardo alla storia di una
professoressa brillante ma
impulsiva, la cui vita professionale e personale inizia
lentamente a sgretolarsi. Nel momento più fragile della sua
carriera, la donna sviluppa una pericolosa ossessione per un nuovo
collega, carismatico e misterioso, interpretato da Leo Woodall.
Quella che inizia come una semplice attrazione si trasforma
rapidamente in qualcosa di molto più oscuro. Seduzione e
manipolazione si intrecciano in una dinamica complessa, dove il
confine tra desiderio e autodistruzione diventa sempre più sottile.
Il trailer suggerisce un racconto ricco di tensione psicologica, in
cui ambizioni personali,
fantasie proibite e verità nascoste si scontrano in modo
imprevedibile.
La serie promette di combinare dramma accademico, thriller emotivo e umorismo
tagliente, elementi che hanno reso il romanzo originale di
Julia May Jonas uno dei titoli più discussi degli ultimi anni.
Una miniserie provocatoria tratta dal romanzo di Julia May
Jonas
Vladimir è descritta
come una serie limitata che esplora le zone più ambigue delle
relazioni di potere e delle dinamiche emotive. Al centro della
storia c’è una donna disposta a mettere tutto a rischio pur di dare
forma ai propri desideri più controversi, mentre il suo mondo
professionale e sentimentale comincia a crollare.
Con la presenza di Rachel
Weisz, premio Oscar e interprete di numerosi ruoli intensi
e complessi, la serie punta a offrire una performance centrale
carica di sfumature psicologiche. Accanto a lei troviamo
Leo Woodall,
volto emergente del panorama televisivo internazionale, qui nel
ruolo dell’affascinante collega che diventa il fulcro della
storia.
Vladimir arriverà su Netflix il 5 marzo, pronta a conquistare
il pubblico con una narrazione provocatoria, personaggi
imprevedibili e una storia che mescola desiderio, ambizione e
ossessione.