Il cinema horror contemporaneo tende spesso a spiegare troppo. Mostra il mostro, ne chiarisce l’origine, costruisce lore, sequel e universi condivisi nel tentativo di rendere tutto immediatamente comprensibile. Passenger di André Øvredal sceglie invece la strada opposta: trasforma l’ambiguità nella sua arma più inquietante e costruisce un road horror dove la paura non nasce tanto da ciò che si vede, ma da ciò che continua a rimanere fuori campo. Il finale del film non offre vere risposte definitive, ma suggerisce qualcosa di molto più disturbante: il Passenger non è soltanto una presenza soprannaturale, bensì una forza inevitabile legata al viaggio, al trauma e all’impossibilità di lasciarsi davvero alle spalle il proprio passato.
Fin dalle prime scene, Tyler e Maddie sembrano vivere una fuga romantica attraverso gli Stati Uniti, ma Øvredal costruisce lentamente la sensazione che il loro viaggio sia già contaminato da qualcosa di irrisolto. Il film usa la struttura del road movie per svuotarla progressivamente di libertà: le strade diventano sempre più isolate, i paesaggi assumono un tono quasi post-apocalittico e il viaggio smette di rappresentare emancipazione per trasformarsi in una condanna circolare. È proprio questa trasformazione a rendere il finale di Passenger così efficace, perché il film suggerisce che i protagonisti non abbiano mai davvero avuto la possibilità di salvarsi.
Perché il Passenger non è soltanto un demone ma una presenza inevitabile legata al senso di colpa e alla paura del cambiamento

Il momento decisivo del film arriva dopo l’incidente notturno sulla strada deserta, quando Tyler e Maddie si fermano davanti all’auto distrutta e iniziano inconsapevolmente a entrare nel territorio del Passenger. La scena è fondamentale perché Øvredal evita completamente il jumpscare classico: non c’è una rivelazione improvvisa, non esiste un vero “attacco” iniziale. C’è soltanto silenzio, oscurità e una sensazione crescente di qualcosa che non dovrebbe essere lì. Da quel momento il film inizia lentamente a smontare la percezione della realtà dei protagonisti attraverso dettagli apparentemente minimi — i graffi comparsi sul van, le trasmissioni radio disturbate, le figure immobili lungo la strada — fino a trasformare il viaggio in una spirale paranoica.
La creatura interpretata da Joseph Lopez funziona proprio perché il film si rifiuta quasi sempre di mostrarla chiaramente. Il Passenger appare come una presenza ritualistica, antica, quasi legata alla strada stessa, e questa scelta richiama il miglior horror atmosferico degli anni Settanta e Ottanta, dove il male non aveva bisogno di essere spiegato scientificamente per risultare terrificante. Più Tyler e Maddie cercano di fuggire, più il film suggerisce che il Passenger non stia realmente inseguendo i loro corpi, ma la loro fragilità emotiva. La vera distruzione avviene infatti all’interno della coppia: la tensione accumulata, le incomprensioni e il progressivo collasso psicologico diventano il terreno ideale per la creatura. In questo senso il finale lascia intendere che il Passenger non “sceglie” casualmente le sue vittime, ma si nutra di persone già incrinate emotivamente, incapaci di affrontare ciò che stanno cercando di ignorare.
Quando il film arriva all’ultima parte, Øvredal elimina quasi del tutto l’illusione della fuga. Le strade sembrano ripetersi, i paesaggi diventano astratti, il tempo stesso appare deformato. È qui che Passenger smette di essere un semplice survival horror e diventa un film sulla condanna inevitabile. Il Passenger rappresenta qualcosa che non può essere superato fisicamente, perché appartiene ormai ai protagonisti. Non è un’entità da battere, ma una presenza che si insinua dentro il loro viaggio fino a trasformarlo in una metafora del crollo interiore.
Il finale di Passenger trasforma il road movie americano in un incubo esistenziale senza via di fuga

Uno degli aspetti più interessanti del film è il modo in cui ribalta completamente l’immaginario classico del road movie americano. Normalmente la strada rappresenta libertà, trasformazione personale e possibilità di rinascita. In Passenger, invece, l’autostrada diventa uno spazio sospeso e maledetto, quasi una terra di confine dove la realtà smette lentamente di avere regole precise. Il film insiste continuamente sull’idea del movimento, ma ogni chilometro percorso sembra in realtà trascinare Tyler e Maddie sempre più vicino alla distruzione.
Anche il design sonoro gioca un ruolo fondamentale in questa trasformazione. Øvredal rinuncia spesso alla colonna sonora tradizionale e costruisce tensione attraverso rumori lontani, frequenze radio disturbate e silenzi opprimenti. È una scelta che rende il film incredibilmente immersivo perché lo spettatore, come i protagonisti, non riesce mai a capire da dove arriverà la minaccia successiva. La strada perde progressivamente qualsiasi dimensione rassicurante e diventa un luogo mentale, quasi astratto, dove il Passenger può manifestarsi ovunque. Questo spiega perché il finale funzioni più sul piano emotivo che narrativo: il film non vuole chiudere il mistero, ma lasciare lo spettatore intrappolato nella stessa sensazione di inevitabilità vissuta dai protagonisti.
In questo senso Passenger dialoga apertamente con opere come It Follows, The Hitcher e persino con certo horror cosmico contemporaneo, dove il male non segue logiche umane e non può essere sconfitto con strumenti tradizionali. La creatura diventa allora la personificazione di qualcosa di molto più grande: il peso del passato, la paura dell’ignoto, l’ansia di una relazione che si sta sgretolando mentre i protagonisti cercano disperatamente di convincersi che il viaggio possa ancora salvarli.
André Øvredal continua il suo horror della suggestione e prepara implicitamente il terreno per un possibile sequel

Chi conosce il cinema di André Øvredal riconoscerà immediatamente la sua ossessione per l’horror della suggestione. Già in The Autopsy of Jane Doe e Scary Stories to Tell in the Dark il regista lavorava sull’idea di una minaccia invisibile che altera progressivamente la percezione della realtà, ma Passenger porta questo approccio ancora più all’estremo. Qui il soprannaturale non invade il mondo reale: è il mondo reale stesso a diventare progressivamente irriconoscibile.
Il finale aperto, inoltre, sembra chiaramente costruito per lasciare spazio a un possibile seguito. Il film accenna all’esistenza di sparizioni collegate alle autostrade e suggerisce che il Passenger sia attivo da molto tempo, quasi come una leggenda urbana americana tramandata nel tempo. Tuttavia Øvredal evita accuratamente di trasformare questa idea in una mitologia esplicita, e probabilmente è proprio questa scelta a rendere il film così efficace. Spiegare troppo il Passenger rischierebbe infatti di distruggere il cuore stesso dell’opera: la paura dell’ignoto.
Più che raccontare una creatura, Passenger racconta la sensazione di essere intrappolati in qualcosa che non si comprende fino in fondo. Ed è proprio questo a rendere il finale così disturbante: Tyler e Maddie non vengono semplicemente inseguiti da un mostro, ma da qualcosa che sembra conoscere già il loro destino.



































































































































Il cosiddetto “VCU”
(Vought Cinematic Universe) non sta semplicemente
copiando il modello 






Considerando che lavorava
alla Vought fin dalla prima stagione, la sopravvivenza di Ashley
nel finale di The Boys è stata un miracolo, anche se l’esito della
sua vicenda non è stato completamente positivo. Dopo aver assistito
a molte delle atrocità commesse dalla Vought nel corso degli anni,
principalmente per paura, Ashley si è finalmente fatta avanti nel
finale aiutando i Boys a infiltrarsi nella Casa Bianca.
Avendo lavorato con i
Sette e i Boys, Stan Edgar ha affrontato numerose occasioni in cui
avrebbe potuto morire, eppure ha concluso la serie dove l’aveva
iniziata, al comando della Vought. Fin dalla prima stagione, Stan è
stato presentato come una figura astuta e uno dei pochi personaggi
abbastanza coraggiosi da opporsi a Homelander.
Sebbene Robert Singer sia
apparso piuttosto raramente in The Boys, il Presidente degli Stati
Uniti è naturalmente una figura importante e, in qualche modo, è
riuscito a rimanere in vita. Nonostante il suo atteggiamento
severo, Singer è sempre stato relativamente pragmatico e
ragionevole, consapevole del pericolo che i supereroi rappresentano
se non gestiti correttamente.
Dopo 

Perché Eric Kripke cambia
il finale dei fumetti di Garth Ennis
















































