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Monster Hunter rimosso in Cina a causa di una battuta considerata razzista

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Una scena ritenuta controversa è stata rimossa da Monster Hunter di Paul W.S. Anderson, in seguito alle forti critiche del pubblico cinese sui social media. Il film è l’adattamento della popolarissima serie di videogiochi Capcom. La storia racconta di una forza militare d’élite degli Stati Uniti che entra accidentalmente in un wormhole e viene inviata in un mondo abitato da tutte le creature con cui i fan della saga videoludica hanno familiarizzato nel corso degli anni. In Cina è uscito lo scorso 3 dicembre, mentre negli Stati Uniti uscirà il ​​giorno di Natale.

Subito dopo l’uscita, il film ha suscitato un vero polverone a causa di una battuta contenuta al suo interno e considerata razzista. Il punto focale della controversia è, appunto, una battuta pronunciata dal personaggio di Jin Au-Yeung, che si baserebbe su un gioco di parole tra “knees” (ginocchia) e “chinese/chi-knees (cinese)”: tale gioco di parole richiama ad una battuta che in Asia è ritenuta molto offensiva, con accezione razzista e sessista. Come risultato, il film è stato ritirato dalla sale cinesi ad un solo giorno dall’uscita. 

Adesso Deadline riporta che la battuta è stata ufficialmente rimossa dal film. Una delle società di produzione coinvolte nel film, la Constantin Film, si è scusata e ha annunciato di aver rimosso la battuta offensiva. Tuttavia, al momento non è chiaro se il film tornerà nei cinema cinesi. Tencent, un’altra società di produzione che ha lavorato a Monster Hunter e che si occupa della sua distribuzione in Cina, sta attualmente negoziando con il governo del paese per il ritorno del film nelle sale.

In una nota ufficiale, Constantin Film ha dichiarato: “Non c’era assolutamente alcuna intenzione di discriminare, insultare o offendere in altro modo nessuno di origini cinesi. Constantin Film ha ascoltato le preoccupazioni espresse dal pubblico cinese e ha rimosso la battuta che ha portato a questo malinteso involontario.” 

Tutto quello che sappiamo su Monster Hunter

Monster Hunter è l’adattamento dell’omonimo videogioco sviluppato da Capcom. Il film, scritto e diretto da Paul W.S. Anderson (regista della saga di Resident Evil), annovera nel cast Milla Jovovich, Tony Jaa, T.I., Ron Perlman, Meagan Good e Diego Boneta. L’uscita nelle sale americane è fissata per il 30 dicembre 2020.

Dietro il nostro mondo, ce n’è un altro: un mondo di mostri pericolosi e potenti che governano il loro dominio con ferocia mortale. Quando il tenente Artemis (Milla Jovovich) e i suoi fedeli soldati vengono trasportati dal nostro mondo al loro, il tenente imperturbabile subisce uno shock. Nella sua disperata battaglia per la sopravvivenza contro enormi nemici con poteri incredibili e attacchi inarrestabili, Artemis si unirà a un uomo misterioso che ha trovato il modo di reagire.

Monster House: recensione del film di Gil Kenan

Monster House: recensione del film di Gil Kenan

Anno: 2006

Regia: Gil Kenan

Voci originali: Mitchel Musso (DJ), Sam Lerner (Timballo), Spencer Locke (Jenny), Steve Buscemi (Nebbercracker), Maggie Gyllenhaal (Zee), Jason Lee (Punk), Kevin James (agente Landers), Nick Cannon (agente Lister), Jon Heder (Freek), Kathleen Turner (Constance/la casa).

Monster High: la Universal annuncia la data

Monster HighLa Universal Pictures ha inserito due film nel suo calendario per il 2016.

Monster Family: teaser trailer del film d’animazione

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Monster Family: teaser trailer del film d’animazione

Adler Ent ha diffuso il trailer di Monster Family, il film diretto da Holger Tappe e basato sul romanzo “Happy Family” di David Safier che arriverà al cinema il 19 Ottobre. 

Monster Family la trama 

I Wishbone non sono una famiglia felice. La mamma, Emma, è la proprietaria di una libreria sull’orlo del fallimento; il papà, Frank, è sfiancato dal lavoro e dal suo tirannico capo, la figlia Fay sta attraversando gli imbarazzanti anni dell’adolescenza e il figlio Max è così intelligente da essere continuamente vittima di bullismo.
 
Durante una festa mascherata i Wishbone restano vittime di un incantesimo lanciato dalla perfida strega Baba Yaga. I loro costumi diventano realtà: Emma si trasforma in un vampiro, Frank nel mostro di Frankenstein, Fay in una mummia e Max in un piccolo lupo mannaro. Nonostante il trauma, la famiglia deve ora essere unita per trovare la strega e annullare l’incantesimo.  

 

Monster Family: Carmen Consoli e Max Gazzè saranno i doppiatori

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Monster Family: Carmen Consoli e Max Gazzè saranno i doppiatori

CARMEN CONSOLI E MAX GAZZÈ sono le voci italiane dei due protagonisti di MONSTER FAMILY, il film di animazione diretto da Holger Tappe in uscita il 19 ottobre in Italia distribuito da Adler Entertainment.

CARMEN CONSOLI dà voce ad Emma – che nella versione originale è interpretata da Emily Watson – una mamma moderna con tutte le sue fragilità, alle prese con le difficoltà quotidiane nella gestione della vita familiare e lavorativa. La sua routine è sconvolta quando si trova a dover affrontare le avances di un affascinante Conte Dracula – la cui voce  originale è di Jason Isaacs – interpretato qui da MAX GAZZÈ. Il suo è un Dracula da musical, che canta appassionatamente due canzoni durante il film.

Monster Family Max GazzèI due artisti hanno sposato in pieno il progetto, al punto che la Consoli ha composto il brano originale della colonna sonora intitolato “Monster Family”, una canzone dal respiro internazionale con testo in inglese, che Carmen canterà in duetto con Max Gazzè.

“Quando ho ricevuto la proposta ho pensato che sarebbe potuto essere un bel regalo per mio figlio; così, la prima volta che ho guardato il film, l’ho fatto insieme a lui e non ho avuto dubbi: mi sarei calata nei panni di Emma”. Queste le parole di Carmen Consoli, pluripremiata cantautrice siciliana pop-rock che oltre a prestare la voce ad Emma sarà l’autrice della canzone originale del film. “Mio figlio si è identificato nei panni del piccolo Max – il bambino-lupo protagonista del film – e, ululando come un “lupacchiotto”, mi ha dato l’idea chiave per la composizione della canzone” .

“Io ho cinque figli – commenta dal lato suo Max Gazzè – per cui vedo tantissimi film di animazione, li conosco tutti. Quando mi hanno proposto di dare la voce al Conte Dracula ho pensato che i ragazzi ne sarebbero stati entusiasti. Il film è molto bello ed è stata un’emozione scoprirlo insieme a loro”.

MONSTER FAMILY, la trama

I Wishbone non sono esattamente una famiglia felice. La mamma, Emma, è la proprietaria di una libreria sull’orlo del fallimento; il papà, Frank, è sfiancato dal lavoro e dal suo tirannico capo, la figlia Fay sta attraversando gli imbarazzanti anni dell’adolescenza e il figlio Max è così intelligente da essere continuamente vittima di bullismo.  Durante una festa mascherata i Wishbone restano vittime di un incantesimo lanciato dalla perfida strega Baba Yaga. I loro costumi diventano realtà: Emma si trasforma in un vampiro, Frank nel mostro di Frankenstein, Fay in una mummia e Max in un piccolo lupo mannaro. Nonostante il trauma, la famiglia deve rimanere unita per trovare la strega e annullare l’incantesimo.

Monster 3: rivelato il titolo e l’inizio delle riprese

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Monster 3: rivelato il titolo e l’inizio delle riprese

Ryan Murphy rivela il titolo ufficiale e la data di inizio delle riprese della terza stagione di Monster. La serie antologica di Netflix, co-creata da Ian Brennan, esplora le vite di vere figure mostruose, con la prima stagione incentrata sul serial killer Jeffrey Dahmer (interpretato da Evan Peters) e la seconda su Lyle ed Erik Menendez (interpretati da Nicholas Alexander Chavez e Cooper Koch), fratelli che hanno ucciso i loro genitori. Attualmente è in lavorazione la terza stagione di Monster, che si concentrerà sul serial killer Ed Gein (interpretato da Charlie Hunnam).

In un’intervista a Collider, Ryan Murphy ha rivelato che la terza stagione di Monster si intitolerà ufficialmente “The Original Monster” e inizierà le riprese il 31 ottobre, giorno di Halloween. Ha inoltre parlato a lungo del motivo per cui Ed Gein è stato scelto come soggetto della terza stagione. Leggete i suoi commenti completi qui sotto:

Chiameremo quella stagione “Il mostro originale” perché è più o meno quello che era. Inizieremo le riprese ad Halloween, quindi siamo in piena fase di lavorazione, e sono molto eccitato.

Dopo aver girato Menendez, io e Ian ne stavamo parlando e ci interessava l’idea di “Dove è iniziato il nostro interesse culturale per i serial killer? Dove e come è iniziato tutto questo?”. In base alle nostre ricerche, il primo a diventare una celebrità a quel livello è stato Ed, che è diventato immediatamente una celebrità pazzesca dal momento in cui è stato arrestato. Nessuno aveva mai sentito parlare di una cosa del genere. Poi abbiamo scoperto che era motivato, ovviamente, ma era schizofrenico. Come sia diventato ciò che è diventato è una storia molto interessante.

La cosa sorprendente di cui parla la serie è quanti cattivi e quanta cultura pop si basa su Ed Gein: Psycho, Il silenzio degli innocenti, Texas Chainsaw Massacre, American Psycho, e così via. Ed ha influenzato molte cose negli ultimi 100 anni, e questa stagione è molto interessante perché pone la domanda: “Come siamo diventati così interessati a questo fenomeno e perché? Da dove è iniziato tutto?”.

Cosa significano per lo show il titolo e la data di inizio delle riprese di Monster Stagione 3

Le prime due stagioni di Monster, The Jeffrey Dahmer Story e The Lyle and Erik Menendez Story, presentano i nomi dei loro soggetti nei titoli. La terza stagione diMonster, intitolata Il mostro originale, rompe questa tendenza. Come suggerisce il titolo, Ed Gein ha preceduto sia Jeffrey Dahmer che i fratelli Menendez, operando negli anni Cinquanta. Dahmer è arrivato solo molto più tardi, operando tra il 1978 e il 1991, mentre Erik e Lyle Menendez hanno ucciso i loro genitori nello stesso periodo, nel 1989.

Monsters: la storia di Lyle e Erik Menendez è stata rilasciata il 19 settembre, quindi l’inizio delle riprese della terza stagione, il 31 ottobre, è incredibilmente rapido. La prima stagione è stata rilasciata su Netflix nello stesso periodo, il 21 settembre 2022, ma con le riprese della terza stagione così presto, dovrebbe essere pronta per essere rilasciata nel settembre 2025. Oltre a Charlie Hunnam nel ruolo di Ed Gein, non si sa chi altro reciterà nella terza stagione.

Monster – Stagione 4: conferma, cast e tutto quello che sappiamo

Monster – Stagione 4: conferma, cast e tutto quello che sappiamo

La serie antologica Monster di Netflix, creata da Ryan Murphy, ha già pubblicato tre stagioni e una quarta è in arrivo. Il produttore Ryan Murphy ha perfezionato il formato antologico con le serie American Horror Story e American Crime Story. Tuttavia, la serie Monster è diventata rapidamente una delle più popolari e controverse.

La terza stagione ha seguito lo schema delle due precedenti, con le recensioni di Monster: The Ed Gein Story fortemente divise. I critici condannano gli episodi come inutilmente grotteschi e sensazionalistici. Nonostante la risposta negativa alle prime due stagioni, Netflix ha rinnovato la serie per la quarta stagione prima ancora che la terza fosse stata pubblicata.

La prossima stagione andrà ancora più indietro nel tempo rispetto a tutte le stagioni precedenti, seguendo la famigerata presunta assassina Lizzie Borden, che in realtà è stata assolta. Ecco tutti i dettagli che conosciamo sulla quarta stagione di Monster.

Ultime notizie sulla quarta stagione di Monster

What’s On Netflix ha fornito un’anteprima esclusiva del dietro le quinte della quarta stagione di Monster. Dato il successo della terza stagione di Monster, la notizia più entusiasmante è che sono state fornite delle foto di Charlie Hunnam, che ha interpretato Ed Gein nella terza stagione e interpreterà Andrew Borden nella quarta, con una lunga tunica marrone e capelli ricci lunghi.

Inoltre, Ella Beatty, che interpreta Lizzie Borden, è ritratta con un lungo abito rosa e bianco e una corona di fiori. Vicky Krieps, che interpreta Ilse Koch nella terza stagione e la domestica Bridget Sullivan nella quarta, è ritratta in una foto mentre cammina con Beatty.

La quarta stagione di Monster è confermata

Nonostante le continue polemiche che hanno accompagnato ogni stagione, Monster è una delle serie più popolari di Ryan Murphy, quindi non sorprende che Netflix abbia rinnovato la serie poliziesca per la quarta stagione prima ancora che la terza fosse stata pubblicata. Lo scandalo continua a far guadagnare loro soldi.

Al momento del rinnovo, hanno anche rivelato che il soggetto sarebbe stato Lizzie Borden, assolto per l’omicidio del padre e del patrigno nel 1893, nonostante l’opinione prevalente fosse che fosse stata lei a commetterli. Questa è la prima donna “Monster” ad entrare a far parte della serie.

Poiché gli omicidi sono avvenuti il 4 agosto 1892, questa stagione di Monster è quella che meno rischia di suscitare polemiche. Tutte le persone coinvolte nel crimine o direttamente colpite sono decedute. Detto questo, ci sono pochissime informazioni concrete sulla motivazione o sui crimini effettivi, lasciando spazio a inutili libertà creative.

Stato di produzione della quarta stagione di Monster

Giovedì 9 ottobre 2025, secondo Deadline, sono iniziate le riprese della quarta stagione di Monster a Los Angeles. Sulla base del programma delle riprese delle stagioni passate, queste si protrarranno probabilmente fino all’inizio del 2026. Se le riprese termineranno nella primavera del 2026, la quarta stagione della serie di successo dovrebbe uscire nell’autunno del 2026.

Il cast della quarta stagione di Monster

I ruoli principali della quarta stagione di Monster sono già stati assegnati. Ella Beatty, un’attrice emergente con pochi ruoli alle spalle, interpreterà Lizzie Borden. Billie Lourd interpreterà la sorella di Bordon, Emma. Rebecca Hall interpreterà Abby Borden, la matrigna che viene assassinata.

Jessica Barden interpreterà Nance O’Neill, un’attrice realmente esistita che fu una breve conoscenza di Borden. Le due furono presto oggetto di voci su una relazione lesbica (tramite University of Michigan Press), e non era la prima volta che Lizzie Borden era oggetto di voci su una relazione lesbica.

Inoltre, Monster romperà una tradizione della serie concentrandosi su una donna e riportando in scena attori precedenti. Mentre è comune per American Horror Story e American Crime Story di Ryan Murphy riutilizzare attori in ruoli diversi, Monster non ha adottato questo approccio fino alla quarta stagione. Almeno due membri del cast della terza stagione di Monster torneranno nella quarta puntata.

Charlie Hunnam interpreterà il padre del presunto assassino, ucciso brutalmente con un’ascia. Inoltre, Vicky Krieps interpreterà la domestica dei Borden, Bridget Sullivan. A seconda della teoria sul movente che useranno per gli omicidi, Bridget potrebbe avere un ruolo importante nella stagione.

Dettagli della trama della quarta stagione di Monster

Anche chi non conosce il caso di Lizzie Borden potrebbe aver sentito il suo nome, poiché è stata mitizzata da una filastrocca infantile utilizzata nei giochi con le mani e con la corda per saltare. La macabra filastrocca scolastica recita così:

“Lizzie Borden prese un’ascia

E diede a sua madre 40 colpi

Quando vide ciò che aveva fatto

Ne diede 41 a suo padre”.

Nella vita reale, Lizzie Borden è una donna che potrebbe aver ucciso o meno suo padre e la sua matrigna con un’ascia. Secondo Britannica, i due sono stati trovati assassinati, con Abby, la matrigna di Lizzie, colpita 18 volte, e Andrew, il padre di Lizzie, colpito 11 volte. Lizzie era la principale sospettata.

La maggior parte delle prove fu ritenuta inammissibile, fornendo ai giurati un quadro incompleto. Le prove utilizzate nel processo erano quasi esclusivamente circostanziali, il che contribuì alla sua assoluzione. Dopo essere stata dichiarata non colpevole, fu osteggiata per il resto della sua vita.

Sebbene gli storici concordino generalmente sul fatto che Borden abbia probabilmente commesso gli omicidi, tutte le ragioni fornite sono semplici speculazioni. Pertanto, la quarta stagione di Monster avrà ampio margine di manovra nel modo in cui sceglierà di rappresentare il crimine.

Monster – La storia di Ed Gein: prime immagini e la data di uscita della serie

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La serie antologica di Ryan Murphy, Monster, offre un primo assaggio della prossima stagione con nuove immagini. La controversa serie, che ha drammatizzato le storie di assassini reali, tra cui Jeffrey Dahmer e i fratelli Menendez, è pronta a tornare con una terza stagione che vedrà Charlie Hunnam nei panni del famigerato serial killer Ed Gein.

I crimini di Gein furono commessi tra il 1947 e il 1957. È confermato che il Macellaio di Plainfield uccise due donne, ma è sospettato di numerosi altri omicidi. Gein era anche un ladro di tombe che utilizzava parti di corpi per creare oggetti inquietanti come maschere fatte di pelle umana e una cintura realizzata con capezzoli femminili.

Ora, Netflix ha pubblicato tre nuovi poster di Hunnam nei panni di Gein (li si può vedere qui). Le tre immagini si ispirano a film che a loro volta sono stati in parte ispirati dagli omicidi di Gein. Quest’ultimo ha acquisito ulteriore notorietà nella cultura popolare ispirando i personaggi di Norman Bates in Psycho, Leatherface in Non aprite quella porta e Buffalo Bill in Il silenzio degli innocenti. Viene infine riportato che la nuova stagione di Monster – La storia di Ed Gein sarà disponibile su Netflix dal 3 ottobre.

Dato che Gein è l’ispirazione per diversi film horror, la terza stagione di Monster sembra concentrarsi molto su quella parte della sua storia. Gein è stato processato solo per l’omicidio di Bernice Worden, proprietaria di un negozio di ferramenta che ha ucciso a colpi di pistola. Il suo corpo è stato trovato nella sua fattoria, dove l’aveva decapitata e mutilata dopo la morte. Gein ha anche ammesso di aver ucciso Mary Hogan, proprietaria di una taverna. È stato ricoverato in un ospedale psichiatrico, dove è morto all’età di 77 anni.

Monster – La storia di Ed Gein: Charlie Hunnam è il brutale serial killer nel primo trailer

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È stato pubblicato un teaser trailer di Monster – La storia di Ed Gein, che rivela Charlie Hunnam nei panni del famigerato serial killer nella controversa serie antologica poliziesca di Netflix che con le precedenti stagioni ha drammatizzato le storie di assassini reali, tra cui Jeffrey Dahmer e i fratelli Menendez. In questa terza stagione, infatti, Hunnam interpreterà Gein, un sospetto serial killer i cui crimini realmente avvenuti nel Wisconsin degli anni ’50 hanno ispirato il famoso film horror di Alfred Hitchcock, Psycho.

Ora Netflix ha pubblicato un primo trailer della stagione a lui dedicata, confermando nuovi dettagli sul ruolo di Hunnam nei panni dell’assassino. Il trailer inizia infatti mostrando la polizia che indaga nella casa di Gein, dove trova i volti cuciti insieme realizzati con vera pelle umana e una serie di prove relative ai suoi numerosi crimini. In sottofondo si sente una musica cupa e inquietante.

Il trailer spiega poi come Gein abbia ispirato film come Psycho, Non aprite quella porta e Il silenzio degli innocenti, prima di mostrare alcune clip che descrivono la drammatizzazione dei suoi crimini reali. Tra questi vi sono il suo stretto rapporto con la madre e il suo fascino per la creazione di maschere con pelle umana.

Proprio come nelle stagioni precedenti, il cast della terza stagione di Monster sarà completamente diverso da quello precedente, questa volta affrontando Gein e i suoi crimini di omicidio e furto di cadaveri. La serie sarà co-prodotta dai co-creatori della serie Ryan Murphy e Ian Brennan. Brennan scriverà tutti gli otto episodi e ne dirigerà due, mentre gli altri sei saranno diretti da Max Winkler.

Il trailer offre un tono simile alle stagioni precedenti della serie, confermando l’attenzione sul punto di vista del killer del titolo, pur dimostrando l’orrore oggettivo di ciò che Gein ha fatto. Tuttavia, non è chiaro se la serie cambierà rotta rispetto alle altre stagioni, rispondendo alle critiche rivolte alla serie antologica per il suo approccio sensazionalistico nei confronti dei criminali reali.

Monster – La storia di Ed Gein, cosa ha fatto Ed Gein? la terribile storia vera dietro la serie Netflix

Netflix torna a indagare i grandi casi criminali per la terza stagione della serie antologica Monster, dal titolo Monster: La storia di Ed Gein. Creata da Ryan Murphy e Ian Brennan, la nuova stagione sarà incentrata su Ed Gein, il famigerato “Macellaio di Plainfield”, interpretato da Charlie Hunnam.

Volevo avvicinarmi il più possibile alla persona che era Ed, per rendergli giustizia e dare autenticità alla sua storia”, ha dichiarato l’attore a Tudum. “Sarà un’esplorazione umana, tenera e risoluta di chi era Ed e di ciò che ha fatto, ma concentrata più sulla persona che sui suoi crimini”.

Con l’arrivo di Monster – La storia di Ed Gein su Netflix, ripercorriamo la storia vera del killer che sconvolse l’America degli anni Cinquanta.

Chi era Ed Gein?

Ed Gein era un serial killer e ladro di cadaveri americano. Nato a La Crosse, Wisconsin, nel 1906, era il più giovane dei due figli di George e Augusta Gein. Crebbe in un ambiente familiare severissimo, con una madre profondamente religiosa che lo isolava dal mondo esterno e puniva ogni tentativo di socializzazione.

Dopo la morte del padre nel 1940 e del fratello nel 1944, Gein rimase solo con la madre, che morì nel 1945 a seguito di due ictus. La sua scomparsa segna l’inizio della discesa di Ed in un abisso di ossessioni e follia.

Cosa fece Ed Gein?

Gein rimase a vivere nella fattoria di famiglia, mantenendo intatta la stanza della madre. Nel 1954 scomparve Mary Hogan, proprietaria di una taverna frequentata dall’uomo. Tre anni dopo, il 16 novembre 1957, Bernice Worden fu trovata morta nella proprietà di Gein, appesa senza vita nel capanno.

Le indagini rivelarono orrori indicibili: teschi usati come ciotole, mobili rivestiti in pelle umana, organi conservati in barattoli e indumenti cuciti con parti di cadaveri.

Ed Gein era un cannibale?

Nonostante le voci, Gein negò di aver praticato cannibalismo. Ammetteva di aver dissotterrato oltre quaranta cadaveri e di aver utilizzato i resti per gratificazione sessuale e per creare oggetti, ma dichiarò di non aver mai consumato carne umana.

Come fu catturato Ed Gein?

Gein venne arrestato il 16 novembre 1957, dopo la sparizione di Bernice Worden. Dichiarato inizialmente incapace di affrontare un processo, fu internato in un ospedale psichiatrico. Nel 1968 fu riconosciuto colpevole dell’omicidio di Worden, ma giudicato non sano di mente e internato nuovamente.

Morì nel 1984, a 77 anni, per complicazioni legate a un tumore ai polmoni. Fu sepolto in una tomba senza nome vicino a Plainfield, dopo che la lapide originale venne rubata.

Monster – La storia di Ed Gein

La nuova stagione di Monster debutterà su Netflix venerdì 3 ottobre, riportando in primo piano la storia agghiacciante di Ed Gein, il criminale che ispirò film come Psycho, Non aprite quella porta e Il silenzio degli innocenti.

Monsieur Spade: Clive Owen nei panni di un famoso detective nel trailer della nuova serie tv

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La AMC ha diffuso un nuovo teaser trailer di Monsieur Spade, la miniserie poliziesca di prossima uscita con protagonista il vincitore del Golden Globe Clive Owen nei panni del leggendario detective.

Il video mette in evidenza il prossimo caso di Monsieur Spade, che coinvolge un misterioso ragazzo ricercato da potenti organizzazioni tra cui la CIA e il Vaticano. Il detective americano deve ritardare il suo pensionamento in Francia per risolvere il caso. Il debutto della serie è previsto per il 14 gennaio su AMC e AMC+. In Italia la serie non ha una collocazione ma potrebbe debuttare su Prime Video.

Cosa sappiamo su Monsieur Spade?

Descritto come un sofisticato poliziesco, Monsieur Spade è creato, scritto e prodotto dai vincitori dell’Emmy Scott Frank e Tom Fontana, basato sul famigerato protagonista del romanzo classico del 1930 dello scrittore americano Dashiell Hammett, The Maltese Falcon. Insieme a Clive Owen ci sono l’emergente Cara Bossom (Radioactive), Denis Ménochet (Bastardi senza gloria), Louise Bourgoin (The Romanoffs), Chiara Mastroianni (In una notte magica), Stanley Weber (Outlander), Matthew Beard (The Imitation Game), Jonathan Zaccaï (Robin Hood) e Rebecca Root (Il gambetto della regina).

L’anno è il 1963 e il leggendario detective Sam Spade (Clive Owen) si sta godendo la pensione nel sud della Francia“, si legge nella sinossi. “A differenza dei suoi giorni come investigatore privato a San Francisco, la vita di Spade a Bozouls è pacifica e tranquilla. Ma il presunto ritorno del suo vecchio avversario cambierà tutto. Sei amate suore sono state brutalmente assassinate nel convento locale. Mentre la città è in lutto, emergono segreti e si intrecciano nuove piste. Spade scopre che gli omicidi sono in qualche modo collegati a un bambino misterioso che si ritiene possieda grandi poteri.

I produttori esecutivi sono Clive Owen, Barry Levinson, Teddy Schwarzman, Michael Heimler, Caroline Benjo, Barbara Letellier, Simon Arnal, Carole Scotta, Carlo Martinelli e David Helpern. È prodotto da Black Bear e Haut et Court TV.

Monsieur Spad: trailer della nuova serie con Clive Owen nei panni di un detective di fama mondiale

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AMC ha pubblicato il trailer completo di Monsieur Spade, la miniserie poliziesca di prossima uscita, con Clive Owen nei panni del detective in pensione di fama mondiale Sam Spade. È costretto a lasciare la pensione, dopo aver appreso del presunto ritorno del suo storico e acerrimo nemico. Il debutto della serie negli USA è previsto per il 14 gennaio su AMC e AMC+.

Cosa sappiamo su Monsieur Spade?

Descritto come un sofisticato poliziesco, Monsieur Spade è creato, scritto e prodotto dai vincitori dell’Emmy Scott Frank e Tom Fontana, basato sul famigerato protagonista del romanzo classico del 1930 dello scrittore americano Dashiell Hammett, The Maltese Falcon. Insieme a Clive Owen ci sono l’emergente Cara Bossom (Radioactive), Denis Ménochet (Bastardi senza gloria), Louise Bourgoin (The Romanoffs), Chiara Mastroianni (In una notte magica), Stanley Weber (Outlander), Matthew Beard (The Imitation Game), Jonathan Zaccaï (Robin Hood) e Rebecca Root (Il gambetto della regina).

L’anno è il 1963 e il leggendario detective Sam Spade (Clive Owen) si sta godendo la pensione nel sud della Francia“, si legge nella sinossi. “A differenza dei suoi giorni come investigatore privato a San Francisco, la vita di Spade a Bozouls è pacifica e tranquilla. Ma il presunto ritorno del suo vecchio avversario cambierà tutto. Sei amate suore sono state brutalmente assassinate nel convento locale. Mentre la città è in lutto, emergono segreti e si intrecciano nuove piste. Spade scopre che gli omicidi sono in qualche modo collegati a un bambino misterioso che si ritiene possieda grandi poteri.

I produttori esecutivi sono Clive Owen, Barry Levinson, Teddy Schwarzman, Michael Heimler, Caroline Benjo, Barbara Letellier, Simon Arnal, Carole Scotta, Carlo Martinelli e David Helpern. È prodotto da Black Bear e Haut et Court TV.

Monsieur Lazhar al cinema dal 31 agosto

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Esce nelle sale italiane il 31 agosto, distribuito da OFFICINE UBU, Monsieur Lazhar diPhilippe Falardeau, candidato all’Oscar 2012 come Miglior Film Straniero

Monsieur Aznavour: recensione del film con Tahar Rahim

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Monsieur Aznavour: recensione del film con Tahar Rahim

Tahar Rahim è tra gli attori più audaci e aggraziati della sua generazione in Francia, ma non solo, non perché si inserisca nei personaggi, ma perché si lascia trasformare: corpo, voce, istinto ed anima. Dopo aver colpito con la sua ennesima trasformazione fisica in Alpha, dove è diretto da Julia Ducournau, con Monsieur Aznavour sorprende tutti nel ruolo del cantautore di Charles Aznavour.

Cosa racconta Monsieur Aznavour

Charles Aznavour in Francia è una vera istituzione anche se le sue origine non erano di certo francesi ma armene. Il piccolo Shahnourh Varinag Aznavourian,questo era il vero nome del cantautore, è uno dei tanti nati da genitori scappati dal Genocidio armeno. La struttura del film è molto rigorosa e divisa in cinque capitoli, ciascuno intitolato a una canzone simbolo del suo repertorio – Les Deux Guitares, Sa jeunesse, La Bohème, J’me voyais déjà, Emmenez-moi. 

Il film si apre con una scena in cui troviamo Aznavour negli anni Sessanta, in crisi, che prende una penna, apre il suo taccuino rosso e scrive il titolo del primo capitolo: Les Deux Guitares. Subito dopo, il film guarda indietro e l’infanzia prende forma con scene con la sua famiglia dove mostra fin da piccolo una passione per la musica alternate con filmati d’archivio di persone scappate dall’Impero ottomano in guerra. Charles infatti fu inserito, fin da un bambino, dai genitori per necessità nel mondo teatrale parigino, iniziando l’attività artistica già all’età di nove anni con il nome d’arte di Aznavour, il protagonista poi crescendo inizierà ad esibirsi in vari locali e ovviamente in versione giovane ed adulta nel film è interpretato da Tahar Rahim. 

La prima metà del biopic racconta proprio gli inizi della carriera di Aznavour negli anni Trenta, quando suonava nei club e nelle sale da ballo di Parigi con il suo partner musicale e migliore amico, Pierre Roche, l’attore Bastien Bouillon. La coppia continuò a collaborare anche durante l’occupazione nazista, dove Charles aiutava nella resistenza assieme alla sua famiglia e la sorella Aida, l’attrice Camille Moutawakil. Tutto cambia quando il duo incontra la cantante francese, più celebre del tempo, cioè Édith Piaf che decide di portarli con se in tournée prima in Francia e poi negli Stati Uniti d’America e in Canada.

Nel lungometraggio è interessante vedere l’influenza che la signora Piaf, una fantastica Marie-Julie Baup, ha avuto su di lui. Riconobbe in Aznavour un compagno di viaggio, un tipo con modi da “truffatore” ma con un talento singolare, spingendo il cantante ad intraprendere la carriera da solista e a separarsi dalla prima moglie rimasta in Francia. La seconda parte di questo film, quella meno riuscita, ci si concentra sulla corsa alla celebrità in continua ascesa, i vari matrimoni falliti e i grandi successi prima di pubblico e poi finalmente anche della critica razzista, che fin dall’inizio non ha mai smesso di disprezzare “le petit Charles”, figlio di profughi basso e brutto, senza grazia e con la voce nasale.

Credits ANTOINE AGOUDJIAN

Monsieur Tahar Rahim

Come può convincere un biopic musicale se non grazie al suo interprete, qui troviamo il sempre ottimo e talentuoso Tahar Rahim, ed è quello che si nota anche nella visione di Monsieur Aznavour. L’attore francese di origine algerina non solo si cambia i connotati, grazie all’uso di microprotesi non troppo invasive, ma anche perdendo peso e prendendo lezioni di canto e di pianoforte per sei mesi prima delle riprese. Questo film infatti deve molto all’attore protagonista che in qualche modo non imita il vero Aznavour, ma incarna il cantautore che è riuscito a guadagnarsi il titolo di “Frank Sinatra francese” e una stella sulla Hollywood Walk of Fame.

Questo film scritto e diretto da Mehdi Idir e dal poeta Grand Corps Malade si racchiude benissimo nel genere del biopic musicale che ormai negli ultimi anni sembra aver invaso tutto il cinema di Hollywood ma anche quello europeo. 

Monos – un gioco da ragazzi: una clip in esclusiva

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Monos – un gioco da ragazzi: una clip in esclusiva

Dopo aver conquistato la giuria del Sundance 2019, dove ha ottenuto nella categoria World cinema dramatic competition il Premio speciale della giuria, aver vinto il Premio come Miglior Film al BFI – London Film Festival 2019 ed essere stato presentato al pubblico europeo alla Berlinale 2019 nella sezione Panorama, l’acclamato film MONOS – UN GIOCO DA RAGAZZI diretto dall’autore colombiano Alejandro Landes, finalmente arriva dal 20 agosto nei cinema italiani distribuito da I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection.

Alejandro Landes e il co-sceneggiatore Alexis Dos Santos danno vita a una nuova e inquietante visione ispirata ai migliori film di guerra e ai survival thriller. Un film dove tutto è in mano all’istinto e alle emozioni, amplificato dall’acuta fotografia di Jasper Wolf, da una superba colonna sonora carica di tensione realizzata da Mica Levi, da un montaggio intelligente per mano di Yorgos Mavropsaridis, Ted Guard e Santiago Otheguy, e dall’originale e penetrante occhio di Landes capace di indagare da vicino le alleanze e le lotte di potere di un gruppo di adolescenti e della loro primordiale tribù.

Otto adolescenti isolati dal mondo, nel bel mezzo dell’America Latina, tra le montagne e le foreste, si allenano e combattono. A prima vista potrebbe sembrare un campo estivo, un bizzarro ritrovo di ragazzi che giocano a fare i soldati. Invece si tratta dello scenario iniziale di una missione delicatissima: gli otto adolescenti hanno con sé una prigioniera, una donna americana che chiamano semplicemente “la Dottoressa”. Il loro compito è proteggerla. Quando la Dottoressa fugge l’equilibrio del gruppo si sgretola e la missione più importante diventa la sopravvivenza. Acclamato da registi del calibro di Del Toro e Iñárritu, il film ha trionfato al BFI – London Film Festival 2019, vincendo il Premio come Miglior Film, ed è stato scelto dalla Colombia come proprio rappresentante agli Oscar 2020 per la categoria Miglior film straniero. Tra Apocalypse now di Coppola e Il signore delle mosche, uno sconvolgente survival thriller firmato dal nuovo talento del cinema sudamericano Alejandro Landes.

Monos – Un gioco da ragazzi, recensione del film di Alejando Landes

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Vincitore al Sundance 2019, presentato al Festival di Berlino 2020 e candidato della Colombia agli Oscar 2020, Monos – Un gioco da ragazzi è un film di cui si sta parlando da tanto tempo. Realizzato da Alejando Landes, il film ha ricevuto il plauso di autori del calibro di Guillermo Del Toro e di Alejandro G. Iñárritu, subendo in pieno il lockdown, con un’uscita prevista per metà marzo, poi slittata al 20 agosto 2020.

La storia è quella di un gruppo di giovani guerriglieri, bambini e adolescenti, addestrati con il pugno di ferro da un uomo rude affetto da nanismo. Il loro compito è sorvegliare una prigioniera, che loro chiamano semplicemente “dottoressa”, una donna alla quale fanno registrare messaggi in cui dimostra che sta bene, che fanno mettere in contatto con la sua famiglia, ma che trattano comunque come una prigioniera, in un ambiente ostile, montagne brulle, costellate da case squadrate. Tutto procede con ordine, dall’addestramento al lavoro di carcerieri, quando un evento imprevisto porta i giovani protagonisti a scendere nella giungla, nella quale perderanno loro stessi, la loro guida e anche la loro convinzione.

monos-un-gioco-da-ragazzi-filmMonos è un racconto di formazione violento e poetico

A metà tra Il Signore delle Mosche e un Apocalypse Now alleggerito nei toni ma altrettanto violento, Monos – Un gioco da ragazzi è un thriller ma anche un survival movie, è un’avventura e un racconto di formazione, ma anche, a modo suo un film dell’orrore, in cui la violenza viaggia di pari passo con lo spirito giocoso e infantile dei protagonisti, che riemerge nei momenti più inattesi e si trasforma in impulso vitale, esplorazione sessuale, vitalità e desiderio di scoperta, nonostante un sistema di guerrilla che li usa come pedine contro il governo nazionale.

Tutti, o quasi, i protagonisti del film sono esordienti, e la naturalezza della loro recitazione è un valore importantissimo per un film che sembra fare della spontaneità e della verosimiglianza un dictat, nella realizzazione e nella messa in scena di situazioni ed emozione.

Tra il saggio sociologico e il manifesto politico

Disancorato dal tempo e dallo spazio, Monos – Un gioco da ragazzi potrebbe essere ambientato ovunque e in qualsiasi momento nella storia, per questo assurge ad immagine universale di infanzia negata e cultura della violenza che ostacola i propri figli e li riduce a schiavi. Tuttavia a dispetto dell’ambiente, quell’infanzia negata emerge comunque, pur parlando un linguaggio che non ha proprio nulla a che fare con la gioventù e la purezza.

Tra il saggio sociologico e il manifesto politico, Alejando Landes adotta un linguaggio che si perde nella maestosità del paesaggio ma che indugia allo stesso modo sui volti e sui corpi dei giovani protagonisti, tutti dotati di una bellezza vitale e selvaggia. Questo doppio registro conferisce a Monos una bellezza ruvida, rendendo il film poetico ma anche in alcuni momenti di una crudeltà insostenibile, una visione che spiazza e incanta allo stesso tempo.

Monopoly: LuckyChap con Lionsgate e Hasbro per il film

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Monopoly: LuckyChap con Lionsgate e Hasbro per il film

Lionsgate e Hasbro hanno stretto un accordo con il produttore di Barbie LuckyChap per guidare lo sviluppo e produrre Monopoly, un film basato sul classico gioco da tavolo. Il progetto è attualmente in fase di sviluppo e la Hasbro Entertainment si occuperà anche della produzione. La notizia è arrivata durante la presentazione della Lionsgate al CinemaCon questa mattina a Las Vegas.

Lionsgate ha esteso i propri diritti di sviluppo del gioco con l’acquisto di eOne, completato nel dicembre 2023. Con una notorietà globale del 99%, Monopoly è il marchio di giochi da tavolo più popolare al mondo ed è disponibile in più di 100 paesi. Ha venduto quasi mezzo miliardo di copie a partire dal 1935.

LuckyChap, la pluripremiata società di produzione guidata da Margot Robbie, Tom Ackerley e Josey McNamara, ha dichiarato oggi: “Monopoly è una proprietà di punta – gioco di parole pienamente inteso. Come tutte le migliori IP, questo gioco ha avuto risonanza in tutto il mondo per generazioni e siamo così entusiasti di dargli vita insieme ai meravigliosi team coinvolti in Lionsgate e Hasbro”.

Adam Fogelson, presidente del Lionsgate Motion Picture Group, ha dichiarato: “Non potrei immaginare un team di produzione migliore di LuckyChap per questo amato e iconico marchio. Sono produttori eccezionali che scelgono i loro progetti con grande attenzione e cura e si uniscono a Monopoli con un punto di vista chiaro. Siamo estremamente entusiasti di lavorare con l’intero team di LuckyChap su quello che tutti crediamo possa essere il loro prossimo successo”.

Zev Foreman, Head of Film di Hasbro Entertainment, ha aggiunto: “Essendo uno dei giochi più iconici al mondo, Monopoly offre un’incredibile piattaforma per opportunità di narrazione. Siamo entusiasti di avere al nostro fianco la visione unica di LuckyChap e Lionsgate per portare questo pezzo storico di cultura popolare sul grande schermo”.

LuckyChap ha recentemente prodotto il fenomeno mondiale Barbie, oltre a Saltburn di Emerald Fennell e l’imminente uscita My Old Ass, un successo al Sundance con Aubrey Plaza e Maisy Stella. James Myers sta supervisionando Monopoly per conto di Lionsgate. Robert Melnik ha guidato le trattative dello studio.

Monolith: trama, cast e curiosità sul film

Monolith: trama, cast e curiosità sul film

Lo scontro tra essere umano e tecnologia è un tema sempre più ricorrente al cinema, dove si ritrova declinato in modi e punti di vista sempre diversi. Si va dalla pura fantascienza ad opere dal contesto a noi più vicino. A quest’ultima categoria appartiene il film Monolith (qui la recensione), diretto nel 2017 da Ivan Silvestrini e primo lungometraggio distribuito dalla Vision Distribution. È questa un’opera di genere che vuole porre nuovamente l’attenzione su dinamiche sempre più diffuse, tra cui l’eccessiva protezione tecnologica che rischia di diventare invece un ostacolo alle proprie libertà individuali e che spesso si sostituisce all’uomo nelle sue scelte.

La storia nasce a partire da un soggetto del fumettista Roberto Recchioni, che in attesa del non certo inizio delle riprese decise anche di dar vita al suo racconto sotto forma di graphic novel. Pubblicata per la Sergio Bonelli Editore (nota in particolare per la serie di Dylan Dog), questa è stata scritta insieme a Mauro Uzzeo e disegnata da Lorenzo Ceccotti, in arte LRNZ. Quest’ultimo ha poi curato anche il design della vettura utilizzata nel film, la quale ricorda davvero un oggetto extraterrestre (si pensi al monolite di 2001: Odissea nello spazio), tanto nelle sue forme quanto nella sua minacciosità.

Dall’automobile ipertecnologica grande protagonista del film nasce dunque uno scontro che ha alla base una delle più grandi paure possibili per un genitore, ovvero quella di assistere ai figli in pericolo, senza poter far nulla per intervenire. Un interessante film di genere semi futuristico, dunque, capace però di parlare al nostro presente. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Monolith: la trama del film

Protagonista del film è Sandra, una giovane madre ed ex membro di una pop band che vede crollare le sue certezze nel momento in cui scopre che suo marito Carl la tradisce. Desiderosa di confrontarsi con lui sulla questione, Sandra si mette alla guida della sua supertecnologica e blindata autovettura, la Monolith. Sui sedili posteriori vi è suo figlio di due anni David, il quale prende quella come una gita inaspettata. Durante il viaggio, però, lo stress provato da Sandra la porterà a commettere una serie di errori. Dopo aver investito un cervo, la donna scende dall’auto per controllare l’animale, rimanendo però chiusa fuori dalla vettura.

La Monolith, la macchina più sicura al mondo, le impedisce ogni tentativo di rientrare. Ogni tentativo di infrangere i sistemi di sicurezza si rivela un misero fallimento e più il tempo passa più la situazione è destinata a peggiorare. Con il sorgere del sole, l’auto inizierà ovviamente a diventare estremamente calda, mettendo a rischio la vita del bambino rimasto all’interno. Sandra ha dunque poco tempo a disposizione e questa volta può contare solo sulle proprie forze. Sperduta nel nulla, con possibilità di riuscita praticamente nulle, alla mercé di animali feroci e senz’acqua, dovrà riuscire ad avere la meglio sulla tecnologica auto.

Monolith cast

Monolith: il cast del film

Ad interpretare il ruolo di Sandra vi è l’attrice Katrina Bowden. Conosciuta ai più per il ruolo di Florence Logan in Beautiful, è apparsa anche nelle serie 30 Rock, Ugly Betty e New Girl. Per assumere il ruolo della protagonista, da lei giudicato come uno dei più difficili della sua carriera, si è dovuta sottoporre ad un periodo di allenamento intensivo. Essendo pressocché costantemente in scena, le era richiesta una prestanza fisica non da poco, sia per sopportare i ritmi che le prove di resistenza previste. Per la sua intensa performance è stata poi particolarmente lodata.

Nel ruolo di suo marito Carl, che compare unicamente tramite videochiamata, vi è l’attore Damon Dayoub, mentre Justine Wachsberger è Jessa, amica di Sandra. Brandon Jones, attore visto in Pretty Little Liars, Lie to Me e CSI: Scena del crimine, interpreta Ted, mentre Jay Hayden è Roy Lacombe. Il piccolo David è invece interpretato dai gemelli Krew e Nixon Hodges, scelti tra migliaia di bambini per via della loro predisposizione a stare davanti la macchina da presa. In ultimo, a dare voce a Lilith, l’intelligenza artificiale installata nella Monolith, vi è in lingua originale l’attrice Katherine Kelly Lang. Questa è principalmente celebre per il personaggio di Brooke Logan in Beautiful.

Monolith: il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire del film grazie alla sua presenza su une delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Monolith è infatti disponibile nel catalogo di Now. Per vederlo, basterà sottoscrivere un abbonamento generale, scegliendo tra le opzioni offerte. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video, potendo inoltre accedere ad un ampio catalogo di altri titoli. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di giovedì 29 luglio alle ore 21:15 sul canale Cielo.

Fonte: IMDb

Monolith recensione del film di Ivan Silvestrini

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Monolith recensione del film di Ivan Silvestrini

Esce il 12 agosto in sala Monolith, il nuovo film diretto da Ivan Silvestrini, nato da un’idea di Roberto Recchioni e sviluppato in parallelo con l’omonimo fumetto: un progetto multidimensionale, che rappresenta una sfida produttiva e distributiva insolita per il panorama cinematografico italiano.

Il concept di base del film (e anche del fumetto) è molto semplice: una madre deve cercare di liberare il figlio, rinchiuso in un’automobile ultra tecnologica e impenetrabile, una fortezza pensata per la sicurezza dei passeggeri.

Monolith è il primo film della Bonelli

Prodotto da Lock & Valentine e Sky Cinema, il film si avvale anche dell’esordio della Sergio Bonelli Editore alla produzione in campo cinematografico. Monolith è il primo film che la casa di Dylan Dog porta al cinema. Un’apertura che premia non solo un coraggio notevole, ma che manifesta la volontà di allargare gli orizzonti verso strade fino a questo momento poco battute.

Protagonista assoluta è l’automobile, la Monolith partorita dalla mente di Lorenzo Ceccotti, un concentrato di design e sicurezza, la tecnologia nella sua esponenziale perfezione. A differenza di altre storie che raccontano il progresso e la tecnologia stessa con accezione negativa, in questo caso la Monolith è semplicemente uno strumento, volto a soddisfare il bisogno di sicurezza totale.

La tecnologia come strumento

L’automobile quindi non è la perfida macchina che intrappola il bambino, ma un’esecutrice di ordini preimpostati, nonostante la sua intelligenza artificiale si chiami come la creatura demoniaca di lovecraftiana memoria: Lilith. La tecnologia quindi è progettata per essere utile e infallibile, ma in mano a chi non ha le competenze per gestirla, l’auto diventa la prigione perfetta. Ogni errore che viene commesso nel percorso del racconto è da imputare alla protagonista, perfetto esempio di utente poco informato, non all’altezza dello strumento che le viene messo tra le mani.

Monolith però racconta anche la difficoltà di essere madre: Sandra, interpretata da Katrina Bowden, è una ex pop star che ha rinunciato ancora molto giovane al successo e alla carriera per sposarsi e avere un bambino. Le insicurezze sulle presunte infedeltà del marito, l’impaccio con cui affronta il viaggio in macchina con suo figlio, che la chiama per nome, non ‘mamma’, costruiscono una donna dubbiosa, che non si sente all’altezza del compito, anche stupida, in molte circostanze, che si aggrappa però a tutto ciò che può per salvare suo figlio dalla trappola mortale che diventa l’automobile.

La cronaca nera

E così sono inevitabili i richiami alla cronaca, ovvero a quei casi di genitori che dimenticano i bambini piccoli in macchina, con conseguenze terribili, e altrettanto inevitabile il collegamento con le critiche, facili, populiste, cattive, che si levano contro questi disgraziati, considerati inadatti al ruolo di genitore dal senso comune.

La storia, scritta dallo stesso Silvestrini, con Mauro Uzzeo, Stefano Sardo e Elena Bucaccio, tocca diverse regioni tematiche senza mai però diventare un film che parla di un solo argomento, dal momento che il fine ultimo è l’intrattenimento dello spettatore. Fine che, soprattutto nella seconda parte e nella risoluzione della prova, viene raggiunto senza dubbio.

La regia di Silvestrini

Monolith però rivela le sue debolezze: le doti della Bowden non sono all’altezza del personaggio, tranne quando le inquadrature di Silvestrini ne mettono in risalto il fisico slanciato; la prima parte del racconto è diluita, volta a strutturare il personaggio ma blanda nei ritmi e, registicamente, la gestione dello spazio nell’abitacolo della vettura appare impacciata.

Nella seconda metà del film, da una parte, Silvestrini insiste sul primo piano per creare la connessione con lo spettatore e la protagonista, dall’altra gioca con grande destrezza, e con risultati più felici, sulle inquadrature che coinvolgono lo spazio e gli scenari naturali: il deserto, bello e terribile, in mezzo al quale l’automobile, e con lei i passeggeri, rimane bloccata. E un blocco granitico, nero e minaccioso, immobile in mezzo a un deserto, non può non far pensare a un illustre precedente monolite, che ha scritto la storia del cinema.

Monolith palesa una difficoltà produttiva costretta tra compromessi e budget, ma a suo modo è simbolo di coraggio del racconto, una felice anomalia nel cinema italiano, un progetto che ci auspichiamo possa essere un apripista per narratori ambiziosi.

Monolith in prima tv su Sky Cinema Uno HD, mercoledì 29 novembre

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Monolith in prima tv su Sky Cinema Uno HD, mercoledì 29 novembre

Monolith, la produzione originale Sky Cinema e Lock & Valentine, coprodotta da Sergio Bonelli editore, diretta da Ivan Silvestrini, con Katrina Bowden e tratta da un soggetto di Roberto Recchioni, arriva in prima tv su Sky Cinema Uno HD mercoledì 29 novembre alle 21.15, disponibile anche su Sky Go e Sky Go On Demand nella collezione “In trappola!”.

Sandra (Katrina Bowden, 30 Rock, Ugly Betty, New Girl) resta chiusa fuori dalla sua Monolith, la macchina più sicura al mondo, costruita per proteggere i propri cari da qualsiasi minaccia. Suo figlio David è rimasto al suo interno, ha solo due anni e non può liberarsi da solo. Intorno a loro il deserto, per miglia e miglia. Sandra deve liberare il suo bambino, deve trovare il modo di aprire quella corazza di acciaio, ed è pronta a tutto, anche a mettere a rischio la sua stessa vita. Il calar della notte porterà il buio, il sorgere del sole trasformerà l’automobile in una fornace. Sandra ha poco tempo a disposizione e questa volta può contare solo sulle proprie forze. Sperduta nel nulla, con possibilità di riuscita praticamente nulle, alla mercé di animali feroci e senz’acqua…il coraggio di una madre riuscirà ad avere la meglio sulla Monolith?

Tratto da un soggetto di Roberto Recchioni (curatore di Dylan Dog e co-creatore di Orfani), il film è stato sviluppato in parallelo all’omonima graphic novel edita da Sergio Bonelli Editore, scritta dallo stesso Recchioni e Mauro Uzzeo – che per Monolith veste anche i panni dello sceneggiatore, e illustrata da Lorenzo “LRNZ” Ceccotti, production designer della pellicola.

Monolith recensione del film di Ivan Silvestrini

Il regista del film, Ivan Silvestrini ha dichiarato: “Monolith è una storia che indaga sul nostro rapporto con una tecnologia iperprotettiva, che si sostituisce sempre più a noi nelle nostre scelte. Come un ventre oscuro, la Monolith protegge il bambino di Sandra, da tutto e da tutti, persino da lei. Da sceneggiatore dovrei definire questo film un thriller psicologico, ma da padre non posso che trovarlo un vero e proprio horror. E in ogni fase della sua realizzazione, dalla scrittura alle riprese, non riuscivo a togliermi dalla testa la domanda: cosa farei se capitasse a me e mio figlio? Amo le storie che sanno rivelare un movimento interiore attraverso un accadimento esteriore. La situazione estrema in cui si trova la protagonista di questo film la costringe a confrontarsi con il suo lato più oscuro, con le innominabili pulsioni che ogni genitore affronta nei primi anni di vita di un bambino, e la vittoria della donna sulla macchina è possibile solo attraverso il cambiamento e l’accettazione di una nuova forma d’amore e abnegazione. Realizzare questo film è stata davvero un’impresa epica”.

Nel cast figurano anche Damon Dayoub, Brandon Jones, Ashley Madekwe, Jay Hayden e per la prima volta sullo schermo Nixon And Crew Hodges. 

Monolith è disponibile su Sky Go e Sky On Demand anche nella collezione IN TRAPPOLA!, insieme a titoli come ATM – TRAPPOLA MORTALE, PRESSURE, CAPTIVITY, OPEN WATER, SAW – L’ENIGMISTA, TOWER BLOCK, TRAPPOLA IN FONDO AL MARE 2, CREEP – IL CHIRURGO.

Mauro Uzzeo, sceneggiatore di Monolith, racconta: film, fumetto, tecnologia e futuro della Bonelli

Monkey Man: trailer del debutto alla regia di Dev Patel

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Monkey Man: trailer del debutto alla regia di Dev Patel

Universal Pictures ha diffuso il trailer ufficiale di Monkey Man, il thriller d’azione diretto protagonista candidato all’Oscar Dev Patel (Lion – La strada verso casa, The Millionaire) che realizza un sorprendente debutto alla regia con un thriller d’azione che racconta la ricerca di vendetta di un uomo contro i leader corrotti che hanno ucciso sua madre e continuano a vittimizzare sistematicamente i poveri e i deboli.

Ispirato alla leggenda di Hanuman, simbolo di forza e coraggio, Monkey Man vede Patel nei panni di Kid, un giovane anonimo che si guadagna da vivere in un fight club clandestino dove, notte dopo notte, indossando una maschera da gorilla, viene picchiato a sangue da lottatori più famosi in cambio di denaro.

Dopo anni di rabbia repressa, Kid scopre un modo per infiltrarsi nell’enclave della sinistra élite della città. Mentre il suo trauma infantile ribolle, le sue mani misteriosamente sfregiate scatenano una esplosiva ondata di vendetta per regolare i conti con gli uomini che gli hanno tolto tutto.

Ricco di emozionanti e spettacolari scene di combattimento e inseguimento, Monkey Man è diretto da Dev Patel a partire dalla sua storia originale e dalla sua sceneggiatura con Paul Angunawela e John Collee (Master & Commander: Sfida ai confini del mare).

Il cast internazionale del film comprende Sharlto Copley (District 9), Sobhita Dhulipala (Made in Heaven), Pitobash (Million Dollar Arm), Vipin Sharma (Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio), Ashwini Kalsekar (Ek Tha Hero), Adithi Kalkunte (Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio), Sikandar Kher (Aarya) e Makarand Deshpande (RRR). Monkey Man è prodotto da Dev Patel, Jomon Thomas (Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio, L’uomo che vide l’infinito), il premio Oscar Jordan Peele (Nope, Scappa – Get Out), Win Rosenfeld (Candyman, serie Hunters), Ian Cooper (Nope, Noi), Basil Iwanyk (John Wick, Sicario), Erica Lee (John Wick, Silent Night – Il silenzio della vendetta), Christine Haebler (Shut In, Bones of Crows) e Anjay Nagpal (produttore esecutivo di Bombshell – La voce dello scandalo, Greyhound – Il nemico invisibile).

I produttori esecutivi sono Jonathan Fuhrman, Natalya Pavchinskya, Aaron L. Gilbert, Andria Spring, Alison-Jane Roney e Steven Thibault. Universal Pictures presenta una produzione Bron Studios, un film Thunder Road, una produzione Monkeypaw, una produzione Minor Realm/S’Ya Concept, in associazione con WME Independent e Creative Wealth Media.

Monkey Man: recensione del debutto alla regia di Dev Patel

Monkey Man: recensione del debutto alla regia di Dev Patel

Azione, revenge movie, critica sociale e Bollywood si mescolano in un solo film, al cinema dal 4 aprile. Distribuito da Universal Pictures, arriva in sala Monkey Man, atteso debutto alla regia di Dev Patel, volto noto a tutti sin dai tempi del The Millionaire che per l’occasione passa dietro la macchina da presa con un thriller d’azione non proprio classico – ispirato alla leggenda indiana di Hanuman – che lo vede tra i produttori, insieme al Premio Oscar Jordan Peele. Oltre che tra gli sceneggiatori, con Paul Angunawela e John Collee (Master & Commander: Sfida ai confini del mare), e tra i protagonisti, insieme a Sharlto Copley (District 9), Sobhita Dhulipala (Made in Heaven), Pitobash (Million Dollar Arm), Vipin Sharma (Attacco a Mumbai) e Sobhita Dhulipala.

Monkey Man, trama

Difficile definire “protagonista” il giovane senza nome che vediamo combattere sul ring di un fight club clandestino per guadagnarsi da vivere. Un corpo senza volto, nascosto da una maschera da scimmia, che il proprietario del Tiger Temple sfrutta come vittima designata per lottatori più forti e più famosi in nome dello spettacolo. Un inferno che si ripete, notte dopo notte, in attesa di una occasione, per ottenere una vendetta insperata più che una quasi impossibile svolta, quella che il giovane aspetta da tempo, da quando dei crudeli uomini corrotti che hanno ucciso sua madre e continuano a vittimizzare sistematicamente i poveri e i deboli del suo Paese. Quella che sembra concretizzarsi quando, dopo anni di rabbia repressa, il nostro ‘eroe’ scopre un modo per infiltrarsi nell’enclave della sinistra élite della città e scatenare una esplosiva ondata di vendetta per regolare i conti con chi gli ha tolto tutto.

Monkey Man, né The Raid né John Wick

Un uomo vestito di nero accarezza un cane, lo nutre, gli si affeziona, poi, quello stesso uomo vestito di nero scatena l’inferno, in un crescendo di violenza nel quale avanza mietendo vittime nei modi più coloriti e fantasiosi… Impossibile non pensare all’ormai celebre John Wick (che con intelligenza viene esplicitamente citato) o all’inarrivabile The Raid seguendo la parabola del povero protagonista dell’esordio alla regia di Dev Patel, un pastiche – o pasticcio – che gli appassionati del genere apprezzeranno molto, ma con dentro qualcosa di più del solito: delle differenze.

Nella forma, nella sostanza, nella premessa e nella conclusione, tanto per sintetizzare. E per non trascurare i meriti di Patel, che pur con qualche distrazione o sbandamento si presenta con una prova notevole, soprattutto dal punto di vista dell’impegno, messo in ogni aspetto della realizzazione, dalla produzione alla sceneggiatura, fino alla regia e all’interpretazione (stunt e lesioni comprese), ma soprattutto per la conoscenza e consapevolezza dello strumento e dei mezzi con cui raggiungere il risultato voluto.

Una storia di rivalsa e giustizia, più che un Revenge Movie

Che, come dicevamo, non è esente da appunti, soprattutto per il tentativo di mettere troppa carne al fuoco, anche in una storia atipica – per il nostro mercato o rispetto ai prodotti cui siamo abituati – come questa. Monkey Man è una storia di rivalsa più che di vendetta, nella quale le questioni sociali e civili sostengono la ragione principale che anima il lottatore con la maschera da scimmia. Un signor nessuno, pronto e abituato a fare i lavori che nessuno vuole, a sanguinare e a portare su di sé i segni del dolore provato, senza nasconderli, più per il disinteresse altrui che per altro.

Un signor nessuno che non ambisce a diventare qualcuno, quanto semmai a restituire il potere al popolo, dei diseredati, dei paria, oggi vittime della Gig economy, trans, omosessuali e discriminati di ogni sorta. Ed è sicuramente forte l’influenza delle radici indiane, di un Paese dove classi e diritto divino sono parte di una cultura millenaria di generazioni, tanto nel tentativo di restituire dignità a certe categorie, quanto nella costruzione di certe scene di combattimento, figlie del cinema di Bollywood più classico, purtroppo almeno in un caso scimmiottato in maniera confusa invece che reso con la fubizia che ci aveva mostrato il RRR del 2022.

Confuso, diseguale e folcloristico, ma esplosivo

Doveva essere parecchio che il buon Dev covava questo desiderio, forse certa rabbia, e che si era stufato di fare “l’indiano” in qualche maniera, e queste sono le conseguenze: una curiosa combinazione di cliché e istanze personali, nella quale non sempre è facile conservare un equilibrio, nella quale il ritmo è inevitabilmente diseguale, a tratti compresso, a tratti spiazzante (soprattutto nella parte centrale, nella quale si ‘inciampa’ e che allenta la tensione), spesso portato avanti per immagini giustapposte (che in compenso aiutano a evitare i danni fatti dagli sceneggiatori di titoli analoghi) o per l’intervento di personaggi secondari, a turno fatti emergere dallo sfondo senza esser particolarmente presentati o curati.

Certo, non una storia alla quale chiedere verosimiglianza – per quanto la sua anima ‘ribelle’ grondi realtà – anche per certi eccessi al limite del folcloristico e una cura visiva esagerata. Che fa sì che l’Uomo Scimmia non sanguini mai in volto nonostante pestaggi da carcere, restando sempre fascinoso e scarmigliato ad hoc, non mostri nemmeno un occhio tumefatto dopo esser stato colpito da una mazza ferrata, o – nella canonica mezz’ora finale di ultraviolenza – non ci sia nessuno, in una struttura piena di agenti di sicurezza e guardie del corpo, che spari al “terrorista” di turno. Come viene definito il nostro, non a caso, tanto per citare anche la facilità con cui si bolla chi va contro il sistema, l’ingiustizia o il pensiero comune – nel film quello del partito supremo – e per aggiungere agli altri un implicito monito a evitare l’uniformità di pensiero, di visione, di giudizio dilagante.

Monkey Man: la spiegazione del finale del film di Dev Patel

Monkey Man: la spiegazione del finale del film di Dev Patel

Il finale di Monkey Man (leggi qui la recensione), esordio alla regia di Dev Patel, chiude il percorso del protagonista con una violenza che non si limita alla dimensione fisica, ma si allarga a una riflessione più ampia sul potere, sulla rivolta e sulla possibilità di sopravvivere alla propria stessa missione. Il film costruisce la sua tensione come un revenge movie classico, ma lo rielabora attraverso un immaginario politico e mitologico che sposta continuamente il senso della vendetta verso qualcosa di più collettivo e simbolico.

Quando Kid arriva allo scontro finale con Rana Singh e Baba Shakti, la narrazione non sta più raccontando soltanto la storia di un uomo che cerca giustizia per la madre uccisa. Sta mostrando il punto di rottura di un sistema in cui violenza istituzionale, corruzione religiosa e controllo politico si intrecciano in modo quasi indistinguibile. Il finale diventa così il momento in cui la vendetta individuale si trasforma in detonatore sociale, lasciando però aperta una domanda centrale: cosa resta di un uomo quando ha distrutto tutto ciò che lo definiva?

Monkey Man di Dev Patel tra revenge movie e mitologia politica contemporanea: il contesto autoriale e il genere che riscrive John Wick in chiave sociale

Monkey Man finale film

Monkey Man si inserisce in un filone preciso del cinema d’azione contemporaneo, quello del revenge thriller fisico e immersivo che ha trovato in John Wick il suo modello più evidente. Tuttavia Dev Patel, alla sua prima regia, sposta l’asse del genere verso un territorio diverso, meno interessato alla geometria coreografica del combattimento e più focalizzato sulla stratificazione politica e culturale della violenza.

Il protagonista, interpretato dallo stesso Patel, è un outsider senza nome definito, indicato come Kid, costruito come figura liminale tra umano e archetipo. Non appartiene a una saga, ma si muove come se fosse già parte di una mitologia esistente, chiaramente ispirata alla figura di Hanuman, divinità scimmiesca della tradizione induista. Questo elemento non è decorativo, ma strutturale: il film utilizza il mito per tradurre la rabbia sociale in linguaggio epico.

Il contesto urbano in cui si muove Kid è dominato da due poli di potere, quello criminale di Rana Singh e quello pseudo-spirituale di Baba Shakti. Il loro dominio non è soltanto economico, ma culturale, perché controllano narrazione, fede e accesso alla sopravvivenza materiale. Patel costruisce quindi un mondo in cui la vendetta non è mai puramente personale, ma si inserisce in una struttura di dominio che si autoalimenta.

La regia sceglie un approccio viscerale, spesso sporco, in cui la macchina da presa non osserva la violenza dall’esterno ma la attraversa insieme al protagonista. Questo contribuisce a trasformare Monkey Man in un’opera che oscilla tra cinema d’azione e allegoria politica, senza mai stabilizzarsi completamente in uno dei due registri.

La spiegazione del finale di Monkey Man: la morte di Rana e Baba Shakti, il corpo di Kid e l’ambiguità della sua sopravvivenza

Dev Patel in Monkey Man

Lo scontro finale segna il compimento della traiettoria di Kid. Dopo aver attraversato livelli sempre più profondi della struttura criminale, il protagonista arriva prima a Rana Singh, figura legata direttamente all’omicidio della madre, e poi a Baba Shakti, rappresentazione del potere spirituale corrotto. Entrambi vengono uccisi, ma la loro morte non ha lo stesso significato narrativo.

La morte di Rana è un atto di chiusura emotiva. È il momento in cui la vendetta personale trova il suo compimento, attraverso un combattimento brutale che mostra un Kid ormai trasformato dalla violenza subita e agita. Non c’è catarsi nel senso classico del termine, ma una saturazione del dolore che si traduce in annientamento.

Baba Shakti invece rappresenta un livello diverso. La sua uccisione non è soltanto la fine di un individuo, ma un gesto che colpisce un’intera rete di potere religioso e politico. Il film insiste su questo punto: la sua morte destabilizza un equilibrio, crea vuoti, produce conseguenze che vanno oltre la vicenda del protagonista.

È proprio dopo questo secondo omicidio che il film introduce la frattura decisiva. Kid, ferito gravemente, crolla al suolo. Il suo corpo diventa il luogo in cui si chiude la logica della vendetta. Tuttavia, il film non mostra mai in modo definitivo la sua morte. La scelta di interrompere la sequenza con un flashback legato alla madre apre una sospensione interpretativa.

Questa ambiguità è fondamentale. Kid potrebbe morire come conseguenza naturale del suo percorso, oppure sopravvivere grazie all’intervento delle figure che lo hanno sostenuto, come Sita e il gruppo hijra. Il film rifiuta una conclusione univoca perché ciò che conta non è la sopravvivenza biologica, ma la persistenza del gesto politico che ha messo in atto.

Monkey Man e i suoi simboli: vendetta, corpo ferito e la trasformazione del mito di Hanuman

monkey man recensione

La dimensione simbolica del film si costruisce attorno a tre nuclei principali: il corpo del protagonista, la figura del potere religioso e la comunità marginalizzata che lo accompagna. Kid non è mai semplicemente un uomo, ma un corpo in trasformazione, costantemente segnato da ferite che diventano linguaggio narrativo.

Il riferimento al mito di Hanuman è centrale perché consente al film di costruire una figura che non appartiene completamente alla realtà. Come Hanuman, Kid è un essere che attraversa la sofferenza senza esserne definitivamente annientato. La sua eventuale “morte” non chiude il significato del personaggio, ma lo trasforma in simbolo.

Baba Shakti rappresenta invece la distorsione del sacro. Non è solo un antagonista, ma una struttura ideologica che utilizza la fede come strumento di controllo politico ed economico. La sua caduta non è soltanto una vendetta, ma una rottura dell’ordine simbolico che legittima la disuguaglianza.

Sita e il gruppo hijra introducono un ulteriore livello interpretativo. Non sono semplici alleati, ma una comunità marginalizzata che diventa soggetto attivo del conflitto. La loro presenza sposta il film da una logica individuale a una dimensione collettiva della resistenza, dove la sopravvivenza non è mai isolata ma condivisa.

La trasformazione di Sita e la dimensione politica della ribellione in Monkey Man

Uno degli elementi più significativi del finale è il cambiamento di Sita, che passa da una posizione di passività a un ruolo attivo nello scontro. La sua evoluzione non è improvvisa, ma il risultato di una progressiva esposizione alla possibilità della resistenza.

Sita incarna la logica del trauma normalizzato, quella condizione in cui la violenza sistemica viene interiorizzata fino a sembrare inevitabile. La presenza di Kid rompe questa inerzia. Non perché lui rappresenti una soluzione, ma perché dimostra che la reazione è ancora possibile.

Il suo gesto finale, combattere contro Rana e sostenere Kid, non è una semplice alleanza narrativa. È un atto di rottura simbolica con l’idea che il potere sia immutabile. In questo senso, il film costruisce una dialettica tra rassegnazione e insurrezione che attraversa ogni personaggio.

Cosa significa davvero il finale e perché apre a un possibile sequel

Monkey Man

Il finale di Monkey Man non chiude il racconto in senso tradizionale, ma lo sospende in una zona ambigua. La possibile sopravvivenza di Kid non è solo una questione narrativa, ma una scelta che riguarda la funzione del personaggio all’interno del sistema simbolico del film.

Se Kid è morto, allora il film diventa una parabola chiusa sulla distruzione reciproca tra individuo e sistema. Se invece è vivo, la sua sopravvivenza apre a una prosecuzione del conflitto, ma su un piano diverso, meno personale e più strutturale. In entrambi i casi, il punto centrale non è la sua fine, ma ciò che la sua azione ha già modificato.

La distruzione di figure come Baba Shakti e Rana non elimina il sistema, ma lo destabilizza. Il potere sopravvive come struttura, ma perde alcune delle sue incarnazioni principali. Questo crea lo spazio per una possibile prosecuzione narrativa, in cui Kid diventerebbe non più soltanto vendicatore, ma figura ricercata, simbolo di una minaccia sistemica.

Un eventuale sequel, infatti, non potrebbe più funzionare come storia di vendetta personale. Dovrebbe confrontarsi con la trasformazione del protagonista in mito vivente, con tutte le implicazioni politiche che questo comporta. La sua identità non sarebbe più segreta, ma pubblica, esposta, politicizzata.

In questo senso, Monkey Man chiude lasciando aperta una domanda più ampia sulla natura della giustizia. Il film non suggerisce che la vendetta risolva il conflitto, ma che lo renda visibile. E nel renderlo visibile, lo rende anche irreversibile.

Monkey Man: il nuovo trailer dell’esordio alla regia di Dev Patel

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Universal Pictures ha diffuso il nuovo trailer ufficiale di Monkey Man, il thriller d’azione diretto protagonista candidato all’Oscar Dev Patel (Lion – La strada verso casa, The Millionaire) che realizza un sorprendente debutto alla regia con un thriller d’azione che racconta la ricerca di vendetta di un uomo contro i leader corrotti che hanno ucciso sua madre e continuano a vittimizzare sistematicamente i poveri e i deboli.

Ispirato alla leggenda di Hanuman, simbolo di forza e coraggio, Monkey Man vede Patel nei panni di Kid, un giovane anonimo che si guadagna da vivere in un fight club clandestino dove, notte dopo notte, indossando una maschera da gorilla, viene picchiato a sangue da lottatori più famosi in cambio di denaro.

Dopo anni di rabbia repressa, Kid scopre un modo per infiltrarsi nell’enclave della sinistra élite della città. Mentre il suo trauma infantile ribolle, le sue mani misteriosamente sfregiate scatenano una esplosiva ondata di vendetta per regolare i conti con gli uomini che gli hanno tolto tutto.

Ricco di emozionanti e spettacolari scene di combattimento e inseguimento, Monkey Man è diretto da Dev Patel a partire dalla sua storia originale e dalla sua sceneggiatura con Paul Angunawela e John Collee (Master & Commander: Sfida ai confini del mare).

Il cast internazionale del film comprende Sharlto Copley (District 9), Sobhita Dhulipala (Made in Heaven), Pitobash (Million Dollar Arm), Vipin Sharma (Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio), Ashwini Kalsekar (Ek Tha Hero), Adithi Kalkunte (Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio), Sikandar Kher (Aarya) e Makarand Deshpande (RRR). Monkey Man è prodotto da Dev Patel, Jomon Thomas (Attacco a Mumbai – Una vera storia di coraggio, L’uomo che vide l’infinito), il premio Oscar Jordan Peele (Nope, Scappa – Get Out), Win Rosenfeld (Candyman, serie Hunters), Ian Cooper (Nope, Noi), Basil Iwanyk (John Wick, Sicario), Erica Lee (John Wick, Silent Night – Il silenzio della vendetta), Christine Haebler (Shut In, Bones of Crows) e Anjay Nagpal (produttore esecutivo di Bombshell – La voce dello scandalo, Greyhound – Il nemico invisibile).

I produttori esecutivi sono Jonathan Fuhrman, Natalya Pavchinskya, Aaron L. Gilbert, Andria Spring, Alison-Jane Roney e Steven Thibault. Universal Pictures presenta una produzione Bron Studios, un film Thunder Road, una produzione Monkeypaw, una produzione Minor Realm/S’Ya Concept, in associazione con WME Independent e Creative Wealth Media.

Monica: trailer del film di Andrea Pallaoro

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Monica: trailer del film di Andrea Pallaoro

Arthouse ha diffuso il trailer di Monica, il film di Andrea Pallaoro presentato in concorso alla 79 Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia e in arrivo al cinema dal 1 dicembre.  Nel cast protagonisti Trace Lysett, Patricia Clarkson, Emily Browning, Joshua Close, Adriana Barraza.

Monica torna a casa per la prima volta dopo una lunga assenza. Ritrovando sua madre e il resto della sua famiglia, da cui si era allontanata da adolescente, intraprende un percorso nel suo dolore e nelle sue paure, nei suoi bisogni e nei suoi desideri fino a scoprire dentro di sé la forza per guarire le ferite del proprio passato. Il ritratto intimo di una donna che esplora i temi universali dell’abbandono e dell’accettazione, del riscatto e del perdono.

Negli ultimi anni, il confronto con la malattia di mia madre mi ha portato a riflettere sul mio passato e sugli effetti psicologici dell’abbandono. A partire da questa esperienza ho voluto raccontare una storia che esplorasse la complessità della dignità umana, le conseguenze profonde del rifiuto e le difficoltà nel guarire le proprie ferite. Attraverso un linguaggio cinematografico che prende forma da un costante dialogo tra l’estetica dell’intimità e dell’alienazione, in bilico tra l’interiorità della protagonista e il mondo che la circonda, i miei collaboratori ed io ci siamo addentrati nel mondo emotivo e psicologico di Monica per riflettere sulla natura precaria dell’identità di ciascuno di noi quando è messa alla prova dalla necessità di sopravvivere e trasformarsi.  Andrea Pallaoro

Monica è un film di Andrea Pallaoro, scritto da Andrea Pallaoro e Orlando Tirado, fotografia Katelin Arizmendi, montaggio Paola Freddi, scenografia Andrew Clark, costumi Patrik Milani, suono Mirko Perri.  Prodotto da Gina Resnick, Christina Dow, Eleonora Granata Jenkinson, Andrea Pallaoro, coprodotto da Marina Marzotto, Mattia Oddone, Riccardo Di Pasquale,Gabriele Oricchio, Antonio Adinolfi, Giorgia Lo Savio.

Una produzione Varient Entertainment, Solo Five Production, Melograno Films in coproduzione con Propaganda Italia, Fenix Entertainment con Rai Cinema e Alacran Pictures, in associazione con 039 Albedo, The Exchange, Cinetrain e Hudson Entertainment Group, con il supporto di MiC – Direzione Generale Cinema e audiovisivo.

Monica: recensione del film di Andrea Pallaoro

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Monica: recensione del film di Andrea Pallaoro

Dopo il 2017, Andrea Pallaoro torna in Concorso a Venezia 79 con Monica, un racconto molto intimo di una donna trans che fa i conti con la sua vita passata.

La protagonista torna a casa per la prima volta dopo una lunga assenza. Ritrovando sua madre e il resto della sua famiglia, da cui si era allontanata da adolescente, intraprende un percorso nel suo dolore e nelle sue paure, nei suoi bisogni e nei suoi desideri fino a scoprire dentro di sé la forza per guarire le ferite del proprio passato. Il ritratto intimo di una donna che esplora i temi universali dell’abbandono e dell’accettazione, del riscatto e del perdono.

Già con Hannah, Andrea Pallaoro aveva raccontato la storia di una donna che provava a scendere a patti con una nuova realtà, in questa nuova intima storia, il regista segue la protagonista, interpretata da una splendida Trace Lysette, mentre cerca di riconnettersi con quello che è stata in una vita precedente. Letteralmente. Dopo tanti anni lontana da casa, la donna torna indietro per assistere la madre malata e qui si scontra con ciò che era, una creatura a disagio nel suo corpo. 

Monica, la riappropriazione del passato

Il racconto della transessualità in Monica è originale e delicato, preso da un punto di vista insolito. Al regista non interessa tanto il processo di transizione del corpo della protagonista, quanto la trasformazione della percezione di sé nello specchio degli altri, e non altri qualsiasi, ma la sua famiglia dei sangue: suo fratello e sua madre.

Il percorso di Monica è doloroso, è sofferto, ma è anche molto consapevole. Forte della sua identità conquistata con fatica, la donna si espone al giudizio e al rifiuto, trovando dall’altra parte invece curiosità e, dopo, accoglienza. 

Pallaoro accompagna questo processo con discrezione, osservando da vicinissimo la sua protagonista, senza invaderne mai gli spazi ma rimanendole sempre accanto, come un amico o un confidente, qualcuno che è dalla sua parte, sempre. L’occhio della macchina da presa vuole bene a Monica e la accarezza e la incoraggia ogni volta che può.

Misurata e naturale l’interpretazione di Lysette, che ha incantato il Lido e che, al momento, sembra la favorita per la Coppa Volpi, premio che, nel caso, sarebbe epocale nella storia della Mostra. Che dopotutto quest’anno è più Queer che mai, con le sue storie e i suoi film. Ed era anche ora.

Al di là di questo aspetto preciso, però, Monica è anche una storia di ritorno e di accoglienza, di identità rispetto a ciò che gli altri vedono e sentono rispetto al nostro io. Un viaggio nella percezione di sé attraverso gli occhi di chi dovrebbe amarci incondizionatamente. 

Monica Vitti: 10 cose che non sai sull’attrice italiana

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Monica Vitti è une delle attrici italiane che ha fatto innamorare tutti con la sua comicità. Versatile e dal talento unico, ha dato vita alle tante donne diverse dell’Italia. Fuori dai canoni dell’epoca, la Vitti si è fatta valere per le sue doti recitative, sia drammatiche che comiche, in un’epoca in cui le donne che affrontavano la comicità erano davvero poche.

Ecco dieci cose che, forse non sapevate, su Monica Vitti.

Monica Vitti: tra infanzia e studi

1. Un’infanzia segnata dalla guerra. Maria Luisa Ceciarelli, questo il vero nome della Vitti, è nata il 3 novembre del 1931 a Roma da padre romano e madre bolognese. La passione per l’arte teatrale le arriva da bambina, mentre c’era in corso la seconda guerra mondiale. Per cercare di distrarre i suoi fratelli più piccoli, si metteva a giocare con i burattini e, così facendo, riusciva a fargli vivere il meno possibile gli orrori di quel periodo.

2. Monica Vitti si è diplomata all’Accademia di arte drammatica. La Vitti ottiene il diploma all’Accademia Nazionale, che ai tempi era diretta da Silvio D’Amico. Una volta imparate le regole base, comincia a interpretare diversi personaggi, dimostrando di essere molto capace, eclettica e di avere una certa vena comica. Il suo maestro Sergio Tofano, con cui allestisce commedia circa il personaggio di Bonaventura, le consiglia di acquisire un nome d’arte. Se il nome è stata una scelta casuale e data dall’assonanza, il cognome lo deve a quello della madre. Infatti, Monica decise di abbreviare il cognome della madre, che era morta quando lei era bambina, da Vittiglia a Vitti.

Monica Vitti: i suoi film

3. Un’anima divisa tra cinema e teatro. Se a teatro debutta nel 1956 con l’Amleto, al cinema è un’altra storia. Dopo aver partecipato a qualche pellicola comica di secondo piano, all’inizio degli anni Sessanta la Vitti viene notata da Michelangelo Antonioni. Il regista la rende protagonista in film come L’avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962) e Deserto Rosso (1964). Il suo talento e la sua versatilità emergono anche in La ragazza con la pistola (1968) e Dramma della gelosia – Tutti i particolari in cronaca (1970). Ormai celebre recita anche in Noi donne siamo fatte così! (1971), Polvere di stelle (1973), L’anatra all’arancia (1975), L’altra metà del cielo (1977), Amori miei (1978), Il mistero di Oberwald (1980), Non ti conosco più amore (1980), Camera d’albergo (1981), Il tango della gelosia (1981), Io so che tu sai che io so (1982), Flirt (1983) e Francesca è mia (1986).

4. È stata anche doppiatrice. Oltre a prestare la sua bellezza, il suo talento e il suo volto al cinema, Monica Vitti ha lavorato, anche se saltuariamente, come doppiatrice. Infatti presta la sua voce al personaggio Ascenza nel film Accattone di Pasolini. In seguito è la voce di Rossana Rory ne I soliti ignoti di Monicelli e di Dorian Gray nel film Il grido di Antonioni. Durante la sua carriere inoltre presta la voce alla cagnolina Dalila nel film Senti chi parla adesso! del 1993 sostituendo la voce di Diane Keaton nella versione originale.

Monica Vitti: oggi

4. Il debutto alla regia e il Leone d’oro. Nel 1990 la Vitti debutta alla regia con Scandalo Segreto, lo scrive e lo interpreta. Inoltre, ha scritto anche altri due film: Flirt e Francesca è mia. Nel 1995 è stata insignita del Leone d’oro alla carriera alla Mostra del cinema di Venezia. Negli stessi anni ha continuato a lavorare per la tv con la miniserie Ma tu mi vuoi bene?, recitando al fianco di Johnny Dorelli, fa parte anche del cast di Domenica In tra il 1993 e il 1994 e doppia Diane Keaton in Senti chi parla adesso! (1993).

5. L’ultima apparizione nel 2002. Dalla fine degli anni ’90, Monica ha cominciato a diradare sempre più le sue apparizioni pubbliche. Nel 2000 presenzia ai festeggiamenti degli 80 anni di Alberto Sordi e celebra il Giubileo insieme a tanti suoi colleghi. Si presenta anche insieme ai premiati del David di Donatello del 2001 e la sua ultima apparizione risale al 2002. Nel marzo di quell’anno, infatti, partecipa alla premiere italiana dello spettacolo Notre-Dame de Paris.

Monica Vitti Roberto Russo

Monica Vitti e la malattia

6. Monica Vitti è affetta da una malattia degenerativa. Non sono mai rese pubbliche delle notizie specifiche che dicano di che tipo di malattia soffra l’attrice, probabilmente per non dare adito a speculazioni. Di ciò si sa solo che è affetta da diversi anni da una malattia degenerativa, simile all’Alzheimer. Ma non per questo il mondo del cinema e non solo l’ha dimenticata: ogni anno ne viene celebrato il compleanno con tutto l’affetto che merita.

7. Le speculazioni sul suo male. Diverse volte è stata annunciata la notizia tale per cui l’attrice italiana sia ricoverata in una clinica svizzera. Il fatto triste è che il marito Roberto Russo ha dovuto rompere il muro di silenzio e riservatezza per smentire questa falsa ed insistente notizia. Monica vive a Roma e, circondata dai suoi affetti, è assistita dal marito e da una badante.

Monica vitti e il marito Roberto Russo

8. Roberto Russo è uno dei suoi amori più grandi. Nel corso della sua vita, la Vitti ha rubato il cuore di molti italiani, ma ne ha fatti suoi solo pochi, vivendo grandi storie d’amore. La prima è stata quella con Michelangelo Antonioni, durata per pochi anni e vissuta intensamente: il regista rimase subito folgorato dalla sua bellezza e dal suo carattere ironico, vedendola come propria musa ispiratrice. Un’altra storia d’amore importante l’ha avuta con Carlo di Palma, direttore della fotografia e anche regista. Nel 2000, invece, dopo 27 anni di fidanzamento ha sposato il fotografo e regista Robert Russo.

Monica Vitti: età

9. Non è mai stata dimenticata. Nonostante la Vitti non compaia più pubblicamente da oltre 15 anni, non è mai stata dimenticata. Né dai colleghi e conoscenti, né da dai propri fan. Perché la Vitti è una delle attrici più amate del cinema italiano e anche mondiale, diventando un vero modello per le attrici di oggi (come per Helen Mirren). E così, tra mostre e manifestazioni si trova sempre il modo di omaggiarla e a ragione.

10. Un modello di imperfezione. Per i canoni dell’epoca, la Vitti non era considerata come un modello di donna perfetto. Eppure ha saputo fare virtù delle sue caratteristiche (il naso allungato, la voce roca), attirando l’attenzione di tutti per le sue qualità recitative e di donna. Ha fatto ridere milioni di italiani in un’epoca in cui le attrici comiche facevano fatica ad emergere: ha interpretato ed è stata riflesso di tutti i tipi di donna di quegli anni e anche di quelli a venire.

Fonti: IMDb, donnamoderna

Monica Scattini: 10 cose che non sai sull’attrice

Monica Scattini: 10 cose che non sai sull’attrice

Divenuta tra gli anni Ottanta e Novanta una delle più celebri caratteriste del cinema italiano, Monica Scattini era nota per aver più volte interpretato lo stereotipo della toscana benestante. Nata in realtà a Roma, l’attrice era un concentrato di talento e bontà, che uniti al suo grande carisma la rendevano un’interprete molto più valida di quanto si potesse pensare. Ricca di grandi successi e premi ricevuti, la sua carriera rimane ancora oggi un esempio per molti.

Ecco 10 cose che non sai di Monica Scattini.

Monica Scattini: i suoi film e la televisione

1. Ha recitato in noti film. L’attrice ha debuttato al cinema nel 1974 con il film Fatti di gente perbene, per poi recitare in Concorde Affaire ’79 (1979), Dancing Paradise (1982), Lontano da dove (1983), Ballando ballando (1983), La famiglia (1987), Parenti serpenti (1992), Maniaci sentimentali (1994) e Selvaggi (1995). Da quel momento inizia a recitare in note commedie come Uomini uomini uomini (1995) e Vacanze di Natale 2000 (1999). A partire dal nuovo millennio ha recitato in Scacco pazzo (2003), Lezioni di cioccolato (2007), VIP (2008), Feisbum! Il film (2009), Tutto l’amore del mondo (2010), Baci salati (2012), Una donna per amica (2014) e Prigioniero della mia libertà (2016).

2. Ha recitato anche in film internazionali. Ancora agli inizi della sua carriera, la Scattini ha avuto modo di recitare nel film Un sogno lungo un giorno (1982), diretto dal premio Oscar Francis Ford Coppola. Nel 2000 ha poi ricoperto il ruolo di Amalia Globocnik nel film Nora, interpretato da Ewan McGregor, e incentrato sulla moglie del celebre scrittore James Joyce. Nel 2009, infine, ha recitato in Nine, accanto ad attori del calibro di Daniel Day-Lewis, Penélope Cruz, Marion Cotillard e Sophia Loren.

3. Ha recitato anche in alcune serie TV. Nel corso della sua carriera l’attrice non ha mancato di recitare anche per la televisione, comparendo prevalentemente  in miniserie come Marie Curie, una femme honorable (1991), Lo zio d’America (2002), Un papà quasi perfetto (2003), Elisa di Rivombrosa (2005), Un ciclone in famiglia (2005-2008), I delitti del cuoco (2010) e Notte prima degli esami ’82 (2011). Ha poi preso parte a film televisivi come Da cosa nasce cosa (1998), I giudici – Excellent Cadavers (1999) e La signora delle camelie (2005).

4. Ha vinto diversi premi. Particolarmente apprezzata per le sue interpretazioni, la Scattini ha vinto diversi premi grazie a queste. In particolare, tra i più prestigiosi riconoscimenti ricevuti si annoverano il Nasto d’Argento alla migliore attrice non protagonista per il film Lontano da dove. Nel 1994, invece, è stata premiata, sempre come miglior attrice non protagonista, ai David di Donatello per il film Maniaci sentimentali,

Monica Scattini: la malattia e le cause della morte

5. Si è ammalata molto giovane. Come riportato dai famigliari, negli ultimi anni della sua vita l’attrice si era ammalata di tumore maligno, una malattia che ha condizionato molto la sua attività, portandola a ridurre le sue attività lavorative. La Scattini si sottopose infatti ad un ciclo di terapie volte ad eliminare il male e dopo un periodo dall’inizio di ciò la cosa sembrò arginarsi quasi del tutto, facendo sperare per il meglio.

6. È deceduta a 59 anni. Il 4 febbraio del 2015, tre giorni dopo il suo compleanno, venne diffusa la notizia che l’attrice era deceduta al Policlinico Gemelli di Roma, dove era stata ricoverata in seguito all’aggravarsi della malattia, ripresentatasi dopo un periodo di tranquillità. I funerali ebbero luogo nella Basilica di Santa Maria in Trastevere a Roma, alla commossa presenza di amici e colleghi, i quali l’hanno ricordata come un’interprete unica e una donna speciale.

Monica Scattini marito

 

Monica Scattini: i figli e il marito

7. Ha avuto una lunga relazione con un collega. Dopo un matrimonio con lo scultore Giancarlo Neri, la Scattini ha avuto una lunga relazione durata 16 anni con l’attore Roberto Brunetti, meglio noto come Er Patata. I due sono diventati una coppia nel 1995 ed hanno sempre condiviso ogni esperienza fino a quando nel 2011, improvvisamente, lui decise di porre fine alla relazione senza fornire particolari spiegazioni. La Scattini non ha avuto figli.

Monica Scattini: la sua ultima apparizione

8. Aveva da poco diretto un cortometraggio. Nel dicembre del 2014 l’attrice aveva presentato un suo primo lavoro da regista, il cortometraggio Love Sharing, da lei anche scritto e interpretato tra gli altri da Alessandro Haber, Luca Argentero, Sandra Milo ed Eugenia Costantini. Questo, accolto in modo positivo, sembrò segnare solo un primo passo verso la carriera da regista della Scattini, che tuttavia non ebbe purtroppo modo di proseguire.

9. Ha partecipato ad un noto show televisivo. Un mese prima della sua triste e prematura scomparsa, il 4 gennaio del 2015, l’attrice partecipò come concorrente al programma della Mediaset Avanti un altro!, condotto da Gerry Scotty, in quello che era uno speciale della domenica dedicato al film Vacanze di Natale a Cortina. Quella fu l’ultima apparizione pubblica dell’attrice.

Monica Scattini: età e altezza dell’attrice

10. Monica Scattini è nata il 1 febbraio del 1956 a Roma, in Italia. L’attrice era alta complessivamente 1.73 metri.

Fonte: IMDb

Monica Raymund: 10 cose che non sai sull’attrice

Monica Raymund: 10 cose che non sai sull’attrice

Attrice prevalentemente televisiva, Monica Raymund ha consolidato la propria fama recitato in alcune note serie televisive. Apprezzata tanto dal pubblico quanto dalla critica, l’attrice è attualmente alla ricerca di nuovi ruoli che possano consolidare il periodo di grande attività che sta vivendo. Ecco 10 cose che non sai di Monica Raymund.

Parte delle cose che non sai sull’attrice

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Monica Raymund: i suoi film e le serie TV

10. È nota per i suoi ruoli televisivi. Dopo aver recitato in un episodio di Law & Order: Unità speciale (2008), l’attrice diventa nota per il ruolo di Ria Torres in Lie to Me (2009-2011), dove recita accanto a Tim Roth. Successivamente viene scelta per dar vita al personaggio di Dana Lodge in The Good Wife (2011-2012), mentre ottiene popolarità recitando nel ruolo di Gabriela Dawson in Chicago Fire (2012-2019), dove recita accanto a Jesse Spencer, Taylor Kinney e Lauren German. Riprende il ruolo anche per le serie Chicago Med (2016), e Chicago P.D. (2014-2018), dove affianca gli attori Jeson Beghe, Marina Squerciati e Sophia Bush.

9. Ha recitato anche per il cinema. Sono solo due ad ora i titoli cinematografici a cui l’attrice ha preso parte. Il suo esordio avviene nel 2012 con il film La frode, dove recita accanto all’attore Richard Gere, interpretando il personaggio di Reina. Il secondo titolo è invece Brahmin Bulls (2013), dramma familiare di produzione britannica.

8. È anche regista e produttrice. Nel corso degli anni la Raymund ha dimostrato di non essere interessata solo alla recitazione. Ha infatti compiuto il passo dietro la macchina da presa per dirigere l’episodio Hell’s Kitchen di Law & Order: Unità speciale (2018), e la puntata Payback della serie FBI (2020). Ha poi ricoperto il ruolo di produttrice esecutiva dei film indie The Submarine Kid (2015) e Locating Silver Lake (2018).

Monica Raymund è su Instagram

7. Ha un account personale. L’attrice è presente sul social network Instagram con un profilo seguito da 55 persone. All’interno di questo l’attrice è solita condividere curiosità quotidiane e foto scattate in momenti di svago o nei luoghi da lei visati. Non mancano poi anche immagini promozionali dei suoi progetti da interprete.

Monica Raymund e Jesse Spencer

6. Non ha una relazione con il collega. Nella serie Chicago Fire, il personaggio ricoperto dall’attrice ha una relazione con quello interpretato da Jesse Spencer. Questa coppia è piaciuta così tanto al pubblico, che in molti hanno sperato che tra i due ci fosse qualcosa anche al di fuori del set. Tuttavia, i due attori sembrano essere impegnati in altre relazioni, e non hanno mai dato motivi di credere in una loro relazione.

Parte delle cose che non sai sull’attrice

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Monica Raymund è fidanzata?

5. È stata sposata. Nel giugno del 2011 l’attrice annuncia il matrimonio con Neil Patrick Stewart, attore e regista teatrale. La loro relazione dura tuttavia poco, e nei primi mesi del 2013 annunciano la separazione, arrivando al divorzio nel 2014. La coppia ha fornito come motivazioni alcune differenze inconciliabili.

4. Ha fatto coming out. Nel dicembre del 2014 l’attrice annuncia pubblicamente tramite il proprio account Twitter di essere bisessuale, e che prima dell’annuncio lo è stata segretamente per oltre dieci anni. Sulla base di questa notizia, nel settembre del 2015 annuncia la sua relazione con Tari Segal.

Monica Raymund in Chicago Fire

3. Ha lasciato la serie. Nel 2018 l’attrice ha confermato che non avrebbe ripreso il suo ruolo nella settima stagione della serie Chicago Fire, motivando la scelta con la volontà di intraprendere nuovi percorsi. Comunicata per tempo la sua decisione, il finale della sesta stagione è stato costruito per permettere al personaggio di uscire di scena.

2. Ha ripreso il ruolo solo per un episodio. Nonostante l’addio alla serie, l’attrice ha acconsentito di ricomparire nel midseason finale dell’ottava stagione. Qui, infatti, il suo personaggio torna a Chicago per raccogliere fondi per l’associazione per cui lavora, e non mancherà di far visita ai suoi vecchi colleghi nella stazione dei vigili del fuoco.

Monica Raymund: età e altezza

1. Monica Raymund è nata a St. Petersburg, in Florida, Stati Uniti, il 26 luglio 1986. L’attrice è alta complessivamente 163 centimetri.

Fonte: IMDb

Monica Bellucci: 10 cose che non sai sull’attrice

Monica Bellucci: 10 cose che non sai sull’attrice

Attrice italiana particolarmente nota anche a livello internazionale, Monica Bellucci si è affermata negli anni grazie alla sua partecipazione a pellicole di grande successo. Acclamata e riconosciuta per le sue interpretazioni, l’attrice ha inoltre ricevuto nella sua carriera alcuni prestigiosi riconoscimenti, che le hanno permesso di ottenere continua visibilità. Ecco 10 cose che non sai di Monica Bellucci.

Parte delle cose che non sai sull’attrice

Monica Bellucci Vincent Cassel

Monica Bellucci: i suoi film e le serie TV

10. Ha preso parte a lungometraggi di fama internazionale. L’attrice debutta al cinema nel 1991 con il film La riffa, per poi ottenere una buona fama con Dracula di Bram Stoker (1992), con Gary Oldman. Successivamente recita in L’appartamento (1996), Dobermann (1997), L’ultimo capodanno (1998), Malèna (2000) e Irréversible (2002), con Vincent Cassel. Ottiene poi ulteriore notorietà grazie ai film Ricordati di me (2003), di Gabriele Muccino, Matrix Reloaded (2003) e Matrix Revolutions (2003), con Keanu Reeves, La passione di Cristo (2004), di Mel Gibson, I fratelli Grimm e l’incantevole strega (2005), N (Io e Napoleone) (2006), Sanguepazzo (2008), Manuale d’amore 3 (2011), con Robert De Niro, Le meraviglie (2014), Spectre (2015), con Daniel Craig, On the Milky Road (2016) e I migliori anni della nostra vita (2019).

9. Ha recitato per alcune serie TV. Negli ultimi anni l’attrice ha preso parte anche ad alcuni prodotti televisivi, tra cui la serie Platane (2011) e Mozart in the Jungle (2016), dove ha recitato in cinque episodi nel ruolo di Alessandra accanto all’attore Gael Garcia Bernal. È inoltre comparsa nel ruolo di sé stessa nel quattordicesimo episodio della terza stagione di Twin Peaks, per poi prendere parte anche a Il miracolo (2018), con Alba Rohrwacher. Prossimamente reciterà nel ruolo di Tina Moditti nella serie Radical Eye: The Life and Times of Tina Moditti.

8. Ha ottenuto importanti riconoscimenti. L’attrice è stata particolarmente apprezzata sin dai suoi primi ruoli, ottenendo in particolare la nomination ai prestigiosi premi César come miglior promessa femminile nel 1997, grazie al film L’appartamento. In seguito ha anche vinto un Nastro d’argento, come miglior attrice non protagonista per Ricordati di me, e il Nastro d’argento europeo per On the Milky Road. Per il film di Muccino è inoltre stata nominata ai David di Donatello.

Monica Bellucci è su Instagram

7. Ha un account personale. L’attrice è presente sul social network Instagram con un profilo seguito da 3,1 milioni di persone. All’interno di questo la Bellucci è solita condividere immagini legate alla sua professione di interprete, dalle cerimonie a cui prende parte ai servizi fotografici per riviste di moda, fino a condividere immagini e video promozionali dei progetti a cui prende parte.

Monica Bellucci: la sua carriera da modella

6. È un’affermata modella. Sul finire degli anni ’80 la Bellucci inizia a partecipare ad alcune delle più importanti passerelle di moda grazie al suo contratto con l’Elite Model Management. Negli ha acquisito sempre più popolarità, arrivando a sfilare per alcuni dei più noti marchi del settore, da Fendi a Dolce&Gabbana. Ancora oggi, benché in modo meno attivo, l’attrice ricopre il ruolo di ambasciatrice per importanti case di moda.

Parte delle cose che non sai sull’attrice

Monica Bellucci Matrix

Monica Bellucci e Vincent Cassel

5. È stata sposata con il noto attore. Nell’agosto del 1999 la Bellucci sposa a Montecarlo l’attore francese Vincent Cassel. I due sono diventati ben presto una delle coppie più note del mondo dello spettacolo, e nel 2004 nasce la loro prima figlia. La seconda arriverà poi nel 2010. Pur essendo particolarmente legati, i due attori hanno più volte dichiarato di non aver mai trascorso insieme lunghi periodi, anche per via dei rispettivi impegni cinematografici. Nel 2013, infine, annunceranno la loro separazione dopo circa quattordici anni di matrimonio.

4. Hanno recitato più volte insieme. I due attori si sono conosciuti sul set del film francese L’appartamento, dove interpretavano una coppia di amanti. Torneranno poi a condividere lo schermo nel controverso film Irréversible, dove ricoprono anche in questo caso una coppia, turbata però da un terribile evento. Recentemente i due attori si sono rincontrati in occasione della Mostra di Venezia del 2019 per presentare la versione rimontata del film.

Monica Bellucci in Matrix

3. È stata fortemente voluta dai registi. Negli ultimi due film della trilogia di Matrix, l’attrice ha ricoperto il ruolo di Persephone, moglie del Merovingio, che si rivelerà però alleata di Neo e della resistenza. I due registi decisero di assegnare il ruolo all’attrice dopo averla vista nel film italiano Malèna. Questo ha infatti permesso all’attrice di ottenere la definitiva consacrazione a livello internazionale.

2. Ricevette una particolare nomination. Per il suo ruolo nel film Matrix Reloaded l’attrice venne nominata agli MTV Movie Awards nella categoria di miglior bacio, condivisa con l’attore Keanu Reeves. Nel film, infatti, il personaggio della Bellucci chiede al protagonista, in cambio del suo aiuto, un bacio passionale, divenuto particolarmente noto all’interno della trilogia.

Monica Bellucci: età e altezza

1. Monica Bellucci è nata a Città di Castello, in Umbria, il 30 settembre 1964. L’attrice è alta complessivamente 171 centimetri.

Fonte: IMDb