Prime Video svela il trailer e il poster
della sesta stagione di LOL: Chi ride è fuori, il
comedy show Original dei record prodotto in Italia, disponibile in
esclusiva dal 23 aprile con i primi 5 episodi e dal 30 aprile con
l’ultimo episodio. Nel nuovo cast ci saranno Carlo Amleto,
Valentina Barbieri, Giovanni Esposito, Barbara Foria, Sergio
Friscia, Francesco Mandelli, Paola Minaccioni, Scintilla, UfoZero2,
Yoko Yamada che si sfideranno a rimanere seri per sei ore
consecutive provando, contemporaneamente, a far ridere i loro
avversari, per aggiudicarsi un premio finale di 100.000 euro a
favore di un ente benefico scelto da chi vincerà.
Ad osservare l’esilarante gara
comica dalla control room nelle vesti di arbitri e conduttori,
Alessandro Siani e Angelo Pintus. Quest’anno, però, potranno
contare su un aiuto speciale: Federico Basso e Andrea Pisani, i
loro “assi nella manica”, pronti a intervenire per mettere a dura
prova i concorrenti con l’obiettivo di farli ridere. La nuova
stagione del comedy show in 6 episodi, prodotta da Endemol Shine
Italy per Amazon MGM Studios, sarà disponibile su Prime Video in
tutto il mondo dal 23 aprile.
HBO ha iniziato a diffondere le
prime immagini della sua attesissima serie di Harry
Potter, che debutterà il prossimo anno. Il canale
Warner Bros. Discovery (WBD) ha pubblicato una foto di Harry
Potter (Dominic McLaughlin) che si dirige
verso quello che sembra essere il campo di Quidditch di Hogwarts,
avvolto nel suo mantello di Grifondoro numero 7.
L’immagine è stata pubblicata su
Instagram con la didascalia
“Domani” e un’emoji a forma di fulmine, lasciando intendere che
altre immagini in anteprima arriveranno sull’account.
Le riprese di Harry
Potter si stanno svolgendo nel Regno Unito dalla scorsa
estate e la serie diventerà una delle principali attrazioni di HBO
Max, ora che Paramount ha completato l’acquisizione di WBD.
Alastair Stout
interpreterà Ron Weasley, il migliore amico di Harry, e
Arabella Stanton completerà il trio di eroi nel
ruolo della secchiona e vivace Hermione Granger. Nel cast figurano
anche Nick Frost nel ruolo di Rubeus Hagrid,
John Lithgow in quello di Albus Silente,
Janet McTeer in quello della Professoressa
McGonagall e Paapa Essiedu in quello di Severus
Piton.
Francesca Gardiner
e Mark Mylod, già autori di Succession, si occupano
rispettivamente della sceneggiatura e della regia. Gardiner è
showrunner e produttrice esecutiva, mentre Mylod dirigerà diversi
episodi, oltre a ricoprire il ruolo di produttore esecutivo.
Dutton Ranch debutterà il
15 maggio 2026 in esclusiva
su Paramount+, con i primi due episodi
disponibili fin dal lancio. Sono state inoltre svelate le prime
immagini ufficiali e il teaser della serie, che segna un nuovo
capitolo nell’universo narrativo di Yellowstone, riportando al centro due dei
personaggi più amati dal pubblico: Beth Dutton e Rip Wheeler,
interpretati rispettivamente da Kelly Reilly e Cole
Hauser.
La
nuova serie riprende il racconto dopo gli eventi di Yellowstone, seguendo Beth e Rip nel loro
tentativo di lasciarsi alle spalle il passato e costruire una nuova
vita lontano dal celebre ranch di famiglia. Tuttavia, il loro
percorso li porterà in Texas, dove saranno costretti a confrontarsi
con una realtà altrettanto brutale e con un potente ranch rivale
pronto a difendere il proprio dominio con ogni mezzo.
Le
prime immagini e il teaser suggeriscono un tono ancora più cupo e
teso, con ambientazioni selvagge e un conflitto che sembra
destinato a esplodere rapidamente. Nel sud del Texas, infatti, il
sangue conta più di ogni altra cosa, il perdono è raro e la
sopravvivenza ha un prezzo altissimo.
Trama, cast e produzione: cosa
aspettarsi dal nuovo spin-off di Yellowstone
Accanto a Kelly Reilly e Cole Hauser, il cast di
Dutton Ranch si arricchisce di nomi di
primo piano come Ed
Harris e Annette Bening, insieme a
Finn Little, Juan Pablo Raba, Jai
Courtney, J.R. Villarreal, Marc Menchaca e Natalie Alyn
Lind. Una scelta che conferma l’ambizione del progetto,
pensato per espandere ulteriormente il successo dell’universo
creato da Taylor Sheridan.
La prima stagione sarà composta da nove episodi e rappresenterà
l’inizio di una nuova linea narrativa autonoma, pur restando
profondamente legata alle dinamiche e ai temi di Yellowstone. Al centro ci saranno
ancora una volta il potere, la famiglia e la lotta per la terra, ma
declinati in un contesto diverso, quello del Texas, che promette
nuove tensioni e nuovi equilibri.
1 di 8
La serie è creata dallo showrunner Chad Feehan ed
è basata sui personaggi ideati da Taylor Sheridan e John Linson.
Tra gli executive producer figurano, oltre agli stessi Sheridan e
Linson, anche David C. Glasser, Art Linson, Ron Burkle,
David Hutkin, Bob Yari, Christina Voros, Michael Friedman, Kelly
Reilly, Cole Hauser e Keith Cox.
Prodotta da Paramount
Television Studios, 101 Studios e Bosque Ranch Productions,
Dutton Ranch si prepara
così a raccogliere l’eredità di Yellowstone, ampliandone il mondo
narrativo e puntando ancora una volta su personaggi complessi e su
una narrazione intensa e radicata nei conflitti della frontiera
contemporanea.
Netflix e Shondaland annunciano oggi che la
produzione della quinta stagione di Bridgerton
è ufficialmente iniziata.
Bridgerton – Stagione 5,
ecco di cosa parlerà
La quinta stagione di
Bridgerton sarà incentrata su Francesca
(Hannah Dodd), l’introversa figlia di mezzo della
famiglia Bridgerton. A due anni dalla perdita dell’amato marito
John, Francesca decide di tornare sulla piazza per ragioni
pratiche. Tuttavia, quando Michaela (Masali
Baduza), cugina di John, torna a Londra per occuparsi
della tenuta dei Kilmartin, i sentimenti complessi che nascono in
Francesca la spingeranno a chiedersi se attenersi al suo
pragmatismo o lasciarsi guidare dai propri desideri più
profondi.
Descrizione dei
personaggi:
Hannah Dodd è Francesca Stirling,
Contessa di Kilmartin: riservata e controllata, Francesca si è
sempre sentita fuori posto nel mondo che la circonda. Con l’arrivo
di Michaela e lo scatenarsi di nuove emozioni, Francesca
intraprenderà un percorso di scoperta personale che potrebbe
cambiare tutto.
Masali Baduza è Michaela Stirling. Dietro al suo fascino e alla sua
vivacità si cela una giovane donna vulnerabile, pronta a fuggire
non appena si sente a disagio. In questa stagione, però, Michaela
dovrà affrontare le proprie fragilità e confrontarsi con il peso
dell’eredità del cugino scomparso, e con il suo rapporto con
Francesca.
1 di 4
Bridgerton - Stagione 5
Cortesia di Netflix
Bridgerton - Stagione 5
Cortesia di Netflix
Bridgerton - Stagione 5
Cortesia di Netflix
Bridgerton - Stagione 5
Cortesia di Netflix
Numero episodi: 8
Location delle riprese: Londra
(Regno Unito)
Showrunner/ Produttrice
esecutiva:Jess Brownell
Produttori esecutivi: Shonda Rhimes, Betsy Beers, Tom Verica e Chris
Van Dusen
Ora che Superman e Geralt di Rivia sono
ormai alle spalle, c’è grande attesa per vedere l’interpretazione
di Henry Cavill nei panni di Connor MacLeod nel
tanto atteso reboot di Highlanderdiretto da
Chad Stahelski, il regista di John
Wick.
Ora, grazie all’account X
@UnBoxPHD, abbiamo altre foto dal set di Londra (si possono vedere
qui, qui e
qui), che questa volta mostrano Henry Cavill in un trench nero. Probabilmente si
tratta di un omaggio all’interpretazione del personaggio da parte
di Christopher Lambert e a ciò che indossava nel
film originale, nel tentativo di mantenere un profilo basso (la
differenza principale è il colore).
È interessante notare che sulla
guancia di Cavill si intravede una piccola cicatrice; gli Immortali
in genere guariscono completamente da qualsiasi ferita che non
comporti il taglio della testa, quindi forse Connor si sta
riprendendo da una recente battaglia.
Una sinossi della trama di
Highlander è emersa per la prima volta lo scorso
anno, suggerendo che questo film rimarrà fedele alla premessa
dell’originale del 1986:
“Secoli dopo la sua prima morte
su un campo di battaglia scozzese, il guerriero immortale Connor
MacLeod vive tranquillamente nel mondo moderno, tormentato dalla
perdita e dal ciclo infinito di violenza tra i suoi simili. Quando
il crudele immortale Kurgan riappare, sostenuto da
un’organizzazione segreta determinata a svelare il segreto della
vita eterna, Connor è costretto a tornare nel Gioco – un’antica
battaglia in cui ‘può essercene solo uno’. Guidato dal suo mentore
Ramírez e da un’alleata mortale, l’archeologa Kate Bennett, Connor
deve confrontarsi con il suo passato e riscoprire il suo scopo.
Mentre gli immortali si scontrano attraverso il tempo e i
continenti, la lotta per il misterioso ‘Premio’ diventa una
battaglia per l’anima dell’umanità.“
La serie live-action di One
Piece su Netflix sta mettendo insieme un cast stellare, e un
solo membro della ciurma di Cappello di Paglia manca ancora
all’appello. Il
cast della seconda stagione di One Piece si è
ampliato considerevolmente, con l’introduzione di vari agenti della
Baroque Works e nuovi membri dell’equipaggio della
Going Merry. Nefertari Vivi faceva parte di
quest’ultima, e la sua inclusione getta le basi per
la trama della terza stagione di One
Piece.
Lo stesso vale per gli agenti della
Baroque Works, che rappresenteranno la forza
antagonista della terza stagione a causa del loro piano di
invasione del regno di Vivi, Alabasta. Naturalmente, Luffy e la
ciurma di Cappello di Paglia avranno bisogno di trovare altri
alleati nella loro lotta contro la malvagia organizzazione.
Mentre alcuni di questi alleati
sono già stati introdotti nella serie, solo uno dei membri della
ciurma di Cappello di Paglia deve ancora essere mostrato, sia
attraverso i sottili easter egg di One Piece che con un debutto
ufficiale.
Franky è l’unico membro della
ciurma di Cappello di Paglia non menzionato nella serie di One
Piece su Netflix
Franky – One Piece
Finora, nella serie live-action di
One Piece, solo Franky non è stato
menzionato. Secondo il manga, Franky diventerà un membro della
ciurma di Cappello di Paglia in un futuro non troppo lontano,
proprio come Tony Tony Chopper nella seconda stagione di
One Piece. Naturalmente, la serie live-action ha già
raccontato le storie di Luffy, Zoro, Nami, Sanji e
Usopp nella prima stagione.
La seconda stagione ha fatto lo
stesso per il già citato Chopper, gettando anche le basi per due
futuri membri della ciurma di Cappello di Paglia. Una di queste ha
avuto un ruolo di supporto importante nella seconda stagione di One
Piece: Nico Robin. Sebbene il suo nome sia stato
rivelato solo negli ultimi istanti del finale della seconda
stagione di One Piece, gli episodi precedenti l’avevano presentata
con un altro soprannome, Miss All Sunday.
Il secondo in comando della
Baroque Works si unirà infine alla ciurma di Cappello di Paglia,
diventando un membro fondamentale dell’equipaggio. Oltre a
questo, un altro futuro membro della ciurma è stato anticipato più
volte. Uno di questi riferimenti è apparso nella seconda stagione,
quando un flashback ha mostrato Re Wapol menzionare l’assassinio
della regina degli Uomini-Pesce e di uno dei Sette Corsari.
Anche Arlong ha fatto riferimento a
questo Corsaro Uomo-Pesce nella prima stagione di One Piece. Alla
fine, questo Corsaro, Jinbe, si unirà alla ciurma di Rufy. L’ultimo
membro della ciurma di Cappello di Paglia ad essere esplicitamente
anticipato in One Piece è Brook, che è effettivamente apparso nella
seconda stagione. Brook è stato protagonista di un flashback di
Laboon nell’episodio 2 della seconda stagione di One Piece,
interpretato da Martial T. Batchamen.
Alla fine, Brook si riunirà alla
ciurma di Cappello di Paglia, ma in un modo molto diverso.
Nonostante Brook e Jinbe si siano uniti alla ciurma dopo Franky,
quest’ultimo è l’unico membro della ciurma di Cappello di Paglia a
non essere ancora stato accennato nella versione live-action della
storia.
Franky potrebbe unirsi
alla ciurma di Luffy nella quinta stagione di One Piece
Nonostante la mancanza di
riferimenti, Franky dovrebbe unirsi alla ciurma di Luffy già nella
quinta stagione di One Piece. Visto quanto anticipato nel finale
della seconda stagione, è lecito supporre che l’intera terza
stagione di One Piece si svolgerà ad Alabasta, concludendo così la
saga della guerra civile iniziata nella prima. Basandosi sul
materiale originale, è probabile che la quarta stagione adatti la
saga delle Isole del Cielo.
Pertanto, ci si aspetta che la
quinta stagione di One Piece adatti la saga di Water 7, in cui
Franky viene introdotto per la prima volta. Proprio come Nico
Robin, Franky viene inizialmente presentato come antagonista
minore, prima di unirsi alla ciurma di Luffy in una saga
successiva. Sebbene One Piece non abbia ancora annunciato
ufficialmente il debutto di Franky, il suo arrivo è previsto a
breve.
John Boyega ha confermato ai fan di
“Star
Wars” al Megacon Orlando (secondo quanto riportato da
ScreenRant) di aver parlato con il nuovo capo della Lucasfilm,
Dave Filoni, che ora ricopre il ruolo di direttore
creativo e presidente dello studio dopo l’uscita di scena di
Kathleen Kennedy. I dettagli della conversazione
tra Boyega e Filoni non sono stati rivelati, ma quando un fan ha
gridato a Boyega di “chiamare Dave al telefono” dopo che
gli era stato chiesto di tornarenella saga nei panni di Finn,
l’attore ha risposto: “In realtà l’ho già fatto,
davvero.”
Qual è il rapporto
tra John Boyega e la Disney?
Boyega, come si ricorderà, ha
debuttato nel ruolo di Finn nel 2015 in “Star
Wars: Il risveglio della Forza” e ha ripreso il
personaggio nel 2017 in “Gli
ultimi Jedi” e nel 2019 in “L’ascesa
di Skywalker”. Il suo ruolo nella trilogia ha portato a
molestie online da parte di fan razzisti e tossici di “Star
Wars”, infastiditi dal fatto che un attore di colore
interpretasse uno dei protagonisti della longeva saga spaziale.
Nel corso degli anni, Boyega ha
dunque criticato sia i fan razzisti che la Disney. Ha attaccato lo
studio per aver gestito male la diversità nella sua trilogia,
sottolineando la riduzione delle trame per i personaggi di colore e
altro ancora.
Boyega ha espresso per la prima
volta le sue lamentele alla rivista GQ nel 2020, dicendo all’epoca:
“Quello che direi alla Disney è: non tirate fuori un
personaggio di colore, non pubblicizzatelo come se fosse molto più
importante nella saga di quanto non sia, per poi metterlo da parte.
Non va bene. Lo dico chiaramente”.
“Voi sapevate cosa fare con
Daisy Ridley, sapevate cosa fare con Adam Driver“, ha continuato Boyega. “Ma
quando si è trattato di Kelly Marie Tran, quando si è trattato di
John Boyega, non ne sapevate un c***o. Quindi cosa volete che dica?
Quello che vogliono che diciate è: “Mi è piaciuto farne parte. È
stata una grande esperienza…” No, no, no. Accetterò quella frase
quando sarà davvero una bella esperienza. Hanno dato tutte le
sfumature ad Adam Driver, tutte le sfumature a Daisy Ridley. Siamo
onesti. Daisy lo sa. Adam lo sa. Lo sanno tutti. Non sto rivelando
nulla.”
Boyega ha poi rivelato a THR che un
dirigente della Disney lo ha contattato dopo la sua intervista a
GQ. Ha detto di aver avuto “una conversazione molto onesta,
molto trasparente” con il dirigente e ha aggiunto: “Da
parte loro c’è stata molta spiegazione su come vedevano le cose. Mi
hanno dato anche la possibilità di spiegare com’è stata la mia
esperienza. Spero che il fatto di essere così aperto riguardo alla
mia carriera, a questo punto, possa aiutare il prossimo, il ragazzo
che vuole diventare assistente direttore della fotografia, il
ragazzo che vuole diventare produttore. Spero che ora la
conversazione non sia più un tabù o un argomento scomodo, perché
qualcuno è venuto e l’ha detto”.
Qualche anno dopo, nel 2022, John
Boyega sembrava prendere le distanze da Finn dicendo a SiriusXM che
“a questo punto mi va bene così, mi sta bene così” quando
gli è stato chiesto di tornare nel franchise. Ha aggiunto: “La
versatilità è la mia strada e Finn è a un buon punto di conferma in
cui puoi semplicemente godertelo in altre cose: i giochi,
l’animazione. Penso che gli episodi da 7 a 9 siano stati positivi
per me.”
Resta ora da scoprire se le nuove
conversazioni intraprese con Dave
Filoni porteranno Boyega a trovare il modo di
riprendere il ruolo di Finn, idealmente nell’annunciato decimo
capitolo, sul quale però al momento vige ancora molto mistero e
incertezza.
La seconda stagione di
One Piece su Netflix include un astuto riferimento a una storia
della quinta stagione. Il finale della seconda stagione di
One Piece ha visto i Cappelli di Paglia dedicarsi a
Nefertari Vivi, la principessa di Alabasta. Naturalmente, questo
getta le basi per la trama della
terza stagione di One Piece, che dovrebbe essere ambientata
interamente nel regno del deserto.
Sebbene questa sia la storia più
immediata che verrà raccontata nella versione live-action di
Netflix, diversi easter egg di One Piece vanno
oltre. Che si tratti di riferimenti ad alcuni dei personaggi più
potenti di One Piece o di momenti visivi fugaci, è chiaro che
i creatori della serie conoscono bene questo mondo
e intendono continuare a esplorarlo.
Uno di questi ultimi riferimenti si
può notare quando Mr. 5, un membro della Baroque
Works, sta leggendo un giornale. In quel giornale, si possono
individuare diversi accenni al più ampio mondo della Grand Line.
Attraverso uno di questi, la trama prevista per la quinta stagione
di One Piece viene adeguatamente anticipata.
Il riferimento a Water 7 nella
serie live-action di One Piece prepara il terreno per la quinta
stagione
Sebbene il titolo di
questo giornale prepari il terreno per la terza stagione con la
frase “L’esercito reale di Alabasta cambia schieramento!”,
una colonna più piccola sulla destra anticipa la quinta stagione.
Questa colonna recita “Water 7 celebra l’eroina locale:
Barbara Troy“. In One Piece, Water 7 è un’isola nella
Grand Line, nota principalmente come patria dei carpentieri
navali.
Anche se il titolo in sé non
anticipa direttamente nulla di One Piece, il riferimento a Water 7
introduce una delle storie più importanti dell’intera serie. L’arco
narrativo di Water 7 del manga originale è considerato una delle
storie più emozionanti della prima metà di One Piece e rappresenta
un punto di svolta per l’intera serie.
Partendo dal presupposto che la
terza stagione di One Piece adatti la parte restante della Saga di
Alabasta, si può anche ipotizzare che la quarta stagione adatterà
la Saga delle Isole del Cielo. Questo renderebbe la Saga di Water 7
la storia perfetta per la quinta stagione, sfruttando il breve
accenno mostrato nella seconda stagione.
Quanto è probabile che One Piece
raggiunga la quinta stagione (e quando potrebbe essere
distribuita)?
Considerato il numero di
cancellazioni premature nell’era moderna della televisione, è
lecito chiedersi se One Piece di Netflix arriverà effettivamente
alla quinta stagione. Tuttavia, basandosi sulla popolarità delle
prime due stagioni, è piuttosto probabile. La seconda stagione di
One Piece rimane al primo posto in molti paesi del mondo,
nonostante il dimezzamento degli ascolti rispetto alla prima.
Questo calo è probabilmente
attribuibile all’attesa di quasi tre anni per la seconda stagione
di One Piece. Questo è un buon segno per la terza stagione,
attualmente in produzione e la cui uscita è prevista per il 2027.
Con solo un anno a separare la seconda e la terza stagione,
quest’ultima potrebbe registrare un aumento degli ascolti, offrendo
così maggiori speranze per una quarta stagione.
In tal caso, anche la
quinta stagione sembra probabile. Tutto dipende dal
rinnovo per la quarta stagione, ma l’accoglienza positiva della
seconda rende questa possibilità sempre più concreta. Naturalmente,
la domanda successiva che sorge spontanea è quando potrebbe essere
rilasciata la quinta stagione di One Piece.
Se la terza stagione di One Piece
dovesse effettivamente uscire su Netflix nel 2027, sarebbe un buon
inizio. Sarebbe ancora meglio se la quarta stagione di One Piece
venisse ufficialmente confermata prima di allora. In questo
scenario, la quarta stagione della serie live-action potrebbe
essere prodotta e rilasciata entro il 2028. Se questo formato
annuale dovesse continuare, la quinta stagione di One Piece
potrebbe arrivare già nel 2029.
Naturalmente, si tratta di
un’illusione, soprattutto nell’era moderna in cui le serie TV
impiegano dai due ai tre anni per tornare. Evidentemente, però,
Netflix considera One Piece una delle sue serie di
punta. Anche considerando lo scenario peggiore, la quinta
stagione di One Piece potrebbe non arrivare prima del 2030. In
entrambi i casi, ciò significherebbe un adattamento live-action di
Water 7 a meno di cinque anni dalla sua prima anticipazione.
Torna anche il team creativo della
serie Disney+, con Destin Daniel
Cretton che riprende il ruolo di regista e produttore
esecutivo, e Andrew Guest come showrunner e
produttore esecutivo.
Sebbene sia probabilmente giusto
dire che l’entusiasmo per Wonder Man non fosse
esattamente alle stelle nel periodo precedente alla prima della
serie, l’ultima serie della Marvel Television ambientata nell’MCU è
riuscita a conquistare molti fan. Anche i critici sono rimasti
molto colpiti e la serie ha ottenuto un punteggio del 90% su Rotten
Tomatoes.
L’approccio più sobrio ai
superpoteri e l’attenzione ai personaggi piuttosto che allo
spettacolo si sono rivelati un cambiamento gradito per chi sperava
di vedere qualcosa di veramente diverso da un progetto dell’MCU, e
gli spettatori sono ansiosi di vedere altre vicende di Simon e
Trevor dopo gli eventi del finale di stagione.
In “Yucca Valley”, Trevor
Slattery sacrifica la sua libertà per tenere Simon Williams fuori
di prigione, assumendosi la colpa dell’esplosione causata dal suo
amico, che si è nuovamente finto il leader terrorista Mandarino.
Nella scena finale, Simon usa però tutta la portata dei suoi
misteriosi poteri per far evadere Trevor dalla custodia del
Dipartimento di Controllo dei Danni.
Ovviamente non sarebbe stata
l’ultima volta che avremmo visto questi due, ma il futuro della
serie non era mai stato garantito. Questa notizia rende
Wonder Man solo la terza serie Marvel live-action
di Disney+ ad avere una seconda stagione
dopo Loki e Daredevil: Rinascita (la seconda
stagione debutta domani).
L’adattamento cinematografico del
regista Paul Feig del romanzo best-seller di
Freida McFadden, Una di
famiglia(il cui titolo originale è The
Housemaid), si è rivelato un successo sorprendente, incassando
quasi 400 milioni di dollari in tutto il mondo. Sydney Sweeney e Amanda Seyfried hanno recitato insieme in
questo thriller vietato ai minori (leggi qui la recensione), in cui
il personaggio di Sweeney, Millie, è un’ex detenuta che viene
assunta dalla famiglia Winchester, apparentemente perfetta ed
estremamente ricca, guidata dalla matriarca Nina (interpretata da
Seyfried).
Ora, dopo la notizia che verrà
realizzato anche un sequel del film, The Housemaid’s
Secret, apprendiamo che Kirsten Dunst si è unita al cast. Anche Feig
tornerà a dirigere il progetto, così come la sceneggiatrice
Rebecca Sonnenshine, che ha adattato il primo
romanzo di McFadden.
The Housemaid’s Secret
vede Millie in un nuovo lavoro presso la ricca e riservata famiglia
Garrick, mentre sospetta che la moglie, Wendy, sia vittima di abusi
da parte del marito, Douglas. Sebbene il personaggio interpretato
dalla Dunst sia tenuto segreto, non sarebbe sorprendente se fosse
stata scelta per interpretare Wendy Garrick.
“In The Housemaid’s Secret,
Millie ritorna, accettando un lavoro come governante per una donna
che non le è mai permesso vedere, solo per scoprire la verità
dietro quella porta chiusa a chiave che minaccia di svelare segreti
ben più oscuri dei suoi.”
Durante gli Oscar, Feig ha poi
fornito un importante aggiornamento sulle riprese di The
Housemaid’s Secret e ha dichiarato che “inizieremo a
girare in autunno”. Ciò significa che i fan potranno vedere il
film prima di quanto pensassero. La presidente della Lionsgate
Motion Picture Group, Erin Westerman, ha
rilasciato una dichiarazione in seguito alla notizia che la Dunst
si sarebbe unita al sequel del thriller vietato ai minori:
“È un privilegio portare sul
grande schermo il prossimo capitolo di The Housemaid con Kirsten
Dunst. Lei è un’icona. La sua carriera riflette una straordinaria
versatilità e un coraggio senza pari. Al fianco della sempre
magnetica Sydney Sweeney, sarà una forza elettrizzante
in un mondo in cui nulla è mai proprio come sembra”. Non
resta a questo punto che attendere ulteriori notizie.
La Sony ha recentemente presentato
il
primo trailer di
Spider-Man: Brand New Day, mostrando come questa sarà
una storia molto diversa per l’Uomo Ragno, mentre Tom Holland ha parlato della trama del film in
una nuova intervista all’Empire State
Building. La star britannica ha infatti sottolineato che
“penso che il film, dal punto di vista del tono, sembri un
nuovo inizio”.
Secondo il veterano dell’MCU, che fa parte del franchise sin
dal suo debutto in Captain America: Civil War,
“ciò che Peter Parker sta attraversando dopo ‘Spider-Man: No Way Home’ è davvero
profondo e unico nel genere dei supereroi”. Holland, che è
apparso per l’ultima volta nella timeline dell’MCU nel 2021 in
Spider-Man:
No Way Home, ha spiegato che questo è “un film su
quando i giovani trovano davvero la loro identità e diventano
adulti”.
Dopo la sua trilogia che ha
esplorato l’adolescenza di Peter mentre affrontava la sua vita da
supereroe, l’arco narrativo di Spider-Man: Brand New Day
affronterà il suo capitolo da adulto, come ha continuato l’attore:
“Avendo vissuto tutto questo come persona, mi ha davvero dato
una grande intuizione su come dare vita a Peter Parker in questo
nuovo capitolo che sta intraprendendo”.
Perché Spider-Man: Brand
New Day è un nuovo capitolo per l’Uomo Ragno di
Tom Holland
La storia di Spider-Man:
Brand New Day si svolge quattro anni dopo gli eventi
dell’ultimo film, il che significa che sono successe molte cose
fuori dallo schermo, e questo comporta molti cambiamenti per Peter
sia come supereroe che come persona normale. Il fatto che sia ora
ventenne rispetto a quando era adolescente porterà naturalmente a
un cambiamento di tono, poiché l’eroe di Holland dovrà affrontare
altri problemi che non aveva quando era al liceo.
Sebbene negli ultimi due decenni
siano stati realizzati molti film su Spider-Man, è fondamentale
ricordare che l’interpretazione dell’icona Marvel da parte dell’MCU
è l’unica ad aver attraversato l’era del liceo in tre film, per
vedere ora Peter entrare nel regno dell’età adulta. Le versioni di
Tobey Maguire e Andrew Garfield erano infatti state
rappresentate mentre frequentavano l’ultimo anno di liceo e si
avvicinavano all’università. Sarà dunque interessante scoprire come
la Marvel avrà gestito questo cambiamento per il suo
Spider-Man.
Il destino della saga di
Avatar sembra ormai confermato, ora che
Avatar: Fuoco
e Cenere ha chiuso la sua corsa al botteghino con un
incasso di 1,4 miliardi di dollari. Uscito nelle sale il 19
dicembre, il terzo film della saga è infatti stato un altro
successo al botteghino, sebbene sia anche il capitolo con il minor
incasso dopo Avatar del 2009 (2,92 miliardi di
dollari) e Avatar – La
via dell’acqua del 2022 (2,33 miliardi di
dollari).
Secondo i piani originali sono
previsti altri due sequel per il 2029 e il 2031, anche se la loro
uscita è sempre dipesa dall’andamento al botteghino del terzo film.
Tuttavia, nel calendario delle uscite aggiornato della Disney,
pubblicato il 20 marzo, Avatar
4 e Avatar 5 sono ancora fissati
rispettivamente per il 2029 e il 2031, il che sembra confermare che
alla fine si procederà con la loro realizzazione.
Non resta a questo punto che
attendere di ricevere maggiori aggiornamenti sul primo di questi
due progetti. Sebbene la sua uscita avverrà tra tre anni, buona
parte del film è già stato girato, il che permetterebbe di iniziare
a diffondere dei materiali promozionali con cui stuzzicare la
curiosità dei fan.
Cosa c’è da sapere su
Avatar 4 e 5
Poiché il primo atto prevede un
salto temporale di sei anni, circa un terzo di Avatar
4 è già stato girato per tenere conto dell’invecchiamento
dei giovani attori. Tuttavia, sebbene il regista James Cameron abbia iniziato le riprese di
Avatar 4, ha deciso di attendere l’uscita di
Avatar: Fuoco e
Cenere per vedere come si comporta
commercialmente prima di proseguire.
Parti di Avatar 5
saranno ambientate sulla Terra, poiché Neytiri (Zoe
Saldaña) si recherà sul pianeta, mentre Avatar:
The Quest for Eywa è stato preso in considerazione come
possibile titolo per il quinto film.
Il futuro del franchise di
Avatar oltre il 4 e il 5
James Cameron ha indicato che prenderebbe in
considerazione un sesto e un settimo capitolo del franchise se la
richiesta del pubblico per ulteriori sequel dovesse persistere.
Tuttavia, ha ammesso che potrebbe non essere in grado di dirigerli
personalmente, dato che avrà 77 anni al momento dell’uscita del
quinto film, anche se spera di formare un successore che continui
il franchise di Avatar, se necessario.
Haunting –
Presenze del 1999, diretto da Jan de
Bont, è un horror gotico che rielabora in chiave
spettacolare il celebre romanzo L’incubo di Hill
House di Shirley Jackson (poi
adattato anche come miniserie Netflix). Il film si configura
anche come remake di Gli invasati, mantenendo la struttura
di base della storia ma amplificandone gli elementi visivi e
soprannaturali grazie a un uso massiccio degli effetti speciali. De
Bont, già noto per il suo cinema ad alto tasso spettacolare,
costruisce un’opera che punta sull’impatto visivo e sull’atmosfera
inquietante della dimora infestata.
Il film si inserisce nel genere
horror psicologico con forti componenti sovrannaturali, raccontando
di un gruppo di persone invitate a partecipare a un presunto
esperimento sul sonno all’interno di una sinistra magione isolata.
Tra i protagonisti spiccano Liam Neeson nel ruolo del misterioso dottor
Marrow, Catherine Zeta-Jones e Owen Wilson, affiancati da Lili
Taylor, vera figura centrale del racconto. È proprio il
suo personaggio, Eleanor, a entrare in sintonia con la casa,
trasformando l’indagine scientifica in un’esperienza sempre più
personale e disturbante.
Rispetto alla versione del 1963,
Haunting – Presenze accentua la dimensione
spettacolare e narrativa dell’orrore, privilegiando apparizioni,
presenze e manifestazioni visive rispetto alla tensione più sottile
dell’originale. La casa diventa un organismo vivo, carico di
memoria e dolore, che si nutre delle fragilità emotive dei
protagonisti. Nel resto dell’articolo si proporrà una spiegazione
del finale del film, analizzando come si risolvono gli eventi e
quale significato assumono in relazione ai temi dell’opera.
La trama di Haunting –
Presenze
Il film segue le vicende che si
svolgono all’interno di Hill House, una tetra villa nel
Massachusetts, costruita agli inizi del diciannovesimo secolo da
Hugh Crain (Charles Gunning),
ricco magnate dell’industria tessile. La casa, realizzata
dall’impresario per ospitare la moglie Renee e la loro futura
prole, fu invece solamente scenario di terribili tragedie. Col
passare del tempo, non fecero che aumentare inquietanti racconti
sulla villa, che rimase disabitata, o perlomeno così sembrava. Dopo
un secolo, il dottor Marrow (Liam
Neeson), incuriosito dal tetro e misterioso alone che
circonda la magione abbandonata, decide di realizzare al suo
interno uno studio sperimentale sui disturbi del sonno.
Così a Hill House arrivano alcuni
volontari affetti da insonnia, tra cui la spavalda Theo (Catherine
Zeta-Jones), il diffidente Luke
Sanderson (Owen
Wilson) e la sensibile Eleanor ‘Nell’
Vance (Lili Taylor). Fin dal suo arrivo,
Nell sembra essere stranamente attratta dalla villa e l’attrazione
è reciproca. Delle spaventose apparizioni si manifestano,
terrificando i nuovi inquilini della casa: ben presto appare chiaro
che lo studio del dottor Marrow non ha nulla a che vedere col
sonno.
La spiegazione del finale del
film
Nel terzo atto di Haunting
– Presenze, la verità sulla natura di Hill House emerge
con forza quando Eleanor scopre il passato di Hugh Crain e il
destino dei bambini uccisi nella dimora. Dopo aver compreso di
essere legata alla famiglia Crain, decide di affrontare
direttamente la presenza maligna per liberare le anime
intrappolate. Il tentativo di fuga del gruppo fallisce quando la
casa stessa li imprigiona, trasformandosi in una trappola vivente.
La tensione culmina con la morte violenta di Luke, ucciso dallo
spirito di Crain, evento che segna il punto di non ritorno e
costringe Eleanor ad agire.
Nel confronto finale, lo spirito di
Crain si manifesta pienamente, cercando di dominare Eleanor e
alimentarsi della sua paura. Tuttavia, la protagonista trova la
forza di opporsi dichiarando di non avere paura, spezzando il
potere che il fantasma esercita sulle sue vittime. Crain viene
intrappolato in una porta decorativa che raffigura le anime
tormentate dei bambini, ma nel processo trascina con sé Eleanor.
Gli spiriti benevoli intervengono per liberarla, ma il suo corpo
muore, mentre la sua anima si unisce a quelle dei bambini
finalmente liberati, ponendo fine alla maledizione della casa.
Il finale chiarisce come la paura
sia il vero strumento di dominio di Crain. L’intera struttura
narrativa converge sull’idea che Hill House si nutra delle
fragilità emotive degli ospiti, amplificandole fino a distruggerli.
Eleanor, inizialmente la più vulnerabile, diventa invece la chiave
della liberazione, trasformando la sua sensibilità in una forza. La
sua capacità di affrontare il terrore senza cedere permette di
interrompere il ciclo di violenza e sofferenza, dimostrando che il
coraggio interiore è l’unico antidoto al male soprannaturale.
La morte di Eleanor assume un
valore simbolico e narrativo centrale. Il suo sacrificio non è una
sconfitta, ma un atto necessario per ristabilire l’equilibrio e
liberare le anime dei bambini. La sua connessione con la casa,
inizialmente percepita come una maledizione, si rivela invece il
mezzo attraverso cui spezzare la catena di violenza. Il film porta
così a compimento il tema della redenzione attraverso il
sacrificio, mostrando come l’identità e il passato possano essere
affrontati e trasformati in strumenti di liberazione.
Il film lascia allo spettatore una
riflessione sul rapporto tra trauma, memoria e identità. Hill House
rappresenta un luogo in cui il dolore del passato continua a
vivere, alimentato dalla paura e dal silenzio. Eleanor diventa
simbolo di chi riesce a confrontarsi con questo dolore e a
trasformarlo in un atto di salvezza per sé e per gli altri. Il
messaggio finale suggerisce che anche nelle situazioni più oscure
esiste la possibilità di redenzione, ma essa richiede
consapevolezza, coraggio e, talvolta, un sacrificio profondo
Il processo di adattamento
cinematografico di un libro è probabilmente una delle cose più
difficili da realizzare in questo settore. Un libro spesso svela la
vita interiore e il percorso di un personaggio, mentre i film si
basano sul vecchio adagio “mostra, non raccontare”. In
definitiva, molti adattamenti non sono all’altezza del libro perché
mancano di quegli elementi chiave che hanno reso il libro così
coinvolgente per i lettori. Ender’s
Game (leggi
qui la recensione) è uno di quegli adattamenti cinematografici
che ne ha risentito, con alcune modifiche sconcertanti
apportate.
Sebbene Ender’s
Game avesse il vantaggio di un cast stellare
(AsaButterfield,
Abigail
Breslin, Hailee
Steinfeld, Viola Davis, Ben
Kingsley ed Harrison
Ford) e di immagini fantastiche, non è riuscito a
raggiungere il pubblico allo stesso modo del libro. Osservando
alcune delle differenze tra il libro e il film, i fan possono
capire perché questo film non ha raggiunto il suo potenziale.
Eliminare il rischio di guerra
sulla Terra
Una sottotrama di Ender’s
Game si concentra sui fratelli di Ender che si rendono
conto che la fine della guerra nello spazio significherà
probabilmente l’inizio della guerra sulla Terra. Diventano
commentatori politici, assumendo posizioni opposte sulle questioni
per attirare l’attenzione e poi spingendo le loro idee su ciò che i
governi dovrebbero fare in seguito.
Sebbene avesse senso tagliare
questa trama per ragioni di tempo e per una narrazione più
focalizzata, sarebbe stato bello vedere qualche discussione sulle
tensioni in patria. La minaccia di guerra sulla Terra è ciò che
porta Ender ad abbandonare la Terra per sempre nei libri, il che
sarebbe stato un modo più efficace per introdurre la regina dei
Formici dopo il film.
Rendere il colonnello Graff
insensibile alla sofferenza di Ender
Una cosa che il film ha mantenuto
uguale al libro è stato il passaggio occasionale al punto di vista
dei comandanti, piuttosto che a quello di Ender, per dare al
pubblico una migliore percezione del mondo più ampio e delle
manipolazioni a cui i comandanti avrebbero sottoposto Ender.
Tuttavia, mentre nel libro il
colonnello Graff si sente in colpa per aver sottoposto Ender a così
tante prove, la versione cinematografica sembra indifferente alla
sofferenza di Ender. Sebbene ciò rafforzi il tema degli adulti
contro i bambini, lo fa raccontando, non mostrando. Sarebbe stato
più efficace mostrare che gli adulti tiravano le fila, piuttosto
che farli parlare di come non si sentissero in colpa per averlo
fatto.
Cambiare l’età di Ender
Sebbene sarebbe stato poco pratico
includere Ender in tutte le età in cui si trovava nel libro, la
decisione di mantenere Ender di un’unica età ha indebolito
l’impatto dei bambini soldato. Nel libro, Ender inizia la Scuola di
Battaglia a soli sei anni, crescendo e sviluppandosi nei cinque
anni successivi prima di completare la sua missione a undici
anni.
Nel film, tuttavia, Ender è stato
interpretato da AsaButterfield,
che all’epoca aveva sedici anni. Poiché Ender non invecchia nel
film, il ritmo è notevolmente accelerato e il pubblico perde parte
della tragedia di una guerra che utilizza i bambini come i suoi
migliori comandanti.
Dare a Ender un interesse
amoroso
Una delle conseguenze dell’aver
fatto invecchiare Ender è che lo ha predisposto ad avere un
interesse amoroso. Nessuno si aspettava che Ender ne avesse bisogno
nei libri, ma rendendolo sedicenne e commercializzando il film come
un adattamento per giovani adulti, è stato introdotto un interesse
amoroso nella forma di Petra (Hailee
Steinfeld).
Petra, che nei libri è un’amica e
una mentore di Ender, diventa molto rapidamente un interesse
amoroso nel film, il che sembra fuori luogo mentre Ender si allena
per diventare il comandante più giovane della storia. Ciò ha anche
richiesto agli sceneggiatori di inserire Petra in molte scene in
cui non era presente, il che toglie momenti forti ad altri
personaggi secondari.
Rendere militaristica la vita
familiare di Ender
Un cambiamento che ha modificato in
modo significativo la percezione del pubblico della Scuola di
Battaglia è stata la militarizzazione della vita sulla Terra. Nel
libro, la vita sulla Terra include genitori che lo amano, compiti
scolastici facili e momenti di relax su un lago dove Ender può
immaginare che il destino del mondo non gravi sulle sue spalle.
Nel film, il padre di Ender è
distante e critico nei suoi confronti, e la sua scuola è
un’accademia militare. Rendendo militaristico il mondo natale, non
è chiaro cosa sia cambiato nel mondo di Ender, a parte il fatto di
trovarsi nello spazio. Questo riduce al minimo la fase del viaggio
dell’eroe in cui deve familiarizzare con un nuovo stile di vita e
fa sembrare il suo periodo alla Scuola di Battaglia in gran parte
più o meno lo stesso.
L’uso della parola “Formici”
invece di “Buggers”
Un cambiamento significativo
apportato dal film riguarda il linguaggio che i personaggi usano
per descrivere la minaccia aliena. Mentre i libri definiscono gli
alieni come Formici, tutti li chiamano Buggers, un termine
dispregiativo che si è infiltrato nella conversazione
informale.
Nel film, quasi tutti usano la
parola Formici a meno che non vogliano sottolineare l’uso di un
termine dispregiativo, il che riduce la quantità di propaganda che
viene fatta sulla guerra. La battaglia vinta da Ender non era
necessaria, ma nei libri tutti la acclamano perché hanno
spersonalizzato gli alieni a tal punto. Senza questa propaganda,
non è chiaro perché Ender sia l’unico a preoccuparsi di aver
commesso un genocidio.
L’introduzione di troppi
personaggi all’inizio
Per ragioni di tempo, i personaggi
del film sono stati presentati a gruppi anziché essere inseriti
gradualmente nel corso del periodo trascorso da Ender alla Scuola
di Battaglia. Il caso più evidente è quello di Bean, che è stato
presentato nel gruppo di reclutamento di Ender. Presentando Bean
all’inizio, Alai viene messo in secondo piano, il che rende il suo
commosso addio a Ender meno significativo.
Questo accade anche quando Dink e
Petra vengono entrambi introdotti nell’Esercito Salamandra. Avere
tutti i personaggi introdotti in uno dei due momenti rende
difficile per il pubblico capire che Ender ha relazioni
significative con ciascuno di loro, e forse sarebbe stato meglio
tagliare del tutto i personaggi messi in ombra.
Rendere collaborative le migliori
idee di Ender
Per tradurre i processi mentali di
Ender nel mezzo cinematografico, molte delle sue idee sono emerse
durante conversazioni con o per il bene di altre persone. Ciò è
accaduto frequentemente con le migliori idee di Ender, come quella
di abbattere il cancello nemico. Questa idea è stata sviluppata
collettivamente con Bean nel film, e la sua decisione di entrare in
battaglia per ultimo viene trasformata da una mossa strategica in
un salvataggio di una persona amata.
Svelando le migliori idee di Ender
o modificandone le motivazioni, Ender diventa un personaggio più
debole. Ciò è stato fatto per combinare l’introduzione di nuovi
personaggi con momenti chiave della trama, ma sminuisce il fatto
che Ender dovrebbe essere un genio militare. Le sue idee migliori
si riducono al caso e alla collaborazione, piuttosto che al
pensiero strategico, il che rende meno credibile che questo bambino
sia la migliore speranza della Terra.
Non mostrare Ender come
insegnante
Una parte del libro che è stata
molto trascurata è il ruolo di Ender come insegnante. I libri
mettono in evidenza la sua forza come leader militare insieme alla
sua naturale abilità nell’insegnamento, mostrando Ender mentre
conduce sessioni di addestramento extra e ripone molta fiducia nei
suoi soldati. Queste opportunità rafforzano sia gli altri
personaggi che lo circondano sia la sua forza nella leadership.
Queste scene sono state tagliate
per includere alcuni dei momenti più famosi dei libri, ma sembra
che includerle avrebbe potuto cogliere i temi del libro in modo più
efficace. Nessuna battaglia singola mostra Ender come un genio,
quindi non sono necessariamente importanti quanto le scene meno
basate sull’azione che aiutano il pubblico a capire che Ender è il
migliore e il più brillante al mondo.
Minimizzare l’impatto del
genocidio di Ender
Infine, il film sembra ignorare uno
dei messaggi più importanti del libro, ovvero che il genocidio non
avrebbe mai dovuto avvenire. I libri stabiliscono che i Formici
stavano ripetutamente cercando di comunicare con Ender e di
dimostrargli che non erano una minaccia per l’umanità, il che rende
ancora più tragico il fatto che Ender venga manipolato per
massacrarli. Ender finisce per essere quasi suicida dopo aver
realizzato ciò che ha fatto, proprio come Katniss Everdeen in The
Hunger Games.
Il film ha semplificato questo
aspetto, mostrando solo brevemente che Ender è sconvolto. La
citazione riprodotta all’inizio del film riguarda il modo in cui la
comprensione del nemico da parte di Ender lo porta ad amarli, ma
questo tema non viene sviluppato nel film nel suo complesso. Gli
adulti esultano per la vittoria nella guerra. Gli amici di Ender
esultano per il successo ottenuto. Ender è turbato per un attimo,
ma poi volta rapidamente pagina dopo aver capito che c’è ancora una
regina viva. La morte di miliardi di persone viene in gran parte
messa in secondo piano.
The Transporter
del 2003, diretto da Corey Yuen e Louis
Leterrier, segna l’inizio di una saga action adrenalinica
che mescola inseguimenti automobilistici, arti marziali e crimine
organizzato. Yuen, noto per film come Fong Sai-yuk e
Extreme Ops, porta la sua esperienza nelle coreografie di
combattimento, mentre Leterrier, futuro regista di L’incredibile Hulk e Scontro tra Titani, contribuisce a uno stile visivo
dinamico e cinematografico.
La produzione è curata da
Luc Besson, celebre per titoli come Léon
e Il quinto elemento, che qui porta la sua firma a una
storia incentrata su azione pura e ritmo serrato. Il film
appartiene al genere
action–thriller
e si distingue per la sua combinazione di inseguimenti
automobilistici spettacolari, combattimenti corpo a corpo e un
protagonista con un codice morale rigido. Pur inserendosi nel
filone action europeo, si lega a film simili prodotti da Besson
come Banlieue 13, offrendo un mix di adrenalina, strategia
e disciplina. La narrazione punta sull’abilità del protagonista di
risolvere situazioni estreme senza compromettere le sue regole,
creando un modello di action hero moderno.
Per Jason Statham, The
Transporter rappresenta un ruolo chiave nella sua
filmografia, consolidando la sua immagine di attore di film
d’azione sofisticati, rapidi e fisicamente impressionanti. Il film
anticipa il suo lavoro in titoli come Crank, Death Race e I mercenari, dove combina carisma, combattimenti
coreografati e presenza scenica intensa. Questo primo capitolo
della saga pone le basi per le successive avventure del
personaggio, mostrando al pubblico un eroe professionale, risoluto
e intraprendente. Nel resto dell’articolo si proporrà una
spiegazione del finale del film e di come risolve la tensione
narrativa costruita.
La trama di The
Transporter
Il film segue le vicende dell’ex
soldato delle Forze Speciali Frank Martin
(Jason
Statham). L’uomo si è da tempo trasferito sulla costa
mediterranea della Francia, dove trascorre quella che appare come
una vita tranquilla. In realtà Frank fa un lavoro molto
particolare: egli è infatti diventato un mercenario e trasporta su
commissione dei carichi top secret, a bordo della sua macchina
modificata. Per portare a termine le sue missioni Frank segue
poche ma rigide regole: il contratto con il cliente va sempre
rispettato, non fare domande e mai guardare cosa contiene il carico
da trasportare.
L’ultimo lavoro sembra uno come
tanti: il cliente è un signore americano di cui Frank conosce solo
il nome in codice, Wall Street (Matt
Shulze). Durante il viaggio in macchina, Frank si ferma
però per fare una pausa e si accorge che il carico si muove
stranamente. Violando una delle regole che si era imposto, l’ex
soldato guarda cosa contiene il pacco, scoprendo al suo interno una
bellissima donna legata. A quel punto, dovrà decidere se venire
meno al suo ruolo e fare luce su quanto sta accadendo.
La spiegazione del finale del
film
Nel terzo atto di The
Transporter, Frank Martin affronta la resa dei conti con
Darren “Wall Street” Bettencourt e la rete criminale di traffico
umano che aveva scoperto. Dopo aver subito il tentato assassinio
con la valigetta-bomba, Frank recupera la donna sequestrata, Lai, e
scappa dagli uomini di Wall Street attraverso un sistema di
passaggi segreti e vie acquatiche. I due vengono inseguiti da
mercenari armati e da Wall Street stesso, che tenta di eliminarli
con missili e armi automatiche, ma Frank dimostra ancora una volta
le sue incredibili abilità di guida, combattimento e strategia,
mettendo al sicuro Lai e seminando i suoi inseguitori.
La situazione culmina nel confronto
finale sui camion in movimento ai porti di Marsiglia, dove Frank
affronta Wall Street in un combattimento corpo a corpo meticoloso e
coreografato. Dopo una lunga lotta tra veicoli e armi, Frank riesce
a lanciare Wall Street sotto le ruote di un camion, eliminandolo.
Immediatamente dopo, viene affrontato dal padre di Lai, Mr. Kwai,
che lo tiene sotto minaccia. Lai, determinata a salvare Frank,
spara al padre, liberandolo e permettendo alla polizia e a Tarconi
di intervenire e liberare le persone intrappolate nei
container.
Il finale mostra Frank e Lai
riuniti, mentre la giustizia viene ristabilita e i criminali
smantellati. Frank mantiene il suo codice morale, proteggendo gli
innocenti senza violare le sue regole fondamentali, e chiude la
vicenda con successo. La scena finale sottolinea l’efficienza e
l’ingegno del protagonista, combinando sequenze ad alta tensione
con risoluzione narrativa soddisfacente, offrendo un mix di azione
pura e soddisfazione morale che caratterizza l’intero film.
Questo finale porta a compimento i
temi principali del film, centrati sull’integrità personale e la
professionalità. Frank, pur operando al di fuori della legge,
protegge gli innocenti e rispetta le regole del suo codice. La
storia dimostra come la disciplina, l’astuzia e la determinazione
possano prevalere sul crimine organizzato, valorizzando le
competenze del protagonista senza ricorrere a scorciatoie. La sua
lotta non è solo fisica ma etica, e la vittoria finale sottolinea
l’equilibrio tra giustizia, azione e responsabilità morale nel
contesto di un thriller ad alto ritmo.
Il film ci lascia con un messaggio
chiaro: l’onore e il rispetto delle proprie regole personali
possono trionfare anche nelle situazioni più estreme. La vicenda di
Frank Martin evidenzia l’importanza della disciplina, della
prontezza mentale e della protezione degli innocenti. La
risoluzione del conflitto con Wall Street e la liberazione dei
prigionieri dei container ribadiscono il concetto che l’azione
combinata con l’intelligenza e la moralità produce risultati
efficaci. Il film suggella la crescita del protagonista come eroe
professionale capace di adattarsi e reagire alle sfide con ingegno
e determinazione.
Il nuovo trailer e il poster
dell’atteso adattamento live-action Disney di Oceania,
con Catherine Lagaʻaia nel ruolo di Vaiana e
Dwayne
Johnson, che ritorna in quello del semidio
Maui.
Oltre a Lagaʻaia e Johnson, il cast
di Oceania include John Tui, originario di
Auckland, Nuova Zelanda, nel ruolo del serio padre di Vaiana, Capo
Tui; Frankie Adams, samoana-neozelandese, che interpreta Sina, la
madre giocosa e determinata di Vaiana; e Rena Owen, originaria di
Bay of Islands, Nuova Zelanda, nel ruolo dell’amata Nonna Tala.
L’adattamento live-action Disney
dell’avventura animata candidata all’Oscar® è diretto dal vincitore
di Emmy® e Tony Award® Thomas Kail (Hamilton); prodotto da
Dwayne Johnson, Beau Flynn, Hiram Garcia e
Lin-Manuel Miranda; Thomas Kail, Scott Sheldon, Charles Newirth e
Auliʻi Cravalho, che ha doppiato Vaiana nelle versioni originali
dei film d’animazione Oceania e Oceania
2, sono gli executive producer. Oceania include brani
originali di Lin-Manuel Miranda, Opetaia Foaʻi e Mark Mancina,
oltre a una colonna sonora originale composta da Mancina.
Oceania arriverà nelle sale cinematografiche italiane il
19 agosto 2026.
Jaafar Jackson,
protagonista del film biografico Michael,
ha parlato dell’estenuante percorso per calarsi nei panni del suo
zio superstar nell’imminente biopic della Lionsgate. Essendo il
figlio del fratello di Michael e compagno di band nei
Jackson 5, Jermaine
Jackson, alcuni potrebbero pensare che per il giovane
attore il ruolo sia stato più semplice. Tuttavia, un dietro le
quinte del film rivela che l’allenamento di Jackson è stato molto
impegnativo, soprattutto per quanto riguarda l’esecuzione
impeccabile delle iconiche mosse di ballo di Michael.
“Sapevo quanto sarebbe stato
difficile… interpretare Michael Jackson”, ha dichiarato
Jackson. “E non è stato facile, decisamente no.” Per
prepararsi al ruolo, si è allenato con Rich e Tone Talauega, che
avevano già curato le coreografie di suo zio in passato e lavorato
al musical “MJ The Musical” del 2022. Sebbene il produttore Graham
King fosse inizialmente titubante a scritturare Jackson, alla fine
ha concesso al giovane attore il tempo necessario per allenarsi e
perfezionare la sua tecnica di ballo.
“Adoro le sfide e volevo
dimostrare a me stesso, alla mia famiglia e ai registi che potevo
farcela”, ha spiegato Jackson. “Ho iniziato a provare per
ore e ore finché ogni singolo movimento non fosse perfetto… Ballavo
finché i piedi non sanguinavano o non si intorpidivano. Molte volte
mi svegliavo con i piedi doloranti e pensavo: ‘Dovrei continuare a
provare? Dovrei fare una pausa e lasciare che il corpo si rilassi?’
[Ride] Poi un’altra parte della mia mente diceva: ‘No, cosa farebbe
Michael?'”
Parlando della necessità di
riprodurre fedelmente i passi di Michael, Fuqua ha affermato:
“Ogni movimento è importante. Ogni dettaglio è importante. Non
si può semplicemente eseguire un movimento di Michael Jackson con
noncuranza”. Per questo motivo, il regista ha rivelato che Jackson
“non ha mai smesso di ballare” e “ha continuato a provare fino al
momento stesso in cui sono iniziate le riprese”.
Nonostante le difficoltà che
l’allenamento ha comportato per Jackson, la sua passione per
offrire una performance impeccabile e onorare suo zio è rimasta
immutata. “Ricordo di essermi guardato allo specchio poco prima
di salire sul palco”, ha aggiunto Jackson. “Avevo trucco,
parrucco e costumi perfetti, e mi sono preso un attimo per pensare:
‘Wow, sono davvero qui. Non si torna indietro. È ora di andare là
fuori e dare il meglio di me'”.
Nel 2024, tre dei fratelli di
Michael, Tito, Jackie e Marlon, hanno parlato della loro esperienza
nel vedere il nipote interpretare il ruolo. “Non lo dico perché
è mio nipote; lo dico perché è vero”, ha affermato Marlon.
“Ho visto molti artisti che volevano fare questo, sapete, e
imitavano Michael, ed erano bravi. Ma Jaafar non imitava Michael. È
diventato Michael, e questa è la differenza”.
In risposta, Jackie ha fatto notare
che 2.000 persone hanno fatto il provino per il ruolo di Michael.
Ha poi rivelato che “quando [i fratelli] l’hanno visto per la
prima volta […] ci sono venute le lacrime agli occhi, abbiamo
iniziato tutti a piangere. Pensavamo di vedere nostro
fratello”. Al che, Tito ha aggiunto: “Non potevamo
crederci… Era così vicino”.
Michael
uscirà nelle sale il 24 aprile 2026. Completano il
cast Colman
Domingo nel ruolo del padre del cantante, Joe Jackson,
e Nia Long in quello della madre, Katherine,
Miles Teller, Laura Harrier,
Kat Graham, Larenz Tate e
Derek Luke. Graham King,
John Branca e John McClain
producono il film, la cui sceneggiatura è stata scritta da
John Logan
Diretto da Francis
Lawrence (I Am Legend, The Hunger Games: La
Ragazza di Fuoco, The Hunger Games: Il Canto della
Rivolta) e scritto da JT Mollner (Strange
Darling),e scritto da JT Mollner (Strange Darling),
The Long Walk è tratto dall’omonimo romanzo
di Stephen King e arriva in sala il 23 Aprile
distribuito da Adler Entertainment.
Negli Stati Uniti il film ha già
riscosso grande interesse di pubblico e critica per la sua capacità
di trasformare una storia minimalista in un’esperienza
cinematografica immersiva, caratterizzata dall’intensità della
messa in scena, dalla tensione costante e da un adattamento fedele
allo spirito cupo e disturbante del romanzo.
La trama di The Long
Walk
Centoragazzi
partecipano ad una competizione estrema conosciuta come The
Long Walk: camminare senza mai fermarsi, mantenendo
un’andatura costante. Chi rallenta riceve un ammonimento, al terzo
errore viene eliminato …definitivamente. Solo uno sopravvivrà,
conquistando un premio senza limiti. Con il progredire della gara,
lo sforzo fisico e psicologico si fa sempre più intenso, spingendo
i concorrenti oltre ogni limite.
Lana è pronta a
riaccendersi e con lei i bollenti spiriti di una nuova stagione
di TOO HOT TO HANDLE: Italia, l’adattamento
italiano del format più audace che ci sia, prodotto da Fremantle e
in arrivo prossimamente solo su Netflix.
Al timone di questa
seconda edizione un’ospite d’eccezione: SELVAGGIA
LUCARELLI sarà la special guest che darà il via a un viaggio
tra tentazioni e colpi di scena, in cui i concorrenti dovranno
cercare di controllare i loro istinti per arrivare fino alla
fine.
Un gruppo di single
tremendamente hot si ritrova in una location da sogno, ma per
vincere il montepremi c’è una condizione: niente sesso. Riusciranno
a resistere o cederanno al desiderio?
La
terza stagione di Fallout promette di fare un passo
decisivo verso le origini del franchise. La showrunner Geneva
Robertson-Dworet ha infatti confermato che i nuovi episodi
introdurranno finalmente alcuni elementi tratti direttamente dai
videogiochi, finora assenti nelle prime due stagioni della serie
Prime Video. Una scelta che segna un’evoluzione
naturale dell’adattamento, sempre più orientato a integrare in modo
organico il materiale originale.
La
serie, ambientata in un mondo post-apocalittico due secoli dopo una
guerra nucleare, ha già costruito una propria identità narrativa
seguendo i percorsi di personaggi come Lucy, interpretata da
Ella Purnell, The Ghoul (Walton Goggins) e Max (Aaron Moten). Tuttavia,
fin dal debutto, parte del pubblico aveva evidenziato l’assenza di
alcuni elementi chiave del videogioco, che ora sembrano pronti a
entrare finalmente in scena.
In
un’intervista a SFX Magazine, Robertson-Dworet ha spiegato che la
terza stagione espanderà ulteriormente l’universo della serie,
introducendo nuove ambientazioni e approfondendo il legame con
l’esperienza tipica del gioco. In particolare, la storia seguirà
The Ghoul nel suo viaggio verso il Colorado, mentre Lucy e
Max intraprenderanno percorsi differenti, contribuendo a costruire
una narrazione più ampia e ramificata.
Dalla mappa aperta alle nuove
location: come Fallout 3 si avvicina all’esperienza del
videogioco
Uno degli elementi centrali dei videogiochi di Fallout è l’esplorazione di un mondo vasto e
frammentato, fatto di regioni diverse, ognuna con le proprie
dinamiche e pericoli. Proprio questo aspetto sarà al centro della
terza stagione, con la volontà dichiarata di “espandere la mappa”
narrativa della serie. L’introduzione di nuove location permetterà
di replicare quella sensazione di scoperta continua che ha reso
iconico il franchise.
La showrunner ha inoltre rivelato che alcuni elementi del gioco
erano stati pianificati fin dall’inizio, ma volutamente rimandati.
Todd Howard, direttore di Bethesda Game Studios, aveva infatti
suggerito di non introdurre troppo presto determinati aspetti per
evitare di sovraccaricare la narrazione. Ora, però, secondo
Robertson-Dworet, è arrivato il momento giusto per integrarli in
modo coerente con lo sviluppo della storia.
Questa scelta indica una maggiore fiducia nella maturità
dell’universo televisivo di Fallout, che dopo due stagioni ha consolidato i suoi
personaggi e le sue dinamiche. L’introduzione di elementi più
fedeli ai videogiochi non sarà quindi un semplice fan service, ma
un passaggio strategico per ampliare la portata narrativa e
rafforzare il legame con il materiale originale.
Anche il cast sembra anticipare una stagione più ambiziosa e
imprevedibile. Aaron Moten ha parlato di un aumento della posta in
gioco e di una narrazione ricca di colpi di scena, sottolineando
come i nuovi episodi porteranno “molto più caos” rispetto al
passato. Un segnale chiaro di come la serie stia puntando a una
fase più intensa e spettacolare.
Al momento non è stata ancora annunciata una data di uscita
ufficiale per la terza stagione, ma tutte le premesse indicano che
Fallout si stia
preparando a entrare nella sua fase più espansiva. Con un mondo più
grande, elementi iconici finalmente integrati e una narrazione
sempre più stratificata, la serie sembra pronta a soddisfare sia i
fan storici del videogioco sia il pubblico generalista.
Taylor Sheridan rende omaggio a
Robert Redford nel primo episodio di
The Madison, intitolato “Pilot”,
inserendo nei titoli di coda una dedica che non è passata
inosservata: “In Loving Memory of Robert Redford”. Un gesto che
arriva proprio mentre la nuova serie Paramount+ segna un ulteriore passo
nell’evoluzione creativa dell’autore di Yellowstone, introducendo una storia
autonoma e una nuova famiglia protagonista nel panorama
neo-western.
The
Madison segue le vicende dei Clyburn, guidati da
Michelle Pfeiffer e Kurt Russell nei ruoli di Stacy e
Preston, una famiglia sospesa tra la vita frenetica di New York e
la dimensione più autentica del Montana, lungo il fiume Madison. Il
primo episodio costruisce con efficacia il trauma iniziale che dà
il via alla narrazione, ma è proprio il tributo finale a
sorprendere il pubblico, aprendo a una riflessione più ampia sul
significato culturale della serie.
Inizialmente percepita come uno spin-off diretto di
Yellowstone, la serie è stata poi chiarita da
Paramount+ come un progetto completamente indipendente, pur
condividendo con l’universo creato da Sheridan una sensibilità
tematica e visiva. In questo contesto, l’omaggio a Redford assume
un valore che va oltre la semplice commemorazione, diventando un
segnale preciso di continuità con una certa tradizione del racconto
western.
Il legame tra Taylor Sheridan e
Robert Redford e perché il tributo è centrale per The Madison
Taylor Sheridan partecipa al photocall di “Wind River” durante la
70ª edizione del Festival di Cannes. Foto di DenisMakaren
via Depositphotos.com
Sebbene Robert Redford non sia stato direttamente coinvolto nella
realizzazione di The
Madison, il suo rapporto con Taylor Sheridan affonda le radici
nella genesi stessa di Yellowstone. Quando il progetto era ancora in fase di
sviluppo per HBO, Sheridan aveva inizialmente scelto proprio
Redford per interpretare John Dutton III. L’attore aveva accettato,
ma la rete decise comunque di non produrre la serie, che
successivamente approdò su Paramount+ con Kevin Costner come protagonista.
Questo episodio racconta molto del rispetto e dell’influenza che
Redford ha esercitato su Sheridan, ma il suo ruolo simbolico va ben
oltre. Redford è stato una figura chiave nella ridefinizione del
western moderno, sia come attore che come regista e produttore,
contribuendo a film iconici come Butch Cassidy and the Sundance Kid e Jeremiah Johnson. Non solo: è stato
anche produttore della serie Dark
Winds, ulteriore punto di contatto con l’universo
narrativo di Sheridan.
Ma è soprattutto sul piano tematico che il tributo trova il suo
senso più profondo. Redford è stato per decenni un attivista
ambientale, impegnato nella tutela delle terre pubbliche, della
fauna selvatica e dei diritti delle comunità native. Temi che
emergono con forza anche in The Madison, dove il rapporto con la natura, il
territorio e la conservazione ambientale è al centro della
narrazione, in particolare attraverso il personaggio di Preston e
il suo legame con il Montana.
La scelta di Sheridan di inserire una dedica a Redford non è quindi
solo un atto di omaggio personale, ma una dichiarazione d’intenti.
The Madison si presenta
come una serie che vuole raccogliere e reinterpretare l’eredità di
un certo cinema western, più intimo e riflessivo, in cui il
paesaggio non è solo sfondo ma elemento identitario e morale.
In questo senso, il tributo finale assume un valore programmatico:
indica la direzione della serie e ne chiarisce le ambizioni. Non si
tratta solo di raccontare una nuova famiglia, ma di inserirla in
una tradizione narrativa precisa, in cui le storie personali si
intrecciano con questioni più ampie legate alla terra, alla memoria
e al senso di appartenenza. Un’eredità che passa inevitabilmente
anche da Robert Redford.
Ryan Gosling è l’eroe di Project Hail Mary, ma il colpo di scena
finale è stato ora spiegato dall’autore Andy Weir. Il finale di L’ultima missione: Project Hail
Mary rivela che Ryland Grace non vive sulla
Terra, ma sul pianeta Erid insieme al suo migliore amico alieno,
Rocky (James Ortiz). Gli Eridiani sono riusciti a
costruire una cupola biologica affinché Ryland potesse vivere lì in
sicurezza, con una spiaggia e l’acqua dell’oceano. Tuttavia, si
tratta di una leggera variazione rispetto al finale del libro,
poiché Ryland è molto più vecchio e non è presente la sua spiaggia
privata. Inoltre, viene rivelato che la sua nave, la Hail Mary,
potrebbe essere rimandata sulla Terra.
Nel corso del film e del libro,
Ryland Grace soffre di una lieve amnesia a causa di un lungo coma e
delle sostanze specifiche che Stratt (interpretata da
Sandra Hüller) gli ha somministrato. Una delle
rivelazioni principali è che il personaggio di Gosling in realtà si
era rifiutato di partecipare alla “missione suicida” nello spazio
ed era stato costretto a entrare in coma. Weir ha parlato con
Inverse per spiegare esattamente perché questo momento fosse
fondamentale per il personaggio di Ryland e per l’intero film:
“Volevo partire da una
base fondamentale, una paura quasi patologica del conflitto, e
svilupparla nel personaggio. Inizialmente è un tipo piuttosto
solitario. Non ha veri e propri conoscenti o amici. Poi però
incontra qualcuno a cui tiene così tanto da essere disposto a
rischiare la vita. Ha resistito alla chiamata, ma la chiamata ha
vinto la sua resistenza. Non ha scelto di andare.
Credo che tutti
possiamo immedesimarci nella sensazione di essere sopraffatti,
inadeguati e spaventati. Era questo che volevo trasmettere. È
fondamentale che proviamo empatia per il protagonista, che proviamo
compassione per lui e che facciamo il tifo per
lui.”
L’ultima missione: Project Hail Mary – COrtesia di
SONY
L’ultima
missione: Project Hail Mary è basato sul romanzo di
Weir del 2021 e racconta la storia di Ryland Grace, un insegnante
di scienze trasformatosi in eroe, che affronta la missione più
difficile: salvare l’umanità da un’imminente era glaciale.
L’adattamento cinematografico di Amazon MGM Studios vede nel cast
Gosling, Hüller, Milana Vayntrub, Ken Leung e Lionel Boyce. Questo
stesso “viaggio dell’eroe” viene utilizzato anche nell’epico film
del 1977 Guerre Stellari, quando Luke Skywalker esita a unirsi alla
battaglia e dice persino a Obi-Wan Kenobi di non voler essere
coinvolto, ma la scelta gli viene tolta quando i suoi zii vengono
assassinati. È un espediente narrativo impiegato in molte storie
epiche di eroismo e mostra lo sviluppo di un personaggio in modo
più completo.
Il viaggio di Ryland Grace in
Project Hail Mary è letteralmente fuori dal comune ed è diventato
una vera storia di coraggio, sacrificio e umanità. Project Hail
Mary sta riscuotendo un enorme successo di critica e pubblico, con
un impressionante punteggio di quasi il 95% su Rotten Tomatoes e un
voto A da Cinemascore.
L’ultima missione: Project
Hail Mary è ora disponibile al cinema.
In seguito all’uscita mondiale di
Peaky
Blinders: The Immortal Man, avvenuta il 20 marzo, la
protagonista Rebecca Ferguson ha rivelato di voler lasciare
almeno una piccola porta aperta a un possibile ritorno nella serie.
“Non dico mai di no”, ha dichiarato la Ferguson a Radio
Times, mantenendosi evasiva nonostante le insistenti
domande.
Sebbene l’introduzione e
l’inclusione del suo personaggio Kaulo in The Immortal
Man siano state una parte importante della storia, la
Ferguson ha spiegato: “Penso che Kaulo fosse davvero essenziale
per questo film, ma non credo sempre che un personaggio debba avere
un seguito; possiamo accontentarci di non essere
soddisfatti”.
Come aggiunta significativa alla
storia di Peaky Blinders, il personaggio di
Kaulo interpretato da Ferguson ha avuto un impatto su come potrebbe
essere il futuro della serie di lunga data. Sebbene il film sia a
sé stante, un seguito della storia non sembra del tutto fuori
discussione per la serie Netflix di enorme successo.
Sebbene non siano stati confermati
piani per un altro film, una serie sequel o eventuali spin-off, i
commenti di Ferguson suggeriscono che un ritorno non è da
escludere. Anche se è ben lungi dall’essere una garanzia, è chiaro
che l’attrice è felice di non dire mai mai per quanto riguarda
Peaky Blinders. Mentre il team guarda avanti a ciò
che potrebbe esserci dopo, Ferguson sembra essere aperta a un
ritorno.
In The Immortal
Man, Ferguson deve bilanciare i flashback nei panni di
Zelda con i momenti del presente nei panni di Kaulo, che trama e
spinge Duke Selby (Barry
Keoghan) a rivendicare il posto di suo padre. Anche se
Duke non le dà ascolto, conclude il film con lei al suo fianco come
nuovo capo del clan Shelby. In quanto “l’unica persona che può
dire ‘basta’ e lui la ascolta”, Kaulo ha una presenza
enorme.
Con Kaulo destinata a far parte del
futuro di Peaky Blinders, sembra possibile che,
nonostante le risposte evasive di Ferguson, il suo personaggio sarà
parte integrante del franchise man mano che questo andrà avanti.
The Immortal Man è riuscito a presentare un nuovo
mondo affascinante per l’universo di lunga data della serie e,
sebbene i piani per il futuro non siano stati rivelati, sembra
chiaro che la storia di Peaky Blinders potrebbe
non essersi ancora conclusa.
Nell’episodio di questa settimana
di Dark
Winds, Irene (Franka Potente) ha
avuto un incontro quasi mortale con Emma Leaphorn (Deanna
Allison), ma il loro incontro si è concluso in modo
sorprendente. Con l’avvicinarsi della fine della quarta
stagione di Dark
Winds, molte delle trame della serie stanno
intensificandosi. Irene è più letale che mai, Joe Leaphorn
(Zahn McClarnon) è in pericolo più che mai e
l’intero cast di Dark Winds è con il fiato sospeso.
Nel frattempo, sia Jim Chee
(Kiowa Gordon) che Bernadette Manuelito
(Jessica Matten) hanno avuto un episodio
relativamente più tranquillo questa settimana, ma comunque ricco di
momenti personali di grande importanza. La malattia da fantasma di
Chee continua a peggiorare, ma potrebbe esserci una luce in fondo
al tunnel, anche se si sta riprendendo dalle ferite in ospedale. In
breve, c’è molto da discutere sull’episodio 6 della quarta stagione
di Dark Winds.
Perché Irene ha lasciato in vita
Emma Leaphorn nell’episodio 6 della quarta stagione di Dark
Winds?
Irene è da tempo ossessionata da
Joe, sia professionalmente che sentimentalmente, il che l’ha
portata ad affrontare Emma nell’episodio 6 della quarta
stagione di Dark Winds. Irene ha chiesto a Emma cosa
vedesse in lei e perché avesse abbandonato Joe, Emma si è ferita al
volto con le chiavi del camion e Irene alla fine le ha detto che
meritava di morire. Nonostante tutto, Irene non ha effettivamente
ucciso Emma, che era già andata via quando Joe è arrivato.
Considerato il passato di Irene
come sicaria che finora non ha mostrato alcun rimorso, è stato
sorprendente che non abbia ucciso Emma. Dark Winds non ha rivelato
esplicitamente le motivazioni di Irene, ma è probabile che
semplicemente non ritenesse che uccidere Emma ne valesse la pena.
Emma aveva già lasciato Joe, quindi non rappresentava un ostacolo
alle deliranti fantasie di Irene di avere una storia d’amore con
lui. Inoltre, Emma non poteva fornire a Joe nuove informazioni su
Irene, quindi non c’era motivo di ucciderla per mantenere
l’anonimato.
Probabilmente Irene aveva anche
maturato un certo rispetto per Emma, che si era difesa. Emma
aveva ferito Irene al volto poco dopo che quest’ultima le aveva
chiesto cosa vedesse in lei Joe, e Irene aveva risposto “Capisco”.
Quel momento indica che Irene aveva capito che Emma era una donna
forte, disposta a reagire, il che le aveva rivelato il motivo per
cui Joe la amava e le aveva fatto guadagnare il rispetto di Irene.
Oltre a ciò, Irene probabilmente non voleva ferire Joe uccidendo
Emma, almeno non ancora.
È anche possibile che Irene abbia
lasciato in vita Emma per mandarle un messaggio. Affrontando Emma
nel parcheggio senza ucciderla, Irene ha ottenuto diversi
risultati. Ha spaventato Emma, cosa che Irene probabilmente ha
interpretato come un aiuto per Joe in un modo distorto, ma le ha
anche dato un vantaggio su di lui. Irene gli stava dicendo che può
raggiungere Emma quando vuole e sparire prima ancora che Joe se ne
accorga. Se Joe continua a cercare Leroy Gorman, Irene può uccidere
Emma per dissuaderlo.
Emma ha spiegato la malattia
fantasma di Chee e come curarla
Prima di essere aggredita da Irene,
Emma ha dato un saggio consiglio sia a Bernadette che a Chee.
All’inizio dell’episodio, Emma ha detto a Bernadette di non
trattenersi nella sua carriera e di non lasciare che nessuno le
dica cosa merita dalla vita. È stato un ottimo consiglio per
Bernadette, ma Emma ha anche risolto uno dei più grandi misteri
della quarta stagione di Dark Winds: cosa sta succedendo a
Chee.
Sapevamo che Chee soffriva di una
malattia fantasma a causa dell’ingresso nell’hogan della morte
all’inizio della stagione, ma c’è dell’altro. Come ha spiegato
Emma, la malattia fantasma di Chee, causata dall’hogan della
morte, agisce in sinergia con il trauma irrisolto della morte di
sua madre. Chee ha una profonda ferita emotiva e spirituale dovuta
alla morte della madre, una ferita che non si è mai rimarginata, e
ora il suo passato sta tornando a perseguitarlo.
Per fortuna, Emma non si è limitata
a smascherare il problema, ma ha anche fornito a Chee una strategia
per risolverlo. Come suggerito da Emma, Chee ha bisogno di
entrare in contatto con la sua spiritualità Navajo attraverso una
cerimonia. Questo è l’unico modo per risolvere questo squilibrio
emotivo e spirituale e curare la sua malattia da fantasma.
Sfortunatamente, Chee ha una lunga storia di rifiuto della sua vita
spirituale, quindi non è garantito che ascolterà davvero il
consiglio di Emma.
Joe ha cercato di stanare Irene,
ma Sonny è stato ucciso
All’inizio dell’episodio 6 della
quarta stagione di Dark Winds, Bernadette e Leaphorn hanno salvato
Chee da Sonny Bear Heart (Chaske Spencer), che lo teneva sotto tiro
nell’appartamento di Leroy Gorman alla fine dell’episodio 5 della
quarta stagione di Dark Winds. Invece di arrestare semplicemente
Sonny, però, Joe ha deciso di usarlo come esca per attirare Irene.
Joe fece chiamare Sonny a Irene e organizzò un incontro per
“sistemare” Leaphorn, dove l’FBI l’avrebbe arrestata.
Il piano, però, andò terribilmente
storto. L’agente Shaw (Luke Barnett) si smascherò insieme ai suoi
uomini, e Irene capì subito la trappola. Irene sparò e uccise Sonny
prima di fuggire. Decise anche di chiamare Leaphorn e di
tormentarlo, rivelando alcuni aspetti interessanti del suo piano e
del suo stato mentale.
Come emerso dalla telefonata, Irene
ha scaricato la colpa delle sue azioni su Joe. Ha affermato di aver
ucciso Sonny perché Joe l’aveva costretta, non dando ascolto alle
sue precedenti minacce e continuando a indagare sulla scomparsa di
Leroy Gorman. Irene ha anche rivelato di non essere ossessionata
solo da Joe, ma dalla cultura Navajo in generale. Ecco perché ha
preparato il corpo di Ashie Begay dopo averlo ucciso, e questo
spiega in parte anche la sua fascinazione per Leaphorn.
Irene sta cercando di far
ricoverare suo padre in una casa di riposo e di riportare Joe nel
suo bunker
Irene è stata al centro
dell’episodio 6 della quarta stagione di Dark Winds, e abbiamo
anche scoperto molto sulla sua vita al di fuori del suo lavoro di
sicaria. Il padre di Irene, Gunthar Vaggan (Udo Kier), soffre
chiaramente di una qualche forma di demenza, dato che crede che la
Seconda Guerra Mondiale sia ancora in corso e di essere lui al
comando di sua figlia. Irene inizia l’episodio preparandosi a
mandare Gunthar in una casa di riposo, il che spiega perché abbia
così disperatamente bisogno di soldi da Dominic McNair (Titus
Welliver).
L’incontro con Gunthar ha anche
rivelato ulteriori dettagli sui piani di Irene per Leaphorn.
Uscendo dal bunker, Irene dice a Gunthar che porterà a casa “un
tenente” per cena, lasciando intendere che si riferisse proprio al
tenente Leaphorn. Sembra che l’infatuazione di Irene per Joe stia
progredendo, e ora crede di poterlo far entrare in casa sua e
iniziare una relazione con lui.
Non è chiaro cosa Irene avesse
intenzione di fare riguardo alla sua ossessione per Leaphorn.
All’epoca, credeva che Sonny avesse catturato Joe, quindi è
possibile che stesse pianificando di prenderlo prigioniero e
tenerlo rinchiuso nel suo bunker invece di ucciderlo. Ovviamente,
quel piano non funzionerà più, ma Joe non è ancora fuori pericolo.
Irene è ancora molto pericolosa e profondamente infatuata di lui.
Joe dovrà muoversi con cautela in Venti Oscuri.
Il pubblico di L’ultima
missione – Project Hail Mary (leggi
qui la recensione) potrebbe riconoscere (nel vedere il film in
lingua originale) una voce familiare mentre guarda questo successo
al botteghino. Nel film ci sono alcuni easter egg, ma uno dei più
evidenti si nota quando Ryland sta cercando di scegliere una voce
computerizzata per Rocky, un alieno proveniente dal pianeta Erid.
Mentre Ryland, interpretato da Ryan Gosling, passa da una voce all’altra, tra
le opzioni disponibili c’è anche l’iconica voce di Meryl Streep.
Andy Weir, già autore del romanzo
The Martian, da cui è tratto il film, ha ora parlato con
Forbes di questo cameo. Ha
rivelato che l’idea di coinvolgere la Streep è nata spontaneamente
sul set e che tutti hanno concordato che sarebbe stata un’ottima
idea farle fare un breve cameo vocale. Weir ha aggiunto che erano
disposti a usare la sua voce solo se fosse stata davvero l’attrice,
non un’intelligenza artificiale.
La Streep è quindi stata contattata
e ha accettato subito di prestare la sua voce al film. Weir ha
detto: “Adoro il fatto che alla fine sia stata Meryl Streep a fingere di essere un computer che
finge di essere Meryl Streep”. Questo non è l’unico film
uscito questo mese che ha visto la partecipazione di Streep. La sua
voce si può trovare anche nel nuovo film della Pixar,
Hoppers. In esso, lei doppia l’antagonista Insect Queen,
una farfalla monarca che guida il Consiglio degli Animali.
L’insetto che indossa la corona è temuto e rispettato dagli altri
membri del mondo animale.
LEGGI ANCHE QUESTI APPROFONDIMENTI SUL FILM L’ULTIMA
MISSIONE – PROJECT HAIL MARY
Il regista e i protagonisti di
The
Madison spiegano come il
finale della prima stagione prepari il terreno per la seconda.
L’ultimo neo-western di Taylor Sheridan ha avuto un
calendario di uscita insolito: la prima metà dei sei episodi della
prima stagione di The
Madison è stata trasmessa in anteprima su Paramount+ il 14 marzo, mentre la seconda metà è
stata pubblicata una settimana dopo, il 21 marzo.
Le riprese della seconda stagione
di The Madison sono già terminate, garantendo così la
continuazione della storia della famiglia Clyburn. La matriarca
Stacy Clyburn (Michelle Pfeiffer) e le sue figlie
adulte, Abigail (Beau Garrett) e Paige
(Elle Chapman), piangono la morte del marito e
padre, Preston (Kurt Russell). Accompagnati dal marito
di Paige, Russell (Patrick J. Adams), e dalle figlie
piccole di Abigail, Bridgette (Amiah Miller) e Macy (Alaina
Pollock), i Clyburn si recano nel Montana, dove è morto
Preston, per elaborare il lutto e capire come andare avanti.
THR ha parlato con
Christina Alexandra Voros, che ha diretto tutti i
12 episodi di The Madison, insieme agli attori Beau
Garrett, Patrick J. Adams e Amiah Miller, di come il
finale della prima stagione di The Madison prepari il terreno per
ciò che accadrà nella seconda stagione. Leggi le loro dichiarazioni
qui sotto:
«Il nucleo familiare
dei Clyburn è ciò che tiene uniti tutti, e ogni membro è parte
integrante di quella dinamica. Quindi ci sono molte domande rimaste
in sospeso alla fine della prima stagione che troveranno risposta
nella seconda», racconta a THR Christina Voros, veterana di
*Yellowstone* e regista dell’intera serie. «Quando
la sceneggiatura è arrivata nella mia casella di posta, ho pianto.
È una serie davvero unica per Taylor sotto molti aspetti, ma è una
serie molto speciale per me, che venendo dalla costa orientale ho
incontrato un cowboy [il marito Jason Owen, anche coordinatore
degli animali nella serie], mi sono innamorata, mi sono trasferita
in Texas e ho scoperto il Montana girando i western per Taylor.
C’era così tanto nel DNA della serie che mi sembrava mi parlasse
proprio a me. Non ho mai avuto l’opportunità di dirigere qualcosa a
cui mi sentissi così legata dal punto di vista
creativo.”
Ciò che ha colpito
particolarmente Voros è stata la trama di Abby, la figlia maggiore
e divorziata di Stacy — nonché madre di Bridgette (Miller) e della
sorella minore Macy (Pollack) — interpretata da Garrett. “È
divertente osservare le sue conversazioni con Van”, dice Voros
riferendosi allo sceriffo interpretato da Ben Schnetzer. “Alcune di
quelle sono conversazioni che ho avuto con Jason quando l’ho
incontrato per la prima volta.”
Dopo aver trovato un
legame profondo (e bollente) mentre era nel Montana, Abby torna a
New York City dopo una conversazione difficile con Van che ha messo
in luce la loro storia d’amore apparentemente impossibile. Ma la
porta rimane socchiusa dopo una telefonata finale che preannuncia
la seconda stagione. “Christina è riuscita a portare un tocco molto
abile e una visione particolare, il che è stato di grande aiuto”,
dice Schnetzer, che torna per la seconda stagione. “È una storia
d’amore tra due persone che hanno vite piuttosto complicate e
impegnate, ma questo non fa che aumentare il dramma e l’intrigo. A
volte la storia si infiamma davvero, e a volte i due sembrano
allontanarsi.
“Trovo Christina
davvero affascinante, e la sua storia altrettanto affascinante”,
dice Garrett della regista di The Madison e di ciò che attende Abby
e Van. “C’è una dolcezza in Abby che emerge nella seconda stagione
e che non c’era nella prima, ed è stato davvero divertente
esplorarla: una felicità, una gioia. Un pezzo di vita che forse
aveva dimenticato in se stessa”.
“Entrambi i luoghi
coesistono [tra il Montana e New York]”, dice Adams della prossima
stagione. “La maggior parte della storia è ambientata nel Montana.
Si ritrovano lì e, non so quanto vogliano che parliamo dei
dettagli, ma questa serie ruota attorno a queste persone in questo
spazio che cercano di capire chi sono, non solo per se stessi ma
anche gli uni per gli altri, ed è una sorta di
approfondimento”.
Miller, che interpreta
la nipote maggiore Bridgette, riassume: “La prima stagione riguarda
la famiglia che si riconnette e impara a sopravvivere sia
emotivamente che fisicamente. La seconda stagione riguarda la loro
ricostruzione dopo essersi riconnettuti e aver trovato il loro
equilibrio e il loro amore reciproco”.
Il legame personale della veterana
regista di Yellowstone Christina Voros
con la storia di The Madison è
profondo, rendendola la persona ideale per dirigere il racconto di
Taylor Sheridan su una famiglia in lutto alla scoperta delle
meraviglie del Montana. Il fatto che Voros abbia conosciuto suo
marito durante le riprese di «Yellowstone» riecheggia la storia di
Abigail con il vice sceriffo Van Davis (Ben
Schnetzer) nel Montana.
Dopo la loro breve storia d’amore,
la newyorkese Abigail e il cowboy del Montana Van hanno deciso di
non stravolgere le loro vite l’uno per l’altra. Tuttavia, il finale
della prima stagione di The Madison ha mantenuto viva la speranza
per Abigail e Van quando lei lo ha chiamato per chiedergli aiuto
dopo che Paige era stata arrestata per aggressione. Beau Garrett
accenna al fatto che Abigail torni nel Montana per ritrovare Van e
“una felicità; una gioia” che le mancava a New York.
Secondo Patrick J. Adams, la
seconda stagione di The Madison
manterrà l’equilibrio tra il Montana e New York, pur orientandosi
maggiormente verso il Big Sky Country, proprio come la prima
stagione. The Madison suggerisce che la guarigione di cui ogni
membro dei Clyburn ha bisogno, sia come individui che come
famiglia, si troverà negli splendidi paesaggi del Montana che
Prescott amava così tanto.
Il finale della prima stagione di
The Madison si è concluso con Stacy che
ha scelto il Montana invece di New York, realizzando il suo intento
dopo la morte di Prescott. Come dice Amiah Miller, “ricostruire” e
“riconnettersi gli uni con gli altri” sembrano essere i temi
principali per i Clyburn nella seconda stagione di The Madison, ma
ovviamente, con molta tensione, conflitti e il lutto per la perdita
del padre che alla fine riunirà la famiglia Clyburn.
The
Madison si conclude con alcuni cambiamenti
all’orizzonte per i Clyburn e con la promessa di ulteriori sviluppi
futuri. Taylor Sheridan amplia il suo
repertorio di neo-western introducendo nel Montana una famiglia
tutta nuova, dopo il clan dei Dutton. In streaming su
Paramount+, The
Madison fa parte del piano post-Yellowstone del creatore di lanciare diverse
altre serie, affiancandosi a Marshals della CBS con Kayce
interpretato da Luke Grimes e alla prossima serie Dutton Ranch con Rip e Beth interpretati da Cole
Hauser e Kelly Reilly.
Nonostante le ipotesi iniziali, The
Madison non ha in realtà alcun legame con Yellowstone. La storia
dei Clyburn, iniziata con la morte inaspettata di Preston
(Kurt Russell) e Paul (Matthew
Fox) in un incidente in elicottero, ruota attorno a Stacy
(Michelle Pfeiffer) e al resto
della famiglia alle prese con la loro perdita. Nel corso della
serie, la trama affronta il contrasto tra le loro vite nei lussuosi
appartamenti di New York City e nelle rustiche baite lungo il fiume
Madison. Passando alla seconda stagione di The Madison, i Clyburn
hanno alcune decisioni importanti da prendere
La seconda stagione di The Madison
non è stata confermata da Paramount
Ufficialmente, né
Sheridan né Paramount+ hanno confermato il ritorno dei Clyburn per
la seconda stagione di The
Madison. La serie si è appena
conclusa e, sebbene abbia riscosso un immediato successo in
streaming dopo la messa in onda dei primi tre episodi, è possibile
che la piattaforma stia ancora aspettando i dati per fare un
annuncio.
A quanto
pare, le riprese della
seconda stagione di The
Madison sono terminate da
tempo . Non è chiaro quale sia
l’accordo tra Sheridan e Paramount+ riguardo alla
serie, ma sarebbe altamente improbabile che la produzione di
ulteriori episodi sarebbe proseguita se non ci fossero state delle
trattative per riportare i Clyburn almeno per un’altra stagione. Al
momento, si può presumere che verrà fatto un annuncio, a meno che
non cambino drasticamente le cose.
Quando potrebbe uscire la
seconda stagione di The Madison?
Poiché le riprese
della seconda stagione di The
Madisonsono presumibilmente
terminate, la sua uscita dipenderà in gran parte da
Paramount+ e da come pianificherà il resto del
prossimo anno. Vale anche la pena ricordare che gli altri show di
Sheridan presenti nel suo catalogo di piattaforme di streaming
avranno un impatto su questa decisione.
Per contestualizzare, la
terza stagione di Special Ops: Lioness, la quinta stagione di
Mayor of Kingstown e Dutton Ranch potrebbero essere tutte rilasciate nei
prossimi mesi, entro la fine dell’anno. Detto questo, è possibile
che la seconda stagione di The Madison non venga presentata in
anteprima prima del prossimo anno, forse più o meno nello stesso
periodo in cui è uscita la prima stagione.
Quale sarà la trama della
seconda stagione di The Madison?
Nella seconda metà della
prima stagione di The
Madison, i Clyburn hanno dovuto
affrontare il funerale di Preston e Paul a Stacy’s Valley. In
seguito, la famiglia è tornata a New York nel tentativo di voltare
pagina, e gli episodi hanno mostrato come ognuno di loro stesse
elaborando il lutto. Stacy ha iniziato una terapia, mentre Paige è
stata licenziata dopo aver aggredito un collega per un commento
volgare sul padre. Abby, invece, ha dovuto fare i conti con la fine
inaspettata della sua relazione con Van.
Visto che
la prima stagione di
The Madison si
è conclusa con Stacy che torna a Stacy’s Valley all’insaputa
della sua famiglia, è probabile che la seconda stagione segnerà
l’inizio del suo progetto di trasferirsi finalmente in Montana.
L’idea era già stata accennata in precedenza, ma Stacy era stata
costretta a tornare in città. Considerando dove si trovava alla
fine di The
Madison, è solo questione di tempo prima che il resto
della famiglia si renda conto che la cosa migliore per tutti è
trascorrere più tempo nel posto preferito di Preston.
Oltre alla
famiglia di Stacy e Preston, l’espansione organica della seconda
stagione di The
Madison include
l’esplorazione delle storie di altri personaggi. La vita di Paul
rimane in gran parte sconosciuta, a parte alcune rivelazioni sul
suo passato personale. Ci sono poi Cade e la sua famiglia, così
come la storia di Van, soprattutto se il piano è quello di far
proseguire la sua relazione sentimentale con Abby.
La trama straziante di The
Madison ha subito una svolta alla fine della
prima stagione, ma Stacy Clyburn (Michelle Pfeiffer) aveva diversi
motivi per lasciarsi New York alle spalle e trasferirsi nel
Montana. L’intero cast di The
Madison ha iniziato a sentire con tutta la sua forza la perdita
di Preston (Kurt Russell) nella seconda metà della
stagione. Paige (Elle Chapman) ha preso a pugni un
collega, Stacy è andata in terapia, Abby (Beau
Garrett) ha faticato a superare la fine della storia con
Van (Ben Schnetzer) e sono successe molte altre
cose.
Il finale della prima stagione di
The Madison ha avuto anche un momento
scioccante in cui sembrava che Stacy fosse morta suicida, ma questo
ha rapidamente lasciato il posto a una rivelazione molto meno
scioccante ma comunque sorprendente: Stacy ha finito per
trasferirsi nel Montana. Quella decisione a sorpresa ha bisogno di
una spiegazione. Fortunatamente, Taylor Sheridan ha gettato le basi per tutto
questo e per il proseguimento di The Madison in una prossima
stagione.
Perché Stacy è tornata nel Montana
alla fine della prima stagione di The Madison
Alla fine della prima stagione di
The Madison, Stacy ha deciso di tornare
nel Montana invece di rimanere a New York. Con una certa sorpresa,
Stacy ha lasciato la cerimonia commemorativa per Preston, è salita
su un taxi e alla fine è finita accanto alle tombe di Preston e
Paul lungo il fiume Madison. Cade alla fine l’ha trovata lì che
dormiva con la stessa pistola che aveva scoperto nel furgone di
Paul, anche se lei gli ha assicurato che era solo per
protezione.
A giudicare dalla domanda di Stacy
su dove trovare un guardaroba completamente nuovo, è chiaro che
intende rimanere nel Montana in pianta stabile. L’unica domanda è
perché alla fine abbia deciso di farlo. Dopotutto, i figli e gli
amici di Stacy sono a New York, ha trascorso gran parte dell’ultimo
episodio a chiedersi se potesse davvero andarsene o meno, e si sta
lasciando alle spalle una vita di lusso.
La risposta più semplice al perché
Stacy si sia trasferita nel Montana è che finalmente si è concessa
di farlo. È proprio questo che Phil (Will Arnett), il terapeuta di
Stacy, cercava di farle capire: Stacy può fare tutto ciò che vuole,
deve solo concedersi di prendere la decisione e fidarsi del proprio
giudizio. Il Montana è il luogo in cui riposa il corpo di Preston,
era la sua versione di paradiso, come ha fatto notare Stacy a Macy,
ed è lì che lei vuole stare.
Anche tutte le cose che
trattenevano Stacy a New York non contano più. Come ha osservato
Phil, la vecchia vita di Stacy sembra piccola e insignificante dopo
la morte di Preston. Abby e Paige sono cresciute molto nel Montana;
il metodo dell’amore severo di Stacy ha funzionato. Non hanno più
bisogno del sostegno della madre a New York. Non c’era nulla che la
trattenesse, quindi Stacy ha deciso che voleva trascorrere il resto
della sua vita il più vicino possibile a Preston.
Cosa rivela il ritorno dei Clyburn
a New York sul loro futuro
Il finale della stagione 1 di The
Madison ruotava anche attorno al ritorno della famiglia Clyburn a
New York e alle loro varie esperienze negative lì. Il ritorno al
lavoro di Paige è stato a dir poco poco cerimonioso. Il suo capo
non l’ha sostenuta nel suo lutto, e una delle sue colleghe è stata
decisamente irrispettosa, dicendo che Preston meritava di morire
per aver volato su un aereo privato. Di conseguenza, Paige le ha
dato un pugno e ha perso il lavoro, ma l’intervento di Stacy le ha
evitato la prigione.
Le esperienze di Abby a New York
sono state meno traumatiche, ma non sono state comunque positive.
Abby è stata costretta a ricongiungersi con il suo ex marito,
Dallas, e ha anche riallacciato i rapporti con alcuni dei suoi
amici di New York. Anche se non è successo nulla di così scandaloso
come la rissa di Paige con la sua collega, era chiaro che Abby si
sentisse sopraffatta dalla sua vecchia vita. Gli amici di Abby
hanno anche cercato di sistemarla con un nuovo fidanzato, ma lei
era chiaramente ancora più interessata a Van.
Nel frattempo, Stacy ha iniziato a
vedere un terapeuta, Phil. Durante le loro sedute, Phil ha adottato
un approccio non ortodosso. Ha lasciato che Stacy bevesse, ha
lasciato che lo insultasse e l’ha persino abbracciata quando lei è
crollata e ha rivelato la sua solitudine. Le sedute di terapia di
Stacy sembravano davvero aiutarla, ma hanno anche rivelato che ha
ben poco interesse a rimanere a New York. Con il consiglio di Phil
di concedersi il permesso,
le esperienze delle donne Clyburn a
New York potrebbero anche essere la loro giustificazione per
seguire le orme di Stacy e trasferirsi nel Montana. Paige non ha
una carriera che la trattenga in città, e Abby è chiaramente più
entusiasta del futuro che potrebbe avere con Van che con chiunque
altro in città. Stacy, Abby e Paige sono cambiate mentre
seppellivano Preston, e New York potrebbe non essere più adatta a
loro.
La tragedia personale di Paul
spiegata (e il suo legame con il dolore di Stacy)
Il finale della prima stagione di
The Madison ha rivelato anche parecchie cose sul fratello di
Preston, Paul Clyburn (Matthew Fox). Durante alcuni flashback, Paul
ha rivelato di aver avuto una moglie che è morta prima di lui e di
non essersi mai ripreso dalla sua morte. La moglie di Paul è stata
investita da un’auto mentre attraversava la strada, il che
presumibilmente lo ha portato a trasferirsi nel Montana per vivere
da solo dopo la sua morte.
Paul ha anche rivelato che il
motivo per cui non si è mai risposato è che era eternamente devoto
a sua moglie, anche dopo la sua morte. Secondo lui, i voti «finché
morte non ci separi» significavano «fino alla sua morte», non fino
a quella di lei. È evidente che Paul non fosse in uno stato di
benessere psicologico nemmeno anni dopo la morte della moglie. Era
ancora arrabbiato per la sua scomparsa, sentiva ancora la sua
mancanza e non aveva ancora elaborato il lutto in modo sano.
Il dolore di Paul per la moglie
rispecchia anche quello di Stacy per Preston. Stacy si sta ora
trasferendo nel Montana per una vita di tranquilla solitudine,
proprio come fece Paul anni prima. Entrambi stanno fuggendo dal
proprio dolore invece di cercare di guarirne. Sono entrambi
incatenati al ricordo dei propri coniugi e non sono disposti ad
andare avanti. Stacy potrebbe fare la stessa cosa di Paul se non
sta attenta: crogiolarsi nell’autocommiserazione e nel dolore fino
alla morte.
Come il finale della stagione 1 di
The Madison prepara la stagione 2
Il finale della stagione 1 di The
Madison ha anche fatto un ottimo lavoro nel preparare la stagione
2, che è già stata rinnovata. L’area più ovvia da esplorare nella
stagione 2 è il continuo percorso di guarigione di Stacy. Ha
ancora molto lavoro da fare per elaborare il dolore causato dalla
morte di Preston. Sebbene abbia compiuto il primo passo
rivolgendosi a uno psicologo, deve stare attenta a non ripetere
l’errore di Paul e costringersi a vivere nel dolore.
La storia di Abby presenta il
percorso più chiaro da seguire. La relazione di Abby con Van è
tutt’altro che risolta, e ci sono molti modi in cui la
seconda stagione di The Madison potrebbe svilupparla. Ora che
Stacy è nel Montana, Abby ha ancora più motivi per tornare e
rivedere Van. Potrebbe persino decidere di trasferirsi nel Montana
e costruire una vita insieme a Van, ora che sua madre vive lì.
Prima che ciò possa accadere, però, ci sarà da litigare, dato che
Abby e Van non sono ancora in ottimi rapporti.
Anche Paige ha un percorso chiaro
da seguire. Dopo aver preso a pugni la sua collega ed essere stata
licenziata, Paige ha ben poco da fare a New York. Anche il dolore
per la morte di Preston l’ha finalmente colpita in pieno, e ha
tanti motivi per tornare nel Montana quanti ne ha Abby. Se
decidesse di trasferirsi anche lei nel Montana, ciò potrebbe
causare una frattura tra lei e Russell, che ha una carriera ben
avviata a New York. Russell, tuttavia, ha anche detto che il suo
sogno è quello di crescere una famiglia fuori città, quindi
potrebbe essere disposto a trasferirsi.
Il vero significato della prima
stagione di The Madison
Con la conclusione della prima
stagione, i temi centrali e i messaggi di The Madison
stanno diventando sempre più chiari. The Madison è, ovviamente, una
storia sul lutto. Tutti piangono la morte di Preston, e persino
Paul è rimasto intrappolato nel dolore per la perdita della moglie.
È interessante notare che The Madison ritiene che il lutto sia un
sentimento contraddittorio. È caotico, brutto, confuso e raramente
segue un percorso lineare verso la guarigione.
Ma, sostiene The Madison, il lutto
può anche essere una cosa positiva. Può far emergere il peggio
nelle persone, ma può anche essere un catalizzatore per il
cambiamento. La morte di Preston ha permesso alla famiglia Clyburn
di avvicinarsi più che mai. Sono finiti i pranzi di famiglia
distanti dell’inizio della stagione, i Clyburn sono ora una
famiglia che interagisce in modo significativo tra loro. Abby e
Paige sono sorelle migliori di quanto non lo siano mai state prima,
e Stacy è una madre migliore di quanto non lo sia mai stata
prima.
Il dolore può persino far amare le
persone più di quanto pensassero possibile. Si può dire che Stacy
ami Preston più ora di quanto lo amasse quando era in vita. Il
dolore l’ha costretta a vedere finalmente ciò che Preston amava
così tanto del Montana, le ha permesso di scoprire i suoi pensieri
più intimi attraverso il suo diario e l’ha avvicinata a lui più di
quanto non fosse a New York. Preston ha cercato di trasmettere
tutto questo a Stacy per anni, ma solo il dolore è stato
effettivamente in grado di farglielo capire.
Nonostante tutto il bene che il
dolore è in grado di creare, tuttavia, The Madison ritiene anche
che sia una cosa pericolosa. Se non si sta attenti, il dolore può
consumarti invece di trasformarti. Può risucchiarti nel passato e
impedirti di andare avanti, a meno che tu non compia uno sforzo
concertato e doloroso per crescere. Stacy e Paul ne sono l’esempio
lampante. In breve, The Madison è una riflessione sui lati
positivi, negativi e brutti del dolore.
Colleen Hoover è tornata a parlare apertamente
della possibilità di vedere sul grande schermo
It Starts With
Us, il sequel del romanzo che ha ispirato uno dei
film romantici più discussi degli ultimi anni, It Ends With Us. In
un’intervista rilasciata a Variety, l’autrice ha chiarito senza
ambiguità che l’idea di un secondo capitolo cinematografico non
rientrava nei suoi piani iniziali, raffreddando così le aspettative
di chi sperava in un proseguimento diretto della storia di Lily
Bloom.
Il
primo film, interpretato da Blake Lively nel ruolo della
protagonista e diretto da Justin Baldoni, che nel film veste anche
i panni di Ryle Kincaid, ha raccontato una storia intensa e
complessa, affrontando il tema delle relazioni tossiche e dei
traumi personali. Accanto a loro, Brandon Sklenar ha interpretato
Atlas Corrigan, figura centrale nel percorso emotivo della
protagonista. Il successo dell’adattamento è stato accompagnato da
un forte impatto mediatico, con il pubblico che ha ampiamente
discusso le tematiche affrontate.
Nel corso dell’intervista, Hoover ha spiegato che It Starts With Us è nato come una sorta
di ringraziamento ai lettori, più che come un’opera pensata per
un’ulteriore trasposizione cinematografica. L’autrice ha
sottolineato come la storia raccontata in It Ends With Us sia già completa e “ben
chiusa” nella sua versione filmica, lasciando intendere che un
sequel rischierebbe di non avere la stessa forza narrativa del
primo capitolo.
Perché il sequel di It Ends With
Us è sempre più improbabile tra scelte creative e tensioni tra i
protagonisti
Oltre alle considerazioni strettamente narrative, a pesare
sull’eventuale realizzazione di un sequel è anche il contesto
produttivo e mediatico che circonda il film. It Ends With Us è infatti rimasto al centro
dell’attenzione per mesi non solo per il suo contenuto, ma anche
per la controversia legale tra Blake Lively e Justin Baldoni, una
vicenda che ha inevitabilmente complicato l’ipotesi di una reunion
del team creativo.
It Starts With Us si
concentra su una fase diversa della vita di Lily, spostando
l’attenzione dalla relazione traumatica con Ryle a quella più sana
e costruttiva con Atlas. Il racconto approfondisce il delicato
equilibrio della co-genitorialità e il tentativo della protagonista
di costruire un futuro più stabile, offrendo un tono più luminoso
rispetto al primo capitolo. Tuttavia, proprio questa evoluzione
narrativa, meno conflittuale e più intima, potrebbe risultare meno
adatta a una trasposizione cinematografica di forte impatto.
Le tensioni tra i protagonisti principali rappresentano un
ulteriore ostacolo concreto. Considerando che i personaggi di Lily
e Ryle sono centrali nella costruzione tematica della storia,
qualsiasi sequel richiederebbe inevitabilmente una collaborazione
tra le parti coinvolte, al momento tutt’altro che scontata. Questo
elemento, più di ogni altro, rende oggi l’ipotesi di un secondo
film estremamente fragile.
Nonostante ciò, Hoover non chiude completamente la porta: l’autrice
ha dichiarato che non si opporrebbe a un eventuale progetto se cast
e produzione decidessero di andare avanti. Al momento, però, tutto
lascia pensare che It Ends
With Us resterà un’opera autonoma, capace di vivere di una
propria forza narrativa senza bisogno di ulteriori capitoli
cinematografici. Nel frattempo, Hollywood continua a puntare sui
suoi romanzi, come dimostra l’uscita recente di Reminders of Him, confermando il forte
legame tra l’universo narrativo di Hoover e il grande schermo.
Il rapporto tra la regista Sofia Coppola e l’attrice Kirsten Dunst dura da decenni, da Il
giardino delle vergini suicide del 1999, a Marie
Antoinette del 2006, The Bling Ring del 2013 e L’inganno
del 2017. Ora, a quanto pare, quello che doveva essere il loro
quinto film insieme è stato cancellato, secondo un
aggiornamento.
In un’intervista con Elle, la
regista Coppola ha infatti parlato del suo recente documentario
Marc by Sofia, in cui esplora la vita dello stilista
americano Marc Jacobs. Sfortunatamente per i fan
dei progetti di Dunst e Coppola, la regista ha fornito un
aggiornamento che è stato un boccone amaro da mandare giù per
tutti. Secondo la Coppola, il misterioso progetto con la Dunst è
infatti stato cancellato.
“Mi sembrava troppo triste. È
un periodo confuso, in questi tempi bui. Voglio offrire un po’ di
speranza e bellezza al mondo, ma allo stesso tempo non voglio fare
qualcosa di superficiale, perché mi sembra che sia il momento di
cose profonde”, sono le parole della regista, che
spiegano dunque come l’idea di abbandonare il progetto sia partita
proprio da lei.
Il film era stato annunciato per la
prima volta quando la Dunst aveva rilasciato un’intervista alla
rivista Town and Country, in cui il giornalista Mickey Rapkin aveva
dichiarato: “La Dunst ha alcuni progetti in cui reciterà (tra
cui una storia di sirene con Mikey Madison di Anora), e mi ha detto
di aver appena letto la sceneggiatura del prossimo film di Coppola,
che gireranno insieme l’anno prossimo”.
L’ultima grande uscita di Coppola è
stata Priscilla, che ha mostrato la vita di
Priscilla Presley da una prospettiva unica, così
come la sua relazione iniziale con il defunto musicista
Elvis Presley. Nonostante siano stati realizzati
molti film sul cantante dopo la sua morte, la rappresentazione di
Coppola è stata sicuramente molto più approfondita e ha offerto
un’interpretazione più profonda di come sarebbe stata la loro
relazione in quel periodo.
Nella sua intervista, Coppola
condivide la sua profonda passione per i documentari in questo
momento della sua vita, inclusa una “sorta di ossessione”
per Britney Spears. Durante l’intervista non
nasconde la sua speranza per futuri progetti relativi alla vita
altalenante della cantante Spears, affermando: “A quanto pare
Jon Chu lo sta realizzando. Ma spero… sì, mi piacerebbe molto
raccontare quella storia”.
Non è chiaro se la Coppola e la
Dunst si ritroveranno insieme sul set o se
L’inganno sarà l’ultimo progetto tra le collaboratrici di
lunga data, ma i fan nutrono speranze per progetti futuri. La
stessa Sofia Coppola ha dichiarato di non essere sicura di cosa le
riserverà il futuro per la sua carriera, ma ha affermato che le
recensioni contrastanti per Marie Antoinette nel 2006
erano dovute al fatto che l’industria non considerava “le
ragazze come un pubblico”.
Era come se dicessero: “‘Deve
esserci un ragazzo come personaggio centrale’. Mi hanno detto
davvero che non si può fare un film che un ragazzo non andrebbe a
vedere.” I film della Coppola sono però stati fonte di
ispirazione per milioni di donne in tutto il mondo e, si spera, di
non aver visto per l’ultima volta la Dunst e la Coppola
insieme.