La
ottava stagione di The
Rookie si apre con un importante
cambio di ruolo per Wade
Grey, destinato ad avere conseguenze profonde non solo
sull’impianto narrativo della serie, ma anche sugli equilibri
sentimentali di una delle coppie più amate dal pubblico. Nel primo
episodio, il personaggio interpretato da Richard T.
Jones accetta infatti un nuovo incarico come
senior liaison
dell’FBI, segnando una svolta decisiva nella sua
carriera.
La
scelta arriva in un momento delicato della vita personale di Grey,
alle prese con problemi coniugali legati proprio alla sua lunga e
impegnativa carriera nelle forze dell’ordine. A proporgli il nuovo
ruolo è l’agente Matthew
Garza, interpretato da Felix Solis,
con cui Grey formerà una nuova e inedita alleanza
investigativa.
Alexi Hawley spiega cosa cambia per la serie e per Chenford
In un’intervista rilasciata in occasione della première della
stagione 8, lo showrunner Alexi Hawley
ha spiegato come questa promozione permetta alla serie di
espandere il proprio
raggio d’azione, introducendo nuove dinamiche e nuovi
casi. La collaborazione tra Grey e Garza sarà centrale in una
storyline che ruota attorno a Monica, personaggio chiave di una
sorta di “Blacklist scenario”, attraverso cui il team darà la
caccia a criminali di
alto profilo. Secondo Hawley, è il momento giusto per
“scuotere le fondamenta” della serie e non adagiarsi su formule già
collaudate.
Ma il cambiamento di Grey ha anche un impatto diretto sulla squadra
rimasta alla centrale. Con il posto da tenente ora vacante, tutto lascia pensare
che Tim Bradford
possa essere il principale candidato alla promozione. Ed è qui che
entra in gioco la relazione con Lucy Chen, la coppia nota ai fan come
Chenford. Hawley ha
confermato che il tema del divario di potere tornerà al centro della loro
storia, proprio come accaduto nelle prime stagioni, quando Tim era
l’addestratore di Lucy.
Se Tim dovesse davvero diventare tenente, si troverebbe a gestire
una nuova responsabilità professionale che rischia di complicare
ulteriormente il rapporto con Lucy, attualmente sergente di grado
inferiore. Lo showrunner ha anticipato che l’episodio 2 della stagione 8
affronterà questo aspetto in modo creativo e anche ironico,
mostrando come i due cercheranno di bilanciare vita privata e
gerarchie professionali.
Dopo anni di crescita lenta ma costante, la stagione 8 rappresenta
per Wade Grey la
promozione più importante della sua carriera, ma anche
l’inizio di una fase in cui il suo percorso si allontanerà da
quello del resto del team. Allo stesso tempo, la serie sembra
pronta a ridefinire le dinamiche interne, aprendo a nuovi
conflitti, nuove opportunità narrative e a una rinnovata tensione
emotiva per Chenford.
I
nuovi episodi di The
Rookie 8 vanno in onda ogni martedì su ABC e sono disponibili in streaming
il giorno successivo.
Prime Video ha svelato
il trailer
ufficiale di Fratelli
Demolitori, action comedy che segna
l’atteso incontro sullo schermo tra Jason Momoa e
Dave
Bautista. Il film sarà disponibile in tutto il mondo dal 28 gennaio
2026, in esclusiva sulla piattaforma.
Ambientato tra le strade e i paesaggi delle Hawaii, Fratelli Demolitori racconta la storia di due
fratellastri che non si parlano da anni: Jonny (Momoa) e James (Bautista). La misteriosa morte del
padre li costringe a riunirsi, trascinandoli in un’indagine che
riapre vecchie ferite e porta alla luce segreti sepolti. Mentre la lealtà viene
messa a dura prova, i due scoprono una cospirazione capace di distruggere la loro
famiglia. Uniti – loro malgrado – sono pronti a demolire qualsiasi cosa si metta
sulla loro strada.
Un’action comedy tra chimica esplosiva e temi emotivi
La regia è affidata a Ángel Manuel
Soto (Blue Beetle), mentre la sceneggiatura porta la firma di
Jonathan
Tropper. Alla produzione figurano, tra gli
altri, Jeff Fierson, Jason Momoa, Dave Bautista,
Matt Reeves
e Lynn Harris. Il cast include anche Claes Bang, Temuera Morrison,
Jacob Batalon, Frankie Adams, Miyavi, con Stephen Root e Morena Baccarin. La durata è di
2 ore e 2
minuti.
Oltre all’adrenalina e all’umorismo, Fratelli Demolitori punta su un cuore emotivo
sorprendente. Il film esplora legami fraterni, famiglia, redenzione e
mascolinità, mettendo i protagonisti di fronte a un
passato che entrambi hanno cercato di lasciarsi alle spalle. La
chimica tra Momoa e Bautista – due star che desideravano da tempo
collaborare – è il motore di una narrazione che alterna
azioni
spettacolari e momenti più intimi, senza rinunciare a un tono
leggero e divertente.
Con trailer e poster ora disponibili, Fratelli Demolitori si presenta come una
moderna action
comedy pensata per il grande pubblico globale di Prime
Video: un buddy movie muscolare e ironico, che promette
ritmo, spettacolo e
sentimento. L’appuntamento è fissato per il
28 gennaio
2026.
The Outlaws,
film coreano del 2017 diretto da Kang
Yoon-sung, racconta l’ascesa della banda cinese Black
Dragon, composta da tre membri, che riesce a sconfiggere due
organizzazioni criminali attive a Seul, in Corea del Sud. Questo
thriller costruisce questa dinamica mantenendo un’impostazione
narrativa che cerca di restare ancorata a un contesto realistico,
limitando il numero di sequenze d’azione e concentrandosi sulla
progressione degli eventi. La struttura del racconto privilegia
l’attesa degli scontri, che rappresentano il fulcro dell’opera. In
questo articolo, approfondiamo come si risolve la vicenda e cosa ci
lascia questo finale.
La trama di The Outlaws: cosa succede nel
film?
La storia è ambientata nel 2004. Quando un membro della banda Venom
arriva gravemente ferito alla stazione di polizia di Geumcheon,
l’agente Ma Seok-do scopre che l’uomo, di nome Hullang, appartiene
in realtà alla banda Yi-soo. Decide quindi di convocare i capi
delle due bande, Dok-Sa (Venom Gang) e Jang Yi-soo (Yi-soo Gang),
costringendoli a chiarire l’accaduto. Tra Ma Seok-do e i leader
criminali esiste un rapporto consolidato, basato su un equilibrio
precario che consente alle bande di gestire i propri affari senza
entrare in conflitto aperto.
Questo sistema informale mantiene anche una distanza relativa dalla
polizia, ma ogni violazione dell’accordo porta a un intervento
diretto e violento da parte di Seok-do e della sua squadra. Il
dipartimento di Geumcheon finisce così per rappresentare una forza
riconosciuta e temuta all’interno dell’ambiente criminale.
Parallelamente, Jang Chen e i suoi soci Wi Seong-rak e Yang Tae,
appartenenti alla banda cinese Black Dragon, entrano illegalmente a
Seul. Torturano Gil-Su, membro della banda Venom, per un debito non
saldato.
Ma Dong-seok in The Outlaws
Quando Dok-Sa interviene con i suoi uomini, Jang Chen lo uccide,
eliminando poi anche Gil-Su e assumendo il controllo della banda
Venom. Successivamente, la Black Dragon si dirige verso il
territorio della banda di Choon-Sik per rivendicarne il dominio. Ma
Seok-do si trova sul posto per discutere degli omicidi con Hwang
Choon-Sik, ma viene colto di sorpresa dagli eventi: i tre criminali
irrompono nei locali, devastano l’ambiente e mutilano il
proprietario. La polizia recupera le immagini delle telecamere di
sorveglianza, identificando i membri della Black Dragon, e rinviene
i resti del corpo di Dok-Sa.
Nel frattempo, la banda cinese prende il controllo di una sala
giochi appartenente alla banda Yi-soo, minacciando direttamente
Jang Yi-soo, rimasto senza protezione. In seguito, Ma Seok-do e la
sua squadra incontrano i membri della Black Dragon in un
ristorante, riuscendo però a catturare solo Wi Seong-rak. L’uomo
viene utilizzato come esca per attirare Jang Chen e Yang Tae. A
questo punto, il film si avvia verso lo scontro finale, ponendo la
questione se la polizia di Geumcheon riuscirà a fermare la banda
prima che continui la sua escalation di violenza.
Il buono e il cattivo
Il film riprende il modello narrativo del contrasto tra legge e
criminalità attraverso la figura di Ma Seok-do, che assume un ruolo
ambiguo. Il personaggio mantiene rapporti diretti con i capi delle
bande, intervenendo solo quando le loro attività minacciano
l’equilibrio sociale. Il suo comportamento alterna momenti di
mediazione a un uso sistematico della forza fisica durante le
operazioni sul campo. Nel corso del film non vengono fornite
informazioni sulla sua vita privata o familiare, ma emerge un
riferimento a un trauma legato all’uso di armi da taglio, elemento
che contribuisce a definire il suo rapporto con la violenza.
Choi Gwi-hwa in The Outlaws
Jang Chen, leader della Black Dragon, viene invece rappresentato
come una figura instabile. Nella prima parte del film appare
controllato e silenzioso, lasciando ai suoi sottoposti il compito
di intimidire e agire con brutalità. Nella seconda metà, il
personaggio assume un atteggiamento apertamente aggressivo e
distruttivo, eliminando chiunque ostacoli la sua avanzata, senza
distinzione. Il contrasto tra le due fasi del personaggio è netto e
accompagna l’intensificarsi del conflitto con Ma Seok-do. La
superiorità della Black Dragon sulle bande locali viene presentata
come il risultato di un’escalation di violenza rapida e
sistematica, che rende necessario l’intervento diretto della
polizia.
La spiegazione del finale di The Outlaws: Ma
Seok-do mette fine alla banda dei Black Dragon?
Dopo l’arresto di Wi Seong-rak e Yang Tae, Ma Seok-do si mette
sulle tracce di Jang Chen, che tenta di fuggire in Cina. Il
confronto finale avviene all’interno di un bagno dell’aeroporto,
dove i due si affrontano in un combattimento corpo a corpo. Al
termine dello scontro, Ma Seok-do riesce ad ammanettare Jang Chen e
a consegnarlo alla giustizia, ponendo fine all’attività della banda
dei Black Dragon. Il film si conclude così con Ma Seok-do convocato
dal commissario, lasciando intendere la prosecuzione del suo lavoro
all’interno della polizia di Geumcheon. Questo epilogo apre
direttamente alla continuazione della storia, sviluppata nel sequel
The Roundup.
Cosa ci lascia il finale
di The Outlaws
Il film The
Outlaws propone una riflessione sui meccanismi di
controllo del crimine in contesti urbani segnati da equilibri
informali tra forze dell’ordine e criminalità organizzata. Al
centro emergono temi come la gestione pragmatica della violenza,
l’ambiguità morale dell’autorità e il confine sfumato tra legalità
e illegalità. La figura della polizia non viene rappresentata come
garante assoluto della legge, ma come soggetto che opera attraverso
compromessi e interventi selettivi. Il film evidenzia inoltre come
l’irruzione di una violenza incontrollata rompa equilibri
consolidati, rendendo inevitabile una risposta repressiva
diretta.
Prime Video ha rilasciato
il trailer
ufficiale della seconda stagione di Alex Cross,
serie crime thriller di successo basata sui personaggi creati da
James
Patterson. La nuova stagione debutterà
l’11 febbraio 2026
in oltre 240 Paesi e
territori, con i
primi tre episodi disponibili al lancio e
nuove puntate
settimanali fino al finale di stagione del
18 marzo.
La
serie, prodotta da Amazon MGM Studios e Paramount Television
Studios, conferma Aldis Hodge
nel ruolo del protagonista Alex Cross, brillante detective della
omicidi e psicologo forense capace di entrare nella mente degli
assassini per anticiparne le mosse. Hodge figura anche tra gli
executive producer. Creata dallo showrunner Ben Watkins,
Alex Cross è ambientata
a Washington D.C. e ha registrato oltre 40 milioni di spettatori nei primi 20
giorni con la prima stagione, affermandosi come uno dei
titoli più performanti della piattaforma.
Una stagione più audace: nuovi casi, nuovi volti e una minaccia
letale
La seconda
stagione alza ulteriormente la posta in gioco. Il magnate
Lance Durand
(interpretato da Matthew
Lillard) chiede protezione all’FBI dopo una
minaccia di morte che lo collega all’omicidio di un playboy
miliardario. Alex Cross e l’agente dell’FBI Kayla Craig (Alona Tal) guidano una
missione
congiunta per proteggere Durand e smascherare un assassino
che dissemina la scena di indizi raccapriccianti, mentre John Sampson (Isaiah Mustafa),
partner storico di Cross, fa una scoperta sorprendente destinata a cambiare
gli equilibri.
L’universo narrativo si espande con nuovi ingressi di peso nel cast:
Matthew Lillard,
Jeanine
Mason e Wes Chatham,
che si affiancano ai volti già noti della prima stagione, tra cui
Isaiah Mustafa, Alona Tal, Samantha Walkes, Juanita Jennings, Caleb
Elijah, Melody Hurd e Johnny Ray Gill. Oltre a Watkins e Hodge,
figurano tra gli executive producer anche Sam Ernst, Jim Dunn, J.
David Shanks, Aiyana White, Craig Siebels, Owen Shiflett, James
Patterson, Bill Robinson e Patrick Santa.
Con un tono più cupo e
pericoloso, nuovi antagonisti e una struttura di rilascio
pensata per mantenere alta la tensione, Alex Cross si prepara a tornare con una
stagione che promette colpi di scena, ritmo serrato e un’indagine sempre più
personale.
Il finale di Harry Potter e
l’Ordine della Fenice contiene alcuni dei punti più
emozionanti e importanti dell’intera saga e, sebbene
all’inizio possa sembrare complicato, ci sono diversi dettagli nel
film che possono essere utilizzati per spiegare la conclusione
scioccante della storia. La maggior parte della narrazione è
incentrata sull’ascesa al potere di Lord Voldemortnel mondo magico, e il finale
del film dimostra che il Signore Oscuro non si fermerà davanti a
nulla per impedire a Harry e ai suoi amici di sconfiggerlo. Dopo
gli eventi di Harry Potter e il Calice di Fuoco, questo
quinto film è un chiaro punto di svolta per la saga: da questo
momento in poi, le cose potranno solo peggiorare.
Harry Potter e l’Ordine
della Fenice introduce il concetto di profezia, con una
profezia specifica al centro della scena. Diversi anni fa, la
professoressa Cooman parlò a Silente di un ragazzo che sarebbe
stato in grado di sconfiggere Voldemort, e questa informazione fu
alla fine acquisita dal Signore Oscuro, che la utilizzò per
uccidere James e Lily Potter. Ci sono teorie secondo cui la
profezia di Voldemort non è reale, ma questo non è mai stato
affermato esplicitamente. Tuttavia, c’era dell’altro in questa
profezia che Voldemort non aveva sentito e, dopo la sua sconfitta
al cimitero in Il calice di fuoco, era diventato ossessionato
dall’ascoltare il resto della profezia per assicurarsi di averla
compresa correttamente.
La profezia originale fu riferita a
Voldemort da Severus Piton, ma fortunatamente per Harry, Piton non
ascoltò tutto. Se Piton avesse ascoltato un po’ più a lungo,
avrebbe sentito la Trelawney affermare che né Harry né Voldemort
possono vivere finché l’altro sopravvive e che uno dei due dovrà
alla fine uccidere l’altro. Questa profezia costituisce
fondamentalmente la seconda metà della saga di Harry Potter: Harry
ora sa di essere l’unica persona in grado di sconfiggere Voldemort,
il che lo costringe ad assumersi un’immensa responsabilità e a
guidare l’Ordine alla vittoria. È questa pressione che porta
Silente a essere un po’ scortese con Harry Potter nelle storie
successive.
Cosa è successo a Sirius
Black?
Il film racchiude uno dei momenti
più tragici ed emozionanti dell’intera saga di Harry
Potter: la morte dell’amico intimo e padrino di Harry,
Sirius Black. I due avevano stretto un profondo legame sin da
quando si erano conosciuti in Il prigioniero di
Azkaban, alimentato soprattutto dalla lunga amicizia di
Sirius con il padre di Harry, James. Sirius era uno degli ultimi
legami viventi di Harry con il suo defunto padre, e Harry
Potter e l’Ordine della Fenice vede il personaggio subire
un destino prematuro per mano di Bellatrix Lestrange. Ma non è
immediatamente chiaro cosa sia realmente successo a Sirius, poiché
cade all’indietro attraverso un velo magico.
Sirius ha vissuto gran parte della
sua vita come prigioniero e fuggitivo e, sebbene alcune teorie
suggeriscano che Silente avrebbe potuto provare l’innocenza di
Sirius, purtroppo ciò non è mai avvenuto, il che rende la morte del
personaggio ancora più tragica. Il Velo è descritto come una
manifestazione fisica del confine tra la Vita e la Morte, anche se
la Rowling chiarisce molto bene nei romanzi che offre solo un
viaggio di sola andata. Il Velo era probabilmente oggetto di studio
da parte dei dipendenti del Dipartimento dei Misteri, il che spiega
la sua presenza minacciosa nella Camera della Morte. Si tratta di
un oggetto incredibilmente pericoloso, ma è lecito supporre che
Sirius sia riuscito ad arrivare dall’altra parte.
Come faceva l’Ordine della Fenice
a sapere di dover salvare Harry?
Poco prima della battaglia finale
in Harry Potter e l’Ordine della Fenice, Lord Voldemort invia una provocazione mentale
a Harry: un’immagine di Sirius Black torturato nel Ministero della
Magia. Sebbene gran parte del trucco di Voldemort in questo caso
non abbia molto senso, è proprio questa immagine che spinge Harry e
i suoi amici ad agire. Mentre molti di loro sono giustamente
preoccupati che Voldemort possa aver teso una trappola, Harry
prende i Thestral e vola al Ministero – e, cosa importante, non lo
dice a nessuno dell’Ordine. L’unica persona a cui rivela i suoi
piani (in codice segreto) è il professor Severus Piton.
Sebbene la lealtà di Piton sia
stata un mistero avvolto nel mistero per tutta la serie, nel libro
viene rivelato che egli avvertì Silente dell’idea avventata di
Harry, il quale in seguito convocò l’Ordine. Senza il loro
intervento, è difficile immaginare che Harry e i suoi amici
sarebbero sopravvissuti a questo incontro, soprattutto quando alla
fine è apparso Voldemort in persona. In questo modo, Piton ha
davvero salvato la situazione e assicurato una schiacciante
vittoria all’Ordine della Fenice. I film spesso dimenticano di
spiegare perché Piton fosse in definitiva il più grande eroe di
Serpeverde, ma qui ci sono informazioni sufficienti per ricostruire
il puzzle del coraggio di Piton.
Come ha fatto Harry a sconfiggere
la magia di Voldemort al Ministero della Magia?
Il fatto che Harry sia
sopravvissuto al suo secondo incontro con Voldemort alla fine del
film dimostra quanto sia fortunato. È riuscito a sfuggirgli nel
precedente film grazie alla somiglianza tra i nuclei delle loro
bacchette e in qualche modo riesce a fare lo stesso al Ministero
della Magia quando Voldemort prende il controllo della sua mente.
In entrambi i casi Harry riesce a scappare grazie alla pura fortuna
piuttosto che alla sua abilità. Ma anche se inizialmente potrebbe
sembrare una coincidenza incredibile, in realtà c’è qualcosa di
molto più importante che continua a proteggere Harry in questi
momenti bui. Voldemort ha perso tutta la sua umanità quando ha
rinunciato al nome Tom Riddle, ed è per questo che è troppo cieco
per rendersene conto.
Harry e Voldemort sono collegati in
un modo molto più profondo di quanto entrambi possano immaginare, e
la profezia di Trelawney è la chiave per capirlo. Nella seconda
parte della previsione (non ascoltata da Lord Voldemort), lei
chiama Harry “colui che ha il potere di sconfiggere il Signore
Oscuro”. Harry capisce in seguito che questo potere è lo
stesso che lo ha protetto quando Voldemort ha ucciso i suoi
genitori e lo stesso che lo ha protetto nel cimitero l’ultima
volta: l’amore. Mentre Voldemort combatte per odio, Harry combatte
per amore, ed è questo che gli dà un vantaggio.
Viaggio in Paradiso (leggi
qui la recensione) del 2012 rappresenta un capitolo particolare
nella filmografia di Mel Gibson, noto per i ruoli intensi e
drammatici che spaziano dall’azione all’epica storica. In questo
film, l’attore si cimenta in un dramma emotivo contemporaneo,
lontano dalle sue interpretazioni più iconiche in Braveheart o nella
saga di Mad
Max, mostrando una dimensione più riflessiva e vulnerabile
del suo talento. La pellicola mette al centro Gibson in un percorso
di redenzione e introspezione, segnando un ritorno sullo schermo
dopo un periodo di apparente pausa dall’attività cinematografica
principale.
Il
film si colloca nel genere drammatico con sfumature di viaggio
spirituale, esplorando le dinamiche familiari, il senso della
perdita e la ricerca di pace interiore. La regia punta su una
narrazione intimista, valorizzando la recitazione di Gibson e il
contesto naturalistico in cui si svolge il racconto. L’opera
alterna momenti di tensione emotiva a sequenze contemplative,
enfatizzando il percorso del protagonista tra dolore personale e
possibilità di rinascita, con un ritmo che privilegia la
riflessione rispetto all’azione.
Tra i temi principali del
film emergono la riconciliazione con il passato, il rapporto con la
famiglia e la scoperta di nuove prospettive di vita.
Viaggio in Paradiso invita lo spettatore a
riflettere sul significato della responsabilità, del perdono e
della resilienza. Gibson interpreta un personaggio che, attraverso
un percorso spesso doloroso, impara a confrontarsi con le proprie
colpe e a trovare un equilibrio interiore. Nel resto dell’articolo
si proporrà un’analisi approfondita del finale del film e di come
esso chiuda le vicende emotive e narrative del protagonista.
Mel
Gibson e Kevin Hernandez in Viaggio in Paradiso
La trama di Viaggio in Paradiso
Due uomini vestiti da clown
scappano dalla polizia americana e dai sicari di un pericoloso boss
criminale a bordo di un’auto. Durante la corsa, l’uomo seduto
dietro viene ucciso da un proiettile mentre l’autista (Mel
Gibson) lancia la macchina attraverso il confine con
il Messico. L’autista viene poi arrestato da due poliziotti
messicani, cui rifiuta di rivelare la sua vera identità. Quando
trovano più di due milioni di dollari nel bagagliaio, i due
poliziotti corrotti s’impossessano del denaro. Quindi imprigionano
l’autista nel carcere di El Pueblito a Tijuana con false accuse e
cremano il complice morto per cancellare ogni traccia. Essendo
l’unico americano in prigione, l’autista viene soprannominato il
Gringo.
El Pueblito è una cittadella
carceraria, circondata da mura e sorvegliata da guardie corrotte,
in cui i detenuti vivono con le loro famiglie
e Javi (Daniel Giménez
Cacho) è il boss a cui tutti obbediscono. L’unico modo per
sopravvivere nel ghetto di El Pueblito, dove regnano corruzione e
violenza, è procurarsi del denaro con ogni mezzo. Durante uno dei
suoi furti, il Gringo viene però visto da un bambino, che vive con
la madre incarcerata (Dolores Heredia) ed è
protetto dai criminali della prigione. Ben presto il Gringo
conquista la fiducia del bambino che gli rivela che Javi è malato
di cirrosi epatica e ha già ucciso suo padre per prelevarne il
fegato. Tuttavia l’intervento è andato male e quindi il bambino è
l’unico donatore possibile. Il Gringo gli promette di salvarlo,
aiutando lui e sua madre a evadere da El Pueblito.
La spiegazione del finale del film
Nel
terzo atto di Viaggio in Paradiso, il Gringo si
concentra sull’obiettivo finale di fermare Javi e salvare il Kid da
un trapianto di fegato forzato. Usando astuzia e conoscenza della
gerarchia criminale del carcere, organizza l’intervento durante
l’operazione medica, minacciando Javi e neutralizzando i suoi
scagnozzi. Contemporaneamente, affronta la minaccia esterna
rappresentata da Fowler e dai suoi uomini. La sequenza culmina in
una serie di scontri intensi e strategici, tra inseguimenti e colpi
di pistola, che portano alla liberazione del Kid e di sua madre,
garantendo una risoluzione chiara e concisa delle tensioni
narrative accumulate.
Il
climax del film si chiude con l’epilogo in cui il Gringo, il Kid e
la madre si rifugiano su una spiaggia idilliaca, recuperando il
denaro scomparso e lasciandosi alle spalle il caos di El Pueblito.
La fuga e la ritrovata sicurezza dei protagonisti forniscono una
conclusione soddisfacente dal punto di vista narrativo,
consolidando la figura del Gringo come anti-eroe strategico e
protettivo. La chiusura cinematografica valorizza la redenzione del
personaggio principale, che passa dall’essere un criminale
ricercato a un salvatore e mentore, chiudendo il cerchio del suo
arco narrativo.
Mel Gibson in Viaggio in Paradiso
Il finale completa i temi centrali del film, tra cui la redenzione,
la responsabilità morale e la protezione dei più vulnerabili.
L’abilità del Gringo nel navigare la corruzione e le ingiustizie
del carcere rappresenta la lotta contro un sistema corrotto e
violento. La decisione di salvare il Kid, a rischio della propria
vita, sottolinea il tema della lealtà e dell’eroismo personale,
mentre la gestione del denaro e dei nemici rafforza la dimensione
di giustizia privata. Il finale comunica che il vero valore risiede
nelle azioni che proteggono gli innocenti e ristabiliscono
l’equilibrio.
Inoltre, la risoluzione enfatizza il tema della famiglia e delle
relazioni umane. L’intreccio tra il Gringo, il Kid e la madre
mostra come la fiducia e il legame emotivo possano superare le
circostanze più ostili. La liberazione dal carcere,
l’allontanamento dai criminali e la ricostruzione di un senso di
sicurezza e normalità completano il percorso di crescita dei
personaggi, evidenziando l’importanza della solidarietà e della
cooperazione anche in contesti estremi. In questo modo, il film
combina azione intensa con una componente emotiva profonda.
Infine, il racconto
lascia al pubblico un messaggio chiaro sui valori umani
fondamentali: coraggio, altruismo e responsabilità morale.
Nonostante il Gringo sia inizialmente un criminale, la sua
evoluzione dimostra che le scelte etiche e il rispetto per gli
innocenti sono ciò che definisce il vero eroismo. La protezione del
Kid e il superamento delle minacce esterne trasmettono l’idea che
il bene può prevalere anche in ambienti corrotti e violenti, e che
le seconde possibilità possono portare a una vita di integrità e
sicurezza.
Nemmeno un’emorragia cerebrale causata da un toro e diverse costole
rotte sono riuscite a fermare Johnny
Knoxville. Il volto simbolo di
Jackass è
pronto a tornare sul grande schermo con un nuovo film della saga, in uscita
il 26 giugno nelle
sale cinematografiche, distribuito da Paramount
Pictures, come confermato da Variety.
Si
tratta di un ritorno che riaccende immediatamente l’attenzione dei
fan storici del franchise, diventato negli anni un fenomeno
culturale capace di ridefinire il concetto di comicità estrema tra
cinema e televisione. Dopo anni di silenzio e speculazioni,
Jackass è dunque pronto a
rimettersi in moto, fedele al suo spirito autodistruttivo e
irriverente.
Johnny Knoxville anticipa il ritorno, ma senza svelare i
dettagli
L’annuncio ufficiale è stato preceduto da un post criptico su Instagram
pubblicato dallo stesso Knoxville, in cui l’attore lasciava
intendere un ritorno della saga nei cinema durante l’estate, senza
però specificare la natura del progetto. Nessun riferimento
esplicito a un “Jackass
5”, né chiarimenti sul fatto che potesse trattarsi di una
riedizione o di un contenuto celebrativo.
A
rendere il segnale più concreto è stata però la pubblicazione congiunta del post da
parte di Knoxville, dell’account ufficiale di Jackass e di Gorilla
Flicks, la casa di produzione fondata da
Jeff
Tremaine, storico regista e mente creativa
del franchise. Un dettaglio che ha immediatamente fatto pensare a
un film completamente
nuovo, piuttosto che a un’operazione nostalgia.
Al momento, i dettagli sulla trama e sul cast restano top secret.
Non è stato ancora chiarito quali membri storici del gruppo
torneranno accanto a Knoxville, né se il nuovo capitolo seguirà il
modello dei precedenti film, basato su stunt estremi, scherzi al
limite e una struttura episodica priva di una vera narrazione.
Quel che è certo è che il ritorno di Jackass al cinema rappresenta una
scommessa
significativa per Paramount, soprattutto in un panorama
cinematografico profondamente cambiato rispetto agli anni d’oro del
franchise. Eppure, proprio l’identità anarchica e fuori controllo
della saga potrebbe rivelarsi ancora una volta il suo punto di
forza.
Dopo oltre vent’anni di ossa rotte, incidenti assurdi e comicità
senza filtri, Jackass
sembra dimostrare che, almeno per Johnny Knoxville,
fermarsi non è mai stata
un’opzione.
Netflix sta adattando Il mondo che Jones
creò, un romanzo cult di Philip K.
Dick, che sembra essere esattamente ciò di cui il servizio
di streaming ha bisogno dopo Stranger Things.
Con la conclusione di
Stranger Things, sembra che
un’intera era di fantascienza si sia finita conclusa su Netflix. La
serie ha dominato il catalogo di genere di Netflix per un bel po’
di tempo e apparentemente ha anche influenzato il modo in cui il
servizio di streaming ha affrontato il genere. Tuttavia, ora che la
serie dei Duffer è terminata, Netflix può, forse, cambiare il suo
modo di affrontare la fantascienza. A quanto pare, il suo imminente
adattamento di un libro di Philip K. Dick è il
primo passo verso questo cambio di direzione.
L’adattamento di Netflix del
romanzo di Philip K. Dick potrebbe segnare il suo ritorno alla vera
fantascienza hard
Molto tempo fa, Netflix aveva
alcune delle offerte più ambiziose e narrativamente complesse nel
genere fantascientifico. Serie TV come Sense8, The OA,
Travelers e Dark, tra le
altre, dominavano il catalogo fantascientifico del servizio di
streaming. Tuttavia, a un certo punto, il servizio di streaming ha
iniziato a concentrarsi meno sulla fantascienza di nicchia e più su
serie del genere che avevano un appeal più ampio. Sebbene molti
fattori possano aver contribuito a questo, il successo di
Stranger Things sembra essere stato il
fattore chiave.
Con la sua prossima rivisitazione
di Il mondo che Jones creò di
Philip K. Dick, Netflix può finalmente tornare a
produrre fantascienza hard e approcciarsi al genere con una nuova
visione.
Dato che anche Stranger Things ha
finalmente concluso la sua lunga serie, sembra il momento perfetto
per Netflix per compiere finalmente questo cambiamento. Serie come
Il problema dei 3 corpi e
L’Eternauta hanno già rappresentato un trampolino
di lancio per questo cambiamento. Con l’adattamento di Philip K.
Dick, Netflix può finalmente recuperare parte della narrazione
fantascientifica cerebrale e basata sulle idee che un tempo
sosteneva.
Il mondo che Jones
creò di Philip K. Dick si diletta con molte idee
complesse sul totalitarismo, il problema del determinismo e la
lotta dell’umanità per gestire l’incertezza. Se l’adattamento
Netflix, intitolato The Future Is Ours,
adattasse fedelmente il libro, potrebbe distinguersi come
un’aggiunta distintiva al genere fantascientifico.
Iscrivendoti, accetti di ricevere
newsletter ed email di marketing e accetti i Termini di utilizzo e
l’Informativa sulla privacy di Valnet. Puoi annullare l’iscrizione
in qualsiasi momento.
Tuttavia, se dovesse seguire di
nuovo la strada di Stranger Things e cercare di giocare troppo sul
sicuro, The Future Is Ours sarebbe solo un’altra serie TV e persino
definirla un adattamento di Philip K. Dick sarebbe ingiusto.
Purtroppo, è stato confermato che
The Future Is Ours sta già apportando
enormi modifiche alla storia originale di Philip K.
Dick…
Manca ancora un mese all’uscita di Cime
tempestose, la
nuova controversa trasposizione del romanzo di Emily
Brontë diretta da Emerald Fennell,
prevista per San Valentino, ma ci sono già aggiornamenti importanti
sul film. La produzione è ufficialmente completata e ieri il film
ha ricevuto dalla MPA la classificazione “R” (ovvero: vietato ai
minori di 17 anni non accompagnati da un adulto) per
“forticontenuti
sessuali”. Test screening avevano già evidenziato una quantità
significativa di immagini iper-sessualizzate, più esplicite
rispetto alle precedenti versioni del romanzo.
La
durata complessiva è di circa 135 minuti, leggermente superiore ai
129 minuti della versione di Andrea Arnold del
2011. Fennell ha inoltre dichiarato di aver preso alcune libertà
creative nel raccontare la storia originale. Il budget di
produzione e distribuzione è stimato intorno agli 80 milioni di
dollari, cifra che riflette l’accordo con Warner Bros. per
acquisire e sostenere il film, dopo una battaglia con Netflix, che aveva offerto circa 150 milioni di
dollari.
Il cast principale, come noto, vede MargotRobbie e Jacob Elordi nei ruoli di protagonisti.
Emerald Fennell, nota per Saltburn e Una
donna promettente, ha dichiarato: “Ho letto questo libro a 14 anni e mi ha aperto in
mille modi. Ne sono ossessionata, mi ha fatto impazzire.” Le
stime d’incasso sono ancora incerte: i numeri ufficiali prevedono
un debutto tra i 20 e i 25 milioni di dollari, mentre EmpireCity Box Office ipotizza un
possibile “smash hit” per Warner Bros. con circa 50 milioni di
dollari.
La storia di Cime tempestose segue Catherine e
Heathcliff mentre vivono il loro amore proibito e distruttivo nelle
brughiere dello Yorkshire. Questo sarà l’undicesimo adattamento
della tragica storia d’amore gotica, l’ultimo dei quali è stato il
film della BBC Radio 3 del 2011 con Kaya
Scodelario e James Howson. Charli
XCX ha composto la colonna sonora del film, pubblicando
recentemente una canzone intitolata “House” in collaborazione con
l’ex membro dei Velvet Underground, John
Cale.
Oltre a Margot
Robbie nei panni di Catherine Earnshaw e Jacob Elordi in quelli di Heathcliff,
l’adattamento del romanzo vede anche la partecipazione di
Shazad Latif nel ruolo di Edgar Linton,
Alison Oliver nel ruolo di Isabella Linton,
Hong Chau nel ruolo di Nelly Dean,
Charlotte Mellington nel ruolo della giovane
Catherine, Owen Cooper nel ruolo del giovane
Heathcliff e Vy Nguyen nel ruolo della giovane
Nelly.
L’uscita nelle sale è prevista per
il 13 febbraio 2026.
Prima della storia che ha conquistato milioni di spettatori nel
mondo, c’è quella che nessuno aveva ancora visto.
Da venerdì 9
gennaio arrivano in esclusiva su Sky e in
streaming solo su NOW i
primi due episodi di
Gomorra – Le Origini, attesissimo prequel in sei
episodi della storica saga crime Sky Original, prodotto da Sky
Studios e Cattleya (ITV Studios) e tratto dall’omonimo bestseller
di Roberto
Saviano.
La
serie racconta la perdita
dell’innocenza del giovane Pietro Savastano, molto prima
che diventasse il boss destinato a segnare la storia criminale di
Napoli. È il racconto di come tutto ha avuto inizio: l’ingresso nel
mondo della camorra, i sogni di riscatto condivisi con gli amici di
strada, un primo amore viscerale e assoluto, quello per Imma. Sullo
sfondo, una Napoli in
trasformazione, povera e segnata dal contrabbando di
sigarette, alle soglie dell’arrivo dell’eroina, in un’epoca che ha
definito il volto della criminalità moderna.
Un nuovo sguardo su Pietro Savastano tra regia, cast e calendario
di uscita
Alla regia dei primi
quattro episodi torna Marco
D’Amore, qui anche supervisore artistico
e co-sceneggiatore, già volto iconico della serie madre. Gli ultimi
due episodi sono diretti da Francesco
Ghiaccio. La serie è creata da Leonardo
Fasoli, Maddalena Ravagli e Roberto Saviano, con distribuzione
internazionale affidata a Beta Film.
Il giovane Pietro è interpretato da Luca
Lubrano, affiancato da un cast corale che
include Francesco Pellegrino (Angelo ‘A Sirena), Flavio Furno (‘O
Paisano), Tullia Venezia (Imma), Renato Russo (Michele Villa ‘O
Sant), Ciro Capano (Don Antonio Villa), Biagio Forestieri (Corrado
Arena) e Fabiola Balestriere (Annalisa Magliocca, futura Scianel),
oltre a un nutrito gruppo di giovani interpreti nei ruoli degli
amici di Pietro.
La programmazione prevede un episodio a settimana, ogni venerdì su Sky
Atlantic, fino al 6
febbraio. Per i clienti Sky da oltre tre anni, grazie a
Sky Extra, gli
episodi saranno disponibili in anteprima on demand ogni martedì con
Primissime.
Nei primi due
episodi, Pietro viene coinvolto in una spirale di violenza
dopo una rapina a una bisca gestita per conto dei Villa, mentre in
carcere prende forma il progetto visionario e pericoloso di ‘O
Paisano. Un inizio che promette di ampliare l’universo di
Gomorra con uno sguardo
inedito, più intimo e tragico, sulle sue origini.
È
stata diffusa una nuova immagine di Disclosure
Day, il prossimo film di Steven Spielberg, che mostra per la prima
volta Colin Firth nel cast. L’attore appare con un
dispositivo applicato alla testa, la cui funzione non viene
chiarita. Il teaser trailer, pubblicato lo scorso mese, ha
introdotto diversi elementi narrativi senza rivelare dettagli
espliciti sulla trama. In una delle sequenze più discusse, il
personaggio interpretato da Emily Blunt, durante una diretta televisiva
dedicata alle previsioni meteo, inizia improvvisamente a emettere
suoni anomali, simili a clic o vocalizzazioni non
convenzionali.
Il
film mostra inoltre la presenza ricorrente di animali — tra cui
cervi, cardinali, capre e procioni — ritratti mentre osservano gli
esseri umani in modo insolito. Altre immagini includono ambienti
dominati da schermi e figure vestite di nero, suggerendo tematiche
legate alla sorveglianza o a organizzazioni segrete. Universal ha
accompagnato il materiale promozionale con il seguente messaggio:
“Se scoprissi che non siamo
soli, se qualcuno te lo mostrasse, te lo provasse, ne saresti
spaventato? Quest’estate, la verità appartiene a sette miliardi di
persone. Ci stiamo avvicinando al… Disclosure Day”.
Nel teaser, il personaggio interpretato da Josh O’Connor afferma:
“Le persone hanno il diritto
di conoscere la verità: appartiene a sette miliardi di
persone”, mentre un altro personaggio aggiunge:
“Perché [Dio] dovrebbe creare
un universo così vasto, solo per riservarlo a noi?”. Il cast
di Disclosure
Day comprende Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson,
Colman Domingo, Wyatt Russell e Henry
Lloyd-Hughes. Il film nasce da un soggetto originale di
Steven Spielberg, sviluppato insieme allo
sceneggiatore David Koepp, suo storico
collaboratore. Il film arriverà in sala il 12
giugno.
La serie svedese di Peter Grönlund, regista del
film Drifters del 2015 e della serie
Beartown del 2020, Synden (Land of Sin), non ha ricevuto
molta attenzione dai media internazionali fino a poche settimane
fa, ma ora è impossibile non notarla. E i fan della mini serie, che
hanno già divorato i 5 episodi della prima stagione, si stanno
probabilmente chiedendo se la seconda stagione sia in
arrivo.
Al momento, Netflix non ha
annunciato alcun piano per rinnovare la seconda stagione di Land of
Sin. Ciò non è del tutto inaspettato, considerando che la serie ha
debuttato solo all’inizio del 2026 e, essendo una produzione
svedese, le notizie potrebbero arrivare lentamente.
Land of Sin presenta un cast di
personaggi magnetico e, a giudicare dal finale della prima
stagione, alcuni potrebbero tornare per una seconda stagione. Cesar
Matijasevic nei panni di Oliver Anttila e Krista Kosonen nei panni
di Dani Anttila potrebbero tornare come due dei personaggi più
importanti della prima stagione.
Altri possibili ritorni includono
Mohammed Nour Oklah nei panni di Malik e Wilmer Rosén nei panni di
Kimmen. Il finale, per la maggior parte, ha legato la maggior parte
dei personaggi, uccidendoli o mantenendoli in vita. Tuttavia, ce ne
sono alcuni, come Harald Duncke (Harry Westerlund), il cui destino
non viene mostrato esplicitamente.
Come molte buone serie TV noir
nordiche, Land of Sin si sforza di concludere le sue trame più
urgenti prima della fine della stagione. Sebbene questo offra una
storia soddisfacente e a ciclo chiuso, rende difficile indovinare
di cosa potrebbe parlare la seconda stagione di Land of Sin.
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Alla fine della prima stagione,
Elis Duncke (Peter Gantman) confessa falsamente
l’omicidio di Silas (Alexander Persson), che
provoca la morte di Elis. Kimmen, il suo assassino, viene mandato
in prigione e tutti accettano di attenersi alla storia di copertura
da quel momento in poi.
La seconda stagione di Synden (Land of Sin) potrebbe vedere
cosa succederebbe se quella falsa storia venisse fuori, e coloro
coinvolti nel nascondere i veri dettagli sarebbero costretti ad
affrontare la verità. Ci sono alcune direzioni in cui potrebbe
andare una seconda stagione, ma prima, dovremo aspettare e vedere
se la serie verrà rinnovata.
Nel 2013, un incendio scoppiato
nella discoteca Kiss, nello stato brasiliano del
Rio Grande do Sul, causò la morte di 245 persone,
perlopiù giovani adulti. Per nove anni, i genitori delle vittime si
sono battuti instancabilmente per ottenere giustizia, dando vita a
un’associazione che ha cercato di tenere alta l’attenzione pubblica
e giudiziaria su una tragedia causata da gravi negligenze. La
miniserie brasiliana La notte che non
passerà ripercorre in forma romanzata le
conseguenze dell’incendio, concentrandosi sul dolore dei genitori
che hanno perso i figli, sul trauma dei sopravvissuti e sulla lunga
e complessa battaglia legale che ne è seguita. Pur ispirandosi a
fatti reali, la serie utilizza personaggi di finzione per
raccontare ciò che accadde prima e dopo il disastro.
La
storia inizia la notte del 26 gennaio, quando
centinaia di giovani si recano alla discoteca Kiss per una serata
di festa. Tra loro ci sono Mari, che festeggia il suo ventesimo
compleanno, Guilherme, arrivato da San Paolo per visitare la
sorella, Filipinho, legato alla sua famiglia ma desideroso di
divertirsi, Grazi, studentessa universitaria inizialmente indecisa
se uscire, e Fernando, impegnato con la tesi ma convinto dagli
amici a concedersi una pausa. La serata sembra perfetta: musica,
incontri, flirt e momenti di felicità inaspettata. La band che si
esibisce, i Guapos Baladeiros, anima il pubblico
con uno spettacolo che include effetti pirotecnici.
Durante l’esibizione, però, un
dispositivo pirotecnico accende la schiuma fonoassorbente del
soffitto. Le fiamme si propagano rapidamente, sprigionando un fumo
tossico. In un primo momento, molti presenti non capiscono cosa
stia accadendo e pensano a una rissa. Quando la situazione diventa
chiara, il panico esplode. Le guardie di sicurezza, invece di
facilitare l’evacuazione, bloccano le uscite chiedendo ai clienti
di pagare il conto prima di lasciare il locale. Solo sotto la
pressione disperata della folla il cancello viene forzato. Alcuni
riescono a fuggire, ma molti vengono intrappolati all’interno,
soprattutto nei bagni, scambiati per uscite di sicurezza.
I soccorsi arrivano
rapidamente, ma il numero delle vittime è enorme. Molti muoiono non
per le fiamme, ma per l’inalazione di fumi
tossici, in particolare cianuro, sprigionato dalla
combustione della schiuma del soffitto. Anche chi riesce a uscire
dal locale o a raggiungere l’ospedale spesso non sopravvive. Le
famiglie si riversano davanti alla discoteca e negli ospedali,
vivendo ore di angoscia nel tentativo di sapere se i propri figli
siano vivi. I corpi vengono allineati in una palestra per il
riconoscimento. Mari, ad esempio, muore in ospedale a causa delle
sostanze inalate, lasciando il padre devastato.
Le indagini della polizia rivelano
una catena di responsabilità. La discoteca operava con
permessi scaduti, aveva una sola
uscita, estintori non funzionanti o rimossi per motivi
estetici e materiali fonoassorbenti altamente infiammabili,
installati per ridurre il rumore senza rispettare le norme di
sicurezza. Il proprietario, Anderson Almeida Pargo detto Dede,
sostiene di non essere a conoscenza della pericolosità dei
materiali, ma emergono testimonianze che dimostrano il contrario.
Anche la band è ritenuta responsabile: i fuochi d’artificio
utilizzati contenevano polvere da sparo, e i musicisti ne
conoscevano i rischi. La tragedia appare sempre meno come un
incidente e sempre più come il risultato di negligenza
sistemica.
I genitori delle vittime,
indignati, fondano un’associazione per chiedere giustizia.
Contestano la decisione dei procuratori di classificare il fatto
come omicidio colposo e non come omicidio volontario con dolo
eventuale. Emergono documenti che dimostrano come il municipio
fosse a conoscenza di numerose irregolarità del
locale, senza però intervenire. Nonostante ciò, solo quattro
persone – i due proprietari della discoteca e due membri della band
– vengono formalmente incriminate, insieme ad alcuni vigili del
fuoco, mentre politici e funzionari pubblici restano esclusi dalle
accuse, suscitando la rabbia delle famiglie.
La battaglia legale si protrae per
anni, tra archiviazioni, scarcerazioni, pressioni istituzionali e
tentativi di screditare i familiari delle vittime. Alcuni genitori
vengono persino denunciati per diffamazione dai procuratori, ma
rifiutano di scusarsi e continuano a lottare. Grazie a un nuovo
avvocato, l’associazione riesce a dimostrare la fondatezza delle
proprie accuse e a ottenere, dopo oltre sei anni, un
processo con giuria popolare.
La notte che non
passerà, cosa è accaduto alla fine?
Nel dicembre 2021, a nove anni
dalla tragedia, i quattro imputati vengono condannati a pene
comprese tra 19 e 22 anni di carcere. Tuttavia,
dopo nove mesi, la sentenza viene annullata per vizi procedurali e
gli imputati tornano in libertà, in attesa di un nuovo processo. A
più di dieci anni dall’incendio, l’associazione delle famiglie
delle vittime continua a battersi per la verità e la giustizia.
La notte che non
passerà restituisce il senso di una tragedia non solo
umana, ma anche istituzionale, mostrando come errori, omissioni e
corruzione abbiano contribuito a una delle peggiori catastrofi
della storia brasiliana, lasciando famiglie ancora oggi senza
pace.
Avengers: Doomsday ha dominato le
conversazioni nelle ultime settimane, facendo dimenticare
facilmente che Supergirl sarà
il primo film sui supereroi di quest’anno, in uscita a giugno.
Ispirato al fantastico fumetto Supergirl: Woman of
Tomorrow, il film punterà i riflettori sulla cugina di
Superman in un’avventura
completamente cosmica. Anche Lobo, interpretato da Jason Momoa, farà il suo debutto nella
DCU, mentre dobbiamo credere che il film, in
qualche modo, getterà le basi anche per Man of Tomorrow della prossima
estate. Intanto, grazie a USA Today, ora abbiamo un nuovo
sguardo sulla star di House of the DragonMilly Alcock nel ruolo della protagonista di
Supergirl.
Milly Alcock in Supergirl. Foto di Parisa Taghizadeh, Warner Bros.
Pictures
Oltre a Milly Alcock nei panni della
protagonista, Supergirl vedrà
anche la partecipazione di Eve Ridley (Il
problema dei 3 corpi) nel ruolo di Ruthye Mary Knolle e
Matthias Schoenaerts (The Old Guard) nel
ruolo del malvagio Krem delle Colline Gialle. Più recentemente, la
star di Aquaman,Jason Momoa si è unita al cast nel ruolo di
Lobo. Anche Krypto il Supercane dovrebbe avere un ruolo importante
nella storia. Le ultime aggiunte al cast sono state David
Krumholtz ed Emily Beecham nei ruoli dei
genitori di Kara, Zor-El e Alura.
Questa interpretazione di Kara
Zor-El si dice sia una “versione meno seria e più provocatoria
dell’iconica supereroina”, poiché Gunn cerca di allontanarsi
dalle “precedenti rappresentazioni della Ragazza d’Acciaio, in
particolare dalla longeva serie CBS/CW interpretata da Melissa
Benoist”.
Secondo una breve sinossi, questa
storia seguirà Kara mentre “viaggia attraverso la galassia per
festeggiare il suo 21° compleanno con Krypto il Supercane. Lungo la
strada, incontra una giovane donna di nome Ruthye e finisce per
intraprendere una ricerca omicida di vendetta”. L’attrice e
drammaturga Ana Nogueira sta attualmente lavorando
alla sceneggiatura di Supergirl.
La regia verrà firmata da Craig Gillespie.
La Warner Bros. ha annunciato che la nostra nuova Ragazza
d’Acciaio prenderà il volo nelle sale il 26 giugno
2026.
Il drama NetflixLa notte che non
passerà è ispirato a un episodio agghiacciante
avvenuto in Brasile nel 2013. La notizia fece il giro dei
media nazionali e internazionali, tale fu la portata della
tragedia, e portò a un’ampia riforma nella regione nel tentativo di
prevenire il verificarsi di catastrofi simili.
Il disastro è stato anche oggetto
del libro The Endless Night: The Untold Story of Kiss
Nightclub, scritto dalla rinomata giornalista Daniela
Arbex. Ma che cosa è successo esattamente? Ecco tutto ciò che c’è
da sapere sulla storia vera che ha ispirato The Endless
Night su Netflix.
La storia vera di
La notte che non passerà
Nel 2013, 245 persone morirono
nella discoteca Kiss, nella città di Santa Maria, nello stato più
meridionale del Brasile, Rio Grande do Sul, a seguito dello scoppio
di un devastante incendio. La maggior parte delle vittime morì a
causa dei fumi tossici e oltre 600 persone rimasero ferite. Si
trattava di una serata universitaria e molti dei presenti avevano
un’età compresa tra i 18 e i 30 anni.
All’epoca, il deputato statale
Valderci Oliveira dichiarò (tramite CNN) che la scena somigliava a
“una zona di guerra”. Un giornalista riferì che inizialmente ci fu
confusione su quanto stesse accadendo, il che ostacolò la fuga di
molte persone all’interno del locale: «Alcuni addetti alla sicurezza pensarono inizialmente che si
trattasse di una rissa, una rissa enorme scoppiata all’interno del
club e [per questo] chiusero le porte affinché le persone non
uscissero senza pagare il conto».
Un sopravvissuto raccontò
all’emittente Globo TV (tramite The Guardian): «C’era
così tanto fumo e fuoco. È stato il panico totale e ci è voluto
molto tempo perché le persone riuscissero a uscire. C’erano così
tanti morti».
Si ritiene che l’incendio sia stato
causato da razzi o fuochi d’artificio, presumibilmente accesi sul
palco dalla band country-pop brasiliana Gurizada Fandangueira. Poco
dopo, però, la schiuma isolante del soffitto avrebbe preso
fuoco.
«All’improvviso hanno
interrotto lo spettacolo e hanno puntato [i razzi] verso
l’alto», ha affermato un sopravvissuto al quotidiano Folha
de S. Paulo (tramite The Guardian). «A quel punto
il soffitto ha preso fuoco. Era un incendio debole, ma nel giro di
pochi secondi si è propagato».
Il gruppo si esibiva
regolarmente alla discoteca Kiss e ha dichiarato che la propria
routine includeva spesso effetti pirotecnici; il chitarrista
Rodrigo Martins ha detto a Radio Gaúcha (tramite CNN) che «non
avevano mai avuto questo problema prima». Un’indagine della
polizia (tramite Reuters) ha rivelato che il locale aveva una sola
uscita, non disponeva di estintori funzionanti e che la segnaletica
di emergenza non era sufficientemente chiara.
Queste sconcertanti carenze non
erano state segnalate prima della tragedia perché il certificato di
sicurezza antincendio del club era scaduto nell’agosto 2012,
secondo un membro della Difesa Civile Nazionale (tramite BBC News).
È stato inoltre riferito che la discoteca Kiss avesse una capienza
di 2.000 persone, ma esperti hanno dichiarato a BBC Brasil che non
avrebbe dovuto ospitarne più di 1.300.
La tragedia fu il catalizzatore di
ispezioni sulla sicurezza in altri locali della regione. Col tempo
emerse che il 60% dei locali di San Paolo operava in violazione
delle normative di sicurezza.
Nel 2021, quattro persone sono
state condannate in relazione all’incendio della discoteca. I due
proprietari del locale e due membri della band sono stati
riconosciuti colpevoli di omicidio e tentato omicidio; tuttavia,
nell’agosto dell’anno scorso, un tribunale brasiliano ha annullato
le sentenze citando irregolarità nella selezione della giuria. I
pubblici ministeri hanno dichiarato che avrebbero presentato
ricorso, ma non sono stati riportati ulteriori sviluppi.
L’universo di The
Batman di Matt Reeves, come riportato
nei giorni scorsi, potrebbe infatti fregiarsi di un’altra star del
Marvel Cinematic Universe, dato che
Sebastian Stan è
in trattative per partecipare al sequelThe
Batman – Parte II, ma i dettagli sul suo ruolo
potrebbero essere già stati rivelati. Michael
Fisher, che in passato ha curato lo styling di Stan, ha
infatti condiviso sulle sue storie Instagram la notizia del casting
dell’attore per la DC, in cui si riporta però anche – in modo non
ufficialmente confermato – che l’attore interpreterà Harvey
Dent.
È possibile che lo stilista stia
semplicemente condividendo le idee dei fan su chi interpreterà l’ex
attore dell’MCU, includendo anche alcune immagini dell’attore nei
panni dell’antagonista. Inoltre, anche Jeff
Sneider ha alimentato le voci secondo cui Stan sarebbe
stato scelto per interpretare il famoso cattivo di Batman. Al
momento della pubblicazione di questa notizia, la DC Studios non ha
ancora però rilasciato alcuna dichiarazione.
L’interpretazione di Harvey da
parte di Stan non è troppo inverosimile, dato che la sua
co-protagonista dell’MCU, Scarlett Johansson, che è anche
nel sequel di Reeves,
secondo alcune indiscrezioni interpreterà la moglie del nemico
della DC, Gilda Gold, dai fumetti.
Analogamente alla sua potenziale interpretazione di Harvey, la DC
Studios non ha confermato né smentito il ruolo che si vocifera avrà
l’attrice di Black Widow.
Tutto quello che sappiamo su
The Batman – Parte II
The
Batman – Parte II è uno dei film più attesi del nuovo
panorama DC, ma il suo percorso produttivo non è stato privo di
ostacoli. Inizialmente previsto per ottobre 2025, il sequel diretto
da Matt Reeves è stato rinviato al 1°
ottobre 2027. I ritardi sono stati giustificati da
esigenze legate alla scrittura della sceneggiatura e al calendario
riorganizzato della DC sotto la nuova guida di James Gunn e Peter Safran,
che stanno ristrutturando l’intero universo narrativo. Nonostante
ciò, Reeves ha confermato che
le riprese inizieranno nella primavera
2026 e Gunn ha recentemente letto la
sceneggiatura, definendola “grandiosa”, un segnale incoraggiante
per i fan.
Sul fronte del cast, è confermato
il ritorno di Robert Pattinson nei panni di Bruce
Wayne/Batman, all’interno dell’universo narrativo alternativo noto
come “Elseworlds”, separato dal DCU principale. Dovrebbero tornare anche Jeffrey Wright come il commissario Gordon e
Andy Serkis nel ruolo di Alfred. I rumor più
insistenti ruotano attorno alla possibile introduzione di
Hush e Clayface (che avrà inoltre un film tutto suo)
come villain principali, anche se nulla è stato ancora
ufficializzato. C’è chi ipotizza un ampliamento del focus sulla
corruzione sistemica di Gotham, riprendendo i toni noir e
investigativi del primo capitolo, con Batman sempre più immerso in
un mondo in cui la linea tra giustizia e vendetta si fa
sottile.
Per quanto riguarda la
trama, le indiscrezioni suggeriscono un’evoluzione
psicologica per Bruce Wayne, alle prese con le conseguenze delle
sue azioni e un Gotham sempre più caotica, anche dopo gli eventi
della serie spin-off The
Penguin con Colin Farrell (anche lui probabile membro del
cast). Alcune fonti parlano di un possibile scontro morale con
Harvey Dent, figura ambigua per eccellenza, o di un Batman
costretto a confrontarsi con i limiti del suo metodo. Al momento,
tutto è però ancora avvolto nel riserbo, ma la conferma della
sceneggiatura completa e approvata lascia ben sperare per l’inizio
delle riprese entro l’autunno e per un sequel che promette di
essere ancora più cupo, ambizioso e introspettivo.
Reeves spera naturalmente che il
suo prossimo film su Batman abbia lo stesso successo del primo.
The Batman del 2022 ha avuto un’ottima performance
al botteghino, incassando oltre 772 milioni di dollari in tutto il
mondo e ottenendo un ampio consenso da parte della critica. Queste
recensioni entusiastiche sono state portate avanti nella stagione
dei premi, visto che il film ha ottenuto quattro nomination agli
Oscar. Nel frattempo, Reeves ha espanso la serie DC
Elseworld con la già citata serie spin-off di Batman,
The Penguin, disponibile su Sky e NOW, per
l’Italia.
Netflix sta portando avanti l’adattamento
cinematografico di Cold Zero, un dramma
d’azione di prossima uscita scritto dall’autore di bestseller
Brad Thor. Il progetto sarà adattato da
Nic Pizzolatto, il creatore di
True Detective. Peter
Berg produrrà il film tramite la sua casa di produzione
Film 44 insieme a Ezra Emanuel. Thor sarà anche
produttore esecutivo del film, così come Elizabeth
Rogers. Secondo fonti interne, i dirigenti di Netflix sono
rimasti molto colpiti dal romanzo e hanno colto al volo
l’opportunità di adattarlo.
Cold Zero
sarà pubblicato il 10 febbraio 2026 e si concentra sulle
conseguenze di un incidente aereo vicino al Polo Nord. I passeggeri
sopravvissuti devono ora affrontare l’ambiente spietato in cui si
trovano intrappolati. Ignari del fatto che l’aereo trasporta
tecnologie top-secret avanzate, in merito alle quali i leader
mondiali sono estremamente preoccupati, soprattutto ora che la loro
posizione è sconosciuta.
Sebbene sia probabilmente il più
noto per aver creato True Detective,
Nic Pizzolatto ha ampliato i suoi orizzonti. Di
recente ha collaborato con Skydance Sports per sviluppare una serie
Netflix con Matthew McConaughey e
Cole Hauser. Ha anche diretto, scritto e prodotto
un film intitolato Easy’s Waltz, che ha debuttato
al Toronto Film Festival lo scorso anno. Il cast stellare del
progetto include Vince Vaughn, Al Pacino, Kate Mara e
Simon Rex.
Berg è noto per il suo lavoro in
serie acclamate dalla critica come Friday Night
Lights, The Leftovers – Svaniti nel nulla,
Ballers, Painkiller e American Primeval.
Quest’ultima è rimasta per quattro settimane nella classifica
globale dei primi 10 programmi TV di Netflix. Ha anche diretto film
come Patriots Day, Deepwater: Inferno sull’oceano e Lone Survivor.
All’inizio dell’anno scorso, ha
rinnovato l’accordo di Film 44 con Netflix. Sta inoltre
collaborando con Taylor Sheridan all’adattamento
cinematografico del popolare videogioco Call of
Duty, per Paramount e Activision. Inoltre, sarà
produttore esecutivo del nuovo reboot di Friday Night
Lights, in onda su Peacock.
La corsa di The Pitt
continua. HBO
Max ha ufficialmente rinnovato il medical drama per una
terza stagione,
confermando la fiducia nel progetto creato da R. Scott Gemmill e
guidato da Noah
Wyle. L’annuncio è arrivato mercoledì 7 gennaio direttamente da
Casey Bloys,
CEO di HBO, durante
la première della seconda stagione al DGA Theater di Los
Angeles.
La
notizia arriva a poche ore dal debutto ufficiale della seconda
stagione, già accolta con grande attenzione dopo l’exploit della
prima. Fin dal suo esordio nel 2025, The
Pitt si è distinta come una delle serie medical più
ambiziose degli ultimi anni, grazie a una struttura narrativa
rigorosa e a un approccio realistico che racconta il lavoro del
personale sanitario all’interno di un pronto soccorso di
Pittsburgh.
Un successo critico e produttivo che riporta la serialità
“annuale”
The Pitt – Cortesia Sky
Ogni stagione di The
Pitt si svolge nell’arco di un unico turno di lavoro, articolato in
15 episodi,
ciascuno corrispondente a un’ora reale. Una scelta formale precisa,
che ha permesso alla serie di costruire tensione, approfondire i
personaggi e mantenere una forte coerenza narrativa. Una formula
che, come sottolineato da Bloys, ha reso il progetto sostenibile
anche dal punto di vista produttivo.
La prima stagione ha ottenuto 13 nomination agli Emmy Awards, portando a casa
cinque vittorie,
tra cui miglior serie drammatica, casting e premi attoriali per lo
stesso Wyle, Katherine
LaNasa e Shawn
Hatosy. Più recentemente, la serie ha
ricevuto anche nuove nomination agli Actor Awards e ai DGA Awards,
consolidando il suo status di titolo di punta nel catalogo HBO
Max.
Nel cast principale figurano, oltre a Wyle, LaNasa e Hatosy, anche
Patrick Ball, Supriya Ganesh, Fiona Dourif, Taylor Dearden, Isa
Briones, Gerran Howell e Shabana Azeez. La seconda stagione ha
inoltre introdotto Sepideh
Moafi nel ruolo della dottoressa Al-Hashimi.
Alla produzione esecutiva, accanto a Wyle, tornano
John Wells,
R. Scott Gemmill, Erin Jontow, Joe Sachs, Simran Baidwan e Michael
Hissrich.
Il rinnovo per la terza
stagione conferma non solo il successo di The Pitt, ma anche una precisa direzione
editoriale: tornare a una serialità solida, continuativa e capace
di dialogare ogni anno con il pubblico. Una scelta sempre più rara
nel panorama televisivo contemporaneo, e proprio per questo ancora
più significativa.
Il film live-action di
Tangled, che in Italia porterà il titolo Rapunzel –
L’intreccio della torre, inizia finalmente a prendere forma. Teagan
Croft e Milo Manheim sono stati scelti per interpretare i due ruoli
principali di Rapunzel e Flynn Rider nella nuova trasposizione in
carne e ossa targata Disney.
Croft, nota al grande pubblico per
Titans e True Spirit, vestirà i panni della principessa dai
lunghissimi capelli dorati, mentre Manheim – volto amatissimo dal
pubblico più giovane grazie alla saga Zombies e alla partecipazione
a Dancing with the Stars – interpreterà l’affascinante e scanzonato
Flynn Rider.
Il
film originale animato del 2010 vedeva Mandy Moore e Zachary Levi come voci dei
protagonisti e fu un enorme successo commerciale, con oltre 591
milioni di dollari incassati nel mondo, dando vita anche a una
fortunata serie animata prodotta per Disney Channel.
Alla regia del live-action ci sarà
Michael Gracey, già autore di The Greatest Showman, mentre la
sceneggiatura porta la firma di Jennifer Kaytin Robinson,
conosciuta per Do Revenge e Thor: Love and Thunder. La produzione
è affidata a Kristin Burr, con Lucy Kitada nel ruolo di executive
producer. Al momento non sono stati annunciati ulteriori dettagli
produttivi né una data di uscita ufficiale.
Sviluppato inizialmente a partire
dal dicembre 2024, Rapunzel – L’intreccio della torre è l’ennesimo
classico animato Disney a ricevere il trattamento live-action,
sulla scia di titoli come Il Re Leone, La Bella e la Bestia,
Aladdin, Mulan, Dumbo, La
Sirenetta, Biancaneve e Lilo & Stitch. Nel frattempo, il
live-action di Moana, con Dwayne Johnson e Catherine Laga‘aia, arriverà
nelle sale il 10 luglio, confermando la strategia Disney di
rilettura in chiave moderna dei suoi grandi successi animati.
Il
finale di Quasi amici –
Intouchables è spesso ricordato come uno dei momenti più
emotivamente appaganti del cinema europeo degli ultimi anni, ma
ridurlo a una semplice conclusione “felice” significa fraintenderne
la natura. La forza dell’epilogo non sta nella rassicurazione,
bensì nella sua capacità di chiudere un percorso umano senza
cristallizzarlo in una formula consolatoria.
Dopo aver costruito un rapporto fondato sull’ironia, sulla frattura
sociale e su una libertà emotiva inattesa, il film sceglie di non
trattenere i suoi personaggi in una condizione immobile. Il finale
non congela l’amicizia tra Philippe e Driss: la lascia andare,
accettando che il cambiamento vero non abbia bisogno di
permanenza.
La separazione come compimento dell’amicizia
La decisione di Driss di lasciare Philippe non è un abbandono, né
una fuga. È il segno che il legame ha raggiunto il suo scopo. Driss
entra nella vita di Philippe come una forza dirompente, capace di
incrinare abitudini, difese e ruoli sociali, ma non resta per
occupare quello spazio. Se lo facesse, l’amicizia rischierebbe di
trasformarsi in dipendenza, tradendo proprio ciò che l’ha resa
autentica.
Il film suggerisce che alcune relazioni sono destinate a esistere
come passaggi fondamentali, non come presenze definitive. Driss
comprende che il suo ruolo non è quello di restare, ma di aver già
rimesso in movimento qualcosa. È una scelta narrativa rara,
soprattutto in un cinema che spesso confonde la continuità con la
profondità emotiva.
Philippe e il ritorno al rischio del desiderio
Il vero cuore del finale è Philippe. L’incontro con Éléonore non
rappresenta semplicemente l’avvio di una possibile storia d’amore,
ma il recupero della possibilità di esporsi senza protezioni. Fino
a quel momento, Philippe ha vissuto le relazioni filtrandole
attraverso la distanza, il controllo e una sorta di autoironia
difensiva, spesso facilitata dalla presenza di Driss.
Nel momento conclusivo, invece, Philippe accetta il rischio
dell’incontro diretto. Non sa come verrà guardato, né come verrà
accolto, ma sceglie comunque di esserci. È qui che il film compie
il suo gesto più significativo: mostrare che la vera trasformazione
non consiste nel superare la propria condizione, ma nel tornare a
desiderare nonostante essa.
Perché il finale rifiuta la retorica della “guarigione”
Quasi amici –
Intouchables evita consapevolmente l’idea che Philippe debba
essere “salvato” o “completato”. Il finale non promette una nuova
vita perfetta, né una redenzione totale. Philippe resta un uomo
disabile, Driss resta un uomo segnato dal proprio contesto sociale,
ma entrambi hanno attraversato un cambiamento reale.
Il sorriso finale non è una garanzia di felicità futura, ma il
segno di una possibilità riaperta. Il film non chiude con una
soluzione, ma con un movimento: la vita che riprende, imperfetta e
incerta, ma finalmente non più sospesa.
Il senso ultimo di Quasi
amici
Il finale funziona perché è coerente con l’intero racconto. Non
celebra l’amicizia come rifugio eterno, ma come esperienza capace
di trasformare e poi lasciare spazio. Philippe e Driss non si
appartengono, e proprio per questo il loro legame è stato
autentico.
È
una conclusione che continua a parlare al pubblico perché non offre
risposte facili, ma riconosce una verità semplice e spesso
trascurata: alcune persone entrano nella nostra vita non per
restarci per sempre, ma per renderci capaci di andare avanti da
soli.
Quando nel 2011 uscì Quasi amici –
Intouchables, pochi avrebbero immaginato
che quella commedia agrodolce francese sarebbe diventata uno dei
film europei più visti e amati di sempre. Il suo successo non si
deve solo all’alchimia tra François
Cluzet e Omar Sy,
ma soprattutto al fatto che la storia raccontata affonda le radici
nella realtà. Quasi amici
è infatti ispirato a un legame autentico, profondo e improbabile:
quello tra Philippe Pozzo di
Borgo e Abdel
Sellou.
Una
storia vera che, come spesso accade, è ancora più complessa e
sorprendente di quanto il cinema abbia mostrato.
Chi era davvero Philippe Pozzo di Borgo
Philippe Pozzo di Borgo proveniva da una famiglia aristocratica
corsa, cresciuto in un ambiente colto e privilegiato. Manager di
successo nel settore dello champagne, conduceva una vita intensa e
dinamica fino al 1993, quando un incidente di parapendio lo rese
tetraplegico. Da un giorno all’altro, Philippe perse l’uso degli
arti, ritrovandosi costretto a una nuova quotidianità fatta di
assistenza continua, dipendenza e dolore.
Il film restituisce bene questo senso di immobilità fisica e
isolamento emotivo, ma nella realtà la condizione di Philippe fu
ancora più dura, soprattutto dal punto di vista psicologico. Per
anni lottò con la depressione, la perdita di autonomia e il timore
di essere ridotto a un corpo da accudire, più che a una persona da
ascoltare.
Abdel Sellou: molto più di un “badante improvvisato”
Abdel Sellou, a differenza del personaggio cinematografico, non era
semplicemente un giovane di periferia disoccupato in cerca di
sussidi. Nato in Algeria e cresciuto nelle banlieue parigine, Abdel
aveva avuto un passato segnato da piccoli reati, furti e un periodo
in carcere. Quando si presentò al colloquio per assistere Philippe,
non aveva alcuna esperienza nel settore e nessuna reale intenzione
di essere assunto.
Proprio questa mancanza di filtri, unita a un’ironia diretta e a
volte brutale, colpì Philippe. Abdel non provava pietà, non
trattava il suo datore di lavoro come un malato da compatire, ma
come un uomo con cui discutere, ridere, persino litigare. Nella
vita reale, questo atteggiamento fu decisivo nel rompere il muro di
solitudine in cui Philippe si era rinchiuso.
Un’amicizia che va oltre l’assistenza
Il film racconta l’evoluzione del loro rapporto come una
progressiva amicizia, ma nella realtà il legame fu ancora più
profondo e duraturo. Abdel Sellou non fu solo un assistente:
diventò una presenza centrale nella vita di Philippe,
accompagnandolo nei momenti più difficili e aiutandolo a ritrovare
un senso di dignità e desiderio.
Philippe stesso ha raccontato più volte che Abdel gli restituì
qualcosa che nessun medico era riuscito a dargli: la voglia di
vivere. L’umorismo irriverente, la spontaneità e la totale assenza
di compassione forzata permisero a Philippe di sentirsi di nuovo un
uomo completo, non definito esclusivamente dalla sua
disabilità.
Cosa cambia tra la storia vera e il film
Pur restando sorprendentemente fedele allo spirito della vicenda
reale, Quasi amici si
prende alcune libertà narrative. Nel film, il passato criminale di
Driss (personaggio ispirato ad Abdel) viene ammorbidito, così come
il contesto sociale viene semplificato per rendere la storia più
accessibile al grande pubblico.
Anche il finale è più conciliatorio rispetto alla realtà. Dopo la
fine del loro rapporto lavorativo, Abdel e Philippe non si
separarono emotivamente come suggerisce il film: rimasero in
contatto per anni. Abdel scrisse il libro Tu as changé ma vie (“Mi hai cambiato la
vita”), mentre Philippe raccontò la sua versione in Le second souffle, testi che confermano
quanto quell’incontro abbia segnato entrambi.
Il significato profondo di Quasi amici
Ciò che rende Quasi
amici una storia vera così potente non è la disabilità in sé,
ma il modo in cui il film – e la realtà – smontano ogni retorica
sulla diversità. Philippe e Abdel non si “salvano” a vicenda in
modo eroico: si contaminano, si mettono in crisi, si trasformano
reciprocamente.
Il film suggerisce una verità semplice ma rara nel cinema
mainstream: l’inclusione non nasce dalla compassione, ma dal
riconoscimento dell’altro come individuo, con difetti, ironia,
rabbia e contraddizioni. È questo che ha reso Quasi amici un fenomeno globale e non un
semplice film “ispirato a una storia vera”.
Un’eredità che va oltre il cinema
A
distanza di anni, la storia di Philippe Pozzo di Borgo e Abdel
Sellou continua a essere citata come esempio autentico di incontro
tra mondi lontani. Non perché edulcorata, ma perché reale. Il film
ha reso universale un legame che, nella vita vera, è stato ancora
più scomodo, intenso e trasformativo.
Ed è forse questo il motivo per cui Quasi amici continua a commuovere: non racconta ciò che
dovremmo essere, ma ciò
che possiamo diventare
quando smettiamo di guardarci attraverso le etichette.
Il contorto giallo
Cena con delitto – Knives Out di Rian Johnson riserva
molte sorprese, e il finale di Knives Out rivela la vera tragedia
dietro la morte del famoso scrittore Harlan Thrombey
(Christopher Plummer). Il film vede
Daniel Craig nei panni di Benoit Blanc,
un investigatore privato assunto per indagare sull’apparente
suicidio di Harlan dopo una festa di compleanno a casa sua. Nel
corso del film, Benoit scopre che ogni membro della famiglia di
Harlan aveva un motivo per ucciderlo, che fosse nascondere una
relazione segreta o assicurarsi una parte della sua enorme
fortuna.
Sebbene ognuno di loro sia
colpevole di un peccato o di un altro, solo uno di loro ha
effettivamente complottato per uccidere Harlan: suo nipote, Hugh
Ransom Drysdale (Chris Evans). La rivelazione nel finale di
Cena con delitto – Knives Out arriva da flashback e
diversi colpi di scena nell’atto finale del film. Proprio come Rian
Johnson crea un intricato giallo in Knives Out, fa lo stesso nel
sequel,
Glass Onion: A Knives Out Mystery, ma l’atto finale ricco di
colpi di scena rimane il più discusso. Poiché l’atto finale procede
a un ritmo rapido, le cose possono diventare confuse
Cosa succede realmente nel finale
di Cena con delitto – Knives Out
Ransom viene catturato e Marta è
innocente
Nel terzo atto Marta fa visita a
Fran, che sa che Ransom è l’assassino e ha una fotocopia delle
analisi del sangue di Harlan per dimostrare che non è innocente.
Fran sta morendo quando Marta la trova, e l’infermiera è stata
ovviamente incastrata dal vero assassino. Spaventata dal fatto di
causare altre morti, Marta confessa a Blanc di aver accidentalmente
iniettato morfina a Harlan e Fran viene portata d’urgenza in
ospedale. Marta sta per confessare tutto anche alla famiglia
Thrombey, ma dopo aver visto le analisi del sangue, Blanc capisce
che Marta è innocente.
Quello che segue è un classico
finale da giallo, con l’ormai iconico Benoit Blanc che deduce
abilmente tutto ciò che è accaduto durante la notte della morte di
Harlan, compreso il ritorno di Ransom alla casa, la scalata del
pergolato e lo scambio dei farmaci. Dopo che tutto è stato svelato
davanti a lui e Marta ha mentito sulla sopravvivenza di Fran,
Ransom confessa, credendo di essere condannato a causa della
testimonianza di Fran.
Tuttavia, viene rivelato che Fran è
morta, ma Marta ha registrato il monologo sul suo telefono. Dopo un
tentativo fallito di uccidere Marta, Ransom viene arrestato e Marta
prende le chiavi della villa e tutto ciò che Harlan possiede.
La morte di Harlan in Cena con
delitto – Knives Out spiegata
Harlan si uccide per proteggere
Marta
Rian Johnson sorprende il pubblico
mostrando come Harlan è morto all’inizio di Cena con delitto –
Knives Out. Harlan sta ricevendo le sue medicine serali dalla
sua infermiera, Marta (Ana
de Armas), quando le medicine vengono rovesciate. Marta
raccoglie le fiale ma, dopo aver fatto le iniezioni a Harlan, si
rende conto di aver scambiato le fiale e di avergli accidentalmente
somministrato una dose letale di morfina. A peggiorare le cose,
l’antidoto è stranamente scomparso dalla sua borsa dei
medicinali.
Sapendo che sarebbe stata incolpata
per la sua morte e che sua madre avrebbe potuto essere espulsa a
causa dello scandalo, Harlan dà a Marta istruzioni precise affinché
venga vista uscire di casa e poi tornare più tardi, in modo che
possa scendere al piano di sotto travestita da Harlan. Questo
avrebbe fissato l’ora della sua morte a un momento successivo alla
partenza di Marta.
Prima che l’overdose di morfina
potesse ucciderlo, Harlan si è tagliato la gola per far sembrare la
sua morte un suicidio piuttosto che un incidente. Tuttavia, il
finale di Knives Out rivela che la sua morte non è stata
accidentale. È stata causata dalle azioni di Ransom, che ha
cospirato affinché Marta uccidesse accidentalmente suo nonno.
Come il resto della sua famiglia,
Ransom era stato escluso dal testamento di Harlan, che invece aveva
lasciato tutto a Marta. Ma se Marta fosse apparsa come l’assassina
di Harlan, il nuovo testamento sarebbe stato invalidato e la
fortuna sarebbe stata divisa tra la famiglia Thrombey, compreso
Ransom.
Come è morto Harlan Thrombey (e
chi lo ha ucciso)
Perché Ransom era comunque
colpevole
La risposta letterale alla domanda
su chi abbia ucciso Harlan Thrombey è che si è suicidato,
tagliandosi la gola con un coltello. La tragedia della sua morte è
che Harlan non aveva affatto ricevuto un’overdose di morfina e non
c’era alcun bisogno che si suicidasse. Ransom aveva pianificato di
far somministrare a Marta l’overdose a Harlan scambiando le
etichette dei medicinali nella sua borsa e poi rubando l’antidoto
in modo che la vita di suo nonno non potesse essere salvata.
Tuttavia, quando il medicinale è
stato accidentalmente rovesciato, le due fiale sono state
nuovamente scambiate, quindi Marta ha effettivamente somministrato
a Harlan le dosi corrette e sicure. Durante tutto il film, Marta è
tormentata dal senso di colpa di aver ucciso Harlan per la sua
negligenza nel non aver controllato le etichette dei medicinali.
Invece, è proprio il fatto di non aver controllato le etichette che
gli ha salvato la vita. Marta ha capito quale fosse il medicinale
corretto dalla consistenza dei liquidi e gli ha somministrato le
dosi giuste d’istinto. Come spiega Benoit Blanc, Marta ha fatto la
cosa giusta nonostante la manomissione di Ransom perché è una brava
infermiera.
Sebbene la morte di Harlan sia
stata tecnicamente per mano sua, Ransom è senza dubbio da biasimare
nel finale di Knives Out. Se non avesse scambiato le etichette dei
medicinali, Marta non avrebbe mai creduto di aver accidentalmente
somministrato a Harlan una dose eccessiva di morfina, e Harlan non
si sarebbe mai ucciso per coprirla. Ma anche se Ransom fosse
colpevole solo di tentato omicidio nei confronti di Harlan, egli
sigilla il proprio destino uccidendo Fran per cercare di coprire le
proprie tracce.
Il piano di Ransom e l’omicidio di
Fran
Il piano originale di Ransom per
uccidere Harlan è stato modificato
Il piano originale di Ransom era
semplice. La notte della morte di Harlan, dopo aver lasciato la
casa infuriato per la modifica del testamento, è tornato e si è
arrampicato sul traliccio per evitare di essere visto. Ha scambiato
le etichette delle medicine nella borsa di Marta e ha preso
l’antidoto per un’overdose di morfina. Poi è sceso dal traliccio,
ma è stato visto dalla madre di Harlan, Greatnanna Wanetta (K
Callan). Ransom è poi rientrato di nascosto in casa durante il
funerale di Harlan, quando sapeva che sarebbe stata vuota, per
rimettere a posto tutto nella borsa dei medicinali ed evitare
sospetti.
Ransom ha assunto in modo anonimo
Benoit per indagare sulla morte di Harlan, credendo che le capacità
investigative di Benoit avrebbero incastrato Marta come assassina.
Questo piano fallì per tre motivi. Il primo fu che Fran (Edi
Patterson), la governante, vide Ransom manomettere la borsa dei
medicinali per la seconda volta e capì che qualcosa non andava. Il
secondo fu che Ransom non poteva prevedere che le fiale dei
medicinali sarebbero state rovesciate e che Marta le avrebbe
mescolate tutte da sola. Il terzo fu la decisione di Harlan di
uccidersi per assicurarsi che Marta non finisse nei guai.
Dopo che Marta aveva “confessato” a
Ransom di aver ucciso Harlan, Ransom capì che l’omicidio di Harlan
avrebbe potuto essere scoperto quando gli esami del sangue di
Harlan risultarono perfettamente normali, senza alcuna traccia di
overdose da morfina. La morte sarebbe stata dichiarata un suicidio,
Marta avrebbe ricevuto la fortuna di Harlan e Ransom non avrebbe
ottenuto nulla. Per assicurarsi che i risultati degli esami del
sangue non potessero scagionare Marta, Ransom bruciò il laboratorio
dove erano stati effettuati gli esami. Tuttavia, c’era un altro
intoppo: Fran
Fran prese la borsa dei medicinali
dalla scena del crimine e inviò a Ransom una fotocopia dell’esame
del sangue, rivelando di averne una copia, con l’avvertimento “SO
COSA HAI FATTO” e le istruzioni di andare a incontrarla. Lui inviò
il biglietto a Marta in modo che lei credesse di essere minacciata
da un esame del sangue che provava un’overdose di morfina. Ransom
inviò un’e-mail a Marta dicendole di recarsi al luogo dell’incontro
dopo l’orario originariamente stabilito. Incontrò prima Fran, le
somministrò una dose letale di morfina e fece in modo che Marta la
trovasse.
Perché il piano di Ransom
fallì
La genuina bontà di Marta sventò
il piano di Ransom
Anche questo nuovo piano fallì.
Fran inizialmente sopravvisse al sovradosaggio, svegliandosi quando
Marta la trovò e dicendole: “È stato Hugh a farlo”. Marta fraintese
la frase come “Sei stata tu a farlo”, continuando a pensare che
l’esame del sangue avesse rivelato un’overdose di morfina e che
Fran la stesse accusando di aver ucciso Harlan. Tuttavia, invece di
lasciare morire Fran, Marta ha chiamato un’ambulanza per portarla
in ospedale. Ha poi confessato a Benoit, accettando il suo destino,
e gli ha mostrato la scorta segreta di Fran nella villa dei
Thrombey, dove era nascosta la copia dell’esame del sangue.
Prima che Marta potesse confessare
alla famiglia, Benoit ha guardato l’esame del sangue e ha capito
che Marta era innocente. Il finale di Knives Out diventa quindi una
classica scena di accusa in un giallo. Benoit ordina a tutti i
membri della famiglia, tranne Ransom, di lasciare il salotto e
espone tutti gli indizi del piano contorto di Ransom dall’inizio
alla fine.
Marta riceve una telefonata
dall’ospedale e dice trionfante a Ransom che Fran è sopravvissuta e
potrà testimoniare. Credendo di essere comunque condannato, Ransom
ammette i suoi crimini. Marta rivela di averlo registrato, che Fran
è morta per overdose e che Marta ha ingannato Ransom per fargli
confessare.
Perché Ransom era la scelta
migliore per il ruolo dell’assassino
Il film ha scelto un modo
intelligente per stuzzicare e poi rivelare la verità
Quando si tratta di film gialli, il
trucco spesso consiste nel rendere la rivelazione dell’assassino
una sorpresa divertente, ma anche qualcosa di plausibile e sensato
dopo più visioni. Knives Out ci riesce con Ransom, ma fa anche un
passo in più. Il film fa in modo che Ransom risulti antipatico fin
dall’inizio. Anche se questo vale per la maggior parte della sua
famiglia, lui appare come una persona presuntuosa, meschina e
proprio il tipo di persona che un film userebbe come diversivo.
Molto spesso, una persona come
Ransom sembra troppo ovvia per essere il cattivo, quindi il
pubblico potrebbe non apprezzarlo, ma lo escluderà anche come
assassino. È facile aspettarsi che l’assassino sia qualcuno di più
inaspettato, data la natura dei colpi di scena in questo tipo di
film. Quando Ransom alla fine si allea con Marta, anche se è solo
per trarne vantaggio, il pubblico abbassa un po’ la guardia. La
rivelazione che in realtà è lui l’assassino che stavano cercando ha
un impatto ancora più forte proprio per questo motivo.
È logico che la persona più gentile
del film, Marta, venga ingannata dal più malvagio, dato che anche
il pubblico viene ingannato. Questo rende ancora più soddisfacente
il fatto che alla fine lei abbia la meglio, il che significa che
Knives Out ha uno dei migliori finali del genere.
Il
vero significato del finale di Knives Out
La
vittoria di Marta sulla famiglia Thrombey è una conclusione
soddisfacente
Nonostante l’argomento cupo e la natura tragica della morte di
Harlan, il finale di Knives
Out ha una visione sorprendentemente ottimista. Marta riesce a
evitare di essere incastrata per l’omicidio di Harlan e di finire
in prigione perché, in fondo, è una brava persona. Inizialmente
cerca di coprire le circostanze della morte di Harlan non tanto per
proteggere se stessa, quanto per proteggere la propria famiglia e
rispettare le ultime volontà di lui.
Tuttavia, Marta è tormentata dal senso di colpa per l’insabbiamento
e capisce di essere andata troppo oltre nel momento in cui qualcuno
resta ferito. Se avesse lasciato morire Fran e avesse scelto di non
confessare a Benoit Blanc, interpretato da Daniel Craig, Ransom
l’avrebbe fatta franca. La bontà innata di Marta è simboleggiata
dal fatto che non riesce a mentire senza vomitare. La sua umiltà è
in netto contrasto con l’arroganza e il senso di diritto acquisito
della famiglia Thrombey.
Quando i Thrombey scoprono che Harlan ha lasciato tutta la sua
fortuna a Marta, reagiscono con rabbia, convinti che qualcosa sia
stato sottratto loro. In realtà, però, quella ricchezza non è mai
appartenuta davvero a loro.
Knives Out prende di
mira l’idea secondo cui persone bianche e privilegiate si
definiscono “self-made” nonostante abbiano costruito il proprio
successo grazie a ricchezze ereditarie e relazioni familiari. Walt
(Michael Shannon) dirige la casa editrice di famiglia, ma il lavoro
gli è stato dato dal padre. Joni (Toni Collette), la nuora di Harlan, vive da
anni alle sue spalle. Meg (Katherine Langford) si presenta come
progressista e femminista e finge di essere amica di Marta, ma
basta una piccola pressione perché sia pronta a manipolarla.
Quando i Thrombey scoprono che Harlan ha lasciato l’intero
patrimonio a Marta, si sentono derubati. Ma Harlan sceglie Marta
proprio perché è stata gentile con lui senza secondi fini e perché
ha lavorato duramente tutta la vita ricevendo in cambio ben
poco.
Mettendo Marta contro i Thrombey, il finale di Knives Out mette in discussione il
concetto di ricchezza ereditata e di privilegio. Per mandare
all’aria i loro piani, a Marta basta essere ciò che è sempre stata:
una brava infermiera e una brava persona.
Come è stato accolto il finale di Knives Out
Un nuovo modo di ingannare lo spettatore
In un buon film giallo, il finale e la rivelazione dell’assassino
sono fondamentali. Knives
Out è considerato uno dei migliori murder mystery mai
realizzati, e questo dimostra quanto sia efficace il suo epilogo.
Un buon finale deve essere qualcosa che il pubblico, una volta
rivelato, comprende perfettamente, ma che non aveva previsto.
Gli spettatori moderni amano cercare di risolvere il mistero da
soli e hanno a disposizione moltissimi film del genere a cui fare
riferimento. Knives Out,
però, trova un modo brillante per impedire al pubblico di
indovinare, presentando apparentemente l’identità dell’assassino
già nel primo atto del film. Un utente Reddit, marineman43, ha ammesso che questo
depistaggio ha funzionato anche con lui, offrendo un approccio
originale al genere:
“La ‘rivelazione’ di Marta come assassina così presto
nel film è stata intrigante e una scelta molto interessante per il
genere. Mi ha davvero depistato per un po’, facendomi pensare che
il resto del film sarebbe stato incentrato su di lei che sabotava
sottilmente l’indagine per non destare sospetti.”
Allontanare il pubblico dalla caccia all’assassino rende la verità
su Ransom un colpo di scena ancora più divertente. Se Marta non
fosse stata presentata subito come presunta colpevole, Ransom
sarebbe stato il sospettato più ovvio. Quando invece viene rivelato
come il vero villain della storia, tutti gli indizi iniziano
improvvisamente a combaciare. È il tipo di film che si può rivedere
più volte, scoprendo nuovi dettagli a ogni visione.
Vedere Benoit Blanc mettere insieme tutti i pezzi e arrivare alla
verità è un momento estremamente appagante, che lo consacra come
uno dei migliori detective cinematografici. Ma il finale funziona
così bene anche per ciò che rappresenta per Marta: la vittoria di
un personaggio imperfetto, che ha commesso errori ma ha dimostrato
per tutta la durata del film di essere una persona fondamentalmente
buona.
Il confronto tra Glass
Onion e Knives
Out
Le indagini di Benoit Blanc continuano
Sia Knives Out che il
sequel
Glass Onion
presentano misteri in cui nulla è come sembra, ma l’approccio alle
indagini è molto diverso. Anche l’umorismo gioca un ruolo
fondamentale. In Glass
Onion, il tono è più sopra le righe, rendendo il mistero
apparentemente più semplice rispetto a quello del primo film.
Mentre il pubblico si concentra sulle performance eccentriche e
sulle battute, rischia di perdere i dettagli più importanti.
Entrambi i film usano il contrasto tra flashback e presente. Le
donne al centro delle due storie appaiono calme e controllate
mentre la verità emerge, ma in realtà nessuna delle due lo è
davvero. Marta vomita ogni volta che cerca di mentire ed è
costantemente terrorizzata all’idea che la sua famiglia paghi per
il crimine commesso. In Glass
Onion, Helen/Andi (Janelle Monáe) si muove in preda al panico
cercando di non essere scoperta, fino al momento della rivelazione
finale, che porta a un’esplosione letterale, rendendo il finale del
sequel molto più spettacolare rispetto a quello di Knives Out.
Anche il modo in cui vengono disseminati indizi e misteri è più
lineare in Glass Onion.
Knives Out è costretto a
tornare più volte sui propri passi per fornire allo spettatore
tutti i pezzi del puzzle, cosa che nel sequel avviene meno spesso.
In ogni caso, sia il finale di Knives Out sia quello di Glass Onion risultano conclusioni
soddisfacenti, sia per i personaggi principali che per il
pubblico.
La terra
promessa (Bastarden nel titolo originale danese) è uno di quei
film storici che sembrano provenire da un’altra epoca del cinema:
ampio respiro epico, personaggi scolpiti nel silenzio, un conflitto
morale netto e una natura ostile che diventa antagonista. Diretto
da Nikolaj
Arcel e interpretato da Mads Mikkelsen, il film
è spesso descritto come un Nordic Western. Ma quanto c’è di vero nella sua
storia?
Chi era davvero Ludvig von Kahlen e cosa racconta il film
Il
film è liberamente
ispirato alla figura storica del capitano Ludvig von
Kahlen, veterano dell’esercito danese del XVIII secolo,
noto per aver tentato l’impossibile: colonizzare le lande inospitali dello
Jutland negli anni 1750, su impulso del re
Frederick V.
L’obiettivo della Corona era trasformare una distesa di brughiera
sterile e selvaggia in una risorsa agricola capace di generare
ricchezza e stabilità.
Kahlen, uomo senza titolo nobiliare e privo di appoggi, propose un
piano audace: finanziare personalmente l’impresa in cambio, se
avesse avuto successo, di un titolo, una tenuta e uno status
sociale. Un patto apparentemente equo, ma in realtà carico di
cinismo: lo Stato non rischiava nulla, mentre il fallimento di
Kahlen era dato quasi per scontato.
Nel film, questo conflitto iniziale si trasforma presto in una
guerra di
logoramento, non solo contro la natura, ma contro un
sistema feudale che, sebbene formalmente superato, continua a
esercitare un potere brutale attraverso i grandi proprietari
terrieri.
Dal romanzo alla realtà: cosa è stato cambiato
La terra promessa è
tratto dal romanzo Kaptajnen og Ann
Barbara di Ida Jessen,
che a sua volta prende spunto in modo non letterale dalla vita di von Kahlen.
Jessen ha chiarito che la sua non è una biografia, ma una
rielaborazione
narrativa: i personaggi non hanno monologhi interiori, non
spiegano le proprie emozioni, non si concedono introspezioni
moderne. È una scelta coerente con l’epoca raccontata, in cui la
sopravvivenza lasciava poco spazio alla psicologia esplicita.
Il film segue questa impostazione con rigore. Molti elementi sono
romanzati o
condensati: il crudele antagonista Frederik de Schinkel
rappresenta una figura-sintesi del potere arbitrario dei
latifondisti; la storia d’amore e i personaggi secondari
amplificano tematiche reali – sfruttamento, servitù, violenza – ma
non vanno letti come ricostruzioni puntuali. Ciò che resta
autentico è il contesto
storico, la tensione sociale e l’idea di un uomo che tenta
di forzare un ordine immutabile.
Un western nordico più vero nello spirito che nei fatti
Definire La terra
promessa un film “basato su una storia vera” è corretto
solo entro certi
limiti. Non racconta fedelmente ogni evento della vita di
Ludvig von Kahlen, ma ne conserva l’essenza: la lotta di un
outsider contro la natura, il potere e il proprio desiderio di
riscatto. Come i grandi western classici, il film usa la Storia
come mito
fondativo, non come cronaca.
Non è un caso che molti critici abbiano paragonato Mads Mikkelsen a
un “Gary Cooper europeo”: il suo Kahlen è un uomo duro, ostinato,
spesso antipatico, che cresce lentamente sotto il peso delle
sconfitte. In questo senso, La terra promessa è più vicino alla verità emotiva che
a quella documentaria.
In conclusione
Sì, La terra promessa è
ispirato a una storia vera, ma è soprattutto una
trasfigurazione
cinematografica di un episodio poco noto della storia
danese, raccontato con il linguaggio del western e con un forte
centro morale. Un film che non idealizza il passato, ma ne recupera
la forza narrativa, dimostrando che si possono ancora realizzare
epici storici adulti, complessi e profondamente umani.
Dopo l’uscita cinematografica e in streaming del
finale di Stranger
Things, David
Harbour ha deciso di fare un passo
indietro rispetto a quello che sarebbe dovuto essere il suo
prossimo grande progetto cinematografico. Un portavoce di
Searchlight
Pictures ha confermato a Variety che l’attore
non farà più parte del cast
di Behemoth!, il
nuovo film diretto da Tony Gilroy
e interpretato da Pedro Pascal.
I
rappresentanti di Harbour non hanno rilasciato commenti ufficiali,
ma diverse fonti parlano di una decisione maturata in seguito
all’impatto emotivo della conclusione della serie Netflix.
Una pausa dopo Stranger Things: “Ero sopraffatto”
Secondo quanto riportato da Variety, David Harbour sarebbe rimasto
“sopraffatto”
dalla fine di Stranger Things e avrebbe scelto di
prendersi una pausa. Altre fonti indicano invece che il ruolo
sarebbe già stato riassegnato a un altro interprete.
In una recente intervista, l’attore ha riflettuto sul profondo
cambiamento che la serie ha avuto sulla sua carriera, spiegando
come prima del successo globale fosse perfettamente felice di
ricoprire ruoli secondari in grandi produzioni:
“A un certo punto
della mia vita mi andava benissimo essere il settimo nome sul
foglio di chiamata di un film con Denzel Washington. Poi Stranger Things ha
cambiato tutto.”
Harbour ha ammesso di provare nostalgia per la libertà creativa dei
primi tempi, sottolineando però che il suo obiettivo non è
cambiato: continuare a raccontare storie belle, strane e capaci di aprire le
persone.
Cos’è Behemoth! e cosa succede ora
Behemoth! segna il
ritorno al cinema di Tony Gilroy dopo Michael Clayton ed è uno dei progetti più
attesi targati Searchlight. La trama ruota attorno a
un musicista proveniente
da una famiglia di musicisti che torna a Los Angeles, ma i
dettagli restano volutamente riservati. Oltre a Pedro Pascal, il
cast include Olivia Wilde,
Matthew
Lillard ed Eva
Victor.
Sebbene Harbour abbia rinunciato a questo progetto specifico, il
suo percorso cinematografico resta ricco di impegni futuri. Dopo
aver chiuso un capitolo fondamentale della sua carriera con
Stranger Things,
l’attore sembra ora intenzionato a rallentare e scegliere con maggiore attenzione i
prossimi passi.
Mia
Goth ha chiarito perché un possibile
Frankenstein 2 diretto da
Guillermo del
Toro non vedrà mai la luce. L’attrice, che
interpreta Lady Elizabeth Harlander e la Baronessa Claire
Frankenstein nella nuova versione Netflix del classico di Frankenstein, ha
spiegato come le voci su un sequel – o su una reinterpretazione de
La sposa di Frankenstein —
non abbiano mai avuto basi concrete.
Già
prima dell’uscita del film, si era parlato della possibilità che
del Toro potesse confrontarsi con il mito cinematografico reso
celebre da Boris
Karloff, ma oggi quella strada appare
definitivamente chiusa.
“Victor Frankenstein è morto”: l’ostacolo narrativo decisivo
In un’intervista rilasciata a Collider, Mia Goth ha raccontato di aver affrontato
direttamente l’argomento con il regista: “Gliel’ho
chiesto, e lui mi ha risposto: ‘Ma Victor Frankenstein è
morto’.”
Ed è proprio questo il nodo centrale. Il film di del Toro si
conclude infatti con la morte di Victor Frankenstein (interpretato da
Oscar Isaac), dopo una
riconciliazione finale con la Creatura, interpretata da
Jacob Elordi. Senza
Victor in vita, diventa praticamente impossibile adattare
La sposa di
Frankenstein, che ruota attorno alla creazione di una compagna
per il Mostro.
Inoltre, il finale scelto da del Toro ha un tono volutamente
catartico e
speranzoso: la Creatura non è più intrappolata in un ciclo
di rifiuto e distruzione. Riproporre una storia incentrata su un
nuovo rigetto, come accade tradizionalmente con la Sposa,
rischierebbe di contraddire il senso stesso del film.
Un remake è già in arrivo (ma non è quello di del Toro)
La scelta di non proseguire con un sequel è inoltre coerente con la
carriera di del Toro, che non ha mai diretto un sequel. Anche Pacific Rim: Uprising fu realizzato senza di
lui, a causa di problemi produttivi che lo costrinsero a lasciare
il progetto mentre era impegnato con The Shape of
Water.
Nonostante il successo critico del film — e l’acclamazione per la
performance di Jacob Elordi, già premiata ai Critics Choice Awards
— Frankenstein è stato
concepito come un’opera
autonoma, completa e chiusa. E, a quanto pare, resterà
tale.
Il
capitolo conclusivo della
storia mai raccontata delle streghe di Oz è finalmente
disponibile da casa. Wicked – Parte
2 è acquistabile o noleggiabile
dal 5 gennaio in
esclusiva sulle piattaforme
digitali, distribuito da Universal Pictures Home
Entertainment.
Forte di un’accoglienza straordinaria da parte di critica e
pubblico, Wicked – Parte 2
viene definito “un tripudio
di colori e una gioia per gli occhi” (Cosmopolitan) e
approda in home video con numerose versioni e oltre un’ora di contenuti
speciali, pensati per i fan del musical che ha segnato una
generazione.
Tutte le versioni digitali e i contenuti speciali
Wicked – Parte 2 è
disponibile al prezzo di
19,99 € per l’acquisto e 14,99 € per il noleggio, nei formati
SD, HD e UHD,
sulle seguenti piattaforme:
Il pre-ordine è
attivo solo su Prime
Video e Apple TV.
Tra le versioni disponibili figurano:
versione ibrida (dialoghi in italiano,
canzoni in lingua originale)
versione originale
versione completamente doppiata
edizione esclusiva Sing-Along (in lingua
originale)
I
contenuti extra includono scene eliminate e uno speciale making-of di oltre 50 minuti con
Ariana Grande,
Cynthia Erivo, il cast e
i filmmaker, offrendo uno sguardo approfondito sulla realizzazione
del film.
Elphaba e Glinda: un addio che cambia per sempre Oz
La storia riprende con Elphaba e Glinda ormai separate, costrette a convivere con le
conseguenze delle proprie scelte. Elphaba, demonizzata come Strega
Malvagia dell’Ovest, vive in esilio e continua la sua battaglia per
la libertà degli animali di Oz, cercando di svelare la verità sul
Mago,
interpretato da Jeff
Goldblum.
Glinda, sotto la guida di Madame Morrible (la premio Oscar
Michelle
Yeoh), diventa invece il volto rassicurante
del regime, mentre si prepara a sposare il Principe
Fiyero
(Jonathan Bailey). Il
tentativo di riconciliazione tra le due protagoniste fallirà,
innescando una catena di eventi che cambierà per sempre il destino
di Oz.
Con una folla pronta a ribellarsi e un’ultima possibilità di
incontro, Wicked – Parte
2 chiude la saga puntando tutto su amicizia, empatia e trasformazione,
offrendo un finale emotivo e spettacolare.
Prodotto da Marc Platt e
David Stone,
il film si basa sull’iconico musical con musiche e testi di
Stephen
Schwartz, tratto dal romanzo bestseller di
Gregory
Maguire. Il primo Wicked (2024) ha ottenuto 10 nomination agli Oscar®, vincendo
per Migliori
Costumi e Migliore Scenografia, e ha incassato
750 milioni di dollari
nel mondo.
Sono state diffuse le prime
immagini ufficiali di The
Bluff, il nuovo film d’azione e avventura prodotto
dai fratelli Russo e interpretato da Priyanka Chopra
Jonas. Il film sarà disponibile
in tutto il mondo su
Prime Video dal 25 febbraio 2026,
distribuito da Amazon MGM
Studios.
Ambientato nelle suggestive Isole Cayman, The Bluff promette un’esperienza adrenalinica che fonde
il fascino del racconto storico con una messa in scena moderna, tra
duelli con la spada, combattimenti corpo a corpo e una forte
componente emotiva legata ai temi della famiglia e della
redenzione.
1 di 3
Crediti: Amazon MGM
Studios
Crediti: Amazon MGM
Studios
Crediti: Amazon MGM
Studios
Un’eroina segnata dal passato al centro di un’action epico
Priyanka Chopra Jonas interpreta Ercell “Bloody Mary” Bodden, un’ex pirata
che crede di essersi lasciata alle spalle una vita di violenza,
dopo aver trovato pace con il marito T.H. (Ismael Cruz Cordova), il
figlio Isaac e la cognata Elizabeth. Il fragile equilibrio viene
però spezzato dal ritorno del suo famigerato ex capitano
Connor,
interpretato da Karl
Urban, deciso a vendicarsi.
Costretta a confrontarsi con i demoni del passato, Ercell si
ritrova coinvolta in una lotta brutale per la sopravvivenza, armata
di abilità letali nella scherma, trappole ingegnose e di una
determinazione feroce nel proteggere la sua famiglia. Il film
costruisce così un percorso di riscatto e autodeterminazione, trasformando la
battaglia fisica in un viaggio interiore.
Dietro la macchina da presa e un cast internazionale
La regia è affidata a Frank E.
Flowers, che firma anche la sceneggiatura
insieme a Joe
Ballarini. La produzione porta la firma di
Joe Russo,
Anthony
Russo e Angela
Russo-Otstot per AGBO, società nota per
progetti come Avengers: Endgame ed Extraction.
Nel cast figurano anche Safia Oakley-Green, Temuera Morrison, Ismael Cruz Cordova e
Karl Urban,
mentre le spettacolari location reali – tra cui la
Grotta del
Teschio e le scogliere di Cayman Brac – contribuiscono a dare al
film un forte impatto visivo.
The Bluff si presenta
come un action-thriller d’epoca intenso e spettacolare, pensato per
il grande pubblico e guidato da una protagonista femminile potente
e fuori dagli schemi.
In La terra
promessa (leggi
qui la nostra recensione), il capitano Ludvig Kahlen non appare
come una persona particolarmente eccezionale. Molte delle cose che
fa sono discutibili. Eppure, non si può fare a meno di tifare per
lui, grazie al suo spirito indomito e alla sua lotta incessante
contro il caotico male rappresentato da de Schinkel. Naturalmente,
Mads Mikkelsen nel ruolo del protagonista
contribuisce ulteriormente alla causa. La leggenda danese è sempre
al massimo quando recita in un film nel suo paese natale, e il
western storico di Nikolaj Arcel non fa eccezione.
Questo film danese, presentato in
concorso alla Mostra di Venezia e poi candidato agli Oscar, è
incredibilmente coinvolgente fin dall’inizio, mentre racconta una
storia piena di rabbia in cui due uomini rifiutano di arrendersi
finché uno dei due non muore. Tuttavia, Ludvig è quello che sogna
di costruire qualcosa di concreto, mentre de Schinkel è un uomo
pomposo con un ego fragile. La loro è una storia che si intreccia
in modi brutali e con risvolti imprevedibili, che approfondiamo qui
di seguito.
La trama di La terra
promessa: cosa succede nel film?
Nel 1755, l’impoverito capitano
Ludvig Kahlen parte alla conquista delle aspre e
inabitabili lande danesi con un obiettivo apparentemente
impossibile: costruire una colonia in nome del Re. In cambio,
riceverà il nome reale disperatamente desiderato. Ma l’unico
sovrano della zona, lo spietato Frederik de
Schinkel, crede arrogantemente che questa terra gli
appartenga. Quando de Schinkel viene poi a sapere che la cameriera
Ann Barbara e il suo servo marito sono fuggiti per
rifugiarsi da Kahlen, il privilegiato e dispettoso sovrano giura
vendetta. Kahlen non si lascia però intimidire e ingaggia una
battaglia impari, rischiando non solo la sua vita, ma anche la
famiglia di forestieri che si è formata intorno a lui.
Lo scontro tra Ludvig e de
Schinkel
Film come La terra
promessa sono esempi significativi di come non sia
necessario un lungo retroscena per giustificare le azioni di un
personaggio. Tutto ciò che sappiamo di Ludvig è che proviene dalla
classe operaia. Crescendo, Ludvig ha iniziato a dedicarsi al
giardinaggio fino a quando non si è arruolato nell’esercito. Questo
basta per capire perché voglia affermarsi come nobile e costruire
una casa che desidera chiamare “Casa del Re”. E perché non
dovrebbe, visto che ha faticato tutta la vita per arrivare dove è,
a differenza dei nobili buoni a nulla che gestiscono gli affari del
re, indossando parrucche buffe come simbolo della loro classe
superiore?
Per un uomo come de Schinkel, che
non ha mai dovuto alzare un dito in vita sua perché proviene da una
famiglia ricca, un uomo capace come Ludvig è però sempre motivo di
preoccupazione. Soprattutto quando la brughiera di Ludvig cade
sotto la giurisdizione del distretto di de Schinkel. Non è altro
che un proprietario terriero privato che sfrutta la classe operaia
in ogni modo possibile, grazie alla pratica disumana della
schiavitù che non è ancora illegale. Per de Schinkel è un po’
fastidioso che Ludvig costruisca una colonia coltivando la terra,
perché attirerebbe coloni e metterebbe un contadino come l’ex
capitano su un piedistallo molto più alto del suo.
La divisione di classe e il valore
dello status sociale sono molto evidenti in La terra
promessa, e le attività di de Schinkel ne sono la
prova. Il tono della rivalità tra de Schinkel e Ludvig è
dunque chiaro fin dalla prima scena, dove i due si incontrano di
persona. Anche se l’atmosfera è cordiale e piacevole, dato che il
primo ha invitato il secondo a cena, la tensione è palpabile.
Ludvig ha già realizzato l’inimmaginabile. La sua terra ha mostrato
segni di miglioramento. La “Casa del Re” è stata completata e molti
uomini lavorano instancabilmente per lui per realizzare il suo
sogno. Lo scopo della cena amichevole è dunque quello di intimidire
Ludvig e costringerlo a firmare un contratto, che sostanzialmente
lo rende un dipendente di de Schinkel.
Ma Ludvig ovviamente non ha
intenzione di cedere e rifiuta con fermezza la proposta, anche se
durante tutta la visita si mostra educato e calmo. Come se le cose
non potessero andare peggio per de Schinkel, questi ha dovuto
presentare a Ludvig Edel, la donna che intende sposare. Anche Edel
proviene da una famiglia benestante, ma suo padre norvegese è
determinato a darle in sposa a qualcuno più ricco, ovvero de
Schinkel. Sfortunatamente, de Schinkel non è ancora riuscito a
conquistare il cuore di Edel. Tra Edel e Ludvig scatta
immediatamente una forte intesa, il che è perfettamente
comprensibile, dato che lei vede in lui chiaramente qualcosa che
manca a un uomo come de Schinkel.
La serata si conclude con i due che
si dichiarano ufficialmente guerra senza proferire parola, mentre
Edel invita segretamente Ludvig a un imminente evento reale come
suo accompagnatore. Nel suo incontro con Ludvig, de Schinkel
continua però a sottolineare il termine “caos”, ed è proprio questo
che sceglie come forma di ritorsione. Mostrando la sua falsa
autorità, costringe gli uomini di Ludvig a smettere di lavorare.
Questi uomini, che non sono abbastanza intelligenti da capire la
legge, presto si licenziano, lasciando di fatto incompiuto il
progetto dei sogni di Ludvig.
Come reagisce Ludvig?
Ancor prima di incontrare de
Schinkel, Ludvig assume una coppia per lavorare, che in realtà si
nasconde proprio dal crudele proprietario terriero dopo essere
fuggita dalle catene della schiavitù. de Schinkel ovviamente chiede
informazioni su questi due, ma dopo averne sentito parlare durante
la cena, Ludvig finge di non sapere nulla. La coppia, Eriksen e
Ann-Barbara, trovano Ludvig strano, ma accontentarsi di due pasti
al giorno in cambio del lavoro in casa e nei campi è sicuramente
un’opzione migliore che sopportare l’orrore di de Schinkel. Con il
tempo, però, la coppia diventa lentamente alleata fidata di Ludvig
e, anche quando tutti gli uomini se ne vanno, loro rimangono.
Ludvig trova dunque una soluzione
per risolvere la carenza di manodopera tra gli zingari, grazie a
una ragazzina vagabonda dalla pelle scura di nome May Ann-Mouse. La
ragazza, che viaggia con gli zingari, è considerata da tutti un
“cattivo presagio” a causa del colore della sua pelle. Ludvig non
le mostra alcun affetto, ma è abbastanza intelligente da non
credere alle superstizioni. I giorni passano e la terra di Ludvig
continua a prosperare grazie ai lavoratori migranti. Ma de Schinkel
non ha affatto finito e questa volta si vendica compiendo un gesto
davvero orribile. Uccidere Eriksen nel modo più barbaro possibile,
versandogli addosso dell’acqua bollente.
Edel è a quel punto
comprensibilmente inorridita e implora letteralmente Ludvig di
liberarla da de Schinkel. L’unico modo per riuscirci è che Ludvig
ottenga un titolo, trasformando la sua terra in un feudo. Tornata a
casa del re, Ann-Barbara prova orrore e dolore quando vede il corpo
senza vita di Eriksen con tutti i segni delle ustioni recenti. Dopo
quello che è successo a Eriksen, gli zingari se ne vanno, poiché
lavorare per Ludvig non sembra sicuro per loro. Anche Ann-Barbara
se ne va, ma alla fine torna, così come la piccola May Ann-Mouse e,
sebbene inizialmente preoccupato di doversi prendere cura di una
bambina, Ludvig le permette di restare. Questo implica che Ludvig
sia in realtà un uomo premuroso sotto la sua dura corazza.
A questo punto, la relazione tra
Ludvig e Ann-Barbara è il momento clou di La terra
promessa, così come lo è quella tra Ludvig e Ann-Mouse.
Non ci si aspetta che queste due relazioni abbiano luogo, poiché
Ludvig inizialmente dà l’impressione che tutto ciò che desidera
dalla vita sia il “titolo” di nobile. In un certo senso è vero,
poiché si può dedurre che sia stato un solitario per tutta la sua
esistenza. Infatti, rivela a Edel di non aver mai avuto alcuna
relazione con una donna fino a quel momento. Nonostante Ann-Barbara
sia la sua governante, lui però non la tratta mai come tale.
Nonostante il suo aspetto da duro, non gli dispiace se lei è di
cattivo umore e gli parla in modo piuttosto informale.
Per Ann-Barbara, alla fine diventa
chiaro che il suo datore di lavoro è una persona intrinsecamente
buona. La storia d’amore tra loro nasce dunque da un’acuta
solitudine, in cui Ann-Barbara cerca inizialmente conforto fisico e
Ludvig non rifiuta. Lei è consapevole della relazione tra Edel e
Ludvig, ma va avanti comunque. Probabilmente non capisce che nel
suo cuore Ludvig prova dei sentimenti per lei. Quando due persone
che provano qualcosa l’una per l’altra si ritrovano completamente
sole nel mezzo di un inverno freddo e spietato, è inevitabile che
scocchi la scintilla.
Con il passare del tempo, Ludvig e
Ann-Barbara sviluppano entrambi un legame genitore-figlio con
Ann-Mouse. Soprattutto Ludvig, che un tempo sembrava un uomo freddo
e senza cuore che maltrattava una semplice bambina, ora farebbe di
tutto per proteggerla. Tuttavia, ha ancora gli occhi puntati
sull’obiettivo, che è quello di avviare l’agricoltura sulla terra
affinché i coloni inizino ad arrivare. Con la sua arma segreta,
ovvero i sacchi di patate importati dalla Germania, Ludvig riesce a
raggiungere il suo obiettivo. Di conseguenza, il re invia un gruppo
di coloni nella terra di Ludvig. Questo naturalmente infastidisce
de Schinkel, che non si darà pace finché non avrà rovinato tutto
ciò che Ludvig ha costruito.
Cosa succede nel finale?
La narrazione è dunque sempre stata
diretta verso uno scontro finale tra questi due uomini. Soprattutto
dopo che de Schinkel non ha esitato a uccidere due dei coloni,
Peter e Vera. Questo spinge Ludwig a precipitarsi nella sua tenuta
e a minacciarlo puntandogli una pistola in faccia. Ma de Schinkel
ovviamente non ha intenzione di arrendersi e cospira ulteriormente
con i suoi tirapiedi per lanciare un altro attacco. Ludvig però ne
ha già abbastanza, quindi individua gli aggressori grazie a una
soffiata di Edel e li uccide uno ad uno con precisione militare.
Purtroppo, però, i coloni si rifiutano di restare se Ann-Mouse,
apparentemente foriera di sfortuna, è presente.
Nonostante la disapprovazione di
Ann-Barbara, Ludvig saluta dunque la bambina in lacrime e la lascia
in un orfanotrofio. Anche Ann-Barbara se ne va, lasciando un
biglietto a Ludvig. La perdita delle due persone che amava di più
al mondo è troppo per lui, ma non ha tempo di sedersi e riflettere
su questo, poiché de Schinkel manda i suoi uomini alla “Casa del
Re” e lo mette in custodia cautelare. Come ci si potrebbe
aspettare, de Schinkel ha intenzione di fare a Ludvig esattamente
ciò che ha fatto a Eriksen. E Ludwig, già pesantemente frustato,
sembra accettare il suo destino ora che non ha più nessuno. Ma
Ann-Barbara ha chiaramente altri piani, dato che si intrufola nella
tenuta di de Schinkel e si traveste da domestica.
Non è particolarmente difficile per
lei, dato che in passato ha svolto lo stesso lavoro lì, nella
realtà. Riesce così a raggiungere de Schinkel mutilandolo e poi
castrandolo con l’aiuto di Edel. Questo tuttavia, porta alla sua
incarcerazione. È piuttosto triste che in un mondo governato da
uomini malvagi come de Schinkel, Ann-Barbara debba pagare il prezzo
per aver eliminato colui che le ha letteralmente rovinato la vita
in ogni modo possibile. Ma non si può fare nulla per la sua
prigionia, poiché nessuno è al di sopra della legge, specialmente
qualcuno come Ann-Barbara. Tuttavia, Ludvig fa a quel punto una
cosa molto importante, ovvero salvare Ann-Mouse e riportarla
indietro. L’uomo le chiede persino scusa per averla mandata
via.
Il punto centrale di La
terra promessa è proprio quello di distinguere tra uomini
come de Schinkel e uomini come Ludvig. Mentre uno ha intrapreso la
strada della follia e della violenza, l’altro ha trovato l’amore e
la pace. La ricchezza funge da forza motrice nell’intera
narrazione, poiché de Schinkel continua a vantarsene e Ludvig fa di
tutto per ottenerla. Ma alla fine l’uomo si rende conto che non è
la ricchezza materialistica a dare senso alla vita, bensì i legami
umani. Mentre entra nella fase crepuscolare della sua vita, nulla
conta più per Ludvig del suo amore per Ann-Barbara e Ann-Mouse.
Con Ann-Mouse che cresceva e
trovava l’amore, a Ludvig non restava che cercare Ann-Barbara, che
era ancora in prigione ma stava per essere nuovamente ridotta in
schiavitù. Come poteva Ludvig permettere che ciò accadesse? Così,
abbandona l’unica cosa che un tempo significava tutto per lui, il
titolo che aveva conquistato dopo tante lotte. Era l’unico modo per
raggiungere Ann-Barbara e liberarla. Il capitano Ludvig Kahlen
sacrifica così tutto ciò che aveva e per cui ha lottato, ma alla
fine riesce a ricongiungersi con l’amore della sua vita, la
ricchezza più importante di tutte.
Nel film West Side
Story(leggi
qui la recensione) di
Steven Spielberg– così come nell’originale del
1961 – ci sono molte tensioni e scontri, a volte apparentemente
senza motivo. Il pubblico potrebbe dunque chiedendosi come mai un
film così colorato, che racconta l’affascinante storia d’amore tra
Tony (Ansel
Elgort) e Maria (Rachel
Zegler), possa avere un finale così cupo e devastante,
con la morte di tre personaggi principali. Tuttavia, questo netto
contrasto è fondamentale per il messaggio della storia.
La storia, ispirata a Romeo e
Giulietta, è infatti sempre stata qualcosa di più di una
semplice storia d’amore, utilizzando il racconto di Shakespeare per
evidenziare le tensioni razziali nella New York degli anni ‘50.
Anche l’adattamento del 1961 di West Side Story lo dimostrava, ma la
versione del musical di Broadway di Spielberg offre una prospettiva
aggiornata che prende un po’ più sul serio il messaggio dello
spettacolo teatrale. Il film infatti bilancia bene la bellezza
della storia d’amore con la trama più sinistra che si cela dietro i
numeri musicali stravaganti.
Sebbene il pubblico apprezzerà
senza dubbio il film, il suo finale deprimente potrebbe sembrare un
colpo di scena per molti spettatori. Anche se è abbastanza facile
capire cosa è successo, l’atto finale del film procede rapidamente
e può essere facile perdere di vista il motivo per cui Riff,
Bernardo e Tony finiscono tutti morti. Tenendo questo a mente, ecco
alcune risposte alle domande più importanti e al loro significato
per West Side Story.
Cosa stavano realmente litigando
gli Sharks e i Jets
Sebbene la risposta a questa
domanda sia data all’inizio del film (prima ancora che vengano
presentati i personaggi Tony e Maria), le bande rivali passano così
tanto tempo a litigare per piccole cose che il vero conflitto viene
dimenticato. Gli Sharks e i Jets
cercano qualsiasi motivo per combattere tra loro, incitati dal
leader dei Jets Riff (Mike
Faist), che non vede l’ora che ci sia una resa dei
conti tra i due gruppi. Egli usa la protezione di Bernardo
(David Alvarez) nei confronti della sorellina
Maria da Tony come scusa per organizzare una “rissa”. Tuttavia,
alla base del conflitto tra i due gruppi c’è una guerra
territoriale istigata dal razzismo.
I Jets sono bianchi e sono nati e
cresciuti negli Stati Uniti, mentre gli Sharks sono immigrati di
prima generazione provenienti da Porto Rico. Come stabilito nelle
prime scene del film, i Jets si sentono minacciati dalla comunità
portoricana che si è trasferita nel quartiere in cui sono
cresciuti. Riff e la sua banda cercano di mantenere il
controllo sul quartiere, nonostante il tenente Schrank
(Corey Stoll) affermi che i suoi abitanti sono
destinati allo sfratto per consentire la ricostruzione dell’area.
La sfiducia tra i due gruppi non si basa su alcun conflitto reale,
se non il fatto che i Jets non vogliono condividere quello che
considerano il loro territorio con gli immigrati.
Sebbene la frattura tra i Jets e
gli Sharks sia dovuta a idee sbagliate che ciascun gruppo ha
dell’altro, Riff gioca un ruolo chiave nel continuare a incitare la
lotta tra i gruppi in West Side Story. Anche
quando Tony, interpretato da Elgort, che era nascosto nel trailer
originale del film, chiede ripetutamente a Riff di interrompere la
rissa, Riff rifiuta con la stessa determinazione. Arriva persino a
portare una pistola alla rissa, mentre gli Sharks non hanno dato
alcuna indicazione di volerlo fare. Perché Riff è così determinato
a combattere?
Sebbene Russ
Tamblyn abbia offerto una performance divertente nei panni
di Riff nel film originale West Side Story, l’interpretazione del
personaggio da parte di Faist è più sfumata in confronto. Nel film
del 2021, Riff sembra privo di scopo al di fuori del suo
attaccamento ai Jets. La sua intera identità è racchiusa
nell’essere un Jet e sembra disposto ad andare nella tomba in nome
della banda. Non crede di poter essere nulla al di fuori del suo
quartiere e dell’appartenenza ai Jets.
Riff sembra volere la rissa quasi
come un desiderio di morte, arrivando a dire a Tony che è “nato per
morire giovane”. Mentre Riff finge di cercare lo scontro come
leader dei Jets nel remake di West Side Story di
Spielberg, acclamato dalla critica, il suo rifiuto di porre fine
alla rissa deriva dal suo senso di disperazione, anche se questo
comporta danni sia agli altri che a se stesso. Sfortunatamente,
questa tendenza distruttiva porta effettivamente danni a se stesso
e agli altri, causando alla fine la morte sia di Bernardo che di
Tony, oltre alla sua.
Perché gli Sharks hanno finalmente
accettato Anybodys nella banda
In tutto il West Side
Story di Spielberg, un personaggio di nome Anybodys
(Ezra Menas) cerca disperatamente di dimostrare il
proprio valore ai Jets e di essere accettato nella banda. Nella
produzione teatrale originale e nell’adattamento cinematografico
del 1961, Anybodys è un maschiaccio che cerca di entrare nella
banda nonostante il proprio sesso, mentre nella versione aggiornata
il personaggio è transgender e i Jets rifiutano di accettare
l’identità di genere che ha scelto. Il cambiamento del personaggio
riflette la maggiore rappresentanza della comunità LGBTQ a
Hollywood.
In entrambe le versioni, vari
membri dei Jets continuano a respingere Anybodys, anche se la
furtività del personaggio si rivela preziosa per i loro scopi.
Verso la fine di West Side Story, i Jets cercano
di proteggere Tony dalla polizia mentre lui aspetta che Maria lo
raggiunga nella farmacia di Valentina. Anybodys arriva presto con
l’informazione che Chino (Josh Andrés Rivera) ha
ottenuto una pistola e potrebbe essere alla ricerca di Tony. Prima
di tornare fuori per tenere d’occhio la situazione, i Jets indicano
che accettano Anybodys per quello che è e che ora fa parte del
gruppo.
Cosa ha portato al cambiamento di
opinione dei Jets? Probabilmente ha a che fare con la perdita di
Riff e con il timore dei Jets per ciò che potrebbe accadere alla
loro banda. Non sapendo come potrebbero reagire gli Sharks, o se
qualcuno di loro potrebbe essere arrestato, inizia a sembrare
sciocco escludere gli alleati dalla banda in base all’identità di
genere. Anybodys ha dato prova di sé più volte nel corso di
West Side Story. Nonostante gli altri Jets abbiano
fallito nell’accettare gli altri sulla base di fattori esterni,
hanno imparato abbastanza da accettare Anybodys per la sua lealtà
alla banda piuttosto che per il suo genere.
Cosa intendeva Maria quando disse
che ora provava odio
I Jets fanno del loro meglio per
proteggere Tony sia dagli Sharks che dalla polizia, ma i loro
tentativi sono vani una volta che Valentina (Rita
Moreno) ha riferito la bugia di Anita (Ariana DeBose) secondo cui Chino ha
sparato a Maria. In preda all’angoscia, Tony viene ucciso da Chino
proprio mentre si rende conto che Maria è ancora viva, il momento
più tragico di West Side Story. Dopo che Tony
muore tra le sue braccia, Maria prende furiosamente la pistola da
Chino e la punta alternativamente sia sui Jets che sugli Sharks,
dicendo che potrebbe uccidere chiunque di loro perché ora “prova
odio”. Cosa intendeva Maria con questa affermazione?
Maria inizia il film come una
giovane adulta molto innocente, appena arrivata in America, proprio
come nell’originale West Side Story. Non è mai
stata veramente innamorata prima, anche se suo fratello cerca di
farla mettere insieme a Chino. Chino sembra simpatico, ma Maria
viene rapidamente travolta da una storia d’amore travolgente con
Tony, nonostante gli avvertimenti di Bernardo di non frequentare un
ragazzo che non sia portoricano. Quando la storia d’amore finisce
bruscamente con la morte di Tony, Maria è inconsolabile. Aveva
appena imparato cosa significasse essere innamorata e poi le era
stato portato via altrettanto rapidamente.
Sebbene il tempo trascorso da Maria
con Tony sia limitato, i suoi sentimenti erano più forti di
qualsiasi cosa avesse provato prima. Quando Tony morì, non è tanto
che il suo amore per Tony svanì, quanto piuttosto che l’amore fu
sostituito dall’odio per coloro che glielo avevano portato via.
Poiché il suo amore per Tony era così forte, l’odio che lo sostituì
era altrettanto forte, tanto da spingerla all’omicidio. È degno di
nota il fatto che Maria punti la pistola sia contro gli Sharks che
contro i Jets, dimostrando che non incolpa nessuno in particolare
per la morte di Tony, ma piuttosto il ridicolo pregiudizio che
entrambi i gruppi nutrivano.
Ansel Elgort as Tony and Rachel Zegler as Maria in 20th Century
Studios’ WEST SIDE STORY.
Perché Valentina ha costretto
Chino a costituirsi
Sebbene la morte di Tony sia stata
causata da qualcosa di più grande di una singola persona, è stato
Chino a premere il grilletto. Dopo che gli Sharks e i Jets si sono
uniti per portare via il corpo di Tony, Valentina si avvicina a
Chino mentre arrivano le auto della polizia e lo convince a
consegnarsi. Dopo tutta la violenza che si è verificata, ci si
potrebbe chiedere perché Chino sia l’unico personaggio del remake
del musical ad essere arrestato. Considerando che Chino è
presentato nel film come un giovane onesto che in precedenza non
era mai stato coinvolto nelle faide tra bande, sembra ancora più
ingiusto.
Sfortunatamente per Chino, molti
degli altri Jets e Sharks non avevano commesso alcun crimine.
Almeno, la polizia non aveva prove da presentare contro gli altri.
Molti di quelli che avevano effettivamente ucciso qualcuno erano
già morti: Bernardo aveva ucciso Riff, Tony aveva ucciso Bernardo e
Chino aveva ucciso Tony. Chino era l’unica persona rimasta in vita
da punire per un crimine. Anche se può sembrare strano che
Valentina abbia costretto Chino a costituirsi dopo aver aiutato
Tony a nascondersi dalla polizia, lo ha fatto perché si era resa
conto che la polizia avrebbe continuato a cercare fino a quando non
fosse riuscita ad arrestare qualcuno per le morti.
Il vero significato del finale di
West Side Story
West Side Story
(uno dei tanti film basati sulle opere di Shakespeare) è
incredibilmente triste, ma tutto ciò che accade, compresa la morte
di Tony, serve a dimostrare il vero significato del finale del
film. La storia mostra che il pregiudizio razziale è insensato e
porta a una violenza ingiustificata che ferisce tutti. L’incapacità
di ciascuna banda di guardare oltre la lealtà verso i propri simili
non ha permesso di risolvere nessuno dei loro problemi, ma ha
causato problemi ancora più grandi per tutti loro.
La storia d’amore tra Tony e Maria
dimostra che il vero amore non presta attenzione a piccoli dettagli
come il colore della pelle o la provenienza di una persona. Tony e
Maria volevano iniziare una vita insieme, ma sono rimasti
intrappolati nei pregiudizi dei loro amici e delle loro famiglie.
Questo film affronta dunque il razzismo a un livello più emotivo
rispetto ad altre opere recenti sul tema. West Side
Story si concentra infatti sulle conseguenze dell’odio che
deriva dal razzismo, lasciando il pubblico senza parole di fronte
al netto contrasto tra la bellezza della musica e della danza e la
gravità del finale del film.
Black
Phone(leggi
qui la recensione) è stato un film sorprendente e di
grande successo nel 2022, diventando non solo una delle uscite
horror più popolari dell’anno, ma anche un successo al botteghino.
Basato sull’omonimo racconto breve dello scrittore Joe
Hill, il film del regista Scott
Derrickson vede Ethan Hawke nei panni di un rapitore di
bambini/serial killer della fine degli anni ’70 soprannominato “Il
Rapace”. Con il passaggio del film ai servizi di streaming, un
nuovo pubblico, oltre ad alcuni spettatori che lo hanno rivisto, ha
divorato il film, con alcuni che si sono chiesti se la storia fosse
basata su fatti reali.
I serial killer esercitano da tempo
un fascino morboso sul pubblico. Considerando che Black
Phone è ambientato alla fine degli anni ’70, il periodo
d’oro di noti serial killer reali come John Wayne
Gacy, Ted Bundy e David
Berkowitz, è facile immaginare che Il Rapace si inserisca
perfettamente in quell’epoca. Tuttavia, Hill, che ha scritto la
storia su cui è basato il film, ha poi chiarito le cose, spiegando
quali sono state le sue fonti di ispirazione e quanta realtà ci sia
effettivamente in Black Phone.
Di cosa parla Black
Phone?
Basato sul racconto breve di
Joe Hill del 2004, Black Phone è
incentrato su Finney Blake (Mason Thames), un
ragazzo di 13 anni che viene rapito da Il Rapace (Hawke). Viene poi
tenuto prigioniero in uno scantinato insonorizzato che contiene un
telefono nero a disco scollegato. L’uomo dice a Finney che il
telefono non funziona, ma il ragazzo scopre che, per una strana
circostanza, può usarlo per comunicare con le precedenti vittime
del killer. Così, inizia a collaborare con i loro spiriti per
cercare di fuggire.
Questo rende la storia di
Black Phone soprannaturale, anche se Il Rapace
stesso è solo un normale assassino. Ciò permette però a Finney di
usare i consigli delle vittime dell’assassino a suo vantaggio e
porre fine al suo regno di terrore. Allo stesso modo, sua sorella
sembra avere poteri soprannaturali, e questa preveggenza le
permette di aiutare a trovare il fratello rapito. Questo elemento
della trama aggiunge dunque una sfumatura soprannaturale a un film
horror altrimenti realistico. Infatti, quando si escludono i
fantasmi e i poteri psichici, ci sono somiglianze con diversi
killer reali in Black Phone.
Joe Hill ha tratto ispirazione da
serial killer reali
In un’intervista a Vanity Fair,
Hill ha spiegato che, sebbene la sua storia tragga ispirazione da
serial killer reali dell’epoca, Black Phone non è
basato su alcun caso reale. Ciò ha senso, poiché alcuni degli
elementi originali della sua storia riflettono tratti caratteriali
simili a quelli di killer famosi come John Wayne
Gacy. Ad esempio, Il Rapace lavora come clown part-time.
Questo lavoro era qualcosa per cui Gacy era noto, rendendo il suo
particolare passatempo particolarmente inquietante sin da allora.
Nel racconto breve di Joe Hill, inoltre, Il Rapace è un uomo
corpulento che usa il suo aspetto per approfittare della gentilezza
di Finney.
In questo il racconto differisce da
come si svolge il rapimento nel film, il che è solo l’ennesimo
esempio di come gli adattamenti cinematografici dei libri possano
apportare modifiche ai personaggi per adattarli meglio alla
direzione del film. Naturalmente, questo design riflette anche il
vero Gacy, che era notevolmente corpulento. Un altro killer simile
di quel periodo era Dean Corll, conosciuto
localmente anche come “The Candyman”. Corll era noto per procurarsi
giovani adolescenti, che catturava e torturava prima di ucciderli.
Anche se Il Rapace non suggerisce la brutalità dei crimini di
Corll, è comunque molto simile a lui a modo suo.
Black Phone
incorpora anche elementi dell’infanzia del regista
Dopo aver lasciato Doctor Strange nel Multiverso della Follia,
Scott Derrickson ha concentrato la sua attenzione
su Black Phone. Ciò ha comportato la modifica di
alcuni elementi del racconto breve, cambiandoli per renderli più
personali e quasi autobiografici, in un certo senso. In questo modo
si riflettono ulteriormente i crimini reali che hanno ispirato Il
Rapace. Scrivendo la sceneggiatura con il co-produttore C.
Robert Cargill, Derrickson si è sentito ispirato dal modo
magistrale in cui lo scrittore ha intrecciato una storia di
fantasmi inquietante con un racconto di speranza e perseveranza.
Così, il regista ha dunque deciso di attingere anche alla sua
giovinezza in Colorado negli anni ’70.
Ciò includeva il bullismo e gli
abusi inflitti a lui e ai suoi amici. Il regista voleva infatti che
il film rappresentasse un elemento di trauma infantile che fosse
familiare ma non troppo violento. Alla fine, Derrickson ha ribadito
che Black Phone è una storia di speranza e di
consapevolezza di essere molto più forti di quanto si pensi. Il
film è inquietante ed emotivamente devastante, ma finisce anche con
una nota più edificante rispetto ad altri film horror. Anche se non
tutti gli elementi della storia di Hill sono stati adattati per il
grande schermo, lo scrittore ha lavorato a stretto contatto con il
regista su alcuni aspetti del film, rendendolo davvero un lavoro di
collaborazione.
Il sequel Black Phone
2 si discosta molto dalla realtà
Uscito quattro anni dopo
l’originale, Black
Phone 2 di Scott Derrickson riprende analogamente la
storia anni dopo gli eventi del primo film. Finney è ora più
grande, ma la presenza di Il Rapace continua a tormentarlo. Il
cattivo inizia infatti a perseguitarlo e ad attaccarlo nei suoi
sogni e, nonostante la sua apparente morte, minaccia di uccidere
Finney stesso dall’aldilà. Questa impostazione si concentra sugli
elementi soprannaturali visti nel primo film, ma sposta la
narrazione rendendo Il Rapace apertamente paranormale.
In effetti, con questo sequel ci
sono molte somiglianze tra il villain e l’icona dei film horror
Freddy Krueger, che è a sua volta una sorta di
demone dei sogni. Se questa era l’intenzione, allora si chiude il
cerchio delle ispirazioni reali per entrambi questi killer
cinematografici. Krueger è stato in parte ispirato dai numerosi
scandali di abusi su minori avvenuti negli anni ’80, anche se i
film hanno attenuato la portata delle sue aggressioni
cinematografiche fino al remake Nightmare del 2010. Molti
di questi scandali di abusi sono avvenuti non molto tempo dopo che
Dean Corll e John Wayne Gacy sono stati scoperti, il che amplia il
bacino di ispirazioni per Black Phone.