La mummia, uscito nel 1999 e diretto da
Stephen Sommers, si
inserisce nella lunga tradizione dei “mostri della Universal”,
rileggendo in chiave moderna uno dei grandi classici dell’horror
degli anni ’30. Tuttavia, anziché limitarsi a un semplice remake,
il film abbraccia un approccio più spettacolare e
avventuroso, trasformando la figura iconica della mummia in un
catalizzatore per un’avventura piena di azione, effetti speciali e
ironia. Il risultato è un prodotto ibrido che mescola horror,
fantasy e
commedia, contribuendo a ridefinire lo stile dei blockbuster
d’inizio anni Duemila.
La
concezione del film affonda le radici nel desiderio di rendere
nuovamente accessibili al grande pubblico le creature del cinema
classico, ma con un linguaggio più dinamico e divertente. Il tono
leggero, unito a una regia votata al ritmo e allo spettacolo, ha
reso La mummia un successo inatteso, capace di
conquistare spettatori di diverse generazioni grazie al perfetto
equilibrio tra tensione e intrattenimento. Nonostante la presenza
di elementi horror, il film preferisce puntare sull’avventura
esotica in stile
saga di Indiana Jones, offrendo un’esperienza
adrenalinica più che realmente spaventosa.
Un ruolo fondamentale nel trionfo della pellicola è stato quello di
Brendan Fraser, che con il personaggio di Rick
O’Connell ha trovato il ruolo della consacrazione. Fino ad allora
conosciuto soprattutto per commedie leggere, l’attore si è imposto
come eroe action carismatico e autoironico, conquistando il
pubblico con una fisicità da protagonista ma un’umanità da antieroe
riluttante. La mummia ha segnato
l’inizio di una carriera internazionale e ha reso Fraser una delle
icone d’avventura di fine millennio. Nel resto dell’articolo
analizzeremo il finale del film, spiegandone il significato e
rivelando anche quale fosse l’epilogo originale previsto in fase di
produzione.
La trama di La
mummia
La storia ha inizio nel 1719 a.C. a
Tebe, in Egitto. Il sacerdote Imhotep,
custode dei morti viene sepolto vivo e maledetto a sofferenze
eterne per aver ucciso l’imperatore Seti insieme alla sua amante
Anck-su-Namun. Il racconto si sposta poi al
1923,
al Cairo, dove l’avventuriero Rick O’Connell, la
bibliotecaria ed egittologa Evelyn e suo fratello
Jonathan sono alla ricerca del favoloso tesoro di
Imhotep. I tre, convinti che sia stato seppellito insieme al
sacerdote, si recano a Hamunaptra, la Città dei Morti. Durante le
loro ricerche, il gruppo libererà però la mummia di Imhotep, che da
tremila anni bramava di tornare tra i vivi per compiere la sua
vendetta.
La spiegazione del finale
Nel
terzo atto de La mummia la missione per fermare
Imhotep si trasforma in una corsa contro il tempo. Dopo la cattura
di Evelyn da parte del sacerdote maledetto, Rick, Jonathan e Ardeth
decidono di tornare a Hamunaptra per salvarla prima che venga
sacrificata nel rituale volto a riportare in vita Anck-su-namun.
Grazie all’aiuto del capitano Havelock riescono a raggiungere la
Città dei Morti dall’alto, ma Imhotep scatena una tempesta di
sabbia che fa precipitare l’aereo nel deserto. Sopravvissuti allo
schianto, Rick e Jonathan si inoltrano tra le rovine ormai
infestate da servitori resuscitati, mentre Ardeth resta a
combatterli per guadagnare tempo.
All’interno della camera rituale, Rick libera Evelyn mentre
Jonathan, grazie al Libro di Amon-Ra, prende il controllo delle
creature non morte, ribaltando la situazione. Mentre Anck-su-namun
viene richiamata alla vita ma ancora incompleta nel suo corpo
rigenerato, Evelyn riesce a leggere l’incantesimo che rende Imhotep
mortale. Privato dei suoi poteri divini, il sacerdote non è più
invincibile e Rick lo affronta con determinazione, riuscendo a
trafiggerlo con una lama. Imhotep crolla lentamente nella vasca
sacrificale, tornando alla sua forma mummificata e promettendo
vendetta prima di essere inghiottito dalle acque.
Tuttavia, la minaccia non è ancora conclusa: Beni, impegnato a
saccheggiare i tesori nascosti, attiva accidentalmente un
meccanismo che innesca il crollo dell’intera città. I protagonisti
fuggono all’ultimo istante, mentre il ladro rimane intrappolato e
viene divorato dagli scarabei. Una volta all’esterno, Rick, Evelyn
e Jonathan ritrovano Ardeth vivo e si allontanano nel deserto,
ignari di aver portato con sé parte dell’oro rubato da Beni. Il
finale di La mummia rappresenta dunque la perfetta
sintesi dei temi avventurosi e romantici che permeano l’intero
film.
La
resurrezione di Imhotep, concepita come un atto d’amore disperato e
proibito, viene contrapposta alla relazione nascente tra Rick ed
Evelyn, costruita invece sulla fiducia e sul sacrificio reciproco.
Se Imhotep è disposto a distruggere il mondo pur di riottenere
Anck-su-namun, Rick rischia la vita non per possesso, ma per
proteggere la persona che ama. In questo modo il film rimette in
equilibrio l’antica tragedia con un epilogo luminoso, ribadendo che
l’amore autentico nasce non dall’ossessione ma dal rispetto. Anche
la sconfitta di Imhotep assume un valore simbolico: privato
dell’immortalità, egli diventa fragile come qualsiasi essere
umano
Si
dimostra così che nessun potere è davvero eterno di fronte al
coraggio e alla solidarietà. Il crollo di Hamunaptra non è solo la
distruzione fisica di un luogo maledetto, ma la chiusura definitiva
di un ciclo di vendetta e profanazione iniziato millenni prima.
Rick ed Evelyn si allontanano dal deserto non solo come
sopravvissuti, ma come eroi trasformati dall’esperienza. Così, il
finale del film non è semplicemente la sconfitta di un mostro,
bensì la celebrazione della rinascita attraverso l’avventura,
dell’amore che vince sulla morte e del mito che continua a vivere
nel racconto.
Il finale originale del
film
La scena della morte di Imhotep nel
film è tuttavia stata modificata in modo significativo rispetto a
come era stata originariamente concepita. Nel commento audio del
DVD de La mummia, il montatore Bob
Duscay menziona che, dopo essere stato pugnalato dal
giovane protagonista Rick O’Connell, Imhotep “doveva semplicemente
entrare nella palude e dire ‘La morte è solo l’inizio’” nella sua
scena di morte. Tuttavia, quando si era in fase di post-produzione,
è stato deciso che “doveva succedere qualcosa di più”, come dice
Sommers, con Duscay che descrive il finale come simile a “un tizio
che salta in una vasca idromassaggio davvero sporca”.
Ciò ha portato all’aggiunta di
alcuni nuovi effetti CGI alla discesa di Imhotep nella palude. Con
la linea temporale della serie che ha inizio nell’antico Egitto, il
film è ricco sia di elementi soprannaturali che di scene di morte
davvero terrificanti. Essendo Imhotep il principale artefice di
entrambi questi aspetti, è giusto che la sua scena finale li
coinvolga. Con Imhotep che ritorna al suo stato originale di mummia
soggetta a migliaia di anni di decomposizione, La
mummia termina anche con un promemoria che, nonostante
tutte le sue trame avventurose, è comunque un film horror.
Concludendosi con la minaccia di
Imhotep “La morte è solo l’inizio”, la fine sporca a cui è
condannato fa risuonare quelle parole come una minaccia con una
rabbia maggiore rispetto alla precedente morte di Imhotep.
L’interpretazione di Imhotep da parte di Arnold
Vosloo in La mummia è quella di un cattivo
indimenticabile. Con Vosloo nei panni di una mummia con il potere
di conquistare il mondo, la scena della morte di Imhotep doveva
essere memorabile quanto la sua resurrezione. Grazie ai
miglioramenti apportati in post-produzione con la CGI alla sua
scena finale in La mummia, Imhotep è riuscito a
lasciare il film, come direbbe lo stesso Jonathan, con una nota
alta.
Il discorso del re (qui
la recensione) è un
film storico e biografico del 2010 diretto da Tom
Hooper, che si inserisce nel filone dei drammi incentrati
su figure reali e grandi momenti istituzionali. Raccontando con
tono intimo e umano la vicenda del futuro re Giorgio
VI e della sua lotta contro la balbuzie, il film unisce
l’eleganza formale del period drama britannico a un approccio
emotivo moderno, capace di far percepire allo spettatore lo sforzo
personale dietro la rigidità delle etichette regali. Il tono è
sobrio ma coinvolgente, privo di spettacolarizzazioni, e punta
tutto sul potere delle parole — o meglio, sull’incapacità di
pronunciarle.
Per il regista Tom Hooper, reduce dal successo
televisivo con Elizabeth I
e John Adams, il film
rappresenta la definitiva consacrazione sul grande schermo,
segnando il suo passaggio da autore di miniserie storiche ad
acclamato cineasta internazionale. Ma è soprattutto un tassello
fondamentale nella carriera di Colin Firth, che con l’interpretazione
tormentata e profondamente misurata di re Giorgio VI ottiene un
riconoscimento mondiale dopo anni di ruoli romantici e brillanti.
Accanto a lui, Geoffrey Rush e Helena Bonham Carter completano un cast
d’eccellenza, contribuendo a un perfetto equilibrio tra dramma,
ironia e delicatezza.
Accolto trionfalmente
dalla critica e dal pubblico, Il discorso del re
ha ottenuto ben dodici nomination agli Oscar e ne ha vinti quattro:
Miglior Film, Miglior Regia, Miglior Attore Protagonista e Miglior
Sceneggiatura Originale. Al di là dei premi, la sua forza risiede
nell’universalità del suo messaggio: non è solo la storia di un
sovrano, ma quella di un uomo costretto a superare le proprie
fragilità per assumersi una responsabilità pubblica nel momento più
difficile, alla vigilia della Seconda Guerra Mondiale. Nel resto
dell’articolo approfondiremo la vera storia dietro il film, per
comprendere quanto di reale ci sia nel percorso di Giorgio VI e nel
suo leggendario discorso alla nazione.
La trama e il cast di
Il discorso del re
Il film è dunque ispirato alla
storia vera del futuro re d’Inghilterra Giorgio
VI, che, affetto da una severa balbuzie, cerca di
risolvere il problema con uno specialista. Nonostante i numerosi
percorsi terapeutici intentati dal
principe Albert (Colin
Firth), duca di York, secondo figlio di re Giorgio V,
i risultati sono scoraggianti e il principe suscita forte imbarazzo
durante le occasioni ufficiali. Fortunatamente, il suo ruolo
istituzionale è limitato, essendo figlio cadetto: Albert decide
quindi di rinunciare a tenere in futuro discorsi in pubblico.
Sua moglie, la
duchessa Elizabeth (Helena
Bonham Carter) riesce però a convincerlo a rivolgersi
a Lionel Logue (Geoffrey
Rush), d’origine australiana e terapeuta dei problemi di
linguaggio. Il principe è riluttante, credendo di trovarsi di
fronte all’ennesimo fallimento, ma I metodi non convenzionali di
Logue non sono percepiti in maniera positiva da Albert. Tuttavia,
seduta dopo seduta, tra i due si crea un legame indissolubile che
ridarà letteralmente voce al futuro sovrano e lo aiuterà a scrivere
la storia.
La storia vera dietro il film
Quando il principe Albert Frederick Arthur George,
duca di York, salì al trono con il nome di Giorgio
VI nel dicembre 1936, non era destinato a diventare re. Il
trono spettava a suo fratello maggiore, Edoardo
VIII, che tuttavia abdicò dopo meno di un anno per sposare
Wallis Simpson, donna americana divorziata e priva
del consenso della Chiesa anglicana. L’improvvisa ascesa di Giorgio
VI rappresentò uno shock per lui stesso e per l’intero Paese: uomo
timido, poco incline alle manifestazioni pubbliche e convinto di
non possedere il carisma richiesto, si trovò improvvisamente a
dover incarnare l’autorità e la stabilità della monarchia
britannica in uno dei momenti più delicati della storia
europea.
Il
nuovo re portava con sé una problematica personale che rischiava di
compromettere la sua capacità di rappresentanza: una marcata
balbuzie. Il disturbo lo accompagnava fin dall’infanzia ed era
stato aggravato da un’educazione rigida e da pressioni costanti
legate all’etichetta reale. Negli anni precedenti alla sua ascesa
era già stato costretto a tenere diversi discorsi pubblici, molti
dei quali conclusi con grande disagio e frustrazione. In un’epoca
in cui la radio stava trasformando la monarchia in un’istituzione
sempre più “vocale”, la voce del sovrano diventava un simbolo
nazionale e non poteva permettersi esitazioni.
Fu in questo contesto che Giorgio VI iniziò un percorso terapeutico
con Lionel Logue, logopedista australiano con
metodi considerati poco ortodossi per l’epoca. Logue, privo di
titoli medici formali ma esperto di recitazione e dizione, impostò
la terapia su un rapporto umano prima ancora che tecnico. Non si
limitò a esercizi respiratori e articolatori — pur fondamentali —
ma lavorò sul rilassamento emotivo, sull’autostima e sulla fiducia
reciproca. Il trattamento prevedeva letture ad alta voce
accompagnate da ritmo musicale, pause cadenzate e tecniche di
controllo del diaframma. Con il tempo, il re migliorò
sensibilmente, pur non eliminando del tutto il disturbo.
La prova definitiva arrivò il 3 settembre 1939, quando il Regno
Unito dichiarò guerra alla Germania nazista dopo l’invasione della
Polonia. In un discorso radiofonico trasmesso alla nazione e
all’intero Commonwealth, Giorgio VI annunciò l’entrata in guerra
con voce tesa ma controllata. Il discorso durò circa nove minuti e
rimase scolpito nella memoria collettiva come un momento di
straordinaria dignità. Il suo tono sobrio e privo di enfasi
retorica venne interpretato come segno di sincerità e coraggio. Più
che un proclama bellicoso, fu un messaggio di solidarietà verso un
popolo chiamato a resistere nei tempi più bui.
Quanto alla fedeltà
storica, Il discorso del re segue con buona
accuratezza gli eventi principali della vicenda, pur introducendo
alcune semplificazioni narrative. Il rapporto tra re e logopedista
è reso più informale e confidenziale di quanto non fosse nella
realtà, e alcuni episodi sono condensati o spostati temporalmente
per esigenze drammatiche. Tuttavia, l’essenza della storia — la
lotta personale di un sovrano contro i propri limiti, l’importanza
del linguaggio come strumento di coesione nazionale e il ruolo
cruciale di Lionel Logue — rimane fedele alle fonti storiche. Il
film non solo racconta una vicenda autentica, ma contribuisce a far
comprendere quanto il coraggio possa manifestarsi anche nella
fragile esitazione di una voce che sceglie comunque di parlare.
L’attore inglese James
Norton interpreterà Brian Epstein, l’influente manager dei
Beatles, nel prossimo film biografico musicale in quattro
parti diretto da Sam Mendes.
Norton, 40 anni, è apparso di
recente in un altro film biografico musicale, “Bob Marley: One
Love”, uscito lo scorso anno, nel ruolo del produttore discografico
Chris Blackwell. Tra i suoi altri crediti figurano la miniserie di
Netflix “House of Guinness” e la terza stagione di
“House of the Dragon” per HBO.
James Norton
reciterà in “The Beatles — A Four-Film Cinematic
Event“, come è stato soprannominato l’insolito progetto,
al fianco di
Paul Mescal nel ruolo di Paul
McCartney, Harrison Dickinson in quello
di John Lennon e
Barry Keoghan in quello di Ringo
Starr, e Joseph Quinn in quello di George
Harrison.
Epstein, una leggenda tra i fan dei
Beatles e spesso considerato il quinto membro
della band, incontrò i Fab Four nel 1961 e contribuì a trasformarli
in un fenomeno globale. Rimase con il gruppo fino alla sua morte,
avvenuta nel 1967 per overdose all’età di 32 anni. (La storia epica
di Epstein è stata immortalata nel film biografico del 2024 “Midas
Man”).
Mendes sta realizzando quattro film
separati, uno dal punto di vista di ciascun membro dei Beatles.
Tutti e quattro i capitoli debutteranno sul grande schermo
nell’aprile del 2028. Si prevede che i film si intrecceranno per
raccontare l’improbabile viaggio della band da Liverpool al centro
della cultura globale, che portò allo scioglimento nel 1970. Data
l’influenza di Epstein, è probabile che appaia in ciascuno dei
film. Non è chiaro in che modo altre figure chiave dell’universo
dei Beatles saranno coinvolte nel quartetto cinematografico.
Come annunciato in precedenza,
Saoirse Ronan interpreterà Linda McCartney, la
star di “Shogun” Anna Sawai interpreterà Yoko Ono,
la rivelazione di “The White Lotus” Aimee Lou
Wood interpreterà la moglie di Harrison, Pattie Boyd, e
McKenna-Bruce interpreterà la prima moglie di
Starr, Maureen Starkey.
I film catastrofici sono diventati
una rarità tra le recenti produzioni hollywoodiane. Sono finiti i
tempi in cui ogni anno uscivano almeno un paio di film catastrofici
epici. Ecco perché Greenland
(qui
la recensione) di Ric Roman Waugh è speciale.
Il regista e il protagonista Gerard Butler (anche coproduttore) hanno già
lavorato insieme in
Attacco al potere 3, il terzo capitolo della serie
uscito nel 2019. Questa loro nuova collaborazione ruota attorno a
John Garrity (Butler), sua moglie
Allison (Morena
Baccarin) e il loro figlio Nathan
(Roger Dale Floyd) mentre cercano di raggiungere
un rifugio sotterraneo in Groenlandia prima che un detrito di una
cometa interstellare di dimensioni tali da causare l’estinzione
colpisca la Terra.
La trama di
Greenland
Il film inizia con il ritorno di
John a casa dopo quello che deve essere stato un periodo piuttosto
lungo. Lui e Allison hanno dovuto affrontare gravi problemi
coniugali e, come scopriremo in seguito, John ha tradito sua
moglie. Ora stanno cercando di lasciarsi tutto alle spalle. Anche
se Allison lo nega quando John glielo chiede a bruciapelo, uno dei
motivi per cui ha permesso a John di tornare deve essere perché
Nathan sente la mancanza di suo padre. Mentre i Garrity affrontano
i loro problemi interni, una cometa interstellare, chiamata Clarke
dagli scienziati, entra nel sistema solare.
Il giorno in cui dovrebbe passare
vicino alla Terra, la coppia ha organizzato un incontro con gli
amici del loro ricco quartiere. Si scopre che Clarke è in realtà un
enorme ammasso di detriti in movimento. A causa della gravità del
Sole, numerosi frammenti di detriti cambiano la loro traiettoria
verso la Terra. Sebbene la maggior parte di essi sia innocua,
poiché brucia prima ancora di raggiungere il suolo, alcuni
potrebbero potenzialmente distruggere delle città. Poco prima che
il disastro si abbatta sulla Terra, John riceve un messaggio
preregistrato sul suo telefono (un messaggio simile appare anche
sulla TV di famiglia), che gli comunica che lui e la sua famiglia
sono stati selezionati per l’evacuazione.
Il messaggio li istruisce anche a
recarsi dalla loro casa di Atlanta, in Georgia, alla base aerea di
Robins, dove degli aerei li attendono insieme ad altre persone
nella loro stessa situazione. Senza avere idea di dove questi aerei
li porteranno, i Garrity si rendono conto che è comunque la loro
opzione migliore. Tuttavia, quando arrivano lì, John viene separato
dalla sua famiglia dopo essere tornato alla loro auto per
recuperare le medicine per il diabete di Nathan, e a Nathan non è
permesso salire sull’aereo a causa della sua condizione. Attraverso
un biglietto lasciato sul parabrezza della loro auto, Allison dice
a John che lei e Nathan stanno andando a casa di suo padre.
Durante il viaggio, John viene a
sapere che gli aerei avrebbero dovuto portarli in Groenlandia, dove
un bunker sotterraneo sarebbe stato utilizzato come rifugio quando
il detrito più grande, più grande della meteora che ha causato
l’estinzione dei dinosauri, avrebbe colpito l’Europa occidentale.
Viene anche a sapere che ci saranno voli dell’ultimo minuto per il
bunker in partenza dal Canada. Dopo essersi finalmente riuniti,
John e Allison decidono di fare un ultimo tentativo per prendere
uno degli aerei e raggiungere la Groenlandia.
Il finale
di Greenland
John è inizialmente perplesso, come
tutti i suoi vicini, sul motivo per cui lui e la sua famiglia sono
stati selezionati per il trasferimento. Come viene rivelato in
seguito, è stato per il suo lavoro di ingegnere strutturale. Egli
costruisce grattacieli e il governo avrà sicuramente bisogno di
persone come lui nel mondo post-apocalittico. Questo privilegio è
stato concesso a una parte molto selezionata della popolazione
totale. Sono stati scelti medici, ingegneri e persone appartenenti
ad altre professioni che possono contribuire attivamente alla
costruzione della società in futuro.
Sapendo di non poter salvare tutti,
il governo si è concentrato solo sulla sicurezza di coloro che, a
loro volta, garantiranno la sopravvivenza dell’umanità. Le famiglie
del 99% delle forze armate non sono state selezionate per
l’evacuazione. Com’era prevedibile, la legge e l’ordine sono stati
rapidamente sostituiti dall’anarchia e dal caos. La gente ha
cominciato a cedere alla disperazione, ma fortunatamente per la
famiglia Garrity, ci sono ancora persone al mondo che si aggrappano
alla loro integrità e compassione.
Mentre si recano a casa del padre
di Allison, sia lei che John incontrano separatamente il meglio e
il peggio che l’umanità ha da offrire. Uno dei saccheggiatori aiuta
Allison e Nathan a uscire da una farmacia dopo che lì sono iniziate
le sparatorie. D’altra parte, una coppia (David Denman e Hope
Davis), che inizialmente sembra gentile e offre alla madre e al
figlio un passaggio in auto, ruba il braccialetto di Allison, che
la identifica come una delle persone selezionate, la butta fuori
dall’auto e se ne va con Nathan. Più tardi lei lo ritrova con
l’aiuto di alcuni militari.
Un medico le dà abbastanza insulina
e altri farmaci per Nathan da bastargli per un po’. Nessuna di
queste persone è obbligata a essere lì. Eppure, si sono offerte
volontarie per servire e agire con empatia e comprensione mentre
l’umanità affronta il suo crepuscolo. Il privilegio concesso ai
Garrity grazie all’istruzione e ai successi di John viene
bruscamente revocato nel momento in cui si scopre che Nathan ha il
diabete. Così, come la maggior parte delle persone sulla terra,
sono lasciati a interrogarsi sul loro destino.
Sperando disperatamente che ciò che
ha sentito sui voli in Canada sia vero, John corre contro il tempo
mentre guida verso l’aeroporto. Fortunatamente, l’aereo è lì. La
famiglia convince uno dei piloti a lasciarli salire a bordo. Quando
finalmente arrivano in Groenlandia, un’onda d’urto causata
dall’impatto di uno dei frammenti fa schiantare l’aereo, uccidendo
i piloti. I Garrity e gli altri passeggeri riescono a raggiungere
il bunker proprio prima della collisione.
Un uomo di famiglia
Mentre la famiglia aspetta
l’impatto, Nathan chiede in lacrime ai suoi genitori perché non sta
avendo i flashback che dovrebbe avere prima della sua morte. È
qualcosa che aveva già menzionato in precedenza, poiché lo aveva
sentito dire da uno dei suoi amici. Suo padre lo consola dicendogli
che lui e Allison lo amano dal profondo del cuore e che la cosa più
importante in questo momento è che sono tutti insieme. John sa che
c’è sempre la possibilità che non riescano ad arrivare al bunker in
tempo e, anche se ci riuscissero, potrebbe non resistere
all’impatto.
Tutto ciò che voleva era stare con
sua moglie e suo figlio quando si fosse verificato il grande
disastro. In questo tipo di film c’è sempre un archetipo dello
scienziato, che fornisce spiegazioni e spesso funge da eroe
principale. “Greenland” è privo di tutto ciò. Si concentra
esclusivamente sui Garrity e sul loro viaggio verso il bunker. John
Garrity non è un personaggio eccessivamente eroico. Non informa mai
i suoi vicini di Greenland nonostante abbia fatto una promessa e
rifiuta correttamente e pragmaticamente di portare con sé una delle
loro figlie, sapendo in quel momento che dovranno lasciarla
all’aeroporto.
Tuttavia, considerando come vanno a
finire le cose, quella ragazza avrebbe potuto sopravvivere se lui
avesse accettato di portarla con sé. Più tardi, salva un passeggero
da un’auto in fiamme. Dato che l’intero pianeta è destinato a
essere presto avvolto dalle fiamme, questo atto di coraggio casuale
sembra in qualche modo futile. John non è il classico protagonista
dei film catastrofici che salva tutta l’umanità. Ma è senza dubbio
un uomo che farebbe di tutto per proteggere la sua famiglia.
Una nuova alba
L’impatto avviene e le pareti del
bunker riescono in qualche modo a resistere alle ondate di
distruzione che seguono l’esplosione. Quando Garrity e gli altri
escono dal bunker, sono passati nove mesi e la cenere e le
radiazioni si sono ritirate. Il mondo è completamente in rovina.
L’entità della distruzione è dimostrata dalle immagini di città in
rovina come Sydney, Città del Messico e Parigi. Una vista orbitale
del pianeta mostra l’enorme cratere dove è caduto il più grande
frammento di Clarke.
Ci sono anche numerosi crateri più
piccoli che punteggiano l’intero pianeta. Mentre i sopravvissuti
osservano il nuovo paesaggio, trovano speranza nel vedere un paio
di uccelli che volano. Nonostante la distruzione assoluta della
civiltà umana, la vita in generale ha trovato un modo per
continuare ad esistere. Il bunker della Groenlandia riceve notizie
da Helsinki, Nuova Delhi, Beirut, Kathmandu, Mosca e San Paolo,
apprendendo che anche in quei luoghi sono sopravvissute alcune
sacche di popolazione.
Ciò che verrà dopo è un compito
monumentale per John e la sua generazione di sopravvissuti. Devono
ricostruire le fondamenta della civiltà e assicurarsi che siano
abbastanza solide da sostenere il peso di ciò che le generazioni
future costruiranno su di esse. L’umanità probabilmente non tornerà
al suo stato precedente per almeno mille anni, il che potrebbe
essere potenzialmente una cosa positiva. La ricostruzione non deve
necessariamente avere gli stessi difetti di quella originale. Ci
possono essere meno inquinamento, guerre e dipendenza eccessiva dai
combustibili fossili. Dopo essere stati sull’orlo dell’estinzione,
le persone potrebbero finalmente imparare a coesistere tra
loro.
I protagonisti
del film, scritto da Renato Sannio e Giuseppe G.
Stasi, sono Margherita Buy, Fabrizio Bentivoglio,
Barbara Chichiarelli, Antonio Bannò, Anita Caprioli, Arianna Di
Claudio e con Francesco Di Leva. Prodotto da
Sonia Rovai con Claudio Falconi per Wildside, società del gruppo
Fremantle, da Ariens Damsi per Eliofilm, e da
Massimiliano Orfei, Luisa Borella e Davide Novelli per PiperFilm,
che lo distribuirà al cinema in Italia. PiperPlay ne curerà le
vendite internazionali.
Le riprese si
svolgeranno per circa sei settimane tra la Calabria, in
collaborazione con Fondazione Calabria Film Commission, e Roma.
Genio, rivalità,
vendetta: svelato il teaser trailer della nuova serie Sky
OriginalAMADEUS,
con Will Sharpe (Too
Much, The White Lotus) nei panni del prodigio
musicale Wolfgang “Amadeus” Mozart, Paul Bettany (WandaVision, A Very British
Scandal) in quelli dell’invidioso compositore di corte Antonio
Salieri, e Gabrielle Creevey (In My Skin, The
Pact) nel ruolo di Constanze Weber, moglie di
Mozart. La serie sarà da dicembre in esclusiva su Sky
e in streaming solo su NOW.
Basata
sull’acclamata opera teatrale di Peter
Shaffer, audacemente adattata da Joe
Barton (Black
Doves, Giri/Haji, Progetto
Lazarus), questa spettacolare rivisitazione in cinque episodi
esplora l’ascesa fulminea e la leggendaria caduta di uno dei
compositori più iconici del XVIII secolo: il virtuoso, la rockstar,
Wolfgang “Amadeus” Mozart.
Quando il
venticinquenne Amadeus arriva nella vivace Vienna del Settecento,
non più un bambino prodigio e desideroso di libertà creativa, il
suo destino si intreccia con due figure fondamentali: la sua futura
moglie Constanze Weber, di incrollabile fedeltà, e il devotissimo
compositore di corte Antonio Salieri. Mentre il genio di Amadeus
continua a sbocciare nonostante i suoi demoni interiori, una
reputazione controversa e lo scetticismo della conservatrice corte
viennese, Salieri è sempre più tormentato da quello che percepisce
come un dono divino.
Amadeus diventa
una minaccia a tutto ciò che egli considera sacro: il suo talento,
la sua reputazione e persino la sua fede in Dio. Salieri giura di
distruggerlo. Quella che nasce come una rivalità professionale si
trasforma in un’ossessione profondamente personale, destinata a
durare trent’anni, e a culminare in una confessione di omicidio e
in un disperato tentativo di legare per sempre il proprio nome
all’eredità di Mozart.
Accanto a Will
Sharpe, Paul Bettany e Gabrielle Creevey, un cast stellare: Rory
Kinnear (The
Diplomat, Skyfall) nel ruolo dell’Imperatore
Giuseppe, Lucy Cohu (Becoming Jane) è Cecilia Weber,
Jonathan Aris (The Sixth Commandment) interpreta Leopold
Mozart, Ényì Okoronkwo (Renegade Nell, Progetto
Lazarus) è Da Ponte, Jessica Alexander (La
sirenetta) è Katerina, Hugh Sachs (Bridgerton) interpreta Von Strack, Paul
Bazely (Such Brave Girls) è Von Swieten, Rupert Vansittart
(Il Trono di Spade) è Rosenberg,
Anastasia Martin (In From The Cold) interpreta Aloysia
Weber, Nancy Farino (Masters of the Air) è Josepha Weber,
Olivia-Mai Barrett (Invasion) è Sophie Weber e Viola
Prettejohn (The
Crown) veste i panni della Principessa Elisabetta, mentre
Jyuddah Jaymes (Erano ragazzi in barca, Hijack –
Sette ore in alta quota) interpreta Franz Süssmayr.
Cortesia Sky
AMADEUS è
prodotta da Two Cities Television (parte di STV Studios) in
collaborazione con Sky Studios. Megan Spanjian è produttrice
esecutiva per Sky Studios. Michael Jackson (Patrick
Melrose) e Stephen Wright (Blue Lights) sono
produttori esecutivi per Two Cities Television. Il produttore
esecutivo della serie è John Griffin. Julian Farino
(Giri/Haji – Dovere/Vergogna) e Alice
Seabright (Chloe, Sex Education) sono i
registi. Barton, Sharpe, Bettany e Farino figurano come produttori
esecutivi. Seabright è anche Co-Executive Producer. NBCUniversal
Global TV Distribution si occupa delle vendite internazionali della
serie per conto di Sky Studios.
AMADEUS | Da dicembre in esclusiva su Sky e in
streaming solo su NOW
Disponibile il red band
trailer, con scene esplicite vietate ai minori, di IT:
Welcome to Derry, l’attesissima serie targata HBO e
Sky Exclusive prodotta da Warner Bros. Television e ispirata a IT,
il celebre romanzo del 1986 di Stephen King, maestro indiscusso dell’horror
contemporaneo. In otto episodi, la serie debutterà il 27 ottobre
in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW.
E in occasione
del debutto della serie prequel, giovedì 23 e venerdì 24 ottobre
alle 21:00 su Sky Cinema Suspense (e disponibili on
demand e in streaming) andranno IT e IT:
CAPITOLO DUE, tratti dal celebre racconto di Stephen King,
diretti da Andy Muschietti e distribuiti da Warner Bros. Pictures.
Due grandissimi successi che hanno conquistato pubblico e critica
con una storia indimenticabile di paura, amicizia e coraggio: nel
primo capitolo un gruppo di ragazzini si allea per sconfiggere
Pennywise, il clown colpevole delle sparizioni di bambini, mentre
IT: CAPITOLO DUE, con James McAvoy e Jessica Chastain, è il sequel ambientato 27
anni dopo.
IT: WELCOME TO DERRY è stata
sviluppata per la televisione dai registi Andy
Muschietti e Barbara Muschietti (“IT“,
“IT –
Capitolo Due“, “The
Flash”) e Jason Fuchs (“IT – Capitolo Due”, “Wonder Woman”,
“Argylle”). Andy Muschietti dirige diversi episodi della serie.
Ambientato
nell’universo di “IT” di Stephen King, IT: WELCOME TO DERRY è
basato sul romanzo “IT” di King ed espande la visione stabilita dal
regista Andy Muschietti nei lungometraggi “IT” e “IT – Capitolo
Due”. Del cast della serie fanno parte
Taylour Paige, Jovan Adepo, Chris Chalk, James Remar,
Stephen Rider, Madeleine Stowe, Rudy Mancuso,
Bill Skarsgård.
La serie, prodotta da
HBO e Warner Bros. Television, è stata sviluppata per la
televisione da Andy Muschietti, Barbara Muschietti e Jason Fuchs.
Andy Muschietti e Barbara Muschietti (qui con la loro casa di
produzione Double Dream), Jason Fuchs, Brad Caleb Kane, David
Coatsworth, Bill Skarsgård, Shelley Meals, Roy Lee e Dan
Lin sono i produttori esecutivi. Fuchs, che ha anche scritto la
sceneggiatura del primo episodio, e Kane sono gli showrunner del
progetto.
IT: WELCOME TO
DERRY | Dal 27 ottobre in esclusiva su Sky e in streaming solo su
NOW
IT e IT: CAPITOLO DUE |
Giovedì 23 e venerdì 24 ottobre alle 21:00 su Sky Cinema
Suspense
Conclave di Edward
Berger ha attirato l’attenzione per la sua
conclusione scioccante e un vero esperto del settore è stato
interpellato per capire quanto ci sia di realistico all’interno del
film e di quel finale. Il thriller politico, basato sul romanzo del
2016 di Robert Harris, segue
il Collegio dei Cardinali mentre si
riunisce per eleggere un nuovo papa dopo la morte improvvisa del
precedente. Il cast di Conclave,
con Ralph
Fiennes protagonista nel ruolo del cardinale
Thomas Lawrence, si muove in un labirinto di intrighi politici,
conflitti spirituali e dilemmi morali all’interno del Vaticano. Il
film culmina nell’elezione dell’arcivescovo Vincent Benitez
(Carlos Diehz) con una rivelazione fragorosa:
Benitez è nato intersessuale.
In un’intervista con GQ, David Gibson,
direttore del Center on Religion and Culture presso
la Fordham University, ha affrontato il finale a sorpresa del film.
Gibson ha discusso la fattibilità di un papa intersessuale e le
implicazioni più ampie del finale del film, toccando la posizione
in evoluzione della Chiesa su genere e sessualità. Gibson ha
osservato:
Sì, una persona intersessuale
potrebbe essere eletta papa, proprio come ci sono stati senza
dubbio uomini gay eletti papa. Non è chiaro cosa significherebbe,
però, e penso che questa sia la vera debolezza del film. Robert
Harris, a quanto pare, voleva fare una dichiarazione sul genere e
sulla Chiesa cattolica, il che va bene. Ma è più un cubo di Rubik
che una dichiarazione.
Il nuovo papa si identifica
come maschio o femmina? Avere caratteristiche di entrambi i sessi
significa che non può essere ordinato o diventare papa? Un’elezione
del genere sarebbe invalida? Queste diventano discussioni da angeli
che ballano su una capocchia di spillo che distraggono dalle
questioni più importanti.
Ero a Roma con un gruppo di
studenti della Fordham a ottobre per l’incontro del sinodo. In quel
periodo, Papa Francesco incontrò un gruppo di cattolici trans e
intersessuali. Fu un incontro molto forte. L’affermazione del papa
di loro come creati da Dio con dignità intrinseca fu
straordinariamente commovente. Una di loro, Nicole Santamaria, una
donna intersessuale di El Salvador, scrisse della sua esperienza e
per me è una testimonianza più potente del finale a sorpresa del
Conclave.
Cosa significa la risposta
dell’esperto del papa alla fine del Conclave
Come il Conclave riflette le sfide
del mondo reale nella Chiesa
I commenti di Gibson evidenziano le
dinamiche in evoluzione tra fede, genere e dottrina istituzionale
mentre la Chiesa sceglie un nuovo papa nel Conclave. Attualmente,
la Chiesa non riconosce il matrimonio tra persone dello stesso
sesso e la sua dottrina religiosa condanna le relazioni al di fuori
dell’eterosessualità. Tuttavia, sotto la guida di Papa Francesco,
sono stati fatti progressi graduali. Nel dicembre 2023, ha emanato
un decreto ufficiale secondo cui i sacerdoti potevano benedire le
coppie dello stesso sesso. Il Papa ha anche comunicato con persone
queer della Chiesa, come ha notato Gibson, affermandole come
creazione di Dio mentre ascoltava le loro toccanti testimonianze
che gettavano luce sull’intersezione tra fede e identità
emarginate.
Il colpo di scena del film ha
portato l’attenzione sulla continua decostruzione e ricostruzione
della Chiesa nel suo riconoscimento della diversità di genere e
sessuale come un fatto umano.
Mentre Conclave cerca di esplorare la
tensione tra ideali conservatori e progressisti all’interno del
conclave papale, Gibson solleva una domanda sul fatto che questa
tensione continuerà a esistere.
Il film Conclavedescrive il processo di elezione di un nuovo papa e
arricchisce la sua trama drammatica, interpretata in modo
eccellente, con una grande attenzione al processo reale. Ralph Fiennes è il protagonista del
cast di
Conclave nel ruolo del cardinale Thomas Lawrence, decano
del Collegio cardinalizio, che guida il processo di elezione di un
nuovo papa. Durante il conclave, vari cardinali come Bellini
(Stanley Tucci), Tremblay (John Lithgow),
Tedesco (Sergio Castellitto), Adeyemi (Msamati) e Benitez (Carlos
Diehz) competono per il papato, e vengono alla luce vari segreti
minacciosi su ciascuno di loro.
Nel viaggio emozionante verso il
Conclave, con il suo finale a sorpresa, il cardinale
Lawrence naviga tra le opinioni disparate dei vari candidati.
Tedesco è un tradizionalista severo, Bellini è un liberale
progressista e Adeyemi è economicamente liberale ma socialmente
conservatore. Questo mette Lawrence in un conflitto di interessi,
poiché anche lui potrebbe essere un potenziale candidato, e la sua
riluttanza a considerarsi tale potrebbe renderlo l’uomo perfetto
per il lavoro.
Ma Lawrence infrange alcune regole
nel corso del film, ed è affascinante leggere come si svolgerebbe
il vero conclave papale e quali sono le differenze rispetto al
film.
Come viene scelto un nuovo papa
nella vita reale
I cardinali vengono convocati
da tutto il mondo per partecipare al conclave
Con la morte di Papa Francesco e
l’elezione di un nuovo papa all’orizzonte, l’interesse per
Conclave e il processo che descrive è aumentato
notevolmente. Da oltre un millennio, i leader della Chiesa
cattolica romana si riuniscono nella Città del Vaticano per
elezioni esclusive, note come conclavi papali. Ancora oggi, il
conclave papale si tiene nella storica Cappella Sistina, come
avviene dal 1878, quando fu eletto Leone XIII.
Il defunto Papa Francesco, nominato
nel 2013, è stato eletto attraverso questo processo all’età di 76
anni. Il voto per il nuovo papa è un processo altamente
riservato che si svolge a porte chiuse nella Cappella Sistina,
che viene ispezionata alla ricerca di microfoni e telecamere prima
dell’inizio della procedura.
Durante il sequestro, ai cardinali
non è permesso parlare del processo elettorale in corso con nessuno
all’esterno, pena la scomunica. A ogni cardinale viene consegnata
una scheda elettorale con la scritta “Eligo in Summun
Pontificem”, una frase latina che significa “Io eligo come
sommo pontefice”. Un dettaglio importante è che ai cardinali
non è consentito scrivere il proprio nome. I cardinali, in
ordine di anzianità, si recano poi uno alla volta all’altare per
depositare le loro schede in un calice, prima che i risultati
vengano conteggiati e letti ad alta voce ai presenti.
Se viene eletto un nuovo
papa, dal tetto del Vaticano uscirà un fumo bianco, rivelando al
mondo che è stata presa una decisione.
Un cardinale deve ottenere la
maggioranza dei due terzi dei voti per diventare il nuovo papa. Se
viene eletto un nuovo papa, dal tetto del Vaticano uscirà un fumo
bianco, rivelando al mondo che è stata presa una decisione.
Tuttavia, se non viene presa alcuna decisione, le schede elettorali
verranno bruciate con l’aggiunta di una sostanza chimica che rende
il fumo nero. In questo caso, il conclave riprende, con altre due o
quattro votazioni al giorno. Se, al quinto giorno, non è stata
presa una decisione, i cardinali faranno una pausa per pregare e
discutere prima di continuare.
Il conclave papale più lungo della
storia si è svolto dal 29 novembre 1268 al 1271, durando 34 mesi.
Alla fine, è stato eletto Papa Gregorio X.
Chi vota per il nuovo
papa
Il Collegio dei Cardinali vota
il nuovo papa
Quando arriva il momento di tenere
un conclave papale, tutti i cardinali del mondo di età inferiore
agli 80 anni devono recarsi a Roma per partecipare al processo.
In generale, si prevede che si presentino circa 120 partecipanti,
il che rende la maggioranza dei due terzi pari a circa 80.
All’elezione di Papa Francesco nel 2013 hanno partecipato 115
cardinali. Sono presenti anche due maestri di cerimonia, tra i
pochi non cardinali ammessi nella cappella durante il processo
elettorale. Ad alcuni cardinali vengono anche assegnati ruoli
speciali all’interno dell’elezione.
Per quanto riguarda il prossimo
conclave per il successore di Papa Francesco, ci sono 135 cardinali
che rientrano nel limite di età per poter votare per il papato.
Tuttavia, il numero totale dei partecipanti al conclave può
variare, e non è probabile che tutti i cardinali aventi diritto si
rechino a Roma per partecipare, anche se sarà una grande
maggioranza.
Il decano del Collegio
cardinalizio è una carica istituita nel XII secolo, con la
responsabilità di presiedere il Collegio cardinalizio. Ciò include
la convocazione dei cardinali per il conclave e la supervisione del
processo. Il decano ha solitamente un vice, nel caso in cui il
decano stesso venga eletto papa, in modo che qualcuno sia pronto ad
assumere le responsabilità del decano per completare il processo.
Nella storia ci sono stati nove casi in cui il decano è stato
eletto nuovo papa.
Oltre al decano, nove cardinali
vengono scelti a caso per ricoprire vari ruoli nel processo
elettorale. Tre sono selezionati come giudici votanti, chiamati
“scrutatori”, tre sono selezionati per raccogliere i voti dei
cardinali che sono costretti a rimanere nei loro alloggi a causa di
malattia e tre sono selezionati per ricontrollare il lavoro degli
scrutatori. I non cardinali, compresi i maestri di cerimonia, non
possono essere presenti nella cappella mentre i cardinali scrivono
le loro schede elettorali.
Solo i cardinali possono
diventare papa?
Tecnicamente, qualsiasi uomo
cattolico battezzato può essere eletto papa
Dal 1379, ogni papa della Chiesa
cattolica romana è stato membro del Collegio dei Cardinali.
Tuttavia, non esiste alcuna regola che stabilisca che essi siano
gli unici ammessi all’elezione. Tecnicamente, qualsiasi uomo
cattolico battezzato può essere eletto, ma un non cardinale non
viene eletto dal tempo di papa Urbano VI, che era un
arcivescovo. Sebbene sia possibile che venga eletto un non
cardinale, è tipico che i cardinali scelgano tra loro, seguendo un
processo simile a quello descritto nel film.
Cosa c’è di vero nel film
Conclave sul processo di elezione del papa
Conclave coglie gli elementi
importanti
Le recensioni di Conclave hanno sottolineato
l’attenzione ai dettagli del film in termini di ambientazione e
scenografia, ma anche la rappresentazione del conclave papale è
piuttosto accurata. Il film è particolarmente accurato per
quanto riguarda i rituali di lunga data che fanno parte del
processo, che inizia con la morte del papa. La scena iniziale
mostra Lawrence e gli altri cardinali che distruggono l’anello del
papa dopo aver pregato sul suo corpo, un processo che segna la fine
del suo regno.
Anche il processo di voto è
descritto in modo accurato, con il film che mostra in dettaglio
come vengono espressi i voti secondo le tradizioni storiche. Ciò
include la combustione dei voti e il fumo utilizzato per comunicare
con i fedeli all’esterno e in tutto il mondo se è stato nominato un
nuovo papa. A questo proposito, l’isolamento dei cardinali è una
parte importante dei temi del film, e Conclave è accurato
nel descrivere quanto questo sia importante per il processo, anche
se il film permette più interferenze esterne rispetto alla
realtà.
Cosa sbaglia Conclave sul
processo di elezione del papa
I dettagli sulla tempistica e
sull’isolamento sono errati
Per quanto Conclave sia
stato acclamato per la sua rappresentazione autentica del processo,
alcuni aspetti sono errati. Ci sono alcune differenze nei dettagli
del processo reale che sono state tralasciate nel film, come
l’assenza del vice-decano e delle cariche nominate, come quella di
“scrutatore”. Alcuni aspetti, come gli incontri di Lawrence con
monsignor Raymond O’Malley, probabilmente non sarebbero possibili
nella vita reale, poiché nemmeno il decano sarebbe autorizzato a
parlare con qualcuno del mondo esterno durante il sequestro.
L’uso di O’Malley per ottenere
informazioni dall’esterno aumenta la drammaticità di Conclave e
giova al film, ma le regole che Lawrence infrange superano i limiti
della finzione. Il ruolo di Isabella Rossellini nei panni di suor
Agnes ha probabilmente più autonomia di quanto ne avrebbe nella
vita reale, sostenendo i temi femministi del film. Lawrence viene
mostrato mentre vota per se stesso verso la fine di
Conclave, e si sottintende che altri cardinali abbiano fatto
lo stesso durante tutto il film, cosa che tecnicamente non sarebbe
consentita.
Conclave mostra il raduno dei
cardinali per l’elezione, ma in realtà ci sarebbero settimane tra
la morte del papa e l’elezione del nuovo papa.
Anche la cronologia del film è
affrettata rispetto a ciò che accadrebbe nella vita reale.
Conclave mostra il raduno dei cardinali per l’elezione, ma
in realtà ci sarebbero settimane tra la morte del papa e l’elezione
del nuovo papa. Con la recente morte di Papa Francesco, ci sarà
un periodo di lutto di nove giorni e il funerale si terrà il 26
aprile 2025. Solo al termine del periodo di lutto avrà inizio il
processo del conclave.
Tuttavia, uno degli errori più
evidenti del film riguarda il personaggio del cardinale Benitez, il
cardinale che alla fine viene nominato nuovo papa.
David Gibson, direttore del Centro
per la religione e la cultura della Fordham University, ha
commentato il personaggio e, pur ammettendo che il colpo di scena
con l’elezione di Benitez fosse possibile, ha sottolineato che
Conclave presenta un’evidente inesattezza riguardo al cardinale
segreto:
Esiste una vera e propria usanza
secondo la quale un papa può nominare un cardinale “in pectore”,
che in latino significa “nel suo cuore” o “nel suo petto”. Il nome
è solitamente noto solo al papa, perché il vescovo andrebbe
incontro a persecuzioni se la sua identità fosse resa nota. Questo
non viene mai spiegato nel film, sicuramente per ragioni di tempo.
Un problema tecnico è che, non appena un papa muore, se non ha
rivelato questo nome, quel cardinale segreto non sarebbe un
cardinale e non potrebbe partecipare al conclave nemmeno con un
permesso, come fa il cardinale Benitez.
Sebbene la rivelazione di Benitez
che si presenta al conclave senza che nessuno sappia della sua
esistenza sia un momento drammatico, il fatto che ciò lo avrebbe
reso ineleggibile per partecipare al conclave, figuriamoci per
essere nominato papa, è un errore sostanziale di
Conclave.
Il funzionamento interno del
Vaticano, il centro storico e intrigante del cattolicesimo, attira
immediatamente lo spettatore nella narrazione di Conclave. Il Conclave
racconta l’elezione del nuovo papa, un processo complesso, pieno di
segretezza e di rituali sacri. Con grande attenzione ai dettagli e
un’eccellente fotografia, il film si addentra nelle antiche
tradizioni che circondano la selezione di un nuovo papa, offrendo
un’intensa esplorazione della fede, dell’ambizione e degli intrighi
ai più alti livelli della Chiesa cattolica.
Tuttavia, il suo richiamo al
realismo può risultare un po’
confuso. Conclaveoffre
una narrazione potente e moderatamente veritiera e cattura il
pubblico, con colpi di scena che colpiscono più
volte. Caratterizzato da un fantastico accumulo e da una resa
ancora maggiore, il colpo di scena finale
diConclave è particolarmente scioccante. Tuttavia,
dopo aver visto l’intricato
finale di Conclave, è probabile che molti
spettatori rimangano con una domanda scottante in
mente: “Conclave è basato su una storia vera?”.
Conclave non è basato su una
storia vera
Conclave si ispira
alle tradizioni reali e alla grandezza delle elezioni papali, ma la
trama e i personaggi sono frutto dell’immaginazione. Il team
dietro Conclave ha un talento impeccabile nel
mescolare elementi reali e intrighi di fantasia. Il film presenta
l’elezione di un nuovo papa dopo la morte del precedente, spingendo
i cardinali in un processo drammatico e pieno di suspense che mette
a nudo politiche interne, motivazioni nascoste e dilemmi
morali.
Il film non pretende di raccontare
un’elezione papale storica. Al contrario, i creatori intrecciano
pezzi della reale procedura di elezione con i personaggi originali,
infondendo la storia con scenari fittizi progettati per aumentare
la tensione. Per esempio, mentre un vero
Conclaveprevede protocolli rigorosi e
un’aria di riverenza, la storia di Robert Harris si addentra in
lotte di potere tra cardinali, cospirazioni e ambizioni
personali: tutti elementi che rendono la narrazione
avvincente, anche se non riflettono la vera natura di ogni
Conclave.
Conclave è tratto da un libro
di Robert Harris
Conclaveè un adattamento
dell’omonimo romanzo di Robert Harris del 2016 .
Harris è acclamato per la sua capacità di creare thriller basati su
eventi e ambientazioni reali e, in Conclave, porta le
sue abilità ai rituali della Chiesa cattolica. Harris si è ispirato
alle elezioni papali reali e alle usanze uniche del Vaticano, ma ha
creato una storia di fantasia per esplorare le dimensioni etiche e
personali delle persone coinvolte. Ha fatto ricerche sulla storia
del papato e consultato fonti per descrivere accuratamente gli
aspetti fisici e procedurali del Conclave, ma la storia rimane
interamente un’opera di fantasia.
Le recensioni
lodano Conclave dramma sconvolgente che
coinvolge il film e il romanzo esplorando le affascinanti dinamiche
tra i cardinali. L’idea è che ognuno di questi uomini influenti,
tutti contendenti al ruolo religioso più potente del mondo, nutra
ambizioni e mancanze proprie. Questo ritratto, anche se romanzato,
serve come lente coinvolgente attraverso cui esaminare la natura
umana in un ambiente in cui segretezza, rituali e moralità si
intersecano per un’elezione non troppo diversa dalle elezioni dei
giorni nostri.
Come il Conclave si confronta
con il Conclave nella realtà
Sebbene il
Conclave includa alcuni rituali e processi che sono
accurati rispetto alle tradizioni del Vaticano, ci sono differenze
notevoli quando si tratta della rappresentazione dei cardinali e
dell’elezione stessa. Nella vita reale, il Conclave è un evento
altamente strutturato, condotto con profondo rispetto e gravità. I
cardinali si riuniscono nella Cappella Sistina, dove si impegnano
in turni di preghiera, riflessione e votazione, cercando la guida
divina nella scelta del nuovo Papa. Il processo è meticolosamente
organizzato per evitare interferenze esterne e mantenere la
riservatezza, con votazioni effettuate su schede cartacee che
vengono bruciate dopo ogni turno.
Conclave si
prende delle libertà con questa ambientazione aggiungendo strati di
suspense e rivalità tra cardinali, in contrasto con la natura più
spirituale della selezione del Papa nella vita reale.
Conclave si prende
delle libertà con questo processo aggiungendo strati di suspense e
rivalità intercardinali, in contrasto con la natura più spirituale
della selezione del Papa nella vita
reale. La narrazione di Harris
inConclaveamplifica
i conflitti interni e le agende personali, alludendo
a dinamiche di potere e alleanze segrete all’interno del processo
di elezione. Sebbene questi elementi accrescano il dramma, si
discostano dalla solennità e dall’unità che spesso si vedono nei
Conclavi reali.
Inoltre, i cardinali rappresentati
nel film hanno storie e motivazioni complesse, che mettono in
evidenza i temi del potere, della paura e del perdono e che, pur
essendo avvincenti, possono esagerare l’intensità di tali dinamiche
nella realtà. Sebbene Conclave faccia un ottimo
lavoro per dare l’impressione di essere un’opera di non-fiction, è
basato su un libro e alcuni dei suoi ritratti sono eccessivamente
drammatizzati. In quanto
tale, Conclave non è basato su una
storia vera.
Mufasa non è l’unico personaggio la
cui storia viene approfondita in Mufasa:
Il re leone, poiché il film
prequel spiega anche il vero nome di Scar e il significato che si
cela dietro di esso. In tutta la saga de Il re leone, Scar è sempre stato dipinto come il grande
cattivo, che uccide Mufasa, tradisce Simba, rovescia il regno delle
Terre del Branco e viene poi gettato giù dalla Roccia del Re. È
interessante notare che Mufasa: Il re leone offre una
visione molto più comprensiva di Scar, cercando finalmente di
spiegare perché Scar è così nell’originale Il re leone e nel
suo remake del 2019.
Mufasa: Il re leone è
l’attesissimo prequel del remake del 2019 Il re leone,
con il film che segue Rafiki mentre racconta la storia delle
origini di Mufasa alla figlia di Simba, Kiara.
La storia racconta l’infanzia di
Mufasa fino a quando diventa re delle Terre del Branco, esplorando
come Mufasa abbia perso i suoi genitori, sia stato adottato dalla
famiglia di Scar e poi abbia salvato le Terre del Branco da un
branco malvagio di leoni stranieri. Mentre Mufasa è al centro della
maggior parte delle grandi rivelazioni del prequel, anche Scar ha
molto spazio sullo schermo, spiegando le sue origini e come ha
ottenuto la sua cicatrice.
Il vero nome di Scar è Taka:
cosa significa
Ha due significati
diversi
Sebbene Taka sia stato citato come
il vero nome di Scar per un po’ di tempo, Mufasa: Il re
leone lo conferma finalmente, dato che Taka è il nome con
cui il personaggio viene chiamato per la maggior parte del film.
Tuttavia, il nome Taka ha lo stesso significato del suo soprannome
Scar, poiché, come molti altri personaggi de Il re leone, il
nome ha un significato in swahili. In swahili, la parola
“takataka” significa “spazzatura”, e spesso si dice
che al leone malvagio sia stato dato un nome crudele quando era
bambino.
Tuttavia, Taka ha anche un altro
significato in swahili. La parola “kutaka” può anche
essere tradotta in inglese come “to want” (volere),
dando al vero nome di Scar un doppio significato. In tutto Il re
leone, il tratto caratteriale distintivo di Scar è l’invidia.
Scar desidera così tanto il trono che questo lo spinge a uccidere
Mufasa e ad addossare la colpa a Simba. Il numero musicale “Be
Prepared” di Scar è persino caratterizzato da una combinazione di
colori verdi, che sottolinea ulteriormente la gelosia provata da
Scar. I semi di questa invidia sono disseminati in tutto Mufasa:
Il re leone, mettendo in risalto il nome Taka del
personaggio.
Il nome di Scar è apparso per
la prima volta in uno spin-off de Il re leone nel 1994
Il prequel lo conferma come
canonico
Mufasa: Il re leone non
è la prima volta che a Scar viene dato il nome Taka, poiché è
apparso per la prima volta in uno spin-off de Il re leone
del 1994. Il re leone: sei nuove avventure era una
raccolta di sei racconti brevi pubblicata più o meno nello stesso
periodo del film originale Il re leone, con il primo
racconto, “Una storia di due fratelli”, che approfondiva l’infanzia
di Scar e Mufasa. È qui che è stato rivelato per la prima volta che
il vero nome di Scar era in realtà Taka, nome che è rimasto fino al
2024 con Mufasa: Il re leone.
“A Tale of Two Brothers” presenta
una sorprendente quantità di somiglianze con Mufasa: Il re
leone, sebbene ci siano anche alcune grandi differenze.
Entrambe le storie vedono Rafiki raccontare la storia dell’infanzia
di Mufasa a uno dei figli di Simba. Tuttavia, nel film prequel si
tratta di Kiara, mentre nel racconto breve è un cucciolo di nome
Kopa.
La storia vede anche Rafiki fare
amicizia con il giovane Mufasa, così come il giovane Taka che
decide di tradire Mufasa per gelosia.
Come Scar ottiene il suo nome
in Mufasa e come questo cambia Il re leone
La cicatrice di Scar deriva da
un sacrificio
Taka ottiene la sua iconica
cicatrice solo alla fine di Mufasa: Il re leone, quando
salta davanti a
Mufasa e viene graffiato all’occhio da Kiros. Dopo aver
sconfitto i leoni bianchi, Zazu dice a Mufasa di bandire Taka dalle
Terre del Branco. Tuttavia, Mufasa decide di non farlo, e Taka dice
che dovrebbe chiamarlo Scar come punizione. Mufasa accetta,
promettendo che non pronuncerà mai più il vero nome di Scar.
Mufasa apparentemente ha mantenuto
questa promessa, dato che continua a chiamare Taka Scar anche nel
momento in cui si svolge la storia de Il re leone. Anche
altri personaggi, come Sarabi e Simba, conoscono Taka come Scar, il
che significa che Mufasa non è l’unico personaggio a conoscere
questo soprannome umiliante. Sebbene sia stato Taka a inventare il
nome, è possibile che abbia finito per detestarlo, il che
spiegherebbe perché diventa così malvagio tra Mufasa: Il re
leone e Il re leone.
In Mufasa:
Il re leone Mufasa è devastato dal tradimento di
Taka e dalla sua decisione di collaborare con Kiros, ma durante il
combattimento tra Mufasa e Kiros, Taka cambia idea e si mette
davanti a Mufasa per proteggerlo dal colpo di Kiro, riportando la
cicatrice che lo contraddistingue nel
film d’animazione Il re leone. Tuttavia, Mufasa non
riesce a perdonarlo completamente ed entrambi i fratelli concordano
che Taka sarà d’ora in poi conosciuto come Scar. Mufasa si
ricongiunge con sua madre, Afia, che gli dice che ha sempre saputo
che si sarebbero rivisti, e Mufasa diventa re. Nel presente, Kiara
incontra il suo fratellino e inizia a raccontargli una storia.
Milele e l’origine delle Terre
del Branco spiegate
Prima di essere conosciute come
le Terre del Branco, erano semplicemente Milele
Mufasa aveva solo sentito parlare
di
Milele dai suoi genitori, che raccontavano di un regno dove si
poteva vivere in pace e dove l’acqua e l’erba erano abbondanti. Era
molto diverso dal luogo in cui viveva la famiglia, dove non pioveva
da diversi mesi. Milele era considerato un mito perché sembrava
troppo bello per essere vero. Era la dimora eterna di vari leoni
(e significa “per sempre” in swahili), anche se chi non c’era
mai stato ci credeva davvero. Era un sogno, una speranza per un
futuro migliore che sembrava irraggiungibile.
Milele si rivelò essere le Terre
del Branco, come stabilito nel Re Leone del 1994. L’arrivo
di Mufasa cambiò le cose, poiché Milele non sembrava avere un re
prima di sconfiggere Kiros e il suo branco. La sua ascesa a re di
Milele cambiò il nome. Non era più un mito e, dato che Mufasa era
ora il suo sovrano, l’uso del nome Pride Lands al posto di Milele
aveva senso, poiché si applicava al nuovo branco di Mufasa e al
nuovo futuro che era stato stabilito.
Come Mufasa è diventato il Re
Leone
Il viaggio di Mufasa ha
comportato molte perdite e tradimenti
Mufasa non proveniva da una
famiglia reale ed era stato cresciuto per essere il protettore di
Taka, poiché era in linea per diventare re. Pertanto, l’arrivo di
Mufasa a Milele fu un sollievo per lui; era un’occasione per essere
un tutt’uno con gli altri animali e vivere in pace. All’inizio è
riluttante a diventare re perché non si considera superiore a
nessuno degli animali di Milele. Mufasa credeva che insieme fossero
più forti. Ma è stato il loro incoraggiamento e quello di Rafiki
a cambiare definitivamente l’opinione di Mufasa.
È stato Mufasa a riunire tutti gli
abitanti di Milele, che altrimenti avrebbero potuto lasciare che la
paura li impedisse di combattere contro gli Estranei. È stato sotto
la guida di Mufasa che si sono uniti, e questo è bastato per
volerlo come loro re. Mufasa non si è mai considerato regale:
voleva semplicemente un posto da chiamare casa e una famiglia che
lo amasse. Ma è stato il coraggio del leone di fronte al
pericolo che lo ha elevato a una posizione di leadership. Anche
se avrebbe potuto essere felice senza ricoprire un ruolo di
comando, Mufasa ha accettato la responsabilità perché Milele era
ormai la sua casa.
L’origine e la storia di Scar
spiegate
Taka scelse di cambiare il suo
nome in Scar
Mufasa: Il re leone ipotizza
che Scar non fosse il fratello biologico di Mufasa, come indica
Il re leone, né che abbia assunto il nome di Scar fino a
quando non è diventato un giovane adulto. Scar era Taka molto prima
degli eventi del film d’animazione originale. Suo padre, Obasi, era
il re del suo branco e il piano era che Taka seguisse le sue orme.
Questo era il caso, almeno fino a quando Mufasa e i leoni bianchi
non apparvero e cambiarono la traiettoria della vita di Taka.
Mufasa era stato preparato per
diventare il protettore di Taka. Ma alla fine Taka non ricevette
gli insegnamenti giusti da suo padre, che valorizzava l’inganno più
della lealtà e della verità. L’amore di Taka per Mufasa si è
lentamente eroso mentre guardava il leone randagio dimostrare il
proprio valore più e più volte, mentre il ruolo di Taka diventava
sempre meno importante. Stava persino diventando motivo di
imbarazzo per suo padre, che credeva che essere re fosse qualcosa
di dovuto e non guadagnato, e per sua madre, che adorava
sinceramente Mufasa. La storia delle origini di Mufasa‘s
Scar ha mostrato come l’amore potesse trasformarsi in odio e
amarezza, tanto da spingere Taka a voltare le spalle a suo
fratello.
Taka è diventato Scar a causa
dell’umiliazione subita davanti agli animali di Milele per il suo
tradimento nei confronti del nuovo re. Ma il cambio di nome non
riguarda solo il tradimento. Il fratello che Mufasa conosceva non
c’era più. Non riusciva a chiamare Scar Taka perché le sue azioni
andavano contro il leone che conosceva un tempo. Inoltre, Taka
sembra comprendere il peso delle decisioni che ha preso per
amarezza, risentimento e gelosia. Cambiare il suo nome in Scar
indica che è disposto ad assumersi la responsabilità di ciò che ha
fatto, soprattutto sapendo che Mufasa potrebbe non perdonarlo
mai.
Cosa succede a Simba e Nala
dopo Il re leone
A differenza de Il re leone del
2019, Simba e Nala hanno ruoli molto piccoli nel prequel-sequel
della Disney. Dopo gli eventi de Il re leone, Simba e Nala crescono
Kiara e continuano a governare felicemente sulle Terre del Branco.
Sembrano vivere una vita soddisfacente insieme, allargando la loro
famiglia e vivendo in pace a Pride Rock. Dopo Il re leone, Simba e
Nala sono impegnati ad accogliere i loro figli nel mondo: prima
Kiara e, poco dopo, il loro figlio neonato. Tutto sommato, la
coppia reale di leoni sta bene, soprattutto dopo aver affrontato
tante tragedie e perdite.
Kiara e suo fratello sono il
futuro de Il re leone
Con l’attenzione che si sposta da
Simba e Nala in Mufasa: Il re leone, Kiara e suo fratello
vengono presentati come il futuro del franchise Il re leone:
Kiara come futura regina delle Terre del Branco e suo fratello come
suo protettore. In questo modo, Kiara e suo fratello potrebbero
rispecchiare la traiettoria originale di Mufasa e Scar prima che
Mufasa diventasse re. La storia di Simba è finita e lui, come
Mufasa prima di lui, sarà probabilmente più una guida e un
insegnante per i suoi figli mentre crescono.
Il fratello di Kiara non ha un nome
alla fine di Mufasa: Il re leone, e non è chiaro se prenderà
il nome di suo nonno o se lo studio opterà per chiamarlo Kion, come
il figlio di Simba e Nala nella serie animata La guardia del
leone.
Ora che Kiara sta imparando la vera
storia di suo nonno e la sta trasmettendo a suo fratello, la futura
regina potrà portare avanti l’eredità della sua famiglia.
Mufasa: Il re leone parla dell’eredità e di come viene
costruita. Kiara e suo fratello, che rappresentano il futuro del
franchise e delle Terre del Branco, sono in linea con questo tema.
Simba ha vissuto la sua avventura e ora Kiara e suo fratello si
preparano per la loro. Ascoltare la storia di Mufasa da Rafiki
conferisce a Kiara, in particolare, la capacità di portare i suoi
antenati nel cuore mentre affronta il suo futuro.
Come Mufasa prepara il terreno
per un sequel de Il re leone
C’è ancora molto da raccontare
se la Disney decidesse di continuare
Mufasa ha introdotto Kiara e
le ha dato grande risalto, suggerendo che la sua storia sarà al
centro di un sequel de Il re leone. Anche con la nascita di
suo fratello, è Kiara che si fa avanti per raccontargli la storia
di Mufasa, mostrando un cambiamento cruciale rispetto a Simba come
volto del futuro della saga. Al contrario, un sequel de Il re
leone potrebbe concentrarsi sulla storia di Scar nel periodo
precedente agli eventi del film originale. Anche se Mufasa gli ha
permesso di rimanere a Milele, non è chiaro se abbia immediatamente
stretto amicizia con le iene o se abbia intrapreso un altro viaggio
separato prima de Il re leone.
Il finale di Mufasa lascia
spazio a ulteriori sviluppi su Scar. Potrebbe raccontare la storia
di come è riuscito a guadagnarsi la lealtà dei leoni outsider
presenti in Il re leone II – Il regno di Simba.
Un film incentrato su Scar
sarebbe interessante in quanto spiegherebbe ulteriormente la sua
decisione di uccidere il proprio fratello in Il re
leone. La storia delle origini di Scar è stata raccontata in
Mufasa, ma era comunque incentrata principalmente sul
personaggio titolare. Il finale di Mufasa lascia spazio a
ulteriori sviluppi su Scar. Potrebbe raccontare la storia di come è
riuscito a guadagnarsi la fedeltà dei leoni outsider presenti in
Il re leone II: Il regno di Simba. Ciò collegherebbe la
storia di Scar a quella di Kiara, che incrocia il cammino del
suddetto branco nel sequel animato, preparando il terreno per le
avventure di Kiara.
Il vero significatodelfinale di Mufasa:Il re
leone
Il finale di Mufasa invita
all’unità e all’amore in un contesto di divisione e disprezzo.
Attraverso la storia di Kiros e l’ascesa al trono di Mufasa, il
finale del film suggerisce che una posizione di leadership dovrebbe
essere guadagnata e non conquistata con la violenza. E anche se il
rapporto tra Mufasa e Taka si è deteriorato alla fine del film,
Mufasa ribadisce i legami creati attraverso le famiglie
ritrovate, sia che si tratti di Mufasa e Rafiki o di Mufasa ed
Eshe. Con Rafiki che tramanda la storia delle origini di Mufasa a
Kiara, Mufasa: Il re
leonemostra come il passato possa
influenzare il presente e trasmettere lezioni fondamentali.
Mufasa: Il re leone
introduce un nuovo gruppo di leoni bianchi malvagi. Questi
“Outsiders”, come vengono chiamati nel prequel Disney,
rappresentano una seria minaccia per i vari branchi di leoni della
valle. È a causa loro che Mufasa e Taka devono intraprendere il
loro viaggio, ed è con questi leoni bianchi Outsiders che ha luogo
lo scontro finale di Mufasa: Il re leone. Sono sicuramente
dei cattivi intriganti, ma i leoni bianchi non sono un’invenzione
della Disney. Questo nuovo film Il re leone si è ispirato a
gruppi reali di leoni mutati che sono stati trovati in Sudafrica
per generazioni.
Mufasa: Il re leone del 2024
è al tempo stesso sequel e prequel, poiché vede Rafiki raccontare a
Kiara, la figlia di Simba e Nala, la storia di come Mufasa è
diventato re. Una rivelazione significativa all’inizio del film è
che Mufasa non era nato con sangue reale. Era un leone normale che
era stato separato dai suoi genitori e alla fine era stato
accettato da un nuovo branco. Tuttavia, la famiglia adottiva di
Mufasa era tormentata da un gruppo di Outsider che cercavano di
eliminare i re leoni della valle fino a quando il loro capo, Kiros,
non fosse rimasto l’unico in vita.
Gli Outsider nel Re Leone
spiegati
Chi sono gli Outsider?
Gli Outsider di Mufasa: Il Re
Leone sono un branco di leoni completamente bianchi. Sono più
grandi dei leoni tipici del Re Leone e molto più crudeli.
Rafiki alla fine spiega che questi leoni bianchi non sono nati
tutti in questo unico branco. Sono invece nati da leoni fulvi
tipici e sono stati cacciati a causa delle loro differenze, ovvero
il loro pelo bianco. Nel corso degli anni, questi leoni
rifiutati si sono uniti per formare un unico branco guidato dal re
Kiros. Rafiki ha spiegato che l’essere stati rifiutati e non amati
dai loro branchi originali ha causato una terribile rabbia in
questi leoni bianchi, portandoli a desiderare vendetta.
Il branco di leoni bianchi di Kiros
è diventato una leggenda tra gli altri branchi della Valle dei Re.
Il padre di Taka, Obasi, non li aveva mai visti prima, ma temeva
molto gli “Outsiders” che potevano insinuarsi e distruggere
un branco. Per questo motivo, Obasi temeva Mufasa. Tuttavia, il
padre di Taka alla fine ha scoperto chi erano i veri Outsiders
quando hanno attaccato e sterminato il suo branco in Mufasa: Il
re leone.
Perché gli Estranei stavano
dando la caccia a Mufasa e Taka
Mentre Mufasa e la sua madre
adottiva, Eshe, erano a caccia, furono attaccati da due maschi
Estranei. Mufasa ne uccise uno, mentre l’altro rimase ferito e
tornò al suo branco per riferire a Kiros. Alla fine si scopre che
il leone ucciso da Mufasa era il figlio di Kiros e l’erede del
suo branco. Per vendicarsi, Kiros guidò un attacco contro il
branco di Obasi. Tuttavia, prima che apparissero i leoni bianchi,
Obasi mandò via
Mufasa e Taka. Poiché Mufasa era il responsabile della morte
del figlio di Kiros e Taka era l’erede di Obasi, i leoni Outsider
inseguirono entrambi i leoni fino a Milele.
I leoni bianchi esistono
davvero?
I leoni bianchi sono una
mutazione naturale
Mufasa: Il re leone ha
naturalmente preso alcune libertà creative con le dinamiche dei
branchi di leoni, ma la Disney non ha inventato completamente i
leoni bianchi. Secondo il Global
White Lion Protection Trust, questi animali sono originari
della regione della biosfera Kruger-to-Canyons in Sudafrica. Il
primo avvistamento registrato di leoni bianchi in questa zona
risale al 1938, ma le testimonianze orali indicano che vivono e si
riproducono lì da diversi secoli. Nel corso degli anni, i leoni
bianchi sono stati pesantemente presi di mira dai cacciatori,
quindi il loro numero è diminuito, anche se gli sforzi degli
attivisti hanno portato a un aumento della loro popolazione.
Come in Mufasa: Il re leone,
i leoni bianchi nascono tra la popolazione generale di leoni fulvi.
Non sono affetti da albinismo. Il colore unico dei leoni bianchi è
invece il risultato di una specifica mutazione genetica, le cui
caratteristiche sono state identificate solo nel 2013. Per un certo
periodo si è creduto che i leoni bianchi si fossero estinti, ma nel
2006 hanno ricominciato ad apparire nella regione della biosfera
Kruger-to-Canyon, dimostrando ulteriormente che il gene
responsabile di questi leoni continua ad essere naturalmente
presente nei leoni di questo specifico luogo del globo.
In che modo i leoni bianchi
sono diversi dai leoni normali
I leoni bianchi sono diversi
solo nell’aspetto
In Mufasa: Il re leone, i
leoni bianchi sono più grandi e più potenti dei normali leoni
fulvi. Tuttavia, nella vita reale non è così. A parte il loro
colore, i leoni bianchi condividono pochissime differenze
rispetto alla popolazione generale. I leoni bianchi possono
variare da un colore più biondo a un bianco quasi puro, e il loro
colore generale è chiamato “leucismo”. A differenza degli
animali albini, i leoni bianchi non sono soggetti ad altre
difficoltà genetiche. La loro vista è normale e, a parte essere un
bersaglio più significativo tra i cacciatori di trofei umani, i
leoni bianchi non hanno svantaggi di sopravvivenza.
In passato si credeva che i leoni
bianchi non potessero sopravvivere in natura a causa degli
svantaggi nella caccia. Si pensava che il loro pelo rendesse
difficile il camuffamento. Tuttavia, uno studio condotto dal
Global White Lion Protection Trust nell’arco di 10 anni ha scoperto
che i leoni bianchi sono cacciatori efficaci quanto i loro
simili fulvi nelle aree di libero vagabondaggio. Non ci sono
inoltre prove nel mondo reale che i leoni bianchi subiscano alcuna
forma di ostracismo da parte dei branchi di leoni fulvi, come
invece accade in Mufasa: Il re leone. Inoltre, non esistono
branchi di leoni completamente bianchi in Africa.
I leoni bianchi nel mondo
oggi
I leoni bianchi sono ora
presenti in tutto il mondo
Oggi i leoni bianchi sono ancora
osservati e cacciati in natura, dove sono considerati a basso
rischio dalla Convenzione sul commercio internazionale delle specie
minacciate di estinzione. Questo status è contestato dal Global
White Lion Protection Trust, che cerca di proteggere questi esseri
dal colore unico. Nel tentativo di garantire la sopravvivenza dei
leoni bianchi, è stato istituito un programma di allevamento presso
la riserva di caccia privata Inkwenkwezi, dove non possono essere
cacciati.
Inoltre, ci sono leoni bianchi in
cattività in vari zoo. Lo zoo di Toronto ha ricevuto tre leoni
bianchi nel 2012 e, grazie a loro, nel 2015 sono nati altri quattro
leoni bianchi nello zoo. Siegfried & Roy possedevano due leoni
bianchi allo zoo di Cincinnati fino alla morte dell’ultimo nel
2022. Oltre a molti altri in Nord e Sud America, i leoni bianchi
sono tenuti in cattività in quasi tutti i continenti. Quindi, anche
se non esistono più nella Terra del Branco di Simba dopo
Mufasa: Il Re Leone, i leoni bianchi continuano a
prosperare in tutto il mondo.
Il regista James
Mangold ha affrontato molti generi nel corso degli anni.
Dai film biografici come Le
Mans ’66 – La grande sfida e A
Complete Unknown, ai blockbuster d’azione come Logan
e Indiana
Jones e il Quadrante del Destino, ha dimostrato di
possedere una vasta gamma di competenze. Di recente, oltre a un
film di Star
Wars che esplora le origini degli Jedi ambientato 25.000
anni nel passato, la DC Studios ha ingaggiato Mangold per dirigere
Swamp
Thing.
Il personaggio è stato protagonista
di una serie TV di breve durata, ma questo segnerebbe il ritorno
sul grande schermo di un personaggio – dopo il tentativo del 1982 –
che ben si adatta alla seconda parte della lista “Dei e Mostri” di
James Gunn. Come Waller e The Authority,
Swamp Thing sembra però non andare da
nessuna parte. Recentemente è stato rivelato che
Mangold ha firmato un accordo globale con la Paramount Pictures
per sviluppare, dirigere e produrre progetti cinematografici.
Anche se presumibilmente rimane
legato ai suoi progetti non Paramount, è difficile immaginare che
questi siano una priorità dopo aver firmato un nuovo accordo così
redditizio. Rolling Stone ha dunque recentemente parlato con il
co-CEO della DC Studios James
Gunn e gli ha chiesto se la partnership di Mangold con
la Paramount significhi che Swamp Thing è
“morto”.
“No, no, non è così. No”,
ha detto il regista di Superman prima che gli
venisse chiesto se fosse ancora fiducioso che il film potesse
diventare realtà. “Sì, voglio dire, sì, assolutamente.
Assolutamente. Sì. Abbiamo parlato con lui. È ancora interessato.
Quindi vedremo. Alcune cose richiedono molto tempo. Vedremo cosa
succederà“. Swamp Thing potrebbe non essere
morto, ma non sembra probabile che venga realizzato a breve,
considerati i tanti impegni di Mangold.
I fan della
serie The Conjuring stanno per ricevere una fantastica notizia,
subito dopo il sorprendente successo al botteghino di Il rito
finale. Sebbene non sia considerato un capitolo
dell’acclamato universo, La Llorona – Le lacrime del male (qui
la recensione) è finalmente pronto a tornare con un sequel che
è stato accantonato diverse volte in passato, almeno una volta
durante la pre-produzione. L’entusiasmante progetto, intitolato
The Revenge of La Llorona, ha ora svelato il cast
insieme al pluripremiato regista responsabile, mentre la produzione
è in corso a New York.
Il 9 ottobre 2025 è infatti stato confermato che
The Revenge of La Llorona avrà come protagonisti
Jay Hernandez, il beniamino di Magnum
P.I., e Monica Raymund di Chicago Fire. A loro si aggiunge
Raymond Cruz, che ha recitato in La Llorona –
Le lacrime del male nel ruolo di un “curandero”. Altri nomi
annunciati sono quelli delle stelle nascenti Edy
Ganem (9-1-1), Martín Fajardo
(Griselda), Acston Luca Porto (Dora
and the Search for Sol Dorado) e Avie Porto
(Bob Hearts Abishola). La produzione del sequel è iniziata
il 6 ottobre 2025, con le riprese principali che si svolgono a
Buffalo, New York.
A dirigere The Revenge of
La Llorona è nientemeno che il regista canadese
Santiago Menghini, noto per il suo pluripremiato
cortometraggio Milk, che ha debuttato nel 2021 con il film
horror No One Gets Out Alive. Inoltre, Sean
Tretta, che ha lavorato con James Wan al
film Creature From the Black Lagoon della Universal, ha
scritto la sceneggiatura del film. Nel frattempo, Wan torna come
produttore del prequel del 2019 insieme a Emile
Gladstone e Gary Dauberman.
Di cosa parla The Revenge of La Llorona?
Con The Revenge of La
Llorona ora in produzione, le cose sembrano andare bene
per il film horror dopo che il suo ultimo rinvio è avvenuto
all’inizio del 2024, forse a causa di problemi di budget. In questo
attesissimo sequel, lo spirito vendicativo La Llorona ritorna,
costringendo una famiglia divisa ad affrontare il proprio passato e
ad allearsi con il nonno curandero, da cui si erano allontanati,
per combattere antichi mali, prima che la Donna Piangente si
appropri dei loro figli per sempre.
Il New York Comic Con dello scorso
fine settimana è stato una fonte di notizie molto più ricca
rispetto al San Diego Comic-Con di luglio, in particolare per i fan
della Marvel Television. Dopo aver
pubblicato sabato il
primo trailer di Wonder
Man, i Marvel Studios hanno condiviso la prima sinossi
della serie, insieme all’elenco completo degli sceneggiatori e dei
registi. Abbiamo anche una lista del cast in cui mancano almeno un
paio di nomi degni di nota.
Secondo un comunicato stampa,
Wonder Man avrà come protagonisti Yahya
Abdul-Mateen II, Ben Kingsley, Arian Moayed,
X Mayo, Zlatko Burić,
Olivia Thirlby e Byron Bowers.
Non viene menzionato Demetrius Grosse, che
sappiamo essere stato scritturato per interpretare il fratello di
Simon Williams, Eric (alias The Grim Reaper). Assente anche
Joe Pantoliano, star di Daredevil e
The Last of Us.
Durante un panel di reunion di
Matrix tenutosi domenica a New York, ha detto ai fan:
“Sarò nella nuova serie Wonder Man. Yahya! E Sir Ben Kingsley.
Solo per sentirlo pronunciare il mio nome, ‘Joe Pantoliano’”.
Perché nessuno dei due attori è stato menzionato? Questo resta da
vedere. Intanto ecco la sinossi della serie:
“Simon Williams, aspirante
attore di Hollywood, sta lottando per far decollare la sua
carriera. Durante un incontro casuale con Trevor Slattery, un
attore i cui ruoli più importanti potrebbero essere ormai alle
spalle, Simon viene a sapere che il leggendario regista Von Kovak
sta girando il remake del film sui supereroi “Wonder Man”. Questi
due attori agli antipodi della loro carriera perseguono con tenacia
ruoli che potrebbero cambiare la loro vita in questo film, mentre
il pubblico può dare uno sguardo dietro le quinte dell’industria
dell’intrattenimento“.
È stato poi rivelato che
Wonder Man è scritto da Andrew
Guest (Ep101, Ep102, Ep108); Paul Welsh &
Madeline Walter (Ep 103); Zeke
Nicholson (Ep104); Anayat Fakhraie
(Ep105); Roja Gashtili & Julia
Lerman e Andrew Guest (Ep106);
Kira Talise e Andrew Guest
(Ep107). I registi della serie includono invece Destin
Daniel Cretton (Ep101, Ep102); James
Ponsoldt (Ep103, Ep104); Tiffany Johnson
(Ep105, Ep106) e Stella Meghie (Ep107, Ep108).
La serie Wonder Man
Cretton, attualmente impegnato
nella regia di “Spider-Man: Brand New Day”, ha
co-creato la serie con Andrew Guest (“Occhio di Falco”, “Brooklyn
Nine-Nine”, “Community”), che ne è stato anche lo showrunner. La
serie, dopo diversi rinvii, arriverà su Disney+ dal 27 gennaio. Creato da Stan
Lee, Jack Kirby e Don Heck nel 1964, nei fumetti Marvel, Wonder Man
è l’alias di Simon Williams, figlio del ricco industriale Sanford
Williams.
Dopo che la Williams Innovations si
trova ad affrontare difficoltà finanziarie a causa della
concorrenza con le Stark Industries, Simon finisce per accettare
un’offerta dal Barone Zemo che gli conferisce superpoteri ionici.
Dopo oltre un decennio come antagonista degli Avengers, Simon volta
pagina e diventa un membro di lunga data della squadra. Più avanti
nella sua carriera, Simon si appassiona alla recitazione e si
trasferisce a Los Angeles, dove lavora come stuntman e ottiene
ruoli minori in film di successo.
All’inizio di quest’anno, il boss
della Marvel Television Brad
Winderbaum ha rivelato che Moon Knight,
interpretato da Oscar Isaac, tornerà, anche se non con una
seconda stagione della serie TV
omonima. Il lato positivo è che questo significa che sono in
corso progetti per Marc Spector, Steven Grant e Jake Lockley, ma la
Marvel Studios non ha ancora rivelato di cosa si tratti.
La serie ha debuttato su Disney+ nel 2022 e, sebbene fosse un
po’ grezza, ha fatto discutere i fan e ha visto una performance
stellare (anzi, delle performance) da parte del protagonista
Oscar Isaac. Purtroppo, da allora non
abbiamo più visto il personaggio. La serie si è conclusa con Marc
Spector e Steven Grant apparentemente liberati dall’influenza di
Khonshu, solo per scoprire che una terza personalità,
l’ultraviolento Jake Lockley, continuava a eseguire segretamente
gli ordini del Dio della Luna.
Il personaggio avrebbe dovuto avere
un ruolo chiave in Avengers: The Kang Dynasty,
ma con Rama-Tut messo da parte e l’attenzione spostata sul Dottor
Destino interpretato da Robert Downey Jr., non sorprende
più di tanto che Moon Knight sia stato lasciato da parte. Alla
premiere parigina del film Frankenstein di Netflix, ad Isaac è stato ora chiesto da un fan se apparirà in
Avengers:
Secret Wars e l’attore ha risposto: “È un segreto,
lo sai… ma no”.
Sebbene Isaac ovviamente non avesse
intenzione di confermare con disinvoltura il suo ritorno nei panni
di Moon Knight, siamo propensi a credergli sulla parola, poiché
inserire il vigilante in uno dei prossimi film degli Avengers non
avrebbe molto senso. “Ho pensato che ci fosse un’opportunità
interessante con Midnight Sons”, aveva detto in precedenza
Isaac parlando del suo futuro nell’MCU. “Ci sono personaggi
così interessanti lì dentro, e ora che abbiamo gettato le basi per
capire chi sono Marc, Steven e Jake, potrebbe essere un’opportunità
interessante vederlo come parte di una squadra e vedere quale
sarebbe la dinamica”.
“Quindi penso che sarebbe
emozionante, penso che per me, spero vivamente che ci sia spazio
per esplorare questa possibilità”, ha concluso l’attore.
Mignight Sons sembra la prossima destinazione più ovvia per Moon
Knight, ed è lì che presumibilmente vedremmo personaggi come lui,
Ironheart e Ghost Rider unirsi per combattere
contro il Mephisto, interpretato da Sacha Baron Cohen. Al momento, tuttavia, non
ci sono conferme ufficiali su questo progetto, per cui il destino
di Moon Knight resta incerto.
Da quando KPop Demon
Hunters ha debuttato su Netflix e ha conquistato il mondo, ci sono
state molte speculazioni su come proseguirà il franchise, ricco di
potenziale. Mentre alcune fonti rivelano che
Netflix e Sony sono in trattative per un sequel di KPop Demon
Hunters, circolano anche voci su un potenziale adattamento
live-action, data la popolarità di questo trend a Hollywood.
La creatrice e co-regista di
KPop Demon Hunters, Maggie Kang, aveva precedentemente
commentato la possibilità di un adattamento live-action,
mostrandosi almeno incuriosita dall’idea. Nel giugno 2025 Kang
aveva dichiarato a Forbes: “Mi è piaciuto molto [How To
Train Your Dragon]. Ero seduta in sala e pensavo:chissà
se qualcuno vorrebbe vedere un KPop Demon Hunters
live-action.Come sarebbe?”
Tuttavia, sembra che da allora
abbia cambiato idea, concordando ora con alcuni dei potenziali
problemi discussi riguardo a un live-action di KPop Demon
Hunters. In un’intervista alla BBC,
Kang ha dichiarato: “È davvero difficile immaginare questi
personaggi in un mondo live-action.Sembrerebbe troppo
realistico. Quindi per me non funzionerebbe affatto.” Il
co-regista di Kang, Chris Appelhans, ha aggiunto:
Una delle cose fantastiche dell’animazione è che puoi
creare personaggi con caratteristiche incredibili. Rumi può essere
un comico buffo e un attimo dopo cantare, eseguire un calcio
rotante all’indietro e poi cadere in caduta libera nel
cielo.
Il bello dell’animazione è quanto puoi spingere e
elevare ciò che è possibile. Ricordo che hanno adattato molti anime
diversi e spesso il risultato è un po’
artificioso.
KPop Demon Hunters segue un trio di
superstar del K-pop che di notte fanno i cacciatori di demoni. Sono
ritratti come personaggi buffi e con cui è facile identificarsi,
spesso ricorrendo a tecniche di animazione esagerate per
trasmettere la loro stupidità. Tuttavia, la loro amicizia e la loro
missione sono messe a repentaglio dal fatto che la cantante
principale, Rumi (Arden Cho), tiene segreto il proprio retaggio
demoniaco.
Oltre ad alcune delle migliori
scene comiche del film, che risaltano al meglio nell’animazione, il
mezzo è uno strumento per elevare i temi della connessione
attraverso la musica e il modo in cui funzionano i poteri vocali
dei cantanti. Le loro esibizioni e la passione dei loro fan
alimentano l’Honmoon, una barriera magica che protegge il mondo dai
demoni e che è un elemento visivo sorprendente in tutto il
film.
Nel live action, questo elemento,
così come i demoni, richiederebbe probabilmente una certa quantità
di CGI, con risultati che potrebbero essere molto pacchiani.
L’animazione permette al mondo di KPop Demon Hunters e alle
sequenze d’azione guidate dalla musica di essere più
fantastiche, cosa difficile da immaginare nel live action,
anche se la Disney ha ripetutamente cercato di farlo funzionare con
molti personaggi in CGI.
Kang sottolinea anche un altro
aspetto importante: “Sarebbe troppo realistico.” Questo sottolinea
che parte del fascino di KPop Demon Hunters è il suo tono
stravagante, che accompagna una storia seria e coinvolgente,
mantenendo un attento equilibrio nei temi. Tuttavia, rendere
qualcosa di più serio rifacendolo in live action, tradizionalmente
considerato il mezzo più prestigioso, non funziona per ogni opera
d’arte.
I remake live-action continuano a
proliferare a Hollywood perché sono provati successi al botteghino,
attirando in massa i fan delle proprietà più amate. Un live-action
di KPop Demon Hunters probabilmente otterrebbe questi
risultati. Tuttavia, Kang e Appelhans hanno scelto di continuare a
lavorare con il mezzo che ritengono più adatto alla storia.
Il famoso autore horror
Stephen King ha rivelato la sua
recensione del remake di The
Running Man prima dell’uscita del film il mese
prossimo, lo stesso giorno in cui
è stato presentato il nuovo trailer. Su X, King ha infatti
condiviso le sue opinioni sul
film, adattamento cinematografico del suo romanzo omonimo
pubblicato nel 1982. King ha dichiarato: “L’ho visto ed è
fantastico. È il DIE HARD dei nostri tempi. Un’avventura
emozionante che mette d’accordo tutti”.
Il paragone di King con il film
d’azione Die Hard, con Bruce Willis, potrebbe avere molte
connotazioni, tra cui quanto quel film sia diventato un punto di
riferimento per gli appassionati di azione. Un altro commento degno
di nota di King è il “bipartisan thrill ride”
(un’avventura emozionante che mette d’accordo
tutti), che può essere interpretato in molti modi, ma che di
solito è incentrato sul superamento delle divisioni politiche.
Forse l’interpretazione di Wright di The Running
Man potrebbe avere un significato molto più profondo per
gli spettatori al momento dell’uscita.
Quello che c’è da sapere su The Running
Man
The Running Man
vede Glen Powell nei panni di Ben Richards, che
partecipa a una competizione in cui deve sopravvivere mentre viene
braccato da killer professionisti, il tutto per salvare la figlia
malata. Richards viene inseguito per 30 giorni e deve sopravvivere
contro ogni previsione per vincere. Il film uscirà il 13 novembre
in Italia.
Edgar Wright
dirige questo adattamento. Wright è famoso soprattutto per Baby
Driver e L’alba dei morti dementi, film ricchi di
azione e memorabili. Accanto a Powell, c’è un cast stellare che
include Josh Brolin, William H. Macy,
Michael Cera, Lee
Pace ed Emilia Jones.
Questo è l’ultimo adattamento di
King in uscita quest’anno e si spera che sia uno dei migliori.
Essendo un fan di The Running Man di King, Wright
voleva assicurarsi di essere fedele alla fonte e includere ciò che
l’adattamento originale non aveva. Wright ha dato a King
l’approvazione finale della sceneggiatura e lo scrittore è stato
molto soddisfatto del risultato. L’autore ha dichiarato: “Ero
molto curioso di sapere come avresti affrontato il finale e penso
che tu abbia fatto un ottimo lavoro”.
Taylor Swift ha
annunciato ufficialmente una nuova versione del suo film, The
Eras Tour, che sarà trasmesso in streaming su
Disney+ a partire dal 12
dicembre.
Swift ha dato la notizia durante
la sua apparizione al programma Good Morning
America il 13 ottobre. La cantante 35enne ha rivelato che
offrirà ai fan l’accesso al dietro le quinte del tour Eras, che non
avrebbero potuto vedere nel suo primo film-concerto del tour
mondiale.
In un post sui suoi social media,
Swift ha condiviso il trailer ufficiale, che mostra ciò che
i fan possono aspettarsi dalla prossima uscita e ha dichiarato:
“Era la fine di un’era, e lo sapevamo”. Ha poi
aggiunto:
Volevamo ricordare ogni momento
che ha portato al culmine del capitolo più importante e intenso
della nostra vita, quindi abbiamo permesso ai registi di
immortalare questo tour e tutte le storie che lo hanno intessuto
man mano che volgeva al termine. E di filmare l’intero spettacolo
finale.
The Eras Tour. Taylor Swift |
The Eras Tour | The End of an Era, una docuserie-evento
composta da 6 episodi che racconta, da dietro le quinte, lo
sviluppo, l’impatto e i meccanismi interni alla base del fenomeno
The Eras Tour, e Taylor Swift | The Eras Tour | The Final
Show, il film concerto integrale che presenta per la prima
volta “THE TORTURED POETS DEPARTMENT”, saranno disponibili in
streaming dal 12 dicembre solo su Disney+.
Taylor Swift: The Eras Tour: The Final Show arriverà su
Disney+ a dicembre con le riprese della
sua ultima esibizione a Vancouver l’8 dicembre 2023. Il tour
biennale ha incassato 2 miliardi di dollari in tutto il mondo e
Swift si è esibita per oltre 10 milioni di fan in 149 spettacoli in
cinque continenti. La cantante ha anche dato impulso alle comunità
locali, tra cui un aumento di 300 milioni di dollari all’economia
di Londra, grazie alle otto esibizioni di Swift al Wembley
Stadium.
L’annuncio segue il suo ultimo
film, Taylor Swift: The Official Release Party of a
Showgirl,
che ha superato i principali film di Hollywood al momento della sua
uscita. Il film ha incassato oltre 50 milioni di dollari durante la
sua limitata distribuzione nelle sale. The Official Release
Party of a Showgirl presentava filmati dietro le quinte e video
musicali per accompagnare il suo nuovo album, The Life of a
Showgirl.
The Eras Tour: The Final Show
uscirà insieme a una docu-serie in sei parti che mostra il suo
periodo durante l’Eras Tour, che sarà disponibile in streaming
anche su Disney+ a partire dal 12 dicembre.
Il primo film di Swift, Taylor
Swift: The Eras Tour, ha battuto diversi record quando è uscito nel
2023. In particolare, è diventato il film-concerto di maggior
incasso di tutti i tempi con oltre 261 milioni di dollari. Il nuovo
film includerà anche la creazione del suo album The Tortured Poets
Department, che non era ancora uscito al momento dell’uscita del
primo film, ma era in fase di realizzazione mentre lei era in
tour.
The Eras Tour: The Final
Show è diretto da Glenn Weiss e prodotto dalla società di
produzione dell’artista, la Taylor Swift Productions.
Al Pacino, ricordato per sempre per la sua
interpretazione intimidatoria e complessa in Il padrino,
interpreterà il ruolo di un altro boss della malavita in un nuovo
intrigante
thriller d’azione. Al suo fianco reciteranno Kiefer Sutherland
ed Ever Anderson, quest’ultima diventata famosa grazie al ruolo
della giovane Natasha Romanoff nel film Black Widow della
MCU.
Oggi (13 ottobre), Variety ha annunciato che Pacino reciterà nel
thriller Father Joe, ambientato nella Manhattan degli anni
’90, scritto e prodotto da Luc Besson (Leon: The
Professional). Sutherland interpreterà un uomo di fede che
combatte i criminali della città, scontrandosi con il personaggio
del boss mafioso interpretato da Pacino. Nel frattempo, una giovane
donna (Anderson) sotto la supervisione di Joe viene coinvolta nella
mischia.
Barthélémy Grossmann (Arthur:
Malediction) dirigerà Father Joe, le cui riprese
inizieranno questo mese. Questo fa prevedere che Father Joe
uscirà alla fine del prossimo anno, se si vuole competere nella
stagione dei premi 2027. Sutherland è anche produttore, insieme
alle società LB Production ed EuropaCorp. Sutherland ha
dichiarato:
Sono un fan di Luc
Besson sin dai tempi di Subway. Come regista e sceneggiatore, ha
una capacità unica di intrecciare dramma e azione senza sacrificare
nessuno dei due. Sono davvero entusiasta di questa opportunità di
lavorare con lui come sceneggiatore di Father Joe e con il regista
Barthélémy Grossmann. Non vedo l’ora di iniziare.
Se Father Joe sarà accolto
favorevolmente dalla critica, potrebbe lanciare la diciassettenne
Anderson, già una stella nascente di grande rilievo, verso nuovi
livelli di fama. Dopo la sua breve ma incisiva interpretazione in
Black Widow, Anderson ha ottenuto un altro ruolo di alto profilo
come uno dei personaggi principali nel film Disney del 2023 Peter
Pan & Wendy. Anderson appare anche in Resident Evil: The Final
Chapter e Bionic Buzz.
Pacino che interpreta un altro
ruolo nel genere poliziesco sarà sempre benvenuto, avendo
consolidato la sua eredità in questo campo con
Il padrino,
Scarface, Heat, The Irishman e altri. Tuttavia,
questo nuovo film sembra che si concentrerà maggiormente sul suo
rivale; Kiefer Sutherland è stato il protagonista della serie
d’azione 24, ma appare anche in film riflessivi come
Melancholia.
Il commento di Sutherland sulla
“capacità di intrecciare dramma e azione” di Besson offre forse
qualche indizio su come sarà Father Joe, senza dubbio emozionante
con scene di combattimento avvincenti, ma anche radicato nei suoi
personaggi. In particolare, la battaglia tra Pacino e Sutherland
potrebbe essere centrale, dato che si scontrano a livello
morale e sostengono visioni del mondo molto diverse.
Tuttavia, probabilmente sarà ancora
Anderson a emergere come il cuore di questo film in uscita, se il
modo in cui il conflitto influisce su un giovane coinvolto
diventerà il tema centrale. Con una leggenda come Al Pacino
a bordo, la produzione spera probabilmente almeno in qualche
riconoscimento ai premi del prossimo anno, che otterrà se questo
sarà davvero un thriller poliziesco originale con un messaggio
chiaro.
Channing Tatum ha recitato in film acclamati dalla
critica e successi al botteghino, ma una delle cose per cui è più
ricordato è una citazione tratta da 22 Jump Street che è diventata un meme virale, ma che
secondo l’attore non sembrava particolarmente memorabile quando è
stata girata inizialmente.
Il meme in questione è quando
Jenko, interpretato da Tatum, mentre lavora sotto copertura, viene
interrogato dai criminali su cui stanno indagando. Lui risponde,
con una voce strana: “Mi chiamo Jeff.” Quel momento
comico, ormai iconico, è tornato alla ribalta perché nel nuovo film
di Tatum, Roofman, l’attore interpreta un personaggio che si
chiama proprio Jeff.
L’attore ha parlato di questa
coincidenza in un’intervista con Ash Crossan di ScreenRant in
occasione dell’uscita di Roofman, anche se ammette di “non averci
nemmeno pensato” inizialmente. Riconosce che probabilmente
dovrebbe, perché lo sente dire abbastanza spesso, anche se di
solito in un luogo insolito: gli aeroporti.
Lo sento ogni volta che passo i
controlli della TSA. Qualcuno della TSA, direi oltre il 95% delle
volte, dice “Mi chiamo Jeff”.
Tatum aggiunge che “è incredibile
cosa diventa pop culture”, perché ha detto che la battuta “non
era nemmeno così divertente quel giorno”. Ma la battuta è parte
di ciò che rende la serie Jump Street un classico della commedia
recente.
Questo ha portato molti a
riflettere sul destino di Jump Street. Tatum e Jonah Hill hanno recitato in 22 Jump Street nel 2014 e, sebbene ci siano
state voci su un altro film, nulla è stato confermato. Tatum non
crede che ci sarà mai un nuovo capitolo a causa del potenziale
budget. Tuttavia, questo dà a Tatum la possibilità di recitare in
nuovi progetti, come Roofman.
Basato su una storia vera, Roofman
vede Tatum nei panni di Jeffrey Manchester, che, dopo essere
finito in prigione per aver rapinato una serie di McDonald’s
irrompendo dai tetti durante la notte, fugge e si nasconde in un
Toys “R” Us per mesi. Mentre è nascosto, assume una nuova
identità e inizia una relazione con una dipendente, rischiando la
sua libertà per avere la possibilità di un legame reale.
La donna della cabina numero 10 porta la ricerca
della verità di Laura “Lo” Blacklock (Keira Knightley) a un
finale sorprendentemente felice, dopo la rivelazione del colpo
di scena su cui ruota la trama. Basato sull’omonimo romanzo di Ruth
Ware, il nuovo thriller di Netflix segue Lo, una pluripremiata giornalista del
Guardian, che accetta quello che crede sarà un incarico
facile: seguire un’iniziativa di beneficenza su uno yacht di
lusso.
Il miliardario Richard Blummer
(Guy Pearce) sta organizzando l’evento per
raccogliere fondi per la ricerca sul cancro, a causa della diagnosi
di sua moglie Anne (Lisa Loven Kongsli). Lo
incontra brevemente Anne, che le rivela di voler donare tutti i
suoi beni dopo la sua morte. Quella notte, Lo vede la donna nella
cabina accanto alla sua essere gettata in mare, ma nessuno le crede
quando tutti i passeggeri vengono ritrovati.
“Non è una storia con un
narratore inaffidabile”, afferma la regista Simone Stone in
un’intervista con Netflix. “Il pubblico non mette mai in
dubbio che questa persona abbia visto ciò che ha visto. Si è
completamente d’accordo con lei e lo si accetta come un fatto. È la
sua lotta contro una cospirazione.”
Chi era la donna nella cabina
10 e chi l’ha uccisa, spiegato
Quando Laura torna da Anne il
giorno dopo, lei la liquida e ci sono alcune incongruenze nel suo
comportamento. Attraverso una pericolosa indagine, Lo scopre che
la donna gettata in mare era proprio Anne. Carrie (Gitte Witt),
che Lo ha incontrato brevemente prima dell’omicidio, è una sosia
assunta da Richard per sostituire sua moglie dopo averla uccisa,
per riprendere il controllo della fortuna.
“Ho pensato che la
conversazione sul presupposto patriarcale di poter semplicemente
sostituire le donne, come se fossero sacrificabili, di poterle
eliminare e andare avanti,fosse il fulcro del
film”, dice Stone. Mentre Carrie inizialmente cerca di
convincere Lo a smettere di cercare risposte, Lo la costringe a
riconsiderare la questione quando le fa notare che Carrie non sarà
mai al sicuro da Blummer, poiché il suo piano dipende dal suo
silenzio.
L’ex fidanzato di Laura, Ben (David
Ajala), un fotografo che sta seguendo la crociera, viene
tragicamente ucciso mentre la aiuta a fuggire per tornare a terra e
partecipare al gala, in modo che lei possa smascherare Blummer.
Quando Carrie conferma la storia, Lo riesce a impedire a Blummer
di fuggire con l’aiuto di Sigrid (Amanda Collin), il capo della
sicurezza della crociera. La fortuna di Anne viene donata
secondo i suoi desideri.
Lo torna al The Guardian
e scrive una versione della storia con un tono ottimista,
sottolineando che Anne e coloro che hanno aiutato Lo a fuggire
hanno fatto del bene. Lo e Carrie sembrano rimanere amiche.
“Una volta che Lo capisce che sta succedendo qualcosa, non
accetta un no come risposta”, dice Knightley (anche a Netflix).
“Lei va avanti e va avanti e va avanti”.
La donna della cabina numero 10
parla in parte di Lo, una giornalista che sta iniziando a
disilludersi del suo lavoro, ma che viene ricordata del bene che
c’è nelle persone. È traumatizzata perché (prima degli eventi del
film) una donna che aveva accettato di parlare con lei come
testimone del traffico di esseri umani è stata uccisa per
impedirlo. Lo si ritrova quindi a lottare per la sua vita per
scoprire la verità.
La donna della cabina numero
10 ha debuttato con un punteggio deludente su Rotten Tomatoes,
ma è comunque diventato un successo mondiale su Netflix. La donna
della cabina numero 10 offre un approccio unico al genere
giallo, con immagini eleganti e una performance ovviamente
eccellente della Knightley, e la sua conclusione illustra la chiara
visione che la produzione aveva dei temi della storia.
L’ultimo episodio di The Walking Dead: Daryl Dixon ha visto un bacio con
Carol Peletier, e la star Melissa McBride ha rivelato cosa ha
significato quel momento per il suo personaggio. Dopo aver recitato
in The Walking Dead per 11 stagioni,
McBride si è unita a Daryl Dixon come personaggio fisso
della serie a partire dalla seconda stagione. Tuttavia, le trame
romantiche che coinvolgono Carol sono state poche e sporadiche.
McBride ha parlato con Entertainment Weekly del bacio di Carol con Antonio
durante la stagione 3 di The Walking Dead, episodio 6,
“Contrabando”, e ha ammesso che era “da un po’” che il suo
personaggio non aveva scene romantiche nella serie.
Dato che Carol non aveva idea se
avrebbe mai rivisto Antonio, e con la posta in gioco così alta
(come far uscire di nascosto suo figlio Roberto), il bacio è
sembrato un passo naturale per entrambi, che l’attrice ha definito
“dolce”.
Tuttavia, il bacio porterà Carol a
mettere in discussione tutto. Potrebbe iniziare a chiedersi se
Antonio l’abbia baciata solo perché era in uno stato di
disperazione mentre cercava di salvare suo figlio. “Farà
qualsiasi cosa per salvare suo figlio? È parte di questo?” si è
chiesta McBride.
Nonostante Carol potesse dubitare
delle sue decisioni, McBride ha amato i piccoli momenti che
circondavano il legame tra Carol e Antonio. Carol è entrata nel suo
“spazio nel villaggio” e ha avuto la possibilità di
sperimentare le cose dal suo punto di vista e ciò che lo rende
felice.
Sono anche solo le piccole cose,
come le foto appese al muro, che le hanno rivelato molto su chi è
veramente Antonio: è un “mistero” e un “uomo
interessante”, e McBride ha apprezzato il fatto che Carol abbia
incontrato una persona del genere.
I fan potrebbero avere reazioni
forti al bacio tra Carol e Antonio, sia positive che negative, ma
McBride spera che gli spettatori tifino affinché questi due
personaggi vivano esperienze che li rendano felici, anche se rare.
Secondo lei, nonostante stiano cercando di sopravvivere
all’apocalisse zombie, Carol e Antonio meritano di
“evolversi” come personaggi e di “vivere la vita”.
Leggi i suoi commenti qui sotto:
È passato un po’ di
tempo. Lui è solo grato, e poi c’è un’ondata di emozioni. Lei deve
andare, deve portare Roberto fuori da lì, e si chiede cosa fare con
questo. La posta in gioco è altissima, e lo rivedrà mai più? È
anche molto dolce.
Cosa significa questo
bacio? Lei potrebbe chiedersi cosa significhi quel bacio. È di un
uomo che vuole disperatamente salvare suo figlio, e questo ha
qualcosa a che fare con questo? Lei sta andando a prenderlo per
portarlo in salvo, e lui farà di tutto per salvare suo figlio? Fa
parte di questo?
Sai cosa mi piace? Mi
piace che lei sia nel suo spazio in questo villaggio che è, per la
maggior parte, quasi indenne da ciò che sta accadendo nel mondo.
Lei è nel suo spazio, quindi sta vivendo la sua esperienza, e si
può capire molto di una persona dalle sue cose. Le foto e i poster
sul muro, le macchine fotografiche, le bobine di pellicola, la TV.
Probabilmente è la prima volta dopo molto tempo che lei viene
informata così tanto su qualcuno vedendolo nel suo ambiente. Lui è
una tale curiosità per lei, un mistero e semplicemente un uomo
interessante. Mi piace questo aspetto che ho modo di
incontrare.
Stiamo raccontando una
storia, e questi personaggi evolvono e vivono delle esperienze. E
spero che sia quello che vogliono per loro. Comunque vada a finire,
che finisca ora o più avanti, vogliamo che vivano la vita, l’amore
e ogni genere di esperienza, sia insieme che
separatamente.
Quando è uscito il primo Walking
Dead, Carol era in una situazione vulnerabile perché aveva una
relazione violenta che è finita quando i vaganti hanno attaccato il
suo compagno. Più tardi, sua figlia Sophia si è trasformata in un
vagante; questa grande rivelazione per gli spettatori, quando è
uscita dal fienile, è stata una delle scene più iconiche
dell’intera serie.
Da allora, la situazione
sentimentale di Carol non è cambiata molto, anche se ha avuto una
relazione con Tobin e si è sposata con Ezekiel.
L’arrivo di Antonio durante la
terza stagione di The Walking Dead: Daryl Dixon è avvenuto in
un momento in cui lui e Carol potevano aver bisogno l’uno
dell’altra più che mai. Come ha detto McBride, Antonio è in uno
stato di disperazione per suo figlio, ma il legame tra lui e Carol
sembra ancora genuino.
Solo il tempo dirà se finiranno per
continuare questa storia d’amore in The Walking Dead: Daryl
Dixon; se così fosse, sarebbe un momento meritato per
questi due personaggi.
Al cinema dal 16 ottobre,
Squali di Daniele
Barbiero
vede protagonisti
Lorenzo Zurzolo e James
Franco in una storia che, sebbene ricordi molte
altre avventure cinematografiche, trova nei motivi di suo maggiore
interesse proprio la sua commistione di riferimenti, che lasciano
pensare che il film di Barbiero possa essere un’esperienza
cinematografica gratificante e divertente.
In Squali,
Max è un ragazzo di diciannove anni proveniente da un piccolo paese
veneto, si ritrova a vivere l’estate che segue la maturità, quel
periodo di libertà tanto atteso ma anche segnato dalla necessità di
prendere decisioni importanti per il futuro. Insieme ai suoi amici,
Filippo e Anna, ha pianificato un viaggio in Spagna per celebrare
la fine della scuola, ma tutto cambia quando riceve una proposta
inaspettata: Robert Price, un imprenditore nel campo delle startup,
è interessato a sviluppare l’app che ha creato per aiutare i suoi
coetanei a scegliere la facoltà universitaria.
Senza rendersene conto si trova su
un treno verso la Capitale, dove dovrà confrontarsi con un mondo
competitivo e un’opportunità che potrebbe cambiare il suo destino.
Mentre gli amici si godono un’estate spensierata, Max è costretto a
fare i conti con le proprie paure, con l’incertezza di non sapere
quale strada intraprendere, e con il desiderio di non rimanere
immobile in un mondo che sembra muoversi troppo velocemente. In un
viaggio che lo porterà a capire cosa vuole veramente dalla vita, si
troverà a dover scegliere quale strada intraprendere, quale sarà il
suo futuro?
Daniele
Barbiero ha realizzato una storia che si muove a metà
tra The Social Network e Wall
Street, tra l’emozione giovanile di vedere realizzata,
prodotta e resa reale e produttiva un’intuizione arrivata
esclusivamente dalla propria mente e quell’impatto duro e spesso
sgradevole che i giovani di belle speranze hanno con un mondo
affascinante e scintillante che però spesso nasconde oscurità e,
sotto sotto, una fregatura, a meno che non siamo disposti a vendere
l’anima e imparare a
navigare quelle acque torbide.
James
Franco come novello Gordon
Gekko e
Lorenzo Zurzolo come aspirante Mark
Zuckerberg ci aspettano in sala dal 16 ottobre 2025,
grazie a Eagle Pictures.
Miles Heizer, che interpreta
Cameron Cope in Boots,
ha parlato del futuro della serie di successo e delle possibili
trame che potrebbero essere sviluppate in futuro. Boots ha
debuttato su Netflix con recensioni estremamente positive e un
punteggio del 92% su Rotten Tomatoes.
La serie, basata sul libro di
memorie The Pink Marine di Greg Cope White, racconta la storia
di un giovane gay che si arruola nell’esercito in un periodo in cui
era illegale per la comunità LGBTQ+ farlo.
Sebbene Boots non sia ancora
stato rinnovato, Heizer è ottimista. Durante un’intervista con
Variety, l’attore ha riconosciuto che ci sono ancora
molte storie da raccontare, tra cui altre “esperienze
diverse” di Greg e l’attuazione e l’abrogazione della politica
Don’t Ask, Don’t Tell. Heizer ha ammesso che continuerebbe a girare
Boots per 10 stagioni se Netflix desse il via libera. Ecco i
suoi commenti:
Ci sono molte storie da
raccontare, dalle diverse esperienze di Greg nei Marines al Don’t
Ask, Don’t Tell fino alla sua abrogazione. Lo farei per 10 stagioni
se ci lasciassero.
Le politiche relative alle persone
LGBTQ+ che prestano servizio nell’esercito degli Stati Uniti sono
cambiate enormemente nel corso degli anni, a seconda di chi è al
potere. Bill Clinton ha promulgato il Don’t Ask, Don’t Tell a metà
degli anni ’90.
Considerando che la politica
consentiva alle persone LGBTQ+ di prestare servizio militare senza
rivelare il proprio orientamento sessuale, il DADT avrebbe dovuto
fungere da compromesso tra liberali e conservatori, anche se
Clinton ha poi ammesso che si è trattato di un grave errore. Il
Don’t Ask, Don’t Tell è stato poi abrogato nel 2011 sotto la
presidenza di Barack Obama.
Durante il secondo mandato
presidenziale di Donald Trump, la comunità transgender è
attualmente bandita dal servizio militare dopo che Joe Biden ha
revocato la politica anti-trans del primo mandato di Trump.
Questa storia reale del Don’t Ask,
Don’t Tell e di politiche anti-LGBTQ+ simili significa che ci sono
molte storie che potrebbero fungere da spina dorsale per le future
stagioni di Bones, come ha indicato Heizer.
L’attore ha riconosciuto che lui e
il resto del
Boots cast della prima stagione, che include Max Parker,
Vera Farmiga, Cedrick Cooper e Ana Ayora, non si
sono resi conto durante le riprese di quanto lo show sarebbe stato
“rilevante”, nonostante fosse ambientato negli anni ’90, cosa che
lui ha definito “sconvolgente”:
Quando abbiamo iniziato le
riprese [nel 2023], non credo che avessimo intenzione di
trasmettere un messaggio così rilevante per l’attualità. Ma poi,
naturalmente, mentre lo stavamo realizzando, tutte queste cose
hanno cominciato ad accadere. È molto interessante che “Boots”
metta in luce ciò che sta realmente accadendo ora, anche se la
serie è ambientata nel 1990. È sconvolgente.
L’Iraq invase il Kuwait nel 1990,
un momento storico menzionato nel
finale della prima stagione di Boots dopo che le nuove reclute
avevano completato l’addestramento; l’episodio si concludeva con
Cameron e Ray McAffey, interpretato da Liam Oh, che si preparavano
ad affrontare un futuro incerto. Siamo quattro anni prima del Don’t
Ask, Don’t Tell, quindi ci sono ancora altre trame che possono
essere esplorate fino ad allora.
In un’epoca in cui servizi di
streaming come Netflix non esitano a cancellare le serie, non c’è
alcuna garanzia che Boots finirà per essere una serie di lunga
durata. Un modo per aggirare questo ostacolo è quello di fare un
salto in avanti nel tempo, in modo che Boots possa incentrare una
stagione su Don’t Ask, Don’t Tell il prima possibile.
Se Boots verrà rinnovato,
non c’è dubbio che i produttori, gli sceneggiatori e il cast
continueranno a presentare storie avvincenti, importanti e
rilevanti che devono essere raccontate.
Apple ha
silenziosamente rinominato il suo servizio di streaming mentre lo
streamer entra in una nuova era. Apple
TV+ è stato lanciato nel 2019 in un momento in cui
diverse società multimediali stavano creando i propri streamer e
cercavano di diventare il nuovo Netflix. Disney+ ha debuttato 11 giorni
dopo. HBO
Max della Warner Bros. e Peacock
della NBCUniversal hanno seguito l’esempio nel 2020.
Lo streamer ha annunciato oggi che
eliminerà il “+” dal suo nome e d’ora in poi si chiamerà
semplicemente Apple TV. In una dichiarazione,
Apple ha citato questa mossa come rappresentativa della sua
“nuova identità vivace”, in vista del futuro
dell’azienda.
Questo annuncio è arrivato lo
stesso giorno in cui è stata annunciata la data di uscita del 12
dicembre per il debutto di F1: The Movie sul servizio di streaming, dopo il
successo nelle sale cinematografiche. Leggi qui sotto la
dichiarazione completa di Apple sul cambiamento:
Apple TV+ è ora semplicemente Apple
TV, con una nuova identità vivace. In vista del suo debutto globale
in streaming su Apple TV, il film continua ad essere disponibile
per l’acquisto sulle piattaforme digitali partecipanti, tra cui
l’app Apple TV, Amazon Prime Video, Fandango at Home e altre.
Sebbene Apple TV non abbia quasi
tanti contenuti quanto altri servizi di streaming come Netflix e
Disney+, è uno streamer che privilegia
la qualità alla quantità.
The Morning Show, Severance, Ted
Lasso, The Studio, CODA e molti altri hanno vinto
importanti premi a Hollywood, con Severance e The
Studio che hanno appena vinto diversi riconoscimenti agli
Emmy Awards a settembre. CODA ha vinto il premio come miglior film
agli Academy
Awards nel 2022.
Nonostante questi riconoscimenti,
il cambio di nome di Apple TV arriva in un momento di incertezza
nell’era dello streaming. Gli aumenti di prezzo per tutti i
principali servizi di streaming come Apple vengono attuati a destra
e a manca, il che causa sempre grande frustrazione tra gli abbonati
che temono che guardare la TV al giorno d’oggi stia diventando
costoso quanto avere un abbonamento via cavo tradizionale.
Ad aumentare l’incertezza è il
fatto che alcuni servizi di streaming si stanno fondendo o
chiudendo, tra cui Hulu che è stato incorporato in Disney+. Warner Bros. ha tentato di
fondere HBO Max e Discovery+, anche se quest’ultimo esiste ancora
come servizio a sé stante.
A proposito, HBO Max ha subito
diversi cambi di nome, prima abbandonando “HBO” e chiamandosi Max,
poi ripristinando il nome riconoscibile.
Con la fusione delle principali
società di media, il futuro dei loro servizi di streaming è
incerto. Ci sono notizie secondo cui Paramount vorrebbe acquistare
Warner Bros. Discovery. Se ciò dovesse avvenire, i dirigenti
dovrebbero decidere se fondere HBO Max e Paramount+ in un unico servizio di streaming o
mantenerli separati.
Apple non sta subendo una fusione,
quindi si trova in una situazione diversa rispetto ad alcuni dei
suoi concorrenti. Tuttavia, eliminare il “+” dal nome del suo
servizio di streaming potrebbe creare una nuova confusione.
Dopotutto, Apple ha già un dispositivo di streaming, simile a Roku
e Fire Stick di Amazon, chiamato Apple TV.
In futuro, ogni volta che Apple
menzionerà Apple TV nei comunicati stampa e negli annunci, alcuni
consumatori potrebbero confondersi sul fatto che si riferiscano al
dispositivo multimediale o al servizio di streaming.
Il simbolo più è diventato sinonimo
di streamer, tra cui Disney+, Paramount+ e Discovery+. Hulu
aveva una versione del suo streamer chiamata Hulu Plus per
differenziarla dalla versione gratuita, anche se in seguito è stata
rinominata semplicemente Hulu quando è diventata un servizio solo a
pagamento.
È un nuovo giorno per Apple.
Con un nome più semplice, si spera che Apple TV possa continuare a
produrre contenuti di qualità e aggiudicarsi molti altri premi
negli anni a venire.
M. Night Shyamalan
torna in televisione per dirigere una nuova serie. Il due
volte candidato all’Oscar è noto per i suoi film singolari, tra cui
Il sesto senso, Signs e Old. Ma in una
carriera che dura da decenni, Shyamalan ha anche fatto incursioni
nel piccolo schermo. Ha diretto per la prima volta il debutto della
serie fantascientifica della Fox Wayward Pines, che ha
ottenuto ascolti record per la sua prima puntata.
Il contributo di Shyamalan alla
televisione è aumentato con la serie horror Apple
TVServant, recentemente conclusasi, di cui è stato
produttore esecutivo e ha diretto cinque episodi. La serie
era incentrata su una coppia che aveva perso il figlio e sugli
strani colpi di scena che la storia ha preso nel corso di quattro
stagioni. Ora, però, Shyamalan si prepara ad avere il suo più
grande coinvolgimento in una serie televisiva.
Mattel ha rivelato che Shyamalan
dirigerà, co-creerà e co-dirigerà una serie live-action basata
sull’iconico franchise Magic 8 Ball.
Sviluppato da Mattel Studios, il progetto è descritto come un
dramma soprannaturale di alto livello incentrato sui personaggi,
che unisce intensità psicologica e intrigo culturale. Brad
Falchuk, due volte vincitore di un Emmy, che in precedenza
ha co-creato Glee e American Horror Story, sarà
sceneggiatore, co-creatore e co-showrunner insieme a Shyamalan.
Il regista di Split e
The Visit ha condiviso la notizia dell’annuncio su
Instagram, pubblicando una foto della sceneggiatura dell’episodio
pilota. Si sottolinea che Shyamalan dirigerà, mentre Falchuk
scriverà l’episodio. Date un’occhiata al post qui sotto:
La collaborazione tra Shyamalan e
Falchuk è interessante, soprattutto se si considera il materiale di
partenza. Il Magic 8 Ball, un giocattolo nero a forma di sfera
inventato da Albert C. Carter e Abe Bookman, fornisce risposte
casuali alle domande quando viene agitato. Ne vengono venduti un
milione di esemplari all’anno. I due potrebbero divertirsi molto
con questa premessa, dato che sia American Horror Story che
Glee possiedono un senso dell’umorismo a volte crudo che
potrebbe adattarsi alla casualità apparente delle risposte.
Questa aggiunta alla filmografia di
M. Night Shyamalan arriva mentre Mattel sta cercando di aumentare
la sua presenza nel cinema e in televisione dopo il successo da 1,4
miliardi di dollari di Barbie di Greta Gerwig. L’azienda ha in programma un
adattamento di alto profilo di Masters of the Universe nel 2026,
con Nicholas Galitzine e Camila Mendes, insieme ad altri progetti
in varie fasi di sviluppo.
Mattel sta progettando adattamenti
di Barney, Hot Wheels e Polly Pocket, tra gli
altri.
C’è ancora molta strada da fare per
la serie Magic 8 Ballin termini di
rivelazione del cast e dei dettagli concreti della trama, per non
parlare della sua potenziale piattaforma di streaming. Ma per i fan
del lavoro del regista, sarà interessante vedere come sarà una
serie completa di M. Night Shyamalan dopo che lui stesso ha
anticipato la possibilità con Wayward Pines.
Predator:
Badlands rompe una tradizione della serie che durava da
quasi quarant’anni. In uscita nelle sale il 7 novembre, il sesto
capitolo della serie di fantascienza d’azione del regista Dan
Trachtenberg segue il viaggio di Thia (Elle Fanning) e Dex (Dimitrius
Schuster-Koloamatangi) mentre combattono altre creature
alla ricerca del nemico finale.
Regal, AMC, IMAX e altre catene
di cinema hanno classificato il film con un rating PG-13, il
che renderebbe Badlands il primo capitolo della
famosa serie violenta a non avere un rating R. L’unica eccezione
fino ad ora è Alien
vs. Predator, un crossover tra le serie Alien e
Predator.
Badlands presenterà un
crossover con Alien introducendo un personaggio chiave nella
tradizione della saga, ma il film è pubblicizzato come un film di
Predator. Da quando è stata resa nota la classificazione,
i fan hanno espresso sentimenti contrastanti riguardo alla
classificazione più adatta alle famiglie. Alcuni temevano che
il nuovo film, in parte frutto del successo di Prey, non sarebbe stato all’altezza dei suoi
predecessori.
Secondo la Motion Picture
Association, i film PG-13 consentono l’uso singolo di una
delle parole più crude di origine sessuale e le descrizioni di
violenza, se non realistiche, estreme o persistenti, mentre i
film classificati R presentano scene cruente, nudità in contesti
sessuali e linguaggio esplicito.
Il cambiamento di classificazione
consentirebbe al nuovo film Predator di attirare un
pubblico più ampio. Tuttavia, dato che il franchise ha
costruito la sua reputazione sulla rappresentazione di violenza
grafica e sangue, in particolare con l’originale del 1987 che si
avvicinava molto al genere slasher, la classificazione indica una
nuova direzione per il franchise.
Il trailer ufficiale di
Predator: Badlands ha offerto ai fan un primo assaggio
della dinamica tra Thia e Dex mentre intraprendono un
viaggio attraverso un pianeta pericoloso. Anche se il trailer non
mostra uccisioni in stile slasher, anticipa la chimica tra i
personaggi principali e le azioni emozionanti. Recentemente,
Trachtenberg ha anche confermato che il nuovo film condividerà
almeno una caratteristica con il grande successo Prey.
In un’intervista con
ScreenRant, il regista ha rivelato che Badlands inizierà con “un evento molto
traumatico” che spingerà Dex in un’avventura, catapultando
il pubblico in una “situazione emotivamente e fisicamente molto
intensa insieme a lui”. Ha inoltre sottolineato che, in
sostanza, il nuovo Predator racconta la storia di due
emarginati che formano un’alleanza improbabile.
Sebbene il seguito più logico alla
premiere streaming da record e all’accoglienza positiva di
Prey sarebbe un sequel, il
produttore Ben Rosenblatt ha spiegato che ciò che ha reso
Badlands una priorità è il fatto che offre “qualcosa di
inaspettato” e che l’intenzione di Trachtenberg con questo
film era quella di fare “un grande passo che nessuno ha ancora
fatto.” Essendo il primo film principale della serie a
rompere la tradizione di lunga data, è in linea con la visione del
regista.
Andrew Garfield ha passato mesi a sostenere
che non sarebbe tornato nei panni di Peter Parker in
Spider-Man:
No Way Home… e poi sappiamo come è andata. Mentre
l’attore cercava di preservare la sorpresa per i fan, molti ora
dubitano spesso di ciò che dice nelle interviste.
GQ ha recentemente parlato con
l’attore britannico del suo nuovo film, After the Hunt –
Dopo la Caccia. Andrew Garfield ha negato di essere pronto a
tornare nei panni della sua variante di Peter Parker in
Avengers:
Doomsday, e gli è stato poi chiesto delle voci secondo
cui The Amazing Spider-Man 3 sarebbe in
lavorazione. “Non succederà e non credo che succederà mai, ma è
carino da parte tua volerlo”, ha risposto Garfield, mettendo
fine alle speculazioni una volta per tutte.
Dal 2021, i fan hanno fatto una
campagna instancabile affinché Sony realizzasse #MakeTASM3, dopo il
suo ritorno nei panni di “Peter #3”. Purtroppo, sembrano
dimenticare che il film avrebbe dovuto ruotare attorno a una
formula in grado di resuscitare i morti, con una sottotrama
apparentemente dedicata alla testa decapitata di Norman Osborn.
Avremmo anche assistito a un film
sui Sinistri Sei con Spidey come parte del team, e
se questo terzo capitolo fosse stato realizzato sotto la
supervisione della Sony Pictures piuttosto che dei Marvel Studios, probabilmente non
sarebbe stato all’altezza delle aspettative. Dopotutto, Avi
Arad non è più bravo a raccontare storie oggi di quanto
non lo fosse allora. Considerando tutto ciò, The Amazing
Spider-Man 3 probabilmente non sarebbe ciò che i fan
sperano.
Nel luglio 2023, Garfield disse:
“La storia non finisce mai. Che la giriamo o no, c’è una storia
che si svolge in un universo da qualche parte, c’è un potenziale
infinito con questo personaggio e altre iterazioni. Quindi sì, è
sicuramente là fuori a fare qualcosa.”
Più di recente, a Andrew Garfield è stato chiesto se ci fossero
state discussioni su un possibile ritorno in Marvel. “Sì,
certo, la tua supposizione non è infondata”, ha risposto con
un sorriso. “Se fossi al tuo posto, immagino di dire ‘Sì,
probabilmente ha avuto qualche conversazione’, anche, sì.”
Spinto a fornire ulteriori
dettagli, Garfield decise di schivare abilmente la domanda.
“Capisco anche quella domanda. Capisco anche che nella tua
posizione ti starai chiedendo, visto il successo, che diresti:
‘Beh, ne stanno parlando’. Immagino come tu possa immaginare che
sia vero.”
“Questo sembra un po’ illegale,
una sorta di insider trading in un certo senso”, rispose
quando l’intervistato gli chiese se avrebbe dovuto scommettere su
Garfield che tornava a vestire i panni di Spider-Man.
“Qualunque cosa dica, potrei essere ritenuto responsabile per
questo, e mi rifiuto di commentare.”
La
stagione 8 di FBI si
apre con una grave perdita per la squadra di Jubal, ma c’è un lato
positivo. Nell’ambito del palinsesto televisivo 2025-2026 della
CBS, l’unico programma di Dick Wolf trasmesso dalla rete ha
gradualmente aumentato il numero di spettatori nel corso degli
anni. In qualche modo, FBI ha superato tutti i programmi
delle serie Law & Order e One Chicago in termini di
ascolti. Detto questo, è logico che sia una delle prime visioni più
attese del ciclo.
Ora che la CBS ha deciso di
lanciare NCIS’ Super Tuesday, FBI si sposta al lunedì sera e
attualmente è l’unico programma del suo genere. La sorprendente
cancellazione di FBI: International e FBI: Most
Wanted apre la strada all’arrivo di un terzo spin-off,
CIA.
Lo show, tuttavia, è stato rinviato
alla metà della stagione, consentendo di concentrarsi completamente
sul programma di punta.
L’episodio 1 dell’ottava stagione
di FBI riprende pochi giorni dopo il finale della settima
stagione. Il destino di Isobel rimane incerto, anche se non è
chiaro cosa gli riserverà il futuro. Mentre Maggie e OA si
ritrovano intrappolate su un’isola e risolvono con successo il
caso, la squadra subisce una grave perdita.
Dani Rhodes muore nella
stagione 8, episodio 1 di FBI
Mentre Scola e Dani corrono in
aiuto di Maggie e OA, circondate dai cittadini male informati,
devono ingegnarsi per trovare un modo creativo per entrare
nell’isola. In precedenza, l’unico ponte che la collegava alla
terraferma era stato fatto saltare in aria, costringendo la SWAT
dell’FBI a entrare via mare.
Vengono attaccati mentre attraccano
e Dani viene colpita da un proiettile. Lei sostiene che il
giubbotto antiproiettile abbia fermato il proiettile, ma non è
così. Non rendendosi conto di essere stata colpita all’addome, Dani
crolla proprio mentre la situazione si sta calmando.
All’inizio non sembra grave, ma
l’episodio 1 della stagione 8 di FBI presenta un doppio
colpo di scena: Isobel si è svegliata in ospedale mentre Dani muore
sull’isola. Alla fine, la sua morte conclude l’uscita con una nota
cupa, soprattutto quando Scola, Maggie e OA accettano la perdita
mentre il suo corpo giace a terra.
La morte di Dani è un’uscita
migliore dall’FBI per Emily Alabi
Ovviamente, qualsiasi morte,
specialmente quella di un personaggio importante, non è una cosa
positiva. Dani è entrata a far parte dell’FBI alla fine della
stagione 7, dopo una serie di partner falliti per Scola sulla scia
dell’uscita di Tiffany dalla serie. La CBS ha provato diversi
personaggi da affiancare all’agente di John Boyd, ma c’era sempre
qualcosa che non funzionava nella dinamica.
Dani era senza dubbio la
migliore partner che Scola avesse avuto dopo Tiffany.
Lavoravano bene insieme e avevano un’incredibile intesa. Anche come
personaggio individuale era interessante. Non è chiaro perché sia
stata eliminata da FBI, ma una morte eroica è un’uscita di
scena molto migliore che dare una scusa poco convincente per
sbarazzarsi di un personaggio, cosa che è già stata fatta in
passato.
Andando avanti, FBI
sta introducendo un personaggio completamente nuovo che potrebbe
diventare il partner permanente di Scola, interpretato da
Juliana Aidén Martinez. Non si sa
molto del personaggio, ma ha un ruolo difficile da ricoprire. Oltre
ad essere una degna successora di Tiffany, sostituisce anche Dani,
che è morta eroicamente.