Il remake di American
Psycho in uscita è una “scelta audace” secondo Christian Bale. Durante la premiere del nuovo
film di Bale, La
sposa!, The Hollywood Reporter gli ha
infatti chiesto se avesse in mente qualche giovane attore per
interpretare Patrick Bateman. Il premio Oscar ha dichiarato di
essere aperto alla possibilità che qualcun altro interpreti il
ruolo, ma ha chiarito di non sapere nulla del progetto, definendolo
un’impresa “audace”.
“Chiunque voglia provarci, che
ci provi. Mi è piaciuto molto lavorarci con la regista Mary Harron
tanti anni fa, ne ho dei ricordi fantastici. È una scelta audace da
parte di chiunque provarci… Non so se stiano facendo un remake o
cosa, non ne so nulla. Ma auguro loro il meglio, mi piacciono le
persone coraggiose”.
I commenti di Bale arrivano poco
dopo che lo scrittore Bret Easton Ellis ha ammesso che
il casting del nuovo American Psycho si è rivelato difficile,
poiché “un paio di attori di alto profilo, di cui non posso
fare il nome, hanno rifiutato” e “penso che forse sia
perché non vogliono mettersi nei panni di Christian Bale”. L’autore ha sottolineato
che “questo film è completamente diverso dal film di Mary
Harron del 2000. È un approccio completamente diverso e non avrà
alcuna somiglianza con quel film“.
Robert Pattinson, Jacob Elordi, Austin Butler e Margot Robbie in una versione con
cambio di genere del personaggio sono stati tutti indicati come
possibili interpreti del nuovo Patrick Bateman, ma la maggior parte
di queste voci sono state smentite e il ruolo non è ancora stato
ufficialmente assegnato. A distanza di 26 anni, American
Psycho è ancora considerato da molti una delle migliori
interpretazioni di Christian Bale, il che, come
sottolinea Ellis, rende ancora più difficile per un nuovo attore
calarsi nel ruolo, anche se si tratta di una nuova versione della
storia.
Fandango annuncia
l’acquisizione per la distribuzione italiana del film I
SWEAR, vincitore alla
scorsa edizione dei BAFTA dei Premi come Migliore
Attore Protagonista, Miglior Star
emergente e Miglior Casting.
Tratto dalla vita ispiratrice e
straordinaria del noto attivista per la sindrome di Tourette
John Davidson, membro dell’Ordine dell’Impero
Britannico (MBE), I SWEAR è interpretato da Robert
Aramayo, vincitore ai BAFTA del Premio come Miglior Star
Emergente e Migliore Attore Protagonista dove era candidato insieme
a Timothée Chalamet, Leonardo Di Caprio,
Ethan Hawke, Michael B. Jordan e Jesse Plemons (Aramayo
è fra i preferiti del pubblico per i ruoli da protagonista in
The Lord of the
Rings: The Rings of Power di Amazon Prime Video e in Game of Thrones di HBO, Mindhunter di David
Fincher, Behind Her Eyes), con un cast di supporto che include la
tripla candidata al BAFTA Maxine Peake (Funny Cow, The Theory of Everything, Anne, Say
Nothing), la vincitrice del Scottish BAFTA Shirley Henderson
(prossimamente in Bridget Jones: Mad About the Boy, franchise di
Harry Potter, Trainspotting) e il veterano attore scozzese e
vincitore del premio come Miglior Attore al Festival di Cannes nonché Leone d’Oro
Peter Mullan (War Horse, The Magdalene Sisters, Children of
Men).
La produzione ha lavorato a stretto contatto con la comunità di
Tourette, includendo nel casting persone che convivono con la
sindrome e collaborando con un’associazione dedicata alla Tourette.
Il film, emozionante, divertente e coinvolgente di Jones, racconta
l’adolescenza e i primi anni di vita adulta travagliati di John
Davidson, a partire dalla sua diagnosi a 15 anni di sindrome di
Tourette, una condizione allora poco nota e completamente fraintesa
nella Gran Bretagna degli anni ’80. Preso di mira dai coetanei come
“pazzo”, Davidson vive con una condizione di cui pochi hanno
esperienza, mentre cerca di condurre la sua vita contro ogni
previsione. Commovente, edificante e pieno di umorismo, il film ha
un forte appeal verso un pubblico ampio e nel Regno Unito ha
ottenuto quasi $8.500.000 al botteghino.
I SWEAR è prodotto da Kirk Jones,
Georgia Bayliff e Piers Tempest. Cindy Jones e John Davidson sono
produttori esecutivi. One Story High presenta una produzione Tempo;
Bankside Films si occupa delle vendite worldwide. Il primo film di
Jones è il pluripremiato e di grande successo internazionale Waking
Ned Devine, per il quale ha ricevuto una nomination al BAFTA come
Miglior Artista Emergente.
Giorgio Panariello
e Tecla Insolia sono le voci italiane di Jumpers – Un Salto tra gli Animali. I
due interpreti danno voce a Re George e Mabel nel 30°
lungometraggio della Pixar che arriva nelle sale italiane il 5
marzo.
Il film racconta di Mabel,
un’adolescente che ama gli animali e la natura, che coglie al volo
l’opportunità di provare una nuova tecnologia che le permette di
comunicare con gli animali in un modo nuovo ed entusiasmante,
saltando letteralmente nella loro mente!
Daniel Chong, regista del film in
arrivo nelle sale italiane il 5 marzo 2026, ha dichiarato:
“In Jumpers – Un Salto tra gli Animali la
domanda a cui rispondiamo è: ‘Cosa succederebbe se potessimo capire
e comunicare con il mondo animale?’. La nostra
protagonista, Mabel, scopre il regno animale proprio come un
animale, il che può essere strano e spesso esilarante. Mabel,
sotto copertura nel mondo animale, dà vita a un film emozionante e
ricco di colpi di scena, con tutto il cuore che ci si aspetta da un
classico film Pixar. Sarà molto divertente guardarlo al cinema; non
vedo l’ora che arrivi nelle sale“.
In Jumpers – Un Salto tra
gli Animali gli scienziati hanno scoperto come far
“saltare” la coscienza umana in animali robotici realistici,
permettendo alle persone di comunicare con gli animali come
animali! Utilizzando la nuova tecnologia, Mabel (con la voce di
Piper Curda nella versione originale) scoprirà misteri del mondo
animale che vanno oltre ogni sua immaginazione. Prodotto da Nicole
Paradis Grindle, Jumpers – Un Salto tra gli
Animali include, nella versione originale, anche le voci
di Bobby Moynihan e Jon
Hamm.
Giorgio Panariello è Re George
Tecla Insolia è Mabel
Esattamente come nel 2022
Richard Linklater portava alla Mostra del Cinema
di Venezia il suo Hit Man,
una ventata di aria fresca in un anno segnato dalla quasi totale
assenza delle celebrità a causa degli scioperi, il cineasta di
Austin arriva al Festival di Cannes 2025 con
Nouvelle Vague, un omaggio a Jean-Luc
Godard e alla rivoluzione cinematografica partita dai
Cahiers du Cinema nel 1959.
Tutti vogliono… Godard!
C’è un momento, tra le citazioni
brillanti e i sogni cinematografici di Nouvelle Vague, in
cui Jean-Luc Godard – o meglio il suo alter ego
interpretato dal sorprendente Guillaume Marbeck –
pronuncia una frase apparentemente semplice: «Ogni giorno
voglio cercare quello che devo filmare, non prepararlo». È
forse questo l’approccio con cui anche Richard Linklater ha
costruito il suo omaggio più sentito e cinefilo, un film che non
ambisce a riscrivere la storia, ma a condividerne l’energia. A
viverla, più che a raccontarla.
Dopo Tutti
vogliono qualcosa, dove l’idea di gruppo era già centrale,
Linklater torna a esplorare una comunità di giovani uomini e donne
uniti da un amore comune: non più il baseball, ma il cinema.
Nouvelle Vague è prima di tutto un film sull’essere
insieme. Sulla complicità intellettuale, sull’energia collettiva di
chi si riconosce in un’idea e in un’utopia. È il racconto di come
si diventa autori prima ancora di esserlo, grazie a una rivista (i
Cahiers du cinéma), a una cinepresa rubata, a una teoria
che prende fuoco appena diventa azione.
La Nouvelle Vague sembra rivivere:
un cast incredibile
Zoe Deutch – già
nel cast di Tutti
vogliono qualcosa – qui ha finalmente la sua occasione per
brillare davvero: nel ruolo di Jean Seberg sembra uscita
direttamente da una pellicola degli anni Sessanta. Ha la grazia, la
presenza, ma anche quella nota straniante che Linklater sfrutta
benissimo nel contrasto con lo stile ruvido e imprevedibile del
giovane Godard. Ma è il cast francese a sorprendere di più: ogni
attore che interpreta un membro dei Cahiers – da Truffaut
a Rivette – dona al personaggio un’umanità inattesa, affettuosa e
ironica. Il Godard di Marbeck, in particolare, è irresistibile:
presuntuoso, vulnerabile, affamato di cinema e incapace di
nasconderlo. Sembra un Danny Zuko cinefilo, con la sigaretta sempre
accesa e un’idea radicale ogni cinque minuti.
Il film racconta le settimane che
precedono e accompagnano il set di Fino all’ultimo
respiro, ma più che una cronaca filologica è una fuga libera
tra la ricostruzione e l’invenzione. Si citano i dettami estetici
(«una ragazza e una pistola»), le insicurezze di Godard rispetto
agli amici già affermati («è troppo tardi»), e quella strana idea
che più take fai, più il film perde vita. Le regole non
valgono, se non per infrangerle. La realtà non è continuità. Il
cinema è un affare morale, dice Godard. Ma anche
romantico, risponde Linklater.
Zoey Deutch in Nouvelle Vague
Il fare cinema come esperienza
collettiva
In effetti, tutto in Nouvelle
Vague è attraversato da un’ironia dolceamara che rende il film
una vera delizia. Non ha l’urgenza del presente né una visione sul
futuro – e probabilmente non vincerà premi – ma possiede quella
grazia sottile che appartiene solo alle opere fatte per il piacere
della condivisione. Come spesso accade nei film di Linklater, il
tempo diventa un alleato: Nouvelle Vague trova la sua
misura perfetta nel minutaggio contenuto, senza un secondo
sprecato, capace di restituire lo spirito di un’epoca in cui venti
giorni sembravano una vita intera.
«L’arte non può finire, può solo
essere abbandonata» dirà a un certo punto Gordard. E forse
Nouvelle Vague è proprio questo: una lettera d’amore
lasciata aperta, un tributo non definitivo ma necessario, scritto
da un regista che ha sempre saputo come restituire il battito
vitale delle relazioni umane, che fossero d’amore, d’amicizia o –
come in questo caso – di cinefilia.
Il mandato del Direttore Artistico
della Mostra del Cinema di Venezia, Alberto Barbera, il cui attuale incarico
scadrà dopo l’83ª edizione di quest’anno, è stato rinnovato per il
2027 e il 2028. Il festival ha annunciato che il Cda della Biennale
di Venezia, presieduto da Pietrangelo Buttafuoco,
ha approvato la riconferma.
La riconferma segue un’edizione
2025 molto attesa, in cui sono stati selezionati film come
After the Hunt di Luca
Guadagnino, Frankenstein di
Guillermo del Toro, House of Dynamite di
Kathryn Bigelow, Il Testamento di Ann
Lee di Mona Fastvold e
La voce di Hind Rajab di Kaouther
Ben Hania, e Father Mother Sister
Brother di Jim Jarmusch vincitore
del Leone d’Oro.
Il festival ha dichiarato che il
rinnovo è stato concordato “in considerazione dei risultati da
lui conseguiti nella riconosciuta qualità delle selezioni, nella
scoperta e nel lancio di nuovi talenti sulla scena internazionale,
nella diffusione e promozione della cultura cinematografica e
nell’ampliamento del pubblico”.
Alberto Barbera è
Direttore Artistico della Biennale di Venezia dal 2012, dopo aver
ricoperto l’incarico dal 1998 al 2001.
Ha studiato lettere moderne
all’Università di Torino con tesi in storia e critica del cinema e
ha poi iniziato a collaborare con l’Associazione Italiana Amici del
Cinema d’Essai, A.I.A.C.E., di cui è stato presidente dal 1977 al
1989.
Dal 1980 al 1983 Alberto Barbera è stato critico del
quotidiano La Gazzetta del Popolo e dal 1982 è iscritto al
Sindacato dei Giornalisti. Ha scritto per numerosi quotidiani e
periodici (Città, La Stampa, Essai, Altro Cinema, Bianco & Nero,
Cineforum) e ha collaborato a programmi televisivi e radiofonici
come Cinemascoop (RAI 3), La lampada di Aladino (RAI – DSE),
Hollywood Party (Radio3 RAI). Nel 1982 ha iniziato a collaborare
con il Festival Internazionale Cinema Giovani, poi divenuto Torino
Film Festival, ricoprendone la direzione dal 1989 al 1998. Dal 2002
al 2006 è stato co-direttore di RING! Festival della Critica ad
Alessandria. Nel 2002 è diventato consulente del Museo Nazionale
del Cinema di Torino e da giugno 2004 a dicembre 2016 ne è stato il
direttore.
Fair Game – Caccia alla spia è un
thriller politico del 2010 diretto da Doug Liman,
regista noto per aver firmato titoli come The Bourne
Identity, Mr. & Mrs.
Smith e Edge of
Tomorrow. Con questo film, Liman abbandona
l’action spettacolare per confrontarsi con una materia
incandescente e reale, costruendo un racconto teso e rigoroso che
mette in scena uno dei casi politici più controversi dell’America
post 11 settembre. Il risultato è un’opera che combina ritmo da spy
story e ricostruzione giornalistica, mantenendo un forte ancoraggio
ai fatti documentati.
Il
film è basato sulla storia vera di Valerie
Plame, agente della CIA la cui identità fu
resa pubblica nel 2003 in quello che divenne noto come CIA-gate. La
vicenda esplose dopo che il marito di Plame, il diplomatico
Joseph C.
Wilson, contestò pubblicamente le
motivazioni dell’amministrazione statunitense sull’intervento in
Iraq, mettendo in discussione le prove relative alle presunte armi
di distruzione di massa. La rivelazione del ruolo sotto copertura
di Plame scatenò un caso politico e mediatico di enorme portata,
con ripercussioni sulla sicurezza nazionale e sul dibattito
pubblico.
La narrazione
cinematografica si fonda in particolare sulle memorie pubblicate da
Plame nel 2007, Fair Game: My Life as a Spy, My
Betrayal by the White House, e sul libro del
marito The Politics of
Truth, che offre il punto di vista diplomatico e
politico della vicenda. Attraverso queste fonti, il film intreccia
dimensione privata e scontro istituzionale, mostrando l’impatto
umano di una battaglia politica combattuta ai massimi livelli del
potere. Nel resto dell’articolo si analizzerà più approfonditamente
la storia vera dietro il film e la sua accuratezza nel
rappresentare gli eventi reali.
La trama di Fair Game – Caccia alla spia
Nel 2002 l’agente della
CIA Valerie Plame (Naomi
Watts), che da circa vent’anni lavora al servizio
dell’agenzia e del governo americano sotto copertura, viene
incaricata di indagare sui presunti armamenti nucleari dell’Iraq.
Il marito di Valerie, il diplomatico Joseph C.
Wilson (Sean
Penn), viene incaricato di condurre ulteriori
accertamenti in Niger. Giunto sul posto, tuttavia, Wilson non trova
prova del commercio illegale e le indagini di Valerie si concludono
con un nulla di fatto. Sebbene la minaccia sia stata scongiurata,
il presidente George W. Bush tiene un discorso
pubblico, accusando l’Iraq di essere un nemico del paese poiché in
possesso di armi nucleari.
Valerie e Joseph però conoscono la
verità e decidono di smentire pubblicamente le accuse di Bush.
Wilson, in particolare, non intende insabbiare le ricerche e
contatta il New York Times per fornire le prove e ridicolizzare il
presidente. Messi alle strette, i funzionari della vicepresidenza
attaccano Valerie rivelando la sua identità di agente sotto
copertura e insinuando che Wilson abbia ricevuto l’incarico in
Niger, solo grazie al favoreggiamento di sua moglie. Mentre Joseph
vuole comunque continuare a lottare per dimostrare la verità al
mondo, Valerie, vedendo distrutta la sua carriera, vivrà una
profonda crisi interiore e affettiva che la condurrà lontano da
Wilson.
Le differenze tra la storia vera e
il film
Uno
dei nodi più dibattuti riguarda il presupposto centrale del film,
ovvero l’idea che la missione in Niger di Joseph C. Wilson
abbia effettivamente smentito le affermazioni britanniche secondo
cui Saddam Hussein avrebbe cercato di acquistare uranio nel Paese
africano. Due giornalisti del The Washington Post,
Walter Pincus e Richard Leiby, sostennero che la valutazione di
Wilson fosse sostanzialmente corretta. Di parere opposto fu
Clifford May del National Review,
secondo cui Wilson avrebbe riportato anche elementi compatibili con
i sospetti iniziali, come la visita di una delegazione irachena in
Niger nel 1999.
A
complicare ulteriormente il quadro intervenne il Butler Review
britannico del 2004, citato in un editoriale del The Washington Post,
che giudicava fondata la posizione del governo del Regno Unito. Il
giornalista David Corn, scrivendo su Mother Jones, replicò
che un memorandum riservato della CIA definiva l’accusa britannica
un’esagerazione. Il film sceglie una linea interpretativa precisa,
aderendo alla versione di Wilson e presentando la sua missione come
una smentita netta della narrativa pro guerra, assumendo quindi una
posizione che riflette una delle letture possibili ma non
universalmente condivise.
Un altro punto controverso riguarda la fuga di notizie
sull’identità di Valerie Plame. La
pellicola suggerisce che il nome dell’agente sia stato rivelato al
commentatore conservatore Robert Novak da
ambienti della Casa Bianca come ritorsione contro le dichiarazioni
pubbliche di Wilson. Tuttavia, diverse ricostruzioni hanno indicato
come fonte primaria Richard Armitage, funzionario del Dipartimento
di Stato e critico della guerra in Iraq. Alcuni osservatori hanno
ritenuto questa circostanza incompatibile con l’ipotesi di una
manovra coordinata di vendetta politica, mentre altri hanno
sottolineato il possibile coinvolgimento di ulteriori figure
dell’amministrazione.
Sul piano fattuale vi è maggiore convergenza critica rispetto ad
altre scelte narrative. Il film mostra Plame impegnata direttamente
con scienziati iracheni in operazioni sotto copertura e lascia
intendere che tali attività siano state compromesse in modo
irreversibile dalla rivelazione pubblica della sua identità.
Diversi analisti hanno però osservato che Plame non lavorava in
contatto diretto con quegli scienziati e che il programma non cessò
immediatamente dopo lo scandalo. In questo caso la sceneggiatura
privilegia l’intensità drammatica rispetto alla precisione
documentaria, accentuando l’impatto umano e operativo della fuga di
notizie.
Al tempo stesso, numerosi
commentatori hanno riconosciuto al film un’apprezzabile accuratezza
su elementi chiave della vicenda. Viene correttamente rappresentato
il fatto che Plame fosse effettivamente un’agente sotto copertura
al momento dell’esposizione mediatica, circostanza inizialmente
messa in dubbio da alcune fonti. Inoltre la narrazione smentisce
l’idea, diffusa dal primo articolo di Novak, che Wilson fosse stato
inviato in Niger su raccomandazione della moglie. In questi
passaggi Fair Game – Caccia
alla spia dimostra un solido ancoraggio ai dati verificati,
pur inserendoli in una struttura narrativa orientata al
coinvolgimento emotivo.
Ispirata ai romanzi “Young
Sherlock Holmes” di Andrew Lane e diretta
da Guy Ritchie, la nuova serie di Prime Video si impone come una delle
rivisitazioni più energiche e sorprendenti del celebre detective.
Adattata per il piccolo schermo da Matthew
Parkhill, la serie non si limita a raccontare
l’adolescenza di Sherlock Holmes: ne decostruisce
il mito, lo ricompone con ritmo contemporaneo e lo proietta in una
dimensione narrativa che mescola crime drama, avventura e
formazione.
Il risultato è un prodotto
intrigante, capace di rinnovare un’icona letteraria senza tradirne
l’essenza. L’Inghilterra vittoriana viene letteralmente ribaltata:
pur restando fedele al contesto storico, la messa in scena è
intrisa di energia moderna, montaggio serrato e dialoghi brillanti
che restituiscono una sorprendente freschezza. Un omaggio, quasi, a
quello che Ritchie aveva già fatto al cinema con il
personaggio.
Photo credit_ Dan Smith
Un Sherlock diciannovenne tra
devianza e talento
La serie si apre nel 1871, molto
prima che il protagonista indossi il celebre deerstalker e impugni
la pipa che lo hanno reso riconoscibile nell’immaginario collettivo
(dettagli però assenti dai romanzi originali di Conan Doyle!). A
diciannove anni, Sherlock — interpretato da Hero Fiennes Tiffin — è un
giovane brillante ma ingestibile. Il suo talento si è manifestato
in un’abilità ben poco ortodossa: l’arte del borseggio. Una
condotta che gli è costata sei mesi di carcere e la reputazione di
pecora nera della famiglia.
A intervenire è il fratello
maggiore Mycroft, interpretato da Max Irons,
figura razionale e strategica che tenta di indirizzare Sherlock
verso un futuro più rispettabile. Il padre, Silas (Joseph Fiennes), è spesso assente per
lavoro, mentre la madre Cordelia (Natascha
McElhone) è ricoverata in un istituto psichiatrico: un
quadro familiare segnato da fratture e silenzi che contribuisce a
definire la psicologia del protagonista.
Quando Mycroft gli procura un
incarico a Oxford — inizialmente come semplice bidello — Sherlock
appare insofferente e disinteressato. Tuttavia, l’università si
rivela ben presto il teatro di un mistero ben più grande.
Oxford, un artefatto scomparso e
l’incontro con Moriarty
Il furto di preziose pergamene
appartenenti alla principessa Gulun Shou’an (Zine
Tseng), ospite dell’influente Sir Bucephalus Hodge
(Colin Firth), rappresenta l’innesco
dell’intreccio. Quando Sherlock e lo studente borsista James
Moriarty (interpretato da Dónal Finn) vengono
accusati, i due decidono di collaborare per scagionarsi.
Il furto, tuttavia, è soltanto la
superficie di una trama ben più complessa. Nel corso delle otto
puntate, la vicenda si trasforma in un’indagine per omicidio che
conduce i protagonisti nei più alti livelli del potere politico
britannico. La narrazione si espande oltre Oxford, abbracciando
scenari che vanno dall’Inghilterra a Parigi fino ai mercati
pulsanti di Costantinopoli (oggi Istanbul), costruendo un affresco
internazionale dal respiro cinematografico.
La regia di Ritchie si riconosce
nel montaggio ritmico, nei freeze frame esplicativi e nell’uso
creativo della voce e delle immagini per rendere visibile il
processo deduttivo di Sherlock, il suo “palazzo mentale”
(per i più esperti nella lore del personaggio). Attraverso
soluzioni visive dinamiche, lo spettatore entra nella mente del
protagonista, scoprendone la memoria fotografica e l’attenzione
maniacale ai dettagli.
Photo credit_ Dan Smith
La dinamica Sherlock–Moriarty: la
classica frenemy
Il cuore pulsante di
Young Sherlock è la relazione
tra Sherlock e James Moriarty. In questa fase della loro vita, non
sono ancora nemici giurati, bensì alleati uniti dalla necessità.
Moriarty è brillante, ambizioso, pragmatico; Sherlock è istintivo,
idealista, animato da un senso di giustizia ancora acerbo ma
autentico.
Col passare degli episodi, la loro
complicità si rafforza, assumendo i tratti di una fratellanza
intellettuale. Tuttavia, emergono progressivamente divergenze
etiche profonde. Moriarty, pur sostenendo Sherlock, dimostra di
anteporre sempre i propri interessi a qualsiasi principio astratto.
Questo scarto morale, sottile ma costante, prefigura la
futura rivalità.
L’interpretazione di Dónal
Finn è particolarmente incisiva: il suo Moriarty non è un
villain in nuce, ma un giovane uomo complesso, le cui scelte
suggeriscono già l’ombra del genio criminale che diventerà.
Osservare questa trasformazione in potenza è uno degli elementi più
affascinanti della stagione.
L’episodio 5 e la rivelazione che
cambia tutto
Tra gli otto episodi, il quinto
rappresenta un punto di svolta cruciale. Sherlock scopre una verità
determinante sulla propria infanzia, un’informazione capace di
ridefinire la percezione del suo passato e delle dinamiche
familiari. Ma ciò che accade nel finale di puntata supera ogni
aspettativa.
Attraverso dialoghi calibrati e una
costruzione visiva impeccabile, Parkhill e Ritchie tendono ogni
filo narrativo fino al limite, per poi scioglierlo in una sequenza
di rivelazioni esplosive. L’effetto è quello di un puzzle origami
che si dispiega improvvisamente, mostrando un disegno completo e
inatteso. L’intero mondo della serie viene riletto alla luce di
queste scoperte, dimostrando una scrittura stratificata e
coerente.
Photo credit_ Dan Smith
Young
Sherlock è un crime che riscopre
il piacere dell’avventura
Young
Sherlock è molto più di un semplice prequel. È un
racconto di formazione che intreccia mistero, tragedia familiare,
desiderio di vendetta e ironia tagliente. La serie riesce a
ricordare quanto il crime possa essere divertente,
dinamico e sorprendente quando si osa con la regia e si investe
nella costruzione dei personaggi.
L’operazione di aggiornamento
funziona perché non cerca di modernizzare superficialmente il
contesto, ma di innestare sensibilità contemporanea in una
struttura narrativa ottocentesca. Sherlock, qui, è agile,
impulsivo, vulnerabile e audace: un eroe ancora in divenire, ma già
dotato di quel genio analitico che lo renderà leggendario.
Con un impianto visivo energico,
interpretazioni solide e una trama che alterna leggerezza e
gravità, Young Sherlock si configura come
una delle origin story più convincenti degli ultimi anni.
Tutti e otto gli episodi debuttano il 4 marzo su Prime Video,
pronti a conquistare tanto i fan storici quanto una nuova
generazione di spettatori.
L’amore non va in
vacanza (qui la recensione), diretto da
Nancy Meyers
nel 2006, si inserisce con naturalezza nella filmografia della
regista americana, nota per
commedie romantiche sofisticate e curate nei dettagli come
È complicato e
Lo stagista inaspettato. Il film conferma lo stile Meyers,
caratterizzato da scenari eleganti, un tono leggero e dialoghi
ironici, unendo momenti di introspezione a situazioni comiche senza
mai scadere nel melodramma e rendendo la pellicola un esempio
tipico del suo cinema orientato alla leggerezza sentimentale con
una forte componente estetica.
Il
cast internazionale arricchisce ulteriormente il fascino della
pellicola. Kate
Winslet e Cameron
Diaz interpretano due donne in crisi sentimentale che
scambiano le loro case per le vacanze, dando vita a situazioni
romantiche e comiche. Jude
Law e Jack
Black completano il quartetto principale,
fornendo al racconto il perfetto equilibrio tra fascino, humour e
empatia, creando un intreccio sentimentale coinvolgente e credibile
che ha contribuito al successo del film.
Il film rientra nel genere commedia romantica,
trattando temi come l’amore tardivo, le seconde possibilità,
l’auto-scoperta e l’importanza di mettersi in gioco anche in età
adulta. Grazie al mix di interpreti noti, dialoghi brillanti e
location suggestive, L’amore non va in vacanza ha
conquistato il pubblico internazionale, consolidandosi negli anni
come titolo cult del periodo natalizio. Nel resto dell’articolo si
approfondirà il finale del film e il significato dei suoi temi
principali.
La trama di L’amore non va in vacanza
Protagonista del film sono la
giornalista inglese Iris Simpkins e la montatrice
cinematografica statunitense Amanda Woods. Le due
donne, anche se divise dalla distanza geografica e dalle rispettive
diverse attività, hanno un significativo elemento in comune: sono
particolarmente sfortunate in amore. Iris, infatti, è ancora
innamorata del suo ex Jasper Bloom, il quale però
sembra ormai avere una nuova donna nella sua vita. Amanda, invece,
si ritrova a dover fare i conti con l’infedeltà del suo compagno.
Decisa ad allontanarsi da Los Angeles, questa si imbatte in un sito
di scambio di casa, dove ritrova Iris.
Dopo aver intrapreso un contatto,
le due acconsentiranno a scambiarsi le rispettive dimore. Così Iris
si ritrova in una lussuosa villa, mentre Amanda viene ospitata in
una rurale cittadina nel Surrey. Qui questa vive inizialmente una
serie di disagi, salvo poi incontrare Graham, il
fratello di Iris, per il quale inizierà a provare dei sentimenti
che la convinceranno a rimanere. A Los Angeles, invece, Iris
stringe amicizia con l’anziano Arthur Abbot,
finendo poi per essere corteggiata dal simpatico compositore
Miles. Entrambe le donne scopriranno ben presto
che se anche loro decidono di prendersi una vacanza, altrettanto
non farà l’amore, pronto a colpire nei momenti più inaspettati.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto, il racconto di L’amore non va in
vacanza raggiunge la sua massima tensione emotiva. Iris si
trova faccia a faccia con Jasper alla vigilia del gala a Los
Angeles, sorprendendosi della sua apparente volontà di riaccendere
la loro storia. Nonostante la proposta seducente, Iris comprende la
realtà: Jasper è ancora impegnato e incapace di offrire un vero
impegno. Nel frattempo, Amanda, a Los Angeles, affronta la scoperta
della vita complicata di Graham, padre vedovo con due figlie, e
realizza che ogni scelta sentimentale implica considerare non solo
il partner ma anche i legami familiari esistenti.
La
risoluzione dei conflitti emotivi si concretizza durante la serata
del gala e nei momenti di rivelazione personale. Iris, guidata dai
consigli di Arthur e dalla connessione con Miles, prende coscienza
della propria autonomia e rifiuta Jasper, aprendosi a una relazione
genuina con Miles, che le propone un futuro insieme. Amanda, dopo
un iniziale timore e un senso di distanza, decide di affrontare i
propri sentimenti per Graham. La coppia sperimenta un
riavvicinamento sincero, scegliendo di condividere tempo e
emozioni, accettando le responsabilità familiari di lui come parte
integrante della loro storia.
Il film si chiude con una celebrazione corale, simbolo di rinascita
e armonia emotiva. Iris e Miles pianificano di trascorrere insieme
il Capodanno, mentre Amanda e Graham, insieme alle figlie Sophie e
Olivia, trovano un’intesa affettiva concreta. Le due amiche si
ritrovano unite dalle esperienze vissute e dai rispettivi partner,
chiudendo così il cerchio narrativo. La New Year’s Eve Celebration
rappresenta la materializzazione della felicità conquistata
attraverso il coraggio di scegliere se stesse e l’amore autentico,
suggellando la conclusione romantica della vicenda.
Questo finale realizza appieno i temi centrali del film,
enfatizzando l’empowerment femminile e la crescita personale. Iris,
grazie all’esperienza di scambio abitativo e all’influenza di
Arthur, si trasforma da donna in crisi sentimentale a protagonista
attiva della propria vita. Amanda affronta le paure legate
all’intimità e all’inclusione familiare, trovando equilibrio tra
desiderio e responsabilità. Entrambe le trame parallele dimostrano
come la consapevolezza di sé e il coraggio di fare scelte sincere
siano indispensabili per costruire relazioni autentiche e
durature.
Il messaggio finale del film sottolinea
l’importanza di autenticità, apertura emotiva e coraggio di seguire
il proprio cuore. Le esperienze di Iris e Amanda mostrano che
affrontare le proprie paure e comprendere i propri desideri porta a
relazioni più profonde e appaganti. Il film celebra anche l’idea di
seconde possibilità e di equilibrio tra amore e vita quotidiana,
ricordando che la felicità richiede coraggio e sincerità. Lo
spettatore resta con la consapevolezza che l’amore e la crescita
personale sono percorsi intrecciati, e che la scelta consapevole di
sé stessi apre la strada a un futuro più luminoso e pieno di
affetti.
Cattivi vicini (qui la recensione), diretto da
Nicholas Stoller nel 2014, rappresenta
un’importante tappa nella carriera del regista, già noto per
commedie come Non mi
scaricare e In viaggio con
una rock star. Con il suo stile ironico e irriverente, Stoller
mescola comicità slapstick e situazioni al limite del paradosso,
confermando la sua capacità di gestire ensemble comici e dinamiche
generazionali. Il film si distingue per la combinazione di battute
veloci e gag fisiche, che diventano motore principale della
narrazione, mostrando una sensibilità tipica della commedia
americana contemporanea e della cultura universitaria
americana.
Seth Rogen e Zac Efron guidano il cast con performance
contrastanti ma complementari. Rogen, già celebre per ruoli in
Molto incinta e
Strafumati, interpreta il
neogenitore alle prese con il caos della vita adulta, mentre Efron,
fresco dal successo di High
School Musical, si cala nei panni di un giovane leader di
confraternita universitaria scatenata. La chimica tra i due attori
e l’energia esplosiva delle loro interazioni contribuiscono a
creare momenti comici memorabili, che hanno conquistato un vasto
pubblico e consolidato la reputazione del film come una delle
commedie più divertenti dell’anno.
Il film, incentrato sul
conflitto tra giovani universitari e una coppia di neo-genitori,
combina elementi di commedia demenziale e satira sociale legata
alle differenze generazionali. Il successo al botteghino e
l’accoglienza positiva del pubblico hanno spinto la produzione a
realizzare un sequel, Cattivi vicini2, che riprende le dinamiche principali ampliando il
cast e le situazioni comiche. Nel resto dell’articolo si
approfondirà la questione della possibile veridicità della storia
alla base del film, analizzando se le vicende narrate abbiano
fondamento nella realtà o siano frutto di pura fantasia comica.
La trama del film Cattivi vicini
Protagonisti del film sono i neo
genitori Mac e Kelly Radner, i
quali hanno coronato i propri sogni con l’arrivo della loro
adorabile bambina e l’acquisto di una bella casetta nuova di zecca
nei quartieri residenziali fuori città. Nonostante tutto, questi
due trentenni vogliono illudersi di essere rimasti, nel loro
piccolo, ancora giovani e ribelli, ma i doveri dell’età adulta si
fanno sempre più pressanti, portando inevitabilmente a cambiare
tanto le loro attività quanto la loro mentalità. Con il tempo
iniziano però ad abituarsi alla tranquillità che hanno costruito,
scoprendo tutte le gioie di questa. Sfortunatamente per loro, la
pace non durerà a lungo.
Mac e Kelly scoprono infatti
dell’arrivo dei nuovi vicini. Questi, però, non sono una coppia di
genitori simili a loro, bensì dozzine di confratelli della congrega
Delta Psi Beta guidati dal carismatico presidente Teddy
Sanders. Inizialmente i coniugi decidono di provare a
stare al gioco e sfruttare il meglio da una situazione che gli
permette di ricordare i fasti della gioventù. Ma le feste dei
confratelli cominciano a raccogliere sempre più adepti, arrivando a
divenire celebrazioni dalle dimensioni epiche particolarmente
caotiche. Così entrambe le parti iniziano a irrigidirsi sulle
proprie posizioni, arrivando a sabotaggi, minacce e continui screzi
che danno il via a una guerra che potrebbe durare secoli.
Il film è ispirato ad una storia vera?
Il
nucleo di Cattivi vicini nasce dall’esperienza
personale dei due sceneggiatori Brendan O’Brien e
Andrew Jay Cohen, che raccontano di aver vissuto
con ansia il passaggio dai venti ai trenta anni. Entrambi avevano
iniziato a costruire la propria vita adulta, sposandosi e
affrontando nuove responsabilità, e insieme hanno sentito la
necessità di esplorare le difficoltà e le contraddizioni di questo
cambiamento. La paura di perdere la propria libertà giovanile e il
desiderio di mantenere il divertimento hanno fornito lo spunto
iniziale per creare una commedia che bilanciasse il riso con
l’empatia per le difficoltà del crescere.
L’idea di fondo del film è stata però ispirata da un episodio reale
accaduto in un’università del Nordest degli Stati Uniti, dove
studenti universitari creavano caos e disturbo nella comunità
locale. O’Brien e Cohen hanno trovato in questa dinamica uno spunto
comico perfetto per raccontare lo scontro tra due generazioni. La
tensione tra adulti che cercano stabilità e giovani che vivono
senza limiti diventa metafora della difficoltà di conciliare
responsabilità e divertimento, offrendo allo stesso tempo uno
scenario fertile per situazioni esagerate e gag esilaranti.
Per il ruolo del padre stanco e stressato, Mac Radner, gli
sceneggiatori hanno pensato fin dall’inizio a Seth Rogen, attore noto per interpretazioni
più scatenate in film come Strafumati e Molto incinta. La scelta mirava a
creare un contrasto tra l’immagine pubblica di Rogen e il suo
personaggio responsabile e premuroso. L’intenzione era quella di
far emergere l’umorismo dal confronto tra il padre ormai adulto e i
giovani vicini, mostrando come il passaggio all’età adulta porti
con sé nuove sfide che non cancellano però il desiderio di libertà
e leggerezza.
Il personaggio di Teddy Sanders, leader carismatico della
confraternita Delta Psi, è stato sviluppato pensando a Zac Efron come antagonista perfetto. Efron
incarnava l’ideale della giovinezza sfrenata e della vitalità, in
netto contrasto con la vita regolata e responsabile di Mac. Durante
la scrittura e le successive modifiche, Teddy è stato reso più
complesso e simpatico, mostrando come le sue azioni estreme
derivino da un senso di appartenenza e difesa di una comunità.
Questa caratterizzazione ha permesso di bilanciare comicità e
profondità, rendendo i conflitti tra i personaggi credibili e
divertenti.
Il successo del film è
stato sostenuto dal fatto che il conflitto generazionale
raccontato, pur ispirato da episodi reali, risulta universalmente
riconoscibile. La coppia di sceneggiatori e i produttori hanno
saputo trasformare la loro esperienza personale e le storie
raccolte in un racconto accessibile a un vasto pubblico. Il tema
della transizione alla vita adulta, delle responsabilità familiari
e della nostalgia per la libertà giovanile risuona con spettatori
di tutte le età, spiegando perché Cattivi vicini
abbia ottenuto un successo tale da generare
un sequel e consolidarsi come esempio di commedia contemporanea
intelligente e ironica.
Secondo le ultime voci,
Finn Jones potrebbe tornare nei panni di
Danny Rand, alias Iron Fist, con il suo ritorno
anticipato in
Daredevil: Rinascita – stagione 2, anche se non
apparirà direttamente in tutti gli episodi. Questa novità segue il
confermato ritorno di Krysten Ritter come Jessica
Jones e Mike Colter ha lasciato intendere un
ritorno come Luke Cage.
Iron Fist sembra destinato a
comparire a sostegno del vecchio compagno dei Difensori,
Matt Murdock, interpretato da Charlie Cox. Nonostante Iron Fist sia
tra i personaggi meno amati dal pubblico, Finn Jones ha sempre
manifestato la sua disponibilità a riprendere il ruolo. “Sono
consapevole delle critiche al personaggio e al mio ruolo, ma voglio
dimostrare che si sbagliano”, ha dichiarato l’attore,
sottolineando la volontà di riscattare il suo personaggio agli
occhi dei fan.
Secondo alcune fonti, se Iron Fist
non apparirà direttamente nella seconda stagione, la sua presenza
sarà comunque suggerita o anticipata, con possibilità di comparire
nel finale o in una scena post-credits, preparando così il terreno
per la terza stagione della serie. Josh di Den of Nerds conferma che sia Cage che Rand
potrebbero avere ruoli limitati, ma cruciali per l’evoluzione della
trama.
La seconda stagione di
Daredevil: Rinascita vedrà
Matt Murdock affrontare il sindaco Wilson Fisk, interpretato da
Vincent D’Onofrio, che dichiara la legge marziale
nella città. Al fianco di Murdock vedremo Jessica Jones e altri
eroi, che si uniranno alla battaglia, più di quanto i fan si
aspettino.
La sinossi ufficiale recita:
“In otto episodi avvincenti, sopravvivenza, resistenza e
redenzione si scontrano nella battaglia per l’anima di New York.
Nella stagione 2, il sindaco Wilson Fisk schiaccia la città mentre
dà la caccia al vigilante di Hell’s Kitchen, Daredevil. Ma sotto la
maschera corazzata, Matt Murdock cercherà di combattere le tenebre,
distruggere l’impero corrotto del Kingpin e salvare la sua città.
Resisti. Ribellati. Ricostruisci.”
Nel quarantesimo anno di attività,
la Pixar Animation Studios festeggia con il suo
trentesimo lungometraggio, Jumpers – Un Salto tra gli Animali,
un’opera che ricorda quella che un tempo era una vocazione per lo
studio di reinventare continuamente il linguaggio dell’animazione
mainstream. Dopo aver definito l’immaginario collettivo
con titoli come Toy Story,
Ratatouille e Inside
Out, la casa di Emeryville sceglie di sorprendere
ancora, mescolando parabola ecologista, fantascienza surreale e
satira politica in un racconto che ribalta le aspettative sin dalle
prime sequenze.
Chi pensa di trovarsi davanti
all’ennesima storia di animali antropomorfi parlanti dovrà
rapidamente ricredersi. Qui l’elemento animale non è un semplice
espediente narrativo, ma un dispositivo concettuale che interroga
identità, tecnologia e responsabilità collettiva.
Jumpers – Un Salto tra gli Animali:
trama e premesse narrative
La protagonista è Mabel, voce
italiana di Tecla Insolia: una diciannovenne
ribelle, cresciuta a Beaverton con una passione quasi ossessiva per
gli animali. Da bambina tenta di liberare le mascotte della scuola
infilandole nello zaino; da adulta è un’attivista universitaria
pronta a tutto per difendere una radura boschiva legata al ricordo
dell’amata nonna.
Il conflitto si accende quando il
sindaco Jerry pianifica la costruzione di una
tangenziale che distruggerebbe quell’ecosistema. In apparenza, lo
schema è quello classico: natura contro progresso, innocenza contro
cinismo politico. Ma il film devia bruscamente verso territori
imprevedibili quando entra in scena la professoressa di biologia,
la Dr. Sam, che si rivela una scienziata eccentrica e segretamente
geniale.
La sua invenzione, il
“jumpers”, consente di trasferire l’identità umana nel
corpo di un androide animale. Mabel diventa così un castoro. Anzi:
un robot a forma di castoro. Questo triplo slittamento –
umano/animale/macchina – costituisce il cuore teorico del film.
All’esterno, il mondo sente solo versi; lo spettatore, invece,
assiste a un continuo cortocircuito tra percezione e realtà.
L’animale parlante, figura archetipica del cinema animato, viene
qui rielaborato come avatar tecnologico, ridefinendo il concetto stesso di
antropomorfismo.
Una regia visionaria tra
ecologia e surrealismo
Il regista Daniel
Chong orchestra la materia narrativa con un tono molto
personale che chiede un patto con lo spettatore davvero solido. La
lotta per salvare la diga dei castori – fulcro ecologico della
radura – assume contorni sempre più bizzarri: alberi metallici con
altoparlanti che emettono suoni udibili solo dagli animali,
consigli reali del regno animale composti da personalità
egomaniache, inseguimenti autostradali al limite del
demenziale.
Il re dei castori, George, doppiato
per la versione italiana da Giorgio Panariello, è
un leader mite e idealista, convinto che anche il sindaco meriti
rispetto e che abbia del buono in sé. La sua interpretazione,
venata di malinconia, costruisce un personaggio sospeso tra
ingenuità e purezza, il vero cuore emotivo del film. Quando
interviene il Consiglio degli Animali, la narrazione vira verso una
satira quasi shakespeariana del potere: la Regina degli Insetti,
domina la scena con un carisma glaciale; suo figlio Titus è un
concentrato di ambizione nervosa.
Non scenderemo ulteriormente in
dettagli, ma una delle idee più assurde e divertenti dell’intero
film coinvolgono uno squalo bianco in autostrada e una fuga in
macchina che fa invidia a Dominic Toretto.
Oltre la favola ambientalista: imparare ad ascoltarsi
Sotto la superficie comica, il film
affronta questioni di stringente attualità: la crisi ambientale, la
polarizzazione politica, l’etica della tecnologia. La scelta di
trasformare Mabel in un androide animale non è soltanto un
espediente narrativo, ma un modo per riflettere sul
concetto di mediazione: per salvare la natura,
l’umano deve diventare altro da sé, ibridarsi, rinunciare a una
prospettiva esclusivamente antropocentrica.
Il “cerchio della vita” di
Jumpers – Un Salto tra gli Animali non è
una formula consolatoria: gli animali accettano con fatalismo di
poter essere mangiati, e la convivenza implica compromessi reali.
Il messaggio finale – la necessità di collaborazione tra specie,
interessi e visioni differenti – potrebbe suonare come un semplice
invito al “volemose bene”, ma la struttura narrativa lo
rende più complesso. Il percorso del sindaco Jerry acquista
sfumature inattese, evitando una rappresentazione puramente
caricaturale del potere.
Mabel, dal canto suo, ricorda per
intensità emotiva la Riley di Inside Out:
è impulsiva, idealista, spesso contraddittoria. La sua crescita non
passa per una lezione morale univoca, ma per la scoperta che
l’azione collettiva richiede ascolto e mediazione.
I massimi livelli della
Pixar sono ancora lontani, ma qualcosa si muove
Jumpers – Un Salto tra
gli Animali non raggiunge forse la perfezione
strutturale dei capitoli di Toy Story, né
l’equilibrio emotivo dei vertici assoluti dello studio. Tuttavia,
rappresenta senza dubbio un ritorno a una Pixar audace, capace di
rischiare sul piano concettuale, forse meno su quello
stilistico.
Il film eccelle nella costruzione
di un universo coerente pur nella sua follia,
nella capacità di sorprendere costantemente lo spettatore. La
scrittura procede per accumulo di trovate, ma raramente perde il
controllo della traiettoria emotiva. La combinazione di slapstick,
satira politica e riflessione ecologica produce un oggetto
cinematografico ibrido, che sfida le categorie tradizionali del
family movie.
Nel suo quarantesimo anno, Pixar si
dà una scossa e prova a smettere di “vivere di rendita“.
Jumpers – Un Salto tra gli Animali è
un’opera imperfetta ma vitale, che riafferma la centralità
dell’animazione come spazio di sperimentazione narrativa. E
soprattutto ricorda che, quando lo studio californiano lavora a
pieno regime, è ancora in grado di portarci in territori che non
avremmo mai immaginato di esplorare.
La Marvel si prepara a un nuovo, epico
capitolo con Avengers:
Doomsday, che promette colpi di scena
sorprendenti e un ruolo importante per Victor Von
Doom. Secondo le ultime indiscrezioni, il celebre villain
affronterà una storyline complessa che coinvolge la TVA e Loki,
segnando un momento chiave nella Multiverse Saga.
Da quanto emerge dalle fughe di
trama, quando il piano di Doctor Doom per salvare il Multiverso
fallisce, egli si dirige nella TVA, uccide Loki e ne assume i
poteri, per poi usarli nella creazione di Battleworld. Se il film
seguirà fedelmente il fumetto Secret Wars, Loki assumerà un ruolo simile a quello di
Molecule Man, alimentando la realtà assemblata da Doom con i
frammenti del Multiverso distrutto.
Un nuovo rumor suggerisce ulteriori
sviluppi: Doom, nel distruggere la TVA, eliminerebbe tutti i rami
temporali eccetto uno. La domanda che affascina i fan è quale linea
temporale sopravvivrà e se servirà come base per Battleworld o per
salvare il suo mondo originale. Inoltre, secondo le fonti,
“Tutti coloro che muoiono in Doomsday torneranno in Secret Wars
perché Doom li resusciterà.” Questo rassicura sui grandi
decessi dei personaggi, anche se chi tornerà potrebbe non ricordare
le vite precedenti.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato
rivelato per la prima volta durante una diretta streaming a
sorpresa della Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato
il ritorno di numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno
di diversi attori degli X-Men
dell’era Fox-Marvel.
Una horror reunion che profuma di
nostalgia anni ’90 potrebbe presto diventare realtà. I Ghostface
originali Matthew
Lillard e Skeet
Ulrich, lanciati nel cult Scream
(1996) di Wes Craven,
potrebbero con dividere finalmente lo schermo in un nuovo capitolo
della saga di Five Nights at
Freddy’s.
I due attori, dopo aver partecipato
a Five Nights at Freddy’s 2,
senza però mai incrociarsi in scena, sembrano destinati a riunirsi
in un possibile Five Nights at Freddy’s 3. A
confermarlo è stato lo stesso Lillard durante una convention,
rispondendo con un deciso “Sì, al 100%” alla domanda su una reunion
con Ulrich nel prossimo sequel.
Lillard interpreta un ruolo chiave
nel franchise di Blumhouse Five Nights at Freddy’s nel
ruolo di William Afton, cofondatore di Fazbear Entertainment e
antagonista centrale. Ulrich si è unito all’ultimo capitolo nel
ruolo di Henry Emily, l’altro cofondatore e padre di Charlotte, una
delle vittime di Afton.
Emma Tammi,
regista dei primi due capitoli della saga, ha dichiarato a
ScreenRant che, pur
non essendo ancora ufficiale il via libera al terzo capitolo,
l’idea di riunire i due attori è qualcosa che la entusiasma. Con il
finale di Five Nights at Freddy’s 2 che lascia intendere
ulteriori sviluppi, un terzo film potrebbe essere solo questione di tempo.
I numeri, del resto, parlano
chiaro: il primo film ha incassato 291 milioni di dollari nel
mondo, mentre il sequel si è fermato a 238 milioni, a fronte di
budget contenuti, confermandosi una fonte di grandi profitti per
Blumhouse e Universal Pictures. Il successo al botteghino non è
però andato di pari passo con il giudizio della critica, che ha
riservato ai film recensioni particolarmente feroci.
I film di Five Nights at
Freddy’s si rivolgono a un pubblico horror leggermente più
giovane, che potrebbe non aver visto lo Scream originale.
Tuttavia, la prospettiva di vedere Lillard e Ulrich condividere lo
schermo in un terzo capitolo, potrebbe essere un interessante punto
di forza commerciale, soprattutto considerando il recente successo
al botteghino di Scream
7.
Se Five Nights at Freddy’s
3 vedrà davvero la luce, c’è da aspettarsi un tuffo nel
passato per gli amanti dell’horror, con un sapore di Ghostface che
potrebbe fare la differenza.
Al suo ritorno in
Concorso alla Mostra di Venezia, Valérie Donzelli firma
con A Pied D’Oeuvre(La
mattina scrivo) un film sobrio, capace di inserirsi con
naturalezza in un filone che sembra emergere con forza in questa
82ª edizione: quello delle rappresentazioni del lavoro come
dispositivo di alienazione e precarietà sotto il capitalismo
contemporaneo. Se in altri titoli come Bugonia o No Other Choice questo tema assume toni
distopici o apertamente politici, Donzelli sceglie la strada del
racconto intimo, adattando il romanzo autobiografico di Frank
Courtes e portando sullo schermo una parabola esistenziale che
oscilla tra la dignità della scelta e l’umiliazione della
miseria.
Un ricco diventato
povero
Il protagonista Paul
(interpretato da Bastien Bouillon) è un uomo di 42 anni che
conosciamo mentre prende a martellate un muro di cartongesso. La
scena non è soltanto un’immagine concreta, ma la metafora di
un’esistenza che va in frantumi. Ex fotografo affermato, con
guadagni mensili tra i 3.000 e gli 8.000 euro, Paul ha deciso di
rinunciare a una vita agiata per inseguire il sogno di diventare
scrittore. Il suo terzo libro, un resoconto autobiografico del
naufragio matrimoniale, viene giudicato invendibile dall’agente.
Intanto l’ex moglie (interpretata dalla stessa Donzelli) si è
trasferita a Montréal con i due figli, e lui si ritrova in un
monolocale minuscolo, sopravvivendo tra royalties esigue e lavori
saltuari.
La sua decisione di
iscriversi alla piattaforma “Jobbing” segna un passaggio cruciale:
Paul diventa un lavoratore precario, un handyman disposto a
tutto pur di guadagnare poche decine di euro per ore di fatica. È
l’inizio di una caduta sociale che non viene mai spettacolarizzata,
ma mostrata attraverso i dettagli minimi e quotidiani di un corpo
che si piega e di una mente che cerca disperatamente di
resistere.
La mattina scrivo: la nuova economia della
precarietà
Uno dei meriti del film
è quello di restituire con precisione i meccanismi del lavoro
digitale a cottimo. La piattaforma notifica i nuovi incarichi con
un ping, a cui segue una gara al ribasso tra i lavoratori. Paul
offre spesso 20 euro per compiti che richiedono ore, finendo per
guadagnare meno del salario minimo. La sua “zeal of the beginner”
gli consente inizialmente di trovare spazio, ma la logica
sottostante è spietata: chi vince è chi accetta di svendersi.
Insomma, un caporalato legalizzato.
Donzelli coglie con
sguardo quasi documentario le micro-umiliazioni di questa dinamica:
il sorriso forzato di Paul davanti alla webcam mentre scatta la
foto per il profilo, la domanda di una cliente che lo guarda con
sospetto (“non ha l’aria del manovale”), le conversazioni
smozzicate con i colleghi migranti. In queste crepe narrative
emerge la riflessione più ampia: non basta vendere la propria forza
lavoro, occorre anche recitare benessere, competenza, affidabilità.
È il capitalismo delle app, che monetizza non solo il tempo ma
l’immagine, la disponibilità, persino il sorriso.
Se
La mattina scrivo evita accuratamente
ogni romanticizzazione della povertà, resta evidente l’elemento
della scelta. Paul non è un migrante senza alternative, né un
disoccupato espulso dal sistema: riceve ancora 200-300 euro di
royalties al mese, “non la povertà, ma un punto di vista chiaro su
di essa”, come scrive lui stesso. La sorella lo rimprovera di non
essere un “vero povero”, accusandolo di cercarsi i guai. Ma Paul è
mosso da una convinzione profonda: “alcuni schiavi oggi sono ben
pagati”.
In questo paradosso sta
la cifra politica del film. Paul ha assaporato i privilegi di un
lavoro creativo remunerato, ma avvolto nelle logiche di consumo e
di status. La precarietà, per lui, è l’unica via d’uscita da
un’altra forma di schiavitù, meno visibile ma ugualmente
soffocante. È un cammino verso la libertà che assomiglia a una
spirale discendente: il rischio costante è che la rinuncia alla
sicurezza non apra spazi di creazione, ma solo abissi di debito e
frustrazione.
A metà film, Donzelli
introduce un momento rivelatore. Paul, alla guida, incontra un
vecchio collega del mondo della fotografia. L’uomo, con casa grande
e viaggi di lusso, osserva con curiosità la sua scelta: “Stai
riducendo, è un bene”. Il dialogo non è caricaturale, ma sottolinea
la frattura tra due mondi che un tempo erano lo stesso.
Da questi incontri Paul
trae ispirazione per la scrittura: i clienti che lo osservano, i
colleghi che competono con lui, i familiari che lo giudicano. Tutti
diventano materia narrativa, alimentando un romanzo che rischia di
riprodurre proprio l’esperienza che lo ha distrutto come fotografo:
la trasformazione della vita privata in merce culturale. Donzelli,
però, evita il finale consolatorio: Paul non diventa ricco
scrivendo la sua “povertà”. Il film resta sospeso, come un diario
incompiuto, fedele alla precarietà che descrive.
Lo stile di Donzelli è
privo di orpelli: macchina da presa discreta, montaggio lineare,
osservazione attenta dei gesti e degli spazi. In questa austerità
si nasconde la forza del film, che non indulge né in estetizzazioni
della miseria né in derive melodrammatiche.
Bastien Bouillon
regge quasi da solo l’intero racconto. Il suo volto, mutevole a
seconda dell’angolazione, trasmette tanto l’orgoglio quanto
l’umiliazione del personaggio. La sua fisicità – più intellettuale
che manuale – diventa parte integrante della narrazione: Paul non
“sembra” un lavoratore, eppure lavora. È in questa frizione tra
immagine e realtà che si produce l’energia drammatica del film.
Una favola amara per
il presente
A Pied
D’Oeuvre (La
mattina scrivo)
potrebbe sembrare un film “minore”, quasi dimesso, nell’ambito del
Concorso veneziano. Ma la sua forza sta proprio nella modestia: nel
raccontare senza fronzoli la microfisica del lavoro
precario,
Donzelli coglie l’essenza di un fenomeno universale.
Il film non è una
denuncia programmatica, né un pamphlet ideologico. È un ritratto
preciso e umano di un uomo che cerca di scrivere una storia, e che
nel farlo mette a rischio la propria esistenza. Una parabola che
parla di Francia ma potrebbe parlare di qualsiasi Paese
occidentale, di chiunque si ritrovi intrappolato tra il desiderio
di libertà e la realtà di un mercato del lavoro che riduce tutto a
competizione e ribasso.
Alla Warner Bros è in lavorazione
un film su Game of Thrones, con
Beau Willimon, showrunner di House of
Cards e sceneggiatore di Andor. Secondo Page Six Hollywood, che ha
diffuso la notizia del progetto, quest’ultimo ha già presentato una
bozza.
Tuttavia, la testata ha osservato
che non è chiaro se il film su Game of
Thrones verrà effettivamente realizzato, data la
notizia che Warner Bros. è in procinto di essere venduta a
Paramount Skydance. Se la fusione venisse approvata, la nuova
dirigenza potrebbe abbandonare i film in fase di sviluppo. Allo
stesso tempo, Game of Thrones è uno dei
fiori all’occhiello dell’azienda, e il CEO di Paramount,
David Ellison, si è impegnato a distribuire 30
film nelle sale cinematografiche una volta che i due colossi dei
media diventeranno un’unica entità.
Sebbene i dettagli della trama non
siano stati confermati, si dice che la storia riguardi Aegon I, il
fondatore della dinastia Targaryen che conquistò tutto Westeros
qualche secolo prima della serie televisiva originale
Game of Thrones. La famiglia – che alla
fine diede alla luce la bionda e glaciale Daenerys Targaryen,
interpretata da Emilia Clarke – è stata la base per le
due serie spin-off della HBO, House of the Dragon e
A Knight of the Seven
Kingdoms.
Jumpers – Un
salto tra gli animali, il prossimo film Pixar
vede protagonista una diciannovenne amante degli animali, Mabel
(Tecla Insolia), che viene trasformata in un
castoro robotico. Tuttavia, quando un costruttore progetta di
distruggere la foresta per costruire un’autostrada, lei collabora
con gli animali per impedirlo, in modo che non perdano le loro
case.
Con le prime recensioni,
Jumpers ha debuttato con un punteggio
quasi perfetto del 96% su Rotten Tomatoes. Sebbene il punteggio
oscilli, dato che al momento ha 56 recensioni, l’attuale
valutazione lo renderebbe uno dei migliori film Pixar dai tempi di
Toy Story 4, uscito nel 2019. Il film si
eguaglia anche con Monsters & Co. e
Ratatouille.
Molti critici affermano che
Jumpers rappresenta un importante ritorno
cinematografico per lo studio, con elogi che spaziano dall’umorismo
selvaggio al classico tono educativo nel presentare un tema, che in
questo caso era il cambiamento climatico.
Con una valutazione di 7
stelle su 10, Jumpers
rappresenta una “nuova direzione che la Pixar può aspettarsi di
intraprendere in futuro”, ma “è un gradito ritorno a un
tempo in cui ci si fidava dei bambini per apprendere temi
importanti, il tutto mentre si sbellicavano dalle risate”.
Il successo quasi universale di
Hoppers è una grande vittoria per la Pixar, viste le difficoltà
incontrate dallo studio con i contenuti originali negli ultimi
anni. Sebbene lo studio d’animazione sia noto per aver prodotto
classici come la serie Toy Story,
WALL-E e Ratatouille, ha dovuto
affrontare delle difficoltà dal 2020, quando la pandemia ha colpito
l’industria cinematografica.
Film come Soul,
Luca e Red sono stati distribuiti
direttamente in streaming o hanno avuto un’uscita in streaming
simultanea, ma sono stati generalmente ben accolti dalla critica e
dal pubblico. Tuttavia, le cose hanno preso una piega diversa
quando la Pixar ha distribuito il controverso Toy
Story. Lo spin-off della storia, Lightyear. Non solo ha
ricevuto un’accoglienza contrastante dal pubblico, ma si è rivelato
un flop finanziario dopo aver incassato 226,4 milioni di
dollari.
Mentre Inside Out
2 è entrato a far parte del club dei miliardari ed
Elemental è diventato un ritorno al
successo, il film originale più recente dello studio,
Elio, si è rivelato un altro fallimento
commerciale con soli 154 milioni di dollari. Sebbene le recensioni
per il film del 2025 siano state discrete, con un punteggio
dell’83%, non ha raggiunto la qualità tipica della Pixar e ha
suscitato preoccupazioni generali sul fatto che lo studio abbia
perso il suo tocco al di fuori dei franchise.
Ora, sembra che
Jumpers potrebbe essere sufficiente a
ringiovanire la reputazione della Pixar. Le prime proiezioni al
botteghino indicano un potenziale debutto di 40-50 milioni di
dollari, un risultato notevole per un film originale. Questo
potrebbe anche rappresentare un nuovo inizio per lo studio, che ha
un programma promettente per il prossimo anno. Tra questi,
Toy
Story 5. che uscirà a giugno, insieme al prossimo
film originale, Gatto, la cui uscita è
prevista per il 2027.
Con la terza stagione della serie
che si è rivelata popolare quanto le prime due, la quarta stagione
di
Sullivan’s Crossing è stata ufficialmente approvata, ed ecco
cosa sappiamo finora. La serie è stata spesso paragonata alla serie
NetflixVirgin River, e a ragione. Entrambe le
serie sono basate su diverse serie di romanzi di Robyn Carr,
ambientate in piccole città, e hanno come protagoniste donne che
lavorano nel campo medico che si trasferiscono in quelle piccole
città per elaborare i traumi del loro passato e, lungo il percorso,
trovare l’amore.
Dopo che la seconda stagione di
Sullivan’s Crossing si è conclusa con l’incendio della tavola calda
di Rob (Reid Price) e la perdita del bambino da parte di Maggie
(Morgan Kohan), la terza stagione di Sullivan’s Crossing si è
concentrata principalmente sulla ricostruzione della vita di Rob e
sul superamento del dolore da parte di Maggie per avvicinarsi a Cal
(Chad Michael Murray), ma non senza tensioni. Per quanto riguarda
Cal, ha finalmente fatto pace con il suo passato e con suo padre.
In altre parti della città, sono nate nuove storie d’amore con
Sully
(Scott Patterson) che ha iniziato una relazione con Helen (Kate
Vernon) e Lola (Amalia Williamson) che ha trovato un potenziale
partner in Jacob Cranebear (Joel Oulette). Tuttavia, la
terza stagione si è conclusa con diverse nuove complicazioni e un
finale scioccante.
La quarta stagione di Sullivan’s
Crossing è stata confermata
La quarta stagione dipendeva
dall’andamento della terza
Con grande sollievo dei fan, la
quarta stagione di Sullivan’s Crossing è stata ufficialmente
confermata a giugno. Sullivan’s Crossing è una coproduzione tra la
canadese CTV e la statunitense CW, il che rende sempre un po’ più
complicato il processo di rinnovo della serie. Dopo la seconda
stagione di Sullivan’s Crossing, ad esempio, CTV ha rinnovato la
serie per il pubblico canadese nel giugno 2024, mentre CW non l’ha
rinnovata per il pubblico americano fino al dicembre dello stesso
anno.
La terza stagione di Sullivan’s
Crossing è andata in onda in Canada nell’aprile 2025 e negli Stati
Uniti nel maggio 2025.
Gran parte delle speranze di
rinnovo si riducevano ai costi e agli ascolti. Chiaramente, alla CW
e alla CTV è piaciuto ciò che hanno visto con gli ascolti della
terza stagione di Sullivan’s Crossing, visto che la CW l’ha
rinnovata molto più rapidamente questa volta, invece di far
aspettare il pubblico per la notizia. Sebbene sembri che la terza
stagione possa essere leggermente inferiore agli ascolti della
seconda stagione di Sullivan’s Crossing (tramite TV Series Finale),
è stato comunque sufficiente per ottenere il via libera alla quarta
stagione. È stato anche annunciato che a luglio Netflix inizierà a
trasmettere in streaming Sullivan’s Crossing insieme all’altro
adattamento dei libri di Robyn Carr, Virgin River.
Cast della quarta stagione di
Sullivan’s Crossing
Non sono previsti grandi
cambiamenti nel cast
Sebbene Sullivan’s Crossing sia una
serie drammatica che non esita a ricorrere a qualche colpo di scena
per tenere gli spettatori con il fiato sospeso, il cast è rimasto
pressoché invariato nelle prime tre stagioni. È probabile che il
cast principale, che include Morgan Kohan, volto noto di Hallmark
Channel, nel ruolo della protagonista Maggie Sullivan, rimanga
invariato. Ricorrenti in tutta la serie sono anche Lindura (Believe
In Christmas) nel ruolo di Sydney Shandon, Reid Price nel ruolo di
Rob Shandon, Dakota Taylor nel ruolo di Rafe Vadas e Amalia
Williamson (Northern Rescue) nel ruolo di Lola Gunderson, che hanno
tutti visto i loro ruoli ampliarsi, specialmente in questa
stagione. Probabilmente torneranno anche nella quarta stagione di
Sullivan’s Crossing, a meno di grandi cambiamenti nella serie.
Diversi nuovi arrivati si sono
uniti al cast della terza stagione di Sullivan’s Crossing, e sembra
che almeno alcuni di loro potrebbero rimanere. La nuova fidanzata
di Rob, Jane (Cindy Sampson), sembra destinata a restare a lungo,
così come Helen. Quasi certamente vedremo anche più spesso il capo
Cooper alla caserma dei pompieri. È possibile che rivedremo anche
Jacob Cranebear, e il finale della terza stagione ha introdotto un
nuovo personaggio, Liam, che sicuramente rimarrà nella prossima
stagione, considerando la bomba che ha lanciato alla fine del
finale.
Cosa è successo nel finale della
terza stagione di Sullivan’s Crossing
Si è concluso con un colpo di
scena scioccante
Il
finale della terza stagione di Sullivan’s Crossing ha visto
quasi tutte le relazioni a un bivio. Rob e Jane erano gli unici due
che navigavano in acque tranquille, avendo deciso di passare al
livello successivo e di impegnarsi pienamente nella loro relazione.
Anche Sully e Helen hanno concluso con una nota felice, con Helen
che ha sorpreso Sully presentandosi alla sua porta e chiedendogli
di andare in Irlanda con lei, ricordandogli che deve vivere la sua
vita e non rimanere bloccato nel passato. Segno di maturità, Sully
ha accettato e andrà con lei, lasciandosi alle spalle Crossing per
la prima volta dopo decenni. Anche Edna e Frank erano più felici
che mai a Sullivan’s Crossing, ora che l’intervento chirurgico per
rimuovere il tumore al cervello di Edna era andato a buon fine.
Altre relazioni, tuttavia, non sono
andate altrettanto bene. Rafe e Sydney sembrano destinati a
separarsi nella quarta stagione di Sullivan’s Crossing; anche se
Sydney ha detto a Rafe che non vuole sposarsi, Rafe ha capito che
il matrimonio è qualcosa che desidera davvero. Un altro ostacolo ha
intralciato la relazione nascente tra Lola e Jacob. Il consulente
di Jacob lo ha chiamato per informarlo che dovrà tornare in Alberta
per finire gli studi. Anche se lui si è offerto di rimandare gli
studi di due anni fino al termine della scuola di Lola, lei,
saggiamente, gli ha detto che non era una buona idea. Jacob alla
fine ha capito che lei aveva ragione, anche se la porta è
provvisoriamente aperta per loro, dato che i due hanno chiuso in
buoni rapporti e hanno deciso di rimanere in contatto.
Infine, Maggie e Cal erano
finalmente in una buona posizione, ma poi è arrivata una bomba.
Dopo aver visto quanto fosse felice dopo aver eseguito l’intervento
su Edna, Cal ha improvvisamente iniziato a preoccuparsi di stare
frenando la carriera di Maggie. Sembrava che stessero per
lasciarsi, finché Maggie non ha capito che non era il lavoro di
neurochirurgo a renderla felice, ma aiutare le persone. Ha proposto
la sua soluzione a Cal: sarebbe rimasta a Timberlake e avrebbe
aperto un proprio studio medico generico. In quel momento, però, è
apparso uno strano uomo, e abbiamo scoperto che era il marito di
Maggie. Lui sembrava a disagio, Cal ha chiesto spiegazioni a Maggie
e lei sembrava un cervo abbagliato dai fari di un’auto mentre la
stagione volgeva al termine.
Sullivan’s Crossing – Stagione 4:
La trama
Il marito a sorpresa di Maggie,
Liam, sarà il grande protagonista
È quel cliffhanger scioccante che
ovviamente sarà la trama principale della quarta stagione di
Sullivan’s Crossing. Cal era scioccato quanto noi spettatori.
Nessuno sapeva che Maggie avesse un marito, nemmeno suo padre, a
quanto pare. Sicuramente, se qualcun altro lo avesse saputo, ne
avrebbe parlato prima. È particolarmente strano considerando il
fatto che Maggie è stata fidanzata con Andrew per le prime due
stagioni e ora è innamorata e convive con Cal nella terza stagione
di Sullivan’s Crossing.
Nessuno sapeva che Maggie avesse un
marito, nemmeno suo padre, a quanto pare. Sicuramente, se qualcun
altro lo avesse saputo, ne avrebbe parlato prima.
Sembra che questo uomo, Liam, fosse
qualcuno con cui Maggie era stata sposata per un breve periodo e
forse lei non sapeva nemmeno che tecnicamente fossero ancora
sposati. All’inizio di questa stagione aveva detto che era solo
un’avventura estiva, quindi forse si trattava di una notte folle a
Las Vegas di cui non si ricorda. Sembra proprio che sia qualcosa di
cui avrebbe dovuto parlare con Cal prima, però. L’improvvisa
apparizione di Liam causerà sicuramente dei problemi. Allo stesso
modo, ci sono le domande già menzionate sulle altre relazioni.
Sembra anche che la quarta stagione
di Sullivan’s Crossing potrebbe vedere un piccolo salto temporale.
Anche se questo non è stato confermato, è difficile immaginare la
serie senza Sully, interpretato da Scott Patterson. Quindi, a meno
che la prossima stagione non divida le trame tra Timberlake e
Ireland, sembra molto probabile che la quarta stagione riprenderà
dopo il suo ritorno dal viaggio. Come ha dimostrato il finale della
terza stagione, non è mai saggio rilassarsi con questa serie perché
c’è sempre un colpo di scena in agguato.
Se
amate il western contemporaneo, è probabile che siate tra i milioni
di spettatori conquistati da Yellowstone, la saga
creata da Taylor Sheridan che ha trasformato la
famiglia Dutton in un fenomeno culturale globale. Con
Kevin Costner,
Luke Grimes e
Kelly Reilly al centro di
un racconto di potere, territorio e tradizione, la serie ha
rilanciato l’immaginario western nel mainstream televisivo. Ma nel
2026 potrebbe arrivare un rivale inaspettato: un revival che
mescola il western classico con l’epica dei fumetti DC.
Prima dei Dutton e delle guerre per il ranch, c’era
Jonah Hex,
l’antieroe pistolero della DC Comics apparso per la prima volta nel
1972 su All-Star
Western. Un personaggio brutale, sfregiato, moralmente
ambiguo, lontanissimo dagli eroi patinati. Ora, Hex è pronto a
tornare con una nuova serie solista annunciata ufficialmente
nell’ambito dell’iniziativa editoriale Next Level di DC, prevista
per il 2026.
L’annuncio è arrivato direttamente da Scott
Snyder, uno degli autori più influenti
dell’ultimo decennio DC, che nella sua newsletter ha anticipato una
nuova fase ambiziosa per l’universo editoriale. Tra i titoli
citati, accanto a nomi come Lobo, Deathstroke e Legion of
Superheroes, spicca proprio Jonah Hex, segnale che la casa editrice
intende rilanciare anche le sue figure più “di frontiera”.
Perché Jonah Hex può diventare il vero erede western di
Yellowstone
La nuova serie di Jonah Hex si inserirà nella seconda fase del
progetto DC All In, dopo il lancio dell’Absolute Universe. Al
momento non sono stati rivelati né il team creativo né il numero di
albi previsti, ma il solo fatto che DC punti su un personaggio così
specifico indica una direzione chiara: valorizzare l’identità
western con un approccio più adulto e crudo.
Hex non è un cowboy romantico. È un bounty hunter segnato dalla
guerra civile americana, spietato ma guidato da un codice
personale. Se Yellowstone ha riportato il western nella
contemporaneità con drammi familiari e conflitti territoriali,
Jonah Hex potrebbe farlo attraverso una lente più pulp e
supereroistica, senza perdere l’essenza del genere.
Il successo di Yellowstone dimostra che il pubblico ha ancora fame
di polvere, duelli e tensioni morali. Ma mentre la serie di
Sheridan affonda le radici nel realismo rurale moderno, Hex
rappresenta il western mitico, sporco, quasi horror in certi
tratti. Un ritorno al West come luogo di caos, giustizia privata e
destino.
Snyder ha sottolineato che questi nuovi progetti nascono anche
grazie al sostegno dei fan verso titoli più rischiosi e meno
convenzionali. È proprio questo il punto: Jonah Hex è un
personaggio sottoutilizzato, spesso rimasto ai margini
dell’universo DC. Un rilancio ben costruito potrebbe intercettare
sia i lettori di lunga data sia i nuovi fan attratti dal revival
western.
Nel 2026, dunque, il western potrebbe vivere una nuova fase di
espansione: da un lato l’eredità televisiva lasciata da
Yellowstone, dall’altro un antieroe fumettistico pronto a reclamare
il proprio spazio. Se il pubblico è disposto a uscire dalla comfort
zone del ranch contemporaneo per abbracciare un West più oscuro e
mitologico, Jonah Hex potrebbe davvero diventare la prossima grande
ossessione.
Guillermo del Toro ha espresso pubblicamente il
suo entusiasmo per Project Hail Mary, il nuovo adattamento
sci-fi tratto dal romanzo di Andy Weir. Il celebre regista premio
Oscar ha condiviso sui social un commento entusiasta che sta
contribuendo ad accendere ulteriormente l’attesa per l’uscita del
film.
Del
Toro, noto per opere come Il labirinto del fauno
e per il suo immaginario che fonde fantasy, horror e romanticismo
gotico con un uso magistrale degli effetti pratici, non è nuovo a
elogi pubblici verso colleghi e progetti che lo colpiscono
particolarmente. Negli ultimi mesi aveva già lodato diversi film,
ma il suo giudizio su Project
Hail Mary è stato particolarmente caloroso.
Il
regista ha scritto su X:
“HO ADORATO questo
film! Emozionante e bellissimo — con interpretazioni fantastiche e
una straordinaria padronanza registica!”
Un endorsement di questo peso, proveniente da uno dei cineasti più
rispettati della scena internazionale, rappresenta un segnale forte
per il nuovo progetto sci-fi.
Ryan Gosling protagonista di un’epopea spaziale che punta già agli
Oscar
Foto di imagepressagency via Depositphotos
Project Hail Mary è tratto dal romanzo
omonimo di Andy Weir, autore di The Martian, e vede
Ryan Gosling nel ruolo principale di
Ryland Grace, un insegnante di scienze che si risveglia su
un’astronave senza memoria della propria identità o della missione
che lo ha portato lì. Con il graduale ritorno dei ricordi, scopre
di essere l’unica speranza per salvare la Terra da una misteriosa
sostanza che sta causando l’agonia del Sole.
Nel cast figurano anche Sandra Hüller, Milana Vayntrub, Ken
Leung e Lionel Boyce. Il film promette una combinazione di
spettacolo visivo, tensione emotiva e una componente più intima,
con Gosling impegnato in una performance che per larga parte lo
vede da solo in scena, prima di un inatteso incontro che potrebbe
cambiare le sorti della missione.
Le prime reazioni della critica sono estremamente positive. Secondo
Liam Crowley di ScreenRant, il film è “immaginazione scatenata,
ancora meglio di quanto avessi immaginato sulla pagina. Il modo in
cui Gosling riesce a catturare l’attenzione in uno spettacolo quasi
interamente da solista è incredibile — uno dei primi candidati al
premio come Miglior Attore. E il mio dolce principe Rocky… lacrime
per tutto il terzo atto. Una meravigliosa dimostrazione di
amicizia.”
L’attenzione verso la possibile corsa agli Oscar è già iniziata.
Gosling, candidato tre volte in carriera ma mai vincitore, potrebbe
trovare proprio in questo ambizioso progetto fantascientifico il
ruolo capace di consacrarlo definitivamente.
L’attore sarà inoltre protagonista di altri progetti importanti nei
prossimi anni, tra cui Star Wars: Starfighter diretto da
Shawn Levy. Tuttavia, è proprio Project Hail Mary a rappresentare, almeno per ora, il
suo impegno più ambizioso sul piano narrativo ed emotivo.
Il film arriverà nelle sale il 20 marzo, pronto a sfidare il box
office e, forse, anche la stagione dei premi.
FOTO DI COPERTINA: Guillermo del
Toro arriva alla première di Los Angeles di “Frankenstein” di
Netflix. Foto di Image Press Agency via DepositPhotos.com
Il
gioco è ufficialmente iniziato per Young Sherlock. La nuova
serie prequel di Prime Video dedicata al celebre detective
creato da Arthur Conan Doyle ha debuttato con un perfetto 100% su
Rotten Tomatoes, un risultato che sta già facendo discutere nel
panorama delle serie crime e mystery.
La
serie in 8 episodi segue uno Sherlock ancora giovane, interpretato
da Hero Fiennes Tiffin, descritto come
“grezzo e non filtrato”, accusato di un omicidio avvenuto
all’Università di Oxford. Per dimostrare la propria innocenza, il
futuro detective si allea con un compagno di studi, James Moriarty
(Dónal Finn), dando il via a un’indagine che porta alla luce una
cospirazione ben più ampia.
Come riportato da ScreenRant, al momento sono state conteggiate
sette recensioni, motivo per cui il punteggio potrebbe scendere con
l’arrivo di nuove valutazioni. Tuttavia, si tratta di un esordio
estremamente positivo, soprattutto considerando il confronto con le
precedenti trasposizioni televisive e cinematografiche del
personaggio.
Young Sherlock supera anche la serie BBC con Benedict
Cumberbatch
Con il suo 100% iniziale, Young Sherlock si posiziona tra le
migliori serie TV dedicate a Sherlock Holmes. Il celebre
Sherlock della BBC con
Benedict Cumberbatch vanta infatti una
media complessiva del 78% su Rotten Tomatoes, con le prime tre
stagioni rispettivamente al 93%, 94% e 91%.
Il risultato della serie Prime Video supera anche Sherlock & Daughter (77%) e si affianca al
100% della produzione giapponese Miss Sherlock del 2018. Va sottolineato che la nuova
serie si basa sui romanzi Young Sherlock Holmes di Andrew Lane, e non
direttamente sulle opere originali di Conan Doyle, pur mantenendo
elementi iconici del personaggio.
Il progetto segna inoltre il ritorno di Guy Ritchie al franchise
dopo quasi 15 anni. Il regista, già dietro ai film con
Robert Downey Jr. e Jude
Law (valutati rispettivamente 70% e 60% su Rotten
Tomatoes), torna come produttore esecutivo e regista di alcuni
episodi. Si tratta, almeno per ora, del suo progetto sherlockiano
con il punteggio più alto.
Il cast include anche Zine Tseng, Joseph Fiennes, Natascha McElhone, Colin Firth e Max Irons, mentre Matthew
Parkhill ricopre il ruolo di showrunner.
Tutti e otto gli episodi di Young Sherlock debutteranno su Prime Video il 4 marzo.
Resta ora da vedere se anche il pubblico confermerà l’entusiasmo
della critica e se la piattaforma procederà rapidamente con un
rinnovo per la seconda stagione.
ScreenRant ha diffuso una nuova immagine
ufficiale di The Mandalorian & Grogu anticipa
quella che potrebbe diventare la sequenza d’azione più spettacolare
del film. Lo scatto esclusivo, pubblicato nell’ambito dello
Spring Movie Preview 2026
della testata americana, mostra Din Djarin nel pieno di un assalto
a una roccaforte dell’Imperial Remnant in un’ambientazione
innevata.
Nell’immagine vediamo il Mandaloriano utilizzare il suo
lanciafiamme da polso mentre fa irruzione in una base ghiacciata,
con Stormtrooper imperiali schierati ai lati del corridoio. La
scena era già comparsa brevemente nel trailer finale diffuso nelle
scorse settimane, ma lo scatto condiviso da ScreenRant ne evidenzia
meglio i dettagli, dall’armatura in Beskar alle dinamiche
ravvicinate del combattimento.
L’ambientazione richiama immediatamente l’iconografia di Hoth, ma
al momento non ci sono conferme che si tratti di un ritorno sul
celebre pianeta della trilogia classica. Tutto lascia pensare a una
nuova location innevata all’interno dell’universo di Star
Wars.
Fonte: Screenrant
Una battaglia su più livelli tra walker, corridoi e Imperial
Remnant
ScreenRant ricorda inoltre che durante lo Star Wars Celebration 2025 in Giappone era
stata mostrata un’anteprima più ampia di questa sequenza, con
Snowtrooper e AT-AT walker coinvolti in uno scontro su larga scala.
I trailer ufficiali hanno finora solo accennato a questo grande set
piece, mentre il merchandising collegato al film — inclusi set LEGO
— suggerisce la presenza di unità AT-RT e altri elementi
militari.
La nuova immagine rafforza l’idea che il conflitto si sviluppi in
più fasi: prima lo scontro esterno contro i walker, poi l’assalto
interno alla base imperiale. Una costruzione narrativa che promette
una sequenza d’azione articolata e progressiva, in pieno stile
cinematico.
Un elemento che salta subito all’occhio è l’assenza di Grogu. Né
nel combattimento nei corridoi né nelle immagini della battaglia
con gli AT-AT il piccolo co-protagonista è presente. Considerando
che la promozione del film ha puntato fortemente sul duo, questa
scelta suggerisce una possibile separazione temporanea tra i due
personaggi, o una missione che riporta Din Djarin in modalità “lupo
solitario”, richiamando le atmosfere della prima stagione.
Se le sequenze mostrate fanno parte dello stesso arco narrativo,
The Mandalorian & Grogu
potrebbe offrire uno dei momenti d’azione più ambiziosi dell’era
Disney-Lucasfilm, combinando scala epica e combattimento
ravvicinato in un unico grande confronto contro l’Imperial
Remnant.
Netflix rompe il silenzio sulla sorprendente
conclusione della battaglia per l’acquisizione di Warner Bros.
Discovery. Dopo settimane di indiscrezioni e rilanci, è stata
Paramount Skydance ad avere la meglio, costringendo il colosso
dello streaming a ritirarsi dalla gara.
A
dicembre, Netflix aveva annunciato un accordo per acquisire gli
studi Warner Bros. e HBO
Max, con comunicati ufficiali che delineavano una fusione
destinata a ridefinire gli equilibri dell’industria. Tuttavia,
Paramount Skydance, guidata dal CEO David Ellison, ha
progressivamente rilanciato l’offerta fino a superare Netflix,
ottenendo la vittoria finale.
La
decisione di Netflix di non controbattere ulteriormente ha sorpreso
Hollywood. Ora, in un’intervista a Bloomberg, il co-CEO Ted
Sarandos ha spiegato perché la piattaforma ha scelto di uscire
dalla corsa.
Sarandos: “Sapevamo esattamente cosa avremmo fatto”
Secondo quanto riferito, Warner Bros. Discovery ha informato
Netflix di aver ricevuto un’offerta superiore da parte di
Paramount, concedendo alla società quattro giorni per rilanciare.
Netflix ha invece deciso di non proseguire.
Sarandos ha chiarito che l’azienda aveva stabilito un limite
preciso:
«Avevamo un intervallo molto ristretto entro il quale
eravamo disposti a pagare e abbiamo fatto quell’offerta quando
abbiamo chiuso l’accordo. Non ci siamo spostati molto da lì, se non
passando al pagamento in contanti, che avrebbe velocizzato
l’operazione. Sono contento di dove siamo entrati e contento di
dove siamo usciti.
Sapevamo subito, quando giovedì abbiamo ricevuto la
notifica che c’era un’offerta superiore e i dettagli di
quell’accordo. Sapevamo esattamente cosa avremmo
fatto.»
Le parole di Sarandos indicano che la scelta non è stata impulsiva,
ma parte di una strategia finanziaria precisa. Netflix avrebbe
ritenuto il rilancio di Paramount fuori dalla propria soglia di
sostenibilità.
Sarandos ha anche espresso perplessità sulla solidità
dell’operazione rivale. Paramount, per finanziare l’acquisizione,
dovrà ricorrere a decine di miliardi di dollari in prestiti.
Secondo il CEO di Netflix, questo comporterebbe la necessità di
tagliare circa 16 miliardi di dollari in costi per evitare un peso
eccessivo del debito, con potenziali ripercussioni
occupazionali.
Alla domanda se la nuova fusione dovrebbe essere approvata,
Sarandos ha risposto:
«Dovrebbe essere esaminata con grande attenzione, nello
stesso modo in cui sono contento che la nostra lo sia stata.
Dovrebbe essere analizzata con lo stesso livello di scrutinio.
Ricordate, siamo stati chiamati a testimoniare. David e io
entrambi. Io mi sono presentato.»
Il dirigente ha poi definito l’atteggiamento del rivale con parole
che hanno fatto discutere:
«Insolito, sì, insolito, irrazionale, qualunque parola
vogliate usare. Sarà affascinante vedere i prossimi passi. Ho
parlato molto nelle ultime due settimane di come vedo il futuro.
Sono fiducioso che non saremo colpiti da tutto questo. Anzi, forse
potrebbe essere a nostro vantaggio. Ma spero di sbagliarmi, per il
bene dell’industria.»
Nonostante la sconfitta nella gara, Sarandos ha lasciato intendere
che la partita potrebbe non essere definitivamente chiusa. Alla
domanda se Warner Bros. Discovery potrebbe tornare sul mercato in
futuro, ha risposto con cautela: «Possibile. Oppure, se guardate
alla storia di Warner Bros…»
La battaglia per Warner Bros. non è stata solo una questione di
acquisizioni, ma un segnale di quanto il consolidamento stia
ridefinendo l’industria dello streaming. Netflix, almeno per ora,
ha scelto di non inseguire oltre.
Alla fine della visione
del pilot di questa miniserie in sette episodi creata dallo
sceneggiatore di successo Steve Conrad (The Weather
Man, La ricerca della felicità, Wonder) non risulta
chiarissimo cosa si è appena visto. Cos’è? DTF St. Louis? Una serie true-crime?
Una commedia di costume? Un dramma romantico? In fondo è tutto
questo, pur non cercando realmente di esserlo.
Qual è il genere di DTF St. Louis? Impossibile
rispondere
Dietro qualsiasi
possibile etichettatura dentro un genere, questo show vuol prima di
tutto raccontare cosa significhi essere una persona comune, con le
proprie fragilità, le imperfezioni, le frustrazione e perchè no?
anche i lati oscuri. Il trio di protagonisti che compone l’ossatura
emotiva del progetto e intorno al quale ruota l’intera vicenda di
tradimento, passione e crimine, viene sviluppato in maniera
talmente precisa e veritiera da risultare in un primo momento
addirittura respingente. Non è certamente un personaggio con cui
entrare in empatia Clark Forrest (Jason
Bateman), l’uomo delle previsioni più famoso della
cittadina. In fondo non lo è neppure il suo amico Floyd (David Harbour), gigante impacciato e sornione
che si lascia irretire dall’altro a tentare una app di appuntamenti
per sesso extraconiuale. E certamente non è una donna
irreprensibile Carol (Linda Cardellini), moglie di Floyd che sembra
puntare la propria attenzione su Clark…
Bisogna finire almeno il
secondo episodio per iniziare a comprendere, anzi meglio ancora ad
esperire, la precisione di questa serie che mette in scena
psicologie capaci di esprimere magnificamente la complessità
dell’essere una persona del tutto comune. Quello che i personaggi
vivono, provano, subiscono, quello che capita loro non si allontana
di un millimetro da quello che accade o potrebbe accadere a tutti
noi in una giornata qualsiasi. DTF St. Louis sviluppa una
poetica della meschinità che episodio dopo episodio si rivela
impossibile da dimenticare. Ed è per questo che invece si iniziano
a comprendere sempre più nel profondo Clark, Floyd e Carol, ad
amarli specialmente quando ci lasciano entrare nel loro mondo fatto
di ipocrisia ma anche di amore, pur se espresso in maniera non
sempre condivisibile. Si tratta di uno show che vuole raccontare la
finitezza umana senza giudicare, al contrario mostrando con
compassione che la strada per i nostri propri inferni personali è
realmente lastricata di buone intenzioni, di piccoli errori che
portano a grandi conseguenze, di pigrizia mentale che può condurre
a guardare dentro l’abisso.
DTF St. Louis non avrebbe
assolutamente potuto ottenere un tale livello di potenza espressiva
senza il suo cast encomiabile. A guidare questo gruppo di attori
troviamo Jason Bateman, il quale da anni ha cominciato a
esplorare con risultati fin troppo sottovalutati il lato
malinconico dei suoi personaggi più leggeri. L’attore in questo
caso ha accostato questo suo stile di recitazione a quello più
drammatico sviluppato principalmente attraverso la serie Ozark,
regalando al suo Clark Forrest una serie di sfumature che
ipnotizzano soprattutto perché spesso si contraddicono. Accanto a
lui David Harbour è semplicemente commovente: un interprete che
getta anima e corpo dentro un personaggio che possiede un nucleo di
purezza rinchiuso dentro un involucro di di debolezze e incertezze.
E lo fa con un coraggio e una sensibilità ammirevoli. Come “terzo
incomodo” c’è una Linda Cardellini lontana dalla
sua comfort zone, che disegna una femme fatale spigolosa ma anche
talvolta dolcisisma. A completare lo schieramento di attori
preziosi Richard Jenkins e Joy
Sunday nei ruoli dei detective che devono far luce sul
crimine commesso, più la partecipazione straordinaria (ed efficace)
di Peter Sarsgaard.
Ci sentiamo di predire
che non troverà il consenso unanime di critica e pubblico, DTF
St.Louis: è una miniserie troppo precisa e impietosa nell’esporre
il lato oscuro e banale della dimensione umana. C’è troppa
desolazione del vivere comune in questi personaggi e nelle loro
vicende. Per amarla, devi realmente accettare di soffrire
osservando questo universo davvero molto, molto vicino al nostro. E
questo non può che mettere a disagio. Sia chiaro, quel disagio che
talvolta è salutare…
Il
panorama dello streaming globale è pronto a cambiare radicalmente.
Dopo l’acquisizione da parte di Paramount
Skydance, HBO
Max — piattaforma con oltre 150 milioni di abbonati a
novembre 2025 — sarà progressivamente integrata con Paramount+ in un unico servizio.
Lanciato nel maggio 2020, HBO Max è diventato uno dei protagonisti
della guerra dello streaming, combinando la libreria storica di HBO
— da Game of Thrones a I Soprano — con produzioni originali di grande
impatto come Peacemaker e il pluripremiato drama
The
Pitt. Ora, però, il futuro della piattaforma prenderà una
direzione diversa.
Come riportato inizialmente da Variety, Paramount Skydance unirà
Paramount+ e HBO Max in un’unica piattaforma una volta completata
la fusione con Warner Bros. Discovery. Il CEO di Paramount, David
Ellison, ha confermato il piano durante una call con gli
investitori, indicando che l’operazione sarà completata entro la
metà del 2026.
Cosa cambia con la fusione tra HBO Max e Paramount+
Nel corso della call, Ellison ha spiegato la strategia dietro la
decisione:
«Avremo completato il consolidamento dei nostri tre
servizi sotto un’unica infrastruttura unificata, e potete
aspettarvi un approccio simile per questa piattaforma in futuro.
Pensiamo che l’offerta combinata, considerando la quantità di
contenuti e ciò che possiamo fare dal punto di vista tecnologico,
ci metterà in una posizione in grado di competere con i player più
grandi nel direct-to-consumer.»
Ellison ha anche precisato che il brand HBO «opererà in modo
indipendente», lasciando intendere che l’identità del marchio
premium sarà preservata, pur all’interno di una struttura
unica.
L’unione delle due piattaforme potrebbe creare un colosso con circa
211 milioni di abbonati diretti, posizionandosi come terzo servizio
streaming globale per numero di utenti, dietro Netflix (circa 325 milioni) e Prime Video (circa 315 milioni), ma
davanti a Disney+ (131,6 milioni).
Restano però diverse incognite. In primo luogo, il prezzo.
Paramount+ propone un piano annuale senza pubblicità a circa 139
dollari, mentre HBO Max arriva a 230 dollari per il piano premium
4K senza pubblicità. Con un debito stimato in circa 79 miliardi di
dollari derivante dalla fusione, la nuova entità potrebbe optare
per una fascia di prezzo elevata.
Un altro nodo riguarda le licenze. Attualmente diversi titoli
Paramount e Warner Bros. sono distribuiti su piattaforme
concorrenti come Netflix, Disney+, Hulu e Prime Video. La
creazione di un’unica piattaforma potrebbe comportare il ritiro di
alcuni contenuti per concentrarli esclusivamente nel nuovo
servizio, aumentando così il valore percepito dell’abbonamento.
Infine, c’è la questione produttiva. Paramount Television, CBS
Studios e Warner Bros. Television operano oggi con identità
distinte. Non è ancora chiaro come verranno riorganizzate sotto la
nuova struttura, né se l’elevato indebitamento porterà a un
rallentamento nella produzione di contenuti originali.
La fusione tra HBO Max e Paramount+ non
rappresenta soltanto una razionalizzazione industriale, ma un
tentativo di ridefinire gli equilibri dello streaming globale in un
momento di crescente competizione e consolidamento.
L’episodio 8 di Star Trek: Starfleet Academy, intitolato
“The Life of the Stars”, è uno dei capitoli emotivamente più
intensi della stagione. La serie sceglie un impianto quasi da “Very
Special Episode”, affrontando il lutto, la rinascita e il potere
catartico dell’arte attraverso il ritorno del Tenente Sylvia Tilly
(Mary Wiseman) e la crisi definitiva di SAM.
La
puntata alterna due linee narrative forti: da un lato il
laboratorio teatrale imposto da Tilly ai cadetti come strumento per
elaborare il trauma della USS Miyazaki; dall’altro la morte e
resurrezione di SAM, il cui destino ridefinisce anche il percorso
del Dottore.
Il
finale non è solo una chiusura emotiva, ma una svolta tematica per
l’intera serie.
Perché “Our Town” diventa il cuore emotivo dell’episodio
Tilly insiste affinché i cadetti studino Our Town di Thornton Wilder per affrontare il
trauma collettivo. Inizialmente l’idea viene accolta con
resistenza: Tarima, Caleb, Genesis, Darem, Jay-Den e Ocam non
vogliono rivivere il dolore.
Tarima, in particolare, viene scelta per interpretare Emily, la
ragazza che muore e diventa un “fantasma”. La scelta non è casuale.
Tarima è sopravvissuta a un coma dopo aver sovraccaricato i propri
poteri psichici per salvare i compagni, e si sente privata della
possibilità di scegliere il proprio destino. Il parallelismo tra
Emily e Tarima rende il testo teatrale uno specchio della sua
condizione.
L’episodio mostra come la semplicità di Our Town — la celebrazione dei piccoli momenti
ordinari che diventano eterni — risuoni sia con l’esperienza finita
di Tarima sia con la natura quasi eterna di SAM. La
rappresentazione diventa così uno spazio sicuro per elaborare
perdita, colpa e identità.
La guarigione non avviene in modo immediato, ma graduale: il gruppo
si ricompone proprio attraverso la condivisione del testo. Tarima,
inizialmente isolata, viene reintegrata nella comunità.
La morte e rinascita di SAM spiegate
La crisi più drammatica riguarda SAM, danneggiata irreversibilmente
dal colpo di phaser dei Furies. I suoi Creatori, sul pianeta Kasq,
non riescono a comprendere come la sua programmazione sia evoluta
durante i 209 giorni trascorsi all’Accademia. La decisione è
drastica: disattivarla.
Qui entra in gioco il Dottore. Convinto dal Capitano Nahla Ake,
accetta di diventare “padre” di SAM e di crescerla su Kasq, dove il
tempo scorre in modo differente: due settimane terrestri
equivalgono a 17 anni.
La soluzione è tanto fantascientifica quanto emotiva. SAM viene
ricreata e cresciuta come una figlia, sviluppando un’intera
infanzia e adolescenza in un lasso di tempo brevissimo per la
Federazione. Quando torna all’Accademia, possiede due vite: i 209
giorni originali e i 17 anni trascorsi con il Dottore.
La rinascita non è solo tecnica, ma identitaria. SAM non è più
semplicemente un emissario evoluto: è un essere con esperienza
emotiva e memoria familiare.
Il Dottore diventa padre e chiude una ferita di Voyager
La scelta del Dottore ha un significato profondo nel canone di
Star Trek. In
Star Trek: Voyager,
l’EMH aveva sperimentato la paternità con una famiglia olografica,
perdendo la figlia Belle in modo traumatico. Il dolore di quella
perdita, per un essere con memoria digitale perfetta, è eterno.
In questo episodio il Dottore ammette di essere stato “un codardo”,
di aver respinto SAM per paura di soffrire di nuovo. Crescerla su
Kasq gli offre una seconda possibilità: non solo per lei, ma per sé
stesso.
La felicità che sperimenta come padre diventa una forma di
guarigione tardiva. La storyline chiude simbolicamente un arco
narrativo aperto quasi trent’anni fa in Voyager, integrandolo nella nuova
generazione.
Il ritorno di Tilly e il futuro all’Accademia
Il ritorno di Sylvia Tilly è breve ma significativo. Ora docente
nel Quadrante Beta con i cadetti del terzo anno, non fa parte del
corpo insegnante di San Francisco, ma la sua presenza sottolinea il
legame tra Discovery e
Starfleet Academy.
È
improbabile che torni negli ultimi episodi della stagione 1, ma la
sua funzione narrativa resta aperta: potrebbe guidare i cadetti nel
futuro o diventare centrale in una eventuale stagione 2 o 3.
Cosa significa il finale per la stagione
Il finale di “The Life of the Stars” costruisce un doppio
movimento: da un lato l’elaborazione del lutto attraverso il
teatro, dall’altro la rinascita tecnologica e affettiva di SAM.
Entrambe le linee convergono su un tema chiave di Star Trek: la possibilità di evolversi
oltre il trauma. SAM torna diversa. Il Dottore è diverso. Anche i
cadetti lo sono. E l’Accademia, dopo aver affrontato la morte,
entra in una nuova fase di maturità.
Dopo poco più di un anno di pausa, Paradise è tornata con una
seconda stagione che non perde tempo nel rimescolare le
gerarchie del bunker. Se la prima stagione aveva costruito il
proprio successo su misteri stratificati e colpi di scena
calibrati, i primi tre episodi del nuovo ciclo dimostrano che la
serie intende alzare ulteriormente la posta, ampliando il mondo
esterno e intensificando i conflitti interni.
La
premiere in tre parti alterna le conseguenze del piano orchestrato
nel
finale della stagione 1 con nuove dinamiche di potere. Con
Henry Baines ora ufficialmente Presidente e Sinatra marginalizzata,
l’equilibrio nel bunker sembra temporaneamente ristabilito. Ma
l’illusione dura poco: l’episodio 3 si chiude con un omicidio che
ribalta di nuovo tutto.
La vittima è proprio Baines. E la responsabile è Jane.
Jane ha ucciso Baines per proteggere il progetto segreto di
Sinatra
Il terzo episodio riporta l’azione all’interno del bunker e mostra
la caduta del nuovo Presidente. Dopo aver tentato di imporre la
propria autorità e ottenere una confessione da Sinatra, Baines
sembra convinto di avere la situazione sotto controllo. Sinatra,
collegata al poligrafo, nega di aver sottratto energia al bunker e
supera il test. Poi pronuncia una frase apparentemente ironica:
«Quell’uomo ha bisogno di una mentina.»
Non è un insulto casuale. I flashback rivelano che quella frase era
un codice già utilizzato in passato per attivare un omicidio su
commissione. Sinatra lo aveva impiegato quando aveva incaricato
Billy di eliminare uno scienziato. Ora lo riutilizza con Jane.
Jane, che si è avvicinata a Baines guadagnandosi la sua fiducia
fino a diventare la sua unica guardia del corpo durante una corsa
notturna, coglie l’occasione e gli taglia la gola. Subito dopo
incastra Robinson, colpendola e piazzandole il coltello in
mano.
L’omicidio non è solo un colpo di scena scioccante, ma
un’operazione chirurgica per ristabilire l’assetto di potere.
Eliminando Baines, Jane restituisce il controllo a Sinatra e
protegge un progetto segreto che rimane ancora in gran parte
oscuro. L’alleanza tra le due è silenziosa ma evidente: Jane non
agisce per impulso, bensì per strategia.
Perché Jane ha incastrato Robinson
Robinson è una delle poche persone a non fidarsi di Jane. Aveva già
messo in discussione la versione ufficiale sulla morte di Billy e
scoperto dettagli compromettenti, come l’anello di fidanzamento che
suggerisce che il suicidio non fosse tale.
Chiedendo in una chat di gruppo la posizione di Jane, Robinson si
tradisce. Jane controlla la sua posizione, capisce che la collega
si sta avvicinando e sfrutta l’opportunità per incastrarla.
Anche se non sapesse quanto Robinson fosse vicina alla verità, Jane
aveva probabilmente intuito i sospetti. Eliminare Baines e
neutralizzare Robinson risponde a una logica di autopreservazione:
rimuovere ogni minaccia che possa far emergere il suo ruolo
nell’omicidio di Billy e nel progetto di Sinatra.
Il piano di Jeremy e il possibile caos nel bunker
Parallelamente, Jeremy rivela di essersi fatto arrestare
volontariamente per collaborare con il creatore del bunker. Il suo
obiettivo? «Far saltare quelle fottute porte.» L’intenzione è
chiara: aprire il sistema chiuso che tiene la comunità sotto
controllo.
Il gesto riecheggia l’eredità morale di suo padre, Cal Bradford, e
potrebbe intrecciarsi con la minaccia rappresentata da Link, deciso
a entrare nel bunker e uccidere “Alex”. Se Alex fosse il nome del
progetto di Sinatra, l’asse Jeremy-Link potrebbe diventare
decisivo.
Gabriela spia Sinatra
Gabriela sembra vicina a Sinatra, ma in realtà la sta spiando. Le
consegna una fotografia che contiene un dispositivo di ascolto,
ottenendo così accesso alle sue conversazioni private. È così che
scopre il nome “Alex” e il riferimento a un problema energetico
“risolto”.
Gabriela appare combattuta, ma pronta a tradire Sinatra per il bene
comune. Il loro confronto suggerisce che il conflitto non sarà solo
politico, ma anche personale.
L’origine di Link cambia tutto
Link emerge come una figura chiave. Si scopre che era il protetto
di uno scienziato rivoluzionario ucciso da Sinatra. Questo gli
conferisce una motivazione personale e collega la sua vendetta al
misterioso progetto Alex. Non è solo un leader carismatico: è
potenzialmente l’elemento che può destabilizzare l’intero
sistema.
Perché Jane continua a lavorare con Sinatra?
La domanda più inquietante rimane aperta: perché Jane è ancora
leale a Sinatra? Non sembra credere davvero alla sua amnesia. È più
plausibile che abbia un’agenda propria. Sinatra è utile viva —
detiene potere e conosce segreti che legano anche Jane.
L’alleanza tra le due è destinata a incrinarsi, ma per ora è
funzionale. Una protegge l’altra, finché l’equilibrio di
convenienza reggerà.
Con tre episodi, Paradise stagione 2 ha già consegnato un omicidio
politico, un colpo di stato silenzioso, una fuga verso Los Angeles
e una nuova minaccia tecnologica globale. Il bunker non è più un
rifugio: è un campo di battaglia.
Il
terzo episodio della
quarta stagione di Dark Winds si chiude con un momento
tanto scioccante quanto destabilizzante: Irene (Franka Potente)
bacia Joe Leaphorn (Zahn McClarnon) dopo averlo minacciato con una
pistola. Un gesto che non è solo provocazione, ma una chiave per
comprendere la natura del personaggio e la direzione psicologica
della stagione.
Con
l’avanzare della stagione 4, Irene si sta configurando sempre più
chiaramente come l’antagonista principale. Dopo aver già ucciso
Albert Gorman e Ashie Begay, il suo confronto con Leaphorn in
questo episodio rivela un’instabilità inquietante. Ma il bacio
finale non è un semplice colpo di scena: è l’espressione di
un’ossessione.
L’episodio, però, non ruota solo attorno a Irene. La decisione di
Billie di partire per Los Angeles, il conflitto tra Chee e Leaphorn
legato al pensionamento e i sintomi sempre più inquietanti della
“ghost sickness” di Chee costruiscono un mosaico narrativo
complesso che prepara la stagione a una nuova fase.
Perché Irene ha baciato Leaphorn: ossessione, potere e distorsione
spirituale
Alla fine dell’episodio, Irene affronta Joe subito dopo il suo
sweat lodge. Lo tiene sotto tiro e cerca di costringerlo ad
abbandonare l’indagine sulla morte di Albert Gorman e la ricerca di
Leroy Gorman. Nel farlo, dichiara di avere grande rispetto per la
tradizione Navajo e per Joe stesso, prima di baciarlo contro la sua
volontà.
Il gesto appare contraddittorio: Irene è lì per intimidire, eppure
si lascia andare a un atto intimo. La spiegazione emerge nel corso
dell’episodio. Irene è ossessionata dalla cultura Navajo e da Joe
in particolare. Ammira la sua capacità di “costruire con le mani”,
ha perquisito la sua casa in sua assenza e parla di loro come di
«due forze opposte in un’unione spirituale».
Il bacio è quindi un atto di possesso simbolico. Non è attrazione
romantica, ma una proiezione patologica. Irene idealizza Joe come
incarnazione perfetta dell’uomo Navajo e inserisce la loro
contrapposizione in una narrativa quasi mistica. Il gioco del gatto
e del topo — Joe che la insegue e lei che sfugge — alimenta
ulteriormente questa dinamica distorta.
Billie parte per Los Angeles: cosa cambierà per Leaphorn, Chee e
Manuelito
Un altro sviluppo cruciale riguarda Billie Tsosie. Dopo la morte di
Albert e Ashie, Leroy Gorman è l’unico familiare rimasto. Billie
decide di andare a Los Angeles per trovarlo e vivere con lui,
rifiutando l’idea di tornare a St. Catherine’s.
La scelta complica enormemente la situazione per Leaphorn, Chee e
Bernadette Manuelito. La polizia tribale Navajo non ha
giurisdizione a Los Angeles e non dispone delle risorse per
un’indagine fuori territorio. Tuttavia, lasciare Billie senza
protezione non è un’opzione realistica. È probabile che il trio sia
costretto ad agire in modo non ufficiale, ampliando il raggio
d’azione della stagione oltre la riserva.
Il conflitto tra Chee e Leaphorn sul pensionamento
La decisione di Joe di nascondere a Chee la propria intenzione di
andare in pensione esplode in questo episodio. Bernadette rivela a
Chee che Joe intende ritirarsi e che vorrebbe lei come successore.
La reazione di Chee è furiosa, ma non solo per il segreto.
Quando affronta Joe allo sweat, Chee accusa il suo superiore di
ipocrisia: Joe si nasconde dietro il “protocollo”, qualcosa che in
passato non ha mai considerato prioritario. Chee ha infranto regole
per salvargli la vita, e ora si sente escluso e non rispettato.
Inoltre, ritiene di meritare la promozione più di Bernadette,
avendo dimostrato leadership e lealtà rimanendo nel dipartimento
quando lei era passata alla Border Patrol.
La ghost sickness di Chee: reale o psicologica?
Parallelamente, Chee manifesta sintomi sempre più inquietanti:
sangue dal naso, la perdita di un dente, visioni disturbanti. La
causa sarebbe la “ghost sickness” contratta entrando nel death
hogan nell’episodio precedente.
La serie ha già giocato in passato sull’ambiguità tra spiritualità
Navajo autentica e spiegazioni psicosomatiche. Non è ancora chiaro
se ciò che accade a Chee sia fisicamente reale o una manifestazione
mentale del trauma. La sua capacità di nascondere i sintomi
complica ulteriormente la lettura.
Il finale dell’episodio 3, quindi, non offre solo uno shock emotivo
con il bacio di Irene, ma apre quattro fronti narrativi:
un’antagonista ossessionata, una fuga verso Los Angeles, una
frattura interna alla polizia tribale e un possibile deterioramento
fisico o spirituale di Chee. Dark
Winds sta trasformando la stagione 4 in un confronto tra
ordine e destabilizzazione, dove il pericolo non è solo esterno, ma
profondamente psicologico.
Monarch: Legacy of Monsters torna con la
seconda stagione e il primo episodio non perde tempo nel
rimescolare le carte del Monsterverse. Il finale della premiere
introduce nuovi interrogativi, riporta in scena un personaggio
creduto perduto e lancia una minaccia titanica destinata a
ridefinire gli equilibri tra passato e presente.
La
prima stagione si era chiusa con il sacrificio apparente di Lee
Shaw (Kurt Russell), mentre il resto del gruppo
riusciva a tornare sulla Terra. La stagione 2 riparte dal 2017,
mostrando un avamposto Apex Cybernetics su Skull Island: l’arrivo
di Kong, pronto a investigare e distruggere, funge da detonatore
narrativo per un episodio che intreccia linee temporali e introduce
il nuovo kaiju centrale, Titan X.
Tra flashback nel 1957 a Santa Soledad, nel sud del Cile, e
sviluppi nel presente, l’episodio costruisce il mito di una
creatura legata a una leggenda marina vecchia di due secoli. In una
battuta significativa, un personaggio afferma: «Lo venerano e il
mare provvede», anticipando il ruolo quasi divino attribuito al
Titano. Ma è nel finale che la serie alza la posta: il tentativo di
Cate di salvare Lee dall’Axis Mundi provoca l’apertura del portale,
Titan X attraversa la soglia, uccide la vice direttrice di Monarch
Natalia Verdugo e fugge, sottraendosi a Kong.
Titan X è libero: quale sarà la prossima destinazione nel
Monsterverse?
Con Titan X diretto verso l’oceano e Kong impossibilitato a
inseguirlo, la domanda centrale dell’episodio diventa evidente:
dove sta andando la creatura? Il mare è il suo habitat naturale, ma
i flashback a Santa Soledad suggeriscono che il Cile potrebbe
tornare centrale nella stagione. L’idea che Titan X attraversi gli
oceani apre inoltre la porta a un possibile coinvolgimento di
Godzilla, con l’ombra di un nuovo evento “G-Day” che
aleggia sulla narrazione.
L’evasione del Titano non è solo un cliffhanger spettacolare, ma
l’innesco di una storyline più ampia. Monarch si ritrova ora con
una creatura fuori controllo e un fragile equilibrio geopolitico da
gestire. La stagione 2 sembra voler spingere ancora più in là
l’intersezione tra mitologia kaiju e responsabilità
istituzionale.
Il ritorno di Lee Shaw cambia le dinamiche interne di Monarch
Il sacrificio di Lee Shaw era stato uno dei momenti emotivamente
più forti della prima stagione. Tuttavia, il finale dell’episodio 1
ribalta quella conclusione: Shaw è vivo. Il suo ritorno, però, non
è privo di conseguenze. Durante il passaggio nel portale, Lee
affronta una delle creature simili a scarabei collegate a Titan X
nel passato, dimostrando quanto siano pericolose e difficili da
eliminare. Il fatto che uno di questi parassiti possa essere
tornato sulla Terra con lui aggiunge un ulteriore livello di
minaccia.
Il rientro di Shaw riapre anche il rapporto con Keiko, ora
catapultata in un mondo radicalmente diverso da quello che
conosceva. Il legame tra i due, costruito nei flashback, promette
di diventare uno dei fulcri emotivi della stagione, soprattutto
mentre Monarch deve riorganizzarsi dopo la morte di Natalia
Verdugo.
La morte di Verdugo e il nuovo equilibrio di potere in Monarch
La morte di Verdugo, spazzata via da un tentacolo di Titan X,
lascia un vuoto nel vertice dell’organizzazione. Questo evento
potrebbe ridefinire la struttura di potere interna. Tim potrebbe
guadagnare maggiore credibilità assumendo un ruolo più centrale, ma
anche Keiko appare destinata a tornare una figura chiave, con la
possibilità di riportare Monarch alla sua missione originaria.
Infine, l’episodio riprende uno dei temi più delicati della
stagione 1: la doppia vita di Hiroshi. Cate affronta il padre sulle
sue due famiglie, e la spiegazione — l’impossibilità di condividere
i segreti di Monarch con Caroline — crea un parallelo diretto con
il triangolo tra Keiko, Lee e Billy nel passato. La serie
suggerisce così un legame tematico tra generazioni, in cui amore e
segreti si intrecciano con le grandi minacce titaniche.
Il finale della premiere non offre risposte definitive, ma apre un
ventaglio di possibilità narrative. Titan X è libero, Lee è tornato
e Monarch è più fragile che mai. La stagione 2 si preannuncia come
un capitolo decisivo per l’espansione del Monsterverse
televisivo.
Bruce Campbell, storico volto della saga horror
The Evil Dead, ha
annunciato pubblicamente di aver ricevuto una diagnosi di cancro.
L’attore ha condiviso la notizia attraverso il suo profilo
ufficiale su X, spiegando che si tratta di una forma “curabile” ma
non “guaribile”.
Nel
messaggio pubblicato sui social, Campbell ha scelto un tono diretto
ma ironico, coerente con la sua personalità pubblica. Ha
scritto:
«Ciao a tutti, quando qualcuno ha un problema di salute,
viene definito un’“opportunità”, quindi andiamo con questa – ne sto
vivendo una. Si tratta anche di un tipo di cancro che è “curabile”
ma non “guaribile”. Mi scuso se è uno shock – lo è stato anche per
me.»
L’attore non ha specificato il tipo di tumore, preferendo mantenere
la questione su un piano generale. Tuttavia, ha chiarito fin da
subito che non stava cercando compassione, ma desiderava informare
i fan prima che eventuali indiscrezioni o notizie inesatte
iniziassero a circolare.
Le cure saranno la priorità, ma Campbell conferma il tour del nuovo
film
Campbell ha spiegato che il motivo principale dell’annuncio è
legato alle conseguenze professionali della diagnosi. Le cure
diventeranno la sua priorità assoluta nei prossimi mesi e questo
comporterà la cancellazione di alcune apparizioni alle convention
previste per l’estate.
Nonostante ciò, l’attore ha rassicurato i fan sul fatto che intende
continuare a lavorare. In particolare, ha confermato l’intenzione
di portare in tour il suo nuovo film Ernie & Emma nel periodo autunnale. In una
precedente intervista a Forbes aveva già anticipato che avrebbe
presentato il progetto in diverse sale Alamo Drafthouse tra
settembre e ottobre, partecipando alle proiezioni e a sessioni di
domande e risposte.
«Il mio piano è rimettermi il più possibile durante l’estate così
da poter andare in tour con il mio nuovo film», ha dichiarato
l’attore.
Ernie & Emma è una
commedia drammatica che racconta la storia di Ernie, un venditore
in pensione che affronta la vita dopo la morte della moglie Emma
(Robin McAlpine). Il personaggio intraprende un viaggio emotivo per
spargere le ceneri della donna nei luoghi che avevano segnato la
loro storia d’amore, ripercorrendo ricordi e momenti chiave del
loro matrimonio.
Nel messaggio conclusivo ai fan, Campbell ha voluto rassicurare
tutti con il suo consueto spirito combattivo:
«Sono un vecchio duro figlio di p****a», scrive,
aggiungendo di avere un solido sistema di supporto e di essere
fiducioso sul fatto che resterà ancora a lungo sulla scena.
L’attore ha infine ringraziato i fan per l’affetto e il sostegno
ricevuti nel corso degli anni.
FOTO DI COPERTINA: L’attore
Bruce Campbell (Ash vs Evil Dead, Evil Dead) al Weekend of Hell,
una convention di due giorni (7-8 aprile 2018) dedicata ai fan
dell’horror. — Foto di mwissmann via DepositPhotos.com
Anche se la serie originale di Outlander sta per concludersi, il
franchise è tutt’altro che destinato a fermarsi. Con l’ottava
stagione in arrivo il 6 marzo su Starz, l’universo creato a partire
dai romanzi di Diana Gabaldon sembra pronto a espandersi
ulteriormente oltre la serie madre.
La
stagione 8 segnerà ufficialmente il capitolo finale della saga
principale con Claire e Jamie, ma Starz ha già avviato l’espansione
con Outlander: Blood of My
Blood, il prequel dedicato ai genitori dei due
protagonisti, debuttato nell’agosto 2025. Con una seconda stagione
già confermata, il successo dello spinoff ha riacceso le ambizioni
di ampliare il mondo televisivo di Outlander.
In
un’intervista rilasciata a ScreenRant, lo showrunner Matthew B.
Roberts ha affrontato direttamente la possibilità di ulteriori
progetti. Alla domanda se si stessero valutando altri spinoff oltre
alla storia dei genitori di Jamie e Claire, Roberts ha risposto in
modo chiaro ma misurato:
«Sì, abbiamo sicuramente parlato di altri spinoff, e
stiamo cercando di capire dove andare dopo. Non darò la notizia
adesso, ma potrebbero esserci novità in futuro.»
Dopo il successo di Blood of My Blood, Starz prepara nuove
direzioni per il franchise
Le parole di Roberts suggeriscono che le discussioni dietro le
quinte siano già in fase avanzata. Sebbene non abbia specificato
quali personaggi o periodi storici potrebbero essere al centro
delle nuove produzioni, il fatto che si parli apertamente di
ulteriori espansioni indica che Starz vede nell’universo di
Outlander un potenziale
ancora inesplorato.
Il successo di Blood of My
Blood rafforza questa prospettiva. Lo spinoff ha ottenuto
recensioni ampiamente positive, raggiungendo l’87% “Certified
Fresh” su Rotten Tomatoes, e si è mantenuto stabilmente ai vertici
delle classifiche streaming di Starz durante l’estate 2025. Numeri
che rendono naturale la volontà del network di investire in nuovi
progetti collegati.
Dal punto di vista del materiale originale, le possibilità non
mancano. Oltre ai nove romanzi principali – con il decimo e ultimo
volume in arrivo – l’universo letterario di Gabaldon include
novelle dedicate a personaggi secondari, una serie di romanzi
incentrati su Lord John Grey e persino una graphic novel. In
passato si era parlato proprio di una serie su Lord John Grey, con
l’attore David Berry che aveva rivelato l’esistenza di una
sceneggiatura e di un contratto firmato durante la stagione 4. Il
progetto era stato poi accantonato, ma l’interesse per il
personaggio non è mai scomparso.
Per ora, l’attenzione resta concentrata sull’ultima stagione della
serie principale, che debutterà il 6 marzo e si concluderà l’8
maggio. Solo dopo il finale si capirà quale sarà la prossima
direzione dell’universo televisivo di Outlander. Ma una cosa sembra certa: la fine
della storia di Claire e Jamie non coinciderà con la fine del
franchise.