Venom: The Last Dance è al
cinema. Il film, che segna un nuovo capitolo all’interno
dell’universo di Spider-Man targato
Sony arriva infatti in tutte le sale italiane a
partire da oggi, 24 ottobre.
Questo terzo e conclusivo tassello
della trilogia dedicata al simbionte alieno più famoso dei fumetti,
che arriva sul grande schermo a seguito dei successi di pubblico
Venom del 2018
e Venom: La furia di
Carnage del 2021, rappresenta appunto anche il quinto
tassello del Sony’s Spider-Man Universe. Nonché
l’esordio in cabina di regia della sceneggiatrice e produttrice dei
film precedenti Kelly Marcel, scelta in questo
caso per reggere il timone della nuova avventura della saga.
Accanto a Tom
Hardy, che torna nei panni del tormentato giornalista
Eddie Brock nuovamente alle prese con il suo alter ego alieno,
troviamo un cast stellare che include volti noti come Peggy
Lu e new entry del calibro di Juno Temple
– già conosciuta per produzioni quali
Fargo e
Ted Lasso – e Chiwetel Ejiofor, quest’ultimo ben noto agli
appassionati del Marvel Cinematic Universe
per la sua partecipazione a Doctor Strange. Per un film che,
caratterizzato dalla consueta oscurità umoristica tipica del
franchise, arriva dunque al cinema per scrivere i titoli di coda di
un progetto lungo 6 anni. Progetto che – va sottolineato – è
indubbiamente riuscito a fidelizzare il proprio pubblico di
riferimento, raccogliendo però scarsi consensi critici.
La trama di Venom: The Last Dance
Eddie Brock e Venom, ormai un duo
indissolubile, si trovano a dover affrontare la minaccia più grande
che abbiano mai incontrato: Knull, il dio dei simbionti. Il
malvagio essere, prigioniero in un’altra dimensione, ha inviato un
esercito di creature oscure sulla Terra con l’obiettivo di
recuperare la chiave che lo libererà dalla sua prigione: il Codex.
Un antico artefatto che si cela proprio dentro al corpo di
Eddie.
Per proteggere l’umanità e se
stessi, i due protagonisti sono dunque costretti alla fuga. E nel
corso del loro peregrinare, che li porterà dritti dritti a Las
Vegas in compagnia di una bizzarra famiglia dalle ossessioni
aliene, dovranno fare i conti con le ingerenze di soldati e
scienziati. Nei pressi dell’area 51, ormai in fase di
smantellamento, si nasconde infatti una base militare e scientifica
sotterranea che da tempo studia i segreti dei simbionti. Ed è qui,
o meglio qualche metro più in superficie, che si consumerà la prima
grande battaglia per il destino di Venom e della razza umana.
Venom: The Last Dance vs cinecomic fatigue
Sta diventando sempre più complicato
ragionare su opere quali Venom: The Last Dance.
Non tanto per questioni legate allo spessore qualitativo del film –
senz’altro lontano dalle preferenze dei palati cinefili più fini,
ma a ben vedere altrettanto distante dal desiderio di soddisfare i
gusti di un certo tipo di pubblico. Quanto per il processo di
sconfortante e di fatto interminabile omologazione di cui
quest’ultimo capitolo, di fatto, rappresenta solo la nuova,
deprimente, declinazione.
L’ormai sempre più frequente rischio
di ripetitività che corre qualsiasi tentativo di rendere conto di
un testo-film di questo tipo, infatti, ha radici profonde. Che di
certo non affondano nel ben poco fertile terriccio predisposto
dalla novella regista Kelly Marcel. Ma che in
Venom: The Last Dance, in ogni caso, trovano
l’ennesima conferma di una maniera di modellare la materia
cinematografica che “in casa Marvel”, si tratti dell’uno o
dell’altro universo, ha intrapreso una parabola discendente che il
SSU sta perfino contribuendo ad aggravare.
Venom: The Last Dance non lascia spazio alla discussione
Sforzandoci dunque di tralasciare
qualsiasi disamina di natura tecnico-registica – dal momento che,
specie su questo fronte, il film di Marcel lascia
davvero poco alla discussione (tanto per scarsità di idee, quanto
per un senso di generale “mestieranza” i cui dettami sembrano
provenire dall’alto e lasciare dunque pochissimo margine a velleità
autoriali di qualsiasi tipo) – è forse più utile osservare
Venom: The Last Dance nei termini di manifesto
dello stato di generale confusione e bulimia produttiva di un certo
tipo di distribuzioni.
Perché se è forse innegabile che,
rispetto ai predecessori, questo terzo capitolo prova anche solo
vagamente a delineare i contorni di una più concreta struttura
narrativa e dare quindi un senso di continuità alle diverse
“situazioni” che si avvicendano lungo l’arco dei 97 minuti di
durata (mid-credit esclusa), è altrettanto vero che la creatura di
Marcel, a dirla tutta fedele alla natura
parassitaria dell’alieno di cui ci canta le gesta, tenta in ogni
modo (ma con scarsi risultati) di legarsi a toni e immaginari
cinematografici vari che possano conferirle una maggiore
solidità.
In bilico tra cinecomic standard,
road-movie, commedia esuberante e action-sci-fi, Venom: The
Last Dance prova insomma a cambiare pelle in più di
un’occasione. Cercando perfino, nelle battute finali, di dare una
brusca sterzata emotiva attraverso un montaggio in stile videoclip
che poco ha però a che fare con quanto mostrato a schermo fino a
quel momento. Quasi un tentativo, per certi versi disperato, di
congedare una versione del protagonista (o dei protagonisti) che
però difficilmente rimarrà negli annali.
Dopo gli sconvolgenti eventi della
scorsa puntata, The CW ha rilasciato un trailer per i restanti
episodi della quarta e ultima stagione di Superman and
Lois.
La morte del generale Sam Lane per mano di Doomsday ha permesso
all’Uomo d’Acciaio di vivere di nuovo, e il teaser mostra il
leggendario eroe che si confronta con quanto accaduto, mentre
insegna a suo figlio come usare le sue abilità appena acquisite e
si prepara ad affrontare il mostro che lo ha sconfitto nel loro
primo incontro.
Nonostante la resurrezione di
Superman, Lex Luthor sembra avere un piano di emergenza (e non c’è
da sorprendersi) e si prepara a quella che sarà senza dubbio una
memorabile resa dei conti finale con la sua nemesi. A proposito,
sembra che Clark indosserà un nuovo costume. Non è lontano un
milione di miglia dal design del costume precedente, ma ci sono
alcune sottili differenze (il logo sul petto è ora della stessa
tonalità di rosso del mantello, della cintura e degli stivali).
Guardate il trailer Superman and Lois!
Cosa c’è da sapere sulla quarta
stagione di SUPERMAN AND LOIS
La quarta stagione di Superman
and Lois riprende proprio da dove si era
interrotta la precedente: con Superman (Tyler
Hoechlin) e il mostro di Luthor impegnati in una
feroce battaglia che distrugge la luna, mentre Clark lotta per la
sua vita contro la creatura apparentemente inarrestabile. Tornato a
terra, il Generale Lane (guest star Dylan Walsh) lotta per rimanere
in vita dopo essere stato rapito dagli scagnozzi di Luthor, mentre
Lois (Elizabeth Tulloch), Jordan (Alex Garfin) e Jonathan (Michael
Bishop) fanno una corsa contro il tempo per salvarlo.
Ma ad ostacolarli c’è Lex Luthor
(Michael Cudlitz) in persona, che si è trasferito definitivamente a
Smallville come prossimo passo del suo piano malvagio per
distruggere Lois Lane. Nel frattempo, Lana Lang (la guest star
Emanuelle Chriqui) usa la sua posizione di sindaco per contrastare
i piani di Luthor, una mossa che la mette nel mirino dell’uomo più
pericoloso del mondo e minaccia tutto ciò che le è caro. Questo
include la sua relazione con John Henry Irons (guest star Wolé
Parks), che deve mettere da parte i suoi progetti alla Ironworks e
rientrare nel Dipartimento della Difesa, ora che il Generale Lane è
scomparso. Ma non sono l’unica coppia in difficoltà: Chrissy Beppo
(guest star Sofia Hasmik) e Kyle Cushing (guest star Eric Valdez)
devono affrontare una battaglia in salita, con innumerevoli
ostacoli che minacciano di rovinare il loro futuro insieme.
In mezzo al caos, anche Sarah
Cortez (guest star Inde Navarette) e Natalie Irons (guest star
Tayler Buck) si uniscono alla lotta contro Luthor, mentre entrambe
si trovano ad affrontare decisioni impossibili sul loro percorso di
vita. E mentre la battaglia di Clark contro il terrificante mostro
continua, Lois, i suoi ragazzi e il mondo intero devono affrontare
una possibilità impensabile: e se Superman non tornasse mai
più?
C’è una nuova MVP
nel Marvel Cinematic Universe e il suo
nome è Lilia Calderu. La strega divinatrice
interpretata da Patti LuPone si è unita alla
congrega di Agatha (Kathryn
Hahn) controvoglia, ma ha dimostrato di esserne
l’anima, almeno stando a quanto accade nel settimo episodio di Agatha All Along.
Mettendo costantemente in
discussione le decisioni di Agatha, mentre combatte gli stereotipi
imposti alle streghe dalle corporazioni e dai media, Lilia è la
bussola morale del gruppo in Agatha All Along. Ma, nella sua
natura di voler prendersi cura di tutti, potrebbe aver causato una
delle tragedie più recenti e strazianti dell’MCU. La prova di ciò è stata
mostrata nell’episodio 6 della serie, quello che ha finalmente
fornito risposte ma ha posto molte altre domande, la principale
delle quali è: Lilia è responsabile degli eventi che si
sono svolti in
Doctor Strange nel Multiverso della Follia?
Lilia Calderu si rivela essere la
strega dietro il sigillo di Billy
Agatha all Along episodio 6 – Screen
Tra le tante rivelazioni
nell’episodio 6, forse la più importante è la vera
identità dell’adolescente di Joe Locke. Essendo nato William Kaplan, il suo
corpo sarebbe stato in seguito occupato da Billy Maximoff
(Julian Hilliard). Una serie di eventi casuali
hanno posto William, morente dopo un incidente d’auto, nelle
immediate vicinanze dell’anima errante di Billy, dopo che Wanda
aveva fatto cadere l’incantesimo di Westview. Dopo che Billy entra
nel corpo di William, inizia una ricerca di tre anni del suo vero
sé, che lo porta nei luoghi più inaspettati.
L’affinità di William con le arti
mistiche viene stabilita all’inizio dell’episodio. Pochi istanti
prima del disastro, William sta celebrando il suo bar mitzvah, che
includeva tende per la lettura della mano per i suoi ospiti.
Entrando in una di queste, William viene accolto nientemeno che da
Lilia. Sebbene le letture siano incluse come un divertente
diversivo, la lettura del palmo di William da parte di Lilia è
cupa. Prevedendo l’imminente cambiamento nella sua vita a causa
della linea del palmo spezzata a metà, Lilia gli mette un sigillo.
Quindi, la sua identità è oscurata da ogni essere magico, inclusa
lei e la madre di Billy.
Dopo il finale di
WandaVision, la vita di Wanda cambia
completamente quando sblocca il suo potere come Scarlet Witch ed
entra in possesso del Darkhold. Mentre all’inizio sembra accettare
i destini di Vision (Paul Bettany) e dei gemelli,
a un certo punto viene corrotta dalla magia del Darkhold,
diventando così fissata nel riavere indietro i suoi figli. Questo
la mette su un percorso di distruzione, durante il quale incontra
il Doctor Strange di
Benedict Cumberbatch. Le misure a cui si spinge Wanda
la rendono una vera e propria cattiva, responsabile dell’uccisione
degli Illuminati, gli eroi più potenti di Terra-838.
In base a quanto sappiamo oggi,
Lilia era responsabile del fatto che Wanda non fosse in grado di
percepire che Billy era vivo e vegeto, anche se nel corpo di un
altro essere umano, a Eastview, la vicina città di Westview. Se il
sigillo non fosse stato attivo, non sarebbe stato difficile per
Wanda trovare Billy nel suo universo. Inoltre, dato che Billy in
qualche modo percepisce che anche Tommy (Jett
Klyne) è là fuori, sarebbero stati in grado di andare a
cercarlo .
Da “Avengers: Endgame” a “Agatha
All Along”, l’MCU è pieno di coincidenze
Potrebbe essere eccessivo
dire che Lilia sia responsabile delle azioni di Wanda in
Doctor Strange nel Multiverso della Follia. Ma ciò che
rimane vero è che lei fa parte dell’effetto domino che porta a
Wanda che diventa una cattiva a tutti gli effetti di questo nel
sequel di Doctor Strange. Dopotutto, le cose accadono come
dovrebbero nella Sacra Linea Temporale. Non dimentichiamo che è
stato un topo a finire per liberare Scott Lang di Paul Rudd dal
Reame Quantico, causando così gli eventi di Avengers:
Endgame.
Quindi, mentre il sesto episodio di
Agatha All Along potrebbe dare la colpa a Lilia
per l’invisibilità di Billy alla magia di Wanda, era così che
doveva andare. Inoltre, si potrebbe anche dire che qualcun altro, o
qualcos’altro, era da biasimare per non essere in grado di
percepire Tommy. Wanda, in un modo o nell’altro, era sempre pronta
a prendere le sue decisioni e a sprofondare nella follia
multiversale.
Con Venom: The
Last Dance è già in programmazione in alcune sale
del mondo, gli spoiler hanno già iniziato a trapelare online. È
inevitabile quando il lancio internazionale di un film inizia con
un paio di giorni di anticipo, quindi vi consigliamo di fare
attenzione sui social media.
Tuttavia, se siete arrivati fin
qui, è probabile che siate ansiosi di dare una prima occhiata a
Knull, Dio dei Simbionti. Il cattivo ha solo un ruolo minore in
Venom:The Last Dance, con l’idea di preparare il
terreno per il suo ritorno in futuro.
Il volto di Knull è stato oscurato
nei trailer e negli spot televisivi del sequel, ma alcune immagini
trapelate rivelano finalmente il suo orribile volto. Non possiamo
pubblicarle nel nostro articolo, ma
possono essere viste su X.
I’ve seen
#VenomTheLastDance and it’s the most cinematic, monumental
#Venom movie to date. Eddie Brock and Venom’s dynamic is at its
strongest in this one and the stakes are so much higher. I had a
LOT of fun with this one…the final act is BONKERS! pic.twitter.com/7sEBGMZpEY
Tutto quello che c’è da sapere su
Venom: The Last Dance
In Venom: The
Last Dance, Tom Hardy torna a vestire i panni di Venom,
uno dei personaggi più grandi e complessi della Marvel, per l’ultimo
film della trilogia. Eddie e Venom sono in fuga. Braccati da
entrambi i loro mondi e con la rete che si stringe, il duo è
costretto a prendere una decisione devastante che farà calare il
sipario sull’ultimo ballo di Venom e Eddie.
Il film è interpretato da
Tom Hardy,
Chiwetel Ejiofor,
Juno Temple, Peggy Lu, Alanna Ubach, Stephen Graham e
Rhys Ifans. Kelly Marcel dirige una sceneggiatura da
lei scritta, basata su una storia di Hardy e Marcel. Il film è
prodotto da Avi Arad, Matt Tolmach, Amy Pascal, Kelly Marcel, Tom
Hardy e Hutch Parker. Venom:The Last
Dance uscirà nelle sale il 24 ottobre.
ATTENZIONE – L’articolo
contiene spoiler su Agatha All Along episodio 7
L’episodio 7 diAgatha
All Along offre un’esperienza veramente
cinematografica (e non solo per le streghe della cultura pop a cui
fa riferimento!) immergendoci profondamente nello spazio mentale di
Lilia (Patti LuPone), consentendoci di sperimentare la vita fuori
dall’ordine come ha fatto lei con i suoi poteri divinatori, a
partire da un’apertura che la mostra svegliarsi vestita come la
strega buona Glinda.
Wanda è davvero morta
nell’episodio 7 di “Agatha All Along”?
Il castello nell’episodio 7 di Agatha All Along – Cortesia di
Disney
Billy (Joe
Locke) e Agatha (Kathryn
Hahn) hanno un confronto imbarazzante lungo la Strada
delle Streghe. Agatha pensa che Billy stia cercando di leggerle nel
pensiero e dice che può semplicemente farle domande nel modo
normale, beh, tutte le domande tranne quella su dove si trovi Rio
(Aubrey Plaza). Quella è off-limits. Dopotutto,
Agatha è l’ex migliore amica di Wanda. Non è per questo che Billy
ha partecipato alla Strada? No, insiste Billy, non è così. È qui
per ottenere ciò che vuole alla fine della Strada e ha già una
madre che non è Wanda. Dopo un po’ di insistenza, Agatha ammette di
non essere sicura che Wanda sia davvero morta. Ha visto il suo
corpo, ma non è sicura che qualcun altro l’abbia visto. Vuole
risposte dirette? Dovrebbe chiedere a una donna onesta. Mentre si
avvicinano a un castello, Billy continua a criticare Agatha. Lui è
irritato perché la sua esperienza non sembra portarli da nessuna
parte e dubita che lei sia mai stata sulla Strada.
Il castello offre un cambio di
costume, come al solito, scegliendo per Agatha un travestimento da
la Strega Cattiva dell’Ovest (un personaggio che Agatha stessa
apparentemente ha ispirato!) e per Billy Malefica. Vedono un tavolo
dei tarocchi e istantaneamente parte un timer, una classidra,
mostrando che il test è iniziato. Billy è sicuro di poter leggere
le carte di Agatha, ma diventa subito evidente che è un dilettante
nella migliore delle ipotesi. Quando mette una carta al centro,
cade una spada, la prima di molte, potenzialmente, poiché l’intero
soffitto ne è disseminato. Agatha dice che i tarocchi sono una
truffa come tutte le altre e decide di provarci, lanciando carte a
caso, ma le spade continuano a cadere. Sono completamente senza
speranza, e la situazione peggiora quando il soffitto inizia a
scendere sempre più in basso. Billy vorrebbe che Lilia fosse lì con
loro.
Ma Lilia non c’è. È in una grotta
con Jen (Sasheer Zamata) dopo aver seguito un
tunnel disgustoso perché Lilia ha detto che dovevano cercare degli
scaffali, cosa che Lilia ora non ricorda di aver detto. Lilia non
ricorda nemmeno che Teen è il figlio di Scarlet Witch, nonostante
abbia apparentemente informato Jen. Jen dice a Lilia che si sta
comportando in modo più strano e bizzarro del solito e rivela che,
cinque minuti prima, hanno avuto un bellissimo momento di intimità
e amicizia. Torniamo indietro ai precedenti sfoghi di Lilia e
mettiamo insieme i pezzi: la strega della divinazione stava
cercando di avvertire Alice di non salvare Agatha. Poi andiamo
molto più indietro, vedendo la giovane Lilia in Sicilia, che impara
dalla Maestra prima che si trasformi nella Lilia di oggi. È passato
molto tempo. Sta per avere di nuovo la sua prima lezione: foglie di
tè, in cui Lilia ha sempre pensato che fosse pessima.
Tornata nella caverna, Lilia dice a
Jen che non è confusa, è frustrata dal fatto che Jen la veda solo
come una pazza. Jen risponde chiedendo sinceramente cos’altro
dovrebbe vedere. Lilia le dice che il tempo è
un’illusione: da bambina, ha vissuto la sua vita fuori
sequenza, con lampi e vuoti. Sta succedendo di nuovo e sta
peggiorando. Jen le dice compassionevolmente che sembra
terrificante. Lilia pensa che forse sta succedendo perché è vicina
alla fine della sua strada e non è così sicura di voler riavere
indietro il suo potere.
Lilia completa una prova dei
tarocchi
Lilia nell’episodio 7 di Agatha All Along – Cortesia di
Disney
Lilia e Jen si ritrovano nel
castello e Lilia è pronta ad affrontare Billy, con grande
confusione di tutti. Billy pensava che fossero a posto! Tuttavia,
si scusa, dicendo a Lilia che il suo potere è stata una sorpresa
anche per lui. Non stava cercando di mentire e se ne fosse stato
consapevole l’avrebbe usato per salvare Alice. Lilia capisce che le
sta leggendo nella mente e
ricorda il bar mitzvah. Jen fa la paciera, ricordando a Lilia
che il tempo è un’illusione e di fidarsi di lei quando dice che non
è più arrabbiata con il ragazzo. Lilia non è sicura di cosa sia
andato storto, poiché tutto ciò che ha detto sembrava abbastanza
pertinente. Billy la incalza sul fatto che abbia lanciato il
sigillo su di lui e lei lo ammette. Ha visto chi sarebbe diventato
e sapeva che aveva bisogno di tempo.
Continuiamo a tornare indietro agli
scatti di Lilia negli episodi precedenti e tutto ciò che dice Lilia
inizia a prendere forma. Continuiamo anche a vedere scorci di lei e
della sua Maestra, dove Lilia ammette di non essere parte di una
congrega. Questo delude la Maestra, ma Lilia pensa che sia meglio
essere una frode e un’eremita che passare attraverso il dolore
della perdita. Lilia confessa di non riuscire a controllare il suo
potere, ma la Maestra dice a Lilia che il suo compito non è
controllare ma vedere.
Nella caverna, Lilia trova il libro
degli incantesimi di Billy e ammette a Jen di aver messo via il suo
dono perché tutto ciò che vedeva era la morte. La loro
conversazione viene interrotta quando sentono Billy e Agatha e
cadono nella stanza dei tarocchi proprio da una libreria. Lilia
prende il controllo della stesura dei tarocchi e dice a Billy che
deve fare una domanda che è essenziale per il suo viaggio.
Nonostante Agatha gli dica di chiedere se ce la faranno, lui
vuole sapere se è William o Billy. Le spade si
fermano e Lilia gli dice che è una buona domanda.
Lilia fa una stesura di passaggio
sicuro, che include chi è lui, il suo percorso passato e quello
futuro, i suoi ostacoli e una potenziale manna. Deve superarli
tutti per raggiungere la sua destinazione. Agatha e Jen ora non
fanno pèiù commenti sarcastici: stanno zitte e guardano Lilia
lavorare, ammirate. Lilia dice a Billy che è il Mago, con un
potenziale enorme. Ciò che manca è la gioia e la riunione. Eppure,
le spade continuano a cadere. Cosa le manca?
Chi muore e chi è la morte
nell’episodio 7 di “Agatha All Along”?
Il finale dell’episodio 7 di Agatha All Along – Cortesia di
Disney
Lilia dice alla Maestra che il
motivo per cui è venuta sulla Strada non era per riavere indietro
il suo potere, ma perché è una donna dimenticata. Cosa vale la pena
ricordare, Lilia vuole sapere: che ha visto arrivare la morte della
Maestra? Che ha visto l’intera congrega spazzata via da una febbre,
ma niente poteva fermarla? La Maestra dice a Lilia che la morte
arriva per tutti loro, ed è ciò che hanno tutti in comune. Quando
arriverà per Lilia? Lilia mette insieme i pezzi: sta per cadere. La
Maestra chiede cosa farà con il tempo che le rimane.
Nella caverna, vediamo Lilia
svegliarsi e raccontare a Jen tutto su Billy, il processo e lo
scaffale perché sa che non ricorderà nulla tra qualche minuto. Jen
vede un sentiero che esce dalla Strada delle Streghe, ma i Sette di
Salem arrivano prima che lei possa scappare via. Una volta che se
ne vanno, Lilia annuncia che sceglierà il percorso della prova e
spera che Jen si unisca a lei perché è sua sorella, ora, fanno
parte di una congrega. Jen guarda con desiderio verso l’uscita ma
alla fine va con lei.
Tornata alla prova, Lilia sa cosa
ha sbagliato ora: stava leggendo alla persona sbagliata. Deve
leggere se stessa. È la viaggiatrice, la Regina di Coppe, che è
empatica e ha una voce interiore di cui ci si può fidare. Nel
flashback, la Maestra la incoraggia e, nel presente, le spade
smettono di cadere. Il soffitto, tuttavia, continua a scendere.
Lilia continua a leggere. Cosa manca? Tre di Denari: la comunità.
Il percorso dietro è il Cavaliere di Bastoni, che è un coraggioso
combattente. Il percorso davanti è la Gran Sacerdotessa, che ha
potere spirituale ma non è disposta o incapace di usarlo (ehi,
Jen!). Ostacoli: Tre di Spade, crepacuore, dolore e lutto. Manna:
Torre invertita, trasformazione miracolosa. Destinazione: Morte.
Vediamo Rio avvicinarsi a Lilia nella caverna. Non la
riconosce? Rio è Morte.
Il soffitto di spade si ferma e si
solleva di nuovo. Hanno superato la prova. Lilia li ha salvati.
Lilia dice a tutti che Rio è Morte, la
Strega Verde originale. Agatha ammette che è vero. Cosa
può dire? Le piacciono quelle cattive. L’uscita si apre e, mentre
esce, Lilia dice ad Agatha che quando Rio la chiama codarda, deve
andare a terra. Restituisce a Billy il suo libro di incantesimi e
dice a Jen che deve andare avanti: è lei la strada da percorrere.
Lilia dice a Jen che ha amato essere una strega e si sacrifica per
sconfiggere i Sette di Salem. Lilia gira la carta della Torre in
verticale e tutti iniziano a fluttuare e poi cadono sulle spade,
con Lilia che cade per ultima. Concludiamo con un flashback della
giovane Lilia che si unisce alla Maestra per la sua prima
lezione.
Come si giudica l’episodio 7 di
“Agatha All Along”?
Agatha nell’episodio 7 di Agatha All Along – Cortesia di
Disney
C’erano grandi aspettative per
questo episodio, considerando che la creatrice Jac
Schaeffer lo ha diretto in prima persona. L’episodio offre
una conclusione meravigliosa e appropriata per il viaggio di Lilia,
una svolta decisamente commovente. Tutto è stato pensato alla
perfezione, dal design dei costumi alla fotografia al montaggio. E
ovviamente il cuore dell’episodio è la straordinaria LuPone. Il
dolore della perdita, la frustrazione e il terrore di vivere una
vita fuori dall’ordine comune e, infine, la pace che ha trovato
alla fine di tutto è stata semplicemente meravigliosa.
Mentre LuPone è stata senza dubbio
l’MVP di questo episodio, è piacevole che anche tutti gli altri
abbiano avuto momenti in cui brillare. Vedere Lilia legare con Jen
nella caverna è stato adorabile e il fatto che Jen si riveli essere
la strada da seguire fa sperare che continuerà a far parte del
MCU dopo Agatha All
Along. Anche i litigi tra Billy e Agatha hanno proposto un
momento di umorismo appropriato: il loro fallimento caotico e
disastroso nella lettura dei tarocchi prima che Lilia salvasse la
situazione è stato godibilissimo.
Sebbene tutti sospettassero ormai che Rio fosse la Morte, il modo
in cui lo show l’ha confermato è stato ancora una volta magistrale.
Non c’è dubbio che cambierà le carte in tavola!
Blade è stato afflitto da
problemi di produzione sin da quando è stato annunciato per la
prima volta più di quattro anni fa, attraversando numerosi registi
e scrittori. Quando l’ultimo regista scelto per dirigere il
progetto, Yann Demange, si è allontanato, si è ampiamente
ipotizzato che il film alla fine sarebbe stato accantonato, ma ci è
stato assicurato che stava ancora andando avanti con Mahershala Ali ingaggiato e pronto a recitare nel ruolo
di Daywalker.
Nonostante quest’ultima battuta
d’arresto, Alex Perez di The Cosmic Circus crede che Blade non sia
stato demolito, ed è stato rischedulato di nuovo perché la Marvel sta dando priorità alle
storie multiversali nella preparazione di Avengers:
Doomsday e Secret
Wars.
The real reason why
#Blade isn’t getting done is because the story is disconnected
from the rest of the Multiverse Saga. Same goes for Armor Wars,
Nova, etc. It’s not that they’re not getting made, they’re getting
pushed to make room for Multiversal stories.
He has a whole arc set up with Midnight Sons
and the Supernatural side of the MCU. DS2, WBN, Moon
Knight, Agatha and Ironheart only have scratched the surface of
what’s coming. That is the only thing that’s kept him attached.
https://t.co/XT7L1sBStY
Perez è anche convinto che Knull
apparirà in Spider-Man
4, nonostante le voci più recenti lo
contraddicano.
I’m not deferring from my statements and am
sticking to my guns on it. If it doesn’t happen, so be it and I’ll
admit I’m wrong. But I trust my sources, and I’m sticking with my
reporting. https://t.co/NjAzvolcDP
Quindi, potrebbe non trattarsi di
un caso in cui lo studio fatica ad “azzeccare”
Blade, ma semplicemente di un pessimo tempismo per
il debutto del Daywalker di Ali nel MCU. Abbiamo saputo che l’ultima
bozza di sceneggiatura di Eric Pearson – che è il sesto
sceneggiatore assegnato al progetto dopo Michael Green,
Stacy Osei-Kuffour, Michael Starrbury, Beau DeMayo e Nic
Pizzolatto – ha “finalmente soddisfatto tutte le
persone coinvolte”.
L’ultima volta che Mahershala Ali ha parlato del
film
Mahershala Ali arriva all’AFI Fest 2021 – Foto di imagepressagency
via Depositphoto.com
L’ultimo aggiornamento di Mahershala Ali durante un’intervista con EW è stato positivo.
“Ci stiamo
lavorando.Questo è il meglio che posso
dirvi.Sono davvero incoraggiato dalla direzione
del progetto.Penso che torneremo a lavorarci
relativamente presto”.
“Sono sinceramente
incoraggiato per quanto riguarda il punto in cui si trovano le cose
e chi è a bordo e chi sta guidando la strada per quanto riguarda la
scrittura della sceneggiatura, la regia e tutto il resto
”, ha aggiunto. “Quindi questo è il massimo che posso
dirvi”.
Demange (che ha sostituito Bassam
Tariq) ha precedentemente confermato che il film sarà
effettivamente vietato ai minori.
“Sono entusiasta di
mostrare una sorta di spietatezza, una ruvidezza che gli permette
di camminare sulla terra in un modo particolare.Lo amo per questo ”, ha detto il regista.
“Ha una dignità e un’integrità, ma c’è una ferocia che di
solito tiene sotto la superficie.Voglio liberarla
e portarla sullo schermo”.
La prima ondata di recensioni di
Venom:
The Last Danceha generato il
primo punteggio di Rotten Tomatoes per il film con
Tom Hardy. Il film è, al momento, al 40% sulla base di
57 recensioni. Non è il migliore degli inizi, ma è più o meno
quello che ci aspettavamo dopo il 30% di Venom e
il 47% di Venom: La Furia di Carnage. Questi
punteggi sono importanti per molti spettatori, ma il franchise di
Venom ha dimostrato di essere ampiamente a prova di critica da
quando è stato lanciato sei anni fa. Infatti, indipendentemente dal
punteggio finale per Venom: The Last
Dance, probabilmente non avrà un impatto eccessivo
sulle prestazioni al botteghino del film.
Il terzo capitolo è uscito oggi e ha
iniziato la sua corsa internazionale con un solido incasso di 9,3
milioni di dollari; si tratta del giorno di apertura più grande per
un film di supereroi nel Regno di Mezzo da Spider-Man: Far From Home
e un inizio che suggerisce che guadagnerà più di 30 milioni di
dollari in cinque giorni. Il settore ha anche aggiornato le sue
stime del weekend di apertura al botteghino mondiale per
Venom: The Last Dance; ora è
salito a 165 milioni di dollari dopo le previsioni iniziali di 150
milioni di dollari.
Tutto quello che c’è da sapere su
Venom: The Last Dance
In Venom: The
Last Dance, Tom Hardy torna a vestire i panni di Venom,
uno dei personaggi più grandi e complessi della Marvel, per l’ultimo
film della trilogia. Eddie e Venom sono in fuga. Braccati da
entrambi i loro mondi e con la rete che si stringe, il duo è
costretto a prendere una decisione devastante che farà calare il
sipario sull’ultimo ballo di Venom e Eddie.
Il film è interpretato da
Tom Hardy,
Chiwetel Ejiofor,
Juno Temple, Peggy Lu, Alanna Ubach, Stephen Graham e
Rhys Ifans. Kelly Marcel dirige una sceneggiatura da
lei scritta, basata su una storia di Hardy e Marcel. Il film è
prodotto da Avi Arad, Matt Tolmach, Amy Pascal, Kelly Marcel, Tom
Hardy e Hutch Parker. Venom:The Last
Dance uscirà nelle sale il 24 ottobre.
Il primo film di Sara
Petraglia, L’albero, in concorso
alla Festa del Cinema di Roma nella sezione
Progressive Cinema, è un viaggio di formazione assieme duro e
poetico, tragico e leggero, un coming of age romano, che prende
corpo nelle strade del Pigneto. La regista e sceneggiatrice, figlia
di uno dei più noti sceneggiatori italiani, Sandro
Petraglia, sceglie una storia di amicizia, amore e
dipendenza per il suo esordio sul grande schermo.
La trama de
L’albero
Bianca, Tecla
Insolia, è una ventenne che si trasferisce a Roma per
frequentare l’università. Trova un appartamento al Pigneto assieme
alla sua amica Angelica, Carlotta Gamba. Dalla
finestra di casa si vede un maestoso albero al di là della
ferrovia. Lontane dalle loro famiglie e con quella voglia
spregiudicata e adolescenziale di sperimentare tutto senza pensare
alle conseguenze, le due ragazze sprofondano nella dipendenza da
cocaina. Una gita a Napoli non cambia le cose. Insieme sperimentano
amore e morte, finché per ciascuna arriva il momento di scegliere
cosa fare della propria vita.
Tecla Insolia in L’albero – Foto di Sara Petraglia
Un modo diverso di
raccontare la dipendenza
Raccontare la dipendenza in modo non
convenzionale era uno degli obiettivi dichiarati di Sara Petraglia.
La regista lo fa innanzitutto senza giudizio, ma solo descrivendo.
Non ci sono enfasi ed estremizzazione eccessiva, ma neppure la
volontà di edulcorare. Petraglia affida il suo racconto a due
“insospettabili”, due ragazze dalla faccia pulita, apparentemente
lontane anni luce dal mondo delle sostanze, da chi lo popola, da
chi vi gravita attorno. Mai come in questo caso, l’apparenza
inganna. Si mettono così in discussione pregiudizi e visioni
precostituite. In modo realistico e non immaginifico o fantasioso,
il film mostra anche come si possa superare la dipendenza, senza
sconti o scorciatoie.
Troppo tristi per avere
vent’anni
Tuttavia,
L’albero non è, o non è solo, un film
sulla dipendenza. Le famiglie delle protagoniste non compaiono mai.
Forse questa è una pecca del film, non si indagano le origini del
loro disagio. Ma non è ciò che si vuole raccontare. C’è invece il
gruppo dei pari, amiche e amici. Ventenni come tanti ma, come nota
Bianca in una scena emblematica del film, tutti molto tristi. La
protagonista per prima si rifugia nell’uso di sostanze, non solo
cocaina, per dare spallate a questa tristezza, al dolore che da
sempre la accompagna. Quello leopardiano – non per nulla
un’immagine del poeta di Recanati campeggia nel salotto di casa –
che scaturisce dalla consapevolezza della caducità della vita,
della natura effimera della felicità, sempre fugace. Bianca non
sopporta tutto ciò e la vita, così com’è le sembra troppo difficile
da affrontare. Preferisce rifugiarsi nei libri e nei diari che lei
stessa scrive, nell’immaginazione, anziché vivere la realtà. Sembra
quasi che, con l’incoscienza della loro età, le due amiche siano
disposte perfino a rinunciare alla vita stessa. La regista le
mostra in questo momento di spericolata leggerezza e nel percorso
che porterà in particolare Bianca, su cui si sofferma maggiormente
lo sguardo di Petraglia, a fare i conti con questa sofferenza,
questa sorta di feroce malinconia, che è parte di sé.
Carlotta Gamba in L’albero – Foto di Sara Petraglia
L’albero, opera prima
semplice ed efficace
L’albero
ha una costruzione semplice, con pochi elementi, messi ben a fuoco.
La sceneggiatura è lineare e questo consente alla regista, che l’ha
curata, di tenere la materia del film efficacemente sotto
controllo. La durata del film è agile. Petraglia riesce a tenere
insieme nella sua visione disincanto e poesia, affrontando con
levità temi intimi e profondi. Una leggerezza che certo non è
sinonimo di superficialità. La regista rende anche con vivida
immediatezza la vita del quartiere che descrive, sembra conoscerlo
bene. Anche nell’inserto napoletano, che sposta l’azione in altro
luogo, lo spettatore vede una Napoli insolita per il nostro cinema,
né da cartolina, né da cronaca nera. Le sue strade di notte, come
l’umanità che le abita, somigliano a quelle del Pigneto, ma
potrebbero trovarsi in qualsiasi altra parte del mondo.
Le interpretazioni di Tecla
Insolia e Carlotta Gamba
Tecla Insolia –
L’arte della gioia – e Carlotta
Gamba –
Gloria!,
Vermiglio,
Dostoevskij – offrono interpretazioni sentite e
coinvolgenti, mai sopra le righe. Così vuole la regista, che le
dipinge come due ragazze normalissime, invitando anche lo
spettatore a riflettere su quanto il tipo di malessere presente nel
film possa essere diffuso. L’albero è un
esordio convincente, che mescola un dolore esistenziale profondo
all’incoscienza e all’ingenuità dei vent’anni. Un film sulla
difficoltà di raggiungere un equilibrio nella vita, per viverla
senza farsene rovinosamente travolgere. Questo equilibrio sembra
essere come l’albero del titolo: bello, maestoso, ma apparentemente
irraggiungibile. Spesso però, basta cambiare strada per arrivarci,
magari optando per un percorso meno lineare, meno immediato, forse
più lungo, più tortuoso, ma che porta proprio lì.
Nel 2018 l’editore La nave di
Teseo pubblica L’isola degli idealisti,
scritto da Giorgio Scerbanenco
in gioventù e conservato per cinquant’anni dalla moglie
Teresa Bandini, entrato in possesso del figlio, Alan
Scerbanenko, il libro arrivò nelle mani della sorella
Cecilia e quindi dell’editore. Adesso quel romanzo noir diventa un
film, presentato in anteprima alla Festa di Roma del
2024 e diretto da Elisabetta Sgarbi.
La storia de L’isola degli idealisti
Tommaso Ragno e Renato Carpentieri ne L’Isola degli Idealisti –
Foto di Sara Chioccia
In una fredda notte di gennaio, due
giovani ladri in fuga, Beatrice Navi e Guido Cenere, approdano su
un’isola, vengono sorpresi dal guardiano, Giovanni Marengadi, e dal
cane dobermann Pangloss, e condotti al cospetto dei proprietari
della sontuosa villa al centro dell’Isola, detta “delle Ginestre”.
I due, rapinatori che assaltano le ville dei ricchi nel
veneto/lombardo, vedono questa come una opportunità: altri
alto-borghesi da prosciugare. Nella Villa vive la strana
famiglia Reffi. Antonio, il capofamiglia, è un ex Direttore
d’Orchestra che guarda con ironia la vita, soprattutto quella dei
suoi due inquieti figli: Carla, una scrittrice di successo, in
attesa della risposta del suo editore per il suo nuovo romanzo
(risposta che tarda ad arrivare); e Celestino, ex medico, con la
passione della filosofia e della matematica, con un passato che lo
insegue, e ossessionato da una violinista di cui gli rimangono solo
lontane immagini in super otto. Nella Villa ci sono anche una
indecifrabile governante, Jole, e suo marito Vittorio, segretario
di Carla.
Celestino Reffi vede nell’arrivo di
questi due giovani amanti una possibilità per sé di impiegare il
proprio tempo in uno scopo nobile, o forse semplicemente di tenersi
occupato, e propone loro un patto: lui non li denuncerà e li
nasconderà al Commissario Càrrua che è sulle loro tracce, ma loro
in cambio seguiranno una sorta di “corso di educazione”, perché
l’uomo è convinto di potergli cambiare vita e instillare in loro un
senso di morale che non hanno. In realtà sarà l’arrivo dei due
ragazzi a cambiare, per sempre, la vita di tutti, in quella Villa
sospesa tra acqua e nebbie.
L’operazione di Elisabetta
Sgarbi si rivela da subito superficiale nell’affrontare i
ritratti dei personaggi e delle situazioni. Più simile a uno
sceneggiato tv nei tempi e nei modi che a un film per il cinema del
2024, L’isola degli idealisti colpisce subito per
la sua rigidità libresca (e non letteraria). Nulla di ciò che è
messo in scena è giustificato o approfondito e tutto si ferma in
superficie, soprattutto i comportamenti e le motivazioni dei
protagonisti che non sembrano mai avere un vero e proprio peso o
significato ma si limitano a venire svolti per far procedere una
storia che tuttavia rimane incomprensibile.
Michela Cescon ne L’Isola degli Idealisti – Foto di Sara
Chioccia
Manca sia la tensione che l’ironia
L’operazione retrò potrebbe anche
essere lo stesso divertissement modernista che hanno messo in scena
i fratelli Manetti con la loro trilogia di
Diabolik, in cui hanno provato a ri-raccontare
l’Italia degli anni ’60 e ’70, ma ne L’Isola degli
Idealisti manca tanto la tensione quanto l’ironia, con un
risultato piatto e una fortissima sensazione di spreco di tempo e
talento, che comunque Sgarbi ha dimostrato di avere in più di una
occasione. Si allontana dal romanzo di partenza, ma ne mantiene le
svolte e le strutture, come a dove camminare sempre poggiandosi a
un sostegno, e questa incertezza si rivela tutta nella mancanza di
atmosfera.
Probabilmente sgarbi era proprio
alla ricerca di quelle sensazioni, mistero e irrisolto, ma si muove
ai margini degli stessi, non affonda nella nebbia per paura di
perdersi e questo è il suo più grande “peccato”. Avesse lasciato il
suo sostegno per camminare, si sarebbe accorta che perdersi nella
nebbia è un ottimo modo per raccontare una storia con ambizioni da
noir.
Impagabile, in coda e senza battute, il cameo di Antonio
Rezza.
Renato De Simone ne L’Isola degli Idealisti – Foto di Sara
Chioccia
Chi ha paura degli aerei, non teme
il volare… ma il cadere! Una paura assolutamente comprensibile, che
il cinema ha raccontato in molteplici occasioni, spesso ispirandosi
proprio ad alcune reali vicende e agli eroi che hanno saputo
evitare che si trasformassero in tragedie. Film come Sully,
Flight o i più “fantasiosi”
7500, The
Plane e Air Force One sono solo alcuni esempi che si possono
fare per questa tipologia di opere. Accanto ad essi ritroviamo
anche Sulle ali della speranza, film del 2023
diretto da Sean McNamara.
Si tratta di un film che si ispira
proprio ad una reale vicenda, risolta non solo grazie ad una pronta
azione ma anche alla fede. In questo articolo, approfondiamo
dunque alcune delle principali curiosità relative a Sulle
ali della speranza. Proseguendo qui nella lettura sarà
infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama, al cast di attori e alla
storia vera. Infine, si elencheranno anche le
principali piattaforme streaming contenenti il
film nel proprio catalogo.
La trama e il cast di Sulle ali della
speranza
Protagonista del film è Doug
White, un uomo di 56 anni, assieme alla moglie e alle due
figlie, stanno tornando con un volo in Louisiana, dopo aver
partecipato al funerale del fratello di Doug. Poco dopo il decollo,
però, il pilota muore di attacco cardiaco e Doug, con l’aiuto della
torre di controllo, deve riuscire a pilotare l’aereo e salvare se
stesso e la famiglia. Nel mentre la moglie e le figlie,
appartenenti alla Chiesa di Cristo, pregano per un miracolo.
Ad interpretare Doug White vi è
l’attore Dennis Quaid, mentre sua moglie è interpretata
dall’attrice Heather Graham. Le figlie Maggie e Bailey sono
invece interpretate da Jessi Case e
Abigail Rhyne. Completano il cast Jesse
Metcalfe nel ruolo di Kari Sorenson, Brett
Rice nel ruolo di Jeff White – fratello di Doug -,
Selena Anduze in quello di Lisa Grimm,
controllore del traffico aereo, e Wilbur
Fitzgerald nel ruolo di Joe Cabukuk, il pilota
dell’aereo su cui si trova la famiglia White.
La storia vera dietro il film
Come nel film, la storia vera
conferma che Doug White, sua moglie
Terri e le loro due figlie,
Bailey (16 anni) e Maggie (18
anni), si erano recati a Marco Island, nel sud della Florida, per
partecipare al funerale del fratello di Doug,
Jeff, morto per un attacco di cuore. Hanno
noleggiato un aereo privato per tornare a Monroe, in Louisiana.
L’aereo bimotore su cui salirono per il viaggio di ritorno era un
King Air 200. Il pilota era il 67enne Joe Cabukuk.
Durante il volo, quest’ultimo muore improvvisamente meno di 10
minuti dopo il decollo a seguito di un attacco cardiaco.
White comunicò subito l’emergenzia
via radio. In quel momento il velivo si trovava a circa diecimila
piedi di altezza, continuando a salire pericolosamente. A
quel punto, il controllore del traffico aereo Lisa
Grimm disse a White di disattivare il pilota automatico
dell’aereo e che avrebbe dovuto pilotare l’aereo a mano. Quando è
riuscito a fare ciò e a fermare l’ascesa dell’aereo, questo aveva
raggiunto un’altitudine leggermente inferiore ai 18.000 piedi. Nel
mentre, come nel film, decine di controllori del traffico aereo si
affrettarono a dirottare i voli in modo che l’aeroporto
internazionale di Fort Myers potesse accettare il King Air.
Per sua fortuna, Doug aveva iniziato
a prendere lezioni di volo nel 1989 e aveva ottenuto la licenza di
pilota nel 1990. Dopo aver raggiunto il suo obiettivo, non aveva
però i soldi per volare 2-3 volte a settimana per mantenersi in
forma, così ha rinunciato a farlo. A quel punto, aveva accumulato
83 o 84 ore di volo. Passarono 18 anni prima che decidesse di
riprendere a volare nel gennaio 2009, dopo aver accumulato di
recente circa 40-45 ore nel più lento e meno complicato Cessna 172
monomotore. In totale, non aveva più di 129 ore di volo su Cessna
172 prima della Pasqua 2009.
Ciò è significativamente diverso dal
film, che descrive White come pilota di un solo “volo di
scoperta” in cui ha rischiato di schiantarsi e ha dovuto
cedere i comandi al suo istruttore. Ad ogni modo, questo suo volo
d’emergenza è durato 50 minuti e l’unica turbolenza significativa
che White ha incontrato è stata quando sono decollati. Nella
realtà, infatti Doug ha potuto contare su un cielo azzurro e
soleggiato. In una delle più grandi libertà del film rispetto alla
verità, la famiglia vola in una tempesta con tuoni e fulmini, cosa
che non è mai accaduta nella vita reale. Inoltre, non hanno mai
perso le comunicazioni con il controllo del traffico aereo.
White ha ammesso di aver avuto dei
momenti di nervosismo, anche se non lo dava a vedere. “Era una
paura concentrata”, ha detto. “Ero in una specie di zona
che non so spiegare” (NBC News). Quanto alla sua
famiglia, non era altrettanto tranquilla. Dopo aver appreso che il
pilota era probabilmente deceduto, la moglie Terri ha tremato, la
figlia Bailey di 16 anni ha pianto e la figlia Maggie di 18 anni ha
vomitato. La famiglia White, che frequentava la Forsythe Church of
Christ di Monroe, in Louisiana, ha dunque pregato molto durante la
loro pericolosa situazione sull’aereo.
Non è un caso che il titolo
originale del film sia “On a Wing and a Prayer” (Su
un’ala e una preghiera) . I White hanno rifiutato precedenti
offerte di trasformare la loro storia in un film e alla fine hanno
deciso di affidarsi a registi disposti a creare un film basato
sulla fede. “La fede nella vita di un cristiano aumenta e si
rafforza solo quando si affrontano le prove e si esce dall’altra
parte”, ha detto il vero Doug White. “Quando si affrontano
le sfide e si cerca l’aiuto di Dio e poi si assiste alla sua
liberazione, la fede aumenta. Senza prove e test, non ci sarebbe
bisogno della fede”.
Per quanto riguarda l’atterraggio, a
differenza di quanto si vede nel film, non c’era vento e White ha
fatto atterrare l’aereo al primo tentativo. Di certo, White non
sapeva come fermare i motori e spegnere il King Air 200 dopo
l’atterraggio. Fortunatamente, ricevette consigli su come farlo via
radio. Infine, il film allunga un po’ la durata del volo, in parte
facendo abortire il primo tentativo di atterraggio a causa di un
vento laterale che spostava l’aereo, cosa che non accadde nella
vita reale. L’aereo atterrò senza problemi al primo tentativo. In
seguito, la famiglia White ha saputo che era stato dato loro meno
del dieci per cento di possibilità di sopravvivere.
Il trailer del film e dove vederlo in streaming e in TV
È possibile fruire di Sulle
ali della speranza grazie alla sua presenza su alcune
delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete.
Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Apple iTunes e
Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la
piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o
sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film
è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì
23 ottobre alle ore 21:30 sul canale
Rai 1.
Il finale di Gemini
Man (qui
la recensione) spreca l’accattivante premessa del
film per il fatto di essere così radicato negli anni Novanta.
L’ultimo film di Ang Lee, un action-thriller prodotto da
Jerry Bruckheimer – storico collaboratore di
Michael Bay – vede
Will Smith combattere contro…
Will Smith. L’attore interpreta Henry
Brogen, un esperto tiratore scelto i cui piani di
pensionamento vengono rovinati quando viene a conoscenza di
informazioni riservate diventando un obiettivo da eliminare. Per
farlo, viene assoldato un suo clone di 25 anni più giovane.
Gran parte del clamore per
Gemini Man si è concentrato sull’aspetto
tecnologico. Il più immediato è il
Will Smith dell’era Fresh Prince, ottenuto non con il
consueto de-invecchiamento della Marvel, ma con una creazione
totalmente digitale realizzata tramite motion capture. Spingendosi
oltre, Lee ha cercato di alterare l’esperienza di visione
cinematografica, girando il film per essere visto in 3D ad alta
frequenza di fotogrammi. Il successo di tutti questi effetti è
misto, ma è innegabile che sia il fulcro dell’interesse attorno al
film.
Tuttavia, nonostante l’aspetto
tecnologico, Gemini Man è ancora un film
narrativo. In effetti, molti probabilmente lo vedranno nel formato
standard 2D, sia al cinema che a casa. Ed è proprio qui che tutto
inciampa. L’idea di un assassino braccato dal sé stesso più giovane
è stata proposta per la prima volta da Darren Lemke nel 1997, con
praticamente tutti i protagonisti degli ultimi 20 anni – da
Mel Gibson a Harrison
Ford, da
Tom Cruise a Brad
Pitt – collegati in un modo o nell’altro. La versione
definitiva è stata adattata da David Benioff e
Billy Ray, ma rimane comunque molto fedele al suo
nucleo. E questo è il problema.
La trama di Gemini
Man ha qualcosa di molto elementare fin dall’inizio. Il
tropo del pensionamento è ben collaudato e i ripetuti stacchi sulle
tute governative che tramano la morte di Brogen mantengono il
pubblico un passo avanti rispetto al personaggio principale. La
rivelazione del giovane Henry – che è già il punto cruciale del
marketing – è meno un colpo di scena e più un’inevitabilità, con un
accenno durante una scena di combattimento a Cartagena, in
Colombia, che viene sminuito da Danny (Mary
Elizabeth Winstead) che lo dice apertamente prima
della grande rivelazione, il tutto prima che Junior (il nome del
clone) venga stabilito correttamente.
Nell’atto finale di Gemini
Man, Junior scopre che il suo cattivo “padre”
Clay (Clive
Owen) è, beh, un cattivo e si unisce così a Henry e
Danny in un ambiguo tentativo di fuga. Vengono bloccati in una
città deserta dalle truppe speculative, ma riescono a combatterle
prima di affrontare un terzo clone di Will Smith (in questa versione senza emozioni
e iperfocalizzata). Clay spiega loro il suo piano di avere un
esercito di giovani Henry Brogen a cui è stato
fatto il lavaggio del cervello e che combattono in prima linea in
tutto il mondo, e Junior è il suo progetto perverso. Henry
impedisce però a Junior di uccidere il padre, compiendo lui stesso
l’azione, e tutti tornano alla realtà: Henry va in pensione, Junior
va al college, Danny resta nei paraggi. E… tutto qui.
Il film spreca il suo finale
La storia di Gemini
Man è aggressivamente pedestre. Porta gli eroi dalla
Georgia alla Colombia, all’Ungheria e di nuovo alla Georgia, tutti
luoghi piacevoli ma difficilmente i più dinamici o diversificati
per un progetto di tale portata visiva. Come già detto, la gestione
del colpo di scena di Junior lo priva del giusto impatto, e il
conflitto tra lui e Henry si risolve rapidamente per un team-up nel
terzo atto. Si può sostenere che una storia semplicistica sia una
scelta intelligente per servire meglio un film basato sulla
tecnologia, come il racconto ecologico di Avatar che si
rifaceva a storie come quella di Pocahontas per concentrarsi meglio
sull’uso della CGI e del 3D da parte di
James Cameron. Ma con quel successo da 2 miliardi di dollari,
c’è stato comunque uno sforzo concertato per creare personaggi e
mondi forti.
Ciò che risalta in Gemini
Man, soprattutto nel finale, è quanto potenziale sia stato
sprecato. Il fatto che Clay abbia clonato in segreto diversi Henry
Brogen e li abbia messi a disposizione come esercito privato
avrebbe potuto essere un colpo di scena sconvolgente, ma nel film
stesso è giocato troppo alla rinfusa: una rapida rimozione della
maschera lascia spazio a un monologo del cattivo che esclude
rapidamente che il gruppo esista davvero. Non essere interessati
alla premessa di fantascienza è già abbastanza, ma renderle omaggio
a parole prima di tradirla è come perdere un’opportunità.
C’è un particolare colpo di scena
che viene organizzato più volte, ma che non si realizza mai. Danny
è un enigma, che reagisce in modo scomposto quando le viene chiesto
come reagirebbe all’incontro con il suo vecchio sé e afferma con
decisione“quando dirigerò la DIA…”. Ci sono abbastanza
basi per far sì che lei sia il clone originale di Gemini del capo
della DIA, ma non se ne fa nulla. Forse è solo un prodotto della
visione del film con occhi moderni, dove ogni blockbuster ha un
colpo di scena importante. Ma anche se fosse, questo serve solo a
sottolineare il vero problema di Gemini Man.
Gemini Man è in ritardo di due decenni
Gemini Man ha
dunque un problema nel creare una storia, dei personaggi o un mondo
coinvolgenti, e ciò si riconduce alla sceneggiatura. O, più
direttamente, a quando la sceneggiatura è stata scritta. Negli
ultimi dieci, ciò che ci si aspetta dalla fantascienza
contemporanea è cambiato astronomicamente. Si può dire che sia
iniziato con Matrix, che ha fatto esplodere le convention nel 1999,
ma il vero cambiamento è stato Inception di
Christopher Nolan, nominato agli Oscar nel 2010.
Si trattava di un film che offre una
premessa elaborata, la spiega attentamente al pubblico per tutto il
film, poi nel terzo atto saccheggia tutte le possibilità offerte da
eccezioni alle regole chiaramente definite, alimentando al contempo
una storia più grande. Era una fantascienza ben sviluppata e coesa
per un pubblico mainstream. Negli anni successivi, abbiamo visto
molti altri blockbuster utilizzare queste idee (Interstellar,
Arrival)
e i film indipendenti spingere ulteriormente i limiti (Predestination,
Annihilation).
La premessa di Gemini
Man è antecedente a questi punti di riferimento e, a
quanto pare, non è stata aggiornata in modo massiccio nelle
riscritture per adattarla al clima moderno (probabilmente a causa
di quanto siano ardue la premessa e la trama). Il film si regge sul
brivido obsoleto di un veicolo per star del cinema con un’idea
vagamente fantastica che consente una serie di sequenze d’azione.
Non si tiene conto della portata della storia o dei concetti, il
che lo fa sembrare pittoresco e privo di uno scopo più
importante.
Ma non è certo un buon
esempio di divertimento idiota degli anni ’90, nemmeno per gli
standard di Jerry Bruckheimer. Con l’idea di Gemini
Man si può fare un film divertente e non è necessario che
sia intelligente come le opere di
Christopher Nolan, Denis Villeneuve o
Alex Garland. Ma quando si tratta di considerare
questo esperimento tecnologico come un pezzo di narrazione, è la
mancanza di impegno che risalta davvero.
La serie Disney+
Avetrana – Qui non è Hollywoodè finita in
tribunale. Antonio Attanasio, giudice della
sezione civile del Tribunale di Taranto, ha accolto il ricorso
d’urgenza presentato dal sindaco di Avetrana, Antonio
Iazzi.
Nel ricorso il sindaco della
cittadina chiedeva la sospensione immediata dell’uscita
della serie tv, trovando un parere positivo nel giudice
che ha proceduto con la sospensione cautelare per la serie.
I legali parlano della necessità di
prendere visione del progetto tv in anteprima “al fine di
appurare se l’associazione del nome della cittadina all’adattamento
cinematografico susciti una portata diffamatoria rappresentandola
quale comunità ignorante, retrograda, omertosa, eventualmente
dedita alla commissione di crimini efferati di tale portata,
contrariamente alla realtà”.
La notizia arriva dopo la
presentazione in anteprima della serie alla Festa di
Roma 2024. Diretta da Pippo
Mezzapesa, la narrazione è divisa in quattro episodi,
ciascuno dal punto di vista di un personaggio: Sarah, Sabrina,
Cosima e Michele. Lo stesso regista cura la sceneggiatura con
Antonella Gaeta e Davide Serino,
come già per Ti mangio il cuore. Questa organizzazione della
materia narrativa permette di entrare ancora più a fondo nella
psicologia dei personaggi, che è poi l’elemento realmente
inquietante del lavoro. Anche i dialoghi sono molto ben costruiti,
realistici e l’uso del dialetto appropriato.
Uno dei temi più dibattuti negli
Stati Uniti (ma anche nel resto del mondo) è quello riguardante la
pena capitale, la sua validità e la sua fallibilità. Un argomento
etico particolarmente complesso e sempre attuale, trasformatosi nel
corso degli anni e raccontato in più occasioni anche al cinema con
pellicole come Dead Man Walking e Il miglio verde. Tra i
film che più apertamente si sono schiarati contro di questa, non
senza suscitare controversie, vi è The Life of David
Gale, diretto nel 2003 da Alan
Parker, scritto da Charles Randolph e
prodotto tra gli altri dall’attore Nicolas
Cage.
Parker, regista di celebri film come
Fuga di mezzanotte, Saranno famosi e Mississippi
Burning – Le radici dell’odio, propone con questo che è il suo
ultimo film una riflessione tanto sulla pena di morte quanto anche
sul ruolo dell’attivismo, sul confine tra passione ideologica e
fanatismo. Con un finale quantomai controverso che non ha mancato
di suscitare analisi e dibattiti, The Life of David Gale è
un potente dramma ancora oggi oggetto di sempre nuove
considerazioni. Impreziosito da un cast di grandi attori, sul quale
si fonda anche molta della fama del titolo, il film è sempre un
interessante visione a partire dalla quale formare una propria
opinione in merito.
Al momento della sua uscita,
infatti, il film passò quasi inosservato, guadagnando popolarità
nel tempo fino a divenire un vero e proprio cult del suo genere e
sull’argomento. Prima di intraprendere una visione del film, però,
sarà certamente utile approfondire alcune delle principali
curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà
infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi al
cast di attori e al controverso
finale. Infine, si elencheranno anche le
principali piattaforme streaming contenenti il
film nel proprio catalogo. Prima, però, si approfondirà la
storia, vera o meno, del
film.
Protagonista del film è
David Gale, un professore di filosofia presso
l’Università di Austin, in Texas. Egli, inoltre, è anche un membro
attivo del Death Watch, un’associazione che lotta contro la pena di
morte. La vita del rispettabile docente cambia però drasticamente
dopo una notte di sesso violento con Berlin, una
studentessa conosciuta a un party, che prima lo seduce e poi lo
accusa di stupro. Arrestato per questo motivo ma poi scagionato,
David vede la sua reputazione professionale ormai distrutta. È a
questo punto che intraprende una relazione con Constance
Harraway, anch’essa membro del Death Watch.
Quando però la donna viene ritrovata
stuprata e uccisa, i sospetti ricadono nuovamente su Gale, che
viene nuovamente arrestato e, stavolta, condannato proprio a quella
pena di morte da lui tanto combattuta. Prima che l’esecuzione
avvenga, la giornalista Bitsey Bloom si avvicina a
David nel tentativo di ottenere la sua versione dei fatti. Parlando
con l’uomo, la donna entrerà nel pieno delle battaglie etiche
contro la pena capitale, scoprendo molto più di quello che pensava.
Quando tutto le sarà chiaro, Bitsey dovrà scegliere da che parte
stare, schierandosi per la verità o il silenzio.
Il film è tratto da una storia vera?
Quella del film è stata costruita
come una storia apparentemente vera, ma in realtà non è così. Si
tratta di un racconto totalmente inventato, come dichiarato dallo
stesso sceneggiatore. L’intenzione di questi, infatti, era quella
di dare al pubblico qualcosa che sembrasse basato su eventi reali,
poiché ciò avrebbe favorito un maggior coinvolgimento e una più
facile identificazione tra gli spettatori e i personaggi del film.
Non per tutti però questo risultato è stato raggiunto e noto è il
parere del celebre critico Roger Ebert, il quale ha affermato che
il film sembra in realtà screditare gli oppositori della pena di
morte piuttosto che sostenere le loro battaglie.
Come anticipato, il film vede la
partecipazione di noti attori, tra cui alcuni premi Oscar. Il primo
di questi è Kevin Spacey,
nel ruolo del protagonista, un personaggio per cui erano però
originariamente stati pensati Nicolas Cage e
George Clooney.
Kate Winslet è
la giornalista Bitsey Bloom, un ruolo inizialmente offerto a
Nicole Kidman. L’attrice Laura Linney
interpreta invece Constance Harraway, mentre Rhona
Mitra è la studentessa Berlin. Completano poi il cast gli
attori Lee Ritchey nei panni di Joe Mullarkey,
Gabriel Mann in quelli di Zack Stemmons
e Matt Craven come Dusty Wright. Compare
invece nei panni di Nico, una ragazza goth, l’attrice Melissa
McCarthy, oggi nota per i suoi ruoli comici.
La spiegazione del finale
Per gran parte del film,
Gale sembra l’ovvio colpevole dell’omicidio di
Harraway, dal momento che esistono numerose prove,
compresa quella del DNA, che lo collegano al crimine. Tuttavia, man
mano che le indagini di Bloom proseguono, viene messo a fuoco ciò
che è realmente accaduto ad Harraway. Tra una visita e l’altra a
Gale, Bloom viene seguita da un misterioso uomo
con un cappello da cowboy di nome Dusty Wright
(Matt Craven). Bloom inizia a sospettare che Wright, ex amante di
Harraway e membro del gruppo di difesa DeathWatch, sia in realtà
l’assassino.
Quando qualcuno lascia a Bloom una
videocassetta nella sua stanza di motel, la giornalista assiste
allo scioccante filmato dell’asfissia e della morte di Harraway.
Mentre si sforza di mettere insieme i pezzi, un altro nastro
conferma che Harraway, che soffriva di leucemia terminale, si è
realmente tolta la vita e ha incastrao Gale, con Wright come suo
complice. Bloom si affretta a rivelare questa prova a discolpa, ma
purtroppo non riesce a fermare l’esecuzione di Gale. I colpi di
scena, però, non finiscono qui. Proprio quando Bloom, sconvolta,
pensa di potersi lasciare alle spalle il caso Gale, riceve per
posta un’altra cassetta con l’etichetta “Off the Record”.
Il filmato rivela che Gale ha
consapevolmente messo le sue impronte digitali sul corpo di
Harraway. Poi fissa la videocamera prima di spegnerla. La
rivelazione finale conferma che Gale è stato in combutta con i suoi
colleghi della DeathWatch per tutto il tempo. Sia Harraway che Gale
si sono martirizzati per le loro convinzioni. Dopo l’esecuzione di
Gale, Bloom rilascia il nastro che conferma che Harraway e Wright
hanno inscenato l’“omicidio” di Harraway. Ciò provoca un grande
clamore, poiché le prove confermano che lo Stato ha giustiziato un
uomo innocente. È chiaro che Harraway e Gale speravano che,
sacrificando le proprie vite in questo modo, avrebbero contribuito
a influenzare l’opinione pubblica contro la pena capitale.
Sebbene l’autosacrificio di Gale
sembri essere una scelta azzardata, all’inizio del film assistiamo
a quello che avrebbe potuto essere il momento di incitamento
dell’intero piano. In un dibattito televisivo con il governatore
del Texas, Gale espone in modo convincente le ragioni contro la
pena di morte. Mentre il governatore dipinge con condiscendenza le
argomentazioni di Gale come “pensiero liberale confuso”, Gale
sottolinea le ipocrisie del politico e afferma che “un sistema
difettoso ucciderà uomini innocenti”. Tuttavia, quando gli viene
chiesto di nominare un uomo innocente che sia stato giustiziato in
Texas, Gale non riesce a fare un solo nome.
In questo momento, possiamo vedere
l’idea che inizia a germogliare nella testa di Gale. Nell’essere
giustiziato dallo Stato, Gale – un uomo innocente – colmerà il
vuoto che mancava nella sua stessa argomentazione. Durante il
dibattito, possiamo anche vedere una Harraway visibilmente
investita in disparte. Sapendo di essere già in fin di vita a causa
del cancro, Harraway sembra non avere problemi a usare la sua morte
per contribuire all’abolizione della pena di morte.
Dopo aver spiegato le motivazioni di
Gale e Harraway, il finale del film lascia in sospeso un’altra
domanda: Perché Gale ha cercato proprio Bloom per indagare sulla
sua storia? Bloom si caratterizza soprattutto per la sua
discrezione giornalistica e per la sua integrità. Grazie alla
reputazione di lei, Gale era chiaramente sicuro che non avrebbe
condiviso il video con il pubblico, proteggendo così l’immagine
della sua innocenza martirizzata. Meno chiaro è il motivo per cui
si sia sentito in dovere di informarla. Forse per una totale
trasparenza e per la volontà di dare un po’ di pace alla
giornalista.
È anche possibile che Gale abbia
provato una certa dose di arroganza, e che il nastro abbia
funzionato come il suo ultimo sussulto di “Guarda come l’ho fatta
franca!”. In ogni caso, Bloom sembra funzionare come un analogo per
lo spettatore. Che sia per ispirazione o per disgusto morale, il
colpo di scena dell’ultimo minuto lascia la giornalista e gli
spettatori a bocca aperta. Tuttavia, questo risvolto rende comunque
Gale colpevole dell’omissione di soccorso nei confronti della
Harraway al fine di perseguire i propri scopi, per cui la vicenda
rimane moralmente controversa.
Il trailer e dove vedere il film in
streaming e in TV
È possibile fruire di The
Life of David Gale grazie alla sua presenza su alcune
delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete.
Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Apple iTunes
e Prime Video. Per vederlo, una volta
scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo
film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il
film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di
mercoledì 23 ottobre alle ore
21:00 sul canale Iris.
Chris Hemsworth, volto di
Thor, è in trattative per interpretare l’iconico
interesse amoroso da fiaba nel prossimo film Disney Il
principe azzurro. I dettagli della trama del film
sono ancora segreti e non è ancora chiaro se il film sarà
live-action o animato. Il regista di “Wonka“
Paul King firmerà la regia. King,
Simon Farnaby e Jon Croker stanno
scrivendo la sceneggiatura insieme.
Il film si inserisce nella lunga
scia dei progetti della Disney di ri-raccontare i suoi classici.
Sono in programmazione anche un live-action di Lilo &
Stitch e Oceania.
Anche se ha interpretato Carmine
Falcone in The
Batman, John Turturro non ha ripreso il ruolo nella
serie spin-off The
Penguin.Mark
Strong ha interpretato il personaggio nella serie
attualmente in programmazione su Now e
Sky.
In merito al suo rifiuto di tornare
nel ruolo di Carmine Falcone, John Turturro ha dichiarato: “Ho fatto quello che volevo con il ruolo”, dice.
“Nella serie, c’era molta violenza verso le donne, e non fa per
me”.
Falcone irradiava brutalità in The
Batman, ma nel film del 2022, la sua crudeltà è
implicita piuttosto che illustrata. “Succede fuori dallo
schermo”, dice Turturro. “È più spaventoso in questo
modo”.
Rifiutare un ritorno a Gotham è
stato anche in parte dovuto al fatto che ci sono più opportunità
che tempo. “Non puoi fare tutto ciò che vuoi”, ammette. E
il desiderio di lavorare a altri progetti ha attratto Turturro in
The
Room Next Door.
La produzione della seconda stagione
di Beef sta ufficialmente andando avanti su
Netflix, e ora sappiamo che
Oscar Isaac,
Carey Mulligan, Charles Melton, Cailee Spaeny e il
premio Oscar Youn Yuh-jung sono pronti a entrare
nel cast.
Si vociferava da tempo che una
seconda stagione della serie sarebbe andata avanti, ma nulla era
stato confermato ufficialmente fino ad ora. La sinossi ufficiale
della nuova stagione afferma: “Una giovane coppia assiste a
un’allarmante lite tra il loro capo e sua moglie, innescando mosse
di scacchi di favori e coercizione nel mondo elitario di un country
club e del suo proprietario miliardario coreano”.
La stagione sarà composta da otto
episodi da 30 minuti. Lee Sung Jin torna come
creatore, showrunner e produttore esecutivo.
Steven Yeun,
Ali Wong e Jake Schreier sono anche
produttori esecutivi. A24 è lo studio.
La prima stagione di
Beef vedeva Wong e Yeun nei panni di due
persone coinvolte in un incidente stradale che rapidamente degenera
e sconvolge le loro vite. La serie ha debuttato con successo di
critica nel 2023.
Ha vinto otto Emmy Awards, tra cui miglior serie limitata o
antologica.
Viene presentato nella sezione
Grand Public della Festa del cinema di Roma We live in time –
Tutto il tempo che abbiamo di John Crowley, con
Florence Pugh e Andrew Garfield.
John Crowley,
noto per la sua visione calorosa e delicata dell’amore e
dell’immigrazione in Brooklyn (candidato agli Oscar
2016), torna a dirigere un film romantico e intenso sulla capacità
dell’amore di plasmare il tempo e la vita delle persone.
La trama di We live in time –
Tutto il tempo che abbiamo
Un incontro fortuito cambia le vite
di Almut (Florence
Pugh), una chef in ascesa, e Tobias (Andrew
Garfield), appena uscito da un divorzio. Attraverso
istantanee della loro vita insieme – innamorarsi perdutamente,
costruire una casa, diventare una famiglia – emerge una verità che
mette a dura prova la loro storia d’amore. Mentre intraprendono un
percorso scandito dalla dittatura del tempo, imparano ad apprezzare
ogni attimo del loro amore.
We live in time – Tutto il
tempo che abbiamo arriverà nei cinema italiani dal 28
novembre distribuito da Lucky Red.
Adorazione, la serie young adult in 6 episodi
liberamente tratta dall’omonimo romanzo di Alice Urciuolo, sarà disponibile, solo su
Netflix,
dal 20 novembre 2024, debutta oggi con i primi due episodi ad Alice
nella città, la sezione autonoma e parallela della Festa del cinema
di Roma, dedicata ai giovani, agli esordi e alla scoperta del
talento. La serie è stata presentata dal regista Stefano Mordini,
dall’autrice Donatella Diamanti e dai membri del cast: Noemi
Magagnini, Alice Lupparelli, Beatrice Puccilli, Penelope Raggi,
Luigi Bruno, Giulio Brizzi, Tommaso Donadoni, Federico Russo,
Barbara Chichiarelli, Claudia Potenza, con Noemi.
Dopo il teaser trailer
sulle note di Adorazione, omonimo inedito di Fabri Fibra, anche
supervisore musicale per la colonna sonora della serie, è
disponibile da oggi il trailer ufficiale. Le nuove immagini video
sono accompagnate da Ghost Town,brano inedito di Madame.
L’estate è appena iniziata
sulla costa dell’Agro Pontino quando la scomparsa della sedicenne
Elena getta un’ombra sulla piccola comunità. Data la sua natura
ribelle, sia la polizia che i suoi amici pensano che si tratti
dell’ennesimo tentativo di fuggire da una provincia soffocante… Ma
si sbagliano.
Adorazione è un coming of age con una
forte componente mistery che intreccia sentimenti e generazioni, in
un susseguirsi di scoperte, rivelazioni sorprendenti e segreti
gelosamente custoditi, finendo per distruggere le poche certezze di
una vita di provincia sempre sul filo tra aspirazioni e sogni
infranti. I giovani protagonisti si confrontano con le loro paure
più profonde e le dinamiche del gruppo, rivelando tensioni nascoste
e relazioni complicate, in una sfida costante con se stessi, col
diventare adulti e con i loro genitori, per niente pronti ad
accettare le molteplici verità sulle vite dei figli.
Nel cast Alice Lupparelli
(Elena), Noemi Magagnini (Vanessa), Claudia Potenza (Manuela, madre
di Vanessa),Beatrice Puccilli (Vera, cugina di Vanessa), Giulio
Brizzi (Giorgio, cugino di Vanessa e fratello di Vera), Penelope
Raggi(Diana), Luigi Bruno (Gianmarco), Tommaso Donadoni (Enrico),
Federico Russo (Christian), Alessia Cosmo (Teresa), Federica
Bonocore (Melissa), Barbara Chichiarelli (Chiara, zia di Melissa).
Con Ilenia Pastorelli (Enza, madre di Vera e Giorgio) e Noemi
(Diletta, madre di Diana). La serie, prodotta da Picomedia, è
diretta da Stefano Mordini e scritta da Donatella Diamanti, Tommaso
Matano, Giovanni Galassi, Gianluca Gloria e Francesca Tozzi.
La trama di
Adorazione
Adorazione è una serie
young adult che racconta la storia di un gruppo di ragazze e
ragazzi adolescenti durante l’estate che cambierà per sempre le
loro vite. La scuola è appena finita e i turisti iniziano ad
accorrere sulle splendide spiagge di Sabaudia, quando Elena, 16
anni e una voglia matta di fuggire dalla provincia dell’Agro
Pontino, scompare. Ognuno degli amici di Elena sa qualcosa che non
dice, ha un legame segreto con la ragazza e forse ha a che fare con
la sua misteriosa sparizione. Sarà l’inizio di un viaggio che, tra
sospetti e rivelazioni, porterà ognuno dei ragazzi a fare i conti
con la verità delle proprie relazioni e della propria educazione
sentimentale
Roman Polanski non
sarà più processato a Los Angeles il prossimo anno per il presunto
stupro di una minorenne nel 1973. L’avvocato del regista, Alexander
Rufus-Isaacs, ha dichiarato martedì all’agenzia
di stampa francese AFP che il caso è stato “risolto in
estate con reciproca soddisfazione delle parti e ora è stato
formalmente archiviato”. Polanski avrebbe dovuto affrontare
il processo nell’agosto 2025.
Gloria Allred, l’avvocato
dell’anonimo querelante, ha confermato a Variety che
“le parti hanno concordato un accordo sulle richieste di
risarcimento con reciproca soddisfazione”. Variety ha contattato Rufus-Isaacs per ulteriori
commenti.
Di cosa era accusato Roman
Polanski?
La causa, depositata nel giugno
2023, sostiene che Polanski avrebbe violentato la sconosciuta nel
1973, quando era minorenne, nella sua casa di Benedict Canyon.
Secondo la causa, la querelante aveva conosciuto Polanski a una
festa mesi prima e lui l’aveva invitata a cena, le aveva dato degli
shot di tequila e l’aveva portata a casa sua, dove era svenuta sul
suo letto.
“La querelante ricorda di
essersi svegliata nel letto dell’imputato con lui sdraiato nel
letto accanto a lei”, si legge nella causa. “Lui le disse
che voleva fare sesso con lei. La querelante, sebbene intontita,
disse all’imputato ‘No’. Gli ha detto: ‘Per favore, non
farlo’”. La donna si è fatta avanti in una conferenza stampa del 2017
con la Allred, dove è stata identificata come Robin M., e ha detto
che aveva 16 anni quando è avvenuto il presunto incidente.
Polanski ha negato l’accusa attraverso il suo avvocato, affermando
in una dichiarazione dell’epoca che: “Il signor Polanski nega
strenuamente le accuse contenute nella causa e ritiene che il luogo
adatto per giudicare questo caso sia il tribunale”.
Polanski è fuggito dagli Stati
Uniti dal 1978, quindi non avrebbe potuto partecipare al processo
di persona e avrebbe dovuto apparire in diretta video. Polanski è
fuggito dal Paese alla vigilia della sentenza per lo stupro di una
ragazzina di 13 anni e da allora non è più potuto tornare nel Paese
senza temere di essere arrestato. Nei decenni successivi, gli
sforzi per risolvere il caso penale ed estradarlo sono stati
infruttuosi.
Roman Polanski
aveva anche recentemente affrontato un processo per diffamazione a
Parigi da parte dell’attrice Charlotte Lewis, che
sosteneva che lui l’avesse aggredita sessualmente quando lei aveva
16 anni. In un’intervista del 2019 alla rivista francese Paris
Match, Roman Polanski ha definito le affermazioni
della Lewis una “atroce menzogna”, inducendo la Lewis a citarlo in
giudizio per diffamazione. A maggio Polanski è stato assolto da
queste accuse.
FOTO DI COPERTINA: Roman Polanski
presente a Based On A True Story durante la 70esima edizione del
Festival del Cinema, Cannes, Francia, 27 maggio 2017.
– Foto di DenisMakarenko via Depositphoto.com
Arriva il nuovo trailer della
commedia romantica di Netflix
“Hot Frosty”, la regina dei film natalizi
Lacey Chabert interpreta una vedova di nome Kathy,
che porta magicamente in vita un sexy pupazzo di neve
(Dustin Milligan, attore di “Schitt’s Creek”).
Grazie alla sua ingenuità, il pupazzo di neve aiuta Kathy a ridere,
sentire e amare di nuovo, e i due si innamorano l’uno dell’altra
giusto in tempo per le vacanze… e prima che lui si sciolga.
Alla fine del trailer, si vede il
personaggio di Chabert guardare il film di Lindsay
Lohan per le vacanze di Netflix del 2023, “Falling
for Christmas”. In un’allusione all’amato film del
2004 “Mean Girls”, Chabert commenta: “È così divertente. Sembra
proprio una ragazza con cui andavo al liceo”.
Joe Lo Truglio e Craig Robinson
portano un po’ di sollievo comico nei panni di una coppia di
poliziotti, mentre Katy Mixon Greer, Lauren Holly, Chrishell
Stause, Sherry Miller, Dan Lett, Matthew Stefiuk, Heleene Lohan
Cameron, Allan Royal, Sarah Desouza-Coelho e Bobby Daniels sono gli
altri protagonisti.
Jerry Ciccoritti ha diretto il film
da una sceneggiatura scritta da Russell Hainline. Joel S. Rice e
Michael Barbuto producono, mentre Aren Prupas e Jonas Prupas sono
produttori esecutivi.
Quando uscirà Hot
Frosty?
Hot Frosty arriva
su Netflix il 13 novembre. Lo streamer pubblica una nuova commedia
romantica natalizia ogni mercoledì di novembre. Altri titoli sono
“Meet Me Next Christmas” di Christina Milian il 6 novembre, “The
Merry Gentlemen” con Chad Michael Murray e Britt Robertson il 20
novembre e “Our Little Secret” di Lindsay Lohan il 27 novembre.
Oltre alle commedie romantiche, le offerte natalizie di Netflix
includono le due partite della NFL del giorno di Natale, il
thriller ambientato nel Natale “Carry On” con Taron Egerton, il
film d’animazione “That Christmas”, la serie di gialli natalizi
guidata da Keira Knightley “Black Doves” e lo speciale di Sabrina
Carpenter “A Nonsense Christmas”.
Lo Spider-Man di Tom Holland tornerà nei panni di Peter Parker
in men in men che non si dica in Spider-Man 4,
nuovo capitolo del franchise sull’uomo ragno targato Marvel Studios e Sony Pictures.
Durante un’apparizione al “The
Tonight Show Starring Jimmy Fallon” martedì sera, Holland ha
confermato che il suo quarto film su Spider-Man si
farà – e ha anche una data di inizio della produzione.
L’ultimo film di Holland su
Spider-Man, “No
Way Home” del 2021, ha visto il suo supereroe fare
squadra con i precedenti Spideys Tobey Maguire e Andrew
Garfield – un segreto importante che Holland ha dovuto
tenere nascosto a Fallon l’ultima volta che ha partecipato allo
show. “Hai totalmente, senza dubbio, mentito professionalmente
a tutti noi”, ha detto Fallon. “Ma devo dire che ne è valsa la
pena”.
Tom Holland su Tobey Maguire e Andrew
Garfield
Tom Holland ha
definito le riprese con Maguire e Garfield “il momento più
importante della mia carriera” e ha discusso di come siano
riusciti a tenere nascosta la notizia ai fan per così tanto tempo.
“Eravamo in una bolla di sapone”, ha detto Holland. “Tobey e
Andrew arrivavano sul set con un mantello, sembrava di essere
usciti da ‘Guerre stellari’. Era esilarante”.
Di recente Holland ha fatto il giro
della stampa per promuovere la sua nuova birra analcolica, Bero. La
scorsa settimana, durante il podcast “Rich Roll”, ha rivelato di
aver letto una bozza della sceneggiatura di Spider-Man 4 con
la sua fidanzata e co-protagonista Zendaya e che “ha bisogno di
lavoro, ma gli sceneggiatori stanno facendo un ottimo lavoro”. A
settembre è stato riferito che il regista di “Shang-Chi” Destin
Daniel Cretton era in trattative iniziali per dirigere il sequel,
subentrando a Jon Watts che aveva diretto i tre film precedenti del
franchise.
“L’ho letto tre settimane fa e mi
ha davvero acceso il fuoco”, ha detto Tom Holland. “Io e
Zendaya ci siamo sedute a leggerlo insieme e a volte ci siamo
messe a saltellare per il salotto, come se questo fosse un vero
film degno del rispetto dei fan”. Guardate l’intera
apparizione di Holland al “Tonight Show” qui sotto.
Ecco il teaser trailer di
Mani nude di Mauro
Mancini presentato oggi 23 ottobre nella sezione
Grand Public della 19.a edizione della
Festa del Cinema di Roma. Il film, prodotto da
Eagle Original Content, Pepito Produzioni e Movimento Film
con Rai Cinema, uscirà prossimamente al cinema distribuito
da Eagle Pictures. Musiche originali di
Dardust.
Mani nude
vede protagonisti
Alessandro Gassmann,
Francesco Gheghi, Fotinì Peluso, Paolo Madonna, Giordana
Marengo, con la partecipazione di Renato Carpentieri ed è
tratto dall’opera letteraria “Mani Nude” di Paola Barbato, edita da
R.C.S.
1 di 3
FRANCESCO GHEGHI e
ALESSANDRO GASSMANN in Mani nude
Francesco Gheghi in Mani
Nude
Francesco Gheghi,
Alessandro Gassmann e Fotini Peluso in Mani Nude
Mani
nude è la storia di Davide e Minuto; una storia che
affonda le sue radici nelle paure e nei sentimenti più perturbanti
di un uomo e di un ragazzo, entrambi vittime di un destino più
grande di loro, spingendo a un’inevitabile riflessione su quanto
sia sfaccettata e a tratti incomprensibile la natura umana.
La trama
di Mani Nude
Davide, un
ragazzo di buona famiglia, occhi da bambino e corpo da adulto, una
notte viene rapito e rinchiuso dentro un cassone buio di un camion.
Finisce prigioniero di una misteriosa organizzazione che lo
costringe a lottare, a mani nude, in combattimenti clandestini
estremi, che si possono concludere in un solo modo: con la morte di
uno dei due sfidanti. In quell’universo alieno e
spietato, Davide è costretto a spogliarsi della
sua umanità per sopravvivere, seguendo le istruzioni
di Minuto, un carceriere e allenatore di altri uomini
senza speranza né futuro. Pian piano emerge, però, un legame
segreto tra il ragazzo e l’uomo, che si rivela la
sua unica possibilità di salvezza. E se da quella prigione si
può forse trovare il modo di fuggire, altrettanto non può accadere
con il destino né con le conseguenze delle proprie azioni.
Sono trascorsi esattamente dieci
anni dal 23 ottobre 2014, data in cui uscì nelle
sale italiane Boyhood (qui
la nostra recensione), il capolavoro di Richard
Linklater. Dieci anni in cui il tempo ha per noi
continuato a scorrere inesorabile, mentre per Mason (Ellar
Coltrane) – protagonista del film – si è fermato per la
prima volta dopo dodici anni di riprese. Un tempo in la vita ha
ovviamente continuato a scorrere, portandoci in fasi molto diverse
da quelle abitate al momento della visione del film di Linklater.
Una volta usciti dalla sala, si è come sempre tornati alla “vita
vera”.
Ci si è svegliati per andare a
scuola o al lavoro, sono stati compiuti viaggi, si è provato amore
e tristezza, forse qualcuno è uscito dalla nostra quotidianità
mentre qualcun altro vi è entrato. Insomma, si è continuato a
vivere, con tutte le tappe e le imprevedibili variabili che questo
comporta. Sarà poi sicuramente capitato, nel riguardarsi indietro,
di accorgersi di alcuni piccoli segnali – ai quali nel momento in
cui accadevano non si è però data importanza – di quel che tempo
che trascorreva, di quei cambiamenti che si attuavano senza
chiedere il permesso.
È normale non accorgersene e lo sa
bene anche Linklater, che con Boyhood ha non solo
cercato di cogliere il processo di crescita di un bambino dai 6 ai
18 anni, ma anche di cogliere proprio quegli impercettibili momenti
che la caratterizzano e che, in un modo o nell’altro, influenzano
il percorso in modi e tempi difficilmente prevedibili. Che
l’operazione condotta dal regista texano sia pressocché un unicum
nella storia del cinema è ormai assodato, ma ciò che sorprende
ancora oggi è la precisione con cui egli sia riuscito a farsi acuto
esploratore di questi attimi che, proprio per la loro fugacità,
finiscono con l’essere dimenticati, perduti negli spazi senza
confini del tempo.
Cercare di catturare il tempo, di
fermarlo, o quantomeno di analizzarne il funzionamento è sempre
stato il grande obiettivo di Linklater e del suo cinema. Nel
cercare di portare avanti quest’obiettivo, i suoi film sfuggono
pertanto alle logiche e alle regole del racconto per fare piuttosto
del tempo il loro principale protagonista. Ciò avviene in
esperimenti estremi come Slackers, Waking Life o
il recente Apollo 10½ – A Space Age Childhood, ma anche in titoli
apparentemente più coesi come La vita è un sogno o
Prima dell’alba (primo capitolo di una trilogia
interamente dedicata al catturare il passaggio del tempo).
Con Boyhood, però,
Linklater porta all’estremo questa sua volontà, facendo confluire
un periodo di dodici anni all’interno di un unico film.
Un’operazione complicatissima sotto più punti di vista, a partire
dalla necessità di garantire al tutto una certa coesione e coerenza
stilistica. Proprio in virtù di ciò non sono presenti all’interno
del film delle chiare indicazioni del tempo che trascorre. Non si
ritrovano mai didascalie del tipo “un anno dopo”, poiché non è così
che funziona nella vita. Il tempo trascorre e basta, in un flusso
continuo e inarrestabile senza indicazioni che permettano di
orientarsi.
Il risultato è straordinario:
vediamo gli attori invecchiare davanti ai nostri occhi, crescere
anno dopo anno. Boyhood è la massima espressione
di quello che il cinema ha sempre cercato di fare: immortalare la
vita sullo schermo, renderla eterna, condensarla tutta quanta
all’interno di un’opera che rimane immutata nel tempo. Ma se già
solo l’aver raccolto questo periodo temporale in un film lo rende
di grande valore, a farne un autentico capolavoro è ciò che
Linklater ha scelto di raccontare (o non raccontare) e come.
Boyhood è un atto d’amore alle “parti
noiose” della vita
Come spesso avviene nei suoi film,
Linklater fa delle “parti noiose” che solitamente vengono omesse i
momenti a partire dai quali costruire il racconto. È così che in
Boyhood non ritroviamo alcun colpo di scena,
nessuna azione “da film”, niente di tutto ciò che potrebbe
allontanare il racconto da ciò che lo svolgersi della vita è: un
susseguirsi di momenti ed episodi che potrebbero non avere nulla di
speciale. Eppure, ciò non priva il racconto di un ampio ventaglio
di emozioni, che anzi si ritrovano proprio lì dove non ce lo si
aspetterebbe.
Ci sono due momenti in particolare,
verso l’inizio del film, estremamente brevi, privi di dialogo ma
perfettamente eloquenti nella loro forza. Il primo lo si ha quando
Mason, sua madre e sua sorella sono prossimi al trasloco. Bisogna
lasciare la casa in perfette condizioni e ciò significa anche
coprire un po’ di vernice la porzione del muro dove con un trattino
era stata segnata la variazione di altezza di Mason e sua sorella.
Un gesto che il protagonista compie non senza essersi prima
soffermato ad osservare quel dettaglio, ciò che rappresenta, quasi
con la consapevolezza che una volta coperto con la vernice avrebbe
iniziato a dimenticarlo anche lui.
Il secondo momento, capace di far
salire il cuore in gola, si ha poco dopo, quando ormai in auto e
partiti verso la loro nuova vita, Mason nota dal finestrino il suo
compagno di giochi corrergli dietro in bici per dargli un ultimo
saluto. I due non riescono a parlarsi, forse neanche a vedersi
distintamente, ma il messaggio è chiaro: una parte dell’infanzia di
Mason è finita per sempre. Non vedrà mai più quell’amico, che
crescerà e avrà una vita tutta sua. Come non pensare, davanti ad un
fugace momento come questo, ai tanti amici che nel corso della vita
hanno preso percorsi diversi dai nostri, a quando si è usciti a
giocare insieme senza sapere che sarebbe stata l’ultima volta?
Non siamo noi a cogliere l’attimo, è l’attimo che coglie
noi
Ecco, Boyhood è
costellato di momenti di questo tipo, che si ritrovano anche nel
rapporto con la rigida e stressata mandre (Patricia
Arquette) e con lo spensierato e premuroso padre (Ethan
Hawke), ma anche nel primo impatto con la mortalità,
nell’esperienza scolastica, nei primi amori e nel cuore spezzato
che possono lasciare. La naturalezza con cui Linklater racconta
tutto ciò, senza aver mai saputo sin dall’inizio come sarebbe
evoluto il racconto, ha del miracoloso e ribadisce quella che è la
massima del film: “non siamo noi a cogliere l’attimo, ma è
l’attimo a cogliere noi”.
Sembra infatti di assistere ad un
vero e proprio documentario, quasi un The Truman Show sul naturale processo di crescità di
questo bambino. E documentario Boyhood lo è
davvero, per certi aspetti, perché appunto coglie minuziosamente la
vita nel suo accadere, restituendocela senza filtri. Era l’unico
modo per rendere le particolari vicende di Mason un qualcosa di
universale, che con i giusti arrangiamenti può parlare al cuore di
tutti. E ciò che ci propone è questa antitesi rispetto al carpe
diem di Whitman e di L’attimo fuggente, che sposta l’attenzione su come sia
la vita a scorrere in noi, lasciando come traccia del suo passaggio
le trasformazioni del Tempo.
Apple
TV+ ha presentato il teaser trailer della seconda
stagione di Scissione, la serie thriller ambientata sul posto
di lavoro acclamata dalla critica e vincitrice di un Emmy e di un
Peabody Award. Diretta e prodotta esecutivamente da Ben Stiller e creata, scritta e prodotta
esecutivamente da Dan Erickson, la seconda stagione, composta
da 10 episodi, farà il suo debutto su Apple TV+ il 17 gennaio 2025
con il primo episodio seguito da nuove puntate ogni venerdì
fino al 21 marzo.
https://youtu.be/oMzDUPWkrrA
Cosa aspettarsi dalla seconda
stagione di Scissione
In Scissione Mark
Scout (Adam Scott) guida un team di lavoro della
Lumon Industries i cui dipendenti sono stati sottoposti a una
procedura di scissione, che divide chirurgicamente i loro ricordi
professionali da quelli personali. Questo audace esperimento di
“equilibrio tra lavoro e vita privata” viene messo in discussione
quando Mark si ritrova al centro di un mistero da svelare che lo
costringerà a confrontarsi con la vera natura del suo lavoro… e di
se stesso. Nella seconda stagione, Mark e i suoi amici scoprono le
terribili conseguenze derivanti dall’aver giocato con la barriera
della separazione, che li trascinerà ulteriormente lungo un
percorso di guai e dolore.
La seconda stagione riunisce il
cast di star, tra cui il candidato all’Emmy Adam Scott,
Britt Lower, Tramell Tillman, Zach Cherry, Jen Tullock, Michael
Chernus, Dichen Lachman, il vincitore dell’Emmy John Turturro, il premio Oscar
Christopher Walken e la vincitrice dell’Oscar e
dell’Emmy Patricia Arquette e dà il benvenuto alla
nuova series regular Sarah Bock.
Scissione è
prodotta esecutivamente da Ben Stiller, che dirige anche cinque
episodi della nuova stagione, alternandosi alla regia con Uta
Bresiewitz, Sam Donovan e Jessica Lee Gagné. La serie è scritta,
creata e prodotta esecutivamente da Dan Erickson. La seconda
stagione è prodotta anche da John Lesher, Jackie Cohn, Mark
Friedman, Beau Willimon, Jordan Tappis, Sam Donovan, Caroline
Baron, Richard Schwartz, Nicholas Weinstock. Oltre a
essere protagonisti, Adam Scott e Patricia Arquette sono anche
produttori esecutivi. Fifth Season è lo studio.
La prima stagione completa di Scissione,
disponibile in streaming su Apple TV+, è stata acclamata dal
pubblico e dalla critica internazionale e, oltre a vincere gli AFI
Awards, ha ottenuto 14 nomination agli Emmy, tra cui Outstanding
Drama Series, Outstanding Directing for a Drama Series (Ben
Stiller), Outstanding Lead Actor in a Drama Series (Adam Scott) e
Outstanding Writing for a Drama Series, aggiudicandosi i premi
nelle categorie Outstanding Music Composition for a Series e
Outstanding Main Title Design. La serie ha ottenuto anche due
Writers Guild of America Awards come Miglior nuova serie e Miglior
serie drammatica, oltre a due nomination agli Screen Actors Guild
Awards e una nomination ai Producers Guild e ai Directors Guild
Awards.
Ben prima che il Marvel Cinematic
Universe fosse una realtà, a dar particolare prestigio e linfa
al genere poi denominato “cinecomic” furono i
primi film dedicati agli X-Men. Negli anni, il
racconto dei più celebri mutanti dell’universo
supereroistico si è espanso grazie a sequel, prequel e
spin-off, dando vita ad una delle più compiute saghe degli ultimi
anni. Composta in totale da ben dodici film, si tratta di uno dei
franchise più redditizi della storia, grazie ad un incasso
complessivo di oltre 5 miliardi di dollari.
Ad oggi, con l’acquisizione della
20th Century Fox da parte della Disney, i diritti dei personaggi
sono tornati in mano alla Marvel, la quale ha promesso un
loro futuro ingresso all’interno del Marvel Cinematic
Universe. Ancora non è noto se a dar vita ai celebri
mutanti saranno gli attori fin qui visti nei loro panni, o se verrà
avviato un re-casting. Ciò che è certo, è che le avventure degli
X-Men al cinema sono tutt’altro che terminate.
X-Men: l’ordine cronologico della
saga
Dal 2000 ad oggi sono stati
realizzati dodici film appartenenti alla saga di X-Men.
Questi titoli affrontano un arco temporale
piuttosto ampio e complesso, nel quale si esplorano le origini
di alcuni dei personaggi ricorrenti e delle vicende a cui sono
legati. Per comprendere meglio il potenziale della saga, nonché i
suoi maggiori segreti, può essere particolarmente utile guardare i
suoi film non solo secondo l’ordine in cui sono stati distribuiti
in sala ma anche in ordine cronologico. La cronologia principale
prevede:
Con l’uscita di X-Men –
Giorni di un futuro passato, tuttavia, si è generata una
seconda linea temporale, che ha reso più complessa la timeline
della saga. A partire da tale titolo, infatti, ambientato tanto nel
2023 come nel 1973, nasce una biforcazione che ha portato i film
successivi ad essere ambientati in una realtà alternativa. La
cronologia modificata prevede:
X-Men – L’inizio (2011): ambientato nel 1962
X-Men – Giorni di un futuro passato (2014): ambientato
nel 1973
I mutanti arrivano per la prima
volta al cinema nel 2000 con X-Men. L’ufficializzazione
dell’esistenza dei mutanti ha diviso l’opinione pubblica. Questi
umani dotati di superpoteri e innate abilità, infatti, se da una
parte incuriosiscono i cittadini, dall’altra potrebbero
rappresentare una minaccia per la sicurezza. Charles Xavier, a capo
di una scuola privata per giovani mutanti, è convinto che i poteri
debbano essere sfruttati per aiutare e proteggere gli umani, mentre
Magneto, dopo l’esperienza dell’olocausto vissuta durante
l’infanzia, è convinto che gli umani vogliano controllare e
assoggettare i mutanti così come i nazisti fecero con gli ebrei.
Mentre i due discutono sul futuro, la vita della giovane Marie è
sconvolta dalla scoperta dei suoi poteri.
Il film ha certamente contribuito a
lanciare la carriera dell’attore Hugh Jackman, il
quale è divenuto iconico nei panni di Wolverine. Questi riuscì
allora a vincere il ruolo grazie alla sua grinta e alla somiglianza
con il personaggio. Il successo ottenuto, con un incasso
mondiale di circa 296 milioni, spinse la Fox a realizzare anche i
successivi due capitoli, che guadagnarono rispettivamente 407 e 459
milioni di dollari.
X-Men 2 (2003)
Nel sequel del primo film, dopo
aver imprigionato Magneto e aver fermato la sua Confraternita di
mutanti, Wolverine cerca risposte sul suo passato dal momento che
non ricorda come ha ottenuto la mutazione. Nel frattempo il
teleporta Nightcrawler cerca di assassinare il presidente degli
Stati Uniti. Charles Xavier raduna allora gli X-Men e rintraccia il
mutante grazie al sofisticato macchinario Cerbero. A causa
dell’attentato, però, la popolazione è terrorizzata dai mutanti e
il colonnello William Stryker sfrutta la paura per i suoi sordidi
scopi. Stryker e la mutante Lady Deathstrike ottengono infatti un
mandato per Xavier e si recano nella scuola per catturare quanti
più mutanti possibili.
Il film rappresentò un importante
successo per la saga. X-Men 2, infatti, raddoppiò gli
incassi del precedente film, arrivando ad un guadagno complessivo
di circa 407 milioni di dollari. Da quel momento la saga ottenne
sempre più popolarità, arrivando ad incassi sempre maggiori. Ciò
naturalmente spinse Fox a decidere di realizzare ben più di una
trilogia. Grazie a questo film, infatti, si poté avere la conferma
dell’interesse del pubblico nei confronti dei celebri mutanti
Marvel.
X-Men: Conflitto finale (2006)
Il mondo dei mutanti è sconvolto
dalla notizia secondo cui un’importante casa farmaceutica avrebbe
scoperto una cura per il gene mutante. Magneto, dato il suo
passato, teme però che sia un inganno per il possibile sterminio
della razza mutante. Nel frattempo, Jean Grey si rivela essere
posseduta dal suo potente e spietato alter ego ‘Fenice’. Xavier
rivela a Wolverine e Tempesta che Grey possiede infiniti poteri
mutanti e che la personalità malvagia potrebbe distruggere l’intero
pianeta in pochi instanti. Xavier e Magneto provano a fermare la
donna, cercando di oscurare la Fenice, ma Jean ormai è fuori
controllo e aggredisce chiunque si trovi sulla sua strada.
Con il terzo capitolo si porta ad
una parziale conclusione la battaglia tra i mutanti di Xavier,
quelli di Magneto e la razza umana. X-Men: Conflitto finale racconta poi in modo più
approfondito il personaggio di Fenice, che verrà riproposto come
minaccia principale anche in X-Men – Dark Phoenix. Questo
è inoltre il primo film non diretto da Bryan
Singer, il quale tuttavia rivelò di essersi pentito di
avervi rinunciato per firmare invece la regia di Superman
Returns, uscito nello stesso anno.
X-Men: la tetralogia delle
origini
X-Men – L’inizio (2011)
Terminata la prima trilogia, la Fox
ha dato il via nel 2011 a quella che ad oggi è una tetralogia
incentrata sulle origini dei personaggi e delle vicende che li
hanno portati ad essere gli X-Men poi visti nella trilogia
originale. Tutto inizia con X-Men – L’inizio, incentrato sui giovani Charles
Xavier e Erik Lehnsherr. I due, entrambi mutanti, conducono vite
parallele ma opposte. Mentre Erik si trova in Polonia, prigioniero
del campo di concentramento del crudele e perverso Klaus Schmidt,
Charles è un telepate che vive nella contea di Westchester, dove
incontra la mutaforma Raven. Vent’anni dopo, i due vengono chiamati
a collaborare per fermare i malvagi piani di Sebastian Shaw. Per
riuscirvi, iniziano a radunare una divisione di giovani
mutanti.
Il film si pone così, a livello di
ordine narrativo, il primo in assoluto della saga, andando ad
esplorare le origini dei giovani mutanti visti adulti e anziani nei
precedenti film. Per far ciò, la produzione diete vita ad un
recasting dei personaggi, assumendo attori giovani come anche nomi
più affermati, come quelli di Fassbender, Lawrence e McAvoy.
X-Men – Giorni di un futuro passato (2014)
Segue poi X-Men – Giorni di un futuro passato. Ambientato tanto
nel 2023 quanto nel 1973, questo film è allo stesso tempo un sequel
sia di L’inizio che di Conflitto finale. La trama
del film è incentrata su di un distopico futuro dove i mutanti sono
minacciati da un gruppo di robot chiamati ‘Sentinelle’, i quali
hanno il compito di sterminarli senza pietà. Il gruppo di mutanti
superstiti, tra cui vi è anche Magneto, che ha deciso di
riconciliarsi con il Xavier ed aiutare il suo popolo. Per cambiare
gli eventi del presente, i mutanti devono sfruttare i poteri
tornare indietro nel tempo ed impedire a Mystica di uccidere il
professor Bolivar Trask, ideatore delle Sentinelle. L’omicidio
dello scienziato, infatti, portò l’opinione pubblica a temere i
mutanti e scatenò gli eventi che si ripercuotono sul presente.
A partire da tale film, la linea
narrativa della serie subisce una ristrutturazione notevole,
ripartendo così da una realtà che non è più quella di prima, poiché
influenzata ora dalle azioni compiute da Wolverine, tornato
indietro nel tempo al 1973. Questo si è affermato come uno dei film
più cupi della saga, dove i protagonisti sono continuamente
minacciati da un pericolo imminente. Coniugando sequel e prequel,
il film vede la presenza tanto del cast originale quanto di quello
relativo alle versioni giovani dei vari personaggi.
X-Men – Apocalisse (2016)
In seguito all’uscita di tale
pellicola, sono stati realizzati due film appartenenti alla nuova
linea temporale, ovvero X-Men – Apocalisse e X-Men – Dark Phoenix. Il primo di questi si colloca
subito di seguito al precedente film, andando a narrare lo scontro
tra il gruppo di mutanti con Apocalisse, mutante di natura divina
risvegliatosi dopo millenni con l’intento di portare la razza umana
all’estinzione. Charles Xavier capisce allora che per sconfiggere
Apocalisse dovrà chiedere a Jean Grey, nuova arrivata nel gruppo,
di usare i suoi illimitati poteri, sebbene non sia certo che la
ragazza possa sopravvivere ad essi.
Per dar vita al potente Apocalisse,
la Fox aveva inizialmente contattato l’attore Tom
Hardy, il quale però rifiutò la parte. Questa venne
allora assegnata ad Oscar
Isaac, il quale però più tardi ricordò in modo
particolarmente negativo l’esperienza. Questi era infatti
costretto a sottoporsi a numerose ore di trucco ogni giorno,
indossando un costume dal peso complessivo di circa 20 chili. Tutto
ciò rese particolarmente scomodo e faticosa la sua esperienza sul
set.
X-Men – Dark Phoenix (2019)
Nel 2019 è invece uscito quello che
è considerato l’ultimo capitolo della tetralogia. Questo ha
riportato nuovamente al centro dell’attenzione il personaggio di
Jean Grey, già visto nei film della trilogia originale e ora
interpretato dall’attrice Sophie
Turner. Nel film, la celebre mutante sviluppa
incredibili poteri psichici che finiscono con il corrompere la sua
mente, trasformandola nella terribile Fenice Nera. La dolce Jean
perde gradualmente il controllo di sé stessa, compie gesti
impulsivi e irrazionali che mettono in pericolo l’incolumità dei
suoi compagni e dell’intera umanità. Nel frattempo, un alieno
mutaforma, interpretato da Jessica
Chastain, si rivela intenzionato a sfruttare la
situazione a suo vantaggio, cercando di irretire la spaurita
mutante e convincerla ad assumere l’identità di Fenice.
Il film si pone come sequel diretto
del precedente, andando ad esplorare ulteriormente i personaggi,
anche per via dell’avvicinamento cronologico ai film della prima
trilogia. Dark Phoenix si è tuttavia rivelato un clamoroso
insuccesso al box-office, segnando di fatto una battuta d’arresto
per la saga. Il film ha infatti segnato il peggior esordio sul suo
americano per un film della saga, incassando solamente 252 milioni
di dollari, ed affermandosi come il maggiore flop dell’anno.
X-Men: gli spin-off della
saga
X-Men le origini – Wolverine (2009)
Nel corso degli anni,
parallelamente ai film madre della saga, sono stati realizzati due
spin-off, incentrati sull’approfondimento di noti personaggi. Il
primo di questi è stato naturalmente dedicato al celebre Wolverine.
Nel 2009 viene infatti distribuito X-Men le origini –
Wolverine. Costretti alla fuga per il loro essere mutanti, i
giovani Logan e Victor partecipano ai violenti eventi bellici del
XIX e XX secolo. Ammirando i loro poteri, il colonello William
Stryker li assolda nella sua squadra di mutanti. Anni dopo, Logan
si ricostruito una vita lontano dalla violenza. La routine è però
interrotta dalla visita di Stryker, che avverte il mutante che
qualcuno sta uccidendo tutti i membri della vecchia squadra.
Con questo film in particolare,
allo spettatore viene permesso di assistere al complesso
esperimento che diede vita alla versione di Wolverine che tutti
conosciamo. Jackman riprese il ruolo, mentre per quello di Victor,
alias Sabretooth, venne inizialmente considerato l’attore Gerald
Butler. Gli fu tuttavia preferito Liev
Schreiber, il quale si sottopose ad un lungo
allenamento per poter acquisire una possenza simile a quella del
protagonista.
Wolverine – L’immortale (2013)
Il secondo film della
trilogia si pone successivamente agli eventi di X-Men:
Conflitto finale, raccontando cosa accadde a Wolverine dopo il
termine di quelle avventure. Wolverine – L’immortale si
apre con un flashback sul passato di Logan il quale, nel 1945, è
prigioniero a Nagasaki durante lo scoppio della bomba atomica, dove
riesce a salvare il soldato Yashida dall’esplosione. Nel 2013,
Logan è invece distrutto dalla morte dell’amata Jean Grey e conduce
una vita da eremita sulle montagne dello Yukon. Il suo isolamento è
improvvisamente interrotto dalla comparsa della giovane mutante
Yukio, in grado di prevedere la morte di ogni persona.
Quest’ultima gli rivela che Yashida
sta morendo e vorrebbe ringraziarlo per il valoroso gesto compiuto
durante la guerra. Nonostante le iniziali opposizioni, Logan si
reca a Tokyo. Qui, però, cade nella trappola della dottoressa
Viper, la quale aspira ad avere il dono dell’immortalità posseduto
dal mutante. Per l’occasione, Jackman ha implementato la propria
fisicità, arrivando a risultare ancor più possente e minaccioso.
Per riuscirvi, richiese l’aiuto del celebre Dwayne
Johnson.
Logan – The Wolverine (2017)
L’ultimo di questi film, in
particolare, si è affermato come un successo di critica e pubblico,
offrendo un punto di vista particolarmente crepuscolare sul
personaggio. Con Logan – The Wolverine si narra infatti di un futuro
dove la razza dei mutanti è quasi del tutto estinta, come anche
quella degli umani. In un contesto apparentemente
post-apocalittico, Logan è ormai anziano e debole, ma quando si
presenterà in cerca di aiuto una giovane mutante generata dal suo
stesso gene, interpretata da Dafne
Keen, capirà di dover completare la sua ultima
missione proteggendola da minacce esterne.
Grazie a questi ulteriori tre film,
Jackman si è affermato come uno degli interpreti più longevi di uno
stesso personaggio. Ciò lo ha portato a stabilire un record,
premiato con l’ingresso nel Guinnes dei Primati. L’attore ha
infatti non solo interpretato il personaggio per ben nove volte, ma
anche per una durata di tempo maggiore rispetto a chiunque altro.
Egli è infatti stato Wolverine per un totale di 16 anni e 228
giorni. Secondo alcune voci, tuttavia, l’attore potrebbe tornare a
vestire i panni del mutante anche ora che gli X-Men sono entrati a
far parte del Marvel Cinematic Universe, ma tali
speculazioni non sono ancora state confermate.
Deadpool (2016)
Il secondo spin-off, attualmente
composto da due film e con un terzo in lavorazione, è invece quello
dedicato al dissacrante Deadpool. Questi è un ex mercenario che,
sottopostosi ad un esperimento per guarire dal cancro, ha
guadagnato la capacità di potersi rigenerare, divenendo
praticamente immortale. Entrato a far parte di una nuova realtà, si
troverà a doversi scontrare con potenti nemici, avendo però dalla
sua parte il supporto di alleati come gli X-Men.
Il personaggio, noto anche per la
sua frequente infrazione della quarta parete, è stato portato sullo
schermo con particolare successo. La scelta di realizzare un film
vietato ai minori non accompagnati ha infatti permesso di rimanere
fedeli alla natura cruenta e politicamente scorretta del mutante.
Ciò è stato particolarmente apprezzato dai fan, che hanno fatto di
Deadpool uno dei cinecomic di maggior successo del
2016. Per questo motivo, la produzione decise di realizzare subito
un sequel.
Deadpool 2 (2018)
Nel secondo capitolo dedicato al
celebre mercenario, si porta in scena uno dei più noti villain
dell’universo Marvel: Cable, interpretato da
Josh
Brolin. Venuto dal futuro, l’assassino intende
uccidere un giovane mutante di nome Russell, ritenendolo
responsabile per la morte della sua famiglia. Deadpool dovrà così
mettersi sulle sue tracce, per impedire che Cable riesca nel suo
intento e cambiare il corso della storia. Russell, intanto, si
rivela essere stato davvero l’artefice del dolore di Cable.
L’obiettivo degli X-Men diventerà allora quello di impedire che il
giovane venga corrotto al male.
Il film ha confermato l’attenzione
nei confronti del personaggio, e la riproposizione della fortunata
formula già utilizzata per il precedente capitolo è stata anche in
questo caso particolarmente apprezzata dal pubblico. Con un incasso
di circa 733 milioni di dollari, Deadpool 2 è ad oggi il maggior incasso della
saga sugli X-Men. Attualmente è in lavorazione un terzo capitolo,
che sembra porterà il personaggio a fare ufficialmente parte del
Marvel Cinematic Universe.
Deadpool & Wolverine (2024)
Levy è stato scelto per dirigere
Deadpool &
Wolverine, il terzo film di Deadpool, che
integrerà il personaggio titolare nell’universo cinematografico
Marvel in seguito all’acquisizione
della 20th Century Fox da parte della Disney, nel 2022.
Ryan Reynolds p tornato a recitare nel film
insieme a Hugh Jackman,
che ha ripreso il suo ruolo di Wolverine. Insieme a Reynolds e
Jackman ci sono Morena Baccarin nei panni di
Vanesa, Brianna Hildebrand nei panni di
Negasonic Teenage Warhead, Leslie Uggams nei panni di
Blind Al, Karan Soni nei panni di Dopinder, Stefan
Kapičić nei panni di Colossus, Shioli Kutsuna nei
panni di Yukio e Rob Delaney nei panni di Peter. Nel cast
anche Emma Corrin nei panni di Cassandra Nova (mutante del
Vuoto con poteri telecinetici e telepatici, sorella gemella di
Charles Xavier) e Matthew Macfadyen. Nel film, Deadpool viene a
sapere che l’Autorità per la Varianza Temporale è pronta a
distruggere il suo universo natale e collabora con un riluttante
Wolverine di un altro universo per fermarli.
Deadpool & Wolverine è uscito in
anteprima il 22 luglio 2024 come parte della Fase Cinque del MCU. Ha incassato oltre 1,33
miliardi di dollari in tutto il mondo, diventando il 20° film di
maggior incasso di tutti i tempi, il film con rating R di maggior
incasso di tutti i tempi e il secondo film di maggior incasso del
2024.
Un nuovo film sugli X-Men è in arrivo?
Dopo una lunga attesa e un
rimescolamento dei diritti dietro le quinte, il film sugli X-Men
della Marvel potrebbe essere
già in sviluppo presso i Marvel Studios, con i vari Mutanti che
hanno già iniziato a far sentire la loro presenza all’interno del
MCU. Gli X-Men
sono una delle più grandi proprietà della Marvel, con personaggi ricchi che
hanno già raccolto solide fanbase attraverso le loro avventure
sulle pagine dei fumetti, le avventure animate e persino i
lungometraggi.
Tuttavia, per la maggior parte
delle loro imprese sullo schermo, sono stati sotto l’occhio vigile
della 20th Century Fox e non hanno potuto interagire pienamente con
il Marvel Cinematic Universe di
Kevin Feige, in continua espansione. Il film della
Marvel sugli X-Men non ha ancora
una data di uscita confermata e, dato che il progetto è ancora
nelle prime fasi di produzione, nemmeno il Professor X in persona è
in grado di prevedere quando potrebbe arrivare.
Detto questo, gli sviluppi
promettenti riguardanti il team creativo significano che ci si sta
lavorando. Quindi, forse, potremo vedere cosa hanno preparato nel
2028 (gli
slot di uscita recentemente annunciati dai Marvel Studios) o
giù di lì. Vale la pena notare che la Marvel ha già bloccato la maggior
parte dei suoi film per la prossima
Fase Sei e un film stand-alone sugli X-Men non ne fa parte…
ancora.
Se da un lato è possibile che gli
X-Men vengano aggiunti in un secondo momento, dall’altro è
altrettanto probabile che i temi della Fase Sei, incentrati sul
multiverso, stiano preparando la scena per una Fase
Sette ad alto contenuto di mutanti. Inoltre è stato
recentemente confermato che
questa fase concluderà anche la saga del multiverso. Nonostante
queste incertezze, un rapporto pubblicato da Production Weekly
sembra suggerire che la Marvel potrebbe puntare a una data
di ripresa alla fine del 2025. Questo, a sua volta, potrebbe
significare che un film indipendente sugli X-Men arriverà nelle
sale nel 2028.
X-Men: dove vedere in streaming i
film della saga
Per poter avere a disposizione
tutti i film della saga, è invece particolarmente conveniente
sottoscrivere un abbonamento a Disney+,
piattaforma ufficiale del celebre studios. Avendo questo
riacquisito i diritti sui personaggi, ha avuto modo di trasmettere
i film della saga all’interno del catalogo della propria
piattaforma. Grazie ad essa sarà possibile guardarli tutti in
totale comodità e al meglio della qualità video.
Per vedere, o rivedere, la saga è
anche possibile affidarsi ad alcune tra le principali piattaforme
streaming presenti in rete, contenenti uno o più film degli
X-Men nel proprio catalogo. Queste sono Chili Cinema, Tim
Vision, Rakuten TV, Google Play, Apple iTunes, e Amazon Prime Video. Per poter guardare uno di
questi titoli basterà scegliere tra queste piattaforme e noleggiare
il film o sottoscrivere un abbonamento generale.
L’adattamento in forma di serie tv
di “God of War”
in lavorazione presso Amazon ha trovato il suo nuovo
showrunner. Variety ha confermato che
Ronald D. Moore è salito a bordo della serie come
scrittore, showrunner e produttore esecutivo. Moore si è unito alla
serie in sostituzione di Rafe Judkins.
Judkins ha lasciato “God of War”
insieme ai produttori esecutivi Hawk Ostby e
Mark Fergus. Secondo quanto riferito, avevano
completato più sceneggiature per la serie, ma Amazon e lo studio
collega Sony Pictures Television hanno deciso di andare in una
direzione creativa diversa.
God of War ha un nuovo sceneggiatore!
Moore è tornato di recente alla Sony
Pictures Television con un nuovo accordo generale dopo aver
lasciato lo studio indipendente per un accordo con Disney e 20th
Television. In precedenza era stato con Sony per circa un decennio,
durante il quale ha prodotto spettacoli di successo come
“Outlander” e “For All Mankind“.
Una serie prequel di “Outlander” e uno spin-off di
“For All Mankind” sono attualmente in
lavorazione.
Moore è anche noto per il suo lavoro
nel franchise di “Star Trek“, lavorando a serie
come “Next Generation”, “Voyager” e “Deep Space Nine”, oltre ad
aver scritto i film “Star Trek: Generations” e
“Star Trek: First Contact“. È forse più noto per
il suo reboot di “Battlestar Galactica“, andato in
onda per quattro stagioni su Syfy (all’epoca Sci-Fi Channel) e che
ha anche generato due film per la TV, concludendosi nel 2009. Una
serie prequel, “Caprica”, è andata in onda su Syfy per una stagione
nel 2010.
American Horror Story è innegabilmente il
miglior lavoro di Ryan Murphy. Stagione
dopo stagione, la serie antologica ha portato sui nostri schermi un
orrore inquietante, sconvolgente e realistico, e sembra che il
creatore non abbia intenzione di fermarsi tanto presto. L’ultima
stagione della serie American Horror Story: Delicate è
stata la prima non diretta da Murphy e anche la prima a essere
basata su materiale letterario esistente, il libro di
Danielle ValentineDelicate
Condition. In una recente conversazione con The Wrap, il creatore ha dato un aggiornamento
speranzoso sul futuro dello show dopo la stagione 13 e sul ritorno
dell’intero cast originale.
“John
Landgraf è molto gentile al riguardo”, ha detto
Ryan Murphy a proposito del proseguimento
di
American Horror Story oltre la
tredicesima stagione. “Dice sempre: ‘Beh, dipende davvero da
te. Continuerò a mandarlo in onda e a realizzarlo’. Io ho il lusso
del mio contratto, e inoltre è appena andato in onda. Quindi, non è
che sia sparito per sempre”, ha aggiunto. Murphy è noto per la
realizzazione di molti show che appassionano il pubblico e di
solito suscitano polemiche; il suo lavoro comprende Monsters di Netflix, 9-1-1 Lone Star e
Feud, solo per citarne alcuni.
Anche se Murphy non ha intenzione
di rallentare quando si tratta di AHS:
“Continuerei a farlo per molto tempo.Anche io e
Sarah Paulson ne parliamo, tipo girare il finale al suo
funerale, per così dire”. Riflette poi sul contributo del
cast e della troupe nel corso degli anni e affronta le sue sfide
personali: “Molte delle persone che l’hanno creata sono rimaste
con noi nel corso degli anni… Quando abbiamo iniziato, eravamo
davvero una troupe, e allora non avevo figli, quindi ero una
persona completamente diversa. Ho potuto andare, su ordine di
Jessica Lange, a New Orleans. Ora non potrei
farlo”.
Ryan Murphy vuole riportare in
scena il cast originale
A detta di tutti, Murphy è
entusiasta di riportare il cast originale della serie antologica
oltre la 13ª stagione. Alcune delle colonne portanti dello show
sono oggi attori piuttosto impegnati in città, ma Murphy è sicuro
di poterli riavere. Ha dichiarato: “Ora sono entusiasta che
Sarah sia di nuovo interessata.Sono entusiasta
che Evan – nella parte giusta – sia interessato.
C’è un grande gruppo di persone che
mi piacerebbe tornassero in quello show, tra cui Angela Bassett e molti altri. È divertente. Ma
devo avere qualcosa da dire, o qualcun altro, un altro showrunner,
deve avere qualcosa da dire”. Ha poi aggiunto a proposito del
ritorno dell’attore: “Ne ho parlato con Sarah Paulson e Evan
Peters l’altro giorno, quindi forse prima di quanto
pensiate”.
Nel corso della storia del
Marvel Cinematic Universe,
il franchise ha presentato molte scene che nel tempo sono
decisamente migliorate. La cronologia dell’MCU è ricca di narrazioni di
qualità, poiché il franchise ha costantemente intrattenuto con i
suoi adattamenti di personaggi e storie Marvel sin dal suo inizio nel 2008.
Il franchise è cresciuto fino a diventare una delle saghe di
maggior successo della storia.
Ora, anche se al momento dell’uscita
in sala quella scena in particolare non aveva lasciato il segno,
ecco 10 scene del Marvel Cinematic Universe
che sono migliorate nel tempo:
La trasformazione da super soldato
di Steve Rogers
Captain America: The First Avenger
(2011)
Ci sono molte scene che hanno
definito la storia di
Captain America nel MCU, anche se poche sono
significative nella vita di Steve Rogers quanto la scena in cui
viene trasformato dal siero del super soldato di Abraham Erskine.
Dopo essere stato selezionato per il suo coraggio, la sua
compassione e la sua morale incrollabile, Steve Rogers viene
sottoposto a una dolorosa procedura che lo trasforma in Captain
America. La scena rimane degna di nota per la sua importanza per il
Marvel Cinematic Universe
e per il suo eccellente uso sia di effetti CGI che pratici.
È in senso narrativo che la scena è
davvero migliorata nel tempo, però. Conoscendo le ragioni per cui
Rogers è stato selezionato per il programma, il suo arco eroico fa
sembrare la scelta incredibilmente lungimirante. Ripensando alla
sua storia nel MCU rivedendo le sue origini, si
evidenzia quanto fosse appropriata la valutazione di Rogers da
parte di Erskine, rendendo la scena ancora più soddisfacente di
quanto non fosse al momento dell’uscita.
Lo showdown nel Giardino Zen
Iron Man 2 (2010)
Come film a se stante, Iron
Man 2 è spesso considerato uno dei capitoli più deboli
della Infinity Saga. Tuttavia, nonostante tutti i suoi problemi,
presenta momenti brillanti che sono invecchiati sorprendentemente
bene. La battaglia culminante del film, che vede Iron Man e
War
Machine affrontare Whiplash e un esercito di droni Hammer, si
distingue come una scena che è notevolmente migliorata nel
tempo.
La battaglia si svolge senza musica
e senza inutili battute da parte dei personaggi. La tensione della
scena si costruisce sul suono di proiettili sparati e armature
trafitte, con comunicazioni occasionali tra gli eroi mentre
combattono il nemico. Quando si giudica la scena rispetto
all’azione relativamente stereotipata dei film di supereroi più
recenti, diventa chiaro che la battaglia di Iron Man
2 nel Giardino Zen è migliorata con l’età.
La Battaglia di Sokovia
Avengers: Age Of Ultron (2015)
Quando si tratta di battaglie finali nei film MCU, il franchise difficilmente può
essere considerato impeccabile. Nonostante tutti i punti di forza,
il Marvel Cinematic Universe
spesso viene criticato per le sue sequenze di battaglia finali,
molte delle quali vengono screditate per l’uso eccessivo di CGI o
per essere sovraccaricate al punto da creare confusione.
Avengers: Age of Ultron potrebbe non essere il film di
squadra MCU più amato, ma riesce a trovare
un equilibrio notevole nella sua battaglia finale.
La battaglia di Sokovia vede una grande squadra di Avengers
combattere uno sciame infinito di droni Ultron, il tutto mentre
cerca di impedire alla città fluttuante di cadere e distruggere la
Terra. Queste alte poste in gioco non vengono mai dimenticate e il
suo delicato equilibrio di più eroi e momenti emozionanti lo rende
una delle battaglie meglio scritte dell’intero MCU. Man mano che il franchise ha
continuato a crescere, questo è diventato più evidente, facendolo
sembrare questa scena ancora migliore con l’età.
Gli Avengers incontrano Thor
The Avengers (2012)
Di tutti i principali eroi del franchise, la storia di Thor
nell’MCU ha visto il personaggio subire
forse il cambiamento di personalità più radicale di tutti. Nelle
sue prime apparizioni, Thor era una presenza in gran parte seria
che ha portato una prospettiva potente e distintamente non umana
agli Avengers. In nessun punto del franchise questo è più evidente
che nella scena in cui il Dio del Tuono incontra per la prima volta
i suoi futuri compagni di squadra.
La scena vede Iron Man, Loki e persino Capitan America fare
battute a spese di Thor, che l’asgardiano accoglie con impassibile
stoicismo. Il potenziale comico del personaggio così com’era
sembrava infinito, ma i cambiamenti successivi per rendere Thor più
sciocco alla fine hanno sconvolto quell’equilibrio. Pertanto, la
prima scena in cui il serio Thor incontra gli Avengers si distingue
come particolarmente interessante, perché utilizza perfettamente la
sua caratterizzazione originale tra i suoi compagni eroi.
Battaglia miniaturizzata culminante di Ant-Man
Ant-Man (2015)
Ant-Man del 2015 ha
portato la storia dell’MCU a un livello completamente
nuovo con l’introduzione delle Particelle Pym e dell’omonimo eroe
che si rimpicciolisce. Il film presenta molte sequenze fantastiche,
ma la battaglia finale tra Ant-Man e Yellowjacket
rimane una delle migliori del Marvel Cinematic Universe.
Vede sia l’eroe che il cattivo rimpiccioliti e che combattono tra i
giocattoli della figlia di Ant-Man, usando un trenino e altri
giocattoli come parte della loro resa dei conti.
Gli effetti visivi impiegati nella
scena reggono incredibilmente bene, soprattutto se confrontati con
i finali carichi di CGI dei successivi film di questo franchise.
Vedere Ant-Man impegnato in una lotta miniaturizzata rimane una
conclusione perfettamente concepita per la sua prima uscita
nell’MCU, ed è ancora eccellente dal
punto di vista visivo. Non solo cattura l’essenza delle abilità di
Ant-Man, ma fornisce anche una scena divertente e innovativa che
altri film di Ant-Man hanno ampiamente fallito nel fornire.
Team Cap contro Team Iron Man
Captain America: Civil War
(2016)
L’MCU ha adattato alcune importanti
trame dei fumetti Marvel e tra le più epiche del
franchise c’è la sua gestione della Civil War della Marvel.
Captain America: Civil War ha visto gli Avengers
divisi in due gruppi, con la maggior parte degli eroi del franchise
schierati con Iron Man o Captain America per gli Accordi di
Sokovia. Vari altri sviluppi hanno portato a una maggiore tensione
tra gli Avengers, che alla fine si è riversata in una battaglia su
vasta scala tra eroi.
Il Team Cap contro il Team Iron Man
rimane una delle migliori scene del Marvel Cinematic Universe,
perché non solo è visivamente divertente, ma è anche scritta in
modo brillante. Il modo in cui si svolge la battaglia sembra
sorprendentemente naturale rispetto alla narrazione del film, il
che è un’impresa notevole considerando il numero di eroi coinvolti.
Per quanto straziante sia vedere gli eroi combattere tra loro, è
una scena che è invecchiata incredibilmente bene.
Gli Avengers cercano di sollevare
Mjolnir
Avengers: Age of Ultron (2015)
Non tutte le grandi scene
dell’MCU devono avere un significato
importante per il franchise nel suo complesso. È il caso della
scena di Avengers: Age of Ultron
nella Avengers Tower, dove gli eroi si rilassano dopo una meritata
festa cercando a turno di sollevare il martello di Thor. Nonostante
l’Asgardiano spieghi che può essere sollevato solo da chi ne è
degno, ogni personaggio si fa avanti per provare senza successo,
fino a Steve Rogers, che fa oscillare leggermente Mjolnir, facendo
cambiare l’espressione di Thor.
La scena è invecchiata bene,
soprattutto perché Capitan America è poi riuscito a brandire il
Mjolnir durante gli eventi di Avengers: Endgame. Sapendo che la
preoccupazione di Thor sul potenziale valore di Steve era del tutto
fondata, la scena assume un altro aspetto a posteriori. Inoltre, è
una scena che mostra gli Avengers come un gruppo di amici piuttosto
che semplicemente colleghi eroi, aggiungendo un lato più umano alla
loro collaborazione.
Il primo volo di Iron Man
Iron Man (2008)
Quando si valutano i momenti
migliori della storia MCU di Iron Man, ci sono molti
candidati eccellenti. E le scene con l’eroe che sono migliorate nel
tempo possono essere trovate in abbondanza, ma poche sono
invecchiate così bene come il primo volo completo di Tony Stark
come Iron Man. Poco dopo aver perfezionato i suoi rudimentali piani
iniziali, Stark usa la sua tuta Mark II completata per prendere il
volo per la prima volta.
Quando si tratta di scene di
armatura da supereroe, quella di Iron Man è ineguagliabile nella
sua esecuzione. La scena comunica perfettamente la prospettiva
dell’eroe, delineando anche l’euforia di Stark nell’usare la sua
ultima invenzione. Ci sono poche altre scene al cinema che mettono
il pubblico nei panni dell’eroe nello stesso modo, e il primo volo
MCU di Iron Man è solo migliorato
nel tempo come risultato.
Il falso Mandarino
Iron Man 3 (2013)
Iron
Man 3 ha introdotto l’iconica nemesi dell’eroe sul
grande schermo, solo per sprecare crudelmente il cattivo con un
falso, semplicemente un attore pagato da Aldrich Killian. Rivelare
che il Mandarino era in realtà un attore di nome Trevor Slattery è
stato considerato un insulto al materiale originale al momento
dell’uscita di Iron Man
3 e ha suscitato l’indignazione generale dei fan della
Marvel. Tuttavia, da allora la
scena è migliorata molto nel tempo.
L’uscita del one-shot All
Hail the King e poi di Shang-Chi and the Legend of
the Ten Rings hanno rispettivamente preparato e poi
introdotto il vero Mandarino dell’MCU. Spiegare che Slattery aveva
inconsapevolmente usato l’identità del vero cattivo e raccontare le
ripercussioni delle sue azioni ha reso la storia molto migliore. A
sua volta, questo ha fatto sembrare retroattivamente il colpo di
scena di Iron Man 3 molto migliore, con la scena che è migliorata
enormemente dalla sua uscita.
Gli Avengers discutono
The Avengers (2012)
Il modo in cui gli Avengers
dell’MCU hanno formato per la prima
volta una squadra ha visto un’enorme quantità di tensione e lotte
intestine, poiché i rispettivi ego e ideali si sono scontrati su
diversi livelli. In particolare, Capitan America e Iron Man erano
fondamentalmente in disaccordo sulla natura dell’eroismo, con i
valori tradizionali di Steve Rogers in contrasto con quelli di
Stark che ha un approccio innovativo per aiutare l’umanità. La loro
discussione ha visto Rogers liquidare Stark, dicendogli di fatto
che non lo considera un eroe.
L’arco narrativo del personaggio di
Tony Stark lo ha visto gradualmente diventare tutto ciò che Rogers
sosteneva non fosse, alla fine sacrificando la sua vita per
sconfiggere Thanos. Dopo aver visto svolgersi quell’arco narrativo,
la scena in cui gli Avengers discutono non fa che evidenziare
quanto sia eccellente la storia dell’eroe Iron Man all’interno del
franchise. In quanto tale, è un’altra scena nel Marvel Cinematic Universe che ha
dimostrato di migliorare solo con il tempo.
Nel caos di film, serie e prodotti
audiovisivi che ogni giorno affollano i nostri schermi, è facile
rimanere storditi e finire con il sentirsi anestetizzanti nei
confronti di certe narrazioni o immagini. Ecco perché l’arrivo di
un film come Flow – Un mondo dasalvare è da salutare con grande entusiasmo, in
quanto riporta gli spettatori alla riscoperta di una dimensione
artistica in cui è ancora possibile provare sincero stupore. Una
dimensione che si basa sugli elementi primari a partire dai quali
fare di necessità virtù e realizzare così un’opera capace di
parlare a tutti in modo sincero e diretto.
Gints Zilbalodis,
regista lettone già distintosi nel campo dell’animazione grazie a
diversi cortometraggi e ad Away, suo film d’esordio, ci
consegna con questa sua opera seconda un film magnifico per
numerevoli ragioni, che andremo qui di seguito ad esplorare proprio
come i protagonisti di Flow – Un mondo da salvare
esplorano gli ambienti con cui entrano in contatto. Dopo essere
stato presentato con successo nella sezione Un Certain Regard del
Festival
di Cannes, il film, ora pronto per il buio della sala,
è infatti un’esperienza da non perdere, di quelle che ormai al
cinema capita di fare poche volte.
La trama di Flow – Un mondo da salvare
Il mondo sembra volgere alla
termine, brulicante di tracce della presenza umana ma completamente
privo degli umani stessi. Protagonista del racconto è infatti un
gatto, animale solitario che si ritroverà suo malgrado a vivere la
più imprevedibile delle avventure. Un’alluvione senza precedenti
sommerge infatti il mondo, costringendo il felino a trovare riparo
in una barca su cui si trovano però anche altre specie animali.
Nonostante le loro differenze, si troveranno a dover fare squadra,
navigando attraverso mistici paesaggi sommersi e affrontando le
sfide proposte da questo nuovo mondo.
Una fiaba per riscoprirsi parte del mondo
Flow, il flusso, quello
dell’alluvione che sommerge le terre ma anche quello che scorrendo
ci porta a vivere l’avventura a cui siamo destinati. Partendo da
questo principio, tutto il film è un continuo movimento
(mozzafiato) – della macchina da presa, delle correnti d’acqua, dei
personaggi, della barca su cui hanno trovato riparo – che porta ad
attraversare non solo ambienti diversi ma anche differenti stati
d’animo. Li viviamo a partire dall’esperienza che ne fanno gli
adorabili protagonisti – un gatto, un cane, un lemure, un capibara
e un uccello – e potendo così osservare il modo in cui il viaggio
li cambia.
Zilbalodis ha infatti concepito il
film come un vero e proprio road movie, un’avventura dal
grande fascino visivo – merito di un’animazione “grezza” e onirica,
che trova proprio in queste sue particolarità il proprio valore –
che partendo da premesse narrativi semplici (ma mai
semplicistiche!) sprigiona davanti ai nostri occhi una serie di
tematiche che vanno dalla natura alla sua salvaguardia e fino
all’importanza del fare squadra dinanzi alle avversità, superando
ogni possibile e sciocca differenza. Perché pur non essendo
minimamente antropomorfizzati, gli animali protagonisti non possono
non ricordarci delle precise qualità umane, dall’isolamento
all’avidità.
Una fiaba, dunque, che – come tutte
le fiabe – parla di noi e della nostra contemporaneità. Lo fa però
in modo assolutamente privo di moralismi, adoperando un’innocenza a
cui non si può rimanere estranei e attraverso una serie di idee e
precise scelte di messa in scena particolarmente convincenti. Una
fiaba capace di divertire, commuovere e anche incutere timore,
grazie anche alle musiche dello stesso Zilbalodis e di
RihardsZalupe, che forniscono un
accompagnamento sonoro estremamente suggestivo, perfettamente
combinato con le tante sonorità naturali che animano il film.
Il linguaggio delle emozioni
Non ha bisogno di dialoghi
Zilbalodis, così come non ne ha avuto bisogno per il suo primo
lungometraggio, Away. Portando avanti un’attenta ricerca
sull’immagine, il regista e il suo team riescono brillantemente
nell’obiettivo di realizzare un film che, affidandosi unicamente
alle immagini e ai suoni, riesce a comunicare con grande forza i
propri messaggi e le proprie emozioni senza il bisogno di alcun
orpello in più. Motivando il suo totale rifiuto del parlato nelle
proprie opere, il regista ha spiegato che di un film ciò che
ricorda meglio sono le scene silenziose che si fondano
sull’eloquenza delle immagini.
Ed è così anche per Flow –
Un mondo da salvare, che offre una serie di quadri di
straordinaria bellezza, capaci di rimanere impressi nella mente per
i loro colori e tutti gli altri elementi che li compongono, che
siano la foresta selvaggia, le architetture umane o gli espressivi
occhi dei protagonisti. Non si avverte dunque mai la mancanza di un
dialogo, di una voce umana, non solo perché Flow – Un mondo
da salvare è già così meravigliosamente ricco a livello
sonoro, ma anche perché da un certo punto in poi ci sembra di poter
davvero comprendere i versi degli animali e ciò che vogliono
dire.
Soprattutto, però, assistiamo alla
loro evoluzione nel modo più corretto: osservandola attivamente.
Del gatto protagonista, ad esempio, non viene mai detto a parole
“ricerca la solitudine, imparerà ad amare il gruppo”, ma assistiamo
a questo cambiamendo giungendo noi stessi a questa conclusione,
vedendolo passare dal suo solitario specchiarsi nell’acqua al farlo
in compagnia dei suoi nuovi amici. Questo vale in realtà per ogni
valore che il film vuole trasmetterci, riuscendo a farlo proprio
perché trova il modo di comunicarlo in modo universale, parlando il
linguaggio delle emozioni anziché quello delle parole.
Flow – Un mondo da salvare è una carezza al
cuore
Flow – Un mondo da
salvare è allora davvero un film che merita di non passare
inosservato, di non finire schiacciato dalla mole di titoli che
ogni giorno si accalcano in sala o sulle piattaforme venendo
divorati e ben presto dimenticati. Zilbalodis ci consegna un’opera
speciale, tra le più importanti di quest’anno cinematografico, che
chiede allo spettatore di non forzarsi nella ricerca di determinati
significati ma di abbandonarsi al flusso dell’esperienza proposta.
Un’opera che nel suo “tornare alle origini” di un’arte rispolvera
un senso della meraviglia troppo spesso perduto, qui ritrovato e
proposto come la più gentile delle carezze al cuore.
Daredevilè stato
probabilmente il primo progetto Marvel “duro” con cui i fan
moderni sono entrati in contatto dall’inizio del MCU. Sebbene la serie originale non
facesse parte del ramo Marvel Studios della società al momento della
sua uscita, il reboot – Daredevil:
Born Again–entrerà ufficialmente a far
parte del MCU quando debutterà la prossima
primavera. Ma i fan che hanno apprezzato il tono grintoso della
serie originale potrebbero, a ragione, chiedersi se quel tono sarà
mantenuto quando la serie passerà a Disney+. Ebbene, ci sono buone
notizie per i fan che temevano che la Casa del Topo avrebbe diluito
il fascino della serie.
Alla domanda sul tono di
Daredevil:
Born Again, Vincent D’Onofrio ha rassicurato i fan che lo
show manterrà l’oscurità e l’intensità della serie originale di
Netflix. Parlando
con Collider al New York Comic Con, D’Onofrio ha
confermato: “Stiamo continuando l’oscurità della prima serie su
Netflix. Sarà così oscura e intensa. Ci siamo fatti il mazzo per
renderla tale”.
Non solo la serie avrà il peso del
suo predecessore su Netflix, ma le star hanno rivelato che la serie
avrà qualche
novità rispetto alla nuova casa Disney+. Come ha accennato
D’Onofrio, “faremo alcune cose che sono decisamente una novità
per Disney+”. Charlie Cox ha seguito quanto detto da
D’Onofrio, rivelando che una di queste novità include una bomba F,
qualcosa di inedito per la piattaforma di streaming della
Disney. “C’è una bomba F per la prima volta in assoluto… È
stato scioccante per me”, ha scherzato Cox, che ha stuzzicato i fan
sul tono più cupo e maturo che la serie avrà.
Quello che sappiamo di
Daredevil: Born Again
Lo sceneggiatore di The
Punisher, Dario Scardapane, è salito a bordo come nuovo
showrunner della serie Daredevil:
Born Again, le cui riprese sono concluse da poco. I
dettagli specifici della trama sono ancora nascosti, ma sappiamo
che Daredevil:
Born Again vedrà Matt Murdock/Daredevil
(Charlie
Cox) confrontarsi con la sua vecchia nemesi
Kingpin (Vincent
D’Onofrio), che abbiamo visto tornare di corsa a New
York nel finale di stagione di Echo. È
probabile che Fisk sia in corsa per la carica di sindaco di New
York o che sia già stato nominato a tale carica quando la storia
prenderà il via.
Gli episodi sono diretti da
Justin Benson e Aaron Moorhead, Michael Cuesta, Jeffrey
Nachmanoff e David Boyd; i produttori esecutivi sono
Kevin Feige, Louis D’Esposito, Brad Winderbaum, Sana
Amanat, Chris Gary, Dario Scardapane, Christopher Ord e Matthew
Corman, e Justin Benson e Aaron Moorhead.