Dopo Agnès Varda, Marco
Bellocchio, Jodie Foster, Meryl Streep e, lo scorso anno,
Robert DeNiro, il regista
neozelandese Peter Jackson riceverà una Palma d’Oro
onoraria in riconoscimento di una carriera che fonde
blockbuster hollywoodiani e film d’autore con una straordinaria
visione artistica e audacia tecnologica.
«Essere onorato con una Palma
d’Oro onoraria a Festival di Cannes è uno dei più grandi
privilegi della mia carriera», ha dichiarato Peter Jackson.
«Cannes è stata una parte significativa del mio percorso
cinematografico. Nel 1988 partecipai al mercato del festival con il
mio primo film, Bad Taste, poi nel 2001 proiettammo una sequenza in
anteprima di Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello,
entrambi momenti importanti della mia carriera. Questo festival ha
sempre celebrato un cinema audace e visionario, e sono
incredibilmente grato al Festival di Cannes per essere stato
riconosciuto tra i registi e gli artisti il cui lavoro continua a
ispirarmi.»
Era il 13 maggio
2001. Baz Luhrmann e Moulin
Rouge! avevano aperto la 54ª edizione del
Festival di Cannes. Nanni Moretti stava per ricevere la
Palma d’Oro per La stanza del figlio dalle mani della presidente di
giuria Liv Ullmann. La vita di Peter Jackson
sarebbe cambiata grazie a 26 minuti proiettati sulla
Croisette: le prime immagini, i primi spettacolari
fotogrammi di La Compagnia dell’Anello, ancora in fase di
montaggio, mostrati alla stampa sette mesi prima
dell’uscita mondiale.
Lo scetticismo iniziale si
trasformò presto in entusiasmo generale. Il travolgente successo
della saga della Terra di Mezzo iniziò proprio
quel giorno. Vincendo la loro audace scommessa, Peter Jackson e New
Line Cinema (e in Francia i fratelli Hadida di Metropolitan
Filmexport) intrapresero un percorso di gloria globale e
riconoscimento, sia critico sia commerciale: 17 premi
Oscar (di cui 11 per l’ultimo capitolo,
tanti quanti Ben-Hur e Titanic) e 3 miliardi di dollari di
incassi — l’ottava impresa cinematografica più redditizia
della storia con un investimento dieci volte inferiore.
Venticinque anni dopo, il Festival
di Cannes celebrerà
Peter Jackson durante la cerimonia di apertura
di martedì 12 maggio 2026.
La presidente del festival Iris
Knobloch si dice entusiasta che «per la sua 79ª edizione il
festival accolga e ringrazi un regista dalla creatività sconfinata
che ha dato prestigio al genere fantasy epico».
Il direttore del festival Thierry
Frémaux conferma che «c’è chiaramente un prima e un dopo Peter
Jackson. Il cinema più grande della vita è il suo marchio di
fabbrica, e la sua arte dell’intrattenimento totale è
particolarmente ambiziosa. Ha trasformato in modo permanente il
cinema hollywoodiano e la concezione stessa dello spettacolo. Ma
Peter Jackson non è solo un grande tecnico; è soprattutto un
narratore straordinario. E un artista imprevedibile: quale sarà il
suo prossimo universo?»
In effetti, pochi registi hanno
avviato cambiamenti così decisivi nel loro campo. Peter Jackson —
regista, produttore e sceneggiatore — è uno di questi. La sua epica
trilogia de Il Signore degli Anelli, iniziata nel
2001, ha rivoluzionato il modo di creare immagini, costruire mondi
e raccontare storie sul grande schermo. All’epoca, l’adattamento
cinematografico della monumentale opera fantasy di J. R. R. Tolkien
era considerato quasi impossibile.
Dopo alcuni successi apprezzati
dalla critica — Bad Taste (1987), Braindead (1992) e
Creature del cielo (1994) — Jackson iniziò a preparare tre film da
distribuire a distanza di un anno:
Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello (2001)
Il Signore degli Anelli: Le Due Torri (2002)
Il Signore degli Anelli: Il Ritorno del Re (2003)
Girata interamente e
simultaneamente negli scenari spettacolari della Nuova Zelanda —
dove si svolse anche la post-produzione degli effetti speciali, il
montaggio e il mixaggio — la trilogia rappresentò una sfida
logistica gigantesca: due anni di pre-produzione, 274
giorni di riprese, tre anni di post-produzione, 20.602 comparse,
2.400 tecnici e un budget di 1 milione di dollari al
giorno.
L’opera originale di Tolkien è resa
con straordinaria intensità, grande realismo e notevole fedeltà: le
sinistre Miniere di Moria, il leggendario scontro
tra Gandalf e il Balrog, la battaglia apocalittica del
Fosso di Helm, la spettacolare carica della
cavalleria dei Rohirrim nei Campi del
Pelennor, e lo scontro finale alle Porte di
Mordor.
Supportato da Wētā FX, il suo
studio di effetti speciali a Wellington che in seguito avrebbe
lavorato anche su Avatar, Jackson alterna tecnologie avanzate —
algoritmi per ricreare enormi folle e battaglie epiche — a tecniche
classiche del cinema, come il posizionamento prospettico, i set
naturali e l’uso delle lenti della macchina da presa, senza
manipolazioni digitali invasive. Questo equilibrio sottile ha
preservato l’autenticità del progetto e ha permesso alla trilogia
di resistere al passare del tempo, rendendo l’universo di Tolkien
onnipresente nella cultura pop ancora oggi.
Dopo questo successo globale, nel
2005 Peter Jackson ha firmato il remake del leggendario King Kong.
Alcuni anni dopo è tornato nella Terra di Mezzo di Tolkien
dirigendo la trilogia de Lo Hobbit tra il 2012 e
il 2014.
Grande narratore, il regista
instancabile ha recentemente intrapreso progetti documentaristici
più originali ma altrettanto imponenti. They Shall Not Grow Old (2018)
riporta alla luce gli archivi della Prima guerra mondiale
attraverso 600 ore di interviste e 100 ore di filmati
restaurati e colorizzati.
La miniserie
The Beatles: Get Back (2021) offre invece un montaggio
di 60 ore di filmati inediti delle sessioni di
registrazione dell’album Let It Be all’inizio del 1969.
Quello stesso anno, i The Beatles
avevano chiesto a Tolkien il permesso di adattare Il Signore
degli Anelli al cinema, con Stanley Kubrick alla regia, John Lennon nel
ruolo di Gollum, Paul McCartney come Frodo Baggins, George Harrison
nel ruolo di Gandalf e Ringo Starr come Samwise Gamgee.
Il loro più grande fan avrebbe
rimediato alla situazione 32 anni dopo.
Dopo oltre quindici anni lontana
dalla regia di lungometraggi, Mary
Bronstein torna dietro la macchina da
presa con Se potessi ti prenderei a calci, uno dei film
indipendenti più discussi dell’anno. Presentato in anteprima al
Sundance Film
Festival, il progetto targato
A24 ha già
attirato l’attenzione della critica e degli addetti ai lavori,
soprattutto dopo che Rose
Byrne ha vinto l’Orso d’Argento per la
miglior interpretazione protagonista al Berlin International Film
Festival.
Il film segna il ritorno alla regia
di Bronstein dopo il suo esordio con la commedia indipendente
Yeast del
2008, in cui recitava accanto ad Amy Judd e
alla futura regista di Le
Cronache di Narnia, Greta Gerwig. Dopo quel
debutto e il cortometraggio Round Town
Girls del 2009, Bronstein si era dedicata
principalmente alla carriera di attrice. Il nuovo film rappresenta
quindi un ritorno significativo alla scrittura e alla regia.
Una storia di fragilità
Al centro della storia c’è Linda,
una terapeuta interpretata da Byrne che si trova sull’orlo di un
crollo emotivo. La donna cerca di gestire contemporaneamente
diversi problemi: la misteriosa malattia della figlia, che sviluppa
una forte avversione per il cibo, le continue assenze del marito e
una relazione sempre più tesa con la propria terapeuta.
La situazione precipita quando il
soffitto del suo appartamento crolla, allagando l’abitazione e
costringendo Linda e la figlia a trasferirsi temporaneamente in un
motel fatiscente. In questo contesto instabile, la protagonista
trova una sorta di conforto nel supervisore dell’edificio, ma la
scomparsa di una persona collegata alla sua vita professionale
contribuisce a far peggiorare ulteriormente il suo stato
mentale.
Il cast del film riunisce volti
molto diversi tra loro. Accanto a Byrne compaiono
Conan
O’Brien, qui nel suo primo grande ruolo
cinematografico come terapeuta di Linda; il candidato ai
Golden Globe
AwardsChristian Slater, che
interpreta il marito della protagonista; il rapper e attore
ASAP Rocky,
nei panni di James, il supervisore del motel; e Danielle
Macdonald, che interpreta una delle pazienti
di Linda, la cui improvvisa scomparsa diventa un elemento chiave
della storia.
Conan O’Brien e Rose Byrne in If I Had Legs I’d Kick
You
L’origine enigmatica del
titolo
Uno degli aspetti più curiosi del
film è il suo titolo insolito. In lingua originale il film si
chiama If I Had Legs,
I’d Kick You, che tradotto letteralmente sarebbe
“Se avessi le gambe, ti prenderei a calci”, una frase
che suscita immediatamente domande e interpretazioni.
Secondo Bronstein la sua
origine è sorprendentemente casuale. La regista ha
rivelato di aver inventato quella frase quando aveva appena 18
anni, senza sapere se e come l’avrebbe mai utilizzata. Quando anni
dopo ha iniziato a scrivere il film, non aveva ancora trovato un
titolo definitivo, finché quell’espressione non le è tornata
improvvisamente in mente.
Quando le viene però chiesto quale
sia il suo vero significato all’interno della storia, Bronstein non
è ancora pronta a dare una sua interpretazione, perché vuole che
“lo spettatore interpreti quello che vuole”. Proprio questa
ambiguità contribuisce a rendere il progetto ancora più
intrigante.
Rose Byrne in If I Had Legs I’d Kick You
Un film “senza genere”
Negli ultimi anni lo studio A24 si è costruito una reputazione per la
produzione di film difficili da incasellare in un solo genere.
Opere come Everything Everywhere All at
Once, vincitore di sette Oscar, o il
surreale Beau Is
Afraid hanno dimostrato quanto la casa
di produzione ami sperimentare.
Se potessi ti prenderei a calci si inserisce
perfettamente in questa tradizione. Bronstein definisce infatti il
suo film “senza genere”, spiegando di aver
utilizzato elementi provenienti da diversi registri cinematografici
per costruire la storia.
Nel corso della narrazione emergono infatti componenti di horror
psicologico, dark comedy, dramma realistico e persino momenti di
cinema surrealista e sperimentale. Il risultato è un racconto che
mescola tensione emotiva e momenti grotteschi, senza mai aderire
completamente a una sola categoria.
Secondo la regista, il vero cuore del film è però il “terrore
esistenziale”: una paura che non deriva da un pericolo esterno ma
da qualcosa di profondamente radicato nella psiche della
protagonista.
“Non è come un uomo che corre lungo un corridoio con un coltello”,
ha spiegato Bronstein parlando del film. “È qualcosa che si trova
dentro di te. Linda sta disperatamente cercando di scappare da ciò
che la tormenta, ma non può farlo”.
Non i soliti attori
Un altro elemento distintivo del progetto è la scelta degli
interpreti. Bronstein ha spiegato di essere attratta dall’idea di
sovvertire le aspettative del pubblico, scegliendo attori che
possano sorprendere in ruoli diversi da quelli a cui sono
associati.
È
il caso di Conan
O’Brien, noto soprattutto come conduttore
televisivo e comico. Nel film interpreta
invece un personaggio più controllato e introverso, permettendo al
pubblico di scoprire un lato meno visibile della sua
personalità.
Per quanto riguarda ASAP
Rocky, la regista ha sfruttato il carisma naturale del
rapper per costruire il personaggio di James. Il
nome del personaggio è stato scelto come omaggio a
James Dean,
icona cinematografica che rappresentava l’idea di una presenza
magnetica e carismatica.
“Non puoi dirigere questa qualità in qualcuno. Non puoi insegnarla.
Deve esserci già”, ha spiegato. “Quindi io utilizzo quello che
Rocky ha naturalmente. È uno che può entrare in una stanza, fare
l’occhiolino a una donna, ed è del tutto naturale per lui.”
Nel film, però, Bronstein lo mette in una situazione completamente
diversa da quella a cui il pubblico è abituato: non interpreta un
musicista o un rapper, ma il sovrintendente di un motel davvero
malandato.
Secondo la regista, è proprio la combinazione tra performer atipici
come O’Brien e Rocky e un’attrice di grande livello come
Rose Byrne che
le ha permesso di creare un film diverso dagli altri, capace di
distinguersi nel panorama del cinema indipendente.
Il nuovo remake di
The Thomas Crown
Affair, che vedrà Michael B.
Jordanprotagonista e
regista, compie un passo importante verso l’uscita
prevista per il 5 marzo 2027. Il progetto,
prodotto da Amazon MGM
Studios, è infatti entrato nella fase di
post-produzione, segnalando che il lavoro procede secondo il
calendario stabilito.
L’aggiornamento arriva dal
produttore Charles
Roven, che durante un’intervista sul red
carpet dei Producers Guild of
America ha confermato di essere attualmente
impegnato nella post-produzione di due film, tra cui proprio
The Thomas Crown
Affair.
Roven condivide il credito di
produttore di Thomas Crown
Affair con Micheal B. Jordan, Patrick
McCormick, Elizabeth
Raposo e Marc
Toberoff. Jordan sarà anche protagonista e
regista del film. È stato proprio lui a proporre inizialmente il
progetto ad Amazon MGM Studios, e nel 2024 è stato ufficialmente
annunciato come regista.
Il film originale The Thomas Crown
Affair (1968) vedeva protagonisti Steve
McQueen e Faye
Dunaway, mentre il remake di
The Thomas Crown
Affair (1999) era guidato da Pierce
Brosnan e Rene Russo.
Nessuno dei due film ottenne un enorme consenso dalla critica, ma
il primo film fu un grande successo commerciale, incassando 14
milioni di dollari con un budget di 4,3 milioni.
Il nuovo adattamento vanta un cast ricco di nomi importanti, tra
cui Adria
Arjona, Kenneth Branagh,
Lily
Gladstone, Danai Gurira,
Aubrey Plaza,
Ruth Negga e
Pilou Asbæk.
In origine il ruolo femminile principale doveva essere interpretato
da Taylor
Russell, che ha però lasciato il progetto
per divergenze creative.
Quando Jordan propose una nuova versione, aveva soprattutto in
mente il film del 1999, come spiegò in un’intervista del 2025
(Variety):
“Da bambino adoravo la versione del 1999 — Pierce Brosnan, lo stile elegante,
l’arte”.
Jordan ha già chiarito che il suo obiettivo non è realizzare un
semplice reboot, ma una reinterpretazione della storia: “I
primi due film parlavano di uomini bianchi ricchi, che rubavano per
divertimento. Oggi non funziona più. La nostra versione è molto più
personale”.
Il remake di The Thomas Crown
Affair si prepara quindi a riportare sul grande schermo uno
dei thriller più eleganti del cinema, aggiornandone temi e
prospettiva per un pubblico nuovo.
Road House 2, il sequel della film d’azione
Road
House del 2024, è finalmente in sviluppo
su Prime Video, nonostante i
numerosi cambi di regia che hanno caratterizzato la pre-produzione.
Quando fu annunciato per la prima volta che Doug Liman
stava pianificando un reboot di Road House con
Jake
Gyllenhaal, i fan erano scettici.
Il
cult del 1989 con Patrick
Swayze è molto amato, e inizialmente il
pubblico non era molto favorevole all’idea di un reboot o di una
rielaborazione del loro film d’azione preferito. Tuttavia, il film
è diventato un successo record per Amazon
Studios, ma il regista Doug Liman non era
pienamente soddisfatto. Criticò lo studio per aver saltato l’uscita
cinematografica e lamentò di non essere stato adeguatamente
compensato a seguito dell’acquisizione di MGM da parte di
Amazon.
Trovare un nuovo regista non è stato semplice: inizialmente era
stato annunciato Guy Ritchie,
che poi ha dovuto rinunciare per impegni lavorativi, mentre
successivamente è stato scelto Ilya
Naishuller (Io sono nessuno). Ora, il produttore
Charles
Roven ha confermato lo stato avanzato del
progetto, dichiarando a Screen Rant: “Ho
due film in post-produzione al momento… The Thomas Crown Affair e
Road House 2. Sono entusiasta di entrambi i film.”
Road House 2 vanta un cast di alto livello, con
Dave
Bautista, Aldis Hodge,
Iko Uwais,
Jay Hieron,
Leila
George, Andrew
Bachelor e Peter Sarsgaard, con
sceneggiatura di Will Beall
(Aquaman). Sui dettagli
della trama si sa poco, ma ci sarà molta azione: come anticipato da
Bautista, “Ci sono molti cattivi nel film… molti più
combattenti e più duri. Ma vogliamo anche sviluppare relazioni e
backstory per coinvolgere il pubblico.” Il film potrebbe
uscire per la fine di quest’anno o l’inizio del prossimo,
confermando il ritorno di Gyllenhaal.
La serie God of
War di Prime Video, basata
sull’omonimo franchise di videogiochi PlayStation, sta già facendo
discutere a poche settimane dall’inizio della produzione. La scorsa
settimana, lo studio ha pubblicato
un’immagine della versione live-action di Kratos
(interpretato da Ryan Hurst)
insieme a suo figlio Atreus
(interpretato da Callum
Vinson). L’immagine non ha però ricevuto
l’entusiasmo sperato, suscitando critiche soprattutto da
David Jaffe,
regista dei videogiochi originali God
of War (2005) e God
of War II (2007).
In un video pubblicato sul suo
canale YouTube, Jaffe, pur esprimendo fiducia nello showrunner
Ron
Moore,
ha dichiarato: “Lui sembra semplicemente stupido… non potevate
trovare una foto in cui non sembri che stia facendo i bisogni nel
bosco? Perché è esattamente così che appare l’immagine.” Sul
giovane Atreus ha aggiunto: “Sembra un ragazzino molto confuso
con troppi prodotti nei capelli. Nessuno di questi personaggi
sembra davvero interessante o accattivante. Sembrano semplicemente
stupidi, come se fosse God of War: Dumb and Dumber
Edition.”
Ryan Hurst, che nella serie interpreta Kratos, ha
risposto alle critiche con un
messaggio enigmatico: “Non credete a tutto quello che
vedete su internet, ragazzi”, che ha alimentato ulteriori
speculazioni, soprattutto tra i fan che si chiedevano se l’immagine
fosse stata modificata o generata con l’intelligenza
artificiale.
Per spostare l’attenzione sulla storia, Sony Pictures
Television e Amazon MGM
Studios hanno poi annunciato nuovi ingressi
nel cast: Louis
Cunningham come Modi, Ben Chapple
come Magni, Evelyn
Miller come Gna e Island
Austin nei panni di Thrud.
La serie seguirà Kratos e Atreus mentre portano le ceneri della
moglie di Kratos, Faye, in un
viaggio che li vedrà affrontare sfide mitologiche. Kratos cercherà
di insegnare al figlio come essere un dio migliore, mentre Atreus
spingerà il padre a diventare un uomo migliore. God of
War ha già ricevuto l’ordine per due
stagioni, ma la data di uscita della prima stagione non è ancora
stata annunciata, alimentando curiosità e speculazioni tra i
fan.
La
regista e attrice Maggie
Gyllenhaal ha rivelato di aver
modificato alcune scene del suo nuovo film La
sposa!
dopo le sollecitazioni dello studio Warner
Bros., che avrebbe chiesto di ridurre la
rappresentazione della violenza sessuale presente nella
sceneggiatura originale.
Il
film, una reinterpretazione punk e moderna della storia della
sposa di Frankenstein,
è attualmente nelle sale e vede protagonisti Jessie
Buckley e Christian
Bale. In un’intervista al New York Times, Gyllenhaal ha
spiegato che alcune sequenze sono state attenuate dopo le
proiezioni di prova organizzate dallo studio.
“C’è violenza sessuale. C’è violenza,” ha dichiarato la
regista. “Dato che è un film di un grande studio, lo abbiamo
testato e ritestato. Abbiamo fatto grandi proiezioni nei centri
commerciali, dove la gente veniva a vederlo. È stato affascinante.
Una delle questioni sollevate riguardava proprio la violenza: è
troppo violento? Ne parlavo con una mia amica, che mi ha detto — e
non voleva essere riduttiva — ‘Mi chiedo se, se fossi stato un uomo
a fare questo film, avresti ricevuto la stessa reazione.’”
La
due volte candidata all’Oscar ha raccontato di essere stata
criticata per la versione originale del film durante le proiezioni
di prova. “Un paio di donne mi hanno detto: ‘Non voglio vedere
una donna subire violenza.’ E penso che nemmeno io voglia
vederlo,” ha spiegato.
Gyllenhaal ha poi aggiunto: “Eppure questa è una realtà
fondamentale della cultura in cui viviamo. Proprio mentre stavo
montando questo film, nel mondo si sono verificati tanti episodi di
brutalità sconvolgente contro le donne. Quindi, se dobbiamo
mostrarla, dobbiamo farlo in un modo che sia molto difficile da
guardare, perché è davvero terribile.“
Alla première londinese dello scorso weekend, Maggie
Gyllenhaal ha inoltre dichiarato che il
consenso è “la questione principale” nella storia della
sposa di Frankenstein. “Non posso fare un film sulla sposa di
Frankenstein senza che il tema del consenso sia davvero centrale,
perché lei fondamentalmente non ha alcuna voce in capitolo,”
ha spiegato. Viene infatti creata da una brillante scienziata
interpretata da Annette
Bening,
per volere di Frankenstein, che desidera colmare la sua solitudine
con una compagna. “Noi non nasciamo già donne adulte. E non ci
viene detto che siamo state create per sposare qualcun altro…
Voglio dire, e lei? È proprio questo ciò di cui parla il
film.”
Con la sua prima nomination
all’Oscar al suo attivo, Teyana Taylor sta già
pensando di rivisitare il ruolo che le ha dato la notorietà sullo
schermo. La star di Una
battaglia dopo l’altra ha spiegato che,
“volendo che le persone capissero appieno chi è Perfidia”,
ha discusso con lo sceneggiatore/regista Paul Thomas
Anderson di un potenziale spin-off incentrato sul suo
personaggio.
“È già un viaggio in tempo
reale, ma sono così concentrata sul presente che non mi sono ancora
fermata a riflettere e a pensare: ‘Oh, sì, vogliono vedere ancora
me’”, ha detto a IndieWire. “Di tanto in
tanto scherzo con Paul. Gli dico: ‘Dobbiamo vedere cosa ha fatto
Perfidia in quei 16 anni’”. Taylor ha aggiunto: “Ma
Perfidia e Willa hanno bisogno di alcune scene insieme. Quando
Willa è uscita dalla porta nell’ultima scena, ho detto: ‘Dove sta
andando davvero? Andrà a liberare Deandra? Andrà a cercare sua
madre?’. Mi piace che ci sia ancora speranza e che ci sia spazio
per una piccola seconda parte da qualche parte”.
In Una
battaglia dopo l’altra, Taylor interpreta Perfidia
Beverly Hills, una rivoluzionaria di estrema sinistra che tradisce
il suo gruppo, French 75, vendendolo ai militari prima di
abbandonare il suo compagno Pat (Leonardo
DiCaprio) e la figlia Willa (Chase
Infiniti). “Le conversazioni sono molto, molto
realistiche”, ha detto Taylor del potenziale sequel.
“Voglio confermare a tutti che sto supplicando PTA di
concedercelo. Lo sto supplicando di concedercelo”.
Come anticipato, dopo la sua
straordinaria interpretazione in Una battaglia dopo
l’altra, Taylor è stata nominata per il suo primo Oscar
come migliore attrice non protagonista. L’attrice è anche la
favorita alla vittoria, contesa però con l’attrice Amy
Madigan candidata per Weapons. Se
Taylor dovesse però vincere la statuetta, questo potrebbe
contribuire a far aumentare il desiderio di saperne di più di
Perfidia Beverly Hills, in particolare che ne è stato di lei dopo
l’uscita di scena nel film di Paul Thomas Anderson.
Il
futuro di Soulm8te, lo
spin-off della saga iniziata con M3GAN,
potrebbe non essere così incerto come sembrava. Nonostante il
thriller fantascientifico sia stato recentemente rimosso dal
calendario delle uscite, un importante aggiornamento arrivato dalla
Motion Picture Association ha riacceso le speranze per il suo
debutto nelle sale.
Il
film, prodotto da Blumhouse Productions
e sviluppato inizialmente con Universal Pictures,
avrebbe dovuto uscire nelle sale all’inizio di gennaio 2026.
Tuttavia, meno di un mese prima della data prevista, Universal ha
deciso di ritirare il progetto dal calendario mentre Blumhouse
iniziava a cercare un nuovo distributore.
Ora però la situazione potrebbe cambiare. La Motion Picture
Association ha ufficialmente assegnato a
Soulm8te un
rating R,
motivato dalla presenza di “forte violenza, sangue, contenuti
sessuali, nudità esplicita e linguaggio esplicito”. Si tratta di un
cambiamento significativo per il franchise, che fino ad ora aveva
mantenuto una classificazione PG-13.
Il primo film della saga M3GAN con rating R
La scelta di un rating R rappresenta una svolta importante per
l’universo narrativo nato con M3GAN. Il film originale, uscito nel 2022, aveva
ottenuto un rating PG-13 pur includendo scene di violenza e
linguaggio forte, riuscendo comunque a conquistare un pubblico
molto ampio.
Il successo del primo film è stato notevole: M3GAN ha incassato circa 180 milioni di dollari al box office
mondiale a fronte di un budget stimato di appena 12
milioni. Il thriller sci-fi è diventato rapidamente un fenomeno
culturale, grazie alla combinazione di horror tecnologico e ironia
che ha ricordato a molti spettatori il classico Child’s
Play.
Anche la critica ha accolto positivamente il film, che ha ottenuto
il marchio “Certified Fresh” su Rotten Tomatoes con un punteggio
del 93%. Il progetto ha inoltre ricevuto nomination ai Saturn
Awards nelle categorie Miglior film di fantascienza e Miglior
performance di giovane attore.
Il film vedeva protagonista Allison Williams
nel ruolo di Gemma, una robotica che sviluppa una bambola dotata di
intelligenza artificiale destinata a proteggere sua nipote.
Tuttavia, l’androide M3GAN inizia progressivamente a prendere
decisioni autonome, trasformando la sua missione protettiva in
qualcosa di molto più pericoloso.
Dopo il successo del primo capitolo, Universal e Blumhouse hanno
dato il via libera al sequel M3GAN 2.0, che
però non ha replicato lo stesso entusiasmo del pubblico. Il film ha
incassato circa 39
milioni di dollari al box office e ha ricevuto recensioni
più contrastanti, con un punteggio del 57% su Rotten Tomatoes.
Parallelamente allo sviluppo del sequel, lo studio aveva avviato
anche la produzione dello spin-off Soulm8te. Il progetto propone una premessa simile ma
con un approccio diverso: invece di una bambola destinata a un
bambino, la storia segue un uomo vedovo che decide di affrontare il
lutto acquistando un androide progettato per essere il partner
ideale.
Le riprese del film si sono svolte nel 2024 sotto la regia di
Kate Dolan, che ha
scritto la sceneggiatura insieme a Rafael Jordan. Il
cast include Lily Sullivan,
Claudia Doumit,
David Rysdahl,
Oliver Cooper ed
Emma Ramos.
L’assegnazione del rating R da parte della Motion Picture
Association potrebbe indicare che il progetto sta finalmente
avanzando verso una nuova distribuzione. Anche se non è stata
ancora annunciata una data ufficiale di uscita, l’aggiornamento
suggerisce che Blumhouse potrebbe presto trovare un nuovo partner
per portare il film nelle sale.
Per ora il destino di Soulm8te resta incerto, ma il primo rating R nella
storia del franchise di M3GAN potrebbe rappresentare il segnale che lo spin-off
è pronto a tornare in vita.
Il
primo teaser trailer di Lanterns è
finalmente arrivato, offrendo ai fan un primo sguardo alla nuova
serie del DC
Universe che porterà sullo schermo due delle più celebri
Lanterne Verdi: Hal Jordan e John Stewart. Il progetto, sviluppato
all’interno del nuovo universo condiviso guidato da
James
Gunn e Peter Safran, promette un tono
più realistico e investigativo rispetto alle precedenti
incarnazioni dei personaggi.
Nel
trailer vediamo Kyle
Chandler nei panni di Hal Jordan e
Aaron Pierre
in quelli di John Stewart, coinvolti in un misterioso caso sulla
Terra che li porterà a indagare su un omicidio nel cuore degli
Stati Uniti. Tuttavia, osservando attentamente il teaser emerge un
dettaglio curioso: la serie sembra nascondere un collegamento
diretto con Superman.
Questo legame riguarda un altro membro del Corpo delle Lanterne
Verdi già introdotto nel nuovo DCU: Guy Gardner, interpretato da
Nathan Fillion. Nonostante il
personaggio sia stato confermato all’interno della serie, nel primo
trailer non appare nemmeno per un istante.
Il mistero dell’assenza di Guy Gardner nel trailer
Lanterns – Aaron Pierre e Kyle Chandler nella prima
foto della serie – Cortesia di Max
Nel nuovo universo DC, Guy Gardner ha già fatto il suo debutto
cinematografico proprio in Superman, dove compare come membro della Justice Gang,
una squadra di supereroi finanziata dalla LordTech guidata da
Maxwell Lord. Il personaggio è apparso successivamente anche in un
cameo nella seconda stagione di Peacemaker, contribuendo al
reclutamento di nuovi eroi insieme a Hawkgirl.
Considerando che Gardner è una Lanterna Verde attiva e pubblica
sulla Terra, la sua totale assenza dal trailer di Lanterns ha sollevato diverse domande
tra i fan del DC Universe. Nel teaser, infatti, Hal Jordan arriva
persino ad affermare che John Stewart è l’unica Lanterna Verde
umana, mentre tutte le altre sono aliene — un’affermazione che
sembrerebbe contraddire l’esistenza stessa di Guy Gardner.
Una delle spiegazioni più plausibili è legata alla collocazione
temporale della serie. È possibile che Lanterns sia ambientata prima degli eventi di
Superman, quando Guy
Gardner non aveva ancora ricevuto il suo anello del potere.
Un’altra teoria suggerisce invece che Hal Jordan trascorra gran
parte del suo tempo fuori dalla Terra, e quindi potrebbe non essere
a conoscenza della presenza di un’altra Lanterna Verde umana attiva
a Metropolis.
Esiste poi anche un’interpretazione più ironica suggerita dallo
stesso Nathan Fillion. L’attore ha infatti descritto il suo Guy
Gardner come “costantemente uno str***o ovunque vada”, lasciando
intendere che il personaggio potrebbe non essere particolarmente
apprezzato dagli altri membri del Corpo delle Lanterne Verdi.
Un’ipotesi più oscura, invece, suggerisce che Gardner possa essere
coinvolto direttamente nel mistero centrale della serie. Alcuni fan
ritengono infatti possibile che il personaggio venga ucciso
all’inizio della storia, diventando il catalizzatore dell’indagine
condotta da Hal Jordan e John Stewart.
Per ora si tratta solo di speculazioni, ma la scelta di non
mostrare Guy Gardner nel primo trailer appare chiaramente
intenzionale. Questo dettaglio potrebbe nascondere un elemento
chiave della trama che verrà rivelato soltanto con l’uscita della
serie.
La nuova serie Lanterns
debutterà nell’agosto 2026 sulla piattaforma HBO
Max, segnando uno dei capitoli più importanti
della fase iniziale del nuovo DC Universe sviluppato da DC
Studios.
Dopo
il clamoroso successo di Super Mario Bros.
Movie, l’universo cinematografico ispirato
al celebre videogioco di Nintendo è pronto a
tornare sul grande schermo con una nuova avventura ancora più
ambiziosa. Il prossimo capitolo, intitolato Super Mario Galaxy – Il
film, porterà Mario e i suoi alleati oltre i
confini del Regno dei Funghi, esplorando mondi cosmici e
introducendo nuovi personaggi dell’universo videoludico.
Con
una storia che promette di espandere notevolmente la scala
dell’avventura, il film avrà anche una durata leggermente superiore
rispetto al precedente capitolo. Secondo quanto riportato da siti
come AMC Theatres e Fandango, Super Mario Galaxy Movie
avrà una durata ufficiale di 1 ora e 38 minuti, ovvero 98 minuti complessivi.
Questo significa che il sequel sarà sei minuti più lungo rispetto al film del
2023, che durava 92 minuti. Nonostante l’aumento relativamente
contenuto, la pellicola si posizionerà comunque tra i film più
lunghi mai realizzati nella storia del franchise cinematografico di
Super Mario.
Una delle durate più lunghe nella storia dei film di Super
Mario
Con i suoi 98 minuti, Super
Mario Galaxy Movie diventa il secondo film più lungo della saga,
superato soltanto dal live-action Super Mario
Bros., che nel 1993 aveva una durata di 104
minuti. Il nuovo film animato supera invece tutti gli altri
adattamenti del franchise, incluso il classico animato giapponese
del 1986 Super Mario Bros.: The Great
Mission to Rescue Princess Peach!, che durava
appena 61 minuti.
Anche all’interno del catalogo di Illumination — lo
studio dietro il film — la durata del nuovo capitolo è piuttosto
significativa. Il film si colloca tra le produzioni più lunghe
dello studio, avvicinandosi alla durata dei due capitoli di
Sing e
raggiungendo quella di Despicable Me
2.
L’espansione della durata potrebbe essere una risposta alle
critiche ricevute dal primo film. Nonostante il grande successo
commerciale — oltre 1,3
miliardi di dollari al box office mondiale — alcuni
spettatori e critici avevano sottolineato come la storia risultasse
troppo rapida nel ritmo e poco approfondita dal punto di vista
narrativo.
Molti hanno infatti apprezzato la ricostruzione visiva del mondo di
Mario e le numerose citazioni ai videogiochi, ma allo stesso tempo
hanno evidenziato come il film sacrificasse lo sviluppo dei
personaggi per mantenere una durata molto compatta. Nonostante
queste osservazioni, il pubblico ha premiato il film con un
95% di gradimento su
Rotten Tomatoes, contro il 59% registrato dalla
critica.
Nuovi personaggi e mondi nell’avventura galattica
Il nuovo capitolo promette di ampliare notevolmente l’universo
narrativo della saga introducendo nuovi protagonisti e
ambientazioni. Tra le novità più attese c’è l’arrivo di Rosalina,
doppiata da Brie
Larson, uno dei personaggi più amati della serie
di videogiochi Super Mario
Galaxy.
Il film introdurrà inoltre nuovi volti come Bowser Jr.,
interpretato da Benny Safdie, insieme
ad altri personaggi iconici del franchise come Birdo e Yoshi, la
cui comparsa era stata anticipata nella scena post-credit del film
del 2023.
Nonostante i numerosi trailer diffusi negli ultimi mesi, i dettagli
sulla trama rimangono ancora piuttosto riservati. L’unica
informazione confermata riguarda l’espansione dell’avventura nello
spazio e il confronto con nuovi antagonisti. Alcune indiscrezioni
non confermate suggeriscono persino che il vero villain del film
potrebbe essere Wario, anche se né Universal Pictures né
il team creativo hanno commentato queste voci.
Il film vedrà il ritorno del cast vocale composto da
Chris Pratt, Anya Taylor-Joy, Charlie Day,
Jack
Black e Keegan-Michael
Key. Alla regia tornano Aaron Horvath e
Michael Jelenic,
mentre la sceneggiatura è firmata da Matthew Fogel.
Super Mario Galaxy
Movie arriverà nelle sale cinematografiche il
1° aprile 2026,
portando sul grande schermo un’avventura ancora più grande e
ambiziosa per l’iconico idraulico di Nintendo.
Il
nuovo universo DC guidato da James
Gunn continua a prendere forma anche sul
piccolo schermo. HBO ha infatti annunciato ufficialmente il mese di
uscita di Lanterns, la
nuova serie ambientata nel DC
Universe che porterà in scena due dei più celebri membri del
Corpo delle Lanterne Verdi.
Secondo l’annuncio ufficiale, la serie debutterà
nell’agosto 2026
su HBO, con gli episodi
disponibili anche sulla piattaforma streaming HBO
Max. Una data precisa non è ancora stata
comunicata, ma il mese di uscita è stato confermato all’interno del
primo teaser trailer diffuso oggi.
L’arrivo della serie avverrà poco dopo l’uscita al cinema di
Supergirl,
prevista per il 26 giugno
2026, segnando un’estate particolarmente intensa per il
nuovo DCU.
La trama della serie Lanterns
Lanterns – Aaron Pierre e Kyle Chandler nella prima
foto della serie – Cortesia di Max
Lanterns sarà incentrata
su due dei più iconici membri del Corpo delle Lanterne Verdi: Hal
Jordan e John Stewart. Nella serie, il veterano Hal Jordan farà da
mentore al giovane Stewart mentre i due si troveranno coinvolti in
un misterioso caso di omicidio sulla Terra.
La storia è descritta come un thriller investigativo con elementi
fantascientifici, in cui i due eroi intergalattici vengono
trascinati in un’indagine ambientata nel cuore degli Stati Uniti.
Il progetto è stato definito come una sorta di racconto poliziesco
su scala cosmica, che combina il tono dei crime drama con
l’universo supereroistico della DC.
Il cast della nuova serie DCU
Il ruolo di Hal Jordan sarà interpretato da Kyle Chandler, mentre
Aaron Pierre vestirà
i panni di John Stewart. La serie vedrà quindi un rapporto tra
maestro e allievo tra i due personaggi, elemento che dovrebbe
costituire uno dei fulcri della narrazione.
Il progetto è guidato dallo showrunner Chris Mundy, che ha
sviluppato la serie insieme a Damon Lindelof e
Tom King.
Nel cast compariranno anche altri volti noti dell’universo DC. Tra
questi c’è Nathan Fillion, che tornerà nei
panni di Guy Gardner dopo il suo debutto nel film Superman.
Nella serie farà inoltre la sua comparsa uno dei più celebri
antagonisti delle Lanterne Verdi, Sinestro, interpretato da
Ulrich Thomsen.
Il ruolo di Lanterns nel nuovo DC Universe
Al momento Lanterns è
l’unica serie televisiva del DC Universe prevista per il 2026. Il
progetto rappresenta quindi un tassello importante nella
costruzione del nuovo universo condiviso ideato da James Gunn e
Peter Safran.
Dopo l’uscita della serie, il calendario cinematografico del DCU
proseguirà con Clayface, in arrivo nei cinema il
23 ottobre 2026
e dedicato al celebre mutaforma nemico di Batman.
Con il debutto di Lanterns, il nuovo DC Universe continuerà così a
espandersi sia al cinema che in televisione, introducendo
personaggi fondamentali della mitologia DC e aprendo nuove linee
narrative per il futuro del franchise.
Il
finale della terza stagione di School
Spirits ha lasciato gli spettatori con uno
dei colpi di scena più inquietanti della serie, aprendo nuove
possibilità narrative per il futuro dello show. Dopo otto episodi
ricchi di rivelazioni e misteri sempre più complessi, l’episodio
conclusivo introduce sviluppi destinati a cambiare radicalmente gli
equilibri della storia.
Nel finale, Simon (interpretato da Kristian Ventura)
riesce finalmente a tornare nel mondo reale. Tuttavia, la
situazione si complica quando viene rivelato che il malvagio Alfred
(Michael
Adamthwaite) ha preso possesso del corpo di Sandra,
la madre della protagonista Maddie Nears, interpretata da
Peyton List. A
rendere tutto ancora più imprevedibile è il crollo della barriera
che fino a quel momento aveva confinato gli spiriti all’interno
della scuola.
I creatori anticipano le conseguenze del finale
Gli showrunner della serie — Oliver Goldstick,
Megan Trinrud e
Nate Trinrud — hanno
parlato del finale della stagione 3 in un’intervista a TV Insider,
spiegando che le nuove possibilità aperte dall’episodio conclusivo
renderanno la storia ancora più complessa.
Secondo Nate Trinrud, la libertà per i personaggi non sarà mai
semplice come potrebbe sembrare. Anche se il crollo della barriera
sembra offrire agli spiriti una via d’uscita, la serie continuerà a
esplorare condizioni e limiti che rendono la situazione molto più
complicata.
Megan Trinrud ha aggiunto che se fosse davvero facile per gli
spiriti muoversi liberamente, la storia perderebbe gran parte della
sua tensione narrativa. La stagione 3 ha infatti iniziato a
esplorare l’idea di incontri tra i fantasmi e le persone care che
non vedono da decenni, aprendo scenari emotivi completamente
nuovi.
Il mondo esterno sarà una novità per i fantasmi della serie
Un’altra conseguenza importante del finale riguarda l’espansione
dell’ambientazione. Finora gran parte della storia si è svolta
all’interno della scuola di Split River, il luogo in cui gli
spiriti erano rimasti intrappolati per decenni.
Secondo Megan Trinrud, la possibilità di esplorare la città
rappresenterà uno shock per personaggi che sono rimasti confinati
in un unico edificio per oltre quarant’anni. Anche semplicemente
muoversi per le strade o osservare come il mondo sia cambiato
potrebbe diventare un elemento centrale delle prossime
stagioni.
Gli autori sono particolarmente interessati a raccontare cosa
significa per questi personaggi confrontarsi con un mondo
completamente diverso da quello che ricordavano. Molti dei luoghi e
delle persone legate alla loro vita precedente potrebbero non
esistere più, creando nuove tensioni emotive.
Il piano di Alfred potrebbe diventare la minaccia principale
Uno dei punti più inquietanti del finale riguarda proprio Alfred e
la sua nuova strategia. Possedendo il corpo della madre di Maddie,
il villain si trova improvvisamente in una posizione estremamente
pericolosa, direttamente all’interno della vita della
protagonista.
Megan Trinrud ha spiegato che questo è uno degli interrogativi che
i personaggi dovranno affrontare all’inizio di una possibile quarta
stagione. Nate Trinrud ha inoltre sottolineato che il finale
introduce un salto temporale di alcuni giorni, lasciando spazio a
eventi non mostrati che potrebbero avere conseguenze importanti per
il futuro della storia.
Se la serie dovesse tornare con una nuova stagione, Alfred potrebbe
quindi trasformarsi in una minaccia ancora più centrale, con un
conflitto diretto che coinvolgerà Maddie e la sua famiglia.
School Spirits avrà una stagione 4?
Al momento School Spirits
non è stata ufficialmente rinnovata per una quarta stagione.
Tuttavia, ci sono diversi segnali positivi che fanno pensare a un
possibile ritorno della serie.
La prima stagione è stata tra i titoli più visti su Paramount+ nella categoria teen
drama e la sua popolarità è cresciuta ulteriormente grazie alla
distribuzione su Netflix, che ha ampliato il pubblico
internazionale dello show.
In attesa di una conferma ufficiale, il finale della terza stagione
ha comunque lasciato numerose porte aperte. Con il mondo degli
spiriti pronto a espandersi oltre la scuola e con Alfred più vicino
che mai alla protagonista, una eventuale stagione 4 potrebbe
cambiare profondamente le regole della serie.
Continuano a emergere indiscrezioni sul casting di The Batman – Parte
2, atteso sequel del film diretto da
Matt
Reeves,
che riporterà sul grande schermo la versione più cupa e
investigativa del Cavaliere Oscuro, interpretato da
Robert Pattinson.
Secondo alcune voci, l’attore britannico Daniel
Craig, noto per aver vestito i panni di
James
Bond, avrebbe ricevuto un’offerta per
interpretare Christopher Dent, figura importante
nella storia di Harvey Dent.
Il
personaggio di Harvey Dent, destinato a trasformarsi nel celebre
villain Due
Facce, sarà
interpretato da Sebastian
Stan. Rimane invece ancora vacante il
ruolo del padre, Christopher Dent. In precedenza si era parlato di
un possibile coinvolgimento di Brad
Pitt, ma le trattative non sarebbero
andate a buon fine. Anche Stellan Skarsgård
sarebbe stato considerato, salvo poi declinare
l’offerta. Secondo il rumor, se Craig dovesse declinare
l’offerta, lo studio potrebbe puntare su Liam
Neeson come alternativa.
Per ora non esistono conferme ufficiali da parte di
Warner
Bros., ma è evidente che la produzione sta
cercando un interprete di grande peso per un ruolo che potrebbe
avere un forte impatto sulla storia.
Il regista Reeves, infatti, ha più volte
sottolineato quanto sia importante mantenere il segreto sulla trama
del nuovo capitolo. In una recente intervista, il regista ha
spiegato: “Per via di ciò che è stato il primo film e di ciò
che sarà (The
Batman – Parte 2), ovvero una storia investigativa, l’idea di
proteggere i segreti del film è estremamente importante. Sarebbe
davvero una delusione se quella parte cominciasse a trapelare.
Vogliamo mantenere la sorpresa così che i fan possano vivere
quell’esperienza divertente che io stesso amo quando vado al
cinema: andare a vedere un film e lasciarmi sorprendere.”
Nel sequel torneranno diversi volti già noti: Jeffrey Wright nei
panni del commissario Jim Gordon,
Andy
Serkis come Alfred
Pennyworth e Colin Farrell nel ruolo
del criminale Penguin. Non
è escluso inoltre il ritorno di Barry Keoghan nei panni
del Joker. Nel
cast ci sarà anche Scarlett
Johansson, che potrebbe interpretare
Gilda, la moglie di Harvey Dent.
Tra tanti rumors e
indiscrezioni, una cosa è certa: l’uscita di The Batman – Parte
2 è prevista nelle sale per il
1º ottobre 2027,
mentre le riprese dovrebbero iniziare nei prossimi mesi.
Netflix ha pubblicato il teaser ufficiale di
Unchosen, la nuova serie thriller con
Asa Butterfield che promette di
esplorare il lato più oscuro delle identità segrete e delle scelte
che possono cambiare per sempre il destino di una famiglia. Il
progetto, annunciato come uno dei titoli più intriganti del
catalogo internazionale della piattaforma, punta su una narrazione
carica di tensione e mistero.
Il
primo teaser diffuso da Netflix anticipa un
racconto in cui il passato e il presente si intrecciano
continuamente. Al centro della storia ci sono personaggi costretti
a confrontarsi con verità nascoste e decisioni che mettono in
discussione la loro stessa identità, in un mondo dove nulla è
davvero come sembra.
Il
teaser anticipa un thriller fatto di segreti e identità
nascoste
Le
prime immagini del teaser mostrano un’atmosfera cupa e inquietante,
costruita attraverso sequenze frammentate e dialoghi enigmatici. Il
video suggerisce che la serie ruoterà attorno a un protagonista
trascinato in una realtà che non ha scelto, dove segreti del
passato riemergono improvvisamente mettendo in pericolo tutto ciò
che ha costruito.
Il titolo stesso, Unchosen, sembra alludere a un destino imposto più che
scelto, un tema ricorrente nelle narrazioni thriller contemporanee.
Le immagini del teaser mostrano ambientazioni urbane, momenti di
tensione e personaggi che sembrano legati da un mistero comune.
Anche se Netflix non ha ancora rivelato tutti i dettagli sulla
trama, il materiale promozionale suggerisce una storia ricca di
suspense, in cui la ricerca della verità si intreccia con conflitti
personali e dinamiche familiari.
Quando uscirà Unchosen su Netflix
Al momento Netflix non ha ancora
annunciato una data di uscita ufficiale per Unchosen. Tuttavia, la pubblicazione del
teaser indica che la serie entrerà presto nella fase finale della
campagna promozionale, con ulteriori informazioni su trama, cast e
data di debutto che dovrebbero essere rivelate nei prossimi
mesi.
Con il suo mix di mistero psicologico e thriller contemporaneo,
Unchosen si prepara a
essere uno dei titoli più discussi tra le nuove produzioni
internazionali della piattaforma.
Blade Runner 2049 è una
rarità: un sequel tardivo all’altezza dell’originale (leggi la
nostra recensione completa qui). Ciò è particolarmente vero per il
finale, imponente e profondo quanto quello del classico di
fantascienza di Ridley Scott del 1982. Ma perché è
andata così e cosa vuole davvero dire?
Il film segue K, un replicante new
age che opera come poliziotto titolare a caccia di Nexus 8 ribelli
e che scopre un segreto potenzialmente in grado di cambiare il
mondo: un replicante riprodotto. Il suo viaggio per risolvere il
caso e trovare il bambino lo porta attraverso l’America fino alla
San Diego disseminata di rifiuti (praticamente la città il giorno
dopo il Comic-Con) e a una Las Vegas desolata e vuota, durante il
quale inizia a sospettare (erroneamente) di essere lui stesso il
bambino. Lungo la strada, si unisce all’eroe originale Deckard e,
dopo aver scoperto un gruppo clandestino di replicanti altruisti,
si sacrifica per riunire l’ex Blade Runner con la sua vera
figlia.
È un film importante, con una
portata visiva e tematica che raramente si vede, e il finale –
anzi, l’intera trama – è molto più intricato e sfumato di quanto
possa rendere un riassunto di un solo paragrafo. Approfondiamo e
diamo un’occhiata a cosa succede realmente in Blade Runner
2049 e al suo finale.
Cosa è successo a Deckard e
Rachael dopo il film originale?
Alla fine del film del 1982, Rick
Deckard fugge con Rachael, una replicante unica nel suo genere,
rinnegando il suo ruolo di Blade Runner. Alcune versioni del film
li mostrano mentre se ne vanno felici in campagna, ma il Final Cut
canonico lascia ambiguo il loro destino. Nel corso di Blade Runner
2049, scopriamo lentamente cosa è successo loro.
Dopo la fuga, i due sono stati
braccati, proprio come Deckard aveva previsto, e sono finiti
coinvolti in un gruppo clandestino che includeva Sapper Morton e
Freysa, la donna con un occhio solo. Questo li ha messi in contatto
con il Black Out, un evento catastrofico in cui una ribellione dei
replicanti ha bloccato la tecnologia terrestre per un periodo di
dieci giorni e cancellato la maggior parte dei dati informatici,
eliminando ogni traccia delle loro origini artificiali.
Prima che ciò accadesse, i due
avevano avuto un figlio. Rachael morì di parto e fu sepolta sotto
l’albero morto/finto vicino alla casa di Sapper, ma il bambino
sopravvisse grazie all’ex medico. A questo punto, tuttavia, Deckard
se n’era già andato come parte del piano per tenere al sicuro la
bambina: era immediatamente chiaro che la sua stessa esistenza
avrebbe cambiato l’intera discussione sui diritti dei replicanti
(questo è il miracolo di cui Sapper parla a K all’inizio),
rendendola un bersaglio importante, e si nasconde in una Las Vegas
deserta anche dopo il Black Out.
Come ha potuto Rachael avere un
figlio se è una replicante?
La domanda più importante che sorge
spontanea è come Rachael possa avere un figlio se è una replicante.
Questo aspetto è volutamente lasciato in sospeso nel film, ma è
intrinsecamente consentito dal modo in cui sono progettati; mentre
nella sceneggiatura originale del film del 1982 i replicanti
dovevano essere dei veri e propri automi con parti interne
costituite da dadi e bulloni, nel film finito sono diventati esseri
in carne e ossa, con un’intenzionale sfumatura dei confini tra uomo
e macchina.
Da quanto si intuisce in 2049,
sembra che Tyrell, il creatore originale dei replicanti, abbia
progettato Rachael in questo modo specifico. Lei era una sorta di
prototipo Nexus 8 – presumibilmente con una durata di vita naturale
– e, evidentemente, lui ha sviluppato un sistema riproduttivo
funzionante per lei. Non è chiaro se altri ne abbiano uno, anche
se, dato che la bambina è trattata come un miracolo, si può
affermare con certezza che fosse l’unica.
In ogni caso, la tecnologia di base
è andata perduta con la morte di Tyrell, ucciso con un colpo agli
occhi, e gli eventi del Black Out, il che significa che nessuno
conosceva esplicitamente il potenziale o il metodo.
Chi era la figlia di Deckard e
Rachael?
Dopo la morte di Rachael, fu deciso
che la bambina doveva essere protetta, e così la clandestinità la
nascose nell'”orfanotrofio”, una fabbrica sfruttatrice di
manodopera a San Diego dove poteva passare per un vero essere
umano. Mentre era lì, accadde l’incidente del cavallo: la bambina
fu inseguita da alcuni bulli e nascose un cavallo di legno con la
loro data di nascita in una fornace in disuso.
In seguito, lei e alcuni genitori
adottivi o sostitutivi hanno cercato di portarla fuori dal mondo,
ma a causa di una deficienza autoimmune (forse dovuta alle sue
origini sconosciute) le è stato negato il viaggio ed è stata tenuta
in quarantena in una banca di creazione di ricordi fuori dai
confini della città di Los Angeles. Come e perché sia finita qui è
un altro punto oscuro del film, ma è possibile che sia stata
collocata lì come forma di protezione. In ogni caso, nel 2049
lavora su ogni tipo di ricordo artistico come subappaltatrice per
la Wallace Corporation, con il nome di Ana Stelline.
Cosa voleva Wallace?
Il principale “antagonista” di
Blade Runner 2049 (anche se vedremo che questo termine è vago
quanto lo era nell’originale) è Niander Wallace, un industriale
seriale con ambizioni pari a quelle di Alexander. Dopo il crollo
della Tyrell Corporation negli anni ’20 del XXI secolo, in seguito
alla morte del suo creatore e al divieto dei replicanti alla luce
del Black Out, ha rilevato l’azienda e tutti i suoi brevetti e
diritti ideologici. Sviluppando una nuova ondata di replicanti
apparentemente controllabili, nel 2036 è riuscito a ottenere un
allentamento delle restrizioni e a ricominciare la produzione di
massa. Oltre alla creazione artificiale, è un colonizzatore, che
contribuisce all’espansione della razza umana su nove pianeti
separati.
Il suo obiettivo è semplice: il
potere. Si dice che Alessandro Magno abbia pianto quando ha
scoperto che le stelle erano mondi che non poteva conquistare:
Wallace, che ha già salvato il mondo una volta con le sue colture
artificiali e ha costruito un grattacielo che sovrasta quello che
un tempo era il gigante di Tyrell, vuole fare proprio questo. E il
metodo per farlo sono i replicanti; li considera esplicitamente
come schiavi, una forza lavoro usa e getta, inferiore agli esseri
umani. Ciò si riflette in Luv, una replicante che non sfugge mai al
suo ruolo di fedele servitrice, fino alle sue ultime parole: “Sono
la migliore”. Ha il suo soffitto di cristallo artificiale.
L’ostacolo al sogno di Wallace è,
come per qualsiasi grande azienda, la scalabilità. Non riesce ad
aumentare la produzione per soddisfare la sua elevata domanda. È
qui che entra in gioco il bambino. Se la riproduzione dei
replicanti fosse possibile, Wallace avrebbe i mezzi per creare un
esercito quasi infinito. Tuttavia, poiché tutti i documenti
relativi alla creazione di Rachael sono andati perduti e la sua
morte rimane un mistero, non ha modo di replicarla. Nel film è
spinto a trovare il bambino e a svelare il mistero dopo che K gli
ha indicato una potenziale soluzione. All’inizio prova con le ossa,
ma quando questo tentativo fallisce segue K da Deckard; anche se
Rick non sa cosa sia successo al bambino, la catena di persone che
conosce potrebbe condurre Wallace a lui.
L’ironia, ovviamente, è che il
bambino è stato sotto il suo naso per tutto il tempo.
Cosa vuole la Resistenza?
L’altra grande forza presente nel
mondo è quella che chiameremo la Resistenza, un gruppo clandestino
di replicanti che lavora per liberarsi dalla società piena di
pregiudizi. O, più precisamente, una rivolta di schiavi che mira a
rovesciare Wallace.
Si tratta di un’evoluzione del
gruppo che ha aiutato Deckard e Rachael e che in seguito ha causato
il Black Out, ancora guidato da Freysa. La loro ideologia è un
misto di altruismo e identità: apprezzano l’individuo, ma
comprendono che la loro causa è più grande di loro. Sono alimentati
dalla fede, sia nell’esistenza del figlio di Rachael che nel
desiderio simbolico che potrebbero essere loro, il che, ai loro
occhi, li rende umani. Evidentemente, tutto ciò che rappresentano è
l’opposto di Wallace.
Siamo quasi di fronte a
un’allegoria biblica. 2049 è pieno di riferimenti alla dottrina
cristiana, ma su larga scala entrambe le parti sono alimentate da
strutture religiose tradizionali ma opposte: il creatore si
considera Dio, chiamando persino le sue creazioni “angeli”, mentre
la Resistenza è composta dai pellegrini che cercano di formare
Israele. Il bambino è quindi un profeta, ma non il figlio di Dio,
bensì il figlio dell’uomo. È una rivendicazione del mito.
Dove porta questa lotta il
finale?
La situazione di Wallace e della
Resistenza alla fine del film potrebbe essere semplicemente la
versione di 2049 della domanda fondamentale dell’originale: Deckard
è un replicante? Potrebbe quasi essere l’inizio di un sequel se la
storia del film non fosse stata risolta emotivamente; invece, il
loro conflitto passa in secondo piano.
Mentre scorrono i titoli di coda,
Wallace ha perso Deckard e, di conseguenza, ogni possibilità di
trovare il bambino: K è morto e anche Deckard è presumibilmente
deceduto nello spinner che affonda, ma la Resistenza non ha fatto
uccidere Deckard da K per porre fine al legame con lei; gli ultimi
venti minuti sono alimentati dalla comprensione da parte di K della
loro ideologia, ma al di fuori della loro struttura ufficiale. C’è
un evidente diritto morale in questa guerra, ma la vera pace viene
da qualcos’altro. Il che ci porta al nostro protagonista.
Qual è il senso del viaggio di
K?
K è, all’inizio, un buon
replicante. Lavora per la polizia di Los Angeles sotto una nuvola
di pregiudizi, ma svolge il suo lavoro: punteggi perfetti nei test,
record efficienti, vita familiare soddisfacente. È solo quando il
sospetto strisciante di essere il figlio di Deckard entra nella sua
mente e comincia a sospettare che i suoi presunti ricordi
impiantati siano reali che le cose cominciano a incrinarsi. Crede
pienamente a questa nuova verità alternativa. Ma no, è solo un
replicante che è stato – per presunto caso (anche se c’è la
possibilità che faccia parte di una cospirazione più grande) –
costruito con i ricordi della figlia di Deckard. È l’incarnazione
della trama della Resistenza.
Il suo arco narrativo davvero
rappresentativo, però, è la storia d’amore. Joi è un’intelligenza
artificiale creata per dare a un essere umano artificiale il senso
della vita; un costrutto per amare chi non è amato in una società
così distante da sé stessa. La vediamo evolversi da una proiezione
piatta a un’intelligenza artificiale perpetua, e la loro relazione
cresce di pari passo. La questione se lei sia veramente cognitiva è
una preoccupazione sottesa per tutto il film – lei tiene davvero a
K o è semplicemente programmata in questo modo? – che funge da
specchio esteso dell’originale; stiamo avendo lo stesso dibattito
che Deckard ha avuto su Rachael. E poiché il film ruota attorno
alla loro relazione e al loro bambino, siamo portati a considerare
seriamente che Joi sia un essere reale, consapevole e con emozioni
genuine.
La sua “morte” – la distruzione
della sua casa portatile e con essa della sua coscienza – fa male
proprio per questo; lei ama K, a suo modo un miracolo della vita.
Infatti, la successiva consapevolezza di questo è ciò che lo spinge
a salvare la situazione; la loro emozione condivisa è qualcosa che
non può esistere razionalmente eppure lui la sente. Lui pensa, anzi
sa, che lei era viva, e così era.
La sua storia parla del potere
vivificante dell’amore (sia per lui che per la sua compagna); la
sua morte successiva è ovviamente tragica, ma ha un’anima. Ha fatto
una cosa buona per una buona ragione e arriva alla fine – cosa che
è di per sé una prova di vita – con un senso di chiusura.
Fondamentalmente, però, i suoi ultimi momenti sono accompagnati
dalla colonna sonora iconica dell’originale “Tears in Rain”, che
non solo rende il finale strappalacrime, ma anche
riconciliatorio.
K è Roy Batty
Poiché è uno stoico Blade Runner
catapultato inaspettatamente in una trama più grande di lui,
inizialmente siamo portati a vedere K come un parallelo di Deckard.
Dopotutto, è il nostro protagonista. Tuttavia, c’è un altro
personaggio a cui in realtà è più vicino: Roy Batty.
Batty era l'”antagonista” del film
originale, un Nexus 6 ribelle che si era ribellato nella sua
colonia extraterrestre ed era tornato sulla Terra nel tentativo di
ottenere più tempo di vita dal suo creatore. Le cose non andarono
bene: la sua squadra di replicanti fu lentamente eliminata da
Deckard, richiamato in servizio, e alla fine scoprì che, per come
era stato progettato, non poteva sfuggire alla sua durata di vita
di quattro anni. In preda alla rabbia uccise Tyrell e nei suoi
ultimi minuti entrò in un brutale scontro con Deckard che culminò
con lui che salvò il suo avversario e accettò il suo destino; si
lamenta di come la sua vita e le sue esperienze uniche siano
perdute, ma nei suoi ultimi momenti lo accetta attraverso
l’incomparabile monologo di Tears in Rain.
Ciò che colpisce di Roy è che,
sebbene sia dipinto come il cattivo, la sua malvagità è tutta nella
presentazione. La sua motivazione è la sopravvivenza, ma non
l’egoismo. Ha un altruismo per la sua squadra e motivazioni
pienamente comprensibili. Definirlo un bravo ragazzo potrebbe
essere eccessivo e ha sicuramente un lato maniacale e manipolatore,
ma in un mondo in cui è braccato, questo è il prodotto
dell’ambiente che lo circonda. In breve, Roy Batty aveva
ragione.
Anche se Batty non viene menzionato
una sola volta, Blade Runner 2049 lo sottolinea. K è il complemento
di Roy, adatto al ruolo della figura tragica che finalmente trova
il suo posto nel mondo e accetta la sua esistenza nella morte.
Raccontare la storia dal suo punto di vista – e alla fine usare
anche la stessa musica per ribadire il concetto – porta a una
conclusione inevitabile sull’umanità universale dei replicanti, su
come sia alimentata dal sé e su come l’amore sia ciò che alla fine
la realizza.
La questione dei replicanti di
Deckard – Risolta?
La domanda fondamentale senza
risposta di Blade Runner è se Deckard sia un replicante. In realtà,
il film originale è così ambiguo e sottile nel suo approccio che
questa possibilità non viene nemmeno trattata come un colpo di
scena sconvolgente, ma piuttosto come un lento logoramento delle
aspettative. Ci sono parallelismi espliciti tra Deckard e gli
esseri umani artificiali che sta cercando, un’ossessione per le
foto (troppo vecchie per avere un significato reale), la domanda
sospesa se abbia mai sostenuto il test Voight-Kampff e
un’inquadratura in cui i suoi occhi sembrano brillare del rosso dei
replicanti. Nelle versioni successive del film, Scott ha aggiunto
una sequenza onirica/visionaria con un unicorno, rendendo il pezzo
finale di origami un forte indizio che si trattasse di un impianto.
Tuttavia, il dibattito infuria da 35 anni. Alcuni, come Ford,
credono che Deckard sia umano. Altri, come Scott, sono convinti che
sia un replicante.
Blade Runner 2049 non fornisce
volutamente una risposta esplicita. Nella narrazione del sequel,
non ha molta importanza; il miracolo sta nella riproduzione di
Rachael, non in quella di Deckard. Gaff crede chiaramente che lo
sia, mantenendo l’integrità del finale originale (ha inserito
l’unicorno), mentre Deckard sembra essere in conflitto; quando lo
ritroviamo, è propenso a crederci, ma alla fine rimane incerto
(come dimostra la sua passiva preoccupazione per la realtà o meno
del suo cane). La Resistenza è la stessa, in linea con il fatto che
gran parte del suo scopo è proprio il non sapere.
Il film utilizza effettivamente
questo dibattito per creare un climax emotivo. Wallace ipotizza una
teoria popolare secondo cui Deckard è stato creato – o portato in
vita – da Tyrell per gli eventi del film originale.
Tradizionalmente, i fan hanno interpretato questo come un modo per
dare la caccia a Batty, ma l’attenzione sull’amore lo rende più
legato a Rachael; si suggerisce che Deckard sia stato inserito per
fornire qualcuno che si innamorasse di lei. Indipendentemente dalla
verità (non sembra che Niander ci creda davvero, vuole solo placare
Deckard e trovare il bambino), l’importante è che Deckard lo
rifiuti e la ricreazione di Rachael per mantenere la sua linea. È
la risposta che conosciamo dal 1982 trasformata in un punto
tematico chiave: lo stato d’essere di Deckard non conta tanto
quanto le sue azioni, cosa che il finale ribadisce con forza.
Il finale rende Deckard umano
Nella battaglia culminante del
film, K salva Deckard dall’annegamento all’ultimo minuto,
liberandolo finalmente da 35 anni di fuga e nascondiglio; è stato
dato per morto e ora può finalmente vivere. A Las Vegas, Deckard si
è essenzialmente trasformato in un replicante a prescindere dalla
verità – ha vissuto la vita di un ricercato – ma una volta rimosso
quello stigma, ogni classificazione svanisce. E poiché ora sappiamo
che non esiste alcuna differenza biologica percepibile tra umani e
replicanti (ad eccezione del codice oculare), quando si elimina
quella classificazione, essi diventano indistinguibili dagli
umani.
Questa è l’evoluzione
cinematografica della prova di vita di Batty: il sacrificio di K,
come abbiamo discusso, gli fa trovare un senso nell’amore e nel
dovere; Deckard ottiene una libertà simile, solo con un lieto fine.
È “morto” e quindi rinasce e può continuare a vivere. E tutto
questo per sua figlia. Essendo una discendente di Rachael ma
concepita biologicamente, Stelline sfuma il confine tra umano e
replicante in una letteralizzazione di ciò che le domande intorno a
lui hanno fatto in senso figurato (cosa resa più pertinente dai
suoi ricordi condivisi con K).
Blade Runner 2049 parla della vita
che nasce dalla fede personale e dall’amore
Il finale di Deckard riunisce i due
temi chiave di cui abbiamo parlato finora: la fede e l’amore, e
come questi siano la chiave per vivere. Si sviluppano insieme,
introdotti da aspetti esterni ma concretizzati dall’arco narrativo
di K. E, applicandoli all’eroe dell’originale, 2049 risponde alla
domanda fondamentale dell’originale.
Ora, la fede e la sua allegoria
associata non sono così restrittive o presuntuose come in altri
film recenti che esplorano l’argomento, come mother! o Alien:
Covenant. Sebbene la Resistenza abbia parallelismi religiosi, la
“fede” che essa apre è più ampia; riguarda l’avere uno scopo e la
consapevolezza di sé stessi. Questo la rende affine all’amore come
emozione personale e altruista che alimenta il bene.
L’arco narrativo di K completa
questo concetto in modo tragico: egli trova conforto in esso, ma
con Deckard come culmine di questi temi, il film si conclude con un
momento di puro ottimismo, ora e per gli ultimi 30 anni. Vediamo
che il suo vero arco narrativo nell’originale era la storia d’amore
con Rachael; l’influenza positiva che aveva su di lui, non la
rottura emotiva causata dall’uccisione di esseri quasi umani.
Nel 1982,
Blade Runner si chiedeva cosa significasse essere umani.
Nel 2017, Blade Runner 2049 ha risposto a
cosa significhi vivere.
La
serie tedesca Unfamiliar, creata da
Paul Coates per
Netflix, porta gli spettatori dentro il
mondo delle operazioni clandestine attraverso la storia di due ex
agenti segreti, Simon e Meret. All’apparenza i due hanno lasciato
alle spalle la loro vita da spie per costruire una famiglia
normale. Tuttavia il passato torna improvvisamente a perseguitarli,
trascinandoli di nuovo in una rete di segreti, identità nascoste e
vecchie missioni irrisolte.
La
serie si sviluppa attorno a un mistero che affonda le sue radici in
eventi accaduti sedici anni prima, quando Simon e Meret erano
ancora coinvolti nel mondo dell’intelligence internazionale. Mentre
cercano di proteggere la figlia Nina da una minaccia che sembra
conoscere ogni dettaglio della loro vita, passato e presente si
intrecciano fino a rivelare una verità molto più complessa del
previsto.
Nonostante l’atmosfera realistica e il contesto politico ben
delineato, molti spettatori si sono chiesti se Unfamiliar sia basata su una storia
vera o se i protagonisti abbiano un corrispettivo reale nel mondo
dello spionaggio.
Unfamiliar non è tratto da una storia vera
La risposta è piuttosto chiara: Unfamiliar è una storia completamente di finzione. La
serie è stata sviluppata dagli sceneggiatori Alexander Seibt e
Kim Zimmermann
insieme al creatore Paul Coates, e non si basa su eventi reali o su
un caso specifico di spionaggio.
L’idea alla base del progetto nasce soprattutto dall’interesse
degli autori per le dinamiche familiari. In diverse interviste,
Coates ha spiegato che il punto di partenza creativo era raccontare
una storia in cui il nucleo familiare venisse sconvolto da segreti
profondi e rivelazioni improvvise. Il mondo delle spie diventa
quindi il contesto ideale per esplorare il peso delle bugie e delle
identità costruite nel tempo.
Per questo motivo, anche se la serie fa riferimento a missioni
passate e a eventi geopolitici legati all’Europa orientale, non
esiste alcun episodio storico specifico da cui la trama sia stata
direttamente adattata.
Il contesto storico della Germania divisa durante la Guerra
Fredda
Uno degli elementi che contribuiscono a rendere Unfamiliar particolarmente credibile è
il suo legame con la storia recente della Germania. La serie
richiama spesso la divisione del Paese durante la Guerra Fredda,
quando il territorio tedesco venne suddiviso in zone di occupazione
controllate da Stati Uniti, Francia, Regno Unito e Unione
Sovietica.
Questa divisione, formalizzata nel 1945, durò oltre quarant’anni e
terminò con la riunificazione tedesca il 3 ottobre 1990. La
tensione tra Est e Ovest e le operazioni di intelligence legate a
questo periodo storico costituiscono lo sfondo ideale per una
storia di spionaggio.
Tuttavia, nella serie questi riferimenti funzionano soprattutto
come contesto narrativo. Gli autori utilizzano i grandi eventi
della storia europea per rendere la trama più plausibile, ma la
vicenda personale di Simon e Meret rimane completamente
inventata.
Il contributo del BND per rendere la serie più realistica
Per dare maggiore autenticità al racconto, la produzione ha
collaborato con il Bundesnachrichtendienst (BND), il
servizio di intelligence estero della Germania. Gli autori e il
team creativo hanno avuto la possibilità di confrontarsi con
funzionari del dipartimento comunicazione dell’agenzia per
comprendere meglio il funzionamento delle operazioni
clandestine.
Questo lavoro di ricerca ha permesso alla serie di rappresentare
con maggiore precisione alcuni aspetti dello spionaggio
contemporaneo, come la creazione di identità false, le procedure
operative e la gestione delle missioni sotto copertura.
Secondo le informazioni diffuse dalla produzione, Unfamiliar è anche una delle prime
grandi produzioni televisive girate direttamente nella sede reale
del BND a Berlino. Le riprese sono state realizzate rispettando
rigorosi protocolli di sicurezza, contribuendo a rafforzare il
realismo visivo della serie.
Simon e Meret non sono spie realmente esistite
Anche i due protagonisti della serie, Simon e Meret, non sono
basati su persone reali. Si tratta di personaggi originali creati
dagli sceneggiatori per incarnare alcune delle tensioni tipiche del
genere spy thriller: il conflitto tra dovere e famiglia, il peso
delle missioni passate e l’ambiguità morale che spesso accompagna
il lavoro di intelligence.
Gli attori che interpretano i personaggi — Felix Kramer e
Susanne Wolff — hanno
contribuito a rendere i protagonisti più credibili lavorando su una
rappresentazione meno stereotipata delle spie. In particolare,
Kramer ha spiegato che la serie cerca di ribaltare l’immagine
classica dell’agente segreto infallibile, mostrando invece figure
vulnerabili, segnate dalle scelte compiute in passato.
Anche le sequenze d’azione sono state costruite con grande
attenzione al realismo, grazie al lavoro di stunt coordinator e
preparazione fisica degli attori. Alcune scene ambientate nel
passato dei protagonisti sono state inoltre realizzate utilizzando
tecnologie digitali e trucco prostetico per ringiovanire gli
interpreti durante i flashback.
Un thriller di spionaggio che in realtà racconta una famiglia
Nonostante il contesto di intelligence e le operazioni segrete
siano elementi centrali della trama, Unfamiliar è in realtà una storia
profondamente familiare. Il vero cuore della serie non è la
geopolitica o la guerra tra servizi segreti, ma l’impatto che una
vita costruita sulle menzogne può avere su chi ci sta accanto.
La minaccia che incombe sulla figlia Nina costringe Simon e Meret a
confrontarsi con il loro passato e con le conseguenze delle scelte
compiute molti anni prima. In questo senso la serie utilizza il
linguaggio del thriller per raccontare qualcosa di molto più umano:
quanto sia difficile proteggere le persone che amiamo quando il
nostro passato continua a inseguirci.
Quando una serie crime diventa così popolare e credibile, è
naturale chiedersi se dietro la sua storia ci sia qualcosa di
reale. È il caso di The Mentalist, la
serie creata da Bruno Heller e
interpretata da Simon Baker, che per sette stagioni
ha raccontato le indagini del brillante consulente Patrick Jane. Il
personaggio, capace di leggere le persone con una precisione quasi
inquietante, sembra spesso dotato di abilità quasi sovrumane, tanto
da far pensare che possa essere ispirato a un individuo realmente
esistito.
La
realtà è più sfumata. The Mentalist non è basata su una storia vera in senso
stretto, ma nasce da una combinazione di riferimenti reali legati
al mondo degli illusionisti, dei mentalisti e degli esperti di
linguaggio del corpo. La serie utilizza tecniche realmente
studiate nella psicologia comportamentale e nella comunicazione non
verbale, trasformandole però in un dispositivo narrativo molto più
spettacolare.
Le tecniche di mentalismo che hanno ispirato Patrick Jane
Il termine “mentalist” non è inventato dalla serie. Il mentalismo è
una disciplina performativa diffusa soprattutto nel mondo
dell’illusionismo, in cui artisti e performer simulano capacità di
lettura del pensiero attraverso osservazione, suggestione e
tecniche psicologiche.
Patrick Jane utilizza spesso strumenti che derivano proprio da
questo mondo: osservazione dei micro-movimenti, interpretazione
delle espressioni facciali, deduzioni logiche e manipolazione della
conversazione. Queste abilità sono realmente studiate nella
psicologia cognitiva e nella comunicazione non verbale, anche se
nella vita reale non permettono risultati così spettacolari come
quelli mostrati nella serie.
Molte delle strategie usate dal personaggio ricordano infatti le
tecniche dei celebri mentalisti contemporanei, tra cui Derren Brown, noto
per i suoi spettacoli televisivi basati proprio su suggestione
psicologica e lettura del comportamento umano. Anche se non esiste
un collegamento diretto con la serie, figure come Brown mostrano
come il mentalismo possa creare l’illusione di poteri straordinari
senza ricorrere a elementi soprannaturali.
Il trauma di Patrick Jane e la costruzione del personaggio
Un altro elemento che rende The Mentalist così coinvolgente è la storia personale
del protagonista. Prima di diventare consulente investigativo, Jane
era un finto sensitivo televisivo che sfruttava le persone con i
suoi trucchi psicologici. La sua vita cambia radicalmente quando il
serial killer Red John uccide la moglie e la figlia, trasformando
Jane in un uomo ossessionato dalla vendetta.
Questa parte della storia non è ispirata a un caso reale specifico.
Si tratta piuttosto di un classico dispositivo narrativo del genere
crime: un trauma iniziale che motiva l’intero arco del personaggio.
Tuttavia, la serie riesce a renderlo credibile grazie alla
costruzione psicologica del protagonista, che oscilla costantemente
tra cinismo, senso di colpa e desiderio di redenzione.
Il ruolo della psicologia comportamentale nella serie
Uno degli aspetti più realistici di The Mentalist è l’attenzione ai dettagli della
comunicazione umana. Patrick Jane osserva continuamente il
linguaggio del corpo, le pause nelle frasi, i movimenti involontari
e i cambiamenti di tono nella voce degli interlocutori.
Molte di queste tecniche sono effettivamente studiate nel campo
della psicologia comportamentale e dell’analisi della comunicazione
non verbale. Tuttavia, nella realtà non esiste alcun metodo che
permetta di “leggere la mente” delle persone con la precisione
mostrata nella serie. La capacità di Jane di smascherare
immediatamente bugie o intenzioni nascoste è dunque una versione
romanzata di strumenti reali.
Questo equilibrio tra realtà e finzione è proprio ciò che ha reso
la serie così affascinante per il pubblico: lo spettatore
percepisce un fondo di verità nelle tecniche utilizzate, ma allo
stesso tempo viene trascinato in una narrazione che amplifica
queste capacità fino ai limiti dell’impossibile.
Perché The Mentalist sembra una storia vera
Il successo della serie dipende in gran parte dalla sua credibilità
narrativa. The Mentalist non
utilizza elementi fantascientifici o soprannaturali: tutto ciò che
Patrick Jane fa sembra teoricamente possibile, anche se nella
pratica viene portato a un livello quasi leggendario.
Questa scelta rende il personaggio molto diverso da altri
investigatori televisivi. Jane non si affida a tecnologie
futuristiche o a deduzioni scientifiche complesse, ma a qualcosa di
molto più umano: la capacità di osservare le persone.
È
proprio questa dimensione psicologica a far sembrare la serie quasi
reale. Anche se The
Mentalist non è basata su una storia vera, trae ispirazione da
discipline e pratiche realmente esistenti, trasformandole in una
narrazione televisiva capace di affascinare milioni di
spettatori.
Per
sette stagioni, The Mentalist ha
costruito uno dei percorsi narrativi più solidi della televisione
crime contemporanea. La serie ideata da Bruno Heller segue
Patrick Jane, consulente del California Bureau of Investigation
dotato di straordinarie capacità di osservazione e manipolazione
psicologica. Dietro l’ironia e l’intelligenza del personaggio
interpretato da Simon Baker si nasconde però un
trauma che guida l’intero arco narrativo: la vendetta contro il
serial killer Red John, responsabile dell’omicidio della moglie e
della figlia.
Quando la serie arriva al suo epilogo nel 2015, il pubblico assiste
a una conclusione molto diversa da quella tipica delle serie
procedurali. Non si tratta solo della chiusura di un’indagine o
della cattura di un criminale, ma del compimento di un percorso
emotivo e morale che attraversa tutte le stagioni. Il
finale di The
Mentalist non è dunque soltanto la fine di una storia
investigativa: è la trasformazione definitiva di Patrick Jane.
Come The Mentalist ha costruito il percorso verso il finale
Fin dalla prima stagione, la struttura narrativa della serie
alterna episodi autoconclusivi a una trama orizzontale sempre più
complessa: la caccia a Red John. Questo antagonista invisibile
diventa progressivamente una presenza mitologica, una figura quasi
intoccabile che manipola polizia, politica e istituzioni.
La rivelazione dell’identità di Red John arriva nella sesta
stagione, quando Jane scopre che il killer è lo sceriffo Thomas
McAllister. La scelta narrativa sorprende molti spettatori: non si
tratta di un personaggio centrale o carismatico, ma proprio questa
normalità rafforza il tema della serie. Red John non è un genio
criminale spettacolare, ma un uomo ordinario che ha costruito una
rete di potere e paura.
Quando Patrick Jane lo uccide in un confronto finale, la serie
compie una svolta decisiva. L’ossessione che aveva guidato il
protagonista per anni si conclude bruscamente, lasciandolo senza lo
scopo che aveva definito la sua esistenza.
Da quel momento The
Mentalist cambia natura: non è più una storia di vendetta, ma
una storia di ricostruzione.
Il vero significato del finale: Patrick Jane dopo Red John
Dopo la morte di Red John, la serie introduce un salto narrativo e
trasferisce l’azione al FBI. Questa scelta non è soltanto un
cambiamento di ambientazione, ma un modo per ridefinire il
protagonista.
Per anni Jane aveva usato le sue capacità come arma contro un
singolo nemico. Ora deve imparare a vivere senza quell’ossessione.
È in questo contesto che emerge con maggiore chiarezza il rapporto
con Teresa Lisbon, interpretata da Robin Tunney.
Il legame tra Jane e Lisbon è sempre stato uno degli elementi
emotivi più forti della serie. Tuttavia, per gran parte della
storia rimane sospeso tra amicizia, fiducia professionale e
tensione sentimentale. Solo nelle ultime stagioni, quando Jane
affronta finalmente il vuoto lasciato dalla vendetta compiuta, il
rapporto può evolversi in qualcosa di più.
Il finale della serie sancisce questa trasformazione: Patrick Jane
decide di sposare Lisbon. La scelta non rappresenta semplicemente
la conclusione romantica di una lunga tensione narrativa, ma il
simbolo di una rinascita emotiva.
Il matrimonio di Jane e Lisbon come chiusura del viaggio
narrativo
L’episodio finale della serie, intitolato “White Orchids”, chiude
il cerchio narrativo con un tono sorprendentemente intimo. Dopo
anni di inganni, manipolazioni e giochi psicologici, Patrick Jane
affronta finalmente la possibilità di una vita normale.
Il matrimonio con Lisbon rappresenta la definitiva riconciliazione
con il passato. Jane non dimentica la tragedia che ha segnato la
sua vita, ma smette di definirsi esclusivamente attraverso quella
perdita. In altre parole, il personaggio trova finalmente un
equilibrio tra memoria e futuro.
È
significativo che il finale non punti sull’azione o su un grande
colpo di scena investigativo. La vera conclusione della serie è
emotiva: Patrick Jane accetta di lasciarsi alle spalle il ruolo di
vendicatore per diventare qualcosa di diverso.
Questa scelta narrativa è coerente con il tema centrale della
serie: la mente umana può essere manipolata, ingannata e persino
distrutta dal trauma, ma può anche trovare una strada verso la
guarigione.
Perché il finale di The
Mentalist funziona ancora oggi
Molte serie crime terminano
con un climax spettacolare o con un ultimo grande caso.
The Mentalist, invece,
sceglie una strada più sottile e personale. La serie non conclude
soltanto la storia di un serial killer, ma quella di un uomo che ha
dovuto ricostruire la propria identità dopo una perdita
devastante.
Il finale funziona perché
rimane fedele al personaggio di Patrick Jane. Il suo talento per
leggere le persone e smascherare le bugie non cambia, ma non è più
l’elemento che definisce la sua esistenza. Ciò che conta davvero è
la possibilità di una vita nuova accanto a Lisbon.
In questo senso,
The Mentalist si chiude
con una promessa più che con una risposta definitiva. Non sappiamo
esattamente quale sarà il futuro di Jane, ma sappiamo che per la
prima volta non è più prigioniero del passato.
La
nuova miniserie HBO DTF St. Louis
debutta con un primo episodio che definisce immediatamente il tono
del progetto: una miscela di commedia nera, dramma suburbano e
mistero investigativo. Il pilot, intitolato Cornhole, introduce il pubblico in un universo
narrativo fatto di frustrazione coniugale, noia esistenziale e
desiderio di evasione, elementi che si trasformano rapidamente in
qualcosa di molto più oscuro.
La
serie DTF St. Louis, creata da Steven
Conrad, segue due uomini di mezza età che condividono un senso di
stagnazione nelle rispettive vite personali. Jason Bateman interpreta Clark
Forrest, un meteorologo televisivo dall’aria ironica e
disincantata, mentre David Harbour è Floyd, interprete
della lingua dei segni con una vita matrimoniale ormai svuotata di
passione. Il loro incontro segna l’inizio di una relazione ambigua
fatta di confidenze, frustrazioni e decisioni sempre più
rischiose.
Nel primo episodio la storia prende forma attorno a un triangolo
amoroso che coinvolge anche Carol, la moglie di Floyd interpretata
da Linda Cardellini. In una periferia americana fatta di villette
curate, negozi di quartiere e routine prevedibili, la serie mostra
personaggi che cercano disperatamente qualcosa capace di rompere la
monotonia della loro esistenza. Ma quello che inizia come un
racconto di infedeltà e desiderio si trasforma presto in un caso di
morte sospetta.
Il finale dell’episodio “Cornhole” e il mistero della morte di
Floyd
La prima metà dell’episodio costruisce lentamente il contesto
emotivo dei protagonisti. Clark introduce Floyd al concetto di una
piattaforma di incontri pensata per persone sposate in cerca di
avventure occasionali, un elemento che diventa simbolo della loro
ricerca di stimoli in una vita percepita come stagnante. Allo
stesso tempo, il rapporto tra Clark e Carol si rivela più
complicato di quanto Floyd possa immaginare.
Il racconto compie una svolta improvvisa quando la narrazione salta
avanti di otto settimane. Floyd viene trovato morto in una piscina
pubblica, circondato da bottiglie vuote e da elementi che
suggeriscono una situazione ambigua e imbarazzante. La morte del
personaggio cambia completamente il tono della serie, trasformando
quella che sembrava una dark comedy sulle relazioni in un vero
mystery crime.
A
questo punto entrano in scena due nuovi protagonisti: i detective
interpretati da Richard Jenkins e Joy Sunday. I due investigatori
appartengono a unità diverse e sono caratterialmente opposti, ma
sono costretti a collaborare per capire cosa sia accaduto davvero
nelle settimane precedenti alla morte di Floyd. Jenkins interpreta
Homer, un investigatore incline a chiudere rapidamente il caso come
una tragedia personale, mentre Sunday è Plumb, un’agente più
intuitiva e determinata a scoprire la verità.
L’autopsia rivela che Floyd aveva nel corpo una quantità
significativa di una sostanza chiamata Amphezyne, che avrebbe
causato l’arresto cardiaco. Tuttavia, il modo in cui la serie
presenta queste informazioni lascia spazio a molti dubbi. Il
sospetto ricade rapidamente su Clark, soprattutto dopo che gli
investigatori scoprono la sua relazione con Carol.
Durante l’interrogatorio finale dell’episodio, Clark viene
direttamente accusato dell’omicidio del suo amico. La sua risposta
— un enigmatico “Cornhole”, pronunciato con un sorriso — non
rappresenta una confessione, ma aggiunge un ulteriore livello di
ambiguità alla vicenda. La scena finale suggerisce che la verità
sia molto più complessa e che il puzzle narrativo appena iniziato
richiederà tempo per essere ricostruito.
Con questo primo episodio, DTF St. Louis stabilisce
chiaramente la propria direzione narrativa: un thriller pieno di
zone d’ombra, in cui tradimento, frustrazione e segreti personali
si intrecciano in una storia destinata a svelarsi lentamente.
L’avventura di Hal
Jordan e John Stewart nell’universo DC
inizia nel nuovo trailer di Lanterns
per la prossima serie drammatica della HBO. Kyle
Chandler e Aaron Pierre sono i prossimi
attori del franchise di James Gunn a portare alcuni dei personaggi più
iconici nel Capitolo 1 della DCU: “Dei e mostri” nel 2026. Dopo un primo
teaser trailer che è stato svelato, HBO ha ora pubblicato un
trailer completo della prossima serie TV DCU, che debutterà nel
2026.
Con il teaser trailer, il pubblico
DCU ha potuto vedere per la prima volta il costume di Hal,
significativamente diverso dalla versione di Ryan Reynolds del 2011 (e
che ha già generato del malumore tra i fan). Si intravede anche
la Lanterna di John, mentre l’eroe interpretato da Chandler prende
il volo in un momento della scena. I trailer futuri tratteranno
probabilmente più approfonditamente le loro costruzioni
energetiche.
Chris Mundy di
Ozark è lo showrunner e produttore esecutivo della serie insieme a
Damon Lindelof di The Leftover e
Watchmen e allo scrittore della DC Comics Tom
King. HBO descrive la serie DCU come “il nuovo recluta
John Stewart e la leggenda Lanterna Hal Jordan, due poliziotti
intergalattici coinvolti in un oscuro mistero terrestre mentre
indagano su un omicidio nel cuore dell’America”. La serie TV
Lanterns sarà composta da otto episodi per
la prima stagione. Lanterns sarà la terza serie
del franchise di Gunn, dopo Creature Commandos e
Peacemaker.
Il cast di
Lanterns sarà composto anche da Kelly
Macdonald, Garret Dillahunt,
Jason Ritter, insieme a Ulrich
Thomsen nel ruolo di Sinestro e Nathan Fillion che riprenderà il
ruolo di Guy Gardner. Oltre al film Supergirl e a
questa serie, il prossimo film Clayface entrerà a far parte del programma
2026 della DCU, con l’uscita nelle sale prevista per il 23 ottobre
di questo horror vietato ai minori. Lanterns della
HBO sarà trasmesso in anteprima ad agosto.
Il regista candidato all’Oscar
Lee Isaac Chung ha lasciato la Warner Bros e il
prequel ancora senza titolo di Ocean’s Eleven con
Margot Robbie. Nonostante la sua uscita
apparentemente improvvisa dal progetto, un portavoce della Warner
Bros. ha rivelato che non ci sono stati attriti tra Chung e il
resto del team creativo. Lo studio di produzione ha spiegato che,
sebbene il regista se ne sia andato a causa di divergenze creative,
ha lasciato in buoni rapporti. In una dichiarazione esclusiva a
Deadline, il portavoce ha
affermato: “Si tratta di una separazione amichevole dovuta a
divergenze creative”.
Anche i rappresentanti della Warner
Bros. e della LuckyChap (la società di produzione di Robbie) hanno
parlato molto bene di Chung dopo la sua uscita. Lo hanno descritto
come un regista visionario che è stato una risorsa “inestimabile”
per loro durante la sua permanenza nel prequel di Ocean’s
Eleven. Gli studios hanno anche chiarito che questa non
sarà l’ultima volta che lavoreranno con il regista, poiché non
vedono l’ora di collaborare con lui in futuro.
“Lee Isaac è un talento
cinematografico unico, la cui visione e collaborazione sono state
preziose per la Warner Bros. e la LuckyChap durante questo
percorso. La nostra esperienza con lui ha solo rafforzato il nostro
entusiasmo di collaborare insieme a progetti futuri”, sono le
parole espresse a riguardo.
Mentre la Warner Bros. si avvicina
alla conclusione dell’accordo con la Paramount, il prossimo film
Ocean’s Eleven rimane una priorità per lo studio.
La casa di produzione è quindi ora attualmente alla ricerca di un
nuovo regista. Sebbene i dettagli della trama siano ancora segreti,
la sceneggiatura è stata scritta da Carrie Solomon
e rimarrà fedele ai personaggi originali di George Clayton
Johnson e Jack Golden Russell. Al momento
della pubblicazione di questo articolo, non è però ancora stata
resa nota la data ufficiale di uscita del prequel con
Margot Robbie.
The
Bear chiude ufficialmente i battenti. Fonti hanno
riferito a Deadline che la commedia
drammatica con Jeremy Allen White terminerà con la quinta
stagione. La decisione non è una grande sorpresa, dato che il
personaggio di White, Carmy Berzatto [SPOILER ALERT], dice a Syd,
interpretata da Ayo Edebiri, e Richie, interpretato da
Ebon Moss-Bachrach, che lascerà il ristorante
e cederà la sua quota alla fine della quarta stagione.
FX ha sempre permesso ai creatori
delle serie di successo di decidere come e quando annunciare la
stagione finale. Tuttavia, Jamie Lee Curtis ha recentemente svelato il
segreto quando ha pubblicato una foto di sé stessa con Abby
Elliott, che interpreta la sorella di Carmy, Natalie “Sugar”
Berzatto, co-proprietaria del ristorante.
“FINITO AL MEGLIO! Circondata
da una troupe straordinaria e da un gruppo di sceneggiatori,
produttori e colleghi sul set della serie creata da Chris Storer,
ho completato la storia di questa famiglia straordinaria di cui
tutti ci siamo innamorati. Ho potuto concluderla con la mia piccola
Berzatto bear”, ha scritto l’attrice su Instagram.
White aveva inoltre già dichiarato
che l’idea originale dello showrunner era quella di concludere la
serie dopo la quarta stagione. The Bear è però poi
stato rinnovato per la quinta stagione a luglio, la cui prima TV è
ora prevista per la fine dell’anno.
La serie, come noto, è stato un
magnete di premi sin dal suo lancio nel 2022. Ha vinto l’Emmy per
la migliore serie comica nel 2023, con White, Moss-Bachrach,
Edebiri e Storer che hanno vinto tutti premi individuali.
Liza Colón-Zayas ha poi vinto il premio come
migliore attrice non protagonista in una serie comica nel 2024 e
anche Curtis, che dalla seconda stagione interpreta Donna Berzatto,
la madre di Carmy e Natalie, ha vinto il premio come migliore
attrice guest star in una serie comica.
Daniel Chong e
Nicole Paradis Grindle sono il regista e la
produttrice di Jumpers – Un Salto tra gli Animali. I
due sono volati a Roma per presentare il 30° lungometraggio della
Pixar che arriva nelle sale italiane il 5 marzo.
Il film racconta di Mabel,
un’adolescente che ama gli animali e la natura, che coglie al volo
l’opportunità di provare una nuova tecnologia che le permette di
comunicare con gli animali in un modo nuovo ed entusiasmante,
saltando letteralmente nella loro mente!
Daniel Chong, regista del film in
arrivo nelle sale italiane il 5 marzo 2026, ha dichiarato:
“In Jumpers – Un Salto tra gli Animali la
domanda a cui rispondiamo è: ‘Cosa succederebbe se potessimo capire
e comunicare con il mondo animale?’. La nostra
protagonista, Mabel, scopre il regno animale proprio come un
animale, il che può essere strano e spesso esilarante. Mabel,
sotto copertura nel mondo animale, dà vita a un film emozionante e
ricco di colpi di scena, con tutto il cuore che ci si aspetta da un
classico film Pixar. Sarà molto divertente guardarlo al cinema; non
vedo l’ora che arrivi nelle sale“.
In Jumpers – Un Salto tra
gli Animali gli scienziati hanno scoperto come far
“saltare” la coscienza umana in animali robotici realistici,
permettendo alle persone di comunicare con gli animali come
animali! Utilizzando la nuova tecnologia, Mabel (con la voce di
Piper Curda nella versione originale) scoprirà misteri del mondo
animale che vanno oltre ogni sua immaginazione. Prodotto da Nicole
Paradis Grindle, Jumpers – Un Salto tra gli
Animali include, nella versione originale, anche le voci
di Bobby Moynihan e Jon
Hamm.
Scrivere qualcosa di nuovo su
Frankenstein dopo quasi due secoli di adattamenti sembrava
impossibile. Eppure con La
Sposa! (2026)
Maggie Gyllenhaal compie un gesto radicale: non si
limita a reinterpretare Frankenstein, ma ne frantuma
l’asse mitologico per ricomporlo in una forma irrequieta, caotica e
contemporanea. Il risultato è una gloriosa “geometria
disobbediente” (per citare la dottoressa
Euphronious), un film che sovverte linee, ruoli e
prospettive, e che trova nella figura della Sposa non un’appendice
del Mostro, ma un epicentro narrativo e politico.
Dopo il trionfo di Guillermo del Toro con il suo
Frankenstein, primo adattamento
candidato all’Oscar come miglior film, spostare l’uscita di
La
Sposa! si è rivelata una scelta strategica. Non
per timore del confronto, ma per permettere al film di Gyllenhaal
di emergere per ciò che è: un’opera autonoma, punk, che dialoga con
l’immaginario shelleyano senza esserne prigioniera.
La prima intuizione di Gyllenhaal è
temporale: abbandonare l’Ottocento gotico per trasportare la
vicenda nella Chicago e nella New York del 1936, un anno dopo
l’uscita di Bride of Frankenstein di
James Whale. Se nel film Universal la Sposa
interpretata da Elsa Lanchester aveva pochissimo
spazio e ancor meno voce, qui accade l’opposto: laSposa è voce, corpo, caos, desiderio.
L’apertura è programmatica. In un
bianco e nero gotico firmato dal direttore della fotografia
Lawrence Sher, Jessie Buckley
interpreta Mary Shelley, che introduce la storia. Poi il colore
irrompe e incontriamo Ida, giovane donna intrappolata in un mondo
gangsteristico che la soffoca fino a una morte brutale e
scioccante. Dieci minuti, e Ida non c’è più. Ma il suo
corpo sì.
È qui che entra in scena Frank, il
Frankenstein di
Christian Bale: volto martoriato, maschera a
nascondere le cicatrici, anima devastata da una solitudine
assoluta. Frank non cerca dominio né vendetta, ma compagnia. Si
rivolge alla dottoressa Euphronious, scienziata
ostracizzata dalla comunità accademica, interpretata da
Annette Bening. Il suo laboratorio è un luogo liminale
dove scienza e eresia si toccano. Accetta la sfida: riportare in
vita una donna morta.
Quando la Sposa emerge – capelli
bianchi, una cicatrice nera sul volto – la nascita non è solo
biologica ma ontologica. Non è una creatura destinata a
completare l’uomo. È un enigma.
Bonnie & Clyde tra i mostri:
l’estetica della fuga
Se si dovesse cercare una
genealogia cinematografica, La
Sposa!
dialoga con Bonnie and Clyde più che con l’horror
classico. La coppia mostruosa in fuga attraversa l’America come
una ferita aperta, tra sparatorie, locali notturni e inseguimenti,
evocando anche l’energia disturbante di Sid and Nancy e il
romanticismo malato di Cuore Selvaggio.
Ma il film non è mai citazionista.
Gyllenhaal orchestra suggestioni diverse – il noir anni ’30, i
musical alla Astaire e Rogers, perfino un’eco di
Joker: Folie à Deux – per
costruire un linguaggio proprio, caotico, pasticciato eppure
irresistibile. Emblematica la sequenza nel nightclub: Frank e la
Sposa irrompono tra luci e musica, trasformando la minaccia in
coreografia. È un numero danzato che oscilla tra seduzione e
terrore, perfetta sintesi della poetica del film: armonia e
dissonanza che convivono.
Nel frattempo, la legge li insegue.
Il detective Jake Wiles, interpretato da Peter Sarsgaard, è un uomo consapevole del
proprio declino, sostenuto dalla brillante Myrna Malloy di
Penelope Cruz. La dinamica tra i due ribalta il cliché
del poliziotto eroico: è lei la mente lucida, lui il corpo stanco
che tenta un ultimo riscatto.
Identità, desiderio e
menzogna: il cuore politico del film
Il centro teorico di La
Sposa! non è l’orrore, ma l’identità. Frank vuole una
compagna, ma la sua richiesta è viziata da un presupposto
patriarcale: creare qualcuno per risolvere la propria solitudine.
La Sposa, inizialmente confusa come una bambina che impara a
camminare nel mondo, scopre presto che la relazione è costruita su
una menzogna. È stata pensata come oggetto, non come soggetto.
Da qui nasce la “geometria
disobbediente”: la traiettoria prevista – mostro maschile
dominante, creatura femminile subordinata – si spezza. La Sposa non
accetta il ruolo assegnato. La sua evoluzione è esplosiva,
imprevedibile. Diventa simbolo di un’insubordinazione che
contagia altre donne, trasformandosi in icona mediatica, figura
imitata, temuta, desiderata.
Etichettare il film come
semplicemente “femminista” sarebbe riduttivo. Certo, c’è
una riflessione potente sulla costruzione sociale del femminile e
sul controllo dei corpi. Ma il discorso è più ampio: riguarda la
mostruosità come condizione esistenziale. Gyllenhaal suggerisce che
il vero orrore non è l’anomalia fisica, bensì la pretesa di
plasmare l’altro a propria immagine.
Jessie Buckley
domina il film con una performance che rasenta la vertigine. Non
c’è prudenza nel suo lavoro: ogni gesto è radicale, ogni sguardo è
una sfida. La sua Sposa è ferina e vulnerabile, erotica e
infantile, crudele e poetica. È impossibile distogliere gli occhi
da lei.
Christian Bale offre uno dei suoi ritratti più umani
degli ultimi anni. Il suo Frank non è un titano tragico ma un uomo
spezzato, disperatamente innamorato di un’idea di felicità
che non comprende.
Annette Bening conferisce alla dottoressa Euphronious
un’autorità ambigua, sospesa tra etica e hybris scientifica.
Sarsgaard e Cruz completano il quadro con interpretazioni misurate,
eleganti, mai ornamentali.
Sul piano tecnico, il film è
impeccabile ed estremamente personale. La fotografia di Sher
scolpisce volti e ambienti con un senso plastico straordinario. Le
scenografie restituiscono un’America anni ’30 viva e stratificata,
mentre i costumi definiscono identità e trasformazioni. La colonna
sonora di Hildur Guðnadóttir fonde tensione e
lirismo, creando un’atmosfera che sfiora il punk senza mai cadere
nell’ovvio.
Dopo l’esordio intenso ma raccolto
di La Figlia Oscura, Gyllenhaal dimostra
di saper governare una produzione ambiziosa senza sacrificare
complessità e coerenza. La dedica finale “to my daughters”
suggella il senso dell’operazione: in un genere storicamente
dominato da sguardi maschili, La
Sposa! reinventa il mito per restituire voce a
chi, per troppo tempo, è rimasta solo un urlo soffocato.
Non è soltanto un nuovo adattamento
di Frankenstein. È una riscrittura del
desiderio, una fuga romantica e violenta attraverso le crepe
dell’immaginario americano. Dimostra come anche dopo 187 versioni,
il mito possa ancora sorprenderci.
Delle tante ombre della paternità il cinema è
pieno, mentre è solo di recente che si inizia ad esplorare in modo
più convinto e convincente i lati sgradevoli della maternità.
Soprattutto, a parlarne iniziano ad essere sempre di più le donne
stesse, aggiungendo quella consapevolezza in più che gli è propria
sul tema. È quello che fa anche Mary Bronstein
con il film Se
solo Potessi ti prenderei a calci (titolo
originale If I Had Legs I’d Kick You), presentato prima
in concorso al Festival del Cinema di Berlino e poi in
anteprima italiana alla Festa del
Cinema di Roma, dove lo abbiamo visto in anteprima in
attesa dell’uscita nelle sale italiane.
L’idea per il film, generatasi a partire da
esperienze personali e passato attraverso una lunga gestazione,
offre infatti un posto privilegiato per assistere alla crisi e alle
difficoltà di una madre costretta a fare i conti con difficoltà che
si potrebbero definire sovrumane. Interpretata da Rose
Byrne, premiata a Berlino per la sua performance, la
protagonista è infatti chiamata a dimostrare un istinto materno
spinto ai limiti del tollerabile per via dela malattia della figlia
e la difficoltà nel gestirla. Ma c’è un momento in cui si può
venire meno a tutto questo?
La trama di Se solo Potessi ti
prenderei a calci
Linda (Rose Byrne), una donna di
mezza età, non sta attraversando un buon momento. Con il marito
sempre in viaggio per lavoro e una figlia malata fin dalla nascita,
Linda non trova conforto nel lavoro e non riceve alcun sostegno dal
suo terapeuta. A causa di un danno alla sua casa, è poi costretta a
trasferirsi con la figlia in un motel con breve preavviso, dove
rischia di perdere definitivamente il contatto con la realtà.
Conan O’Brien e Rose Byrne in If I Had Legs I’d Kick
You
Il lato oscuro della maternità
Si apre con una chiara dichiarazione d’intenti
il film: un primo piano di Rose Byrne che esclude ogni cosa
e ogni persona accanto a lei. Ma poi l’inquadratura si stringe, si
stringe e si stringe ancora fino ad includere il solo dettagli
degli occhi di lei. Un senso di chiusura, alienazione e anche
claustrofobia che proseguire pressoché nel corso di tutto il film.
Già da qui, dalla primissima inquadratura, la regista setta il
tono, stabilisce l’emotività e il punto di vista della protagonista
quali motori primari del racconto.
Da lì in avanti, infatti, se anche il film si
aprirà ad includere gli altri personaggi che gravitano attorno a
Linda – il suo terapista, la dottoressa della figlia, l’amichevole
James – si avverte ugualmente una certa distanza tra lei e questi
ultimi. Distanza che si può ritenere effetto del suo tentativo di
chiedere aiuto, del suo cercare vie di fuga da una condizione che è
diventata asfissiante. Tentativi che vengono però messi
continuamente a tacere, minimizzati se non addirittura
ignorati.
Ecco allora che Se solo Potessi ti
prenderei a calciaffronta un altro
aspetto raramente trattato al cinema, ovvero quello del “burnout
del caregiver”. Quasi un tabù, che si sceglie di ignorare perché
fare così risulta più semplice che accorgersi dei segnali di aiuto.
Nell’isolamento che progressivamente avvolge Linda, si ritrova
dunque il grido disperato di un’intera categoria, rappresentata in
questo caso da una madre sfinita, che si chiede se può esserci una
pausa da questo ruolo che la natura le ha donato.
Rose Byrne in If I Had Legs I’d Kick You
Rose Byrne impreziosisce un film
altrimenti didascalico
Se solo Potessi ti prenderei a
calci si articola dunque interamente attorno a questi
concetti, con Bronstein che attua una serie di scelte di regie
volte ad amplificarne la portata, dalla pressoché totale esclusione
della figlia e del marito – confinati oltre l’inquadratura – fino
al cambio di registro – dallo humor all’horror. Si ha però la
sensazione a più riprese di un eccessivo didascalismo in alcuni
espedienti narrativi, a partire dal buco nel soffitto che si apre
nella casa della protagonista e che la costringe a soggiornare in
un motel.
Un buco che fin troppo evidentemente
esteriorizza quello che lei sente dentro di sé, che pensava la
maternità avrebbe tappato e che invece ha solo accentuato. Una vera
e propria ferita nella casa che ricorda quella proposta da
Darren Aronofsky in
Madre!, ma che qui risulta appunto poco più di un calcare
la mano sul tema. Fortunatamente, l’intensa e sofferente
interpretazione di Rose Byrne distoglie l’attenzione da
questi intoppi, rapendo l’attenzione (grazie anche ai primissimi
piani che le vengono riservati) e impreziosendo l’intero
racconto.
Un racconto che indubbiamente lascia più di
qualche ferita nello spettatore, specialmente se può avere modo di
ritrovarsi in dinamiche anche solo lontanamente simili a quelle
della protagonista. Il monito è però in fin dei conti quello di
essere più ricettivi nei confronti dei segnali d’aiuto di chi ci
sta intorno, spingendoci però anche a riflettere su quanto sia
difficile salvarsi se non lo si fa da sé. Un messaggio
probabilmente non immediatamente rincuorante, ma che mira ad
esaltare la forza individuale e nel finale apre ad uno spiraglio di
speranza.
Il trailer di Lanterns
non avrebbe dovuto essere pubblicato prima di domani, ma dopo
essere stato condiviso per errore in anticipo (lo si può vedere qui),
l’anteprima ha ricevuto una risposta mista-negativa dai fan della
DC. Sin dal principio era stato detto che l’approccio della DC
Studios al franchise di Lanterna Verde sarebbe
stato un giallo realistico sulla falsariga di True Detective. Tuttavia, molti fan si
sono detti delusi dal fatto che non ci sia nemmeno un accenno a
qualcosa che assomigli a un’epica space opera.
In passato ci sono state voci
secondo cui HBO non avrebbe necessariamente voluto queste serie TV
della DC Studios sulla propria rete via cavo. Quindi, è possibile
che gli elementi più legati ai fumetti, come i Guardiani di Oa e le
costruzioni di Lanterna Verde, siano stati tenuti segreti per ora.
Nel trailer trapelato online non c’è una sola scena in cui vengono
mostrati i poteri di Hal Jordan o John, a parte un breve momento in
cui il primo prende il volo. Tuttavia, vediamo una Power Battery di
Lanterna Verde.
Tuttavia ad aver acceso in
particolare il dibattito è stata unaX prima immagine dell’uniforme
di Hal Jordan (la si può vedere qui), che
appare di un colore più simile al marrone che non al verde proprio
del personaggio. Ricordiamo però che Superman ha già
confermato che i membri del Corpo delle Lanterne Verdi indossano
costumi pratici piuttosto che costrutti energetici. Questi non
sembravano molto convincenti 15 anni fa, ma sicuramente andrebbero
bene con gli effetti speciali odierni.
Nel bene e nel male, la DCU non sembra per il momento andare in quella
direzione. Sebbene questa tuta sia comunque verdognola, i colori
sono molto tenui e il design stesso sembra essere un mix tra
“The New 52” e il costume Earth-One. La versione
di Hal Jordan di Lanterns è però vicina al pensionamento e
sta addestrando John Stewart come suo sostituto; vale quindi la
pena notare che, quando John finalmente indosserà la tuta, potrebbe
essere un costume colorato e fedele al fumetto che entusiasmerà i
fan.
Uscito nel 1998 e diretto da Mimi Leder,
Deep Impact rappresenta uno dei momenti più
significativi nella carriera della regista americana, già
affermatasi in ambito televisivo con serie di grande impatto e poi
approdata al cinema con The Peacemaker. Con questo film, Leder
affronta per la prima volta su larga scala il genere catastrofico,
dimostrando una sensibilità particolare per la dimensione umana del
disastro. A differenza di molte produzioni spettacolari dell’epoca,
la regista privilegia l’introspezione dei personaggi e il peso
emotivo delle loro scelte di fronte a una minaccia globale.
Il
film si inserisce pienamente nel filone disaster anni Novanta,
dominato da narrazioni ad alto tasso di spettacolarità e
distruzione su vasta scala. Nello stesso anno arrivava nelle sale
Armageddon, con cui Deep Impact
condivide il tema dell’asteroide in rotta di collisione con la
Terra, ma da cui si distingue per tono e approccio. Se il film
diretto da Michael Bay punta su eroismo muscolare e ritmo serrato,
l’opera di Leder adotta una prospettiva più corale e drammatica,
soffermandosi sulle conseguenze politiche, sociali e familiari
dell’imminente catastrofe. In questo senso anticipa, per certi
aspetti, opere successive come The Day After Tomorrow
o Segnali dal futuro,
dove la dimensione collettiva del disastro diventa centrale.
All’interno del genere
catastrofico, Deep Impact si caratterizza dunque
per un equilibrio tra spettacolo e riflessione morale, esplorando
temi come il sacrificio, la responsabilità istituzionale e il
valore dei legami affettivi davanti all’inevitabile. La minaccia
cosmica diventa il catalizzatore di scelte estreme e di un
confronto diretto con la fragilità umana, collocando il film tra le
opere più emotivamente incisive del suo filone. Nel resto
dell’articolo verrà proposta un’analisi dettagliata del finale, per
comprenderne il significato e il modo in cui porta a compimento le
linee tematiche sviluppate nel racconto.
La trama di Deep Impact
Tutto ha inizio quando Leo
Beiderman, un adolescente che ama l’astronomia, scopre uno
corpo celeste mentre sta guardando il cielo col telescopio. Quando
il ragazzino avvisa il suo insegnante, l’uomo decide di informare
immediatamente l’astronomo Marcus Wolf, che
capisce si tratti di una cometa in rotta di collisione con la
Terra. Mentre corre per avvisare le autorità, tuttavia, muore in un
tragico incidente d’auto, senza riuscire a informare nessuno,
lasciando di fatto cadere nell’oblio la scoperta. Dopo un anno, il
mondo viene infine a sapere che una cometa si sta dirigendo verso
la Terra e che lo schianto provocherà terribili conseguenze per gli
esseri umani.
Da subito le massime istituzioni
del globo si mobilitano per cercare di distruggere l’asteroide ed
evitare la distruzione del pianeta terra. Si progetta dunque di
costruire un vettore in grado di atterrare sulla cometa, facendola
poi esplodere. Nel frattempo, il presidente degli Stati Uniti
Tom Beck annuncia la costruzione di bunker
sotterranei, che possono ospitare però solo un milione di persone.
Diretti verso di esso ci sono il giovane Leo e la sua famiglia, ma
anche la giornalista Jenny Lerner. Mentre
l’impatto è sempre più prossimo, i destini di tutti si
incroceranno, in quelle che potrebbero essere le ultime ore
dell’umanità.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto di Deep Impact la tensione raggiunge il
punto di non ritorno. Dopo il fallimento dell’ultimo tentativo
militare di deviare i frammenti della cometa, l’umanità si prepara
all’impatto inevitabile. Il frammento più piccolo, Biederman,
colpisce l’oceano Atlantico generando uno tsunami devastante che
travolge la costa orientale degli Stati Uniti e parte dell’Europa e
dell’Africa. Leo e Sarah riescono a mettersi in salvo tra i rilievi
degli Appalachi, mentre Jenny Lerner sceglie di restare con il
padre, accettando consapevolmente il proprio destino davanti
all’onda in arrivo.
Parallelamente, l’equipaggio della Messiah affronta l’ultima
possibilità di salvezza. Con risorse quasi esaurite, gli astronauti
decidono di compiere un gesto estremo e volontario, penetrando nel
frammento maggiore, Wolf, per far detonare le cariche nucleari
rimaste. Prima dell’azione finale salutano i propri cari,
consapevoli di non fare ritorno. L’esplosione frammenta la cometa
in milioni di pezzi che bruciano nell’atmosfera come una pioggia di
luce. Il film si chiude con il presidente Beck che, davanti a un
Campidoglio in ricostruzione, annuncia l’inizio di una nuova fase
per l’umanità sopravvissuta.
Il finale porta a compimento il tema centrale del sacrificio come
atto fondativo di una comunità. La morte dell’equipaggio della
Messiah non è spettacolarizzata in chiave eroica tradizionale, ma
rappresentata come scelta lucida e necessaria per garantire un
futuro agli altri. Anche la decisione di Jenny di rinunciare al
posto sull’elicottero e di restare con il padre rafforza l’idea che
la dignità individuale si misura nella capacità di privilegiare i
legami affettivi rispetto all’istinto di sopravvivenza. Il disastro
diventa così occasione di ridefinizione morale.
Attraverso questa doppia traiettoria, intima e collettiva, il film
riafferma la fiducia nelle istituzioni e nella cooperazione
internazionale. La missione congiunta tra Stati Uniti e Russia
suggerisce che solo unendo competenze e risorse sia possibile
fronteggiare una minaccia globale. La catastrofe non viene
annullata del tutto, poiché milioni di vite sono perdute e il mondo
resta profondamente segnato, ma la sopravvivenza parziale dimostra
che l’azione condivisa può contenere l’annientamento totale. La
ricostruzione annunciata dal presidente assume quindi un valore
simbolico di rinascita civile.
Ciò che Deep
Impact lascia allo spettatore è una riflessione sulla
fragilità dell’esistenza e sulla responsabilità reciproca che
definisce una società. Il film suggerisce che, di fronte
all’inevitabile, ciò che conta è la qualità delle scelte compiute e
la capacità di restare umani nel caos. La distruzione materiale
viene contrapposta alla persistenza dei valori di solidarietà,
amore e cooperazione. In questo senso il messaggio finale non è
dominato dalla paura cosmica, ma da una sobria speranza che affida
al sacrificio e alla memoria il compito di fondare un nuovo
inizio.
Argentina, 1983. Nel pieno della
brutale dittatura militare, due uomini profondamente diversi,
Valentín e Molina, si ritrovano a condividere il perimetro
soffocante di una cella. Per fuggire all’orrore della prigionia,
Molina inizia a raccontare a Valentín la trama del suo film
preferito: una scintillante fantasia musicale con protagonista la
diva Ingrid Luna.
Mentre il racconto prende vita,
trasformandosi in un’esplosione di colori vibranti e danza, il
confine tra realtà e immaginazione si dissolve. Quello che era
iniziato come un semplice passatempo diventa un legame profondo, un
atto di resistenza spirituale che trascende le sbarre del carcere
per trovare speranza, grazia e un’inaspettata connessione
umana.
Dal premio Oscar® Bill Condon
(Chicago, Dreamgirls), una nuova e visionaria interpretazione del
capolavoro di Manuel Puig. Con il candidato agli Emmy® Diego Luna,
Tonatiuh e la superstar Jennifer Lopez.
La trama di
Collateral – il film di Michael
Mann – è abbastanza facile da seguire e descrivere in 25
parole: il killer Vincent (Tom
Cruise) costringe il tassista Max (Jamie
Foxx) a guidarlo per Los Angeles di notte mentre lui
spunta i nomi sulla sua lista di persone da uccidere. Dal punto di
vista tematico, il film è però molto più di questo. Considerato
come un semplice
thriller
d’azione, il finale di Collateral potrebbe non
aver bisogno di spiegazioni, ma forse vale la pena riesaminarlo con
un’interpretazione più profonda. Questo è un film con un
significato profondo per quanto riguarda il sottotesto.
Emerge nei dialoghi, nei ruoli dei
personaggi e nei colpi di scena della trama: tutto ciò porta a
un’analisi metaforica del fallimento del sogno americano per gli
individui della classe operaia come Max e del potenziale crollo
dell’ordine sociale per mano di professionisti moralmente ambigui
come Vincent. Collateral ha altri due personaggi
secondari chiave: il procuratore federale Annie (Jada
Pinkett Smith) e il detective della polizia di Los
Angeles Ray (Mark
Ruffalo). Annie e Ray rappresentano la legge e
l’ordine, che Vincent minaccia con una determinazione ferrea come
il suo abito e i suoi capelli. Cominciamo il conteggio ora – e
notate gli spoiler accesi sopra questo taxi giallo.
Il sogno di Island Limos
Collateral entra
nel terzo atto con un incidente d’auto. Dopo aver viaggiato con lui
tutta la notte, uccidendo persone, Vincent ha stravolto la vita e
la visione del mondo di Max, che ricambia il favore passando con il
semaforo rosso e ribaltando il taxi. Ciò che spinge Max al limite è
un monologo che Vincent pronuncia proprio prima di questo episodio,
in cui smonta il sogno di Max di possedere un giorno una propria
azienda, la Island Limos. All’inizio del film, abbiamo visto come
Max conservasse una cartolina di un’isola tropicale nella visiera
parasole sopra il sedile del conducente. È l’immagine classica che
un impiegato potrebbe avere sul calendario da parete per ispirarsi
durante i momenti di stasi del proprio lavoro.
Uscito nel 2004, il film posiziona
Max come il volto del secolo a venire, qualcuno il cui lavoro non
prevede pensione o assistenza sanitaria e il cui capo è solo una
voce alla radio, fin troppo pronto a “estorcere un lavoratore”,
come dice Vincent. Vincent suggerisce di sindacalizzarsi, ma Max si
dice che questo lavoro è temporaneo. L’unico problema è che lo fa
da 12 anni. Questo lo lascia bloccato in una routine in cui tutto
ciò che fa è parlare del suo sogno agli altri. Instaura un buon
rapporto con Annie, quindi è disposto a condividerlo con lei e
persino a darle la cartolina, che lo lascia con il suo biglietto da
visita al suo posto. Tuttavia, con Vincent, Max è più cauto, forse
perché Vincent riesce a vedere oltre tutte le sue stupidaggini da
sognatore ma non da realizzatore.
L’illusione del progresso
Nel corso di
Collateral, vediamo Max entrare in contatto con il
suo Vincent interiore, riutilizzando le battute che ha sentito dal
personaggio di Cruise per difendersi. All’inizio, quando Vincent
dice a Max: “Tu sei uno di quelli che agiscono invece di parlare”,
c’è una nota di scherno, perché sappiamo che non è vero per Max.
Mentre aspetta che le stelle si allineino e tutto sia “perfetto”,
Max è diventato uno dei plebei descritti da Vincent che, dopo più
di un decennio, è ancora bloccato nello “stesso lavoro, stesso
posto, stessa routine”. Anche se è sempre in movimento, sempre in
viaggio, sempre al lavoro, Max in realtà sta solo girando in tondo
per Los Angeles, senza fare alcun progresso verso il suo sogno.
Questo è ciò che porta Vincent a
rimproverarlo prima che il film lasci il taxi per passare alla
metropolitana, dove entrambi sono passeggeri. Per Max, è un colpo
devastante quando Vincent dice: “Un giorno. Un giorno il mio
sogno si realizzerà. Una notte ti sveglierai e scoprirai che non è
mai successo. Tutto ti si è rivoltato contro e non succederà mai.
All’improvviso, sei vecchio. Non è successo e non succederà mai.
Perché non l’avresti mai fatto, comunque. Lo spingerai nella
memoria, poi ti rilasserai sulla tua poltrona reclinabile,
ipnotizzato dalla TV diurna per il resto della tua vita. Non
parlarmi di omicidio. Tutto ciò che serviva era un acconto su una
Lincoln Town Car. O quella ragazza. Non puoi nemmeno chiamare
quella ragazza. Che cazzo ci fai ancora a guidare un
taxi?“
Quando il successo supera
l’umanità
Descritto in vari modi come un
“sociopatico senza scrupoli” e un “super assassino carnivoro”,
Vincent rappresenta il professionista orientato agli obiettivi,
spinto al successo a prescindere da chi ferisce. Le ultime parole
che escono dalla sua bocca prima che Max lo uccida in modo
improbabile alla fine di Collateral sono “Lo
faccio per vivere”. Fino alla fine, Vincent è concentrato sul suo
lavoro, escludendo tutto il resto, persino la più elementare
empatia umana. Per sua stessa ammissione, è “indifferente” alla
sofferenza degli altri. Come osserva Max, Vincent manca delle
“caratteristiche standard che dovrebbero essere presenti nelle
persone”.
È un lavoratore a contratto, un
killer, che opera nel settore privato e non ha diritto a nessun
congedo per malattia retribuito. “Non incontro persone”, afferma
Vincent. Il suo attuale capo, Felix Reyes-Torrena (Javier Bardem), non sa nemmeno che
aspetto abbia. Non hanno mai avuto una conversazione faccia a
faccia, il che permette a Max di fingersi Vincent e di opporsi a un
altro capo che è pronto a licenziare il suo dipendente nel momento
stesso in cui il dipendente gli presenta un problema.
Il problema è che Vincent ha perso
la sua lista, tutte le informazioni sui suoi obiettivi, perché Max
l’ha gettata da un ponte pedonale sull’autostrada. Dato che Vincent
è solo un collaboratore indipendente e non un vero e proprio
dipendente, Reyes-Torrena si aspetta che risolva la situazione da
solo. “Chiedere scusa non rimette insieme Humpty Dumpty”. Il
destino di Vincent è prefigurato all’inizio di
Collateral dall’aneddoto che racconta su un uomo
morto nella metropolitana e rimasto lì per sei ore prima che
qualcuno se ne accorgesse. Questo avviene subito dopo che lui
definisce Los Angeles “troppo estesa, disconnessa”, una frase che
potrebbe facilmente riferirsi alla società moderna in generale.
La società e l’individuo
Con i capelli lisciati all’indietro
e il pizzetto, il personaggio di Ruffalo, Ray, sembra quasi un
poliziotto uscito da un altro film di Mann.
Collateral lo presenta come un raggio di speranza,
e si pensa che verrà in soccorso, ma invece la sua morte diventa il
momento “Tutto è perduto” della sceneggiatura. Per Vincent, un
personaggio motivato dal successo a scapito della vita umana,
questo tizio con un distintivo non conta quasi nulla. Ecco perché
uccide Ray come se fosse un nulla, come se volesse infrangere con
disinvoltura l’intera legge sotto forma di un solo uomo. Cosa conta
la morte di una persona rispetto al genocidio ruandese e ai sei
miliardi di persone sul pianeta?
Questa è la mentalità che Vincent
porta con sé negli uffici del procuratore generale degli Stati
Uniti alla fine di Collateral. La sua presenza lì
mette in pericolo il tessuto stesso della società. Max può vedere
il collasso in tempo reale; è al telefono con l’ultimo obiettivo a
sorpresa di Max, Annie, e guarda Vincent che viene a prenderla
attraverso le finestre. Solo quando Max interviene e il sognatore
agisce, riesce a impedire la morte di lei e la sua. La cinepresa
assume spesso una prospettiva divina, guardando dall’alto del cielo
notturno il taxi di Max mentre si muove per le strade.
La legge non salverà la situazione
laggiù; è troppo facile infrangerla. E come vediamo in
Collateral, suonare il clacson per chiedere aiuto
attira solo l’attenzione dei rapinatori. “Consolati sapendo che non
hai mai avuto scelta”, gli dice Vincent. Eppure, alla fine, Max ha
una scelta. Può essere il cambiamento che vuole vedere. Nel film,
la responsabilità di dare il via al proprio sogno e preservare
l’ordine non ricade su forze o istituzioni esterne, ma
sull’individuo.
Uscito nel 2006 e diretto da Ron Howard(regista di Rush e Heart of the Sea), Il codice Da Vinci è l’adattamento
cinematografico dell’omonimo best seller di Dan Brown,
romanzo che ha dominato le classifiche internazionali nei primi
anni Duemila. Il film traduce sul grande schermo un intreccio
costruito su enigmi, simboli e teorie storico-religiose
controverse, mantenendo la struttura investigativa del libro. La
trasposizione si confronta con un materiale narrativo densissimo,
puntando su un ritmo serrato e su una messa in scena che alterna
dialoghi esplicativi a sequenze di suspense ambientate tra musei,
chiese e luoghi simbolici europei.
Dal punto di vista del genere, l’opera si colloca tra il thriller
cospirazionista e il mystery a sfondo storico, con evidenti
richiami alla tradizione del romanzo enigmista e del racconto
investigativo colto. Al centro vi sono temi come il conflitto tra
fede e conoscenza, il potere delle istituzioni religiose, la
manipolazione della verità storica e il ruolo del simbolo come
chiave interpretativa della realtà. La narrazione si sviluppa
attorno a un mistero legato al Santo Graal e a presunti segreti
custoditi per secoli, costruendo un impianto drammaturgico che fa
leva su rivelazioni progressive e colpi di scena concatenati.
All’interno della
filmografia di Ron Howard, il film rappresenta una
delle produzioni più ambiziose e commercialmente rilevanti,
distante per tono da opere più intime come A Beautiful Mind ma
coerente con l’interesse del regista per storie ad alta tensione
narrativa. Per Tom
Hanks, interprete del professore Robert
Langdon, segna l’ingresso in una saga di successo che valorizza la
sua figura di protagonista razionale e rassicurante, chiamato a
districarsi tra codici e complotti. Proprio per la centralità
dell’enigma che struttura l’intero racconto, nel resto
dell’articolo verrà proposta una spiegazione dettagliata del finale
e delle sue implicazioni simboliche.
La trama di Il Codice
Da Vinci
In occasione del lancio del suo
libro, lo scrittore Robert Langdon (Tom
Hanks) è a Parigi per presiedere ad un
seminario sulla simbologia. L’incontro, tuttavia, è bruscamente
interrotto dal tenente Collet che ha bisogno delle conoscenze di
Langdon per un caso d’omicidio. L’anziano curatore del Museo del
Louvre, Saunière (Jean-Pierre
Marielle), è stato brutalmente assassinato. Con le sue
ultime forze, tuttavia, l’uomo ha lasciato un indizio e ha composto
con il suo sangue uno schema simile a quello dell’Uomo vitruviano
di Leonardo da Vinci, accompagnato dalla scritta “P.S. Trova Robert
Langdon’” Ad uccidere l’uomo è
stato Silas (Paul
Bettany), lugubre monaco dell’Opus Dei, in cerca della
“chiave di volta” posseduta dal Priorato di Sion.
Mentre Langdon giunge sul luogo
dell’omicidio, Silas chiama il misterioso “Maestro” e segue la
Linea della Rosa fino alla chiesa di Saint-Suplice in cerca
dell’oggetto. Dopo aver saputo dell’omicidio, la
crittologa Sophie Neuve (Audry
Tautou) si reca al Louvre e riesce a parlare con Robert.
La donna lo informa che i sospetti della polizia ricadranno su di
lui, a causa del messaggio di Saunière, e lo sprona a risolvere il
caso prima di essere formalmente accusato di un crimine mai
commesso. Dopo aver cercato di risolvere una confusionaria sequenza
di Fibonacci, i due scovano altri indizi sui quadri di da Vinci,
conservati nel museo. Il simbolo del giglio, storicamente
rappresentante l’ordine dei Cavalieri Templari, fornisce una nuova
pista.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto de Il Codice Da Vinci, Robert Langdon e
Sophie Neveu seguono gli indizi lasciati da Jacques Saunière, che
li conducono prima a un cryptex contenente un messaggio cifrato,
poi a una serie di località storiche tra Francia e Inghilterra. La
tensione aumenta quando scoprono che Sir Leigh Teabing,
apparentemente un alleato, è in realtà il Teacher, artefice del
complotto per ottenere il Graal. Dopo uno scontro con Teabing e la
fuga da Silas, Langdon decifra il codice del cryptex usando la
parola “APPLE”, un richiamo simbolico alla scoperta scientifica di
Newton, ottenendo così l’ultima chiave verso il Graal nascosto.
Langdon e Sophie proseguono il loro viaggio fino a Rosslyn Chapel,
in Scozia, seguendo il misterioso indizio che porta a un
sotterraneo segreto. Lì, scoprono che la tomba di Maria Maddalena è
stata rimossa, e Sophie apprende che la sua famiglia è morta in un
incidente d’auto e che Saunière non era suo nonno, ma il custode
della sua sicurezza. La giovane discende dunque dall’albero
genealogico di Cristo. I membri della Priory of Sion accolgono
Sophie, assicurandole protezione, mentre Langdon fa ritorno a
Parigi, completando così la risoluzione della trama principale e
dei legami familiari nascosti.
Il finale chiarisce il ruolo di Teabing come antagonista, la cui
ossessione per smascherare la Chiesa lo porta a manipolare Silas e
sfruttare Langdon e Sophie. La soluzione del cryptex e l’arrivo a
Rosslyn Chapel mostrano come l’enigma iniziale non fosse solo un
gioco di logica ma un percorso simbolico e storico. Il film collega
elementi di religione, scienza e mito, enfatizzando il tema della
verità nascosta e della ricerca della conoscenza. Il finale rivela
inoltre la rete di tradizioni, protezioni e inganni che circondano
il Graal.
In parallelo, la risoluzione evidenzia la maturazione dei
personaggi: Langdon, guidato dalla razionalità e
dall’interpretazione dei simboli, completa il suo percorso
investigativo; Sophie scopre la propria identità e il proprio ruolo
storico, affermando la continuità di una tradizione millenaria. Il
film sottolinea il conflitto tra conoscenza e potere, mostrando
come il mistero e il simbolismo possano sfidare istituzioni
consolidate. La chiusura del racconto con la scoperta del Graal
rappresenta la vittoria dell’ingegno e della curiosità sulla
cospirazione e sulla repressione delle informazioni.
Il messaggio finale de
Il Codice Da Vinci riflette la rilevanza della
memoria storica e del patrimonio simbolico nella costruzione della
nostra identità. La scoperta di Sophie come ultima discendente di
Cristo e il ritrovamento del Graal sottolineano il valore della
verità nascosta e della protezione della conoscenza. Il film invita
lo spettatore a interrogarsi sul rapporto tra mito e realtà, fede e
ragione, e sul significato della ricerca intellettuale come
strumento di emancipazione personale e collettiva, enfatizzando la
centralità del simbolo nella storia e nella cultura
occidentale.