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E venne il giorno: la spiegazione del finale del film di M. Night Shyamalan

La narrazione visiva è uno strumento così potente che può suscitare risate, sentimenti e sensazioni di terrore nella mente del pubblico. Soprattutto quando si tratta di un film horror o thriller, può immergere un gruppo di spettatori in un’altalena di paura e suspense. M. Night Shyamalan è noto per la sua capacità di giocare con il terrore o la suspense attraverso la sua narrazione. Il sesto senso (1999) o Split (2016) sono alcuni dei film horror più notevoli e brillanti della sua carriera. Tra questi si colloca anche E venne il giorno (qui la recensione), del 2008, con protagonisti Mark Wahlberg e Zooey Deschanel.

La trama di E venne il giorno

La storia si svolge in una soleggiata mattina a Central Park, New York, dove un gruppo di persone viene colpito da un gas tossico rilasciato nell’aria dalle piante. Il gas velenoso influisce sulle capacità cognitive delle persone e le rende confuse e distanti, portandole infine al suicidio. La storia ruota principalmente attorno a un insegnante di scienze, Elliot Moore (interpretato da Mark Wahlberg), sua moglie Alma (Zooey Deschanel) e alcune altre persone che cercano di fuggire da questa situazione disastrosa nella loro città natale, Filadelfia. Tuttavia, la situazione si fa sempre più intensa, rendendo impossibile per loro fuggire così rapidamente.

Qual è la ragione dietro ai suicidi di massa?

Il disastro naturale in E venne il giorno è inquietante e complesso da spiegare perché è invisibile e ambiguo per tutta la durata della storia. Si suppone che le piante siano responsabili di questi eventi catastrofici, poiché emettono una neurotossina nociva che altera le funzioni cerebrali degli esseri umani. La neurotossina influenza direttamente le capacità cognitive delle persone, compromettendo la loro capacità di conservare la memoria. I primi segni o sintomi di questo evento sono confusione e perdita dei ricordi, ma non ci vuole molto tempo perché abbia effetti fatali. Ben presto, le persone colpite perdono le loro capacità cognitive e la loro voglia di vivere, spingendole a togliersi la vita in modo brutale.

Il disastro non viene mai menzionato esplicitamente nel corso del film, anche se emergono molte speculazioni e teorie. Elliot, essendo lui stesso un insegnante di scienze, cerca di trovare una ragione logica e spiega a sua moglie che questa neurotossina colpisce gli esseri umani seguendo una folata di vento. Conclude che questa tossina può danneggiare solo le persone in un grande gruppo, quindi è meglio dividersi in piccoli gruppi per sopravvivere a questa minaccia. Tuttavia, la teoria di Elliot viene successivamente smentita quando la neurotossina uccide una donna anziana che si trova da sola nel suo giardino. Nessuna teoria o logica può dunque definire l’origine, la causa o la soluzione di questa situazione minacciosa nel film.

Mark Whalberg in E venne il giorno

La spiegazione del finale del film E venne il giorno

Elliot e Alma si uniscono a Julian e sua figlia Jess per lasciare Filadelfia, credendo di aver trovato finalmente qualcuno disposto ad aiutarli e ad accompagnarli fuori dalla città. Tuttavia, Julian non può unirsi a loro perché deve tornare nella città dove si sta recando sua moglie. Chiede quindi a Elliot di prendere Jess e prendersi cura della bambina. L’uomo sa che non c’è alcuna certezza che tornerà vivo, quindi, con la speranza nel cuore, torna indietro per andare a prendere sua moglie. Sfortunatamente, durante il tragitto, viene colpito dalla neurotossina e si uccide pugnalandosi.

Elliot e Alma si prendono intanto cura di Jess come se fosse loro figlia e non la perdono mai di vista. Nel frattempo, Elliot fa amicizia con due ragazzini che stanno fuggendo da questo pericolo per sopravvivere. Con l’aiuto dei ragazzi, individua una casa dove spera di trovare del cibo e un posto dove passare la notte. Sfortunatamente, un gruppo di sopravvissuti eccessivamente sospettosi e armati uccide i ragazzi e spaventa Elliot e Alma, costringendoli ad abbandonare la proprietà. Alla fine, Elliot, Alma e Jess trovano una villa di proprietà di una signora anziana che sembra losca e scortese. La signora offre loro la cena e un posto dove stare, ma è anche vittima della paranoia.

Accusa costantemente Elliot di essere un ladro e un assassino, pensando che possa essere venuto a casa sua per ucciderla. Il giorno seguente, quando Elliot fa del suo meglio per convincerla che è innocuo, la signora non si fida delle sue parole. Tuttavia, mentre esce dalla sua villa, una folata di vento che trasporta la neurotossina la colpisce, causandole una morte orribile. Elliot non può uscire a causa della tossina, ma scopre con orrore che sua moglie Alma e Jess non sono nella villa. Si trovano in una baracca vicina, dove sono bloccate a causa della tossina nociva all’esterno. Elliot chiede loro di rimanere dove sono e continua a comunicare con loro con l’aiuto di un condotto che collega i due luoghi.

Mentre è bloccato nella villa della vecchia signora, Elliot si sente isolato e distaccato dalla sua famiglia. D’altra parte, anche Alma si sente bloccata e ansiosa perché è più preoccupata per quella bambina, Jess, che per se stessa. Tuttavia, Elliot e Alma cercano di evitare tutti i malintesi e di parlarne in questa situazione. Ricordano alcuni dei momenti più felici della loro vita e si rendono conto che si amano ancora come sempre. Rendendosi conto che la morte sta bussando alla loro porta, sia Elliot che Alma accettano il loro destino imminente e decidono di uscire dalla villa per salutarsi per sempre. Ma, sorprendentemente, quando escono, il vento smette improvvisamente di soffiare, rendendo l’ambiente normale come prima.

E venne il giorno film 2015

I temi di E venne il giorno

E venne il giorno tratta dell’assurdità e dell’impenetrabilità della vita, che va oltre la nostra conoscenza e comprensione. Il disastro naturale descritto nel film è un fenomeno inspiegabile che alla fine nessuna logica può definire. La catastrofe inizia all’improvviso e si ferma senza alcun intervento da parte dell’umanità. Tuttavia, questo evento catastrofico può essere visto come un avvertimento naturale all’umanità. Gli esseri umani hanno oppresso gli elementi naturali per secoli. Dalla deforestazione all’estinzione di molte specie, l’equilibrio del nostro ecosistema è stato compromesso.

Questa catastrofe naturale causata dalle piante potrebbe essere un messaggio di avvertimento per gli esseri umani. Il perdono della natura ha incoraggiato le persone a commettere ulteriori atrocità, quindi questa volta agisce contro gli esseri umani, sperando in un cambiamento. Se le persone non smetteranno presto le loro azioni ingiuste contro la natura, potrebbero presto assistere a forme ancora più orribili di calamità naturali. Inoltre, il film tratta anche del legame umano rappresentato dalla relazione tra Elliot e Alma in questo momento di pericolo. Il modo in cui si riconciliano e si riuniscono trasmette la necessità dell’amore e dell’unità anche in mezzo al pericolo.

Come mai tutto torna improvvisamente alla normalità?

Il finale non menziona esplicitamente il motivo per cui il disastro naturale si ferma improvvisamente nella parte nord-orientale degli Stati Uniti. Gli scienziati e gli esperti sono all’oscuro quanto la gente comune. Intanto, Alma ed Elliot adottano Jess, scoprendo poi di aspettare anche un figlio tutto loro. La parte nord-orientale degli Stati Uniti è a questo punto libera da questa minaccia naturale, ma sfortunatamente un evento simile si verifica in Francia. Qui, in una mattina soleggiata, un gruppo di turisti viene improvvisamente colpito da quest’aria velenosa, che li costringe a fermarsi e a uccidersi, segno che l’orrore può riprendere da un momento all’altro.

Io vi troverò: la spiegazione del finale del film

Io vi troverò: la spiegazione del finale del film

Quello del revenge movie è da sempre un filone di film particolarmente popolari e acclamati, dove l’eroe intraprende una spedizione punitiva nei confronti di quanti hanno ucciso o rapito dei suoi cari. Negli anni sono diversi i titoli che hanno riconfermato la fortuna di questo genere, da Vendetta finale a Io sono vendetta. Uno dei più importanti e riconosciuti a livello internazionale è però Io vi troverò, titolo italiano di Taken, film scritto dal regista francese Luc Besson e diretto da Pierre Morel. Oggi considerato un vero e proprio cult, questo fu anche il primo di una fortuna trilogia.

L’idea alla base del film è delle più semplici, con un padre disposto a tutto pur di ritrovare e proteggere sua figlia. Nelle mani di Besson e Morel, però, tale progetto si trasforma in qualcosa di più grande, con tanta adrenalinica azione e molta emotività. Il merito dei due autori sta proprio nel dosare al meglio questi ingredienti, dando vita ad un’opera intelligente, capace di intrattenere ed emozionare. In questo approfondimento, andiamo alla scoperta di ciò che accade nel suo finale.

La trama di Io vi troverò (Taken)

Bryan Mills (Liam Neeson) è un ex agente della CIA che tiene molto a sua figlia Kim (Maggie Grace) e desidera partecipare attivamente alla sua vita. La sua capacità di farlo, però, è ostacolata dalla rottura con Lenore (Famke Janssen) e dal suo matrimonio con il benestante Stuart St. John. Kim vive con la madre e il patrigno e Bryan si sente un estraneo. Tuttavia, cerca di rimanere coinvolto e di aiutare Kim al meglio delle sue possibilità. Bryan desidera compiacere Kim ed esprimere il suo amore attraverso atti di cura. Come regalo di compleanno, le compra un apparecchio per il karaoke, dimostrando di conoscere la sua aspirazione a diventare una cantante. Ma Stuart le ruba la scena regalandole un cavallo, e il regalo di Bryan appare inutile al confronto.

Questa scena identifica il dilemma di Bryan: non può eguagliare le risorse finanziarie di Stuart e i suoi sforzi per impressionare Kim si rivelano infruttuosi. Tuttavia, l’impegno definitivo di Bryan si trova nel suo comportamento coraggioso e non attraverso regali tangibili. Come consulente di sicurezza privata, salva la cantante pop Sheerah da un’aggressione. Come ringraziamento, Sheerah promette di assistere Kim assumendo una valutazione canora professionale e mettendola in contatto con un agente. Bryan ne approfitta, dimostrando che non si limita a favorire gli obiettivi di Kim con dei regali, ma le apre vere e proprie porte professionali.

Perché Bryan è riluttante a lasciare che Kim vada a Parigi?

Bryan Mills esita a lasciare che sua figlia Kim si rechi a Parigi perché è molto preoccupato per la sua sicurezza. Essendo un agente della CIA in pensione, conosce i pericoli del mondo più di chiunque altro. L’idea che due ragazze di 17 anni viaggino da sole lo mette a disagio, perché sa che potrebbero essere vulnerabili a minacce che non sono preparate a gestire. Il suo scetticismo ha radici nell’esperienza piuttosto che nella semplice iperprotettività. Quando Kim chiede il permesso, Bryan inizialmente rifiuta, ritenendo che non sia sicuro. Tuttavia, alla fine cede dopo aver visto quanto lei sia turbata. La sua decisione non è dettata dalla fiducia, ma piuttosto dalla volontà di evitare ulteriori conflitti e di mantenere il rapporto con lei.

Nonostante la firma del modulo di consenso, rimane cauto, cosa che si giustifica in seguito quando scopre che Kim ha mentito sullo scopo del viaggio. All’aeroporto, Bryan scopre che Kim e Amanda non stanno facendo un tour artistico, ma intendono seguire gli U2 in Europa. Questo tradimento rafforza i suoi timori. Si rende anche conto che Lenore era a conoscenza della menzogna ma non è intervenuta. Lenore sostiene che Kim ha dovuto ingannare Bryan a causa del suo carattere severo. Questa rivelazione frustra Bryan, perché conferma la sua convinzione che Kim sia ingenua sui pericoli del mondo e che l’indulgenza di Lenore metta a rischio la figlia.

Cosa succede a Kim a Parigi?

L’entusiasmo di Kim per il viaggio si trasforma in un incubo. All’aeroporto di Parigi, Kim e Amanda si imbattono in Peter, un giovane di bell’aspetto che si offre di dividere il taxi con loro, visto che i taxi a Parigi costano molto. Kim esita ma accetta. Peter sembra amichevole e scatta persino una foto alle ragazze usando il telefono di Kim. Tuttavia, le sue intenzioni si rivelano diverse quando fa una telefonata, annunciando la loro posizione ad alcuni gruppi non identificati. Non appena raggiungono l’appartamento, Kim diventa apprensiva. Sa che Amanda ha mentito sulla presenza dei cugini a Parigi e che quindi sono completamente soli.

Questo non va giù a Kim, ma Amanda non pensa che abbiano già mentito sul viaggio a Bryan. La spensierata e spericolata Amanda è desiderosa di fare festa e di vivere la vita, trascinando Kim con sé, completamente ignara del pericolo in agguato. Mentre Kim parla al telefono con Bryan, dei ladri si introducono nell’appartamento e rapiscono Amanda. Bryan, prevedendo la minaccia, non reagisce nervosamente ma ordina a Kim di nascondersi sotto il letto. Registra anche la loro conversazione, consapevole che il tempo è fondamentale.

Pur tremando per la paura, Kim obbedisce alle sue istruzioni e fornisce importanti informazioni sui rapitori, tra cui un uomo barbuto, alto un metro e ottanta, con un tatuaggio a forma di luna e stella sulla mano destra. Uno dei rapitori afferra il telefono di Kim. Bryan, senza mezzi termini, lo minaccia di lasciare andare Kim o di affrontare conseguenze mortali. Il rapitore lo deride: “Buona fortuna”, non rendendosi conto delle capacità e della determinazione di Bryan. Questo è l’inizio della missione di Bryan, che ha una sola mente, per salvare sua figlia.

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Cosa scopre Bryan sul rapimento di Kim?

Bryan scopre presto la macabra realtà del rapimento di Kim. Con l’aiuto del suo amico della CIA Sam, esamina la telefonata registrata durante il rapimento di Kim. Riconosce i rapitori come una banda albanese guidata da Marko, che gestisce un traffico di esseri umani. Sam avverte Bryan che, in base ai casi precedenti, se Kim non verrà salvata entro 96 ore, sarà perduta per sempre. Questo spinge Bryan a proseguire senza sosta. Quando Bryan arriva a Parigi, rintraccia l’ultimo luogo conosciuto di Kim. Guardando una foto sul suo telefono, vede il riflesso di Peter. Seguendo Peter all’aeroporto, Bryan lo sorprende mentre cerca di adescare un’altra vittima.

Cerca di ottenere informazioni con la forza, ma viene interrotto e si scatena un inseguimento ad alta velocità. Prima che Bryan riesca ad arrestarlo, Peter viene investito da un camion e ucciso, interrompendo una pista fondamentale. Bryan si rivolge al suo contatto, Jean-Claude, un ex agente dei servizi segreti diventato ufficiale di polizia. Jean-Claude lo avverte di non farsi coinvolgere, ma gli fornisce un indirizzo collegato ai trafficanti albanesi. Fingendosi un cliente, Bryan piazza un dispositivo di ascolto su un protettore, che lo conduce a un bordello improvvisato in un cantiere. Lì trova una ragazza drogata che indossa la giacca di jeans di Kim.

Dopo un violento scontro e un inseguimento ad alta velocità, salva la ragazza e la aiuta a riprendersi dalla droga. In seguito, la ragazza rivela il luogo in cui Kim è stata tenuta prigioniera per l’ultima volta. Travestito da Jean-Claude, Bryan si infiltra in un rifugio albanese con la scusa di rinegoziare la tangente della polizia. Con l’inganno, Marko si rivela facendogli ripetere le parole “buona fortuna”, una frase che aveva sentito durante il rapimento di Kim. Ne segue una lotta brutale che provoca la morte di diversi trafficanti.

Perquisendo la casa, Bryan scopre il corpo senza vita di Amanda, morta per overdose, una tragica conseguenza delle operazioni della banda. Deciso a ottenere risposte, Bryan tortura Marko con l’elettricità. Marko confessa che Kim, essendo vergine, è stata subito venduta al mercato nero. Identifica l’acquirente come Patrice Saint-Clair, un potente leader del crimine. Lasciando Marko a morire fulminato, Bryan ha ora il suo prossimo obiettivo.

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La spiegazione del finale di Io vi troverò (Taken): Come è coinvolto Jean-Claude nel racket?

Jean-Claude, un ex agente dei servizi segreti francesi diventato ufficiale della polizia nazionale, è segretamente coinvolto nel traffico di esseri umani. Invece di fermare la banda di albanesi, fornisce loro protezione in cambio di tangenti. La sua corruzione permette a criminali come Marko e Saint-Clair di operare liberamente, rendendo Parigi un centro di traffico. Dopo aver appreso del coinvolgimento di Saint-Clair, Bryan si rende conto che Jean-Claude sa più di quanto abbia ammesso. Bryan lo affronta nel suo appartamento, chiedendo informazioni.

Quando Jean-Claude si rifiuta di collaborare, Bryan adotta un’azione drastica, sparando a sua moglie nel braccio. Questa mossa violenta ma calcolata costringe Jean-Claude a rivelare la posizione di Saint-Clair. Una volta ottenute le informazioni necessarie, Bryan fa perdere i sensi a Jean-Claude, assicurandosi che non sia più una minaccia. Bryan si infiltra poi in un’asta clandestina di traffico sessuale nella villa di Saint-Clair, dove Kim è l’ultima ragazza in vendita. Sapendo di dover agire in fretta, costringe un offerente, Ali, ad acquistare Kim. Tuttavia, prima di poter fuggire con lei, Bryan viene sopraffatto e catturato.

Saint-Clair, resosi conto dell’identità di Bryan, ordina ai suoi uomini di giustiziarlo. Ma Bryan, abile e implacabile, riesce a liberarsi, uccidendo tutti gli scagnozzi che gli si parano davanti. Un Saint-Clair in fin di vita, desideroso di salvarsi, rivela che Kim è stato portato su uno yacht di proprietà dello sceicco Raman. Senza esitare, Bryan giustizia Saint-Clair e punta allo yacht. Bryan rintraccia lo yacht e si lancia in un assalto solitario, abbattendo sistematicamente tutte le guardie del corpo di Raman, compreso Ali.

Alla fine raggiunge la cabina principale, dove Raman tiene Kim sotto la minaccia di un coltello. Lo sceicco cerca di contrattare per la sua vita, ma Bryan non negozia. Uccide rapidamente Raman, garantendo la sicurezza di Kim. Dopo aver salvato Kim, Bryan torna negli Stati Uniti e la sorprende portandola a conoscere la pop star Sheerah, mantenendo la promessa fatta in precedenza di sostenere i suoi sogni di cantante. Nonostante il trauma, l’incessante ricerca di Bryan dimostra quindi che farà di tutto per proteggere sua figlia.

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Wonder Man: la recensione della nuova serie Marvel Television

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Wonder Man: la recensione della nuova serie Marvel Television

Negli ultimi anni si è parlato tanto di “superhero fatigue”, letteralmente: affaticamento da supereroi. In soldoni, ce ne sono troppi e non tutti sono interessanti. Ma l’espressione è stata così abusata che è diventata un luogo comune. Eppure, se questa stanchezza esiste davvero, non nasce tanto dall’idea dei supereroi in sé quanto dall’iperproduzione seriale del marchio: Marvel Studios. Dopo un anno cinematografico sottotono e una fase televisiva altalenante, Marvel Television sembra però aver finalmente imboccato una strada diversa. Wonder Man, nuova serie in arrivo su Disney+ dal 28 gennaio con tutti e sei gli episodi disponibili, è il segnale più chiaro di questa inversione di rotta.

Wonder Man, la rinascita televisiva dei Marvel Studios?

wonder-manDopo l’entusiasmo iniziale generato da WandaVision e Loki, molte serie live-action del MCU hanno dato l’impressione di essere idee cinematografiche ridimensionate e diluite in formato televisivo. Wonder Man, al contrario, nasce e vive come serie TV, con una struttura, un ritmo e un’ambizione narrativa perfettamente calibrati per il piccolo schermo.

Sotto la guida di Brad Winderbaum, Marvel Television sembra finalmente più selettiva e consapevole. Accanto a progetti come Daredevil: Rinascita e X-Men ’97, Wonder Man rappresenta probabilmente il miglior risultato seriale Marvel dai tempi di Loki, ma lo fa percorrendo una strada completamente opposta: niente multiverso, niente catastrofi globali, niente agganci forzati a eventi futuri del franchise.

Una storia minimale, sorprendentemente universale

La trama di Wonder Man è volutamente disarmante nella sua semplicità. Simon Williams (Yahya Abdul-Mateen II) è un attore di talento ma senza fortuna, intrappolato in audizioni fallimentari e sogni mai realizzati. La svolta arriva quando incontra Trevor Slattery (Ben Kingsley), ex finto terrorista e attore shakespeariano in fase di riabilitazione, che lo introduce a un progetto destinato a cambiare tutto: il remake del film supereroistico preferito di Simon, Wonder Man.

Il paradosso narrativo è il cuore della serie: Simon possiede davvero dei superpoteri, ma in un mondo in cui agli individui superumani è vietato recitare. Il Dipartimento del Controllo dei Danni diventa così una presenza minacciosa ma mai invadente, più burocratica che un vero e proprio villain. Wonder Man non costruisce misteri artificiali né minacce nascoste: è, prima di tutto, il racconto di un uomo che cerca il proprio posto nel mondo.

Un MCU insolitamente intimo e a basso rischio

La scelta più radicale della serie è l’abbattimento totale delle “stakes” tipiche del MCU. Wonder Man contiene una sola scena d’azione in sei episodi, e non solo non se ne sente la mancanza, ma il risultato è una narrazione più matura e concentrata sui personaggi. Destin Daniel Cretton e Andrew Guest firmano una slice-of-life comedy che guarda più a Atlanta o The Studio che a qualsiasi altro prodotto Marvel.

Il tono oscilla con naturalezza tra satira dell’industria dell’intrattenimento e momenti di autentica malinconia, affrontando temi come l’identità, il fallimento, la dipendenza e il bisogno di redenzione. Se c’è un limite nella scrittura, è una certa insistenza sul meccanismo del “non detto” tra i personaggi, ma si tratta di un difetto marginale in un impianto narrativo solido e coerente.

Yahya Abdul-Mateen II e Ben Kingsley: cuore pulsante della serie

Wonder Man serie MarvelIl vero punto di forza di Wonder Man è la coppia protagonista. Yahya Abdul-Mateen II costruisce un Simon Williams profondamente umano, fragile, spesso egoista e lontanissimo dall’archetipo del supereroe morale e incorruttibile. È un personaggio che non vuole essere definito dai suoi poteri, ma dal suo talento e dalla sua sensibilità artistica, rendendolo uno dei protagonisti più interessanti mai visti nel MCU.

Accanto a lui, Ben Kingsley firma una performance sorprendentemente intensa nei panni di Trevor Slattery. Da macchietta odiata in Iron Man 3 a figura tragica e complessa, Trevor trova qui una delle redenzioni più riuscite dell’intero universo Marvel. La chimica tra Kingsley e Abdul-Mateen è straordinaria e trasforma Wonder Man in una serie basata prima di tutto sulle relazioni, non sugli effetti speciali.

Una boccata d’aria fresca per il futuro del MCU

In un anno che vedrà il MCU tornare a pieno regime con produzioni più rumorose e spettacolari, Wonder Man arriva come una pausa necessaria. È una serie misurata, emotiva, sorprendentemente adulta, che dimostra come il genere supereroistico possa ancora raccontare qualcosa di nuovo semplicemente cambiando prospettiva.

Accessibile anche a chi non ha familiarità con il MCU, Wonder Man è uno di quei rari titoli capaci di parlare a pubblici diversi senza rinunciare alla propria identità. Più che un esperimento, è una dichiarazione d’intenti: se questo è il futuro della Marvel televisiva, la tanto citata “affaticamento da supereroi” potrebbe finalmente diventare solo un ricordo.

The Paper: la recensione della serie spinoff di The Office con Sabrina Impacciatore

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Dopo vent’anni esatti da quando una troupe documentaristica entrava negli uffici della Dunder Mifflin di Scranton, Greg Daniels torna a maneggiare il mockumentary che ha cambiato per sempre la sitcom americana. The Paper, nuova serie Peacock in arrivo in Italia su Sky e NOW dal 26 gennaio con tutti gli episodi, non è un revival diretto di The Office, ma ne rappresenta una derivazione dichiarata, consapevole e volutamente prudente. Il risultato è una comedy che non tenta di reinventare il genere, ma preferisce rifugiarsi nella comfort zone di un linguaggio televisivo ormai codificato.

The Paper: ritorno al mockumentary tra nostalgia e continuità

Il punto di partenza di The Paper è tanto semplice quanto efficace: la stessa troupe che aveva documentato le vicende di Scranton si sposta a Toledo, Ohio, per raccontare la lenta agonia del Toledo Truth Teller, storico quotidiano locale ormai ridotto a una manciata di dipendenti e a un ruolo marginale nel panorama informativo. Il collegamento con The Office è narrativamente giustificato dall’acquisizione della Dunder Mifflin da parte di Enervate, conglomerato che possiede anche il giornale.

Daniels e il co-creatore Michael Koman scelgono di non modernizzare eccessivamente la formula: camera a spalla, interviste frontali, silenzi imbarazzanti e tempi comici dilatati sono esattamente quelli che il pubblico conosce bene. In un panorama televisivo che negli anni ha visto proliferare mockumentary di successo come Parks and Recreation, Abbott Elementary e St. Denis Medical, The Paper si presenta come un ritorno alle origini più che come un’evoluzione.

Una redazione in disfacimento come specchio dell’industria

Il cuore della serie è la redazione del Truth Teller, un ambiente lavorativo claustrofobico, disorganizzato e privo di reali ambizioni. A guidare il tentativo di rinascita è Ned Sampson (Domhnall Gleeson). La sua etica del lavoro e il suo entusiasmo fuori tempo massimo lo rendono un protagonista perfettamente in linea con la tradizione dei “capi sbagliati” cari a Daniels.

Intorno a lui ruota una galleria di personaggi volutamente sopra le righe: Mare Pritti (Chelsea Frei), unica vera giornalista rimasta, ridotta a impaginare comunicati stampa; Nicole Lee (Ramona Young), responsabile della circolazione che ricorre a pratiche quantomeno discutibili; Barry (Duane Shepard Sr.), presenza quasi spettrale; e soprattutto Esmerelda Grand, interpretata da Sabrina Impacciatore, decisamente sopra le righe.

Sabrina Impacciatore e il peso del carisma

Esmerelda è senza dubbio il personaggio più riuscito della serie. Interim managing editor, regina del clickbait e figura larger-than-life, incarna una teatralità che sfiora la caricatura, ma che trova nella performance di Impacciatore una forza comica irresistibile. Il suo successo negli Stati Uniti dopo The White Lotus viene qui sfruttato con intelligenza: The Paper gioca sul sicuro, affidandosi al suo carisma per dare ritmo e personalità alle scene più statiche.

Il conflitto tra Esmerelda e Ned, costantemente sabotato anche da Ken Davis (Tim Key), responsabile strategico di Enervate, diventa il vero motore narrativo della serie, più ancora delle dinamiche redazionali.

Una prima stagione in crescita, tra incertezze e potenziale

Come già accaduto per The Office e Parks and Recreation, anche The Paper soffre di evidenti problemi di assestamento nella prima metà della stagione. I primi episodi appaiono rigidi, con battute che non sempre vanno a segno e interpreti ancora in cerca di una chiara identità per i propri personaggi. La sensazione iniziale è quella di assistere a una lunga prova generale.

La svolta arriva con il quinto episodio, “Scam Alert!”, in cui un’indagine su un catfisher online permette alla serie di fondere satira, narrazione e dinamiche di gruppo in modo finalmente armonico. Da quel momento in poi, The Paper trova un equilibrio più solido e costruisce episodi memorabili, dimostrando di avere un potenziale comico autentico.

More of the same, ma consapevole

The Paper è un prodotto che non corre rischi. Omaggia apertamente The Office, ne ricalca le dinamiche e ne aggiorna il contesto all’era digitale, spostando l’attenzione dal mondo della carta per ufficio a quello, altrettanto fragile, del giornalismo locale. Non innova, non sorprende, ma conosce perfettamente il proprio pubblico e gli offre esattamente ciò che si aspetta.

Un “more of the same” ben confezionato, che potrebbe non conquistare nuovi spettatori, ma che ha tutte le carte in regola per diventare una serie di conforto, capace di raccontare con ironia e malinconia un’industria in declino che, come suggerisce la serie stessa, vale ancora la pena difendere.

Crime 101 – La Strada del Crimine: il nuovo trailer italiano

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Crime 101 – La Strada del Crimine: il nuovo trailer italiano

Il nuovo trailer di Crime 101 – La Strada del Crimine, il thriller interpretato da Chris Hemsworth (Avengers: Endgame, Furiosa: A Mad Max Saga), Mark Ruffalo (Avengers: Endgame, Povere Creature!) e Barry Keoghan (Gli Spiriti dell’Isola, Saltburn).

Tratto dall’acclamato racconto di Don Winslow, il film è scritto e diretto da Bart Layton (American Animals, L’impostore – The Imposter). Nel cast anche Monica Barbaro (A Complete Unknown), Corey Hawkins (Il colore viola), Jennifer Jason Leigh (The Hateful Eight), Nick Nolte (Cape Fear – Il promontorio della paura, Die My Love) e il premio Oscar® Halle Berry (Moonfall).

Crime 101 – La Strada del Crimine sarà al cinema da giovedì 12 febbraio distribuito da Eagle Pictures.

La trama di Crime 101 – La Strada del Crimine

L’avvincente ed elegante thriller Crime 101 – La Strada del Crimine racconta la storia di Davis (Chris Hemsworth), un ladro sfuggente le cui rapine magistralmente pianificate hanno da tempo lasciato la polizia senza indizi.  Davis sta organizzando il colpo più ambizioso della sua carriera — quello che spera possa essere l’ultimo — quando il suo cammino si incrocia con quello di Sharon (Halle Berry), una disillusa assicuratrice con cui è costretto a collaborare, e di Orman (Barry Keoghan), un rivale dai metodi molto più pericolosi. Con l’avvicinarsi del furto multimilionario, l’inarrestabile tenente Lubesnik (Mark Ruffalo) si avvicina alla verità, facendo crescere la tensione e rendendo sempre più sottile il confine tra cacciatore e preda. Ognuno dei protagonisti dovrà confrontarsi con il prezzo delle proprie scelte — e con la consapevolezza di essere ormai oltre il punto di non ritorno.

Crime 101 – La Strada del Crimine è scritto e diretto da Bart Layton (American Animals,L’impostore – The Imposter).

La stanza di Mariana: recensione del nuovo film sull’olocausto

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La stanza di Mariana: recensione del nuovo film sull’olocausto

L’avvicinarsi del 27 gennaio porta con sé la necessità di ricordare, di non dimenticare ciò che è accaduto per fare in modo che il male non si ripeta (o almeno questa è la speranza). In corrispondenza del Giorno della Memoria, anche il cinema diventa un’arma potente, e La stanza di Mariana ce lo dimostra ancora una volta. Il film, diretto da Emmanuel Finkiel, nasce da una collaborazione tra più paesi nella produzione, in particolare Francia, Ungheria, Belgio e Israele. La stanza di Mariana racconta uno scorcio ben preciso della Seconda guerra mondiale, attraverso gli occhi di due figure sensibili, una donna e un bambino. Il cast è formato da figure note prevalentemente nel panorama cinematografico nazionale: Mélanie Thierry (Zero Theorem) qui interpreta Mariana, una prostituta, mentre Artem Kyryk è nei panni del piccolo Hugo, bambino ebreo che viene ospitato e salvato da Mariana. Altre figure rilevanti sono interpretate da Julia Goldberg (Sorelle e delitti) e Yona Rozenkier, rispettivamente nei ruoli di Yulia e Yacov.

La stanza di Mariana: il silenzio che salva

In una piccola cittadina dell’Ucraina, nel 1942, ormai essere ebrei non è più sicuro, così Hugo e sua madre sono costretti alla fuga. A costo di mantenere il figlio al sicuro, la donna lo affida alla sua ultima amica, Mariana, una triste prostituta con dei problemi con l’alcol. Hugo passerà da vivere le sue giornate all’aria aperta a giocare con la giovane amichetta Anna, a guardare le stagioni passargli davanti attraverso le fessure nell’armadio in cui è nascosto.

Hugo continuerà ad aggrapparsi alla speranza attraverso un intreccio di ricordi felici, proiettando le persone a lui più care all’interno dello spazio angusto che è la sua nuova casa. Ma Hugo non è solo: Mariana ha promesso di proteggerlo e lo farà ad ogni costo. Ed è proprio così che tra i due si crea uno stretto legame che dona a entrambi la speranza di andare avanti. E così le stagioni continuano a susseguirsi, e la guerra a farsi sempre più aspra: la vita per Hugo e Mariana diventa sempre più complicata, e la paura che i nazisti scoprano il bambino nascosto aumenta sempre di più.

La stanza di Mariana: un legame indissolubile

Il primo elemento che emerge con maggiore dirompenza in La stanza di Mariana è certamente la crescita personale dei due personaggi principali, Hugo e Mariana. Hugo all’inizio del film è un bambino silenzioso e spaventato, abituato a una vita di agi e di spensieratezza; con l’avanzare delle vicende diventa chiara la sua crescita, nel modo in cui affronta le situazioni che gli si pongono davanti, nel coraggio che dimostra di avere.

Mariana dal canto suo è una donna chiaramente infelice, che vive un’esistenza fatta di continua finzione, senza alcun affetto vicino; l’arrivo di Hugo cambierà questo. Tra i due si crea un rapporto di fiducia e di sostegno reciproco; se da un lato inizialmente per il bambino la donna diventa una figura quasi materna, di riferimento, diventa chiaro come nel volgere verso la fine sarà Hugo a tentare di prendersi maggiormente cura di Mariana.

Dialogo tra realtà e sogno

Fin dalle prime scene di La stanza di Mariana si crea questo interessante alternarsi di realtà e sogno nella mente di Hugo. Il primo esempio si ritrova proprio nella visione della madre che torna dal figlio pochi istanti dopo averlo lasciato a Mariana, non volendo dividersi da lui. A questa seguiranno tante visioni che diverranno un modo per Hugo di convivere con la sua nuova quotidianità senza impazzire. Così si creano delle forme di dialogo tra il bambino e la madre o il padre, i parenti e gli amici.

A questi dialoghi immaginari si aggiungono i flashback del bambino, ricordi di un passato felice. Anna sembra spesso essere protagonista di queste visioni: loro che immaginano di baciarsi, o di essere in posti lontani, Anna che lo invita a giocare lanciando palle di neve alla sua finestra.

Anche lo stesso finale resta aperto tra realtà e sogno. In un dopoguerra non più roseo della guerra stessa, uno spirale di luce si apre: sarà un lieto fine o solo l’immaginazione di un bambino solo?

La stanza di Mariana ci ricorda ancora una volta di non dimenticare ciò che è accaduto, per evitare che riavvenga e questo assume certamente un’importanza anche maggiore nella realtà mondiale dilaniata da guerre e tensioni in cui viviamo oggi. La guerra non era e non è solo quella combattuta dai soldati, ma è anche la sofferenza di donne e bambini che ne subiscono solamente le conseguenze.

A Knight of the Seven Kingdoms – intervista ai protagonisti

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A Knight of the Seven Kingdoms – intervista ai protagonisti

In occasione della presentazione a Roma di A Knight of the Seven Kingdoms, abbiamo intervistato Peter Claffey e Tanzyn Crawford che interpretano Ser Duncan l’Alto e Tanselle nella serie HBO disponibile su HBO Max. Ecco cosa ci hanno raccontato!

Qui la recensione della serie completa

Con Ben – Rabbia Animale (e non solo), gennaio 2026 si conferma un ottimo “mese di horror”

Gennaio è in genere un metaforico piatto di avanzi al cinema, soprattutto per quanto riguarda l’horror. Negli USA, il cartellone di gennaio è solitamente pieno di titoli rimasti fuori dalla promozione della stagione dei premi, titoli che vengono distribuiti ma per i quali gli studi non nutrono troppa fiducia. Per l’horror questo è particolarmente vero, poiché gennaio è spesso pieno di thriller a basso budget e film di sottogenere mal commercializzati che non hanno praticamente alcuna possibilità di avere un impatto al botteghino.

Tuttavia, dopo il 2025 eccezionale che il genere horror ha appena trascorso e l’entusiasmante programma per il 2026 che ci aspetta, potrebbe esserci un cambiamento nelle opportunità che l’horror ha di avere un impatto nella monotonia dei mesi invernali. Il pubblico ha iniziato ad affluire in massa per i film horror, soprattutto quando le recensioni sono positive. La detta tendenza si è interrotta per il 2026, con una lista di horror di alto profilo che hanno chiamato in sala molti spettatori. A partire da 28 Anni Dopo: il Tempio delle Ossa.

Gennaio 2026 presenta un programma horror straordinario rispetto agli anni precedenti

Negli ultimi anni, ogni gennaio ha avuto essenzialmente un film horror “principale”, che riceve una discreta promozione rispetto alla maggior parte degli altri film usciti quel mese. Nel 2025, quel film era Wolf Man, un remake moderno basato molto liberamente sull’iconico mostro della Universal di Leigh Whannell (L’uomo invisibile). Wolf Man è stato una delusione di critica e al botteghino, incassando solo 32,5 milioni di dollari con un budget di 20 milioni di dollari.

Nel 2024 l’attrazione principale è stata Night Swim, un film su una piscina infestata (letteralmente) che ha avuto un discreto ritorno per il suo modesto budget di 15 milioni di dollari (52,5 milioni di dollari), ma ha ottenuto solo il 19% di punteggio su Rotten Tomatoes. Tornando al 2023, troverete il successo a sorpresa M3gan, ma praticamente nient’altro.

Johnny Sequoyah in Ben - Rabbia Animale (2025)Gennaio 2026 è un trionfo strepitoso in confronto. Nel mercato USA, il mese è iniziato con il film horror zombie We Bury the Dead, ampiamente sottovalutato ma acclamato dalla critica, con Daisy Ridley, che ha fatto naufragio al botteghino ma è certificato Fresh su Rotten Tomatoes con un 85%. A seguire, Ben – Rabbia Animale, lo slasher sugli scimpanzé, anch’esso certificato Fresh con un 79% a una settimana dalla sua uscita. Il film arriverà in Italia il prossimo 29 gennaio, distribuito da Eagle Pictures e con una buon passaparola da Oltreoceano.

Il mese si chiuderà con Send Help, un survival horror con Rachel McAdams e Dylan O’Brien che segna il ritorno alla regia del leggendario Sam Raimi per la prima volta da quando ha diretto Dr. Strange nel Multiverso della Follia della Marvel. Sarà anche il primo film horror che dirige dall’acclamato horror soprannaturale del 2009 Drag Me To Hell. Quindi l’attesa per Send Help e Ben – Rabbia Animale è giustamente alta.

Gennaio potrebbe diventare un punto fermo per l’horror

Gli appassionati di horror saranno appagati a gennaio, come si dice, e potrebbe essere l’inizio di una nuova tendenza. Mentre gli studi cinematografici continueranno probabilmente a usare gennaio come mese di scarico per altri generi, gli incassi di film come Ben – Rabbia Animale, 28 Anni Dopo: il Tempio delle Ossa e Send Help potrebbero incoraggiare gli studi a considerare gennaio un mese più “appetitoso“.

Ella McCay Perfettamente Imperfetta, dal 5 febbraio in esclusiva su Disney+

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Ella McCay Perfettamente Imperfetta debutterà il 5 febbraio in esclusiva su Disney+ a livello internazionale. Il film 20th Century Studios condivide la storia della vita familiare in tutti i suoi momenti difficili e comici, e tutto ciò che sta nel mezzo.

Guarda il trailer del film

Dopo una lunga carriera come produttore di film quali 17 anni (e come uscirne vivi) e Ci sei Dio? Sono io, Margaret., oltre che per il lavoro di lunga data nella serie I Simpson, James L. Brooks ha sentito il bisogno di dedicare nuovamente le sue energie alla scrittura di una storia originale. “Il mio obiettivo con questo film era rendere omaggio, per quanto possibile, all’età d’oro della commedia cinematografica, gli anni ‘40 e ‘50… La sfida è stata quella di mantenere lo stesso spirito folle di quell’epoca, pur prendendo sul serio gli inevitabili scossoni, i dolori e le insidie dell’essere umani”, spiega Brooks. Mentre la sceneggiatura di Brooks approfondisce il tema dei traumi infantili e dei loro effetti a lungo termine, Ella McCay Perfettamente Imperfetta tratta essenzialmente del riconoscimento dell’amore e della creazione di un senso di famiglia ovunque abbiamo la fortuna di trovarlo, indipendentemente da quanto possano essere complicati i membri di quella stessa famiglia.

Cortesia di 20th Century Studios

Il film 20th Century Studios Ella McCay Perfettamente Imperfetta invita il pubblico a seguire un percorso di drammi umani con piacevoli deviazioni verso momenti comici inaspettati, fino ad arrivare a una conclusione commovente che rivela che “non esiste una parola opposta a trauma, ma la speranza ci si avvicina molto”.

Ella McCay Perfettamente Imperfetta

Il film racconta la storia di una giovane donna idealista, alle prese con la gestione della famiglia, tutt’altro che perfetta, e della sua passione per il lavoro. Scritta e diretta da James L. Brooks, questa commedia fresca e commovente parla delle persone che ami e di come sopravvivere a loro.

Ella McCay Perfettamente Imperfetta vanta un cast stellare che include Emma Mackey, Jamie Lee Curtis, Jack Lowden, Kumail Nanjiani, Ayo Edebiri, Spike Fearn, Rebecca Hall, Julie Kavner, Becky Ann Baker, Joey Brooks con Albert Brooks e Woody Harrelson. Il film è prodotto da James L. Brooks, p.g.a., Richard Sakai, p.g.a., Julie Ansell, p.g.a., Jennifer Brooks.

Lyonel Baratheon è il migliore rappresentante “di famiglia” visto negli adattamenti dai romanzi di George R.R. Martin

Lyonel Baratheon è uno dei migliori nuovi personaggi apparsi in A Knight of the Seven Kingdoms, forse è perché combina i migliori aspetti di tre Baratheon principali visti ne Il Trono di Spade. I primi due episodi di AKOTSK hanno introdotto una serie di nuovi personaggi.

Nella serie HBO, molti personaggi hanno nomi familiari, le loro case sono le stesse di Game of Thrones e di House of the Dragon. Tuttavia, come ha dimostrato Ser Manfred Dondarrion (Daniel Monks), le persone nelle case spesso si comportano in modo diverso rispetto ai loro antenati e discendenti. Lyonel, tuttavia, ricorda molto la sua discendenza Baratheon vista in Game of Thrones.

Lyonel Baratheon è uno dei migliori nuovi personaggi di A Knight of the Seven Kingdoms

Il primo episodio di A Knight of the Seven Kingdoms è molto diverso dalle puntate iniziali delle altre serie de Le Cronache del Ghiaccio e del Fuoco, offrendo umorismo, leggerezza e momenti di tranquillità. Il momento clou, se così si può definire, è una festa, ma di tutt’altro tipo rispetto alle Nozze Rosse.

Quando Dunk (Peter Claffey) si ritrova di fronte al Signore di Capo Tempesta, Lyonel Baratheon (Daniel Ings), si potrebbe pensare che sia nei guai per aver partecipato ai festeggiamenti senza offrire un dono alla Tempesta Ridente. Invece, Lyonel si affeziona al massiccio cavaliere e i due si sfidano in una gara di danza.

Lyonel è un personaggio vorticoso, che si è guadagnato rapidamente il suo soprannome. È affascinante, feroce, divertente e non disdegna di aiutare un cavaliere che tutti gli altri hanno dato per spacciato. Il suo sorriso illumina la tenda, ma genera tanto rispetto che tutti tacciono quando parla. Lyonel è un Baratheon fino al midollo.

Lyonel unisce i lati migliori dei suoi discendenti della Casa Baratheon di Game of Thrones

Lyonel è un antenato dei Baratheon che compaiono in Game of Thrones: Robert (Mark Addy), Renly (Gethin Anthony) e Stannis (Stephen Dillane). Ognuno di questi Baratheon ha i suoi difetti, ma hanno anche molti pregi, e sono tre dei personaggi più simpatici della serie.

Forse Lyonel è così accattivante perché incarna il meglio di questi fratelli. Lyonel ama bere e fare festa, ma è anche temibile e formidabile, proprio come Robert. È generoso con ciò che ha e affascinante, fa subito amicizia con Dunk e lo guida nel suo viaggio, proprio come Renly.

Lyonel è anche giusto e saggio, come Stannis. Rimprovera Dunk per il suo passo falso, ma poi gli permette di restare. I fratelli Baratheon sembravano aspetti diversi della stessa persona in Game of Thrones, ed è forse per questo che hanno fallito. Lyonel è il pacchetto completo in A Knight of the Seven Kingdoms, e per questo è un vincitore.

A Knight of the Seven Kingdoms, episodio 2: i Targaryen fanno la loro entrata in scena

Il principale dilemma di Dunk, quando arriva ad Ashford Meadow, è che non ha alcun modo di dimostrare di essere stato nominato cavaliere. L’inizio dell’episodio 2 di A Knight of the Seven Kingdoms mostra Dunk che racconta e continua la storia di Ser Arlan, sperando che qualcuno di alto rango presente al torneo possa ricordare il suo maestro e garantire per la sua investitura a cavaliere. Tuttavia, quando i Targaryen reali arrivano ad Ashford, dando ufficialmente il via alla giostra, il sogno di Dunk sembra destinato a svanire.

I Targaryen sono arrivati ufficialmente al torneo

Durante gli eventi di A Knight of the Seven Kingdoms, Daeron II Targaryen è il re di Westeros. Il sovrano non si reca personalmente ad Ashford nell’episodio 2, ma vi arrivano due dei suoi figli, il principe Baelor e il principe Maekar. Baelor è l’erede al Trono di Spade e attuale Primo Cavaliere del Re, mentre il fratello minore Maekar si trova molto più indietro nella linea di successione.

Mentre Dunk osserva questi principi Targaryen mentre vengono accolti da Lord Ashford, ha un’interazione spiacevole con il principe Aerion, figlio di Maekar. È subito evidente che Aerion è una persona estremamente sgradevole. È, a tutti gli effetti, l’equivalente del Principe Joffrey di A Knight of the Seven Kingdoms: un reale arrogante che trae piacere nel trattare con crudeltà chi considera inferiore.

Dunk scopre che due principi Targaryen sono scomparsi

Il principe Maekar ha quattro figli, ma Aerion è l’unico ad arrivare al torneo come parte del seguito Targaryen. Nell’episodio 2 di A Knight of the Seven Kingdoms, Dunk scopre un passaggio di servizio che conduce alla dimora di Lord Ashford. Una volta entrato, si avvicina alla sala dove i fratelli hanno iniziato a sistemarsi. È in questo momento che Dunk sente dire che Maekar ha perso di vista due dei suoi figli.

Il principe Daeron e il principe Aegon risultano scomparsi da un giorno durante gli eventi dell’episodio 2. Mentre Dunk origlia la conversazione, sente Baelor affermare che Maekar non avrebbe mai dovuto ordinare a Daeron di prendere parte al torneo, lasciando intendere che il giovane principe fosse riluttante a scendere in campo. L’erede Targaryen aggiunge di essere certo che Daeron e Aegon si faranno vivi, anche se la strana figlia di Lord Ashford dice a Dunk che i principi sono probabilmente morti.

Il principe Baelor Targaryen conferma la cavalleria di Dunk

Per quanto Dunk sia grande e impacciato, non sorprende che i principi Targaryen scoprano il suo nascondiglio nell’episodio 2 di A Knight of the Seven Kingdoms. Maekar gli ordina di mostrarsi, ed è in quel momento che Dunk decide di tentare il tutto per tutto. Spiega al futuro re che non potrà competere se nessuno potrà garantire per lui, e che nessuno dei cavalieri presenti sembra ricordare Ser Arlan. La sua ultima speranza è che il principe Baelor sia diverso.

Miracolosamente, Baelor ricorda il maestro di Dunk. Rammenta che Ser Arlan di Pennytree non aveva mai vinto un torneo, ma che «non si era mai disonorato». Naturalmente, il fatto che Ser Arlan fosse un vero cavaliere non dimostrava che Dunk fosse stato il suo scudiero. Così Baelor decide di metterlo alla prova: afferma che Ser Arlan aveva disarcionato il Leone Grigio in un torneo passato e chiede a Dunk quale fosse il vero nome di quell’avversario, qualcosa che Dunk avrebbe dovuto sapere se avesse davvero sentito quella storia così tante volte come sosteneva.

Dunk esita per un attimo, ma alla fine riesce a rispondere che il Leone Grigio è Ser Damon Lannister, ora Lord di Castel Granito. Baelor sembra sinceramente soddisfatto della risposta. Garantisce per il cavaliere errante e conferma al Maestro dei Giochi che Dunk può competere. Con la benedizione del futuro Re di Westeros, non può più esserci alcun dubbio: Ser Duncan l’Alto è un vero cavaliere dei Sette Regni.

Il nuovo sigillo e l’armatura di Dunk spiegati

Quando Dunk lascia i principi Targaryen, Baelor gli fa notare che questo cavaliere appena riconosciuto dovrà far ridipingere il suo scudo, poiché solo un membro della famiglia di Arlan può giostrare con quel sigillo. Questo conduce Dunk da Tanselle Troppo-Alta, la ragazza dorniana che aveva già visto esibirsi nello spettacolo di burattini. Quando Tanselle gli dice di essere lei a dipingere i burattini, Dunk le chiede se può ridipingere il suo scudo con un nuovo emblema.

Con l’aiuto di Egg, Dunk concepisce il nuovo disegno. Su uno sfondo del colore del tramonto, al centro del sigillo vuole un olmo, come quello sotto cui lui ed Egg avevano campeggiato. Sopra l’albero ci sarà una stella cadente, in riferimento al presagio di buona fortuna visto la loro prima notte ad Ashford. Tanselle accetta di fare il lavoro, dopo che Dunk si rende piuttosto ridicolo con un goffo tentativo di corteggiamento.

Dopo aver consegnato lo scudo a Tanselle, Dunk va a parlare con Steely Pate, un fabbro noto per il suo lavoro eccellente e il suo approccio pratico. Diventa subito chiaro nell’episodio 2 di A Knight of the Seven Kingdoms che Dunk non può permettersi la sua armatura. Tuttavia, l’armiere sembra provare compassione per lui e accetta la vecchia armatura di Ser Arlan come pagamento parziale. Per coprire la differenza, Dunk vende la sua amata cavalla, Sweetfoot, con l’intenzione di ricomprarla quando sarà diventato un campione.

La rivelazione di Dunk su Ser Arlan nell’episodio 2 spiegata

L’episodio 2 di A Knight of the Seven Kingdoms rappresenta un vero percorso di crescita per Dunk. In un certo senso, è qui che diventa un vero cavaliere. Prima di arrivare ad Ashford, non aveva un sigillo, non possedeva un’armatura adatta e non aveva alcuna prova della sua investitura. In effetti, è probabile (considerando il flashback visto nell’episodio 1) che Ser Arlan non abbia mai realmente nominato cavaliere Dunk. Tuttavia, nel corso dell’episodio 2, Ser Duncan l’Alto ottiene l’approvazione del principe Baelor e si assicura armi e sigillo propri.

Mentre compie tutti questi passi verso la piena cavalleria, Dunk riflette su chi fosse realmente Ser Arlan. L’episodio 2 si era aperto con scene del passato condiviso tra Arlan e Dunk. Alla fine dell’episodio, Dunk riconosce che Ser Arlan non era mai stato un campione e non aveva legami stretti, se non con il suo scudiero. Forse, in fin dei conti, non era stato un grande cavaliere.

Dunk amava il suo maestro come un padre. Tuttavia, dopo aver assistito ai primi eventi del torneo, Ser Duncan capisce di non voler seguire le orme di Arlan. Con il procedere di A Knight of the Seven Kingdoms, Dunk è determinato a diventare un cavaliere veramente grande, superando di gran lunga Ser Arlan. Naturalmente, se il suo sogno si realizzerà dipenderà da come si svolgerà il Torneo di Ashford.

Rian Johnson spera che il futuro di Star Wars dia spazio a “nuove voci e registi” per raccontare “nuove storie in quel mondo”

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Rian Johnson è “emozionato di vedere” cosa farà Kathleen Kennedy dopo essersi dimessa dalla guida di Lucasfilm. Kennedy, che ha preso in carico il franchise di Star Wars dopo che George Lucas l’aveva scelta personalmente per dirigere Lucasfilm 14 anni fa, ha annunciato il suo ritiro dallo studio all’inizio di questo mese. Al suo posto ci saranno Dave Filoni e Lynwen Brennan.

“Adoro Kathy. Non vedo l’ora di vedere cosa farà in futuro”, ha detto Johnson al Variety Studio presentato da Audible mentre era al Sundance. “Come fan di Star Wars, la cosa più emozionante per me è sempre vedere quando portano nuove voci e nuovi registi a raccontare nuove storie in quel mondo. È quello che non vedo l’ora di vedere accadere di più”.

Rian Johnson ha diretto Star Wars: Episodio VIII – Gli ultimi Jedi e ha dichiarato: “Mi sono divertito un mondo a farlo. Ora sono una fan di “Star Wars” ancora più grande di quanto non lo fossi quando ho iniziato. Mi sentirei fortunata se ciò dovesse mai accadere [di nuovo]”.

Kelly Marie Tran, che ha interpretato Rose Tico in Gli ultimi Jedi e L’Ascesa di Skywalker, era presente anche lei al Sundance per promuovere il nuovo film “Rock Springs”. Interrogata al Variety Studio su cosa significasse per lei la leadership di Kennedy, la Tran ha detto che è “una grande perdita” che il franchise di “Star Wars” la stia perdendo.

“Ha avuto una carriera incredibile”, ha detto la Tran. “Avere qualcuno che non è solo una donna, ma che è così capace di ricoprire quel ruolo per così tanto tempo, è una cosa storica. Penso che sia una grande perdita, ma sono molto felice per tutti i cambiamenti che sta apportando alla sua vita”.

Dopo Gli ultimi Jedi del 2017, Rian Johnson avrebbe dovuto sviluppare un’altra trilogia di “Star Wars”. Ma il progetto non è mai decollato e Johnson si è dedicato alla scrittura e alla regia della trilogia di Knives Out.

Avengers: Secret Wars, un rumor rivela perché la Marvel sta ritardando la decisione di dividere il film

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All’inizio di questa settimana è stato riportato un rumor secondo cui i Marvel Studios potrebbero dividere Avengers: Secret Wars in due parti. Se ciò dovesse accadere, questo film e Avengers: Doomsday diventerebbero una trilogia, e si può sostenere che il potenziale narrativo sia sufficiente per renderla un’opzione praticabile.

La Disney è desiderosa di produrre un numero maggiore di sequel, e il franchise degli Avengers rimane uno dei più grandi al mondo. Inoltre, ritardare la fine della Saga del Multiverso dà allo studio un po’ più di tempo per assicurarsi che il reboot di X-Men di Jake Schreier sia il migliore possibile.

Daniel Richtman ha ora condiviso oggi un aggiornamento a riguardo, affermando che la Marvel Studios prenderà una decisione sulla divisione di Avengers: Secret Wars in due parti in base al successo di Avengers: Doomsday, in uscita a dicembre.

Con le riprese del film dovrebbero iniziare durante l’estate, una decisione presa a fine dicembre o inizio gennaio non darebbe ai fratelli Russo molto tempo per cambiare i loro piani, anche se supponiamo che abbiano già trovato un modo per espandere questa storia nel caso si decida di attuare questa opzione, consentendo loro di cambiare rapidamente marcia e girare due blockbuster uno dopo l’altro.

Naturalmente c’è da considerare anche la disponibilità dei tanti attori coinvolti, interpreti molto noti e con agende ricche di impegni. Non tutti potrebbero avere la possibilità di protrarre il proprio impegno con Avengers: Secret Wars, per cui occorrerebbe un’organizzazione piuttosto elaborata e pianificata con molto preavviso. È dunque possibile che, nel caso si decida di dividere in due film, la decisione verrà in realtà presa molto prima ed eventualmente resa nota solo in seguito.

Creatives: ecco quando arriverà la prima serie TV prodotta da Seven Stars

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Si chiama CREATIVES, è tratta da una storia VERA e arriverà su PRIME VIDEO, APPLE TV, GOOGLE TV in ULTRA HD. È la prima produzione targata SEVEN STARS, la nuova casa di produzione che fa il suo debutto proprio con questa serie.

Sei episodi, di circa 45 minuti ciascuno, per raccontare la biografia di un organismo pulsante e vivo: il progetto ambizioso di giovani coraggiosi che si sono messi in gioco, hanno rischiato, hanno voluto imprimere nella loro società i valori che hanno insegnato loro a crescere e a diventare donne e uomini. Una storia vera, non filtrata, non edulcorata. Una storia italiana, ma universale.

Perché ovunque ci sono giovani che lottano per qualcosa di più di un mero posto di lavoro. E ovunque c’è bisogno di esempi che, anche cadendo, insegnano a volare.

CREATIVES sarà disponibile a partire dal 20 febbraio 2026 in ULTRA HD su PRIME VIDEO, APPLE TV, GOOGLE TV in ULTRA HD.

Creatives – la serie

Nel cuore di una provincia che sembra troppo stretta per contenere certi sogni, un manipolo di giovani fonda un’agenzia diversa da tutte le altre. Un luogo vivo, pieno di energia e di visione, dove si lavora con passione, si cresce per legami. Si sbaglia. Si cambia. Ci si rialza.

In poco tempo, questa squadra supera i 150 dipendenti, diventando un esempio nazionale di un nuovo modo di fare impresa, abbattendo gerarchie, costruendo un modello fondato su una sola, radicale convinzione: prima vengono le persone.

A guidarli c’è un giovane idealista, che mescola l’irruenza del punk con l’etica profonda dei suoi cartoni animati giapponesi preferiti. Accanto a lui, un gruppo di volti diversi, ognuno con una storia da raccontare.

Ma quando tutto sembra prendere il volo, arriva la caduta. La pandemia spazza via sicurezze e slanci. I clienti si fermano. Lo stato tace. Le promesse si rompono. Chi ha costruito tutto a suon di sacrifici si rifiuta di mollare. Si ostina a salvare ogni singola persona, come se ognuno fosse parte di un’unica famiglia. Ma l’amore, a volte, non basta. Eppure, anche nella sconfitta, resta qualcosa che non può essere cancellato: l’esempio.

CREATIVES è la storia vera di un gruppo che ha creduto fino in fondo che il lavoro potesse essere un atto creativo, affettivo, di necessario cambiamento. È il racconto di chi ha provato a cambiare le regole e ne ha pagato il prezzo. È una serie sulla forza dell’ossessione, sulla bellezza dell’errore, sull’umanità che resiste anche quando tutto crolla.

  • Regia: Davide Manganaro
  • Con: Michelangelo Vizzini, Giulia Schiavo, le Donatella e con Luca Ward, Barbara De Rossi
  • Durata: 6 episodi da 45 minuti cad.
  • Data di uscita: 20 febbraio 2026

Odissea: il nuovo trailer televisivo rivela Travis Scott al fianco di Tom Holland e Jon Bernthal

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Gli spettatori statunitensi che domenica hanno seguito la trasmissione della Fox della finale AFC della NFL tra i New England Patriots e i Denver Broncos hanno potuto vedere un nuovo spot televisivo del film Odissea di Christopher Nolan, che ha offerto un primo assaggio sullo schermo di Travis Scott nel prossimo film epico del regista.

Il breve teaser (ricondiviso poi su X) mostra Scott in piedi su un tavolo mentre attira l’attenzione di un gruppo di soldati. Tra i guerrieri ci sono Telemaco, interpretato da Tom Holland, e Menelao, interpretato da Jon Bernthal. Odissea è il primo film per il grande schermo del cantante candidato ai Grammy e, di conseguenza, il trailer è diventato immediatamente virale sui social media.

Nel trailer, il personaggio di Scott sembra raccontare una storia. Dice: “Una guerra, un uomo, un inganno. Un inganno per abbattere le mura di Troia”. Dopo una serie di clip, continua dicendo: “Sta bruciando, urlando a terra”. Da queste poche parole si può intuire che sta narrando le gesta di Odisseo e di quanto compiuto durante la guerra di Troia. Il film non è la prima collaborazione tra Scott e Nolan. Il musicista aveva già registrato “The Plan” per la colonna sonora del film di fantascienza Tenet del regista nel 2020.

Qui di seguito, ecco il trailer poi diffuso in modo non ufficiale su YouTube:

Quello che sappiamo sul film Odissea di Christopher Nolan

Il film vanta un ricco cast composto da Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Lupita Nyong’o, Robert Pattinson, Charlize Theron, Jon Bernthal, Benny Safdie, John Leguizamo, Elliot Page, Himesh Patel, Mia Goth e Corey Hawkins. Per quanto riguarda la trama, questa segue Odisseo, il leggendario re greco di Itaca, nel suo pericoloso viaggio di ritorno a casa dopo la guerra di Troia. La narrazione descrive i suoi incontri con esseri mitici come il ciclope Polifemo, le sirene e la maga Circe, culminando nel suo tanto atteso ricongiungimento con la moglie Penelope.

Ad oggi sappiamo unicamente che Matt Damon interpreta Odisseo, mentre Tom Holland è suo figlio Telemaco, Jon Bernthal è Menelao, Benny Safdie è Agamennone e Charlize Theron è la Maga Circe. L’identità dei personaggi degli altri interpreti è ad oggi segreta. Sappiamo inoltre che Nolan ha girato il film interamente in formato IMAX, avvalendosi di nuove tecnologie realizzate appositamente per Odissea. Il regista ha inoltre limitato quanto più possibile l’uso di CGI, con l’obiettivo di ricreare quanto più possibile in modo pratico l’epico mondo descritto da Omero con il suo poema epico.

Odissea sarà distribuito al cinema da Universal Pictures dal 16 luglio 2026.

Taika Waititi afferma che il suo Star Wars deve essere “più indipendente” e che “non vede l’ora” di vedere il Thor di Chris Hemsworth in Avengers: Doomsday

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Il film di Star Wars di Taika Waititi è in fase di sviluppo dal 2020, quando Disney e Lucasfilm hanno annunciato che il premio Oscar per Jojo Rabbit avrebbe diretto un nuovo film del franchise scritto dalla sceneggiatrice di 1917, Krysty Wilson-Cairns. Non ci sono stati grandi aggiornamenti nei sei anni successivi, ma l’interesse per il progetto si è recentemente riacceso dopo che Kathleen Kennedy, ex capo di Lucasfilm, ha dichiarato il film era “ancora in qualche modo vivo“.

Cosa ha in serbo Waititi per i fan di Star Wars? “Sto solo cercando di tornare indietro e di sfruttare un po’ di più il divertimento dei film originali, che è ciò che ricordo di loro”, ha detto a Variety al Sundance in occasione della première di Fing!

“La posta in gioco è molto alta e ci sono cose serie in corso, ma c’è anche molto divertimento in quei film. È questo che cercavo di riportare in auge”, ha continuato Waititi. “Cercavo di lavorare in un mondo un po’ diverso da quello, perché ci sono così tante cose in corso in quello spazio. Per me, fare qualcosa lì, avrebbe dovuto essere un po’ diverso e un po’ più autonomo”.

Kennedy ha confermato a Deadline, dopo aver annunciato la sua uscita dalla Lucasfilm, che Waititi ha “consegnato una sceneggiatura che trovo esilarante e fantastica. Non è solo una mia decisione, soprattutto ora che ho già messo piede fuori dalla porta”.

Taika Waititi ha anche espresso il suo interesse nel vedere l’imminente Avengers: Doomsday, che vedrà il ritorno di Thor. Il regista ha diretto due film con Chris Hemsworth e ha detto che non è imbarazzante saltare la prossima avventura cinematografica del Dio del Tuono, con i fratelli Russo che dirigono Hemsworth questa volta.

“Thor c’era prima di me”, ha detto Waititi. “Le cose che Chris e io abbiamo fatto e come lo abbiamo plasmato in quella nuova versione… è stato per il bene superiore del franchise nel suo complesso. Non vedo l’ora di vedere questi film di “Avengers”. Stavo guardando “Infinity War” ed “Endgame” proprio due settimane fa. Sono così belli. Sono un buon amico dei fratelli Russo e mi piacerebbe vedere cosa stanno facendo.”

Chris Pratt voleva un attore AI per il ruolo di Rebecca Ferguson nel thriller fantascientifico Mercy

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Rebecca Ferguson interpreta un’intelligenza artificiale chiamata a fare da giudice nel nuovo thriller fantascientifico Mercy – Sotto accusa (leggi qui la recensione), ma Chris Pratt inizialmente voleva che la parte fosse assegnata a Oprah Winfrey o, meglio ancora, a un attore AI.

Il film vede Pratt nei panni del detective Chris Raven, che si ritrova sotto processo per l’omicidio di sua moglie, Nicole Raven (Annabelle Wallis). Il tribunale stabilisce che gli imputati devono dimostrare la loro innocenza a un giudice AI in 90 minuti o meno, pena l’esecuzione. Chris trascorre la maggior parte del film legato a una sedia e interagendo con il giudice Maddox (Ferguson) mentre cerca di dimostrare che qualcun altro è responsabile della morte di sua moglie.

Durante un’intervista con Entertainment Weekly, Pratt ha ora rivelato che prima che Ferguson fosse scelta per il ruolo, aveva proposto che il giudice Maddox fosse interpretato da un attore AI o da Oprah. Quest’ultima idea lo attirava per il suo umorismo, ma si rese presto conto che nessuna delle due opzioni avrebbe funzionato bene.

Ricordo di aver parlato delle varie persone che avrebbero potuto interpretare questi personaggi e all’inizio ho detto: “Dovremmo usare un’intelligenza artificiale, in modo che il giudice sia effettivamente un’intelligenza artificiale, e crearne una?” E tutti hanno risposto: “No, non credo”. E io ho detto: “Sì, non credo che sia una buona idea”. Quindi in realtà non è mai stata una possibilità, così come non lo è qualsiasi altra cosa quando ti concentri su quale sarà il risultato e quali saranno le scelte che dovrai fare. È uno sforzo collaborativo”, afferma l’attore.

È stupido, sarebbe stato stupido. Non aveva senso e sono contento che non l’abbiamo fatto. Ma una delle mie proposte iniziali era: “E se il mio personaggio potesse scegliere il giudice, e io potessi scegliere Oprah, o chiunque altro volessi?”. Perché in fin dei conti è solo un volto su uno [schermo]. E pensavo che sarebbe stato divertente avere Oprah in quel ruolo. È come quando guardi le scene tagliate e pensi: “Sì, c’è un buon motivo per cancellare quella scena”, ha aggiunto.

Le riprese di Mercy – Sotto accusa sono terminate nel maggio 2024 e, sebbene il concetto di attori AI fosse già controverso e fosse stato uno dei temi oggetto di discussione durante lo sciopero SAG-AFTRA del 2023, da allora la questione si è ulteriormente aggravata. Ciò è dovuto in gran parte alla controversia su Tilly Norwood, in cui la società di produzione Particle 6 sta cercando di convincere gli studi a comprare la loro “attrice” creato dall’intelligenza artificiale generativa.

Sebbene inizialmente Pratt fosse favorevole all’idea che il giudice Maddox fosse interpretato da una vera IA, la sua posizione sembra essere cambiata drasticamente dopo quelle discussioni. Durante la premiere newyorkese del film, ha dichiarato a Variety: “Ho sentito questa storia di Tilly Norwood, penso che siano tutte stronzate. Non l’ho mai vista in un film. Non so chi sia questa stronza. È tutto falso finché non diventa realtà“. Ha anche detto all’AP che ”l’intelligenza artificiale è creata dall’uomo, quindi non può essere Dio“ e ”è intrinsecamente imperfetta, e lo sarà sempre, perché è creata dalla fragilità dell’uomo“.

Arco – un’amicizia per salvare il futuro: il trailer del film candidato agli Oscar 2026

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I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection è lieta di portare nei cinema italiani dal 12 marzo il film di animazione ARCO – UN’AMICIZIA PER SALVARE IL FUTURO, diretto da Ugo Bienvenu, appena candidato agli Oscar® 2026 per la categoria Miglior Film d’Animazione.

Favola futurista ed ecologista, il film ha conquistato pubblico e critica a livello internazionale grazie al suo immaginario visionario, paragonato da alcuni all’opera di Hayao Miyazaki e dello studio Ghibli, e a una potente riflessione sul futuro del nostro pianeta.

Il film ha già collezionato numerosi premi, tra cui il prestigioso Cristal per il Miglior Lungometraggio all’edizione 2025 del Festival Internazionale del Film d’Animazione di Annecy, Miglior Film di Animazione agli European Film Awards, una candidatura ai Golden Globes 2026 nella categoria Miglior Film d’Animazione e, infine, è nella cinquina che concorre al premio più ambito del cinema mondiale.

Presentato in anteprima al Festival di Cannes e dopo l’anteprima nazionale a Lucca Comics & Games 2025, ARCO – UN’AMICIZIA PER SALVARE IL FUTURO vede protagonista un ragazzino di dieci anni proveniente da un lontanissimo futuro. Il suo mondo è sospeso tra le nuvole, le persone abitano in case autosufficienti costruite su alti piloni e la tecnologia è così avanzata che consente persino i viaggi nel tempo. Durante il suo primo salto temporale, il giovane Arco indossa una speciale tuta arcobaleno, un sofisticato dispositivo che permette di attraversare le epoche. Ma qualcosa va storto: Arco perde il controllo e precipita in un’epoca che per lui è il passato, ma che per noi è un futuro fin troppo vicino.

Ad accoglierlo è Iris, una ragazza della sua stessa età che vive in una grande metropoli dove le relazioni umane sono sempre più mediate dalla tecnologia. Tra i due nasce un legame profondo e inatteso, che spingerà Iris ad aiutare Arco a tornare a casa, in un viaggio emozionante che attraversa tempo e spazio.

Un racconto universale che interroga il rapporto tra progresso, ambiente e umanità, invitando a immaginare un futuro diverso. ARCO – UN’AMICIZIA PER SALVARE IL FUTURO di Ugo Bienvenu, un’opera di straordinaria bellezza e forza visionaria, sarà in sala dal 12 marzo distribuita da I Wonder Pictures in collaborazione con Unipol Biografilm Collection.

La trama di Arco – un’amicizia per salvare il futuro

E se gli arcobaleni fossero in realtà… dei viaggiatori del tempo? Arco ha dieci anni e viene da un lontanissimo futuro. Durante il suo primo viaggio con la tuta arcobaleno, perde il controllo e precipita in un tempo non suo. Iris, una ragazza della sua stessa età che lo ha visto cadere dal cielo, lo trova e decide di aiutarlo a tornare a casa. Sarà l’inizio di una colorata avventura per tutta la famiglia, tra Spielberg e Miyazaki, un’emozionante storia di amicizia premiata ad Annecy e candidata agli Oscar 2026 come Miglior Film d’Animazione.

Cristin Milioti dà un aggiornamento deludente sulla stagione 2 di The Penguin

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A più di un anno dalla sua uscita e dal successivo successo di critica e pubblico, non è ancora stata annunciata una seconda stagione di The Penguin. Spin-off di The Batman di Matt Reeves, la serie seguiva Oz Cobb/il Pinguino nel suo tentativo di affermare il proprio dominio come leader della malavita di Gotham City, con Cristin Milioti nel ruolo della sua principale rivale, Sofia Falcone.

La serie fa da ponte tra l’arco narrativo di Oz in The Batman e il suo sequel, ma introduce anche molti elementi della tradizione di Gotham e lascia alcune questioni in sospeso per Sofia. Di conseguenza, Milioti ha affrontato la possibilità di una seconda stagione mentre promuoveva Buddy con il co-protagonista Topher Grace al Sundance Film Festival 2026. Nell’estratto dall’intervista (che si può vedere qui), l’attrice afferma però di non sapere nulla di una seconda stagione e conferma di non avere neanche un cameo in The Batman – Parte II.

In precedenza, Milioti aveva parlato delle sue speranze per il personaggio di Sofia in un’ipotetica seconda stagione di The Penguin. “Sembrava proprio che ci fossero infinite possibilità su dove potesse andare”, ha dichiarato l’attrice. “Ovviamente, vorrei vederla uscire da Arkham. Questa è la cosa più importante. Non la voglio lì dentro. Quindi voglio vederla uscire e poi vendicarsi“.

Per quanto riguarda ciò che Sofia dovrebbe fare una volta uscita da Arkham per la seconda volta, Milioti ha detto: “Forse ora sarebbe ancora più imprevedibile, perché prima era piuttosto concentrata sul… conquistare il potere, ma a seconda di ciò che le succede lì dentro, potrebbe diventare un bersaglio ancora più grande”. In particolare, Sofia ha anche scoperto che Selina Kyle/Catwoman era sua sorellastra nell’episodio finale, il che potrebbe dare peso narrativo a una collaborazione nella seconda stagione di The Penguin o in un altro progetto legato a The Batman.

Da diversi mesi circolano però voci secondo cui la serie non avrebbe avuto una seconda stagione. Come Milioti, Farrell ha dichiarato di “non avere idea se succederà”, anche se, a differenza dell’attrice, la sua partecipazione a The Batman – Parte II è confermata. Da parte sua, la showrunner Lauren LeFranc ha detto: “Abbiamo sempre pensato che sarebbe stata una serie limitata, quindi passare a una seconda stagione è semplicemente diverso. Non è qualcosa di cui abbiamo mai parlato“.

Lo stesso Reeves ha rivelato che Sofia non sarebbe passata al lato cinematografico del Reeves-verse nell’autunno dello scorso anno. “Eravamo così immersi nella sceneggiatura di [Batman 2] quando abbiamo girato la serie”, ha spiegato. “Ma vedremo. Penso che lei sia incredibile. Quello che ha fatto nella serie è semplicemente sorprendente”.

Sebbene Reeves fosse entusiasta all’idea di lavorare con Milioti, lui e il co-sceneggiatore Mattson Tomlin erano “così avanti con la storia” che temevano che riscrivere il film per includerla avrebbe potuto “rovinare tutto”. Tuttavia, nonostante l’incertezza riguardo a The Penguin, è chiaro che Reeves vuole Sofia, e per estensione Milioti, nel suo universo di contenuti su Batman, il che significa che probabilmente apparirà di nuovo in futuro.

Ralph Ineson conferma che le riprese di Werwulf di Robert Eggers sono ufficialmente terminate

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Dopo oltre due mesi di riprese in Inghilterra, è ufficialmente terminata la produzione di Werwulf, il film horror in costume di Robert Eggers con Aaron Taylor-Johnson, Lily-Rose Depp e Willem Dafoe. Il thriller sui lupi mannari è ambientato nell’Inghilterra del XIII secolo e, secondo quanto riferito, i dialoghi della sceneggiatura rispecchieranno il dialetto dell’epoca. Per festeggiare la fine delle riprese, Ralph Ineson ha celebrato questo traguardo condividendo una foto scattata all’esterno del party di fine riprese di Werwulf sul suo account ufficiale X.

Anche il direttore della fotografia Jarin Blaschke ha confermato la conclusione delle riprese sulla sua pagina Facebook. Ha pubblicato una foto di alcune attrezzature e di alcuni stivali infangati con l’inequivocabile didascalia: “Le riprese in esterni di Werwulf sono terminate”. Ora Eggers ha più di 11 mesi per completare la post-produzione prima dell’uscita del film nelle sale prevista per il 25 dicembre 2026.

Cosa sappiamo di Werwulf

Werwulf è prodotto e distribuito a livello nazionale da Focus Features, mentre sarà distribuito a livello internazionale da Universal Pictures. Aaron Taylor-Johnson, Lily-Rose Depp, Willem Dafoe e Bodhi Rae Breathnach reciteranno nel film al fianco di Ralph Ineson. La sceneggiatura è stata scritta da Eggers e Sjón, che avevano già co-sceneggiato anche The Northman.

Il regista del film, Eggers, non è nuovo al genere horror. Ha diretto diversi film acclamati dalla critica, come The Witch e Nosferatu. Sebbene i dettagli della trama siano ancora avvolti nel mistero, si può presumere che il film ruoterà attorno all’iconico mostro. Finora, gli unici dettagli confermati sulla trama, oltre a quelli ovvi, sono che Werwulf sarà ambientato in una tranquilla cittadina dove il folklore della leggendaria creatura diventa realtà quando i suoi cittadini vengono perseguitati da una presenza misteriosa.

Werwulf uscirà nelle sale il giorno di Natale, il 25 dicembre 2026.

Chris Pine esclude un possibile ritorno del capitano Kirk in Star Trek 4

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Nel 2009, Star Trek di J.J. Abrams è stato un reboot cinematografico che ha ridefinito il modo in cui una generazione vede il franchise. Il film vedeva come protagonisti Chris Pine, Zachary Quinto, Zoe Saldaña e Karl Urban tra gli altri. Il film ha poi dato vita a due sequel, Into Darkness – Star Trek nel 2013 e Star Trek: Beyond nel 2016. Inizialmente era previsto un quarto capitolo, ma è rimasto in fase di sviluppo per quasi un decennio.

Ora, quando gli è stato chiesto di Star Trek 4 al Sundance Film Festival, Pine non si è mostrato particolarmente ottimista riguardo alla possibilità di riprendere il ruolo del capitano James T. Kirk. “Probabilmente ne sapete più di me”, ha detto l’attore (come riportato da Comic Book Resources). Per quanto riguarda i consigli che darebbe al prossimo equipaggio dell’Enterprise, Pine ha aggiunto: “Consigli? Divertitevi, buona fortuna, lunga vita e prosperità“.

Va notato che questa risposta è in netto contrasto con la precedente posizione di Pine su Star Trek 4. Ancora nel 2024, l’attore era entusiasta all’idea di riprendere il ruolo di Kirk. Pine ha ribadito che i membri del cast “si piacciono molto” e “si divertono molto a recitare insieme”. Inoltre, Pine ha trovato intrigante l’idea di interpretare un Kirk più anziano quasi un decennio dopo, per via di come ciò potrebbe influenzare il suo arco narrativo. “Ora sono molto più vecchio, quindi sarei curioso di sapere dove ci porterà la prossima storia in termini di cosa potrebbe essere e di cosa abbiamo detto alla stampa”, aveva concluso.

Oltre a Pine, anche Quinto, che ha interpretato il giovane Spock, si era detto “aperto all’idea”, sottolineando che, nonostante il loro universo inizi con i protagonisti in versione più giovane, non ci sono limiti di età in Star Trek. “Il cast originale ha girato film per decenni, fino a oltre i 50 e i 60 anni”, ha detto Quinto. “Le storie potrebbero essere diverse. Forse non correremo così veloci sugli altri pianeti, ma penso che tutto sia possibile“.

Penso che non ci sia niente di più appagante per un artista che tornare a qualcosa dopo che è passato del tempo e coltivare un rapporto con essa da una prospettiva completamente diversa e da un punto di vista completamente nuovo”, aveva concluso. Nonostante l’iniziale disponibilità di Pine e Quinto a tornare, Star Trek 4 è sembrato sempre meno probabile con il passare degli anni e il loro parere a riguardo potrebbe essere ora cambiato, almeno per quanto riguarda Pine.

Nel novembre 2025 è stato annunciato che era in fase di sviluppo un nuovo film di Star Trek, ma questo progetto sarebbe stato un altro reboot, estraneo ai film di Abrams. Jonathan Goldstein e John Francis Daley sono stati incaricati di scrivere la sceneggiatura, anche se non sono state fornite ulteriori informazioni sulla data di uscita. Sebbene Star Trek 4 sia effettivamente morto, il franchise è così vasto che la sua cancellazione non significa che Pine e Quinto non torneranno mai più, sia in un film, in un cartone animato o in una delle sue numerose serie.

Ben – Rabbia Animale: il primo horror del 2026 con un eccezionale 92% su Rotten Tomatoes arriva al cinema questa settimana

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Il 2026 si apre sotto il segno dell’horror più disturbante. Ben – Rabbia Animale, il nuovo film Paramount diretto da Johannes Roberts, ha debutta con uno straordinario 92% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, confermandosi come uno dei titoli più scioccanti dell’inizio anno.

Il film racconta la vacanza tropicale di una famiglia insieme al loro scimpanzé domestico, Ben. Quando l’animale viene morso da una creatura affetta da rabbia, l’equilibrio si spezza rapidamente: la malattia trasforma Ben in una presenza incontrollabile e violenta, dando vita a un incubo fatto di sangue, paura e perdita.

Secondo la critica, Ben – Rabbia Animale colpisce per la sua struttura essenziale ma efficacissima. Le recensioni parlano di un horror “crudele e diretto”, capace di alternare momenti di pura tensione a un sottotesto tragico che rende ancora più disturbante la spirale di violenza. Il film non si limita allo shock visivo, ma lavora sull’ambiguità morale e sull’orrore dell’inevitabile.

Non a caso, molti critici hanno paragonato il film a Cujo, il celebre adattamento cinematografico dell’opera di Stephen King, sottolineando come anche qui l’orrore nasca da una creatura innocente trasformata in minaccia da una forza incontrollabile. Un paragone che rafforza il peso emotivo del racconto, oltre alla sua efficacia come thriller.

Roberts, che ha firmato anche titoli come 47 Meters Down e Resident Evil: Welcome to Raccoon City, conferma con questo film una particolare sensibilità per l’horror teso e fisico, mentre la sceneggiatura scritta insieme a Ernest Riera costruisce un crescendo di angoscia senza concedere sconti allo spettatore.

Ben – Rabbia Animale è il primo grande horror cinematografico del 2026 e, alla luce dell’accoglienza critica, si candida a diventare uno dei titoli di riferimento del genere nei prossimi mesi.

Il film arriverà nelle sale italiane dal 29 gennaio, distribuito da Eagle Pictures.

“Tutti amano Flynn”: Milo Manheim racconta la pressione di interpretare Flynn Rider nel live-action di Rapunzel

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A oltre quindici anni dall’uscita del film animato originale, Disney ha ufficialmente avviato il remake live-action di Rapunzel – L’intreccio della torre. Nel nuovo adattamento, Teagan Croft vestirà i panni di Rapunzel, mentre Milo Manheim interpreterà Flynn Rider, alias Eugene Fitzherbert. Il casting di Madre Gothel non è stato ancora annunciato, anche se Kathryn Hahn è tra i nomi più chiacchierati.

Intervistato da Entertainment Tonight, Manheim ha raccontato senza filtri l’emozione — e la pressione — di raccogliere l’eredità di uno dei personaggi Disney più amati. «Sono nervoso, non lo nego», ha spiegato l’attore. «Rispetto tantissimo Flynn e questo film. È uno dei miei preferiti. So che tutti amano Flynn, e sto cercando di fare del mio meglio per soddisfare le aspettative».

Tra fedeltà al classico e nuove sfide fisiche

Manheim ha chiarito che il suo obiettivo non è imitare pedissequamente il personaggio animato, ma catturarne lo spirito. «Posso solo essere fedele a me stesso e provare a incarnare l’anima del cartone», ha detto, sottolineando come la sfida più grande non sia solo il confronto con i fan.

L’attore ha infatti ammesso di essere preoccupato anche per le richieste fisiche del ruolo: «Sono nervoso per cavalcare cavalli, saltare sui tetti… sono molto meno atletico di quanto Disney pensi». Una dichiarazione ironica, che restituisce però la dimensione concreta di un remake che punterà molto sull’azione dal vivo.

Nonostante tutto, l’entusiasmo resta altissimo. Le riprese dovrebbero svolgersi in Spagna a partire da giugno, e Manheim non vede l’ora di lavorare sul set insieme a Croft, che ha definito «fantastica» e «un raggio di sole». Tra le scene che sogna di reinterpretare, l’attore ne ha scelta una simbolica: I’ve Got a Dream, l’iconico numero musicale ambientato allo Snuggly Duckling.

Al momento Disney non ha annunciato una data di uscita ufficiale, ma il live-action di Rapunzel  è atteso indicativamente per il 2027, confermandosi come uno dei progetti più ambiziosi del nuovo ciclo di remake dello studio.

The Batman 2 potrebbe recuperare una grande storia d’amore mai realizzata dal MCU

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The Batman: Part II si sta già configurando come uno dei sequel più attesi del cinema supereroistico, e le ultime indiscrezioni sul casting potrebbero renderlo ancora più intrigante. Se confermate, non solo introdurrebbero una delle tragedie più iconiche di Gotham, ma riporterebbero in scena una coppia di attori che il Marvel Cinematic Universe aveva lasciato ai margini di una storia sentimentale mai davvero esplorata.

Dopo il successo del primo The Batman diretto da Matt Reeves e interpretato da Robert Pattinson, il secondo capitolo è atteso nelle sale nel 2027. Nelle ultime settimane, però, nuovi report di casting hanno iniziato a collegare il film a nomi di peso, creando un curioso ponte tra DC e Marvel.

Harvey e Gilda Dent: la coppia che il MCU non ha mai raccontato

The Batman commissario Gordon

Secondo le indiscrezioni, Sebastian Stan sarebbe stato scelto per interpretare Harvey Dent, destinato a diventare Due Facce, mentre Scarlett Johansson sarebbe in trattative avanzate per il ruolo di Gilda Dent, moglie di Harvey. Se confermata, la presenza di entrambi i personaggi suggerirebbe una trama ispirata a The Long Halloween, in cui il rapporto tra i Dent rappresenta il cuore emotivo della tragedia.

L’eventuale accoppiata Stan–Johansson avrebbe però un significato ulteriore. Entrambi sono volti storici del MCU e, nei fumetti Marvel, i loro personaggi — Bucky Barnes e Natasha Romanoff — condividono una relazione complessa e tormentata, mai realmente portata sullo schermo. Nel MCU, infatti, Black Widow è stata legata sentimentalmente a Bruce Banner, lasciando irrisolta la dinamica con il Soldato d’Inverno.

In questo senso, The Batman: Part II potrebbe offrire ai due attori quella storia d’amore tragica e adulta che Marvel Studios ha scelto di non raccontare. Una relazione destinata alla rovina, capace però di aggiungere profondità emotiva alla trasformazione di Harvey Dent e di arricchire ulteriormente l’universo realistico e oscuro costruito da Reeves.

Al momento, nessuna conferma ufficiale è arrivata sul casting, ma se le voci dovessero rivelarsi fondate, il film potrebbe trasformare una “occasione mancata” del MCU in uno degli elementi più potenti del nuovo ciclo cinematografico DC. The Batman: Part II resta fissato per l’uscita del 1° ottobre 2027.

9-1-1: la profezia finale di Bobby trova compimento nella stagione 9

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A quasi un anno dalla sconvolgente scomparsa di Bobby Nash, 9-1-1 continua a fare i conti con una perdita che ha segnato profondamente la Squadra 118 e Athena. La serie non ha mai davvero archiviato il lutto, scegliendo invece di integrarlo nel percorso emotivo dei personaggi, e la stagione 9 ne offre una delle conferme più forti.

Nell’episodio 9 della stagione, “Fighting Back”, la narrazione si concentra su Harry e sul suo percorso verso i Vigili del Fuoco. Il desiderio di seguire le orme della 118, emerso già all’inizio della stagione televisiva 2025–2026, si scontra però con il trauma irrisolto per la morte di Bobby e con la consapevolezza dei rischi del mestiere. È qui che la serie trasforma il dolore in eredità morale.

Bobby aveva previsto tutto: Buck era destinato a essere necessario

Durante questo percorso, Harry trova una guida in Buck Buckley, una scelta che ribalta le aspettative. Spesso percepito come l’anello più impulsivo della squadra, Buck dimostra invece una maturità crescente, accompagnando Harry sia nella preparazione fisica sia nel difficile dialogo con le paure di Athena. Un ruolo che assume un peso ancora maggiore alla luce delle ultime parole pronunciate da Bobby.

Nel finale della stagione 8, Bobby Nash aveva detto a Buck: “Avranno bisogno di te”. Una frase apparentemente vaga, ma che la stagione 9 rilegge come una vera profezia. Harry, che vede in Buck una figura di riferimento non molto diversa da quella che Bobby era per lui, incarna il senso di quelle parole, confermando che l’ex capitano aveva compreso il destino del suo “figlio spirituale”.

Il legame tra Bobby e Evan Buckley è sempre stato uno dei pilastri emotivi della serie, e la sua eredità continua a modellare il futuro di Buck. Prendersi cura di Harry accelera un processo di crescita già in atto, spingendolo verso una versione più consapevole e responsabile di sé. Tra inevitabili inciampi e nuove responsabilità, la stagione 9 prepara così uno degli archi narrativi più promettenti e intensi dell’intera serie, senza dimenticare che il lutto, per guarire, ha ancora bisogno di essere condiviso.

Marty Supreme: la vera storia dietro il film con Timothée Chalamet

Ispirato liberamente alla vita del campione di ping-pong Marty Reisman, il nuovo e appariscente film storico di Josh Safdie (regista insieme al fratello Benny di Diamanti grezzi), Marty Supreme (leggi qui la nostra recensione), è più un omaggio ispiratore che un biopic storico. Ambientato a New York nel 1952, racconta la storia di un giovane scaltro, eccessivamente sicuro di sé e ambizioso che insegue il sogno di diventare campione del mondo. Timothée Chalamet ha ottenuto le migliori recensioni della sua carriera per la sua interpretazione, ottenendo anche una terza nomination all’Oscar.

Lungi dall’essere un resoconto completo della vita reale di Reisman, Marty Supreme si concentra su un breve periodo della tenace ricerca della gloria di Marty nel competitivo mondo del tennis tavolo. Sebbene gli eventi e le linee temporali siano condensati e siano state prese alcune libertà creative per amplificare l’effetto drammatico, la maggior parte di ciò che viene mostrato nel film è radicato nella realtà. Ecco allora cosa c’è di vero su Marty Reisman nel nuovo film di Safdie.

LEGGI ANCHE: Marty Supreme, spiegazione del finale: l’ultima partita di ping-pong di Marty e il significato dell’ultimo tiro

Chi è “Marty Supreme”?

Diretto e co-sceneggiato da Josh Safdie, Marty Supreme è liberamente ispirato alla vita reale di Marty Reisman. Anche se il nome del personaggio è stato cambiato in Marty Mauser per il film (interpretato da Chalamet), l’acclamato dramma sportivo segue la missione reale di Reisman di diventare il più grande giocatore di ping-pong immaginabile. Soprannominato “Needle” per il suo fisico snello e le sue battute argute, Reisman era un convinto sostenitore dello stile di gioco hardbat nel ping-pong.

Nato a New York nel 1930, Reisman è cresciuto a East Broadway e ha iniziato a giocare a ping-pong all’età di nove anni dopo aver avuto un esaurimento nervoso. All’età di 13 anni, Reisman è diventato un prodigio del ping-pong e campione junior. Una volta diventato adulto, Reisman ha iniziato a sfidare i giocatori al Lawrence Broadway Tennis Club sulla 54esima strada e Broadway. Proprio come un astuto giocatore di biliardo o di scacchi, Reisman attirava sfidanti inferiori, perdeva apposta, poi vinceva tutti i loro soldi e anche di più nelle rivincite.

Giocatore astuto e showman appariscente, in seguito noto per il suo stile nell’abbigliamento, Reisman si costruì una reputazione per il suo comportamento stravagante, come giocare bendato se la scommessa era abbastanza alta. Durante la sua carriera di giocatore professionista di ping-pong, Mauser vinse cinque medaglie di bronzo ai Campionati mondiali di tennis tavolo dal 1948 al 1952. Dal 1946 al 2002, Mauer ha invece vinto un totale di 22 titoli importanti. Tuttavia, Marty Supreme mette in luce un anno tumultuoso nella vita di Marty, il 1952.

Marty Supreme
Cortesia di A24

Cosa c’è di vero nel personaggio di Marty Supreme

A detta di tutti, la rappresentazione più accurata di Marty Reisman in Marty Supreme è il background ebraico del giocatore di ping-pong, le sue origini nel Lower East Side, la sua personalità eccentrica, il suo carisma contagioso e la sua ambizione di diventare il più grande giocatore di ping-pong del mondo. Al di là del background del protagonista, il film racconta in modo specifico le prove e le tribolazioni di Reisman nella New York del 1952. Le febbrili sessioni di ping-pong a tarda notte, le manipolazioni subdole per vincere denaro dai giocatori meno bravi, le torride relazioni amorose con donne sposate e altre attività sordide descritte nel film sono realmente accadute.

Nel film, Marty si unisce ai famosi Harlem Globetrotters come loro spalla, cosa che è realmente accaduta dal 1949 al 1951. Anche se questi eventi sono stati spostati al 1952 nel film, rimangono in gran parte accurati. Sono poi descritte accuratamente anche le stravaganti tattiche di Marty, come giocare a ping-pong bendato, un’abilità che il vero Reisman ha sviluppato in giovane età. Anche altre stranezze, come Marty che misura l’altezza della rete da ping-pong con una banconota da 100 dollari, sono rappresentate accuratamente nel film. Parte della truffa di Marty consisteva nel dare l’impressione di un successo elegante, come dimostrano i suoi eleganti abiti gessati di metà secolo che si vedono nel film.

Cosa cambia o omette Marty Supreme dalla vera storia di Reisman

Poiché Marty Supreme mostra solo un breve scorcio di Marty Mauser negli anni ’50, il film non intende raccontare l’intera storia di Reisman. Pertanto, alcuni aspetti della ricerca di Marty del dominio nel ping-pong sono stati modificati o omessi del tutto. Ad esempio, la moglie di Reisman nella vita reale, Yoshiko Koshino, non compare nel film. Al suo posto, Yoshiko è rappresentata da Kay Stone (Gwyneth Paltrow nel suo primo film in sei anni), una ricca mondana che si innamora di Mauser e rimane al suo fianco attraverso gli alti e bassi.

Nel film manca anche Douglas Cartland, il compagno di doppio di Marty, che ha girato il mondo con Riesman dal 1949 al 1951. Probabilmente escluso per concentrarsi sulla singolare ricerca della gloria di Marty, Cartland e Reisman hanno vinto una medaglia di bronzo ai Campionati mondiali di tennis tavolo del 1952 a Mumbai. Nel film, Mumbai è però stata sostituita da Tokyo, dove Marty usa tutto il suo ingegno e la sua astuzia per vincere abbastanza soldi ed evitare problemi legali per partecipare alla competizione.

Timothée Chalamet Marty Supreme 2026 Recensione
Cortesia di A24

Naturalmente, trattandosi di un film incentrato su un breve periodo della giovinezza di Mauser, il successo successivo di Reisman viene appena accennato. Reisman non solo fu campione di ping-pong nel singolo maschile nel 1958 e nel 1960, ma fu anche il giocatore più anziano a vincere un torneo open quando, all’età di 67 anni, si aggiudicò il Campionato Nazionale Hardbat degli Stati Uniti nel 1997.

Sebbene Marty Supreme utilizzi la personalità fuori dal comune e i trucchi da truffatore di Reisman per raccontare la storia immaginaria di Marty Mauser, il film cattura l’essenza dell’ispirazione della vita reale per dipingere un vivido ritratto del personaggio. Sebbene i fedora eleganti e i colorati cappelli Panama per cui Reisman era famoso nella sua vita matura siano stati sostituiti dalle tute arancioni indossate da Chalamet durante le campagne promozionali, lo spirito di Reisman traspare dall’interpretazione dell’attore.

Reisman ha poi giocato a ping pong fino alla sua morte, avvenuta nel 2012 all’età di 82 anni. Al momento della sua scomparsa, era presidente di un’organizzazione da lui fondata, Table Tennis Nation, per promuovere questo sport. Nove mesi prima della sua morte, ha confermato il suo carattere combattivo, dichiarando al New York Times in un’intervista: “Ho affrontato le persone con spirito gladiatorio. Non ho mai rinunciato a una scommessa”.

LEGGI ANCHE: Marty Supreme, spiegazione del finale: cosa vuol dire quell’ultima inquadratura

Now You See Me 4: il regista anticipa come vecchi e nuovi Horsemen torneranno nel sequel

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Il futuro della saga illusionistica di Now You See Me comincia a delinearsi. A fornire nuovi indizi su Now You See Me 4 è il regista Ruben Fleischer, che ha commentato l’evoluzione dei personaggi e la direzione narrativa del prossimo capitolo.

Il franchise, nato nel 2013 con il film diretto da Louis Leterrier, ha introdotto il pubblico ai celebri Four Horsemen: J. Daniel Atlas, Merritt McKinney, Jack Wilder e Henley Reeves, un gruppo di maghi capaci di trasformare i loro spettacoli in elaborati colpi criminali. Con Now You See Me: Now You Don’t, uscito lo scorso anno, la saga ha però ampliato in modo significativo il proprio cast.

Un gruppo di Horsemen sempre più numeroso

In un’intervista rilasciata a MovieWeb, Fleischer ha riflettuto sul finale di Now You See Me: Now You Don’t, sottolineando come l’identità stessa degli Horsemen sia cambiata. Nell’ultima scena del film, tutti i personaggi si ritrovano sul palco e dichiarano insieme: “We are the Horsemen”, segnando simbolicamente la trasformazione del gruppo.

Secondo il regista, il punto chiave è proprio l’espansione del team: dagli originali quattro si è passati a una formazione molto più ampia. Già Now You See Me 2 aveva introdotto il personaggio di Lula, interpretato da Lizzy Caplan, mentre l’assenza temporanea di Henley Reeves (Isla Fisher) aveva mantenuto l’equilibrio numerico. Con Now You See Me: Now You Don’t, però, la scelta di tenere entrambe le illusioniste ha portato il gruppo a cinque membri stabili.

A questi si sono aggiunti i tre giovani maghi Bosco (Dominic Sessa), June (Ariana Greenblatt) e Charlie (Justice Smith), inizialmente in contrasto con i veterani ma ormai pienamente integrati. Fleischer ha chiarito che l’idea per Now You See Me 4 è quella di farli lavorare “tutti in congiunzione”, come un unico grande collettivo.

Questo approccio apre a un cambiamento importante per la saga: Now You See Me 4 dovrà gestire un ensemble praticamente raddoppiato rispetto agli esordi. Se da un lato questo rafforza la dimensione corale e spettacolare del franchise, dall’altro pone nuove sfide sul piano dello sviluppo dei personaggi e dell’equilibrio narrativo. Un rischio calcolato che potrebbe ridefinire l’identità degli Horsemen per il futuro della serie.

The Rip: perché il casting di Scott Adkins come fratello di Ben Affleck è la scelta più azzeccata del film Netflix

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Uno degli elementi più riusciti di The Rip, il nuovo action targato Netflix, è senza dubbio il casting di Scott Adkins nel ruolo del fratello del protagonista interpretato da Ben Affleck. Una scelta che funziona non solo a livello narrativo, ma anche come intelligente strizzata d’occhio a un tormentone che accompagna la carriera di Adkins da anni.

Da sempre considerato un erede dei grandi action hero anni ’80 e ’90, Adkins è noto soprattutto per la saga Undisputed e per il memorabile ruolo di Killa Harkan in John Wick: Chapter 4. Negli ultimi anni ha alternato produzioni indipendenti e blockbuster, apparendo anche in titoli come Day Shift e Doctor Strange. The Rip lo vede finalmente al fianco di una star di primo piano in un ruolo che gioca apertamente con la sua immagine pubblica.

Scott Adkins e Ben Affleck: una somiglianza diventata leggenda

Scott Adkins in The Rip

Nel film, Adkins interpreta l’agente FBI Del Byrne, fratello del focoso JD (Affleck). La loro parentela non viene subito esplicitata, ma emerge in modo brutale durante una delle prime scene di interrogatorio, che sfocia rapidamente in uno scontro fisico. Quella che potrebbe sembrare una semplice gag visiva si trasforma però in un rapporto centrale per l’atto finale del film, dimostrando una sorprendente chimica tra i due attori.

La scelta di affiancare Affleck e Adkins non è casuale. Da anni pubblico e critica sottolineano la loro somiglianza fisica, diventata un vero running gag nella carriera di Adkins. Il riferimento più esplicito resta The Brothers Grimsby, dove il personaggio interpretato da Scott Adkins viene definito “l’Ucraino Ben Affleck”. Una battuta diventata così iconica da essere ripresa anche in Accident Man: Hitman’s Holiday.

Il legame tra i due va però oltre l’ironia. Adkins ha sfiorato più volte l’universo dei supereroi e, prima che Affleck venisse scelto come Bruce Wayne, aveva persino fatto un provino per Batman v Superman: Dawn of Justice. Un altro tassello di una curiosa traiettoria parallela che trova finalmente compimento in The Rip.

Alla luce di questo, il casting di Adkins come fratello di Affleck non è solo azzeccato: è il payoff perfetto di una battuta lunga quasi vent’anni. E dopo averli visti insieme, viene spontaneo pensare che un action-comedy interamente costruito su due fratelli litigiosi non sarebbe affatto una cattiva idea.

Stan Lee, ritrovato lo script perduto del suo film horror sci-fi: grandi novità per Carnival of Killers

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Stan Lee non è stato solo il leggendario padre di Marvel Comics. Nel corso della sua carriera, il fumettista e autore americano ha esplorato anche territori più oscuri, tra horror e fantascienza, lasciando diversi progetti mai arrivati sullo schermo. Uno di questi, a lungo dimenticato, potrebbe finalmente vedere la luce.

Il regista Timur Bekmambetov ha infatti rivelato di aver ritrovato il trattamento originale di Carnival of Killers, un film horror sci-fi concepito da Stan Lee e ambientato durante la Grande Depressione. Bekmambetov ha confermato di aver acquisito i diritti del progetto e di aver già sviluppato una sceneggiatura completa, aprendo concretamente la strada alla sua realizzazione.

Il regista ha raccontato di aver conosciuto Lee nel 2009 al San Diego Comic-Con, durante la promozione del film 9. In quell’occasione, Lee gli parlò della propria infanzia segnata dalla crisi economica e dall’esperienza quasi mitica del circo, un immaginario che avrebbe poi influenzato anche la creazione dei suoi supereroi.

Carnival of Killers e l’universo horror dimenticato di Stan Lee

Secondo Bekmambetov, Carnival of Killers è direttamente ispirato a quei ricordi: la storia racconta un’invasione aliena che prende di mira artisti, lottatori e acrobati di un circo durante gli anni ’30. Un racconto che mescola fantascienza, horror e memoria personale, mostrando un lato di Stan Lee molto lontano dall’universo Marvel.

Il progetto non sarebbe un caso isolato. Già nel 2021 era stato annunciato che la casa di produzione Bazelevs stava sviluppando un vero e proprio universo cinematografico basato sulle storie horror scritte da Lee sotto l’etichetta POW! Entertainment. Oltre a Carnival of Killers, tra i titoli presi in considerazione c’era anche Sawbones, altro racconto cupo e visionario.

Negli ultimi anni Bekmambetov si è concentrato soprattutto sullo Screenlife, ma il recente ritorno a una regia più tradizionale potrebbe rappresentare il momento giusto per riportare in vita questi progetti. Se realizzato, Carnival of Killers sarebbe anche il primo adattamento cinematografico non Marvel di un’opera di Stan Lee, un evento storico per il cinema di genere.

Resta ora da capire se il regista riuscirà a trovare i partner finanziari giusti per dare forma a questo lato meno conosciuto, ma affascinante, dell’eredità creativa di Stan Lee.

FOTO DI COPERTINA: Stan Lee, autore americano di fumetti, durante il Comikaze Expo al Los Angeles Convention Center. — Foto di bettorodrigues via DepositPhotos.com

Dragon Ball Super: Galactic Patrol – tutti i dettagli che conosciamo finora

Dopo meno di tre anni di messa in onda, Dragon Ball Super si era interrotto lasciando inesplorate alcune delle saghe più ambiziose e apprezzate del manga. Con l’annuncio legato al 40° anniversario del franchise, però, il ritorno è finalmente realtà: Dragon Ball Super: Galactic Patrol riporterà l’universo di Goku e compagni sul piccolo schermo adattando una delle storyline più amate, nata in gran parte dalla penna di Toyotarou.

Si tratta del primo progetto animato inedito dal 2022, anno di uscita di Dragon Ball Super: Super Hero. Sebbene cronologicamente precedente a quel film, Galactic Patrol appare come la più fedele prosecuzione dell’adattamento anime del manga di Dragon Ball Super, introducendo finalmente anche uno dei villain più riusciti dell’era moderna del franchise.

La collocazione temporale di Dragon Ball Super: Galactic Patrol, spiegata

Dragon Ball Super: Galactic Patrol è ambientato tra l’Anno 780 e l’Anno 781, subito dopo gli eventi di Dragon Ball Super: Broly. Per i fan storici, questa collocazione dialoga indirettamente anche con gli eventi profetizzati in Dragon Ball Z: The History of Trunks, l’oscuro futuro alternativo segnato dalla distruzione degli Androidi.

Dal punto di vista narrativo, la saga segna un ritorno a una vera coralità: i Guerrieri Z vengono riuniti in modo organico, richiamando l’impianto epico del Torneo del Potere. Non è un dettaglio secondario, perché Galactic Patrol rappresenta uno dei rari momenti in cui il franchise riesce a valorizzare davvero il suo cast storico senza ridurlo a semplice contorno.

La sinossi ufficiale chiarisce l’impianto della storia:

«Questa è la saga successiva all’“Universe Survival Arc” dell’anime Dragon Ball Super. Son Goku e Vegeta collaborano con i membri della Pattuglia Galattica per affrontare una minaccia di scala cosmica: il divoratore di pianeti Moro.»

Un ritorno che, pur richiedendo pazienza ai fan, apre anche prospettive interessanti: il manga è ricco di archi narrativi ancora inediti per l’animazione, primo fra tutti quello di Granolah, lasciando intendere che Galactic Patrol potrebbe essere solo l’inizio.

Dragon Ball Super: Galactic Patrol sarà una nuova stagione o un film?

Al momento dell’annuncio non è stato specificato se Dragon Ball Super: Galactic Patrol sarà una serie TV o un lungometraggio. Tuttavia, l’ipotesi della serie animata appare nettamente più plausibile.

La Galactic Patrol Prisoner Saga si estende per ben 26 capitoli mensili su V Jump, rendendola di fatto l’arco narrativo più lungo mai prodotto per Dragon Ball Super. Una mole narrativa difficilmente comprimibile in un solo film senza sacrificare sviluppo, ritmo e caratterizzazione.

Questo approccio suggerisce anche una possibile nuova strategia produttiva: batch stagionali, più curati e distanziati, simili a quanto già visto con altri grandi franchise anime contemporanei. Un modello che darebbe a Toyotarou il tempo necessario per continuare a espandere l’universo narrativo, lasciando all’anime il compito di adattarlo con maggiore precisione.

Non è un caso che il teaser celebrativo dell’annuncio abbia utilizzato musiche di Hans Zimmer: un segnale chiaro di quanto Toei Animation e Capsule Corporation stiano investendo, anche simbolicamente, sul ritorno di Dragon Ball Super.

Chi è il villain di Dragon Ball Super: Galactic Patrol?

Il grande antagonista della nuova saga è Moro, conosciuto come il Divoratore di Mondi. Creato direttamente da Toyotarou, Moro è uno dei villain più complessi e pericolosi mai introdotti nel canone di Dragon Ball Super.

Diversamente da molti nemici del passato, Moro non si basa esclusivamente sulla forza bruta. È un mago demoniaco capace di assorbire l’energia vitale di interi pianeti, prolungando la propria esistenza e crescendo di potere in modo progressivo. Con il tempo sviluppa persino la capacità di individuare le Sfere del Drago, rendendolo una minaccia sistemica per l’equilibrio cosmico.

Il suo confronto non si limita a Goku e Vegeta: la saga coinvolge anche Gohan e introduce dinamiche inattese, riportando in scena forze che, in futuri alternativi, erano già state considerate devastanti. Moro incarna perfettamente il nuovo corso del franchise: meno caricaturale, più mitologico, decisamente più oscuro.

Ci saranno altri anime di Dragon Ball Super?

La risposta breve è sì. La vera incognita, però, non è il se, ma il quando.

Con una finestra di uscita probabile intorno al 2027 per Dragon Ball Super: Galactic Patrol, è realistico aspettarsi ulteriori sviluppi solo diversi anni dopo, soprattutto considerando il livello di rifinitura raggiunto anche da Dragon Ball Daima.

Va inoltre considerato il contesto produttivo di Toei Animation, oggi impegnata su più fronti e sempre più orientata a modelli stagionali di alta qualità. Per i fan di lunga data si tratta di un cambiamento significativo, ma anche di una garanzia: il ritorno di Dragon Ball Super non sarà frettoloso, bensì costruito per durare.