Oggi, ai più, Jodorowsky è noto
principalmente come autore di fumetti (disegnati da Moebius,
Jimenez, o dal nostro Manara) o di romanzi (Quando Teresa si
arrabbiò con Dio, La danza della realtà, Albina e il popolo dei
cani, editi in Italia da Feltrinelli). Non sono in molti, invece, a
ricordare oggi lo Jodorowsky cineasta, genio visionario e
dissacrante, autore di un cinema debordante, fatto di situazioni
surreali, grottesche o inquietanti, costanti riferimenti a
tradizioni esoteriche…
La sua filmografia, fino a ora,
sembra alquanto esigua: ha diretto i lungometraggi Fando y Lis-Il
paese incantato (1969), El topo (1971), La montagna sacra (1973),
Tusk (1979), Santa sangre (1988), Il ladro dell’arcobaleno (1991),
eppure è ricca di motivi interessanti, sempre molto personali,
benchè sicuramente vicini ad altri autori: Fellini, Bunuel,
Kurosawa, Leone… Jodorowsky ha anche al suo attivo un progetto
ambiziosissimo (era previsto, tra l’altro, il coinvolgimento di
Salvador Dalì tra gli interpreti, e dei Pink Floyd alla colonna
sonora) e irrealizzato: la trasposizione cinematografica di
Dune da
Frank Herbert, poi realizzato, con scarsa efficacia, dall’altro
grande visionario David Lynch.
I più noti lavori del regista
cileno (di genitori ebreo-ucraini) sono sicuramente El topo e La
montagna sacra. Entrambi caratterizzano al meglio, in maniera cioè,
più compiuta e matura, tutto il suo universo poetico, non solo
cinematografico. Jodorowsky si è infatti cimentato con la
letteratura, il fumetto, il teatro, e ha persino elaborato una
forma d’arte che ha come fine la guarigione delle nevrosi dei
pazienti: la “Psicomagia”. I due film più sopra citati hanno al
proprio centro la tematica del viaggio iniziatico. Vediamone
brevemente le trame:
El topo. El topo (che in spagnolo
significa “la talpa”) è un abilissimo pistolero, vestito di nero
(come Django/Franco Nero di Corbucci) che lascia il figlio in una
missione francescana e per conquistare l’amore di una donna, Marah,
accetta di misurarsi in duello con “4 maestri del revolver” che
vivono nel deserto. El topo riceve da ognuno dei maestri un
insegnamento, come fosse un iniziato. Il pistolero riesce a
vincerli tutti, ma Marah lo tradisce e gli spara ripetutamente
nelle mani, nei piedi e nel petto. Quando il pistolero si
risveglia, è all’interno di una montagna. È stato accudito da una
comunità di deformi, che lo credono una sorta di divinità. El topo
promette loro di riportarli alla luce del sole, guidandoli alla
città vicina attraverso un tunnel scavato nella montagna. Per
guadagnare il necessario all’impresa, l’uomo si improvvisa
saltimbanco nella città vicina, in compagnia di una nana innamorata
di lui.
La città, simile ai vari villaggi
western di cinematografica memoria, è abitata da una borghesia
ipocrita e razzista, fintamente perbenista, sessualmente deviata e
piena di fanatismo religioso che sconfina nella farsa. El topo
ritrova suo figlio, divenuto adulto, che si unisce all’impresa del
padre. Ultimato il tunnel, i deformi si precipitano verso la città,
ma la borghesia riesce a decimarli tutti, mentre la nana partorisce
un figlio, avuto col pistolero. El topo compie la sua vendetta
sugli abitanti della città, del tutto immune ai loro proiettili.
Mentre il pistolero si dà fuoco come un monaco tibetano, suo
figlio, la nana e il nuovo nato, lasciano la città devastata. La
montagna sacra. Prologo: un alchimista taglia completamente i
capelli a due donne, come in un qualche rito iniziatico.
Un ladro, il cui aspetto ricorda
quello dell’iconografia tradizionale di Cristo, dopo una serie di
avventure surreali, giunge in cima a una torre, dove si trova il
laboratorio di un alchimista, capace di tramutare le feci del ladro
in oro. L’alchimista comincia a impartire i propri insegnamenti al
ladro e gli propone di compiere una missione al termine della quale
avrà l’immortalità. Insieme al ladro viaggeranno altri sette ladri,
ma di un altro livello: sono i potenti della terra, industriali e
uomini politici. Ognuno di loro è associato a un pianeta del
sistema solare. Il gruppo dovrà giungere in cima alla montagna
sacra dove risiedono i nove saggi che posseggono il segreto
dell’immortalità e spodestarli. Il pellegrinaggio ha luogo tra
varie difficoltà, in cui i viaggiatori affrontano le proprie
ossessioni e partecipano a prove iniziatiche. Arrivati in cima alla
montagna sacra, scoprono che i nove saggi altro non sono che
fantocci. L’alchimista spiega allora che l’avventura sinora
condotta altro non è che un film, e invita i personaggi a rompere
l’illusione: “Se non trovammo l’immortalità almeno trovammo la
realtà…Non siamo che sogni, immagini…Non possiamo restare qui
prigionieri! Romperemo l’illusione! La vita reale ci attende:
diciamo addio alla montagna sacra!”
El topo fu il film che rivelò
Jodorowsky alle platee internazionali dei cultori del “cinema di
mezzanotte”: il tal senso, il film fu “compagno di strada” degli
altri cult che venivano proiettati esclusivamente in tarda serata:
The rocky horror picture show, Pink Flamingos Fortuna volle che del
film s’innamorò John Lennon, il quale fece in modo da finanziare il
successivo La montagna sacra. Ciò che maggiormente stupisce, a una
prima visione di queste opere, è sicuramente l’aspetto visivo, con
il continuo, rutilante, innestarsi di situazioni surreali, a volte
ridicole, altre inquietanti, spesso violente o dissacranti.
Ciò appare evidente, in
particolare, nella prima parte de La montagna sacra, incentrata
sulle peregrinazioni del ladro-Cristo prima che questi giunga alla
torre dell’alchimista. Ciò che vediamo in questa prima sezione del
film è una sorta di critica alle dittature militari tipiche di
certi paesi dell’america latina (il film uscì nel 1973, anno del
golpe in Cile, paese d’origine di Jodorowsky), ma condotta coi toni
del surrealismo, a volte con esiti violenti (la parata militare in
cui i soldati portano come vessilli degli agnelli impalati), a
volte con toni poetici (si veda, ad esempio, la scena in cui dai
corpi di giovani dissidenti fucilati escono dei passeri). E c’è
anche la critica a certe istituzioni religiose, nella fattispecie
cattoliche, ma la critica di Jodorowsky (che ha una spiritualità
molto forte, benché non strettamente veicolata da alcuna
confessione religiosa particolare) si avventa sulle istituzioni,
sulla cultualità più sterile, sul clero più sclerotizzato convinto
di possedere esso solo le verità assolute, come il vescovo che non
accoglie nella propria chiesa il crocifisso che il ladro-Cristo
porta con sé.
Quel che comunque costituisce senza
dubbio la cifra tematica più personale di Jodorowsky è la
componente esoterica-iniziatica dei suoi film. Già El topo, si
rivela essere, per il protagonista (interpretato dallo stesso
regista), un processo di iniziazione, di progressiva spogliazione
dell’io, di maturazione da pistolero giustiziere che muore con
ferite nelle mani, nei piedi, nel petto (come Cristo) e rinasce
come monaco zen insensibile alla forza delle pallottole e morire
poi definitivamente (?) arso da un lume a petrolio. È un processo
di sottrazione graduale, di cammino verso l’ascetismo, come asceti
sono i quattro maestri del revolver che il pistolero incontra nella
prima metà del film. Ognuno di essi impartisce delle lezioni a El
topo, attraverso delle massime (“La perfezione è perdersi”, dice il
secondo maestro) o dei comportamenti, come il primo dei quattro
maestri che rimane immune alle pallottole poiché il suo corpo non
oppone loro alcuna resistenza, ma al contrario riesce ad
accoglierle…
L’eroe jodorowskyano, se di eroe si
può parlare, non deve essere totalmente esaltato e portato
immediatamente in trionfo, ma al contrario deve essere martirizzato
o compiere un viaggio che sia esperienza mistica. Così, vanno
incontro a una sorta di spoliazione anche i potenti de La montagna
sacra: parafrasando le parole dell’alchimista (interpretato da
Jodorowsky stesso) nell’epilogo del film, i pellegrini partono per
essere immortali, per essere dei ed eccoli invece finalmente, forse
per la prima volta, più umani che mai. Ecco allora come può
concludersi la ricerca dell’oro e dell’immortalità tanto perseguita
dagli alchimisti e dallo stesso ladro-Cristo del film. È proprio
lui, che abbandona il gruppo prima che l’alchimista-Jodorowsky
riveli la finzione filmica, a divenire a propria volta “maestro”,
seguendo il consiglio dell’alchimista che gli dice di dimenticare
le vette e raggiungere l’immortalità attraverso l’amore.
Il processo di maturazione dei
pellegrini e di El topo passa per una montagna: i primi dovranno
scalarla, l’altro invece dovrà fare in modo che altri, i deformi,
possano attraversarla. In particolare, ogni tradizione religiosa ha
spesso a che fare con delle montagne (è lo stesso alchimista a
ricordarlo nel film). La montagna costituisce un sepolcro per il
pistolero e la comunità di deformi, da cui però si risorge andando
incontro alla morte per mano della corrotta borghesia della città.
Ad ogni modo essa rappresenterebbe comunque l’athanor, il forno che
gli alchimisti usano per la trasformazione della materia, e la
materia da trasformare, sembra dirci Jodorowsky, non siamo altro
che noi stessi. Un po’ è quello che la sua personale “terapia”
psicologica, la “psicomagia”, fondata sul potere della suggestione
intende fare: curare attraverso l’arte.
È chiaro, un cineasta del genere,
che spaventa con le sue visioni surreali, o cerca a suo modo ancora
delle pietre filosofali, oggigiorno, persi come siamo tra una
miriade di prodotti ad alto consumo, non troverebbe forse il
“grande” pubblico, e dunque Jodorowsky sarebbe autore per pochi, su
cui i produttori non investirebbero per non rischiare. Dice infatti
scherzosamente e intelligentemente Jodorowsky: “il regista più
bravo è sicuramente quello con più soldi. Se avessi 60 millioni di
dollari sarei certamente io…”, ben consapevole del fatto che le
restrittive leggi del (non così tanto) libero mercato, agendo sulle
possibilità economiche, vincolano le possibilità espressive del
singolo artista.