Con
Le Mage du
Kremlin, distribuito in Italia come
Il mago del Cremlino – Le
origini di Putin (qui
la nostra recensione in anteprima dal Festival di
Venezia), Olivier
Assayas firma uno dei suoi film più politici
e stratificati. Ispirato al romanzo omonimo di Giuliano da Empoli,
il film ricostruisce l’ascesa di Vladimir Putin (Jude Law)
attraverso lo sguardo del suo spin doctor Vadim Baranov
(Paul Dano),
figura ispirata a Vladislav Surkov. Il finale non è un semplice
epilogo biografico: è la messa a fuoco definitiva del rapporto tra
potere, narrazione e manipolazione.
Prima di analizzarne il senso politico, è necessario chiarire cosa
accade davvero negli ultimi minuti.
Cosa succede nel finale de Il mago del Cremlino?
Nel finale, Baranov comprende di essere diventato prigioniero del
sistema che ha contribuito a costruire. Dopo aver orchestrato la
trasformazione di Putin da funzionario grigio del post-URSS a
figura carismatica e temuta, si rende conto che la macchina
narrativa ha superato il suo stesso creatore.
Putin non è più un progetto comunicativo: è diventato il centro di
gravità del potere russo. Le strategie di controllo mediatico, le
guerre simboliche, la costruzione di una “democrazia sovrana” sono
ormai strutture consolidate. Baranov intuisce che il suo ruolo non
è più necessario. Anzi, diventa pericoloso.
Il loro confronto finale è glaciale. Non c’è uno scontro diretto,
ma uno scambio fatto di silenzi e sottintesi. Putin comprende che
l’uomo che lo ha creato mediaticamente conosce troppo. Baranov
capisce che il potere, una volta consolidato, elimina ogni
intermediario.
Perché Baranov sceglie di farsi da parte?
Il film suggerisce che Baranov non venga eliminato fisicamente, ma
“assorbito” dal sistema. La sua uscita di scena è ambigua: si
ritira, si eclissa, viene marginalizzato. Assayas non offre una
soluzione esplicita, ma costruisce una dissolvenza simbolica.
Baranov è un uomo che ha sempre vissuto nell’ombra, manipolando la
percezione pubblica. Nel finale, torna a essere invisibile. È la
punizione perfetta per uno spin doctor: scomparire dalla storia che
ha contribuito a scrivere.
La sua consapevolezza arriva tardi. Ha creato una narrativa fondata
sul conflitto permanente, sulla destabilizzazione controllata,
sulla costruzione di una realtà alternativa. Ma quella realtà non è
più controllabile.
Il significato politico dell’ultima sequenza
L’ultima sequenza non riguarda solo i due uomini. È una riflessione
sul potere nel XXI secolo. Assayas mostra come il controllo non
passi più soltanto attraverso la repressione, ma attraverso la
manipolazione simbolica.
Il film chiude con un senso di inevitabilità. La Russia che vediamo
non è più in transizione: è entrata in una nuova fase autoritaria
costruita su storytelling, paura e nazionalismo. Baranov osserva il
risultato del proprio lavoro come un artista che non riconosce più
la propria opera.
Il vero finale non è la sua uscita di scena, ma l’idea che il
sistema continuerà senza di lui. Il potere non ha bisogno del suo
architetto una volta che le fondamenta sono state gettate.
Putin è davvero il “mago” del titolo?
Il titolo suggerisce ambiguità. Chi è il vero mago del Cremlino?
Baranov, il manipolatore dietro le quinte, o Putin, che ha saputo
trasformare quella manipolazione in potere reale?
Il finale sembra rispondere in modo netto: il vero mago è colui che
riesce a rendere invisibile il trucco. Se Baranov costruisce
l’illusione, Putin la incarna e la rende sistema. Quando il potere
diventa struttura, non ha più bisogno del prestigiatore.
In questo senso, il film racconta la nascita di un regime non
attraverso le grandi decisioni politiche, ma attraverso la
costruzione narrativa del consenso.
Cosa vuole dirci Assayas con questo finale?
Il finale non offre redenzione né condanna morale esplicita.
Assayas evita il didascalismo e sceglie l’ambiguità. Il suo
interesse non è demonizzare o glorificare, ma mostrare il
meccanismo.
Il mago del Cremlino non è un film su Putin in senso stretto, ma
sul potere della narrazione. Il sistema descritto nel film è figlio
della televisione, della propaganda moderna e delle guerre
dell’informazione. Il finale suggerisce che il vero pericolo non
sia il leader in sé, ma la capacità di costruire una realtà
alternativa che sostituisca quella condivisa.
Baranov esce di scena, ma la macchina resta attiva. È questa la
nota più inquietante.
Con
Da Belfast al Paradiso (How
to Get to Heaven from Belfast) diNetflix, la creatrice
Lisa McGee
abbandona i toni più dichiaratamente comici per costruire un
thriller emotivo che parla di amicizia, colpa e identità riscritte.
Il finale della serie non si limita a risolvere il mistero sulla
presunta morte di Greta, ma ribalta la prospettiva su tutto ciò che
abbiamo visto: la verità non è mai stata solo “cosa è successo?”,
bensì “chi è davvero Greta?”.
Greta è viva: perché è stato organizzato il suo funerale?
Il
primo colpo di scena arriva già nell’episodio d’apertura: Greta non
è morta. Il funerale a cui Saoirse, Robyn e Dara tornano dopo anni
di distanza è una messa in scena. Nella bara c’è Jodie, l’amica
d’infanzia di Greta, morta dopo una caduta dalle scale durante un
confronto violento.
È
Margo a ideare il piano: dichiarare ufficialmente la morte di Greta
per permetterle di sparire. Dietro questa operazione si muove la
misteriosa Evaporation Society, un’organizzazione femminile che
aiuta donne in situazioni estreme a cambiare identità e scomparire.
Feeney e Booker, inizialmente percepite come antagoniste, si
rivelano in realtà pedine di un sistema più ambiguo, dove il
confine tra protezione e manipolazione è sottilissimo.
Il funerale diventa così un dispositivo narrativo potente: non è un
addio, ma un atto di cancellazione. Greta non muore, viene
riscritta.
L’incidente, la fuga e la visita alla madre
Nel finale, la tensione cresce quando Robyn investe accidentalmente
Greta su una strada di campagna e la crede morta. Il senso di colpa
riattiva il passato: ancora una volta, le tre donne si trovano
davanti a un corpo da gestire, a una verità da nascondere. Ma Greta
sopravvive e si trascina ferita fino a ottenere un passaggio da uno
sconosciuto inquietante, che le consegna una misteriosa borsa rosa
prima di essere successivamente trovato ucciso.
Nel frattempo, Greta va a trovare la madre Nora nella casa di cura.
È un confronto gelido, privo di riconciliazione. Nora la descrive
come una bambina inquietante, capace di spaventare già da piccola.
Ma il racconto della madre è intriso di ambiguità: è davvero un
ricordo o una narrazione tossica costruita negli anni? La serie
suggerisce che Greta sia stata a lungo intrappolata in uno sguardo
che la vedeva come “pericolosa”, finendo per interiorizzare
quell’identità.
Il mistero centrale della stagione riguarda Heaven’s Veil,
l’istituto religioso dove Greta è cresciuta. Qui la verità assume
contorni più tragici che criminali.
Greta, che da bambina si chiamava Aisling, racconta che lei e Jodie
(all’epoca Cara) credevano che quel luogo fosse sacro, magico,
destinato a essere visitato da Dio. Quando la salvezza promessa non
arrivò, decisero di bruciare la chiesa. Un gesto infantile,
disperato, simbolico. Non si accorsero delle biciclette dei bambini
parcheggiate fuori fino a quando non fu troppo tardi.
Il fuoco diventa il punto zero della loro esistenza: un atto che
nasce da un bisogno di redenzione e si trasforma in colpa
permanente. Heaven’s Veil non è solo un luogo, ma il trauma
fondativo che segna Greta per tutta la vita.
La serie non insiste su dettagli giudiziari o numeri di vittime.
Ciò che conta è l’impatto psicologico: la consapevolezza di aver
distrutto qualcosa di sacro, di aver infranto l’idea stessa di
innocenza.
Il corpo di Charles Sampson e il segreto condiviso
Un altro nodo irrisolto riguarda Charles Sampson, il giornalista
che indagava su Heaven’s Veil. Non sono le tre protagoniste a
ucciderlo, ma Jodie, dopo aver scoperto che stava registrando di
nascosto una confessione di Greta. Il gesto è impulsivo, ma segna
per sempre il gruppo.
Le donne decidono di seppellire Charles in segreto, nello stesso
terreno della scuola religiosa. Questo dettaglio è cruciale: il
passato non è mai stato davvero nascosto, ma semplicemente
sotterrato nello stesso luogo che ha generato la loro colpa. Quando
Liam scopre la verità e può finalmente dare un luogo di riposo al
padre, la serie offre una forma di chiusura morale, anche se
tardiva.
L’Evaporation Society e la nuova identità di Greta
Il finale ribalta definitivamente la percezione di Booker e Feeney.
L’Evaporation Society non è soltanto un’organizzazione che protegge
donne in pericolo: è un sistema interno al sistema, con gerarchie e
tradimenti. Scopriamo che la leader stava sfruttando le clienti per
profitto. Booker e Feeney reagiscono eliminando i vertici corrotti
e promettendo di rifondare l’organizzazione secondo regole
nuove.
Greta riceve così nuovi passaporti e una nuova identità per sé, il
marito e la figlia. Non è una fuga, ma una seconda nascita. Dopo
anni passati a essere definita da colpe e narrazioni altrui, può
finalmente scegliere chi diventare.
Cosa c’è nella borsa rosa?
La scena finale riporta l’attenzione su un dettaglio apparentemente
marginale: la borsa rosa lasciata da Greta e recuperata da Dara.
Prima che le tre amiche possano aprirla, la serie mostra lo
sconosciuto che aveva dato un passaggio a Greta morto con un
cacciavite nel collo.
Non vediamo mai il contenuto della borsa. Vediamo solo le reazioni
scioccate delle tre donne. Il silenzio è deliberato. Robyn
pronuncia una frase chiave: “Non ci coinvolgeremo in questa cosa,
per nessuna ragione.”
Quel momento racchiude l’essenza della serie. Per la prima volta,
scelgono di non entrare nel vortice del segreto. Il mistero resta
aperto, ma la decisione è chiara: interrompere la catena di
complicità che le ha unite fin dall’adolescenza.
Cosa è successo davvero a Greta?
Greta non è mai stata semplicemente vittima o carnefice. È stata
una bambina in cerca di salvezza, un’adolescente segnata dalla
colpa, una donna costretta a reinventarsi per sopravvivere. Il
finale non la assolve né la condanna definitivamente: la
restituisce alla complessità.
La morte inscenata, l’incendio, il giornalista sepolto, la fuga
organizzata: ogni evento costruisce un’identità frammentata. Ma nel
momento in cui racconta finalmente la verità alle amiche, Greta si
riappropria della propria storia. E forse è questo il vero
“paradiso” evocato dal titolo: non un luogo geografico, ma la
possibilità di smettere di nascondersi.
La
seconda stagione di Cross,
ispirata alla saga letteraria di Alex Cross,
apre con una trama ancora più cupa e stratificata rispetto al primo
capitolo. Gli episodi iniziali – Harrow, Scatter
e Feed – costruiscono
un’indagine che mette il detective Alex Cross davanti a un dilemma
morale complesso: i responsabili degli omicidi sono semplici serial
killer o vigilanti che cercano di distruggere un sistema criminale
protetto dal potere?
Fin
dalle prime scene, la serie introduce un universo narrativo
dominato da traffici umani, élite corrotte e vendette personali che
si intrecciano con un’indagine federale destinata a trasformarsi in
qualcosa di molto più grande.
Un
doppio assassino colpisce un’élite criminale
La
stagione si apre con una sequenza scioccante ambientata su
un’isola privata, dove un gruppo di uomini ricchi e potenti abusa
di adolescenti. L’irruzione di due misteriosi assassini interrompe
brutalmente il rituale di violenza. L’uomo elimina le guardie,
mentre la donna libera una ragazza e uccide il miliardario Richard
Helvig, dichiarando di essere la figlia di Gabriela Porras prima di
tagliargli la gola e amputargli due dita.
La coppia fugge con le ragazze salvate, stabilendo immediatamente
il tono della stagione. Non si tratta di assassini casuali:
sembrano colpire un sistema criminale ben strutturato. Il loro
modus operandi solleva un interrogativo che accompagnerà tutta la
narrazione: stanno commettendo omicidi o stanno applicando una
forma brutale di giustizia?
Alex Cross affronta un nuovo caso e nuovi conflitti personali
A
Washington, Alex Cross tenta di ritrovare un equilibrio familiare
dopo gli eventi traumatici della stagione precedente. Il rapporto
con la sua famiglia sembra stabilizzarsi, ma la sua vita personale
continua a influenzare il lavoro.
Il nuovo caso esplode quando il magnate Lance Durand riceve un
pacco contenente dita mozzate. Il messaggio appare come una
minaccia diretta, e Cross viene affiancato dall’agente Kayla Craig
per analizzare la vicenda. L’indagine si rivela immediatamente
complessa: l’evento pubblico in cui è stato consegnato il pacco
coinvolge centinaia di sospetti e apre scenari investigativi
estremamente vasti.
Parallelamente, John Sampson affronta una storyline personale
altrettanto destabilizzante quando scopre che Laydona, una
sospettata che accetta di parlare solo con lui, è in realtà sua
madre, creduta morta da anni. Questa rivelazione aggiunge un
ulteriore strato emotivo alla narrazione, evidenziando come i
protagonisti siano costantemente divisi tra dovere professionale e
drammi personali.
I vigilanti Donnie e Luz e il collegamento con la tratta di
minori
La stagione approfondisce la figura dei due assassini, rivelando
gradualmente le loro motivazioni. Donnie e Luz non agiscono a caso:
ogni loro bersaglio è collegato a reti di abuso e traffico di
minori. Il loro piano si espande quando costringono una bancaria,
Beverly Soames, a collaborare per ottenere documenti compromettenti
legati alle attività di Helvig. Quando scoprono il suo
coinvolgimento nel traffico di bambini, la uccidono, rafforzando
l’idea che il loro obiettivo sia smantellare un sistema criminale
radicato.
Questa dinamica crea una tensione morale centrale nella stagione. I
due assassini agiscono come carnefici, ma allo stesso tempo salvano
vittime innocenti. La serie costringe lo spettatore – e Cross
stesso – a confrontarsi con la linea sottile che separa giustizia e
vendetta.
Il “Smiling Man” e la pista della cospirazione
Un’altra figura chiave emerge nell’indagine: il cosiddetto “Smiling
Man”, identificato successivamente come Lincoln Esteban. L’uomo
appare inizialmente come un serial killer tradizionale, ma il suo
ruolo si rivela molto più ambiguo.
Seguendo la pista di una donna collegata a lui, Cross e la squadra
arrivano a Chicago, dove scoprono un rifugio pieno di simboli
esoterici, mappe e resti umani. Tuttavia, più che un semplice
assassino rituale, Lincoln sembra essere un osservatore e un
infiltrato, parte di un piano più ampio.
Le coordinate trovate nel suo rifugio conducono il team fino al
Texas, dove l’indagine esplode in un’operazione contro il traffico
di adolescenti. Durante un violento scontro a fuoco, Cross scopre
che Lincoln stava monitorando lo stesso traffico e cercando di
fermarlo. La sua figura assume così una dimensione ambivalente:
criminale per legge, ma potenziale alleato contro una rete ancora
più pericolosa.
Il caos in Texas e la fuga di Lincoln
L’operazione in Texas rappresenta uno dei momenti più intensi dei
primi episodi. Il team riesce a intercettare un camion utilizzato
per il traffico di minori, salvando diverse vittime e arrestando
Lincoln. Tuttavia, l’intervento di un poliziotto corrotto, Larsen,
complica la situazione e dimostra quanto la cospirazione sia
radicata anche nelle forze dell’ordine.
La successiva morte di Larsen e la fuga di Lincoln segnano una
svolta narrativa decisiva. Il fatto che Lincoln si presenti alla
porta di Luz suggerisce che i due gruppi di vigilanti potrebbero
essere collegati o addirittura parte dello stesso piano. Questo
sviluppo apre scenari ancora più vasti, indicando che la stagione
ruoterà attorno a una guerra sotterranea tra un sistema criminale
globale e individui pronti a combatterlo con mezzi estremi.
Il rapporto tra Alex e Kayla e le conseguenze professionali
Nel frattempo, la relazione tra Alex e Kayla evolve in modo
inaspettato. Durante la missione in Texas, i due cedono
all’attrazione reciproca, dando vita a una notte di passione che
complica ulteriormente la loro collaborazione. Kayla preferisce
considerarlo un episodio isolato, mentre Alex sembra cercare
qualcosa di più profondo.
Questo contrasto riflette uno dei temi principali della serie: la
difficoltà di separare la vita personale dal lavoro investigativo.
In un contesto dove ogni scelta può influenzare l’esito delle
indagini, il rapporto tra i due rischia di diventare una
vulnerabilità.
Serial killer o vigilanti? Il vero interrogativo della
stagione
I
primi tre episodi costruiscono una narrazione che mette in
discussione la definizione stessa di criminalità. Donnie, Luz e
Lincoln operano fuori dalla legge, ma colpiscono individui
coinvolti in atrocità sistemiche. Cross si trova così a combattere
su due fronti: fermare gli assassini e smascherare l’organizzazione
che ha generato la loro vendetta.
La stagione suggerisce che la vera minaccia non sia rappresentata
dai singoli killer, ma dal sistema che ha reso possibile la loro
esistenza. Le mutilazioni, le esecuzioni e le missioni di
salvataggio diventano simboli di un conflitto morale dove la
giustizia ufficiale appare spesso impotente.
I
primi episodi, quindi, non offrono risposte definitive, ma
costruiscono un thriller che promette di esplorare il confine tra
legalità e giustizia personale, preparando il terreno per una
cospirazione che sembra coinvolgere politica, finanza e forze
dell’ordine.
La
seconda stagione di Kohrra di
Netflix amplia l’universo morale già
tracciato nel primo capitolo e spinge la narrazione verso territori
ancora più oscuri. Ambientata nella cittadina di Dalerpura, la
serie costruisce un caso di omicidio che diventa il punto di
rottura di equilibri familiari, segreti sepolti e colpe collettive.
La morte di Preet non è solo un delitto da risolvere, ma il
detonatore di una verità che coinvolge intere generazioni. Nel
finale, la risposta alla domanda “chi ha ucciso Preet?” è tanto
sconvolgente quanto tragicamente coerente con il mondo
raccontato.
Kohrra 2 – Cosa succede prima del finale
La
stagione si apre con il ritrovamento del corpo di Preet nel fienile
accanto alla casa di famiglia. I segni sul collo indicano
strangolamento, ma la dinamica resta ambigua: è morta soffocata o
trafitta dal picco su cui è stata ritrovata? L’indagine guidata da
Amarpal Garundi e dalla sua superiore Dhanwant Kaur si muove
inizialmente lungo piste prevedibili. I sospetti ricadono su Johnny
Malang, con cui Preet realizzava video social; sull’ex marito,
minacciato dopo un prelievo ingente di denaro dal suo conto; e su
Baljinder, il fratello, che temeva di perdere parte
dell’eredità.
Parallelamente, la serie introduce Arun, un giovane arrivato dal
Jharkhand alla ricerca del padre scomparso vent’anni prima. Quello
che sembra un filone secondario si rivela progressivamente
centrale: il padre di Arun, Rakesh Kumar, era stato venduto come
lavoratore vincolato alla famiglia di Baljinder, insieme ad altri
uomini ridotti in una forma di schiavitù moderna. Incatenati e
privati della libertà per due decenni, i cinque uomini lavoravano
in condizioni disumane. Questo passato, occultato con cura, diventa
la chiave per comprendere la tragedia presente.
Chi ha ucciso Preet? La verità su Rakesh Kumar
La rivelazione finale è amara e profondamente tragica: Preet è
stata uccisa da Rakesh Kumar, il padre di Arun. Tuttavia, la sua
morte non nasce da un piano premeditato, bensì da una
concatenazione di traumi e responsabilità accumulate nel tempo.
Quando Preet rientra dagli Stati Uniti pochi mesi prima
dell’omicidio, scopre con orrore che Rakesh è ancora tenuto
prigioniero nella proprietà di famiglia. È lei a insistere perché
venga liberato, costringendo Baljinder a scioglierne le catene. Ma
vent’anni di prigionia non si cancellano in una notte. Rakesh,
mentalmente devastato, non comprende il concetto di libertà:
continua a vagare in stato confusionale e, per inerzia psicologica,
torna al fienile per incatenarsi di nuovo.
La notte dell’omicidio, dopo un litigio con Johnny Malang e
l’assenza del custode, Rakesh rientra nella proprietà. Preet lo
trova incatenato e cerca di liberarlo ancora una volta. Nel
tentativo di convincerlo che è finalmente libero, qualcosa si
spezza nella mente dell’uomo. In un impeto improvviso, la afferra
alla gola e la strangola. Quando la lascia, Preet cade all’indietro
e finisce trafitta sul picco. Rakesh, incapace di comprendere
pienamente ciò che ha fatto, si allontana lasciando dietro di sé il
corpo.
La verità emerge solo quando Garundi riconosce Rakesh nella
fotografia portata da Arun e, riportandolo sulla scena del crimine,
osserva come l’uomo torni meccanicamente alle catene. È un gesto
che dice tutto: Rakesh non è solo un assassino, ma il prodotto di
un sistema brutale che lo ha privato di identità e lucidità.
Chi è davvero responsabile della morte di Preet?
Il finale non si limita a individuare un colpevole materiale.
Quando la madre di Preet maledice Rakesh, Dhanwant e Garundi
ribaltano la prospettiva: sono stati Baljinder, la madre e l’intera
famiglia a creare le condizioni che hanno portato alla tragedia.
Tenere un uomo incatenato per vent’anni equivale a distruggerne
l’umanità. Preet, paradossalmente, muore proprio per aver tentato
di rimediare all’ingiustizia.
La serie suggerisce così un concetto chiave: il delitto non nasce
in un istante, ma si sedimenta nel tempo. Rakesh compie l’atto, ma
la colpa è condivisa. In questo senso, Kohrra mantiene la sua cifra narrativa:
nessuno è innocente, e ogni peccato prima o poi presenta il
conto.
Garundi e Silky tornano insieme?
Sul piano personale, la stagione mette in crisi il matrimonio tra
Garundi e Silky. Trasferitosi a Dalerpura per allontanarsi dalle
tensioni familiari, il detective sperava di ricominciare da capo.
Ma i segreti lo seguono. La rivelazione che Garundi è il padre del
figlio non ancora nato della cognata Rajji distrugge la fiducia di
Silky, che lo lascia dopo avergli dato la possibilità di
confessare.
Il finale lascia uno spiraglio: Silky si siede accanto a Garundi in
ospedale, dopo la nascita del bambino di Rajji. Non è una
riconciliazione definitiva, ma un segnale di apertura. Come
l’indagine principale, anche questa relazione richiederà tempo per
guarire. La serie non offre soluzioni semplici, ma suggerisce che
la verità, per quanto dolorosa, sia l’unico punto di partenza
possibile.
Perché Dhanwant vende la moto del figlio? Jagdish tornerà?
Dhanwant Kaur affronta un dolore parallelo: la morte del figlio
adolescente in un incidente causato dal marito Jagdish, che guidava
ubriaco. La moto del ragazzo diventa un simbolo del lutto
congelato. Quando Jagdish scompare e si scopre che si è ricoverato
in rehab, la donna comprende che il marito sta finalmente
affrontando la propria colpa.
Nel momento in cui Dhanwant decide di vendere la moto, la serie
segna un passaggio fondamentale: non è un tradimento della memoria
del figlio, ma l’inizio di un’elaborazione sana del dolore.
L’ultima scena, con Jagdish che prova a ricontattarla, suggerisce
una possibile ricostruzione del rapporto. Non è garantita, ma è
possibile.
Un finale che parla di schiavitù, colpa e responsabilità
collettiva
Il cuore del finale di Kohrra
2 non è il semplice “chi”, ma il “perché”. Preet muore perché
ha tentato di rompere una catena lunga vent’anni. Rakesh uccide
perché è stato disumanizzato. La famiglia di Baljinder paga per un
sistema di sfruttamento che ha considerato normale. E gli
investigatori, con le loro fragilità personali, riflettono lo
stesso mondo imperfetto che cercano di riparare.
La nebbia evocata dal titolo non è solo atmosferica: è morale. E
nel finale, quando la verità emerge, non dissolve completamente
l’oscurità. La illumina appena, quanto basta per ricordare che la
giustizia, a volte, è solo il primo passo verso una consapevolezza
più scomoda.
La
serie crime mandarino di Netlix Million-Follower Detective (titolo originale
Bai wàn rén tuili)
costruisce il proprio impianto narrativo su un’idea potente e
inquietante: cosa accade quando l’ossessione per i follower
incontra il desiderio di vendetta? Tra influencer morti in
circostanze misteriose e una veggente mascherata che sembra
anticipare ogni tragedia, la serie trascina lo spettatore in un
labirinto morale dove tecnologia, senso di colpa e corruzione si
intrecciano in modo sempre più claustrofobico.
Nel finale, però, la domanda centrale diventa una sola:
chi sono davvero i
killer? E la risposta, come spesso accade nei thriller più
riusciti, non è semplice né univoca.
Chi si nasconde dietro Baba Witch e le sue “profezie”?
Per buona parte della serie, l’attenzione si concentra su Baba
Witch, la misteriosa influencer mascherata che pubblica video in
cui predice omicidi che puntualmente si verificano il giorno
successivo. Il detective Chen Chia-jen, inizialmente scettico, è
costretto a rivedere le proprie convinzioni quando le coincidenze
diventano troppe per essere ignorate.
La rivelazione è tanto sconvolgente quanto coerente con il tema
della serie: Baba Witch non è una veggente, ma uno strumento.
Dietro le “profezie” si cela il dottor Ki Ta-fu, un uomo devastato
dalla perdita della moglie incinta e della figlia non ancora nata
in un incidente stradale causato dalla superficialità di un gruppo
di influencer ossessionati da like e visualizzazioni.
Ta-fu non solo orchestra gli omicidi, ma utilizza la figura di Baba
Witch per costruire una narrativa pubblica: trasforma la vendetta
in spettacolo, sfruttando la stessa logica virale che ha distrutto
la sua famiglia. Costringe Li Ting-en, coinquilina della figlia del
detective, a registrare i video sotto ricatto, dopo aver rapito
You-jie come ostaggio. Le profezie diventano così un macabro
countdown, una messinscena studiata per amplificare l’impatto
emotivo e mediatico delle sue azioni.
Ta-fu riesce a uccidere due dei responsabili dell’incidente, ma
prima di completare la sua vendetta viene catturato. Consapevole
che il suo piano è fallito, sceglie il suicidio ingerendo cianuro.
È una fine coerente con il suo arco narrativo: un uomo che ha perso
tutto e che non concepisce un’esistenza al di fuori della
vendetta.
Ma il caso, a questo punto, non è ancora chiuso.
Perché esiste un secondo killer? Il colpo di scena su Chen-wei
Il vero ribaltamento arriva quando emerge che Ta-fu non è l’unico
responsabile della spirale di sangue. Le indagini rivelano
l’esistenza di due video dell’incidente: uno girato dagli
influencer, l’altro dalla dashcam di Ta-fu. Questo dettaglio apre
una nuova pista investigativa.
Attraverso un lavoro d’archivio quasi “analogico”, Chia-jen scopre
che la notte dell’incidente un altro uomo, Chao Kuo-an, morì
ufficialmente per overdose nelle vicinanze. Ma Kuo-an era in realtà
un informatore — e spacciatore — di Chen-wei, capo della High
Technology Crime Unit.
La verità è devastante: Chen-wei, dipendente dalla cocaina e
ossessionato dalla propria carriera, sparò a Kuo-an durante un
alterco. Fu proprio quel proiettile a contribuire indirettamente
all’incidente che costò la vita alla famiglia di Ta-fu. Per
proteggere sé stesso, Chen-wei manipolò i rapporti ufficiali, coprì
le prove e fece archiviare il tutto come overdose e incidente
isolato.
Quando comprende che esistono filmati che potrebbero incriminarlo,
inizia a sabotare le indagini. Dopo la morte di Ta-fu, decide di
eliminare personalmente gli influencer sopravvissuti per cancellare
ogni traccia. È lui il secondo killer: non guidato dal dolore, ma
dalla paura di perdere potere e status.
La serie, a questo punto, sposta il discorso dalla vendetta privata
alla corruzione istituzionale. Se Ta-fu rappresenta la giustizia
deviata dal dolore, Chen-wei incarna la degenerazione del
sistema.
Wei-ten e Ting-yu sopravvivono? Il piano per smascherare il
colpevole
Wei-ten, il primo influencer coinvolto, sopravvive nonostante la
sparatoria iniziale e il successivo coma. Ting-yu, tra i principali
responsabili dell’incidente, diventa invece un personaggio centrale
nel finale: consapevole delle proprie colpe, decide di collaborare
con la polizia per attirare il secondo killer allo scoperto.
Il piano è rischioso e spettacolare: simulano un peggioramento
delle condizioni di Wei-ten per indurre Chen-wei a intervenire e
“finire il lavoro”. Quando l’ufficiale tenta effettivamente di
ucciderlo in ospedale, viene colto in flagrante. Anche nel momento
della cattura, prova a fuggire prendendo Ting-yu in ostaggio, ma
grazie alla complicità costruita con Chia-jen riesce a essere
neutralizzato.
Il finale lascia spazio a una parziale redenzione: gli influencer
sopravvissuti riconoscono le proprie responsabilità e si mostrano
pronti a cambiare. Non è una soluzione semplicistica, ma un
tentativo di chiudere il cerchio morale della storia.
Perché Ta-fu rapisce You-jie? Il conflitto padre-figlia al centro
della serie
Il rapimento di You-jie non è soltanto un espediente narrativo, ma
il cuore emotivo della serie. Il rapporto tra Chia-jen e la figlia
è segnato dal lutto per la morte della madre e dall’incapacità del
detective di gestire il dolore in modo sano. Autoritario, distante,
incapace di ascoltare, Chia-jen ha perso il legame con la figlia
molto prima del suo rapimento.
Ta-fu sceglie You-jie come pedina non solo per controllare Ting-en,
ma anche perché rappresenta un simbolo: una figlia che può ancora
essere salvata, a differenza della propria. Nel momento in cui
Chia-jen riesce a salvarla, la serie offre al protagonista una
possibilità di redenzione personale, parallela alla risoluzione del
caso.
In questo senso, Million-Follower Detective non è soltanto un thriller
sui social media, ma un dramma sulla responsabilità: quella degli
influencer, quella dei poliziotti, quella dei genitori.
Un finale che parla di colpa, potere e spettacolarizzazione della
tragedia
La presenza di due killer non è un semplice colpo di scena, ma una
dichiarazione tematica. Da un lato, la vendetta privata che nasce
dall’ingiustizia percepita; dall’altro, la corruzione sistemica che
protegge sé stessa a ogni costo. Entrambi i filoni sono legati da
un unico filo rosso: la manipolazione dell’immagine pubblica.
Le “profezie” di Baba Witch, la viralità dei video, l’uso dei
social come arma e come scudo: tutto ruota attorno alla
spettacolarizzazione del dolore. Il finale suggerisce che il vero
mostro non sia soltanto l’assassino, ma un sistema in cui la
visibilità conta più della verità.
E in un mondo dove ogni
tragedia può diventare contenuto, la domanda resta aperta: chi sta
davvero osservando chi?
Quando si avvicina la stagione di
San Valentino, ciò che si cerca è il romanticismo — che sia nei
propri libri preferiti di sempre o nei nuovi film che escono ogni
anno in questo periodo. Quest’anno ho avuto la sfortuna di vedere
alcune pellicole davvero pessime, ma Yoh! Bestie è
stata per me una sorpresa positiva. Non solo questo film
sudafricano racconta una dolce storia da migliori amici ad amanti,
ma offre anche una profondità inaspettata per una rom-com su
Netflix.
La storia segue Thando, una donna
non più giovanissima che viene lasciata sola per due anni dal suo
coinquilino e migliore amico, Charles. Il suo trasferimento a New
York lascia Thando in un limbo fatto di matrimoni a cui deve
partecipare da sola. Ma siamo nell’era di internet, e il suo
“accompagnatore” è sempre Charles, anche se si trova dall’altra
parte del mondo. Quando lui ritorna, Thando pensa che sia per
restare definitivamente. È felicissima di riavere il suo migliore
amico accanto e vuole finalmente confessargli ciò che prova.
Tuttavia, resta scioccata nello scoprire che Charles è tornato non
solo con una fidanzata, ma con una promessa sposa. Sfortunata in
amore, Thando teme di restare sola per sempre, ma continua comunque
a sostenere Charles. Riuscirà davvero a farlo? E Charles si renderà
conto dei suoi veri sentimenti? Scopriamolo nel finale del
film.
Rea è una cattiva persona?
La cosa che mi è piaciuta di più di
Yoh! Bestie è che, pur partendo dal cliché secondo
cui una relazione tra un uomo e una donna non può essere solo
amicizia agli occhi della fidanzata, riesce a ribaltarlo. La prima
cosa che Thando nota è che Rea è decisamente “fuori dalla portata”
di Charles. Non sappiamo molto della loro relazione, ma sappiamo
che lei è più grande di lui, più sofisticata, con lavori
prestigiosi, conferenze TED e una situazione economica ben più
solida.
Alla luce di questo, Thando
inizialmente pensa di sabotare il matrimonio. Tuttavia, decide di
leggere l’autobiografia di Rea per conoscerla meglio e alla fine
rinuncia all’idea di rovinare le nozze. Questo non significa che
Rea non reagisca alla presenza della migliore amica giovane e
affascinante di Charles.
Rea definisce Thando un disastro,
ed è proprio questo che distingue le due donne. Rea si considera
più sofisticata e sicura di sé, convinta che nessuno possa
preferire un’altra a lei. Ma l’amore non funziona così. Sebbene si
senta superiore, sa nel profondo che Charles nutre sentimenti
nascosti per Thando. Non è una vera antagonista, ma ha sfumature
che la rendono ambigua.
Fortunatamente, il film non mette
realmente le due donne l’una contro l’altra. Anche se Thando è
consapevole dei propri sentimenti, quando partecipa al matrimonio è
determinata a sostenere Charles, non a sabotarlo. Entrambe
riconoscono qualità nell’altra, pur restando sicure del proprio
valore. Non credo quindi che Rea sia una “cattiva”: è semplicemente
quella che viene lasciata indietro. E invece di reagire con
meschinità, sceglie di comportarsi con maturità, decidendo di
lasciare Charles prima ancora che lui chiarisca cosa vuole davvero.
Forse è lui il vero responsabile della situazione.
Cosa succede tra Riri e
Bheki?
Nel frattempo, Riri, la nuova
migliore amica di Thando, decide di presentarsi al matrimonio senza
invito, determinata a sabotarlo per il bene dell’amica. È convinta
che Charles e Thando siano destinati a stare insieme. Porta con sé
il fidanzato Bheki, che in passato aveva frequentato Thando.
I due arrivano con intenzioni
dispettose, ma l’atmosfera romantica e le splendide decorazioni di
Pett cambiano qualcosa in Riri. Presa dall’entusiasmo e complice
qualche bicchiere di troppo, propone lei stessa a Bheki di
sposarla. Lui, uomo tradizionalista, resta scioccato e si offende,
finché un piccolo incidente non lo riporta alla ragione.
Riri continua a scherzare
sulla proposta per gran parte del film, perché desidera davvero
sposarsi, mentre Bheki aspetta il “momento perfetto”. Ironia della
sorte, quel momento dovrebbe coincidere con il matrimonio di
Charles e Rea, ma le nozze vengono annullate all’ultimo minuto.
Così, in un momento simbolico davanti alle decorazioni ormai
inutilizzate, Bheki chiede finalmente a Riri di sposarlo. Più
avanti, Riri chiede a Thando di farle da damigella d’onore con un
tenero cartello.
Charles e Thando finiscono
insieme?
È davvero una rom-com se i
protagonisti non finiscono insieme? Probabilmente no, ed è per
questo che Yoh! Bestie si conclude con la riunione
dei due migliori amici.
Prima però Thando attraversa un
periodo difficile. Dopo aver lasciato Pett, si perde tutto il
dramma del matrimonio annullato, compresa la proposta di Bheki e la
confessione di Charles. Si chiude in casa per giorni, trascura il
lavoro e si lascia andare alla tristezza. Anche se avrebbe potuto
costruire qualcosa con Nas, nel profondo ha sempre saputo che il
suo cuore apparteneva a Charles.
La situazione peggiora al punto che
Charles manda perfino il suo capo a casa sua con una falsa
emergenza lavorativa per costringerla a uscire.
Nel finale di Yoh!
Bestie, Charles usa proprio i cartelli — simbolo del loro
legame — per dichiararsi. All’inizio del film li aveva usati per
salutarla; al suo ritorno, Thando ne aveva preparato uno per
confessargli i suoi sentimenti, trovandosi però davanti Rea. È
perfetto che tutto si chiuda con lo stesso gesto. Ciò che le aveva
spezzato il cuore ora le restituisce la felicità.
Charles trova finalmente il
coraggio di ammettere ciò che prova per Thando, anche se il suo
modo di dichiararsi è un po’ goffo. Prima di lasciarlo, Rea gli
aveva detto di sperare che Thando lo rendesse un uomo migliore. In
realtà, Thando non ha mai cercato di cambiarlo, ma solo di essergli
accanto.
L’amore non è solo cioccolatini e
rose: è restare svegli per una videochiamata nel cuore della notte
quando l’altro sta attraversando un momento difficile. Charles
ammette persino di aver scritto le promesse nuziali pensando a
Thando, perché è facile scrivere di qualcuno che si ama
davvero.
Il film si chiude con il matrimonio
di Riri e Bheki, lasciando intendere che Charles e Thando saranno i
prossimi. “Yoh! Bestie”, non sei più sola.
Brotherhood – Stato di
paura è un film thriller d’azione brasiliano del 2026
distribuito su Netflix, ambientato nello stesso universo della serie
Brotherhood. La storia unisce azione, tensione
sociale e dramma personale, raccontando l’esplosione di una guerra
urbana tra polizia e criminalità organizzata nella città di San
Paolo.
Il film si apre in una stazione di
polizia civile. L’agente Dalva, incinta e in congedo di maternità,
passa in ufficio pochi giorni prima del parto. Il marito Romero,
anch’egli poliziotto, le ha organizzato una piccola festa a
sorpresa con i colleghi. L’atmosfera festosa viene però spezzata da
un’esplosione: un’autobomba colpisce il parcheggio del distretto.
Subito dopo, uomini mascherati scendono da alcune auto e aprono il
fuoco contro l’edificio in un attacco coordinato. Dalva e Romero
riescono a fuggire su un furgone della polizia, ma durante la fuga
la donna entra in travaglio e comincia a perdere sangue. Romero
trova riparo sotto un ponte per aiutarla a partorire, mentre la
città sprofonda nel caos.
Cosa racconta
Brotherhood – Stato di paura
La narrazione torna indietro di due
giorni per spiegare l’origine della crisi. Cristina, consigliera
dell’organizzazione criminale chiamata “Brotherhood”, visita in
carcere il suo amante Ivan, uno dei leader della banda. Nonostante
sia detenuto, Ivan continua a esercitare potere dall’interno del
penitenziario. Cristina è anche sorella di Edson Ferreira,
fondatore della Brotherhood, morto dieci anni prima. Da allora si
prende cura di Elisa, figlia di Edson, adolescente inquieta ma
ignara fino in fondo del peso dell’eredità paterna.
La miccia che fa esplodere la
guerra è il rapimento di Elisa. Due poliziotti corrotti fermano la
ragazza e il suo fidanzato con un pretesto: piantano della droga
per estorcere denaro. Quando scoprono l’identità di Elisa,
comprendono che il “bottino” può essere molto più grande. La
rivalità storica tra polizia e Brotherhood, alimentata dagli
omicidi compiuti anni prima da Edson contro agenti corrotti e
razzisti, trasforma l’estorsione in un atto di vendetta personale.
Elisa non viene formalmente arrestata: i poliziotti contattano
invece Cristina e chiedono un riscatto.
Il film mette in scena una realtà
moralmente ambigua. La Brotherhood era nata come reazione alla
corruzione sistemica e alle ingiustizie subite dai poveri e dalle
minoranze. Tuttavia, nel presente, sia la polizia sia i criminali
appaiono mossi soprattutto da interessi personali, avidità e sete
di potere. Il conflitto non è più una lotta per la giustizia, ma
uno scontro tra fazioni egualmente compromesse.
Quando Cristina informa Ivan del
rapimento, lui ordina una rappresaglia violenta contro la polizia.
In apparenza vuole vendicare Elisa; in realtà ha un obiettivo
diverso. Le autorità stanno per trasferire i detenuti di alto
profilo in un carcere di massima sicurezza con isolamento totale,
privandoli dei privilegi. Ivan teme l’isolamento e sfrutta la crisi
per scatenare il caos, pianificando un’evasione durante un attacco
a un convoglio penitenziario. La guerra urbana diventa così uno
strumento per la sua sopravvivenza personale. Cristina, contraria
all’escalation, non riesce a fermare gli altri leader della gang,
che seguono Ivan.
Nel frattempo la città si divide in
zone controllate dalla Brotherhood e zone presidiate da una polizia
brutale e indiscriminata. In questo scenario emerge la figura di
Angela, madre anziana di uno dei poliziotti corrotti, Borges, che
tiene Elisa in ostaggio nella propria casa. Angela rappresenta la
voce dei cittadini comuni, vittime collaterali della guerra.
Tornando dal lavoro tra sparatorie e tensioni, scopre con orrore
che il figlio ha sequestrato una ragazza. Pur amando Borges, lo
affronta e cerca di costringerlo a liberare Elisa, temendo che stia
oltrepassando un limite irreversibile.
Angela tenta di mediare,
portando il figlio nel centro della città per risolvere la
situazione, ma gli eventi precipitano. Nel caos, la donna finisce
per sacrificare la propria vita nel tentativo disperato di
proteggere il figlio. La sua morte sottolinea il destino tragico di
chi cerca di fare la cosa giusta in un mondo dominato dalla
violenza.
Cristina riesce a liberare Elisa in
una stazione ferroviaria abbandonata, ma potrebbe fuggire e
salvarsi. Un graffito con la scritta “ciò che è giusto è giusto”
risveglia in lei l’ideale originario della Brotherhood, incarnato
da Edson: difendere gli oppressi contro un sistema razzista e
classista. Un flashback mostra Edson che, pur sapendo di rischiare
l’arresto, difende la figlia da accuse discriminatorie in spiaggia.
Cristina, animata dallo stesso senso di giustizia, decide di
affrontare Borges invece di scappare. Tuttavia la sua scelta
conduce a un epilogo fatale: viene colpita al petto e muore,
dimostrando che la violenza genera soltanto altra violenza.
Cosa significa davvero il finale
di Brotherhood – Stato di paura?
Nel finale, Elisa tenta di portare
la zia ferita verso un blocco della Brotherhood, ma la situazione
degenera in ulteriori scontri tra gang e polizia. Fingendo di
essere morte, le due sopravvivono momentaneamente. Poco dopo,
accecata dalla rabbia per la perdita di Cristina, Elisa spara
contro un furgone della polizia in avvicinamento, uccidendo senza
saperlo Romero e Dalva — la coppia vista all’inizio del film, che
stava cercando di tornare a casa dopo il parto imminente.
Subito dopo, Elisa sente il pianto
di un neonato nel veicolo colpito. Realizzando l’orrore del suo
gesto, salva il bambino e lo tiene in braccio mentre intorno le
auto bruciano e la città continua a esplodere in violenza.
L’immagine finale è ambivalente: Elisa mostra compassione e senso
di responsabilità, ma è ormai entrata nello stesso ciclo di
vendetta che ha distrutto suo padre e sua zia.
Il film si chiude con un messaggio
cupo: in un sistema profondamente corrotto, dove polizia e
criminali si somigliano più di quanto vogliano ammettere, anche chi
nasce con ideali di giustizia rischia di essere travolto dalla
spirale dell’odio. Elisa potrebbe rappresentare una possibilità di
cambiamento, ma il prezzo pagato suggerisce che spezzare davvero il
ciclo sarà estremamente difficile.
In arrivo su Netflix il prossimo 26 febbraio, Bridgerton
– Stagione 4 Parte 2 concluderà la tormentata
storia d’amore di Benedict Bridgerton (Luke Thompson) con la
misteriosa domestica Sophie Baek (Yerin Ha).
Il bohémien secondogenito Benedict
Bridgerton (Luke Thompson) rifiuta di sistemarsi,
nonostante le insistenti richieste della madre, la matriarca Lady
Violet Bridgerton (Ruth Gemmell). Finché, al ballo
in maschera organizzato da Violet, Benedict rimane folgorato da una
misteriosa Dama d’Argento dal volto coperto. Con l’aiuto, seppur
riluttante, della sorella Eloise (Claudia Jessie),
Benedict si lancia in società per scoprire l’identità della giovane
donna. Ma in realtà, la donna dei suoi sogni non appartiene affatto
all’alta società: è una brillante cameriera di nome Sophie Baek
(Yerin Ha), al servizio della temibile padrona di
casa, Araminta Gun (Katie Leung).
Cosa succederà nella parte 2 di Bridgerton – Stagione
4
Quando il destino porta
Benedict e Sophie a rincontrarsi, lui si trova diviso tra la realtà
dell’affetto per questa affascinante domestica e la fantasia della
Dama d’Argento, ignaro che siano in realtà la stessa persona.
L’incapacità di Benedict di vedere che le due donne sono una sola
rischierà di distruggere la scintilla innegabile che li unisce? E
l’amore può davvero vincere tutto, persino un legame proibito dalla
società per via della differenza di classe?
A ispirare il percorso di
Benedict ci sono anche i matrimoni dei suoi fratelli – tra cui
Francesca (Hannah Dodd) con John Stirling
(Victor Alli) e Colin (Luke
Newton) con Penelope (Nicola Coughlan),
che affronta nuove sfide ora che la sua identità di cronista
mondana è stata resa pubblica.
Bridgerton –
Stagione 4
Numero episodi: 8
Location delle riprese:
Londra, UK
Showrunner / Produttore
esecutivo: Jess Brownell
Produttori esecutivi:
Shonda Rhimes, Betsy Beers, Tom Verica e Chris
Van Dusen
Cast principale: Luke
Thompson (Benedict Bridgerton), Yerin Ha (Sophie Baek), Jonathan Bailey (Anthony Bridgerton), Victor
Alli (Lord John Stirling), Adjoa Andoh (Lady Danbury), Julie
Andrews (Lady Whistledown), Lorraine Ashbourne (Mrs. Varley),
Masali Baduza (Michaela Stirling), Nicola Coughlan (Penelope
Bridgerton), Hannah Dodd (Francesca Stirling), Daniel Francis (Lord
Marcus Anderson), Ruth Gemmell (Violet Bridgerton), Florence Hunt
(Hyacinth Bridgerton), Martins Imhangbe (Will Mondrich), Claudia
Jessie (Eloise Bridgerton), Luke Newton (Colin Bridgerton), Golda
Rosheuvel (Regina Charlotte), Will Tilston (Gregory Bridgerton),
Polly Walker (Portia Featherington), Emma Naomi (Alice Mondrich),
Hugh Sachs (Brimsley)
Cast secondario: Simone
Ashley (Kate Bridgerton), Isabella Wei (Posy Li), Michelle Mao
(Rosamund Li) e Katie Leung (Lady Araminta Gun)
Dal 12 marzo al cinema distribuito
da Be Water, Keeper –
L’eletta è il
nuovo film di Osgood Perkins, di cui oggi vi
proponiamo un trailer special, in occasione di San Valentino.
In una baita isolata, Liz e Malcolm
si godono il loro weekend fuori porta. Ma presenze inquietanti e un
legame oscuro con la foresta iniziano a emergere. Le visioni si
moltiplicano, la realtà vacilla e il rifugio si trasforma in un
incubo di manipolazione, destino e mostruosa eredità.
‘’Keeper è stata l’occasione per
esplorare il mostro che può nascondersi dentro una relazione.’’
– Oz Perkins
Dopo il successo mondiale di
Longlegse l’acclamato adattamento di
The
Monkey, il nuovo viaggio nel male di Osgood Perkins
con Tatiana Maslany e Rossif
Sutherland.
Marco Castaldi,
regista di Amici Comuni, ci racconta il
percorso creativo dietro il suo ultimo film, un racconto che
esplora l’amore, le amicizie e le scelte di coppia. Dal
cortometraggio originale al lungometraggio, passando per la
costruzione di un cast eterogeneo, Castaldi ci guida attraverso le
sfide e le emozioni che hanno animato il progetto.
Come sei arrivato a questa
storia?
Marco Castaldi:«Clemente Meucci mi ha proposto una sceneggiatura di trenta
pagine che prevedeva solo la prima scena del film, quella della
cena. Insieme ci siamo proposti di svilupparla in modo tale che
potesse diventare un lungometraggio. E quello è stato il punto di
partenza per arrivare poi a una seconda e terza parte della storia
che raccontavano l’addio al nubilato, l’addio al celibato e poi il
matrimonio. Ci era piaciuto molto Storie Pazzesche e volevamo
inserire una sequenza in cui veniva celebrato un matrimonio. In
pratica ho visto nascere il film».
Nel 2018 hai già diretto un
cortometraggio dal titolo “Amici Comuni”. Qual è il legame con
questo lungo?
Marco Castaldi:«Il corto è stato una specie di preparazione al lungo, un modo
per presentare il progetto ai finanziatori e per ottenere i fondi
per realizzare il lungometraggio. Era un piccolo riassunto della
cena, e si concludeva con la rivelazione. Con quel corto abbiamo
bussato a tantissime porte e così siamo riusciti a trovare i fondi,
anche grazie ai bandi ministeriali. Poi abbiamo cercato un modo di
ripulire la scrittura e abbiamo coinvolto Chiara Laudani per la
revisione del film. Il suo intervento ha trasformato la
sceneggiatura in un vero film, permettendomi di fare quasi un corso
intensivo di sceneggiatura grazie alla sua esperienza».
Rispetto al tuo precedente
lungometraggio, “Nel bagno delle donne”, questo film nasce da una
storia originale. Cambia il tuo approccio nello studio della
storia?
Marco Castaldi:«Avere un romanzo di partenza aiuta sicuramente, ma il lavoro
principale nasce sempre dalla collaborazione con gli attori. Con
Luca Vecchi, protagonista del film, abbiamo analizzato ogni parola
della sceneggiatura. Mi confronto con gli autori e scelgo sempre
gli attori in maniera coerente con i personaggi. Per Amici Comuni,
abbiamo lavorato anche con
Raoul Bova, creando una terza sceneggiatura che rispondeva alle
necessità dei personaggi e ci ha permesso di far emergere ciò che
dovevano davvero dire».
Il cast è molto
eterogeneo. Come lo hai assemblato?
Marco Castaldi:«Tendo a lavorare con persone di cui mi fido e con cui posso
avere un confronto onesto. Luca ed io siamo amici da 22 anni, con
Raoul ci conosciamo da tempo e abbiamo già collaborato. Francesca
Inaudi l’ho coinvolta grazie alla mia esperienza come direttore di
produzione e alla nostra agente in comune: il personaggio le si
addiceva molto.
Beatrice Arnera è stata l’unica a fare un provino; è stata
magnifica fin dalla prima parola e sono felice di averla nel
film».
Dal punto di vista
artistico, quale è stata la parte più complicata da
realizzare?
Marco Castaldi:«La cena, che abbiamo girato come se fosse un film d’azione,
pieno di tagli. La scena poteva essere noiosa con quattro
personaggi fermi, ma abbiamo scelto un linguaggio veloce, senza
inserire subito le musiche. Ogni atto ha uno stile distintivo: il
primo ricorda un film francese, il secondo è più comedy, mentre il
terzo è romantico e mette in luce i nodi emotivi. Raccontare questi
anti-eroi e le loro relazioni nel 2026 è stata la sfida più
grande».
Quello che si chiedono i
protagonisti: che cos’è l’amore?
Marco Castaldi:«L’amore è quella cosa che alla fine ti fa dire che vale la
pena affrontare le difficoltà, faticare per raggiungere un intento
comune: essere felici insieme».
E i tuoi personaggi trovano
la felicità?
Marco Castaldi:«Assolutamente sì… o forse no. Lo lascio decidere allo
spettatore».
Amici Comuni
arriva in esclusiva in Italia dal 13 febbraio su Paramount+. Il film, interpretato da Raoul
Bova, Francesca Inaudi, Beatrice Arnera e Luca
Vecchi, intreccia le vite di due coppie di amici e li
mette di fronte alla più universale delle domande: che cos’è
l’amore? La colonna sonora è accompagnata dal brano di
Cosmo“Quando ho incontrato te”.
Ralph Fiennes ha interpretato Lord Voldemort nei film di Harry
Potter in modo terrificante e indimenticabile, e seguire
le sue orme non sarà un’impresa facile per nessun attore. Tuttavia,
con la nuova serie
HBO in fase di realizzazione, è certo che prossimamente avremo
una nuova versione del personaggio. Sebbene Fiennes sia comparso
nella saga solo nel quarto film, Il
calice di fuoco, alcune manifestazioni di Voldemort si
hanno sin da La pietra filosofale.
Il reboot per il piccolo schermo
dovrà quindi trovare la sua versione di
Colui-Che-Non-Deve-Essere-Nominato in tempo per la prima stagione,
che adatta proprio il primo romanzo di J.K.
Rowling. Alcune foto dal set sembrano suggerire che
Voldemort apparirà in alcuni flashback sulla notte in cui morirono
i genitori di Harry e indubbiamente il volto del cattivo sarà anche
posizionato sulla nuca del professor Raptor durante lo scontro
finale questi ed Harry Potter.
Mentre tutti i ruoli principali di
Harry Potter sembrano essere stati assegnati, non si sa però ancora
nulla su Voldemort. Nonostante ciò, l’insider Daniel Richtman sta ora riportando:
“Hanno già scelto il doppiatore per Voldemort nella serie di
Harry Potter”. Se si parla di doppiatore, c’è da presumere che
nella prima stagione il personaggio avrà solo un ruolo vocale,
mantenendo così segreta la vera apparenza del cattivo. Anche se
senza dubbio vedremo una versione mostruosa del suo volto quando
Raptor gli toglierà il turbante, la grande rivelazione dell’aspetto
definitivo di Voldemort sembra essere riservata alla stagione che
verrà dedicata a Il Calice di Fuoco.
Questo è in linea con i libri,
anche se sarà interessante vedere come verrà gestita l’apparizione
di Tom Riddle nella Camera dei Segreti (in termini di scelta di un
attore più giovane o di utilizzo di effetti speciali per
ringiovanirlo). Sicuramente non sarà possibile mantenere segreto il
casting di Voldemort fino alla messa in onda della serie, quindi
speriamo che presto arrivino notizie ufficiali. Non possiamo
nemmeno escludere la possibilità che Voldemort sia interpretato da
un doppiatore per ora, lasciando libera la HBO di trovare l’attore
che desidera quando si tratterà di adattare il quarto libro.
La star di Oppenheimer, Cillian Murphy, rimane il favorito,
nonostante abbia negato di essere stato contattato. Proprio Fiennes
ha però
recentemente lasciato intendere che l’attore fosse stato scelto
come suo successore, ma sembrava riferirsi alle voci che
circolano online. Al momento, dunque, il principale mistero legato
alla serie attualmente in fase di riprese, è proprio come verrà
gestita questa particolare e fondamentale presenza.
Cosa sappiamo della serie HBO
su Harry Potter
La prima stagione sarà tratta dal
romanzo La pietra filosofale e abbiamo già visto alcuni
altri momenti chiave del romanzo d’esordio di J.K. Rowling essere
trasposti sullo schermo. La prima stagione di Harry
Potter dovrebbe essere girata fino alla
primavera del 2026, mentre la seconda stagione entrerà in
produzione pochi mesi dopo. Ogni libro dovrebbe costituire una
singola stagione, il che significa che avremo sette stagioni
nell’arco di quasi un decennio.
HBO descrive la serie come un
“adattamento fedele” della serie di libri della Rowling.
“Esplorando ogni angolo del mondo magico, ogni stagione porterà
‘Harry Potter’ e le sue incredibili avventure a un pubblico nuovo
ed esistente”, secondo la descrizione ufficiale. Le riprese
dovrebbero avere inizio nel corso dell’estate 2025, per una messa
in onda prevista per il 2026.
La serie è scritta e prodotta da
Francesca Gardiner, che ricopre anche il ruolo di
showrunner. Mark Mylod sarà il produttore
esecutivo e dirigerà diversi episodi della serie per HBO in
collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros. Television. La
serie è prodotta da Rowling, Neil Blair e
Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e
David Heyman di Heyday Films.
Come già annunciato,
Dominic McLaughlin interpreterà Harry,
Arabella Stanton sarà Hermione e Alastair
Stout sarà Ron. Il cast principale include John
Lithgow nel ruolo di Albus Silente, Janet
McTeer nel ruolo di Minerva McGranitt, Paapa
Essiedu nel ruolo di Severus Piton, Nick
Frost nel ruolo di Rubeus Hagrid, Katherine
Parkinson nel ruolo di Molly Weasley, Lox
Pratt nel ruolo di Draco Malfoy, Johnny
Flynn nel ruolo di Lucius Malfoy, Leo
Earley nel ruolo di Seamus Finnigan, Alessia
Leoni nel ruolo di Parvati Patil, Sienna
Moosah nel ruolo di Lavender Brown, Bertie
Carvel nel ruolo di Cornelius Fudge, Bel
Powley nel ruolo di Petunia Dursley e Daniel
Rigby nel ruolo di Vernon Dursley.
Si avranno poi Rory
Wilmot nel ruolo di Neville Paciock, Amos
Kitson nel ruolo di Dudley Dursley, Louise
Brealey nel ruolo di Madama Rolanda Hooch e Anton
Lesser nel ruolo di Garrick Ollivander. Ci sono poi i
fratelli di Ron: Tristan Harland interpreterà Fred
Weasley, Gabriel Harland George Weasley,
Ruari Spooner Percy Weasley e Gracie
Cochrane Ginny Weasley.
La serie debutterà nel 2027 su HBO
e HBO
Max (ove disponibile) ed è guidata dalla showrunner e
sceneggiatrice Francesca Gardiner (“Queste oscure materie”,
“Killing Eve”) e dal regista Mark Mylod (“Succession”). Gardiner e Mylod sono produttori
esecutivi insieme all’autrice della serie J.K. Rowling, Neil Blair
e Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e David Heyman di Heyday
Films. La serie di “Harry Potter” è prodotta da HBO in
collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros.
Television.
Prime Video ha svelato il teaser trailer
ufficiale e la data di uscita di Spider-Noir,
la nuova straordinaria serie con
Nicolas Cage nel suo primo ruolo da protagonista in
una serie tv, che debutterà in tutto il mondo il 27 maggio 2026.
Prodotta da Sony Pictures Television in esclusiva per MGM+ e Prime
Video, l’attesissima serie arriverà negli Stati Uniti il 25 maggio
su MGM+, mentre tutti gli episodi saranno disponibili a livello
globale su Prime Video dal 27 maggio, in oltre 240 paesi e
territori nel mondo. Per offrire un’esperienza di visione unica nel
suo genere, Spider-Noir sarà disponibile in streaming in
due modalità, “Autentico Bianco e Nero” e “True-Hue Full Color”,
consentendo al pubblico di scegliere se guardare la serie in bianco
e nero o a colori.
Prime Video, inoltre, ha diffuso le
prime immagini, che offrono un’anteprima esclusiva del mondo di
Spider-Noir e introducono alcuni personaggi:
Ben Reilly (Nicolas Cage) – Un tempo, Ben Reilly
era il supereroe noto come “The Spider”. Dopo una tragedia
personale, ha abbandonato il suo alter ego eroico. Solo un caso
straordinario potrebbe convincere questo investigatore privato
caduto in disgrazia ad abbandonare i panni dell’uomo qualunque e a
indossare nuovamente la maschera.
Robbie Robertson (Lamorne Morris) – Un
giornalista appassionato che cerca di sfondare nella New York degli
anni ’30, nonostante le difficoltà. È disposto a fare tutto il
necessario per la sua carriera e per il suo migliore amico,
Ben.
Cat Hardy (Li Jun Li) – La star di punta del
nightclub più esclusivo di New York. Potrebbe sembrare che pensi
solo a se stessa, ma la realtà è più complessa di quanto
sembri.
Janet (Karen Rodriguez) – Segretaria
intelligente, determinata e leale di Ben Reilly. Vuole aiutare il
suo capo e la sua piccola impresa ad avere successo, e non ha alcun
problema a dire la verità in faccia a chi comanda.
Spider-Noir è una
serie live-action basata sul fumetto Marvel “Spider-Man
Noir”. Spider-Noir racconta la storia di Ben Reilly
(Cage), un navigato investigatore privato caduto in disgrazia nella
New York degli anni Trenta, che a seguito di una tragedia
profondamente personale, è costretto a fare i conti con il suo
passato di unico supereroe della città.
1 di 14
Cortesia Prime Video
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Il cast include il Premio Oscar
Nicolas Cage (Il ladro di orchidee, Pig – Il piano di
Rob), il vincitore dell’Emmy Award® Lamorne Morris (Fargo,
New Girl), Li Jun Li (Sinners, Babylon), Karen Rodriguez (Nido
di vipere, Acapulco), Abraham Popoola (Atlas, Slow
Horses), insieme al Premio SAG Jack Huston (Boardwalk
Empire – L’impero del crimine, Day of the Fight) e l’attore
nominato all’Oscar e vincitore dell’Emmy Award® Brendan Gleeson (Gli spiriti dell’isola,
Harry Potter). Fra le guest star Lukas Haas, Cameron Britton,
Cary Christopher, Michael Kostroff, Scott MacArthur, Joe
Massingill, Whitney Rice, Amanda Schull, Andrew Caldwell, Amy
Aquino, Andrew Robinson e Kai Caster.
Spider-Noir è prodotto da
Sony Pictures Television in esclusiva per MGM+ e Prime Video. Il
regista vincitore dell’Emmy Award® Harry Bradbeer (Fleabag,
Killing Eve) dirige i primi due episodi, di
cui è anche executive producer. Oren Uziel (The Lost City,
22 Jump Street) e Steve Lightfoot
(The Punisher, Shantaram) sono co-showrunners ed executive
producer della serie. Uziel e Lightfoot hanno sviluppato la serie
insieme al team, premiato agli Oscar, di Spider-Man: Un nuovo
universo: Phil Lord, Christopher Miller e Amy Pascal. Lord
e Miller sono executive producer per la loro casa di produzione
Lord Miller, insieme a Aditya Sood e Dan Shear. Amy Pascal è anche
executive producer della serie per Pascal Pictures. Tra gli
executive producer figurano anche Cage e Pavlina Hatoupis.
Il regista dei precedenti film,
Peter Jackson, sta invece producendo il progetto,
con l’idea di inaugurare una nuova ondata di racconti sul grande
schermo basati sull’opera dello scrittore J. R. R.
Tolkien. Per quanto riguarda il cast del film, Serkis e
Ian McKellen (Gandalf il Grigio) sono gli unici
attualmente confermati per il ritorno (Elijah Wood
ha fortemente accennato al suo ritorno nei panni di Frodo),
mentre
è in corso il casting per un Aragorn più giovane. Per quanto
riguarda la trama, invece, TheOneRing.net ha ora rivelato
una potenziale sinossi per Il Signore degli Anelli:
The Hunt for Gollum, svelando
diversi dettagli chiave sul prossimo prequel:
“Prima della Compagnia,
l’ossessione di una creatura detiene la chiave per la sopravvivenza
della Terra di Mezzo… o la sua rovina. In Il Signore degli Anelli:
The Hunt for Gollum, incontriamo il giovane Smeagol, un emarginato
attratto dai ninnoli e dalle malizie, molto prima che l’Unico
Anello lo consumasse e iniziasse la sua tragica discesa verso la
creatura torturata e ingannevole che è Gollum. Con l’anello perso e
portato via da Bilbo Baggins, Gollum si trova costretto a lasciare
la sua caverna per cercarlo.
Gandalf il Grigio chiama
Aragornper rintracciare la sfuggente creatura la cui
conoscenza del luogo in cui si trova l’anello potrebbe far pendere
la bilancia a favore del Signore Oscuro Sauron. Ambientato nel
periodo oscuro tra la scomparsa di Bilbo nel giorno del suo
compleanno e la formazione della Compagnia, questo pericoloso
viaggio attraverso gli angoli più oscuri della Terra di Mezzo
rivela verità inconfessabili, mette alla prova la determinazione
del suo futuro re ed esplora l’anima frammentata e il passato di
Gollum, uno dei personaggi più enigmatici di Tolkien.
Diretto dal membro del cast
originale Andy
Serkis, prodotto da Peter Jackson e scritto e prodotto da Fran
Walsh e Phillipa Boyens, il team creativo dietro la trilogia
vincitrice di Oscar, questo film live-action fa da ponte tra gli
amati film con nuovi personaggi, eroi che ritornano e una storia
delle origini profondamente coinvolgente che resetta il
palcoscenico e cambia tutto ciò che sapete sulla leggendaria
trilogia de Il Signore degli Anelli”.
Da quello che si legge, sembra che
passeremo molto tempo con il giovane Smeagol prima che questi si
imbatta nell’Unico Anello. Da lì, la storia passerà apparentemente
alla caccia di Aragorn a Gollum (da cui il titolo), con l’azione
ambientata specificamente durante “il periodo oscuro tra la
scomparsa di Bilbo nel giorno del suo compleanno e la formazione
della Compagnia”. Questo è un buon indizio che vedremo
anche Bilbo Baggins. Chi lo interpreterà – Ian
Holm è scomparso nel 2020 e Martin Freeman ha interpretato una
versione più giovane nei film de Lo Hobbit – resta però da
vedere.
Crime 101 – La Strada del Crimine è un
thriller poliziesco ricco di colpi di scena che non perde mai di
vista i personaggi al centro della storia, le cui rispettive sorti
confluiscono nel tema generale del film, acclamato dalla critica.
La pellicola si concentra su Mike, un criminale perfezionista il
cui approccio incruento alle rapine gli ha permesso di restare
nascosto alle autorità per anni.
Il grande colpo di scena nel finale
di Crime 101 – La Strada del Crimine è
che Lubesnick permette a Mike di scappare dopo il suo tentativo di
rapina. Sebbene Lubesnick abbia dato la caccia a Mike per tutto il
film, col tempo arriva ad apprezzare la moderazione del criminale
rispetto ad altri rapinatori. Pur cercando di incastrarlo, l’arrivo
di Ormon fa precipitare la situazione nel caos.
Quando Mike spara a Ormon per
salvare Lubesnick, l’agente decide di concedere una tregua al
criminale di professione e gli permette di fuggire. Arriva persino
a minacciare silenziosamente Steven Monroe con un’indagine più
ampia sulle sue finanze, coprendo così sia se stesso sia Mike.
Lubesnick comunica poi alle autorità di aver ucciso Ormon, che
sarebbe stato il “bandito 101” per tutto il tempo.
Le azioni di Lubesnick
contraddicono le sue precedenti frustrazioni nei confronti della
polizia, colpevole di aver nascosto prove per sostenere la propria
versione dei fatti. Tuttavia, nascono da una comprensione sincera
nei confronti di Mike e da un chiaro senso di gratitudine per
avergli salvato la vita. Questo gesto si inserisce anche nell’arco
narrativo di entrambi i personaggi e riflette il tema centrale del
film.
Crime 101 – La Strada del Crimine divide
l’attenzione principalmente tra Mike, il suo interesse amoroso
Maya, l’intermediaria assicurativa Sasha e Lubesnick. Dopo la morte
di Ormon, l’indagine sui crimini del “101” si arresta, ed è
presumibile che Lubesnick venga celebrato per i suoi sforzi. Si
assicura inoltre che Sasha riceva i diamanti che Mike aveva rubato
nel primo atto del film.
Nel frattempo, Sasha affronta il
suo capo sessista e si licenzia. A quel punto è già stato suggerito
che tra lei e Lubesnick si stia creando una dinamica leggermente
civettuola, e la loro scena finale lascia intendere che possano
continuare a frequentarsi. Poiché entrambi erano stati presentati
come persone sole, si tratta di un momento dolce e carico di
empatia per entrambi.
Maya e Mike costituiscono la
principale storia d’amore del film, con la crescente frustrazione
di lei per il passato misterioso di lui a fare da principale fonte
di conflitto. Sebbene Maya lo lasci per questi motivi, l’ultimo
gesto di Mike è inviarle una lettera in cui rivela di più su se
stesso ed esprime la speranza che non sia “troppo tardi” per
loro.
Il film si chiude con Maya che esce
di corsa dal suo ufficio, implicitamente per cercare Mike. Questo
finale offre a tutti i personaggi una conclusione aperta ma
ottimistica. Si ricollega inoltre al tema centrale del film:
personaggi che non possono sfuggire al sistema, ma che possono
trovare modi per farlo funzionare a proprio favore, mantenendo
intatta la propria umanità ed empatia.
Uno degli elementi più intriganti e
costruiti lentamente in Crime 101 – La Strada del Crimineè il
mistero che circonda l’identità di Mike. Egli fa di tutto per
nascondere il suo vero io al mondo, inclusa Maya. Tuttavia, con il
progredire della storia emergono indizi che altri personaggi
mettono insieme, offrendo uno spiraglio sul suo passato e spiegando
la sua mentalità attuale.
Mike è cresciuto povero a Los
Angeles, cambiando spesso casa. Accenna a Lou di essere stato senza
fissa dimora da bambino, confermando implicitamente l’ipotesi
precedente di Sharon secondo cui, essendo cresciuto in un mondo
caotico, da adulto cerchi l’ordine. Questo spiega il suo approccio
metodico alla vita. Suggerisce inoltre che questo passato sia il
motivo per cui attribuisce tanto valore alla ricchezza.
Un campione di DNA trovato nella
sua auto consente a Lou di scoprire che Mike opera sotto falso nome
e che ha trascorso del tempo in una casa famiglia in città. È
l’unico collegamento concreto con il suo passato che appare nel
film, anche se la lettera finale a Maya rivela che ha (o aveva) due
fratelli.
Le informazioni certe su Mike in
Crime 101 – La Strada del
Crimine sono poche, probabilmente a
vantaggio della narrazione. Questo alimenta la sua aura di mistero,
rendendolo un criminale più elusivo e un personaggio più
affascinante. È anche un peso che grava su di lui e che incide
sulla sua capacità di connettersi con gli altri, un ostacolo che
deve superare entro la fine del film.
Crime 101 – La Strada del Crimine giunge
a una conclusione tematica interessante e moralmente ambigua. Il
film presenta i sistemi della società moderna come un problema
strutturale, criticando l’avidità dell’1%, la polizia, le compagnie
assicurative e il mondo criminale. Tuttavia, suggerisce anche un
modo per reagire a questa realtà.
Nel film, la fame insaziabile di
ricchezza e sicurezza non può essere sconfitta. Non c’è punizione
per le autorità che mentono sulla morte per arma da fuoco di un
rapinatore disarmato. Non c’è rivalsa contro la compagnia
assicurativa che ha sfruttato Sharon ma si rifiuta di riconoscerla
come partner.
L’unico “buon poliziotto” del film
permette implicitamente a un miliardario corrotto di sfuggire alle
conseguenze delle proprie azioni. È significativo che il pubblico
non venga mai a conoscenza dei misfatti di nessuno, e che molte
figure losche — come Steven Monroe, Mark, il capitano Stewart e
Money — la facciano franca.
In Crime 101 – La Strada del Crimine, il
sistema è corrotto, ma non se ne può uscire. La morale del film si
concentra quindi sui personaggi che riescono a preservare la
propria integrità morale pur “giocando secondo le regole del
sistema”, venendo infine ricompensati. Sharon si licenzia, ma lo fa
alle sue condizioni e mette in guardia una giovane collega dal
ripetere i suoi errori.
Mike dimostra di essere disposto a
uccidere per salvare una vita, ottenendo così l’empatia di Lou e la
propria libertà. Lou, presentato come il membro più moralmente
integro del cast, nasconde prove e si appropria dei diamanti rubati
inizialmente, dimostrando di saper “giocare il gioco”, ma a
beneficio di chi ritiene lo meriti.
Sharon e Lou instaurano così un
legame, e lui ottiene l’auto di Mike. Il film lo ricompensa per la
sua empatia e per la sua disponibilità a piegare le regole che in
precedenza aveva rimproverato agli altri. Per qualcuno che era
stato preso in giro per la sua vecchia auto malandata, la Mustang
verde rappresenta un notevole miglioramento.
In Crime 101 – La Strada del Crimine, le
regole sono regole. Non si può sconfiggere il sistema né
abbatterlo, e agire secondo un codice personale isolato porta solo
alla morte: basta chiedere a Ormon. Il film sottolinea che, anche
in un sistema duro e ingiusto, le scelte morali restano
fondamentali e che l’empatia è l’unico vero modo per
sopravvivere.
Il mondo della DC sul grande e
piccolo schermo è cambiato significativamente negli ultimi due
anni. Dopo la conclusione della timeline cinematografica della
DCEU, diversi progetti precedenti all’universo DC di James Gunn non sono stati portati avanti. A
riguardo, in un’intervista al podcast Happy, Sad, Confused, la regista
Emerald Fennell (ora al cinema con Cime
tempestose) è stata interrogata sul film
Zatanna che era stata incaricata di scrivere prima
del lancio della DC Studios. Dopo aver parlato in precedenza di
quanto fosse “folle” la sceneggiatura, Fennell ha
dichiarato: “Penso che fosse folle perché probabilmente in quel
periodo stavo attraversando un periodo difficile”.
La regista ha poi spiegato:
“Penso che la cosa che ho imparato ora e poi, avevo appena
finito Una donna promettente, e c’era questa cosa enorme in questo
mondo in cui non avevo mai operato”. Fennell ha sottolineato
che “era una specie di film sui supereroi, e io pensavo: ‘Ok,
come faccio a realizzare una versione di un film sui supereroi con
cui mi identifico emotivamente’, che è una specie di donna nel
mezzo di un esaurimento nervoso”.
Secondo Fennell, il film su
Zatanna era “una sceneggiatura che rifletteva
una donna nel bel mezzo di un esaurimento nervoso, direi. E in
termini di cosa questo significhi, beh, suppongo che significasse
semplicemente che era probabilmente troppo lontano, forse un po’
troppo lontano dal genere”. Quando le è stato chiesto se lo
avesse reso forse troppo personale, ha risposto: “Forse. Non lo
leggo da molto tempo perché l’ho trovato davvero difficile, anche
perché amo J.J. [Abrams, che era il produttore esecutivo] e lui ha
corso il rischio di offrirmi di farlo e io volevo davvero
realizzare qualcosa di straordinario per loro e ho sempre avuto la
sensazione di non essere riuscita a realizzare ciò che
volevano“.
L’attrice/sceneggiatrice/regista
britannica ha infine ammesso: “Non l’ho più letto da allora e
mi chiedo se, leggendolo ora, sarei più generosa con me stessa, ma
avrei voluto essere in grado di offrire loro ciò che desideravano e
penso che siano stati davvero gentili al riguardo. È solo che mi
stai facendo ricordare scene in cui penso: ‘Oh, nessuno avrebbe
potuto farlo! Nessuno avrebbe potuto farlo’”. Come noto,
la cancellazione del film è poi infine stata confermata nel
dicembre del 2023 dalla stessa Fennell.
Il lungometraggio d’esordio di
Harry Lighton,
Pillion – amore senza freni (2025), ruota attorno
a una relazione dominante-sottomesso, che viene intrecciata con il
percorso di auto-risveglio del protagonista. Basato sul romanzo del
2020 “Box Hill” di Adam Mars-Jones,
Pillion è un equilibrio delicato che
potrebbe facilmente risultare falsato se non gestito con
attenzione. Fortunatamente, Lighton dimostra un saldo controllo
delle variazioni tonali, oscillando tra commedia, euforia e audaci
affondi emotivi.
Il sottomesso Colin (Harry
Melling) avrebbe potuto essere rappresentato come umiliato
o degradato oltre ogni limite. Il film si avvicina a quei confini,
ma in modo da ampliare e rafforzare il senso di identità e scopo di
Colin. Il film traccia una traiettoria dalla degradazione
all’emancipazione. È un percorso carico di tensione ed
eccitazione, ma fondamentale per comprendere la profondità e la
natura dei suoi desideri e bisogni.
Lighton non teme di giocare con le
aspettative e con la definizione dei personaggi. È una storia
d’amore ruvida, attraversata da tenerezza e dolore, mentre Colin
capisce di non poter rinunciare completamente a sé stesso per
soddisfare i desideri e i comandi del dominante, se quella
dissonanza è così intensa e inevitabile. Per giungere a una
rivalutazione, la relazione con Ray diventa un rito di passaggio
necessario. Senza di essa, Colin non sarebbe mai arrivato dove
infine approda.
Colin è un mite e poco espressivo
ausiliario del traffico, dall’aspetto che non farebbe mai
sospettare la minima trasgressione. Eppure la sua notevole
evoluzione nel corso di una relazione significativa cambia
radicalmente il modo in cui lo si può percepire e valutare. Vi sono
profonde riaffermazioni interiori, silenziosamente drammatiche e
capaci di infrangere confini.
Mentre affronta il cambiamento e
l’accettazione di sé, il film costruisce le sue lezioni più
toccanti. Colin diventa più consapevole, anche se il percorso passa
attraverso crepacuore, rifiuto e abbandono. La desolazione diventa
cruciale per nutrire la sua identità; il dolore a cascata si
trasforma in un mezzo per fare i conti con sé stesso. È amaro ma
necessario: le ferite aprono strade che prima non immaginava
nemmeno esistessero.
Perché qualcosa di grande possa
emergere, deve prima distruggersi interiormente; solo allora la
trascendenza diventa possibile. È un viaggio arduo ed esigente, che
richiede sottomissione totale e consapevolezza del tributo emotivo.
Il film esplora tanto i desideri latenti di Colin quanto la sua
graduale presa di coscienza di ciò che cerca davvero. È la madre a
organizzargli un appuntamento.
Si tratta di un motociclista in
abiti di pelle, taciturno. Colin ne resta immediatamente attratto.
La tensione sessuale è palpabile e lo lega subito a quell’uomo
(Alexander
Skarsgård). Al primo incontro, Ray gli chiede soltanto
di obbedire a un ordine diretto. Non incoraggia ulteriori
conversazioni, definendo Colin troppo ingenuo. Ma questo rifiuto
non basta a scoraggiarlo.
Colin si allontana da
Ray?
Colin aspetta e spera di rivederlo
al pub. Persiste. Alla fine Ray lo accoglie come partner, anche se
il significato abituale del termine è ben lontano dalla relazione
che si sviluppa. Quando Colin si trasferisce da lui, assume
immediatamente il ruolo di cuoco.
Ray gli scarica addosso le faccende
domestiche e lo tratta con maggiore severità rispetto al proprio
cane: l’animale può salire sul divano, mentre Colin deve dormire
sul tappeto. È un’umiliazione deliberata, e Ray è perfettamente
consapevole dell’effetto che esercita su di lui. A un osservatore
esterno, l’accordo potrebbe apparire manipolatorio e
sbilanciato.
Eppure il piacere segue
ritmi peculiari. Il film sviluppa questa dinamica con
gradualità, senza edulcorare. Colin è così coinvolto da dimenticare
la propria vita al di fuori di ciò che Ray stabilisce e controlla
implicitamente. L’inclinazione dominante di Ray esige che Colin si
offra in modo quasi servile, il che comporta anche un cambiamento
totale di aspetto.
Come fa Colin a compiacere
Ray?
Colin si rade i capelli arruffati e
indossa una catena d’acciaio al collo. Il cambiamento è brusco e
sconvolge profondamente la madre, già malata, mentre il padre tenta
di mediare per evitare conflitti accesi. Ma l’approvazione di Ray è
fondamentale per Colin, che modella la propria identità attorno a
lui.
Compiacere Ray diventa il suo
compito principale, scelto volontariamente. Minimizza le
preoccupazioni dei genitori e prova orgoglio quando Ray apprezza i
suoi sforzi. Racconta sorridendo a un collega che Ray lo elogia per
la sua dedizione. Sono piccole dosi di validazione che alimentano
il suo ego e lo spingono a continuare.
La relazione funziona attraverso
frammenti concessi con parsimonia: Ray ne offre alcuni, e Colin li
accoglie con desiderio. Avere un compagno affascinante come Ray
rafforza anche la sua immagine sociale; può vantarsi con i
colleghi, ignari però della vera natura del rapporto.
Spiegazione del
finale
La relazione attraversa vari
ostacoli, ma Colin finge che tutto vada bene. Sembra quasi trarre
piacere dal tormento. Durante un raduno di motociclisti con altri
sottomessi, Ray soddisfa prima un altro partner e solo dopo si
rivolge a Colin, il cui desiderio è ormai alimentato.
Ray accetta di incontrare i
genitori di Colin a cena. All’inizio la madre si mostra cordiale,
poi esplode: rivendica per il figlio il diritto a una relazione
trasparente. Perché tanto mistero? Quali segreti nasconde Ray?
La tensione cresce e la cena
finisce bruscamente. Le parole della madre colpiscono Colin: sa che
non sono infondate. Merita comprensione e rispetto. Il finale si
prolunga in una fantasia di normalità: Colin propone a Ray un
appuntamento “come una coppia qualunque”. Vanno a teatro, si
coccolano. Ray è visibilmente a disagio ma tenta di adattarsi.
Quando però Colin si avvicina per baciarlo, il volto di Ray si
oscura per paura e turbamento. Si allontana in fretta. È l’ultima
volta che Colin lo vede. Ray scompare quasi del tutto.
Dopo un periodo di lutto e
sofferenza, il film si chiude mesi dopo con una nota di speranza:
Colin inizia una nuova relazione con un altro dominante. Questa
volta, però, le regole sono più eque e chiare.
Temi: potere, identità e
mascolinità nel BDSM
Il film riflette sulla relazione
dom-sub senza giudizio, con apertura alla sperimentazione e alla
possibilità. Il percorso è costellato di difficoltà e tensioni, ma
può condurre alla libertà se si chiariscono i propri confini.
Colin viene ferito e umiliato
profondamente, sopporta nella speranza che il piacere giustifichi
l’attesa. Ma l’equilibrio è troppo instabile: le aspettative
divergono e la relazione è destinata al disastro.
Per rinnovarsi, Colin deve
sottomettersi, arrendersi e spezzarsi il cuore. Solo così può
comprendere come collocarsi nelle relazioni e cercarne di sane, in
cui sia valorizzato. Il film mostra dinamiche di potere complesse:
Colin crede erroneamente che rinunciare al rispetto lo avvicini a
Ray. Solo dopo impara a rivedere la propria posizione.
Pillion – amore senza freni parla di intimità e
potere così come vengono negoziati e rimodellati. Il film affronta
conversazioni difficili, mostrando Colin che gradualmente
acquisisce fiducia e forza per esprimere chiaramente ciò che vuole.
I suoi desideri, tuttavia, sono troppo disallineati rispetto a
quelli di Ray, e la relazione fallisce nonostante le apparenze.
Eppure questa esperienza lo orienta
verso una crescita maggiore. Colin è disposto a essere sottomesso,
purché i suoi desideri siano ascoltati e ricambiati, non respinti.
Quando la relazione si fonda su un equilibrio più accogliente e
compassionevole, può finalmente costruire un senso autentico di sé.
Ritrova fiducia e determinazione, avanzando verso una vita e
un’identità più solide.
La sequenza finale suggerisce
ottimismo e vitalità: Colin entra in una relazione più appagante,
in cui anche le sue esigenze vengono rispettate. Solo in tali
condizioni un rapporto può funzionare armoniosamente — al contrario
del disastro avvenuto con Ray, frutto di aspettative profondamente
sbilanciate.
Saber Interactive e Lionsgate
stanno lavorando a un videogioco di John Wick, con la star
Keanu Reeves che riprenderà il suo
ruolo in questo titolo d’azione single-player in terza persona.
Descritto come un videogioco AAA
“su misura per un pubblico adulto”, il titolo è
attualmente in fase di sviluppo per PlayStation 5, Xbox Series X e
PC, con il regista del franchise cinematografico John WickChad
Stahelski e Reeves coinvolti.
Il gioco John Wick, ancora senza titolo,
combinerà “l’impareggiabile e adrenalinico stile di
combattimento ‘gun-fu’ di John
Wick con la comprovata reputazione di Saber nel creare
esperienze di gioco emozionanti che lasciano i giocatori con la
voglia di sempre”.
Il gioco presenterà una
“narrativa di gioco originale ambientata nella linea temporale
di “John Wick” anni prima dell’Impossible Task. Amplierà la
tradizione del franchise in quel periodo con personaggi familiari
che i fan già conoscono e amano, oltre a nuovi avvincenti creati
appositamente per questa produzione”.
“Non vedo l’ora che i fan
possano vestire i panni di John Wick ed esplorare il mondo
multidimensionale di The High Table”, ha dichiarato
Jenefer Brown, Presidente di Global Products &
Experiences di Lionsgate. “Stiamo collaborando a stretto
contatto con il team dedicato di Saber per sviluppare un gioco che
catturi l’azione senza pari, le coreografie di combattimento che
hanno definito il brand, la costruzione di un mondo immersivo e
l’autenticità dei film”.
“John Wick è uno dei personaggi
più iconici nella storia del cinema d’azione. Saber è onorata di
lavorare al fianco di Chad, Keanu e del team Lionsgate in una vera
e propria collaborazione per dare vita al mondo di Wick in un gioco
AAA”, ha dichiarato Matthew Karch, CEO di
Saber Interactive.
Guarda il trailer del videogioco
John Wick, ancora senza titolo, nel
video di seguito.
Robert Downey Jr. tornerà quest’anno nel Marvel Cinematic Universe con
Avengers:
Doomsday, ma questa volta nei panni dell’antagonista
principale. Con l’ingresso di Dottor Destino nella timeline del
MCU, i registi del suo grande debutto in Avengers stanno finalmente
parlando di ciò che ci si può aspettare. In un’intervista con
Empire Magazine,
Anthony e Joe Russo hanno infatti
parlato di come il personaggio porterà il MCU a un nuovo livello. I
due hanno dichiarato: “Ci confrontiamo anche con la complessità
e la difficoltà di ciò che questi film possono fare a livello
narrativo”.
Hanno poi aggiunto: “Penso che
abbiamo trovato un nuovo livello in Doomsday”. Hanno anche
spiegato che “Victor von Doom richiede un certo tono”.
Tuttavia, il cast di Avengers: Doomsday vedrà anche il
ritorno di Chris Evans nei panni di Steve Rogers,
come rivelato in uno dei trailer del 2025. Il duo di registi ha
commentato il ritorno del veterano dell’MCU, affermando:
“Abbiamo un’affinità speciale con il personaggio, non riusciamo
a immaginare questa narrazione senza il suo ruolo centrale. Il
posto speciale che occupa all’interno dell’ensemble, in un certo
senso lo mantiene anche in futuro”.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men
dell’era Fox-Marvel.
L’uscita di The
Mandalorian & Grogu si avvicina rapidamente e il
regista Jon Favreau ha rivelato alcune nuove
entusiasmanti informazioni sul film in arrivo. All’evento
Star
Wars: Most Wanted, Favreau ha infatti detto che il film è
quasi terminato e ha promesso che lui e il team creativo faranno
tutto il possibile per assicurarsi che il film sia degno di essere
visto al cinema.
Secondo Favreau, The Mandalorian & Grogu
hanno davvero alzato il livello della saga di Star
Wars. Dalla grafica e dai formati alle trame e allo
sviluppo dei personaggi, tutto sarà più grande che mai. Ha aggiunto
che sa che andare al cinema può essere una seccatura, quindi ha
voluto alzare l’asticella e assicurarsi che l’esperienza fosse
piacevole per tutti.
“Dobbiamo migliorare il nostro
gioco per il cinema, e questo significa formati più alti per
l’IMAX, costruire set che sfruttino appieno questa tecnologia.
Questo significa che gli effetti visivi devono essere di una
qualità e di un calibro tali da permetterci di migliorare tutto,
compresa la narrazione”, spiega il regista.
“Vogliamo accompagnarvi in
un’avventura, e quell’avventura deve riempire lo schermo e deve
essere qualcosa che, in questo momento in cui così tante cose
competono per la vostra attenzione, vi faccia smettere di fare
quello che state facendo e andare al cinema, sedervi in quella
sala, e non potrete metterlo in pausa e non potrete mangiare il
cibo dal vostro frigorifero, e dovrete andare lì e dovrete vivere
un’esperienza così bella da dire”, ha concluso Favreau.
Quando gli è stato chiesto di
fornire nuove informazioni su The Mandalorian &
Grogu, Favreau ha scherzosamente detto che Darth Vader è
il padre di Luke Skywalker. Tuttavia, ha rivelato alcuni dettagli
specifici non spoiler sullo spin-off. Ha affermato che Din Djarin
(Pedro Pascal) sta usando lo stesso
modello di nave, Grogu è “salito di livello” e che il personaggio
soprannominato dai fan Baby Yoda è ora un incrocio tra un Jedi e un
Mandaloriano.
Il cast di The Mandalorian & Grogu
The Mandalorian &
Grogu seguiranno le avventure dei personaggi titolari
mentre aiutano la Nuova Repubblica nella sua lotta contro i signori
della guerra imperiali. Il film è stato scritto da Favreau,
Dave Filoni e George Lucas. Oltre
a Pascal, nel cast figurano anche Sigourney Weaver (Colonnello Ward),
Jeremy Allen White (Rotta the
Hutt), Steve Blum (Zeb Orrelios) e Jonny
Coyne (Signore della guerra imperiale Janu Coin).
Fin dalla prima folata di vento
sulla brughiera, è chiaro che questo “Cime
Tempestose”, dal 12 febbraio nelle nostre sale
distribuito da Warner Bros, non è l’Heights di un tempo, ma una
visione alterata, a metà strada tra sogno e stato febbrile, dove
l’amore arde luminoso e muore giovane, e le generazioni che un
tempo seguivano vengono inghiottite interamente dal silenzio. La
versione del 2026 di Emerald Fennell
dell’immortale tragedia di Emily Brontë, con
Margot Robbie nel ruolo di Catherine Earnshaw
e Jacob Elordi in quello di Heathcliff, non
si limita ad adattare il romanzo: lo distilla.
Del romanzo rimane la tempesta di
Cathy e Heathcliff; viene scartato il lungo regolamento di conti
che Brontë dispiega con spietata pazienza. Riducendo la storia alle
sue passioni più febbrili, il film rimodella il significato stesso
del finale. Dove il romanzo parla di eredità, vendetta e pace
inquieta, il film si arresta al crepacuore e, così facendo, altera
l’anima della vicenda. Attraversiamo dunque entrambe le brughiere e
osserviamo ciò che è andato perduto, ciò che è stato trasfigurato e
ciò che, forse, è stato tradito.
Cortesia Warner Bros Discovery
Un racconto un tempo narrato due
volte, ora raccontato una sola
Il romanzo di Brontë è incorniciato
dalla distanza e dal ricordo. Il lettore entra per la prima volta a
Wuthering Heights attraverso gli occhi del signor Lockwood, un
estraneo il cui disagio rispecchia il nostro. Il suo incontro con
gli abitanti cupi della casa — un servo dal carattere aspro, una
giovane donna riservata e pungente, un ragazzo rozzo — prepara il
terreno alla memoria spettrale che segue. Attraverso il lungo
racconto della governante Nelly Dean, il passato
si dispiega come una tempesta ricordata. Il film ignora tutto
questo.
Non c’è Lockwood a restare attonito
sulla soglia. Nessuna notte bloccata dalla neve, nessun graffiare
disperato alla finestra, nessuna apparizione spettrale a introdurre
la tragedia. La storia non è più un racconto trasmesso da una voce
all’altra; è immediata, non filtrata, priva di quella sensazione
ossessiva di retrospezione. Abbandonando la narrazione
stratificata, il film rinuncia all’idea che questa vicenda marcisca
e riecheggi nel tempo. Non è più un’eredità di sofferenza,
ma una calamità isolata. Nel disegno di Brontë il passato
sanguina nel presente. Nella visione di Fennell, il passato si
consuma da sé.
Earnshaw trasformati e stirpi
cancellate
Nel romanzo, la casa degli Earnshaw
è un crogiolo di rivalità. Catherine non è figlia unica: ha un
fratello, Hindley, la cui gelosia e crudeltà alimentano l’amarezza
di Heathcliff. Il padre, pur con i suoi difetti, mostra bontà verso
l’orfano che porta a casa da Liverpool. È Hindley a degradare
Heathcliff, a picchiarlo, a ridurlo in servitù dopo la morte del
padre. Nel film questa crudeltà cambia volto.
Catherine (Margot Robbie) è figlia unica.
Hindley, con la moglie Frances e il figlio Hareton, non esiste. È
il padre Earnshaw (interpretato da Martin Clunes)
a diventare il tiranno, colpendo Heathcliff (Jacob Elordi) e umiliandolo. La fonte
dell’umiliazione di Heathcliff si modifica: nel romanzo nasce dalla
rivalità fraterna e dal risentimento di classe incarnato da
Hindley; nel film discende direttamente dalla brutalità
patriarcale.
Questo mutamento semplifica
il panorama morale. La discesa di Hindley nel vizio e nel
gioco d’azzardo, fondamentale per la futura vendetta di Heathcliff,
viene eliminata. L’intricata rete di decadenza familiare è recisa
di netto. Senza Hindley non può esserci Hareton; senza Hareton, il
futuro di Wuthering Heights svanisce. Il mondo di Brontë è fatto di
legami aggrovigliati e conseguenze generazionali. Quello del film è
più stretto, più solitario. Conosce solo tre cuori principali, e
quando uno smette di battere, la storia finisce.
Cortesia Warner Bros Discovery
I Linton reinventati e la vendetta
attenuata
Nel libro, l’episodio in cui
Catherine e Heathcliff spiano i Linton è decisivo. Lei viene
aggredita dal cane; viene accolta e raffinata; lui viene
allontanato e umiliato. Questo approfondisce il divario tra loro.
Più tardi, Hindley ed Edgar Linton deridono Heathcliff, alimentando
il suo voto di vendetta.
Il film riduce l’incontro a una
scena più intima. Catherine è sola quando viene scoperta. Scivola
con la gamba; Edgar la afferra. La violenza del cane, l’autorità
genitoriale dei Linton e l’umiliazione sociale inflitta a
Heathcliff sono attenuate o eliminate. Il commento sul ceto
e sulla classe, così penetrante nel romanzo, quasi scompare
nell’adattamento.
Nel testo di Brontë, la vendetta di
Heathcliff è metodica. Torna ricco e sfrutta la dipendenza di
Hindley dal gioco fino a ipotecare Wuthering Heights. Corteggia
Isabella Linton per ferire Edgar e Catherine. Ordisce matrimoni per
assicurarsi proprietà ed eredità. La sua vendetta è fredda come il
vento che spazza la brughiera.
Nel film, queste strategie si
dissolvono nell’ombra. Heathcliff ritorna e ottiene Wuthering
Heights, ma manca l’ingranaggio accurato della sua ritorsione.
Nessuna rovina elaborata di Hindley, nessun figlio Linton come
pedina. La narrazione della vendetta, così centrale nella seconda
parte del romanzo, si placa. Heathcliff appare meno
architetto della distruzione e più amante tragico
sconfitto.
Cortesia Warner Bros Discovery
Una stanza rosa e una furia
attenuata
Impossibile ignorare le audaci
scelte estetiche del film. La camera di Catherine, immaginata in
tonalità rosa confetto e concepita in armonia con l’incarnato di
Margot Robbie, contrasta nettamente con
l’austera penombra associata al romanzo. Dove Brontë evoca interni
ombrosi e spogli, il film osa morbidezza e artificio.
Anche il personaggio di Nelly
cambia. Nel film è una serva solida, sebbene imperfetta, talvolta
invadente ma radicata nella realtà. Nel romanzo ha un’aura più
ambigua, quasi complice delle miserie che racconta.
Il film indulge inoltre in una
sensualità appena accennata nelle pagine di Brontë. I baci si
prolungano. Gli abbracci si susseguono. La passione tra Catherine e
Heathcliff è resa con abbondanza corporea, mentre nel romanzo la
potenza risiede nell’intensità del sentimento espresso più
attraverso parole e gesti che attraverso la carne.
Amplificando l’elemento sensuale, il film rende l’amore
immediato e tangibile, forse a scapito della sua selvaggia
contenutezza.
La questione dell’aspetto di
Heathcliff
Tra le modifiche più discusse vi è
la scelta di Jacob Elordi come Heathcliff. Nel testo di
Brontë, Heathcliff è descritto come dalla pelle scura, di origine
ambigua e forse straniera, paragonato a uno zingaro, forse
proveniente da terre lontane (storicamente, potrebbe avere
plausibilmente origini indiane). Il suo essere estraneo non è solo
sociale ma anche etnico, sottolineando l’alienazione all’interno
della famiglia Earnshaw e della comunità.
La scelta del film ha suscitato
accuse di “sbiancamento” di un personaggio la cui alterità è
fondamentale per l’esplorazione del pregiudizio. Riducendo questo
aspetto, l’adattamento attenua la riflessione del romanzo
sull’esclusione. Heathcliff diventa meno l’estraneo permanente
segnato dalla differenza visibile e più l’eroe romantico tormentato
dai tratti familiari. Così il commento su casta ed emarginazione si
affievolisce.
Cortesia Warner Bros Discovery
Un finale reciso: morte senza
conseguenze
Qui sta il cuore della questione.
Nel film, Catherine muore prima di avere figli. Heathcliff resta,
devastato e desolato. La storia si chiude sul suo dolore. Nessun
erede, nessuna seconda generazione, nessun lento dispiegarsi delle
conseguenze nel corso dei decenni. Il sipario cala sulla
perdita.
Nel romanzo, Catherine muore dopo
aver dato alla luce una figlia, Cathy. Da lei nasce la seconda metà
della vicenda. Isabella partorisce un figlio malaticcio di
Heathcliff. Hareton, figlio di Hindley, cresce rozzo e incolto
sotto il dominio di Heathcliff. Con crudeltà calcolata, Heathcliff
intreccia i destini di questi giovani per possedere sia Wuthering
Heights sia Thrushcross Grange, dei Linton.
Gli anni passano. Cathy e Hareton,
inizialmente estranei e risentiti, giungono infine alla tenerezza.
Lei gli insegna a leggere; lui recupera dignità. Nella loro unione
risiede una fragile redenzione che sorge dalle macerie delle
passioni dei padri. Heathcliff, perseguitato dal ricordo di
Catherine, si consuma e muore nella sua vecchia stanza. Le
proprietà vengono restaurate. Le brughiere sussurrano di fantasmi
in pace.
Brontë non conclude con la sola
morte, ma con una restaurazione inquieta. L’amore, corrotto in una
generazione, trova espressione più mite nella successiva. Il film
abbandona del tutto questo arco. Fermandosi alla morte di
Catherine e al dolore di Heathcliff, trasforma una saga di eredità
in una tragedia di devozione esclusiva. Nessuna Cathy ad
addolcire il lascito, nessun Hareton a reclamare Heights, nessun
accenno al fatto che il tempo possa temperare l’ira. La brughiera
resta sospesa nel lutto, non nel rinnovamento.
Cosa si guadagna e cosa si
perde?
Concentrandosi sulla prima metà del
romanzo, il film intensifica l’immediatezza.
L’amore tra Catherine e Heathcliff diventa l’unico sole attorno a
cui tutto ruota. Per chi privilegia la loro storia sopra ogni cosa,
questa scelta può apparire potente e pura. Eppure qualcosa di
profondo viene sacrificato.
Il genio di Brontë non consiste
solo nel ritrarre un amore feroce come il fulmine, ma nel
tracciarne gli effetti rovinosi attraverso le generazioni. Scrive
di proprietà e orgoglio, di confini sociali e vendetta, di figli
che portano il peso dei peccati dei genitori. Il suo finale
suggerisce che, sebbene la passione possa devastare, il tempo e
l’umiltà possano ancora guarire.
Il film, al contrario, sceglie la
ferita eterna invece della lenta ricucitura. Ci lascia con un
Heathcliff non redento, una Catherine non redenta, e un mondo in
cui la violenza dell’amore non ha contrappeso. I fantasmi possono
ancora vagare, ma non vi sono cuori vivi a rimettere ordine nella
casa.
Una brughiera
reinventata
Il “Cime
Tempestose” di Emerald
Fennell è visionario a suo modo, audace nei colori,
fervido nella sensualità, e disposto a ridurre una narrazione ampia
al suo nucleo più incendiario. La Catherine di Margot
Robbie brucia di tragico ardore; l’Heathcliff di
Jacob Elordi medita in intensa ferita. La loro
unione non è una leggenda distante, ma una conflagrazione
immediata.
Tuttavia, scambiando ampiezza con
concentrazione, l’adattamento rimodella il significato di Brontë.
Il romanzo si chiude con tombe affiancate, con proprietà
restituite, con giovani amanti che progettano un futuro più dolce.
Parla, nella sua cupezza, di cicli compiuti e tempeste placate.
Il film termina ancora nella
tempesta. E così la domanda resta sospesa come nebbia sulla
brughiera: “Cime
Tempestose” è la storia di un amore che ha
distrutto tutto, o di un mondo che, spezzato, si è lentamente
ricomposto? Brontë risponde con la continuità. Fennell risponde con
la frattura.
James Cameron rivela di aver pianto
due volte mentre guardava un nuovo film shakespeariano candidato
all’Oscar sull’amore e la perdita.
Cameron ha dominato i cinema nel
2025 con l’uscita di Avatar: Fuoco e
Cenere. Il suo ultimo film d’azione fantascientifico
ha incassato 1,441 miliardi di dollari al botteghino globale, a
fronte di un budget stimato di oltre 500 milioni di dollari.
Tuttavia, non è l’unico film che ha lasciato un segno importante
nella sua vita l’anno scorso.
IndieWire riporta che, in
una recente tavola rotonda di registi ospitata da The Hollywood
Reporter, Cameron ha rivelato alla regista Chloé
Zhao che il suo dramma in costume Hamnet – Nel
Nome del Figlio lo ha fatto piangere “più
volte“. Il creatore del franchise di Avatar ha spiegato quanto si sia emozionato
guardando il film due volte, chiedendole come fosse riuscita a
rendere la premessa del film così empatica:
Ho pianto entrambe le volte,
più volte nel film. Il tuo superpotere è l’empatia. Allora, cosa
diavolo ci fai a Hollywood? Come fai a destreggiarti in questa
situazione e riuscire comunque a tenere il cuore aperto? C’è un
trucco? Vorrei saperlo personalmente. Sembra che il tuo legame con
la natura sia il fulcro di tutto.
Hamnet – Nel
Nome del Figlio è basato sull’omonimo romanzo del 2020
di Maggie O’Farrell, che racconta la vita di
William Shakespeare (Paul Mescal) e di sua moglie,
Anne Hathaway (Jessie Buckley) che nella storia però
prende il nome di Agnes, dopo la morte del figlio Hamnet (Jacobi Jupe). Il film
ipotizza che l’opera teatrale Amleto sia stata usata come
meccanismo di difesa per il drammaturgo.
Hamnet ha ottenuto il plauso della
critica e numerose candidature agli Oscar.
Nella loro conversazione, i due
hanno parlato dell’importanza della narrazione, in particolare del
modo in cui affrontano le storie come mezzo per elaborare la
realtà. Zhao, che ha scoperto Cameron grazie ai film di
Terminator, ha spiegato gran parte del suo
processo creativo, in particolare attraverso le sequenze più
emozionanti del film. Questi hanno contribuito a elevare i temi e i
messaggi centrali del film.
L’elogio emotivo di Cameron
riflette quanto il film sia riuscito nell’intento prefissato. Gli
elementi emotivi hanno permesso ai personaggi di Hamnet – Nel
Nome del Figlio di brillare nei loro ruoli, con
attenzione rivolta alla dinamica della coppia dopo la perdita del
figlio. È questo che, come dice Cameron, li rende più empatici e la
storia più umana.
Si collega anche in qualche modo
all’ultimo film del regista, Avatar. I personaggi di
Avatar: Fuoco e Cenere affrontano
anche la tragica perdita di Neteyam (Jamie Flatters) alla
fine di La via dell’Acqua. Il dolore è
una costante in entrambi i film, sebbene attraverso lenti molto
diverse. L’importanza che Cameron attribuisce alla famiglia nel suo
lavoro spiega il suo legame emotivo con
Hamnet.
Seguito di Scream
6 del 2023, il prossimo capitolo della longeva saga
horror, Scream
7, vedrà il ritorno di Neve Campbell
nei panni di Sidney Prescott, che dovrà affrontare un nuovo killer
Ghostface. Oltre alle uccisioni sanguinose, i film di
Scream sono però amati per il loro umorismo
meta-horror e la narrazione, un elemento che potrebbe tuttavia
passare in secondo piano nel prossimo film slasher.
In un’intervista con Empire Magazine, il regista Kevin
Williamson, che ha scritto i primi quattro film della
serie, ha però suggerito che Scream
7 è destinato a eliminare proprio questi elementi
fondamentali della serie. Il meta-commento non sarà dunque al
centro del nuovo film, che darà invece priorità a una storia che
parla di eredità e famiglia. “Questo film non ha davvero
quell’obiettivo meta. Continua l’eredità di Sidney Prescott. Parla
di sua figlia. Parla della famiglia”.
Uno degli elementi che ha distinto
il primo film Scream di Wes
Craven dai suoi contemporanei è stata la sua intelligente
sovversione e decostruzione dei tropi horror collaudati e veri.
Ogni nuovo capitolo ha portato avanti quest’impostazione, con
Scream del 2022 che si appoggia al meta-commento
sulla moda hollywoodiana dei sequel legacy. Sebbene Williamson non
stia dicendo che il suo prossimo film sarà privo dell’umorismo meta
della serie, il suo commento sembra confermare che questo elemento
non sarà in primo piano, con il viaggio e la famiglia di Sidney
sotto i riflettori.
La storia di Scream
7 segue Sidney nella piccola città di Pine Grove,
nell’Indiana, dove si è costruita una nuova vita insieme alla
figlia Tatum (Isabel May). Mentre cerca di vivere
una vita tranquilla, un nuovo Ghostface inizia a prendere di mira
lei e tutti quelli che la circondano, dando vita a un nuovo
conflitto sanguinoso e terrificante.
Il film incentrato su Sidney segue
due episodi che hanno visto protagonisti un nuovo gruppo di
personaggi. Tuttavia, Scream VI ha segnato la fine
della trama, con Melissa Barrera, che interpretava Sam,
licenziata dal film per i suoi commenti filopalestinesi sul
conflitto di Gaza. Jenna Ortega ha poi abbandonato il progetto
per problemi di calendario.
Scream 7 vedrà
anche un nuovo regista rispetto ai due precedenti capitoli della
serie, il creatore Kevin Williamson, che ha
scritto i primi quattro film. Ha co-sceneggiato l’ultimo capitolo
con Guy Busick, autore del quinto e sesto film
della serie. Sulla base del trailer, il film promette alcune delle
migliori uccisioni di Scream, insieme a una storia
straziante sulla famiglia.
Avatar non ha ancora finito di rendere i suoi
film ancora più realistici. I supervisori VFX di
Avatar, Richard Baneham, Eric
Saindon e Daniel Barrett, hanno rivelato
come Avatar 4 e Avatar
5 porteranno gli elementi visivi del franchise a
livelli ancora più elevati. Uno dei maggiori punti di forza del
terzo film sono stati gli effetti visivi, e le recensioni di
Avatar: Fuoco e
Cenere hanno sottolineato quanto fosse realistico
Pandora.
Parlando con The Hollywood
Reporter, tuttavia, i principali supervisori VFX del franchise
hanno rivelato l’intenzione di andare oltre
l’attuale livello di realismo per i futuri capitoli di
Avatar. Hanno spiegato come, nonostante
l’aspetto “fotorealistico” dell’ultimo film, abbia senso
provare a spingere ulteriormente quel limite. Ciò significa
raggiungere un livello di dettaglio di gran lunga superiore a
quanto ottenuto finora:
Richard Baneham:La qualità degli effetti visivi non smette di evolversi, ma ha
raggiunto un livello di realtà visiva che si avvicina molto a
quello fotografico. Il soggetto che trattiamo tende a non essere
reale, ed è difficile da questo punto di vista, ma credo che ci sia
un reale margine di miglioramento nel processo e nella pulizia dei
flussi di lavoro. Credo anche che [Avatar 4 e 5] presentino delle
sfide davvero interessanti dal punto di vista degli effetti
visivi.
Daniel Barrett:Più impari, più impari le piccole cose che non conosci. Il
dettaglio che stai inseguendo diventa sempre più piccolo, ma per
molti versi diventa sempre più importante. Quindi sì, penso che si
possa migliorare.
Eric Saindon:Se non ci impegnassimo per ottenere di più, la maggior parte
dei nostri artisti si annoierebbe molto.
Gli effetti di Avatar: Fuoco e
Cenere hanno rappresentato un notevole
miglioramento rispetto ai due film precedenti, che già vantavano
effetti visivi di altissima qualità per i rispettivi periodi.
Eppure, dato il livello di ambizione che il creatore James Cameron e la sua troupe hanno per i
prossimi film di Avatar, sembra che questa ricerca di miglioramento
sia tutt’altro che finita.
Al momento in cui scriviamo,
l’uscita di Avatar 4 è prevista per il 21
dicembre 2029, mentre Avatar 5 arriverà
nelle sale il 19 dicembre 2031. Questo intervallo pluriennale tra
il terzo e il quarto capitolo sarà il secondo più grande del
franchise, dopo il periodo compreso tra il 2009 e il 2022 tra il
primo e il secondo. Questo offre ampio tempo per i miglioramenti
tecnologici.
Ma non c’è garanzia che entrambi i
film verranno realizzati. Secondo Cameron, gli incassi di Avatar: Fuoco e
Cenere devono essere abbastanza alti da giustificare
altri due film. Finora, il film ha registrato il più basso incasso
cinematografico tra tutti i film della saga. Ha incassato 1,441
miliardi di dollari a fronte di un budget stimato di oltre 500
milioni di dollari.
Nonostante l’incertezza che
circonda il futuro della saga, i responsabili degli effetti visivi
sono determinati a rendere i prossimi capitoli ancora migliori di
quelli già esistenti. Non è chiaro quanti soldi saranno necessari
per spingersi ancora oltre, ma, date le loro dichiarazioni
fiduciose, la maestria artistica troverà il modo di emergere in
ogni caso.
Considerato quanto
Avatar abbia già elevato gli effetti visivi sul
grande schermo, il quarto e il quinto film dovranno superare un
livello molto alto se vorranno stupire. Tuttavia, con la
possibilità di ulteriori modifiche dietro le quinte e di risorse
aggiuntive dedicate agli effetti, gli ultimi due film hanno la
possibilità di surclassare di gran lunga tutto ciò che è venuto
prima.
Emerald Fennell
affronta la possibilità di un seguito al suo controverso
adattamento cinematografico del libro Cime tempestose, che copre solo
circa la metà del materiale originale. Il film, ora
nelle sale (leggi
qui la nostra recensione), vede Margot Robbie nei panni di Catherine Earnshaw
e Jacob Elordi in quelli di Heathcliff, due dei
personaggi più famosi della letteratura inglese. Il romanzo di
Emily Brontë del 1847 racconta non solo la relazione destinata al
fallimento tra Cathy e Heathcliff, ma anche le vite dei personaggi
della generazione successiva. Tuttavia, la maggior parte degli
adattamenti del romanzo coprono solo la prima parte.
Lo stesso vale per il film di
Fennell, che si concentra sull’infanzia di Cathy e Heathcliff e sui
loro sentimenti appassionati l’uno per l’altra, anche dopo che
Cathy ha sposato Edgar Linton (Shazad Latif) da
adulta. Quindi, in realtà c’è materiale sufficiente per realizzare
un sequel. Tuttavia, in un’intervista con Ash Crossan di
ScreenRant, Fennell ha commentato: “Oh mio Dio. Riuscite a
immaginare Cime tempestose 2? Più Cime, più tempestose”.
La regista di Saltburn ha
poi aggiunto: “Il fatto è che questo libro è così denso, così
complicato e così epico. Si svolge nell’arco di diverse
generazioni“. Ha spiegato che il materiale di partenza è così
vasto che ”l’unica possibilità era quella di realizzare una
miniserie, o anche una serie di 10 episodi, in cui dare a tutto
l’attenzione necessaria per essere completamente fedeli al
libro“, oppure scegliere cosa mantenere e cosa no.
“Oppure si fa quello che ho
fatto io qui e si crea una propria risposta al libro e alle
emozioni che ha suscitato”, ha detto Fennell. “Le cose che
si vorrebbe fossero successe o non fossero successe”. In
precedenti interviste, Fennell ha discusso di come il suo Cime
tempestose sia
un’interpretazione personale, non solo per ciò che omette, ma
anche per come descrive ciò che include.
Cosa accade nel resto di Cime
tempestose?
Ma nell’originale della Brontë, la
storia continua dopo la fine disastrosa della relazione tra Cathy e
Heathcliff. Heathcliff seduce e sposa la sorella di Edgar, Isabella
(Alison Oliver), che in seguito fugge dal
matrimonio violento e dà alla luce un figlio. Heathcliff riesce
anche a manipolare i debiti del fratello di Cathy, Hindley, per
prendere il controllo della tenuta di famiglia, chiamata appunto
Wuthering Heights.
Dopo un violento scontro con
Heathcliff, Cathy muore di parto, lasciando una figlia, anch’essa
di nome Cathy. Alla fine, Heathcliff trama per far sposare suo
figlio (di nome Linton) con la giovane Cathy, poiché Linton è
l’erede maschio di Edgar. Così, dopo la morte di Edgar, Heathcliff
controlla sia Wuthering Heights che Thrushcross Grange dei Linton
attraverso suo figlio.
Tuttavia, dopo aver ottenuto la sua
vendetta sugli Earnshaw e sui Linton per gli abusi subiti da
bambino, Heathcliff rimane senza nulla. Alla fine muore anche lui,
e si dice che i fantasmi suoi e di Cathy infestino la brughiera,
mentre la generazione più giovane (compreso il figlio di Hindley,
Hareton) riesce a trovare un po’ di pace una volta liberatasi di
lui. Ma l’adattamento di Fennell non è insolito per aver
tralasciato tutto questo.
Come ha funzionato in gran parte
per i film precedenti di Cime tempestose,
concentrarsi sulla storia originale di Cathy e Heathcliff ha
portato al successo Fennell. Il punteggio di Rotten Tomatoes per
Cime tempestose del 2026 è attualmente al 66%, e si prevede che
dominerà il botteghino. Coloro che criticano il film contestano
però elementi diversi dalla portata della storia.
Michelle Yeoh ha finalmente espresso la sua
opinione in merito all’esclusione di Wicked – Parte
2 dagli Oscar del 2026.
Il primo film di Wicked ha vinto i
premi per i Migliori Costumi e la Migliore Scenografia. È stato
anche candidato per Miglior Film, Migliore Attrice Protagonista
(Cynthia Erivo), Migliore Attrice Non
Protagonista (Ariana Grande), Miglior Montaggio,
Miglior Trucco e Acconciatura, Miglior Colonna Sonora Originale,
Miglior Sonoro e Migliori Effetti Visivi. Wicked – Parte
2, invece, è stato completamente
snobbato quando le nomination sono state rivelate la mattina del 22
gennaio.
Durante un’intervista con Variety, Yeoh ha
parlato della mancanza di nomination agli Oscar per Wicked – Parte
2. Ha ammesso di essere rimasta
“sotto shock” quando ha appreso la notizia.
Michelle Yeoh, che ha vinto l’Oscar per
Everything Everywhere All At Once, si è
chiesta se i membri votanti abbiano scelto di ignorare Wicked – Parte
2 perché il primo film ha ricevuto
riconoscimenti, in modo che altri film avessero la possibilità di
brillare. Se questo ha avuto un ruolo, lei è fermamente in
disaccordo con la decisione. “No, dai! È un film così bello e
ben fatto”, ha esclamato.
Come minimo, Wicked – Parte
2 si è meritato le nomination agli Oscar
per Migliori Costumi, Miglior Trucco e Acconciatura, Miglior Regia,
Miglior Fotografia e Miglior Scenografia, secondo Yeoh, che ha
aggiunto: “Se lo si confronta [con i candidati del 2026],
dovrebbe esserci”.
Michelle Yeoh ha continuato dicendo che
Wicked – Parte
2 non è una replica di Wicked. “È
più elaborato e ci sono molte più nuove destinazioni in Wicked: For
Good”. Crede che tutto il duro lavoro profuso nella produzione
debba essere riconosciuto. “Sono rimasta davvero, davvero molto
delusa” quando il film non ha ricevuto un premio agli
Oscar.
“Non sono sorpresa. Sono sotto
shock! Davvero. Credo che a volte il problema sia che la gente
pensa: ‘Oh, hai già ottenuto così tanto con il primo, lascia che
gli altri abbiano una possibilità’. Ma poi ti ritrovi a dire: ‘No,
dai!’. È un film così bello e ben fatto. Paul [Tazewell] per i
costumi, le acconciature e il trucco. Se lo si confronta [con i
concorrenti di quest’anno], dovrebbe essere lì. Per Jon Chu, per
[la direttrice della fotografia] Alice Brooks, per la scenografia.
Non è la replica del primo. È più elaborato e ci sono molte più
nuove destinazioni in Wicked: For Good. Quindi sono rimasta
davvero, davvero molto delusa.”
Michelle Yeoh ha interpretato Madame
Morrible in entrambi i film di Wicked, un
personaggio che cerca di ottenere potere su Oz manipolando tutti
coloro che la circondano, comprese Elphaba e Glinda.
Non è una cantante, quindi
inizialmente non si sentiva l’attrice migliore per interpretare la
Morrible, ma alla fine è stata disposta a correre un rischio e ha
imparato molto dalla sua “straordinaria vocal coach” per
realizzare l’interpretazione accattivante vista sullo schermo.
“Non che non volessi esserlo.
Stiamo parlando di un film con Cynthia Erivo e Ariana Grande e c’è
anche il canto. Ho pensato: ‘Jon, questa Madame Morrible canta,
giusto? E io non canto’. È questo il bello del correre rischi, sai?
E Jon, che è così affascinante, ha detto: ‘Ah, è un gioco da
ragazzi!'” E penso che alla fine della giornata, devi essere
disposto a imparare una nuova abilità, fondamentalmente. Così mi
hanno trovato un’insegnante di canto fantastica. E ho imparato
tantissime cose. In genere, sono terrorizzato dal canto perché
penso di avere una voce molto roca e bassa. Voglio dire, la
mattina, quando chiamo per il servizio in camera, c’è un ‘Sì,
signor Yeoh’, e io rispondo: ‘Amico, mio padre non c’è, ok?’ Mi
scambiano sempre per un uomo.”
L’esperienza cinematografica in due
parti ha avuto origine tra le pagine di Wicked: The
Life and Times of the Wicked Witch of the West, il
racconto revisionista di Gregory Maguire de Il Mago di
Oz.
Otto anni dopo l’uscita del romanzo, un adattamento musicale di
Stephen Schwartz e Winnie Holzman
ha debuttato a Broadway e ha vinto i premi come Migliore Attrice in
un Musical (Idina Menzel), Migliore Scenografia e
Migliori Costumi ai Tony Awards.
C’è un momento, nell’adolescenza,
in cui tutto sembra definitivo: un amore, un litigio, una frase
detta male in corridoio. Love Me Love Me lavora proprio su quel
tipo di assolutismo emotivo, su quella sensazione febbrile che
trasforma ogni giornata in una piccola apocalisse privata. Basato
sull’omonimo romanzo di Stefania S., il film – disponibile dal 13
febbraio su Amazon Prime Video – mette in scena un racconto
di formazione dal cuore romanticamente classico, ma con uno sguardo
contemporaneo capace di intercettare fragilità e pressioni molto
riconoscibili.
Al centro c’è un triangolo amoroso
che non si limita a essere motore narrativo, ma diventa lente
attraverso cui osservare desiderio, appartenenza e identità.
Cortesia Prime Video
Un triangolo amoroso che
parla di scelta
La protagonista è June White
(Mia
Jenkins), ragazza inglese che si trasferisce in Italia
per seguire la madre, pittrice, in un cambiamento che ha un forte
sapore di rinascita. L’arrivo a Milano è, per June, una frattura:
lasciare casa significa perdere coordinate, amicizie, certezze. E
il film riesce a far percepire quell’instabilità non come un
semplice espediente narrativo, ma come una condizione emotiva.
È alla Saint Mary, scuola
internazionale milanese, che June incontra i due poli del suo
conflitto interiore: Will Cooper (Luca
Melucci) e James Hunter (Pepe
Barroso Silva).
Will è lo studente modello della
“Milano bene”, quello che sa stare al mondo e dentro le
aspettative: educato, controllato, affidabile. James, al contrario,
è burrascoso, inquieto, con una passione per la boxe che sembra
tanto un hobby quanto un lavoro. Sono migliori amici, ma anche
opposti complementari: la calma e la tempesta. June arriva e
diventa fin da subito una variabile imprevista, rappresentando per
i due amici una possibilità: di cambiare, di sentirsi visti, di
essere amati.
E qui Love Me Love
Me centra perfettamente una delle sue intuizioni più
efficaci: non racconta il triangolo come una gara o un gioco di
conquista, bensì come un dilemma interiore. June non sceglie solo
chi amare, ma chi diventare.
Love Me Love Me: il liceo
come universo totale
La Saint Mary non è soltanto
un’ambientazione: è un microcosmo, un palcoscenico sociale in cui
ogni gesto pesa. Il film restituisce bene quel senso di vita “in
vetrina” tipico dell’età liceale: gli sguardi degli altri sono
giudizi, le amicizie sono alleanze, l’amore è un’identità pubblica
oltre che privata.
Accanto ai protagonisti si muove un
gruppo di amici che, pur restando sullo sfondo, contribuisce a
costruire un mondo credibile: Blaze (Michelangelo
Vizzini), Amelia (Andrea
Guo) e Jackson (Madior
Fall). Sono presenze che ampliano lo spettro emotivo
della storia e ricordano che l’adolescenza non è mai un’esperienza
solitaria: è un caos condiviso, una confusione collettiva in cui si
cresce anche imitando, confrontandosi e, talvolta,
scontrandosi.
Il film segue i sentimenti, le
avventure e i ricordi dei ragazzi con un andamento che alterna
slanci romantici e momenti più intimi, quasi diaristici. A volte
sembra di assistere a un ricordo in costruzione: non importa tanto
ciò che accade, quanto piuttosto ciò che resterà.
Cortesia Prime Video
Primi amori: tutto è
troppo, tutto è vero
Love Me Love
Me funziona soprattutto quando abbraccia la logica
emotiva dell’adolescenza: la sproporzione. I primi amori sono
totalizzanti non perché siano necessariamente giusti, ma perché
sono i primi a dare un nome a ciò che si prova. E quando finalmente
si riesce a definire le proprie emozioni “amore”, quel sentimento
diventa enorme, occupa tutto.
Il film racconta bene anche
l’ambivalenza tipica di quell’età: desiderare qualcuno e, al tempo
stesso, temerlo. Voler essere scelti e avere paura di essere
scoperti. Sentirsi invincibili e fragilissimi nello stesso
momento.
June è una protagonista che incarna
questo cortocircuito: straniera, nuova, vulnerabile, ma anche
capace di un magnetismo che non è seduzione, ma voglia di
connessione. E i due ragazzi che la circondano sono, in modi
diversi, figure speculari: Will è l’amore che rassicura, James
l’amore che brucia.
Love Me Love Me: salute
mentale e corpo come campo di battaglia
Sotto la superficie romance,
Love Me Love Me lascia emergere un tema più
scuro e attuale: la salute mentale. Non è un film che si trasforma
in manifesto o in trattato, ma si percepisce la volontà di
suggerire che dietro l’apparenza perfetta dei personaggi, si
nascondano forti fragilità.
Questo vale soprattutto per i
personaggi maschili, ed è interessante perché ribalta uno
stereotipo frequente: qui la vulnerabilità non è solo un attributo
della protagonista. Will e James, entrambi, portano sulle spalle
pressioni diverse e ugualmente logoranti.
Cortesia Prime Video
Una storia classica, ma
non fuori dal tempo
Dal punto di vista narrativo,
Love Me Love Me segue un’impostazione
piuttosto classica: triangolo, amicizie, gelosie, rotture e
riavvicinamenti. Ma ciò che lo rende contemporaneo è la capacità di
raccontare l’adolescenza non come un ricordo edulcorato, bensì come
una zona emotiva instabile, piena di contraddizioni.
Non tutto è perfettamente
bilanciato e a tratti il film indulge in alcune dinamiche
prevedibili del genere, ma è anche vero che la sua forza sta nella
sincerità con cui sceglie di essere esattamente ciò che è: un
racconto sentimentale che vuole parlare a chi ha amato, a chi ha
scelto (magari troppo presto), a chi ha confuso un colpo di fulmine
con un destino.
Young Romance da
vedere
Love Me Love
Me è un film che usa la cornice del romance per
raccontare qualcosa di più profondo: la paura di non essere
abbastanza, la voglia di essere visti, l’urgenza di appartenere. Il
triangolo tra June, Will e James non è soltanto una dinamica da
tifo, ma una rappresentazione di quella fase della vita in cui
l’amore sembra una questione di sopravvivenza.
Ed è forse questo il suo merito
principale: ricordarci che l’adolescenza non è un preludio alla
vita vera. È già vita vera, solo più rumorosa e più assoluta.
Il
film Paradiso amaro (leggi
qui la recensione) del 2011, diretto da Alexander
Payne, è un adattamento del romanzo The Descendants di Kaui Hart
Hemmings, che racconta la complessa storia di una famiglia
alle prese con segreti, conflitti e la malattia della madre. La
sceneggiatura di Payne mantiene il tono originale del libro,
alternando momenti drammatici a sottili spunti di ironia,
evidenziando la difficoltà dei legami familiari e la ricerca di
senso in situazioni inattese. La narrazione si concentra sulla
figura di Matt King, interpretato da George Clooney,
alle prese con scelte morali e conflitti personali in un contesto
contemporaneo hawaiano.
Per Clooney, Paradiso amaro rappresenta uno dei
ruoli più intensi e riflessivi della sua carriera, lontano dal
glamour dei blockbuster e dai ruoli più leggeri o romantici che lo
hanno reso celebre. Il personaggio di Matt King è complesso: uomo
di successo ma emotivamente distante, è costretto a confrontarsi
con la malattia della moglie e a prendere decisioni decisive per le
figlie e per la proprietà di famiglia. Il film offre a Clooney
l’opportunità di esplorare una recitazione più introspettiva,
evidenziando sfumature emotive profonde e una vulnerabilità rara
nella sua filmografia.
Paradiso
amaro appartiene al genere dramedy, mescolando elementi
drammatici a momenti di leggerezza che offrono respiro alla
narrazione. Il film affronta temi universali come la famiglia, il
lutto, il tradimento e la necessità di perdonare se stessi e gli
altri, inserendoli in un contesto visivamente e culturalmente
affascinante come quello delle Hawaii. L’uso di paesaggi mozzafiato
e momenti di quiete contrasta con le tensioni emotive dei
protagonisti, sottolineando l’idea di un paradiso in cui le
difficoltà della vita sono inevitabili. Nel resto dell’articolo si
proporrà un’analisi dettagliata del finale del film e delle sue
implicazioni narrative e tematiche.
Protagonista del film è l’avvocato
Matt King, discendente di una facoltosa famiglia
hawaiiana. Marito indifferente e padre assente, egli è ora
impegnato in un importante affare che riguarda la possibile vendita
dei territori di famiglia sull’isola di Kauai, di cui è
amministratore fiduciario. I suoi cugini, con cui ha la
comproprietà dei terreni, spingono affinché la cessione si
verifichi, così da poterne ricavare milioni di dollari. Matt però
non è convinto di voler svendere così il patrimonio naturale
ereditato.
A sconvolgere ancor di più la
situazione arriva la notizia che la moglie
Elizabeth è stata vittima di un incidente nautico
e che è entrata in coma irreversibile. Da quel momento Matt si
trova a doversi prendere più cura della figlia adolescente
Alexandra e della piccola
Scottie, facendo così il padre a tempo pieno e
scoprendo finalmente tutto ciò che non sapeva delle due figlie.
Attraverso un litigio con la più grande delle due, Matt viene
infine a sapere che Elizabeth aveva un amante, di cui deciderà poi
di andare alla ricerca.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto di Paradiso amaro, Matt King affronta
le conseguenze della malattia irreversibile della moglie Elizabeth
e il conflitto familiare legato alla vendita dei terreni di Kauai.
Dopo aver viaggiato con le figlie per permettere a Brian, l’amante
della moglie, di salutarla, Matt affronta un momento di profonda
riflessione sul tradimento e sul valore della famiglia. Tornati a
casa, Matt prende decisioni decisive per il futuro dei terreni e
della famiglia, affrontando i cugini contrari e riaffermando il suo
ruolo di padre e custode del patrimonio, dimostrando fermezza e
chiarezza morale.
Il
racconto si risolve con Matt che affronta la verità sul tradimento
di Elizabeth, trovando la forza di perdonarla e accompagnandola nel
suo ultimo momento di vita. Dopo aver concesso alle figlie di dire
addio, Matt assiste alla morte della moglie e partecipa al rituale
di dispersione delle ceneri in mare, simbolo di un distacco
doloroso ma necessario. La famiglia, pur segnata dal lutto, ritrova
equilibrio e vicinanza: Matt, Alex e Scottie condividono momenti di
affetto, ricostruendo la quotidianità sotto la coperta dell’amore
familiare e della memoria di Elizabeth.
Il finale riflette il completamento dei temi principali del film:
l’elaborazione del lutto, il perdono e l’importanza dei legami
familiari. La morte di Elizabeth, sebbene tragica, permette a Matt
di comprendere il valore della compassione e dell’accettazione,
affrontando le proprie colpe e quelle altrui. La scelta di non
rivelare l’infedeltà della moglie prima della morte diventa un atto
di protezione e rispetto, mostrando come l’amore familiare possa
prevalere sulle ferite emotive e come la comprensione possa offrire
pace interiore.
Inoltre, la risoluzione delle questioni legate ai terreni di Kauai
enfatizza la responsabilità e la lungimiranza morale di Matt.
Scegliendo di non cedere alla pressione dei cugini e preservando
l’eredità familiare, il protagonista mette in pratica i valori di
integrità, prudenza e senso di appartenenza. La sua azione rafforza
il legame con le figlie, dimostrando che la protezione dei valori
familiari e della memoria di Elizabeth è parte integrante della
crescita e della maturità personale, completando il percorso di
riconciliazione interiore.
Il messaggio che il film
lascia è quello della resilienza e della centralità della famiglia
nelle difficoltà. La vicenda di Matt e delle figlie evidenzia come
perdono, empatia e responsabilità siano strumenti fondamentali per
affrontare il dolore e le sfide morali. Paradiso
amaro chiude con un momento di quotidianità semplice e
condivisa, suggerendo che, anche dopo la perdita e il tradimento,
l’amore e la vicinanza tra le persone care possono fornire sostegno
e speranza. La scena finale preannuncia la possibilità di
ricomporre i legami e costruire un futuro equilibrato nonostante il
dolore.
Focus – Niente è come
sembra (leggi
qui la recensione), con Margot Robbie e Will Smith, è pieno di colpi di scena,
tradimenti e alleanze segrete fino agli ultimi istanti, e il finale
del film potrebbe richiedere qualche spiegazione. Ogni personaggio
del film ha avuto un ruolo nel rendere credibili i colpi di scena,
ma nemmeno loro sono riusciti a rendere completamente chiare tutte
le sorprese presenti. Ci sono stati infatti diversi punti salienti
della trama che si sono verificati solo negli ultimi 30 minuti del
film e che potrebbero richiedere una spiegazione.
Sebbene Nicky (Will
Smith) fosse stato assunto per truffare il rivale di
Garriga (Rodrigo Santoro), il finale di Focus – Niente è
come sembra ha rivelato che il suo vero piano era quello
di vendere versioni autentiche del suo software di iniezione del
carburante EXR. Sfortunatamente, il suo piano non è andato liscio e
sia Nicky che Jess (Margot
Robbie) sono stati catturati da Garriga e dal suo capo
della sicurezza, Owens (Gerald McRaney). Da quel
momento in poi, tutto nel finale è successo molto rapidamente:
Nicky è stato colpito, Owens ha rivelato di essere suo partner e
padre prima di salvargli la vita, poi ha tradito Nicky e si è preso
i soldi.
Quanto tempo Bucky e Nicky hanno
lavorato insieme
Uno dei colpi di scena più grandi
alla fine del film è stata dunque la rivelazione che Owens in
realtà non lavorava per Garriga, ma era Bucky, il padre adottivo di
Nicky. Evidentemente, il duo di truffatori padre-figlio aveva
lavorato insieme fin dall’inizio, ma Nicky aveva dimenticato di
dare a Jess quell’informazione. Bucky ha detto che aveva lavorato
come capo della sicurezza di Garriga per tre anni, cercando di
truffarlo. Quando Garriga ha assunto Nicky, hanno unito le forze.
Il motivo per cui Owens e Nicky sembravano così antagonisti l’uno
verso l’altro non era perché stavano litigando, ma semplicemente
perché avevano un rapporto teso in generale.
La collaborazione tra Nicky e Bucky
ha avuto un ruolo fondamentale in Focus – Niente è come
sembra. In qualità di infiltrato, Bucky è stato in realtà
il motivo per cui Nicky ha ottenuto la copia originale dell’EXR
invece di quella falsa che Garringa voleva che vendesse. Essendo il
suo capo della sicurezza, Garringa si fidava di “Owens”, il che ha
permesso a Bucky di ottenere il software originale. Poi, verso la
fine, Bucky ha mandato un messaggio a Nicky dicendogli che Garriga
aveva scoperto il suo doppio gioco. Infine, una volta che Nicky e
Jess sono stati catturati, Bucky li ha fatti uscire premendo il
“pulsante di emergenza Toledo” e sparando a Nicky per dimostrare
che non stavano lavorando insieme.
Bucky ha abbandonato Nicky perché
“l’amore ti ucciderà”
Parte del motivo per cui Bucky e
Nicky hanno interpretato nemici così convincenti è perché avevano
un rapporto padre-figlio molto teso. Nicky ha detto a Jess
all’inizio di Focus – Niente è come sembra che
Bucky lo aveva abbandonato da bambino, e lui pensava che fosse
perché Nicky era troppo debole per una vita criminale. Alla fine,
tuttavia, Bucky ha rivelato di aver abbandonato Nicky perché lo
amava troppo. Bucky ha detto che gli avevano puntato una pistola
contro durante una partita di carte truccata e che l’unica cosa a
cui riusciva a pensare era Nicky. In quel momento ha deciso di
allontanarsi dal figlio.
Sebbene amasse Nicky, Bucky ha
comunque preferito il crimine al figlio adottivo. Come ha spiegato
Bucky, “l’amore ti ucciderà in questo giro. Non c’è posto per
quella merda qui. Non c’è felicità in questo”. Bucky vedeva
essenzialmente il suo amore per Nicky come una debolezza che
metteva in pericolo la sua vita e le sue truffe, quindi ha
abbandonato suo figlio. Bucky difficilmente vincerà il premio di
padre dell’anno, ma la sua ragione per andarsene era un po’
migliore di quanto Nicky pensasse inizialmente. C’è persino la
possibilità che Bucky se ne sia andato per impedire a Nicky di
vivere una vita pericolosa, anche se questo potrebbe essere troppo
generoso per un truffatore.
Perché Bucky ha preso i soldi
dell’EXR
Anche se Bucky e Nicky hanno avuto
un momento di sincerità alla fine di Focus – Niente è come
sembra, il padre ha comunque rubato tutti i guadagni che
avevano ottenuto vendendo il software EXR. Poco prima di rubare i
27 milioni di euro, Bucky ha detto a Nicky che avrebbe preso i
soldi perché suo figlio non era davvero un ladro, quindi non gli
doveva alcuna cortesia professionale. Come ha detto: “Sai come
si dice che c’è onore tra i ladri? Beh, tu non sei un ladro,
Mellow. Hai fatto la tua scelta”. Bucky era arrabbiato con suo
figlio per aver gettato al vento anni di formazione come truffatore
per amore, quindi ha preso i soldi per sé.
Nicky aveva scelto Jess invece del
lavoro nel momento stesso in cui l’aveva aspettata nella stanza
d’albergo invece di scappare quando Bucky gli aveva mandato un
messaggio. In sostanza, aveva preso la decisione esattamente
opposta a quella di Bucky quando aveva deciso di abbandonare la
vita di Nicky. Questa era la chiave della decisione di Bucky alla
fine del film: la cosa più importante nella vita di Bucky era
essere un truffatore, ma Jess era la cosa più importante per Nicky.
Bucky aveva scelto più volte di dare la priorità alle sue attività
criminali rispetto a Nicky; prendere i soldi dell’EXR era solo
l’ultimo esempio.
Jess ha rubato l’orologio da
200.000 dollari di Garriga alla fine di Focus – Niente è
come sembra
Sebbene non abbiano ottenuto i 27
milioni di euro dalla vendita dei sistemi EXR, Nicky e Jess non
sono usciti a mani vuote dalla conclusione di Focus. Uno dei motivi
per cui Jess si trovava a Buenos Aires era proprio quello di rubare
l’orologio di Garriga, un Piaget Emperador che Jess valutava
200.000 dollari. Mentre Jess accompagnava Nicky all’ospedale, lui
ha guardato in basso e ha visto che lei aveva rubato l’orologio di
Garriga. Subito dopo che Bucky ha sparato a Nicky, Garriga ha
afferrato Jess per il mento per urlare contro di lei, e lei gli ha
sfilato l’orologio dal polso nella confusione. Evidentemente, ha
imparato da Nicky a non perdere mai la concentrazione, qualunque
cosa accada.
Il vero significato del finale di
Focus – Niente è come sembra
Focus – Niente è come
sembra è un film sull’amore, in particolare su come le
persone valutano l’amore rispetto al denaro, e nessun altro
personaggio lo dimostra meglio di Bucky e Nicky. Bucky dava più
valore al suo stile di vita criminale e al denaro che gli procurava
che a qualsiasi altra cosa, persino alla sua famiglia. Ha sparato e
ucciso suo padre per sopravvivere a una truffa e ha abbandonato suo
figlio per concentrarsi sulla sua carriera criminale. Nicky,
invece, nel corso del film ha imparato che l’amore vale più del
denaro. Alla fine ha deciso di essere onesto con Jess e di avere
una relazione con lei, e apparentemente ha abbandonato la sua vita
da truffatore.
Anche il modo in cui Bucky e Nicky
si sono separati la dice lunga su ciò che Focus – Niente è
come sembra ha da dire sul valore dell’amore. Bucky ha
scelto il denaro piuttosto che l’amore di suo figlio, e se n’è
andato da solo, portando con sé un bagaglio davvero pesante. Nicky
ha scelto l’amore e Jess ha finito per portarlo in ospedale,
alleggerendogli letteralmente il carico. Bucky e Nicky non
potrebbero essere più opposti l’uno all’altro e Focus mostra
chiaramente che Nicky ha ottenuto il meglio. Anche con tutte le
vincite che ha truffato in Focus – Niente è come
sembra, il premio più grande di Nicky è stata la sua
relazione con Jess.
Mission: Impossible – Protocollo fantasma (qui la recensione) del 2011 è il
quarto capitolo della
celebre saga action con protagonista Ethan Hunt, segnando un
momento di rilancio decisivo per il franchise. Diretto da
Brad Bird, al suo esordio nel live action dopo il
successo nell’animazione, il film introduce un nuovo dinamismo
visivo e una regia spettacolare che amplia la scala delle missioni
e delle sequenze d’azione. Dopo gli eventi più introspettivi del
terzo capitolo, questa nuova avventura riporta la serie verso una
dimensione più corale e internazionale, rafforzando l’identità
globale dell’IMF.
Il
film aggiunge alla saga una maggiore centralità del lavoro di
squadra, affiancando a Tom Cruise un gruppo di comprimari che
assumono un peso narrativo significativo. Personaggi come Benji
Dunn e Jane Carter non sono semplici supporti tecnici, ma figure
attive nell’evoluzione della missione e nella costruzione della
tensione drammatica. Allo stesso tempo, Ethan Hunt viene ridefinito
come leader vulnerabile ma determinato, costretto a operare senza
il sostegno ufficiale del governo dopo l’attivazione del Protocollo
Fantasma, che disconosce l’intera organizzazione.
Dal punto di vista
narrativo, Mission: Impossible – Protocollo
fantasma espande l’universo della saga, alzando la posta
in gioco con una minaccia nucleare globale e sequenze iconiche come
l’arrampicata sul Burj Khalifa. Il film consolida l’idea di una
serie sempre più ambiziosa e fisicamente estrema, ponendo le basi
per l’evoluzione stilistica e produttiva dei capitoli successivi.
Nel resto dell’articolo proporremo un approfondimento con
spiegazione del finale, analizzando come l’epilogo ridefinisca il
ruolo di Ethan Hunt e prepari il terreno per il futuro del
franchise.
La trama di Mission:
Impossible – Protocollo fantasma
In questo nuovo film della saga la
spia dell’agenzia americana IMF Ethan Hunt è alla
ricerca di informazioni riguardo ad un misterioso e spietato
terrorista chiamato Cobalt. Per saperne di più su
questi e sulle sue pericolose intenzioni, arriva a farsi
rinchiudere in un carcere russo, dove attrae le simpatie di
Bogdan, un detenuto che possiede ciò che Hunt sta
cercando. Riuscito poi ad evadere grazie all’aiuto degli agenti
Benji Dunn e Jane Carter, Hunt si
pone da subito alla ricerca del criminale, prima che questi possa
dar luogo ad atti di terrorismo in grado di sconvolgere gli
equilibri internazionali. Per riuscire in ciò, si troverà a doversi
introdurre nel Cremlino, dove verrà però colto alla sprovvista.
Dato il suo errore, viene attivato
il cosiddetto Protocollo fantasma. Ciò significa che per
lui e i suoi collaboratori non vi è più alcun tipo di supporto
dall’agenzia di spionaggio a cui fanno capo. Sono ora lasciati
soli, in balia del destino. Divenuti dunque degli spettri,
ufficialmente mai esistiti, Hunt e i suoi, tra cui l’agente
William Brandt, si troveranno a dover sventare
quanto prima i piani dei terroristi russi, ottenendo quanto prima
la possibilità di rientrare sotto l’ala protettiva del governo
degli Stati Uniti. Mai come ora, sarà questione di vita o di
morte.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto di Mission: Impossible – Protocollo
fantasma l’azione si sposta a Mumbai, dove Hendricks è
pronto a utilizzare un satellite per trasmettere i codici di lancio
a un sottomarino russo. Mentre Benji, Jane e Brandt tentano di
riattivare il sistema sabotato all’interno della stazione di
trasmissione, Ethan si lancia all’inseguimento del terrorista.
Hendricks riesce a inviare l’ordine di fuoco verso San Francisco e,
messo alle strette, si getta nel vuoto con il dispositivo di
controllo pur di impedire a Ethan di fermarlo. La minaccia nucleare
sembra ormai inevitabile.
Il
climax si consuma in pochi istanti concitati. Brandt ripristina
l’energia elettrica, Jane ristabilisce la connessione e Benji
elimina Wistrom, consentendo a Ethan di recuperare il dispositivo e
disattivare il missile un attimo prima dell’impatto. Hendricks,
gravemente ferito, assiste al fallimento del proprio piano prima di
morire. Con la verità ormai evidente, Sidorov comprende l’innocenza
dell’IMF rispetto all’attentato al Cremlino. L’agenzia viene
riabilitata e il Protocollo Fantasma si chiude, restituendo
legittimità a Ethan e alla sua squadra.
Il finale porta a compimento il tema centrale del film, ovvero la
fiducia nel gruppo in assenza di strutture ufficiali. Disconosciuti
dal governo e privati di risorse, i protagonisti riescono a
impedire una guerra nucleare grazie alla cooperazione e alla
complementarità delle competenze. Ethan non agisce come eroe
solitario, ma come catalizzatore di una squadra che trova nella
crisi la propria identità. La disattivazione del missile diventa
così la dimostrazione che la forza dell’IMF risiede nelle persone,
non nel riconoscimento politico.
La rivelazione su Julia aggiunge una dimensione emotiva decisiva.
Brandt confessa il senso di colpa per non averla protetta, ma Ethan
svela che la sua morte era stata inscenata per garantirle una nuova
vita lontano dai pericoli. Questa scelta completa l’arco del
personaggio, mostrando un uomo disposto a sacrificare la propria
felicità privata per proteggere chi ama e per portare a termine la
missione. L’inganno non è tradimento, bensì strategia di tutela,
coerente con la logica morale che governa l’intera saga.
Il film si chiude con un
messaggio chiaro sul prezzo dell’eroismo e sulla necessità di
reinventarsi. L’IMF rinasce dalle proprie ceneri, più autonoma e
coesa, pronta a operare in un mondo sempre più instabile. L’ultima
sequenza, con Ethan che osserva Julia da lontano prima di ricevere
un nuovo incarico, anticipa i capitoli successivi in cui le
missioni diventeranno ancora più personali e spettacolari.
Mission: Impossible – Protocollo
fantasma stabilisce così il modello della fase
moderna del franchise, fondata su escalation fisica, continuità
narrativa e centralità del team.