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Cannes 79, photocall: Franco Nero, Marion Cotillard, Rami Malek e Tom Sturridge

Ancora pioggia di star per i photocall della mattina del 21 maggio a Cannes 79. Questa volta non solo star hollywoodiane ma anche made in Italy come Franco Nero, Isabella Ferrari e Ornella Muti. Brillano anche Noemie Marlant e Marion Cotillard e Rami Malek e Tom Sturridge. Ecco tutte le foto:

Margo ha problemi di soldi: la risposta alle domande più frequenti sulla serie

Margo ha problemi di soldi è una serie Apple TV che segue le difficoltà personali e creative di Margo, tra famiglia, responsabilità e identità pubblica. Il racconto mescola dramma e satira sociale, mettendo al centro relazioni complicate e scelte ambigue.

La prima stagione sviluppa diverse linee narrative che convergono in un finale ricco di tensione: la disputa sull’affidamento, la segnalazione ai servizi di protezione minori (CPS) e una rivelazione legata a Hungry Ghost che lascia chiaramente intendere una seconda stagione ancora più caotica. Il finale, “Lock and Load”, non offre a Margo Millet un lieto fine tradizionale e questo è coerente con una serie che funziona meglio quando i personaggi sono complessi, contraddittori e spesso intrappolati tra affetto, paura, orgoglio e autoinganni.

L’ottavo episodio conclude la disputa legale per Bodhi, ma allo stesso tempo apre nuove strade narrative per il lavoro di Margo, il percorso di guarigione di Jinx, il futuro romantico di Shyanne e il ruolo di Kenny all’interno della famiglia. Ecco alcune delle risposte alle domande più frequenti, prima dell’arrivo della seconda stagione.

Margo ha ottenuto la custodia di Bodhi?

Margo ha problemi di soldi

Sì, Margo (Elle Fanning) conquista la custodia principale di Bodhi nel finale della prima stagione di Margo ha problemi di soldi. Il tribunale concede a Mark (Michael Angarano) due fine settimana al mese, permettendogli comunque di mantenere un rapporto con il figlio, mentre Margo resta il genitore di riferimento. La scena in aula evita una vittoria facile o celebrativa. In precedenza, Margo rischia seriamente di compromettere la sua posizione quando Mark la provoca, insultandola definendola una sex worker e mettendo in discussione la sua idoneità come madre.

Il suo test psicologico conferma che è mentalmente stabile, ma Mark sa bene come provocarla e riesce a farla reagire in modo impulsivo. Questo porta il caso davanti alla corte superiore, aumentando la tensione della vicenda. Quando la causa arriva davanti al giudice Andrew Spencer, però, l’andamento cambia. Spencer evidenzia la responsabilità di Mark nell’intera situazione e chiede a Margo se sia orgogliosa di ciò che sta facendo.

All’inizio Margo risponde con prudenza, poi però ammette di esserlo, spiegando che sta crescendo Bodhi con l’aiuto della sua famiglia e che sta facendo del suo meglio.

Perché il giudice ha chiesto a tutti di tenere Bodhi in braccio?

Margo ha problemi di soldi

Il giudice chiede a ciascuna persona legata al mondo di Margo di tenere Bodhi in braccio perché vuole osservare la situazione reale del bambino, invece di basarsi solo sugli argomenti legali presentati in aula. Susie (Thaddea Graham) entra con Bodhi e il giudice la considera a tutti gli effetti parte della famiglia di Margo, non una semplice coinquilina. Jinx (Nick Offerman) ammette apertamente il suo passato di dipendenza, ma Bodhi reagisce con naturalezza e affetto nei suoi confronti. Shyanne (Michelle Pfeiffer) si commuove quando il bambino non piange tra le sue braccia: è un momento importante per lei e, allo stesso tempo, la fa sentire finalmente riconosciuta nel ruolo di nonna.

Successivamente è Mark a prendere Bodhi in braccio, e il bambino inizia a piangere. Anche Mark si emoziona, perché è la prima volta in cui riesce davvero a stringere suo figlio. La scena ammorbidisce la percezione del tribunale nei suoi confronti, senza però trasformarlo in una figura positiva in senso assoluto.

Mark riconosce le proprie responsabilità e ammette di aver sbagliato, pur ribadendo il desiderio di costruire un rapporto con Bodhi. La decisione finale del giudice tiene insieme entrambe le prospettive: Margo ha creato un ambiente stabile per la vita quotidiana del bambino, ma Mark non viene completamente escluso dalla sua crescita.

È stato Mark a chiamare i servizi sociali?

Margo ha problemi di soldi

No, non è Mark ad aver contattato i servizi di protezione dei minori (CPS). Nel finale di Margo ha problemi di soldi si scopre che la segnalazione è stata fatta da Kenny (Greg Kinnear). Questo dettaglio è importante perché, anche se il comportamento di Mark durante la disputa per la custodia era già stato problematico, la chiamata ai CPS arriva in realtà dall’interno del nucleo familiare allargato di Margo. Kenny afferma di aver agito per precauzione, dopo l’overdose di Jinx e perché, secondo lui, nessuno stava realmente gestendo la situazione in modo responsabile.

In teoria può sembrare un gesto dettato dalla preoccupazione, ma nella pratica risulta molto più controverso: Kenny agisce senza dirlo a Shyanne e finisce per mettere a rischio la posizione di Margo nella causa per la custodia. A questo si aggiunge anche una componente personale difficile da ignorare. Kenny lascia intendere di sapere che Shyanne è ancora legata a Jinx e questo fa sembrare la sua decisione meno oggettiva di quanto dichiari. Anche se può aver creduto di proteggere Bodhi, di fatto ricorre a un intervento ufficiale contro una famiglia che non comprende pienamente.

Shyanne lascerà Kenny dopo il colpo di scena dei servizi sociali?

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Il finale non mostra una separazione netta, ma lascia intendere che la relazione tra Shyanne e Kenny sia in forte difficoltà. La scelta di Kenny di contattare i servizi di protezione dei minori senza confrontarsi con lei non è un dettaglio secondario: mette in pericolo Margo, Bodhi e il delicato equilibrio che Shyanne stava cercando di mantenere nel suo ruolo di madre e nonna.

Per gran parte dell’episodio conclusivo, Shyanne è combattuta dal senso di colpa. Si scusa con Elizabeth (Marcia Gay Harden) dopo averla colpita e riceve in cambio un altro insulto su Margo definita una delusione. Questa volta però riesce a non reagire, segno di una crescente fragilità e paura. Il timore principale è che, se Margo dovesse perdere la custodia di Bodhi, la famiglia non riuscirebbe più a ritrovare stabilità.

In questo contesto, la rivelazione su Kenny pesa ancora di più. Lui non si è fidato abbastanza da coinvolgerla e ha sottovalutato le possibili conseguenze di una segnalazione ai CPS per Margo. Anche se la sua preoccupazione per Jinx può avere una base reale, il modo in cui ha gestito la situazione rischia di diventare qualcosa che Shyanne non riesce a perdonare.

Perché Jinx si scusa con Susie?

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Jinx si scusa con Susie perché la sua overdose l’ha spaventata profondamente. In precedenza, Margo e Susie lo avevano trovato svenuto nella vasca da bagno con una siringa di eroina, un episodio che ha lasciato Susie chiaramente scossa. Susie non è soltanto la coinquilina di supporto di Margo: nel corso della stagione sviluppa un legame emotivo con la famiglia Millet, anche grazie alla sua vecchia ammirazione per Jinx ai tempi della carriera nel wrestling.

Quando Jinx la va a trovare, non cerca una scena né pretende assoluzione. È consapevole del male che ha causato e riconosce che Susie aveva bisogno di sentirlo dire apertamente. Il dettaglio di “Shadowheart” corretto da Susie è particolarmente tenero, perché mostra un rapporto che ha un suo codice personale. Il modo in cui Jinx la chiama inizialmente “Shadow Hat” è ironico, ma la correzione rende evidente che Susie desidera essere riconosciuta da lui nel modo giusto. Le sue scuse non risolvono il problema della dipendenza, ma segnano comunque l’inizio di un’assunzione di responsabilità.

Cosa significa il “Tunnel dell’Amore” di Margo?

Margo ha problemi di soldi

La rivelazione del “Tunnel dell’Amore” segna un cambio di prospettiva per Margo: Hungry Ghost non è più soltanto una soluzione economica temporanea. Inizia infatti a considerarlo come uno spazio creativo e come un mezzo per esercitare controllo sul proprio corpo, sulla propria narrazione e sulle proprie entrate. Nel corso del finale, KC (Rico Nasty) e Rose (Lindsey Normington) la spingono a esplorare contenuti più espliciti. Margo però ribadisce di non fare sex work e si definisce un’artista, una risposta che le irrita perché sottolineano come il sex work possa essere anche espressione artistica e performance.

Margo li ascolta, anche se non è ancora pronta ad accettarlo pienamente. Più tardi confida a Shyanne che potrebbe iniziare a pubblicare contenuti legati al “Tunnel del’Amore” all’interno del suo concept fantascientifico. Shyanne le propone un aiuto economico se il problema è il denaro, ma Margo ammette che potrebbe continuare anche senza necessità economiche. Il punto centrale è proprio questo: Hungry Ghost non rappresenta più solo la sopravvivenza, ma sta diventando per Margo uno spazio in cui creare, esibirsi, guadagnare e provocare.

Il lavoro di Margo su OnlyFans viene mostrato come soldi facili?

Margo ha problemi di soldi

No, ed è uno degli aspetti più riusciti della serie. Margo ha bisogno di soldi non tratta il sex work online come una scorciatoia semplice o immediata per fare soldi. Al contrario, mette in evidenza tutto ciò che comporta: lavoro di performance, costruzione di un’identità pubblica, gestione del pubblico, collaborazioni, senso di vergogna, rischi per la sicurezza e tenuta emotiva.

Margo ha una forte vena creativa e riesce a trasformare Hungry Ghost in qualcosa di unico grazie alla sua immaginazione e al suo istinto narrativo. Allo stesso tempo, la serie mostra chiaramente che questa scelta ha conseguenze sul piano sociale, legale ed emotivo. Mark la usa contro di lei in tribunale, Becca (Sasha Diamond) ne mette in discussione le decisioni, Shyanne fatica ad accettarla e persino gli sconosciuti arrivano a riconoscerla. La decisione più significativa del finale è che Margo non perde nulla di ciò che ha costruito: riesce a mantenere sia Bodhi sia Hungry Ghost. Un equilibrio tutt’altro che scontato.

Cosa potrebbe succedere a Susie nella seconda stagione di Margo ha problemi di soldi?

Margo ha problemi di soldi

Susie rappresenta uno dei fili narrativi più aperti in vista di una possibile seconda stagione di Margo ha problemi di soldi. Ormai fa parte a pieno titolo della famiglia di Margo, ma il suo passato rimane ancora poco approfondito. È appassionata di cosplay, wrestling, supporta Margo nella creazione dei contenuti e si occupa anche di Bodhi, ma la serie ha solo iniziato a esplorare la sua storia.

Una seconda stagione potrebbe indagare meglio il motivo del suo legame così forte con Jinx e con l’ambiente del wrestling. Allo stesso tempo, potrebbe darle un ruolo più centrale nell’estetica di Hungry Ghost, soprattutto se Margo dovesse sviluppare ulteriormente la parte sci-fi dei suoi contenuti. Susie appare già come una figura tuttofare: tra costumista, “zia” della famiglia, sostegno emotivo e presenza un po’ fuori dagli schemi. Ora però avrebbe bisogno di uno spazio narrativo tutto suo.

Cosa aspettarsi dalla seconda stagione di Margo ha problemi di soldi?

La seconda stagione di Margo ha problemi di soldi probabilmente si concentrerà sulla crescente notorietà pubblica di Margo, sul ruolo più limitato di Mark come padre di Bodhi, sul percorso di recupero di Jinx, sui sentimenti di Shyanne nei confronti di Jinx, sul tradimento di Kenny e sull’evoluzione di Hungry Ghost verso una realtà sempre più strutturata e professionale. La questione della custodia è stata risolta per il momento, ma la famiglia resta tutt’altro che stabile.

Il nodo centrale della prossima stagione potrebbe essere l’esposizione pubblica. Il profilo di Margo continua a crescere e, più aumenta la sua visibilità, più diventa complicato separare la sua vita privata dall’immagine che proietta online. Un fan, un critico, un problema legale o persino le sue stesse scelte potrebbero innescare nuovi conflitti.

Margo ha problemi di soldi è disponibile su Apple TV +.

Star Wars: rivelati i dettagli sul film cancellato dedicato a Rey. Damon Lindelof: “Non ha funzionato”

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Il progetto cinematografico su Rey, ambientato dopo L’Ascesa di Skywalker, è stato uno dei tentativi più ambiziosi e al tempo stesso più travagliati della nuova fase di Star Wars. Ora Damon Lindelof ha finalmente raccontato perché la sua versione del film è stata accantonata, offrendo uno sguardo diretto sulle difficoltà creative che hanno bloccato lo sviluppo.

Durante un intervento a The Ringer-Verse, Lindelof ha confermato di essere stato allontanato dal progetto che avrebbe dovuto riportare Daisy Ridley nei panni di Rey quindici anni dopo gli eventi della trilogia sequel. Il concept iniziale, sviluppato insieme a Justin Britt-Gibson, prevedeva una storia che affrontava esplicitamente il conflitto tra “nostalgia” e “revisione” all’interno della stessa narrazione. L’idea, secondo lo sceneggiatore, era quella di mettere in scena una sorta di “Riforma protestante” interna a Star Wars, dove le tensioni tra passato e futuro diventavano parte integrante del racconto.

Tuttavia, questo approccio si è rivelato troppo complesso da tradurre in una struttura narrativa efficace. Lindelof ha ammesso che la sceneggiatura faticava a trovare un equilibrio tra tono, eredità della trilogia sequel e nuova direzione del personaggio, fino al punto in cui il progetto è stato riassegnato ad altri autori e progressivamente rimaneggiato.

La vicenda non è solo un retroscena produttivo, ma rivela un problema più ampio: la difficoltà di Star Wars nel ridefinire il proprio centro narrativo dopo la saga degli Skywalker, senza trasformare ogni nuovo progetto in una riflessione autoreferenziale sul proprio passato.

Rey e il problema del post-Skywalker: tra eredità, fandom e identità del franchise

Il film su Rey nasceva proprio da questa tensione irrisolta. Da un lato l’esigenza di riportare la protagonista della trilogia sequel al centro della narrazione; dall’altro la necessità di definire cosa sia diventato Star Wars in assenza della famiglia Skywalker come asse portante.

Lindelof aveva tentato di trasformare questa incertezza in tema narrativo, costruendo un film che riflettesse sul conflitto tra innovazione e nostalgia — due forze che da anni dividono il fandom della saga. Ma proprio questa scelta metanarrativa ha contribuito a rendere il progetto difficile da sviluppare in modo lineare.

Dopo il suo allontanamento, il film ha continuato a cambiare direzione: prima con Steven Knight, poi con George Nolfi, mentre la regia è rimasta affidata a Sharmeen Obaid-Chinoy. Una rotazione creativa che evidenzia quanto il progetto sia ancora alla ricerca di una forma definitiva.

Nel frattempo, l’universo cinematografico di Star Wars si prepara a ripartire con The Mandalorian & Grogu e con il film Starfighter previsto per il 2027, segno che Lucasfilm sta cercando nuovi punti di equilibrio tra espansione seriale e ritorno al cinema.

The Boys cambierà “genere” nel 2027! Ecco cosa aspettarci da Vought Rising

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Con la conclusione della serie principale, The Boys non si ferma davvero: secondo una nuova analisi del franchise, l’universo Prime Video si sta ormai trasformando a tutti gli effetti in una struttura espansa simile ai grandi cinematic universe contemporanei. Il finale della serie ha infatti consolidato una realtà narrativa che continuerà a svilupparsi attraverso spin-off e prequel già in produzione.

Il caso più emblematico è Vought Rising, il prequel ambientato negli anni ’50 che esplorerà le origini della Vought e il passato di Soldier Boy e Stormfront attraverso una struttura ibrida tra mystery e period drama. Come evidenziato dall’analisi di ScreenRant, la quinta stagione della serie principale ha spesso funzionato quasi come introduzione indiretta a questo nuovo progetto, con una forte centralità proprio del personaggio di Soldier Boy e un focus crescente sulla mitologia della Vought. Il risultato è una transizione quasi naturale verso un franchise sempre più frammentato e modulare.

La trasformazione è significativa perché ribalta l’idea originaria della serie. The Boys nasceva infatti come satira dei grandi universi supereroistici, mentre oggi si trova nella posizione opposta: un franchise che si espande attraverso spin-off, generi diversi e linee temporali multiple, esattamente come quelli che originariamente prendeva in giro.

Vought Rising e la metamorfosi del VCU: dal sarcasmo supereroistico al franchise multi-genere

Il cosiddetto “VCU” (Vought Cinematic Universe) non sta semplicemente copiando il modello Marvel o DC, ma lo sta reinterpretando in chiave più ibrida e sperimentale. Ogni spin-off sembra infatti assumere un’identità autonoma: Gen V ha adottato i codici del teen drama universitario, mentre Diabolical ha esplorato generi diversi episodio per episodio, dalla commedia slapstick al K-horror fino all’anime.

In questo contesto, Vought Rising rappresenta il passo più radicale: un cambio completo di tono verso il period drama e il crime investigativo, con una forte componente romantica e politica. Questo approccio consente al franchise di evitare la ripetizione del modello narrativo principale, trasformando ogni progetto in una declinazione autonoma dello stesso universo.

La conseguenza più interessante è però culturale prima ancora che industriale. “The Boys” non è più soltanto una parodia dei supereroi, ma un ecosistema narrativo che riflette la logica stessa che criticava: espansione continua, moltiplicazione dei punti di vista e costruzione di un universo senza fine definito.

In questo senso, il finale della serie non rappresenta una conclusione ma una soglia. Il mondo di Homelander, Butcher e Soldier Boy non si chiude: si frammenta in nuove storie, nuovi generi e nuove linee temporali. E proprio questa frammentazione sembra essere la vera eredità del franchise.

Widow’s Bay: la comedy horror di Apple TV diventa la rivale di Scissione

Con Scissione, Apple TV è riuscita a costruire una serie capace di distinguersi grazie al suo stile originale, ma ora la piattaforma sembra aver trovato anche una valida rivale interna. Scissione mescola fantascienza, thriller psicologico e commedia, motivo per cui riesce a offrire così tanti elementi diversi. Ed è proprio questa combinazione una delle ragioni principali del suo enorme successo, dato che riesce a soddisfare pubblici differenti. La storia è complessa e ricca di colpi di scena, la tensione è davvero inquietante e l’umorismo ha uno stile unico e particolare. Nel complesso, Scissione raggiunge un equilibrio che poche altre serie riescono anche solo a sfiorare.

Sebbene ogni componente contribuisca al successo dello show, sono soprattutto gli aspetti psicologici a sostenere l’intera narrazione. È fondamentale che gli spettatori provino una costante sensazione di disagio durante la visione, aumentando così la suspense e rendendo i momenti comici, spesso volutamente bizzarri, ancora più efficaci. A quanto pare, mettere sotto pressione il pubblico e creare tensione mentale è un ottimo modo per tenerlo coinvolto.

Adesso Apple TV sembra aver riproposto quella formula vincente nella nuova serie Widow’s Bay. Lo show si avvicina maggiormente a una classica horror comedy, ma gli episodi più recenti hanno dato molto più spazio alla tensione psicologica. È proprio questo che ha trasformato ufficialmente Widow’s Bay in una vera rivale di Scissione.

Le tensioni psicologiche di Widow’s Bay sono allo stesso livello di Scissione

Widow’s Bay
Matthew Rhys in “Widow’s Bay,” premiering April 29, 2026 on Apple TV.

La storia di Widow’s Bay segue Tom Loftis (Matthew Rhys), sindaco di una cittadina su un’isola del New England. Il suo piano è quello di trasformare il luogo in un’attrazione turistica, ma i bizzarri abitanti della località che dà il titolo alla serie lo mettono in guardia: sostengono che l’isola sia maledetta. Tom inizialmente liquida le loro affermazioni con irritazione e incredulità, per poi scoprire rapidamente che avevano completamente ragione.

La natura di questa maledizione spinge questa serie verso l’horror soprannaturale, distinguendola nettamente da Scissione. Tuttavia, la serie Apple TV non si limita a un unico tipo di terrore. L’isola è infestata da nebbie che sottraggono le anime, serial killer mostruosi, clown fantasma, libri demoniaci e pestilenze, oltre a molte altre minacce.

Questa varietà consente a Widow’s Bay di attraversare diversi sottogeneri del thriller, mentre gli episodi più recenti si avvicinano sempre più a quelle stesse tensioni psicologiche che hanno reso Scissione così efficace.

Widow’s Bay ha molti elementi che Scissione non possiede

Widow’s Bay
Jeff Hiller e Kate O’Flynn in “Widow’s Bay”, disponibile dal 29 aprile 2026 su Apple TV.

Scissione è ormai un vero cult, quindi per Widow’s Bay non è affatto semplice competere in termini di popolarità e pubblico all’interno del catalogo Apple TV. Solo il tempo potrà dire se riuscirà davvero a imporsi come una serie superiore, ma sicuramente ha iniziato con il piede giusto, grazie a diverse caratteristiche originali, coinvolgenti e ricche di tensione che Scissione non possiede.

Come già accennato, la serie sfrutta molti classici dell’horror. La serie si diverte a giocare con il genere, riempiendo la narrazione di numerosi archetipi e cliché tipici delle storie horror. Questo contribuisce sicuramente anche alla componente comica, ma non riduce l’impatto delle parti più inquietanti. Widow’s Bay è infatti un horror a tutti gli effetti, capace di generare paura nello spettatore come qualsiasi altra opera del genere. Un elemento che Scissione non può realmente vantare.

Inoltre, Widow’s Bay non richiede lo stesso livello di attenzione e sforzo mentale di Scissione. I thriller psicologici tendono a essere più complessi e impegnativi, e sebbene Widow’s Bay includa alcune dinamiche di questo tipo, il suo mistero narrativo è molto meno stratificato. Non si tratta di una visione “leggera” in senso stretto, perché mantiene alta la tensione e l’inquietudine per tutto il tempo, ma in generale è meno esigente dal punto di vista interpretativo.

Nel complesso, Scissione e Widow’s Bay offrono due esperienze molto diverse, anche se chi apprezza le componenti psicologiche dell’una potrebbe facilmente gradire anche l’altra. Gli amanti dell’horror più diretto, oppure chi trova troppo complessi gli aspetti cognitivi di Scissione, sono più inclini a preferire Widow’s Bay. In ogni caso, entrambe restano due ottime serie Apple TV. Se continueranno a competere tra loro, il risultato sarà comunque positivo per il pubblico.

The Boys: i personaggi “storici” che sono sopravvissuti fino alla fine! ATTENZIONE SPOILER

Nel corso delle cinque stagioni di The Boys, ci sono state molte perdite, con diversi personaggi che sono morti nel corso dei sette anni di storia della serie. Tuttavia, alcuni fortunati sono riusciti a superare le avversità e ad arrivare dalla prima stagione fino ai titoli di coda, rimanendo in vita.

In questa lista, consideriamo solo i personaggi apparsi nella quinta stagione e di cui sappiamo con certezza che sono sopravvissuti. Ad esempio, l’ultima volta che abbiamo visto Queen Maeve, era viva e vegeta, eppure non è apparsa nel capitolo finale, rendendo impossibile conoscere il suo vero destino dopo essere stata assente dalla storia per diversi anni.

Pertanto, tra tutti gli eroi e i cattivi apparsi nella prima stagione, solo un piccolo numero di noi sa con certezza che è sopravvissuto al finale della quinta stagione di The Boys. Ecco quindi tutti i personaggi originali ancora presenti dopo il finale.

Hugh Campbell (Hughie)

The Boys

La sopravvivenza di Hughie nella quinta stagione di The Boys sembrava quasi inevitabile, dato che è probabilmente il personaggio più morale dell’intera serie. Tuttavia, nulla era davvero certo, soprattutto considerando quanto l’adattamento televisivo si sia allontanato dai fumetti. Fortunatamente, Hugh Campbell è sopravvissuto e ha ottenuto il finale che meritava.

Dopo che la sua vita normale è stata distrutta quando A-Train ha ucciso la sua ragazza nella prima stagione, Hughie ha sopportato più dolore e sofferenza di molti altri personaggi, riuscendo comunque a restare fedele a sé stesso. Ha rischiato la vita più volte, anche nel finale, dove lui e MM sono riusciti a uccidere Oh Father.

Dopo lo scontro finale con Butcher, durante il quale è stato costretto a uccidere il suo storico alleato, Hughie ha aperto un negozio di elettronica e sta per diventare padre. Finalmente, questo gli offre un po’ di pace e una vita normale.

Annie January (Starlight)

The Boys

Come Hughie, anche Annie è stata al centro di gran parte della trama di The Boys e, nel corso della serie, ha dovuto affrontare numerosi traumi. All’inizio della prima stagione era una giovane eroina piena di ambizione, ma ha presto sperimentato in prima persona la corruzione e i crimini della Vought, trasformandosi gradualmente in un simbolo della resistenza contro questa malvagia multinazionale.

Nonostante il percorso narrativo di Starlight in The Boys sia stato a tratti controverso, Annie ha sempre cercato di fare la cosa giusta, rendendo il suo lieto fine accanto a Hughie pienamente meritato. Dopo aver causato la morte di The Deep e aver preso parte al funerale di Butcher, il salto temporale del finale rivela che è incinta: lei e Hughie decidono infatti di chiamare il loro bambino Robin.

Questo, però, non le impedisce di continuare a essere un’eroina. L’ultima volta che la vediamo, infatti, è mentre vola via per fermare un crimine, dimostrando che Annie è ancora determinata ad aiutare le persone anche dopo aver sconfitto Homelander. Tecnicamente, la sua scena finale conferma anche la sopravvivenza di sua madre, un altro personaggio presente fin dalla prima stagione, sebbene non compaia mai direttamente sullo schermo.

Marvin Milk (MM) e la sua famiglia

The Boys

Per gran parte della quinta stagione, sembrava che ci volesse un miracolo perché MM riuscisse a sopravvivere al finale di The Boys. Pur restando uno dei membri più intelligenti e influenti del gruppo, il cambiamento nella sua personalità nel corso della stagione lo ha portato spesso a mettersi in pericolo. Il suo stato mentale sempre più instabile e distaccato faceva apparire la sua morte come inevitabile.

Invece, durante “Blood and Bone”, MM riesce a uccidere un altro supereroe e a uscire sano e salvo dalla Casa Bianca. Dopo aver visitato la tomba di Butcher insieme al resto del gruppo, si riunisce alla sua famiglia, si risposa con Monique e sembra finalmente riuscire a costruirsi quella vita tranquilla che desiderava da tempo, accogliendo anche Ryan nella sua casa.

Kimiko Miyashiro

The Boys

Kimiko ha avuto un ruolo fondamentale nel finale della quinta stagione di The Boys, trovandosi al centro dello scontro conclusivo. Insieme a Butcher ha affrontato Homelander prima che Ryan si unisse alla battaglia e, anche se ci è voluto del tempo, alla fine è riuscita a scatenare l’esplosione che ha annullato i poteri degli altri tre, permettendo così a Butcher di uccidere Homelander.

Sebbene durante lo scontro abbia riportato diverse ferite e contusioni, Kimiko è sopravvissuta ed è stata la prima a lasciare il gruppo dopo aver reso omaggio a Butcher. In seguito decide di andare in Francia e di cenare da sola in un caffè, immaginando apparentemente Frenchie seduto accanto a lei, a suggerire che il ricordo e l’amore per lui continueranno sempre ad accompagnarla.

Si tratta di una conclusione dal sapore agrodolce, ma Kimiko è comunque una dei quattro membri dei Boys sopravvissuti al finale, ottenendo finalmente la possibilità di lasciarsi il passato alle spalle e iniziare una vita migliore.

Ryan Butcher

The Boys

Nonostante sia apparso soltanto più avanti nella serie, Ryan è comunque presente fin dalla prima stagione di The Boys, soddisfacendo quindi i criteri di questa lista. Essendo il figlio di Homelander, il suo percorso è stato estremamente turbolento: il rapporto con Homelander e Butcher ha attraversato continui alti e bassi nel corso della serie, mettendolo in una posizione particolarmente difficile nel finale.

Alla fine, Ryan prende la decisione giusta schierandosi contro il principale antagonista di The Boys e contribuendo indirettamente alla sua morte. Successivamente decide di prendere le distanze da Butcher, ma partecipa comunque al raduno sulla tomba del suo patrigno prima di andare via con MM, riunendosi di fatto a quella che ormai considera la sua vera famiglia.

Anche se Ryan non è stato lui a uccidere Homelander nella quinta stagione di The Boys, ha ancora molto da elaborare, soprattutto dopo aver perso i suoi poteri. Tuttavia, MM sembra essere la persona più adatta a prendersi cura di lui, rendendo il finale dei due particolarmente appropriato e significativo.

Ashley Barrett

The Boys Considerando che lavorava alla Vought fin dalla prima stagione, la sopravvivenza di Ashley nel finale di The Boys è stata un miracolo, anche se l’esito della sua vicenda non è stato completamente positivo. Dopo aver assistito a molte delle atrocità commesse dalla Vought nel corso degli anni, principalmente per paura, Ashley si è finalmente fatta avanti nel finale aiutando i Boys a infiltrarsi nella Casa Bianca.

Non l’abbiamo più vista fino a quando non ha pronunciato un discorso in cui annunciava che non si sarebbe dimessa dalla carica di Presidente degli Stati Uniti, salvo poi essere caduta vittima di impeachment, come apprendiamo da un notiziario nel finale di puntata. Tutto sommato, il destino di Ashley avrebbe potuto essere molto peggiore, e il fatto di essere scampata al caos scatenatosi alla Vought è comunque un motivo per festeggiare.

Stan Edgar

The Boys Avendo lavorato con i Sette e i Boys, Stan Edgar ha affrontato numerose occasioni in cui avrebbe potuto morire, eppure ha concluso la serie dove l’aveva iniziata, al comando della Vought. Fin dalla prima stagione, Stan è stato presentato come una figura astuta e uno dei pochi personaggi abbastanza coraggiosi da opporsi a Homelander.

Nonostante sia stato estromesso dall’azienda e persino imprigionato dal cattivo, Stan è riuscito ad aspettare il momento giusto e a ottenere esattamente ciò che voleva. Ha persino preannunciato la sua fine, come dimostra il suo discorso all’inizio della quinta stagione di The Boys, in cui affermava che il capitalismo vince sempre e che nessuno può trarne vantaggio meglio di lui.

Nel bene o nel male, questo individuo egoista si trova di nuovo in una posizione di potere e, che cambi la Vought in meglio o che riprenda da dove aveva lasciato, Stan è uno dei pochi personaggi originali della prima stagione ad essere arrivato ai titoli di coda di The Boys.

Robert Singer

The Boys Sebbene Robert Singer sia apparso piuttosto raramente in The Boys, il Presidente degli Stati Uniti è naturalmente una figura importante e, in qualche modo, è riuscito a rimanere in vita. Nonostante il suo atteggiamento severo, Singer è sempre stato relativamente pragmatico e ragionevole, consapevole del pericolo che i supereroi rappresentano se non gestiti correttamente.

Ecco perché Homelander e Sage si sono impegnati a fondo per rimuoverlo dall’incarico e lo hanno fatto arrestare ingiustamente, ma Singer è comunque riuscito a farsi riconfermare Presidente degli Stati Uniti nel finale di The Boys. Ha persino offerto un lavoro a Hughie e, sebbene dovrà affrontare una dura battaglia per ricostruire la fiducia del pubblico, Singer sembra all’altezza della sfida e, giustamente, è sopravvissuto.

Nathan Franklin e la sua famiglia

The Boys Dopo la morte di A-Train nella quinta stagione di The Boys, è facile dimenticare che Nathan e la sua famiglia siano apparsi nell’ultima stagione. Tuttavia, pur non comparendo nel finale, Nathan e la sua famiglia erano vivi l’ultima volta che li abbiamo visti, in gran parte grazie al sacrificio di A-Train.

Le sue apparizioni complessive sono state limitate, ma fin dalla prima stagione, Nathan ha influenzato il percorso di suo fratello ed è stato una parte importante del motivo per cui A-Train ha trovato la redenzione. Pertanto, la sopravvivenza di Nathan e della sua famiglia onora il percorso di Reggie, offrendo ai Franklin un finale complessivamente positivo, nonostante la perdita del loro caro dotato di superpoteri.

Le avventure di Cliff Booth arriva in IMAX al cinema!

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Le avventure di Cliff Booth arriva in IMAX al cinema!
Le avventure di Cliff Booth, che vedrà il ritorno di Brad Pitt nei panni di Cliff Booth da una sceneggiatura di Quentin Tarantino -, debutterà con una distribuzione esclusiva di due settimane nelle sale IMAX di tutto il mondo a partire dal 25 novembre 2026, prima dell’arrivo su Netflix il 23 dicembre 2026.

La trama di Le avventure di Cliff Booth

Brad Pitt torna nel ruolo che gli è valso il Premio Oscar, quello di Cliff Booth, ma questa volta siamo nel 1977 e Hollywood è molto diversa. Diretto da David Fincher da una sceneggiatura di Quentin Tarantino, il film vede nel cast anche Elizabeth Debicki, Scott Caan, Carla Gugino, Yahya Abdul-Mateen II e Peter Weller.

  • REGIA: David Fincher
  • SCENEGGIATURA: Quentin Tarantino
  • CAST: Brad Pitt, Elizabeth Debicki, Scott Caan, Carla Gugino, Yahya Abdul-Mateen II, Peter Weller, Matt Groove, JB Tadena, Corey Fogelmanis, Karren Karagulian
  • PRODOTTO DA: Ceán Chaffin, Brad Pitt
  • DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA: Erik Messerschmidt, ASC
  • PRODUCTION DESIGNER: Donald Graham Burt
  • MONTAGGIO: Kirk Baxter, ACE
  • COSTUME DESIGNER: Trish Summerville
  • CASTING: Laray Mayfield
  • SOUND DESIGNER: Ren Klyce
  • STUNT COORDINATOR: Dave Macomber

The Boys finale: perché il destino di Butcher e Homelander è stato cambiato rispetto ai fumetti

Nel finale di The Boys, Eric Kripke sceglie di chiudere la serie nel modo più brutale possibile, ma anche nel più coerente con il percorso costruito in cinque stagioni. La morte di Homelander non è soltanto la conclusione dello scontro tra il superumano più potente del mondo e Billy Butcher: è la distruzione definitiva del mito che la serie aveva costruito attorno al potere, alla celebrità e alla manipolazione politica. Dopo anni di escalation, propaganda e violenza, The Boys rifiuta qualsiasi ambiguità morale residua e decide di guardare direttamente il suo mostro negli occhi.

La scelta più importante, però, riguarda proprio il modo in cui la serie si allontana dai fumetti di Garth Ennis. Nel materiale originale, infatti, Homelander non era realmente responsabile di alcune delle atrocità attribuitegli, perché il vero colpevole era Black Noir, rivelato come suo clone. La serie Prime Video elimina completamente questa possibilità e affida ad Antony Starr il peso totale della mostruosità del personaggio. È una decisione narrativa fondamentale, perché trasforma il finale da semplice twist scioccante a vera resa dei conti morale.

Perché Butcher uccide Homelander nel finale di The Boys

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The Boys 5 – Cortesia Prime Video

La battaglia finale nello Studio Ovale non serve soltanto a offrire lo scontro definitivo tra Butcher e Homelander, ma rappresenta il momento in cui The Boys smette di interrogarsi sulla possibilità di salvare il suo antagonista. Per tutta la serie, Homelander è stato raccontato come un uomo cresciuto senza umanità, deformato dal bisogno disperato di essere amato e contemporaneamente incapace di provare empatia autentica. Tuttavia il finale rifiuta l’idea che questo trauma possa trasformarsi in assoluzione. Quando Kimiko riesce finalmente a privarlo dei poteri grazie all’esplosione derivata da Soldier Boy, Homelander diventa improvvisamente umano nel senso più crudele possibile: vulnerabile, terrorizzato e pronto a implorare pietà.

È proprio qui che Butcher prende la decisione definitiva. L’utilizzo del piede di porco richiama direttamente i fumetti, ma il significato della scena cambia completamente. Nei comics, l’universo di The Boys costruiva una rivelazione che ridimensionava le responsabilità di Homelander; nella serie, invece, Kripke vuole che il pubblico affronti il fatto che il personaggio abbia davvero compiuto tutto ciò che abbiamo visto. Non esiste un clone da incolpare, non esiste una manipolazione finale che riscriva il male. Homelander è sempre stato il prodotto perfetto di un sistema che trasforma il potere in spettacolo e la violenza in consenso politico. Per questo la sua morte non è catartica quanto devastante: Butcher non sta eliminando soltanto un nemico personale, ma il simbolo definitivo dell’America corrotta raccontata dalla serie.

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Il vero significato del finale: The Boys parla della seduzione del potere assoluto

L’aspetto più interessante del finale è che The Boys non conclude davvero la sua riflessione sui supereroi, ma sul fascismo mediatico. Homelander non è mai stato soltanto una parodia di Superman: nel corso delle stagioni è diventato la rappresentazione di una figura politica costruita attraverso paura, populismo e culto della personalità. La sua trasformazione in leader quasi dittatoriale nella quinta stagione rende esplicito ciò che la serie suggeriva da anni: i superpoteri sono soltanto uno strumento, mentre il vero pericolo è la capacità di manipolare masse disposte ad accettare qualsiasi atrocità in cambio di sicurezza e appartenenza.

Per questo la serie sceglie di rendere Butcher meno mostruoso rispetto ai fumetti. Nel materiale originale, il personaggio finiva per massacrare quasi tutti i membri dei Boys nel tentativo genocida di eliminare i superumani. La serie evita volutamente questa deriva totale perché vuole preservare un residuo di speranza emotiva. Hughie e Annie che costruiscono una famiglia, MM e Kimiko che sopravvivono, persino la possibilità di un futuro dopo Homelander, servono a evitare che il racconto si trasformi in puro nichilismo. Kripke sembra suggerire che il vero antidoto al potere assoluto non sia la vendetta, ma la capacità di mantenere relazioni umane autentiche in un mondo dominato dalla spettacolarizzazione della violenza.

Perché Eric Kripke cambia il finale dei fumetti di Garth Ennis

La decisione di modificare radicalmente il finale dei comics rivela anche la differenza profonda tra il linguaggio televisivo e quello fumettistico. Nei fumetti di Ennis, il twist su Black Noir funzionava come provocazione estrema, coerente con il tono satirico e cinico dell’opera originale. In televisione, però, cinque stagioni costruite attorno alla performance di Antony Starr rendevano impossibile scaricare tutto su un sostituto narrativo. Kripke lo ha spiegato chiaramente: dopo anni passati a seguire Homelander, sarebbe stato insoddisfacente scoprire che non fosse davvero responsabile delle sue azioni.

Questa scelta dimostra anche quanto la serie abbia progressivamente superato il fumetto in termini di profondità psicologica. Il Black Noir dei comics era essenzialmente uno shock narrativo; quello della serie diventa invece una figura tragica e marginale, già distrutta molto prima del finale. La morte del primo Noir per mano di Homelander nella terza stagione eliminava infatti qualsiasi possibilità di adattamento fedele. Da quel momento, The Boys ha iniziato apertamente a costruire una propria identità autonoma, meno interessata al nichilismo assoluto di Ennis e più focalizzata sulla disintegrazione morale dell’America contemporanea.

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Cosa lascia davvero aperto il finale di The Boys e il futuro dell’universo Prime Video

Anche se la serie principale è conclusa, il finale lascia volutamente aperta la possibilità che il mondo di The Boys continui a esistere senza Homelander. È qui che entra in gioco Vought Rising, il prequel ambientato negli anni Cinquanta con Soldier Boy e Stormfront. La scelta di tornare alle origini della Vought suggerisce infatti che il vero tema dell’universo creato da Kripke non fosse un singolo villain, ma il sistema che produce continuamente figure come Homelander.

In questo senso, il finale assume un valore quasi ciclico. Eliminare Homelander non significa distruggere definitivamente ciò che rappresentava, perché la Vought, la propaganda e la commercializzazione del potere restano ancora vive. È un finale meno consolatorio di quanto sembri: i protagonisti sopravvivono, ma il meccanismo che ha creato il disastro continua a esistere. Ed è probabilmente questa l’idea più inquietante lasciata da The Boys dopo cinque stagioni: il problema non era soltanto Homelander, ma il mondo che aveva bisogno di lui.

Perché Queen Maeve non è tornata nell’episodio finale di The Boys?

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Tra le grandi assenze del finale di The Boys, quella di Queen Maeve è stata senza dubbio una delle più discusse dai fan. Ora lo showrunner Eric Kripke ha finalmente spiegato perché il personaggio interpretato da Dominique McElligott non è comparso nella quinta stagione né nell’episodio conclusivo della serie Prime Video.

In un’intervista a Gold Derby, Kripke ha rivelato di aver effettivamente contattato McElligott per discutere un possibile ritorno di Maeve. Tuttavia, l’attrice avrebbe rifiutato per motivi personali e professionali, essendosi ormai quasi ritirata dalla recitazione e avendo problemi di disponibilità. Lo showrunner ha sottolineato che la situazione è stata “amichevole e non controversa”, spiegando che avrebbe voluto riportare Maeve nel finale ma che semplicemente non è stato possibile organizzarlo.

Nonostante l’assenza fisica del personaggio, Kripke ha però voluto che la sua eredità restasse centrale nel finale. In particolare attraverso il dialogo tra Starlight/Annie January e Marie Moreau, dove viene esplicitamente mostrata una sorta di passaggio di testimone tra generazioni di eroine. Secondo Kripke, Maeve rappresenta l’inizio di una “linea di donne forti” che continua attraverso Annie e si proietta verso il futuro dell’universo narrativo.

La scelta è significativa perché conferma ancora una volta come il finale di The Boys sia stato costruito non solo per chiudere una storia, ma anche per ridefinire il futuro del franchise. E Maeve, pur assente, resta una figura fondamentale proprio per questo passaggio simbolico.

Queen Maeve diventa il simbolo dell’eredità femminile nell’universo di The Boys

Fin dalla prima stagione, Queen Maeve è stata uno dei personaggi più tragici e complessi della serie. Intrappolata dentro il sistema Vought, cinica e traumatizzata dalla violenza di Homelander, Maeve rappresentava il lato più disilluso del supereroismo in The Boys.

La sua evoluzione nella stagione 3 — culminata nello scontro diretto contro Homelander e nella scelta di vivere finalmente una vita normale con Elena — aveva già dato al personaggio una conclusione relativamente definitiva. Inoltre, la perdita dei poteri causata dall’esplosione di Soldier Boy rendeva meno necessaria la sua presenza nel confronto finale.

Tuttavia, il dialogo tra Annie e Marie nel finale dimostra che Kripke considera Maeve qualcosa di più di una semplice ex membro dei Seven: è il punto di origine morale delle future eroine dell’universo. Una scelta che collega direttamente “The Boys” a Gen V e ai futuri spin-off, costruendo una continuità narrativa fondata non solo sui poteri, ma sulle conseguenze psicologiche e ideologiche lasciate dai personaggi storici.

Questo approccio suggerisce anche che il franchise stia progressivamente spostando il proprio focus verso una nuova generazione di protagonisti. E il fatto che Kripke abbia lasciato aperta la possibilità di un eventuale ritorno di Maeve in The Boys: Mexico dimostra che il personaggio non è considerato davvero concluso.

Anche senza apparire nel finale, Queen Maeve continua quindi a influenzare il mondo di The Boys. E forse è proprio questo il segno più evidente della sua importanza nella serie.

Michael Bay alla regia di un film sul salvataggio dei piloti USA in Iran

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Dopo aver raccontato guerre, invasioni aliene e operazioni militari ad alto tasso di spettacolarità, Michael Bay torna al cinema bellico ispirato a eventi reali. Secondo quanto riportato da Deadline, il regista svilupperà per Universal Pictures un nuovo film dedicato alla recente operazione di salvataggio che ha riportato in salvo due aviatori statunitensi abbattuti dietro le linee nemiche in Iran durante l’operazione “Epic Fury”.

Il progetto sarà tratto dal prossimo libro del giornalista e scrittore Mitchell Zuckoff, in uscita nel 2027 per HarperCollins. La vicenda racconta il recupero di due membri dell’equipaggio di un caccia F-15E Strike Eagle precipitato sui monti Zagros, in Iran, nel corso di una missione militare avvenuta pochi mesi fa. Dopo l’abbattimento del velivolo, le forze armate statunitensi avviarono una complessa operazione di estrazione dietro le linee ostili, riuscendo a recuperare sia il pilota sia l’ufficiale addetto ai sistemi d’arma. Una storia che, inevitabilmente, ha attirato l’attenzione di Bay, da sempre interessato a racconti di guerra e missioni ad altissima tensione.

Questa notizia dice molto non soltanto sul prossimo progetto del regista, ma anche sulla direzione che Hollywood continua a seguire nel racconto del conflitto contemporaneo. Il cinema americano torna ancora una volta a trasformare operazioni militari recentissime in grandi spettacoli cinematografici, mescolando patriottismo, ricostruzione realistica e azione adrenalinica. Nel caso di Bay, però, c’è anche una componente personale: il regista ha costruito gran parte della sua carriera collaborando direttamente con le forze armate statunitensi, sviluppando un linguaggio visivo che ha spesso celebrato la macchina militare americana come elemento spettacolare e simbolico.

Dopo 13 Hours, Michael Bay torna al cinema di guerra ispirato a fatti reali

Il nuovo film riunirà Bay con i produttori Scott Gardenhour ed Erwin Stoff, già al suo fianco in 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi, uno dei lavori più cupi e realistici della filmografia del regista. Non è un dettaglio secondario: rispetto a franchise come Transformers o Bad Boys, proprio 13 Hours aveva mostrato un Bay più interessato alla tensione operativa e alla ricostruzione militare che all’ironia o alla spettacolarizzazione estrema.

Commentando il progetto, il regista ha dichiarato: “Ho avuto una straordinaria collaborazione nel corso dei miei trent’anni di carriera con il Dipartimento della Guerra e con incredibili membri delle forze armate statunitensi. Nel mio film 13 Hours nessuna forza di soccorso rispose alla richiesta d’aiuto. Questo film parla invece di tutti coloro che hanno risposto alla chiamata in una delle operazioni più complesse, intricate e ad alto rischio della storia recente. Celebra il vero eroismo e la dedizione incrollabile dei nostri militari”.

Le sue parole chiariscono già quale sarà il tono dell’opera: meno riflessione politica e più celebrazione dell’intervento militare come atto eroico collettivo. È un approccio coerente con la poetica di Bay, che negli ultimi trent’anni ha costruito un immaginario fortemente legato all’estetica delle forze armate americane. Film come Pearl Harbor, Armageddon e la saga di Transformers hanno infatti beneficiato di un’enorme collaborazione logistica da parte dell’esercito statunitense.

Resta ora da capire quanto il film vorrà spingersi verso il realismo documentaristico e quanto invece abbraccerà il lato più spettacolare del cinema di Bay. Il materiale di partenza sembra perfetto per entrambe le direzioni: una missione di recupero dietro linee nemiche, ambientazioni montuose, operazioni aeree e tensione geopolitica contemporanea. Tutti elementi che potrebbero trasformare il progetto in uno dei war movie più discussi dei prossimi anni.

Passenger: la recensione del nuovo horror di André Øvredal

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Passenger: la recensione del nuovo horror di André Øvredal

Passenger è il nuovo film horror diretto da André Øvredal, in uscita nelle sale il 21 maggio 2026. Scritto da T.W. Burgess e Zachary Donohue, il progetto è stato annunciato ufficialmente nell’ottobre del 2024 e vede tra i produttori Walter Hamada e Gary Dauberman. Il film è interpretato da Melissa Leo, Lou Llobell e Jacob Scipio. Le riprese si sono svolte a Seattle, negli Stati Uniti, nel gennaio 2025. Alcuni proprietari dei camper utilizzati nel film hanno inoltre preso parte alla produzione come comparse insieme ai loro veicoli, mentre diversi artigiani e commercianti locali hanno partecipato alle scene ambientate lungo il viaggio dei protagonisti esponendo e vendendo prodotti reali durante le riprese. La colonna sonora del film è stata composta da Christopher Young.

La trama di Passenger

La storia di Passenger segue una giovane coppia in viaggio attraverso gli Stati Uniti a bordo di un vecchio furgone camperizzato. Quella che dovrebbe essere una fuga romantica lontano dalla routine quotidiana cambia improvvisamente direzione quando i due assistono a un terribile incidente in mezzo ai boschi, nel quale il conducente di un altro veicolo perde la vita in circostanze misteriose e particolarmente violente. Sconvolti dall’accaduto ma desiderosi di lasciarsi tutto alle spalle, i due riprendono il viaggio convinti di essersi allontanati dall’orrore.

Ben presto, però, iniziano a percepire strane presenze attorno a loro. La situazione precipita quando comprendono di non essere più soli. Un’entità demoniaca si è insinuata nel loro viaggio trasformandosi in un silenzioso e terrificante “passeggero”, deciso a perseguitarli senza tregua. Invisibile ma onnipresente, la creatura sembra nutrirsi delle loro paure e insinuarsi lentamente nelle loro menti, mettendo alla prova il rapporto della coppia e la loro stessa lucidità. Mentre il viaggio si trasforma in una fuga disperata attraverso strade deserte, motel isolati e cittadine dimenticate, i protagonisti cercano di capire come sconfiggere la presenza.

Passenger: immagini ritornanti

Il cinema è da sempre spazio di immagini ritornanti. E su questo presupposto si basano le poche belle intuizioni di Passenger. Il film di André Øvredal gioca infatti apertamente su tutta una serie di codici tipici dell’horror, ma, innanzitutto, ricorda e tiene a ricordare quanto il genere, almeno nella sua declinazione moderna, si intrecci da decenni con il linguaggio del road movie. Da Non aprite quella porta in poi, non a caso, paura e morte si sono spesso configurati come luoghi a cui tendere, località da raggiungere, case da “invadere”. Ambienti che Øvredal sceglie di mescolare o per meglio dire sintetizzare nella costruzione di una personalissima nomad-land di case nel bosco su ruote e maledizioni itineranti. Campeggiando cioè negli spazi di culto dei film dell’orrore, in una sorta di ragionamento “a tappe” con destinazione esorcismo.

Abbonda allora l’oggettistica che da sempre affolla il genere, dal pupazzetto semovibile di Bob, alla catenina di San Cristoforo protettore dei viaggiatori, passando per prontuari di linguaggi arcaico-simbolici e negozietti di cianfrusaglie varie sparsi lungo il cammino. Nè mancano, invero, alcuni (rari) frangenti di tensione ben costruita o puro “divertimento”. Come nella sequenza nel parcheggio in cui Maddie fatica a tornare a bordo del proprio camper – e una volta a bordo perde ogni punto di riferimento a dispetto del dedalo di telecamere che paiono restituire solo frammenti di (ir)realtà. O come quando, inizialmente intenti a gustarsi una serata cinema tra le fronde degli alberi, i due innamorati decidono di servirsi della luce del proiettore per tentare di svelare la malvagia presenza che incombe su di loro. E in cui il mostro sembra di fatto divorare su due fronti la romance-comedy in atto.

Vociare informe e decontestualizzato

Ma sono solo sprazzi. Pennellate di colore qua e là all’interno di un quadro ben più smunto, a tratti monocromatico e quasi auto-condannatosi alla mediocrità. E di fatto rimane ben poco di cui discutere a fronte di un film che annacqua le intriganti premesse di partenza nel solito viaggio a due alla scoperta delle radici della maledizione di turno.
Ci confessiamo anzi delusi dall’ennesima opera che, fatta eccezione per le scene citate, sembra aver dimenticato cosa sia la paura. Che è questione di evocazione, di suspence, di studio degli spazi e delle e angustie del contemporaneo, e non può limitarsi allo spavento istantaneo e decontestualizzato. Ecco, Passenger parla, parla anche a lungo (forse perfino troppo), ma di ciò che sta al di là della macchina da presa dice ben poco. E anziché radicarsi nel presente come diverse grandi firme dell’horror hanno dimostrato di sapere fare (i nomi sono i soliti Peele, Mitchell, Flanagan), preferisce invece accordarsi al vociare informe di tanta marmaglia. Regalandoci una finta variazione sul tema di un pietanza che, lo ammettiamo, iniziamo a far fatica a digerire.

Gen V: Eric Kripke svela quale sarebbe stata la trama della stagione 3

La notizia della cancellazione di Gen V è arrivata mentre la quinta stagione di The Boys era ancora in corso. Alcuni protagonisti dello spin-off, come Marie Moreau (Jaz Sinclair), Jordan Li (London Thor) ed Emma Meyer (Lizze Broadway), fanno comunque alcune apparizioni nella conclusione della serie madre, ma con ruoli piuttosto limitati e senza una vera chiusura per le loro storie.

Durante un’intervista concessa a Variety in occasione del finale di The Boys, Eric Kripke ha parlato delle possibili direzioni future del franchise. Lo showrunner ha spiegato che la terza stagione di Gen V avrebbe ruotato attorno al ritorno di Stan Edgar (Giancarlo Esposito) alla guida della Vought e alla nuova posizione dell’azienda contro i supereroi. Gli ex studenti della Godolkin University si sarebbero quindi trovati nel mezzo delle conseguenze di questo cambiamento.

Le dichiarazioni di Eric Kripke

Giancarlo Esposito in The Boys

Ecco cosa ha dichiarato: “Se avessimo continuato con Gen V, nel finale stavamo chiaramente indicando che il testimone passava da Annie a Marie come la ‘super’ buona da seguire. Mi piacerebbe trovare un modo per continuare quella storia. Siamo ancora in una fase molto embrionale per capire se ci siano idee che ci entusiasmano davvero. È come avere tutte queste bombe inesplose sparse ovunque. Hai Stan Edgar che praticamente rinnega i rapporti con i supereroi, quindi queste persone che per tutta la vita sono state coccolate e protette si ritrovano improvvisamente allo sbando. Chi proverà a diventare una Jessica Jones, e chi invece sceglierà di diventare un supercriminale? Ci porta verso sviluppi davvero affascinanti che mi piacerebbe esplorare, e la speranza era di mettere i ragazzi di Gen V proprio al centro di tutto questo. Ma speriamo ancora di riuscirci, magari inserendo alcuni di quei personaggi nelle altre storie di cui stiamo parlando.

Senza entrare troppo nei dettagli, sì, sarebbe stata la stagione 3 di Gen V. Le sfide narrative che i personaggi avrebbero dovuto affrontare erano quasi una metafora della giovane età adulta: ti ritrovi nel mondo reale e non esistono più infrastrutture o posti di lavoro. Come costruisci un futuro per te stesso? E come affronti certi supereroi che scelgono semplicemente di diventare dei villain?

Gli ex studenti della Godolkin davanti a una nuova realtà

Il finale della seconda stagione di Gen V mostra la morte di Thomas Godolkin (Ethan Slater) e, con la Vought ormai schierata contro i super, anche la Godolkin University sarebbe stata destinata a chiudere. La serie avrebbe quindi seguito Marie e i suoi amici mentre cercano di adattarsi a una realtà che non è più pronta ad accoglierli.

I protagonisti si sarebbero ritrovati a gestire il caos lasciato dagli eventi finali di The Boys dopo la caduta di Homelander (Antony Starr). Da una parte avrebbero aiutato i super intenzionati a usare i propri poteri nel modo giusto; dall’altra, sarebbero stati costretti a fermare chi avrebbe approfittato della situazione per diventare un villain.

Anche Stan Edgar avrebbe avuto un ruolo centrale. Nella seconda stagione aveva collaborato con Marie e gli altri studenti, condividendo informazioni sul Project Odessa per combattere nemici comuni. Tuttavia, una volta tornato al comando della Vought e assunto un atteggiamento apertamente anti-super, sarebbe probabilmente diventato di nuovo uno dei principali antagonisti.

I poteri di Marie e il futuro del franchise

The Boys 5 episodio 5

La seconda stagione di Gen V aveva dato molto spazio alle straordinarie capacità di Marie, inclusa la possibilità di riportare in vita i morti. La terza stagione avrebbe approfondito ulteriormente questo aspetto, mostrando la protagonista mentre mette davvero alla prova i suoi poteri in un mondo pieno di supereroi fuori controllo dopo l’abbandono della Vought. Nella quinta stagione di The Boys, invece, Marie compare soprattutto nel rapporto con Starlight/Annie January (Erin Moriarty) e nel passaggio simbolico della leadership alla nuova generazione.

Kripke ha inoltre confermato che esistono ancora idee per espandere l’universo di The Boys. Alcuni personaggi e trame di Gen V potrebbero quindi riapparire in futuri spin-off. Uno dei progetti già in sviluppo è The Boys: Mexico, ambientato dopo il finale della serie principale, che potrebbe offrire spazio al ritorno di alcuni volti già conosciuti.

Al momento, però, l’unico spin-off ufficialmente confermato resta Vought Rising, serie prequel ambientata negli anni ’50 che racconterà le origini della Vought, di Soldier Boy (Jensen Ackles), Clara Vought/Stormfront (Aya Cash) e dei primi super sottoposti al V1. Proprio perché ambientata nel passato, sembra difficile che possa collegarsi direttamente agli eventi di Gen V, a meno di sorprese future legate a Soldier Boy dopo il finale di The Boys.

Tutti gli episodi di The Boys e Gen V sono disponibili in streaming su Prime Video.

Cannes 79, red carpet: The Man I Love e Roma Elastica

Cannes 79, red carpet: The Man I Love e Roma Elastica

Ecco le immagini dal red carpet di Cannes 79 dove hanno sfilato i protagonisti di The Man I Love, film in concorso con Rami Malek diretto da Ira Sachs, e il cast internazionale di Roma Elastica.

Matt Damon in trattative per unirsi al prossimo film dei Daniels

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Matt Damon in trattative per unirsi al prossimo film dei Daniels

Dopo mesi trascorsi sul set monumentale di Odissea di Christopher Nolan, Matt Damon potrebbe aver già trovato il suo prossimo grande progetto. Secondo quanto riportato da Deadline, l’attore è in trattative per diventare il protagonista del nuovo film evento senza titolo diretto dai Daniels, il duo formato da Daniel Kwan e Daniel Scheinert, già autori dell’acclamato Everything Everywhere All at Once.

Il progetto, sviluppato da Universal Pictures nel massimo riserbo, rappresenta uno dei titoli più attesi del prossimo biennio hollywoodiano. Prima di Damon, anche Ryan Gosling era stato vicino al ruolo principale, ma problemi di calendario avrebbero impedito l’accordo definitivo. A quel punto lo studio avrebbe deciso di virare immediatamente su un altro nome di peso. Secondo le fonti americane, Damon avrebbe incontrato recentemente i Daniels, dando il proprio assenso preliminare al film dopo aver letto la sceneggiatura. Le riprese dovrebbero iniziare a Los Angeles entro la fine dell’estate, subito dopo il tour promozionale di Odissea, previsto in sala il 18 luglio.

La notizia conferma due tendenze precise nell’attuale industria hollywoodiana. Da un lato Universal continua a investire su cinema d’autore ad altissimo budget affidato a registi con una forte identità creativa; dall’altro i Daniels sembrano pronti a trasformarsi definitivamente da fenomeno indipendente a nomi centrali del blockbuster contemporaneo. Dopo il trionfo agli Oscar del 2023 con Everything Everywhere All at Once, Hollywood vuole capire se il loro stile visionario possa reggere anche una produzione di scala molto più ampia.

I Daniels preparano un nuovo blockbuster autoriale dopo il successo di Everything Everywhere All at Once

Al momento non esistono dettagli ufficiali sulla trama del film, ma il progetto viene descritto come una grande produzione corale destinata a uscire il 19 novembre 2027. Le indiscrezioni parlano di un cast composto prevalentemente da giovani interpreti, con una singola figura centrale attorno alla quale ruoterà l’intera narrazione. È qui che entra in gioco la possibile presenza di Matt Damon.

L’attore arriva da un periodo particolarmente intenso. Nel 2025 ha girato consecutivamente il thriller Netflix The Rip e il kolossal mitologico di Nolan, affrontando una produzione lunga sei mesi. Secondo Deadline, dopo quell’esperienza Damon aveva inizialmente intenzione di prendersi una pausa e dedicarsi alla famiglia. Il fatto che abbia cambiato idea per il progetto dei Daniels suggerisce quanto il materiale venga considerato promettente all’interno dell’industria.

Per Universal questo film potrebbe rappresentare un nuovo banco di prova dopo il successo ottenuto negli ultimi anni con registi-autori come Christopher Nolan, Jordan Peele e gli stessi Daniels. Il rischio, naturalmente, è che l’enorme attenzione generata da Everything Everywhere All at Once diventi un peso creativo difficile da sostenere. Quel film non era soltanto un successo commerciale e critico: era diventato un simbolo di un certo modo di fare cinema contemporaneo, capace di mescolare fantascienza, dramma familiare e sperimentazione visiva.

La presenza di Damon potrebbe però offrire al progetto una stabilità diversa. L’attore ha spesso alternato cinema spettacolare e produzioni più autoriali, riuscendo a muoversi tra franchise, thriller politici e opere sperimentali senza perdere credibilità. Se l’accordo verrà finalizzato, il nuovo film dei Daniels potrebbe diventare uno degli eventi cinematografici più discussi del 2027, soprattutto in un momento in cui Hollywood cerca disperatamente nuove proprietà originali capaci di competere con sequel e universi condivisi.

Damon Lindelof sul suo film di Star Wars cancellato: “un mix tra nostalgia e revisionismo”

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Prima che Lucasfilm rilanciasse il futuro cinematografico di Star Wars con nuovi progetti guidati da Dave Filoni, Sharmeen Obaid-Chinoy e altri autori, anche Damon Lindelof aveva provato a lasciare il segno nella galassia creata da George Lucas. Lo sceneggiatore di Lost, Watchmen e The Leftovers ha ora raccontato apertamente cosa accadde dietro le quinte del suo misterioso film mai realizzato, rivelando di essere stato allontanato dal progetto dopo due anni di sviluppo.

Parlando nel podcast House of R, Lindelof ha spiegato che il problema principale riguardava il tono del film e il difficile equilibrio tra innovazione e tradizione all’interno del franchise. “Mi chiesero: ‘Secondo te cos’è che dovrebbe essere un film di Star Wars?’ E io risposi: ‘Ecco cosa dovrebbe essere’. E loro dissero: ‘Perfetto, sei assunto’. Poi, due anni dopo, sono stato licenziato”. Lo sceneggiatore ha aggiunto che il progetto cercava di affrontare apertamente il conflitto tra nostalgia e revisione narrativa: “Quello che stavamo tentando di fare era avere questa conversazione all’interno del film: esiste una forza della nostalgia ed esiste una forza della revisione, e sono in contrasto tra loro. Volevamo fare la Riforma protestante dentro Star Wars. E non ha funzionato”.

Le parole di Lindelof fotografano perfettamente la crisi identitaria che Star Wars ha attraversato dopo la trilogia sequel. Da una parte il bisogno di introdurre nuovi personaggi e nuove idee, dall’altra la continua attrazione gravitazionale verso il passato, verso Luke Skywalker, Leia, Han Solo e l’immaginario classico della saga. È probabilmente questo il vero nodo che Lucasfilm non è ancora riuscita a sciogliere del tutto: capire se il futuro del franchise debba essere costruito sulla memoria o sulla trasformazione.

Il film di Damon Lindelof avrebbe potuto cambiare la direzione della saga dopo L’ascesa di Skywalker

Nel suo intervento, Lindelof ha lasciato intendere che il progetto fosse collegato in qualche modo agli eventi di Star Wars: L’ascesa di Skywalker, anche se non era chiaro se dovesse avviare una nuova trilogia oppure raccontare una storia più autonoma. “La scrittura era molto difficile, lenta. Il problema era trovare il tono giusto. Dove si collocava nel canone? Quale relazione aveva con Episodio IX? Doveva essere l’inizio di una nuova trilogia?”, ha spiegato.

Queste dichiarazioni confermano indirettamente quanto Lucasfilm abbia navigato a vista negli anni successivi alla conclusione della saga degli Skywalker. Dopo Il risveglio della Forza, sembrava che il centro emotivo della nuova trilogia fosse rappresentato da Rey, Finn e Poe Dameron, ma col tempo la narrazione è tornata progressivamente verso le icone storiche. “Quando uscì Episodio VII, tutti sapevamo cos’era Star Wars. Era Rey, Finn, Poe… poi però siamo tornati indietro verso Luke, Leia, Han e Chewie”, ha osservato Lindelof.

È un passaggio importante perché spiega anche la direzione attuale del franchise. Serie come The Mandalorian e Ahsoka funzionano proprio perché riescono a muoversi tra due poli: introdurre nuovi protagonisti senza rompere il legame con la mitologia classica. Il progetto di Lindelof, invece, sembrava voler mettere apertamente in discussione questo equilibrio, trasformando il conflitto tra vecchio e nuovo nel tema centrale del film stesso.

Non è detto che quell’idea sia sparita del tutto. Molti dei nuovi progetti annunciati da Lucasfilm — incluso il film con Rey ambientato dopo Episodio IX — sembrano ancora cercare una risposta alla stessa domanda: come può Star Wars evolversi senza smettere di essere riconoscibile?

Sheep in the box, recensione: Hirokazu Koreeda a metà tra AI e Black Mirror

Dopo essersi aggiudicato il premio alla miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2023 con Monster, Hirokazu Koreeda torna in concorso con Sheep in the box, un racconto che unisce sci-fi e dramma familiare, con protagonista una coppia sposata che ha perso il figlio e che riceve la proposta di accogliere un robot umanoide del tutto identico a quest’ultimo.

Un ritorno inaspettato

A due anni dalla morte del figlio Kakeru, Otone (Haruka Ayase) riceve tramite un drone un messaggio dall’azienda Rebirth, che si occupa sostanzialmente di riportare in vita i cari persi tramite tecnologie di ultima generazione. Il marito Kensuke (Daigo Yamamoto) è restio, ma acconsente a procedere con l’operazione. Così, la coppia accoglie in casa Kakeru 2.0, un clone praticamente identico del figlio, con una memoria incorporata già basata sui suoi ricordi, che non può mangiare né bagnarsi e ha con sé un seggiolino/stazione di ricarica. Le cose inizieranno però a farsi più complicate quando Kakeru manifesterà maggiore iniziativa e verrà attratto anche da figure misteriose.

Sheep in the Box Film 2026 02
Cortesia festival-cannes.com

Un film che non sorprende, ma con qualche guizzo

Sheep in the box  non brilla di certo per originalità – né la premessa né la sua esecuzione sono particolarmente memorabili – tuttavia trova luminosità in un delicato ma potente risvolto di trama sui bambini come gruppo e nuova società, aspetto indagato a fondo nella filmografia di Koreeda. Ci sono echi a svariate fiabe per i più piccoli in questo racconto che parla di abbandono, non voluto e cercato, che accompagna anche il destino di ogni famiglia con figli al carico.

Certamente meno sorprendente del livello cui ci ha abituati Hirokazu Koreeda, Sheep in the Box è un film piuttosto lineare e che non regala grandi sorprese allo spettatore, in parte fomentando la delusione, perché da un genio come il regista giapponese è lecito aspettarsi molto di più. Nonostante ciò, qualche guizzo interessante nel ritratto di Kakeru e nella sua ricerca di una seconda famiglia, nell’inaspettata vitalità di una comunità di bambini “rifiutati”, vale la visione.

The Boys, la spiegazione del finale di serie: cosa avrebbe fatto Butcher proprio alla fine

Dopo sette anni, la caotica e movimentata avventura di The Boys è finalmente giunta al termine, e il finale è stato ricco di momenti memorabili che faranno sicuramente parlare di sé. Dopo l’emozionante finale del settimo episodio della quinta stagione di The Boys, il gruppo si è ritrovato per la prima volta senza un membro, creando un’enorme tensione in vista di “Blood and Bone“.

Invece di perdere troppo tempo a preparare l’azione, il finale di The Boys ha visto il gruppo celebrare il funerale di Frenchie, durante il quale è stato rivelato che Kimiko aveva ereditato il potere di Soldatino, come dimostrato dalla sua capacità di neutralizzare i poteri di Sage. In seguito, la squadra si è imbarcata in un’ultima missione, attraversando un tunnel segreto per raggiungere la Casa Bianca.

L’unico obiettivo era uccidere Patriota. Nonostante le difficoltà incontrate lungo il percorso, Ashley ha scelto di fare la cosa giusta e ha permesso al gruppo di entrare. Da lì, MM e Butcher uccisero Oh Father, mentre Starlight portò The Deep vicino all’oceano e, dopo che questi si rifiutò di ascoltare la ragione, lo scaraventò in acqua con un raggio.

Fu ucciso da un polpo, mentre l’azione principale si svolgeva all’interno della Casa Bianca tra Butcher, Kimiko e Patriota. I due membri dei Boys combatterono contro Patriota, ma con Kimiko in difficoltà nel rilasciare il suo raggio, sembrava che il cattivo stesse per fuggire, finché Ryan non arrivò a fermarlo, unendosi alla lotta.

Alla fine, Kimiko riuscì a rilasciare il raggio, privando Butcher, Ryan e Patriota dei loro poteri. Fortunatamente, il finale della quinta stagione di The Boys rispose alla grande domanda su come sarebbe morto Patriota, che morì implorando per la sua vita in diretta TV mentre Butcher portava a termine il lavoro, ma questo non fu la fine del conflitto della serie.

Con la morte di Terror al ritorno di Butcher e la rottura dei rapporti con Ryan, qualcosa scattò nella mente del leader dei Boys, e vedere Stan prendere il controllo della Vought lo spinse su una strada oscura. Prese il virus dei supereroi con l’intenzione di rilasciarlo, ma Hughie lo rintracciò alla Vought Tower, dove ebbero un ultimo scontro.

Hughie cercò di convincerlo a desistere e lo minacciò di morte se non si fosse fermato, dando inizio a una colluttazione. Butcher ebbe la meglio e quasi condannò tutti i supereroi prima di esitare, dando a Hughie la possibilità di sparargli. Questo concluse l’azione della serie, con Hughie che rimase con Butcher nei suoi ultimi istanti, ponendo fine alla loro storia.

C’era un breve epilogo che rivelava cosa fecero i sopravvissuti in seguito, ma l’eliminazione di Butcher da parte di Hughie concluse l’azione principale e sembrò il vero finale di The Boys.

Il momento di esitazione di Butcher non significa che si sarebbe fermato

Nonostante avesse ucciso Homelander, Butcher si rifiutò di interrompere la sua crociata, soprattutto perché non aveva più nulla per cui vivere. Dopo aver perso Becca la prima volta, aveva dedicato la sua vita a uccidere Homelander e, dopo esserci finalmente riuscito nel finale, sperava di sistemarsi con Ryan e Terror, ma questi sogni gli furono strappati via.

Di conseguenza, non poté fare a meno di tornare all’unica cosa in cui era bravo: uccidere i supereroi. Vedere Stan Edgar di nuovo al comando della Vought lo convinse che fosse solo questione di tempo prima che venisse creato il nuovo Homelander, ed è per questo che piantò il virus dei Boys all’interno della Vought Tower, con la piena intenzione di rilasciarlo.

Sebbene Hughie cercasse di farlo ragionare, Butcher si rifiutò di ascoltarlo, ed esitò solo quando immaginò Hughie come Lennie, concedendosi un breve momento di riflessione.

Questo ha dato a Hughie l’opportunità di sparare al suo mentore dopo il loro scontro, ma sebbene possa sembrare una svolta crudele, visto che Butcher stava allontanando il dito dal grilletto che avrebbe rilasciato il virus, non c’è alcuna garanzia che si sarebbe fermato. Butcher ha mantenuto la maggior parte delle sue promesse e raramente si è fermato.

Anche se ciò avrebbe significato uccidere Kimiko e Starlight, si trattava di un sacrificio che era stato disposto a fare in passato, e la loro partecipazione alla sconfitta di Homelander non cambiava molto nella mente di Butcher. Certo, è possibile che vedere Hughie nei panni di Lennie abbia davvero cambiato per sempre il suo cuore, ma nessuno può garantirlo.

Butcher non aveva più persone care oltre ai Boys, che sono andati avanti dopo la sua morte. Allo stesso modo, non aveva altra carriera o obiettivo se non quello di fermare la Vought. Pertanto, Hughie ha fatto la scelta giusta sparando a Butcher, a prescindere da ciò che avrebbe fatto dopo, segnando una fine fredda ma necessaria per uno dei personaggi più memorabili della serie.

Perché Hughie va da solo a fermare Butcher

Jack Quaid in The Boys
Cortesia di © Prime Video

Dopo aver scoperto che il super virus era scomparso, Hughie capì subito il piano di Butcher, ma decise di affrontare il suo alleato di lunga data da solo. Avrebbe potuto facilmente portare con sé tutto il gruppo, aumentando le probabilità di fermare Butcher, ma Hughie scelse di affrontare questa sfida da solo per una serie di motivi.

Innanzitutto, Hughie credeva davvero di poter convincere Butcher a desistere. Al suo arrivo, Hughie aveva affermato che se Butcher avesse avuto intenzione di rilasciare il virus, lo avrebbe già fatto. Anche se si trattava semplicemente di una tattica negoziale, era evidente che una parte di lui vedeva ancora del buono nel leader dei Boys, ed è per questo che pensava di poter ragionare con Butcher.

Piuttosto che mostrare al resto della squadra il suo lato peggiore, Hughie voleva avere una discussione civile che permettesse loro di dimenticare tutto e fingere che non fosse mai successo. Purtroppo, la storia di Butcher nella quinta stagione di The Boys aveva un’unica direzione possibile, ed è per questo che Hughie è stato costretto a ucciderlo.

Non era però questa la sua intenzione, ed è anche per questo che ha viaggiato da solo. Avendo perso i suoi poteri, portare con sé Annie e Kimiko lo avrebbe messo in un pericolo ancora maggiore. Se Butcher avesse provato a combattere contro queste supereroine, loro sarebbero riuscite a trattenersi solo per un certo periodo prima di ucciderlo, il che significa che la decisione di Hughie era in realtà un tentativo di evitare la violenza.

Più di ogni altra cosa, Hughie è stato la spia di Butcher in The Boys e uno dei pochi personaggi che sia mai riuscito a fargli capire le sue intenzioni. Pertanto, presentarsi da solo e avere una conversazione personale sembrava davvero la soluzione ideale per impedire a Butcher di compiere un gesto terribile, cosa che purtroppo non è avvenuta.

Butcher sperava forse segretamente che Hughie lo uccidesse?

 

Quando Hughie arriva per affrontare Butcher, quest’ultimo ha già ucciso diverse guardie e diffuso il virus dei supereroi nella Vought Tower, affermando di aver aspettato che i supereroi entrassero in servizio per causare il maggior danno possibile. Tuttavia, il suo vero obiettivo era probabilmente quello di farsi uccidere da Hughie.

Dalle informazioni disponibili, il virus avrebbe ucciso tutti i supereroi in pochi giorni, quindi se Butcher non avesse voluto essere fermato, lo avrebbe diffuso immediatamente. Invece, ha aspettato e non ha avuto bisogno di voltarsi per scoprire che era Hughie a cercarlo, il che suggerisce che questo potrebbe essere stato il suo piano fin dall’inizio.

Butcher non aveva più nulla per cui vivere senza Ryan, Becca o Terror. Pertanto, diffondere il virus dei supereroi avrebbe solo alimentato il risentimento di Hughie, MM e Ryan nei suoi confronti, lasciandolo senza un obiettivo da perseguire, a dimostrazione che la sua storia era giunta al termine.

Anche se non aveva pianificato tutto nei minimi dettagli, lo scontro con Homelander alla Casa Bianca nel finale di The Boys ha rappresentato la vera conclusione del suo percorso, e sembrava pronto ad andarsene. Dopo che Hughie gli ha sparato, non era arrabbiato, anzi, si è mostrato più comprensivo nei confronti di Hughie per essere sempre stato se stesso.

L’intero confronto indica che, sebbene Butcher fosse pronto a diffondere il virus per via aerea, sperava segretamente che Hughie lo fermasse e lo uccidesse, ed è esattamente quello che è successo.

Cosa succede a tutti i personaggi principali sopravvissuti dopo The Boys?

Butcher e Hughie in The Boys stagione 5

Dopo la morte di Butcher, il finale della quinta stagione di The Boys riassume cosa è successo a tutti i personaggi principali sopravvissuti. Il gruppo celebra il funerale di Butcher prima di separarsi. Qui si scopre che Hughie ha aperto un negozio di elettronica, molto simile a quello in cui lavorava nella prima stagione.

Anche Starlight sembra lavorare part-time lì, e i due hanno installato un dispositivo che permette loro di ascoltare crimini e altri problemi, mentre Annie continua a vestire i panni dell’eroina. La loro ultima scena insieme ha anche rivelato che Annie era incinta del loro bambino, che hanno chiamato Robin, un omaggio alla defunta ex fidanzata di Hughie.

Nella quinta stagione di The Boys, MM è scampato a un tragico destino, concludendo la stagione con il suo nuovo matrimonio con Monique e il ricongiungimento con la sua famiglia. Non solo sua figlia era presente, ma anche Ryan ha partecipato alla cerimonia. Il finale suggerisce che Ryan viva con MM o che almeno sia accudito da lui, regalando alla coppia un meritato lieto fine.

Il destino di Kimiko si fece un po’ più cupo mentre si dirigeva verso un caffè in Francia, dove mangiò da sola. Tuttavia, guardò dritto verso un posto vuoto e sorrise, a indicare che Frenchie era sempre con lei. Sebbene sia tragico che si sia ritrovata sola e che abbia apparentemente tagliato i ponti con i Boys, almeno ha potuto onorare Frenchie e ricominciare da capo.

Per quanto riguarda gli altri personaggi principali sopravvissuti, Ashley è stata destituita per aver supervisionato diverse atrocità, mentre Bob Singer è stato riconfermato Presidente degli Stati Uniti, offrendo persino a Hughie un incarico a capo dell’Ufficio degli Affari Super, che lui ha poi rifiutato. Nel frattempo, Stan Edgar ha ripreso il controllo della Vought International, il che significa che questo ciclo di corruzione aziendale potrebbe continuare.

Quanto a Sister Sage, potrebbe aver perso i suoi poteri, ma ha guadagnato una beata libertà, e l’ultima volta che l’abbiamo vista era in viaggio verso Disney World.

La scena finale di The Boys rappresenta un momento di chiusura del cerchio per Hughie.

Annie e hughie in the boys 5

Si potrebbe affermare che Hughie abbia subito più traumi di qualsiasi altro personaggio in The Boys, eppure il suo finale ha rappresentato un momento di chiusura del cerchio. Nonostante tutte le morti e le sofferenze che ha vissuto, tutti i tormenti che ha sopportato, Hughie raramente ha vacillato ed è rimasto fedele a se stesso per tutta la durata della serie.

Di conseguenza, sembra appropriato che la serie si concluda proprio dove l’aveva iniziata, fuori da un negozio di elettronica sul marciapiede. Nella prima stagione, Hughie si trovava in una situazione molto simile, tenendo per mano Robin prima che A-Train la investisse e la uccidesse. Questo evento lo ha traumatizzato e ha dato inizio al suo percorso, in cui la sua determinazione è stata messa a dura prova.

Nell’ultima inquadratura della quinta stagione, Hughie è un uomo nuovo sotto molti aspetti, pur avendo conservato quella speranza e quell’ottimismo che lo rendono così amabile. Ora si trova proprio fuori dal negozio di sua proprietà, a guardare la sua compagna volare via per aiutare chi è in difficoltà, invece di assistere alla sua uccisione per mano di un supercriminale corrotto che agisce impunemente.

Sembra appropriato che Hughie e Annie abbiano chiamato il loro figlio Robin, dato che questa scena finale è un chiaro riferimento alla prima apparizione di Hughie in The Boys, e si meritava un finale così positivo e conclusivo dopo tutto quello che ha passato.

Il finale di The Boys lascia intendere che la lotta non è ancora finita.

Giancarlo Esposito in The Boys

Il discorso di Stan Edgar all’inizio della quinta stagione di The Boys era una chiara indicazione che il capitalismo vince sempre in questo universo fittizio e che i supereroi ne sono il prodotto finale. Pertanto, il ritorno di Stan alla Vought era inevitabile una volta che la situazione si fosse calmata, quindi non sorprende vederlo di nuovo al punto di partenza dopo l’eliminazione di Patriota.

Nonostante i protagonisti collaborino spesso con Stan, rimane comunque un cattivo, anche se non è tra i peggiori della serie. Sfortunatamente, tutti gli indizi puntano a lui affinché continui lo stesso ciclo di cui è già responsabile, il che significa che la Vought creerà altri supereroi immorali ed è solo questione di tempo prima che compaia il prossimo Patriota.

Butcher aveva i suoi timori al riguardo, che ha spiegato a Hughie, il quale non ha mai smentito questa teoria. Inoltre, Soldier Boy è ancora ibernato, ma è già stato risvegliato due volte, il che significa che potrebbe essere solo questione di tempo prima che venga liberato e causi di nuovo problemi.

Anche se il prossimo supereroe della Vought non sarà malvagio come Patriota, sembra che la lotta dei Boys non finirà mai finché questa avida compagnia non sarà fuori dai giochi. Forse Stan imparerà dai suoi errori e l’attenzione presidenziale sui supereroi sarà d’aiuto, ma in questo mondo sembra esserci sempre un altro supereroe malvagio pronto a prendere il sopravvento.

Dove sono i supereroi della quinta generazione?

Il finale della quinta stagione di The Boys riesce a condensare molti elementi nella sua ora di durata, ma un aspetto in cui non brilla è la gestione degli eroi della quinta generazione. Il finale della seconda stagione di Gen V aveva preparato il terreno per un ruolo importante nel finale di The Boys, dato che collaboravano ufficialmente con Starlight e A-Train.

Certo, sarebbe stato sbagliato introdurre improvvisamente un gruppo di nuovi personaggi nella quinta stagione, ma considerando che Cate, Sam e Annabeth non sono apparsi affatto, così come Polarity dopo il suo grande sacrificio, il loro ruolo è risultato deludente. Tuttavia, Marie, Jordan ed Emma sono stati coinvolti nel finale, seppur brevemente, e hanno fornito un aggiornamento su dove si trovassero questi supereroi.

Il trio ha portato i civili salvati da MM e Annie nell’episodio precedente in Canada, dove Marie è stata incoraggiata a ricongiungersi con il resto della sua squadra. Sono stati visti per l’ultima volta a bordo di un camion Vought rubato, il che suggerisce che questi supereroi siano probabilmente riusciti ad attraversare il confine e si siano riuniti, continuando la loro missione di aiutare le persone.

Purtroppo, le premesse per la quinta generazione non sono state sfruttate appieno nel finale di The Boys, ma almeno abbiamo avuto un’idea dei prossimi passi di questo gruppo e di dove sarebbero andati. Supponendo che siano tutti insieme in Canada, la loro storia ha il potenziale per continuare, ma dato che lo spin-off è stato cancellato, il loro futuro rimane incerto.

Jenna Ortega protagonista del nuovo film post-apocalittico di Leos Carax: riprese nel 2027

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Jenna Ortega sarà la protagonista di Lily May B, nuovo film post-apocalittico diretto da Leos Carax. Secondo quanto riportato da Deadline, le riprese del progetto inizieranno nella primavera del 2027 e segneranno il settimo lungometraggio del regista francese noto per film come Holy Motors e Annette.

Il film racconterà la storia di un ragazzo e una ragazza alla fine del mondo, entrambi custodi di segreti troppo pesanti da sostenere. I due intraprenderanno un viaggio attraverso città vuote, autostrade deserte e foreste abbandonate a bordo di una motocicletta, cercando di capire chi sono davvero e quale possa essere il loro posto nel mondo. La sinossi ufficiale descrive Lily May B come un racconto sospeso tra atmosfera apocalittica e ricerca identitaria, elementi che sembrano perfettamente in linea con il cinema visionario di Carax.

La notizia conferma anche il momento particolarmente intenso della carriera di Jenna Ortega, ormai diventata uno dei volti più richiesti della nuova Hollywood. Dopo il successo globale della serie Mercoledì, l’attrice sta costruendo una filmografia sempre più trasversale, alternando horror, fantascienza, thriller e cinema d’autore.

Lily May B potrebbe diventare uno dei progetti più ambiziosi della carriera di Jenna Ortega

Jenna Ortega Venezia 81
Foto di Luigi De Pompeis © Cinefilos.it

Oltre alla presenza di Ortega, uno degli aspetti più interessanti del progetto è proprio il coinvolgimento di Leos Carax, autore conosciuto per il suo stile visivo radicale e spesso sperimentale. Il produttore Hugo Sélignac ha definito Lily May B come un film che porterà avanti “la libertà, l’emozione e la forza visiva” tipiche del cinema del regista francese.

Per Jenna Ortega si tratta di un ulteriore passo verso produzioni sempre più autoriali e internazionali. L’attrice sarà infatti protagonista anche dell’adattamento sci-fi Klara and the Sun e del fantasy The Great Beyond prodotto da J.J. Abrams, mentre è attualmente impegnata a Parigi con le riprese della terza stagione di Wednesday.

Al momento non sono stati annunciati altri membri del cast di Lily May B, ma secondo la produzione ulteriori dettagli verranno rivelati nei prossimi mesi. Con la combinazione tra l’immaginario di Carax e la crescente popolarità di Ortega, il progetto si candida già come uno dei titoli più attesi del cinema autoriale internazionale dei prossimi anni.

Superman: James Gunn conferma il ritorno di Supergirl in Man of Tomorrow

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James Gunn ha confermato ufficialmente che la Supergirl interpretata da Milly Alcock tornerà in Superman: Man of Tomorrow, sequel del nuovo Superman previsto per il 2027. Dopo il debutto del personaggio nel film dedicato all’Uomo d’Acciaio, la Kara Zor-El del nuovo DC Universe sarà quindi una presenza centrale anche nel prossimo capitolo cinematografico guidato da DC Studios.

La conferma è arrivata dopo un report di Variety che anticipava il ritorno di Supergirl accanto al Superman di David Corenswet. Gunn è poi intervenuto direttamente su Threads, rivelando che Milly Alcock si trova già sul set del film per girare nuove scene nei panni dell’eroina kryptoniana. Secondo quanto riportato, Man of Tomorrow includerà anche altri personaggi del DCU come John Stewart/Green Lantern interpretato da Aaron Pierre, Hawkgirl di Isabela Merced e Mister Terrific interpretato da Edi Gathegi.

La notizia rafforza ulteriormente il ruolo di Supergirl all’interno del nuovo universo condiviso DC. Già nel finale di Superman, il personaggio era apparso brevemente mostrando un carattere molto diverso rispetto al Clark Kent di Corenswet, più duro e disilluso rispetto alle versioni classiche viste in passato sullo schermo.

Il legame tra Supergirl e Brainiac potrebbe diventare centrale nel futuro del DC Universe

Superman

Prima del ritorno in Man of Tomorrow, Kara sarà protagonista del film solista Supergirl diretto da Craig Gillespie, che esplorerà il passato traumatico del personaggio dopo la distruzione di Krypton. Secondo le anticipazioni, il film racconterà come Kara abbia assistito alla morte delle persone intorno a lei mentre Argo City vagava nello spazio dopo l’esplosione del pianeta.

Il sequel di Superman introdurrà invece Brainiac, interpretato dall’attore tedesco Lars Eidinger, uno dei villain più iconici dell’universo DC. Sebbene la sua presenza non sia stata confermata nel film dedicato a Supergirl, molti fan stanno già ipotizzando un collegamento diretto tra il personaggio e la distruzione di Krypton, elemento spesso centrale nei fumetti dedicati a Brainiac.

James Gunn ha inoltre anticipato che la minaccia rappresentata dal villain sarà così grande da costringere persino Lex Luthor, interpretato da Nicholas Hoult, a collaborare con Superman. In questo scenario, Supergirl potrebbe diventare una figura fondamentale nella battaglia contro Brainiac e nella costruzione futura del DC Universe cinematografico.

Comandante: la vera storia di Salvatore Todaro dietro il film con Pierfrancesco Favino

Il cinema italiano recente ha spesso cercato di recuperare figure dimenticate della nostra storia nazionale, ma pochi film lo fanno con la forza morale e narrativa di Comandante (leggi qui la nostra recensione), diretto da Edoardo De Angelis e interpretato da Pierfrancesco Favino. Presentato come film d’apertura alla Mostra del Cinema di Venezia 2023, il lungometraggio racconta un episodio realmente accaduto durante la Seconda guerra mondiale, trasformando una vicenda militare in una riflessione più ampia sull’umanità, sull’etica e sul senso stesso della guerra. Dietro il racconto cinematografico si nasconde infatti la storia autentica di Salvatore Todaro, ufficiale della Regia Marina divenuto leggendario per una scelta che andava contro ogni logica bellica del tempo.

Ciò che rende Comandante particolarmente interessante è proprio il suo rapporto con la realtà storica. Il film non inventa un eroe simbolico, ma prende spunto da documenti, testimonianze e cronache realmente esistite per ricostruire l’impresa del sommergibile Cappellini e il salvataggio dei naufraghi del mercantile belga Kabalo. Tuttavia, come spesso accade nelle opere cinematografiche, anche qui alcuni elementi vengono condensati, romanzati o enfatizzati per esigenze narrative. Capire quanto il film sia accurato significa allora entrare dentro la figura di Salvatore Todaro, comprendere il contesto storico in cui operava e distinguere ciò che appartiene alla documentazione storica da ciò che invece è stato adattato per il grande schermo.

Chi era davvero Salvatore Todaro e perché la sua storia è diventata leggendaria nella Marina italiana

Comandante

La vera storia raccontata in Comandante inizia molto prima degli eventi mostrati nel film. Salvatore Todaro nacque a Messina il 16 settembre 1908, ma crebbe in Veneto dopo il trasferimento della famiglia, dettaglio che spiega anche la particolare inflessione riprodotta da Pierfrancesco Favino nel film. Entrato giovanissimo all’Accademia Navale di Livorno nel 1923, Todaro mostrò subito qualità fuori dal comune, sia dal punto di vista tecnico sia da quello caratteriale. Dopo i primi anni trascorsi nella Marina, si specializzò nell’osservazione aerea e prese parte a diverse missioni operative.

La sua carriera, però, rischiò di interrompersi bruscamente nel 1933, quando cadde da un idrovolante riportando una gravissima lesione alla colonna vertebrale. Da quel momento fu costretto a indossare un busto metallico per il resto della vita, convivendo con dolori continui e ricorrendo talvolta perfino alla morfina. Nonostante l’infortunio, Todaro rifiutò di abbandonare il servizio attivo e continuò a operare sui sommergibili, costruendo attorno a sé una reputazione quasi mitica. Le testimonianze dell’epoca lo descrivono come un comandante impulsivo ma lucidissimo, profondamente spirituale, convinto che la forza di volontà potesse superare persino i limiti fisici del corpo.

Durante la Guerra civile spagnola operò su diversi battelli italiani, mentre allo scoppio della Seconda guerra mondiale ottenne il comando del sommergibile Comandante Cappellini, una delle unità più avanzate della Regia Marina. È proprio a bordo del Cappellini che Todaro sarebbe entrato definitivamente nella storia, compiendo un gesto destinato a renderlo una figura unica nel panorama bellico europeo del Novecento.

L’affondamento del Kabalo e il salvataggio dei naufraghi che ispirano il cuore di Comandante

Comandante recensione

L’episodio centrale raccontato in Comandante avvenne nella notte tra il 15 e il 16 ottobre 1940, durante una missione atlantica al largo dell’isola di Madera. Il sommergibile Cappellini, comandato da Salvatore Todaro, intercettò una nave che navigava a luci spente in una zona di guerra. Si trattava del mercantile belga Kabalo, appartenente a un Paese formalmente neutrale ma armato e considerato sospetto dai regolamenti militari dell’epoca. Quando il piroscafo aprì il fuoco contro il sommergibile italiano, Todaro rispose con i cannoni di bordo, colpendo la nave fino ad affondarla.

Fin qui, la vicenda rientrava nella brutalità ordinaria della guerra navale del tempo. Ciò che accadde subito dopo, però, trasformò l’episodio in qualcosa di completamente diverso. Dopo l’affondamento, Todaro vide i superstiti del Kabalo alla deriva in mare aperto. Rendendosi conto che la loro scialuppa non avrebbe mai raggiunto la costa, prese una decisione clamorosa: soccorrerli e trainarli fino alle Azzorre, nonostante questo esponesse il sommergibile italiano a un rischio enorme. Per oltre tre giorni il Cappellini rinunciò di fatto alla propria sicurezza pur di salvare i ventisei naufraghi belgi, arrivando infine a ospitarli a bordo in condizioni di sovraffollamento tali da impedire persino l’immersione del sommergibile.

Durante il viaggio il battello italiano incrociò perfino un convoglio britannico, ma Todaro comunicò apertamente di avere civili e naufraghi a bordo chiedendo una tregua. Sorprendentemente, gli inglesi cessarono il fuoco e permisero al sommergibile di proseguire. Una volta arrivato alle Azzorre, Todaro sbarcò tutti i superstiti sani e salvi. È da questa vicenda reale che nasce la frase attribuita al comandante e diventata simbolica: “Gli altri non hanno, come me, duemila anni di civiltà sulle spalle”.

Come si conclude davvero la storia di Salvatore Todaro dopo gli eventi raccontati nel film

Pierfrancesco Favino in Comandante

La vicenda del Kabalo rappresenta solo una parte della vita di Salvatore Todaro, anche se è quella che più di ogni altra ne ha definito la memoria storica. Dopo il ritorno dalla missione, il comandante italiano venne criticato da parte della Marina per aver messo a rischio il sommergibile e il proprio equipaggio per salvare dei nemici. In piena guerra totale, il gesto appariva a molti incompatibile con la logica militare del tempo. Eppure Todaro non rinnegò mai la propria scelta, convinto che esistesse una differenza sostanziale tra vincere una battaglia e perdere la propria umanità.

Negli anni successivi continuò a combattere nell’Atlantico, distinguendosi per coraggio e capacità tattica, tanto da ottenere numerose decorazioni al valor militare. Successivamente chiese di essere trasferito alla Xa Flottiglia MAS, cercando un tipo di combattimento più diretto e aggressivo. Partecipò così anche alle operazioni nel Mar Nero e durante l’assedio di Sebastopoli, guadagnandosi ulteriori riconoscimenti. La sua storia però si concluse tragicamente nel dicembre del 1942.

Todaro si trovava in Tunisia al comando del motopeschereccio armato Cefalo quando il mezzo venne attaccato da un caccia britannico Spitfire. Colpito da una scheggia durante il mitragliamento, morì a soli trentaquattro anni. Dopo la sua morte gli venne conferita la Medaglia d’Oro al Valor Militare alla memoria. Ancora oggi il suo nome continua a essere ricordato nella Marina Militare italiana, tanto che nel 2006 un sottomarino della classe U212A è stato intitolato proprio a Salvatore Todaro.

Quanto è accurato Comandante e quali differenze esistono tra il film e la realtà storica

Comandante Pierfrancesco Favino

Dal punto di vista storico, Comandante è considerato uno dei film italiani recenti più attenti alla ricostruzione del contesto militare della Seconda guerra mondiale. Edoardo De Angelis ha scelto infatti di concentrarsi soprattutto sul lato umano della vicenda, evitando di trasformare Todaro in un eroe retorico o propagandistico. Molti dettagli presenti nel film sono autentici: il grave problema fisico del comandante, il busto ortopedico che era costretto a indossare, la missione del Kabalo, il recupero dei naufraghi e perfino il celebre dialogo sulla “civiltà” italiana.

Anche la rappresentazione della vita claustrofobica all’interno del sommergibile riprende testimonianze storiche e documentazione reale della Regia Marina. Naturalmente alcune modifiche sono state introdotte per esigenze cinematografiche. Il film concentra i tempi della vicenda e semplifica alcune dinamiche strategiche per rendere più fluida la narrazione. Alcuni personaggi secondari vengono fusi o caratterizzati diversamente rispetto alle fonti storiche, mentre i dialoghi più intensi sono inevitabilmente ricostruiti.

Anche il rapporto tra Todaro e il proprio equipaggio viene enfatizzato per accentuare il conflitto morale tra disciplina militare e compassione umana. Tuttavia il cuore della storia resta autentico: il gesto di salvare i naufraghi del Kabalo accadde davvero e fu considerato eccezionale persino dai nemici dell’Italia fascista. È proprio questa fedeltà emotiva alla figura storica che rende Comandante molto più vicino a un dramma umano che a un semplice film bellico.

Perché la storia vera di Salvatore Todaro rende Comandante qualcosa di più di un film di guerra

Ciò che colpisce maggiormente della storia vera dietro Comandante è il modo in cui riesce a mettere in crisi l’idea stessa di guerra. Salvatore Todaro non viene ricordato soltanto come un ufficiale coraggioso, ma come un uomo che scelse di preservare la propria coscienza anche dentro uno dei conflitti più brutali della storia moderna. In un contesto dominato dalla distruzione e dalla disumanizzazione del nemico, Todaro prese una decisione opposta: riconoscere nei naufraghi del Kabalo prima degli esseri umani e solo dopo degli avversari. È questo il motivo per cui la sua vicenda continua ancora oggi a essere raccontata e studiata.

Il film di Edoardo De Angelis riesce a trasformare quell’episodio in qualcosa di universale, parlando non soltanto di guerra ma anche di responsabilità morale, identità nazionale e capacità di restare umani nei momenti estremi. La vera forza di Comandante sta proprio qui: nel ricordare che la storia non è fatta solo di strategie militari e battaglie, ma anche di scelte individuali che riescono a sopravvivere al tempo. In un’epoca in cui il Mediterraneo continua a essere teatro di tragedie e naufragi, la figura di Salvatore Todaro assume persino un significato contemporaneo. Non come eroe perfetto, ma come uomo che, nel mezzo della guerra, decise che salvare vite umane fosse ancora più importante che vincere.

The Idea of You: la vera storia dietro il film con Anne Hathaway

The Idea of You: la vera storia dietro il film con Anne Hathaway

Il successo di The Idea of You (leggi qui la recensione) ha riportato al centro del dibattito uno dei temi più discussi della narrativa romantica contemporanea: le relazioni con una forte differenza d’età, soprattutto quando a viverle è una donna adulta. Diretto da Michael Showalter e interpretato da Anne Hathaway e Nicholas Galitzine, il film distribuito da Prime Video racconta l’incontro tra Solène, una quarantenne divorziata che lavora nel mondo dell’arte, e Hayes Campbell, giovane superstar di una boy band globale.

Una storia sentimentale che mescola desiderio, fama, giudizio mediatico e ricerca di sé, trasformandosi rapidamente in uno dei romance più chiacchierati degli ultimi anni. Fin dalla pubblicazione del romanzo di Robinne Lee nel 2017, però, pubblico e social network hanno iniziato a interrogarsi su un punto preciso: quanto c’è di reale in questa storia?

Le somiglianze tra Hayes e Harry Styles hanno alimentato teorie, discussioni e persino accuse di essere una fan fiction mascherata. In realtà, dietro The Idea of You esiste un percorso molto più complesso e interessante, che riguarda il modo in cui il cinema e la letteratura raccontano il desiderio femminile, la percezione pubblica dell’età e la pressione tossica esercitata dai fandom online. Ed è proprio questo il cuore della vera storia che ha ispirato il film.

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La vera ispirazione di The Idea of You nasce dal romanzo di Robinne Lee e dal fenomeno culturale delle boy band moderne

The Idea of You Anne Hathaway

A differenza di quanto molti spettatori pensano, The Idea of You non è tratto da una storia realmente accaduta, ma nasce dal romanzo bestseller scritto da Robinne Lee, pubblicato nel 2017. L’autrice ha più volte chiarito che il libro non voleva essere il racconto romanzato della vita di Harry Styles, bensì una riflessione sul modo in cui la società guarda alle donne sopra i quarant’anni. Il personaggio di Solène Marchand, gallerista d’arte divorziata e madre single, è stato concepito per rappresentare una femminilità adulta ancora desiderante, vitale e sessualmente libera, lontana dagli stereotipi che spesso relegano le donne mature a ruoli marginali nelle storie romantiche.

L’idea del giovane cantante di una boy band nasce però da un’immagine molto precisa che colpì l’autrice durante una notte passata a guardare video musicali online. Lee raccontò infatti di essere rimasta affascinata dal carisma quasi “irreale” di un giovane artista britannico, capace di unire fascino, vulnerabilità e sicurezza scenica. Quel volto era proprio quello di Harry Styles, allora membro dei One Direction. Da quel momento iniziò a prendere forma Hayes Campbell, protagonista maschile del romanzo e poi del film.

Tuttavia, Lee ha sempre insistito sul fatto che Hayes fosse un collage di ispirazioni differenti: oltre a Harry Styles, ha citato il Principe Harry, il marito, alcuni ex fidanzati e persino Eddie Redmayne. Il risultato finale non voleva quindi essere la copia di una celebrità reale, ma la costruzione di un ideale romantico moderno. Eppure le somiglianze con Styles sono evidenti: Hayes è inglese, fa parte di una boy band composta da cinque ragazzi, ha tatuaggi, un look sofisticato e una nota attrazione per donne più grandi. Elementi che hanno inevitabilmente trasformato il film in un oggetto di discussione virale, soprattutto tra i fan dei One Direction, convinti da anni che dietro il personaggio si nasconda proprio la popstar britannica.

Le teorie su Harry Styles, Olivia Wilde e le relazioni con donne più grandi hanno trasformato il film in un caso mediatico

The Idea of You finale libro

Con l’uscita del libro prima e del film poi, internet ha iniziato a costruire una vera e propria mitologia attorno a The Idea of You. Reddit, TikTok e Twitter hanno alimentato continuamente il paragone tra Hayes Campbell e Harry Styles, soprattutto per via delle relazioni che il cantante ha avuto nel corso degli anni con donne più adulte. Il collegamento più immediato è stato quello con Olivia Wilde, regista e attrice di dieci anni più grande di lui, la cui relazione con Styles era stata seguita ossessivamente dal web e dal fandom dell’artista. Molti spettatori hanno visto in Solène una sorta di trasposizione romanzata della Wilde: una donna indipendente, madre e bersaglio di critiche feroci online per aver frequentato una popstar molto più giovane.

Tuttavia, dal punto di vista cronologico, questa teoria non regge. Il romanzo di Robinne Lee è stato pubblicato nel 2017, mentre la relazione tra Harry Styles e Olivia Wilde è iniziata anni dopo. Questo non ha fermato le speculazioni, anzi. Alcuni fan hanno recuperato persino la vecchia relazione tra il giovanissimo Styles e la conduttrice Caroline Flack, all’epoca molto discussa per la differenza d’età tra i due. Anche in quel caso, il giudizio pubblico e mediatico si rivelò estremamente aggressivo nei confronti della donna, un elemento che ritorna chiaramente sia nel romanzo sia nel film.

In The Idea of You, infatti, Solène diventa bersaglio di odio online, insulti e molestie da parte delle fan della band August Moon, incapaci di accettare la relazione con Hayes. È uno degli aspetti più realistici della storia, perché riflette perfettamente il funzionamento contemporaneo delle fan culture digitali e il modo in cui le donne vengono spesso giudicate con parametri diversi rispetto agli uomini. Non è un caso che Robinne Lee abbia più volte ribadito come il vero centro del racconto non fosse Hayes, ma Solène e il suo diritto di vivere una storia d’amore senza essere definita dalla propria età.

Il finale della storia e il vero significato di The Idea of You parlano più di identità femminile che di romance da fan fiction

The Idea of You

Uno degli aspetti più interessanti di The Idea of You è che, nonostante la forte componente romantica, il racconto non nasce come una semplice fantasia sentimentale. Il film e il romanzo utilizzano la relazione tra Solène e Hayes per affrontare questioni molto più profonde: il modo in cui la società osserva le donne mature, il rapporto con il desiderio, la maternità, il peso dello sguardo pubblico e la paura di diventare invisibili con il passare degli anni. Robinne Lee ha spiegato apertamente che il suo obiettivo era mettere in discussione l’idea secondo cui la sessualità femminile smetterebbe di esistere dopo una certa età.

Per questo motivo Solène non viene raccontata come una donna “salvata” dall’amore di un ragazzo più giovane, ma come una persona che riscopre se stessa attraverso una relazione che rompe gli schemi sociali. Anche il finale della storia, sia nel libro sia nella versione cinematografica, insiste molto su questa dimensione emotiva. Non si tratta soltanto di capire se la coppia riuscirà a stare insieme, ma di osservare come il rapporto cambi profondamente entrambi i personaggi.

Hayes comprende il peso reale della celebrità e dell’ossessione del pubblico, mentre Solène si confronta con la possibilità di desiderare ancora qualcosa per sé, al di là del ruolo di madre o ex moglie. È proprio questa componente emotiva ad aver reso il romanzo un fenomeno durante il lockdown pandemico, quando milioni di lettori cercavano storie capaci di offrire evasione ma anche autenticità emotiva. La stessa Anne Hathaway ha più volte sottolineato come il film non voglia raccontare una fantasia irrealistica, ma piuttosto il bisogno umano di sentirsi vivi e desiderati a qualsiasi età.

Perché The Idea of You continua a far discutere tra cultura pop, fandom e rappresentazione delle donne adulte

The Idea of You film 2024

Il motivo per cui The Idea of You continua a generare discussioni va oltre il semplice gossip legato a Harry Styles. Il film è diventato un caso culturale perché tocca nervi scoperti della contemporaneità: la pressione dei social media, la tossicità di certi fandom, il giudizio sulle donne mature e il diverso trattamento riservato alle relazioni con differenza d’età. Se un uomo famoso frequenta una donna molto più giovane, il racconto mediatico tende spesso a normalizzare la situazione; quando accade il contrario, invece, il rapporto viene trasformato in scandalo o feticcio.

Ed è proprio questa disparità che Robinne Lee voleva esplorare attraverso Solène. Alla fine, quindi, la “vera storia” dietro The Idea of You non riguarda tanto una specifica celebrità quanto un immaginario collettivo costruito attorno alle popstar contemporanee e al modo in cui il pubblico proietta su di loro desideri, fantasie e aspettative.

Hayes Campbell contiene sicuramente tracce di Harry Styles, ma anche di altre icone romantiche moderne. Ridurre tutto a una semplice fan fiction significherebbe ignorare il cuore autentico del racconto: la volontà di mostrare una donna che rifiuta di sentirsi invisibile. Ed è probabilmente questo il motivo per cui il film con Anne Hathaway ha colpito così tanto il pubblico, trasformandosi in qualcosa di più di una semplice commedia romantica.

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I tre giorni del Condor: la spiegazione del finale del film

I tre giorni del Condor: la spiegazione del finale del film

Quando si parla di paranoia thriller americani degli anni Settanta, I tre giorni del Condor occupa un posto centrale perché riesce a trasformare una semplice storia di spionaggio in una riflessione inquietante sul potere, sulla manipolazione politica e sull’impossibilità di distinguere la verità dalle strategie dello Stato. Diretto da Sydney Pollack e interpretato da Robert Redford, il film nasce dentro il clima post-Watergate e post-Vietnam, un momento storico in cui il pubblico americano aveva iniziato a guardare con sospetto le proprie istituzioni. Il risultato è un’opera che usa i codici del thriller per raccontare la fragilità dell’individuo davanti a sistemi enormi e invisibili.

Il finale di I tre giorni del Condor resta ancora oggi uno dei più ambigui e potenti del cinema politico americano. Apparentemente Joe Turner riesce a sopravvivere, smascherare il complotto e consegnare la verità al New York Times, ma l’ultima domanda pronunciata dal personaggio di Higgins cambia completamente il senso della conclusione. “Come fai a sapere che la pubblicheranno?” non è soltanto una provocazione rivolta al protagonista: è il cuore ideologico dell’intero film. In quell’istante I tre giorni del Condor suggerisce che il vero potere non consiste nel commettere crimini nell’ombra, ma nel controllare la percezione stessa della realtà.

Sydney Pollack usa il thriller paranoico degli anni Settanta per raccontare un’America che non si fida più di sé stessa

Per comprendere davvero il finale di I tre giorni del Condor bisogna partire dal contesto culturale in cui il film nasce. Gli anni Settanta americani sono attraversati da una crisi profonda della fiducia istituzionale. Lo scandalo Watergate, le rivelazioni sui servizi segreti e il trauma del Vietnam avevano incrinato definitivamente l’immagine eroica del governo americano costruita durante i decenni precedenti. Registi come Alan J. Pakula, Francis Ford Coppola e lo stesso Sydney Pollack iniziarono così a raccontare protagonisti schiacciati da poteri opachi, impossibili da identificare chiaramente.

Joe Turner è uno degli esempi più emblematici di questo nuovo tipo di eroe. Non è un agente operativo addestrato alla violenza, ma un analista che lavora leggendo libri, romanzi e pubblicazioni straniere per individuare possibili segnali nascosti. È significativo che il protagonista venga travolto proprio perché interpreta correttamente un dettaglio apparentemente insignificante. La cultura, l’analisi e l’intelligenza diventano strumenti pericolosi in un sistema che preferisce l’obbedienza silenziosa.

Anche la presenza di Robert Redford è fondamentale. Negli anni Settanta l’attore rappresentava spesso figure idealiste, uomini convinti che la verità potesse ancora avere un valore morale. In film come Tutti gli uomini del presidente o Come eravamo, Redford incarnava personaggi sospesi tra disillusione e speranza. Joe Turner appartiene perfettamente a questa linea: è un uomo intelligente ma ingenuo, convinto che esista ancora una distinzione netta tra giusto e sbagliato.

Il film però distrugge progressivamente questa convinzione. La CIA che emerge nel racconto non è un’organizzazione compatta, ma un sistema frammentato in cui fazioni diverse eliminano persone per proteggere strategie geopolitiche clandestine. Persino gli assassini sembrano muoversi dentro una logica burocratica. Joubert, il killer interpretato da Max von Sydow, uccide con freddezza professionale, senza sadismo né rabbia. È l’incarnazione di un mondo in cui la violenza è diventata amministrazione ordinaria del potere.

Cosa succede nel finale de I tre giorni del Condor e perché Joe Turner capisce di non essere davvero salvo

I tre giorni del Condor libro

Nel finale del film Joe Turner riesce finalmente a collegare tutti gli elementi del complotto. Dopo aver scoperto che la sua sezione della CIA è stata eliminata per aver intercettato informazioni troppo sensibili, Turner rintraccia Leonard Atwood, alto dirigente responsabile delle operazioni mediorientali. Qui emerge la verità centrale del racconto: la CIA stava studiando un piano clandestino per prendere il controllo dei giacimenti petroliferi del Medio Oriente in previsione di future crisi energetiche.

Atwood conferma implicitamente l’accusa di Turner, spiegando che si trattava di una sorta di “piano di emergenza” costruito nell’ombra. Il dettaglio più inquietante è che l’operazione non nasce come follia individuale, ma come ragionamento strategico perfettamente razionale. Per questi uomini il controllo delle risorse energetiche giustifica qualunque azione preventiva, persino l’eliminazione di cittadini americani.

Subito dopo interviene Joubert, che uccide Atwood e trasforma la scena in un suicidio. È un passaggio fondamentale perché dimostra come il sistema elimini continuamente i propri stessi elementi compromessi. Atwood aveva ordinato la morte di Turner, ma a sua volta era diventato un rischio per livelli superiori della struttura. Nessuno è davvero al sicuro dentro questo meccanismo.

Joubert offre allora a Turner un consiglio sorprendente: lasciare il paese e diventare a sua volta un assassino professionista. In pratica gli suggerisce di abbandonare ogni illusione morale e accettare il funzionamento reale del mondo. Turner rifiuta, ma comprende che da quel momento vivrà permanentemente sotto minaccia.

L’ultima scena tra Turner e Higgins a Times Square diventa così il vero climax ideologico del film. Turner rivela di aver consegnato tutte le informazioni al New York Times, convinto che la stampa possa ancora rappresentare uno spazio di verità democratica. Higgins però risponde con calma glaciale, spiegando che quando arriverà una grave crisi petrolifera gli americani accetteranno qualsiasi misura pur di conservare il proprio stile di vita.

Poi arriva la domanda finale: “Come fai a sapere che la pubblicheranno?”. È una battuta devastante perché distrugge l’ultima certezza del protagonista. Turner pensa di aver trovato una via d’uscita rendendo pubblica la verità, ma Higgins gli suggerisce che persino l’informazione potrebbe essere manipolata o silenziata.

Il vero tema del film è la trasformazione della paura collettiva in strumento politico

Robert Redford in I tre giorni del Condor (1975)
© 1975 – Paramount Pictures.

La grande forza di I tre giorni del Condor sta nel fatto che il complotto non viene presentato come il delirio di pochi uomini corrotti, ma come il prodotto logico di una certa idea di sicurezza nazionale. Higgins non appare folle o sadico. Al contrario, parla con lucidità quasi paternalistica. È convinto che gli Stati Uniti dovranno inevitabilmente compiere azioni estreme per mantenere il proprio benessere economico.

Questo rende il film molto più disturbante di un normale thriller cospirativo. Il problema non è la presenza di cattivi nascosti dentro le istituzioni, ma il fatto che il sistema stesso sia disposto a sacrificare principi democratici in nome della stabilità geopolitica. Turner scopre che il vero nemico non è una persona specifica, ma una logica politica che considera la morale un lusso sacrificabile.

Anche la figura di Joubert assume un significato preciso in questo contesto. Il killer europeo osserva Turner quasi con curiosità, come se vedesse in lui un residuo di idealismo ormai anacronistico. Quando gli suggerisce di diventare un assassino, gli sta dicendo che il mondo reale funziona attraverso il compromesso permanente con la violenza.

La paranoia del film nasce proprio da qui. Turner non può più fidarsi della CIA, dei colleghi, delle autorità e forse nemmeno della stampa. Ogni struttura appare vulnerabile alla manipolazione. Persino Kathy, la donna coinvolta suo malgrado nella fuga del protagonista, rappresenta una figura continuamente sospesa tra autenticità e paura. Le relazioni umane diventano fragili perché il sospetto contamina tutto.

L’ultima scena suggerisce che la verità potrebbe non bastare mai contro il potere

I tre giorni del Condor film

Il finale aperto di I tre giorni del Condor continua a essere discusso proprio perché evita qualsiasi rassicurazione. Turner sopravvive, ma non ottiene una vera vittoria. La domanda di Higgins resta sospesa nello spazio urbano di Times Square come una minaccia invisibile.

Il film suggerisce infatti che la verità, da sola, potrebbe non essere sufficiente a cambiare le cose. Anche se il New York Times pubblicasse davvero le informazioni, il pubblico sarebbe disposto a crederci? E soprattutto: quanto conta la verità quando la paura collettiva può giustificare qualsiasi misura estrema?

Questa ambiguità rende il film incredibilmente moderno. I tre giorni del Condor anticipa un mondo in cui informazione, propaganda e sicurezza nazionale si intrecciano continuamente. Higgins comprende che il controllo dell’opinione pubblica è più importante persino delle operazioni clandestine. Se una popolazione ha paura, accetterà facilmente restrizioni, guerre preventive e sorveglianza permanente.

Turner invece continua ostinatamente a credere nella possibilità della trasparenza. È un personaggio tragico proprio perché appartiene ancora a una concezione morale del giornalismo e della democrazia che il film considera ormai fragile.

Cosa significa davvero il finale de I tre giorni del Condor

Robert Redford in I tre giorni del Condor

Il finale di I tre giorni del Condor racconta la fine dell’innocenza politica americana degli anni Settanta. Joe Turner scopre che il vero potere non agisce attraverso grandi dichiarazioni ideologiche, ma attraverso strutture invisibili capaci di manipolare informazioni, eliminare testimoni e ridefinire continuamente il concetto stesso di verità.

La sua scelta di affidarsi alla stampa rappresenta un ultimo gesto di fiducia democratica, ma il film evita accuratamente di confermare che quella scelta funzionerà davvero. L’ultima battuta di Higgins trasforma l’intera conclusione in una domanda aperta sul rapporto tra cittadini, media e istituzioni.

È questo che rende il film così potente ancora oggi. I tre giorni del Condor non parla soltanto di una cospirazione della CIA o di petrolio mediorientale. Parla della facilità con cui la paura può trasformare le democrazie in sistemi disposti a sacrificare libertà e verità in nome della sicurezza. Turner si allontana vivo, ma profondamente isolato. Ha capito troppo, e forse proprio per questo non potrà più tornare alla normalità.

Knife Edge: Per una Stella Michelin rinnovata per la seconda stagione da Apple TV

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Apple TV ha annunciato il rinnovo per una seconda stagione di Knife Edge: Per una Stella Michelin, l’acclamata docuserie candidata ai BAFTA realizzata dal celebre chef, ristoratore, autore e produttore esecutivo Gordon Ramsay e da Studio Ramsay Global, con la conduzione di Jesse Burgess di TopJaw. Con uno sguardo sul competitivo mondo della ristorazione d’eccellenza internazionale e grazie a un accesso esclusivo lungo l’intera stagione annuale della Guida Michelin, Knife Edge: Per una Stella Michelin segue i destini di alcuni dei ristoranti più unici e celebrati del mondo, per scoprire se riusciranno a conquistare, mantenere o perdere la preziosa Stella.

«Oggi più che mai, i ristoranti di tutto il mondo sono sottoposti a un’enorme pressione non solo per puntare alla perfezione, ma anche semplicemente per sopravvivere. Le difficoltà economiche che stanno colpendo il settore fanno sì che la posta in gioco non sia mai stata così alta. Con standard gastronomici in continua evoluzione a livello globale, ‘Knife Edge’ mostra lo stress, la pressione e la resilienza necessari per mantenere i nervi saldi nella corsa verso l’eccellenza: è davvero brutale. Personalmente, continuo a essere immensamente orgoglioso della passione che anima il nostro settore: la determinazione e l’ambizione dei nuovi talenti affamati di successo, delle stelle emergenti e di quegli chef indomabili che continuano a inseguire l’esigente riconoscimento della Michelin», ha dichiarato il produttore esecutivo Gordon Ramsay.

«Knife Edge: Per una Stella Michelin mette in luce le storie incredibili degli chef più talentuosi del mondo nella loro corsa al riconoscimento più prestigioso al mondo, in un contesto in cui il livello richiesto si alza ogni anno e la voglia di emergere non diminuisce mai. Dare spazio alle persone dietro questi ristoranti di livello mondiale aiuta a comprendere e apprezzare cosa significhi sopravvivere in un settore tanto straordinario quanto impegnativo», ha dichiarato il conduttore Jesse Burgess. «Sono molto orgoglioso di far parte di questo progetto e non vediamo l’ora di condividere ancora di più nella seconda stagione su Apple TV».

Knife Edge: Per una Stella Michelin è stata definita una serie “coinvolgente” ed “elettrizzante”, capace di offrire agli spettatori “uno sguardo autentico dietro le cucine più prestigiose del mondo contemporaneo”, in quella che è stata descritta come “una delle esplorazioni più complete della ristorazione stellata Michelin mai realizzate sullo schermo”. “Un ritratto profondamente personale di passione e perseveranza”, la serie racconta cosa significhi “gestire un ristorante di altissimo livello mentre si lavora per ottenere il massimo riconoscimento rappresentato dalla Stella Michelin”, mettendo in evidenza “l’ammirazione per l’abilità, il sacrificio e la dedizione” dei migliori chef del mondo. La prima stagione ha rapidamente ottenuto un un punteggio del 100% di recensioni positive su Rotten Tomatoes, è stata candidata nella categoria Factual Entertainment ai BAFTA Television Awards 2026 ed è disponibile in streaming su Apple TV.

Lo chef Dave Beran insieme allo staff del PASJOLI in “Knife Edge – Per una stella Michelin”, ora disponibile su Apple TV.

La Stella Michelin è il riconoscimento più prestigioso e difficile da ottenere nel mondo dell’alta cucina, assegnato ai ristoranti che utilizzano i migliori ingredienti cucinati secondo gli standard più elevati possibili. Che si tratti di conquistare la prima Stella, puntare alla seconda o inseguire l’ambitissima terza Stella, ogni chef affronta una sfida profondamente personale. La prima stagione di “Knife Edge: Per una Stella Michelin” ha raccontato alcuni dei ristoranti più affascinanti del mondo, tra cui Aure, che nei Paesi nordici ha ottenuto una Stella Michelin nel minor tempo mai registrato dall’apertura; Coqodaq, ristorante di pollo fritto a New York in corsa per una Stella; Caractère, dove prosegue la nuova sfida della dinastia culinaria della famiglia Roux alla conquista del riconoscimento Michelin, oltre a molti altri esempi.

La nuova stagione di otto episodi accompagnerà gli spettatori nell’emozionante mondo dell’alta cucina, catturando la pressione e l’ambizione che caratterizzano il percorso di ogni chef verso il riconoscimento Michelin. A ogni tappa, gli chef apriranno le porte delle loro cucine dove lavorano instancabilmente per ottenere la loro prima, seconda o addirittura terza stella Michelin.

Knife Edge: Per una Stella Michelin è prodotta per Apple TV da Studio Ramsay Global, società appartenente a Fox Entertainment. I produttori esecutivi sono Gordon Ramsay, Lisa Edwards, Lorraine Charker-Phillips e Jill Greenwood. James Callum è il regista della serie.

Amarga Navidad, recensione: la scrittura è autofinzione nel film di Pedro Almodovar – Cannes 79

Pedro Almodóvar torna al Festival di Cannes con il film Amarga Navidad, già uscito in Spagna e che arriva proprio domani anche nelle sale italiane. Racconto in cui l’autofinzione gioca un ruolo preponderante, che gioca coi limiti e i confini delle ispirazioni narrative e dell’influsso manipolatorio che le nostre vite possono avere su ciò che scriviamo.

Alla ricerca di ispirazione…

Raúl è un cineasta di culto in piena crisi creativa. Quando un dramma colpisce una delle sue più strette collaboratrici, decide di trarne ispirazione per scrivere il suo prossimo film. Poco a poco, immagina Elsa, una regista alle prese con la scrittura, il cui percorso inizia a rispecchiare il suo. I due cineasti diventano così le due facce di uno stesso personaggio, in un gioco di specchi in cui l’impudenza dell’autofiction rivela tanto quanto distrugge. Ma fino a che punto ci si può spingere per raccontare una storia?

Tra personaggi “reali”, sul piano temporale della scrittura, e personaggi “fittizi”, che abitano il copione che Raúl sta scrivendo, Almodóvar intesse un racconto intrigante sia da seguire che nello svolgimento, frizzante quanto basta per tenere alta l’attenzione dello spettatore anche nel reiterarsi di corrispondenze tra ciò che succede e ciò che viene scritto.

Amarga Navidad - Film 2026
©El Deseo – Photo by Iglesias Más

La definizione di processo creativo

Quello di Amarga Navidad è un racconto corale che si interroga sulla matrice dell’ispirazione e sul dualismo dei ruoli che interpretiamo tanto nella vita quanto nella fiction. La scrittura di Raúl, proprio come quella di Almodóvar è energica e piena di verve, nonostante i protagonisti debbano lottare quasi costantemente con lutto e problemi psicologici. Tutto si intreccia e i volti sembrano quasi confondersi, ma è estremamente interessante seguire il processo creativo dello sceneggiatore, i tagli-cuci, gli errori, i ripensamenti.

Amarga Navidad inscena il processo creativo all’insegna dell’autofinzione, con un Almodóvar particolarmente ispirato e divertito a livello di scrittura. Il viaggio potrebbe essere tortuoso, a tratti troppo pedissequo nei tentativi di far combaciare ogni tratto d’esistenza, ma il gioco che ne fuoriesce è altamente intrigante da seguire.

Rental Family – Nelle Vite degli Altri arriva su Disney+

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Rental Family – Nelle Vite degli Altri arriva su Disney+

Il film Searchlight Pictures Rental Family – Nelle Vite degli Altri, una storia commovente sull’empatia e i legami umani, arriverà il 27 maggio in streaming su Disney+. Ambientato nella Tokyo dei giorni nostri, il film vede protagonista il vincitore dell’Academy Award® Brendan Fraser nei panni di un attore americano un tempo promettente, alla ricerca di uno scopo e di un senso di appartenenza in una società in cui si sente sempre più alla deriva. Una chiamata inaspettata lo porta in un’agenzia di “famiglie a noleggio”, dove viene assunto per interpretare ruoli surrogati per persone sconosciute in cerca di un legame.

Man mano che la recitazione si confonde con la realtà, l’esperienza risveglia la sua empatia e compassione, coinvolgendolo profondamente nelle vite dei suoi clienti e portandolo fuori copione ogni volta che il suo cuore prende il sopravvento.

Brendan Fraser e Akira Emoto in Rental Family - Nelle vite degli altri
Brendan Fraser e Akira Emoto in Rental Family – Nelle vite degli altri

Il film Searchlight Pictures Rental Family – Nelle Vite degli Altri, prodotto da HIKARI, ha conquistato sia il pubblico che la critica. Dopo l’anteprima mondiale al Toronto International Film Festival, ha poi ottenuto numerosi riconoscimenti da parte del pubblico, tra cui quelli di Chicago, Woodstock, Middleburg, Hawaii e Heartland. Il film è stato definito “di risonanza universale” (Clayton Davis, Variety) e “commovente e divertente” (Frank Scheck, The Hollywood Reporter). Ha ottenuto il riconoscimento “Verified Hot” su Rotten Tomatoes® con un punteggio Popcornmeter del 96% e una valutazione “Certified Fresh” dell’88% da parte della critica.

Diretto, co-sceneggiato e prodotto da HIKARI, Rental Family – Nelle Vite degli Altri vede nel cast anche Takehiro Hira, candidato all’Emmy®, Mari Yamamoto, l’esordiente Shannon Mahina Gorman, candidata al CCA Award per la sua interpretazione nel film, e l’iconico attore Akira Emoto. Con una sceneggiatura di HIKARI e Stephen Blahut, il film è prodotto da Eddie Vaisman e Julia Lebedev di Sight Unseen Pictures, nonché da Shin Yamaguchi di Knockonwood.

Rental Family – Nelle Vite degli Altri, il film

Ambientato nella Tokyo dei giorni nostri, il film segue le vicende di un attore americano (Brendan Fraser) che fatica a trovare uno scopo nella vita fino a quando non ottiene un lavoro insolito: lavorare per un’agenzia giapponese di “famiglie a noleggio”, dove interpreta ruoli diversi per persone sconosciute. Man mano che si immerge nel mondo dei suoi clienti, inizia a stringere legami autentici che confondono i confini tra performance e realtà. Affrontando le complessità morali del suo lavoro, ritrova uno scopo e un senso di appartenenza scoprendo la bellezza dei legami umani.

The Boys finale: Eric Kripke conferma che Vought Rising spiegherà il destino di Soldier Boy

Il finale di The Boys ha lasciato una delle sue domande più importanti completamente irrisolta: che fine ha fatto davvero Soldier Boy? Ora il creatore della serie, Eric Kripke, ha confermato ufficialmente che le risposte arriveranno nel nuovo spin-off Vought Rising, destinato a espandere ulteriormente l’universo Prime Video dopo la conclusione della serie principale.

Nel finale della quinta stagione, Homelander viene ucciso da Butcher e dai Boys, mentre Billy tenta di sterminare tutti i Supes usando il virus all’interno della Vought Tower. In mezzo al caos, però, Soldier Boy sparisce improvvisamente dalla narrazione dopo essere stato rimesso in criosonno da Homelander nell’episodio 7. Intervistato da ScreenRant, Kripke ha spiegato che l’assenza del personaggio nel finale è stata una scelta deliberata: “Molte cose avranno senso più avanti”, ha dichiarato, confermando che la storyline di Soldier Boy continuerà direttamente in Vought Rising.

Secondo Kripke, il finale doveva concentrarsi soprattutto sulla chiusura emotiva dei protagonisti storici della serie, lasciando invece alcuni elementi aperti per il futuro del franchise. Ed è proprio questo il punto più interessante: The Boys non si conclude davvero con il suo finale, ma si trasforma apertamente in un universo narrativo espanso, dove gli spin-off diventano essenziali per comprendere la storia principale.

Soldier Boy diventa il ponte tra The Boys e il futuro dell’universo Vought

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The Boys 5 – Cortesia Prime Video

Il ruolo di Soldier Boy nella quinta stagione era diventato centrale ben oltre il semplice ritorno nostalgico di Jensen Ackles. È infatti il personaggio che introduce il tema del V-One e della resistenza al virus anti-Supe, elemento narrativo decisivo per tutta la stagione finale. Ma soprattutto rappresenta il collegamento diretto tra il passato oscuro della Vought e il futuro del franchise.

Vought Rising, ambientato negli anni ’50, esplorerà infatti le origini dell’impero Vought e seguirà un giovane Soldier Boy durante gli anni della sua ascesa. Torneranno anche Aya Cash nei panni di Stormfront e Mason Dye come Bombsight, mentre la serie avrà una struttura da mystery thriller costruita attorno a un omicidio.

La scelta di congelare nuovamente Soldier Boy nel presente suggerisce che il personaggio sia ormai diventato una sorta di “arma narrativa” pronta a riemergere quando necessario. Con Stan Edgar di nuovo al comando della Vought nel finale di The Boys, è probabile che il destino di Soldier Boy venga usato per ridefinire completamente gli equilibri futuri dell’universo.

Ma questa decisione racconta anche qualcosa di più ampio sul modello seriale contemporaneo. Come Marvel o Star Wars, anche The Boys sembra aver ormai abbandonato l’idea di una vera conclusione definitiva: ogni finale diventa un passaggio verso il prossimo capitolo. E Soldier Boy, più di ogni altro personaggio, sembra destinato a incarnare questa nuova fase del franchise.

The Testaments rinnovata per una seconda stagione da Hulu

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The Testaments rinnovata per una seconda stagione da Hulu

Hulu ha ufficialmente rinnovato The Testaments per una seconda stagione, consolidando il ritorno nell’universo distopico di The Handmaid’s Tale dopo il forte successo ottenuto dalla serie nelle prime settimane di distribuzione. Il sequel creato da Bruce Miller ha superato i 45 milioni di ore visualizzate globalmente, confermandosi come uno dei titoli streaming più importanti del 2026.

L’annuncio arriva mentre la prima stagione è ancora in corso, con otto episodi già disponibili su Hulu e Disney+. Secondo Deadline, la serie ha registrato una crescita costante settimana dopo settimana: il quarto episodio aveva già segnato un aumento del 20% rispetto al debutto, mentre l’episodio 8 è cresciuto del 76% rispetto alla premiere nel primo giorno di streaming. Basata sul romanzo sequel di Margaret Atwood, la serie segue Agnes e Daisy, due giovani ragazze cresciute dentro e fuori Gilead, mentre vengono trascinate nel sistema educativo e ideologico guidato da Zia Lydia, interpretata ancora da Ann Dowd.

Il rinnovo così rapido dimostra che Hulu non considera The Testaments una semplice eredità di The Handmaid’s Tale, ma un vero nuovo pilastro narrativo del franchise. E il dato più interessante è proprio questo: la serie sembra riuscire a trasformare l’universo di Gilead da racconto di sopravvivenza individuale a saga generazionale, spostando il focus sulle conseguenze culturali e ideologiche del regime.

The Testaments Cortesia Disney+

Agnes, Daisy e Zia Lydia: la nuova generazione di Gilead cambia prospettiva

A differenza di The Handmaid’s Tale, centrata principalmente sul punto di vista di June Osborne, The Testaments amplia il racconto mostrando come il sistema di Gilead abbia iniziato a plasmare un’intera nuova generazione. Agnes, cresciuta dentro il regime, e Daisy, proveniente dall’esterno, incarnano due visioni opposte dello stesso mondo e trasformano la serie in un racconto di formazione politico e religioso.

Il personaggio di Zia Lydia assume inoltre un peso ancora più centrale rispetto alla serie originale. Bruce Miller ha già anticipato che le prossime stagioni esploreranno in profondità la sua origin story, suggerendo che “The Testaments” voglia ridefinire una delle figure più complesse e ambigue dell’intero franchise.

Anche il ritorno di Elisabeth Moss nei panni di June Osborne, seppur in forma limitata, rafforza il collegamento diretto con la serie madre, ma il successo degli ascolti indica che il pubblico sta accettando sempre più l’idea di un universo narrativo autonomo.

The Boys, il verdetto finale è qui! Cosa si dice in rete della conclusione della serie?

Sono arrivate le prime reazioni al finale di stagione di The Boys. L’acclamata serie satirica sui supereroi di Eric Kripke ha trasmesso la sua quinta e ultima stagione su Prime Video, con l’episodio finale ora disponibile. Fin dal debutto della prima stagione nel 2019, lo show si è rivelato un grande successo e ha ricevuto il plauso della critica per le interpretazioni, in particolare quella di Antony Starr nei panni di Homelander.

Dopo una promettente première il mese scorso, la quinta stagione di The Boys ha ricevuto critiche per il ritmo, il tono e la mancanza di combattimenti epici, elementi presenti nelle stagioni precedenti. Tuttavia, le speranze erano alte che il finale potesse offrire una conclusione soddisfacente per la storia e i suoi personaggi, e chiudere il cerchio sulle sorti di Butcher, Homelander, Hughie, MM, Kimiko, Starlight, Ashley, The Deep e molti altri in un’epica puntata di un’ora.

Ora che il finale è uscito, le reazioni online sono iniziate a circolare, e si può dire che le reazioni siano state contrastanti. Alcuni spettatori hanno adorato il finale, mentre altri hanno espresso il loro disappunto e alcuni si sono rivolti a X per offrire un punto di vista più equilibrato.

@captaincupkick ha rivelato di averlo adorato, definendolo “sorprendentemente fantastico” e raccontando di essersi alzato alle 3 del mattino per guardarlo. “È stato… sorprendentemente fantastico? Vorrei che fosse così fin dall’inizio, ma è impressionante quanto sia stato soddisfacente, nonostante la preparazione un po’ confusionaria. Davvero d’impatto e ha fatto un ottimo lavoro nel chiudere definitivamente la storia. Mi mancherà questa serie più di quanto mi aspettassi.” @TateTakes ha espresso un giudizio simile, valutando il finale 8.9/10 e lodando gli ultimi momenti di Homelander e le interpretazioni del cast.

@NeuerJunior2 ha criticato la quinta stagione nel complesso, affermando che l’arco narrativo del V1 avrebbe dovuto svolgersi nell’episodio 4 di The Boys, non nell’episodio 6, e che la sceneggiatura era pessima in generale. “Il fatto che Homelander diventi immortale nell’episodio 6 e poi venga ucciso due episodi dopo è una pessima trovata narrativa, lol. L’arco narrativo del virus V1 avrebbe dovuto essere sviluppato nella quarta stagione, senza implicazioni sul fatto che il virus non potesse funzionare su di esso, e quello avrebbe dovuto essere uno dei colpi di scena. Una stagione finale orribile.”

@Bruhtrdm non si è risparmiato nella sua recensione, affermando che secondo lui ChatGPT avrebbe potuto scrivere un finale migliore e definendo l’intera stagione una perdita di tempo. “Non credo che Chatgpt avrebbe potuto scrivere un finale peggiore per The Boys, una vera e propria schifezza. Tutta la stagione è una perdita di tempo, con tanto di umorismo da ragazzini di Reddit… non si può inventare una cosa del genere, che triste modo di finire.”

@writtenbychamp ha espresso la sua profonda delusione e ha paragonato la conclusione “deludente” ai finali di serie di Game of Thrones e Stranger Things. “È stato un finale di serie davvero deludente. Sono sinceramente infastidito. Sento di aver sprecato il mio tempo. Di sicuro non guarderò nemmeno Vought Rising. Non ho più fiducia in Eric Kripke o nel suo team. Dovrebbero finire in cella con quelli di Game of Thrones e Stranger Things.”

@TRE_MONSTER_ ha commentato che, a suo parere, l’ultima stagione è stata affrettata, ma che il finale era accettabile. “Onestamente, per quanto l’ultima stagione sia sembrata affrettata, penso che il finale sia stato abbastanza soddisfacente. Che viaggio incredibile.”

The Boys 5 - Prime Video
Cortesia Prime Video

Nel frattempo, non sono mancati gli elogi per Starr, la cui interpretazione di Homelander è stata costantemente eccezionale in tutte e cinque le stagioni. @DavidOpie ha affermato che Starr ha avuto “il ruolo della vita”, ribadendo che ha interpretato “uno dei migliori cattivi di sempre alla perfezione”. @Cvious si è detto sbalordito che Starr non abbia ancora vinto un Emmy per la sua “interpretazione epocale” e ha affermato che “merita ogni singolo elogio”.

Le reazioni mostrano l’intero spettro dei sentimenti del pubblico nei confronti del finale di serie, anche se è probabile che cambieranno con il passare dei giorni e con l’aumentare delle visualizzazioni. È innegabile che The Boys abbia attirato molte critiche da parte dei fan durante tutta la stagione, soprattutto per alcune scelte creative, come l’uscita di scena di Soldier Boy, interpretato da Jensen Ackles, prima del finale.

Per molti versi, la natura più intima e raccolta del finale è risultata in contrasto con l’epicità che ha caratterizzato l’intera serie, e questo avrà senza dubbio spiazzato alcuni spettatori. Le reazioni contrastanti hanno caratterizzato la quinta stagione di The Boys sin dalla sua uscita, e non è chiaro se il futuro guarderà al finale con maggiore favore.

Una serie iconica e irriverente come The Boys non avrebbe mai potuto accontentare tutti i fan con il suo finale, a prescindere dalla direzione intrapresa. Sebbene Kripke avesse accennato a un finale più sobrio nelle ultime settimane, molti hanno pensato che ci sarebbero dovuti essere momenti più intensi e spettacolari.

Si ha la sensazione che il finale di serie di The Boys sia arrivato al traguardo in modo un po’ goffo, nonostante abbia concluso la narrazione generale. C’erano alcuni punti problematici, come le discrepanze nel bilanciamento dei poteri, le sequenze di combattimento sottotono e la mancanza di morti importanti, ma le reazioni suggeriscono che alcuni spettatori abbiano ritenuto che il finale abbia raggiunto il suo scopo.

Sebbene le reazioni contrastanti al finale di serie di The Boys non siano così eclatanti come quelle suscitate da Game of Thrones o Stranger Things, c’è la forte sensazione che la serie si sia conclusa in modo più che un botto, un piccolo incidente. Tuttavia, il tempo potrebbe essere clemente con la parodia di supereroi di Kripke, e il pubblico potrebbe ricordarla con più affetto negli anni a venire. Nel frattempo, non è la fine del mondo, dato che la serie prequel Vought Rising dovrebbe uscire l’anno prossimo.

Downton Abbey – Il Gran Finale: il capitolo conclusivo arriva il 24 maggio su Sky e NOW

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L’universo di Downton Abbey si prepara a salutare definitivamente il pubblico con Downton Abbey – Il Gran Finale, il film evento che chiude la storia della famiglia Crawley e della servitù della celebre tenuta inglese. Il film debutterà domenica 24 maggio alle 21:15 su Sky Cinema, in streaming su NOW e sarà disponibile anche on demand, compresa la versione in 4K per i clienti abilitati.

Diretto da Simon Curtis e scritto dal creatore della serie Julian Fellowes, il film riunisce gran parte del cast originale guidato da Hugh Bonneville, Michelle Dockery ed Elizabeth McGovern. Tornano inoltre Laura Carmichael, Jim Carter, Brendan Coyle e Joanne Froggatt per quello che viene presentato come un ultimo capitolo segnato dai cambiamenti sociali degli anni Trenta e dal peso emotivo lasciato dall’assenza di Violet Grantham, l’iconico personaggio interpretato dalla compianta Maggie Smith.

Con questa uscita, Sky celebrerà anche l’intera saga con una programmazione speciale dedicata ai fan storici della serie. Dal 21 al 24 maggio, infatti, su Sky Collection sarà possibile rivedere in maratona tutte le sei stagioni della serie originale, mentre i primi due film della saga saranno disponibili on demand e in streaming su NOW.

Mary Crawley, scandali e nuove generazioni: cosa racconta il finale di Downton Abbey

Ambientato nei primi anni Trenta, Downton Abbey – Il Gran Finale riporta al centro la famiglia Crawley in un momento di forte trasformazione storica e personale. Secondo la sinossi ufficiale, Mary Crawley sarà coinvolta in uno scandalo pubblico mentre la famiglia dovrà affrontare nuove difficoltà economiche che rischiano di compromettere il prestigio sociale della casata.

Parallelamente, anche la servitù di Downton Abbey si troverà davanti a una nuova fase della propria vita, mentre una nuova generazione si prepara a raccogliere il testimone. Il film prosegue così il percorso già sviluppato nella serie e nei precedenti lungometraggi, dove il cambiamento sociale, l’evoluzione del ruolo dell’aristocrazia britannica e il passaggio tra vecchio e nuovo mondo sono sempre stati elementi centrali del racconto.

La presenza dell’assenza di Violet Grantham rappresenterà inoltre uno degli aspetti emotivi più importanti del film. Dopo la scomparsa del personaggio nei precedenti capitoli, questo finale accompagnerà i protagonisti verso una nuova normalità, chiudendo definitivamente una delle saghe televisive britanniche più amate degli ultimi anni.

Cannes 79: i photocall della mattina

Cannes 79: i photocall della mattina

Ecco tutte le immagini dei photocall di questa mattina al Festival di Cannes 2026. A guidare la carrellata di star c’è ovviamente Pedro Almodovar, che ha presentato in Concorso il suo Amarga Navidad, oltre a lui anche Christophe Honore che ha portato sulla croisette Mariage au gout d’orange, poi è arrivato il turno di Le triangle d’or di Hélène Rosselet-Ruiz e Les survivants du che. A chiudere la mattinata la quota hollywoodiana rappresentata da Andy Garcia e dal suo Diamond, presentato Fuori Concorso.