Ashes (Ceniza
en la Boca) è un dramma intimo su una giovane
donna alla ricerca di un luogo da poter chiamare casa. Il quarto
lungometraggio narrativo dell’attore e regista Diego
Luna segue la sua protagonista nel
viaggio dal Messico alla Spagna, sulle tracce di una madre inquieta
che aveva lasciato la famiglia in cerca di una vita migliore.
Tratto dal romanzo acclamato del 2022 di Brenda
Navarro, Ashes
osserva Lucila mentre attraversa i rituali della giovane età
adulta, incluse le amicizie femminili e le relazioni
sentimentali.
Il
debutto alla regia di Diego Luna,
Abel (2010), fu presentato
come Special Screening al Festival di Cannes e Ashes sarà programmato nella stessa sezione
dell’edizione di quest’anno. Con questo nuovo lavoro, Luna torna
dietro la macchina da presa per raccontare una storia profondamente
personale che intreccia famiglia, separazione e abbandono, ma anche
razzismo, immigrazione e la ricerca di una nuova
possibilità di vita in un Paese straniero. Ne emerge un
film potente e toccante, che affronta il tema migratorio da una
prospettiva inusuale: quella di due Paesi che condividono la stessa
lingua, ma non per questo risultano più vicini.
A differenza delle
consuete narrazioni ambientate negli Stati Uniti, dove i migranti
messicani si confrontano con una società spesso ostile e
respingente, qui il contesto è la Spagna. Luna e i suoi
co-sceneggiatori mettono così in luce come una lingua comune non
sia sufficiente a colmare le distanze culturali, né a garantire
accoglienza o integrazione, mostrando invece come pregiudizi e
forme di esclusione possano riprodursi anche in contesti
apparentemente più affini.
Un racconto di emigrazione e ferite familiari: la trama di
Ashes
Lucila (Anna Díaz) e Diego si
sono trasferiti da Città del Messico a Madrid, in Spagna, diversi
anni dopo che la loro madre Isabel (Adriana Paz)
si era stabilita lì, lasciandoli in attesa di poterli raggiungere e
ricostruire con loro un nucleo familiare. Lucila lavora come
babysitter per una donna spagnola che non cela una certa ostilità
nei confronti dei lavoratori latinoamericani. Come già accadeva in
Messico, la ragazza finisce per assumere anche un ruolo quasi
materno nei confronti di Diego, pur vivendo nella stessa casa della
madre. Il fratello adolescente ha spesso problemi a scuola e si
trova a dover fronteggiare compagni che, sebbene parlino la sua
stessa lingua, lo prendono di mira con insulti legati alle sue
origini messicane.
Il fatto che Lucila
nasconda il proprio lavoro al suo “fidanzato” (Charlie
Rowe) bianco e anglofono rivela inoltre il
divario profondo tra mondi sociali che restano
invisibili a chi gode di privilegi. Lui la considera una
studentessa, mentre lei, pur desiderando continuare gli studi, è
costretta a destreggiarsi tra più impieghi precari e mal pagati.
Senza mai esplicitarlo in modo didascalico, “Ashes” costruisce una forte lettura
di classe attraverso le esperienze della protagonista e lo
sguardo di chi la circonda, proveniente da realtà completamente
differenti, nonostante tutti abbiano intrapreso la migrazione con
documenti regolari.
Ma il film non si muove
solo su toni cupi o sociali. Lucila trova infatti sostegno e
solidarietà in un gruppo di donne latinoamericane che condividono
le sue stesse condizioni di lavoro. Al centro della narrazione
resta, tuttavia, il conflitto irrisolto tra madre e
figlia. La distanza che le separa, anche quando
condividono lo stesso Paese, appare più profonda e complessa
dell’oceano che un tempo le divideva fisicamente. Migrare,
suggerisce il film, non significa soltanto ricominciare altrove, ma
anche confrontarsi con ciò che si lascia indietro, con chi
diventano gli altri in nostra assenza e con la persona in cui noi
stessi ci trasformiamo lontano da loro.
Il cast di Ashes
A guidare il cast di
Ashes (Ceniza en la Boca) è
la giovane attrice Anna Díaz,
interprete di Lucila, protagonista del film e
cuore emotivo della storia. Considerata una delle nuove promesse
del cinema iberoamericano, Díaz si è fatta notare recentemente
grazie a La Cocina di
Alonso Ruizpalacios,
presentato al
Festival di Berlino nel 2024. Adriana Paz dona al personaggio
di Lucila una combinazione di tenacia e vitalità giovanile,
riuscendo a esprimere un intero mondo di insoddisfazione attraverso
i più semplici sguardi.
Accanto a lei troviamo
Adriana Paz
nel ruolo della madre Isabel, figura centrale e
controversa del racconto. L’attrice messicana arriva al film dopo
il grande riconoscimento internazionale ottenuto con Emilia
Pérez, che le è valso il premio per la
Miglior Interpretazione Femminile al
Festival di Cannes 2024.
Nel ruolo di
Diego, il fratello minore della protagonista, c’è
il giovane Sergio
Bautista, mentre il cast principale include
anche Luisa Huertas,
Irene Escolar, Charlie Rowe,
Guillermo Ríos, Benny Emmanuel,
Teresa Lozano e Adriana
Jacomé.
Dietro la macchina da
presa, Ashes può contare su
una crew di grande livello guidata dallo stesso
Diego Luna, che firma
la sceneggiatura insieme ad Abia Castillo e Diego Rabasa. La
fotografia è affidata a Damián García,
collaboratore abituale del regista già visto in produzioni come
Narcos: Mexico e
ANDOR. Le
musiche originali sono invece composte da Raquel García-Tomás,
contribuendo all’atmosfera intima e malinconica del film.
Quando esce Paper Tiger e il
trailer del film
Al momento
Ashes non ha ancora una data
ufficiale di uscita nelle sale, ma il film ha debuttato in
anteprima mondiale il 13 maggio 2026 al Festival di Cannes, all’interno della
sezione Special Screenings. Dopo il passaggio sulla Croisette,
dovrebbe proseguire il proprio percorso nei principali festival
internazionali prima di arrivare nei cinema tra la fine del
2026 e l’inizio del 2027. Al momento non è stata ancora
annunciata una distribuzione italiana ufficiale, mentre i diritti
internazionali del film sono stati acquisiti da
Luxbox.
Nel frattempo è stato
pubblicato anche il primo trailer ufficiale del
film, diffuso in concomitanza con la première a Cannes. Le immagini
anticipano il tono intimo e realistico dell’opera, mostrando il
difficile rapporto tra Lucila, il fratello Diego e la madre Isabel,
sullo sfondo di una Spagna attraversata da precarietà, razzismo e
senso di disorientamento.
Ashes dimostra una
notevole maturità artistica da parte di Diego Luna: emerge
una sensibilità che rivela sia una comprensione profonda dei
personaggi, anche grazie alla sua esperienza di uomo messicano, sia
un approccio umile nel raccontare condizioni che non lo riguardano
direttamente, ma che plasmano la vita di molti suoi connazionali
meno privilegiati. Ashes non sembra un tipico racconto
sull’immigrazione, non tanto per il luogo in cui è ambientato,
quanto per la ricchezza emotiva e le sfumature con cui affronta la
materia.
Il
finale di Good
Omens chiude il percorso della serie con una scelta
narrativa che non si limita a risolvere una trama apocalittica, ma
la dissolve completamente per ricostruirla su un piano esistenziale
diverso. L’ultimo episodio-evento, concepito come conclusione
ridotta e rielaborata rispetto ai piani originari della produzione,
si concentra sulla relazione tra Aziraphale
(Michael Sheen) e Crowley
(David
Tennant), portando alle estreme conseguenze l’idea che
il destino del cosmo dipenda meno dal conflitto tra Bene e Male e
più dalla qualità dei legami che lo attraversano.
In
questo scenario, l’Apocalisse perde la sua funzione di spettacolo
escatologico e diventa una domanda sul senso stesso dell’ordine
universale. Il caos generato dalla scomparsa del
Libro della Vita
e dalla frammentazione delle gerarchie celesti non è solo un
dispositivo narrativo, ma il modo in cui la serie smonta
progressivamente l’idea di un piano divino deterministico. Il
finale, allora, non chiude una storia: la reimposta, suggerendo che
la vera posta in gioco non è la fine del mondo, ma la possibilità
di riscriverne le regole.
La dissoluzione
del mito apocalittico e la tradizione narrativa di
Neil Gaiman e
Terry Pratchett
tra satira teologica e amore come principio ordinatore
L’universo di Good
Omens, nato dalla collaborazione tra Neil
Gaiman e Terry Pratchett, appartiene a quella tradizione di
fantasy satirico che decostruisce i sistemi religiosi attraverso
l’ironia e la loro traduzione in logiche burocratiche. La
trasposizione televisiva, già nella prima stagione, aveva mantenuto
questo equilibrio tra comicità e teologia, mentre la seconda aveva
progressivamente spostato il baricentro verso la dimensione emotiva
della relazione tra Aziraphale e Crowley.
Il finale esteso della terza stagione accentua questa direzione,
trasformando la struttura apocalittica in un dispositivo di crisi
narrativa. La scomparsa delle gerarchie celesti, la cancellazione
progressiva della realtà e l’intervento del Libro della Vita come oggetto
instabile non sono semplici espedienti di trama, ma segnali di un
universo che rifiuta la rigidità del “Grande Piano”. In questo
contesto, la serie si avvicina alle riflessioni più mature della
narrativa di Gaiman, dove il mito non è mai sistema chiuso ma campo
di riscrittura continua.
Il finale come smontaggio
progressivo dell’universo: il Libro della Vita, la cancellazione
del cosmo e la scelta di un nuovo principio di esistenza
La parte conclusiva dell’episodio costruisce una progressiva
riduzione dello spazio narrativo fino a concentrare tutto
nell’unico luogo sopravvissuto: la libreria di Aziraphale. La distruzione operata
da Michael
attraverso il Libro della Vita non è soltanto un atto di
ribellione, ma una forma di riscrittura assoluta della realtà, in
cui la cancellazione diventa strumento di controllo. Ogni entità
eliminata non scompare semplicemente, ma viene rimossa dal tessuto
stesso della possibilità.
In questo scenario, il ritorno di Crowley e Aziraphale nella libreria assume una
funzione liminale: non sono più agenti cosmici, ma residui di una
struttura che si sta dissolvendo. L’arrivo di Satan e l’evocazione di
God non servono
a ristabilire l’ordine, ma a mostrare che anche le figure assolute
del sistema sono soggette a interrogazione. La domanda posta da
Crowley sul libero arbitrio, più che una richiesta filosofica,
diventa il punto di rottura dell’intero impianto narrativo.
L’amore come forza teologica
alternativa: Aziraphale e Crowley e il superamento del dualismo
Bene/Male
Il nucleo interpretativo del finale si concentra sulla relazione
tra Aziraphale e
Crowley, che
smette di essere semplice dinamica affettiva per diventare
principio cosmologico alternativo. La loro scelta di chiedere un
universo privo di angeli, demoni e persino di Dio implica il
rifiuto di un sistema basato su opposizioni rigide e
predeterminate. Non si tratta di distruggere il divino, ma di
eliminare la struttura che lo rende gerarchico.
La risposta di God, che riconosce la centralità del loro legame
come forma di amore “disordinata” ma autentica, ribalta la
prospettiva tradizionale della serie. L’amore tra i due
protagonisti non è un’anomalia rispetto all’ordine cosmico, ma la
prova che esistono forme di significato non previste dal sistema.
La scelta finale di dissolversi per permettere la creazione di un
nuovo universo privo di determinismo trasforma la loro relazione in
un atto generativo, non più solo emotivo.
Il problema del libero arbitrio e
la critica alla predestinazione: un universo senza piano divino
come unica possibilità etica
Il confronto tra Crowley e le entità cosmiche introduce una
riflessione esplicita sul libero arbitrio come illusione sistemica.
La sua domanda non riguarda solo la sofferenza umana, ma la
struttura stessa di un universo in cui ogni evento sembra già
inscritto in un disegno superiore. In questo senso, la critica non
è rivolta alla divinità in sé, ma all’idea di un ordine che
giustifica ogni dolore come parte di un progetto.
La decisione di Aziraphale e Crowley di chiedere un universo senza
entità superiori rappresenta una radicalizzazione etica: solo in
assenza di un piano prestabilito la responsabilità può diventare
autentica. La distruzione del vecchio cosmo non è quindi
apocalisse, ma reset epistemologico. Il finale suggerisce che la
libertà non nasce dalla ribellione interna al sistema, ma dalla sua
completa rimozione.
La rinascita nel nuovo universo:
identità umane, memoria cancellata e la continuità affettiva oltre
la cosmologia
La sequenza conclusiva, con la rinascita dei protagonisti come
esseri umani, introduce una delle ambiguità più significative
dell’intero finale. Le nuove incarnazioni di Crowley e Aziraphale non conservano memoria
esplicita della loro esistenza precedente, ma ne riproducono le
dinamiche emotive in forma rinnovata. Il loro incontro nella
libreria del nuovo mondo non è una riconnessione, ma una
ripetizione strutturale del legame originario.
Questa scelta narrativa sposta il centro del discorso: ciò che
sopravvive alla distruzione del cosmo non è la memoria, ma la
predisposizione affettiva. L’amore tra i due protagonisti viene
così interpretato come costante antropologica più che come evento
contingente. La serie suggerisce che, anche in assenza di un
sistema metafisico che lo giustifichi, il legame tra individui
tende a ricostituirsi come forma primaria di senso.
Il significato ultimo del finale
di Good Omens: la fine dell’Apocalisse come inizio
di una teologia dell’imperfetto
Il finale di Good
Omens non chiude semplicemente una storia, ma rifiuta la
logica della chiusura stessa. L’eliminazione del sistema
celeste-infernale, la dissoluzione del cosmo e la rinascita in
forma umana costruiscono una traiettoria che trasforma l’apocalisse
in atto creativo. La vera posta in gioco non è la sopravvivenza del
mondo, ma la sua possibilità di essere riscritto senza gerarchie
assolute.
In questa prospettiva, il
rapporto tra Aziraphale e Crowley diventa il modello di un’etica
post-metafisica, in cui il senso non deriva da un ordine superiore
ma dalla qualità delle relazioni. Il finale suggerisce che ciò che
rende significativo un universo non è la sua perfezione, ma la sua
capacità di ospitare legami imperfetti, instabili e continuamente
negoziati. La chiusura della serie, quindi, non è un addio al
mondo, ma la costruzione di un mondo in cui l’amore non ha bisogno
di essere giustificato da alcun piano divino.
Apple
TV ha annunciato il rinnovo per una seconda
stagione di “Margo
ha problemi di soldi”, l’acclamata serie con la
candidata agli Emmy e ai Golden Globe Elle Fanning, la candidata agli Oscar® e agli
Emmy Michelle Pfeiffer e
Nicole Kidman, vincitrice dell’Oscar® e dell’Emmy, nel
ruolo di protagoniste e produttrici esecutive. Il rinomato cast è
completato dal vincitore dell’Emmy Nick Offerman e
da Thaddea Graham. Prodotta da A24 e dal
pluripremiato David E. Kelley, la serie Apple Original – basata
sull’omonimo romanzo best-seller di Rufi Thorpe – si prepara al
finale della prima stagione, in arrivo il 20 maggio su Apple
TV.
Sin dal suo debutto, “Margo ha
problemi di soldi” è stata acclamata come “una delle migliori serie
dell’anno”, ottenendo rapidamente la valutazione Certified Fresh su
Rotten Tomatoes. la critica l’ha elogiata come una commedia “calda,
divertente ed emotivamente accurata”, definendola “scritta in modo
brillante” e sottolineando le “interpretazioni impeccabili” del suo
“cast d’eccezione”.
«Imbarcarmi nell’avventura di
portare Margo sullo schermo è stata una delle gioie più grandi
della mia vita», ha dichiarato la produttrice esecutiva e
protagonista, Elle Fanning. «Quando ho letto per la prima
volta la splendida storia di Rufi, mi è sembrata del tutto
originale e, soprattutto, umana; poi, con la sceneggiatura di David
e il nostro cast epico dalle interpretazioni intense, ho davvero
sentito che avevamo realizzato qualcosa di speciale. Avere
l’opportunità di portare al pubblico altri problemi, la creatività,
lo spirito intrepido e l’autenticità di Margo con una seconda
stagione mi rende incredibilmente felice ed entusiasta. Posso
promettere a tutti che li aspetta un viaggio selvaggio, caotico e
bellissimo».
«“Margo ha problemi di
soldi” mi ha conquistato fin dal primo giorno», ha dichiarato
il creatore, produttore esecutivo e sceneggiatore David E. Kelley.
«Mi sono innamorato dell’universo di Rufi e dei suoi personaggi
imprevedibili ed è stato davvero gratificante vedere il pubblico
accogliere con entusiasmo questa serie. Non vediamo l’ora di
continuare questa storia insieme ai nostri partner di Apple e
A24».
«Da quando ha debuttato l’acuto
adattamento di David del romanzo di Rufi, il pubblico si è
affezionato a questi personaggi avvincenti e al brillante cast che
li interpreta, guidato da Elle, Michelle, Nick e Thaddea», ha
dichiarato Matt Cherniss, responsabile della programmazione di
Apple TV. «Siamo entusiasti di vedere Margo e l’intera famiglia
continuare a sfidare le avversità nella seconda stagione, nel modo
in cui solo loro sanno fare, con umorismo, determinazione e
creatività».
“Margo ha problemi di soldi” è un
dramma familiare audace, commovente e comico che segue Margo
(Fanning), aspirante scrittrice che ha recentemente abbandonato
l’università, figlia di un’ex cameriera di Hooter’s (Pfeiffer) e di
un ex wrestler professionista (Offerman), costretta a cavarsela con
un neonato, una montagna di bollette da pagare e sempre meno
possibilità di farcela. La serie vede anche la partecipazione della
vincitrice dell’Oscar® Marcia Gay Harden, del candidato dell’Oscar®
e vincitore dell’Emmy Greg Kinnear, di Michael Angarano, Rico Nasty
e Lindsey Normington.
“Margo ha problemi di soldi” è
prodotta per Apple TV da A24, con David E. Kelley che è showrunner,
sceneggiatore e produttore esecutivo, mentre Eva Anderson sarà
co-showrunner nella seconda stagione. Tra i produttori esecutivi
della serie figurano anche Nicole Kidman e Per Saari di Blossom Films;
Matthew Tinker per David E. Kelley Productions; Michelle Pfeiffer, l’autrice Rufi Thorpe,
Eva Anderson e Boo Killebrew; la vincitrice di un BAFTA e di un
Emmy, Dearbhla Walsh, che dirige anche il pilot. Ad alternarsi con
lei alla regia ci sono Kate Herron e Alice Seabright.
La serie segna l’ultima
collaborazione tra Kelley e Apple TV, dopo la dramedy di successo
candidata agli Emmy, “Presunto innocente”, di cui è attualmente in
produzione la seconda stagione.
The Man
I Love è un dramma intenso e profondamente intimo
firmato da Ira
Sachs, ambientato nella New York City del
1984. Attraverso la vicenda di Jimmy George,
celebre performer queer colpito dall’AIDS interpretato
dal premio Oscar Rami Malek, il film
affronta temi come l’amore, la morte e il bisogno irrinunciabile di
esprimersi artisticamente.
Per oltre dieci anni, Ira Sachs ha
coltivato l’idea di realizzare The Man I Love, fino a trasformarlo finalmente in
realtà. Il film nasce come un’opera istintiva,
plasmata dalle esperienze personali del regista
nella New York City degli
anni Ottanta e da un decennio di “esperienze profonde, dolorose ma
anche trascendenti della vita gay”. A queste memorie si sono unite,
durante la pandemia, riflessioni sull’arte, il desiderio, il
piacere e la mortalità, elementi che hanno dato forma
all’anima emotiva e sensuale del film. Sachs
descrive l’opera come un insieme di “emozione, dramma,
racconto, colore, pelle e sesso”, rivelatosi
sorprendentemente autobiografico nel corso del montaggio.
Negli ultimi quindici anni,
Ira Sachs si è
affermato come una delle voci più autorevoli del cinema
indipendente americano. Ha diretto sette lungometraggi,
quattro dei quali candidati agli Spirit Award come Miglior Film, tra cui
Passages e
Peter Hujar’s
Day. The
Man I Love debutterà al Cannes Film
Festival, segnando la seconda
partecipazione di Sachs al Concorso principale dopo Frankie del
2019.
Amore, arte e perdita: la trama di
The Man I Love
Ambientato nella
New York City del
1984, The Man I
Love segue la storia di Jimmy George, un
celebre performer queer che affronta la fase terminale
dell’AIDS
senza rinunciare alla propria vocazione artistica. Jimmy vive
immerso nella vibrante scena teatrale e artistica newyorkese,
circondato da amici, familiari e relazioni sentimentali che
assumono un ruolo centrale nel suo percorso emotivo verso una morte
che sa di dover affrontare. Tuttavia, la sceneggiatura, scritta da
Ira Sachs insieme al
suo storico collaboratore Mauricio
Zacharias, mette al centro la vita stessa.
Sachs ha spiegato: “La nostra intenzione era fare un film
sulla vita.”
Il personaggio di Jimmy si
ispira a figure realmente esistite dell’arte sperimentale,
come Ron Vawter
del The Wooster Group e
Frank Maya,
pioniere della comicità gay. Entrambi morirono molto giovani,
continuando però a creare arte fino agli ultimi giorni della loro
vita. Vawter, in particolare, tentò di portare in scena uno
spettacolo teatrale appena sei giorni prima di morire. La pellicola
vuole sottolineare come quella silenziosa determinazione nel
continuare a creare, nonostante l’incertezza, rappresenti una forza
potentissima.
Pur non essendo un musical,
The Man I Love è uno dei
film più guidati dalla musica nella carriera di Sachs. L’opera si
ispira a classici come All That Jazz e
A Star Is
Born, in cui le performance dal
vivo influenzano profondamente atmosfera e narrazione. In
una toccante scena familiare, Malek interpreta una memorabile
versione di What Have They Done to My Song
Ma di Melanie. Sebbene
molte delle canzoni precedano gli anni Ottanta, per Sachs riescono
comunque a evocare perfettamente lo spirito di quell’epoca.
Ispirato da autori come
Robert
Altman e Ken Loach,
Sachs predilige uno stile che evita la centralità di un
protagonista tradizionale. Al contrario, costruisce un
mondo in cui spontaneità e relazioni intrecciate diventano il vero
motore della storia. Questo approccio emerge chiaramente nel
triangolo amoroso emotivamente complesso tra
Jimmy, il suo compagno Dennis e il vicino Vincent, che mette in
luce fragilità, passioni e paure del protagonista.
Il cast di The Man I Love:
protagonisti e interpreti secondari
Il protagonista Jimmy
George è interpretato dal premio Oscar Rami
Malek, al centro di una performance
intensa e profondamente emotiva. Grande ammiratore del cinema di
Sachs, Rami
Malek ha elogiato la sua voce autoriale unica,
augurandosi che il film possa far scoprire a un pubblico più ampio
il suo straordinario sguardo artistico e la sua filmografia.
Accanto a lui troviamo
Tom
Sturridge nel ruolo di
Dennis, compagno di Jimmy e figura chiave del
racconto, e Luther Ford
nei panni del vicino Vincent, la cui presenza
destabilizza gli equilibri sentimentali della coppia. Malek ha
raccontato quanto sia stata importante la chimica con
Sturridge durante le riprese. La loro amicizia di lunga
data ha favorito momenti di autentica intimità e complicità,
arricchendo il rapporto tra i personaggi sullo schermo. Ford,
invece, ha portato nel film un mix affascinante di energia
giovanile e maturità inattesa, rendendo ancora più complessa la
vita sentimentale di Jimmy.
Il film esplora anche il mondo che
circonda Jimmy, compresi la sorella e il cognato, interpretati da
Rebecca
Hall e Ebon
Moss-Bachrach. Malek ha lodato le loro
interpretazioni, capaci di costruire una dinamica familiare
intima e autentica, dando vita a relazioni credibili e
profonde sullo schermo.
Il cast corale
include numerosi artisti provenienti dalla scena teatrale
newyorkese, scelti con attenzione dalla casting director
Avy Kaufman.
Sachs voleva che la compagnia teatrale del film fosse composta da
interpreti capaci di portare sullo schermo passione autentica e
vissuto reale, riflettendo la vera esperienza del fare teatro nella
New York City
dell’epoca.
Quando esce The Man I love e cosa
sappiamo sul trailer del film
Al momento The Man I Love di Ira Sachs non ha
ancora una data ufficiale di uscita nelle sale, ma il film
debutterà in anteprima mondiale il 20 maggio 2026 al Cannes Film Festival. Dopo la
presentazione a Cannes, il film dovrebbe iniziare il suo percorso
nei festival internazionali prima di arrivare nei cinema
tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027, anche se una
distribuzione ufficiale non è stata ancora
annunciata.
Per quanto riguarda il trailer,
attualmente non è stato pubblicato un teaser o un trailer ufficiale
online. Finora sono state diffuse soltanto alcune prime
immagini promozionali e dettagli sulla trama e sul cast,
con Rami Malek
protagonista nei panni di Jimmy George. Tuttavia, considerando la
première imminente a Cannes, è probabile che un primo trailer venga
distribuito nelle prossime settimane, probabilmente in concomitanza
con il festival o subito dopo.
Con The Man I Love, Ira
Sachs sembra voler realizzare molto più di un semplice melodramma
sulla malattia o sulla perdita: il regista costruisce infatti
un’opera profondamente umana, che celebra la vita anche di fronte
alla morte. Tra memoria personale, passione artistica e relazioni
intime, il film promette di essere uno dei titoli più emozionanti e
discussi della prossima stagione cinematografica.
La Vie d’une
femme (qui
la nostra recensione in anteprima) e L’Abandon hanno condiviso
il tappeto rosso percorrendo la Montée des Marches nella
serata di mercoledì al Festival di Cannes
79.
Tra attori, stelle e registi,
brilla però Erri de Luca, scrittore italiano che
in La Vie d’une femme interpreta il ruolo di se stesso in un
incontro con Lea Drucker, protagonista del film.
La croisette ha scaldato i suoi
motori ospitando la
proiezione speciale di Fast and
Furious, in occasione del suo 25° anniversario.
Presenti alla celebrazione di questo grande franchise sul tappeto
rosso c’erano ovviamente Vin Diesel, accompagnato da Michelle Rodriguez, Jordana
Brewstere Tyrese
Gibson. Con loro il produttore Neal H.
Moritz e soprattutto Meadow Rain Walker,
figlia di Paul, simbolo del franchise insieme a Diesel.
Il
film live-action di The Legend of Zelda, adattamento
dell’iconica saga Nintendo, cambia ancora calendario e arriva ora
con una data d’uscita anticipata: il 30 aprile
2027. L’aggiornamento arriva direttamente da Shigeru
Miyamoto e conferma lo stato avanzato della produzione, che ha già
completato le riprese e si trova in piena post-produzione.
Secondo quanto comunicato da Nintendo attraverso i canali ufficiali
e riportato da Miyamoto su X, il film è stato dunque spostato
dal precedente 7 maggio 2027 al 30 aprile
2027. Il producer ha sottolineato come il team stia
lavorando per completare il progetto nel minor tempo possibile,
ribadendo che manca meno di un anno all’uscita e ringraziando i fan
per l’attesa. Nel cast figurano Benjamin Evan
Ainsworth nei panni di Link e Bo Bragason
in quelli della principessa Zelda, con le riprese già concluse e il
progetto ora in fase di finalizzazione.
La
modifica della data non è solo un dettaglio logistico: segnala un
avanzamento concreto nella pipeline produttiva e una maggiore
fiducia nello stato del film. In un contesto in cui le
trasposizioni videoludiche stanno vivendo una nuova centralità
industriale, l’anticipo può essere letto anche come strategia
distributiva per evitare congestioni estive e posizionare il film
in una finestra più favorevole, lontana dalla concorrenza diretta
dei grandi franchise previsti tra maggio e giugno 2027.
Nintendo accelera su Hyrule:
strategia industriale e posizionamento globale del live-action
Il progetto nasce dalla spinta produttiva di Nintendo dopo il
successo globale di Super
Mario Bros. – Il film, che ha ridefinito le aspettative
sugli adattamenti videoludici. A guidare l’operazione ci sono
Shigeru
Miyamoto, insieme ai produttori Wes Ball, Avi Arad e Joe Hartwick Jr., con una squadra creativa
che include anche gli sceneggiatori Derek Connolly
e T.S. Nowlin. L’uscita anticipata si inserisce in
una strategia di consolidamento del brand Nintendo sul grande
schermo, trasformando Hyrule in un nuovo pilastro del cinema
franchise.
Dal punto di vista narrativo, la scelta di anticipare l’uscita
rafforza l’idea di un progetto già molto definito nella sua
struttura produttiva, anche se i dettagli sulla trama restano
ancora riservati. L’assenza di informazioni su villain e arco
narrativo suggerisce un approccio conservativo, probabilmente
fedele all’immaginario classico della saga. Con Link e Zelda già
definiti come volto del film, il focus sembra essere sulla
costruzione di un mondo riconoscibile più che su una reinvenzione
radicale.
La finestra di rilascio, ora più distante dai principali competitor
cinematografici del 2027, indica anche una chiara volontà di
massimizzare l’impatto globale del film. In un mercato in cui i
videogiochi adattati stanno diventando asset strategici,
The Legend of Zelda si posiziona
come uno dei progetti più ambiziosi della nuova stagione
Hollywood-Nintendo.
M. Night Shyamalan
torna a giocare con il thriller soprannaturale e, stavolta, lo fa
con un entusiasmo raro persino per lui. Durante la presentazione
Upfront di Warner Bros. Discovery, il regista ha parlato di
Remain, il suo prossimo film con
Jake
Gyllenhaal e Phoebe
Dynevor, definendolo il progetto che ha ottenuto “i
test più alti” dell’intera sua filmografia. Una dichiarazione
importante per un autore che ha costruito la propria carriera su
titoli come Il sesto
senso, The Village e Signs, e che
negli ultimi anni ha alternato successi di culto a opere più
divisive.
Secondo quanto riportato durante l’evento, Remain nascerà come thriller romantico
soprannaturale sviluppato insieme allo scrittore
Nicholas Sparks.
Shyamalan ha spiegato che il progetto è nato partendo da paure
emotive profonde, con l’obiettivo di fondere tensione psicologica e
dimensione sentimentale. Il regista ha inoltre confermato che il
film è già in fase di post-produzione e ha dichiarato di sperare
che il pubblico “riesca a connettersi sia con gli elementi
romantici della storia sia con il senso di inquietudine che
continua ad accompagnarla”.
Il progetto segna dunque un nuovo cambio di rotta nella carriera
recente del filmmaker. Dopo esperimenti più contenuti e
claustrofobici come Bussano alla porta e
Old, Shyamalan
sembra voler tornare a un cinema più emotivo e ambizioso, vicino
alle atmosfere che avevano reso Il sesto senso un fenomeno culturale mondiale. Il
coinvolgimento di Sparks suggerisce inoltre un approccio più
melodrammatico del solito, ma senza rinunciare alla costruzione
della suspense e ai celebri colpi di scena che definiscono il suo
stile.
Remain
potrebbe riportare Shyamalan al centro del thriller
mainstream
L’aspetto più interessante di Remain è proprio il modo in cui sembra unire due
anime narrative apparentemente lontane. Da una parte c’è il cinema
di Shyamalan, fatto di presagi, dettagli nascosti e tensione
metafisica; dall’altra la sensibilità romantica di
Nicholas Sparks,
autore da sempre legato a storie sentimentali malinconiche e
tragiche. Il risultato potrebbe trasformarsi in qualcosa di molto
diverso dai classici horror moderni: un thriller emotivo costruito
più sull’angoscia psicologica che sullo spavento immediato.
Il paragone inevitabile resta Il sesto senso, ancora oggi considerato il punto
più alto della carriera del regista. Quel film funzionava non solo
per il twist finale, ma per la capacità di disseminare indizi
invisibili lungo tutta la narrazione. Lo stesso Shyamalan, negli
anni, ha spiegato come il personaggio interpretato da Bruce Willis
fosse costruito attraverso segnali sottilissimi: nessuno, a parte
Cole, parlava realmente con lui o ne riconosceva apertamente la
presenza. È proprio questo tipo di scrittura stratificata che i fan
sperano di ritrovare in Remain.
La presenza di Jake Gyllenhaal come protagonista
rafforza ulteriormente le aspettative. L’attore ha spesso
dimostrato di funzionare al meglio in storie psicologiche ambigue e
disturbanti, da Nightcrawler a Prisoners. Se Shyamalan riuscirà davvero a fondere
tensione soprannaturale, dramma romantico e costruzione simbolica,
Remain potrebbe
diventare uno dei thriller più discussi del 2027, oltre che il vero
banco di prova per capire se il regista sia pronto a vivere una
nuova grande stagione autoriale.
State ancora
festeggiando il ritorno di Anne Hathaway nei panni della Andy Sachs di
Il diavolo veste Prada? Ottimo. Lo choc
sarà ancora più forte. Perché la sua Mother
Maryè ben più di una Madonna pop (o
della pop star omonima) preda del classico esaurimento da star
system, è una donna in crisi, in primis con sé stessa, divorata da
sensi di colpa e incapace di continuare a sopportare la maschera
dietro la quale ha scelto di nascondersi da tempo. Almeno
dall’evento traumatico che pensava di aver superato, e relegato al
passato, ma che invece ora è costretta ad affrontare.
La trama di Mother
Mary
Dopo un grave
indicidente, e per fugare ogni sospetto che potesse trattarsi di un
tentativo di suicidio, la superstar Mother Mary
sta preparando il ritorno in scena: una esibizione live,
programmata per la notte del suo compleanno, nella quale canterà un
inedito che promette di essere la canzone più bella mai composta.
Ma qualcosa non va come previsto. Insoddisfatta, l’artista fugge
dalla prova costumi e dal suo entourage per raggiungere la sua ex
migliore amica e stilista Sam Anselm. Le due non si vedono da anni,
da quando Mary aveva improvvisamente abbandonato l’altra donna, che
ora appare ostile – e molto caustica – nei suoi confronti.
Nonostante questo, accetta di confezionarle l’abito, ponendo però
alcune condizioni visto il poco tempo a dispozione. Per tre giorni
le due donne restano quindi chiuse nella immensa sartoria, isolate
nella campagna inglese, sole con i propri rancori, rimpianti e
finalmente costrette a confrontarsi.
L’analisi profonda
di David Lowery
Quel rancore che a
Takashi Shimizu aveva ispirato ben altre e
inquietanti figure, qui non è rinchiuso in un luogo, ma alberga
dentro di loro, più profondo e psicologicamente ramificato. È un
trauma dal quale non ci si può liberare come di una maledizione
qualsiasi, un dolore che ciascuna delle due ha metabolizzato in
maniera diversa, rifiutandolo o estirpandolo in maniera
superficiale, un male profondo che si è esteso come una metastasi a
tutto il corpo, a ogni ambito dell’esistenza, anche quelli più
intellettuali.
Nel film, il regista –
come la stilsta ferita – “studia, scava”, va a fondo, alla ricerca
delle cause prime della sofferenza che in qualche maniera unisce le
due splendide protagoniste (incredibile la Hathaway, una creatura
fantastica Michaela Coel, per quanto favorita da
un personaggio dall’espressività più esplicita), e per farlo le – e
ci – costringe a una lunga tenzone dialettica, oltre i limiti del
cervellotico, che forse non tutti riusciranno a sostenere.
Il processo messo in
scena, d’altronde, è ineludibile. Per Mary, Sam e per gli
spettatori. E chiede una attenzione totale, costante, anacronistica
forse, e insieme encomiabile, seducente, pur – e forse proprio –
nel suo essere eccessiva, estrema. Un limite forse, per un film che
– per interpreti ed estetica – si rivolge al grande pubblico, ma
anche una scelta coraggiosa, che rende unico il film. Soprattutto
nella sua prima parte.
Awareness is a Warm
Gun
Per sciogliere un tale
nodo gordiano, infatti, a un certo punto Lowery abbandona il piano
del reale, dando forma a dinamiche di tutt’altro tipo, affidandosi
al surreale, all’onirico, al fantastico, a visioni dalle tinte
quasi horror, facendosi beffe di spazio e tempo e dando una
rappresentazione soprannaturale di ciò che le avvelena. Attraverso
il sangue, l’automutilazione (evitiamo di farne l’ennesimo body
horror, per favore), ora entrambe possono vedere il fantasma di
quello che è stato, ma soprattutto di quello che ancora le unisce.
È una terapia d’urto nella quale il vestito da realizzare diventa
un simbolo. Di quel che Mary inizialmente desidera e teme, della
vendetta della quale ha bisogno Sam, che deve per far ‘indossare’
all’altra il dolore che a lungo ha portato da sola.
Così questo suggestivo
melodramma della scissione si avvicina alla conclusione, a
ricostruire l’identità spezzata della coppia e delle due,
singolarmente, che la regia contrappone e sovrappone, lega con
l’affascinante e spietata Ballerina Spagnola (intesa come Hexabranchus
sanguineus) che non possono che accogliere. Come nella miglior
tradizione del ‘Ghost Movie’, d’altronde, è quello che non
conosciamo che ci terrorizza, sono i nostri sensi di colpa a farci
più male, e la salvezza, la catarsi passano imprescindibilmente
dall’accettazione di sé e delle ferite inflitte e patite (che
nessun abito può e deve nascondere). Nessun muro potrà proteggerci
se continuamo a custodire o ignorare il nostro vero nemico ed è
solo aprendoci all’inclusività e alla responsabilità che potremo
sentirci completi, e finalmente liberi. Anche di essere soli.
The
Boys ha appena colpito il pubblico con una delle
morti più devastanti dell’intera serie. Nel settimo episodio della
quinta e ultima stagione, Frenchie viene ucciso da
Homelander durante lo scontro che prepara il terreno al
gran finale. La perdita del personaggio interpretato da
Tomer Capone rappresenta il colpo più duro mai
subito dal gruppo guidato da Butcher, soprattutto perché arriva a
un solo episodio dalla conclusione definitiva dello show creato da
Eric Kripke.
In un’intervista rilasciata a
ScreenRant, Kripke ha spiegato
che la morte di Frenchie è stata pensata come il sacrificio
necessario prima dell’ultima battaglia contro Homelander. Secondo
lo showrunner, il finale ruoterà proprio attorno alla capacità dei
Boys di rialzarsi dopo una perdita irreparabile. Frenchie, sin
dalla prima stagione, era stato uno dei membri più importanti del
team: non solo per il suo genio tecnico e scientifico, ma
soprattutto per il rapporto costruito con Kimiko, diventato nel
tempo uno dei nuclei emotivi più forti dell’intera serie. La sua
morte tra le braccia di Kimiko segna quindi un punto di rottura
definitivo per il gruppo.
Dal punto di vista narrativo, la
scelta di eliminare Frenchie proprio alla vigilia del finale sembra
voler riportare The
Boys alla sua idea originale: nessuna
vittoria arriva senza un costo umano reale. Negli anni la serie ha
spesso giocato con la satira e con l’eccesso visivo, ma raramente
aveva colpito uno dei protagonisti storici in modo così definitivo.
Questo rende l’ultimo episodio molto più imprevedibile, perché per
la prima volta i Boys sembrano davvero spezzati. Inoltre la morte
di Frenchie cambia profondamente Kimiko, che ora potrebbe diventare
il personaggio emotivamente più instabile e pericoloso dell’intera
squadra.
La morte di Frenchie
prepara il vero scontro finale con Homelander
The Boys 5 episodio 7 lascia intuire
che il finale della serie sarà meno concentrato sull’azione
spettacolare e più sulle conseguenze morali della guerra contro
Homelander. Dopo l’uccisione del Presidente e la conquista
definitiva del potere politico, il personaggio interpretato da
Antony Starr è ormai diventato qualcosa di molto
più vicino a un dittatore che a un supereroe. In questo contesto,
Frenchie rappresenta simbolicamente l’ultima vittima innocente di
un conflitto che i protagonisti non possono più evitare.
La serie potrebbe ora spingere
Kimiko verso una vendetta totale, soprattutto dopo i riferimenti ai
nuovi poteri legati a Soldier Boy e alla possibile capacità di
neutralizzare i Supes. Ma la vera domanda è un’altra: The
Boys avrà il coraggio di chiudersi senza un lieto fine
tradizionale? La morte di Frenchie suggerisce di sì. Eric Kripke
sembra voler costruire un finale amaro ma coerente, dove il
sacrificio personale conta più della vittoria assoluta. E proprio
per questo il settimo episodio potrebbe essere ricordato come il
momento in cui la serie ha definitivamente abbandonato il cinismo
per diventare tragedia.
In The Boys 5 episodio 7, la serie
compie uno dei suoi passi più inquietanti e politici di sempre
trasformando definitivamente Homelander in qualcosa che va oltre il
semplice supercriminale. La scena del focus group massacrato non
serve soltanto a mostrare un’altra esplosione di violenza tipica
dello show Prime Video: rappresenta il momento in cui
Homelander smette di cercare approvazione e inizia invece a
pretendere fede assoluta. È una svolta fondamentale, perché
ridefinisce completamente il conflitto finale della serie.
L’episodio mette inoltre al centro
Oh Father, il personaggio interpretato da Daveed
Diggs, che diventa improvvisamente molto più importante di
quanto sembri. Fino a questo momento era apparso soprattutto come
una figura opportunista, un predicatore disposto a sfruttare il
culto di Homelander per ottenere influenza e potere. Ma il massacro
dei “non credenti” introduce una frattura morale che The
Boys utilizza per raccontare qualcosa di molto
più grande: il rapporto tra potere, fanatismo e corruzione etica
nelle società contemporanee.
Perché Homelander ordina il
massacro del focus group e cosa significa davvero la scena più
inquietante di The Boys 5
Narrativamente, la
sequenza è costruita in modo quasi grottesco. Oh Father organizza
un focus group per testare la campagna propagandistica che dovrebbe
trasformare Homelander in una vera figura divina agli occhi del
pubblico. È già di per sé una scena profondamente satirica:
The
Boys prende il linguaggio del marketing
contemporaneo, dei brand politici e della manipolazione mediatica e
lo porta all’estremo più assurdo possibile. La fede non nasce più
dalla spiritualità, ma dai dati, dalle percentuali di gradimento e
dalla percezione pubblica.
Il problema emerge quando gli
psichici presenti scoprono che soltanto sei persone credono davvero
nel “messaggio”. Per Homelander questa non è una semplice delusione
comunicativa: è un affronto personale. Ed è qui che la serie mostra
quanto il personaggio sia ormai completamente scollegato dalla
realtà umana. Non vuole essere ammirato; vuole essere venerato. Chi
non crede nella sua superiorità diventa automaticamente un nemico
da eliminare.
La scelta di chiudere i dissidenti
nella stanza e farli massacrare da Dogknott e Sheline trasforma
improvvisamente la scena in qualcosa di molto più oscuro rispetto
alla classica violenza spettacolare della serie. Non si tratta di
un’esecuzione impulsiva dovuta alla rabbia, come spesso accade con
Homelander. Questa volta c’è metodo, ideologia e persino ritualità.
Il massacro diventa una purga contro gli eretici.
È proprio questo elemento a rendere
l’episodio così importante per il finale della serie. Homelander
non agisce più come una celebrità instabile o un leader narcisista:
sta assumendo i tratti di un dittatore teocratico. Vuole creare un
sistema in cui la fede nella sua figura diventi obbligatoria, e
chiunque rifiuti quella narrativa debba essere cancellato.
The
Boys porta così alle estreme conseguenze una delle sue
idee centrali: il pericolo non nasce soltanto dal potere assoluto,
ma dalla trasformazione del potere in religione.
Il vero significato di Oh
Father in The Boys 5: opportunismo, fede e compromesso
morale
Il personaggio di Oh
Father diventa fondamentale proprio perché rappresenta il pubblico
interno della serie. È l’uomo che vede chiaramente cosa sta
diventando Homelander ma continua comunque a seguirlo. E questa è
probabilmente la parte più inquietante dell’intero episodio.
Come spiegato da Daveed Diggs, Oh
Father non è realmente un assassino. È un opportunista, un
“hustler”, qualcuno che ha sempre cercato il potere e il prestigio
sfruttando il linguaggio religioso e il bisogno collettivo di
credere in qualcosa. Per questo motivo il massacro del focus group
appare come un momento di rottura psicologica: per la prima volta
il personaggio comprende che il sistema di Homelander non richiede
più soltanto propaganda o complicità passiva, ma partecipazione
diretta alla violenza.
La forza della scena sta proprio
nella sua esitazione. Oh Father potrebbe fermarsi. Potrebbe
opporsi. Potrebbe andarsene. Invece resta. E The Boys
insiste continuamente su questo dettaglio: il male sistemico
raramente si costruisce soltanto grazie ai fanatici assoluti. Ha
bisogno soprattutto di persone che decidono di tollerarlo perché ne
traggono vantaggio.
L’episodio collega apertamente
questa idea al tema della ricchezza e del potere contemporaneo.
Quando Diggs cita il rapporto tra miliardari, moralità e
disumanizzazione, la serie chiarisce il proprio sottotesto
politico: più una persona accumula potere, più rischia di perdere
empatia verso gli altri esseri umani. Oh Father sta vivendo
esattamente questo processo. Non crede più davvero nella bontà di
Homelander, ma è ormai troppo sedotto dalla posizione che ha
conquistato accanto a lui.
Per questo la scena funziona anche
come critica alla cultura della complicità. Oh Father non preme
direttamente il grilletto, ma permette comunque che il massacro
avvenga. Ed è proprio questa ambiguità morale a renderlo uno dei
personaggi più interessanti della stagione finale.
Come The Boys sta trasformando
Homelander in una figura messianica e perché la serie è diventata
ancora più politica
Fin dalle prime stagioni,
The Boys ha usato Homelander come una satira del potere
mediatico, del populismo e del culto della personalità. Tuttavia,
la quinta stagione porta questo discorso a un livello differente
trasformando il personaggio in una vera figura
pseudo-religiosa.
La presenza di Oh Father serve
infatti a istituzionalizzare il culto. Homelander non vuole più
soltanto fan o sostenitori politici: vuole apostoli. La sua “ascesa
a Dio” non è metaforica dentro la narrazione della serie, perché il
personaggio comincia davvero a considerarsi una creatura superiore
all’umanità. E il fatto che voglia eliminare i non credenti
dimostra che la sua ideologia ormai funziona secondo logiche
totalitarie.
È interessante anche il modo in cui
The Boys usa il linguaggio pubblicitario e televisivo per
raccontare questa trasformazione. Tutta la scena del focus group
sembra inizialmente una satira corporate tipica della serie, quasi
una caricatura del marketing moderno. Poi però il tono cambia
improvvisamente e il pubblico capisce che non si tratta più di
semplice ironia: il sistema propagandistico di Vought sta
diventando uno strumento di radicalizzazione reale.
Questa evoluzione rende Homelander
ancora più pericoloso rispetto alle stagioni precedenti. Prima
agiva soprattutto per bisogno di approvazione emotiva; adesso
invece sta costruendo una struttura ideologica attorno a sé. Non è
più soltanto un uomo instabile con poteri immensi: è un leader che
vuole ridefinire il rapporto stesso tra verità, fede e
violenza.
Ed è qui che The Boys
diventa apertamente una riflessione sulla società contemporanea. La
serie suggerisce che il vero rischio non sia soltanto l’esistenza
di figure autoritarie, ma la disponibilità collettiva a
trasformarle in simboli intoccabili.
Cosa potrebbe succedere a Oh
Father nel finale di The Boys 5 dopo il massacro dell’episodio
7
L’episodio lascia il destino di Oh
Father volutamente ambiguo. Da una parte, il personaggio sembra
ormai profondamente turbato dai metodi di Homelander. Dall’altra,
continua comunque a restare al suo fianco anche dopo il massacro
fallito. Questo dettaglio suggerisce che la sua crisi morale
potrebbe non essere sufficiente per salvarlo.
La presenza di Starlight e MM, che
riescono a salvare gran parte del focus group, impedisce a Oh
Father di superare completamente il punto di non ritorno. In un
certo senso, il fatto che alcune vite vengano salvate riflette
ancora il residuo di umanità che il personaggio non è riuscito a
soffocare del tutto. Ma la domanda che la serie pone è molto più
dura: quanto puoi collaborare con un mostro prima di diventare tu
stesso parte del sistema che lo sostiene?
Con un solo episodio rimasto,
The Boys sembra preparare una scelta definitiva per Oh
Father. Potrebbe tradire Homelander nel momento decisivo oppure
continuare a seguirlo fino alla fine, accettando completamente la
propria corruzione morale. In entrambi i casi, il personaggio
rappresenta perfettamente uno dei temi centrali della stagione
finale: il male non si impone soltanto con la forza, ma anche
attraverso chi sceglie di conviverci per convenienza, paura o
ambizione.
Bridgerton – Stagione 5 tornerà nel
2027, interrompendo ufficialmente il ritmo biennale che aveva
caratterizzato la distribuzione della serie negli ultimi anni.
L’annuncio è arrivato durante l’upfront di Netflix a New York attraverso la chief content
officer Bela Bajaria, confermando anche che i
nuovi episodi metteranno finalmente al centro Francesca Bridgerton, interpretata da Hannah Dodd, e
Michaela Stirling, interpretata da Masali Baduza.
Per la serie prodotta da Shonda Rhimes si tratta di un passaggio
importante, perché inaugura una nuova fase narrativa più matura e
potenzialmente più divisiva.
Netflix aveva già diffuso un primo
teaser della stagione 5 a marzo, annunciando l’inizio delle riprese
nel Regno Unito. La trama adatterà ancora una volta i romanzi di
Julia Quinn, ma con un cambiamento sostanziale rispetto al
materiale originale: Francesca, dopo la morte del marito John
Stirling, tornerà nel “mercato matrimoniale” londinese, salvo poi
ritrovarsi emotivamente coinvolta dalla presenza di Michaela,
cugina di John. La serie continuerà così a espandere la propria
identità oltre il classico romance eterosessuale che aveva definito
le prime stagioni dedicate a Daphne, Anthony, Colin e Benedict.
La scelta di dedicare Bridgerton – Stagione 5 a Francesca
potrebbe rappresentare il cambiamento più radicale mai affrontato
dalla serie. Finora la serie ha sempre utilizzato il romance come
motore principale del racconto, mantenendo però una struttura
relativamente prevedibile: debutto sociale, tensione romantica,
scandalo e lieto fine. Con Francesca, invece, la narrazione entra
in territori più introspettivi, affrontando lutto, identità
personale e desiderio represso. È anche una risposta diretta
all’evoluzione del pubblico Netflix, sempre più interessato a
storie sentimentali che abbiano una dimensione emotiva e culturale
più contemporanea, pur restando immerse nell’estetica Regency che
ha reso la serie un fenomeno globale.
Francesca e Michaela possono
ridefinire il futuro narrativo di Bridgerton
La quarta stagione aveva
già preparato il terreno per questo cambio di tono, concentrandosi
sulla storia tra Benedict Bridgerton e Sophie Baek e spingendo
ulteriormente la serie verso personaggi meno convenzionali rispetto
agli archetipi romantici iniziali. Francesca, però, è sempre stata
una figura diversa all’interno della famiglia Bridgerton: più
silenziosa, distante dal caos mondano del Ton e meno interessata
alle dinamiche sociali che hanno guidato Daphne o Eloise.
L’introduzione di Michaela Stirling
al posto del personaggio maschile Michael presente nei romanzi
originali è stata una delle decisioni creative più discusse tra i
fan, ma potrebbe anche diventare uno degli elementi che definiranno
il futuro della saga televisiva. La quinta stagione sembra infatti
voler usare il romance non solo come evasione, ma come strumento
per raccontare conflitti interiori e trasformazioni identitarie.
Questo approccio potrebbe influenzare anche le future stagioni
dedicate a Eloise, Gregory e Hyacinth, rendendo Bridgerton
meno formulaico e più vicino a un vero family drama
generazionale.
Netflix ha confermato che la quinta stagione di
The Lincoln Lawyer sarà anche l’ultima
della serie con protagonista Manuel Garcia-Rulfo.
La produzione dei nuovi episodi è già iniziata e segnerà la
conclusione definitiva del percorso televisivo dell’avvocato Mickey
Haller, uno dei personaggi più popolari nati dalla penna di Michael
Connelly. La decisione non arriva come una cancellazione
improvvisa, ma come una chiusura pianificata dagli showrunner, che
promettono un finale costruito per dare una vera conclusione
narrativa ai personaggi.
Secondo quanto riportato da
Variety, la stagione 5 adatterà
il romanzo “Resurrection Walk” e sarà composta da 10 episodi. La
trama introdurrà Emi, la sorellastra sconosciuta di Mickey
interpretata da Cobie Smulders, che chiederà aiuto per
liberare una donna accusata ingiustamente di omicidio. Nel
frattempo entreranno nel cast diversi nuovi personaggi ricorrenti,
tra cui Tricia Helfer, Amy Aquino e Keir O’Donnell. Gli showrunner
Ted Humphrey e Dailyn Rodriguez hanno spiegato che l’obiettivo è
sempre stato quello di accompagnare Mickey Haller verso una
conclusione organica, evitando un finale aperto o interrotto.
La chiusura di The Lincoln
Lawyer rappresenta anche qualcosa di più ampio per Netflix.
Negli ultimi anni la piattaforma ha privilegiato serie con archi
narrativi più controllati e sostenibili, evitando produzioni
destinate a durare indefinitamente. In questo caso la scelta sembra
voler preservare la qualità della serie, arrivata a una maturità
narrativa importante dopo la svolta della quarta stagione, in cui
Mickey si era trovato per la prima volta dall’altra parte del
sistema giudiziario. La stagione finale promette quindi di
trasformare il legal drama in una riflessione più personale
sull’eredità familiare, sulla corruzione istituzionale e sull’idea
stessa di giustizia.
La stagione 5 collegherà il
passato di Mickey Haller ai segreti della sua famiglia
Uno degli aspetti più interessanti
della stagione conclusiva sarà proprio il peso dei legami
familiari. Dopo aver costruito per quattro stagioni il personaggio
di Mickey come uomo isolato ma sostenuto dalla sua “famiglia
scelta” — Lorna, Cisco e Izzy — la serie introdurrà ora un
conflitto più intimo legato alle sue origini. L’arrivo della
sorellastra Emi potrebbe ridefinire completamente la percezione del
protagonista e aprire nuovi collegamenti con il passato mai
esplorato della famiglia Haller.
Narrativamente, Resurrection
Walk è uno dei romanzi più cupi di Michael Connelly e porta la
storia verso territori molto più politici e sistemici rispetto ai
casi processuali delle stagioni precedenti. Non è escluso che la
serie scelga di collegare questa indagine finale alle conseguenze
morali della quarta stagione, creando una chiusura circolare per
Mickey: da uomo accusato ingiustamente a difensore di chi è stato
schiacciato dal sistema. Anche il ritorno di personaggi storici
come Neve Campbell lascia intuire che il finale proverà a riunire
tutti gli elementi centrali dell’universo narrativo della serie
prima dell’ultimo caso.
Dopo quasi quindici anni di attesa, Le avventure di Tintin sta finalmente
tornando. Durante un incontro al Festival di Cannes, Peter Jackson ha confermato che il
sequel del film animato diretto da Steven
Spielberg è attivamente in lavorazione e che lui
stesso sta scrivendo la sceneggiatura insieme alla storica
collaboratrice Fran
Walsh. È il primo aggiornamento concreto sul progetto dopo
anni di silenzi e rinvii.
Parlando durante la sessione Rendezvous riportata da Variety, il regista de Il Signore degli Anelli ha spiegato che il
sequel nasce da un accordo fatto anni fa con Spielberg:
“L’accordo era che Steven dirigesse il primo e io il secondo.
Steven ha fatto il suo film, poi per 15 anni io non ho fatto il
mio. Mi sento molto in imbarazzo per questo”. Jackson ha poi
aggiunto: “Ho lavorato con Fran [Walsh] a un’altra
sceneggiatura di Tintin, la stavo scrivendo nella stanza d’albergo
qui. È una cosa reale e attiva, e sto tornando nel mondo di Tintin,
che in realtà adoro”.
Il primo Le avventure di
Tintin – Il segreto dell’Unicorno, uscito nel 2011, era
stato accolto positivamente sia dal pubblico che dalla critica,
incassando quasi 374 milioni di dollari nel mondo. Nonostante il
successo commerciale, il sequel non riuscì mai a partire davvero:
Jackson si concentrò sulla trilogia de Lo Hobbit, mentre Spielberg passò
rapidamente a progetti come War Horse,
Lincoln e Il ponte delle spie. Ora però qualcosa
sembra essersi sbloccato, e il fatto che Jackson stia lavorando
personalmente allo script suggerisce che il progetto abbia
finalmente trovato una direzione concreta.
Il ritorno di Tintin può
riportare al cinema il grande cinema d’avventura classico
Il ritorno di Tintin potrebbe avere un significato più ampio del
semplice recupero di un franchise rimasto sospeso. Il primo film
era riuscito a fondere il linguaggio dell’animazione performance
capture con lo spirito dell’avventura classica alla
Indiana Jones,
creando un’opera che ancora oggi mantiene una forte identità visiva
e narrativa.
La possibile regia di Jackson apre inoltre scenari molto diversi
rispetto al tono del film di Spielberg. Se il primo capitolo
privilegiava il ritmo frenetico e l’omaggio ai serial d’avventura,
Jackson potrebbe spingere maggiormente sull’esplorazione epica e
sul rapporto tra Tintin e il Capitano Haddock, il vero cuore
emotivo della saga originale di Hergé. Non è escluso che il sequel possa adattare
una delle storie più cupe e mature del fumetto, ampliando
ulteriormente il tono del franchise.
Resta da capire se tornerà anche il cast originale, che comprendeva
Jamie Bell,
Andy
Serkis e Daniel Craig. Proprio Serkis, oggi
impegnato anche nell’universo di The
Batman, rappresenta uno degli elementi più iconici del
primo film grazie alla sua interpretazione di Haddock. Se il sequel
entrerà davvero in produzione, sarà anche il primo lungometraggio
narrativo diretto da Jackson dopo Lo Hobbit: La battaglia delle cinque
armate del 2014, segnando il ritorno del regista al cinema
di finzione dopo anni dedicati ai documentari musicali sui
Beatles.
The Boys 5 episodio 7 cambia radicalmente il
destino di Deep e distrugge definitivamente il rapporto tossico che
lo legava a Homelander. Dopo anni passati a umiliarsi, sacrificare
amici e perfino sterminare la vita marina pur di ottenere
approvazione, il personaggio interpretato da Chace Crawford scopre finalmente la verità più
devastante: Homelander non ha mai provato alcun affetto reale per
lui.
L’episodio vede infatti Homelander
sciogliere ufficialmente i Sette ed espellere Deep dal
gruppo, lasciandolo completamente isolato. In
un’intervista a ScreenRant, Crawford ha spiegato
che il personaggio vive questo momento come il crollo totale della
propria identità. Deep aveva costruito tutta la sua esistenza
sull’illusione di essere importante agli occhi di Homelander,
sviluppando una sorta di “father complex” nei suoi
confronti. La perdita del gruppo e il rifiuto perfino da parte
delle creature marine — che ora lo considerano un traditore dopo
gli avvenimenti dell’episodio 6— rappresentano il punto di non
ritorno per il personaggio.
La caduta di Deep
arriva inoltre subito dopo uno dei momenti più brutali della
stagione: l’uccisione di Black Noir per compiacere Homelander. Una
scelta che si rivela inutile e tragica, perché il leader dei Sette
continua comunque a considerarlo sacrificabile. È la conferma
definitiva di uno dei temi centrali della serie: il potere in
The
Boys non crea relazioni, crea dipendenza emotiva
e manipolazione.
Deep diventa il simbolo del
fallimento morale dei Sette
Fin dalla prima stagione,
Deep è stato uno dei personaggi più contraddittori e disturbanti
dell’universo di The
Boys. Introdotto inizialmente come caricatura
grottesca dei supereroi acquatici alla Aquaman, il personaggio si è
progressivamente trasformato in qualcosa di molto più tragico: un
uomo disperatamente incapace di distinguere amore, potere e
approvazione.
La stagione 5 porta questo percorso
alle estreme conseguenze. Deep non perde soltanto i Sette: perde
ogni possibile appartenenza. Non è più accettato dagli esseri
umani, ma nemmeno dall’oceano che considerava la sua vera casa. La
scena in cui uno squalo martello lo minaccia di morte se tornerà in
mare è probabilmente una delle più simboliche dell’intera serie.
Per la prima volta Deep capisce di essere completamente solo.
Ed è qui che la serie dimostra
ancora una volta la propria forza narrativa. La serie non usa il
personaggio soltanto per creare comicità nera o satira, ma per
raccontare il modo in cui il culto della personalità distrugge chi
vive costantemente alla ricerca di validazione. Deep è stato
disposto a tradire chiunque pur di restare vicino a Homelander, ma
quella lealtà non aveva alcun valore reale.
C’è anche un evidente parallelismo
con l’inizio della serie. Dopo aver aggredito Starlight nel primo
episodio, Deep ha sempre cercato una forma di redenzione senza mai
affrontare davvero le proprie responsabilità. Ogni tentativo di
cambiamento si è trasformato in un altro atto egoistico o
opportunistico. Ora però la serie sembra suggerire che non esista
più alcuna via di fuga.
Per questo il finale del
personaggio potrebbe essere uno dei più duri dell’intera serie: non
necessariamente la morte, ma la condanna a vivere finalmente senza
illusioni. E in The
Boys, spesso è un destino perfino peggiore.
Il
ritorno del Cavaliere Oscuro di Robert
Pattinson è ormai entrato nella fase decisiva.
Matt Reeves ha
iniziato a rivelare ufficialmente i primi dettagli di The
Batman – Parte II, confermando che le riprese del film
partiranno a giugno e annunciando parte del cast che tornerà nel
sequel DC previsto per il 2027. Dopo mesi di silenzio e rinvii, il
progetto sembra finalmente pronto a entrare in produzione.
Attraverso una serie di post pubblicati su X, Reeves ha confermato
il ritorno di Robert Pattinson nel ruolo di Bruce
Wayne/Batman, insieme a Jeffrey Wright
come Jim Gordon, Andy Serkis
nei panni di Alfred Pennyworth, Colin Farrell
come Oz Cobb/Pinguino, Jayme Lawson nel ruolo di Bella Reál e
Gil Perez-Abraham
come Officer Martinez. Si tratta di nomi per lo più già
notoriamente accostati al progetto, specialmente quelli di
Pattinson, Wright, Farrell e Serkis.
Il
regista ha però anticipato che nuovi annunci sul casting
arriveranno nelle prossime ore, alimentando le speculazioni sulla
possibile presenza di Scarlett
Johansson, Charles
Dance e persino di Sebastian
Stan, già confermato come parte del progetto ma senza
dettagli ufficiali sul personaggio.
La macchina produttiva di The
Batman – Part II si rimette quindi in moto dopo un
lungo periodo di incertezza. E non è un dettaglio secondario che
Reeves abbia recentemente mostrato
alcuni test della Batmobile ambientati in un contesto innevato:
il sequel si svolgerà infatti durante l’inverno, proseguendo
direttamente l’atmosfera cupa e decadente lasciata in eredità dalla
serie HBO The
Penguin. La Gotham allagata e criminale vista nel finale
del primo film sembra destinata a diventare ancora più ostile e
instabile.
La Gotham di Reeves entra nella
sua fase più oscura
Il secondo capitolo della saga potrebbe rappresentare il vero punto
di svolta del Batman di Robert Pattinson. Nel primo film Bruce Wayne era
ancora un vigilante acerbo, dominato dalla rabbia e incapace di
trasformarsi in un simbolo positivo per Gotham. Gli eventi di
The Penguin
hanno poi mostrato il collasso dell’ordine cittadino e l’ascesa
criminale di Oz Cobb, pronto a occupare il vuoto lasciato dalla
caduta di Carmine Falcone.
In questo scenario, il ritorno di personaggi come Gordon e Alfred
assume un peso diverso. Reeves sembra voler approfondire
ulteriormente il lato umano e psicologico del Cavaliere Oscuro,
puntando sulle relazioni e sui conflitti emotivi più che
sull’espansione spettacolare dell’universo DC. Le parole di
Andy
Serkis vanno esattamente in quella direzione. L’attore
ha raccontato che la nuova storia “parla davvero di ciò che Matt
sente sulla vita” e ha descritto il rapporto tra Bruce e Alfred
come “una relazione molto stretta, leggermente conflittuale, ma
bellissima”.
La scelta di mantenere la saga sotto l’etichetta Elseworlds
permette inoltre a Reeves di continuare a costruire una Gotham
autonoma rispetto al nuovo DC
Universe di James
Gunn. Questo lascia spazio a interpretazioni più noir
e realistiche dei villain classici, alimentando le teorie
sull’arrivo di Mr. Freeze o di altri antagonisti legati al lato più
tragico e ossessivo dell’universo di Batman.
Il primo film francese in concorso a Cannes 79
è firmato da una donna: Charline
Bourgeois-Tacquet, che ha esordito alla regia con il
sospeso Gli amori di Anaïs (con
curiosamente come protagonista la stessa Anaïs
Demoustier di La Vénus électrique visto ieri).
La vie d’une
femme, questo il titolo della pellicola, è il
ritratto in undici capitoli di Gabrielle
(Léa Drucker), chirurga e capo reparto di 55 anni
che dedica anima e corpo al suo lavoro. Ha un compagno con dei
figli che ha aiutato a crescere – benché non ne abbia mai avuti di
propri – e una madre malata di Alzheimer che ha bisogno delle sue
cure. Le sue giornate si alternano tra il grande peso della
responsabilità lavorativa, cellulare sempre alla mano per ogni
evenienza e normali discussioni di coppia (“tratti i tuoi figli
come dei bambini”, lei a lui, “non gli hai mai cucinato da
mangiare”, di risposta). Questo finchè un giorno non arriva
Frida (Mélanie Thierry), che
vuole raccontare la vita di Gabrielle in un romanzo e la segue sul
campo durante una microchirurgia. Da qui, inizierà una conoscenza
che scuoterà la vita che Gabrielle si era costruita fino a quel
punto.
Gabrielle in 11 capitoli
Come dicevamo, la narrazione di
La vie d’une femme si snoda in più parti,
tutte di durata contenuta, che indagano alcune delle forze
trainanti della nostra vita, come desiderio, ricostruzione, gli
alter ego che ci creiamo, fine di relazioni, le nostre origini. Tra
i suoi pregi maggiori, c’è sicuramente un passo ben rimato, che
potrebbe rispecchiare l’ipotetica suddivisione del romanzo che
Frida ha scritto (o forse lo stiamo proprio leggendo?)
Il film diCharline Bourgeois-Tacquet è particolarmente
interessante nella messa in scena di aspetti molto contemporanei
delle relazioni e di quello che una donna di 55 anni potrebbe
volere esplorare. C’è la responsabilità, le lamentele di chi ci ha
messo al mondo (non è normale non avere figli; prof, migliore
lavoro del mondo), e c’è anche una voglia di mettersi in gioco,
raccontare qualcosa che potrebbe essere ancora percepito come tabù.
Di solito queste dinamiche si esplorano nel coming-of-age, non in
età così avanzata, questa è sicuramente una svolta anagrafica e
tematica non da poco e che rispecchia il nostro presente.
Anche questa volta, Léa Drucker convince
Léa Drucker sembra credibile in
ogni ruolo che fa, l’anno scorso l’avevamo vista nel ruolo di
poliziotta
in Dossier 137 di Dominik Moll. Ha questa qualità molto
terrena, sembra davvero ancorata alla vita e crediamo a quello che
vediamo. Che è una professionista nel bel mezzo di una crisi
sanitaria – gli ospedali statali francesi sono al collasso – e al
contempo compagna in una relazione che viene gestita secondo
svariati codici della modernità (il non convivere necessariamente
come coppia, la non esclusività accordata).
Non siamo di fronte a un racconto
che ribalterà le sorti del concorso – è troppo presto per dirlo e,
ad ogni modo, si tratta di una storia “piccola”, dall’impatto più
contenuto, eppure La vie d’une
femme apre interessanti interrogativi sulle
nostre quotidianità ormai lavoro-centriche, sulle figure femminili
con ruoli di potere a livello professionale ma che vogliono o
vorrebbero ancora scoprirsi in altri ambienti.
Certo, nonostante le difficoltà,
Gabrielle arriva comunque da una posizione privilegiata e, in
questo senso, ha forse anche il privilegio di potersi permettere
l’errore, poter allenare il pensiero e il corpo a pensare e vivere
diversamente, anche se solo per qualche istante. Il rovescio della
medaglia, e forse la riflessione più interessante partorita dal
film è però che, proprio in virtù della sua medaglia d’oro
professionale e dell’esistenza borghese che si è creata, non può
crogiolarsi nelle vite degli altri.
In The Boys 5 episodio
7, la serie di Eric Kripke compie
finalmente il passo che molti spettatori aspettavano da tempo:
trasformare la guerra contro Homelander in qualcosa di
irreversibile. Dopo una stagione accusata di aver rallentato troppo
il ritmo per concentrarsi sui conflitti interiori dei personaggi,
“The Frenchman, the Female, and the Man Called Mother’s
Milk” rompe improvvisamente ogni equilibrio e porta la storia
verso il suo endgame più tragico. La morte di Frenchie non è
soltanto uno shock emotivo, ma un evento che ridefinisce il tono
dell’intera stagione finale.
Quello che rende devastante questo
episodio, però, non è semplicemente il sacrificio del personaggio
interpretato da Tomer Capone. The
Boys usa la sua morte per chiarire
definitivamente cosa sia diventato Homelander e, soprattutto, quale
sia il destino inevitabile del gruppo protagonista. Frenchie
rappresentava infatti l’ultimo elemento “umano” dentro una guerra
sempre più estrema: un personaggio pieno di colpe, ironia e
vulnerabilità che cercava ancora redenzione in un mondo ormai
dominato dalla paranoia e dalla violenza assoluta. La sua fine
segna il momento in cui la serie smette di lasciare spazio alla
speranza.
Perché Frenchie si sacrifica
contro Homelander e cosa significa davvero la sua morte nel finale
dell’episodio 7
Narrativamente, la
sequenza è costruita come un lento conto alla rovescia. Dopo aver
scoperto che il virus anti-Supe non è più sufficiente per fermare
Homelander, il gruppo tenta una strategia disperata: replicare
l’esplosione radioattiva di Soldier Boy usando Kimiko come
possibile “contenitore” del potere. È un piano che nasce già
contaminato dalla disperazione, perché mostra quanto The Boys sia
ormai arrivato oltre il limite morale pur di trovare un’arma
efficace contro il leader dei Seven. Frenchie, come spesso accade
nella serie, diventa il personaggio disposto a pagare personalmente
il prezzo di questa follia.
Quando Homelander raggiunge il
rifugio del gruppo, la situazione cambia immediatamente tono.
Frenchie capisce che non esiste alcuna possibilità reale di
sopravvivenza: se rivela la posizione di Kimiko e Sister Sage, le
condanna entrambe; se tace, Homelander lo ucciderà comunque. La
scelta di attivare la radiazione diventa quindi un gesto
simultaneamente suicida e politico. Frenchie sa di non poter
vincere, ma decide comunque di ferire Homelander e guadagnare tempo
agli altri. È qui che The Boys ribalta definitivamente il
ruolo del personaggio: per anni comic relief imprevedibile e genio
autodistruttivo, Frenchie diventa improvvisamente un martire.
La scena funziona anche perché la
serie evita qualsiasi eroismo tradizionale. Non c’è gloria nel
sacrificio di Frenchie. Dopo l’esplosione radioattiva, lo
ritroviamo agonizzante, immerso nel sangue, distrutto fisicamente e
incapace persino di parlare davvero con Kimiko. È una morte sporca,
crudele e profondamente coerente con il linguaggio di The Boys. Homelander non gli concede
una fine dignitosa, perché il personaggio interpretato da
Antony Starr non uccide mai soltanto per eliminare
un nemico: umilia, mutila e domina. Persino il dettaglio della
possibile mutilazione “intima” suggerita dall’episodio diventa
parte della psicologia distorta di Homelander, che trasforma ogni
violenza in un atto di controllo personale.
Ma soprattutto, Frenchie doveva
morire perché la serie aveva bisogno di dimostrare che nessuno dei
protagonisti principali è davvero al sicuro. Fino a questo momento,
The Boys aveva spesso flirtato con il caos senza mai
colpire davvero il cuore del gruppo originale. Eliminare Frenchie a
un episodio dal finale cambia completamente la percezione dello
spettatore: improvvisamente chiunque può cadere, inclusi Butcher,
Hughie o Kimiko.
Il vero significato della morte di
Frenchie: redenzione impossibile, amore tragico e fine dell’umanità
di The Boys
Dal punto di vista
tematico, la morte di Frenchie rappresenta la conclusione naturale
del suo arco narrativo. Per tutta la serie, il personaggio è stato
perseguitato dal senso di colpa: droga, omicidi, fallimenti morali
e traumi personali lo hanno reso uno dei protagonisti più
emotivamente spezzati dello show. A differenza di Butcher, però,
Frenchie non ha mai trasformato il dolore in cinismo assoluto. Ha
continuato a cercare connessioni umane, affetto e possibilità di
redenzione.
Kimiko era il simbolo di questa
speranza. Il loro rapporto ha sempre funzionato perché entrambi
erano sopravvissuti deformati dalla violenza: due persone incapaci
di vivere normalmente ma ancora desiderose di essere amate. Per
questo la scena finale è così devastante. Non muore soltanto
Frenchie; muore l’idea stessa che questi personaggi possano davvero
avere un futuro fuori dalla guerra contro Homelander.
La scelta musicale rafforza
enormemente questo concetto. “Dream a Little Dream of Me” richiama
direttamente la scena della terza stagione in cui Kimiko immaginava
di poter cantare e vivere una vita diversa. Riprendere quel brano
durante la morte di Frenchie significa collegare il suo ultimo
momento proprio a quell’illusione di normalità mai raggiunta. È
come se Frenchie, morendo, sentisse finalmente la voce di Kimiko
che aveva sempre desiderato ascoltare davvero. La canzone non serve
quindi solo a rendere la scena triste: rappresenta la
materializzazione di un sogno impossibile.
C’è poi un altro aspetto
importante. Ora che Kimiko ha finalmente ritrovato la parola, la
serie chiarisce implicitamente che lei e Frenchie volevano cose
diverse. Lui desiderava pace e compromesso; lei, dopo anni di
violenza subita, continua invece a essere legata a una dimensione
di rabbia e sopravvivenza. La loro relazione era destinata a
rompersi comunque, perché appartenevano a due traiettorie emotive
incompatibili. La morte di Frenchie trasforma quindi questa
incompatibilità in tragedia definitiva.
Come la morte di Frenchie cambia
il finale di The Boys e allontana la serie dai fumetti
originali
The Boys 5
episodio 7 è importante anche perché segna
un’ulteriore rottura con il materiale originale di Garth Ennis. Nei
fumetti, Frenchie muore infatti per mano di Butcher durante la
deriva genocida finale del personaggio. La serie Prime Video, invece, decide di
attribuire questa morte direttamente a Homelander, modificando
radicalmente il significato della vicenda.
Questa scelta cambia soprattutto il
ruolo di Butcher. Nei comics, il protagonista diventa il vero
mostro conclusivo della storia, convinto che ogni persona
contaminata dal Compound V debba essere eliminata. La serie ha
sicuramente suggerito più volte questa possibile evoluzione, ma
uccidere Frenchie per mano di Homelander sposta il focus del
conflitto finale. Adesso Butcher non appare ancora come il nemico
definitivo: è piuttosto un uomo che rischia di perdere
completamente sé stesso dopo aver visto morire l’ennesima persona
vicina.
Allo stesso tempo, la morte di
Frenchie priva The Boys del suo cervello scientifico. Era lui ad
aver sviluppato il virus anti-Supe ed era sempre lui il principale
innovatore tecnologico del gruppo. Senza di lui, il team perde non
soltanto un amico, ma la propria capacità di pianificare
razionalmente una guerra contro esseri quasi invincibili. Questo
dettaglio è fondamentale perché rende il finale inevitabilmente più
disperato: da questo momento in poi, il conflitto non potrà più
essere controllato.
La presenza di Sister Sage potrebbe
teoricamente colmare quel vuoto intellettuale, ma l’episodio
suggerisce che ormai non ci sia più tempo per nuove strategie
elaborate. Tutto sta collassando troppo rapidamente. Ed è qui che
emerge una delle grandi differenze tra The Boys e altre
serie contemporanee: invece di conservare i personaggi principali
fino all’ultimo scontro, la serie sceglie di destabilizzare
completamente il gruppo prima ancora del finale.
Cosa succederà ora a Kimiko,
Butcher e Homelander dopo The Boys 5 episodio
7
Il finale dell’episodio
lascia tutti i protagonisti in una posizione estremamente fragile.
Kimiko sarà quasi certamente il personaggio più trasformato dalla
morte di Frenchie. Per anni ha combattuto principalmente per
sopravvivere; adesso avrà invece una motivazione personale diretta
contro Homelander. Questo potrebbe spingerla ad accettare
definitivamente l’esperimento radioattivo iniziato da Frenchie,
trasformandola nell’ultima vera arma contro i Supes.
Anche Butcher entra in una fase
cruciale. Hughie ha ormai compreso quanto stare vicino a lui
significhi spesso finire distrutti, e la morte di Frenchie rischia
di alimentare ulteriormente l’idea che Butcher sia incapace di
salvare chi ama davvero. La serie continua quindi a costruire il
dubbio centrale del finale: Butcher riuscirà ancora a distinguersi
da Homelander oppure finirà per diventare identico al suo
nemico?
Quanto a Homelander, l’episodio
dimostra che il personaggio ha ormai superato ogni residuo di
equilibrio psicologico. Non combatte più soltanto per vincere:
vuole annientare simbolicamente chiunque osi opporsi a lui. Il
fatto che abbia eliminato Frenchie dopo averlo torturato
psicologicamente conferma come la sua violenza sia ormai
completamente personale e sadica. Questo rende il finale della
serie molto più inquietante, perché suggerisce che non esista più
alcuna possibilità di compromesso.
Ed è probabilmente questo il vero
messaggio dell’episodio 7: The Boys non sta
preparando uno scontro eroico tradizionale, ma una tragedia
inevitabile. La morte di Frenchie serve proprio a chiarire
che il prezzo della guerra contro Homelander sarà totale.
Negli ultimi anni il cinema americano ha spesso trasformato figure
criminali realmente esistite in protagonisti ambigui, sospesi tra
mito e cronaca. Barry Seal – Una storia
americana, diretto da Doug Liman e interpretato da Tom Cruise,
appartiene perfettamente a questa categoria: un film che utilizza
il tono da commedia criminale per raccontare una delle vicende più
assurde e controverse degli anni Ottanta, nel pieno della guerra
alla droga e dello scandalo Iran-Contra. Dietro le sequenze
spettacolari, gli aerei che scaricano cocaina sulle paludi della
Louisiana e il carisma spericolato del protagonista, si nasconde
infatti una storia vera molto più complessa, oscura e politicamente
delicata.
Il
film prende ispirazione dalla vita di Adler Berriman “Barry” Seal, ex pilota
della TWA diventato trafficante internazionale di droga e
successivamente informatore della DEA. Tuttavia, come dichiarato
dallo stesso regista, l’obiettivo non era realizzare una
ricostruzione storica rigorosa, bensì “una bugia divertente basata
su una storia vera”. Ed è proprio qui che nasce l’aspetto più
interessante dell’opera: capire quali eventi siano realmente
accaduti, quanto fossero profondi i rapporti tra Seal, il cartello
di Medellín e le agenzie governative statunitensi, e in che modo
Hollywood abbia trasformato un personaggio reale in una leggenda
cinematografica quasi larger than life.
La vera storia
di Barry Seal,
il pilota prodigio diventato uno dei trafficanti più importanti
degli anni Ottanta
Prima di diventare uno dei nomi più discussi del narcotraffico
internazionale, Barry
Seal era considerato un autentico talento dell’aviazione.
Nato in Louisiana nel 1939, ottenne il brevetto da pilota quando
era ancora adolescente e dimostrò immediatamente capacità fuori dal
comune. I suoi istruttori raccontarono che bastarono poche ore di
volo per autorizzarlo a pilotare da solo un aereo, qualità che gli
permisero di entrare molto giovane nella TWA, diventando uno dei
più giovani comandanti di Boeing 707 della compagnia. Dietro
quell’immagine rispettabile, però, si nascondeva già una
personalità spericolata, attratta dal rischio e dall’idea di vivere
costantemente oltre il limite.
Negli anni Settanta Seal iniziò a frequentare ambienti legati al
contrabbando, dapprima con operazioni minori e poi con traffici
sempre più pericolosi. Contrariamente a quanto racconta il film,
non iniziò trasportando sigari cubani, ma venne collegato a un
tentativo di traffico illegale di esplosivi nel 1972. Da quel
momento la sua carriera nella TWA crollò rapidamente e Seal si
immerse completamente nel mondo del contrabbando, prima con la
marijuana e poi con la cocaina, molto più redditizia e più semplice
da trasportare via aerea.
Nel giro di pochi anni costruì una rete sofisticata di piloti,
piste clandestine e contatti criminali che gli consentì di
diventare uno degli uomini chiave per il traffico di droga verso
gli Stati Uniti. Utilizzando piccoli aerei e voli a bassissima
quota, Seal trasportava enormi quantità di cocaina attraverso la
costa della Louisiana, lanciando sacchi pieni di droga nelle zone
paludose dell’Atchafalaya Basin, dove complici a terra recuperavano
il carico. La sua abilità come pilota era tale da renderlo quasi
intoccabile, e per molto tempo riuscì a sfuggire alle autorità
federali nonostante fosse già osservato da diverse agenzie
governative.
In quegli anni il narcotraffico colombiano stava diventando una
vera potenza economica e militare, e uomini come Seal erano
fondamentali per garantire i collegamenti logistici tra i cartelli
sudamericani e il mercato statunitense. A renderlo ancora più
enigmatico era la sua capacità di muoversi contemporaneamente tra
criminalità organizzata, ambienti politici e apparati federali,
alimentando per decenni teorie, dossier e ricostruzioni spesso
contraddittorie sul suo reale ruolo all’interno delle operazioni
clandestine degli anni Ottanta.
Il rapporto con il cartello di
Medellín e il coinvolgimento nelle operazioni governative
americane
Uno degli aspetti che ha maggiormente contribuito alla leggenda di
Barry Seal
riguarda i suoi presunti legami con la CIA e con le operazioni
segrete dell’amministrazione Reagan. Il film suggerisce che Seal fosse
praticamente reclutato dall’intelligence americana sin dalla fine
degli anni Settanta, incaricato di fotografare basi militari in
America Centrale e di trasportare armi ai Contras nicaraguensi
mentre contemporaneamente trafficava droga per il cartello di
Medellín. La realtà storica, però, appare molto meno lineare e
decisamente più opaca.
Le prove concrete di una collaborazione stabile con la CIA prima
del 1984 sono infatti estremamente fragili, e molti storici
considerano queste connessioni più vicine alla mitologia costruita
attorno al personaggio che a fatti documentati. Ciò che è certo è
che Seal diventò un informatore della DEA dopo essere stato
incriminato nel 1983 per traffico di droga. Per evitare una lunga
condanna, offrì informazioni preziose sui cartelli colombiani e sui
fratelli Ochoa, tra i leader del cartello di Medellín.
Fu proprio in questo periodo che Seal entrò davvero in contatto con
figure vicine a Pablo
Escobar, anche se non nel modo diretto e quasi amichevole
mostrato nel film. Secondo le ricostruzioni investigative, i
narcotrafficanti colombiani lo conoscevano semplicemente come “El
Gordo”, senza avere con lui un rapporto personale stabile. La
collaborazione con il governo americano culminò nel 1984 in una
celebre operazione sotto copertura durante la quale un aereo
pilotato da Seal venne equipaggiato con telecamere nascoste per
documentare il coinvolgimento dei sandinisti nicaraguensi nel
traffico di cocaina.
Quelle immagini vennero utilizzate politicamente
dall’amministrazione Reagan per giustificare il sostegno ai Contras
durante la Guerra Fredda latinoamericana. Tuttavia, l’intera
operazione collassò quando l’identità di Seal come informatore
trapelò pubblicamente. Da quel momento il pilota divenne un
bersaglio pericolosissimo sia per i narcotrafficanti sia per chi
temeva che potesse rivelare informazioni compromettenti sulle
relazioni tra criminalità organizzata e apparati statali.
Quanto è
accurato Barry Seal – Una
storia americana e quali eventi il film modifica per
esigenze narrative
Pur partendo da eventi reali, Barry Seal – Una storia americana altera molti
dettagli della biografia del protagonista per trasformare la
vicenda in un racconto più leggero, dinamico e spettacolare. La
versione interpretata da Tom
Cruise è volutamente romanzata: un avventuriero
ironico e irresistibile che sembra attraversare gli anni Ottanta
quasi divertendosi tra droga, soldi e operazioni segrete. Il vero
Barry Seal era
probabilmente una figura molto più ambigua e meno affascinante,
caratterizzata da forte impulsività e da una costante ricerca del
profitto personale. Anche la struttura familiare viene
semplificata.
Nel film Seal è sposato con Lucy e ha tre figli, mentre nella
realtà ebbe tre matrimoni differenti e cinque figli. La cronologia
della sua carriera criminale viene inoltre compressa e resa più
lineare per facilitare il ritmo narrativo. Molte operazioni che nel
film sembrano avvenire nel giro di pochi mesi richiesero in realtà
anni, e diversi eventi vengono condensati in un’unica sequenza
narrativa. Anche il rapporto con la CIA resta uno degli elementi
più controversi della pellicola. Il film costruisce una sorta di
alleanza continua tra Seal e l’intelligence americana, suggerendo
che il governo abbia tollerato il narcotraffico pur di ottenere
vantaggi geopolitici in Centro America.
Sebbene questo tema sia stato oggetto di numerose inchieste
giornalistiche e parlamentari legate allo scandalo Iran-Contra, non
esistono prove definitive che Seal fosse un agente operativo della
CIA nel modo mostrato dal film. Doug Liman preferisce utilizzare queste zone grigie
come materiale narrativo, alimentando il fascino cospirazionista
della storia più che offrendo una ricostruzione storicamente
verificabile. Anche l’atmosfera generale contribuisce a creare una
percezione distorta della realtà: le montagne di denaro, i voli
impossibili e l’umorismo continuo trasformano una vicenda segnata
da violenza, corruzione e omicidi in una sorta di epopea criminale
americana, volutamente sopra le righe.
L’assassinio di
Barry Seal e il
modo in cui il film trasforma una tragedia reale in mito
cinematografico
Se c’è un elemento che il film mantiene sostanzialmente fedele alla
realtà, è il finale della parabola di Barry Seal. Nel 1986 il pilota venne
assassinato a Baton Rouge da sicari colombiani armati di mitra,
inviati su ordine del cartello di Medellín. Dopo aver collaborato
con la DEA, Seal era diventato troppo pericoloso per molte persone.
Le sue testimonianze avrebbero potuto compromettere
narcotrafficanti, intermediari politici e operazioni governative
estremamente delicate. Al momento della morte viveva in una
struttura dell’Esercito della Salvezza come parte di un programma
imposto dal tribunale, misura che molti considerarono
incredibilmente insufficiente vista la portata delle minacce contro
di lui.
L’omicidio avvenne nel parcheggio dell’edificio, davanti a diversi
testimoni, e contribuì a consolidare definitivamente la leggenda
nera attorno alla sua figura. I responsabili furono arrestati
rapidamente, ma la morte di Seal alimentò per decenni teorie su
possibili insabbiamenti e responsabilità indirette di apparati
governativi. Il film utilizza questo epilogo come chiusura tragica
di una storia che fino a quel momento aveva mantenuto toni quasi da
commedia criminale. Ed è proprio questa oscillazione continua tra
intrattenimento e tragedia a rendere Barry Seal – Una storia americana un’opera
particolare nel panorama dei biopic contemporanei.
Più che raccontare fedelmente la vita di Seal, il film sembra
interessato a evocare il caos politico e morale dell’America
reaganiana, un periodo in cui confini tra legalità, intelligence e
criminalità apparivano spesso sfumati. In questo senso la pellicola
costruisce un mito cinematografico partendo da una figura realmente
esistita ma volutamente impossibile da decifrare fino in fondo.
Seal diventa così il simbolo di un’epoca dominata dall’eccesso,
dalla segretezza e dall’illusione che chiunque, abbastanza audace,
potesse arricchirsi sfidando contemporaneamente lo Stato e il
crimine organizzato.
La vera
eredità della storia di Barry Seal tra cinema, politica e mito
americano
A distanza di decenni, la storia di Barry Seal continua a esercitare
un fascino enorme perché si colloca nel punto d’incontro tra
cronaca criminale, spy story e mito americano dell’uomo che sfida
il sistema. Barry Seal
– Una storia americana sfrutta perfettamente questo
immaginario, trasformando una figura controversa in un protagonista
larger than life interpretato con il carisma quasi inevitabile di
Tom
Cruise.
Ma dietro il ritmo travolgente e le sequenze spettacolari
rimane una vicenda profondamente inquietante, che parla di
corruzione internazionale, guerre clandestine e rapporti opachi tra
istituzioni e narcotraffico durante uno dei periodi più tesi della
politica americana contemporanea. La vera storia di Seal non
offre eroi positivi né verità definitive: lascia invece una lunga
scia di domande ancora oggi irrisolte. Ed è forse proprio questa
ambiguità a rendere il film così efficace presso il pubblico.
Pur prendendosi enormi libertà narrative, la pellicola
riesce infatti a catturare il senso di caos e di instabilità morale
che caratterizzò gli anni Ottanta, trasformando Seal in una figura
quasi simbolica. Il vero uomo probabilmente non aveva il fascino
romantico del personaggio cinematografico, ma la sua esistenza
resta talmente estrema da sembrare inventata. Tra cartelli
colombiani, operazioni federali, informatori segreti e assassinii
politici, la sua parabola continua a rappresentare uno dei casi più
incredibili della storia criminale americana moderna, sospeso
ancora oggi tra realtà documentata e leggenda.
Il
finale de Il
patriota, diretto da Roland Emmerich (Independence
Day,The Day After Tomorrow), chiude uno dei
war movie più emblematici del cinema mainstream degli anni
2000, costruito attorno alla trasformazione interiore di un uomo
che rifiuta la guerra e finisce per diventarne simbolo. La parabola
di Benjamin
Martin, interpretato da Mel Gibson,
non è soltanto il racconto di una vendetta personale contro la
brutalità coloniale britannica, ma una riflessione più ampia su
come la violenza storica venga interiorizzata, giustificata e
infine trasformata in identità politica.
Il
film si muove dentro una grammatica epica che rielabora la
Rivoluzione americana come mito fondativo, ma lo fa attraverso una
lente privata, familiare, quasi intima. Il finale non chiude
semplicemente un conflitto militare: chiude una frattura morale,
quella tra il desiderio di pace e l’inevitabilità della storia. È
in questa tensione che Il patriota trova la sua vera chiave di
lettura, trasformando la vittoria militare in un gesto ambiguo,
sospeso tra redenzione e perdita.
Nel panorama del cinema storico americano, Il patriota si colloca all’interno
di una tradizione che non mira alla precisione filologica, ma alla
costruzione di un immaginario emotivo. Roland Emmerich, regista legato a un’idea
spettacolare del racconto cinematografico, utilizza la Rivoluzione
americana come sfondo per un dramma familiare che evolve in guerra
totale. Il film si inserisce nel solco dei war movie epici, dove la
Storia non è mai neutra, ma diventa una proiezione delle tensioni
individuali dei personaggi.
Rispetto ad altri film sulla guerra d’indipendenza,
Il patriota
accentua la dimensione mitica del conflitto, semplificando le
dinamiche politiche per concentrarsi su un percorso emotivo netto:
quello di un uomo pacifista che viene progressivamente risucchiato
nella logica della violenza. Il personaggio di Benjamin Martin è costruito come
figura liminale, sospesa tra colpa e necessità, tra memoria del
passato coloniale e desiderio di non ripeterlo. L’inserimento di
Heath Ledger
nei panni di Gabriel rafforza ulteriormente questa struttura
generazionale, trasformando la guerra in un’eredità
inevitabile.
Il contesto produttivo del film riflette inoltre una fase del
cinema americano in cui il racconto storico tendeva a privilegiare
la leggibilità emotiva rispetto alla complessità politica. In
questo senso, Il patriota non si limita a rappresentare la
Rivoluzione americana, ma la rielabora come dispositivo narrativo
di formazione identitaria, dove il sacrificio individuale diventa
condizione necessaria per la nascita di un ordine collettivo.
Il finale della
battaglia di Cowpens e la trasformazione definitiva di Benjamin
Martin: dalla resistenza privata alla mitologia
nazionale
Skye McCole Bartusiak e Mel Gibson in Il patriota
Il finale del film si costruisce attorno alla battaglia decisiva di
Cowpens, momento in cui la traiettoria personale di
Benjamin Martin
si fonde definitivamente con il destino della Rivoluzione
americana. Dopo la morte di Gabriel, ucciso da William Tavington, la dimensione privata
della vendetta si dissolve progressivamente in una logica più
ampia, quella della guerra come struttura storica inevitabile.
Benjamin non combatte più soltanto per la sua famiglia, ma per una
comunità politica che lo riconosce come guida militare.
La sequenza finale della battaglia è costruita come sintesi visiva
del percorso del personaggio: strategia, perdita e infine
affermazione. La morte di Tavington chiude il ciclo della vendetta,
ma non restituisce alcuna forma di equilibrio morale. Al contrario,
ciò che emerge è una vittoria ambivalente, segnata dal costo umano
altissimo che ha definito l’intero racconto. Il ritorno alla
fattoria, con la casa in ricostruzione, non rappresenta un semplice
lieto fine, ma una reintegrazione simbolica nella comunità.
In questa prospettiva, il finale non celebra la guerra, ma la sua
inevitabilità storica. Benjamin osserva ciò che è stato distrutto e
ciò che viene ricostruito, consapevole che entrambe le dimensioni
appartengono allo stesso processo. La figura del “patriota” non
coincide più con il soldato, ma con chi sopravvive alla guerra
portandone il peso morale.
La vendetta, la
perdita e la costruzione dell’identità americana come trauma
originario nel percorso di Benjamin Martin
Una scena di battaglia in Il patriota
Il nucleo tematico del film si concentra sulla trasformazione della
vendetta in fondamento identitario. La morte di Thomas e Gabriel segna la progressiva erosione
della posizione pacifista di Benjamin Martin, che si trova costretto a
ridefinire il proprio rapporto con la violenza. Il suo rifiuto
iniziale della guerra non nasce da una posizione ideologica
astratta, ma da un trauma personale legato alla sua esperienza
nella guerra franco-indiana.
Il film costruisce così una riflessione implicita sull’origine
violenta della nazione americana, dove l’idea di libertà nasce da
una serie di atti brutali che non possono essere completamente
separati dalla loro conseguenza politica. La vendetta contro
Tavington diventa allora il punto di convergenza tra dolore privato
e narrazione collettiva, tra perdita familiare e costruzione di una
memoria nazionale.
In questo senso, la figura di Benjamin non è eroica nel senso
tradizionale, ma profondamente tragica. Ogni sua scelta è
determinata da una perdita precedente, e ogni vittoria militare
coincide con una forma di svuotamento interiore. Il patriota
diventa così un uomo che non sceglie la guerra, ma la subisce come
unica forma possibile di risposta al dolore.
Il ritorno alla
casa e la ricostruzione come dispositivo simbolico tra memoria,
comunità e legittimazione del sacrificio
Uno degli elementi più significativi del finale è la ricostruzione
della casa dei Martin, che assume un valore chiaramente simbolico.
Non si tratta semplicemente di un ritorno alla normalità, ma di una
rappresentazione visiva della ricostruzione nazionale. Gli operai
che lavorano alla casa indicano una comunità che si riorganizza
attorno a un nucleo di sopravvissuti, trasformando la distruzione
in fondamento condiviso.
La casa diventa così il luogo in cui si deposita la memoria del
conflitto, ma anche il punto di partenza per una nuova forma di
convivenza. Benjamin non rifiuta più la sua identità di
combattente, ma la integra in una dimensione domestica, dove il
trauma non viene rimosso, ma incorporato. Questo passaggio segna
una delle tensioni centrali del film: la difficoltà di distinguere
tra pace e stabilizzazione della violenza.
In questa prospettiva, il finale suggerisce che la nascita di una nazione non è mai un
atto puramente fondativo, ma un processo di sedimentazione del
conflitto. La casa ricostruita non cancella ciò che è accaduto, ma
lo ingloba, trasformandolo in parte dell’identità collettiva.
Il significato
ultimo de Il patriota: un eroe riluttante e la
fondazione ambigua della memoria americana
Il finale de Il
patriota chiude la traiettoria di Benjamin Martin senza risolverne le
contraddizioni, ma portandole a una forma di equilibrio instabile.
La sua trasformazione da pacifista a comandante militare non è una
semplice evoluzione narrativa, ma una riflessione sulla natura
stessa della storia, che impone scelte impossibili e lascia ferite
permanenti.
Il film suggerisce che la nascita degli Stati Uniti non può essere
separata dalla violenza che l’ha resa possibile, e che ogni gesto
di libertà porta con sé una zona d’ombra. Benjamin incarna questa
ambiguità: è al tempo stesso fondatore e distruttore, vittima e
agente della storia. La sua figura rimane sospesa tra mito e
umanità, senza mai aderire completamente a nessuna delle due
dimensioni.
Il patriota, in ultima analisi, non celebra la vittoria militare,
ma la sua necessità storica. Il finale non chiude il conflitto, lo
trasforma in memoria. Ed è proprio in questa memoria instabile che
il film trova la sua forza più duratura, restituendo l’immagine di
una nazione nata non dalla purezza dell’ideale, ma dalla
complessità irriducibile della violenza che l’ha resa
possibile.
Nella valle di
Elah, diretto da Paul Haggis, si colloca tra i film più
spietati del cinema post guerra in Iraq, non perché mostri la
guerra, ma perché ne registra le conseguenze psichiche e morali
quando i soldati tornano a casa. La storia di Hank Deerfield, interpretato da
Tommy Lee Jones,
non è un’indagine tradizionale: è una discesa dentro la frattura
etica di un paese che non riesce più a riconoscere i propri
figli.
Il
film costruisce il suo senso ultimo non nella risoluzione del caso,
ma nella progressiva dissoluzione delle certezze del protagonista.
La ricerca della verità sulla morte del figlio Mike diventa una ricerca più ampia
sulla natura della violenza, sulla responsabilità condivisa e sulla
distanza tra narrazione istituzionale e verità umana. Il finale non
chiude un mistero: lo trasforma in una domanda irrisolvibile sulla
colpa collettiva.
Paul Haggis, il
cinema del disincanto americano e la posizione diNella valle di Elahtra war movie invisibile e dramma investigativo
morale
Il cinema di Paul
Haggis è profondamente radicato nell’idea che la struttura
narrativa possa essere utilizzata per smascherare le contraddizioni
morali della società americana. Dopo Crash, il regista continua in
Nella valle di
Elah la sua esplorazione delle fratture etiche
contemporanee, ma lo fa attraverso un registro più sobrio, meno
corale e più intimamente doloroso. Il film si inserisce nel filone
del cinema post-Iraq War, ma ne sovverte le coordinate classiche:
la guerra non è rappresentata sul campo, ma nei corpi e nelle menti
dei soldati che ne tornano segnati.
Il genere investigativo diventa così una struttura apparentemente
familiare che nasconde una funzione diversa. Hank Deerfield non è un detective
professionista, ma un padre che si muove dentro un sistema militare
e istituzionale che tende a oscurare la verità. Questo
posizionamento permette al film di dialogare con la tradizione del
noir americano, ma anche con il cinema politico degli anni
Settanta, dove la ricerca della verità coincideva spesso con la
scoperta della sua impossibilità.
La presenza di Tommy Lee
Jones è centrale in questa costruzione. La sua
filmografia, spesso legata a figure di uomini stanchi, segnati e
moralmente rigidi, trova qui una sintesi estrema. Hank non è un
eroe nel senso classico, ma un uomo che crede ancora in un ordine
morale che il mondo circostante ha già smesso di riconoscere. Il
suo percorso è quello di una progressiva disillusione.
Il finale di
Nella valle di Elah come smantellamento della
verità lineare: confessione, trauma e collasso della narrazione
militare ufficiale
Il finale del film non offre una risoluzione consolatoria, ma un
progressivo smontaggio della verità ufficiale costruita attorno
alla morte di Mike
Deerfield. Dopo una serie di indagini parallele condotte
da Hank e dalla
detective Emily
Sanders, interpretata da Charlize Theron, emerge una realtà
frammentata, fatta di omissioni, contraddizioni e violenze interne
alla stessa unità militare.
La svolta narrativa arriva quando le prove conducono a
Steve Penning,
uno dei commilitoni di Mike. La confessione di Penning non è solo
la risoluzione del caso, ma il punto in cui il film rivela la sua
vera natura. L’omicidio di Mike non è il risultato di un singolo
atto criminale isolato, ma l’esito di una condizione strutturale:
la disintegrazione psicologica dei soldati tornati dalla guerra,
incapaci di reintegrarsi in un contesto civile che non riconoscono
più.
Penning descrive un mondo in cui la violenza è diventata linguaggio
quotidiano, in cui le gerarchie morali si sono dissolte. La sua
frase sulla possibilità che “chiunque avrebbe potuto morire” non è
una giustificazione, ma una dichiarazione di vuoto etico. In questo
momento, il film abbandona definitivamente la logica del thriller
per entrare in quella del dramma morale.
Il ritorno di Hank a casa non rappresenta una chiusura narrativa,
ma un gesto di accettazione traumatica. Il corpo del figlio è stato
riportato, ma ciò che è stato scoperto lungo il percorso non può
essere ricomposto. La verità non restituisce ordine: lo distrugge
definitivamente.
La costruzione
del trauma militare e la crisi dell’identità americana tra
istituzione, famiglia e rimozione della colpa
Il nucleo tematico di Nella valle di Elah si sviluppa attorno alla
relazione tra istituzione militare e dissoluzione dell’identità
individuale. Mike
Deerfield non è soltanto una vittima, ma il prodotto di un
sistema che ha progressivamente eroso ogni confine tra azione
legittima e violenza incontrollata. Il video recuperato dal suo
telefono, che mostra un atto di brutalità in Iraq, funziona come
elemento chiave per comprendere questa trasformazione.
Il film suggerisce che la guerra non termina con il ritorno a casa,
ma continua a esistere come stato mentale. I soldati non sono in
grado di rientrare in una dimensione civile perché la loro
percezione della realtà è stata alterata in modo irreversibile.
Questo processo non è individuale, ma sistemico, e coinvolge tanto
i militari quanto le istituzioni che li hanno inviati al
fronte.
La figura di Hank rappresenta il tentativo di ricostruire un
ordine morale in un contesto che lo ha già superato. La sua fede
iniziale nella giustizia, nella disciplina e nella chiarezza dei
fatti viene progressivamente erosa dall’incontro con una realtà
ambigua. Il suo viaggio investigativo è anche un viaggio di
disillusione rispetto all’idea stessa di patria.
Emily Sanders e
la funzione della testimonianza: il limite della giustizia e la
frattura tra legge e verità emotiva
La detective Emily
Sanders rappresenta l’elemento istituzionale che tenta di
mantenere una coerenza tra legge e realtà. Tuttavia, il suo
percorso nel film evidenzia costantemente il limite della giustizia
formale di fronte a un sistema militare che opera secondo logiche
autonome. Le sue indagini vengono ostacolate, depotenziate e infine
integrate in una verità che non coincide con la giustizia.
Il rapporto tra Sanders e Hank si sviluppa come alleanza fragile
tra due forme di ricerca della verità: una istituzionale e una
personale. Entrambe convergono verso lo stesso punto, ma con
strumenti e finalità diverse. Sanders rappresenta la possibilità di
una verità documentabile, mentre Hank incarna la necessità di una
verità emotiva e morale.
Nel finale, la sua funzione non è quella di risolvere il caso, ma
di renderne visibile la complessità. La giustizia, nel mondo del
film, non è in grado di ricomporre il trauma, ma solo di
registrarne le tracce.
Il significato
finale di Nella valle di Elah: la bandiera
capovolta e l’impossibilità di una narrazione patriottica
lineare
L’ultima immagine del film, con Hank Deerfield che issa la bandiera americana
capovolta, rappresenta una delle più potenti dichiarazioni
simboliche del cinema americano contemporaneo. Non è un gesto di
rifiuto totale, ma una forma di segnalazione del disordine interno.
La bandiera non viene distrutta, ma invertita, trasformata in un
segnale di emergenza morale.
Il gesto finale non chiude la storia di Mike, ma ne estende la portata simbolica.
Il trauma non appartiene più soltanto alla famiglia Deerfield, ma a
una comunità più ampia che non riesce più a distinguere tra
giustizia e violenza istituzionalizzata. L’America che emerge dal
film è una nazione che ha perso la capacità di raccontarsi in modo
coerente.
In questa prospettiva, Nella valle di Elah non è semplicemente un film
sulla guerra in Iraq, ma un’opera sulla crisi della narrazione
americana stessa. Il finale non offre soluzioni, ma un’immagine
sospesa in cui la verità è stata raggiunta solo per mostrare quanto
sia impossibile trasformarla in consolazione. Hank non trova
redenzione: trova consapevolezza. E in questa consapevolezza si
chiude uno dei ritratti più severi del rapporto tra guerra,
famiglia e identità nazionale nel cinema contemporaneo.
La 79esima edizione del
Festival di Cannes si apre con
vibrazioni decisamente elettrizzanti. La Vénus
Électrique, film di Pierre Salvadori
(qui
nelle foto al photocall insieme al suo cast), ha ufficialmente
aperto le danze di una nuova edizione della rassegna che si tiene
sulla Croisette e che, quest’anno più che mai, sarà all’insegna del
cinema autoriale. Ma le tradizioni vanno rispettate e, prima di
immergerci nelle produzioni provenienti dalle più disparate parti
del globo che compongono il
concorso, il Grand Theatre Lumiere ha accolto il
pubblico e gli addetti al lavoro con un’immancabile commedia tutta
francese.
L’anno scorso
il compito era spettato ad Allora balliamo, che uscirà
il prossimo 18 giugno nelle sale italiane, una sorta di
coming-of-age traslato ai 30 anni su una millenial che torna al
passato per rientrare nel suo presente. Questa volta, veniamo
invece catapultati nella Francia del 1928, dove Antoine
Balestro (Pio Marmaï), giovane pittore
all’apice del successo, non riesce più a lavorare dalla morte della
moglie e sta facendo perdere la pazienza ad Armand, il suo
gallerista. Una sera, ubriaco, Antoine tenta di entrare in contatto
con la consorte attraverso una veggente. Senza saperlo, però, sta
in realtà parlando con Suzanne (Anais
Demoustier), una modesta artista ambulante che si è
introdotta nella roulotte per rubare del cibo.
Suzanne si dimostra particolarmente abile
nell’inganno e, presto affiancata da Armand (Gilles
Lellouche), inizia a organizzare una serie di false
sedute spiritiche. Poco alla volta Antoine ritrova l’ispirazione,
ma per Suzanne le cose si complicano quando finisce lentamente per
innamorarsi dell’uomo che sta manipolando…
L’amore è dolore, l’amore è
estasi
La Vénus
Électrique si muove tra il romanticismo onirico e
circense, che è magia, escamotage e colorato, ma anche macabro,
mortifero e volto – come tutti i migliori trucchi di magia – a far
temere il peggio allo spettatore, almeno per qualche istante. In
questa tavolozza polifonica e di guizzi comici indovinati, il
film di Pierre Salvadori svela uno dei suoi
aspetti più riusciti. Purtroppo, l’impressione generale che si
snoda è quella di un racconto di cui possiamo anticipare già gli
sviluppi, anche se la pellicola riserva qualche sorpresa
soprattutto nella messa in scena di questi amori tormentati e, a
tratti, anche esilaranti.
Mano a mano che Armand passa a
Suzanne il materiale da studiare, in particolare i diari scritti
dalla moglie, le false sedute spiritiche inizieranno per la donna a
tramutarsi in qualcosa di diverso; una ricerca dell’uomo che ha
scovato dietro le righe scritte e una maggiore consapevolezza del
modo in cui può usare la sua creatività e i suoi strumenti (al
circo viene vessata e tenuta in scacco dal capo, a cui è stata
venduta dal padre in gioventù, e con cui ha contratto dei
debiti).
Il bacio elettrico
Tra gli aspetti più interessanti
evidenziati da La Vénus Électrique c’è
come la ricerca del desiderio si sviluppi soprattutto dal punto di
vista femminile e anche come la gelosia che in una tradizionale
commedia romantica potrebbe essere rivolta a una figura femminile
esistente, qui è indirizzata verso qualcuno che non esiste più,
almeno fisicamente. Il timore di essere “cancellata” da questo
ricordo si fa sempre più preponderante, e così anche gli istinti
peggiori, che sono sempre avvolti da un’ombra di decadentismo e
annientamento del sé.
Nell’incontro tra Armand e Suzanne
c’è l’idea del ritrovarsi in uno spazio di condivisione artistica,
di tornare alla vita anche all’intero di quella casa che aveva
diviso i due precedenti amanti, che era forse troppo grande per una
passione che cerca ispirazione dall’esterno, dall’altro, ma si
riduce poi a una creazione materiale. Pio Marmaï, Anais
Demoustier e i comprimari sono la parte più luminosa di
una storia che, anche nelle svolte più scivolose e alcuni cambi di
tono rischiosi, riesce comunque a divertire.
L’amore come elettricità, come i trucchi e le magie di un circo
in decadenza e una porzione di dipinto che svela tutta l’identità
dell’artista. La Vénus Électrique è
un viaggio parzialmente riuscito, tra amori fantasmi e altri che
per esistere devono prima morire.
Manipulation di David
Balda arriva al cinema dal 14 maggio con Mescalito Film.
Ecco una clip in esclusiva.
Il regista David Balda a soli 18
anni ha firmato il suo primo lungometraggio, Narušitel
(Intruder), distribuito nelle sale ceche
e su Netflix, che lo ha consacrato tra i registi più
giovani al mondo ad aver firmato un film uscito al cinema. Con
Manipulation, la sua seconda opera, Balda amplia l’orizzonte al
cinema internazionale, dirigendo un thriller ambizioso e
visivamente potente che affronta l’idea universale di manipolazione
come arma invisibile del nostro tempo.
Vin Diesel è stato il protagonista assoluto
del photocall del 13 maggio a Cannes 79. L’attore,
con Michelle Rodriguez e Jordana Brewster ha portato sulla croisette il
suo franchise più rappresentativo, Fast and
Furious, che proprio al Festival festeggia i suoi 25
anni. Con loro, anche Meadow Rain Walker, figlia
di Paul, protagonista del franchise fino al
settimo capitolo, prima della prematura morte in un incidente
d’auto.
Anche Diego Luna ha posato per i fotografi,
presentando il suo film da regista Ceniza en la
boca, mentre Jane Schoenbrun con le sue protagoniste
Hannah Einbinder e Gillian Anderson, ha portato al Festival
Teenage Sex and Death at Camp Miasma. Con
queste star anche la nutrita compagine del film francese
d’apertura, La Vénus Électrique.
L’horror ha sempre giocato con le paure più profonde dello
spettatore, ma esiste una frase che continua ancora oggi a rendere
qualsiasi racconto più inquietante di altri: “ispirato a una
storia vera”. È un elemento che cambia completamente la
percezione del film, perché trasforma il terrore in qualcosa di
possibile, reale, vicino. Non importa quanto il cinema romanzi
eventi e personaggi: sapere che dietro certe immagini esistano
fatti realmente accaduti rende tutto più disturbante.
Negli ultimi decenni Hollywood ha costruito interi franchise su
presunti casi paranormali, omicidi realmente avvenuti, leggende
urbane e testimonianze controverse. Alcuni film si prendono enormi
libertà narrative, altri cercano invece di restare più aderenti ai
documenti e alle cronache. In ogni caso, questi horror continuano
ad affascinare proprio perché si muovono in quella zona ambigua
dove realtà, folklore e paura collettiva finiscono per mescolarsi.
Ecco 20 horror basati su storie vere — o presunte tali — che vale
la pena recuperare.
Bambola assassina (1988)
Bambola assassina, conosciuto in Italia come La bambola assassina, non è tratto
direttamente da una storia vera, ma la leggenda di Chucky viene
spesso collegata a Robert the Doll, una bambola realmente esistente
conservata a Key West, in Florida. Secondo il folklore locale,
Robert sarebbe stato al centro di strani fenomeni: movimenti
inspiegabili, presunte maledizioni e testimonianze inquietanti da
parte di chi l’ha posseduta o osservata. È una storia sospesa tra
leggenda urbana, suggestione e marketing del paranormale, ma ha
contribuito a nutrire l’immaginario delle bambole maledette.
Il film di Tom
Holland trasforma questa paura in un’icona pop dell’horror
moderno. Chucky non è soltanto un oggetto posseduto: è la
contaminazione dell’infanzia da parte della violenza adulta, un
giocattolo rassicurante che diventa corpo criminale. Anche se il
legame con Robert the Doll è più culturale che documentario,
Child’s Play funziona
perché intercetta una paura antichissima: l’idea che ciò che
dovrebbe proteggerci, consolarci o accompagnare l’infanzia possa
improvvisamente animarsi contro di noi.
The
Strangers (2008)
The Strangers è uno
degli home invasion più efficaci degli anni Duemila proprio perché
costruisce la paura su una premessa semplice e brutale: tre
sconosciuti entrano in una casa senza una ragione apparente. Bryan
Bertino ha raccontato di
essersi ispirato a esperienze personali legate a intrusioni
domestiche e, più in generale, a casi reali di violenza
casuale, compresi i delitti della Manson Family. Il film non
ricostruisce un singolo fatto di cronaca, ma assorbe l’angoscia di
quelle storie e la trasforma in un incubo essenziale.
La frase più terrificante del film è anche la sua chiave: non c’è
un movente chiaro, non c’è una colpa, non c’è una spiegazione
rassicurante. L’orrore nasce dalla casualità. In questo senso
The Strangers colpisce
più di molti horror soprannaturali, perché lavora su una paura
concreta: la vulnerabilità della casa, lo spazio che dovrebbe
essere più sicuro e che invece diventa una trappola. Le maschere
dei tre aggressori amplificano questa idea, cancellando identità e
psicologia: non sono personaggi da comprendere, ma presenze senza
volto.
The Girl Next Door
(2007)
Tra
i film più disturbanti mai realizzati partendo da un fatto
realmente accaduto, The Girl
Next Door adatta liberamente il romanzo di Jack Ketchum
ispirato all’omicidio di Sylvia Likens, adolescente americana
torturata e uccisa nel 1965 in Indiana. Il caso sconvolse
l’opinione pubblica statunitense non soltanto per la brutalità
delle violenze, ma soprattutto perché a partecipare agli abusi
furono anche altri adolescenti del quartiere, trascinati in una
spirale di sadismo collettivo.
Il
film evita quasi del tutto il soprannaturale e trasforma l’orrore
in qualcosa di molto più difficile da sopportare: la banalità della
crudeltà umana. È proprio questa dimensione realistica a renderlo
devastante. Non ci sono mostri, demoni o jump scare, ma una
progressiva distruzione psicologica e fisica che mette lo
spettatore davanti alla capacità umana di normalizzare la violenza
quando il contesto sociale smette di porre limiti morali.
La grandezza di
Zodiac sta nel suo
approccio quasi documentaristico e nella capacità di trasformare
l’indagine in una malattia mentale collettiva. Giornalisti,
poliziotti e cittadini vengono lentamente consumati
dall’impossibilità di arrivare a una verità definitiva. Fincher
costruisce così un thriller glaciale, metodico, pieno di dettagli,
in cui la paura nasce dal vuoto lasciato dall’assenza di risposte.
Proprio per questo Zodiac merita un posto in una lista di horror ispirati
a storie vere: non mostra il mostro come creatura soprannaturale,
ma come fantasma reale, irrisolto, ancora presente nell’immaginario
americano.
Borderland
(2007)
Borderland prende spunto
dagli omicidi rituali legati ad Adolfo Constanzo, narcotrafficante
e leader di una setta realmente esistita tra gli anni Ottanta e
Novanta in Messico. Constanzo combinava elementi di occultismo,
narcotraffico e sacrifici umani all’interno di un culto che
terrorizzò il confine tra Messico e Stati Uniti.
Il film utilizza la struttura del survival horror per raccontare
una realtà già di per sé terrificante, giocando sulla paura
dell’ignoto e sul caos violento delle zone di frontiera. Pur
romanzando molti eventi, Borderland mantiene una forte connessione con il clima
di paranoia e brutalità del caso reale, mostrando come
superstizione, potere criminale e fanatismo possano fondersi in
qualcosa di profondamente inquietante.
Snowtown (2011)
Più vicino al crime realistico che all’horror tradizionale,
Snowtown è uno dei film
più disturbanti degli ultimi decenni proprio per il suo approccio
quasi documentaristico. Diretto da Justin Kurzel, il film racconta
i reali Snowtown Murders avvenuti in Australia negli anni Novanta,
una serie di omicidi guidati da John Bunting, considerato uno dei
serial killer più spietati della storia australiana.
Ciò che rende il film così difficile da guardare non è tanto la
violenza esplicita quanto l’atmosfera di degrado sociale,
manipolazione psicologica e controllo emotivo che attraversa ogni
scena. Snowtown mostra
come il male possa insinuarsi lentamente dentro comunità fragili e
famiglie vulnerabili, trasformando il quotidiano in qualcosa di
soffocante e senza via d’uscita. È un horror umano, sporco e
realistico, che lascia addosso un senso di disagio rarissimo nel
cinema contemporaneo.
Pochi film horror hanno avuto un
impatto culturale paragonabile a The Amityville Horror. Più che un semplice successo
cinematografico, il film è diventato il simbolo stesso della “casa
infestata americana”, trasformando un caso di cronaca nera in uno
dei racconti paranormali più famosi del Novecento. Tutto ebbe
inizio il 13 novembre 1974, quando Ronald DeFeo Jr. assassinò sei
membri della propria famiglia nella loro casa al numero 112 di
Ocean Avenue, ad Amityville, nello stato di New York. Il caso
scioccò profondamente gli Stati Uniti non solo per la brutalità
degli omicidi, ma anche per le dichiarazioni confuse e
contraddittorie dello stesso DeFeo, che parlò di presunte “voci”
che lo avrebbero spinto a uccidere.
Un anno dopo la tragedia,
George e Kathy Lutz acquistarono la casa insieme ai figli, attratti
dal prezzo sorprendentemente basso dell’abitazione. La permanenza
durò appena 28 giorni. Secondo il loro racconto, all’interno della
casa iniziarono presto a verificarsi eventi inspiegabili: odori
nauseanti, macchie misteriose, sciami di insetti, porte e finestre
che si aprivano da sole, rumori notturni, apparizioni e presunte
manifestazioni demoniache. George Lutz raccontò inoltre di
svegliarsi ogni notte sempre alla stessa ora — le 3:15 —
coincidente con l’orario stimato degli omicidi della famiglia
DeFeo.
Questi racconti vennero
trasformati nel bestseller The Amityville Horror di Jay Anson, pubblicato nel
1977, che contribuì enormemente a costruire il mito della casa
infestata. Il film del 1979 diretto da Stuart Rosenberg amplificò
ulteriormente la leggenda, diventando uno dei maggiori successi
horror dell’epoca e fissando nell’immaginario collettivo l’idea
della villetta americana trasformata in spazio demoniaco. L’opera
sfruttava una paura profondamente americana: quella che il male
possa annidarsi proprio dentro il cuore della normalità domestica e
familiare.
Liberaci dal male (Deliver Us from Evil,
2014)
Diretto da Scott Derrickson,
Liberaci dal male (Deliver Us from Evil, 2014) si
ispira ai racconti dell’ex agente del NYPD Ralph Sarchie, che
sosteneva di aver investigato casi legati a possessioni demoniache
e fenomeni paranormali durante la sua carriera nella polizia di New
York. Il film mescola procedural poliziesco ed esorcismo,
costruendo un’atmosfera cupa e urbana molto diversa dall’horror
gotico classico.
La forza del film sta proprio
nel modo in cui il soprannaturale invade spazi realistici:
appartamenti degradati, strade notturne, violenza domestica e
disagio mentale. Derrickson gioca continuamente sull’ambiguità tra
trauma psicologico e possessione reale, mantenendo viva quella
tensione tra fede e razionalità che caratterizza gran parte del
cinema esorcistico moderno.
The Possession
(2012)
The Possession nasce
dalla leggenda della Dybbuk Box, oggetto realmente diventato virale
online dopo essere stato venduto su eBay con la descrizione di
presunti eventi paranormali collegati alla tradizione ebraica.
Secondo il folklore, un dybbuk sarebbe uno spirito maligno capace
di impossessarsi dei vivi.
Il film trasforma questa
leggenda moderna in un horror familiare costruito sulla lenta
distruzione emotiva di una bambina e dei suoi genitori. Pur
seguendo molte convenzioni del possession movie americano,
introduce elementi raramente esplorati dal genere mainstream
hollywoodiano, utilizzando simboli e credenze del folklore ebraico
invece della classica iconografia cattolica vista in tanti film
sugli esorcismi.
Annabelle (2014)
Spin-off dell’universo di
The Conjuring,
Annabelle prende ispirazione dalla
celebre bambola custodita realmente nel museo dell’occulto di Ed e
Lorraine Warren. La vera Annabelle, però, è molto diversa dalla versione
cinematografica: si tratta infatti di una semplice Raggedy Ann e
non della bambola in porcellana resa iconica dal film.
Proprio questa trasformazione
dimostra come il cinema horror lavori spesso sulla
reinterpretazione simbolica della realtà. La leggenda originale
raccontava di fenomeni inspiegabili legati alla bambola, inclusi
movimenti autonomi e presunte aggressioni. Il film amplifica
enormemente questi elementi, costruendo una figura diventata ormai
uno dei simboli horror più riconoscibili del cinema
contemporaneo.
The Sacrament (2013)
Qualche anno prima dell’uscita
della sua trilogia X, Ti West ha realizzato uno dei film horror
found footage più inquietanti di sempre. The Sacrament è basato
sugli eventi del massacro di Jonestown del 1978 e attinge a piene
mani da molti dei dettagli più terrificanti del caso.
Non è stato il primo film basato su
Jonestown, ma è l’unico a rendergli giustizia come storia horror.
Gli elementi found footage sono superbi e riproducono fedelmente il
modo in cui il pubblico ha assistito all’evento. Pur essendo
eccellente, The Sacrament perde punti rispetto ad altri film “True
Story” perché è un po’ troppo letterale nella sua
trasposizione.
Open Water (2003)
La vera storia di Tom ed Eileen
Lonergan ha catturato l’immaginazione dei telespettatori alla fine
degli
anni ’90, e si è trasformata in un efficace survival horror nel
film Open Water del 2003. A differenza di altri
film sugli attacchi di squali che mettono gli eroi contro un
mostro acquatico quasi soprannaturale, Open Water ha un ritmo lento
e un’atmosfera cupa.
Open Water è stato un enorme successo al botteghino, incassando
oltre 50 milioni di dollari a fronte di un budget di 500.000
dollari (fonte: Box Office Mojo).
Poiché si sa poco degli ultimi
momenti di vita dei Lonergan, Open Water è quasi interamente frutto
di finzione. Tuttavia, i registi hanno scelto di non esagerare, e
questo rende il film ancora più inquietante a livello
intellettuale. Il successo indipendente manca dei classici
espedienti per spaventare, il che lo ha reso un film horror
controverso negli anni successivi.
Henry, pioggia di sangue
(1986)
Alcuni film horror basati su casi
di serial killer peccano di eccessiva scabrosità e cinismo, ma
Henry: Portrait of a Serial Killer trova un ottimo equilibrio.
Questo film a bassissimo budget è liberamente ispirato alle
(discutibili) confessioni dei serial killer Henry Lee Lucas e Otis
Toole, ma non c’è alcuna patina cinematografica a mascherare il
puro terrore.
Michael Rooker offre un’interpretazione memorabile nei panni di
Henry, e il film non è uno slasher, ma piuttosto un’accurata
analisi psicologica del personaggio, fedele al suo titolo. È una
dissezione delle motivazioni dell’omicidio e critica anche la
celebrità del crimine. Tuttavia, è quasi troppo inquietante per il
suo stesso bene, e risulta difficile da rivedere.
Poltergeist (1982)
Poltergeist è uno dei film di fantasmi più amati, e in realtà è
liberamente ispirato a una storia degli anni ’50. Prendendosi
notevoli libertà creative, il classico diretto da Tobe Hooper (da
un’idea di Steven Spielberg) si ispira alla presunta
infestazione della famiglia Hermann a Long Island, New York.
Sebbene il caso reale fosse piuttosto banale, il film ha aggiunto
molti elementi per renderlo più avvincente.
Inquietante ma accessibile,
Poltergeist ha uno stile fantasioso che rende i fantasmi eterei e
divertenti. La sua fama di film maledetto aggiunge un ulteriore
livello di brividi, e rappresenta un punto di riferimento del
particolare horror degli anni ’80. Pur essendo un film migliore di
molti altri, la distanza di Poltergeist dal materiale originale ne
limita in parte il valore.
The Conjuring (2013)
Tratto direttamente dai casi reali
degli esperti del paranormale Ed e Lorraine Warren, The Conjuring
ha contribuito a inaugurare una nuova era per i film horror nei
primi anni 2010. Sebbene la veridicità delle affermazioni del film
sia certamente discutibile,
The Conjuring riesce egregiamente a creare suspense dosando
lentamente gli spaventi fino al climax.
Per realizzare un film horror
efficace, il regista si prende le dovute licenze creative, ma non
delude mai. Il suo più grande successo risiede nel modo in cui
costruisce un universo narrativo più ampio, tenendo gli spettatori
incollati allo schermo con accenni ad altri luoghi infestati. Anche
se la storia si rivelasse pura finzione, è un film talmente bello
che non avrebbe importanza.
Scream (1996)
Lo sceneggiatore Kevin Williamson
ha scritto Scream come una meta-riflessione sul genere horror,
aggiungendo però anche un pizzico di cronaca nera. La furia omicida
di Ghostface si ispira vagamente agli omicidi di Danny
Rolling, lo Squartatore di Gainesville, che a sua volta si sarebbe
ispirato ai film horror che aveva visto. Il film si sviluppa a
partire da questo presupposto, senza attingere a dettagli reali del
caso.
In un decennio che faticava a
trovare una propria identità horror, Scream è stato il modo perfetto per
mettere fine al boom degli slasher degli
anni ’80. Oltre alla sua acuta riflessione sul genere horror,
Scream è anche un film ben fatto sotto ogni punto di vista.
Williamson ha colto l’essenza del caso dello Squartatore di
Gainesville, riuscendo a estrarre temi intelligenti da quella
tragedia.
Nessun caso ha catturato
l’immaginazione di Hollywood come quello di Ed Gein, e
Il silenzio degli innocenti è stato il terzo grande film a
trarre ispirazione dall’incubo degli anni ’50. Il serial
killer Buffalo Bill è un altro classico cattivo nato dai crimini di
Gein, e la storia si addentra nelle sue motivazioni in un modo che
i film precedenti non avevano fatto.
Nessun thriller, prima o dopo, ha
saputo fondere così bene l’horror, e Il silenzio degli
innocenti è più spaventoso della maggior parte dei film horror
puri. Il pluripremiato agli Oscar possiede una qualità
cinematografica che lo eleva al di sopra del suo genere, e affronta
il crimine reale da un punto di vista prevalentemente realistico. È
proprio il suo realismo a renderlo un’esperienza così da
incubo.
Psycho (1960)
Alfred Hitchcock ha intrapreso una
svolta decisamente oscura con
Psycho, film che ha segnato l’inizio di un nuovo capitolo nella
storia dell’horror nei primi
anni ’60. Uscito pochi anni dopo l’arresto di Ed Gein, Psycho è
l’adattamento del romanzo di Robert Bloch, che romanzava i crimini
di Gein basandosi sulle informazioni disponibili all’epoca.
Psycho è riuscito a celare la
maggior parte dei dettagli più macabri del caso Gein, condensandoli
in un modo accettabile per il 1960. Il film era scioccante, ma la
maestria di Hitchcock gli ha conferito un tocco di classe. I suoi
elementi migliori non hanno quasi nulla a che fare con la storia
vera da cui è tratto, ma la sua trama innovativa è sufficiente a
consacrarlo nella storia dell’horror.
Non aprite quella porta
(1974)
Se Psycho sfiorava gli aspetti più
raccapriccianti del
caso Ed Gein, Non aprite quella porta li metteva in evidenza.
Enfatizzando ogni dettaglio, vero o falso, il classico grindhouse
di Tobe Hooper fu una risposta diretta agli orrori reali che il
mondo aveva visto dopo la strage di Gein. La guerra del Vietnam
aveva infranto il sogno americano negli
anni ’70.
Leatherface divenne immediatamente
un’icona dell’horror e la realizzazione cruda e a basso budget del
film lo faceva sembrare quasi un documentario. È impossibile
sopravvalutare l’importanza di Non aprite quella porta, che ha
spinto l’horror a nuove, macabre vette. È anche uno dei primi film
a dichiararsi “Tratto da una storia vera”, un espediente che
funziona ancora oggi.
L’esorcista (1973)
L’esorcista è generalmente
considerato il film più spaventoso di tutti i tempi, ed è ancora
più inquietante perché si basa su un fatto realmente accaduto. Lo
scrittore William Peter Blatty ha tratto ispirazione dall’esorcismo
di Roland Doe avvenuto negli anni ’40, anche se ha romanzato quasi
tutti i dettagli per rendere la storia più avvincente.
Perché gli horror basati su
storie vere continuano ad affascinare così tanto?
Il successo di questi film nasce da un meccanismo semplice ma
potentissimo: la paura diventa più efficace quando sembra
possibile. Anche quando gli eventi vengono romanzati o alterati dal
cinema, l’idea che possano avere una radice reale cambia
completamente il coinvolgimento dello spettatore. È il motivo per
cui franchise come The
Conjuring o Amityville continuano a funzionare dopo decenni.
Inoltre, questi film
permettono all’horror di entrare in territori diversi: cronaca
nera, folklore, religione, superstizione, psicologia collettiva.
Alcuni giocano apertamente sull’ambiguità tra realtà e invenzione,
altri sfruttano il marketing del “tratto da una storia vera” come
parte integrante dell’esperienza. Ma proprio questa zona grigia tra
vero e falso è ciò che rende il genere così irresistibile ancora
oggi.
RocknRolla potrebbe finalmente avere una
possibilità concreta di ottenere il sequel atteso
da quasi vent’anni. Il gangster movie vietato ai
minori raccontava un intreccio di criminali, uomini d’affari
corrotti e mafiosi nel sottobosco londinese. Nel cast figuravano
Gerard Butler, Tom Hardy, Idris Elba, Mark Strong e Toby
Kebbell. Nonostante lo scarso risultato al botteghino,
il film ha costruito nel tempo un forte seguito di culto grazie al
ritmo dei dialoghi, allo stile e ai personaggi.
In
un’intervista a
Collider, Guy Ritchie ha condiviso un aggiornamento più
positivo sul futuro del progetto. Alla domanda sulla possibilità di
realizzare finalmente The
Real RocknRolla dopo anni di richieste da parte dei fan, il
regista ha detto che gli piacerebbe ancora tornarci, anche se
il progetto è bloccato da complicazioni
burocratiche. Di seguito le sue parole:
“Fa abbastanza ridere. Me lo chiedono spesso ultimamente.
Mi piacerebbe molto. È solo che è bloccato in una
specie di palude burocratica fatta di cose noiose e complicate. Ma
chissà? Se mai succederà, saremo tutti più vecchi e più
grigi.”
Il film seguiva il piccolo criminale One-Two
(Butler) e la sua banda, coinvolti in una spirale
di traffici e affari loschi dopo un piano orchestrato dal boss
Lenny Cole (Mark Strong). Al centro della storia c’è il misterioso
“vero rocknrolla”, Johnny Quid (Toby Kebbell), una
rockstar data per morta la cui scomparsa collega tutti gli eventi
principali. Hardy ed Elba interpretavano membri della banda di
One-Two, contribuendo al ritmo frenetico e ai dialoghi taglienti
del film.
La pellicola si concludeva con una promessa
esplicita: “Johnny, Archy e il Wild Bunch torneranno in
The Real
RocknRolla”. Nonostante il buon riscontro critico, il
film non ha raggiunto grandi risultati al box office, fermandosi a
circa 28 milioni di dollari globali contro un budget di 18
milioni.
Gran parte dell’interesse che ancora circonda RocknRolla deriva dal suo ruolo nella
filmografia di Ritchie, spesso visto come un ritorno allo
stile di Lock & Stock e
Snatch, con
trame criminali intrecciate e dialoghi serrati. Anche se The Gentlemen ha esplorato
territori simili, molti fan considerano ancora RocknRolla un progetto rimasto in
sospeso.
Resta da capire se The Real
RocknRolla diventerà davvero realtà. Tuttavia, dopo quasi
vent’anni di attesa, le parole di Ritchie riaccendono la
speranza che il ritorno del Wild Bunch non sia ancora
definitivamente fuori gioco.
Dopo
anni di attesa e speculazioni, James Gray è tornato
al centro della scena internazionale con Paper Tiger, il nuovo film che segna
uno dei progetti più ambiziosi della sua carriera recente.
Presentato in anteprima al Festival di Cannes, il
lungometraggio ha immediatamente attirato l’attenzione della
critica e del pubblico, non solo per il cast stellare ma anche per
il ritorno del regista a quelle atmosfere criminali, intime e
profondamente americane che avevano definito opere come
The Yards, I padroni della notte e Ad Astra.
Il
film si inserisce perfettamente nella poetica di Gray: storie di
uomini intrappolati tra famiglia, colpa, ambizione e sopravvivenza,
raccontate attraverso un cinema elegante ma emotivamente brutale.
Con Paper Tiger, il
regista sembra voler recuperare il noir urbano e morale che aveva
caratterizzato la sua fase più amata, ma aggiornandolo a un’America
contemporanea attraversata da paranoia economica, tensioni sociali
e crisi identitarie. Non è un caso che il progetto sia diventato
rapidamente uno dei titoli più discussi dell’intero mercato
festivaliero del 2026.
Ultime news su Paper Tiger,
la premiere al Festival di Cannes 2026
La
selezione ufficiale di Paper
Tiger al Festival di
Cannes ha immediatamente acceso il dibattito tra
critica e addetti ai lavori. Il ritorno di James Gray sulla
Croisette era atteso da tempo e il film è stato accolto come uno
degli eventi principali dell’edizione, soprattutto perché arriva
dopo un periodo in cui il regista aveva lavorato lontano dai
riflettori più mainstream. Cannes, ancora una volta, si è
confermato il luogo ideale per il cinema di Gray: un autore che
continua a essere profondamente cinefilo, classico nello stile ma
moderno nella sensibilità.
Le prime reazioni hanno parlato di un’opera tesa, malinconica e
attraversata da una forte inquietudine morale. Molti osservatori
hanno sottolineato come Paper
Tiger sembri riportare Gray verso un cinema più fisico e
urbano, quasi “sporco”, dopo le derive più contemplative di
Ad
Astra e Armageddon
Time. La presenza del film in concorso ha inoltre rafforzato
la percezione di un 2026 particolarmente forte per il cinema
d’autore americano, con Cannes tornato ad avere un ruolo centrale
nella costruzione dell’hype internazionale attorno ai grandi autori
contemporanei.
Di cosa parla Paper Tiger: trama
e atmosfera del nuovo noir di James Gray
La trama ruota attorno a due fratelli, Gary Pearl e Irwin Pearl,
che cercano di costruire la propria versione del sogno americano.
Il loro percorso, però, viene contaminato da un affare pericoloso
legato alla mafia russa, che finisce per terrorizzare la famiglia e
trasformare il rapporto fraterno in un terreno di sospetto, paura e
possibile tradimento.
È
materiale perfettamente grayano: famiglia, ambizione, colpa,
corruzione e legami di sangue che diventano insieme rifugio e
condanna. Più che un semplice thriller criminale, Paper Tiger sembra muoversi dentro
quella zona morale in cui il successo diventa compromesso e il
sogno americano rivela il suo lato più fragile.
Il cast di Paper Tiger riunisce
alcune delle star più importanti del cinema contemporaneo
Uno degli elementi che ha immediatamente acceso l’interesse attorno
a Paper Tiger è il cast
scelto da James Gray, che sembra costruito appositamente per
sostenere il tono teso, emotivamente ambiguo e profondamente umano
del film. Adam Driver interpreta
Gary Pearl, uno dei due fratelli al centro della storia. Negli
ultimi anni Driver è diventato uno degli attori più importanti del
cinema americano contemporaneo, capace di passare dal blockbuster
al cinema d’autore con una naturalezza rara. La sua collaborazione
con registi come Noah
Baumbach, Ridley Scott, Leos Carax e Martin Scorsese ha consolidato
un’immagine attoriale fatta di intensità trattenuta, rabbia
repressa e fragilità emotiva, caratteristiche che sembrano perfette
per un personaggio immerso in un contesto criminale e familiare
come quello di Paper
Tiger. Non è difficile immaginare che Gray sfrutti proprio
quella tensione interna che Driver riesce spesso a comunicare anche
nei silenzi e negli sguardi.
Accanto a lui troviamo Miles Teller nel ruolo di Irwin
Pearl, il fratello con cui il protagonista condivide il cuore
drammatico del racconto. Teller porta nel film un’energia diversa
rispetto a Driver: più impulsiva, più istintiva, spesso
attraversata da un senso di irrequietezza che negli anni è
diventato uno dei tratti distintivi delle sue interpretazioni. Dopo
film come Whiplash,
Top Gun: Maverick e The Offer, l’attore ha dimostrato di
sapersi muovere sia nel cinema spettacolare che in quello più
psicologico, e il rapporto tra i due fratelli potrebbe diventare
uno degli aspetti più forti dell’intero film. James Gray, da sempre
interessato ai legami familiari maschili e alle dinamiche di lealtà
e tradimento, sembra aver trovato in Driver e Teller una coppia di
interpreti capace di incarnare due diverse facce dello stesso
fallimento americano.
A
completare il trio principale c’è Scarlett Johansson
nel ruolo di Hester Pearl. La sua presenza rappresenta uno degli
elementi più interessanti del progetto, anche perché segna il primo
incontro tra l’attrice e James Gray. Johansson arriva al film dopo
anni in cui ha alternato blockbuster, cinema indipendente e ruoli
più autoriali, dimostrando una versatilità rara. In Paper Tiger potrebbe avere un ruolo
centrale non soltanto sul piano emotivo ma anche come figura capace
di destabilizzare gli equilibri interni della famiglia Pearl. Nel
cinema di Gray i personaggi femminili non sono mai semplici
presenze di contorno: spesso diventano il punto attraverso cui
emergono le contraddizioni più profonde dei protagonisti maschili.
Proprio per questo la scelta di Johansson appare tutt’altro che
casuale.
Anche la storia
produttiva del cast racconta quanto il progetto sia stato complesso
da costruire. Quando Paper
Tiger venne annunciato nel novembre 2024, il film avrebbe
dovuto essere interpretato da Adam Driver, Anne Hathaway e Jeremy Strong. Tuttavia, nel maggio
2025 Hathaway e Strong lasciarono il progetto per impegni
concomitanti, aprendo la strada all’ingresso di Scarlett
Johansson e Miles Teller. Un cambiamento importante che,
però, sembra aver rafforzato ulteriormente l’identità del film,
creando un ensemble che oggi appare perfettamente coerente con il
tono cupo, nervoso e profondamente umano del nuovo cinema di James
Gray.
Quando esce Paper Tiger e cosa
sappiamo sul trailer del film
Al momento, Paper Tiger
è previsto in uscita tra la fine del 2026 e l’inizio del 2027,
anche se la distribuzione internazionale potrebbe variare in base
alle strategie dei vari mercati dopo il passaggio a Cannes. Proprio
la presentazione festivaliera sarà fondamentale per determinare il
percorso commerciale del film, soprattutto in vista della futura
stagione dei premi.
Per quanto riguarda il
trailer, i primi teaser mostrati agli esercenti e alla stampa hanno
puntato soprattutto sull’atmosfera: dialoghi frammentati, immagini
notturne, silenzi pesanti e un montaggio costruito più sulla
tensione che sulla spiegazione narrativa. Una scelta perfettamente
coerente con il cinema di James Gray, che raramente sacrifica il
mistero emotivo dei suoi personaggi in favore di una promozione
puramente spettacolare. Se il trailer completo manterrà questa
linea, Paper Tiger
potrebbe diventare uno dei noir più affascinanti e discussi dei
prossimi mesi.
La seconda stagione di Storia della mia famiglia, la dramedy
in 6 episodi, creata da Filippo Gravino, e da lui scritta insieme a
Elisa Dondi, prodotta da Palomar (a Mediawan company) e diretta da
Claudio Cupellini e Marco Danieli sarà disponibile solo su Netflix il 10 giugno.
Nel trailer, le prime
immagini della nuova stagione, che vede il ritorno dei protagonisti
della prima stagione, interpretati da Eduardo Scarpetta, Vanessa Scalera, Massimiliano Caiazzo, Cristiana
Dell’Anna, Antonio Gargiulo, Aurora Giovinazzo, Gaia
Weiss, Filippo Gili, Tommaso
Guidi,Jua Leo Migliore e
Fernando Guallar, e l’ingresso di una new entry
d’eccezione: Sergio Castellitto.
1 di 5
Credits: Chiara Calabrò /
Netflix
Credits: Chiara Calabrò /
Netflix
Credits: Chiara Calabrò /
Netflix
Credits: Chiara Calabrò /
Netflix
Credits: Chiara Calabrò /
Netflix
Malgrado l’amore,
malgrado l’impegno, mantenere la promessa fatta a Fausto non è
stato possibile. Un anno dopo la sua morte, l’equilibrio di questo
sgangherato e amatissimo clan è più che mai precario. L’unico che
sembra non vacillare è il più insospettabile, Valerio, immerso in
una nuova modalità di fuga dai ricordi del fratello, una tecnica
infallibile per proteggersi dal dolore. Almeno finché nelle loro
vite non atterra il più improbabile degli ospiti, un inarrestabile
clone di Fausto e della sua vitalità, suo padre. La sfida allora si
fa doppia. Ritrovare l’unità famigliare, ricongiungere Libero a
Ercole, ma anche riconoscere che è arrivato il momento di fare
davvero i conti con l’elaborazione del lutto. Se l’esito di queste
nuove prove non è scontato, una cosa però è certa, i nostri sanno
ancora ridere per ogni caduta e sanno ancora amare sopra ogni
dolore.
Per
quasi un decennio, Bradley Cooper e Dave Bautista hanno dato voce
rispettivamente a Rocket e Drax nei film dei
Guardiani della Galassia e in
altri progetti del MCU. Dopo la loro esperienza nel franchise
Marvel, i due attori faranno parte del cast vocale del nuovo film
d’animazione firmato dal regista sudcoreano.
Secondo The Hollywood
Reporter, Cooper e Bautista sono tra le nuove
aggiunte al cast di Ally,
prossimo film animato di Bong Joon Ho. Nel progetto sono coinvolti
anche Ayo Edebiri, Finn Wolfhard, Rachel House e
Werner Herzog, oltre alla debuttante Alex
Jayne Go. Il regista punta a completare il film nella
prima metà del 2027, con uscita nelle sale prevista nello stesso
anno.
Ambientato nel Pacifico meridionale, Allyracconta la storia di una
creatura curiosa, metà maiale e metà calamaro, che
intraprende un viaggio dalle profondità oceaniche
fino alla superficie dopo che un velivolo misterioso si schianta
nel suo habitat. Si ipotizza che Alex Jayne Go possa essere la voce
della protagonista, anche se non ci sono conferme ufficiali, così
come per gli altri ruoli.
Le esperienze nel doppiaggio e il legame con il MCU
Sia Cooper che Bautista hanno già esperienza nel doppiaggio.
Cooper, oltre a dare voce a Rocket nel MCU, ha interpretato l’amico
immaginario Ice nel film IF (2024) con
Ryan Reynolds. Bautista, invece, ha doppiato il Re dei
Pappagalli nella versione inglese de Il ragazzo e
l’airone (2023) e sarà presto coinvolto in Avatar: The Last
Airbender nel ruolo di Tagah.
Anche se il finale di Guardiani della Galassia Vol. 3 ha introdotto una
nuova formazione del team guidata da Rocket, non è ancora chiaro
quando questa squadra tornerà nel MCU. In ogni caso, un ritorno di
Cooper nei panni di Rocket rimane possibile.
Dave Bautista, invece, ha concluso il suo percorso come Drax in
Guardiani della
Galassia Vol. 3, dove il personaggio sceglie di
restare su Knowhere per aiutare Nebula a crescere i bambini salvati
dall’Alto Evoluzionario. Anche se il loro viaggio nel MCU sembra
chiuso, Ally offrirà ai
due attori una nuova occasione per lavorare
insieme.
L’Odissea
di Nolan si prende diverse libertà rispetto al
poema originale di Omero, soprattutto nella costruzione del cast.
Il film riunisce un gruppo di grandi star: Matt Damon interpreta Odisseo, Anne Hathaway è Penelope e Zendaya veste i panni di Atena. Tra i ruoli
più discussi c’è quello di Lupita Nyong’o, vincitrice
dell’Oscar come miglior attrice non protagonista in
12 anni
schiavo, che interpreta un doppio
personaggio: Elena di Troia e sua sorella
Clitennestra.
Il casting dell’attrice ha generato alcune critiche per la distanza
del film dalle origini greche della storia, un aspetto che
coinvolge anche diversi altri membri del cast. Tuttavia,
considerando la sua abilità drammatica, i fan possono aspettarsi
un’altra interpretazione intensa dalla vincitrice
dell’Oscar nell’epopea greca di Christopher Nolan.
Nell’Odissea di Omero, Elena di
Troia, nota come la donna più bella del mondo, viene
indicata come la causa principale della guerra. Elena, moglie di
Menelao, dopo aver conosciuto il giovane Paride se ne innamora e
fugge con lui. Sotto questo punto di vista, è l’esatto contrario di
Penelope, che si distingue per devozione e fedeltà. Sebbene con la
sua fuga Elena disonori Menelao, interpretato nell’adattamento da
Jon Bernthal, il marito decide di
riaccoglierla in casa, a guerra terminata. Nel film del 2004
Troy, che narra l’altro poema epico di Omero, l’Iliade, Elena è
interpretata da
Diane Kruger, una scelta di casting molto diversa rispetto a
quella fatta da Nolan con Lupita Nyong’o.
La vincitrice dell’Oscar
interpreterà anche Clitennestra, sorella di Elena,
un personaggio più oscuro e totalmente opposto a
Penelope. A differenza di Elena, che arriva a pentirsi della fuga e
a riavvicinarsi al marito, Clitennestra prepara invece un vero e
proprio piano di morte contro Agamennone, con l’aiuto dell’amante
Egisto, alimentando ulteriormente la paranoia di Odisseo durante il
suo ritorno.
Affidando a Lupita Nyong’o entrambi
i personaggi, il film punta a creare una forte tensione
familiare, evidenziando i parallelismi tra le relazioni
coniugali e il loro ruolo di specchio rispetto alla storia di
Penelope.
La Elena di Lupita Nyong’o si
discosterà dall’Odissea di
Omero
Sebbene sia plausibile che Lupita Nyong’o offra una prova
convincente nei due ruoli, non bisogna aspettarsi una
ricostruzione fedele e precisa degli eventi
dell’Odissea di Omero,
soprattutto per quanto riguarda il rapporto tra Elena e Menelao.
Secondo Time, l’autore di
Oppenheimer rende più
complessa la dinamica tra Menelao ed Elena rispetto al
testo originale, dove la loro riconciliazione risulta piuttosto
lineare nonostante le conseguenze profonde della guerra di
Troia.
Un’altra modifica importante introdotta dall’adattamento è la quasi
totale assenza delle divinità: Nolan, dopo aver inizialmente preso
in considerazione l’idea di assegnare i ruoli degli dei ad attori,
ha poi preferito rappresentarne la presenza attraverso fenomeni
naturali e attraverso le credenze dei personaggi.
“La cosa meravigliosa del cinema, e in particolare dell’IMAX, è
che puoi portare il pubblico in un’esperienza
immersiva, facendolo sentire vicino a eventi come
tempeste, mari agitati e venti forti. Vuoi che lo spettatore sia
sulla barca con loro, che tema l’oceano e l’ira di Poseidone come
fanno i personaggi. Per me è molto più potente di qualsiasi
immagine individuale di un dio.”
Pur
essendo comprensibili alcune perplessità per le deviazioni dal
materiale originale, il percorso del regista fa comunque crescere
l’attesa per quello che si preannuncia uno dei suoi progetti più
ambiziosi.