Con Backrooms, il giovanissimo regista Kane Parsons trasforma una delle creepypasta più celebri di Internet in un horror psicologico che parla di memoria, trauma e identità molto più di quanto sembri a un primo sguardo. Il film prodotto da A24 prende l’immaginario nato online – corridoi giallastri, stanze infinite, geometrie impossibili – e lo rielabora come un luogo mentale, quasi una dimensione che assorbe le paure e i ricordi delle persone che vi entrano.
Dietro l’apparenza di un horror fantascientifico costruito sull’estetica found footage, si nasconde infatti un’opera che riflette sull’isolamento contemporaneo e sul desiderio disperato di rifugiarsi in uno spazio fuori dalla realtà. La storia segue Clark, interpretato da Chiwetel Ejiofor, proprietario di un negozio di mobili che scopre un portale nascosto nel seminterrato del proprio edificio. Quel varco conduce ai Backrooms, chiamati anche “The Complex”, un ambiente sterminato e illogico che sembra replicare frammenti del mondo reale in forme distorte.
Quando Clark sparisce all’interno di questo spazio, la sua terapeuta Mary, interpretata da Renate Reinsve (Sentimental Value), cerca di rintracciarlo, entrando a sua volta in un universo che lentamente cancella il confine tra ricordo, trauma e follia. Il finale del film lascia volutamente molte domande aperte, ma proprio in quell’ambiguità si trova il cuore dell’opera: i Backrooms non sono semplicemente un luogo infestato, bensì una manifestazione delle ferite interiori dei personaggi.
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Come il film di Kane Parsons trasforma la creepypasta dei Backrooms in un horror psicologico sulla memoria e sull’identità

Uno degli aspetti più interessanti di Backrooms è il modo in cui Kane Parsons espande il mito nato su YouTube e sui forum Internet, spostandolo dal semplice horror analogico a una riflessione sulla percezione umana. I suoi cortometraggi originali giocavano soprattutto sull’angoscia dello spazio infinito e sul senso di smarrimento, mentre il lungometraggio introduce un elemento più intimo: i Backrooms reagiscono ai ricordi delle persone. Questo dettaglio cambia completamente il significato del “Complex”, che non appare più come una semplice dimensione parallela, ma come un archivio imperfetto della mente umana.
Il film dialoga apertamente con opere come Shining di Stanley Kubrick, dove l’hotel Overlook assorbiva le ossessioni di Jack Torrance, ma richiama anche il cinema di David Lynch, soprattutto nella costruzione di spazi impossibili che sembrano esistere fuori dalle leggi della logica. Clark diventa progressivamente simile a una figura lynchiana: un uomo incapace di distinguere il desiderio dalla realtà, sedotto da un mondo artificiale che promette conforto ma produce solo deformazione. Anche il tema della nostalgia è fondamentale. I Backrooms replicano negozi, case, uffici e oggetti quotidiani in maniera sbagliata, come se stessero ricostruendo il mondo attraverso una memoria deteriorata. È la stessa sensazione generata dalle immagini liminali diffuse online: ambienti familiari che improvvisamente diventano inquietanti perché privati della presenza umana.
La presenza della Async Research Institute rafforza poi la componente techno-thriller del racconto. Async non studia i Backrooms per curiosità scientifica, ma per sfruttarli economicamente. L’idea di utilizzare quella dimensione per risolvere problemi logistici e abitativi rende il film anche una critica al capitalismo tecnologico contemporaneo, disposto a ignorare qualsiasi rischio pur di monetizzare l’ignoto. Parsons suggerisce che l’orrore nasce proprio da qui: dalla volontà di trasformare persino l’inconscio umano in una risorsa.
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Cosa succede davvero nel finale di Backrooms e perché Mary potrebbe non essere mai uscita dal Complex

Nel finale del film, Clark rapisce Mary e la conduce sempre più in profondità nei Backrooms, convinto di aver trovato lì una versione migliore dell’esistenza. Ormai completamente destabilizzato dal Complex, l’uomo preferisce vivere in quel mondo artificiale piuttosto che affrontare il fallimento della propria vita reale. Le sue parole sono rivelatrici: sostiene che i Backrooms “ricordano le cose, ma le ricordano male”. È esattamente ciò che vediamo per tutto il film: copie deformi di ambienti, persone e ricordi.
La rivelazione più inquietante riguarda proprio queste copie. Clark spiega che il Complex genera duplicati delle persone che vi entrano, lasciandoli intrappolati al suo interno anche dopo l’uscita degli originali. Mary incontra infatti una creatura gigantesca con l’aspetto di Clark vestito da pirata, un richiamo alle pubblicità del suo negozio. Questo mostro sembra essere una caricatura del vero Clark, una replica nata dai suoi desideri repressi e dalla sua instabilità emotiva. Quando la creatura uccide Clark e insegue Mary attraverso i corridoi del Complex, il film chiarisce che quei duplicati non sono semplici mostri: rappresentano la deformazione estrema dell’identità umana.
Mary riesce apparentemente a fuggire e viene catturata dagli uomini della Async, guidati da Phil, interpretato da Mark Duplass. Durante l’interrogatorio, però, nessuno le spiega cosa accadrà davvero. Phil evita ogni risposta concreta, limitandosi a dire che nulla nella storia umana è importante quanto la scoperta dei Backrooms. È qui che il film introduce la sua ambiguità finale. Nell’ultima sequenza vediamo una versione distorta di Mary seduta immobile in una stanza del Complex. Il film non chiarisce se quella sia una copia rimasta intrappolata mentre la vera Mary è tornata nel mondo reale, oppure se la donna che abbiamo seguito nell’ultima parte della storia fosse già una replica inconsapevole.
La seconda interpretazione è probabilmente la più inquietante. Se Mary fosse già una copia, significherebbe che il Complex è in grado di assimilare completamente l’identità delle persone, sostituendole con simulacri imperfetti incapaci di distinguere realtà e illusione. In questo senso, il finale richiama apertamente le paure contemporanee legate all’intelligenza artificiale e alla perdita dell’autenticità umana.
Il significato simbolico dei Backrooms tra trauma infantile, nostalgia tossica e paura dell’imitazione artificiale

Il film suggerisce continuamente che i Backrooms funzionino come una gigantesca estensione del trauma. Mary porta con sé il peso della propria infanzia segnata da una madre paranoica e isolata dal mondo. I flashback mostrano una casa con le finestre coperte dai giornali, un ambiente chiuso che richiama direttamente i corridoi soffocanti del Complex. Quando Mary entra nei Backrooms, quel luogo comincia lentamente a replicare gli spazi della sua memoria personale, come se stesse scavando dentro le sue ferite emotive.
Clark reagisce in modo opposto. Per lui il Complex rappresenta una possibilità di controllo assoluto. Nel mondo reale ha fallito come marito, come uomo e persino come imprenditore. Nei Backrooms prova invece a costruire una realtà artificiale dove tutto dipende da lui. È significativo che le creature del Complex gli sembrino “migliori” degli esseri umani perché incapaci di provare dolore o paura. Clark desidera un mondo senza sofferenza emotiva, ma ottiene soltanto copie svuotate di umanità.
Qui emerge anche la riflessione più contemporanea del film. I Backrooms creano imitazioni imperfette della realtà, proprio come fanno oggi le immagini generate artificialmente. Kane Parsons ha più volte espresso il proprio scetticismo verso l’intelligenza artificiale generativa, e il film sembra tradurre quella paura in forma horror. Le copie prodotte dal Complex ricordano qualcosa di familiare, ma appaiono prive di autenticità emotiva. Sono simulazioni incapaci di comprendere davvero l’esperienza umana.
Il risultato è un horror profondamente malinconico. I Backrooms attirano le persone perché sembrano offrire conforto attraverso la nostalgia, ma quella nostalgia è corrotta. È il ricordo di qualcosa che non può più esistere davvero. Più i personaggi cercano rifugio in quel mondo, più perdono la propria identità.
Il ruolo della Async Research Institute e perché il film lascia intuire un universo molto più grande

La Async Research Institute resta uno degli elementi più enigmatici del film, ma i riferimenti alla web series permettono di comprendere meglio il suo ruolo. Async ha scoperto i Backrooms anni prima degli eventi narrati e ha tentato di sfruttarli come soluzione ai problemi di spazio e trasporto. Il progetto KV31, citato indirettamente nel lore originale, nasceva infatti dall’idea di utilizzare il Complex come un’estensione infinita del mondo reale.
Il film lascia intendere che Async abbia provocato un aumento delle sparizioni e stia coprendo numerosi incidenti mortali. La presenza di laboratori nascosti dentro il Complex suggerisce che l’organizzazione abbia ormai accettato il sacrificio umano come costo inevitabile della ricerca. Phil appare quasi rassegnato: comprende l’orrore dei Backrooms, ma è convinto che la scoperta sia troppo importante per essere fermata.
Questo apre la strada a possibili sequel o serie televisive. L’universo creato da Kane Parsons è pensato come una narrazione espandibile, fatta di storie autonome collegate da un unico spazio condiviso. I Backrooms diventano così una dimensione narrativa infinita, capace di contenere qualunque paura contemporanea: isolamento, alienazione digitale, trauma, manipolazione tecnologica e perdita dell’identità.
Perché il finale di Backrooms parla della difficoltà di affrontare il dolore nel mondo contemporaneo

Il vero significato del finale di Backrooms riguarda il rapporto tra memoria e sopravvivenza emotiva. Clark e Mary affrontano il trauma in modi opposti, ma entrambi finiscono intrappolati in uno spazio che trasforma il dolore in architettura. Il Complex esiste proprio perché i personaggi non riescono ad accettare ciò che hanno vissuto. Ogni stanza replica un ricordo alterato, ogni corridoio rappresenta un tentativo fallito di trovare una via d’uscita dal passato.
Clark sceglie di restare nei Backrooms perché lì può fingere che la propria vita abbia ancora senso. Mary invece prova a combattere, ma il finale suggerisce che nessuno esce davvero indenne da quel luogo. Il trauma continua a esistere, anche quando sembra superato. La copia finale di Mary seduta nella stanza vuota diventa allora l’immagine definitiva del film: una persona bloccata dentro una versione distorta della propria memoria.
È qui che Backrooms si allontana dall’horror tradizionale. I mostri non sono il vero pericolo. Il vero orrore è l’idea che il dolore possa replicarsi all’infinito, trasformando lentamente chi siamo in qualcosa di irriconoscibile. Parsons usa il linguaggio del found footage e dell’analog horror per raccontare una paura profondamente moderna: quella di vivere in un mondo fatto di copie, simulazioni e ricordi artificiali dove diventa sempre più difficile distinguere ciò che è reale da ciò che è soltanto una riproduzione imperfetta della nostra mente.





La grande forza del film
sembra essere proprio la costruzione dello spazio. Le Backrooms non
sono semplicemente corridoi vuoti o stanze giallastre illuminate
male: rappresentano una versione corrotta della normalità
quotidiana. Kane Parsons lavora sul concetto di “liminal horror”,
cioè quell’angoscia generata da luoghi di passaggio apparentemente
familiari ma improvvisamente privati di presenza umana, funzione e
sicurezza. È una paura profondamente contemporanea perché nasce da
ambienti che tutti riconosciamo — uffici, corridoi, moquette
industriali, neon artificiali — ma che il film trasforma in
qualcosa di ostile e incomprensibile.
Il fatto che Parsons
arrivi direttamente da YouTube è importante anche dal punto di
vista culturale. Backrooms rappresenta una nuova generazione di
horror nato online, costruito non più attorno ai mostri classici ma
a immagini apparentemente innocue che internet ha trasformato in
simboli di disagio collettivo. In questo senso, il film A24 sembra
quasi il punto di incontro definitivo tra folklore digitale e
cinema d’autore contemporaneo. Parsons non usa le Backrooms come
semplice ambientazione, ma come linguaggio visivo capace di
tradurre paure moderne che il cinema tradizionale fatica spesso a
rappresentare.




Nei fumetti originali
Marvel e nell’universo principale, Silvermane è tradizionalmente
raffigurato come un anziano boss mafioso italiano di nome Silvio
Manfredi, che cerca di mantenere il potere sulla malavita
newyorkese con la Maggia ed è ossessionato dal tentativo di
prolungare/preservare la propria vita.
A differenza di molti
altri supercriminali di Spider-Noir, James “Jimmy” Addison è stato
creato appositamente per la nuova serie Marvel della Sony.
Interpretato da Jack Mikesell, Addison possiede poteri pirocinetici
che gli permettono di controllare il fuoco a piacimento. Pertanto,
il paragone più calzante con un villain dei fumetti Marvel sarebbe
probabilmente Molten Man.
Sebbene Sandman sia
apparso in diverse serie e adattamenti cinematografici di
Spider-Man nel corso degli anni, Spider-Noir offre probabilmente
una delle migliori interpretazioni emotive del personaggio, al pari
di quella di Thomas Hayden Church in Spider-Man 3 del 2007.
Interpretato da Jack Huston, Flint Marko appare inizialmente come
uno degli scagnozzi più fedeli di Silvermane.
Un altro classico villain
di Spider-Man reinterpretato per l’ambientazione degli anni ’30 è
Tombstone, interpretato da Abraham Popoola. A differenza della
versione a fumetti, questo Tombstone non ha l’iconico aspetto
albino del personaggio né i denti limati, sebbene i suoi poteri
rimangano sostanzialmente gli stessi, ovvero quasi invulnerabilità
e una forza impressionante.
Dirk Leyden, noto anche
come Megawatt, è senza dubbio uno dei cattivi più caotici e
squilibrati di Spider-Noir. Interpretato da Andrew Lewis Caldwell,
Leyden possiede poteri elettrici dopo essere sopravvissuto agli
stessi esperimenti bellici a cui furono sottoposti gli altri
prigionieri di guerra potenziati.
Sebbene tecnicamente sia
più una classica femme fatale che una vera e propria cattiva, Cat
Hardy si rivela gradualmente uno dei personaggi moralmente più
complessi della serie. Interpretata da Li Jun Li, Cat lavora come
cantante solista al nightclub di Silvermane, The Alcove. Tuttavia,
si scopre che alla fine non è altro che una sua prigioniera, poiché
Silvermane controlla ogni aspetto della sua vita, lasciandola
disperata e desiderosa di fuggire, con la voglia di vederlo
morto.



























