Il
ritorno di una delle serie crime-legal più amate di Netflix ha dato vita a uno dei migliori binge-watch da una notte per il
weekend 6–8 febbraio 2026. Stiamo parlando della
quarta stagione di The Lincoln
Lawyer, composta da 10 episodi e già in fortissima ascesa
nelle classifiche globali della piattaforma.
Basata sui romanzi di Michael
Connelly, autore della celebre saga di
Bosch, la
serie si conferma uno dei titoli crime più solidi e coinvolgenti
del catalogo Netflix. Una visione praticamente obbligata per chi
ama thriller giudiziari, indagini serrate e protagonisti moralmente
ambigui.
The Lincoln Lawyer 4 è
appena arrivata su Netflix: di cosa parla
La
quarta stagione di
The Lincoln
Lawyer è approdata su Netflix giovedì 5 febbraio 2026, inserendosi
in un weekend particolarmente ricco di nuove uscite thriller,
insieme a titoli come Unfamiliar (6 episodi), Cash Queens (8 episodi) e Salvador (8 episodi).
Sviluppata per la televisione da David E.
Kelley – già creatore di serie acclamate
come Big Little Lies e
Presumed Innocent –
The Lincoln Lawyer segue
le vicende dell’avvocato difensore Mickey Haller, interpretato da
Manuel
Garcia-Rulfo. Un professionista brillante e
spregiudicato che affronta casi complessi a Los Angeles, lavorando
direttamente dalla sua iconica Lincoln.
La saga era già stata adattata per il cinema nel 2011 con
The Lincoln
Lawyer, interpretato da Matthew
McConaughey, ma è con la serialità che
l’universo narrativo di Connelly ha trovato la sua forma più
efficace.
Al momento della pubblicazione, la stagione 4 è già al #2 nella classifica globale
Netflix, sia a livello mondiale sia negli Stati Uniti.
Dopo aver superato il lungo successo virale His & Hers, la serie è attualmente dietro solo
alla prima parte di Bridgerton – Stagione
4.
Tutti e 10 gli episodi di
The Lincoln Lawyer 4 si
possono vedere in una notte
Per chi ha già visto le prime tre stagioni, questo è
il momento ideale per
tuffarsi subito nella nuova stagione. I 10 episodi hanno
una durata compresa tra 45 e 56 minuti, rendendo realistico – seppur
impegnativo – completarli in un’unica lunga notte di binge-watching.
La serie è anche un investimento sicuro per i nuovi spettatori:
una
quinta stagione è già in sviluppo, e l’ampia
bibliografia di Michael Connelly lascia spazio a molte altre
stagioni future. Sul fronte critico, The Lincoln Lawyer gode di un ottimo
riscontro, con un 90% su
Rotten Tomatoes, e un impressionante 100% per la terza stagione.
Se ti consideri un appassionato di crime thriller e legal drama,
difficilmente troverai una nuova serie migliore da divorare questo weekend su
Netflix. The Lincoln
Lawyer 4 punta apertamente al primo posto nelle classifiche
mondiali: il binge perfetto è appena iniziato.
La
quarta stagione di The Lincoln
Lawyer riporta in scena uno dei
personaggi più pericolosi del passato di Mickey Haller,
trasformando il legal drama in un racconto cupo e personale.
Alex Gazarian, già
legato al caso di Lisa Trammell, torna al centro della storia ed è
tutt’altro che disposto a dimenticare ciò che Mickey gli ha fatto.
Questa volta, però, la posta in gioco è massima:
Mickey non è solo
l’avvocato, ma anche l’imputato in un processo per
omicidio.
Mickey Haller imputato: il
caso più difficile della sua carriera
In
The Lincoln Lawyer 4,
Mickey Haller si trova a difendere se stesso dall’accusa di
omicidio. Per dimostrare la propria innocenza è costretto a
riaprire ferite mai rimarginate e ad affrontare i fantasmi del suo
passato professionale. Il cast della stagione è infatti popolato da
persone che hanno un conto in sospeso con lui: ex clienti,
testimoni scomodi e vecchi nemici.
Il dettaglio più inquietante è che la vittima era un suo ex assistito, mentre
uno dei testimoni chiave è un’altra persona che Mickey aveva difeso
in passato. Ma il nome che pesa più di tutti è quello di
Alex Gazarian,
figura già nota ai fan della serie.
Alex Gazarian è Alex
Grant: il ritorno dal caso Lisa Trammell
Alex Gazarian non è un volto nuovo. Nella seconda stagione della
serie, Mickey aveva seguito il caso di Lisa Trammell, accusata dell’omicidio del
costruttore Mitchell Bondurant. Lisa era effettivamente colpevole
di un omicidio, ma non di quello per cui veniva processata.
Durante le indagini, Mickey scoprì che Alex Grant, il cui vero nome è appunto
Alex Gazarian, aveva minacciato Bondurant via email. Gazarian,
proprietario di una società di costruzioni, aveva lavorato con
Bondurant ed era coinvolto in numerose attività criminali. L’FBI lo
sospettava di legami con la mafia armena.
Mickey puntò tutto su di lui: lo smascherò pubblicamente, lo
collegò al crimine organizzato e contribuì a far crollare i suoi
affari. Gazarian perse contratti fondamentali, incluso un accordo
legato alle Olimpiadi, causando gravi danni economici anche alla
mafia armena. Una mossa vincente sul piano legale, ma devastante
sul piano personale.
Perché Lisa Trammell
torna al processo per omicidio
Nella quarta stagione, Lisa Trammell rientra in scena come arma
dell’accusa. Si presenta volontariamente al processo di Mickey come
la cosiddetta “sorpresa di ottobre”. La sua testimonianza è un
misto di menzogne e mezze verità, costruite per dipingere Mickey
come un uomo vendicativo, disposto a infrangere l’etica
professionale per denaro.
Lisa sostiene che Mickey abbia violato il segreto professionale
rivelando alla polizia che lei aveva ucciso il marito. In realtà,
l’unico elemento vero è che Mickey confidò a Lorna alcuni dettagli,
che portarono poi l’investigatore Griggs a indagare. Tutto il resto
del racconto di Lisa crolla quando la difesa presenta
le lettere
minatorie che lei stessa aveva inviato a Mickey dal
carcere, smascherandone la totale inattendibilità.
Alex Gazarian, Sam Scales
e il complotto dell’omicidio
Il legame tra Alex Gazarian e la morte di Sam Scales è il fulcro del mistero della
stagione. Gazarian aveva fondato l’azienda Biogreen, intestandola a
prestanome, per portare avanti una truffa nota come “Bleeding the
Beast”: un sistema di frode sui sussidi statali per il biofuel.
Il meccanismo era semplice e geniale: Biogreen dichiarava la
vendita di carburante ecologico, incassava i contributi pubblici e
poi riutilizzava gli
stessi barili, cambiandone solo le etichette.
Sam Scales scoprì la truffa e decise di approfittarne. Modificò il
suo camion per poter guidare nonostante la disabilità e iniziò a
lavorare come autista per Biogreen, ma cominciò a sottrarre parte
dei fondi, danneggiando direttamente Gazarian e la mafia
armena.
Il framejob perfetto
contro Mickey Haller
Per vendetta, Gazarian mise in atto un piano quasi perfetto. Drogò
Sam con Rohypnol, lo portò a casa di Mickey e uccise Sam nel bagagliaio dell’auto di
Mickey, usando una pistola con silenziatore mentre
l’avvocato dormiva.
Per assicurarsi che Mickey venisse fermato, rimosse la targa
dell’auto e fece in modo che un agente lo fermasse, suggerendo che
la mafia armena avesse infiltrazioni anche nelle forze dell’ordine.
Un incastro studiato nei minimi dettagli.
Che fine fa Alex Gazarian
in The Lincoln Lawyer
4
Gazarian trascorre gran parte della stagione in fuga. Mickey crede
che stia evitando una citazione in tribunale, ma la verità è più
inquietante: Gazarian ha
paura della mafia armena. Non è al vertice
dell’organizzazione e, con le sue azioni impulsive, ha messo a
rischio l’intero sistema.
Due membri della mafia lo eliminano poco prima che Cisco riesca a
notificargli la citazione. Alex Gazarian diventa così una
vittima del suo stesso
ego, sacrificato perché ormai considerato una
minaccia.
Mickey riesce comunque a dimostrare la propria innocenza senza
affrontarlo direttamente. Ma il
finale lascia un’ombra inquietante: la mafia armena considera
Mickey un potenziale problema. L’FBI arresta gli uomini che lo
seguivano, ma la sensazione è chiara: la minaccia non è davvero finita.
Il
finale di La vita va così non punta al colpo di
scena né alla retorica del trionfo. Riccardo Milani sceglie una
chiusura coerente con il senso profondo del racconto:
una vittoria che non è
rumorosa, ma etica, e che lascia nello spettatore una
riflessione aperta sul significato di progresso, comunità e
appartenenza.
Cosa succede nel finale di
La vita va
così
Nella parte conclusiva del film, la battaglia del protagonista
contro il progetto di cementificazione arriva al suo epilogo. Dopo
pressioni economiche, isolamento sociale e fratture all’interno
della comunità, la resistenza ostinata dell’uomo produce finalmente
un risultato concreto: il
progetto viene fermato.
Non assistiamo però a una celebrazione collettiva. Il film evita
volutamente l’idea di una vittoria piena e condivisa. La comunità
resta segnata, divisa, stanca. La terra è salva, ma
il prezzo umano pagato è
evidente. Milani sottolinea così un punto chiave:
difendere ciò che conta davvero non significa uscirne indenni.
Una vittoria silenziosa,
non spettacolare
@Claudio Iannone
Il finale rifiuta la logica del “lieto fine” classico. Non ci sono
applausi, né riconoscimenti ufficiali. Il protagonista resta un
uomo semplice, solo come all’inizio, ma in pace con se stesso. È una scelta
narrativa precisa: la sua non è una vittoria contro qualcuno, ma
una fedeltà a un
principio.
In questo senso, La vita va
così (la
nostra recensione) ribalta l’idea di successo. Vincere non
equivale a guadagnare, a emergere, a essere celebrati. Vincere
significa non tradire ciò
che si è.
Il significato simbolico
della terra salvata
La terra che resta intatta nel finale non è solo uno spazio fisico.
È memoria, continuità, identità. Milani la filma come un corpo
vivo, fragile, che sopravvive non grazie a un sistema, ma grazie
alla testardaggine di un singolo.
Il messaggio è chiaro: i
luoghi non sono merci neutre, ma portatori di storie e
relazioni. Salvare quella terra significa salvare anche un modo di
stare al mondo, oggi sempre più marginale.
Una comunità che resta
divisa
La vita va così – Foto di Claudio Iannone
Uno degli aspetti più amari del finale è proprio l’assenza di una
riconciliazione collettiva. Il film non nasconde le ferite lasciate
dalla battaglia: amicizie incrinate, incomprensioni, rancori.
Milani evita ogni pacificazione forzata, perché la realtà – ancora
una volta – è più complessa.
Il progresso promesso dal resort non arriva, ma neppure arriva una
soluzione alternativa immediata. Ed è qui che il finale diventa
profondamente politico: non basta dire no, serve immaginare altro. Il film
si chiude lasciando questa responsabilità allo spettatore.
Il senso ultimo del
finale: dire no come atto di dignità
Il finale di La vita va
così afferma con forza che dire no può essere un atto creativo, non
distruttivo. In un mondo dove tutto sembra negoziabile, il
protagonista sceglie l’intransigenza come forma di dignità.
Non cambia il sistema, non risolve tutti i problemi, ma
lascia un segno.
E questo segno è sufficiente perché il film si chiuda non sulla
sconfitta, ma su una resistenza che continua, silenziosa,
quotidiana.
Perché il finale resta
aperto
Riccardo Milani sceglie di non chiudere il discorso. Il futuro
della comunità, del territorio, del lavoro resta sospeso. È una
scelta coerente con il titolo stesso: La vita va così. Non offre risposte
definitive, ma invita a
guardare la realtà senza semplificarla.
Il finale non consola, ma responsabilizza. Ed è proprio in questa
mancanza di retorica che il film trova la sua forza più
autentica.
Con La vita va così, Riccardo Milani firma un film che si muove
tra ironia e malinconia, mescolando toni leggeri e riflessione
sociale in un equilibrio perfettamente riconoscibile per chi
conosce il suo cinema. L’autore di Come un gatto in
tangenziale, Benvenuto
Presidente! e Un mondo a parte torna
a raccontare l’Italia contemporanea attraverso una lente umana,
mettendo al centro persone comuni travolte da eventi più grandi di
loro. La domanda che accompagna il film – e che ha incuriosito
molti spettatori – è se La vita
va così (la
nostra recensione) sia ispirato a una storia vera. E la
risposta, come spesso accade nel cinema di Milani, si colloca in
quella zona sottile tra realtà e verosimiglianza, dove il quotidiano
diventa racconto collettivo e l’esperienza personale si trasforma
in materia universale.
Quando si parla di La vita va
così, il riferimento alla “storia vera” non
è una suggestione generica né una semplice ispirazione tematica. Il
film di Riccardo Milani affonda le radici in una vicenda reale,
potente e simbolica: la
battaglia di Ovidio Marras, pastore sardo che ha scelto di
opporsi ai colossi dell’industria turistica per difendere la
propria terra, la propria identità e un’idea diversa di futuro.
Ovidio Marras: l’uomo che
disse no a 12 milioni di euro
@Claudio Iannone
Ovidio Marras era un pastore nato e vissuto a Teulada,
all’estremità sud-occidentale della Sardegna. La sua storia è
diventata emblematica quando rifiutò un’offerta milionaria – fino a
12 milioni di euro
– pur di non cedere il terreno di famiglia a un grande progetto
immobiliare.
Per Marras quella terra non era un bene da monetizzare, ma
identità, memoria,
comunità. Il suo motto, diventato celebre, riassume
perfettamente il senso della sua scelta: “No ai soldi, sì alla mia natura”. Una
posizione radicale, portata avanti con coerenza fino alla sua
morte, avvenuta nel gennaio 2024 all’età di 93 anni.
Capo Malfatano: un
paradiso naturale sotto assedio
Il cuore del conflitto era Capo
Malfatano, un tratto di costa considerato
tra i più suggestivi d’Italia, non lontano dalla celebre spiaggia
di Tuerredda.
Qui era previsto un “eco resort” di lusso: ville, piscine, campi da
golf, oltre 140 mila
metri cubi di cemento in uno dei paesaggi più
incontaminati dell’isola.
Mentre molti proprietari terrieri accettarono le offerte, Marras
scelse di resistere. Per lui, quello sviluppo non era progresso, ma
una ferita irreversibile
al territorio. La sua opposizione non era ideologica,
bensì profondamente concreta: difendere ciò che aveva ricevuto in
eredità e che sentiva il dovere di proteggere.
Una strada come simbolo
di resistenza
@Claudio Iannone
La contesa esplose attorno a un elemento apparentemente marginale
ma altamente simbolico: una piccola strada privata che Marras percorreva
fin da bambino per andare in paese e portare il bestiame al
pascolo. Quando gli operai iniziarono a intervenire su quel
sentiero, abbattendo ulivi secolari per favorire i lavori del
resort, Ovidio capì che non si trattava più solo di un progetto, ma
di una violazione profonda.
Quella strada divenne il simbolo della sua battaglia: un gesto semplice,
ostinato, che trasformò un uomo solo in un caso nazionale.
Sedici anni di battaglia
legale contro i colossi industriali
La lotta iniziò nel 2009 e durò oltre sedici anni. Marras scelse la via della
giustizia, affrontando tempi lunghi, burocrazia e pressioni
economiche enormi. Nel 2016 arrivò il punto di svolta:
la vittoria in
Cassazione, che bloccò definitivamente il progetto e
ordinò la demolizione delle strutture già costruite.
Fu una vittoria che assunse subito i contorni di una
Davide contro
Golia contemporanea, sostenuta da associazioni
ambientaliste come Italia
Nostra e raccontata dai principali media italiani e
internazionali, fino al New
York Times.
Una comunità divisa: lavoro o tutela del
territorio?
Non tutti, però, erano dalla
parte di Ovidio. Anche a Teulada si formò un comitato “Pro Sitas”,
convinto che il resort avrebbe portato occupazione, turismo e
sviluppo economico. La vicenda mise in luce una frattura profonda e
attualissima: il
conflitto tra bisogno di lavoro e difesa
dell’ambiente.
È proprio questa divisione a
rendere la storia di Marras universale. Non uno scontro tra buoni e
cattivi, ma una tensione reale che attraversa molte comunità
italiane, soprattutto nei territori più fragili.
Il film di Riccardo Milani: cinema civile e memoria
collettiva
La vita va così ricalca fedelmente la
vicenda di Ovidio Marras, trasformandola in racconto
cinematografico senza tradirne lo spirito. Milani mette al centro
la determinazione dell’uomo, le offerte rifiutate, le pressioni, la
solitudine, ma anche il sostegno e le fratture interne alla
comunità.
Il regista ha spiegato come
dividere una comunità sia
spesso una strategia di potere, e come il vero tema del
film sia la ricerca di un equilibrio possibile tra sviluppo e
rispetto del territorio. Il messaggio è chiaro e profondamente
politico nel senso più alto del termine: non tutto può essere comprato.
Una storia vera che parla al presente
La vita va così è dunque basato su una storia vera, e lo è
nel modo più diretto possibile. Non solo perché racconta una
vicenda realmente accaduta, ma perché restituisce al cinema una
domanda urgente: che
valore diamo oggi ai luoghi, alle radici,
all’identità?
La lezione di Ovidio Marras,
fatta di semplicità e rigore morale, diventa nel film di Riccardo
Milani un atto di resistenza culturale. Un invito, oggi più che
mai, ad avere il coraggio di dire no.
Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo, uscito
nel 2007 e diretto da Gore Verbinski, rappresenta
il terzo capitolo di una delle saghe più
popolari e redditizie del cinema contemporaneo. Arrivato dopo il
successo enorme dei
primi due film, il lungometraggio assume fin da subito il
compito di chiudere una trilogia concepita come un unico grande
arco narrativo. Più cupo, ambizioso e stratificato rispetto ai
predecessori, il film amplia l’universo piratesco mettendo in scena
uno scontro epico che va oltre l’avventura classica, trasformando
la
saga in una vera mitologia cinematografica.
Il
racconto riprende direttamente le vicende lasciate in sospeso da
La maledizione del forziere fantasma, a
partire dalla morte e dalla prigionia ultraterrena di Jack
Sparrow, fino alla minaccia sempre più concreta della
Compagnia delle Indie Orientali. Elizabeth Swann e
Will Turner diventano figure centrali di un
conflitto che non è più solo personale, ma politico e simbolico,
mentre la narrazione si espande introducendo nuovi luoghi, alleanze
inedite e personaggi destinati a ridefinire gli equilibri del mondo
dei pirati. Il tono si fa più solenne, senza rinunciare all’ironia
che ha reso iconica la saga.
Allo stesso tempo,
Pirati dei Caraibi – Ai confini del mondo non
si limita a chiudere una storia, ma getta le basi per il futuro del
franchise. Il finale, ricco di svolte narrative e di scelte
definitive per i protagonisti, lascia volutamente alcune porte
aperte, suggerendo nuovi percorsi e nuove avventure possibili. È
proprio in questa prospettiva che il film dialoga con Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare,
anticipandone temi e direzioni. Nel resto dell’articolo entreremo
nel dettaglio del finale, analizzandone il significato e il modo in
cui prepara il terreno al quarto capitolo della saga.
La trama di Pirati dei Caraibi – Ai confini del
mondo
Mentre WillTurner, Elizabeth Swann e
Barbossa cercano di recuperare Jack
Sparrow dal limbo in cui è stato incastrato, l’era dei
pirati sembra giungere al termine per via dell’attività
di Lord Beckett. L’unica possibilità per
fermare lui e il suo alleato Davy Jones è quella
di riunire i Nove Pirati Nobili, di cui oltre a Sparrow fa parte
anche Sao Feng. Quando la battaglia finale tra le
due opposte forze sembra ormai inevitabile, inaspettate rivelazioni
sulla maledizione dell’Olandese Volante, la nave di Jones,
cambieranno le carte in tavola. Alla luce di queste, Sparrow si
troverà a dover scegliere tra l’immortalità e l’amicizia.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto il film converge verso lo scontro decisivo tra la
Fratellanza dei Pirati e la Compagnia delle Indie Orientali, dopo
che Elizabeth viene eletta Re dei Pirati e Calypso viene liberata.
La dea, però, rifiuta di schierarsi e scatena un gigantesco
maelstrom che diventa il teatro della battaglia finale. All’interno
di questo vortice marino, la Perla Nera e l’Olandese Volante si
affrontano mentre alleanze e tradimenti trovano una resa dei conti
definitiva. Il caos della tempesta riflette la posta in gioco,
trasformando lo scontro in un momento di pura epica tragica.
Durante la battaglia, le traiettorie dei personaggi principali si
chiudono in modo netto e drammatico. Will Turner viene mortalmente
ferito da Davy Jones e, per salvarlo, Jack Sparrow lo aiuta a
trafiggere il cuore del capitano dell’Olandese Volante. Jones muore
e Will ne prende il posto, spezzando la maledizione
dell’equipaggio. Beckett viene sconfitto e ucciso quando la sua
nave viene distrutta dalla Perla Nera e dall’Olandese Volante ormai
libero. La guerra finisce, ma il prezzo della vittoria è una
separazione dolorosa che segna il destino dei protagonisti.
Il finale porta a compimento uno dei temi centrali della trilogia,
quello del sacrificio come atto necessario per ristabilire
l’equilibrio. Will accetta il ruolo di capitano dell’Olandese
Volante, condannandosi a una vita lontana da Elizabeth per
garantire pace ai mari e redenzione alle anime perdute. La sua
scelta chiude il percorso dell’eroe classico, che rinuncia alla
felicità personale per un bene più grande. In questo senso, il film
trasforma l’avventura piratesca in una riflessione sul dovere, sul
tempo e sulle promesse impossibili da mantenere.
Anche Jack Sparrow trova una conclusione coerente con la sua natura
ambigua e sfuggente. Rinuncia al controllo dell’Olandese Volante e
accetta di restare libero, preferendo l’incertezza del viaggio a
qualsiasi forma di potere definitivo. La sua decisione ribadisce il
tema della libertà come valore assoluto, opposto tanto all’ordine
imposto da Beckett quanto alle catene soprannaturali delle
maledizioni. Il finale intreccia così romanticismo, mito e
disincanto, chiudendo la trilogia con una nota malinconica che
rifiuta soluzioni semplici o consolatorie.
Pur offrendo una chiusura
emotiva forte, Pirati dei Caraibi – Ai confini del
mondo lascia aperte diverse strade per il futuro della
saga. La scena dopo i titoli di coda suggerisce che l’amore tra
Will ed Elizabeth continua a vivere nonostante la distanza, mentre
la partenza di Jack alla ricerca della Fonte della Giovinezza
introduce una nuova direzione narrativa. Barbossa, ancora una
volta, si muove invece nell’ombra come figura imprevedibile. Questi
elementi preparano il terreno per Pirati dei Caraibi – Oltre i confini del mare,
segnando il passaggio da una trilogia compatta a un universo
espanso pronto a reinventarsi.
Il finale del film
Anna, diretto da Luc Besson(Dogman,
Dracula – L’amore perduto) è ricco di colpi di scena,
con l’assassina russa protagonista che affronta sia la CIA che il
KGB per conquistare la libertà. Anna Poliatova (Sasha
Luss) mette in atto diversi inganni intelligenti, tra cui
uno stratagemma finale per sfuggire al controllo delle agenzie di
spionaggio statunitensi e russe con l’aiuto di Olga (Helen
Mirren), la sua supervisore del KGB. A metà del film,
Olga la manda in missione, che si rivela essere una trappola tesa
dall’agente della CIA Leonard Miller (Cillian
Murphy).
Non avendo alternative in questo
film di spionaggio cult, la protagonista accetta di diventare una
doppia agente per la CIA. Anna e Miller iniziano una relazione e
lui scopre il suo vero obiettivo: fuggire dal KGB e rifarsi una
vita alle Hawaii. Miller promette di realizzare il sogno di Anna se
lei ucciderà Vassiliev (Eric Godon), il capo del
KGB. Sfortunatamente, la missione di uccidere Vassiliev si svolge
sotto il naso di Alex Tchenkov (Luke
Evans), il supervisore del KGB di Anna ed ex amante,
rendendo tutto fino al finale teso del film un viaggio da
cardiopalma.
La spiegazione della missione di
Anna
Quando Anna uccide Vassiliev, Alex
è nella stanza; lei lo droga mentre fugge, ma la tossina che usa
non è abbastanza forte e Alex fa scattare l’allarme, mettendo
l’edificio in allerta rossa. Anna deve affrontare decine di soldati
e guardie e farsi strada attraverso i meandri dell’edificio del
KGB, ma Miller, che dovrebbe accompagnarla fuori da Mosca, è
costretto ad abbandonarla. Più tardi, tornato a New York, Miller
riceve un messaggio da Anna che gli chiede di incontrarla in un
parco di Parigi.
Tuttavia, Anna contatta anche Alex
e gli dice di incontrarla nello stesso parco. Alex e Miller (e le
loro rispettive agenzie) si ritrovano faccia a faccia quando Anna
appare con un accordo per entrambi gli amanti: Anna restituisce
tutte le informazioni della CIA che ha rubato a Miller e offre ad
Alex tutti i dati del KGB che ha preso da Vassiliev in cambio della
sua libertà. Poiché né la CIA né il KGB vogliono che l’incontro
degeneri in violenza, Alex e Miller lasciano andare Anna. Tuttavia,
Olga spara ad Anna mentre lascia il parco, o almeno così
sembra.
Anna ha finto la sua morte
Nel finale di
Anna, Olga e la protagonista fingono la morte di
quest’ultima. Olga uccide la sosia di Anna, che poi sostituisce
alla vera assassina. Olga ha sempre saputo che Anna lavorava per la
CIA perché vede i segni sui suoi polsi lasciati dalle manette che
gli americani le hanno messo quando Miller ha negoziato il suo
passaggio alla CIA. Anna, che ora è una tripla agente che lavora
esclusivamente per Olga, le riferisce il piano di Miller di
assassinare Vassiliev e Olga accetta di lasciarlo fare perché ciò
significa che lei lo sostituirà come capo del KGB.
Così, quando Anna stringe il suo
accordo con Alex e Miller, Olga finge di vendicarsi del tradimento
di Anna e “uccide” la bionda ribelle. In realtà, Anna si scambia
con la sua sosia morta, si cambia d’abito nelle fogne (rivelando di
essersi rasata la testa) e fugge a Parigi.
Olga ha lasciato fuggire Anna
Tuttavia, Anna riserva un’ultima
sorpresa a Olga quando assume la carica di nuovo capo del KGB:
lascia poi un video in cui chiede a Olga di cancellare il suo file
dal database del KGB. Olga avrebbe potuto tradire Anna e mandarle
contro tutte le forze del KGB, ma invece fa come le ha chiesto Anna
e cancella completamente i dati di Anna Poliatova. Perché anche se
Olga è stata dura con la giovane durante tutta la sua carriera,
Anna si era guadagnata il suo rispetto.
Olga, interpretata da Helen Mirren, capisce che Anna non vuole più
una vita in cui è soggetta alla “schiavitù” dei potenti uomini del
governo, cosa che Olga (che Vassiliev derideva perché “brutta”) può
capire. Ora che è a capo del KGB, Olga può gestirlo come desidera,
che è la sua versione della libertà che la protagonista ha
conquistato fuggendo dalla sua vita di assassina del governo.
Il finale lascia la porta aperta a
un sequel che probabilmente non ci sarà
Alla fine del film, l’eroina Anna è
ora una donna libera. Si è liberata sia dal KGB che dalla CIA, e
tutti pensano che sia morta. Olga le concede ancora più libertà,
poiché l’unica persona che sa che Anna è viva accetta di lasciarla
andare. Questo apre una miriade di possibilità per un ipotetico
sequel, e il regista Luc Besson si assicura di
lasciare il finale leggermente aperto nel caso in cui gli studios
volessero un sequel.
Mentre il KGB accetta di cancellare
le informazioni su Anna dai suoi sistemi, la CIA potrebbe ancora
darle la caccia se si rendesse conto che è ancora viva, come crede
Miller. Anna sa anche che il KGB potrebbe aver ucciso i suoi
genitori, che potrebbero essere stati anche loro agenti
doppiogiochisti. Ora che Anna è libera, potrebbe cercare vendetta
contro i responsabili della morte dei suoi genitori. Infine, c’è
anche la possibilità che Olga abbia bisogno di aiuto e si rivolga
ad Anna, soprattutto perché Olga ha detto di non potersi fidare di
nessuno nel governo russo.
Tuttavia, non aspettatevi un sequel
di alcun tipo. Il film aveva un budget di 30 milioni di dollari, ma
ha incassato solo 32 milioni di dollari al botteghino mondiale, con
soli 7,7 milioni di dollari incassati nella sua uscita
nordamericana. Questi numeri non sono migliorati molto nemmeno sul
mercato interno. Il film è poi andato molto bene su Netflix e Anna è rimasto nella top
10 durante la sua uscita sulla piattaforma di streaming nel 2024,
con un punteggio dell’81% su Rotten Tomatoes, ma questo
probabilmente non lo aiuterà a ottenere il sostegno finanziario
necessario per un sequel.
Quella che era iniziata come
un’innocente storia d’amore adolescenziale prende una piega
devastante in Nessuno può scaricare mia figlia,
film thriller prodotto da Lifetime. Tutto
inizia con Theresa (Jasmine Vega) e Jimmy Simpson
(Aiden Howard) che si innamorano. Tuttavia, il
roseo prisma dell’amore svanisce rapidamente, come accade nella
maggior parte delle storie d’amore adolescenziali, con Jimmy che
rompe con Theresa, lasciandola con il cuore spezzato.
Tuttavia, non solo Theresa è
sconvolta dal nuovo sviluppo nella sua vita, ma anche sua madre
Mary (Ana Ortiz). La madre ossessiva e
manipolatrice della giovane fatica infatti ad accettare che sua
figlia abbia perso la verginità con Jimmy. Con il passare del
tempo, escogita un piano malvagio per vendicarsi di Jimmy, che
senza dubbio influenzerà per sempre la vita di Theresa.
Cosa succede in Nessuno
può scaricare mia figlia?
Nel corso del film, Jimmy incontra
Theresa dopo aver compreso il suo errore e le chiede perdono per
averle spezzato il cuore. Tuttavia, Theresa lo incolpa di averla
messa in imbarazzo e di aver tradito la sua fiducia, e il ragazzo
si scusa profusamente, sottolineando che non vuole che lei pensi
che lui l’abbia sfruttata per il proprio piacere fisico. Le scuse
fanno sentire meglio Theresa, ma lei rifiuta la richiesta di Jimmy
di incontrarsi il giorno successivo.
Aiden Howard e Jasmine Vega in Nessuno può scaricare mia
figlia
In breve, era evidente che la
coppia aveva seppellito l’ascia di guerra e che le cose potevano
tornare alla normalità. Tuttavia, il giorno dopo, la situazione
prende una piega drammatica quando Jimmy viene ucciso a colpi di
pistola mentre lava la sua auto, morendo sul colpo. Dall’altra
parte, Theresa, che non era a conoscenza della devastante notizia,
rimane paralizzata quando viene a sapere della morte del suo
amante. Anche quando sua madre Mary cerca di consolarla, lei non
riesce a scrollarsi di dosso il dolore per la perdita di Jimmy.
Chi ha ucciso Jimmy Simpson in
Nessuno può scaricare mia figlia?
All’inizio delle indagini della
polizia, il detective Herandez scopre un biglietto da visita con
una macchia di sangue e lo usa per rintracciare il colpevole. Il
funerale di Jimmy è un evento emotivamente intenso e quando Theresa
torna a casa, litiga con sua madre Mary. Theresa esprime disappunto
per il fatto che sua madre non fosse presente al funerale, al che
Mary risponde chiedendole perché avrebbe dovuto partecipare al
funerale del ragazzo che ha preso la verginità di sua figlia,
lasciando Theresa sbalordita.
Non solo, ma l’assicurazione di
Mary che la verginità di Theresa sarebbe stata ripristinata quando
Jimmy, il ragazzo che l’aveva presa, fosse morto, lascia Theresa
senza parole. Nella scena seguente, Hernandez interroga Jeffrey
Lopez (Zak Santiago), che inizialmente nega
qualsiasi coinvolgimento nel crimine, ma alla fine rivela
l’identità di Ana (Sheila E). Ana, altrettanto
sconvolta, decide di aiutare le autorità e incontra Mary sotto la
supervisione della polizia. Ana chiede che vengano consegnati 500
dollari agli assassini, ma Mary esprime il suo disappunto,
aggiungendo che gli assassini potrebbero ricattarli in futuro.
Jasmine Vega e Ana Ortiz in Nessuno può scaricare mia
figlia
Consiglia inoltre di assumere un
altro assassino per sbarazzarsi di questi killer, mentre la polizia
continua ad ascoltare la loro conversazione. Quando Mary ammette di
aver dato dei soldi per coprire l’omicidio, le autorità la
arrestano immediatamente. Nella scena seguente, Mary viene
incriminata per omicidio e Theresa chiede a suo padre perché non
abbiano partecipato all’udienza in tribunale. A questo punto, il
padre triste, che sta guardando la foto del fratello defunto di
Theresa, ricorda cosa sarebbe potuto accadere se il figlio non
fosse morto.
Mary non sarebbe stata una madre
ossessiva e Jimmy non sarebbe morto. Nella scena seguente, Theresa
va a trovare sua madre in prigione e le chiede la verità, ma la
madre delirante continua la sua farsa e sostiene di non aver ucciso
Jimmy. Alla fine, Theresa, delusa, se ne va dalla prigione,
giurando di non voler più vedere sua madre. Il film si conclude
così con Theresa che esprime la sua gratitudine a Jimmy e chiede
perdono mentre visita la sua tomba.
Il finale di Nessuno può
scaricare mia figlia lascia una riflessione sul confine
tra amore, controllo e ossessione. La storia mostra come
l’ossessione di Mary e il desiderio di proteggere la “purezza”
della figlia abbiano trasformato un normale dolore adolescenziale
in una catena di violenza e tragedia. Il film mette in luce le
conseguenze devastanti delle manipolazioni familiari e della
mancanza di rispetto per le scelte altrui, evidenziando quanto il
controllo e la vendetta possano distruggere legami e vite. Alla
fine, la crescita emotiva di Theresa emerge come messaggio
centrale: imparare a distinguere tra affetto genuino e
manipolazione, accettare la perdita e trovare la propria autonomia
diventano strumenti per spezzare il ciclo di dolore lasciato dagli
adulti intorno a lei.
Scopri anche il finale di altri film simili
a Nessuno può scaricare mia figlia:
Entra nel dietro le quinte con il creatore di Scream
7, Kevin Williamson, mentre per la
prima volta nella storia del franchise si siede sulla sedia del
regista. Con interventi esclusivi delle star Neve
Campbell e Isabel May. Dal 25 febbraio al
cinema con Eagle Pictures.
La trama di Scream 7
Quando un nuovo assassino
mascherato da Ghostface semina il terrore nella tranquilla
cittadina dove Sidney Prescott (Neve Campbell) ha ricostruito la
sua vita, i suoi incubi più profondi diventano realtà: la prossima
vittima designata è sua figlia (Isabel May). Decisa a proteggere
ciò che ama, Sidney dovrà riaprire le porte del suo passato e
affrontare, una volta per tutte, l’orrore che pensava di aver
lasciato alle spalle.
Prime Video ha svelato oggi il trailer ufficiale
e il nuovo poster di Young
Sherlock, la serie con protagonista Hero
Fiennes Tiffin (After) nei panni di
Sherlock Holmes. Realizzata dal visionario regista ed executive
producer Guy Ritchie, Young Sherlock è un giallo
irriverente e ricco di azione che segue le prime leggendarie
avventure dell’iconico detective. Tutti gli 8 episodi della serie
debutteranno il 4 marzo 2026 in esclusiva su Prime Video in oltre
240 Paesi e territori nel mondo.
Quando un carismatico Sherlock
Holmes, giovane e ribelle, incontra nientemeno che James Moriarty,
viene trascinato in un’indagine per omicidio che mette a rischio la
sua libertà. Il primo caso in assoluto di Sherlock svela una
cospirazione che attraversa il globo, e culmina in uno scontro
esplosivo che cambierà per sempre il corso della sua vita.
Ambientata in una vibrante Inghilterra vittoriana e con avventure
oltre confine, la serie svela le prime gesta dell’adolescente
anarchico destinato a diventare il più celebre residente di Baker
Street.
Il cast di Young
Sherlock, già annunciato, include Dónal Finn (La Ruota del
Tempo), Zine Tseng (Il problema
dei 3 corpi), Joseph Fiennes (Il
racconto dell’ancella),
Natascha McElhone (Halo), Max Irons
(Condor) e Colin Firth (Il discorso del re). Guy
Ritchie è regista dei primi due episodi ed executive
producer. La serie è scritta da Matthew Parkhill, che figura
anche come executive producer insieme a Dhana Rivera
Gilbert, Marc Resteghini, Simon Maxwell, Ivan Atkinson,
Simon Kelton, Colin Wilson e ai co-executive producer
Harriet Creelman e Steve Thompson. Motive Pictures ha
guidato la produzione fisica di Young Sherlock.
Sandiwara
di Sean Baker e Michelle Yeoh, un film realizzato in
collaborazione con la casa di moda londinese Self-Portrait, sarà
presentato in anteprima mondiale al Festival di Berlino alla fine di questo
mese.
Come riportato da Variety a
dicembre, con Sandiwara il regista di
Anora torna alle sue origini di
riprese con iPhone per quella che viene descritta in un comunicato
stampa come “un’esperienza cinematografica immersiva“. Si
tratta del primo film del programma Self-Portrait Residency,
lanciato lo scorso anno con l’obiettivo di invitare creativi
“di tutte le discipline a collaborare con il brand per creare
utilizzando il proprio stile distintivo“, si legge nel
comunicato. L’iniziativa mette a disposizione di Self-Portrait
“l’infrastruttura, le piattaforme, le risorse, i team e la rete
di distribuzione per mettere in luce e promuovere creativi esterni,
offrendo loro la libertà di sognare e creare”.
Con Yeoh nei panni di
cinque personaggi diversi, Sandiwara è
ambientato in Malesia e, secondo la sinossi, “va oltre la moda e si
addentra nel mondo del cinema e della narrazione per catturare il
cuore della cultura malese”. Il film prende il titolo dalla parola
malese che significa “dramma, spettacolo teatrale o opera teatrale”
ed è stato girato a Penang, con riprese culminate all’Hawker
Center.
Il Festival di Berlino ospiterà una
proiezione speciale di Sandiwara il 13
febbraio, seguita da una conversazione tra il regista e l’attrice.
Sean Baker sarà presente anche alla cerimonia
di apertura della Berlinale il 12 febbraio per consegnare a
Michelle Yeoh l’Orso d’Oro alla Carriera di
quest’anno.
Il Festival di Berlino si terrà dal
12 al 22 febbraio.
Predator:
Badlands, il nuovo capitolo del franchise di
Predator, arriverà in streaming su Disney+ il 12
febbraio.
Predator: Badlands
approfondisce la tradizione Yautja introducendo i nuovi personaggi
Dek (Dimitrius Schuster-Koloamatangi) e Thia
(Elle Fanning), seguendoli in un viaggio
da eroi sfavoriti plasmato da un’alleanza improbabile. Mescolando
temi di sopravvivenza e scoperta di sé con combattimenti intensi,
effetti visivi sorprendenti e momenti di umorismo, il film offre
un’avventura ricca di azione ad alto rischio.
Ad oggi il film di maggior incasso nei 38 anni di storia del
franchise, Predator:
Badlands ha
totalizzato 184,5 milioni di dollari in tutto il mondo, superando
il precedente detentore del record, Alien
vs. Predator del
2004 (177,4 milioni di dollari). Con la regia di Dan Trachtenberg,
l’audace visione del film è stata accolta con entusiasmo sia dal
pubblico che dalla critica, vantando un punteggio del 95% Rotten
Tomatoes®
Verified Hot Popcornmeter e un punteggio dell’86% Certified Fresh
Tomatometer.
Il franchise completo dei film Predator
è ora disponibile in streaming su Disney+.
La trama di Predator: Badlands
Ambientato nel futuro su un pianeta remoto e letale, Predator:
Badlands segue
le vicende di Dek, un giovane Predator emarginato dal suo clan, che
trova un’improbabile alleata in Thia mentre intraprende un viaggio
insidioso alla ricerca del suo avversario finale.
Il numero di questo mese della
rivista Empire Magazine sarà dedicato al reboot di Masters
of the Universe della Amazon MGM Studios, e oggi
sono state rivelate due fantastiche nuove copertine, insieme ad
alcune immagini e commenti del regista del film live-action. La
prima (la si può vedere qui) mostra
He-Man (Nicholas Galitzine), Teela (Camila
Mendes), Man-At-Arms (Idris
Elba) e Battle Cat in piedi fianco a fianco. Il
Castello di Grayskull, dimora del malvagio Skeletor, incombe sullo
sfondo ed è posto in primo piano sulla seconda copertina
dell’artista Max Löffler (la si può vedere qui).
Questo fine settimana vedremo uno
spot televisivo del Super Bowl dedicato a Masters of the Universe?
Secondo quanto riportato dai media, Amazon è tra gli studi che non
parteciperanno al Big Game, ma con il nuovo trailer di Project
Hail Mary ora confermato per domenica, c’è la possibilità
che vedremo qualcosa. Parlando con Empire, il regista Travis Knight
ha detto: “C’è una stupidità intrinseca in questo, che noi
riconosciamo e accettiamo. Penso che sia una virtù, in realtà. Ed è
intessuta nella sceneggiatura per aiutare alcune di queste cose ad
avere senso per un pubblico moderno. Ad esempio, perché quel
personaggio dovrebbe avere quel nome stupido? Beh, nel corso del
film vi mostriamo il perché“.
Alla domanda sul casting di He-Man,
ha aggiunto: “Non stavo cercando un corpo. Stavo cercando
un’anima. Avevo bisogno di qualcuno che avesse lo spirito di questo
personaggio e che potesse essere divertente, affascinante,
straziante e anche plausibilmente un grande eroe d’azione. Perché
c’è una dualità: Adam rappresenta essenzialmente l’empatia, He-Man
rappresenta la forza”.
La versione live-action della
classica serie animata vedrà protagonista Nicholas
Galitzine, ma anche la partecipazione di Morena Baccarin nel ruolo della
Strega, e di James Purefoy e Charlotte
Riley nei ruoli dei genitori di Adam, Re Randor e la
Regina Marlena, insieme ad Alison Brie (GLOW, Community)
nel ruolo del braccio destro di Skeletor, Evil-Lyn, Idris Elba (Thor, Luther) in quello di
Man-At-Arms, Camila Mendes in quelli di Teela, e
Jared Leto (Morbius, Blade Runner 2049) in quello di Skeletor
stesso. Nel frattempo, Sam C. Wilson (House of the Dragon) interpreterà Trap
Jaw, con Kojo Attah (The Beekeeper) nei panni di
Tri-Klops e Jon Xue Zhang (Eternals) nei panni di Ram-Man.
L’iconico classico horror
Il gabinetto del dottor Caligari sarà
oggetto di una rivisitazione contemporanea da parte dei fratelli
Dowdle, che hanno scelto
Michael Shannon, co-protagonista della miniserie
Waco candidata agli Emmy, per guidare il
cast del progetto.
Il gabinetto del dottor
Caligari sarà diretto da John Erick Dowdle (“No
Escape”, “As Above So Below”) da una sua sceneggiatura, firmata
insieme al fratello e socio di produzione Drew Dowdle.
Anton sta
finanziando interamente il film e si occuperà dei diritti mondiali
al prossimo European Film Market di Berlino. CAA Media Finance
co-rappresenterà i diritti per il Nord America con Anton. Questo
sconvolgente horror psicologico avrà come protagonista
Michael Shannon (“L’uomo d’acciaio”, “Norimberga”) nei panni
del cattivo del titolo, il dottor Caligari, un ipnotizzatore
itinerante che si sposta di città in città con un sonnambulo sotto
il suo controllo, lasciando una scia di raccapriccianti omicidi al
suo passaggio. Quando il fidanzato di una giovane donna scompare
misteriosamente, lei crede che in qualche modo il responsabile sia
l’enigmatico Caligari. Il problema è che nessuno le crede.
“Avendo lavorato con Michael
Shannon a diversi progetti, io e mio fratello abbiamo visto in
prima persona l’intensità inquietante che riesce a portare anche
nei momenti più semplici”, ha detto John Erick Dowdle.
“L’idea di vederlo interpretare l’orribile Dottor Caligari è
diventata per noi un’ossessione. La fiducia e la capacità creativa
che abbiamo costruito insieme ci permetteranno di spingerci più in
profondità e con più audacia nel reinventare questo iconico
classico dell’Espressionismo tedesco per un pubblico moderno. Non
potrei essere più entusiasta di dare vita a questo incubo con
lui.”
Sébastien Raybaud (“Victorian
Psycho”, “Greenland 2”) e Brandt Wrightsman (“Greenland 2”)
produrranno per Anton, insieme a Drew Dowdle per Brothers Dowdle
Productions e Stuart Manashil (“His House”, “Pieces of a Woman”).
Le riprese principali inizieranno a giugno 2026.
L’originale Il
gabinetto del dottor Caligari di Robert
Wiene, un film muto tedesco uscito nel 1920, è ampiamente
considerato il primo vero film horror e il più famoso esempio di
cinema espressionista tedesco, che ha influenzato profondamente il
periodo del noir statunitense degli anni ’40 e ’50.
Tra gli altri progetti imminenti di
Anton figurano “My Darling California”, il thriller poliziesco
dark-comico con Jessica Chastain, Josh
Brolin, Chris
Pine, Mikey Madison, Don Cheadle e Charles Melton, e “In Love”,
un’illuminante storia d’amore moderna con George Clooney e Annette Bening. Di recente è stato annunciato
il thriller sull’invasione aliena “Soon You Will Be Gone and
Possibly Eaten” con Sophie Wilde, in vendita presso l’EFM.
La Marvel ha pubblicato diversi teaser
di Avengers:
Doomsday per alimentare l’entusiasmo dei fan. Il
prossimo gala dei supereroi è particolarmente ambizioso, dato che
riunisce in un unico film tutti gli Avengers originali, gli eroi
introdotti dopo Endgame e il cast originale degli X-Men. Joe e Anthony
Russo, responsabili della trilogia di Captain
America e di Avengers: Infinity War e
Endgame, sono alla guida del prossimo film con
Robert Downey Jr.. Tra tutti i teaser e gli indizi,
secondo i Russo, il trailer più intrigante è stato
quello con gli X-Men.
Mostra il Professor X
(Patrick
Stewart) e Magneto (Ian
McKellen) all’indomani di una battaglia persa, mentre
vediamo Ciclope, interpretato da
James Marsden, togliersi gli occhiali per concludere
il combattimento. Dato che Ciclope è stato tradizionalmente il
leader degli X-Men ed è stato messo da parte nel franchise, il
teaser sembrava promettente per i fan di lunga data del film e del
personaggio. I fan sono ansiosi di vedere la giusta
rappresentazione cinematografica di Ciclope, e il film potrebbe
proprio darci questo. In una nuova conversazione con Entertainment
Tonight, Marsden rivela infatti che la Marvel sta facendo del suo
meglio per dare ai fan ciò che vogliono.
Marsden, come noto, è apparso in
X-Men, X-Men 2 e X-Men – Conflitto
finale e sta ora tornando al ruolo dopo due decenni. Parlando
delle aspettative dei fan di vedere Ciclope in tutto il suo
splendore, Marsden ha detto: “Sì, certo”, aggiungendo
rapidamente: “Sono stato anche addestrato a non parlare di
questo particolare progetto”. L’attore allude alla rigida
politica che circonda i progetti segreti della Marvel, come
Doomsday. Ciononostante, ha assicurato che ci si può aspettare di
rimanere a bocca aperta quando il film uscirà. Aggiungendo:
“Certo che potete contare sul fatto di rimanere a bocca aperta
e vedere tante cose nuove. I fratelli Russo continuano ad alzare la
posta in gioco. E la Marvel dà a tutti ciò che vogliono”.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato
rivelato per la prima volta durante una diretta streaming a
sorpresa della Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato
il ritorno di numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno
di diversi attori degli X-Men dell’era Fox-Marvel.
Questo film è basato sulla storia
vera dell’agente di polizia Elena Tejada che ha
trascorso otto anni infiltrandosi segretamente nella Euskadi Ta
Askatasuna (ETA), l’organizzazione armata nazionalista di sinistra
che lottava per l’indipendenza dalla Spagna.
L’infiltrata della regista Arantxa
Echevarría si è aggiudicato ben due premi, anche quello
come miglior film in ex aequo con
Bus 47, durante la 39° edizione dei Goya, i
principali riconoscimenti del cinema spagnolo.
La trama di L’infiltrata
Sullo sfondo della
Spagna degli anni Novanta, assistiamo alla storia
della poliziotta Aranzazu Berradre Marín,
pseudonimo della vera agente Elena Tejada, che a 22 anni è riuscita
a infiltrarsi nel nucleo della banda terroristica
ETA. La giovane dopo aver trascorso diversi anni
infiltrata negli ambienti della “izquierda abertzale” (“sinistra
patriottica”) come simpatizzante dell’organizzazione terroristica,
ottiene ciò che voleva: essere contattata dai terroristi. Due
membri dell’organizzazione, che hanno l’obiettivo di preparare
diversi attentati, infatti hanno bisogno di lei per farsi ospitare
nel suo appartamento a San Sebastián.
Da questo momento
inizia la missione più difficile della sua vita, informare i suoi
superiori della polizia nazionale, mentre convive con dei criminali
che non si fidano ma cercando di mantenere la sua identità segreta
e sopravvivere alla pericolosa situazione che la circonda. Come si
vede nel film per quasi un decennio, l’agente Marín si è trovata ad
affrontare situazioni pericolose per la vita mentre scortava membri
di alto livello dell’ETA in luoghi segreti, attraversando il
confine con la Francia per farlo, partecipando attivamente alle
rivolte durante le proteste indipendentiste basche, “celebrando”
gli omicidi di colleghi poliziotti e persino vivendo per quasi due
anni con i leader dell’ETA.
Carolina Yuste l’unica
protagonista
Il film di
Arantxa Echevarría cattura lo spettatore
proponendo un actionthriller
avvincente ed efficace, che espone la protagonista a pericoli
costanti. L’attrice Carolina Yuste nei panni
dell’agente infiltrata offre una superba interpretazione di questa
giovane donna con un forte senso del dovere, disposta a tutto per
smantellare un’organizzazione terroristica. La sua determinazione a
perseverare nonostante i rischi, il suo impegno e il suo coraggio
non oscurano la paura e la vulnerabilità che prova di fronte a
diverse situazioni complesse. La sua eccellente interpretazione
infatti le è persino valsa un Premio Goya come miglior attrice a
distanza di qualche anno dal Premio Goya come miglior attrice non
protagonista per Carmen y Lola diretto sempre
dalla stessa regista. Nel film comunque èanche ben supportata da
Luis Tosar, che interpreta “El Inhumano” il suo superiore e
colui che guida la missione. In alcune scene, i due riescono a
creare un legame più personale, navigando abilmente le sfumature
tra condotta strettamente professionale e momenti più
sentimentali.
L’infiltrata non
racconta tanto la storia della poliziotta nel senso più ampio ed
epico, quanto piuttosto il suo racconto personale di una donna
sotto copertura nella più straziante delle realtà quotidiane. In
altre parole cisi concentra sulla
disperazione e la solitudine che ha dovuto affrontare di fronte
alla possibilità di essere scoperta e lo fa senza trascurare
l’altra ansia: quella di vedersi e riconoscersi sola in un mondo di
uomini. La maggior parte dei membri dell’ETA erano uomini, la
maggior parte degli ufficiali erano uomini e tutti i comandanti, da
entrambe le parti, erano maschi. Ma al di là dei numeri e delle
statistiche, ciò che conta è l’atteggiamento, la mentalità, il
sistema nel suo senso più diffuso equesto
era offensivamente patriarcale.
Un film che racconta la
Spagna
Il film
esplorauna parte della storia
spagnola mostrando una posizione distinta
sulla lotta al terrorismo dal punto di
vista della polizia e del governo spagnoli. Questo
può creare una visione un po’
parziale,dando l’impressione che la voce
del popolo basco stesso sia assente su alcune questioni, ma allo
stesso tempo il messaggio del film è
estremamente chiaro e non cerca di nasconderlo. Inoltre, offre una forte
critica alsessismo prevalente all’interno
delle forze di polizia e alla mancanza di sostegno alle donne in
ruoli di parità. Lo
spettatore è invitato a non lasciarsi travolgere dall’infinito
torrente di cliché sull’ETA, ma a guardare l’altro lato; dove
l’ideologia più brutale e il patriottismo più pomposo si fondono
fino a un nauseante machismo.Il tono teso e carico di
suspensecontribuisce a creare l’atmosfera
ideale per questo thriller, in cui non solo la protagonista, ma
tutti coloro che sono coinvolti nella missione, sono in pericolo e
devono lottare contro il tempo per evitare di essere
scoperti.
Per concludere L’infiltrataè un film tanto interessante quanto avvincente,
grazie alla sua ispirazione a eventi reali, all’atmosfera tesa che
crea e alle ottime interpretazioni del cast. Forse la sua
prospettiva è un po’ di parte, ma come opera di finzione funziona
bene.
HBO sta
sviluppando un adattamento televisivo della serie di videogiochi
fantasy di ruolo della Hasbro “Baldur’s Gate”.
Craig Mazin, co-creatore e showrunner
dell’adattamento televisivo del videogioco di successo della HBO
“The Last of Us”, sarà lo showrunner e
il produttore esecutivo. Mazin è anche il creatore della miniserie
della HBO del 2019 “Chernobyl”. Per la serie,
Mazin sarà anche produttore esecutivo insieme a Jacqueline
Lesko, Cecil O’Connor e il responsabile
della divisione televisiva della Hasbro Entertainment
Gabriel Marano.
Parte del franchise
“Dungeons & Dragons”, il primo gioco
“Baldur’s Gate” è stato pubblicato nel 1998. Più
recentemente, “Baldur’s Gate 3” ha debuttato nel
2023 e ha ottenuto un significativo successo di critica e
commerciale, diventando il primo titolo in assoluto a vincere tutti
e cinque i principali premi di Gioco dell’anno e superando i 15
milioni di giocatori.
“Dopo aver dedicato quasi 1000
ore all’incredibile mondo di ‘Baldur’s Gate 3’, è un sogno che si
avvera poter continuare la storia creata da Larian e Wizards of The
Coast”, ha dichiarato Mazin in un comunicato. “Sono un fan
devoto di ‘D&D’ e del modo brillante in cui Swen Vincke e il
suo talentuoso team lo hanno adattato. Non vedo l’ora di
contribuire a dare vita a ‘Baldur’s Gate’ e a tutti i suoi
incredibili personaggi con tutto il rispetto e l’amore possibile, e
sono profondamente grato a Gabe Marano e al suo team di Hasbro per
avermi affidato questa proprietà incredibilmente
importante”.
“Siamo entusiasti di continuare
la nostra collaborazione con Craig Mazin su ‘Baldur’s Gate’”,
ha dichiarato Francesca Orsi, vicepresidente
esecutivo e responsabile della programmazione drammatica di HBO.
“La sua profonda e longeva passione per il materiale originale,
unita al suo straordinario talento nel costruire mondi coinvolgenti
pieni di personaggi ricchi e avvincenti, promette risultati
rivoluzionari”.
“I fan attendono con impazienza
un adattamento di ‘Baldur’s Gate’ e non potremmo chiedere partner
migliori di HBO e dell’incomparabile Craig Mazin per costruire
questo mondo”, ha dichiarato Marano.
La selezione Grand
Public della Festa del Cinema
di Roma 2025 ha trovato il suo gioiello in Hamnet – Nel
Nome del Figlio, il nuovo film di Chloé
Zhao. Già premio Oscar per Nomadland e reduce dal discreto disastro di
Eternals,
la regista si misura con un’impresa ambiziosa: trasformare in
immagini il mondo interiore e sensoriale del romanzo di
Maggie O’Farrell (2020), fatto di silenzi, di
percezioni e di una natura profondamente viva. Qui emerge subito
uno degli aspetti più affascinanti del film: la sua apertura
naturalistica, che riesce a evocare – per visione e ritmo – lo
spirito del cinema di Terrence Malick. Gli alberi, la luce che filtra tra le
fronde, il terreno segnato dal passare del tempo, diventano non
solo ambientazione ma personaggi silenziosi, custodi e riflessi
dello stato d’animo dei protagonisti, testimoni.
Questo sguardo «dalla
natura» parla in modo molto chiaro del film: non è una
ricostruzione storica puntuale, non è una biografia pedissequa,
bensì una messa in scena della sofferenza, della vita familiare,
del sacrificio, del lutto – tutto filtrato attraverso l’esperienza
della trasformazione. Il bosco, in questo senso, appare come luogo
liminale, tra fertilità e morte, tra l’originario e il finito: il
film lo chiarisce sin dalle prime sequenze, rendendo visibile una
spiritualità dell’immanenza.
Amore, matrimonio e
tribolazioni: la quotidianità nobile di una famiglia
La prima parte del film
si sofferma sulla storia d’amore tra William (interpretato da
Paul Mescal) — giovane insegnante di latino,
il nostro Shakespeare — e Agnes (JessieBuckley), “figlia della foresta”, che porta con sé un
alone mistico e ribelle che la comunità percepisce come straniante.
Zhao dedica tempo all’unione non convenzionale della coppia, alla
maternità, al contesto familiare che si costruisce con il passare
delle stagioni. Il film assimila lo spirito bucolico della
sua protagonista e lo coniuga con un intimismo da casa colonica, da
focolare domestico che risiede nel cuore della natura.
Questo lavoro di messa
in scena non è privo di tensioni: la seconda parte del film avrebbe
forse beneficiato di maggior tempo per approfondire il personaggio
che dà il titolo al film e effettivo slancio alla vicenda — il
piccolo Hamnet — prima di raccontarne la morte, sospesa tra
misticismo e mistero. In questo modo lo spettatore sarebbe potuto
forse entrare più profondamente nello squarcio che la perdita
avrebbe prodotto. Il rischio è che, in alcuni momenti, la storia
sembri procedere con una simmetria “premeditata” verso la tragedia,
piuttosto che emergere dalla tensione della quotidianità. Ma è
proprio in quest’ottica che il film reclama il suo statuto: non
tanto una cronaca quanto un rito visivo e emotivo.
Anche perché interviene poi Buckley, con la sua intensità, a
trascinare lo sguardo e le viscere di chi guarda, dentro la
tragedia.
Il lutto, l’assenza
e la creazione: verso un epilogo carico di catarsi
È nella terza parte che
Hamnet si apre con maggiore forza: la
scena della perdita, il rituale del lutto, la trasformazione del
dolore in creazione (e qui il legame alla tragedia di Hamlet
appare chiaro) spingono lo spettatore in una dimensione di
commozione autentica. Il tessuto emotivo del film riesce a
distruggere e scavalcare il dolore, così come fa quell’ultimo
sguardo dolente e finalmente libero di Agnes in una delle sequenze
più toccanti dell’anno cinematografico: una madre che perde
il figlio, un padre che cerca di dare senso al dolore attraverso
l’arte, una coppia che si ritrova.
Non è un finale
consolatorio ma catartico: ciò che era privato diventa
universale. Jessie Buckley brilla in questo
frangente come protagonista assoluta: la sua Agnes è carne,
spirito, natura e ferita insieme, un elemento diverso e separato da
qualsiasi altro, in scena (anche grazie alla palette cromatica che
la regista le riserva). È proprio con queste sequenze cariche di
intensità che Hamnet riesce a superare
gran parte dei suoi limiti, conquistando una legittimità
emotiva che veste con nobiltà le proprie immagini e le
proprie ambizioni.
Qualche riserva, ma
con la certezza di un’esperienza da vivere
Come ogni film
“ambizioso”, Hamnet non è immune da difetti. Uno
dei punti che più emergono è la percezione di un andamento non
perfettamente equilibrato: la lentezza può in certi momenti
appesantire e la costruzione simbolica – specie nel secondo atto –
può apparire un po’ sovrastrutturata. Inoltre, alcuni spettatori
potrebbero avvertire una certa distanza nella focalizzazione
narrativa: la parte iniziale dedica molto tempo alla costruzione
del rapporto amoroso e familiare, e si dilunga a scapito del cuore
del racconto che è la perdita stessa.
Se dunque da un lato si
può rimproverare a Zhao di aver optato per una forma di ‘prestige
drama’ che talvolta si avverte, dall’altro è proprio l’uso di tale
forma — con tutti i suoi rischi — che le consente di raggiungere
momenti di assoluta potenza visiva e emotiva. È questa tensione tra
forma e sentimento che rende Hamnet un film
“imperfetto” ma sinceramente ambizioso.
Un film da
sentire
Hamnet richiede
disponibilità, lentezza, e cuore: non è pensato per
l’intrattenimento puro, ma per la riflessione e la
partecipazione emotiva. Se amate il cinema che “respira”,
che vive di silenzi e paesaggi interiori, che mette al centro i
sentimenti più fondamentali — amore, perdita, creazione — allora
sarete ripagati. La regia di Chloé Zhao, il cast
capitanato da Jessie Buckley e Paul
Mescal, e l’atmosfera bucolica e sospesa lo elevano oltre
la semplice trasposizione letteraria: il film diventa
un’esperienza sensoriale, un invito a toccare il fondo del dolore
per risalire, insieme, alla meraviglia della vita e
dell’arte.
The Acolyte ha diviso l’opinione pubblica quando è
stato trasmesso per la prima volta su Disney+ nel 2024. Tuttavia, la serie è
stata anche oggetto di un evidente bombardamento di recensioni
negative nei giorni precedenti la sua uscita, mentre i membri del
cast femminili e non bianchi hanno subito abusi e troll online.
La serie ha apportato alcuni grandi
cambiamenti alla tradizione di Star
Wars, e questo è sempre un rischio per un franchise
così amato. La
notizia della cancellazione di The Acolyte non
è stata una grande sorpresa, ma il fatto che la seconda stagione
non verrà realizzata significa che diversi filoni della trama
rimangono irrisolti. Di conseguenza, i fan si sono ritrovati con
una lunga lista di domande senza risposta (le
più importanti riguardano tutte la comparsa a sorpresa di Darth
Plagueis).
Questa settimana è stato messo in
vendita un libro “Art of” dedicato alla serie e, sebbene
non riveli come sarebbe stata la seconda serie di episodi, contiene
approfondimenti su idee scartate che avrebbero potuto influenzare
gli episodi futuri. Il titolo originale era The Lost
Sister e, nonostante le critiche e la cancellazione, la
creatrice della serie Leslye Headland continua a
considerare la serie un successo.
“Quando abbiamo deciso di
realizzare The Acolyte, speravo di creare una nuova espressione di
Star Wars, inventando qualcosa che ampliasse la narrazione che amo
fin da bambina”, ha dichiarato. “E dal suo debutto nel
2024, i fan della serie lo hanno confermato: ci siamo
riusciti”.
Inoltre, il libro conferma che
Qimir, alias Lo Straniero, interpretato da Manny Jacinto, è “un
maestro Sith segreto”, mettendo apparentemente fine alle
speculazioni (come abbiamo riportato in precedenza,
il piano era quello di rivelarlo alla fine come il fondatore dei
Cavalieri di Ren). Riguardo al tanto atteso debutto live-action
di Darth Plagueis, si dice che Headland sia stata ispirata
dall’aspetto del cattivo nei contenuti dell’Expanded Universe e dai
Muun raffigurati nei precedenti adattamenti di Star Wars.
“Ho sempre voluto che Plagueis
fosse introdotto alla fine della stagione”, ha spiegato.
“Farlo entrare a metà mi sembrava troppo pesante. Quindi
abbiamo deciso di stabilire l’epoca, i personaggi principali e la
trama, e poi inserire Plagueis come minaccia più grande“.
“Ancor prima di progettare
qualsiasi cosa, sapevo di voler fare quello che avevano fatto con
Gollum ne Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello, dove
si percepisce il carattere di questo personaggio, la dimensione dei
suoi occhi e il suo colore, ma non volevo farlo in pieno
giorno”, ha continuato Headland. “Quando vedi la sua mano
muoversi, dal punto di vista del personaggio principale, ti sembra
di conoscere la minaccia prima dei personaggi principali”.
Il libro descrive anche un finale
leggermente diverso per la serie, che dovrebbe svolgersi proprio
prima del cameo di Yoda. “C’è stato un momento in cui penso che
tu abbia capito la scelta di Vernestra di tradire Sol”,
osserva Headland. “Mentre stava lasciando [il Palazzo del
Senato Galattico], è uscita e ha alzato lo sguardo mentre il
senatore Rayencourt diceva: ‘Benvenuta nel mondo della
politica’”. “Ma mentre stavamo montando il tutto, ci è
sembrato un po’ strano concludere la storia di Vernestra per poi
tornare a lei che parla con Yoda”.
La seconda stagione di The
Acolyte, come già detto, non verrà realizzata e, con
la Lucasfilm che sta abbandonando l’era dell’Alta Repubblica sia
nei film live-action che nelle pubblicazioni, il destino dei
personaggi di questa serie rimarrà probabilmente un mistero per
noi. Per lo meno, sarebbe bello che un fumetto risolvesse alcune
questioni in sospeso.
Anaconda, film diretto da Tom Gormican in uscita nelle sale italiane
il 5 febbraio 2026 è distribuito da Eagle Pictures. Prodotto negli Stati Uniti
da Columbia
Pictures e Fully
Formed Entertainment, il film appartiene ai generi
avventura, azione e commedia e ha una durata complessiva di 100
minuti. La pellicola rielabora l’immaginario dell’omonimo film
degli anni Novanta, inserendolo in una narrazione che alterna
momenti legati alla realizzazione cinematografica a situazioni di
pericolo reale.
La sceneggiatura, firmata da
Kevin
Etten e dallo stesso Tom Gormican, costruisce infatti una storia che
ruota attorno al rapporto tra cinema e realtà, utilizzando la
spedizione nella giungla come dispositivo narrativo centrale.
Accompagnata dalla colonna sonora di David Fleming, che segue lo sviluppo
dell’azione, l’opera di Gormican beneficia di un cast corale costituito da
Jack
Black, Paul
Rudd, Steve
Zahn, Thandiwe Newton, Daniela Melchior,
Ione Skye,
Ben Lawson,
Selton Mello e
John
Billingsley.
La trama di Anaconda
La trama di Anaconda segue Doug e Griff, due
amici di lunga data accomunati dalla passione per il cinema e da un
forte legame con il film Anaconda, divenuto negli anni un riferimento
personale e generazionale. Entrambi attraversano una fase di
insoddisfazione e decidono di dare una svolta alle proprie vite
intraprendendo un progetto ambizioso: realizzare un remake
indipendente del film che li ha ispirati, spingendosi fino alle
profondità dell’Amazzonia per girarlo in un contesto autentico. La
spedizione prende forma come un’avventura improvvisata e tra
difficoltà logistiche, tensioni all’interno del gruppo e imprevisti
legati all’ambiente naturale, le riprese procedono in modo
instabile.
Anaconda – Cortesia di Sony Pictures
L’equilibrio si rompe quando nella
zona del set fa la sua comparsa una vera anaconda gigante, evento
che altera radicalmente il corso del progetto e mette in
discussione la sicurezza dell’intera troupe. Da quel momento, la
giungla si trasforma in uno spazio ostile e imprevedibile, in cui
la distinzione tra finzione cinematografica e pericolo reale si fa
sempre più sottile. Doug e Griff sono costretti a rivedere le
proprie priorità, affrontando situazioni estreme che mettono alla
prova il loro rapporto e la loro capacità di reagire
all’emergenza.
La giungla di Jack Black
“Is your life goal to reboot every
major franchise you helped to create?” “You bet your ass it
is”.
Questo simpatico scambio di battute tra Harrison Ford e un suo fan, andato in
scena al Comic-Con di San
Diego nel luglio del 2017, satireggiava la tendenza
dell’interprete a prendere parte a molti dei rilanci di saghe che
lui stesso aveva effettivamente contribuito a rendere celebri. Un
discorso simile, seppur calato nel contesto di logiche commerciali
altre, potrebbe oggi essere rivolto a Jack Black. Con la differenza, però, che
l’attore comico e musicista statunitense sembra ormai aver
indirizzato almeno una parte della sua carriera al nostalgico
reboot di grandi cult degli anni ’90, nonché a uno stile di
recitazione che, ancor più che in passato, privilegia l’attore in
carne e ossa al personaggio.
Anaconda, sospeso in quella terra di nessuno tra lo
status di rilancio e remake/omaggio del film del ’97, non è che
l’ultima declinazione di questa formula. E, dopo la duologia
(presto trilogia) dei nuovi Jumanji e il successo commerciale di Minecraft, riporta Jack Black nella giungla; questa volta in
compagnia dei colleghi Paul Rudd, Steve Zahn e Thandiwe Newton.
Anaconda – Cortesia di Sony Pictures
Anaconda: un omaggio accorato
Il film di Gormican, giocato sull’inflazionato
concetto di meta-cinema e sul confine, sottilissimo, tra realtà e
fiction, si immerge dunque con tutte le caviglie in quello che, tra
gag, momenti action e serpenti giganti, è di fatto un grande
abbraccio per immagini alla pellicola con Jennifer Lopez, Ice Cube e Jon Voight. Divertendosi a citare,
tanto a parole quanto nella messa in scena, atmosfere, luoghi e
interpreti del film originale, opportunamente rimodulati e
amorevolmente dissacrati dalla classica comicità alla
Black–Rudd che
da tempo abbiamo imparato a conoscere.
Contraddistinto da alcuni momenti
comico-demenziali di particolare efficacia – su tutti il frangente
relativo al morso del ragno e quello in cui il “cadavere” di
Jack Black viene
utilizzato come esca per il serpente – il film può contare su di un
ritmo per lo più gradevole e gode del magnetismo dei suoi
principali interpreti (spesso chiamati a una recitazione sopra le
righe, ma ben calibrata al contesto della narrazione). Al punto da
soffrire, semmai, l’incapacità di dare continuità alla brillante
idiozia di certe parentesi e una generale mancanza di incisività.
Lacune parzialmente colmate dal grande cuore del film, ma che, se
gestite con più garbo, avrebbero potuto regalare un intrattenimento
di ancor più degno livello.
Laurence Fishburne si unisce al reboot de
“L’esorcista” di Mike Flanagan.
Candidato all’Oscar e vincitore di Emmy e Tony Award, Fisburne –
come riportato da Variety – si unisce così al cast
già annunciato, guidato da Scarlett Johansson, Jacobi
Jupe, Diane
Lane e Chiwetel Ejiofor. Sebbene il ruolo di
Fishburne sia ancora segreto, Variety ha precedentemente riportato
che il film racconterà una storia completamente nuova e non sarà il
sequel di “L’esorcista –
Il credente” del 2023. Il progetto sarà girato a New York
City e uscirà nelle sale nel marzo 2027 con la Universal
Pictures.
Laurence Fishburne è conosciuto per il suo
iconico personaggio Morpheus nella serie “Matrix”. Artista
poliedrico con oltre cinquant’anni di carriera nel mondo dello
spettacolo, ha debuttato al cinema all’età di 15 anni in
“Apocalypse Now”. Ha vinto un Tony Award per “Two
Trains Running” di August Wilson, diversi Emmy (tra cui quello
per “#FreeRayshawn”), una nomination all’Oscar per
“Tina –What’s Love Got to Do with It” e sette
NAACP Image Awards. La sua filmografia include “Boyz n the
Hood”, “Il colore viola”, “Mystic River”,
“Deep Cover” e la saga di “John
Wick”.
Cosa sappiamo sul nuovo Esorcista e perché Flanagan ha accettato la sfida
Il film nasce dalla collaborazione tra Universal e
Blumhouse-Atomic
Monster, la joint venture fondata da Jason
Blum e James Wan,
segnando il quarto progetto condiviso tra Flanagan e Blumhouse dopo
Oculus, Hush e Ouija: Origin of Evil.
Particolarmente significativa è la decisione di Flanagan di tornare
su un grande franchise, dopo aver più volte dichiarato di evitare
sequel e remake. Il regista ha spiegato che l’unica condizione per
accettare un progetto di questo tipo è poter raccontare qualcosa di
realmente inedito. Nel caso de L’Esorcista, Flanagan ha ammesso di aver atteso a lungo
l’occasione giusta per espandere l’universo del film originale del
1973, diretto da William
Friedkin.
Il nuovo capitolo sarà ambientato nello stesso mondo del classico
con Ellen
Burstyn e Linda Blair,
ma non sarà un sequel diretto di L’esorcista –
Il credente (2023). Universal, che nel 2021 ha
investito circa 400 milioni di dollari per acquisire i diritti del
franchise, punta così a rilanciare la saga con un approccio più
autoriale e meno seriale.
Con l’uscita fissata al 2027, il reboot di Flanagan si prepara a
essere uno degli eventi horror più attesi della prossima
decade.
Scream
7 è pronto a battere un importante record al
botteghino. Le prime proiezioni al botteghino indicano che supererà
un importante record per la serie horror nei suoi 30 anni di
storia. I film di Scream hanno continuato con la
stessa continuità dal primo film uscito nel 1996. Il settimo
capitolo vede il ritorno di Neve Campbell nei
panni di Sidney Prescott, la cui famiglia è presa di mira da un
nuovo arrivato che ha raccolto il testimone di Ghostface.
Secondo Deadline, Scream
7 dovrebbe incassare circa 30 milioni di dollari nel
weekend di apertura negli Stati Uniti. Questo lo renderebbe il
secondo miglior risultato di apertura nella storia della serie,
subito dopo Scream VI, che ha incassato 44,4
milioni di dollari nel suo primo weekend. Questo risultato negli
Stati Uniti significa che il film avrà probabilmente un successo
simile a quello dei sequel più recenti.
La trama di Scream 7
La storia di Scream
7 segue Sidney nella piccola città di Pine Grove,
nell’Indiana, dove si è costruita una nuova vita insieme alla
figlia Tatum (Isabel May). Mentre cerca di vivere
una vita tranquilla, un nuovo Ghostface inizia a prendere di mira
lei e tutti quelli che la circondano, dando vita a un nuovo
conflitto sanguinoso e terrificante.
Il film incentrato su Sidney segue
due episodi che hanno visto protagonisti un nuovo gruppo di
personaggi. Tuttavia, Scream VI ha segnato la fine
della trama, con Melissa Barrera, che interpretava Sam,
licenziata dal film per i suoi commenti filopalestinesi sul
conflitto di Gaza. Jenna Ortega ha poi abbandonato il progetto
per problemi di calendario.
Scream 7 vedrà
anche un nuovo regista rispetto ai due precedenti capitoli della
serie, il creatore Kevin Williamson, che ha
scritto i primi quattro film. Ha co-sceneggiato l’ultimo capitolo
con Guy Busick, autore del quinto e sesto film
della serie. Sulla base del trailer, il film promette alcune delle
migliori uccisioni di Scream, insieme a una storia
straziante sulla famiglia.
I dati riportati sul box office
nazionale indicano che il film sarà un grande successo per la
serie. Anche se il budget non è ancora stato rivelato, i film più
costosi della serie sono stati Scream 3 e
Scream 4, entrambi con un budget di 40 milioni di
dollari. A seconda della spesa per Scream 7, le
proiezioni nazionali potrebbero coprire la maggior parte dei
costi.
Non è chiaro come si comporterà
Scream 7 nella sua distribuzione nelle sale.
Tuttavia, con il ritorno di Sidney sotto i riflettori e la
sceneggiatura del creatore della serie, sembra che il film abbia
l’opportunità di brillare al botteghino. Con i biglietti in vendita
dalla prossima settimana, è solo questione di tempo prima che queste
previsioni si concretizzino.
Hamnet –
Nel nome del figlio è un’opera profondamente
dolorosa e al tempo stesso luminosa, che usa il linguaggio del
cinema per interrogare il lutto, la memoria e il potere
trasformativo dell’arte. Ambientato nel momento di massima ascesa
creativa di William
Shakespeare, il film sceglie però di
spostare lo sguardo lontano dalla gloria pubblica, concentrandosi
su una ferita privata: la morte del figlio Hamnet e la devastazione che ne segue per William e
per Agnes.
La
struttura del film alterna con delicatezza la felicità domestica e
il trauma della perdita, costruendo un percorso emotivo che conduce
a un finale di straordinaria potenza simbolica. Un finale che non
cerca spiegazioni razionali, ma propone una riflessione universale
su come gli esseri umani convivono con l’assenza.
Perché la rappresentazione finale di Hamnet – Nel nome
del figlio è il cuore emotivo del film
Il vero climax di Hamnet – Nel nome del figlio (la
nostra recensione) coincide con la messa in scena di
Hamlet, che nel film
diventa molto più di un’opera teatrale: è un atto di elaborazione
del lutto. Per William, scrivere Hamlet è l’unico modo possibile per dire addio a suo
figlio, per trasformare un dolore muto in qualcosa che possa essere
condiviso e, forse, sopportato.
Agnes, inizialmente, vive quest’opera come un tradimento. Non
accusa il marito della morte di Hamnet, ma non riesce a perdonargli
l’assenza: il lavoro lo ha portato lontano nel momento in cui il
figlio stava morendo. Quel senso di colpa diventa il motore
creativo di William, ma anche il muro che lo separa dalla
moglie.
La frattura si ricompone solo durante la rappresentazione, quando
Agnes vede l’attore che interpreta Hamlet: i capelli biondi,
identici a quelli di Hamnet. In quell’istante, comprende che
William non sta sfruttando il dolore, ma lo sta incarnando, cercando di trattenere
il figlio nel solo modo che conosce. La scena culmina con la
“morte” di Hamlet sul palco: Agnes tende la mano verso di lui e
scopre che l’intero pubblico sta facendo lo stesso gesto. Il lutto,
improvvisamente, non è più solitario.
Il soprannaturale in Hamnet – Nel nome del figlio:
suggestione o metafora?
Uno degli aspetti più affascinanti del film è la sua ambiguità sul
piano del soprannaturale. Agnes è spesso accusata di essere una
“strega dei boschi”, come sua madre, ma non rivendica mai
apertamente poteri magici. Eppure, il suo legame con la natura e la
sua capacità di “sentire” il futuro sembrano andare oltre la
semplice intuizione.
Agnes legge i destini toccando le mani delle persone, sogna il
numero dei figli che avrà, anticipa percorsi di vita che sembrano
poi realizzarsi. Anche Hamnet appare sfiorato da qualcosa di
misterioso: prega affinché la morte prenda lui al posto della
sorella e, nei suoi ultimi istanti, crede davvero che lo scambio
sia avvenuto.
Il film non conferma mai una dimensione soprannaturale esplicita.
Questa ambiguità è centrale: Hamnet non parla di miracoli, ma di come il dolore spinga a cercare
senso anche dove non ci sono risposte certe. La morte
resta un enigma, e il film rifiuta di risolverlo.
Il racconto di Orfeo compare all’inizio del film, quando William
cerca di conquistare Agnes dimostrando di essere un narratore. È un
momento intimo, quasi leggero, che però prepara uno dei passaggi
più strazianti del finale.
Durante la rappresentazione di Hamlet, William interpreta il fantasma del padre,
usando il teatro per salutare simbolicamente il figlio. Quando esce
di scena, Agnes gli chiede di voltarsi. Il riferimento a Orfeo è
evidente: nella mitologia, voltarsi significa perdere per sempre
l’amata.
Qui, invece, Hamnet – Nel nome del figlio sovverte il
mito. William si volta e trova Agnes. Non recuperano il figlio, ma
non perdono
l’amore. Il film suggerisce che, pur non potendo riportare
indietro i morti, si può scegliere di non restare soli nel dolore.
È una riscrittura emotiva del mito, che trasforma la tragedia in un
gesto di resistenza.
Il vero significato di Hamnet – Nel nome del figlio:
l’arte come sopravvivenza
In ultima analisi, Hamnet – Nel nome del figlio è un
film sulla funzione dell’arte. Non come consolazione facile, ma
come strumento per dare forma all’indicibile. William non salva suo
figlio scrivendo Hamlet,
ma gli dona una seconda vita nella memoria collettiva. Agnes, a sua
volta, ritrova Hamnet non come presenza fisica, ma come immagine
che può finalmente lasciare andare.
Il momento più potente del finale è la consapevolezza che
tutti stanno piangendo
insieme. Il dolore privato diventa esperienza condivisa, e
in questo passaggio il film afferma che l’arte non cancella la
sofferenza, ma la rende abitabile.
Hamnet cammina via dal palco, scomparendo nel buio. Ma proprio in
quel gesto, il film suggerisce che non scomparirà mai davvero.
Finché qualcuno racconterà la sua storia, continuerà a
esistere.
Diversi filoni narrativi possono
essere ripresi dopo la fine del nuovo e tumultuoso film d’azione di
successo di Prime Video, Fratelli
demolitori (leggi
qui la recensione). Il film ha debuttato il 28 gennaio,
con Jason Momoa e Dave Bautista nei panni di due fratellastri
separati che vengono riuniti dalla morte sospetta del padre, e ha
immediatamente riscosso un enorme successo in streaming. Il film è
al primo posto su Prime Video dal 5 febbraio e, con un ammirevole
punteggio del 77% su Rotten Tomatoes, molti si chiedono se ci sarà
un sequel di Fratelli demolitori e quale
potrebbe essere la trama.
La scorsa settimana, lo
sceneggiatore Jonathan Tropper ha fornito un
aggiornamento su un possibile sequel, dicendo in generale che
vogliono realizzare un altro film e hanno “un’idea piuttosto
chiara”, ma che potrebbero dover aspettare che Bautista si
liberi. Ora, in un’intervista con Variety, il regista
Ángel Manuel Soto ha anticipato quali potrebbero
essere le trame più specifiche di Fratelli demolitori
2.
“Abbiamo lasciato molti momenti
in sospeso di proposito, in modo da poterli risolvere con un
sequel. Tutti vogliono che questo accada“, ha detto Soto. Ad
esempio, un momento di risoluzione potrebbe non esserlo affatto.
”È un momento bellissimo sulla spiaggia in cui bruciano il
foglio perché è come se stessero lasciando andare il passato, ma è
impossibile che Jonny [Momoa] lasci libero l’assassino di sua
madre. Penso che abbia memorizzato il nome“.
Jonny e James (Bautista) hanno
anche ucciso Nakamura (Miyavi), un membro di una importante
famiglia mafiosa giapponese, cosa che secondo Soto avrà delle
conseguenze. “Non è il boss”, dice Soto. “È il figlio
del boss. Probabilmente ha mandato la pecora nera della sua
famiglia alle Hawaii per occuparsi di alcune faccende, perché è un
tipo problematico. Ma, amico, se uccidi il figlio del boss, non
credo che le cose ti andranno bene“.
Entrambi i punti sono solide
premesse per la trama del sequel. Il cast di Fratelli
demolitori include anche Temuera
Morrison, Claes Bang, Jacob
Batalon, Roimata Fox, Frankie
Adams, Stephen Root e Morena Baccarin. Per quanto riguarda
i progetti che potrebbero dover girare o promuovere prima di
realizzare un sequel, Momoa è confermato per Dune –
Part Tre, Fast & Furious 11 e Minecraft 2,
mentre Bautista ha fissato Road House 2 e il reboot di
Highlander.
Mentre Fratelli
demolitori si consolida come uno dei migliori film
originali di Prime Video, le due iconiche star offriranno nuovi
contenuti e il regista e lo sceneggiatore continueranno a lavorare
al sequel. Potrebbe volerci un po’ di tempo prima che gli impegni
lo consentano, ma il sequel sarà probabilmente un altro successo
con gli stessi protagonisti e una trama avvincente.
Il fratello minore di Christopher Nolan, il produttore e
sceneggiatore Jonathan Nolan, ha condiviso la sua
sincera recensione del prossimo adattamento cinematografico
dell’Odissea realizzato dal regista. Basato
sull’antico poema epico mitologico greco di Omero, l’Odissea
di Nolan segue le vicende di Ulisse, interpretato da Matt Damon, mentre lui e i suoi uomini
intraprendono il difficile viaggio decennale verso Itaca dopo aver
combattuto nella altrettanto lunga guerra di Troia.
Considerando il materiale di
partenza, che include mostri, divinità e creature mistiche in
abbondanza, Odissea sarà sicuramente l’opera più fantastica e
articolata di Nolan fino ad oggi. È anche il primo film girato
interamente con telecamere IMAX, segnando una nuova era nella
produzione cinematografica. Quando i biglietti per le proiezioni
IMAX sono stati messi in vendita lo scorso anno, sono andati
esauriti quasi immediatamente.
Ora, mentre cresce l’attesa per
l’uscita del film prevista per l’estate, Jonathan
Nolan ha rivelato a CinemaBlend di aver avuto la
fortuna di vedere in anteprima l’ultimo film di suo fratello.
Sebbene abbiano già collaborato in passato, in particolare per
Memento, The Prestige e Il cavaliere
oscuro, il fratello minore Nolan non è coinvolto nella
realizzazione dell’Odissea. “Ho visto l’Odissea. È fantastico. È un risultato
incredibile”, ha detto.
“Da giovane ero affascinato
dall’Iliade e dall’Odissea, e ho avuto alcune conversazioni
divertenti con Chris su dove lo avrebbe portato. È un film
spettacolare”, ha continuato. Nolan ha anche confermato di
aver visto l’intero film, ribadendo che lo ha trovato
“fantastico”.
Nolan ha poi condiviso ciò che
ricordava dell’amore che suo fratello maggiore nutriva da sempre
per la narrazione e la realizzazione di film: “Alcuni dei miei
primi ricordi riguardano Chris… che girava film. Ha sette anni più
di me, sei o sette anni. Quindi, quando avevo due o tre anni, lui
era già, sapete… mia madre gli aveva dato la telecamera Super 8 di
mio padre e lui era già al lavoro”. “È stato un lungo
viaggio”, ha concluso.
È interessante notare che lo stesso
Christopher Nolan ha recentemente
rivelato che anche lui è stato ispirato e affascinato dalla
mitologia greca e latina fin dall’infanzia. In un’intervista
rilasciata lo scorso anno a Empire, il regista premio Oscar ha
rivelato che uno dei suoi primi ricordi è quello di aver visto
“una recita scolastica dell’Odissea quando aveva cinque o sei
anni”.
Da allora, l’influenza della
mitologia è rimasta con lui. “Penso che sia dentro tutti noi,
davvero”, ha detto il regista. “E quando inizi ad
analizzare il testo e ad adattarlo, ti rendi conto che tutti questi
altri film – e tutti i film a cui ho lavorato – provengono
dall’Odissea. Emma [Thomas, moglie di Nolan e sua collega
produttrice] lo ha espresso al meglio quando abbiamo annunciato il
progetto per la prima volta: è fondamentale”.
Quello che sappiamo sul
film Odissea di Christopher
Nolan
Il film vanta un ricco cast
composto da Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Lupita Nyong’o, Robert Pattinson, Charlize Theron, Jon Bernthal, Benny Safdie,
John Leguizamo, Elliot Page, Himesh Patel,
Mia Goth e Corey Hawkins. Per
quanto riguarda la trama, questa segue Odisseo, il leggendario re
greco di Itaca, nel suo pericoloso viaggio di ritorno a casa dopo
la guerra di Troia. La narrazione descrive i suoi incontri con
esseri mitici come il ciclope Polifemo, le sirene e la maga Circe,
culminando nel suo tanto atteso ricongiungimento con la moglie
Penelope.
Ad oggi sappiamo unicamente che
Matt Damon interpreta Odisseo, mentre Tom Holland è suo figlio Telemaco, Jon Bernthal è Menelao, Benny
Safdie è Agamennone e Charlize Theron è la Maga Circe. L’identità
dei personaggi degli altri interpreti è ad oggi segreta. Sappiamo
inoltre che Nolan ha girato il film interamente in formato IMAX,
avvalendosi di nuove tecnologie realizzate appositamente
per Odissea. Il regista ha inoltre limitato
quanto più possibile l’uso di CGI, con l’obiettivo di ricreare
quanto più possibile in modo pratico l’epico mondo descritto da
Omero con il suo poema epico.
Odissea
sarà distribuito al cinema da Universal
Pictures dal 16 luglio
2026.
Il
caso di Lucy Letby è
stato uno dei più scioccanti nella storia recente del Regno Unito.
Nel 2023, l’infermiera neonatale è stata condannata per l’omicidio
di sette neonati e per il tentato omicidio di altri sei, diventando
la serial killer donna più prolifica del Paese. Una verità
giudiziaria che sembrava definitiva. Eppure, il nuovo documentario
NetflixThe Investigation of Lucy
Letby riapre il caso, mettendo in
discussione prove, testimonianze e l’intero impianto
accusatorio.
Non si tratta di un semplice esercizio di revisionismo: il film
propone una rilettura sistematica del processo, sollevando dubbi
profondi su come la colpevolezza di Letby sia stata costruita.
Dalla carriera modello all’inizio degli eventi sospetti
Nata il 4 gennaio 1990, Lucy Letby si laurea in Infermieristica
Pediatrica all’Università di Chester e inizia a lavorare nel
reparto di terapia intensiva neonatale del Countess of Chester
Hospital. Nulla, nei primi anni, sembra
distinguerla dai colleghi. Come ricorda nel documentario il
pediatra in pensione John Gibbs,
«non c’era nulla in lei che facesse scattare un campanello
d’allarme».
La svolta arriva nel 2015, quando nel reparto iniziano a
verificarsi decessi inspiegabili. Neonati che sembravano in ripresa
collassano improvvisamente. Entro pochi mesi, il numero delle morti
cresce in modo anomalo. Un dato inquietante emerge:
Letby è presente in turno
in ogni caso sospetto.
L’indagine, gli indizi e il processo
Nel 2018 Lucy Letby viene arrestata. Durante la perquisizione della
sua abitazione, la polizia trova oltre 250 fogli di consegna
clinica riservati, conservati in ordine cronologico, e alcuni
post-it con frasi come “I
killed them” e “I am
evil”. Per l’accusa, è la prova psicologica decisiva. Per la
difesa, un esercizio terapeutico, suggerito durante un percorso di
supporto emotivo.
Il processo, iniziato nell’ottobre 2022, si fonda in gran parte
sulle testimonianze mediche e sull’analisi di presunti
emboli d’aria e
somministrazioni di insulina non necessarie. L’esperto chiave è il
dottor Dewi Evans,
le cui conclusioni risultano centrali per la condanna. Il 18 agosto
2023 arriva il verdetto: ergastolo senza possibilità di libertà
condizionale.
I dubbi sollevati dal documentario Netflix
The Investigation of Lucy
Letby ribalta il punto di vista. Il documentario dà ampio
spazio all’avvocato Mark
McDonald, oggi impegnato a ottenere una
revisione del processo. McDonald sottolinea l’assenza di un
movente, di testimoni oculari, di prove video e di riscontri
forensi diretti. Tutto, sostiene, è costruito su
correlazioni,
non su atti osservati.
Ancora più rilevante è il contributo del professor
Shoo Lee,
autore dello studio del 1989 sugli emboli d’aria citato
dall’accusa. Dopo aver esaminato il materiale processuale, Lee
afferma che i segni
clinici descritti non sono diagnostici di embolia, ma
compatibili con ipossia. Lee coordina inoltre un panel di 14
esperti medici internazionali, che conclude: «Non abbiamo trovato alcuna prova medica di
omicidio in nessuno dei 17 casi».
Un possibile errore giudiziario?
Un’inchiesta del 2024 pubblicata su The New
Yorker rafforza i dubbi: Letby era
l’infermiera più qualificata del reparto e veniva assegnata
sistematicamente ai neonati più gravi. La coincidenza della sua
presenza nei momenti critici potrebbe essere una conseguenza
organizzativa, non una prova di colpevolezza. Inoltre, quando Letby
viene rimossa dal reparto, l’unità viene declassata e riceve meno
casi complessi: un dettaglio cruciale spesso ignorato in aula.
Il caso ha ormai superato i confini giudiziari. Anche
David Davis,
membro del Parlamento britannico, ha parlato apertamente di
“possibile errore giudiziario” e chiesto un nuovo processo.
Una verità ancora aperta
Non tutti, però, sono convinti dell’innocenza di Letby. Le famiglie
delle vittime e alcuni investigatori restano fermi sulle loro
posizioni. Nel gennaio 2026, la Crown Prosecution Service ha deciso
di non procedere con ulteriori accuse, pur avendo esaminato nuovi
casi.
La richiesta di revisione è ora nelle mani della
Criminal Cases Review
Commission.
Il documentario Netflix non assolve Lucy Letby, ma fa qualcosa di
forse più importante: rimette in discussione la certezza assoluta,
mostrando quanto fragile possa essere il confine tra verità
giudiziaria e verità fattuale.
Con
Avengers: Doomsday,
il Marvel Cinematic Universe si
prepara a riportare in scena uno dei suoi volti più iconici.
Chris Hemsworth
tornerà infatti nei panni di Thor mentre la Fase 6 si avvicina al
suo culmine, in una storia che vedrà anche l’ingresso di
Doctor Doom,
interpretato da Robert Downey Jr.,
al centro della minaccia multiversale.
In
una recente intervista rilasciata a BroBible, Hemsworth ha ripercorso i 15 anni di evoluzione di Thor nel
MCU, soffermandosi sul modo in cui il personaggio è
cambiato film dopo film, anche in base ai diversi registi che ne
hanno guidato l’arco narrativo a partire dal debutto del 2011.
Thor nel MCU: da eroe “nuovo” a voce autorevole degli Avengers
L’attore australiano ha ricordato con gratitudine l’inizio del
percorso sotto la direzione di Kenneth Branagh,
definendolo un punto di partenza fondamentale. «Ero nelle mani di
uno dei migliori registi possibili, estremamente collaborativo», ha
spiegato, sottolineando come quell’impostazione abbia dato solide
basi al personaggio.
Con il passare degli anni, però, Thor ha attraversato fasi molto
diverse. Hemsworth ha ammesso che alcuni registi hanno faticato a
gestire un personaggio così potente, ricordando anche le parole di
Joss Whedon,
che in passato aveva definito Thor “un personaggio difficile da
scrivere” una volta raggiunto un certo livello di forza.
La vera svolta, secondo l’attore, è arrivata con
Taika
Waititi. «Ero stanco di quello che stavo
facendo, e anche lui lo era. Abbiamo deciso di esplorare uno spazio
diverso», ha raccontato Hemsworth, riferendosi al cambio di tono
che ha reso Thor più imprevedibile, ironico e allo stesso tempo più
umano.
Questo percorso porta direttamente a Avengers: Doomsday, dove Hemsworth sente che
Thor ha finalmente “guadagnato il suo posto al tavolo”. Sul set del
film, circondato da personaggi al loro primo Avengers, l’attore ha
percepito una nuova consapevolezza: Thor non è più il nuovo
arrivato, ma una sorta di anziano del gruppo, segnato da secoli di battaglie
e perdite. «È vecchio di duemila anni, ha visto cose che lo hanno
stancato profondamente. Abbiamo deciso di puntare anche su questa
stanchezza esistenziale», ha spiegato.
Marvel Studios ha iniziato a costruire l’attesa per Avengers: Doomsday già da dicembre
2025, pubblicando diversi teaser. Le riprese principali si sono
concluse nel settembre 2025, ma sono previste ulteriori sessioni di
fotografia aggiuntiva in primavera. L’uscita del prossimo trailer
non è stata ancora annunciata, mentre è già confermato che
Anthony
Russo e Joe Russo
torneranno alla regia di Avengers: Secret
Wars, le cui riprese inizieranno in
estate.
Avengers: Doomsday
arriverà al cinema il 18
dicembre, segnando un nuovo capitolo cruciale per Thor e
per l’intero MCU.
Sherlock Holmes torna a indagare, ma in una veste completamente
nuova. Dopo aver reinventato il celebre detective al cinema,
Guy Ritchie
firma ora Young
Sherlock, serie che racconta gli anni
della formazione di Holmes, molto prima che diventasse la leggenda
della narrativa investigativa.
Ambientata quando Sherlock ha appena 19 anni, la serie lo segue in
un periodo in cui non ha ancora incontrato Watson e non è ancora il
detective infallibile che tutti conoscono. Young Sherlock debutterà su Prime Video il 4 marzo ed è basata sui romanzi
Young Sherlock Holmes di
Andrew
Lane.
Young Sherlock: il trailer svela il primo caso e il nuovo
Moriarty
Il
trailer ufficiale diffuso da Prime Video introduce il primo grande
mistero della serie: Sherlock viene incastrato per omicidio e deve
dimostrare la propria innocenza mentre muove i primi passi come
investigatore. A interpretare il giovane Holmes è
Hero Fiennes
Tiffin, mentre Dónal Finn
veste i panni di James
Moriarty, qui reinventato come il suo
migliore amico, in una dinamica che ribalta completamente la
mitologia classica.
Nel trailer, i genitori di Sherlock cercano di tenerlo lontano dai
guai, ma il giovane protagonista è trascinato in una spirale di
avventure sempre più pericolose, tra inseguimenti, colpi di scena e
intuizioni brillanti. Il primo caso è solo l’inizio di una
cospirazione di portata
globale, segno che le ambizioni della serie sono
tutt’altro che contenute.
Lo showrunner è Matthew
Parkhill, già coinvolto in serie come
Nautilus e
Hotel Costiera, entrambe
ben accolte dalla critica. Ritchie, invece, dirige la serie
portando con sé il suo stile inconfondibile: ritmo serrato,
dialoghi brillanti, energia visiva e una vena ironica che richiama
sia i suoi film di Sherlock
Holmes con Robert Downey Jr.
sia lavori più recenti come The Gentlemen.
Young Sherlock non punta
a replicare il tono classico e solenne delle storie originali, ma
sceglie di esplorare il lato più istintivo e caotico del
personaggio, raccontando come nasce il genio prima della
disciplina. Con otto
romanzi firmati da Andrew Lane come base narrativa, la
serie ha inoltre un potenziale di lunga durata, rendendo molto
probabile un rapido annuncio di una seconda stagione dopo il
debutto.
HBO
Max ha diffuso il trailer ufficiale di Rooster, nuova serie comedy che segna
l’incontro tra Steve Carell e
Phil
Dunster, sotto la guida creativa di
Bill
Lawrence, già autore di Ted
Lasso, insieme a Matt Tarses.
La serie promette un mix di umorismo agrodolce e introspezione, nel
solco delle recenti produzioni più mature firmate da Lawrence.
Carell interpreta Greg, uno scrittore di successo costretto a fare
i conti con il rapporto complesso con la figlia Katie, in un
momento delicato della sua vita personale e professionale. Il
trailer mostra Greg arrivare nel campus universitario dove la
figlia lavora, deciso ad “aiutarla”, anche quando lei gli chiede
esplicitamente di non interferire.
Rooster: trama, cast e data di uscita
Nel corso delle immagini, Greg scopre che la situazione di Katie è
molto più complicata del previsto: il marito l’ha lasciata per una
studentessa, il suo posto di lavoro è in bilico e il suo
comportamento recente ha sollevato più di una preoccupazione
all’interno dell’università. Durante un incontro con il presidente
dell’ateneo, Walter Mann, Greg viene a sapere che la figlia avrebbe
incendiato una casa dei docenti e aggredito un professore. Da qui,
la proposta inattesa: l’università potrebbe avere bisogno proprio
di lui.
Il titolo Rooster nasce
dal soprannome che gli studenti hanno dato a Greg, perché ricorda
un personaggio dei suoi libri. Ma il cuore della serie sta proprio
in questo scarto: Greg si rende conto di non essere l’eroe che ha
scritto e di non poter risolvere tutto per sua figlia. Saranno gli
studenti, paradossalmente, a spingerlo a rimettersi in gioco e a
vivere davvero.
La serie debutterà l’8
marzo su HBO Max con 10 episodi, trasmessi settimanalmente. Il finale di
stagione è previsto per il 10 maggio. Oltre a Carell e Dunster, il cast
include Charly
Clive, Danielle
Deadwyler, John C.
McGinley, Lauren Tsai,
Annie
Mumolo, Connie
Britton, Robby
Hoffman e Scott
MacArthur.
Steve Carell figura anche tra i produttori esecutivi, affiancato da
Bill Lawrence, Matt Tarses e un team che include Jeff Ingold e
Jonathan Krisel. Per Lawrence, Rooster si inserisce in un periodo particolarmente
prolifico: oltre al ritorno di Scrubs, sono
attesi anche Ted Lasso
stagione 4 e Shrinking
stagione 3.
Rooster segna inoltre
una reunion simbolica: Dunster torna a lavorare con Lawrence dopo
Ted Lasso, mentre
McGinley e Britton richiamano direttamente l’eredità di
Scrubs e Spin City. Tutti elementi che rendono
la serie una delle comedy più attese della prossima stagione
televisiva.
Uma
Thurman è pronta a tornare in una
versione oscura e letale che richiama immediatamente l’iconografia
di Kill
Bill. Prime Video ha infatti svelato le
prime immagini ufficiali di
Pretty Lethal,
nuovo thriller horror targato Amazon MGM
Studios, che farà il suo debutto mondiale al
SXSW Film Festival
2026 prima di approdare in streaming.
Il
film vede Thurman nei panni di Devora Kasimer, un’ex prodigio della danza classica
che gestisce una locanda isolata e inquietante. Un rifugio solo
apparentemente sicuro per cinque giovani ballerine dirette a una
prestigiosa competizione, costrette a fermarsi dopo un guasto al
loro autobus.
Pretty Lethal: trama, cast e uscita su Prime Video
Le
protagoniste sono interpretate da Iris Apatow,
Lana Condor,
Millicent
Simmonds, Avantika e
Maddie
Ziegler. Le cinque non sono amiche, né
particolarmente unite, ma si troveranno costrette a collaborare
quando capiranno di essere finite in una trappola mortale. La loro
unica possibilità di sopravvivenza? Trasformare anni di durissimo addestramento nella
danza in armi improvvisate, usando disciplina, controllo
del corpo e persino le scarpette da punta come strumenti di
difesa.
Completano il cast Michael
Culkin e Lydia
Leonard. Alla regia troviamo
Vicky
Jewson, già dietro la macchina da presa di
alcuni episodi di The
Witcher: Blood Origin, mentre la sceneggiatura è firmata
da Kate Freund,
che figura anche nel cast.
Il ruolo di Devora Kasimer sembra cucito su misura per Uma Thurman,
tornata recentemente al thriller e all’action con progetti come
Dexter: Resurrection e
The Old Guard
2. Impossibile non pensare a Beatrix Kiddo,
l’iconica assassina di Kill
Bill, anche se Pretty
Lethal promette un approccio più vicino allo slasher
psicologico, dove il passato della protagonista e l’ambiente chiuso
diventano parte integrante dell’orrore.
Dopo l’anteprima al SXSW nel marzo 2026, Pretty Lethal sarà disponibile in esclusiva su Prime Video dal 26 marzo
2026. Un’uscita ravvicinata che conferma la volontà della
piattaforma di puntare forte sul genere horror, sempre più centrale
nel suo catalogo.
L’ingresso di Cobie Smulders in
Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer è stato tenuto volutamente nell’ombra
fino agli ultimi istanti della quarta stagione. Solo nel
finale, infatti, la serie Netflix rivela chi interpreta davvero l’attrice e
perché il suo personaggio è destinato ad avere un peso centrale nel
futuro della storia di Mickey Haller.
La
quarta stagione, tratta dal romanzo The Law of Innocence di Michael
Connelly, segue Manuel
Garcia-Rulfo nei panni di Mickey, accusato
di un omicidio che non ha commesso. Mentre Lorna, Cisco e Izzy
cercano di scagionarlo, la sua difesa riceve un rinforzo decisivo
con il ritorno dell’ex moglie Maggie, interpretata da
Neve
Campbell. Il caso si chiude formalmente, ma
il
finale lascia intendere che il pericolo non è affatto
terminato.
Cobie Smulders è la sorella di Mickey Haller
Nell’ultima sequenza della stagione 4, Mickey viene assolto
pubblicamente mentre la procuratrice Dana Berg (Constance
Zimmer**) tiene una conferenza stampa. Poco dopo,
però, una donna lo osserva insistentemente in un supermercato.
Inizialmente Mickey pensa di essere stato riconosciuto come
“l’avvocato sotto processo”, ma la verità è ben diversa.
Il personaggio interpretato da Cobie Smulders è la sorella di Mickey Haller. La
rivelazione arriva in modo brusco: prima ancora di potersi
presentare, la donna lo avverte di abbassarsi, salvandogli la vita
durante un attentato collegato alla criminalità armena coinvolta
nello scandalo dei biocarburanti. È un ingresso narrativo forte,
che lega immediatamente il personaggio a un ruolo attivo e
potenzialmente decisivo.
La serie non rivela ancora il nome della sorella né il suo passato,
ma il messaggio è chiaro: non si tratta di una semplice comparsa,
bensì di una figura destinata a restare.
Il legame con i romanzi e l’assenza di Harry Bosch
Nei romanzi di Michael Connelly, Mickey Haller ha diversi
fratellastri. Il più noto è Harry Bosch,
protagonista di una saga parallela e fratellastro di Mickey.
Tuttavia, la versione Netflix di Avvocato di difesa – The
Lincoln Lawyer non può utilizzare Bosch, i cui diritti
televisivi appartengono ad Amazon Prime Video, dove il personaggio è
interpretato da Titus
Welliver.
Per questo motivo, la serie sembra aver scelto una soluzione
narrativa alternativa: mantenere l’idea dei legami familiari
presenti nei libri, ma sostituire Bosch con una sorella inedita.
Una scelta che permette di rispettare lo spirito dell’opera
originale senza violare i limiti imposti dai diritti.
La sorella di Mickey sarà il “nuovo Bosch” nella stagione 5?
La domanda ora è inevitabile: il personaggio di Cobie Smulders prenderà il posto narrativo
di Bosch? La quinta
stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer adatterà Resurrection Walk, un romanzo in cui Mickey e Bosch
lavorano fianco a fianco su un caso di omicidio. In assenza del
celebre detective, la sorella potrebbe assumere una funzione
simile: una figura esterna al mondo legale, dotata di istinto
investigativo e di un legame emotivo diretto con Mickey.
Lo stesso co-showrunner Ted Humphrey
ha spiegato come sia The
Lincoln Lawyer che la saga Bosch abbiano già introdotto personaggi originali per
colmare le assenze forzate. In questo senso, la sorella di Mickey
non sarebbe una copia di Bosch, ma un’evoluzione tematica del suo
ruolo: qualcuno che mette in discussione Mickey, lo protegge e lo
accompagna nei casi più pericolosi.
Se confermata come presenza fissa, Cobie Smulders potrebbe quindi
diventare uno dei pilastri della serie, offrendo a The Lincoln Lawyer una nuova dinamica
familiare e narrativa. Non un semplice rimpiazzo, ma un modo
intelligente per trasformare un limite produttivo in un’opportunità
creativa.