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Joker: Folie à Deux, i dirigenti della Warner Bros. difendono il film: “Era davvero revisionista”

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Michael De Luca e Pam Abdy, co-presidenti della Warner Bros. Motion Picture Group, hanno recentemente parlato con The Wrap del rendimento di Joker: Folie à Deux e della loro esperienza alla guida dello studio. Dopo sei successi consecutivi al botteghino con titoli come Minecraft, I Peccatori, Superman, Final Destination, The Conjuring – Il rito finale e F1, De Luca e Abdy hanno migliorato la propria posizione all’interno dell’azienda. I due, nel corso dell’intervista, hanno però affrontato anche il tema del film diretto da Todd Phillips, offrendo una loro spiegazione per il suo insuccesso.

Il film mi è piaciuto molto. Mi piace ancora…”, ha affermato Abdy. “Era davvero revisionista. – ha invece affermato De Luca – E forse era troppo revisionista per un pubblico mainstream globale, ma penso che Todd e il suo partner sceneggiatore Scott abbiano fatto ciò che la maggior parte delle persone che realizzano sequel non fa, ovvero hanno deciso di non ripetersi. Li apprezzo moltissimo per non essersi ripetuti, ma alla fine il film non è riuscito a entrare in sintonia con il pubblico.”

De Luca e Abdy hanno ammesso che il fallimento del film è stato anche loro, citando la decisione di saltare le proiezioni di prova a favore di una visione privata con amici e familiari. Lo studio aveva inoltre concesso al regista il montaggio finale e una prima mondiale al Festival del Cinema di Venezia.

Il film originale Joker (2019) aveva incassato 1,1 miliardi di dollari e vinto due Oscar. Joker: Folie à Deux, con un budget di 200 milioni di dollari, ha incassato globalmente 207 milioni, causando perdite per quasi 200 milioni alla Warner Bros. Secondo gli osservatori, il passaparola negativo, iniziato dopo l’anteprima veneziana, ha contribuito in modo decisivo al risultato inferiore alle aspettative.

Sandokan, la serie evento, arriva su Disney+ dal 17 gennaio

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Sandokan, la serie evento, arriva su Disney+ dal 17 gennaio

Sandokan, la serie evento internazionale prodotta da Lux Vide, società del Gruppo Fremantle, in collaborazione con Rai Fiction, arriverà il 17 gennaio su Disney+. Da un’idea di Luca Bernabei, la serie è un nuovo adattamento della storica saga di romanzi di Emilio Salgari, sviluppata da Alessandro Sermoneta, Scott Rosenbaum e Davide Lantieri, e diretta da Jan Maria Michelini e Nicola Abbatangelo. Nel cast Can Yaman, Alanah Bloor, Alessandro Preziosi, Ed Westwick e con John Hannah.

Una storia senza tempo che conduce in terre esotiche e tempi lontani: nel Borneo della prima metà dell’Ottocento, tra popoli in lotta per la libertà e potenze coloniali spinte da un’avidità cieca e feroce.

La trama di Sandokan

Borneo, 1841. In un mondo dominato dal potere coloniale degli inglesi, Sandokan è un pirata che vive alla giornata. Solca il mar della Cina a fianco del suo fedele amico Yanez e della loro ciurma di pirati, un gruppo di avventurieri che vengono dai quattro angoli del mondo.

Un giorno, durante un arrembaggio a un cargo del Sultano del Brunei, Sandokan libera un misterioso prigioniero Dayak, un popolo indigeno a lungo oppresso. L’uomo crede di riconoscere in Sandokan il guerriero di un’antica profezia che affrancherà il suo popolo dal giogo degli stranieri. Sandokan non dà peso alla cosa: lui è solo un pirata che ama la libertà; è così che ha vissuto la sua vita fino a oggi. Ma tutto sta per cambiare perché durante un’ardita incursione nel Consolato Britannico di Labuan, Sandokan incontra Marianna Guillonk.

Marianna è la giovane figlia del Console inglese. È nota come la Perla di Labuan per la sua bellezza ma anche per il suo carattere indomito che la spinge a rifiutare i ricchi pretendenti che ambiscono alla sua mano.

L’incontro con Sandokan risveglia in lei quello spirito di avventura che le rigide gabbie della società vittoriana hanno sempre represso. Quello tra Sandokan e Marianna è l’incontro di due mondi che non potrebbero essere più diversi. Una storia impossibile, apparentemente. Ma non c’è niente di impossibile quando due cuori desiderano la stessa cosa: la libertà.

Tra i due però si inserisce Lord James Brooke, l’ombroso e affascinante “cacciatore di pirati”. Brooke non è il solito ricco mercante, né un militare di carriera, ma un audace avventuriero che, a capo della sua fregata, la Royalist, semina il panico tra i pirati di tutto il sud est asiatico. Uomo ambizioso e brillante, Brooke cattura la ciurma di Sandokan e si mette sulle tracce del loro capitano.

Brooke è disposto a tutto per fermare Sandokan, ottenere il potere e conquistare il cuore di Marianna. La quale non è indifferente al fascino di quell’uomo.

Sandokan recensione serieInizia così un’avventura che si snoda tra i mari del Borneo, la vivace città di Singapore e la lussureggiante giungla tropicale del Borneo. Proprio qui, nel cuore della foresta, Sandokan incontrerà il suo destino.

Alla resa dei conti ognuno dovrà operare una scelta: Marianna, divisa tra Brooke e Sandokan, dovrà affrontare i lati più oscuri del suo mondo e decidere cosa vuole veramente; Brooke dovrà misurare la sua sconfinata ambizione con i suoi lati più vulnerabili; Sandokan, da semplice pirata che viveva alla giornata, sarà chiamato a trasformarsi nella Tigre della Malesia.

Clarice: la spiegazione del finale e della cospirazione

Clarice: la spiegazione del finale e della cospirazione

Con la prima stagione di Clarice, la serie CBS (ora su Prime Video) ambientata nell’universo de Il silenzio degli innocenti, il racconto sceglie una direzione precisa: trasformare il trauma personale di Clarice Starling in una chiave politica e sistemica. Il finale non è solo la chiusura di un’indagine, ma la rivelazione di una cospirazione interna che ridefinisce il ruolo della protagonista e il senso stesso della serie.

Più che un semplice crime procedurale, Clarice si muove sul terreno del thriller psicologico e del commento sociale, usando il mistero come strumento per parlare di potere, abuso istituzionale e memoria rimossa. Il finale della stagione 1 è il punto in cui tutte queste linee convergono.

Cosa succede nel finale di Clarice

Negli episodi conclusivi emerge che i casi seguiti da Clarice e dalla task force non sono eventi isolati, ma parte di una rete di insabbiamenti che coinvolge figure di alto livello dell’FBI e dell’establishment politico. La verità che viene a galla è disturbante: alcune indagini sono state deliberatamente deviate o fermate per proteggere uomini potenti responsabili di abusi, violenze e crimini rimasti impuniti.

Clarice si ritrova così al centro di una scelta cruciale: continuare a cercare la verità, mettendo a rischio la propria carriera e la propria sicurezza, oppure accettare il silenzio imposto dall’istituzione che dovrebbe rappresentare la giustizia. La sua decisione, coerente con il personaggio, è quella di non voltarsi dall’altra parte, anche se questo significa diventare una figura scomoda.

Il finale non risolve tutto. Al contrario, lascia volutamente zone d’ombra, suggerendo che la cospirazione è più ampia di quanto emerso e che la battaglia di Clarice è appena cominciata.

La cospirazione: potere, silenzio e controllo

La cospirazione al centro di Clarice non è un complotto spettacolare in senso classico, ma qualcosa di più realistico e inquietante: un sistema che protegge se stesso. Funzionari federali, politici e uomini influenti utilizzano il peso delle istituzioni per manipolare indagini, screditare testimoni e ridurre al silenzio chi prova a denunciare.

In questo contesto, Clarice diventa una minaccia perché non è ricattabile e perché porta con sé una storia personale che la rende sensibile alle vittime invisibili. Il trauma vissuto nel passato, invece di indebolirla, diventa lo strumento che le permette di riconoscere i meccanismi dell’abuso.

La serie suggerisce che il vero antagonista non è un singolo individuo, ma una cultura del potere che normalizza la violenza quando serve a mantenere l’equilibrio.

Il percorso di Clarice Starling: da agente a coscienza morale

Clarice finale

Nel finale, Clarice completa una trasformazione fondamentale. Non è più soltanto l’agente brillante che cerca di dimostrare il proprio valore in un ambiente ostile e maschilista, ma diventa una sorta di coscienza morale della serie. La sua lotta non è più solo contro i criminali, ma contro l’ipocrisia dell’istituzione stessa.

Questo passaggio è centrale anche dal punto di vista narrativo: Clarice si distacca definitivamente dall’ombra di Hannibal Lecter per affermare una propria identità tematica. Il focus non è il genio del male, ma il prezzo della verità in un sistema che preferisce l’ordine alla giustizia.

Il finale lascia Clarice isolata, consapevole e determinata. Una posizione scomoda, ma coerente con il personaggio creato da Thomas Harris e reinterpretato dalla serie in chiave contemporanea.

Un finale aperto che guarda oltre la stagione 1

La conclusione della prima stagione è pensata chiaramente come una base per sviluppi futuri. La cospirazione non viene smantellata del tutto, alcuni responsabili restano protetti e Clarice non ottiene una vera vittoria. Ma questo non è un limite narrativo: è una scelta precisa, che rafforza il realismo del racconto.

Il messaggio è chiaro: la verità non trionfa mai tutta in una volta. È un processo lento, pericoloso e spesso ingrato. In questo senso, Clarice utilizza il linguaggio del crime per parlare di un tema più ampio e attuale: chi paga davvero il prezzo quando il potere decide cosa può essere raccontato.

Il significato del finale di Clarice

Il finale della prima stagione di Clarice non offre conforto, ma consapevolezza. Clarice Starling comprende che il male non è solo nei singoli criminali, ma nei sistemi che permettono loro di agire indisturbati. La cospirazione rivelata non chiude la storia: la apre, mostrando un mondo in cui la giustizia richiede sacrificio, solitudine e una forza morale fuori dal comune.

È un finale coerente, amaro e profondamente politico, che definisce Clarice come una serie interessata non tanto alla risoluzione dei misteri, quanto alle conseguenze del dire la verità.

Scott Cooper dirigerà un film su Roswell e l’incidente UFO del 1947

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Hollywood continua a esplorare il tema degli UFO, recentemente ribattezzati dai media mainstream UAP (fenomeni aerei non identificati). Dopo i progetti di prossimo arrivo di Joseph Kosinski, Steven Spielberg e Colin Trevorrow, e il documentario dello scorso anno The Age of Disclosure, ora anche il regista Scott Cooper si appresta a raccontare una delle storie più famose su questo fenomeno.

Cooper collaborerà con la 20th Century per scrivere e dirigere un film basato sulla cospirazione del 1947 a Roswell, nel New Mexico, quando un allevatore trovò dei detriti sparsi nella sua proprietà e l’aeronautica statunitense diffuse inizialmente un comunicato su un “disco volante”, per poi ritrattare dichiarando si trattasse di un pallone sonda meteorologico.

Nonostante l’importanza culturale dell’incidente, la cospirazione di Roswell non era mai stata adattata direttamente in un lungometraggio cinematografico, sebbene siano esistiti film e produzioni televisive ispirati alla vicenda, come Hangar 18 (1980). Al momento non ci sono altri dettagli sul progetto e, come riportato da Deadline, non è neanche confermato che sarà effettivamente il prossimo progetto di Cooper, che potrebbe dedicarsi ad un altro film prima di passare a questo dedicato a Roswell.

Al momento Cooper starebbe infatti valutando di dare la precedenza a Commanche, un film su sceneggiatura di Eric Roth, originariamente destinata a Michael Mann. Il regista è inoltre reduce dal biopic Springsteen: Liberami dal Nulla ed è noto per aver diretto titoli come Crazy Heart, Black Mass, Hostiles, Il fuoco della vendetta e The Pale Blue Eye – I delitti di West Point. Non resta dunque che attendere di scoprire quale dei due progetti sarà il prossimo del regista.

Marty Supreme: Josh Safdie rivela l’originale finale vampiresco del film

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Il regista di Marty Supreme rivela che il film sul tennis tavolo con Timothée Chalamet originariamente terminava con un colpo di scena “vampiresco”. Il film, diretto da Josh Safdie, segue l’inflessibile Marty Mauser (Chalamet), determinato a diventare una star internazionale del tennis. Ma per quanto folle sia il film, Safdie ha rivelato in una discussione sul podcast A24 che inizialmente avrebbe potuto concludersi con la rivelazione che il personaggio di Kevin O’Leary è un vampiro, mentre attacca un Marty più anziano.

Il finale alternativo avrebbe visto il resto della vita di Marty scorrere, e quando lui assiste a un concerto dei Tears for Fears con sua nipote negli anni ’80, appare “Mr. Wonderful”. “Sei nei suoi occhi, abbiamo costruito le protesi per Timmy e tutto il resto, e Mr. Wonderful appare dietro di lui e gli morde il collo, e quella era l’ultima immagine”, ha detto Safdie al regista Sean Baker (Anora). Il personaggio di O’Leary, in senso stretto, è l’uomo d’affari Milton Rockwell, marito di Kay Stone, interpretata da Gwyneth Paltrow, un’attrice che ha una relazione con Marty.

Rockwell, a un certo punto del film, ribatte a Marty: “Sono nato nel 1601. Sono un vampiro. Esisto da sempre. Ho incontrato molti Marty Mauser nel corso dei secoli“. Safdie ha anche raccontato nella sua intervista che O’Leary ha ideato questa battuta mentre lui e il co-sceneggiatore Ronald Bronstein stavano cercando di capire come Rockwell avrebbe reagito a Marty che esponeva la sua visione del mondo.

E ricordo che alla A24”, ha detto Safdie a proposito del finale tagliato, “tutti dicevano: ‘È un errore, vero?” Ma il regista ha anche spiegato come questo colpo di scena si inserisse nei temi del film, dicendo: “A un certo punto abbiamo avuto un’idea che in qualche modo si ricollega alla musica del film, che trasmette innanzitutto una sensazione di atemporalità, di anacronismo, del passato che insegue il futuro e del futuro che insegue il passato”.

Safdie ha aggiunto riguardo alla scena finale tagliata: “Sono ottimi posti [al concerto], in prima fila, e lui [Marty] sta guardando e pensa a ‘Everybody Wants to Rule the World’ e alla giovinezza e a cosa significhi, e ha questo successo, ma non sta facendo ciò che credeva di essere nato per fare. Ma ha tutte queste cose fantastiche intorno a sé“.

Di cosa parla Marty Supreme con Timothée Chalamet

La storia è liberamente ispirata alla vita di Marty Reisman, un giocatore di ping pong che ha vinto diversi campionati mondiali. Tra i co-protagonisti di Chalamet figurano Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler Okonma, Abel Ferrara, Fran Drescher e Sandra Bernhard. Josh Safdie di Diamanti grezzi ha diretto il film e co-sceneggiato la sceneggiatura con Ronald Bronstein.

Viggo Mortensen rivela la sua scena preferita in assoluto de Il Signore degli Anelli

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Viggo Mortensen ha rivelato la sua scena preferita in assoluto della trilogia Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, a 25 anni dalla prima uscita nelle sale cinematografiche de Il Signore degli Anelli – La compagnia dell’anello. L’adattamento cinematografico dell’opera fondamentale di J.R.R. Tolkien realizzato da Peter Jackson e dalla New Line Cinema è stato senza dubbio un evento irripetibile; pochi film fantasy hanno avuto un impatto così profondo sul cinema e sulla cultura popolare in generale.

Per celebrare il 25° anniversario de La compagnia dell’anello, Empire ha incontrato il cast e i creatori per ricordare i film de Il Signore degli Anelli e la loro eredità. Ciò ha incluso un’intervista con Mortensen, che ha interpretato Aragorn, figlio di Arathorn, e Sean Bean, che ha interpretato Boromir, il capitano di Gondor, sul loro lavoro insieme ne La compagnia dell’anello.

Una delle scene più memorabili di Bean nei panni di Boromir è quella della sua morte alla fine del primo film, mentre cerca coraggiosamente di proteggere gli Hobbit dall’attacco degli Uruk-hai di Saruman. Poco dopo, lui e Aragorn condividono un momento commovente, quando Aragorn dà a Boromir un addio sereno. Mortensen ha rivelato che proprio il suo addio finale a Boromir è la sua scena preferita della trilogia: “È una scena così bella”, ha affermato.

Senza offesa per nessun altro o per qualsiasi altra parte della trilogia, ma quella è forse la mia scena preferita”, ha detto l’attore. “Non ci sono effetti speciali, non ci sono mostri immaginari. Sono solo due persone che hanno un legame in termini di etnia – Gondor e tutto il resto – ma che sono state in contrasto. Fino a quel momento hanno avuto dei contrasti. E poi c’è un legame così forte”.

Bean è d’accordo con il suo co-protagonista, aggiungendo: “Sì, è stata una scena fantastica”. La scena segna inoltre un punto di svolta fondamentale per Aragorn, poiché Boromir si rivolge a lui come “suo fratello, suo capitano, suo re” per la prima e unica volta. Questo è senza dubbio il momento in cui Aragorn smette di essere un semplice Ranger e intraprende il percorso per diventare il re di Gondor, una delle figure più importanti nella lotta contro il Signore Oscuro, Sauron, e durante tutta la Terza Era della Terra di Mezzo.

Rivedremo Viggo Mortensen nel ruolo di Aragorn?

Mentre il viaggio di Aragorn giunge al termine ne Il Signore degli Anelli – Il ritorno del re, il pubblico potrà ancora vedere un altro lato del personaggio del Ranger, Strider, nel prossimo film di Andy Serkis, Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum. Al momento non è chiaro se Mortensen sarà coinvolto, anche se l’attore ha precedentemente dichiarato che sarebbe disposto a tornare nella Terra di Mezzo.

Riconfermare Aragorn con un attore più giovane è certamente un’opzione – recenti notizie lo suggeriscono – dato che il film sarà ambientato poco prima e durante i primi eventi de La compagnia dell’anello. Nel legendarium di Tolkien, Gandalf recluta Aragorn per cercare Gollum e impedire alla creatura di rivelare l’ubicazione dell’Unico Anello alle forze di Sauron, mentre Gollum viaggia dalle Montagne Nebbiose alla Foresta Nera e altrove.

I membri del cast de Il Signore degli Anelli che torneranno in The Hunt for Gollum includono finora Serkis nel ruolo di Gollum e Ian McKellen in quello di Gandalf. Si vocifera che anche Elijah Wood riprenderà il ruolo di Frodo, anche se l’attore non ha ancora confermato ufficialmente il suo ritorno. Indipendentemente dal cast finale, il ritorno alla versione della Terra di Mezzo di Peter Jackson in The Hunt for Gollum dimostra il continuo impatto culturale della trilogia de Il Signore degli Anelli.

Chicago Fire 14×10: il promo di “Carry a Torch” anticipa svolte emotive per Novak e Vasquez

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È online il promo ufficiale di “Carry a Torch”, decimo episodio della quattordicesima stagione di Chicago Fire. Le immagini suggeriscono una puntata fortemente centrata sui personaggi, in cui le dinamiche private tornano a intrecciarsi con le pressioni del lavoro quotidiano alla Caserma 51.

Il promo mette in primo piano Novak, alle prese con l’esplorazione di una nuova connessione sentimentale. Dopo una stagione costruita su tensioni latenti e rapporti irrisolti, l’episodio sembra aprire uno spiraglio diverso per il personaggio: non una fuga dall’emergenza, ma un tentativo di equilibrio tra vita personale e vocazione professionale. Carry a Torch promette di indagare quanto sia possibile “tenere accesa la fiamma” di un legame quando il lavoro chiede tutto, spesso senza preavviso.

“Carry a Torch”: relazioni e passato che riaffiora

Parallelamente, l’episodio affronta il percorso di Vasquez, che deve fare i conti con le conseguenze del recente rilascio del padre. Il promo suggerisce un conflitto più interiore che operativo: vecchie ferite, aspettative e timori che riaffiorano proprio mentre la squadra continua a fronteggiare emergenze ad alto rischio. Chicago Fire torna così a uno dei suoi temi più efficaci: il modo in cui il passato personale incide sulle scelte presenti, anche quando si indossa l’uniforme.

La forza della serie è sempre stata la capacità di far convivere l’azione con il racconto emotivo. In Carry a Torch, questa doppia anima sembra emergere con chiarezza: da un lato l’adrenalina e il senso di responsabilità che definiscono la vita dei vigili del fuoco; dall’altro, relazioni che chiedono attenzione, cura e coraggio. Il titolo stesso richiama l’idea di portare avanti qualcosa di prezioso, nonostante il peso e il rischio che comporta.

Dal punto di vista narrativo, l’episodio appare come un momento di assestamento nella stagione: non una svolta clamorosa, ma un passaggio che consolida traiettorie emotive destinate a pesare nei prossimi capitoli. Novak e Vasquez diventano così i catalizzatori di un discorso più ampio sulla maturazione dei personaggi, sul confine tra dovere e desiderio, e su quanto sia difficile proteggere ciò che conta quando la routine è fatta di sirene e scelte immediate.

Chicago Fire continua a dimostrare che la longevità della serie passa dalla cura per i suoi protagonisti. Carry a Torch si annuncia come un episodio intimo e significativo, capace di accendere nuove dinamiche senza perdere il contatto con l’identità del racconto.

Tell Me Lies: Jackson White e Grace Van Patten spiegano l’evoluzione del rapporto tra Stephen e Lucy

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Il rapporto tossico e magnetico tra Stephen e Lucy continua a essere uno degli elementi più discussi di Tell Me Lies. In una recente intervista, Jackson White e Grace Van Patten hanno approfondito la natura della loro relazione sullo schermo, insieme alla creatrice della serie Meaghan Oppenheimer, offrendo nuove chiavi di lettura su dinamiche, potere e dipendenza emotiva che definiscono Stephen e Lucy.

Fin dal debutto, la serie ha raccontato una storia d’amore segnata da attrazione, manipolazione e fragilità, evitando qualsiasi idealizzazione. Stephen e Lucy non sono mai stati pensati come una coppia “da tifare”, ma come due giovani adulti intrappolati in un legame che tira fuori il peggio di entrambi.

Una relazione costruita su controllo e vulnerabilità

Tell Me Lies

Secondo Jackson White, Stephen è un personaggio che vive di controllo e di maschere, incapace di instaurare un rapporto sano perché terrorizzato dall’idea di mostrarsi vulnerabile. Lucy, interpretata da Grace Van Patten, diventa così lo specchio e al tempo stesso la vittima di queste insicurezze: una figura che cerca amore e conferme, finendo per restare intrappolata in un ciclo emotivo distruttivo.

Meaghan Oppenheimer ha ribadito che la serie non intende giustificare il comportamento dei personaggi, ma osservarlo con lucidità, mostrando come certe relazioni possano diventare una forma di dipendenza. Il legame tra Stephen e Lucy evolve stagione dopo stagione proprio perché entrambi cambiano, ma non necessariamente crescono nella stessa direzione.

L’obiettivo dichiarato è raccontare una relazione realistica, fatta di ritorni, allontanamenti e ricadute, in cui il confine tra amore e bisogno diventa sempre più sottile. Un approccio che ha contribuito a rendere Tell Me Lies una delle serie più discusse degli ultimi anni, soprattutto per la sua capacità di mettere a disagio lo spettatore senza offrire soluzioni facili.

Le dichiarazioni del cast confermano quindi che il rapporto tra Stephen e Lucy resterà centrale anche in futuro, continuando a esplorare le conseguenze emotive delle scelte sbagliate e il modo in cui il passato influenza il presente. Una storia che, proprio perché scomoda e imperfetta, continua a colpire nel segno.

James Gunn conferma che la serie animata Mister Miracle fa parte del DCU

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Il DCU si sta espandendo piuttosto rapidamente. Guidato da James Gunn e Peter Safran, il nascente franchise di supereroi lancerà una moltitudine di progetti cinematografici e televisivi nel prossimo futuro, puntando i riflettori su una serie di personaggi dei fumetti. Uno di questi è Scott Free, alias Mister Miracle, un artista della fuga che è anche il figlio del leader di New Genesis, Highfather.

Dopo aver fatto il suo debutto nel 1971 in Mister Miracle #1 di Jack Kirby, è stato annunciato che l’eroe avrà una sua serie televisiva animata, intitolata Mister Miracle, con lo scrittore di fumetti Tom King come showrunner. Insieme all’annuncio è stata pubblicata un’immagine tratta dalla serie, che ritrae Scott insieme alla moglie Big Barda. All’epoca, tuttavia, non era stato specificato se la serie sarebbe stata ambientata nell’universo DC o se sarebbe stata una storia Elseworlds, simile alle prossime serie animate My Adventures with Green Lantern e Starfire!.

Ora abbiamo una risposta, grazie a James Gunn. Il regista di Superman ha pubblicato un post su Instagram per commemorare il 55° anniversario del debutto di Scott Free. Nella didascalia, Gunn ha reso omaggio al personaggio e ha rivelato che la sua prossima serie animata sarà ambientata nel DCU, definendola una “serie animata DCU”.

Il più grande artista della fuga al mondo ha fatto il suo debutto in questo giorno 55 anni fa, nel 1971! Buon anniversario a Mister Miracle, che ha debuttato in MISTER MIRACLE #1, scritto da Jack Kirby, con disegni di Jack Kirby e inchiostri di Vince Colletta. Presto lo vedremo nella nostra serie animata DCU, basata sulla serie a fumetti in 12 numeri di [Tom King] e [Mitch Gerads]“.

Con questo, i New Gods, Apokolips e Darkseid esistono ufficialmente nella DCU. Ora, solo perché Darkseid è un personaggio canonico del franchise non significa che sarà il grande cattivo nel piano generale della DC Studios, cosa che molti hanno ipotizzato potesse accadere. Gunn ha però per ora escluso questa possibilità, sia perché il personaggio è già stato utilizzato da Zack Snyder, sia per non rischiare di “copiare” il Thanos del Marvel Cinematic Universe.

Cosa sappiamo di Mister Miracle

Quando Mister Miracle è stato annunciato per la prima volta, è stata fornita la seguente descrizione della serie:

La nuova serie segue Scott Free, il più grande artista della fuga al mondo, conosciuto come Mister Miracle, la cui vita perfetta con la sua guerriera moglie Big Barda va in pezzi quando i loro due mondi natali – Apocalypse e New Genesis – entrano in guerra e il crudele padre adottivo di Scott, Darkseid, sembra aver catturato l’arma definitiva, l’Equazione Anti-Vita, che gli darà il dominio totale sull’universo.

Mentre le montagne di cadaveri su entrambi i fronti diventano sempre più alte, solo Mister Miracle può fermare il massacro e riportare la pace. Ma il terribile potere dell’Equazione Anti-Vita potrebbe già essere all’opera nella sua mente, distorcendo la sua realtà, esponendo il suo dolore a lungo sepolto e frantumando la fragile felicità che ha trovato con la donna che ama“.

Al momento non è noto quando la serie debutterà sul piccolo schermo.

Avengers: Doomsday: nuovi indizi sul ritorno di altri X-Men nel film Marvel

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L’attesa per Avengers: Doomsday continua a crescere e, nelle ultime ore, sono emersi nuovi indizi sul possibile ritorno di altri membri storici degli X-Men. Dopo la conferma del coinvolgimento di diversi volti provenienti dall’universo cinematografico 20th Century Fox, alcune dichiarazioni recenti lasciano intendere che il crossover potrebbe essere ancora più ampio di quanto inizialmente previsto.

Il progetto è destinato a rappresentare uno dei punti di svolta più importanti del Marvel Cinematic Universe, non solo per la presenza di Doctor Doom come figura centrale, ma anche per il modo in cui il film sembra voler riconciliare e chiudere simbolicamente l’era Fox degli X-Men con l’attuale continuity Marvel Studios.

Un crossover sempre più ambizioso tra MCU e X-Men

Le dichiarazioni più recenti, rilasciate da membri del cast e da figure vicine alla produzione, suggeriscono che Avengers: Doomsday non si limiterà ai nomi già annunciati. L’idea è quella di portare sullo schermo un numero maggiore di mutanti iconici, sfruttando la logica del multiverso per giustificare incontri che fino a pochi anni fa sembravano impossibili.

Dopo il ritorno confermato di interpreti legati alla storica saga cinematografica degli X-Men, il film potrebbe includere ulteriori personaggi amati dal pubblico, rafforzando il senso di evento conclusivo e celebrativo. Una scelta che avrebbe anche un forte valore simbolico: offrire un ultimo saluto alla versione Fox degli X-Men, prima di un loro eventuale reboot definitivo all’interno dell’MCU.

Doctor Doom e il ruolo chiave del multiverso

Al centro di questo gigantesco mosaico narrativo ci sarà Doctor Doom, destinato a essere il fulcro del conflitto. La sua presenza sembra funzionale non solo allo scontro con gli Avengers, ma anche a innescare l’interazione tra realtà diverse, creando lo spazio narrativo ideale per il ritorno dei mutanti.

In questo senso, Avengers: Doomsday appare sempre più come un film di transizione: un’opera chiamata a chiudere più cicli narrativi contemporaneamente, preparando il terreno alla prossima fase del Marvel Cinematic Universe. L’inclusione di numerosi X-Men rafforzerebbe proprio questa funzione, rendendo il film una sorta di ponte tra passato e futuro.

Un’operazione nostalgia (ma con uno sguardo avanti)

Se confermata, la presenza di altri X-Men risponderebbe anche a una strategia chiara: sfruttare la nostalgia senza rinunciare alla costruzione di nuove storie. Marvel Studios sembra intenzionata a onorare l’eredità dei film Fox, consapevole dell’impatto culturale che quei personaggi hanno avuto su un’intera generazione di spettatori.

Allo stesso tempo, Avengers: Doomsday potrebbe segnare il momento in cui l’MCU prende definitivamente il controllo del brand X-Men, salutando il passato prima di rilanciare i mutanti in una nuova forma.

In attesa di annunci ufficiali, le parole e gli indizi emersi nelle ultime settimane rafforzano l’idea che Avengers: Doomsday sarà molto più di un semplice film corale: un evento pensato per ridefinire l’equilibrio dell’universo Marvel, intrecciando Avengers, multiverso e X-Men come mai prima d’ora.

Il Signore degli Anelli: Peter Jackson rivela il film che vorrebbe realizzare

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Peter Jackson è interessato a realizzare un nuovo film de Il Signore degli Anelli. Dopo aver ha già diretto La compagnia dell’anello, Le due torri, Il ritorno del re e tutti e tre i film de Lo Hobbit, il regista premio Oscar si è detto interessato a realizzare ancora un altro progetto legato al franchise. Durante un’intervista con Empire in occasione del 25° anniversario de Il Signore degli Anelli – La compagnia dell’anello, Jackson ha rivelato che la versione segreta della trilogia di cui si vocifera non esiste, sottolineando che “sarebbe una versione estesa con qualche secondo in più qua e là; non varrebbe la pena realizzarla”.

Tuttavia, Jackson è interessato a realizzare un mega-documentario su Il Signore degli Anelli con filmati dietro le quinte mai visti prima e approfondendo come sono stati realizzati i film. Il problema, come rivelato da Jackson, sta però nel convincere lo studio a realizzare il progetto, data la sua natura ambiziosa. “Il girato contiene riprese alternative, contiene bloopers, contiene un po’ più di senso della meccanica della realizzazione dei film. Ma fino ad oggi non sono riuscito a persuadere [lo studio], perché ovviamente si tratta di un’impresa enorme”.

Non sarebbe la prima volta che vengono mostrate riprese dietro le quinte dei film de Il Signore degli Anelli, dato che nei DVD delle edizioni estese sono disponibili contenuti extra approfonditi, noti come Appendici. Nonostante ci siano già ore di questo contenuto, i commenti di Jackson confermano che c’è ancora molto che i fan non hanno visto. Anche se gli errori e ulteriori approfondimenti su come sono stati realizzati questi amati film avrebbero sicuramente un grande appeal, sono probabilmente le riprese alternative a suscitare maggiore interesse.

Queste potrebbero includere scene eliminate che i fan già conoscono, tra cui Arwen che combatte nel Fosso di Helm in Le due torri e un flashback del giovane Aragorn e Arwen ne La compagnia dell’anello. C’è anche la possibilità che il documentario presenti riprese alternative di cui il pubblico non ha mai sentito parlare prima.

Oltre al ruolo centrale che Jackson ha svolto nell’adattamento de Il Signore degli Anelli di J.R.R. Tolkien, sarebbe anche perfetto per il progetto grazie alla sua esperienza con i documentari. Dopo l’uscita dell’ultimo film de Lo Hobbit, ha diretto documentari e docuserie, da quelli incentrati sulla Seconda Guerra Mondiale come They Shall Not Grow Old a quelli celebrativi dei Beatles.

Sebbene il mega-documentario non sia ufficiale, Jackson rimane in ogni caso coinvolto nel franchise de Il Signore degli Anelli, che continua ad espandersi. È stato produttore del film anime del 2024 Il Signore degli Anelli: La guerra dei Rohirrim ed è anche produttore del prossimo film The Hunt for Gollum. Il film sarà diretto da Andy Serkis, che riprenderà il ruolo del personaggio titolare. Anche Ian McKellen ha confermato il suo ritorno e ha anticipato una reunion tra Gandalf e Frodo.

Matthew McConaughey registra il marchio “Alright, Alright, Alright!” e altre PI per proteggerle da “l’uso improprio dell’AI”

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Arriva da Variety la notizia che gli avvocati di Matthew McConaughey hanno registrato la famosa frase distintiva dell’attore “Alright, Alright, Alright” per impedirne l’uso attraverso programmi di replica con Intelligenza Artificiale.

Gli avvocati dello studio legale Yorn Levine, specializzato in diritto dello spettacolo, che rappresenta McConaughey, negli ultimi mesi hanno ottenuto otto marchi dall’Ufficio Brevetti e Marchi degli Stati Uniti per il loro cliente, con l’obiettivo, a loro dire, di proteggere la sua voce e la sua immagine da un uso improprio non autorizzato dell’intelligenza artificiale.

Tra questi, un marchio sonoro su un audio di McConaughey che dice “Alright, Alright, Alright”  – la sua memorabile battuta tratta dal film commedia del 1993 Dazed and Confused, strettamente associato all’attore. Altri marchi includono un video di 7 secondi di lui in piedi su un portico; un video di 3 secondi di lui seduto davanti a un albero di Natale; e un audio di lui che dice “Continua a vivere, giusto?” seguito da una pausa, poi “I mean”, seguito da un’altra pausa e che si conclude con “Cosa faremo?”.

Secondo la registrazione del marchio per il suono “Alright, Alright, Alright” : “Il marchio è costituito da un uomo che dice ‘ALRIGHT ALRIGHT ALRIGHT’, in cui la prima sillaba delle prime due parole è di tono più basso della seconda sillaba e la prima sillaba dell’ultima parola è di tono più alto della seconda sillaba”. Gli avvocati dell’attore hanno presentato domanda di protezione del marchio nel dicembre 2023 e l’USPTO ha concesso l’approvazione nel dicembre 2025.

Le leggi statali sul diritto di pubblicità proteggono già attori e altre celebrità dal furto della loro immagine o somiglianza per vendere prodotti. Tuttavia, il team legale di Yorn Levine ha perseguito la nuova strategia di tutela del marchio, quindi McConaughey ha il diritto di citare in giudizio presso i tribunali federali degli Stati Uniti, se necessario. Affermano che i marchi potrebbero contribuire a scoraggiare l'”uso improprio” in senso più ampio, anche per i video basati sull’intelligenza artificiale che non vendono esplicitamente nulla.

Gli otto marchi associati a Matthew McConaughey sono registrati a nome di J.K. Livin Brands Inc., con sede a Sherman Oaks, California, la società madre dell’azienda di abbigliamento Just Keep Livin dell’attore.

28 Anni Dopo: Il Tempio delle Ossa, recensione: la saga continua e si prepara al gran finale

Un anno fa Danny Boyle aveva svelato l’intenzione di dirigere la terza parte della trilogia inaugurata nel 2025 con 28 anni dopo se il pubblico avesse apprezzato il secondo film. E con un sequel come il 28 anni dopo: Il Tempio delle Ossa prodotto da Sony Pictures – e distribuito da Eagle Pictures a partire dal 15 gennaio – forse potremmo iniziare a preparare i pop corn. La prosecuzione delle avventure di Spike e degli inquietanti Jimmys, affidata a Nia DaCosta (Candyman, The Marvels, Hedda), infatti è un film capace di inserirsi con coerenza nel continuum temporale e narrativo creato dal geniale filmmaker britannico al quale dobbiamo Trainspotting, Sunshine, The Millionaire, 127 ore, Steve Jobs e Yesterday, oltre ovviamente al 28 giorni dopo del 2002 da cui tutto parte.

Ritorno al Tempio delle Ossa: quale avventura aspetta i protagonisti?

Sceneggiato, come gli altri, dal solito Alex Garland, il film si apre con il piccolo Spike (Alfie Williams) protagonista di uno scontro all’ultimo sangue – che potrebbe ricordare una storica scena di Arancia Meccanica – ma è un modo per entrare nel covo della gang guidata da Jimmy Crystal (Jack O’Connell) e iniziare a scoprirne i segreti e le deliranti ritualità in vista dei successivi sviluppi. Che inevitabilmente coinvolgono il dottor Kelson (Ralph Fiennes), impegnato a costruire una relazione sconvolgente, dalle conseguenze incredibili e potenzialmente capaci di cambiare il futuro destino del mondo. Ma nella Gran Bretagna post-apocalittica, devastata dal virus della rabbia, si continua a lottare per la sopravvivenza immediata, con gli infetti del colossale alpha Samson (Chi Lewis-Parry) da un lato e i crudeli e disumani Jimmys (Emma Laird, Ghazi Al Ruffai, Sam Locke, Maura Bird, Erin Kellyman e Robert Rhodes) dall’altro, in quello che appare come un incubo senza via di scampo.

C’è del marcio nel Regno Unito, ma funziona

Attesi come protagonisti di questo secondo capitolo, i seguaci del Sir Lord sir Jimmy Crystal vanno gradualmente rivelandosi come strumento, dei suoi deliri e insieme delle necessità del film, e della trilogia. Regalando, nel frattempo, momenti di sadismo e orrore inattesi in una storia del genere, funzionali anch’essi all’evoluzione di Spike, di nuovo personaggio chiave del Garland-Boyle pensiero e qui costretto a crescere e a ritrovare la propria umanità ‘per esclusione’, e forse per sopravvivere a una rassegnazione che suona tanto allegorica e che in qualche modo i due creatori mettono in scena sperando nell’intuito degli spettatori.

C’è come un gioco di prestigio nella costruzione affidata alla regista, che sceglie immagini spesso più convenzionali – che potrebbero comprensibilmente sconcertare il pubblico affascinato dal film precedente – ma riesce a restare fedele al mondo consegnatole, rinnovandolo senza stravolgerlo, rendendolo riconoscibile ma insieme permeandolo di tensioni e pericoli, e di una nuova speranza. Concendendosi forse una maggior libertà nelle parentesi più nostalgiche, lisergiche, astratte, dedicate al colossale Samson e alla scoperta di inusuali punti in comune tra lui e il dottore (altro vero personaggio chiave, di nuovo, anche lui), che scopriamo appassionato dei Duran Duran e ricco di una ironia più maligna del previsto.

Alla ricerca dell’umanità

Proprio il rapporto tra ‘Androclo’ Fiennes e Samson è uno dei punti più riusciti del film: un legame che (oltre ad offrire lo spunto per una frecciatina al complottismo di molti, a quanto pare sopravvissuto persino alla pandemia) oscilla tra approccio scientifico e bisogno emotivo, umano, tra controllo e utopia, un bisogno di fiducia nel quale traspare quello di umanità, anche a costo di rischiare ogni cosa. È qui che il film alterna brutalità efferata e inattese aperture sentimentali. Anche visivamente. Molto più che nella porzione dedicata ai Jimmys che, non proprio in grado di mostrare una caratterizzazione dalla parabola particolarmente ricca o arcuata, sembrano pensati per svolgere la funzione di leva narrativa, un innesco che possa rimettare in moto la storia e attivare un paio di linee destinate a svilupparsi nel prossimo capitolo.

28 anni dopo: Il Tempio delle Ossa ci prepara a un doppio Gran Finale

Chissà che Boyle non abbia rivisto sé stesso nel dottor Kelson, soprattutto nella preparazione del doppio finale che chiude questo convergere di vicende e personaggi. In primis quello – spettacolare, avvincente e persino divertente – ospitato dal Tempio delle Ossa, che smette di essere una celebrazione della vita attraverso la morte e si trasforma nel suo contrario, stravolgendo la propria natura in nome di un bene supremo… non senza un pizzico della solita piacevole satira nei confronti della religione e della inevitabile percentuale di credulità insita nel concetto di fede, con lo scienziato ateo e razionalista a vestire i panni di una figura ‘cristologica’ nella speranza di donare una nuova vita al mondo e ai suoi improvvisati carnefici, come alle vittime di tanto orrore. Una disponibilità al sacrificio che chiude una porta, e ne socchiude un’altra. Dalla quale già si intravede la promessa apparizione di Cillian Murphy, insieme a Boyle produttore del film e – come annunciato da tempo – con lui nel prossimo Gran Finale.

God of War: Ryan Hurst sarà Kratos nella serie live action

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God of War: Ryan Hurst sarà Kratos nella serie live action

Prime Video ha trovato il suo Kratos. La piattaforma di streaming ha scelto Ryan Hurst per interpretare il personaggio che uccide gli dei nel suo prossimo adattamento dei videogiochi God of War. Hurst ha già interpretato Thor nel gioco per PlayStation God of War Ragnarök, ottenendo una nomination ai BAFTA per la sua interpretazione.

Hurst è anche noto per aver vestito i panni del motociclista Harry “Opie” Winston, uno dei personaggi principali della serie televisiva Sons of Anarchy, dal 2008 al 2012 . Nel 2019 è invece entrato nel cast della serie televisiva The Walking Dead, dove ha interpretato il ruolo di Beta. Prossimamente sarà anche in Odissea di Christopher Nolan, con un ruolo ancora sconosciuto.

La serie God of War comprende 10 videogiochi e varie riedizioni, ma è stata lanciata originariamente nel 2005 per PlayStation 2. La serie segue le vicende di Kratos, un guerriero spartano, che incrocia il cammino di vari dei mitologici. Nella prima serie di giochi Kratos combatte contro divinità della mitologia greca.

La serie è stata poi rilanciata nel 2018, con Kratos che ora combatte nel regno della mitologia norrena. Anche suo figlio, Atreus, è stato introdotto come protagonista secondario. La serie Prime Video seguirà proprio la linea temporale introdotta nel gioco del 2018, con Kratos e Atreus che intraprendono un’avventura per spargere le ceneri di Faye, moglie e madre del duo padre-figlio.

Prime ha già acquistato la serie per due stagioni, con la pre-produzione attualmente in corso. Frederick E.O. Toye, veterano di Shōgun e The Boys, dirigerà i primi due episodi della serie. Il casting aggiuntivo è attualmente in corso.

Di cosa parlerà la serie God of War

La trama ufficiale della serie recita: “God of War segue padre e figlio, Kratos e Atreus, mentre intraprendono un viaggio per spargere le ceneri della loro moglie e madre, Faye. Attraverso le loro avventure, Kratos cerca di insegnare a suo figlio a essere un dio migliore, mentre Atreus cerca di insegnare a suo padre come essere un essere umano migliore“.

Ronald D. Moore, che ha già lavorato a For All Mankind, Outlander e Battlestar Galactica, sarà lo showrunner, il produttore esecutivo e lo sceneggiatore della serie.

Con una mitologia così densa e una figura come Moore dietro la serie, God of War ha il potenziale per diventare un successo blockbuster per Prime Video. Il loro altro recente adattamento del videogioco Fallout ha ottenuto riconoscimenti, consensi dalla critica e un numero enorme di spettatori. Se God of War riuscirà ad adattare con successo i popolari videogiochi, potrebbe rendere Prime una destinazione privilegiata per questo tipo di adattamenti.

Con le riprese che dovrebbero iniziare nel corso dell’anno, sembra che God of War non arriverà sugli schermi prima della metà del 2027. Il processo di post-produzione sarà probabilmente lungo, dato che la serie sarà sicuramente ricca di effetti speciali. Con due stagioni già approvate, però, il ritardo tra una stagione e l’altra potrebbe essere ridotto, e questo è un segno della fiducia di Prime nella longevità di questa serie molto attesa.

Scream 7: il trailer italiano ufficiale annuncia il ritorno di Ghostface dal 25 febbraio al cinema

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È stato diffuso il trailer italiano ufficiale di Scream 7, nuovo capitolo della storica saga horror che tornerà nelle sale italiane dal 25 febbraio, distribuito da Eagle Pictures. Il film segna il ritorno di volti iconici del franchise e introduce una nuova generazione di personaggi, promettendo di rinnovare ancora una volta il mito di Ghostface.

Nel cast tornano Neve Campbell e Courteney Cox, volti storici della saga nata negli anni ’90, affiancate da Isabel May, Jasmin Savoy Brown, Mason Gooding, Anna Camp, Joel McHale, Mckenna Grace, Michelle Randolph, Jimmy Tatro, Asa Germann, Celeste O’Connor, Sam Rechner, Ethan Embry, Tim Simons e Mark Consuelos. Un ensemble ampio che suggerisce un racconto corale, fedele alla tradizione del franchise ma pronto a spingersi verso nuove direzioni.

Un nuovo capitolo nel solco della saga creata da Kevin Williamson

Scream 7 è prodotto da William Sherak, James Vanderbilt e Paul Neinstein, ed è basato sui personaggi creati da Kevin Williamson, autore che ha ridefinito il genere slasher con il primo Scream. Il soggetto è firmato da James Vanderbilt e Guy Busick, mentre la sceneggiatura vede coinvolti lo stesso Williamson insieme a Busick, a garanzia di una continuità narrativa e tematica con l’eredità della saga.

Dal trailer emerge un’atmosfera che mescola tensione, autoconsapevolezza e violenza improvvisa, elementi che hanno reso Scream un punto di riferimento nel cinema horror contemporaneo. Ghostface torna a colpire seguendo regole nuove, ma senza rinunciare al gioco metacinematografico che ha sempre distinto il franchise dagli altri slasher.

Neve Campbell in Scream 7

Il film sembra voler riflettere ancora una volta sul rapporto tra orrore e spettacolo, aggiornando i codici del genere in un’epoca dominata da sequel, reboot e legacy sequel. Il ritorno di personaggi storici accanto a nuove figure suggerisce un passaggio di testimone che potrebbe ridefinire il futuro della saga.

Con Scream 7, il franchise punta a consolidare il rilancio iniziato negli ultimi capitoli, mantenendo viva la tensione tra nostalgia e rinnovamento. L’appuntamento è fissato: dal 25 febbraio al cinema, Ghostface è pronto a tornare.

Zamora, il film di Neri Marcorè è ispirato a una storia vera?

Zamora, il film di Neri Marcorè è ispirato a una storia vera?

Il cinema italiano recente ha spesso trovato ispirazione nella letteratura contemporanea e nelle figure reali, mescolando biografia, fiction e memoria collettiva. Zamora, diretto e interpretato da Neri Marcorè, segue questa tradizione, proponendo una storia che, pur nascendo dalla narrativa romanzata, attinge a figure storiche e miti sportivi riconoscibili. Il film mescola commedia e introspezione psicologica, affrontando temi universali come la ricerca di riscatto personale e la difficoltà di affermarsi in un contesto competitivo.

La vicenda ruota attorno a Walter Vismara, un ragioniere timido e riservato che lavora in una Milano degli anni Sessanta, in pieno boom economico. La sua quotidianità è scandita dal lavoro d’ufficio, dalle pressioni sociali e da un senso di inadeguatezza che lo accompagna costantemente. La svolta nella sua vita arriva quasi per caso: per una partita di calcio aziendale, si ritrova a dover essere il portiere della squadra e riceve uno scherzoso soprannome dai colleghi: Zamora. Questo appellativo, apparentemente ironico, diventa il filo conduttore della narrazione, simbolo di sfida, paura e desiderio di riscatto.

Il romanzo da cui è tratto il film

Zamora nasce come romanzo scritto da Roberto Perrone, autore noto per la capacità di raccontare la vita quotidiana con occhio attento e sottile ironia. Il libro, da cui Marcorè ha tratto l’adattamento cinematografico, esplora con delicatezza la psicologia di un uomo comune, inserendolo in un contesto sociale e storico ben definito: la Milano degli anni Sessanta. Pur non essendo una biografia, il romanzo rappresenta in maniera verosimile le dinamiche familiari, lavorative e sociali dell’epoca, descrivendo il protagonista come un uomo che, immerso in routine opprimenti, cerca piccoli gesti di riscatto personale.

Zamora Neri Marcorè Alberto Paradossi
Neri Marcorè e Alberto Paradossi sul set di Zamora. © Foto di Fabrizio De Blasio

Il calcio, che nel libro assume il ruolo di metafora esistenziale, diventa inoltre il mezzo attraverso cui Walter affronta le proprie insicurezze. Il campo non è solo un luogo fisico, ma un teatro simbolico in cui il protagonista misura la propria paura e il proprio coraggio. L’incontro con un ex portiere caduto in disgrazia, che lo allena e lo guida, costituisce un percorso di crescita interiore: non si tratta di un ascesa sportiva nel senso tradizionale, ma di un cammino umano fatto di consapevolezza, dignità e autostima.

Chi era il vero Zamora

Il soprannome che Walter riceve non è casuale. È un riferimento a Ricardo Zamora, celebre portiere spagnolo attivo tra gli anni Venti e Trenta, considerato uno dei migliori di tutti i tempi. Zamora non fu solo un atleta di grande talento, ma anche una figura carismatica che incarnava ideali di determinazione, coraggio e stile sul campo. La sua fama superò i confini della Spagna, arrivando fino all’Italia, dove il suo nome divenne sinonimo di eccellenza tra i pali.

Ricardo Zamora rivoluzionò il ruolo del portiere: non si limitava a difendere la porta, ma partecipava attivamente alla costruzione del gioco, anticipando mosse e organizzando la squadra davanti a sé. Il suo stile elegante, la sicurezza tra i pali e la capacità di guidare i compagni lo resero un mito, capace di suscitare ammirazione e timore. Nel film, la figura di Zamora viene evocata come ideale irraggiungibile, un modello simbolico con cui il timido Walter si confronta costantemente, a volte ridendo della sua stessa goffaggine, a volte cercando di emularlo.

Zamora Neri Marcorè Alberto Paradossi Giulia Gonella
Neri Marcorè, Alberto Paradossi e Giulia Gonella sul set di Zamora. © Foto di Fabrizio De Blasio

Se dunque da un lato la vicenda di Walter Vismara è frutto della fantasia di Perrone, dall’altro Zamora si radica in contesti storici e figure reali. La Milano degli anni Sessanta è rappresentata con precisione storica, dai luoghi di lavoro agli ambienti sportivi amatoriali, dalle dinamiche sociali alla pressione del conformismo. In questo senso, la storia è credibile e riconoscibile: molte generazioni di italiani si possono identificare con il senso di inadeguatezza, il desiderio di emergere e la fatica di trovare il proprio spazio in un mondo competitivo.

Oltre al riferimento diretto a Ricardo Zamora, il film cita poi anche altre figure sportive e personaggi legati al calcio, sia come ispirazione per le scene di gioco sia come simboli del mito del successo. L’ex portiere che allena Walter, per esempio, rappresenta una figura “caduta” ispirata a tante simili vicende della vita reale, un’eco di storie autentiche di sportivi che, una volta in vetta, devono confrontarsi con la caducità della carriera e le difficoltà del post-ritiro. Questi dettagli contribuiscono a rendere la narrazione più verosimile, anche se, come già detto, la trama vera e propria rimane di pura fiction.

Quella del film è una storia vera?

La risposta breve, dunque, è che no, il film Zamora non racconta una storia vera in senso stretto. Tuttavia, il film è profondamente ispirato alla realtà. Il riferimento a Ricardo Zamora fornisce un modello concreto e storico, mentre Walter Vismara rappresenta una figura universale, simbolo di una generazione di uomini comuni alle prese con aspettative e pressioni sociali. L’ambientazione storica, le dinamiche lavorative e sportive, e il ritratto della Milano degli anni Sessanta conferiscono al racconto un’aura di autenticità che lo avvicina al reale senza mai farlo diventare biografico.

LEGGI ANCHE: Neri Marcorè presenta Zamora al BFF42: “Un film italiano dai sentimenti internazionali”

2 Hearts – Intreccio di destini: la storia vera dietro il film

2 Hearts – Intreccio di destini: la storia vera dietro il film

Quando 2 Hearts – Intreccio di destini (qui la recensione) è arrivato su Netflix, si presentava come un melodramma romantico costruito su due linee narrative apparentemente distanti: quella di un giovane studente universitario americano e quella di un uomo maturo, ricco e malato, in lotta contro il tempo. Solo gradualmente il film rivela il legame invisibile che unisce queste due esistenze. Ciò che rende però il film particolarmente significativo non è solo la sua struttura narrativa, ma il fatto che l’intera storia sia ispirata a eventi realmente accaduti, raccontati in prima persona nel libro All My Tomorrows: A Story of Tragedy, Transplant and Hope, scritto da Eric Gregory, padre di Chris (interpretato da Jacob Elordi).

La vera storia di Chris Gregory

Chris Gregory era cresciuto nel Maryland ed era, a soli 19 anni, una matricola alla Loyola University di New Orleans, un’università gesuita. Come molti ragazzi della sua età, stava attraversando una fase di assestamento: il primo semestre non era andato come sperava dal punto di vista accademico, anche perché Chris aveva dato più spazio alla vita sociale che allo studio. Tuttavia, nel secondo semestre le cose stavano iniziando a cambiare. Aveva ritrovato concentrazione, stava migliorando i voti e aveva persino iniziato il processo di ammissione a una confraternita studentesca.

Nulla lasciava presagire ciò che sarebbe accaduto. Chris era in salute, sportivo, pieno di energia. Una sera, mentre si trovava nell’appartamento di un amico, crollò improvvisamente a terra. I suoi amici, presi dal panico, non attesero l’ambulanza ma lo caricarono in auto e lo portarono d’urgenza al Tulane University Medical Center. Qui i medici diagnosticarono una rottura di aneurisma cerebrale. Le condizioni erano gravissime e i neurologi avvertirono subito la famiglia che la prognosi era estremamente riservata.

Nel film, accanto a Chris c’è la figura di Sam (Tiera Skovbye, di Riverdale), la sua fidanzata. Anche questo elemento ha un fondamento reale. Sam è infatti un personaggio ispirato liberamente a Jenn, la vera fidanzata di Chris, con cui il ragazzo aveva iniziato una relazione nell’ottobre precedente. Durante i giorni in ospedale, Jenn rimase accanto a lui insieme alla famiglia Gregory: i genitori Eric e Grace e i due fratelli maggiori, John e Colin.

Come mostrato nel film, amici d’infanzia e compagni di università andarono a fargli visita, trasformando quei corridoi d’ospedale in un luogo di dolore condiviso ma anche di amore profondo. Chris sopravvisse abbastanza a lungo perché la sua famiglia potesse dirgli addio. Un dettaglio fondamentale, perché fu proprio in quelle ore che emerse una decisione presa da tempo, quasi con leggerezza, ma destinata a cambiare molte vite.

La scelta della donazione degli organi

Chris aveva scelto di diventare donatore di organi all’età di 16 anni, quando aveva fatto la patente. Una decisione che i suoi genitori scoprirono solo una settimana prima della tragedia, durante una conversazione casuale dopo cena. Con il sorriso sulle labbra, Chris aveva minimizzato la cosa con una battuta: “Che cosa me ne faccio dei miei organi quando sono morto? E poi, chi non vorrebbe questo corpo?“.

Dopo la sua morte, ben sette persone ricevettero i suoi organi. Cuore, fegato, reni e pancreas furono trapiantati nello stesso ospedale di Jacksonville; altre due persone ricevettero le cornee. Alcuni dei riceventi, come racconta Grace Gregory, erano a un passo dalla morte: “Non avevo capito quanto fossero vicini alla fine finché non li ho incontrati. Stavano guardando la morte negli stessi giorni in cui Chris la stava guardando”. Tra queste persone ce n’era una destinata a diventare centrale nella storia: Jorge Bacardi.

2 Hearts - Intreccio di destini film cast

La storia di Jorge Bacardi

Jorge Bacardi era un esule cubano e discendente diretto del fondatore dell’omonima azienda di rum, attiva dal 1862. Aveva ricoperto il ruolo di vicepresidente della compagnia e aveva vissuto una vita intensa, segnata però da una grave malattia respiratoria. Fin da bambino soffriva di una patologia rara e pericolosa, la discinesia ciliare primaria, anche se per decenni fu diagnosticata erroneamente come fibrosi cistica.

I medici avevano detto ai suoi genitori che probabilmente non avrebbe superato i dodici anni. Jorge invece sfidò ogni previsione. Arrivò alla maturità, costruì una carriera e una famiglia, ma col passare del tempo la sua respirazione divenne sempre più difficoltosa. Nei primi anni Sessanta della sua vita era costretto all’ossigeno e aveva bisogno disperato di un trapianto bilaterale di polmoni.

Come nel film, anche nella realtà Jorge conobbe sua moglie Leslie su un aereo. Lei lavorava come assistente di volo per la Pan Am. Secondo la versione più romantica, Jorge le chiese di tenergli la mano per calmarsi durante il volo; secondo Leslie, fu durante l’atterraggio. Jorge, invece, raccontava che lei era una hostess particolarmente affascinante e che gli regalò due paia di ali da pilota per bambini. Qualunque sia la verità, quell’incontro casuale diede inizio a una storia d’amore duratura.

Il trapianto e la rinascita

Nel 2008 Jorge e Leslie vivevano alle Bahamas, ma avevano un aereo sempre pronto nel caso fosse arrivata la chiamata giusta. Il 27 marzo arrivò la notizia: c’era un donatore compatibile. Jorge, allora sessantaquattrenne, volò a Jacksonville, dove al Mayo Clinic Medical Center si sottopose a un intervento di trapianto bilaterale di polmoni durato sette ore. Il recupero fu sorprendente. In meno di 24 ore il tubo per la respirazione venne rimosso e Jorge camminava già nei corridoi dell’ospedale. Le infermiere lo soprannominarono “Superman”.

Adan Canto e Radha Mitchell in 2 Hearts - Intreccio di destini

L’incontro tra le famiglie e l’eredità di Chris

Inizialmente Jorge non conosceva l’identità del suo donatore. Scrisse una lettera alla famiglia tramite l’United Network for Organ Sharing, sperando che arrivasse ai genitori del ragazzo che gli aveva salvato la vita. Solo nel 2009 scoprì che quei polmoni appartenevano a Chris Gregory. Poco dopo, Jorge e Leslie incontrarono la famiglia Gregory a Baltimora. Fu un momento di forte intensità emotiva, in cui il dolore e la gratitudine si fusero in qualcosa di più grande.

Le due famiglie rimasero in contatto fino alla morte di Jorge, avvenuta il 23 settembre 2020, meno di un mese prima dell’uscita del film 2 Hearts – Intreccio di destini. Nel 2011, Jorge e Leslie avevano già trasformato quella gratitudine in un progetto concreto, finanziando la Gabriel House of Care presso il Mayo Clinic di Jacksonville, una struttura destinata ad accogliere pazienti oncologici e trapiantati.

Oltre il film

Dietro 2 Hearts – Intreccio di destini non c’è dunque solo una storia romantica, ma una riflessione potente sul caso, sulla perdita e sulla capacità umana di trasformare una tragedia in speranza. La vita di Chris Gregory si è interrotta troppo presto, ma il suo gesto ha continuato a vivere attraverso altri corpi, altri respiri, altre storie. Ed è proprio questo intreccio di destini reali, più ancora della finzione cinematografica, a rendere questa vicenda profondamente toccante.

Homefront: la spiegazione del finale del film

Homefront: la spiegazione del finale del film

Homefront, del 2013, rappresenta un momento particolare nella filmografia di Jason Statham, noto per i ruoli in actionthriller caratterizzati da combattimenti coreografati e adrenalina pura. In questo film, l’attore interpreta Phil Broker, un ex agente della DEA che si trasferisce in una tranquilla cittadina americana per iniziare una nuova vita, solo per trovarsi coinvolto con un pericoloso signore della droga locale. Pur mantenendo la tensione tipica dei film di Statham, Homefront si distingue per l’intreccio più drammatico e realistico, con una forte componente narrativa basata su conflitti personali e legami familiari.

Il film appartiene al genere action-thriller con elementi di dramma familiare e vendetta. A differenza di opere come The Transporter o Parker, dove la spettacolarità fisica e l’elevato ritmo dell’azione dominano la scena, Homefront bilancia le sequenze adrenaliniche con momenti più riflessivi e psicologici, concentrandosi sul rapporto di Broker con sua figlia e sulla crescente tensione con il criminale Gator Bodine. La violenza è più radicata nella realtà e le conseguenze delle azioni dei personaggi sono trattate con maggiore gravità, conferendo al film un tono più serio e drammatico.

Rispetto ad altri titoli di Statham, Homefront combina la classica formula dell’eroe solitario con un contesto di comunità e minaccia locale, rendendolo più vicino a un thriller rurale che a un action movie urbano. Il carisma di Statham emerge sia nei momenti di confronto fisico sia nelle dinamiche relazionali, mostrando una sfumatura più umana del personaggio rispetto ai suoi ruoli precedenti. Nel resto dell’articolo verrà analizzato il finale del film, spiegandone il significato e il modo in cui conclude la vicenda e sviluppa i temi principali.

Homefront cast
Winona Ryder, Jason Statham e James Franco in Homefront. Foto di Justin Lubin – © 2013 – Open Road Films

La trama del film Homefront

Protagonista del film è l’ex agente della DEA Phil Broker, il quale ha abbandonato l’agenzia federale in seguito ad un brutto incidente, verificatosi durante una sua infiltrazione in un gruppo di spacciatori. Pieno di rimorsi, Broker decide di trasferirsi insieme a sua figlia Maddy nella cittadina in Louisiana dove è cresciuta la sua ormai defunta moglie. Qui la bambina inizia a frequentare una nuova scuola, trovandosi però a scontrarsi con un bullo di nome Teddy Klum. Dopo un loro scontro fisico, il preside decide di chiamare i rispettivi genitori e Phil si trova così convocato faccia a faccia con Jimmy Klum, con il quale a sua volta avrà un duro litigio.

Data l’offesa arrecata alla famiglia Klum, la moglie di Jimmy, Cassie, chiede l’intervento di suo fratello Gator Bodine, influente spacciatore locale, affinché egli spaventi Broker e lo induca a lasciare la cittadina. Il criminale entrerà così in azione, coinvolgendo anche Danny T, altro spacciatore finito in carcere a causa di Broker. Entrambi, con le rispettive bande, intraprenderanno una dura azione punitiva nei confronti dell’ex agente. Egli, però, non ha alcuna intenzione di lasciarsi intimidire e utilizzerà le sue abilità da soldato per sgominare i loro traffici.

La spiegazione del finale del film

Il terzo atto di Homefront concentra tutta la tensione sull’inseguimento tra Phil Broker e Gator Bodine, culminando nel salvataggio della figlia Maddy. Dopo aver affrontato le minacce dei soci di Gator, Broker viene catturato e torturato nel laboratorio di metanfetamine del criminale. Grazie alla sua astuzia e alla conoscenza delle trappole, riesce a liberarsi, recuperare la figlia e affrontare i nemici in una serie di scontri fisici e armati. La sequenza finale fonde suspense, combattimenti e strategia, mettendo in evidenza il mix tra violenza reale e protezione familiare che caratterizza il film rispetto ad altri action di Statham.

La risoluzione della vicenda avviene quando Maddy viene nuovamente minacciata da Gator, che tenta di costringerla nel camion durante la fuga. Broker, approfittando della distrazione, interviene e infligge a Gator una lezione severa ma controllata, risparmiandogli la vita sotto il consiglio della figlia. Sheryl e Gator vengono arrestati e la comunità, testimone delle azioni di Broker, comprende la portata della sua determinazione. Il film si chiude con Broker che visita Danny T in carcere, confermando il suo ruolo di giustiziere silenzioso e la protezione della propria famiglia, chiudendo il racconto con equilibrio tra vendetta e autocontrollo.

Homefront James Franco
James Franco in Homefront. Foto di Justin Lubin – © 2013 – Open Road Films

Il finale sottolinea i temi principali del film, incentrati sulla responsabilità paterna, la protezione della famiglia e il confine tra giustizia e vendetta. Broker agisce secondo un codice morale personale: usa la violenza solo per difendere chi ama e per neutralizzare le minacce senza eccedere oltre il necessario. La scelta di non uccidere Gator, pur avendo il potere di farlo, rafforza la centralità della coscienza e della disciplina morale. In questo modo, il film mette in evidenza che l’azione violenta può essere giustificata solo se bilanciata da principi etici e scelte consapevoli.

Inoltre, il finale evidenzia la crescita psicologica di Broker e la dinamica padre-figlia. La fiducia di Maddy nelle capacità del padre e il suo intervento nel momento cruciale dimostrano il legame emotivo tra i due. Broker, pur padrone della violenza, si ferma quando la figlia lo invita a non oltrepassare il limite, mostrando che l’amore e il rispetto reciproco guidano le sue decisioni. Il film ribadisce così come il coraggio e la determinazione debbano essere sempre temperati dall’empatia e dal rispetto per la vita umana, anche nei contesti più pericolosi.

Infine, Homefront lascia allo spettatore una riflessione sul valore della famiglia, della responsabilità e dell’autocontrollo. Il messaggio principale riguarda la protezione di ciò che conta davvero e l’importanza di affrontare le sfide senza cedere all’eccesso di violenza o alla vendetta cieca. Broker dimostra che l’eroismo moderno è fatto di coraggio, pianificazione e giudizio morale, non solo di forza fisica. Il film insegna che la giustizia personale deve sempre tener conto delle conseguenze e che il vero potere consiste nel sapere quando fermarsi, equilibrando determinazione e etica.

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Euphoria – Stagione 3, il primo trailer!

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Euphoria – Stagione 3, il primo trailer!

Arriverà in contemporanea assoluta con gli US dal 13 aprile su Sky e in streaming su NOW Euphoria – Stagione 3, il cult HBO creato, diretto e prodotto da Sam Levinson, con la vincitrice dell’Emmy® Zendaya. Le prime due stagioni hanno ottenuto 25 nomination agli Emmy®, con nove vittorie.

Realizzata in collaborazione con A24, la terza stagione della serie diventata un vero e proprio fenomeno della cultura pop è composta da otto episodi che andranno in onda uno a settimana tutti i lunedì su Sky Atlantic.

Logline della terza stagione: un gruppo di amici d’infanzia si confronta con il valore della fede, la possibilità di redenzione e il problema del male.

Cast principale della terza stagione: la vincitrice dell’Emmy® Zendaya, Hunter Schafer, Eric Dane, il candidato al Golden Globe® Jacob Elordi, la candidata agli Emmy® Sydney SweeneyAlexa DemieMaude Apatow, la candidata agli Emmy® Martha Kelly, Chloe Cherry, Adewale Akinnuoye-Agbaje e Toby Wallace.

Guest star che tornano nei nuovi episodi: il vincitore dell’Emmy® Colman Domingo, il candidato ai GRAMMY® Dominic Fike, Nika King, Alanna Ubach, Sophia Rose Wilson, Melvin “Bonez” Estes, Daeg Faerch, Paula Marshall, Zak Steiner e Marsha Gambles.

Tra le nuove guest star della terza stagione: la vincitrice dell’Emmy® Sharon Stone, la vincitrice di un GRAMMY® ROSALÍADanielle Deadwyler, Marshawn Lynch, Anna Van Patten, il candidato agli Emmy® Asante Blackk, Bella Podaras, Bill Bodner, Cailyn Rice, Christopher Ammanuel, Christopher Grove, Colleen Camp, Darrell Britt-Gibson, Eli Roth, Gideon Adlon, Hemky Madera, Homer Gere, Jack Topalian, James Landry Hébert, Jeff Wahlberg, Jessica Blair Herman, Justin Sintic, il candidato agli Emmy® Kadeem Hardison, Kwame Patterson, Madison Thompson, Matthew Willig, Meredith Mickelson, la candidata agli Emmy® Natasha Lyonne, Priscilla Delgado, Rebecca Pidgeon, Sam Trammell, Smilez, Trisha Paytas, Tyler Lawrence Gray e Vinnie Hacker.

La terza stagione è stata girata utilizzando una nuova pellicola cinematografica KODAK, sia in 35mm che in 65mm. Il creatore Sam Levinson e il direttore della fotografia vincitore dell’Emmy® Marcell Rév hanno collaborato a stretto contatto con Kodak per rendere questa nuova pellicola disponibile in entrambi i formati. La terza stagione è inoltre la prima serie televisiva di finzione a utilizzare in modo significativo il 65mm, offrendo un’immagine più ampia sullo schermo che rispecchia il percorso dei personaggi, ormai fuori dal liceo, verso un mondo più grande e selvaggio.

Credits della terza stagione: creata, scritta, diretta e e prodotta come produttore esecutivo da Sam Levinson. I produttori esecutivi sono: Sam Levinson, Ashley Levinson, Sara E. White, Kevin Turen, Ravi Nandan, Drake, Adel “Future” Nur, Ron Leshem, Daphna Levin, Hadas Mozes Lichtenstein, Mirit Toovi, Tmira Yardeni, Yoram Mokady e Gary Lennon. EUPHORIA è basata sull’omonima serie israeliana di HOT, creata da Ron Leshem e Daphna Levin.

EUPHORIA | La terza stagione dal 13 aprile su Sky e in streaming su NOW

A Knight of the Seven Kingdoms, recensione: torniamo a Westeros nella terza serie basata sui romanzi di George R.R. Martin

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Le prime due grandi trasposizioni televisive dell’universo di Cronache del ghiaccio e del fuoco hanno abituato il pubblico a conflitti titanici: guerre civili, intrighi dinastici e un destino collettivo che grava su Westeros come una condanna ineluttabile. A Knight of the Seven Kingdoms sceglie consapevolmente la strada opposta. È una serie che riduce lo sguardo, restringe il campo e abbassa la posta in gioco, concentrandosi su una manciata di giorni, un solo torneo e, soprattutto, un solo punto di vista. L’intera stagione, composta da sei episodi sotto i 45 minuti, racconta una storia compatta e quasi intima, lontana dalle mappe animate e dalle genealogie labirintiche che avevano reso necessario, in Game of Thrones, un costante lavoro di orientamento per lo spettatore.

Il segnale di questo cambio di rotta arriva immediatamente. Sparisce la celebre sigla, sostituita da una schermata minimale con il titolo, mentre la musica di Ramin Djawadi accompagna una scena volutamente anti-epica: Ser Duncan l’Alto impegnato in una necessità fisiologica. È una dichiarazione d’intenti chiara. Qui non si costruisce il mito, lo si ridimensiona. La serie non rinnega l’eredità di Game of Thrones, ma la guarda con una certa ironia, concedendosi persino incursioni musicali inaspettate, come l’uso del jazz in uno degli episodi successivi. L’irriverenza non è un vezzo stilistico: è parte integrante della sua identità.

Photograph by Steffan Hill/HBO

A Knight of the Seven Kingdoms e l’eredità di George R.R. Martin

Adattata dalle novelle “Dunk and Egg” sotto la supervisione dello showrunner Ira Parker, con George R.R. Martin coinvolto come co-creatore e produttore esecutivo, A Knight of the Seven Kingdoms si inserisce nel filone delle opere che esplorano gli spazi bui della Storia, più che i suoi momenti plateali ed epici. Ambientata circa 90 anni prima degli eventi di Game of Thrones, la serie racconta un Westeros in una fase di relativa stabilità politica. Non è un’epoca idilliaca — il sangue non smette mai di scorrere del tutto — ma è sufficientemente lontana dal collasso da permettere uno sguardo sul funzionamento quotidiano del regno.

In questo senso, si può azzardare un paragone con Andor. Come la serie ambientata nell’universo di Star Wars, anche A Knight of the Seven Kingdoms privilegia personaggi marginali, luoghi secondari e dinamiche sociali che solitamente restano sullo sfondo delle grandi narrazioni. Il risultato è un racconto che arricchisce la mitologia di Martin senza appesantirla, offrendo ai fan uno sguardo laterale ma significativo su Westeros.

Ser Duncan l’Alto: un cavaliere senza leggenda

Il cuore della serie è Ser Duncan l’Alto, interpretato da Peter Claffey. “Dunk” è un cavaliere errante nel senso più letterale e meno romantico del termine: privo di titoli, terre o reale prestigio, erede di una fama costruita più sulle omissioni che sui fatti dal suo mentore, Ser Arlan di Pennytree. La morte di Arlan lascia Dunk solo con una spada, qualche cavallo e un’idea molto chiara — e forse ingenua — di cosa significhi essere un “vero cavaliere”.

Photograph by Steffan Hill/HBO

Il suo obiettivo non è il potere, ma il rispetto. Per ottenerlo decide di partecipare a un torneo ad Ashford, nella fertile regione del Reach, dove incontra Egg, un giovane stalliere dalla lingua affilata e dal passato misterioso. Il contrasto fisico e caratteriale tra i due è uno dei motori narrativi più efficaci della serie. Claffey dona a Dunk una sincerità disarmante, mentre Dexter Sol Ansell costruisce un Egg cinico e brillante, perfetto contraltare all’idealismo del protagonista.

Dunk ricorda in maniera inaspettata il personaggio di Sansa Stark: entrambi cresciuti nutrendosi di ideali cavallereschi e “canzoni”, entrambi costretti a confrontarsi con una realtà molto meno nobile. I flashback su Ser Arlan smontano progressivamente l’immagine del cavaliere irreprensibile, mettendo Dunk di fronte alla fragilità delle sue certezze morali. L’alchimia trai due è perfetta, e l’eco di Lone Wolf and Cub di Kazuo Koike si fa sentire forte e chiaro. Proprio come accaduto di recente sul piccolo schermo in The Mandalorian o in The Last of Us, anche A Knight of the Seven Kingdoms ripropone la dinamica che lega due personaggi con una grande differenza di età, un protetto e un protettore, un cucciolo e un predatore, la cui relazione in questo caso specifico si sdrammatizza e si modernizza per venire in contro alla natura dei personaggi.

Tono, temi e continuità con Game of Thrones

Nonostante il tono più leggero e la scala ridotta, A Knight of the Seven Kingdoms resta profondamente martiniana. La tensione tra ideale e realtà, tra mito e natura umana, è lo stesso terreno su cui prosperava Game of Thrones. Cambiano le dimensioni del conflitto, non la visione del mondo. Anche quando la stagione culmina in una danza collettiva anziché in una battaglia campale, la serie non perde quella lucidità disincantata che rifiuta facili consolazioni.

Dal punto di vista produttivo, il livello resta alto ma si adegua all’ambizione della serie e sembra guardare molto più vicino rispetto a House of the Dragon o allo stesso Game of Thrones. I registi Owen Harris e Sarah Adina Smith mantengono un realismo sporco e credibile: costumi logori, comparse numerose, ambientazioni vissute. Westeros appare meno monumentale, ma più tangibile. È un mondo in cui gli eroi esistono ancora, ma devono guadagnarsi ogni centimetro del loro percorso, senza scorciatoie narrative.

Photograph by Steffan Hill/HBO

Una storia piccola, negli interstizi della Storia

Vista nel suo insieme, A Knight of the Seven Kingdoms è un esempio intelligente di gestione di una proprietà narrativa complessa. Offre ai fan un’espansione coerente dell’universo di Martin e, allo stesso tempo, una serialità più regolare e sostenibile. Ma al di là delle logiche industriali, ciò che resta è l’efficacia del racconto.

Quando Dunk ed Egg cavalcano insieme verso il loro futuro, la serie chiarisce la propria ambizione: non raccontare il destino del mondo, ma quello di due persone. È una storia deliberatamente “piccola”, e proprio per questo preziosa. In un universo spesso dominato da troni, draghi e apocalissi, A Knight of the Seven Kingdoms ricorda che anche il desiderio di essere rispettati e riconosciuti per quello che si è davvero (al di là del nome che si porta) può essere una battaglia degna di essere raccontata.

Motorvalley: trailer ufficiale e data d’uscita della nuova serie Netflix con Luca Argentero e Giulia Michelini

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Manca sempre meno al debutto di Motorvalley, la nuova serie italiana in 6 episodi con protagonisti Luca Argentero e Giulia Michelini, in arrivo dal 10 febbraio in esclusiva su Netflix. La serie è prodotta da Matteo Rovere per Groenlandia, società del gruppo Banijay, con il sostegno della Regione Emilia-Romagna.

Da oggi è disponibile anche il trailer ufficiale, che porta lo spettatore direttamente sulla griglia di partenza, anticipando un racconto dove motori, adrenalina e seconde possibilità si intrecciano curva dopo curva.

Le immagini del trailer offrono uno sguardo più approfondito sull’universo di Motorvalley: un mondo in cui ogni gara rappresenta un’occasione di riscatto, tra sogni da inseguire ad alta velocità e rischi che si respirano a ogni sorpasso. Al centro della storia ci sono Arturo, Elena e Blu, tre personaggi accomunati da un passato segnato da perdite e fallimenti, ma uniti da una passione che non si è mai spenta: quella per le auto e per le corse.

Arturo (Argentero) è un ex pilota leggendario, ritiratosi dopo un tragico incidente che ha cambiato per sempre la sua vita. Elena (Michelini), erede della famiglia Dionisi e figlia della proprietaria di una storica scuderia, deve riconquistare il proprio spazio all’interno dell’azienda di famiglia, ora gestita dal fratello. Per farlo decide di affidarsi a Blu (Caterina Forza), giovane talento impulsivo e irresistibilmente attratto dalla velocità, e allo stesso Arturo, chiamato ad allenarla. Ognuno di loro ha un motivo diverso per correre più veloce degli altri.

La serie è ambientata nel contesto del Campionato Italiano Gran Turismo (GT), scenario reale e altamente competitivo in cui le corse non sono solo una passione da condividere, ma diventano una vera e propria ragione di vita – o di morte. A rendere ancora più autentica l’atmosfera dei circuiti contribuisce la presenza nel cast di Alberto Naska e Simone Tonoli, piloti e creator molto seguiti dagli appassionati di motori.

Motorvalley è creata da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e Matteo Rovere, ed è diretta dallo stesso Rovere insieme a Pippo Mezzapesa e Lyda Patitucci. La sceneggiatura porta le firme di Francesca Manieri, Matteo Rovere, Gianluca Bernardini, Michela Straniero ed Erika Z. Galli.

Con Motorvalley, Netflix punta su una serie che unisce dramma sportivo e racconto umano, sfruttando l’immaginario potente dei motori per raccontare personaggi in cerca di riscatto, in un territorio – quello dell’Emilia-Romagna – che delle corse ha fatto una vera e propria identità.

Il creatore di Squid Game prepara una nuova serie Netflix dopo il successo globale

Dopo aver firmato uno dei più grandi fenomeni televisivi degli ultimi anni, Hwang Dong-hyuk è pronto a tornare su Netflix con un nuovo progetto seriale originale. Il regista e sceneggiatore sudcoreano, noto in tutto il mondo per aver creato Squid Game, sta infatti sviluppando una nuova serie intitolata The Dealer, destinata ad ampliare ulteriormente il suo rapporto creativo con la piattaforma.

Secondo quanto riportato, The Dealer rappresenterà un cambio di prospettiva rispetto all’universo di Squid Game, pur mantenendo alcuni dei temi cari all’autore: potere, disuguaglianze, morale e compromessi individuali. Al centro del racconto ci sarà una figura ambigua, un intermediario che opera dietro le quinte di un sistema più grande, muovendosi tra criminalità, élite e zone grigie della società. Un personaggio che promette di incarnare ancora una volta quella tensione morale che ha reso riconoscibile la scrittura di Hwang Dong-hyuk.

Da Squid Game a The Dealer: un autore oltre il fenomeno

The Front Man Squid Game

Il successo planetario di Squid Game ha trasformato Hwang Dong-hyuk in uno degli autori più influenti del panorama seriale contemporaneo, ma il regista ha più volte ribadito di non voler restare prigioniero di un solo universo narrativo. The Dealer sembra nascere proprio da questa esigenza: dimostrare che il suo sguardo autoriale può declinarsi anche al di fuori dei giochi mortali che hanno conquistato milioni di spettatori.

La nuova serie, sempre prodotta per Netflix, dovrebbe puntare su un tono più realistico e meno allegorico, pur restando ancorata a una forte critica sociale. Se Squid Game utilizzava la spettacolarizzazione estrema per raccontare il capitalismo e la disperazione economica, The Dealer sembra intenzionata a esplorare i meccanismi nascosti del potere, concentrandosi su chi trae vantaggio dal sistema senza mai esporsi in prima persona.

Netflix, dal canto suo, continua a rafforzare il legame con i grandi autori internazionali, soprattutto nell’ambito delle produzioni coreane, ormai centrali nella strategia globale della piattaforma. Affidare a Hwang Dong-hyuk una nuova serie originale significa puntare non solo su un nome di richiamo, ma su una visione capace di parlare a pubblici diversi, mantenendo una forte identità culturale.

In attesa di ulteriori dettagli su cast, ambientazione e data di uscita, The Dealer si presenta come uno dei progetti più interessanti in sviluppo per Netflix. Un banco di prova importante per Hwang Dong-hyuk, chiamato a confermare il proprio talento oltre l’ombra ingombrante di Squid Game e a dimostrare che il suo successo non è stato un caso isolato, ma l’inizio di un percorso autoriale destinato a durare.

Tehran – Stagione 3: spiegazione del finale dei primi tre episodi

Con la terza stagione di Tehran, Apple TV porta il suo spy thriller politico verso una dimensione ancora più cupa, ambigua e profondamente esistenziale. Se le prime due stagioni raccontavano la progressiva perdita di controllo di Tamar Rabinyan all’interno di un conflitto geopolitico più grande di lei, la terza compie un passo ulteriore: trasforma la spia in un’ombra, una figura sospesa tra identità, colpa e sopravvivenza.

Il finale della stagione non offre una risoluzione classica, né una vittoria netta. Al contrario, sceglie deliberatamente l’incompiutezza e l’instabilità, coerente con l’evoluzione della serie. Per comprenderne davvero il senso, è necessario leggere l’ultimo episodio non come la chiusura di una missione, ma come la definizione definitiva di ciò che Tamar è diventata.

Tamar Rabinyan nel finale: una protagonista senza patria

Alla fine della terza stagione, Tamar non appartiene più a nessuno. Non al Mossad, che ha progressivamente perso fiducia e controllo su di lei. Non all’Iran, che resta un territorio ostile e mortale. Non a se stessa, perché le scelte compiute nel corso delle stagioni hanno eroso ogni certezza identitaria.

Il finale la colloca in una posizione di sopravvivenza permanente, in cui ogni alleanza è fragile e ogni gesto è una potenziale condanna. Non c’è un ritorno a casa, né una redenzione morale. Tamar è viva, ma il prezzo pagato è la rinuncia definitiva a un’identità stabile.

Narrativamente, è un punto di arrivo preciso: la serie smette di raccontare “una hacker infiltrata” e completa la trasformazione in una figura tragica dello spionaggio, simile ai personaggi del grande cinema politico degli anni ’70, dove la vittoria è sempre ambigua e temporanea.

Il significato del finale: lo spionaggio come condanna, non come eroismo

Hugh Laurie in Teheran - Stagione 3
© Apple TV

Il cuore tematico del finale di Tehran 3 sta in un messaggio chiaro: non esistono eroi nello spionaggio moderno. Tutti i personaggi che sopravvivono lo fanno compromettendo se stessi, mentre chi cerca una via morale viene schiacciato dal sistema.

La serie rifiuta qualsiasi catarsi. Le operazioni riescono solo in parte, le morti non portano equilibrio, le rivelazioni non producono giustizia. Tamar non “vince”, ma nemmeno perde nel senso tradizionale: continua, che è forse la condanna più dura.

In questo senso, il finale dialoga apertamente con l’attualità geopolitica: Tehran non parla solo di Iran e Israele, ma di un mondo in cui l’individuo è sacrificabile, e dove le strutture di potere si alimentano proprio dell’instabilità che dichiarano di voler combattere.

Le alleanze spezzate e il peso delle scelte passate

Uno degli elementi più forti del finale è la resa dei conti silenziosa con le scelte delle stagioni precedenti. Tradimenti, morti collaterali, manipolazioni emotive: tutto ritorna, non sotto forma di vendetta esplicita, ma come assenza di vie d’uscita.

Il racconto suggerisce che ogni decisione presa da Tamar ha ridotto il numero delle possibilità future. Il finale non introduce un nuovo inizio, ma certifica che non esistono più opzioni pulite. Qualunque strada porterà altre conseguenze, altre vittime, altra perdita di sé.

È un finale coerente con l’impianto realistico della serie: Tehran non è interessata a spiegare il mondo, ma a mostrarne la brutalità sistemica.

Un finale aperto che è anche una dichiarazione d’intenti

Niv Sultan in Teheran - Stagione 3
© Apple TV

La scelta di lasciare il finale aperto non è un espediente narrativo per una futura stagione, ma una presa di posizione autoriale. Tehran rifiuta la comfort zone dello spettatore e afferma che alcune storie, soprattutto quelle legate al potere e alla guerra invisibile, non possono chiudersi davvero.

Tamar resta in bilico, come il mondo che la circonda. La sua sopravvivenza non è una promessa di salvezza, ma il proseguimento di una condizione instabile. In questo senso, il finale è meno un cliffhanger e più una cristallizzazione dello stato delle cose.

Cosa ci dice davvero il finale di Tehran – Stagione 3

Il messaggio ultimo della stagione è netto:
la vera trasformazione non è politica, ma personale. Tamar non cambia il mondo, ma viene cambiata irrimediabilmente dal mondo in cui opera. La serie chiude così il cerchio tematico iniziato nella prima stagione: l’idea che l’identità, sotto la pressione del potere, sia la prima vera vittima.

Tehran si conferma quindi come uno degli spy thriller televisivi più maturi degli ultimi anni, capace di usare la tensione e l’intrigo per raccontare qualcosa di più profondo: il costo umano dell’invisibile.

BAFTA Rising Star Award 2026: ecco i 5 nominati di quest’anno!

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BAFTA Rising Star Award 2026: ecco i 5 nominati di quest’anno!

La British Academy ha annunciato i candidati al premio BAFTA Rising Star 2026 per i talenti emergenti del grande schermo, selezionando ancora una volta un mix di britannici e americani. Il vincitore sarà annunciato durante la cerimonia dei BAFTA Film Awards ed è l’unico premio votato dal pubblico.

La rosa dei cinque candidati di quest’anno include Chase Infiniti (Una battaglia dopo l’altra) e Miles Caton (I Peccatori), che hanno già collezionato numerose nomination e vittorie per i loro ruoli di successo. Archie Madekwe (Lurker), Robert Aramayo (I Swear) e Posy Sterling (Lollipop) completano la lista.

Gli esperti di premi potrebbero notare che Infiniti e Aramayo sono gli unici nomi inseriti anche nella lista dei candidati ai BAFTA nelle categorie di recitazione principale. Aramayo, riconoscibile sul piccolo schermo per il suo ruolo da protagonista in Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere di Amazon, ha anche vinto il premio come miglior attore protagonista ai British Independent Film Awards a dicembre, dove Sterling ha ottenuto il premio per la performance rivelazione.

E mentre Infiniti e Caton potrebbero essere i nomi più chiacchierati della lista per la maggior parte degli addetti ai lavori nella stagione dei premi, va anche notato che, dal suo lancio nel 2005 (quando James McAvoy ha portato a casa la statuetta inaugurale), il Rising Star Award ha lasciato il Regno Unito solo tre volte ed è stato vinto da un attore britannico ogni anno dal 2010.

Tra i precedenti vincitori del premio figurano alcuni dei nomi più brillanti del panorama attuale, come Tom Holland, Daniel Kaluuya, Emma Mackey, Will Poulter e Kristen Stewart (l’ultima americana ad aver vinto il premio, nel 2009). Jack O’Connell, che ha vinto il premio nel 2014, sta attualmente raccogliendo elogi dalla critica per la sua interpretazione in 28 anni dopo – Il Tempio delle Ossa e ha recitato al fianco di Caton in I Peccatori, mentre Mia McKenna-Bruce, che ha vinto nel 2024, è la protagonista della serie poliziesca I sette quadranti di Agatha Christie, in uscita domani su Netflix.

David Jonsson, vincitore dello scorso anno, è recentemente apparso e ha prodotto il thriller carcerario di Cal McMauWasteman” – che è stato inserito nella lista dei candidati ai BAFTA per il miglior debutto di uno scrittore, regista o produttore britannico – e ha anche ottenuto grandi consensi per The Long Walk.

Ci sono però anche i candidati delle scorse edizioni che non hanno vinto il premio ma hanno poi avuto una gloriosa carriera. Una lista che include nomi del calibro di Cillian Murphy ed Emily Blunt (entrambi nel 2006), Michael Fassbender (2008), Nicholas Hoult (2009), Tom Hiddleston (2011), Lupita Nyong’o (2013), Margot Robbie (2014), Timotheé Chalamet (2017) e Jessie Buckley (2018). Chalamet e Buckley sono i favoriti per la vittoria dei premi come migliori attori sia agli Oscar che ai BAFTA di quest’anno.

La lista completa delle nomination ai BAFTA Film Award sarà annunciata il 27 gennaio, mentre tutti i vincitori saranno svelati durante la cerimonia che si terrà il 22 febbraio alla Royal Festival Hall di Londra.

Rental Family – Nelle vite degli altri: intervista alla regista Hikari

In occasione dell’uscita al cinema di Rental Family – Nelle vite degli altri (leggi qui la nostra recensione), abbiamo incontrato la regista Hikari per parlare di questo film che unisce cultura, empatia e relazioni umane in un modo unico. Il film racconta la storia di Philip, un uomo straniero che si immerge nel mondo delle “famiglie a noleggio” di Tokyo, e lo fa grazie a interpreti straordinari come Brendan Fraser, che ha affrontato l’esperienza con entusiasmo e dedizione, e la giovane Shannon Mahina Gorman, alla sua prima esperienza sul set.

Nel corso dell’intervista, la regista ci svela come è nato il progetto, quanto sia stato stimolante lavorare con Fraser, e l’importanza di portare sullo schermo un ritratto autentico di Tokyo, città che diventa essa stessa protagonista. Si parla anche di ispirazioni cinematografiche, del delicato equilibrio tra realtà e finzione, e del messaggio finale del film, un invito a riscoprire il valore dei legami, sia familiari sia scelti, nella vita di ciascuno.

Quanto è stato difficile convincere Brendan Fraser a partecipare e com’è stato lavorare con lui?

In realtà sono stata davvero fortunata. Non ho dovuto convincerlo. Ha letto la sceneggiatura, la storia lo ha davvero colpito, quindi si è detto interessato a incontrarmi. Ci siamo visti, abbiamo parlato per sei ore e il gioco era fatto. Lui era molto interessato al concetto del rental family, voleva capirlo meglio e quando lo abbiamo approfondito ha semplicemente esclamato: “Wow, non ne avevo mai sentito parlare”. A quel punto ha accettato di partecipare.

Per quanto riguarda il lavorare con lui, è stata una gioia immensa. Devo dire che è una persona disposta a provare qualsiasi cosa e molto aperta ai suggerimenti. Lui non parlava il giapponese, e ha seguito quattro o cinque mesi di lezioni per impararlo, ed è incredibile avere un partner così, di cui ti fidi e che si fida di te al 100% per intraprendere questo viaggio, perché non è facile andare in un paese così diverso da quello in cui sei cresciuto, ma lui era così coinvolto e aperto che lo rifarei senza esitare, onestamente.

Brendan Fraser in Rental Family
Brendan Fraser in Rental Family

Perché era importante per te avere qualcuno, uno straniero, che osservasse una cultura che non conosce bene.

Quando sono arrivata negli Stati Uniti per la prima volta, ero una studentessa in scambio culturale nello Utah e ho vissuto l’esperienza di essere l’unica “straniera”, ma in quel periodo ho conosciuto tanti amici fantastici che ancora oggi fanno parte della mia vita. Sono passati più di 30 anni e quelle amicizie che sono riuscita a costruire e il legame che sono riuscita a instaurare è stato sempre fondamentale. Volevo riproporre quest’idea, perché per me – anche se provieni da una cultura o da un background differente o hai un colore della pelle diverso – se sei aperto a questo scambio, può davvero essere un modo per rendere il mondo un posto migliore, in un certo senso. Quindi volevo portare questa idea in questo personaggio. Se continueremo a mettere in pratica questa apertura nei confronti degli altri, un giorno, in futuro, potremo allora rendere questo posto un po’ migliore di com’è ora.

Com’è stato invece il rapporto con il resto del cast, in particolare con una bambina attrice di grande talento come Shannon Mahina Gorman.

Shannon non aveva mai recitato prima. Quindi le ho chiesto solo di imparare bene le battute e ascoltare attentamente gli altri. Lei ha poi incontrato Brendan prima che iniziassimo le riprese, ma in realtà non hanno costruito un vero legame, perché volevamo che fosse una relazione nuova per entrambi. Solo dopo che abbiamo iniziato le riprese, hanno passato molto tempo insieme e sono riusciti a connettersi a un livello più profondo. Il personaggio di Akira Emoto, che è un attore leggendario in Giappone, ha invece avuto più libertà di improvvisazione. Quindi la sfida è stata quella di trovare l’equilibrio tra queste diversità sul set, anche in post-produzione, nel montaggio. È stata una cosa che ho trovato davvero divertente, costruire una storia attorno a tutto questo.

Quanto era importante per te rendere la città stessa un protagonista, perché il film non sembra solo una storia sull’importanza della vicinanza umana, ma anche una lettera d’amore per Tokyo.

Dato che questa attività di famiglie a noleggio esiste specificatamente in Giappone e non conosco nessun altro Paese che offra tale servizio, per me era importante ambientare il film a Tokyo. Però volevo anche che il personaggio di Philip, che non è giapponese, attraversasse davvero la città e le sue particolarità. Speravo che il pubblico non giapponese potesse così immedesimarsi meglio nei panni del personaggio di Brendan, ed esplorare quel mondo e capire cosa si prova a vivere in quel paese. Poi, certo, involontariamente è anche una lettera d’amore a Tokyo, perché ci sono parti di quella città che amo e che volevo condividere con il pubblico. Ma non è stato poi troppo intenzionale, questo aspetto è emerso solo nel corso delle riprese.

Brendan Fraser nel film Rental Family
Brendan Fraser in Rental Family

Hai girato ogni scena in modo splendido, dalla scena dei fiori di ciliegio a quella del matrimonio, ma senza che tutti questi scenari sembrassero solo delle “cartoline”. Quanto è stato difficile?

Prima di diventare un regista mi occupavo principalmente di fotografia. Per me era però importante concentrarmi sul personaggio. Quindi, tenendo questo a mente, ho ragionato su quale fosse il percorso emotivo migliore da seguire, dove posizionare la cinepresa, che tipo di obiettivi usare. Era poi sempre importante dove si trovavano i personaggi di Philillip o Mia all’interno dell’inquadratura, come si sentivano, come comunicavano tra loro e poi io e il direttore della fotografia abbiamo adattato tutto il resto a loro.

Il tuo film è ispirato a una situazione reale in Giappone, ma ci sono cose che ricordano il film Lost in Translation. È possibile? O ci sono altre ispirazioni cinematografiche?

Con Lost in Translation il mio film condivide un protagonista che si ritrova in Giappone e lo vive con le difficoltà di chi non è avvezzo a quella nuova cultura. Ma un altro film che mi ha ispirata è stato Vi presento Toni Erdmann. Parla di una storia tra padre e figlia e il personaggio di Tony fa delle cose completamente assurde. Quindi guardando lui ho pensato: “Wow, e se il personaggio di Philip fosse così?”. E poi c’è un altro film, Il funerale di Jūzō Itami. Parla dei rapporti familiari ed è molto divertente, ma è anche molto cupo. Lo definirei una commedia dark sui giapponesi che esaminano i rapporti familiari della loro cultura attraverso un funerale. Un aspetto che ho voluto approfondire con Rental Family.

Brendan Fraser e Akira Emoto in Rental Family - Nelle vite degli altri
Brendan Fraser e Akira Emoto in Rental Family – Nelle vite degli altri

Dopo aver lavorato a Rental Family, pensi in modo diverso alla famiglia e a come si può formare un costrutto del genere?

Penso che ogni membro della famiglia, compresa la mia, non abbia mai un rapporto perfetto come quello che si vorrebbe far credere. Sono stata cresciuta da mia madre single e mio padre non c’è mai stato. Mi è mancata la presenza di un padre? Non saprei, perché non sono cresciuta con lui, ma quando l’ho incontrato era una persona con cui non riuscivo a relazionarmi. Quindi, se qualcuno mi chiedesse chi vorrei assumere come famiglia a noleggio, probabilmente direi un padre, perché vorrei sistemare il mio passato. Ma penso che il legame, che si sia imparentati o meno, sia qualcosa che si trova e costruisce in modo imprevedibile. Sai, i tuoi migliori amici diventano la tua seconda famiglia se passi ogni giorno con loro. Anche il tuo vicino può essere una famiglia. L’idea di avere questo legame con qualcuno, che siate imparentati o meno, è stata la parte importante di questo film, almeno per me. Forse la perfezione non esiste in questo mondo, ma è qualcosa verso cui tendiamo e verso cui dobbiamo essere aperti. Spero che questo film abbia ispirato le persone ad essere aperte alle possibilità della vita.

Come sei arrivata a quel finale e al suo commovente messaggio?

Il finale era una delle scene che avevo in mente fin dall’inizio. Credo che sia qualcosa che riguarda ciò in cui tutti credono, basandomi sulla mia esperienza di artista, di essere umano. Ho sempre pensato a Dio. Se Dio esiste, se esiste un essere divino, credo che anche noi siamo esseri divini, nel senso che possiamo fare tutto ciò che desideriamo. Siamo nati in questo mondo per un motivo preciso. E, nel film, rivedere sé stessi in quel luogo in cui tutti pensano che si adori Dio, vuole sottolineare che in realtà Dio è dentro di te. Questo significa che prima di tutto devi rispettare te stesso, giusto? Quest’idea mi ha aiutato a superare alcuni momenti difficili e volevo restituire questo messaggio al pubblico: se ti senti perso, la risposta è dentro di te. È un qualcosa che volevo dire attraverso il personaggio di Philip, che è si sente completamente perso nel mondo. Lui parte da uno stato di depressione e arriva in un posto dove si sente bene con sé stesso. E ad un certo punto nel film il personaggio di Kiko (Akira Emoto) lo invita ad andare a guardare cosa c’è in quel luogo sacro, ma lui non si sente ancora pronto. Ma alla fine del film lo è e quando si vede riflesso capisce non solo che Dio è in lui ma anche di aver ritrovato il proprio posto nel mondo.

LEGGI ANCHE: Rental Family – Nelle vite degli altri: intervista al protagonista Brendan Fraser

Marty Supreme: Josh Safdie rivela il ruolo segreto di Robert Pattinson

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A quanto pare Josh Safdie si è segretamente riunito con il suo protagonista di Good Time, Robert Pattinson in Marty Supreme. Durante una conversazione al BFI Southbank di Londra martedì, il regista ha infatti rivelato che Pattinson ha prestato la sua voce ad un personaggio del film drammatico sul ping pong con Timothée Chalamet. “Nessuno lo sa, ma quella voce – il commentatore, l’arbitro – è di Pattinson”, ha detto Safdie. “È come una piccola sorpresa. Nessuno lo sa. … È venuto a vedere alcune cose e io ho pensato: non conosco nessun britannico. Quindi lui è l’arbitro”.

Pattinson può quindi essere ascoltato come annunciatore durante la scena delle semifinali del British Open all’inizio del film della A24, quando Marty Mauser, interpretato da Chalamet, affronta il campione ungherese Bela Kletzki (Géza Röhrig). Questa rivelazione fa luce su un momento del video Lie Detector Test di Pattinson con Vanity Fair, in cui la sua co-protagonista in Die My Love, Jennifer Lawrence, gli ha chiesto: “Una volta hai lavorato con Josh e Benny Safdie in Good Time. Ti piacerebbe lavorare di nuovo con loro?”.

In quell’occasione Pattinson ha risposto decisamente di sì, e l’esaminatore del poligrafo ha dichiarato che questa risposta era “ingannevole”. Pattinson ha riso e ha detto: “È pazzesco”. Forse stava già cercando di nascondere il segreto ora svelato. Pattinson aveva infatti recitato nel thriller poliziesco dei fratelli Safdie del 2017 Good Time, interpretando un criminale di nome Connie che fa di tutto per liberare suo fratello con disabilità dello sviluppo dalla custodia della polizia.

Pattinson apparirà anche sullo schermo al fianco di Chalamet in Dune – Part Tre, in uscita nel dicembre 2026. Interpreterà il cattivo mutaforma Scytale, che complotta contro il messianico Paul Atreides di Chalamet. Sarà dunque l’occasione per vederli confrontarsi di persona sullo schermo.

Di cosa parla Marty Supreme con Timothée Chalamet

La storia è liberamente ispirata alla vita di Marty Reisman, un giocatore di ping pong che ha vinto diversi campionati mondiali. Tra i co-protagonisti di Chalamet figurano Gwyneth Paltrow, Odessa A’zion, Kevin O’Leary, Tyler Okonma, Abel Ferrara, Fran Drescher e Sandra Bernhard. Josh Safdie di Diamanti grezzi ha diretto il film e co-sceneggiato la sceneggiatura con Ronald Bronstein.

10 domande senza risposta che ci ha lasciato il finale di Stranger Things

Stranger Things è ufficialmente giunto al termine, ma restano ancora alcune domande sulla serie che meritano una risposta. Dopo cinque stagioni di caos nel Sottosopra e viaggi tra dimensioni diverse, Stranger Things ha concluso la sua storia con un finale epico. Tuttavia, per molti spettatori i fili narrativi rimasti aperti lasciano intendere che potrebbe esserci ancora un altro finale in arrivo.

Il finale ha sollevato diversi interrogativi che meritano un’analisi più approfondita, che si tratti di destini dei personaggi mai chiariti o di improvvisi cambiamenti nella memoria collettiva di Hawkins. Sebbene la conclusione abbia offerto una chiusura dopo anni di lotta per la sopravvivenza, queste domande irrisolte lasciano spazio a ulteriori interpretazioni di alcune linee narrative della serie.

Perché Hawkins accetta improvvisamente l’Hellfire Club?

La città ha passato gran parte della quarta stagione odiando pubblicamente l’Hellfire Club di Stranger Things dopo l’omicidio di Chrissy Cunningham. I cittadini di Hawkins lo avevano etichettato come una setta satanica e ogni manifestazione pubblica legata al club veniva brutalmente vandalizzata. All’inizio della quinta stagione, Dustin viene addirittura picchiato per aver indossato una maglietta dell’Hellfire Club.

Eppure, durante il discorso di diploma di Dustin nel finale di Stranger Things, il ragazzo mostra con orgoglio la sua maglietta con la scritta “Hellfire Lives”, ricevendo applausi dal pubblico. Nessuno esprime dissenso, nonostante in passato la città avesse fatto di tutto per schierarsi contro il club.

Dal momento che Hawkins non è mai venuta a conoscenza delle attività soprannaturali in corso, è improbabile che i cittadini abbiano capito che Eddie fosse un eroe. Poiché la serie non fornisce alcuna spiegazione, viene spontaneo chiedersi se manchi un pezzo di storia avvenuto fuori scena.

Come ha fatto Hopper a tornare nella polizia di Hawkins?

Hopper è stato dato per morto per due anni dopo essere stato fatto prigioniero dai russi. Sebbene sia poi tornato a Hawkins, all’inizio della quinta stagione vive nascosto. Si fa crescere persino la barba per risultare irriconoscibile, segno evidente del suo desiderio di non attirare l’attenzione.

Arrivando all’epilogo, però, Hopper socializza tranquillamente in città ed è di nuovo in uniforme da capo della polizia, la stessa con cui aveva iniziato la serie. Tutti sembrano aver accettato senza problemi il suo ritorno, il che suggerisce che sia stato reintegrato ufficialmente. Resta però il dubbio su come abbiano spiegato la sua lunga assenza e la sua morte “confermata”.

Perché Steve allena una squadra di baseball?

Steve non ha mai mostrato alcun interesse per il baseball. Al liceo era una star del basket e continuava a frequentare le partite della Hawkins High anche dopo il diploma. Nell’epilogo scopriamo invece che Steve allena una squadra di baseball, una scelta che appare piuttosto fuori luogo.

L’unico vero legame di Steve con il baseball è il suo iconico bastone chiodato, usato per combattere. Forse ha sviluppato una passione per lo sport dopo aver affrontato Vecna, oppure aveva semplicemente bisogno di un lavoro per restare a Hawkins. In ogni caso, il cambiamento risulta piuttosto improvviso.

Come ha fatto Max a diplomarsi in tempo?

Max è rimasta in coma per quasi due anni. È praticamente impossibile che sia riuscita a recuperare il programma scolastico in così poco tempo, soprattutto considerando che non era una studentessa modello e non dava priorità alla scuola.

La serie mostra che le lezioni proseguono normalmente anche dopo l’attacco a Max e la divisione di Hawkins in quattro parti. Il carico di studio delle superiori è elevato, e Max ha sicuramente dovuto affrontare un percorso di riabilitazione intenso per tornare alla normalità, lasciandole poco tempo ed energie per dedicarsi ai compiti.

Qual è il significato del 6 novembre?

Henry Creel rapì Will per la prima volta il 6 novembre 1983 e pianificò anche la battaglia finale della quinta stagione per la stessa data. Sappiamo che il 6 novembre è importante, ma non viene mai spiegato il perché. La risposta potrebbe arrivare dal prequel teatrale di Broadway, Stranger Things: The First Shadow.

Lo spettacolo esplora gli eventi legati alla recita scolastica menzionata brevemente nel Volume 1. Durante il liceo, Joyce diresse uno spettacolo che vedeva tra i protagonisti Hopper, i genitori di Mike e, soprattutto, Henry Creel. Anche quella rappresentazione ebbe luogo il 6 novembre 1959.

Qualcosa di significativo accadde a Henry quella notte, ed è probabile che sia l’evento che lo ha legato a quella data. Anche anni dopo, il trauma emotivo potrebbe aver mantenuto il 6 novembre impresso nella sua mente.

Che fine hanno fatto la Dottoressa Kay e gli agenti del governo?

Il governo entra in scena nella quarta stagione dando la caccia a Undici, mostrando fin da subito di essere una minaccia concreta. Nella quinta stagione diventa ancora più aggressivo e pericoloso, soprattutto sotto la guida di Kay. Il loro obiettivo era trovare Undici, eliminando chiunque si mettesse sulla loro strada.

Poi, improvvisamente, scompaiono. Nell’epilogo non c’è traccia di loro, nonostante poco prima avessero preso il controllo dell’intera città. È difficile credere che Kay e il suo esercito abbiano semplicemente lasciato andare i protagonisti dopo la “morte” di Undici e la distruzione del Sottosopra. È altrettanto improbabile che abbiano abbandonato Hawkins senza spiegazioni dopo tutto ciò che avevano fatto.

Che fine ha fatto la famiglia di Derek?

Nel Volume 1, Joyce e i ragazzi legano Derek e la sua famiglia in un fienile per usarli come esca. Una volta messo in atto il piano, la storia sembra andare avanti senza ulteriori conseguenze. Sappiamo che Derek è sopravvissuto, ma non viene mai detto nulla sul destino della sua famiglia, né se siano ancora vivi. Nell’epilogo non compaiono, il che lascia aperta l’ipotesi che non ce l’abbiano fatta.

Henry mostra a Derek una visione in cui la sua famiglia è morta, con gli occhi cavati nello stile tipico di Vecna. Tuttavia, Henry ha dimostrato più volte di mentire, e potrebbe essere stato solo un tentativo disperato di manipolarlo. Resta comunque una possibilità concreta, soprattutto perché il demogorgone mandato da Henry entra proprio nel fienile dove la famiglia era legata. E se Henry ha ucciso la sua stessa famiglia, potrebbe uccidere chiunque.

Dov’è finito il dottor Owens?

Il dottor Owens è stato un personaggio chiave nella quarta stagione, offrendo a Undici un supporto che il dottor Brenner non era mai stato in grado di darle. Introdotto nella seconda stagione come membro del laboratorio di Hawkins, Owens si è dimostrato empatico, vedendo Undici come una persona e non come un semplice mezzo per accedere ad altre dimensioni. Voleva salvare Hawkins senza sacrificare la sua felicità.

Eppure, nella quinta stagione, Owens è completamente assente. Si trovava al Progetto Nina quando il governo ha attaccato nella quarta stagione, ma il suo destino non viene mai chiarito. Proprio nella stagione più importante per Undici, Owens non viene nemmeno menzionato.

Perché Will non è stato influenzato dalla morte di Vecna?

Durante lo scontro finale con Vecna, Will sembra stare perfettamente bene, allontanandosi senza ferite né conseguenze evidenti. Sebbene questo contribuisca a un lieto fine, contraddice quanto visto in precedenza, dato che Will è sempre stato influenzato dal Sottosopra, soprattutto quando entrava in contatto con la mente di Vecna.

In passato, Will aveva perso conoscenza dopo aver salvato Max e Holly da Henry, nonostante fosse rimasto nella sua mente solo per pochi istanti. Dopo ogni confronto diventava debole, e quando Vecna o un demogorgone soffrivano, anche Will ne subiva gli effetti. Henry muore in modo estremamente doloroso, ma Will non mostra alcuna conseguenza.

Perché Henry aveva bisogno di 12 bambini?

Henry Creel è molto preciso nel sostenere di aver bisogno di 12 bambini per realizzare i suoi piani come Vecna. Sappiamo che sceglieva i bambini perché le loro menti erano più facilmente plasmabili, ma non viene mai spiegato perché fosse necessario proprio quel numero. Potrebbe trattarsi di un riferimento al suo iconico orologio a pendolo?

Henry aveva inoltre bisogno di quattro vittime nella quarta stagione di Stranger Things. Quando Max cade in trance, i varchi verso il Sottosopra si aprono e Hawkins viene divisa in quattro. Anche questo elemento non viene mai spiegato, e nessuno dei personaggi sembra metterlo in discussione.

Creature Commandos – Stagione 2: James Gunn rivela dove si colloca nella timeline

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Alla fine del 2024, i DC Studios hanno lanciato il DCU con Creature Commandos. La serie animata ha ricevuto recensioni entusiastiche e una seconda stagione è stata annunciata prima della messa in onda del finale. In quell’episodio, La Sposa è stata presentata alla sua nuova squadra: Weasel, Doctor Phosphorus, un G.I. Robot aggiornato e imponente, Nosferata, Khalis e King Shark della Suicide Squad.

Al co-CEO della DC Studios e creatore della serie, James Gunn, è ora stato recentemente chiesto quando rivedremo la Task Force M, e lui ha risposto a un fan su Threads: “Quando avremo finito di animare la nuova stagione, che è attualmente in produzione”. Insistendo sul fatto di sapere dove si colloca la seconda stagione nella timeline della DCU, Gunn ha confermato che sarà ambientata dopo gli eventi della seconda stagione di Peacemaker.

C’era da aspettarselo, data la struttura lineare del franchise, ma è comunque interessante, soprattutto perché la serie HBO Max si è conclusa con l’introduzione di Salvation. Amanda Waller ha formato la Task Force M e, con il nuovo capo dell’A.R.G.U.S., Rick Flag Sr., che ha bloccato i metaumani in quella realtà parallela, la sua presenza non promette nulla di buono per i mostri che compongono questa squadra. Anche se non scommetteremmo sul fatto che la seconda stagione di Creature Commandos si svolgerà in Salvation, dobbiamo credere che incomberà sulle teste della squadra quando verrà rimandata in azione.

È stato precedentemente riportato che anche Captain Atom apparirà nella serie animata quando tornerà. A quanto pare, avremo la versione di Nathaniel Adam del personaggio, che ha fatto il suo debutto in History of the DC Universe #2 nel 1987. Sulla pagina, è un eroe collegato e alimentato dal Campo Quantico, il risultato di un progetto segreto del governo. Non resta allora che attendere maggiori aggiornamenti per scoprire come si svilupperà la storia legata a questi personaggi e quali implicazioni potrà avere per il futuro del DCU.

Stranger Things finale: la sceneggiatura dell’ultima puntata non era ancora chiusa, quando sono cominciate le riprese

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La sceneggiatura per il finale di Stranger Things non era ancora terminata all’inizio delle riprese. Non sorprende che, volendo ampliare il dibattito su una delle serie più popolari di sempre, un documentario dietro le quinte di Stranger Things – Stagione 5 abbia debuttato su Netflix, svelando i retroscena del finale.

Della durata di due ore e con la maggior parte del cast principale di Stranger Things, con le notevoli eccezioni di David Harbour e Winona Ryder, One Last Adventure: The Making of Stranger Things 5 ​​arriva dopo un finale di serie che ha scatenato accese discussioni online e feroci critiche per le scelte narrative, come la scelta di mantenere ambiguo il destino di Undici (Millie Bobby Brown).

Queste critiche saranno probabilmente alimentate dalla rivelazione, contenuta nel documentario di due ore, che l’episodio 8 della quinta stagione, l’ultimo della serie, è stato girato senza una sceneggiatura completa. Questa è la prima intervista di Montana Maniscalco, un assistente di produzione chiave, che conferma che le riprese sono iniziate senza che la sceneggiatura fosse completa.

Matt Duffer, che ha co-creato il dramma soprannaturale con il fratello Ross Duffer, riflette sul caos della sceneggiatura nel documentario. A un certo punto, difende la situazione con la troupe e dice: “Non è che non sappiamo come finirà. È tutto pianificato”. In un altro punto del documentario, Matt ha espresso il suo pensiero sul fatto che la sceneggiatura non fosse finita: “Non ho mai letto l’ottavo episodio, e lo stiamo solo girando. Non ho mai fatto niente del genere prima. È così strano saltare all’ottavo… Non mi piace. Non mi piace”.

Matt Duffer e Ross Duffer
Cr. Tina Rowden/Netflix ©

Durante un’intervista più formale, Matt Duffer spiega che l’ultimo episodio è stato creato sotto una pressione insolitamente intensa, sottolineando che la troupe è stata spinta incessantemente dal team e dalle realtà della produzione e di Netflix. Il produttore esecutivo, come riferito a Entertainment Weekly, spiega perché è stata un’esperienza di scrittura eccezionalmente difficile:

Per l’episodio 8 siamo stati costantemente bombardati dalla produzione e da Netflix. È stata la situazione di scrittura più difficile in cui ci siamo mai trovati, non solo perché c’era la pressione di dover assicurarci che la sceneggiatura fosse buona, ma anche perché non c’era mai stato così tanto rumore allo stesso tempo.

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Stranger Things – Stagione 5 sta per mettere a segno un importante record di Netflix

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Stranger Things – Stagione 5 è a soli 25 milioni di visualizzazioni dal battere un importante record di Netflix. La quinta e ultima stagione della popolarissima serie dello streamer è stata pubblicata in tre parti, a partire dal Volume 1 (i primi quattro episodi) il 26 novembre, il Volume 2 (i successivi tre episodi) il 26 dicembre, seguito dal finale di serie il 1° gennaio.

La quarta stagione di Stranger Things, al momento, si classifica al quarto posto sopra la seconda stagione di Mercoledì con 119,3 milioni di visualizzazioni e Dahmer: Monster: The Jeffrey Dahmer Story al quinto con 115,6 milioni di visualizzazioni, mentre Stranger Things – Stagione 5 si classifica al terzo posto sopra Bridgerton stagione 1, La regina degli scacchi, Bridgerton stagione 3 e The Night Agent stagione 1.

Inoltre, per la settimana dal 5 all’11 gennaio, Stranger Things – Stagione 5 si classifica al terzo posto nella Top 10 globale di Netflix con 9,3 milioni di visualizzazioni in più, piazzandosi al di sotto delle miniserie His & Hers e Run Away, e al di sopra di Stranger Things stagione 1, Emily in Paris stagione 5, Stranger Things stagione 2, Stranger Things stagione 3, Stranger Things stagione 4, The Good Doctor stagione 1 e Raw 2026 (5 gennaio).

Per la settima settimana consecutiva, tutte e cinque le stagioni di Stranger Things compaiono nella Top 10 globale di Netflix. Questa settimana, la stagione 1 si classifica al quarto posto con 5 milioni di visualizzazioni, seguita dalla stagione 2 al n. 6 con 4,5 milioni, dalla stagione 3 al n. 7 con 4,4 milioni e dalla stagione 4 all’n. 8 con 4,1 milioni.

Netflix stila la sua classifica generale monitorando quante visualizzazioni riceve un titolo nei suoi primi 91 giorni sulla piattaforma o, per serie come Stranger Things che pubblicano episodi in più volumi, nei primi 91 giorni di ogni lotto di pubblicazione. Di conseguenza, i primi quattro episodi continueranno a ricevere visualizzazioni idonee fino al 24 febbraio, i successivi tre fino al 25 marzo e il finale fino al 31 marzo.

A sua volta, Stranger Things – Stagione 5 dovrebbe continuare a scalare la classifica e alla fine superare la quarta. Dopo l’uscita del finale di serie a Capodanno, la quinta stagione è rapidamente entrata nella Top 10 globale delle serie più viste di tutti i tempi di Netflix, al numero 9. Una settimana dopo, era già salita al numero 6, superando le stagioni 1 e 3 di Bridgerton e La regina degli scacchi.

Undici in Stranger Things 5

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