Sandokan, raddoppia
l’appuntamento settimanale in prima serata
su Rai1. La serie evento internazionale,
prodotta da Lux Vide, società del gruppo
Fremantle, in collaborazione con Rai
Fiction andrà in onda lunedì 15
dicembre e martedì 16
dicembre con le attesissime puntate finali.
Da un’idea di
Luca Bernabei, la serie è un nuovo adattamento della storica saga
di romanzi di Emilio Salgari, sviluppata per la televisione
da Alessandro Sermoneta, Scott
Rosenbaum e Davide Lantieri, e
diretta da Jan Maria
Michelini e Nicola Abbatangelo.
Sarà distribuita in tutto il mondo da Fremantle e in Spagna
da Mediterráneo Mediaset España Group.
Le riprese della
serie si sono tenute nel Teatro 7, del polo produttivo di Lux Vide,
e tra l’isola di Reunion, il Lazio, la Toscana e la Calabria, dove
è stata costruita la colonia inglese di Labuan a Lamezia Terme, con
il sostegno della Calabria Film Commission.
A cinquant’anni
dalla celebre serie Rai che lo rese un’icona, Rai 1
trasmette gli ultimi due appuntamenti dell’eroe nato dalla
penna di Emilio Salgari. Una storia senza tempo che ci conduce in
terre esotiche e tempi lontani: nel Borneo della prima metà
dell’Ottocento, tra popoli in lotta per la libertà e potenze
coloniali spinte da un’avidità cieca e feroce.
Nel
cast Can Yaman, Alanah Bloor, Alessandro Preziosi, Ed
Westwick, Madeleine Price, e
conJohn Hannah.
La trama
Borneo, 1841. In
un mondo dominato dal potere coloniale degli inglesi, Sandokan è un
pirata che vive alla giornata. Solca il mar della Cina a fianco del
suo fedele amico Yanez e della loro ciurma di pirati, un gruppo di
avventurieri che vengono dai quattro angoli del mondo.
Un giorno,
durante un arrembaggio a un cargo del Sultano del Brunei, Sandokan
libera un misterioso prigioniero Dayak, un popolo indigeno a lungo
oppresso. L’uomo crede di riconoscere in Sandokan il guerriero di
un’antica profezia che affrancherà il suo popolo dal giogo degli
stranieri. Sandokan non dà peso alla cosa: lui è solo un pirata che
ama la libertà; è così che ha vissuto la sua vita fino a oggi. Ma
tutto sta per cambiare perché durante un’ardita incursione nel
Consolato Britannico di Labuan, Sandokan incontra Marianna
Guillonk.
Marianna è la
giovane figlia del Console inglese. È nota come la Perla di Labuan
per la sua bellezza ma anche per il carattere indomito che la
spinge a rifiutare i ricchi pretendenti che ambiscono alla sua
mano.
L’incontro con
Sandokan risveglia in lei quello spirito di avventura che le rigide
gabbie della società vittoriana hanno sempre represso. Quello tra
Sandokan e Marianna è l’incontro di due mondi che non potrebbero
essere più diversi. Una storia apparentemente impossibile. Ma non
c’è niente di impossibile quando due cuori desiderano la stessa
cosa: la libertà.
Tra i due però si
inserisce Lord James Brooke, l’ombroso e affascinante “cacciatore
di pirati”. Brooke non è il solito ricco mercante, né un
militare di carriera, ma un audace avventuriero che, a capo della
sua fregata – la Royalist – semina il panico tra
i pirati di tutto il sud est asiatico. Uomo ambizioso e
brillante, Brooke cattura la ciurma di Sandokan e si mette sulle
tracce del loro capitano.
Brooke è disposto
a tutto per fermare Sandokan, ottenere il potere e conquistare il
cuore di Marianna. La quale non è indifferente al suo fascino.
Inizia così
un’avventura che si snoda tra i mari del Borneo, la vivace città di
Singapore e la lussureggiante giungla tropicale dell’isola. Proprio
qui, nel cuore della foresta, Sandokan incontrerà il suo
destino.
Alla resa dei
conti ognuno dovrà operare una scelta: Marianna, divisa tra Brooke
e Sandokan, dovrà affrontare i lati più oscuri del suo mondo e
decidere cosa vuole veramente; Brooke dovrà misurare la sua
sconfinata ambizione con i suoi lati più vulnerabili; Sandokan, da
semplice pirata che viveva alla giornata, sarà chiamato a
trasformarsi nella Tigre della Malesia.
La
prima anticipazione del trailer di Avengers: Doomsday è
trapelato online oggi, e ora abbiamo dettagli su cosa succederà.
L’anteprima incentrata su Captain America verrà proiettata prima di
Avatar: Fuoco e Cenere
questo fine settimana, e nella seconda settimana i riflettori si
sposteranno su Thor.
Questa notizia ci arriva da Feature
First, e lo scooper @MyTimeToShineH (la cui descrizione del teaser
di Steve Rogers era accurata al 100%) ha affermato che il video
mostra il Dio del Tuono “nei boschi mentre prega Odino prima di
una grande battaglia per riportarlo sano e salvo da sua
figlia”. Il terzo teaser si concentrerà sul Dottor Destino di
Robert Downey Jr. Non abbiamo dettagli al riguardo, ma
sarà l’ultimo di questi teaser incentrati sui personaggi. Il quarto
teaser è un trailer completo, e immaginiamo che sarà quello che
verrà pubblicato in rete nel nuovo anno. Abbiamo solo una
descrizione audio, ma ecco come è strutturata:
<<Il trailer inizia in
modo piuttosto inquietante e lento, ma non proprio cupo, poiché c’è
un barlume di speranza. Altre note si alzano lentamente, iniziando
a suonare come una reminiscenza della musica al minuto 2:21 del
secondo trailer di Venom.
Il trailer poi accelera un po’
e suona un po’ simile al trailer di “Absolute Cinema” dei
Thunderbolts*, dove ha un’atmosfera da club ma non con la
stessa energia, risultando più represso: la musica è più lenta,
profonda, come un battito cardiaco. La musica poi passa al tipico
ritmo da montaggio. La musica poi riprende a salire, diventando
piuttosto potente, apparentemente per suscitare emozioni, con la
fonte che la paragona a “Avengers”.>>
È interessante notare che
@MyTimeToShineH ha poi affermato: “C’è un forte tema di
paternità in Avengers: Doomsday: Steve ha un figlio, Thor ha una
figlia e Destino ha perso suo figlio e cerca vendetta. Anche Reed
con Franklin!”
In base alla descrizione di Thor
qui sopra, sembra che padri e figli saranno anche il tema di questi
teaser. Se il viaggio indietro nel tempo di Capitan America per
riunirsi a Peggy Carter è davvero ciò che ha causato la caduta del
Multiverso vittima delle Incursioni, allora il Dottor Destino che
si propone di distruggere la sua vita sarà probabilmente il
conflitto centrale di Avengers:
Doomsday.
Captain America vs. Doctor
Doom non è necessariamente ciò che ci aspettavamo da
questo film, ma ha del potenziale, e il ritorno di Chris Evans al suo ruolo più iconico è
qualcosa che i fan attendevano da oltre sette anni, dalla fine di
Endgame.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men
dell’era Fox-Marvel.
Il celebre e temuto conte
Dracula è un personaggio da sempre ricorrente al cinema,
protagonista di film come Dracula di Bram Stoker, Dracula Untold, Blade: Trinity e in forma
animata anche della trilogia di Hotel Transilvania. Sin da
quando il personaggio è stato ideato dallo scrittore Bram
Stoker nel 1897, egli si è spesso dovuto confrontare con
il suo acerrimo nemico, il cacciatore di vampiri Abraham
Val Helsing. Proprio tale personaggio è infine stato
protagonista di un film tutto suo, intitolato appunto Van
Helsing e uscito in sala nel 2004 per la regia di Stephen Sommers.
Conosciuto in particolare per aver
diretto La mummia e La mummia – Il ritorno, Sommers, anche sceneggiatore
del film, si è naturalmente ispirato al romanzo di Stoker, ma per
il suo film si è basato anche su altre opere affini. In
particolare, Van Helsing è un tributo ai classici
film dell’orrore realizzati tra gli anni Trenta e gli anni Quaranta
dalla Universal e che vedono come protagonisti creature quali
Frankenstein, il Lupo Mannaro, il dottor Jekyll e la sua
controparte malvagia Mister Hyde. Al di là del mistero e
La casa degli orrori sono solo due dei titoli indicati da
Sommers come principali fonti di ispirazione.
Il film si è poi affermato come un
buon successo anche per via dei tanti riferimenti culturali che
presenta. Per gli amanti di questa tipologia di film, dove l’orrore
si unisce all’azione e alle forti emozioni, Val
Helsing è un titolo imperdibile. In questo articolo,
approfondiamo alcune delle principali curiosità relative ad esso.
Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare
ulteriori dettagli relativi alla trama, al
cast di attori e alla spiegazione del
finale. Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il film nel
proprio catalogo.
La trama e il cast di Van
Helsing
La storia narrata dal film si apre
nel 1887, in Transilvania, dove il dottor Victor
Frankenstein sta ultimando la sua ultima creatura grazie
alla complicità e al supporto del Conte Dracula.
Il vampiro, tuttavia, intende dar vita ad una stirpe di suoi
simili, con cui poter governare il mondo. Per tentare di
contrastarlo, il Vaticano assume il cacciatore sovrannaturale
Van Helsing. Insieme al giovane frate
Carl, Van Helsing giunge dunque in Transilvania,
dove conosce la principessa Anna Valerious. Mentre
conduce le sue indagini, il cacciatore si addentra sempre di più
nei misteri del luogo, dove scoprirà che i piani di Dracula sono
molto più terribili di quel che si credeva.
Ad interpretare il ruolo del
celebre cacciatore di vampiri Van Helsing si ritrova l’attore
Hugh Jackman, in quel
momento divenuto particolarmente popolare per il ruolo di Wolverine
in X-Men. Proprio a causa delle riprese del sequel di
questo, l’attore doveva necessariamente portare i capelli corti.
Per assumere il ruolo di Van Helsing, dunque, si trovò a dover
indossare delle extension per ottenere i capelli lunghi. Accanto a
lui, nel ruolo di Anna Valerious, vi è l’attrice Kate Beckinsale, già
celebre per la saga di Underworld, anch’essa con protagonisti vampiri e
licantropi.
Nel ruolo del Conte Dracula si
ritrova l’attore Richard Roxburgh, il quale ha
ottenuto di poter anche lui interpretare senza controfigure tutti
gli stunt previsti per il personaggio. L’italiana Silvia
Colloca recita nei panni di Verona, una delle mogli di
Dracula. Nella realtà, l’attrice è davvero sposata con Roxburgh.
Sono poi presenti Samuel West per il ruolo di
Victor Frankenstein, mentre Shuler Henry dà vita
al mostro di Frankenstein. Completano poi il cast anche
David Wenham nei panni di Carl, fratello di Anna,
Will Kemp in quelli dell’Uomo Lupo e
Robbie Coltrane, noto come Hagrid nella saga di Harry
Potter, in quelli di Mr. Hyde.
La spiegazione del finale del
film
Nella battaglia culminante del
film, Dracula implora Van Helsing di unirsi a lui, affermando che
il Vaticano lo sta sfruttando per i propri scopi. Si scopre inoltre
come i due si conoscono: nel 1462, quando Dracula era mortale, Van
Helsing lo uccise. Non è però chiaro il perché. Dato che la mossa
immediata di Dracula dopo la morte è stata quella di contrattare
con il Diavolo, è probabile che stesse tramando qualcosa di male. È
assolutamente possibile che fosse già alle prese con la magia nera
quando Van Helsing lo conosceva.
Ogni volta che Dracula fa
riferimento alla sua morte originale, la descrive come un omicidio.
Questo è tecnicamente corretto: Van Helsing ha ucciso Dracula nel
1462 quando era mortale. Ma la ripetuta insistenza sull’aspetto
criminale della morte originale di Dracula solleva alcune domande.
Sebbene il film non fornisca risposte esplicite, si insinua che il
peccato dell’omicidio possa essere stato l’evento traumatico che ha
portato alla perdita di memoria di Van Helsing. Dracula sembra
voler ricordare a Van Helsing che un tempo erano amici e che lui lo
ha tradito togliendogli la vita.
Questo sembra proprio il genere di
cose che porterebbe un individuo super-religioso a seppellire il
senso di colpa e la vergogna nelle parti più polverose della sua
memoria. Ma nonostante la fitta nebbia di amnesia, Van Helsing ha
incubi vividi di antiche battaglie che non può aver combattuto. Si
fa infatti riferimento allo scontro con i Romani a Masada, avvenuto
però oltre 1800 anni prima degli eventi del film. Come fa Van
Helsing ad essere così vecchio? È interessante notare che Dracula
si rivolge a lui chiamandolo “Gabriele” e “La mano sinistra di
Dio”.
Anche se non viene mai detto
chiaramente che Van Helsing sia letteralmente il Gabriele biblico,
il fatto che sia un arcangelo smemorato spiegherebbe come abbia
vissuto così a lungo. Spiegherebbe anche perché riesce a “percepire
il male”. Potrebbe anche essere che Van Helsing sia solo
un’incarnazione terrena del biblico Gabriele, e che i ricordi
dell’angelo siano impressi su di lui. In ogni caso, Van Helsing non
è un umano qualunque. Alla fine, egli tramutatosi in lupo mannaro
riesce ad uccidere nuovamente Dracula e di conseguenza anche la sua
prole.
Tuttavia, l’amata Anna, nel
tentativo di iniettare l’antidoto a Van Helsing rimane uccisa.
Poiché aveva detto di non aver mai visto il mare, Van Helsing e
Carl cremano il suo corpo su di una scogliera. Nell’ascendere delle
ceneri di Anna al cielo, il cacciatore di vampiri percepisce
l’accesso al paradiso e rivede, oltre ad Anna, anche gli altri
Valerious, tra cui anche Velka. Così, mentre il cacciatore e Carl
fanno ritorno a Roma, il mostro di Frankenstein invece, ormai
libero nonostante il parere contrario dell’ordine del cardinale, si
allontana su una zattera alla ricerca di un posto dove stare e,
forse, qualcuno che lo ami.
Il trailer di Van
Helsing e dove vedere il film in streaming e in TV
È possibile fruire del film grazie
alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme
streaming presenti oggi in rete. Van Helsing è
infatti disponibile nei cataloghi di Netflix, Apple
TV e Prime Video. Per vederlo, una volta
scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo
film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il
film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di
mertedì 20 agosto alle ore 21:00
sul canale 20 Mediaset.
Con
Alexander (2004), Oliver Stone affronta uno dei soggetti più
ambiziosi della sua filmografia, confrontandosi con il mito di
Alessandro Magno dopo aver già esplorato figure
storiche e politiche complesse come JFK,
Nixon e Jim Morrison. Questo
film storico si inserisce coerentemente nel percorso di Stone
come autore interessato ai grandi personaggi che hanno segnato la
Storia, osservati però da una prospettiva problematica,
contraddittoria e spesso intima. Alexander
rappresenta così il tentativo di trasporre su scala epica le
ossessioni del regista per il potere, l’eredità e il rapporto tra
individuo e Storia.
La
principale fonte d’ispirazione del film è costituita dalle opere
degli storici antichi, in particolare Plutarco, Arriano e Quinto
Curzio Rufo, filtrate però attraverso una sensibilità moderna.
Stone non punta a una ricostruzione puramente didascalica, ma a un
racconto soggettivo e frammentato, che alterna grandi battaglie,
intrighi di corte e riflessioni interiori. Il film si colloca nel
genere del kolossal storico, ma lo contamina con elementi del
biopic psicologico, allontanandosi dal modello classico del peplum
per proporre una visione più ambigua e meno celebrativa
dell’eroe.
Al centro di
Alexander emergono temi ricorrenti nel cinema di
Stone: l’ambizione smisurata, il desiderio di trascendenza, il
conflitto tra destino personale e responsabilità politica, oltre al
rapporto irrisolto con le figure genitoriali. La conquista del
mondo diventa progressivamente una discesa nella solitudine e
nell’incomprensione, mentre l’idea di impero universale si scontra
con i limiti umani del protagonista. Nel resto dell’articolo, ci
concentreremo sulla spiegazione del finale del film, analizzando
come Stone chiuda il racconto di Alessandro e il senso ultimo della
sua parabola.
Il faraone Tolomeo narra alla sua
corte la storia di Alessandro (Colin
Farrell), figlio del re
macedone Filippo (Val
Kilmer) e
di Olimpiade (Angelina
Jolie). Quest’ultima vorrebbe plasmarlo sul modello
dell’indomito Achille e assicurarsi che sia un re glorioso. Il
giovane Alessandro intraprende quindi l’addestramento militare con
Efestione (Jared
Leto), studia i miti antichi e la filosofia con il
maestro Aristotele (Christopher
Plummer) e rende orgoglioso suo padre, addomesticando il
fiero cavallo Bucefalo. Olimpiade, inoltre,
suggerisce a suo figlio di creare una propria discendenza prima di
partire per la guerra, così da non dover temere di perdere il
trono.
Il ragazzo, tuttavia, rifiuta
poiché innamorato di Efestione. Alla morte
di Filippo, Alessandro gli
succede e diventa deciso a conquistare il mondo. Tuttavia, i
generali mostrano ben presto i primi segni di malcontento e
Olimpiade invita suo figlio a guardarsi dai
suoi alleati. Ad eccezione
di Efestione e
dell’eunuco Bagoa (Francisco
Bosh), infatti, nessun generale condivide il pensiero
di Alessandro sullo scopo della guerra:
portare cultura e libertà a tutti i popoli.
Alessandro si ritrova così sempre più isolato, a
contemplare la sua vita, consumata dai suoi sogni e dalle sue
ambizioni.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto Alexander spinge l’esercito oltre ogni
limite, convincendo soldati esausti a seguirlo nella battaglia
dell’Idaspe, la più sanguinosa e simbolica del film. Ferito
gravemente da una freccia, sopravvive e viene celebrato come
semidio, ma il trionfo è già incrinato. Il ritorno dall’India segna
l’inizio della fine: la morte di Efestione, colpito dal tifo,
spezza definitivamente l’equilibrio emotivo del sovrano. A
Babilonia, tra banchetti e vino, Alexander crolla improvvisamente,
mentre il suo impero resta sospeso tra ambizione divina, solitudine
assoluta e presagi di una caduta inevitabile che nessuno può
arrestare.
Il
film si chiude sul letto di morte di Alexander, circondato da
generali pronti a spartirsi il potere più che a piangere il loro
re. Bagoas veglia il corpo, mentre l’impero inizia a dissolversi
ancora prima dell’ultimo respiro. È Tolomeo, ormai anziano, a
rivelare la verità: Alexander fu avvelenato dagli stessi uomini che
lo seguirono nelle conquiste. Tuttavia, la Storia registrerà una
morte per malattia. L’epilogo sulle memorie perdute della
Biblioteca di Alessandria suggella la fine del mito, lasciando solo
frammenti, interpretazioni e una leggenda destinata a sopravvivere
nei secoli.
Il finale di Alexander ribalta la retorica del
conquistatore invincibile, mostrando come l’espansione infinita
coincida con un progressivo svuotamento umano. La vittoria militare
dell’Idaspe non è un compimento, ma l’ultimo atto di hybris,
preludio alla perdita più dolorosa: Efestione. Con la sua morte,
Alexander perde il legame affettivo che lo ancorava alla realtà.
Stone suggerisce che l’impero universale nasce da un desiderio
intimo e irrisolto, destinato a consumare chi lo insegue fino
all’autodistruzione. La grandezza storica diventa così una maschera
fragile, incapace di proteggere l’uomo dalle proprie ossessioni
interiori profonde.
La rivelazione finale di Tolomeo introduce un’ulteriore ambiguità,
centrale nel cinema di Oliver Stone: la distanza tra verità e
racconto ufficiale. Il possibile avvelenamento non serve a
riscrivere i fatti, ma a sottolineare come la Storia sia costruita
dai vincitori e dai sopravvissuti. Alexander muore due volte, come
uomo e come mito, manipolato anche dopo la fine. La perdita delle
memorie nella Biblioteca di Alessandria rafforza l’idea di
un’eredità frammentata, in cui il senso ultimo resta
irraggiungibile tra potere, memoria e narrazione politica che
sopravvive al tempo e agli uomini.
Alexander lascia allo spettatore un messaggio
amaro e profondamente moderno: nessuna conquista esterna può
colmare un vuoto interiore. Il film invita a guardare oltre l’epica
delle battaglie per interrogarsi sul costo umano del potere e
dell’ambizione assoluta. La figura di Alexander diventa un monito
sulla solitudine di chi si crede predestinato e sulla fragilità dei
sogni imperiali. Ciò che sopravvive non è l’impero, ma il bisogno
umano di raccontare, interpretare e dare senso a ciò che resta,
anche quando la verità si perde nella leggenda e nel tempo storico
collettivo.
Nonostante sia incentrato su un
incontro fittizio a tema Guerra Fredda, Rocky IV è
stato ispirato da un vero incontro di pugilato tra un pugile
americano e uno tedesco tenutosi quasi 50 anni prima della sua
uscita nel 1985. Il sequel di Rocky è infatti stato realizzato quando la
Guerra Fredda era al suo quarantesimo anno e sarebbe durata ancora
altri sei. Diretto e interpretato da Sylvester Stallone, il film descrive le
tensioni tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica dell’epoca
attraverso i personaggi di Rocky Balboa e
Ivan Drago.
La straziante morte di
Apollo Creed in Rocky
IV durante il suo incontro con Ivan Drago ha mostrato
quanto fossero gravi le tensioni tra i due paesi, poiché Rocky
Balboa ha dovuto vendicare il suo amico caduto e sconfiggere il
soldato sovietico noto come “Siberian Express”. Sebbene
Rocky IV continuasse la serie immaginaria di
Stallone, c’era dunque anche del vero dietro al film. La trama del
sequel era infatti basata su due incontri di boxe avvenuti nella
vita reale quasi un decennio prima dell’inizio della Guerra
Fredda.
Rocky IV è stato
ispirato da Joe Louis contro Max
Schmelling
Nel 1936, il pugile americano
Joe Louis affrontò il pugile tedesco Max
Schmeling allo Yankees Stadium di New York City. Louis,
imbattuto, era considerato un simbolo dell’uomo nero liberato
grazie al suo successo in questo sport. Sfortunatamente, Louis
perse il suo primo incontro contro Schmeling, un ex campione dei
pesi massimi la cui carriera all’epoca era considerata in declino.
Schmeling smentì infatti Louis e gli appassionati di boxe vincendo
l’incontro. La sconfitta di Apollo Creed in Rocky
IV è parallela a questa sconfitta, anche se, a differenza
di Apollo, Louis non fu ucciso e sfidò invece Schemeling a una
rivincita nel 1938.
Rocky IV sembra
dunque ispirarsi principalmente al secondo incontro, poiché fu
allora che le tensioni tra Stati Uniti e Germania cominciarono ad
aumentare. Nella primavera del 1938, la Germania aveva conquistato
l’Austria e i media di entrambe le parti propagandavano lo scontro
tra l’America e i nazisti sul ring, anche se Schmeling aveva
chiarito di non essere dalla parte di Adolf Hitler
rifiutando il premio “Dagger of Honor” (Pugnale d’onore) da lui
conferitogli. I pugili tornarono allo Yankee Stadium per il loro
secondo incontro e questa volta Louis ne uscì vittorioso.
In Rocky IV, è
infine Rocky Balboa a sconfiggere Ivan Drago sul ring nel secondo
incontro, poiché Apollo era morto durante il primo scontro tra Est
e Ovest. La vittoria di Louis nel secondo incontro sembra essere
stata l’ispirazione dietro la vittoria di Rocky. In entrambi i
casi, fu un ritorno alla gloria per l’America nella sconfitta del
rappresentante di una potenza straniera avversaria da parte del
loro eroe.
Un film del 2002 racconta la vera storia dietro Rocky
IV
Sebbene Rocky IV
sia il film più popolare ispirato agli incontri tra Joe Louis e Max
Schmeling, non è l’unico. Nel 2002, il regista di Hoop
Dreams,Steve James ha pubblicato Joe
and Max sul canale via cavo Starz! Il dramma biografico
racconta la storia vera degli incontri tra Louis e Schmeling,
invece della storia immaginaria raccontata da Sylvester Stallone in
Rocky IV. Joe and Max mostra anche che, nonostante
i loro incontri e le tensioni tra Stati Uniti e Germania, i pugili
finirono per diventare amici e rimasero vicini fino alla morte di
Louis nel 1981. La vera storia è stata sicuramente diversa dalla
trama di Rocky IV, ma ha comunque fornito molto
materiale a cui ispirarsi.
Dal visionario regista
Mamoru Hosoda, candidato al Premio Oscar®
(Mirai), arriva una potente avventura animata che
gioca con il tempo. Visto in anteprima dalla nostra redazione in
occasione della
Mostra di Venezia 82 (qui la recensione), Scarlet,
una principessa guerriera proveniente da un regno medievale
devastato dalla guerra, parte per vendicare la morte del padre — ma
fallisce, risvegliandosi in una misteriosa dimensione
dell’aldilà.
Lì incontra un ragazzo dal cuore
nobile proveniente dal nostro presente, la cui compassione mette in
crisi la sua sete di vendetta. Quando Scarlet si ritrova di nuovo
faccia a faccia con l’assassino del padre, dovrà scegliere:
aggrapparsi all’odio, oppure scoprire una vita oltre la
vendetta.
Il film arriva nelle sale italiane il prossimo 19
febbraio distribuito da SONY.
Disney+ ha svelato le prime immagini
di The Testaments, la serie drama in
arrivo, con Ann Dowd,
Chase Infiniti, Lucy Halliday, Rowan Blanchard, Mattea
Conforti, Isolde Ardies, Shechinah Mpumlwana e
Birva Pandya, che debutterà nell’aprile 2026 su
Disney+ in Italia e su Hulu negli Stati
Uniti.
The Testaments è
tratta dall’omonimo romanzo di Margaret Atwood, vincitore del
Booker Prize, pubblicato nel 2019 e ambientato nella distopica
teocrazia di Gilead. Anni dopo gli eventi di The
Handmaid’s Tale, The Testaments è una storia di
formazione che vede una nuova generazione di giovani donne a Gilead
alle prese con il futuro cupo che le attende. Per loro, crescere a
Gilead è l’unica cosa che abbiano mai conosciuto, non avendo
ricordi tangibili del mondo esterno prima del loro indottrinamento
a questa vita. Di fronte alla possibilità di essere date in sposa e
di vivere una vita di servitù, saranno costrette a cercare alleati,
sia nuovi che vecchi, che le aiutino nella loro lotta per la
libertà e per la vita che meritano.
La serie vede protagonisti Ann
Dowd, Chase Infiniti, Lucy Halliday, Mabel Li, Amy Seimetz, Brad
Alexander, Rowan Blanchard, Mattea Conforti, Zarrin Darnell-Martin,
Eva Foote, Isolde Ardies, Shechinah Mpumlwana, Birva Pandya e Kira
Guloien.
The Testaments è stata
creata dallo showrunner ed executive producer Bruce Miller e vede
come executive producer Warren Littlefield, Elisabeth Moss, Steve Stark, Shana Stein, Maya
Goldsmith, John Weber, Sheila Hockin, Daniel Wilson, Fran Sears e
Mike Barker, che dirigerà anche i primi tre episodi. La serie è
prodotta da MGM Television.
Un efficace sistema di parental
control assicura che Disney+ rimanga un’esperienza di
visione adatta a tutti i membri della famiglia. Oltre alla
“Modalità Junior” già presente sulla piattaforma, gli abbonati
possono impostare dei limiti di accesso ai contenuti per un
pubblico più adulto e creare profili con accesso tramite PIN, per
garantire massima tranquillità ai genitori.
Alla fine non c’è voluto molto.
Nella loro saggezza, Disney e Marvel Studios hanno deciso di non
pubblicare ufficialmente il teaser trailer di Avengers: Doomsday. Il piano è
invece quello di attirare i fan dell’MCU al cinema, con
quattro anticipazioni che, a quanto pare, debutteranno
nell’arco di quattro settimane, in esclusiva prima di
Avatar: Fuoco e
Cenere.
Anche se potremmo ancora ottenere
una versione HD prima della fine della settimana, non sembra molto
probabile. Ora, un “camrip” a bassa risoluzione è
comparso online, rivelando il primo dei teaser – incentrato
sullo Steve Rogers di Chris Evans – nella sua interezza.
È interessante notare che il conto
alla rovescia di cui abbiamo sentito tanto parlare termina tra 100
giorni, il 26 marzo 2026. Esattamente un anno dopo la rivelazione
del cast di quattro ore, il che suggerisce che potremmo vederne un
altro con il resto dei personaggi “a sorpresa” del cast.
Il ritorno di Evans nei panni di
Capitan America è stato a lungo sospettato ed è ovviamente di
portata epocale. È un peccato che lo stiamo scoprendo in questo
modo, ma questo teaser è decisamente non convenzionale e un modo
interessante per confermare che l’amato veterano dell’MCU sarà
costretto a riunirsi ancora una volta al fianco degli Avengers,
questa volta per combattere il Dottor Destino.
Steve ha avuto il suo lieto fine in
Avengers: Endgame del 2019, quando è
tornato indietro nel tempo per riunirsi a Peggy Carter. Da allora
hanno chiaramente avuto un figlio, ma se le azioni di Cap hanno
davvero condannato il Multiverso (questa è l’ultima voce di
corridoio), la sua felicità sarà probabilmente di breve durata.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men
dell’era Fox-Marvel.
La quinta acclamata
stagione di
Stranger Things continua: sono disponibili
adesso il trailer e le nuove immagini del secondo attesissimo
Volume. L’epica conclusione della serie fenomeno si avvicina, con
il debutto del
Volume 2 (episodi 5-7) il 26 dicembre, e del Finale il 1º
gennaio 2026, tutti alle 2 del mattino (ora italiana).
Autunno 1987. Hawkins è
rimasta segnata dall’apertura dei portali e i nostri eroi sono
uniti da un unico obiettivo: trovare e uccidere Vecna,
che è svanito nel nulla: non si sa dove si trovi né quali siano i
suoi piani. A complicare la missione, il governo ha messo la città
in quarantena militare e ha intensificato la caccia a Undici,
costringendola a nascondersi di nuovo. Con l’avvicinarsi
dell’anniversario della scomparsa di Will si fa strada una paura
pesante e familiare. La battaglia finale è alle porte e con essa
un’oscurità più potente e letale di qualsiasi altra situazione mai
affrontata prima. Per porre fine a quest’incubo è necessario che il
gruppo al completo resti unito, per l’ultima volta.
Se sia prevista un’uscita online
rimane un mistero, ma con l’arrivo di Avatar: Fuoco e Cenere
nei cinema questa settimana, siamo a pochi giorni da una prima
occhiata ad Avengers:
Doomsday.
The Hollywood Reporter ha
confermato che quattro anticipazioni saranno
pubblicate nell’arco di quattro settimane, e
l’idea è quella di incoraggiare i fan dell’MCU a guardare più volte il terzo
capitolo di Avatar di James Cameron. Questo sembra implicare
che questi teaser saranno esclusive per i cinema, anche se la
Disney chiaramente non si preoccupa degli inevitabili bootleg che
inonderanno i social media entro il fine settimana.
È una tattica di marketing che
apparentemente ha funzionato per The
Odyssey, comunque, e ora abbiamo dettagli su cosa
aspettarci dai quattro trailer di Avengers: Doomsday.
Scooper @MyTimeToShineH ha
rivelato che ognuno di essi sarà raccontato dal punto di vista di
un personaggio, e in seguito ha scritto su X che il primo ruoterà
attorno al Dottor Destino di Robert Downey Jr.
L’affidabile leaker di trailer e
runtime @Cryptic4KQual ha poi replicato affermando di essersi
sbagliato, spingendo l’insider a condividere non solo la descrizione del trailer, ma
anche i dettagli sui personaggi attorno ai quali ruoteranno:
Oh, interessante, quindi hanno
invertito l’ordine. Destino doveva uscire per primo. Ok, non c’era
motivo per cui dovessi nasconderlo, altrimenti la gente avrebbe
pensato che stessi mentendo.
I quattro “trailer” non sono
veri trailer, sono quattro brevi scene, ognuna incentrata su un
personaggio diverso. Quello con Steve originariamente doveva essere
il terzo, ma ora sembra che sarà il primo. Mostra Steve che torna a
casa in bicicletta. Ha un bambino. C’è uno slogan che recita “Steve
Rogers tornerà in Avengers: Doomsday”, seguito da “Dicembre 2026” e
poi un conto alla rovescia.
Dato che hanno cambiato
l’ordine, PRESUMO che Thor sarà il secondo.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men
dell’era Fox-Marvel.
La co-creatrice di It: Welcome to Derry, Barbara
Muschietti, ha delle notizie entusiasmanti per i fan.
It: Capitolo Tre potrebbe essere una possibilità
molto concreta.
La prima stagione di It: Welcome to Derry è giunta al
termine, ma ci sono diverse storie nel primo capitolo della serie
che potrebbero essere ulteriormente esplorate, tra cui il
famigerato clown Pennywise (Bill
Skarsgård), che lascia intendere che non può essere
ucciso, neanche dopo It: Capitolo Due. Durante una
conversazione con Marge (Matilda Lawler), le dice
che il suo futuro figlio, Richie (con i suoi amici), rappresenterà
la sua morte.
Tuttavia, ha aggiunto un commento
sinistro in seguito, dicendo di non essere sicuro se si tratterà di
una morte vera e propria o di una rinascita. Questo commento lascia
molte possibilità per un terzo capitolo. In un’intervista con Grant
Hermanns di ScreenRant, Muschietti ha spiegato come ci siano ancora
molte lacune da colmare nell’universo di It nel
suo complesso, con un enorme nuovo gruppo di personaggi con cui
giocare, aumentando la possibilità di trasformare i suoi
film di It in una trilogia.
Mentre molte persone trovano
fastidiose le lacune narrative e i buchi di trama, la creatrice li
vede invece come nuove opportunità. Ogni domanda senza risposta
potrebbe diventare una nuova storia da raccontare. Ha aggiunto di
aver apprezzato il modo in cui King ha scritto il libro e tutti i
buchi che ha lasciato. Ha ammesso che potrebbero non essere stati
intenzionali, ma è stato un felice incidente per lei e suo
fratello, l’altro co-creatore della serie, Andy
Muschietti.
I fratelli Muschietti sono fan del
romanzo fin da adolescenti. Barbara ha spiegato che la loro
percezione del libro si è evoluta in modo significativo da allora,
dato che ora hanno poco più di 50 anni e hanno figli. La creatrice
ha aggiunto che il pubblico cambia continuamente, quindi è sicura
che lei e suo fratello avranno molte altre storie da raccontare. Ha
rassicurato i fan dicendo che non pensa che It: Welcome to Derry sarà il loro
ultimo progetto nell’universo di It.
Vedremo. È un universo. È un
universo, e ci sono personaggi che sono ancora affascinanti. Ci
sono altre lacune. Quando il grande Stephen King scrisse il libro, credo che abbia
lasciato quei buchi di proposito. E anche se non l’ha fatto di
proposito, sono comunque fantastici. Sono grandi incidenti, ma per
noi sono una meraviglia. Realizzando la prima stagione, ovviamente,
abbiamo scoperto molte lacune. E poi, ovviamente, abbiamo letto il
libro per la prima volta quando avevamo 14 e 15 anni, e ora ne
abbiamo 52 e 53. Siamo genitori e la prospettiva cambia
continuamente. Quindi, non lo so. Non credo che questa sia la fine,
in pratica, è tutto quello che dirò.
It: Capitolo
Tre e le future stagioni di It: Welcome to Derry sono ancora in
sospeso per ora. Sebbene i fratelli Muschietti e il loro
co-creatore Jason Fuchs abbiano un arco narrativo
di tre stagioni, la serie non è ancora stata ufficialmente
rinnovata da HBO. Tuttavia, considerando l’ottimo andamento della
serie e il successo della critica, la possibilità di almeno
un’altra stagione è molto probabile.
Dopo 48 anni di Star
Wars, Mark Hamill rivela la sua battuta preferita
della saga. Hamill ha interpretato Luke Skywalker per la prima
volta nel film originale di Star Wars (ora
sottotitolato Una nuova speranza) nel 1977. Ha ripreso il ruolo in
L’Impero colpisce ancora (1980), Il ritorno dello Jedi (1983), Il
risveglio della Forza (2015), Gli ultimi Jedi (2017) e L’ascesa di
Skywalker (2019).
In un’intervista con Ash Crossan di
ScreenRant per The SpongeBob Movie: Search for SquarePants, a
Hamill è stato chiesto quale fosse la battuta più iconica
pronunciata da uno dei personaggi che ha interpretato nel corso
degli anni, o quella che i fan gli citano più spesso.
Ha rivelato che la sua preferita è
“Ho un brutto presentimento”. Questo non solo perché Luke
la pronuncia in Una nuova speranza, ma anche perché in ogni film di
Star Wars c’è una variante di questa citazione. Ecco la risposta di
Hamill: “La mia preferita tra i film spaziali era “Ho un brutto
presentimento”. E l’hanno assegnata a un personaggio in ogni film:
l’ha detta qualcun altro!
Hamill è stato il primo a
pronunciare la frase mentre lui e i compagni di viaggio a bordo del
Millennium Falcon si avvicinavano alla Morte Nera in Una nuova
speranza. Anche Han Solo (Harrison Ford) la pronuncia quando
rimane intrappolato nel compattatore di rifiuti della Morte Nera. È
diventata una tradizione con Leia Organa (Carrie
Fisher) in L’Impero colpisce ancora e C-3PO
(Anthony Daniels) e Han in Il ritorno dello
Jedi.
Il
finale di It: Welcome to Derry
introduce uno sconvolgente colpo di scena legato al viaggio nel
tempo di Pennywise, che rende l’antica entità ancora più
terrificante.
In una scena agghiacciante del
finale di It: Welcome to Derry,
Pennywise mette Marge alle strette e cerca di terrorizzarla per
potersi nutrire della sua paura. A quel punto estrae un manifesto
da “persona scomparsa” di Richie Tozier (interpretato da Finn Wolfhard in It e da Bill Hader in
It – Capitolo Due), sostenendo che in futuro sarà il
figlio di Marge.
L’intera sequenza inizialmente non
ha senso, poiché It: Welcome to Derry è ambientato nel
1962 e, nella linea temporale dei film, Richie non è nemmeno nato
fino alla metà degli anni Settanta. Tuttavia, Pennywise prosegue
spiegando come percepisce il tempo, rendendo la scena ancora più
inquietante.
It: Welcome to Derry
rivela l’unica percezione del tempo di Pennywise
Quando Marge fatica a comprendere
ciò che Pennywise le sta dicendo, lui rivela che, a differenza
degli esseri umani, non vive il tempo in modo lineare.
Per lui, il tempo esiste come un
unico continuum, in cui passato, presente e futuro si svolgono
simultaneamente. Questa capacità gli consente di esistere come una
forza onnipresente in tutte le linee temporali precedenti,
nonostante venga ucciso nel 2016. In altre parole, Pennywise è più
o meno un essere di dimensione superiore, che vede il tempo come un
paesaggio sempre presente anziché come una successione di
momenti.
Grazie a questa percezione,
Pennywise sa che Marge avrà un figlio, che chiamerà con il nome del
suo amico defunto, Rich.
Poiché Richie e i suoi amici sono
responsabili dell’uccisione definitiva di Pennywise nel 2016,
l’entità crede che uccidere Marge nel 1962 impedirebbe del tutto la
nascita di Richie. Evitando che Richie venga al mondo, Pennywise
potrebbe garantire la propria sopravvivenza oltre il 2016 e
raggiungere l’immortalità.
Il colpo di scena sul viaggio nel
tempo conferma che Pennywise non è davvero morto
Dato che Pennywise viene
ucciso nel 2016, non esiste oltre quell’anno. Tuttavia, la sua
percezione del tempo gli consente di esistere in tutte le epoche
precedenti. Per ottenere l’immortalità in un futuro successivo al
2016, Pennywise dovrebbe viaggiare ancora più indietro nel tempo e
uccidere gli antenati di Marge e Richie Tozier, assicurandosi così
che non nascano mai.
Sebbene questo colpo di scena
aggiunga un affascinante elemento di viaggio nel tempo al
franchise, crea anche numerosi paradossi e buchi di trama legati ai
loop temporali.
Ad esempio, se Pennywise riuscisse
davvero a cancellare dall’esistenza gli antenati dei Perdenti, gli
eventi stessi che hanno portato alla sua sconfitta nel 2016 non si
verificherebbero mai. Se gli eventi del 2016 non accadessero,
perché dovrebbe sentire il bisogno di alterare la linea temporale?
Sarebbe interessante vedere se le future stagioni della serie
risponderanno a queste domande.
Inoltre, si crea un collasso della
causalità: se Pennywise è già in grado di percepire ed esistere
simultaneamente in tutte le linee temporali precedenti al 2016,
allora qualsiasi tentativo di cambiare il passato dovrebbe già
riflettersi nella realtà che sperimenta.
In altre parole, se fosse mai
riuscito ad alterare la storia per assicurarsi la sopravvivenza
oltre il 2016, la realtà in cui muore in It
– Capitolo Due non sarebbe mai dovuta esistere.
Il suo bisogno di cambiare il passato contraddice l’idea che veda
tutti gli esiti contemporaneamente.
Senza contare che, se Pennywise
potesse davvero cambiare il futuro eliminando una generazione dei
Perdenti, gli eventi dei film perderebbero completamente validità.
Al contrario, se gli eventi del franchise avvenissero all’interno
di un ciclo deterministico chiuso, Pennywise non avrebbe alcuna
possibilità di vincere in nessuna linea temporale.
Questo riduce drasticamente la
minaccia complessiva rappresentata dall’entità e abbassa in modo
significativo la posta in gioco.
Potrebbero esistere ancora modi
per uccidere Pennywise definitivamente
Il modo più ovvio per
eliminare Pennywise sarebbe distruggerlo alla sua “origine”, nel
momento in cui precipita sulla Terra con la stella caduta.
Tuttavia, ciò sarebbe impossibile, poiché gli esseri umani non
esistevano ancora quando Pennywise arrivò sul pianeta. Ogni
generazione precedente, fino ai primi esseri umani che lo
incontrarono, deve continuare a combatterlo e ucciderlo per
assicurarsi che non alteri la linea temporale generale.
It: Welcome to Derry
potrebbe anche seguire una strada simile a quella di Prey, mostrando come diversi gruppi di esseri
umani, in epoche storiche differenti, riescano a sopraffare
Pennywise.
Se It: Welcome to
Derry osasse spingersi più a fondo nel territorio
della fantascienza ad alto concetto, potrebbe introdurre l’idea di
intrappolare Pennywise in una sorta di isolamento temporale, in cui
non sia più in grado di percepire o manipolare il tempo.
Oppure, come mostrato nel finale di
It: Welcome to Derry, qualcuno dotato dei
poteri dello “shining”, come Dick Hallorann, potrebbe entrare nella
sua mente e fargli credere di non essere un’entità cosmica. Questo
lo costringerebbe a esistere come un essere umano e a percepire il
tempo in modo lineare, privandolo della capacità di esistere in
tutte le linee temporali.
IT: Welcome to Derry si conclude
con una nota soddisfacente, in cui i personaggi della serie
riescono a sconfiggere Pennywise, ma allo stesso tempo
prepara sottilmente il terreno per sviluppi futuri rivelando un
oscuro colpo di scena.
L’episodio 8 di
It: Welcome to Derry si
apre in modo terrificante, quando Pennywise viene liberato nel
centro della città dopo che l’esercito distrugge uno dei frammenti
che lo tenevano confinato nei boschi. L’entità prende di mira tutti
i bambini della città e li conduce nel suo covo. Per fermarlo, i
tre giovani protagonisti della serie — Marge, Lilly e Ronnie —
corrono contro il tempo.
Nel frattempo, anche Hallorann
accetta di aiutare Hanlon e Rose, rintracciando l’unica cosa in
grado di fermare Pennywise: il frammento della stella caduta. Tutto
sembra concludersi positivamente per i personaggi principali della
serie televisiva tratta da Stephen King, ma un colpo di scena e un cameo
finale rivelano che l’oscura influenza di Pennywise persiste.
Il cameo di Beverly Marsh nel
finale di It: Welcome to Derry: spiegazione della linea
temporale del 1988
Dopo che tutto sembra essersi
risolto per i personaggi principali nel finale di It: Welcome
to Derry, la serie torna indietro all’anno 1988, nel mese di
ottobre. Viene mostrata una sequenza ambientata al manicomio di
Juniper Hill, che ritrae il momento in cui la madre di Beverly
Marsh si è suicidata. Il primo film di IT è ambientato nel
1989, quindi la scena finale della serie si colloca prima degli
eventi del film.
Sebbene i film accennino al fatto
che Beverly abbia perso la madre a causa di problemi di salute
mentale prima degli eventi narrati, non viene mai spiegato
esplicitamente cosa sia accaduto. La scena finale di It:
Welcome to Derry mette in evidenza come Pennywise possa essere
stato responsabile della morte della madre.
Nella sequenza, Beverly piange la
madre quando un vecchio paziente di Juniper Hill entra nella stanza
e si rivela essere posseduto da Pennywise. Questo dimostra che,
nonostante i personaggi di It: Welcome to Derry siano
riusciti a sconfiggere Pennywise nel 1962, non hanno posto fine
alla natura ciclica del suo male. Per questo motivo, Pennywise
ritorna nella linea temporale del 1989 e continua a diffondere il
terrore.
Cosa rivela il colpo di scena del
viaggio nel tempo legato a Richie Tozier sul destino di
Pennywise
Il finale di It – Capitolo
Due suggerisce che Pennywise muoia definitivamente nella linea
temporale del 2016. Tuttavia, sorprendentemente, nel finale di
It: Welcome to Derry l’entità rivela a Marge che la sua
percezione del tempo è molto diversa da quella degli esseri umani.
A differenza degli uomini, che vedono il tempo come una linea che
scorre dal passato al futuro, il mostro lo percepisce come un
continuum simultaneo. Per lui, passato, presente e futuro esistono
tutti nello stesso momento.
Per dimostrarlo, Pennywise mostra
persino una foto di Richie Tozier, dicendo a Marge che in futuro
sarà suo figlio. L’entità spiega poi che ucciderlo in una linea
temporale non cambia nulla, perché le sue versioni passate
continueranno comunque a esistere. Questo rende Pennywise
praticamente immortale, almeno per ora, suggerendo che, anche se i
personaggi di It: Welcome to Derry lo hanno sconfitto,
continuerà a esistere nelle linee temporali del passato.
Poiché muore nella linea temporale
del 2016, non dovrebbe poter esistere oltre quell’anno. Tuttavia,
prima di allora, resterà onnipresente tra il momento del suo arrivo
sulla Terra e la sua morte nel 2016.
Ogni generazione dovrà continuare a
combatterlo per assicurarsi che Derry non dimentichi mai il prezzo
da pagare quando la paura viene lasciata senza controllo.
Pennywise ha cercato di uccidere
Marge in It: Welcome to Derry perché credeva che questo
avrebbe impedito la nascita di Richie Tozier. Ciò avrebbe alterato
completamente la linea temporale, garantendo che lui non morisse in
futuro. Dal momento che fallisce nel tentativo di uccidere Marge, è
probabile che prenda di mira qualcuno più a monte nella sua
discendenza, per assicurarsi che né lei né suo figlio vengano mai
al mondo.
Cosa rivela il riferimento finale
a Shining legato a Dick Hallorann sul suo futuro
Dick Hallorann saluta gli abitanti
di Derry negli ultimi momenti della serie. Rivela anche di aver
trovato lavoro in un hotel a Londra. Questo dettaglio è
significativo, perché dopo il periodo trascorso a Londra finirà per
lavorare all’Overlook Hotel in Colorado. Dopo gli eventi di
Welcome to Derry, lascia definitivamente l’esercito e
inizia la sua carriera nel settore alberghiero.
Poiché Delbert Grady uccise la
moglie e le due figlie gemelle nel 1970 all’Overlook Hotel,
Hallorann dovrebbe trasferirsi in Colorado e iniziare a lavorare
nell’ambientazione centrale di Shining entro otto anni
dagli eventi della prima stagione di It: Welcome to
Derry.
È difficile non chiedersi se questa
rivelazione segni la fine definitiva della sua storia nella serie.
Sebbene sia possibile che la prima stagione sia l’ultima volta in
cui lo vediamo, la serie potrebbe anche riscrivere alcuni elementi
di Shining per riportarlo in una stagione futura.
Oppure, se le prossime stagioni di
It: Welcome to Derry saranno ambientate nel passato,
potrebbero rivelare nuovi dettagli sulle sue traumatiche esperienze
infantili legate ai suoi poteri dello “shining” e sul suo rapporto
con la nonna.
Il significato della frase di Rose
“Altri arriveranno” nel finale di Welcome to Derry
Nei film, Pennywise non è
intrappolato o imprigionato nei boschi. Nella serie, invece, viene
contenuto grazie ai frammenti della stella caduta che lo ha portato
sulla Terra. Il generale Shaw quasi lo libera nell’arco finale di
It: Welcome to Derry, ma i giovani protagonisti riescono a
salvarsi richiudendolo nuovamente.
Quando Rose avverte gli Hanlon che
prima o poi arriveranno altri come il generale Shaw, sembra
prevedere che qualcuno, alla fine, libererà il mostro e gli
permetterà di scatenarsi di nuovo su Derry durante i suoi cicli di
nutrimento.
Le future stagioni della serie
potrebbero mostrare gli eventi esatti tra il 1962 e il 1989 che
hanno portato alla nuova liberazione di Pennywise, colmando il
divario tra i film e la versione rielaborata della storia nella
serie.
Il piano di Rose per fermare
Pennywise nel finale di It: Welcome to Derry
Inizialmente, Rose dice agli Hanlon
che non c’è molto che possano fare per fermare Pennywise e salvare
il loro figlio Will. Tuttavia, rendendosi conto di dover agire per
salvare i bambini di Derry, spiega loro che devono trovare un
frammento mancante, smarrito da Taniel, e usarlo per contenere
nuovamente Pennywise. Dopo aver convinto Dick Hallorann a usare i
suoi poteri per aiutarli a trovare il pugnale, Rose prepara un
intruglio di erbe che lo assisterà.
Grazie a questo, Hallorann scopre
che il frammento è con Lilly, che si dirige verso Pennywise insieme
a Ronnie e Marge per salvare i suoi amici. Per aiutare i bambini,
anche gli adulti si precipitano verso di loro.
Purtroppo, incontrano un grosso
ostacolo: i bambini sono troppo lontani e rischiano di non arrivare
in tempo. È allora che Dick Hallorann sfrutta appieno i suoi poteri
di “shining”, dimostrando fino a che punto può spingersi.
Come Dick Hallorann blocca
temporaneamente Pennywise
Prima che gli adulti
raggiungano i bambini, Hallorann usa i suoi poteri per entrare
nella mente di Pennywise. Lo immobilizza mentalmente
intrappolandolo in una visione in cui è costretto a credere di
essere Bob Gray. Per un po’, anche Pennywise cade nell’illusione e
fatica a liberarsene. Tuttavia, alla fine riprende il controllo
rendendosi conto di ciò che Hallorann gli sta facendo e torna in
sé.
Il ritorno di Rich nel finale di
Welcome to Derry
Rich muore tragicamente
nell’episodio 7 di It: Welcome to Derry mentre salva Marge
dall’incendio del Black Spot. Sorprendentemente, quando i suoi
amici faticano a posizionare il pugnale sotto l’albero che
imprigionerà di nuovo Pennywise, il suo fantasma appare e li aiuta.
Dick Hallorann rimane sconvolto dal suo ritorno e lo definisce un
miracolo, mentre anche i suoi amici percepiscono la sua
presenza.
Come il finale della stagione 1 di
It: Welcome to Derry prepara la stagione 2
Sebbene It: Welcome to
Derry non sia stato ancora rinnovato per una seconda stagione,
è stato pianificato un arco narrativo di tre stagioni. Poiché la
prima stagione è ambientata nel 1962 e i film hanno già esplorato
gli eventi dei cicli del 1989 e del 2016, è probabile che la
prossima stagione torni ancora più indietro nel tempo.
Il produttore esecutivo della
serie, Brad Caleb, ha inoltre rivelato che, dato che Pennywise
esisteva molto prima della fondazione di Derry, le stagioni future potrebbero
svolgersi in diverse epoche storiche e mostrare come gruppi
differenti di persone abbiano affrontato il mostro (fonte:
EW).
La seconda stagione di It:
Welcome to Derry potrebbe essere ambientata nel 1935,
ripercorrendo eventi come il massacro della banda Bradley e il
passato di Ingrid Kersh al manicomio di Juniper Hill. Questi eventi
potrebbero poi collegarsi alle linee temporali del 1962 e del 1989,
mostrando come un singolo avvenimento generi conseguenze a catena
mentre l’influenza oscura di Pennywise persiste nel tempo.
Se la terza stagione di It:
Welcome to Derry vedrà la luce, potrebbe spingersi fino al
1908 e rivelare di più su Bob Gray e sua figlia, prima che
Pennywise entrasse nelle loro vite.
Il colpo di scena legato al viaggio
nel tempo nel finale della prima stagione di It: Welcome to
Derry garantisce che Pennywise possa continuare a tornare
finché la storia si svolge prima del 2016. Per questo motivo, il
franchise ha davanti a sé infinite possibilità di sviluppo.
Scarlett Johansson entrerà a far parte del
cast di The
Batman – Parte II secondo quanto rivelato da un
nuovo report della DC che svela il personaggio che apparentemente
interpreterà, legato a un importante cattivo. Dopo l’uscita del
film nel 2022, l’universo di The
Batman si sta espandendo con lo sviluppo del sequel.
Il report rivela che The Batman – Parte II è
attualmente in fase di casting per i ruoli di Harvey e suo padre,
Christopher Dent.
A quanto pare, Matt
Reeves aveva contattato Brad
Pitt per il ruolo di Christopher, ma lui sembra aver
rifiutato l’offerta. Secondo quanto riportato da The Hollywood
Reporter venerdì 12 dicembre, la rivista ha affrontato le
precedenti voci su Pitt con quanto segue: “Brad Pitt sarà in
The Batman – Parte II? La notizia è nell’aria da mesi e abbiamo
cercato di verificarla. Purtroppo, fonti vicine alla produzione
dicono di no, Pitt non sarà nel film, che secondo quanto ci è stato
detto dovrebbe essere girato a maggio”.
Il cast di The Batman –
Parte II non solo vedrà Robert Pattinson tornare nel ruolo
principale, ma anche il ritorno di Oz Cobb interpretato da
Colin Farrell. Secondo quanto
riferito, il film è ambientato solo poche settimane dopo la serie
TV The Penguin. Se Harvey finisse nel sequel di
Reeves, questa sarebbe la seconda serie live-action a vedere la
partecipazione del famoso nemico di Batman, subito dopo il primo
film. Il cavaliere oscuro di Christopher Nolan ha introdotto
Harvey nella serie, con Aaron Eckhart nei panni del cattivo
della DC.
Tutto quello che sappiamo su
The Batman – Parte II
The
Batman – Parte II è uno dei film più attesi del nuovo
panorama DC, ma il suo percorso produttivo non è stato privo di
ostacoli. Inizialmente previsto per ottobre 2025, il sequel diretto
da Matt Reeves è stato rinviato al 1°
ottobre 2027. I ritardi sono stati giustificati da
esigenze legate alla scrittura della sceneggiatura e al calendario
riorganizzato della DC sotto la nuova guida di James Gunn e Peter Safran,
che stanno ristrutturando l’intero universo narrativo. Nonostante
ciò, Reeves ha confermato che
le riprese inizieranno nella primavera
2026 e Gunn ha recentemente letto la
sceneggiatura, definendola “grandiosa”, un segnale incoraggiante
per i fan.
Sul fronte del cast, è confermato
il ritorno di Robert Pattinson nei panni di Bruce
Wayne/Batman, all’interno dell’universo narrativo alternativo noto
come “Elseworlds”, separato dal DCU principale. Dovrebbero tornare anche Jeffrey Wright come il commissario Gordon e
Andy Serkis nel ruolo di Alfred. I rumor più
insistenti ruotano attorno alla possibile introduzione di
Hush e Clayface (che avrà inoltre un film tutto suo)
come villain principali, anche se nulla è stato ancora
ufficializzato. C’è chi ipotizza un ampliamento del focus sulla
corruzione sistemica di Gotham, riprendendo i toni noir e
investigativi del primo capitolo, con Batman sempre più immerso in
un mondo in cui la linea tra giustizia e vendetta si fa
sottile.
Per quanto riguarda la
trama, le indiscrezioni suggeriscono un’evoluzione
psicologica per Bruce Wayne, alle prese con le conseguenze delle
sue azioni e un Gotham sempre più caotica, anche dopo gli eventi
della serie spin-off The Penguin con Colin Farrell (anche lui probabile membro del
cast). Alcune fonti parlano di un possibile scontro morale con
Harvey Dent, figura ambigua per eccellenza, o di un Batman
costretto a confrontarsi con i limiti del suo metodo. Al momento,
tutto è però ancora avvolto nel riserbo, ma la conferma della
sceneggiatura completa e approvata lascia ben sperare per l’inizio
delle riprese entro l’autunno e per un sequel che promette di
essere ancora più cupo, ambizioso e introspettivo.
Reeves spera naturalmente che il
suo prossimo film su Batman abbia lo stesso successo del primo.
The Batman del 2022 ha avuto un’ottima performance
al botteghino, incassando oltre 772 milioni di dollari in tutto il
mondo e ottenendo un ampio consenso da parte della critica. Queste
recensioni entusiastiche sono state portate avanti nella stagione
dei premi, visto che il film ha ottenuto quattro nomination agli
Oscar. Nel frattempo, Reeves ha espanso la serie DC
Elseworld con la già citata serie spin-off di Batman,
The Penguin, disponibile su Sky e NOW, per
l’Italia.
Knives Out 4
sembra sempre più probabile dopo un aggiornamento positivo da parte
dello sceneggiatore/regista Rian Johnson. Dopo il
successo del primo film Knives Out nel 2019,
Johnson ha continuato la sua serie misteriosa su Benoit Blanc con
due sequel, il più recente dei quali, Wake Up Dead Man è uscito su Netflix il 12 dicembre. Mentre il film continua a
riscuotere successo, Johnson ha dichiarato a
EW di avere alcune idee preliminari sulla trama di un possibile
Knives Out 4. “Ho alcune idee di base, elementari,
concettuali”, ha detto il regista. “Del tipo: ‘Ok, sarebbe
interessante se fosse questo genere di cosa’”.
Johnson chiarisce poi che ci sono
ancora molti elementi della trama necessari per un altro capitolo
che non ha ancora definito. “Non ho idee concrete”, dice.
“Non ho ancora un tema, non ho una location. È tutto piuttosto
vago, e penso che sia meglio mantenerlo così finché non sarò pronto
a sedermi e scriverlo”. Quando Johnson finalmente si metterà a
scrivere Knives Out 4, sembra che il regista
continuerà una tendenza già vista nei tre capitoli usciti finora,
in termini di come la storia e i personaggi riflettono l’attuale
clima negli Stati Uniti.
“Per me, parte del fare questi
film è reagire al momento presente, non necessariamente con eventi
di attualità o politica o cultura in particolare, ma in termini di
ciò che tutti noi stiamo provando nel mondo in quel momento. Il
controllo dell’atmosfera degli Stati Uniti e del momento in cui ci
troviamo”, ha affermato. “Mi piace che questi film
non siano senza tempo, di per sé, e che abbiano tutti un piede in
qualcosa che è comune a tutti noi nel nostro momento presente.
Quindi, sì, non lo so. Ho un’idea vaga, ma cerco di mantenerla vaga
fino al momento di realizzarla“.
Le recensioni di Wake Up
Dead Man sono state entusiastiche da parte della critica e
il film attualmente si attesta al 92% su Rotten Tomatoes,
rendendolo il secondo film più votato della serie. Knives
Out (2019) è ancora in testa con il 97%, mentre
Glass Onion: A Knives Out Mystery (2022) è al
terzo posto con il 91%. Tutti e tre i film, quindi, hanno ricevuto
un’accoglienza estremamente positiva. I film sono stati elogiati
per le loro trame imprevedibili, i cast corali di grande talento e
la performance sempre affascinante di Daniel Craig nei panni di Blanc. Un possibile
quarto capitolo sembra dunque molto probabile.
Con le voci che circolano su alcuni
attori candidati per il ruolo di Brainiac in
Man of Tomorrow di James Gunn, il co-CEO della DC Studios mette
le cose in chiaro. Il capitolo 1 dell’universo DC, come noto, è in
fase di realizzazione, con Superman interpretato da
David Corenswet già pronto per la sua prossima
apparizione nella serie. A seguito dei post sui social media su
Threads che parlavano della candidatura di Dave
Bautista per il ruolo di Brainiac, Gunn ha rilasciato una
risposta ufficiale su tutte le voci relative al DCU riguardanti il nemico di Superman.
“Dimentichiamo per un attimo
che non ho mai detto che Brainiac era nel film. Adoro Dave Bautista
e ho molte idee su chi potrebbe interpretare nel DCU. Ma lui e io
non abbiamo mai discusso di un ruolo in Man of Tomorrow, né ne abbiamo discusso tra
di noi alla DC. Inoltre, in verità, NESSUNO dei nomi, tra i sei o
sette che ho visto circolare come possibili candidati per un ruolo,
ha fatto un provino o è stato preso in considerazione. In generale,
lascio perdere le voci stupide – e questa non è certo la più
stupida che ho sentito di recente – ma Dave è un amico e questo
rende la cosa più irritante. A proposito, non sto incolpando chi ha
pubblicato il post – immagino che la notizia provenga da altre
fonti“, sono le parole del regista.
Inizialmente si era vociferato che
uno dei favoriti per il ruolo di Brainiac fosse Bautista, in
seguito alle prime notizie riportate nel novembre 2025 da The Wrap
secondo cui sarebbe stato il principale antagonista di Man
of Tomorrow. Tuttavia, vale la pena notare che Gunn non ha
mai affermato categoricamente che l’iconico nemico di Superman non
sarà affatto nel film.
Il regista si limita a dire:
“Dimentichiamo per un attimo che non ho mai detto che Brainiac
fosse nel film”, poiché non ha formalmente negato che il
personaggio faccia parte del film. Tra gli altri attori che secondo
alcune indiscrezioni potrebbero interpretare il famoso antagonista
della DC Comics c’è anche Matt
Smith, ma Gunn non lo ha specificatamente indicato
come uno dei nomi che ha preso in considerazione.
Tutto quello che sappiamo su Man of
Tomorrow
Le riprese principali di
Man of Tomorrow dovrebbero iniziare nella primavera
del 2026, con una data di uscita fissata per il 9 luglio
2027. David Corenswet riprenderà il ruolo nel sequel
al fianco di Lex Luthor, interpretato da
Nicholas Hoult, poiché i due si alleeranno contro
questo nuovo nemico, come ha dichiarato il regista.
James
Gunn ha infatti affermato: “È una storia in cui Lex Luthor
e Superman devono collaborare in una certa misura contro una
minaccia molto, molto più grande. È più complicato di così, ma
questa è una parte importante. È tanto un film su Lex quanto un
film su Superman. Mi è piaciuto molto lavorare con Nicholas Hoult. Purtroppo mi identifico con il
personaggio di Lex. Volevo davvero creare qualcosa di straordinario
con loro due. Adoro la sceneggiatura”.
Gunn annunciato
Man of Tomorrow sui
social media il 3 settembre. Nel suo annuncio, lo sceneggiatore
e regista ha incluso un’immagine tratta dal fumetto in cui Superman
è in piedi accanto a Lex Luthor nella sua Warsuit. Nei fumetti DC,
Lex crea la tuta per eguagliare la forza e le abilità di Superman.
Mentre l’immagine teaser suggeriva che Lex e Superman sarebbero
stati di nuovo in contrasto, ora sembra che Lex userà la sua
Warsuit per poter essere allo stesso livello di Superman per
qualsiasi grande minaccia si presenti loro.
Al momento, è confermata la
presenza della Lois Lane di Rachel Brosnahan. Il co-CEO della DC Studios
ha risposto a un fan su Threads all’inizio di settembre 2025 che
Lois avrà un “ruolo importante”. Il villain del film
sarà Brainiac, secondo quando sostenuto da
più fonti.
Il film è stato in precedenza
descritto come un secondo capitolo della “Saga di Superman”. Ad
oggi, Gunn ha affermato unicamente che “Superman conduce
direttamente a Peacemaker; va notato che questo è per adulti, non
per bambini, ma Superman conduce a questo show e poi abbiamo
l’ambientazione di tutto il resto della DCU nella seconda stagione
di Peacemaker, è incredibilmente importante”.
Norimberga
— diretto da James Vanderbilt e tratto dal libro
The Nazi and the Psychiatrist dello psichiatra militare
Douglas M. Kelley — racconta il processo ai
vertici nazisti dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. Nel
lungometraggio lo psichiatra Kelley (interpretato da Rami Malek) viene incaricato di valutare la
sanità mentale di alcuni imputati, in particolare di Hermann Göring
(interpretato da Russell Crowe), per verificare se fossero in
grado di affrontare un regolare procedimento giudiziario. Ma cosa è
vero e cosa no nel film di Vanderbilt? Ecco una
breve analisi di punti di contatto e di divergenze tra film e
storia vera.
Questo aspetto — la valutazione
psichiatrica dei nazisti — corrisponde a un fatto
reale: Kelley e altri psichiatri furono effettivamente
chiamati a esaminare alcuni prigionieri per accertare la loro
idoneità al processo.
Anche il contesto generale — l’idea
di un Tribunale internazionale convocato dalle potenze alleate per
giudicare i responsabili del Terzo Reich — è rappresentato
correttamente. Il procedimento reale iniziò il 20 novembre 1945,
con a giudizio i principali gerarchi nazisti, accusati di crimini
contro la pace, crimini di guerra, crimini contro l’umanità e
cospirazione. Tuttavia, numerose scelte narrative e semplificazioni
del film introducono divergenze importanti rispetto alla storia
documentata.
Le differenze principali:
semplificazioni, licenze drammatiche e omissioni
La cattura di Göring
– Nel film, la resa di Göring — con la sua famiglia, in
auto, davanti a una base americana — viene rappresentata come parte
dell’arco narrativo iniziale.
Nella realtà, invece, Göring fu arrestato il 6 maggio 1945 da un
distaccamento della Settima Armata americana vicino a Radstadt, non
dopo una resa pacifica con la famiglia. Venne poi scortato
attraverso le linee tedesche verso il campo di prigionia noto come
“Ascan”.
Errori nel protocollo e
nelle qualifiche – Il film commette alcune inesattezze
tecniche: per esempio, durante la lettura della sentenza un
imputato, Wilhelm Keitel, viene chiamato “ammiraglio”, quando nella
realtà la qualifica corretta è “feldmaresciallo”. In un’altra
scena, il procuratore (o uno degli avvocati) dichiara che il
palazzo di giustizia di Norimberga sia lo stesso in cui furono
promulgate le “leggi di Norimberga” contro gli ebrei — un
collegamento impreciso e fuorviante rispetto alla realtà
storica.
Drammatizzazione del
processo e del ruolo dello psichiatra – Il film enfatizza
la dimensione psicologica, quasi come se il cuore del processo
fosse il confronto mentale tra Kelley e Göring. In realtà, sebbene
Kelley sia stato effettivamente incaricato di valutare la sanità
mentale degli imputati, quella fu una fase preliminare: non
rappresentava in alcun modo il nucleo del processo. Come
documentato, il fulcro era l’enorme mole di prove — documenti,
ordini, testimonianze, filmati dei campi di concentramento — che
dimostravano la responsabilità collettiva e organizzata del regime
nazista.
Il film, per esigenze narrative,
pare semplificare certe complessità procedure e spostare
l’attenzione su un conflitto psicologico-morale. Alcuni esperti
citati in analisi contemporanee sottolineano che questo genere di
scelta rischia di ridurre la complessità storica del
procedimento.
Esiti finali e destino di
Göring – Il film potrebbe dare l’impressione che l’esito
del processo fosse condizionato dall’andamento delle sedute, dalla
resa dei conti tra Kelley e Göring, quasi come un duello morale.
Nella realtà, invece, il verdetto fu frutto di prove documentali
pesantissime e di un lavoro di accusa condotto da avvocati e
giudici delle potenze alleate. Il tribunale internazionale emesse
la sentenza il 30 settembre – 1 ottobre 1946: 12 condanne a morte,
vari ergastoli e pene detentive, alcune assoluzioni. Göring,
condannato a morte, evitò l’impiccagione suicidandosi con una
pillola di cianuro poche ore prima dell’esecuzione.
Riduzione della pluralità
degli imputati e del contesto storico – Il film,
concentrandosi su un arco narrativo ristretto (lo psichiatra /
Göring / alcuni momenti chiave del processo), inevitabilmente
omette o marginalizza la vastità del contesto: il fatto che furono
giudicati in tutto 22 alti dirigenti nazisti, con accuse che
andavano dalla guerra di aggressione, ai crimini contro la pace, ai
crimini contro l’umanità. Viene così attenuato lo spettro di
responsabilità collettiva, istituzionale e sistemica che
storicamente caratterizzava il processo.
Norimberga
offre un ritratto potente e suggestivo del processo, ma lo fa in
forma romanzata, privilegiando conflitti morali e individuali, come
da esigenze cinematografiche. Il vero Processo di
Norimberga, invece, fu un’impresa collettiva senza
precedenti: una risposta istituzionale, giuridica e storica al
delirio criminale del nazismo.
Rob Reiner, che è
passato dal ruolo di protagonista in
Arcibaldo alla regia di film come This
Is Spinal Tap, Codice
d’onore e Harry ti presento Sally…, è stato
trovato morto domenica pomeriggio nella sua casa di Brentwood
insieme alla moglie Michele Singer. Aveva 78
anni.
Secondo la polizia di Los Angeles,
le morti sono state indagate come omicidio. La coppia sarebbe stata
accoltellata a morte.
“È con profondo dolore che
annunciamo la tragica scomparsa di Michele e Rob Reiner. Siamo
addolorati per questa improvvisa perdita e chiediamo il rispetto
della privacy in questo momento incredibilmente difficile”, ha
dichiarato la famiglia in una nota.
UPDATE: nelle ore
successive alla scoperta dei due corpi, la polizia ha fermato il
figlio di Rob e Michelle, Nick, che è stato poi interrogato.
L’accusa è di duplice omicidio, ma si sta ancora
indagando.
Una delle figure più riconoscibili
e trasversali del cinema e della televisione americana degli ultimi
cinquant’anni, Rob Reiner è stato capace di
attraversare generi, epoche e pubblici diversi con una filmografia
che ha lasciato un’impronta duratura nell’immaginario
collettivo.
Nato a New York il 6 marzo 1947,
figlio del grande comico e autore
Carl Reiner e dell’attrice Estelle Reiner, cresce in un
ambiente in cui lo spettacolo è parte integrante della vita
quotidiana. Dopo gli studi alla UCLA, raggiunge la popolarità come
attore interpretando Michael “Meathead” Stivic nella storica sitcom
All in the Family, ruolo che lo rende uno dei volti
simbolo della televisione americana degli anni Settanta e gli vale
due Emmy Awards.
È però dietro la macchina da presa
che Reiner costruisce il nucleo più solido della propria eredità
artistica. Il debutto alla regia con This Is Spinal
Tap (1984), falso documentario musicale divenuto
cult, rivela un talento precoce per la satira intelligente e per la
destrutturazione dei codici narrativi. Seguono, in rapida
successione, film che segnano profondamente la cultura popolare:
Stand by Me – Ricordo di un’estate
(1986), racconto di formazione tratto da Stephen King; La storia fantastica (1987), fiaba
ironica e senza tempo; Harry ti presento
Sally… (1989), che ridefinisce la commedia romantica
moderna.
Negli anni Novanta Reiner consolida
la propria reputazione con titoli di grande successo e forte
impatto: Misery non deve morire (1990), teso
thriller psicologico; Codice d’onore
(1992), dramma giudiziario entrato nel lessico cinematografico;
Il presidente – Una storia d’amore
(1995), sintesi elegante di politica e sentimento. La sua cifra
stilistica resta quella di un artigiano del racconto, attento ai
personaggi, ai dialoghi e al ritmo, più che all’esibizione
autoriale.
Parallelamente all’attività
cinematografica, Reiner è noto per il suo impegno civile e
politico, espresso pubblicamente e attraverso produzioni che
riflettono una visione progressista della società americana.
Produttore prolifico, ha contribuito a sostenere nuovi talenti e
progetti indipendenti tramite la sua casa di produzione, Castle
Rock Entertainment.
Figura di raccordo tra cinema
classico e sensibilità contemporanea, Rob Reiner
rimane un esempio raro di continuità creativa, capace di parlare a
generazioni diverse senza rinunciare a una voce riconoscibile e
coerente.
Oltre ad essere apparso nel
famigerato film vincitore dell’Oscar nel 1991 Il silenzio degli innocenti, il personaggio di
Hannibal Lecter ha tratto ispirazione da un terrificante assassino
realmente esistito. Il nome Hannibal Lecter è così famoso che
potrebbe sorprendere apprendere che il famigerato personaggio non è
direttamente ispirato a un mostro cannibale realmente esistito con
lo stesso nome. Reso famoso dall’interpretazione di
Anthony Hopkins nel film Il silenzio
degli innocenti, vincitore di 5 premi Oscar, Hannibal Lecter è
apparso in diversi film e serie televisive.
Il personaggio del dottor Hannibal
Lecter è stato creato dallo scrittore Thomas Harris, che lo ha
introdotto nel suo romanzo del 1981 Red Dragon. Lecter
aveva un piccolo ruolo in Red Dragon, che è stato poi
adattato nel film Manhunter (1986) diretto da Michael Mann,
in cui Brian Cox interpreta il killer cannibale. Harris ha
poi pubblicato il sequel di Red Dragon, Il silenzio degli
innocenti, nel 1988, che ha portato alla creazione del famoso
film omonimo del 1991. Hopkins ha continuato a interpretare il
ruolo di Lecter in Hannibal (2001) e
Red Dragon (2002). Il personaggio è stato interpretato anche da
Mads Mikkelsen nella serie televisiva della
NBC
Hannibal (2013-2015).
Hannibal Lecter è stato
ispirato dal dottor Alfredo Ballí Treviño
Il famigerato personaggio del
dottor Hannibal Lecter è stato ispirato dal dottor Alfredo Ballí
Treviño, che nel 1959 è diventato l’ultimo criminale a essere
condannato a morte in Messico. Harris aveva incontrato il dottor
Alfredo Ballí Treviño mentre lavorava come giornalista per una
storica rivista americana chiamata Argosy negli anni ’60.
Harris aveva visitato una prigione in Messico in quel periodo
per intervistare Dykes Askew Simmons, un americano che avrebbe
ucciso tre fratelli messicani. Mentre era in prigione, Simmons
era stato colpito a una gamba da una guardia e il dottor Salazar lo
aveva operato per rimuovere i proiettili.
Harris intervistò il dottor Salazar
su Simmons, solo per scoprire in seguito che era un assassino di
nome Alfredo Ballí Treviño. Ballí proveniva da una famiglia
benestante ed era un chirurgo affermato prima che si scoprisse che
aveva ucciso il suo collega e presunto fidanzato, Jesus Castillo
Rangel. Il dottor Alfredo Ballí Treviño era incredibilmente
preciso e inquietante nel modo in cui smembrò il corpo e mise tutte
le parti in una piccola scatola, per poi seppellirla nel cortile di
sua zia ed essere arrestato il giorno dopo. Ballí non ha mai negato
le accuse ed è stato infine rilasciato dal carcere dopo una
condanna a 20 anni, riprendendo a lavorare come medico e morendo
nel 2009.
Come i crimini di Alfredo Ballí
Treviño hanno plasmato il personaggio di Hannibal Lecter
La somiglianza fondamentale
tra Hannibal Lecter e il dottor Alfredo Ballí Treviño è la stessa
inquietante eleganza e lo stesso fascino conversazionale che
entrambi possiedono.
Sebbene il dottor Alfredo Ballí
Treviño sia molto diverso da Hannibal Lecter, principalmente perché
non era un cannibale, Harris ha incluso molte caratteristiche del
suo comportamento, del suo galateo e della sua personalità nella
creazione del personaggio di Lecter. Ballí era una persona
particolarmente sofisticata e colta che stava molto ferma, proprio
come la rappresentazione di Lecter da parte di Hopkins in Il
silenzio degli innocenti. La principale somiglianza tra
Hannibal Lecter e il dottor Alfredo Ballí Treviño è la stessa
inquietante eleganza e lo stesso fascino conversazionale che
entrambi possiedono, che quasi sospendono la paura di chi sono
realmente e di cosa sono capaci.
Sia Hannibal Lecter che il
dottor Alfredo Ballí Treviño sono di origini lituane, che è
un’altra caratteristica chiave che li accomuna. Si ritiene inoltre
che Harris abbia tratto ispirazione dal dottor Alfredo Ballí
Treviño per l’altro serial killer de Il silenzio degli innocenti,
Buffalo Bill. Al di là delle caratteristiche relative alla
personalità, all’intelligenza e all’aspetto sinistro, innocente e
persino affascinante del dottor Alfredo Ballí Treviño, non ci sono
molte somiglianze tra lui e Hannibal Lecter.
Cosa è successo al vero Alfredo
Ballí Treviño
Il vero dottor Alfredo Ballí
Treviño è stato sorprendentemente rilasciato dal carcere 20 anni
dopo la sua condanna per il suo crimine passionale nel 1981.
Inizialmente condannato a morte nel carcere messicano dove Harris
lo aveva trovato, il dottor Alfredo Ballí Treviño è tornato nella
sua città natale, Monterrey, in Messico, e ha cercato di riprendere
una vita lontano dai riflettori. Ballí era molto riluttante a
parlare del suo passato violento, finché nel 2008, dopo la diagnosi
di cancro alla prostata, accettò finalmente di rilasciare
un’intervista a un giornale. Il fatto che la persona che ha
ispirato il personaggio di Hannibal Lecter sia rimasta in libertà
dal 1981 al 2009 è piuttosto scioccante.
Ironia della sorte, il dottor
Alfredo Ballí Treviño è stato rilasciato dalla prigione proprio
nello stesso anno in cui Harris ha pubblicato Red Dragon e
ha dato vita al personaggio di Hannibal Lecter. Non è chiaro se la
tempistica del rilascio dal carcere del dottor Alfredo Ballí
Treviño e la pubblicazione di Red Dragon siano in qualche
modo collegate o semplicemente una coincidenza piuttosto grande. Il
dottor Alfredo Ballí Treviño non ha mai rilasciato commenti
ufficiali sui romanzi di Harris o sul personaggio di Hannibal
Lecter, nemmeno dopo l’enorme successo di Il silenzio degli
innocenti.
Gli altri serial killer che
hanno ispirato Hannibal Lecter
L’aspetto altamente
intelligente del personaggio di Hannibal Lecter è probabilmente
ispirato in parte da famigerati serial killer della vita reale come
Ted Bundy ed Ed Kemper.
Ci sono state diverse affermazioni
da parte di detective della polizia, analisti e vari scrittori su
altri serial killer della vita reale che potrebbero aver ispirato
Harris a creare il personaggio del dottor Hannibal Lecter.
L’aspetto altamente intelligente del personaggio di Hannibal Lecter
è probabilmente ispirato in parte da famigerati serial killer reali
come Ted Bundy ed Ed Kemper. Bundy, in particolare, era noto per il
suo fascino che lo rendeva uno dei serial killer più “simpatici” o
modesti di tutti i tempi. Ci sono anche vaghe associazioni con
cannibali reali come William Coyner, noto anche come Alonzo
Robinson, che secondo quanto riferito avrebbe salato e
conservato i corpi di alcune delle sue vittime.
Hannibal Lecter è davvero uno
dei più grandi cattivi cinematografici mai creati, ma, per
fortuna, non è esattamente rappresentativo di nessun assassino in
particolare. Sebbene il dottor Alfredo Ballí Treviño sia spesso
considerato l’ispirazione diretta per la creazione del personaggio
di Hannibal Lecter da parte di Thomas Harris, Ballí non era un
cannibale, il che indica che la parte più famigerata del
personaggio di Lecter è stata aggiunta per aumentare l’effetto
complessivo della natura contraddittoria dell’antagonista sia in
Red Dragon che in Il silenzio degli innocenti.
È innegabile, tuttavia, che l’incontro di Harris con il dottor
Alfredo Ballí Treviño sia stato un evento che ha cambiato la sua
vita e che avrebbe finito per rivoluzionare il genere horror
nella storia del cinema americano.
L’iconico e venerato film Il
silenzio degli innocenti è uscito più di 30 anni fa, ma c’è
ancora un dibattito in corso sul vero significato del titolo del
film. Adattamento cinematografico dell’omonimo romanzo di Thomas
Harris, il film di Jonathan Demme, vincitore dell’Oscar come
miglior film nel 1991, lascia ampio spazio all’interpretazione. Il
silenzio degli innocenti è ricco di orrori psicologici e fisici, ma
la natura del titolo risiede in realtà nelle tranquille
conversazioni tra i personaggi principali del film.
Il silenzio degli innocenti
rimane uno dei soli sei film horror nominati all’Oscar come miglior
film. Oltre alla vittoria nel 1991 nella categoria principale, il
film, interpretato da Anthony Hopkins e Jodie Foster, ha vinto i premi per il miglior
regista, la miglior attrice, il miglior attore e la miglior
sceneggiatura non originale. La continua popolarità di un film così
influente e culturalmente rilevante ha portato ad anni di ampi
dibattiti sul significato del suo titolo criptico.
Il titolo Il silenzio degli
innocenti è una metafora delle vittime innocenti
Quando incontriamo per la prima
volta l’agente Clarice Starling, interpretata da Foster, è una
giovane e talentuosa tirocinante dell’accademia comportamentale
dell’FBI. Le viene chiesto di aiutare a catturare un sadico serial
killer a piede libero: Buffalo Bill. Questo Il silenzio degli innocenti cattivo si ispira a serial
killer reali. Uccide le sue vittime e le scuoia, ricavandone
pezzi di abbigliamento che potrà indossare in seguito. La Foster
finisce per immergersi completamente in questo caso grazie alla sua
capacità di entrare in empatia con il dottor Hannibal Lecter,
imprigionato, e con le numerose vittime innocenti di Hannibal,
Buffalo Bill e innumerevoli altri assassini.
Queste vittime innocenti sono gli
“agnelli” per Clarice. Sono animali indifesi, vaganti e bisognosi
di guida e protezione. Lei vede il suo ruolo all’FBI come un mezzo
per difendere questi agnelli che non possono proteggersi da soli.
Entra in empatia con queste vittime e lavora per salvarle, non solo
perché è il suo lavoro, ma anche a causa del trauma che ha subito
da bambina.
Come il titolo Il silenzio
degli innocenti si collega anche a Clarice
Nel secondo incontro faccia a
faccia tra il dottor Hannibal Lecter e Clarice, Hannibal cerca di
entrare nella mente di Clarice prima di darle consigli su come
catturare Buffalo Bill. Clarice racconta una storia straziante
sulla sua infanzia in un allevamento di pecore nel Montana. A tarda
notte, sentiva gli agnelli gridare di dolore. Dopo settimane
passate ad ascoltare questi lamenti, decise di indagare e scoprì
che gli agnelli primaverili venivano macellati. Clarice non
riusciva a sopportare di vederli soffrire, così ha cercato di
scappare con uno di loro. È stata catturata e riportata a casa
dallo sceriffo locale prima che potesse farlo. Per la sua
trasgressione, è stata mandata a vivere in un orfanotrofio.
Hannibal riconosce immediatamente
il disturbo da stress post-traumatico di cui soffre Clarice a causa
del massacro degli agnelli e della sua incapacità di salvarne uno.
Clarice ammette di avere incubi ricorrenti, durante i quali si
sveglia sentendo gli agnelli che gridano. Egli psicoanalizza
correttamente Clarice per il proprio contorto divertimento, in modo
che lei comprenda le motivazioni personali che la spingono a
cercare Buffalo Bill. Lei cerca di salvare quante più vittime
indifese possibile nella speranza di mettere a tacere gli agnelli
che la perseguitano. Questa rivelazione permette a Il
silenzio degli innocenti di progredire verso il
suo finale agghiacciante, in cui Clarice trova Buffalo Bill e
finalmente salva un agnello innocente.
La falena teschio è un simbolo
famoso del
film Il silenzio degli innocenti, ma l’insetto
preferito da Buffalo Bill è molto più di una semplice coincidenza.
Questo cupo thriller psicologico del 1991 segue le vicende
dell’agente dell’FBI Clarice Starling (Jodie Foster) mentre dà la caccia a
Buffalo Bill (Ted Levine), un serial killer che uccide e scuoia
le donne. Poiché la serie di omicidi di Bill ha lasciato perplessi
anche agenti dell’FBI e profiler esperti, Clarice chiede aiuto al
cannibale e assassino Hannibal Lecter (Anthony Hopkins) per comprendere la psiche di
Bill e poterlo catturare. Nonostante la presenza piuttosto
opprimente di Hannibal nel corso del film, il personaggio appare
sullo schermo solo per circa sedici minuti.
Uno dei modus operandi di Buffalo
Bill in Il silenzio degli innocenti è quello di lasciare uno
strano graffetta nella gola delle sue vittime: una falena teschio.
Questo viene scoperto per la prima volta durante una scena di
autopsia inquietante, e il simbolismo dietro la falena diventa una
parte fondamentale per comprendere le motivazioni di Bill. Come lo
stesso Lecter rivela in seguito a Clarice, il significato della
falena è il cambiamento. “Da bruco a crisalide, o pupa, e da lì
alla bellezza.” Lecter si riferisce al processo di metamorfosi,
e questo concetto è presente anche nel percorso di Clarice.
Naturalmente, in relazione a
questo, c’è la rappresentazione problematica dell’apparente
disforia di genere di Bill e di come la affronta. In Il silenzio degli innocenti, Bill desidera cambiare
sesso e assumere un’identità di genere che corrisponda al suo vero
io interiore. Purtroppo, sebbene il simbolismo della metamorfosi
abbia un senso logico, ridurre un personaggio tridimensionale a uno
stereotipo dannoso non solo è ingiusto, ma si è anche rivelato
doloroso per la comunità trans. In un’epoca in cui le persone
LGBTQ+ non erano molto rappresentate, dipingere un uomo che
desidera cambiare sesso come un brutale assassino che invidia con
odio le donne e ne colleziona le pelli era dolorosamente dannoso.
La scarsa attenzione riservata dal film al tema trans e la
complessa eredità di Buffalo Bill sono affrontate nella serie
sequel della CBS Clarice, recentemente trasmessa in
anteprima.
Il simbolismo della falena si
estende anche alla storia di Clarice, con Il silenzio degli
innocenti che si apre con lei ancora in addestramento
all’accademia dell’FBI, prima che subisca la sua trasformazione e
venga battezzata in un mondo di oscurità. Mentre Clarice inizia la
narrazione come un’agente inesperta che ha bisogno di aiuto per
comprendere la psicologia degli assassini, il film si conclude con
lei e Lecter che sono le due persone che comprendono meglio Bill.
Ogni parvenza di innocenza è stata erosa e, sotto la guida di
Lecter, lei è cresciuta sia a livello personale che
professionale.
C’è anche un simbolismo evidente
dietro la falena testa di morto stessa, al di là della metamorfosi.
La falena deriva il suo nome inquietante dal fatto che ha un
disegno che ricorda un teschio umano sulla parte superiore del
corpo. Anche dopo aver finito con le sue vittime, Bill lascia un
simbolo di morte dentro di loro; molto probabilmente lasciato nelle
loro gole perché queste falene possono squittire, deridendo così le
urla spaventate delle anime sfortunate. Proprio come Buffalo Bill e
Il silenzio degli innocenti nel suo insieme, il tema
della falena è stratificato in un sottotesto inquietante.
Il silenzio degli innocenti può immediatamente
ricordare ad alcuni il malvagio Hannibal Lecter (Anthony Hopkins), ma i momenti più
inquietanti del film vedono protagonista il serial killer Jame
Gumb. Interpretato da Ted Levine, il personaggio immaginario è
stato introdotto nell’omonimo romanzo di Thomas Harris del 1988, e
la sua rappresentazione sul grande schermo ha a lungo fatto
chiedere al pubblico se “Buffalo Bill” fosse davvero una
persona reale. La verità: è una terrificante fusione di vari serial
killer americani.
Il silenzio degli innocenti
ruota attorno alla bizzarra ma affascinante relazione tra Hannibal
Lecter e la tirocinante dell’FBI Clarice Starling (Jodie Foster). L’incidente scatenante del film
deriva dalla volontà dell’investigatrice di mettere da parte le sue
paure in favore della verità, che impressiona Lecter e lo porta a
fornire preziose indicazioni. Il film di Jonathan Demme enfatizza
l’inevitabile rivelazione di Buffalo Bill, che aumenta
immediatamente la suspense intrinseca e allo stesso tempo tocca i
fattori psicologici che hanno reso così popolari le produzioni sui
crimini reali, sia allora che oggi. In Il silenzio degli
innocenti, il pubblico scopre i metodi di adescamento di
Buffalo Bill e scopre anche che egli affama e scuoia le sue
vittime. Le immagini collettive sono scioccanti, ma è la psicologia
del personaggio che rende Buffalo Bill così profondamente
inquietante.
Cosa vuole veramente Buffalo Bill e
perché? Il silenzio degli innocenti risponde effettivamente a
queste domande, poiché il personaggio desidera fondamentalmente
trasformarsi in una donna. Il conflitto da superare, tuttavia, è
rappresentato dalle difficoltà incontrate nel perseguire una
procedura di riassegnazione di genere. A causa di problemi di
salute mentale, Buffalo Bill non riesce a ottenere l’assistenza
medica adeguata che desidera. Per inciso, uccide le donne come
meccanismo di difesa, al fine di indossare letteralmente la pelle
delle sue vittime femminili.
Per motivi drammatici, il
personaggio è stato ispirato da una serie di serial killer.
L’influenza più evidente è quella di Ted Bundy, che, come Buffalo
Bill, attirava le sue vittime femminili nel suo veicolo. Bundy è
stato giustiziato all’età di 42 anni nel gennaio 1989, pochi mesi
prima dell’inizio della produzione de Il silenzio degli innocenti,
e rimane una figura rilevante della cultura popolare a distanza di
decenni, grazie all’ascesa dei documentari sui crimini reali.
Ulteriori ispirazioni per il
personaggio di Buffalo Bill sono stati i serial killer Ed Gein e
Jerry Brudos. Il primo è famoso nella cultura popolare per aver
realizzato abiti con la pelle delle sue vittime, mentre il secondo
è noto per aver indossato i vestiti delle sue vittime femminili.
Entrambi gli uomini condividono tratti della personalità con
Buffalo Bill. Alcuni dettagli storici aggiuntivi: Gein ha ucciso
negli anni ’50, Brudos negli anni ’60 e Bundy ha iniziato la sua
serie di omicidi negli anni ’70. Anche serial killer come Edmund
Kemper (interpretato da Cameron Britton in Mindhunter)
e Gary Ridgway (“The Green River Killer”) sono stati
collegati a Buffalo Bill, principalmente a causa dei traumi emotivi
derivanti dalle esperienze infantili, che hanno influenzato la loro
visione del mondo.
I metodi di tortura di Buffalo Bill
sono simili a quelli di Gary Heidnik, originario di Filadelfia, che
negli anni ’80 attirava le donne nella sua residenza e le teneva
prigioniere in una buca. In Il silenzio degli innocenti,
Buffalo Bill rapisce Catherine Martin, figlia di un senatore degli
Stati Uniti, e la tiene prigioniera in una buca nella sua casa.
Ma mentre Heidnik voleva
controllare psicologicamente le sue vittime, Buffalo Bill fa un
passo in più terrorizzandole e poi indossando fisicamente la loro
pelle. Il silenzio degli innocenti non necessariamente glorifica
Buffalo Bill come personaggio con grandi “momenti cinematografici”,
ma piuttosto cattura vari tratti della personalità di assassini
reali che hanno lottato per capire il loro posto nel mondo e
successivamente hanno prestato poca attenzione ai complessi fattori
psicologici che hanno influenzato il loro comportamento.
Il silenzio degli innocenti è famoso per la sua
protagonista grintosa, il suo spietato antagonista e il loro finale
agghiacciante. Il film del 1991 di Jonathan Demme segue Clarice
Starling, una tirocinante dell’FBI che lavora con il famigerato
cannibale Dr. Hannibal Lecter per cercare di fermare il
serial killer Buffalo Bill.
Hannibal è ispirato a killer reali, anche se molti spesso
dimenticano che non è il cattivo principale del film. Il killer,
Buffalo Bill, dà la caccia alle donne per confezionarsi un abito di
pelle. Anche se Clarice e Hannibal sono una coppia improbabile, in
fondo si rispettano a vicenda, anche quando Hannibal non è più al
sicuro dietro le sbarre alla fine del film.
Questo thriller sconvolgente ha
guadagnato notorietà per le sue interpretazioni e i suoi personaggi
avvincenti. Il silenzio degli innocenti ha vinto diversi
premi Oscar l’anno della sua uscita, tra cui quello per il
miglior attore protagonista ad Anthony Perkins, quello per
la miglior attrice protagonista a Jodie Foster e quello per il miglior film. Da
allora, Il silenzio degli innocenti è stato citato e
referenziato molte volte in altri media. Nonostante la sua
popolarità e influenza, il finale de Il silenzio degli
innocenti lascia il pubblico con alcune domande sul destino dei
personaggi.
Cosa succede nel finale de Il
silenzio degli innocenti
Nell’ultimo atto de Il silenzio
degli innocenti, l’FBI crede di aver localizzato Buffalo Bill a
Chicago e si precipita a catturarlo. Ordina a Clarice di rimanere
in Ohio, dove lei continua a interrogare le persone collegate alla
prima vittima. Questo compito la porta a casa di Buffalo
Bill, dove lui la invita a entrare e le fa alcune domande sul
caso. Quando Clarice si rende conto di dove si trova, ha inizio un
inseguimento, con Buffalo Bill che la conduce nel suo laboratorio
nel seminterrato. Dopo che le luci si spengono, Buffalo Bill
indossa occhiali per la visione notturna e segue Clarice, ma il
rumore della sua pistola che si arma tradisce la sua posizione,
portando Clarice a sparargli e ucciderlo.
Hannibal è passato a un altro
bersaglio familiare, e l’ultima scena del film lo vede mentre
insegue la sua nuova vittima, ancora una volta un uomo
libero.
Dopo aver fermato Buffalo Bill,
Clarice si diploma all’accademia, ottenendo il titolo di agente
speciale. Il suo superiore, Crawford, le stringe la mano,
suggerendole che la assumerà per lavorare nell’unità di scienze
comportamentali, che lei definisce il lavoro dei suoi sogni.
Inoltre, durante la cerimonia, Hannibal chiama Clarice per
controllare come sta dopo la sua fuga all’inizio del film. La sua
telefonata dimostra che lui sa esattamente dove lei si trova e cosa
sta facendo, ma assicura a Clarice che non la cercherà. Hannibal è
passato a un altro bersaglio familiare, e l’ultima scena del film
lo mostra mentre pedina la sua nuova vittima, il dottor Chilton,
ancora una volta un uomo libero.
Cosa significa “Il silenzio
degli innocenti”?
È un riferimento al silenzio
degli agnelli letterali dell’infanzia di Clarice
Il
titolo “Silenzio Degli Agnelli si riferisce agli agnelli
dell’infanzia di Clarice, il cui belato la perseguita ancora da
adulta. Sono un simbolo del desiderio di Clarice di fermare la
sofferenza degli altri, proprio come ha cercato di aiutare gli
agnelli che venivano macellati nella fattoria della sua famiglia.
In una confessione avventata a Hannibal, Clarice ammette di aver
cercato di scappare per salvare uno degli agnelli, ma di essere
stata fermata e l’agnello ucciso. Far tacere gli agnelli
significherebbe che Clarice smetterebbe di provare compassione per
gli altri e sarebbe in grado di prendere decisioni per sé
stessa.
Gli agnelli sono una metafora delle
vittime innocenti che Clarice incontra nel caso. Sono creature
indifese che si sono smarrite e ora sono in pericolo, bisognose
dell’aiuto di Clarice. È chiaro che lei farebbe qualsiasi cosa per
aiutare a salvare queste vittime, anche se ciò significasse
mettersi in pericolo. Ad esempio, lei insegue Buffalo Bill nella
sua casa e cerca immediatamente di aiutare e proteggere Catherine
prima ancora di pensare a chiamare i rinforzi e cercare aiuto per
sé stessa. Sebbene questo sia un tratto ammirevole, l’empatia e la
scelta professionale di Clarice significano che probabilmente non
sarà mai in grado di mettere a tacere le grida di nessun agnello
metaforico nella sua vita.
Culturalmente, le falene hanno
molti significati, come la distruzione invisibile e la ricerca
della luce. Sebbene entrambe queste interpretazioni siano possibili
per
l’inclusione delle falene in Il silenzio degli
innocenti, esse rappresentano più chiaramente il
cambiamento e la crescita. Questo simbolismo è evidente
nell’ossessione di Buffalo Bill per loro, in particolare per la
falena testa di morto, poiché anche lui cerca di subire una
trasformazione. Proprio come una crisalide si evolve in un
insetto più bello, Buffalo Bill spera chiaramente di sentirsi più a
suo agio dopo aver completato la sua tuta di pelle femminile.
Lascia i bozzoli nella gola delle vittime per rappresentare il
viaggio che sente di intraprendere.
L’immagine della falena della morte
è raffigurata sul poster del film, diventando sinonimo del film
stesso.
La specificità della falena aiuta
l’FBI a identificare Buffalo Bill dopo aver collegato un ordine di
falene teschio al suo vero nome, Jame Gumb. Il nome della falena
deriva dal motivo sul suo dorso, che ricorda un teschio umano.
Essa rappresenta letteralmente la morte, e Buffalo Bill
lascia le sue vittime con quel simbolo, anche dopo che sono morte.
Anche i suoi metodi di violenza derivano dalla falena, tagliando
modelli di cucito dalla schiena di una vittima in una forma a
diamante che ricorda le ali.
Come ha fatto Clarice a trovare
il vero Buffalo Bill?
Ha seguito gli indizi di
Hannibal per arrivare al killer
Seguendo gli indizi di Hannibal su
dove Buffalo Bill potrebbe aver trovato la sua prima vittima,
Frederica, Clarice va a Belvedere, Ohio, per parlare con le persone
che la conoscevano. L’amica di Frederica dice che erano solite
cucire con la signora Lippman e dà a Clarice l’indirizzo. Senza
saperlo, questo è ora l’indirizzo di Buffalo Bill, e la
rivelazione è un capolavoro di montaggio ricco di suspense, che
rispecchia il resto dell’arrivo dell’FBI a Chicago. Clarice entra
nella casa di Buffalo Bill senza rendersi conto di dove si trova,
ma quando vede una falena e altri oggetti sospetti, gli punta
subito la pistola contro.
Come la maggior parte delle
rivelazioni nel film, Clarice è guidata lì dalla guida di
Hannibal. Chiaramente, Hannibal sapeva che Buffalo Bill era a
Belvedere, motivo per cui ha dato a Clarice indizi che suggerivano
che avrebbe potuto cercare lì. Altrettanto intenzionalmente,
fornisce indizi fuorvianti all’FBI, sapendo che questo li
rallenterà. Sapeva dove stava mandando entrambe le parti nell’atto
finale. Si può sostenere che Hannibal lo abbia fatto per far
risaltare Clarice come agente, aiutandola a ottenere una
promozione, ma potrebbe anche essere che lei fosse l’unica a cui
teneva abbastanza da aiutarla.
Perché Hannibal ama così tanto
Clarice e perché promette di risparmiarla?
Rispetta la sua intelligenza e
il suo tatto
Hannibal apprezza chiaramente
Clarice come rivale intellettuale. Sebbene Hannibal sappia di
essere un intellettuale, confida anche nel fatto che Clarice sarà
in grado di risolvere gli enigmi che le propone, aiutandola a
condurla a Buffalo Bill. Vede che è giovane e ancora in fase di
formazione, quindi non la considera una minaccia alla sua
sicurezza; al contrario, la vede come una nuova persona
divertente con cui confrontarsi. Le numerose citazioni di Hannibal
le offrono solo piccoli indizi per assicurarsi che lei torni da lui
una volta risolti, in cerca della sua compagnia.
Alcuni spettatori ipotizzano anche
che lui la apprezzi di più dopo aver sentito parlare della sua
bontà e delle sue intenzioni pure. Apprezza la sua vulnerabilità
e il suo coraggio, soprattutto in contrasto con i medici della
struttura che lo trattano come un animale. Lei rivela anche che la
sua motivazione è sempre quella di aiutare gli innocenti, cosa che
Hannibal sembra rispettare a modo suo. È chiaro che ha dei principi
morali e dei valori, come quando punisce un altro paziente per
essere stato scortese con Clarice, dicendo: “La scortesia è per
me indicibilmente brutta”.
La loro amabilità è esemplificata
al meglio dalla telefonata di Hannibal a Clarice alla fine del
film. Non l’avrebbe fatto se non la rispettasse almeno un po’.
Promette anche che non la cercherà, ma entrambi sanno che alla fine
lei potrebbe cercarlo di nuovo, cercando di rimetterlo in prigione.
Questo legame lo eccita, così la chiama per darle qualche indizio
sui suoi piani, stuzzicandola con la sua onnipresenza nella sua
vita. Vede il potenziale ritorno di Clarice nella sua vita come
una sfida che non vede l’ora di affrontare, dicendole: “Il
mondo è più interessante con te”.
Chi incontra Hannibal
nell’ultima scena e dove si trova?
Lui accenna al fatto che
ucciderà il dottor Chilton
Quando Hannibal chiama Clarice, le
dice di non cercare di rintracciare la chiamata perché non resterà
in linea a lungo. Con fare schivo, le dice che ha un vecchio
amico a cena. Anche se si tratta di un’espressione comune, è
chiaro che Hannibal la intende in senso letterale. Dato che non
dice a Clarice dove si trova, lei non ha modo di sapere cosa sta
facendo o chi sarà la sua prossima vittima. Tuttavia, al pubblico
viene rivelato che Hannibal sta guardando avidamente il dottor
Chilton del Baltimore State Hospital for the Criminally Insane
mentre scende da un piccolo aereo.
La destinazione finale di Hannibal
non viene mai rivelata. Sebbene alcuni ipotizzino che si tratti di
Firenze, dato che Hannibal e Clarice ne hanno discusso,
l’ambientazione non assomiglia molto a una città italiana. La
scena è stata girata all’aeroporto di Bimini, nelle Bahamas,
che sembra più probabile di Firenze. Non è chiaro come Hannibal
sapesse che Chilton sarebbe stato alle Bahamas e come lui stesso
sia arrivato lì.
Il vero significato del finale
de Il silenzio degli innocenti
La lotta di Clarice con
Hannibal non è finita
Il silenzio degli innocenti
si concentra sulla lotta di Clarice contro il male. Anche se è
riuscita a trovare e uccidere Buffalo Bill, salvando Catherine
Martin, il suo lavoro non è finito. L’ultima telefonata di
Hannibal le ricorda che lui è ancora là fuori ad uccidere
persone. Sebbene lui prometta di non ucciderla, entrambi sanno che
le loro strade probabilmente si incroceranno di nuovo quando lei
dovrà rintracciarlo. La loro telefonata è breve, ma scuote
chiaramente Clarice, mentre Hannibal sembra impassibile. Anche
l’ultima scena de Il silenzio degli innocenti ha lo
scopo di mettere a disagio il pubblico, sapendo che Hannibal è
libero, e ricordando agli spettatori la lotta continua e senza fine
contro il male.
“Stigmate” di Rupert Wainwright, uscito nel 1999, è uno dei
thriller soprannaturali più discussi della fine degli anni ’90.
Miscelando estetica da videoclip, iconografia cattolica e pulsioni
new age, il film ha diviso critica e pubblico, ma a distanza di
anni continua a generare domande: chi parla davvero attraverso Frankie Paige?
Perché la protagonista, non credente, diventa un canale
privilegiato di un messaggio spirituale proibito? E soprattutto,
che cosa significa il
finale?
Per rispondere serve ricostruire i passaggi chiave del terzo atto,
comprendere la figura del messaggio apocrifo al centro della trama
e il ruolo del Vaticano nel conflitto.
La rivelazione sul
Vangelo segreto: perché Frankie diventa il tramite di una verità
scomoda
Nel climax del film emerge la natura del fenomeno che possiede
Frankie: non è il
demonio, come la retorica cattolica tradizionale
suggerirebbe, ma lo spirito di padre Almeida, il sacerdote
brasiliano che studiava un antico testo noto come il
Vangelo di Tommaso.
Questo Vangelo apocrifo esiste realmente, ma la sua interpretazione
nel film è estremizzata: viene presentato come una minaccia al
potere ecclesiastico perché sostiene che il Regno di Dio è dentro ogni individuo,
senza mediazioni, senza istituzioni.
Il film costruisce quindi un conflitto teologico che diventa anche
politico: se la parola di Gesù è già nell’essere umano, il ruolo
della Chiesa come custode esclusiva della verità verrebbe meno.
Ecco perché il cardinale Houseman fa di tutto per cancellare ogni
traccia del testo.
Frankie, totalmente laica, viene scelta proprio perché
non ha difese
spirituali e perché il messaggio vuole raggiungere il
pubblico più lontano dalla religione istituzionale. È un’idea
narrativa che ribalta il cliché dell’“eletta pura”: qui il tramite
non è devoto, non è ascetico, non è predisposto al sacro. È una
donna comune, che diventa involontariamente voce di un teologo
morto nel tentativo di preservare un insegnamento scomodo.
Il conflitto finale: la
possessione come lotta tra rivelazione e censura
La sequenza dell’ospedale, con Frankie devastata dagli ultimi segni
della Passione, culmina nella presa di coscienza del padre Kiernan.
Lui stesso è un uomo di fede ma anche di scienza, e la sua indagine
lo ha portato a riconoscere che la ragazza non è posseduta da
un’entità maligna: è un
messaggero forzato.
Kiernan capisce che la resistenza della Chiesa non nasce dal timore
del male, ma dal timore della verità che Almeida stava riportando
alla luce. Questo ribalta completamente le aspettative e apre la
porta al tema più interessante del film: la spiritualità come
esperienza personale e immediata, non filtrata da gerarchie.
Nel momento clou, quando Frankie recita le parole del Vangelo di
Tommaso e levita sotto la pioggia di frammenti di vetro, il film
mette in scena il
conflitto tra istituzione e rivelazione, tra struttura e
intuizione, tra dogma e esperienza. È una scena volutamente
eccedente, barocca, che trasforma una disputa teologica in un atto
fisico violento.
Il significato del
finale: cosa rappresenta l’illuminazione di Frankie e cosa resta
irrisolto
Una volta liberata dalla possessione, Frankie sopravvive e torna
alla sua vita. Ma lo fa portando addosso l’eco dell’esperienza: ha
visto e sentito qualcosa che va oltre i confini della religione
tradizionale, qualcosa che riguarda la libertà spirituale. Il film
chiude su un messaggio che non viene esplicitato ma suggerito:
la rivelazione non
appartiene a nessuno, non può essere blindata né tradotta
in potere.
A
livello simbolico, il finale di “Stigmate” afferma che la figura di
Cristo non desidera mediatori obbligati, e che la sacralità è
immanente, non trascendente. La scelta di rendere Frankie il
tramite di questo messaggio chiude un cerchio: la donna che non
aveva alcuna fede viene trasformata in un testimone involontario
del fatto che la spiritualità non è proprietà di una istituzione,
ma un diritto universale.
L’ultima schermata del film, che mostra il Vangelo di Tommaso come
testo realmente esistente, dà una parvenza di autenticità storica a
un racconto altrimenti fortemente romanzato. È un modo per spingere
lo spettatore a chiedersi se ciò che ha visto sia davvero così
distante dalla realtà o se, al contrario, certe verità “scomode”
vengano ancora oggi nascoste per ragioni di controllo.
Perché il film continua a
far discutere: un thriller teologico tra sensazionalismo e domande
sincere
“Stigmate” mescola horror soprannaturale e critica religiosa in
modo semplice ma sorprendentemente efficace. Il film non brilla per
rigore teologico, ma colpisce perché traduce in immagine una
tensione reale: la distanza tra spiritualità vissuta e religione
istituzionale. Frankie diventa il volto di una resistenza passiva
ma potente, mentre Kiernan incarna il dubbio interno a un sistema
che teme di perdere il controllo sulla parola divina.
Ancor oggi il fascino del film risiede proprio in questa
ambivalenza: da un lato l’estetica anni ’90, dall’altro un
messaggio che spinge lo spettatore a interrogarsi sul senso
autentico della fede. Nel suo eccesso, “Stigmate” resta un’opera
che non teme le domande proibite, e che lascia aperto il dilemma
più grande: se la verità
spirituale è dentro di noi, cosa resta dell’autorità
religiosa?
Il cast di Norimberga
(2025) di James Vanderbilt riunisce alcune delle
interpretazioni più intense e carismatiche del cinema
contemporaneo, costruendo un mosaico umano capace di restituire la
complessità morale e psicologica del celebre processo ai gerarchi
nazisti.
Guidato da
Rami Maleke
Russell Crowe, il film si affida a una combinazione di
attori premiati, volti emergenti e interpreti di comprovata
esperienza teatrale e televisiva. Ecco la nostra guida al cast e ai
personaggi di Norimberga,
dal 18 dicembre al cinema con Eagle Pictures.
Rami Malek
Rami
Malek, premio Oscar per Bohemian
Rhapsody, è un attore noto per la sua intensità e per la
capacità di dare profondità psicologica ai suoi ruoli, come
dimostrato in Mr. Robot. In Norimberga interpreta
il dottor Douglas Kelley, lo psichiatra dell’esercito incaricato di
valutare la lucidità mentale dei gerarchi nazisti. Malek dona al
personaggio un misto di rigore scientifico e vulnerabilità,
mostrando il crollo emotivo di un uomo che cerca di comprendere
l’origine dell’orrore umano.
Russell
Crowe
Russell Crowe, uno degli attori più
riconoscibili del cinema contemporaneo, vincitore dell’Oscar per
Il gladiatore, porta in scena la sua consueta presenza
imponente nel ruolo di Hermann Göring. In Norimberga,
Crowe interpreta il gerarca nazista con carisma inquietante,
mettendo in luce la sua doppia natura: brillante, affascinante,
manipolatore e profondamente vanitoso. La sua performance esplora
la disarmante umanità del personaggio, senza attenuarne la
responsabilità storica, rendendo Göring una figura al tempo stesso
repellente e terribilmente reale.
Leo Woodall
Leo Woodall,
emergente talento inglese noto per The White Lotus e One Day,
porta freschezza e sensibilità al film. In Norimberga interpreta
Howard Triest, un giovane sergente ebreo tedesco emigrato negli
Stati Uniti, incaricato di lavorare come traduttore per Kelley.
Woodall dà vita a un personaggio segnato dal trauma personale,
diviso tra l’obbligo professionale e il dolore per la perdita della
sua famiglia nei campi di sterminio. Il suo sguardo rappresenta la
memoria ferita dell’Europa dell’epoca.
John
Slattery
John Slattery,
amato per il ruolo di Roger Sterling in Mad Men, ha
costruito la sua carriera su interpretazioni eleganti e incisive.
In Norimberga veste
i panni di un ufficiale americano coinvolto nell’organizzazione del
processo, contribuendo a mostrare le tensioni interne agli Alleati
e l’enorme responsabilità morale del tribunale. Slattery aggiunge
la sua tipica ironia controllata e un forte senso di autorità,
incarnando la parte di un sistema giudiziario che tenta di reagire
razionalmente all’inaudito.
Colin Hanks
Colin Hanks,
figlio d’arte con una carriera solida tra cinema e televisione,
noto per Fargo e Band of Brothers, interpreta un
altro membro dello staff militare americano impegnato nel
coordinamento del processo. Il suo personaggio rappresenta la
giovane generazione di ufficiali incaricata di tradurre in
procedure concrete un evento senza precedenti. Con la sua
recitazione sobria e precisa, Hanks restituisce il senso di
smarrimento ma anche di determinazione di chi cercava giustizia in
un mondo appena uscito dall’abisso.
Richard E.
Grant
Richard E. Grant,
attore britannico dalla lunga carriera e candidato all’Oscar per
Can You Ever Forgive Me?, interpreta Sir David
Maxwell-Fyfe, uno dei procuratori britannici al processo di
Norimberga. Grant offre una performance autorevole, mettendo in
scena un uomo di legge inflessibile e moralmente rigoroso, deciso a
confrontare Göring con le prove schiaccianti dei suoi crimini. La
sua presenza scenica contribuisce a evidenziare il ruolo
fondamentale degli Alleati nel definire il concetto moderno di
crimine contro l’umanità.
Michael
Shannon
Michael Shannon,
noto per la sua intensità magnetica in film come Revolutionary
Road e Take Shelter, interpreta il procuratore
americano Robert H. Jackson. Nel film, Shannon incarna il peso
istituzionale e morale degli Stati Uniti nel processo, mostrando un
uomo consapevole della portata storica del momento. Con il suo
stile severo e controllato, l’attore restituisce tutta la tensione
di un procuratore che deve mantenere lucidità e fermezza di fronte
alle manipolazioni oratorie dei gerarchi nazisti.
Norimberga, in arrivo nelle sale italiane
il 18 dicembre
distribuito da Eagle Pictures, è uno di quei film che chiedono –
anzi, pretendono – l’esperienza della sala. Diretto e sceneggiato
da James
Vanderbilt, tratto dal libro The Nazi and the Psychiatrist di
Jack El-Hai, il
film mette in scena l’incontro teso e rivelatore tra il tenente
colonnello Douglas
Kelley (Rami
Malek) e Hermann
Göring (Russell
Crowe), restituendo tutta la complessità psicologica e storica
del processo che ha cambiato il mondo.
Ecco cinque motivi
per cui questo film merita la visione sul grande schermo.
Per vivere il processo di
Norimberga come non lo abbiamo mai visto
Il
film non si limita a ricostruire uno dei momenti fondamentali del
Novecento: lo fa entrando nel cuore emotivo e intellettuale del
processo. Norimberga
mostra le dinamiche interne al tribunale internazionale, le
tensioni politiche e morali degli Alleati e il peso della
responsabilità di giudicare un intero regime. La sala amplifica
l’intensità di un evento che ha segnato l’identità
dell’Occidente.
Russell Crowe e Rami
Malek: uno scontro d’attori che vale il biglietto
Due premi Oscar si affrontano in una partita a scacchi carica di
tensione. Crowe offre un Göring carismatico, manipolatore,
disturbante, capace di catalizzare l’attenzione in ogni scena.
Malek, dal canto suo, costruisce un Kelley tormentato, lucido e
vulnerabile allo stesso tempo. Al cinema, ogni sguardo, ogni
silenzio, ogni micro-espressione acquisisce una forza impossibile
da replicare altrove.
Un thriller psicologico
travestito da film storico
Pur essendo rigorosamente ancorato ai fatti, Norimberga si muove con il passo di un
thriller. Nella quiete delle celle si consuma un duello mentale
continuamente in bilico tra rivelazioni, manipolazioni e tentativi
di controllo. La domanda che attraversa tutto il film –
obbedivano agli ordini, erano
folli o malvagi? – risuona con forza immersiva quando la si
vive in sala, senza distrazioni.
La regia di James
Vanderbilt riporta la storia al centro del dibattito
Vanderbilt firma un’opera che non vuole solo ricostruire, ma anche
interrogare. I tempi, l’uso della luce, il montaggio serrato delle
sequenze nelle camere di detenzione e la cura dei dettagli
restituiscono un quadro drammatico che chiede allo spettatore
partecipazione attiva. Al cinema, questa visione prende forma in
tutta la sua potenza visiva e drammaturgica.
Perché alcune storie
richiedono la collettività della sala
Norimberga è un film che
pone domande etiche profonde: sulla responsabilità individuale,
sulla giustizia, sulla natura del male. Guardarlo in sala significa
far parte di una comunità che osserva, ascolta, riflette. Significa
confrontarsi – anche in silenzio – con un passato che non può
essere dimenticato. È una di quelle opere che acquistano senso
proprio grazie all’esperienza condivisa del cinema.
DAL 18 DICEMBRE AL CINEMA
con Eagle Pictures. Un film che non è solo da vedere: è da
vivere, capire e ricordare.
Today You Die
segna uno dei numerosi film d’azione in cui Steven
Seagal ha consolidato la propria immagine di eroe
invincibile e letale. Diretto nel 2005 da Don E.
FauntLeRoy, il film si inserisce nella seconda metà della
carriera di Seagal, quando l’attore aveva già definito il suo stile
tipico: protagonista freddo e implacabile, capace di affrontare
intere bande criminali con abilità marziali e calma glaciale.
Rispetto ai suoi primi successi degli anni ’90, come Trappola in alto mare e Fire Down Below – L’inferno sepolto, il film
si concentra su un protagonista più cinico e vendicativo, pronto a
sfidare la corruzione e il crimine organizzato.
Il genere di Today You
Die si colloca saldamente nel filone action-thriller
tipico di Seagal, con sequenze di combattimento coreografate,
sparatorie ad alto rischio e inseguimenti serrati. La storia
combina elementi di vendetta personale e giustizia fai-da-te,
mostrando un protagonista che agisce al di fuori della legge per
rimediare alle ingiustizie subite. Questo lo avvicina a titoli
precedenti come Ferite mortali o The
Patriot, dove la lotta contro criminali e corruzione è al
centro dell’azione, ma con un tono più cupo e maturo, segnando una
svolta verso trame più personali e drammatiche.
Tematicamente, il film esplora
concetti di tradimento, corruzione e redenzione, mettendo in scena
un eroe isolato che deve navigare un mondo ostile per ristabilire
l’equilibrio morale. Il senso di giustizia di Seagal, implacabile
ma legato a un codice personale, si confronta con la violenza e
l’inganno di antagonisti spietati. Nel resto dell’articolo verrà
proposta un’analisi dettagliata del finale del film, svelando come
la risoluzione delle tensioni narrative confermi il ruolo dell’eroe
e la chiusura della sua arcata di vendetta.
La trama di Today You Die
Il film segue le vicende
di Harlan Banks (Steven Seagal), un Robin
Hood dei nostri tempi. L’uomo infatti è un ladro, ma cerca sempre
di aiutare i più bisognosi con i soldi ricavati dai suoi colpi.
Siccome il lavoro si fa sempre più rischioso, causando le forti
preoccupazioni della fidanzata Jada, il criminale decide di mettere
a segno l’ultima rapina, del valore di ben venti milioni di
dollari.Purtroppo il colpo prende una brutta piega e Harlan è
costretto a fuggire a Las Vegas, dove si mette in cerca di un
lavoro onesto.
In città trova un impiego come
conducente di un furgone blindato di un certo Max. Tuttavia, uno
degli uomini che aveva partecipato alla rapina finita male ha
inseguito Harlan e cerca di sparargli, dando inizio a una fuga in
macchina tra le strade della città. Finito in prigione, Harlan fa
amicizia col detenuto Ice Kool (Anthony ‘Treach’ Criss),
il quale lo aiuta ad evadere dal carcere.
La spiegazione del finale del film
Nel terzo atto di Today You
Die, Harlan Banks mette in atto il piano per vendicarsi di
Max e dell’agente corrotto Saunders. Dopo aver organizzato la sua
fuga dalla prigione con l’aiuto di Ice Kool, Banks si muove lungo
la Las Vegas Strip per intercettare i suoi nemici. Ingaggia
combattimenti diretti con le guardie e riesce a infiltrarsi nel
quartier generale di Max. L’azione culmina in uno scontro finale
all’interno dell’edificio, dove Banks utilizza abilità tattiche e
marziali per sopraffare i criminali, neutralizzando Saunders e
assicurandosi che Max paghi per i suoi tradimenti.
La risoluzione del racconto vede
Banks completare la sua vendetta e ristabilire un equilibrio
morale. Dopo aver eliminato Saunders e Max, egli recupera parte del
denaro e si libera dalla minaccia di ulteriori tradimenti. La
tensione si scioglie quando Banks si ricongiunge con Jada,
suggellando la fine del conflitto principale. La sequenza finale
mostra Banks come un eroe che ha agito secondo il proprio codice
etico, combinando giustizia personale e abilità professionali per
uscire vittorioso, e preparando il terreno per un futuro libero dai
vincoli della criminalità organizzata.
Il finale del film sottolinea la
costanza dei temi principali: giustizia personale, fedeltà a un
codice morale e il coraggio di affrontare la corruzione. Banks, pur
operando al di fuori della legge, dimostra che l’onestà e il senso
del dovere verso chi è indifeso possono guidare le proprie azioni.
La sconfitta dei nemici corrotto e l’eliminazione dei traditori
consolidano l’archetipo di Seagal come eroe inflessibile, capace di
fare ciò che la legge o le istituzioni non possono realizzare,
mantenendo coerente la sua figura iconica di vigilante.
Inoltre, il finale evidenzia come
la competenza e la strategia siano strumenti essenziali per
superare la violenza e la corruzione. Banks non vince solo grazie
alla forza fisica, ma anche per la pianificazione accurata e la
capacità di sfruttare l’ingegno in contesti pericolosi. L’eroe di
Seagal diventa simbolo di resilienza, mostrando come una
combinazione di disciplina personale e abilità tattica possa
ripristinare l’ordine in situazioni estreme. Questo finale conferma
la centralità dei temi di integrità, vendetta e giustizia fai-da-te
nella narrativa dell’action-thriller.
Il messaggio che Today You
Die lascia allo spettatore è chiaro: anche in un mondo
dominato da corruzione e inganno, è possibile ristabilire
l’equilibrio morale attraverso determinazione, coraggio e lealtà
verso chi ci sta accanto. Banks incarna l’eroe che, pur infrangendo
la legge, agisce secondo un codice etico superiore, proteggendo gli
innocenti e punendo i colpevoli. Il film rafforza l’idea che la
giustizia personale, quando guidata da principi saldi e da una
mente lucida, può prevalere sulle ingiustizie, offrendo allo
spettatore un finale di soddisfazione e risoluzione narrativa.
Diretto da Robert De Niro nel 1993,
Bronx rappresenta per l’attore il suo esordio alla
regia e un tassello di grande rilevanza nella sua carriera, in
quanto gli permette di esplorare temi e sensibilità narrative che
come attore aveva spesso interpretato, ma mai orchestrato in prima
persona. Il film conferma l’interesse dell’autore per le dinamiche
sociali, le tensioni etniche e il peso dell’identità nei quartieri
popolari di New York, offrendo uno sguardo personale e intriso di
memoria su un mondo che De Niro conosce intimamente.
La storia è tratta dall’omonima
pièce autobiografica di Chazz Palminteri, che nel
film interpreta anche il carismatico gangster Sonny. La
sceneggiatura mantiene l’impronta teatrale dell’opera originale, ma
De Niro la amplia con un linguaggio visivo energico e realistico,
trasformando il racconto iniziatico del giovane Calogero in
un’esperienza cinematografica che mescola dramma, formazione e
crime story. L’ambientazione nel Bronx degli anni Sessanta diventa
lo specchio di un’America attraversata da conflitti sociali,
tensioni razziali e un profondo desiderio di riscatto.
Bronx si configura
come un film di formazione che dialoga con il gangster movie e il
film di mafia, pur evitando ogni celebrazione del crimine e
focalizzandosi invece sulla scelta morale, sul confronto tra la
legge della strada e i valori familiari. Le figure di Sonny e del
padre Lorenzo incarnano due modelli opposti ma complementari, che
definiscono il percorso del protagonista verso l’età adulta. Nel
prosieguo dell’articolo si offrirà una spiegazione del finale del
film, analizzando il suo significato e il modo in cui porta a
compimento i temi centrali dell’opera.
Anno 1960. Nel Bronx, quartiere
popolare di New York, il piccolo Calogero Anello, un bambino di
nove anni figlio di immigrati italiani, passa le sue giornate a
imitare il boss Sonny, che esercita il suo dominio sul quartiere.
Un giorno, però, Calogero assiste per caso a un brutale omicidio,
orchestrato e commesso da Sonny. Il bambino però non rivela alla
polizia l’identità dell’aggressore su consiglio del padre Lorenzo
(Robert De Niro), che non vuole avere a che fare con i mafiosi. Per
sdebitarsi, Sonny propone a Lorenzo un lavoro ben retribuito ma
l’uomo, modesto autista di autobus, rifiuta l’offerta, preferendo
una vita rispettosa della legge.
Tuttavia, a poco a poco Calogero
cade sotto l’incantesimo del mafioso, che dal canto suo lo tratta
come un figlio. Con il passare degli anni, però, il ragazzo
imparerà a rendersi conto di quanto spietato e pericoloso possa
essere il mondo di Sonny. A fargli aprire gli occhi, in
particolare, sarà la sua frequentazione con Jane Williams, una
ragazza afroamericana. Con la tensione razziale nel Bronx molto
alta, Calogero dovrà ben presto scegliere che tipo di persona vuole
essere e da che parte stare.
La spiegazione del finale del film
Nel terzo atto di
Bronx, la tensione tra i due mondi che definiscono
la crescita di Calogero esplode in modo irreversibile. Dopo il
litigio con Lorenzo, il ragazzo finisce nuovamente vicino ai suoi
amici, ignaro del fatto che stanno organizzando un’aggressione
incendiaria contro un negozio frequentato da afroamericani.
Contemporaneamente, Sonny scopre l’attentato fallito alla propria
auto e sospetta di Calogero, salvo poi riconoscerne l’innocenza e
salvarlo in extremis, trascinandolo fuori dall’auto dei suoi
compagni prima che possa seguirli nella loro spirale di vendetta e
autodistruzione.
Il racconto si risolve quando
Calogero, riappacificatosi con Jane, corre con lei per fermare i
suoi amici, ma arriva solo in tempo per assistere all’esplosione
che li uccide all’istante. Sconvolto, il ragazzo si dirige al bar
per ringraziare Sonny di avergli salvato la vita, ma trova la
tragedia ad attenderlo anche lì: il boss viene assassinato dal
figlio dell’uomo ucciso anni prima, chiudendo il cerchio di
violenza che aveva segnato l’infanzia di Calogero. Il film si
conclude con il funerale di Sonny e il ricongiungimento tra
Calogero e Lorenzo.
Dal punto di vista tematico, il
finale porta a compimento il conflitto centrale del film: la scelta
tra la seduzione del potere criminale e i valori morali trasmessi
dalla famiglia. La morte dei ragazzi ribadisce il destino
inevitabile di chi adotta la violenza come linguaggio identitario,
mentre il sacrificio di Sonny assume un tono tragico e ambivalente.
Pur muovendosi nel mondo criminale, Sonny dimostra un’etica
personale che culmina nel gesto decisivo di salvare Calogero,
proteggendolo dal percorso che lui stesso aveva intrapreso da
giovane.
La scomparsa di Sonny permette
inoltre a Calogero di riconoscere l’importanza di entrambe le
figure che lo hanno guidato. Se Lorenzo rappresenta la rettitudine,
Sonny incarna il pragmatismo di strada, e solo attraverso la
perdita Calogero comprende come le loro lezioni siano
complementari. Il finale chiarisce che la maturità del protagonista
nasce dall’integrazione di questi due modelli, non dalla loro
contrapposizione, e che il passaggio all’età adulta comporta la
capacità di discernere quali influenze accogliere e quali
respingere.
Il film lascia infine un messaggio
limpido: crescere significa scegliere chi diventare, anche quando
l’ambiente circostante sembra imporre strade opposte.
Bronx mostra come una comunità segnata dalla
violenza possa comunque generare figure ambigue ma capaci di gesti
profondamente umani, e come il destino non sia mai scritto fin
dalla nascita. Attraverso lo sguardo di Calogero, il film afferma
che la vera forza non risiede nel potere o nella paura, ma nella
capacità di restare fedeli a ciò che si ritiene giusto.
Venerdì 13,
diretto nel 1980 da Sean S. Cunningham, è uno dei
film cardine del genere
horror slasher. Ambientato nel campeggio di Crystal Lake, il
film mescola suspense, tensione crescente e colpi di scena con un
ritmo serrato che ha ridefinito il modo di raccontare la paura sul
grande schermo. La trama semplice ma efficace, centrata sul
misterioso assassino che uccide i ragazzi del campeggio uno a uno,
ha contribuito a stabilire gli archetipi del genere, influenzando
decine di pellicole successive e fissando nuovi standard per il
pubblico horror degli
anni ’80.
Il successo del film è stato
immediato, nonostante un budget limitato. Il meccanismo delle
“regole del sopravvissuto” e la tensione crescente hanno catturato
l’immaginazione degli spettatori, trasformando Venerdì 13 in un
fenomeno commerciale e culturale. L’opera ha dato vita a un
franchise duraturo, con numerosi sequel, remake e prodotti
derivati, consolidando la fama di Jason Voorhees, che pur non
essendo il killer nel primo film, sarebbe diventato la vera icona
della saga. La maschera e l’ascia sono infatti diventate simboli
immediatamente riconoscibili dell’horror.
Insieme a
Halloween di John Carpenter e
Nightmare – Dal profondo della notte di
Wes Craven, Venerdì 13 ha film di
mafia lo slasher movie, stabilendo convenzioni narrative e visive
poi imitate da molti altri film. La combinazione di tensione
psicologica, omicidi creativi e ambientazioni isolate ha imposto un
nuovo standard per il genere, con una struttura prevedibile ma
efficace che permette al pubblico di identificarsi con le vittime e
temere per la loro sorte. Nel resto dell’articolo verrà proposta
un’analisi approfondita del finale e del significato nascosto
dietro gli eventi conclusivi.
Kevin Bacon, Laurie Bartram, Harry Crosby,
Adrienne King, Mark Nelson e Jeannine Taylor in Venerdì
13
La trama di Venerdì 13
È venerdì 13 giugno 1979 quando un
gruppo di studenti, tra cui Alice, Bill, Brenda, Ned e i due
fidanzati Jack e Marcie, arriva al campeggio Camp Crystal Lake,
dove sono stati assunti per preparare il camping in vista
dell’imminente riapertura estiva. Nello stesso momento un’altra
ragazza, Annie, ingaggiata come cuoca del campeggio, accetta un
passaggio da un abitante del luogo, Enos, il quale la avverte
riguardo le voci sul quel campeggio considerato maledetto dalla
gente del posto, tanto da essere stato rinominato ‘il mattatoio’ a
causa di un evento accaduto più di vent’anni anni prima.
Nel 1957 infatti un ragazzino di
nome Jason Voorhees, figlio dell’allora cuoca del campo Pamela,
venne spinto nel lago dai compagni di campeggio e vi morì annegato
a causa della negligenza dei due ragazzi addetti alla sorveglianza.
Un anno dopo il nefasto incidente, i due furono però trovati morti
e il campeggio venne chiuso. A questi primi terribili fatti
seguirono altri eventi drammatici che fino a quel momento avevano
impedito la riapertura del campeggio.Nonostante gli avvertimenti
degli abitanti del luogo, i ragazzi continuano però a lavorare in
vista della riapertura del campeggio, luogo che diventerà a breve
teatro di numerosi omicidi frutto di una sanguinosa brama di
vendetta.
La spiegazione del finale del film
Nel terzo atto di Venerdì
13, l’azione si concentra sul confronto finale tra Alice e
l’assassino, inizialmente misterioso, che si rivela essere Mrs.
Voorhees. Dopo che i suoi amici sono stati sistematicamente uccisi,
Alice si trova isolata all’interno del campeggio, scoprendo i corpi
di Annie e Steve e rendendosi conto della vera minaccia. La
tensione raggiunge l’apice quando la donna, motivata dalla vendetta
per la morte del figlio Jason, tenta di sopraffare Alice,
trasformando il lago e le strutture del campo in un terreno di
caccia claustrofobico e violento, tra inseguimenti e scontri fisici
serrati.
La lotta culmina sulla riva del
lago, dove Alice affronta Mrs. Voorhees in uno scontro diretto. Con
astuzia e determinazione, riesce a ribaltare la situazione,
impugnando una machete e decapitandola, ponendo fine alla furia
omicida della donna. Esausta, Alice si rifugia su una canoa, che
scivola lentamente sul lago mentre lei cade in uno stato di
semi-incoscienza. La sequenza mostra il classico momento di “calma
apparente” tipico degli slasher, in cui la sopravvissuta riesce a
sopravvivere ma la minaccia sembra non essere del tutto
eliminata.
Adrienne King in Venerdì 13
Tuttavia, il finale riserva un
ultimo colpo di scena: all’alba, Jason, il figlio di Mrs. Voorhees,
emerge in forma di cadavere dal lago, trascinando Alice sott’acqua.
Questa apparente visione sovrannaturale viene immediatamente
smentita dalla successiva scena in ospedale, dove Alice scopre che
non ci sono prove della presenza del ragazzo, lasciando il pubblico
sospeso tra realtà e incubo. La tensione si stempera solo in parte,
suggerendo che l’ombra del trauma e della vendetta potrebbe
persistere oltre il film.
Il finale compie pienamente i temi
del film, tra cui la vendetta materna, il senso di colpa e la
punizione per trascuratezza, attraverso l’eroina che affronta il
male direttamente. La figura di Alice come sopravvissuta attiva
ribalta il tradizionale ruolo passivo delle vittime femminili,
consolidando il trope dello “slasher survivor” e mostrando come la
resilienza e l’astuzia siano strumenti essenziali per sopravvivere
al terrore. La violenza, pur estrema, diventa un mezzo narrativo
per sottolineare giustizia e ribaltamento di potere.
Il messaggio finale del film è
duplice: da un lato, mette in guardia contro la negligenza e la
responsabilità personale, mostrando le conseguenze estreme del
mancato controllo sui giovani; dall’altro, enfatizza la forza
individuale e l’ingegno come strumenti di sopravvivenza in
circostanze estreme. Alice rappresenta la capacità di affrontare la
paura e superare il trauma, mentre la presenza ambiguamente “reale”
di Jason suggerisce che l’orrore può lasciare un’eco persistente,
un monito che la paura non si limita agli eventi visibili, ma
continua a vivere nell’immaginazione del pubblico.