Con
la conclusione della seconda stagione di Daredevil: Rinascita, i fan Marvel si pongono subito una
domanda inevitabile: quale sarà la prossima serie del MCU e quando
arriverà su Disney+? Dopo settimane di attesa e
sviluppo narrativo, il finale segna non solo la chiusura di un
arco, ma anche il passaggio verso una nuova fase televisiva
dell’universo Marvel. La prossima serie Marvel dopo
Daredevil: Rinascita è
VisionQuest. Non
ha ancora una data ufficiale, ma è attesa tra fine 2026 e inizio 2027.
Subito dopo Daredevil, il
calendario Marvel non resta vuoto: tra progetti già annunciati e
altri in sviluppo, il prossimo tassello è già definito, anche se
con alcune incognite sulle tempistiche.
Quando esce
VisionQuest
VisionQuest riporterà al centro Vision,
interpretato da Paul Bettany, riprendendo direttamente
gli eventi di WandaVision. In particolare, la serie
seguirà il percorso del cosiddetto White Vision, la versione ricostruita del
personaggio che, dopo aver recuperato i ricordi del passato, è
scomparsa senza lasciare traccia.
Le
riprese della serie sono già concluse, un elemento che suggerisce
come l’uscita non sia troppo lontana, anche se Marvel Studios non
ha ancora ufficializzato una data precisa. L’ipotesi più concreta
resta quindi una finestra compresa tra la fine del 2026 e i primi
mesi del 2027, in linea con la nuova strategia del MCU, che sta
rallentando il ritmo delle uscite per dare maggiore peso ai singoli
progetti.
Dal punto di vista narrativo, VisionQuest potrebbe avere un ruolo chiave nel futuro
dell’universo Marvel. Il ritorno di personaggi legati al passato di
Vision – tra cui Ultron, già anticipato da diverse indiscrezioni –
e il tema dell’identità del protagonista potrebbero collegarsi
direttamente agli eventi più ampi della saga, soprattutto in vista
dei nuovi capitoli degli Avengers.
Le prossime serie
Marvel in arrivo dopo Daredevil
Dopo Daredevil: Born
Again, il calendario Marvel per le serie TV resta ricco, anche
se con meno certezze sulle date ufficiali. Tra i titoli più attesi
troviamo:
Con la fine di Daredevil, quindi, il MCU televisivo entra in una nuova
fase di transizione, e VisionQuest si prepara a diventare uno dei progetti più
importanti per collegare il passato di WandaVision al futuro della saga Marvel.
Il
finale della stagione 1 di Star Wars: Maul – Shadow
Lord è stato un episodio ricco d’azione,
pieno di promesse intriganti per il futuro e con un enorme cameo di
Star
Wars. La conclusione dell’episodio 8 ha lasciato i
personaggi principali della serie in una posizione difficile,
mentre cercavano di sfuggire all’Impero. Nel finale di stagione,
questo ha portato tutta la potenza degli Imperiali a scatenarsi
contro di loro, dagli Inquisitori fino a qualcosa, o qualcuno,
ancora più forte.
L’episodio 9 di Star Wars:Maul – Shadow
Lord si è concentrato sugli Inquisitori, prima che il suo
finale sospeso introducesse nientemeno che Darth Vader
come minaccia per Maul, Devon, Daki, i Lawson e la loro fragile
alleanza. Il più potente Signore dei Sith, Darth
Sidious, a parte, si è dimostrato più
pericoloso di qualsiasi cosa questi personaggi avessero affrontato
fino a quel momento, mentre cercavano di superare un’ultima prova
per fuggire da Janix.
Questo ha portato a spettacolari duelli con le spade laser, fuoco
di blaster, l’inclusione di Dryden Vos, sacrifici
e oscuri percorsi futuri, mentre Star Wars: Maul – Shadow
Lord stagione 1 giungeva alla sua conclusione.
Ciò che rende lo scontro tra Maul e Darth Vader ancora più
entusiasmante è il peso narrativo che ha per il personaggio del
primo. Sì, è stato un duello atteso da tempo e ha certamente
mantenuto le aspettative. Tuttavia, ha anche ridefinito ciò che
Maul pensava del suo vecchio maestro e dell’oggetto della sua
vendetta, Darth Sidious.
Il finale della stagione 1 di Maul – Shadow Lord
ha dimostrato che Maul non era a conoscenza dell’esistenza di
Vader, nonostante sapesse dei piani di Sidious per Anakin Skywalker
prima dell’Ordine 66. Maul ignorava che Sidious avesse preso un
nuovo apprendista dopo Conte Dooku, rendendo
la minaccia dell’Impero molto più grande di quanto persino lui
immaginasse. Questa minaccia è stata ulteriormente amplificata dal
potere di Vader.
Vader ha avuto poca difficoltà ad affrontare Maul, anche con
l’aiuto di Devon e Daki. Solo quest’ultimo è riuscito a infliggere
qualche danno a Darth Vader, mostrando a Maul che ha ostacoli molto
più grandi e potenti da superare se vuole raggiungere il suo
obiettivo finale: distruggere definitivamente Darth Sidious.
Sebbene Daki sia riuscito a ferire leggermente Darth Vader, questo
è avvenuto a un costo personale estremo. Daki implorava che lui e
Maul potessero sconfiggere Vader insieme. Maul, tuttavia, sapendo
che probabilmente non era vero e avendo bisogno di Devon come
propria apprendista, ha tradito Daki spingendolo verso Vader e
lontano da qualsiasi aiuto. Purtroppo, il Signore Oscuro dei Sith
si è rivelato troppo potente per l’ultimo sopravvissuto dell’Ordine
66, portando alla morte di Daki.
Devon ha assistito a tutto in prima persona, venendo travolta dalla
rabbia contro l’Undicesimo Fratello. Questo ha compiaciuto Maul,
che fin dagli episodi 1 e 2 ha cercato di spingerla verso la sua
ira. Alla fine, Devon ha ceduto alla rabbia, accettando di
diventare l’apprendista di Maul e di cercare vendetta contro Vader,
gli Inquisitori e Darth Sidious stesso nella stagione 2 di
Maul – Shadow Lord.
Naturalmente, come noto da Star Wars
Rebels, Maul non ha un ruolo determinante
nella sconfitta di Sidious. Ciò che sarà interessante, però, è
vedere come procederà l’addestramento di Devon e dove quest’ultima
finirà dopo gli eventi della serie. Inoltre, Maul – Shadow
Lord potrebbe includere un retcon per renderlo più
centrale nella caduta dell’Impero.
In ogni caso, la stagione 2 avrà tutte le risposte ora che Devon ha
perso il suo maestro, ne ha trovato un altro, ha ceduto alla rabbia
e ha iniziato il suo cammino verso il lato oscuro della Forza.
La spiegazione del destino del
Capitano Lawson: cosa significa per Rylee?
Una delle parti più ambigue del finale della stagione 1 di
Maul – Shadow Lord è stato il destino di Brander
Lawson. Dopo essere stato messo alle strette dalle forze
dell’Impero, Dryden Vos e la sua nave di Crimson Dawn sono
intervenuti in loro soccorso. Rylee, Two-Boots e Vario sono
riusciti a raggiungere la sicurezza della navetta, ma solo dopo
essersi separati da Brander.
Per assicurarsi che suo figlio fosse al sicuro, Lawson si è
avventurato nella nebbia della giungla di Janix con un cannone
imperiale, attirando il fuoco lontano da Rylee e Two-Boots. In modo
interessante, la serie ha seguito un classico trope televisivo: non
abbiamo visto Brander morire, il che significa che probabilmente è
ancora vivo. La stagione 2 potrebbe spiegare cosa gli è accaduto,
aprendo una nuova linea narrativa per lui.
Inoltre, la presunta morte di Brander potrebbe spingere Rylee su un
percorso più oscuro, proprio come quella di Daki ha fatto con
Devon. Rylee potrebbe ora essere influenzato da Maul, Dryden Vos e
Vario, con Two-Boots come unico elemento di equilibrio. Two-Boots
ha il compito di portare Rylee da sua madre, che a sua volta lavora
per l’Impero. Qualunque sia il suo destino, il futuro di Rylee
sembra più oscuro del suo passato.
Marrok e l’Undicesimo Fratello sono stati antagonisti chiave nella
stagione 1 di Maul – Shadow Lord e il finale della
serie, insieme agli eventi futuri della timeline di Star Wars che
coinvolgono Ahsoka Tano, conferma che
torneranno. Entrambi gli Inquisitori sopravvivono abbastanza a
lungo da affrontare Ahsoka, e nessuno dei due ha avuto una scena di
morte definitiva qui.
Sebbene Marrok sia stato gettato da un ponte nella nebbia di Janix
da Daki, è improbabile che questo lo abbia ucciso. L’Undicesimo
Fratello è stato invece mostrato mentre si ritirava dopo che Devon
ha ceduto alla rabbia, lasciando l’ex Jedi a Vader. Con Maul e
Devon ancora una minaccia per l’Impero, è difficile immaginare che
Marrok e l’Undicesimo Fratello non tornino nella stagione 2.
Come il finale prepara la
stagione 2
Oltre a tutti gli elementi di trama già citati, il finale della
stagione 1 di Star Wars: Maul – Shadow Lord ha
preparato
una seconda stagione molto intrigante. Naturalmente, il più
grande indizio è rappresentato dall’inclusione di Dryden Vos.
Dryden ha dichiarato che aiuterà Maul a fuggire da Janix, a patto
che quest’ultimo uccida il suo capo e attuale leader di Crimson
Dawn, Rintero. Come sappiamo dal finale di Solo: A Star Wars
Story, Maul diventerà in seguito il capo
nell’ombra della stessa organizzazione.
Pertanto, la stagione 2
probabilmente si concentrerà sul piano di Maul per uccidere Rintero
e prendere il controllo di Crimson Dawn. Sarà interessante vedere
come Devon si inserirà in questo contesto durante il suo
addestramento, così come i destini di Rylee, Two-Boots, Vario e
degli altri personaggi secondari. Alcuni, come Daki e Icarus, si
sono sacrificati per la loro famiglia. Tuttavia, l’ombra del lato
oscuro incombe su coloro che restano, preparando Star Wars:
Maul – Shadow Lord a una continuazione avvincente.
Il
nuovo capitolo del DCU,
Man of Tomorrow, è già in lavorazione e James Gunn ha iniziato a
disseminare indizi sul futuro della saga. Ora, una nuova foto
condivisa sui social (la si può vedere qui) suggerisce
il possibile ritorno di Mr. Handsome, la
disturbante creatura legata a Lex Luthor. Un
dettaglio apparentemente marginale che però potrebbe avere
implicazioni narrative profonde per l’evoluzione del villain e
dell’intero universo condiviso.
Il
riferimento arriva da una storia Instagram del regista, che ha
mostrato un’immagine dietro le quinte con un richiamo diretto alla
creatura. Gunn aveva già chiarito in passato l’origine del
personaggio: “Lex ha creato Mr. Handsome in una capsula di
Petri quando aveva 12 anni: stava cercando di creare un essere
umano. Il risultato non è stato un granché, ma potrebbe essere
l’unica persona al mondo per cui Lex provi un vero affetto, come
dimostra la foto sulla sua scrivania”. La creatura, quindi,
non è un alieno né una variazione marziana, ma un esperimento
fallito che rappresenta l’unico legame emotivo autentico di Luthor.
Secondo quanto già anticipato, il destino di Mr. Handsome dopo il
collasso dell’universo tascabile di Lex sarebbe stato esplorato nei
progetti successivi.
Questo teaser, per quanto ambiguo, indica una direzione precisa:
Gunn sta costruendo una mitologia più stratificata attorno a Lex
Luthor, spostandolo da semplice antagonista a figura ossessionata
dal controllo della vita stessa. Il ritorno di Mr. Handsome
potrebbe diventare la chiave per comprendere le motivazioni più
intime del personaggio e preparare il terreno per sviluppi più
estremi, come la creazione di Ultraman.
Mr. Handsome e Ultraman: il lato
più oscuro di Lex Luthor nel nuovo DCU
Nel contesto del nuovo DC Universe, Mr. Handsome non è solo un
elemento grottesco, ma un simbolo narrativo. La sua esistenza
anticipa la deriva scientifica e morale di Lex Luthor, già
suggerita con la creazione di Ultraman, un clone di Superman privo di volontà
propria e controllato tramite istruzioni informatiche. Se il DCU
seguirà questa traiettoria, Man of Tomorrow potrebbe segnare il
passaggio definitivo da una rivalità ideologica tra Superman e
Luthor a uno scontro più radicale sul concetto stesso di
umanità.
Il possibile ritorno della creatura apre anche a una riflessione
sul trauma e sull’isolamento del personaggio: Mr. Handsome
rappresenta un fallimento che Luthor non ha mai abbandonato, un
legame emotivo deviato che potrebbe spiegare la sua ossessione per
la perfezione. In questo senso, Gunn sembra voler costruire un
antagonista più complesso e disturbante, in linea con una visione
del DCU che punta a differenziarsi dai modelli più classici del
genere.
Resta da capire se l’immagine condivisa sia un semplice scherzo di
produzione o un vero indizio narrativo. Ma, nel linguaggio di Gunn,
anche i dettagli più marginali tendono a trasformarsi in elementi
chiave nel lungo periodo.
Il
nuovo film di Resident
Evil, diretto da Zach Cregger, punta a
fare qualcosa che nessun adattamento precedente è riuscito davvero
a ottenere: funzionare come esperienza cinematografica senza
inseguire a tutti i costi la fedeltà narrativa ai videogiochi. Una
scelta che divide i fan, ma che potrebbe rivelarsi la chiave del
successo.
Dalle prime anticipazioni, il film non seguirà i personaggi iconici
della saga come Leon o Chris, ma racconterà una storia parallela
ambientata durante gli eventi di Resident Evil 2. Il protagonista sarà un sopravvissuto
qualunque, alle prese con l’epidemia di Raccoon City. Lo stesso
Cregger ha spiegato l’approccio: “Mi piace pensare che mentre tutto
accade alla centrale di polizia, questa sia un’altra storia, con un
altro personaggio, dall’altra parte della città”. Il film sarà
distribuito nelle sale dal 18 settembre 2026.
La vera particolarità, però, sta nel modo in cui il regista ha
costruito il progetto: non adattare la lore, ma replicare le
sensazioni del gameplay. Esplorazione, gestione delle risorse,
progressione delle armi, enigmi ambientali — tutti elementi pensati
per tradurre sullo schermo l’esperienza del giocatore, più che la
trama dei capitoli originali.
Perché ignorare la storia dei videogiochi potrebbe essere la scelta
vincente
È
una decisione rischiosa, ma anche lucida. Gli adattamenti di
Resident Evil hanno
spesso fallito proprio nel tentativo di comprimere una mitologia
complessa dentro un racconto cinematografico lineare. Il risultato
è stato, nella maggior parte dei casi, una distanza sia dai fan che
dal pubblico generalista.
Cregger sembra invece partire da un presupposto diverso: ciò che
rende Resident Evil
unico non è la sua storia, ma il modo in cui viene vissuta. La
tensione, la scarsità di risorse, la paura dell’ignoto. Tradurre
questi elementi in linguaggio cinematografico potrebbe essere più
efficace di qualsiasi adattamento fedele.
Certo, ci sono già elementi che fanno discutere — come
l’ambientazione invernale o la presenza di zombie più veloci
rispetto ai giochi — che rendono difficile collocare il film
all’interno della timeline ufficiale. Ma è proprio questo il punto:
il film non vuole essere canonico, vuole essere coerente con se
stesso.
Se questa visione funzionerà, il nuovo Resident Evil potrebbe finalmente rompere la
“maledizione” degli adattamenti videoludici. Non perché è fedele,
ma perché ha capito cosa conta davvero del materiale originale.
Dopo oltre quattro decenni, Kurt Russell ha chiarito
il significato del celebre
finale di La Cosa (The
Thing), il cult horror diretto da
John Carpenter. Un
epilogo rimasto per anni tra i più discussi nella storia del
cinema, alimentato da teorie e interpretazioni contrastanti.
In
un’intervista, Russell ha spiegato: “Quando arrivi alla
fine, hai due uomini che hanno entrambi validi motivi per
sospettare l’uno dell’altro… è un film sulla paranoia, e quella
paranoia non se ne va”. L’attore ha sottolineato come l’ambiguità
fosse intenzionale fin dall’inizio: “Puoi andare in cento direzioni
diverse, ed è voluto. Più elementi presenti, più lo spettatore
inizia a dubitare e a interrogarsi”.
Il
film racconta di un gruppo di ricercatori in Antartide alle prese
con una creatura aliena capace di assimilare e imitare qualsiasi
forma di vita. Il finale, con MacReady e Childs seduti nel gelo
senza sapere chi sia umano e chi no, è diventato simbolo di un tipo
di narrazione che rifiuta risposte definitive, lasciando spazio
all’interpretazione.
Perché il finale di The Thing
funziona ancora oggi (e non doveva essere spiegato)
La vera rivelazione non è tanto “chi sia la Cosa”, ma il fatto che
non conta saperlo. Il cuore del film è proprio l’incertezza. Le
numerose teorie — dagli occhi alla respirazione, fino alla famosa
ipotesi della bottiglia di whisky — dimostrano quanto il pubblico
abbia cercato negli anni una risposta razionale a qualcosa che
nasce invece per restare irrisolto.
E
questo è il punto: The
Thing non è un enigma da risolvere, ma un’esperienza da
vivere. La paranoia che Russell descrive non è solo quella dei
personaggi, ma quella dello spettatore, costretto a dubitare di
ogni immagine, di ogni gesto, di ogni indizio.
In un’epoca in cui il cinema tende spesso a spiegare tutto, il film
di Carpenter resta un caso quasi unico: costruisce la propria forza
proprio sull’assenza di una verità definitiva. Ed è questo che lo
rende ancora oggi così potente.
Il chiarimento di Russell, quindi, non chiude il mistero — lo
rafforza. Perché conferma che il finale non è un puzzle, ma una
scelta narrativa precisa: lasciare il pubblico sospeso, esattamente
come i suoi protagonisti.
Star Trek: Strange New Worlds tornerà con la
quarta stagione su Paramount+, ed ecco tutto ciò che sappiamo sui
prossimi viaggi dell’astronave Enterprise comandata dal Capitano
Christopher Pike (Anson Mount).
Insieme a Star Trek: Starfleet Academy, Strange New
Worlds è una delle due serie di Star Trek ancora disponibili
su Paramount+. Strange New Worlds è un successo di pubblico e di
critica, con gli episodi della terza stagione che si sono
regolarmente posizionati nella Top 10 dello streaming di
Nielsen.
La terza stagione di Star Trek: Strange New Worlds
non è stata esente da polemiche. Le “grandi svolte” e le audaci
esplorazioni di genere, con una maggiore attenzione al romanticismo
e alla commedia, hanno suscitato reazioni negative da parte dei fan
di Star Trek online, dopo due anni di attesa per i nuovi episodi a
seguito degli scioperi di SAG-AFTRA e WGA del 2023.
Ciononostante, la terza stagione di
Star Trek: Strange New Worlds ha offerto
episodi di alto livello che hanno contribuito a ridefinire lo Star
Trek moderno, sviluppando il suo vasto cast di eroi della Flotta
Stellare in ambientazioni audaci e sperimentali. Aspettatevi che
questa tendenza continui nella quarta stagione di Star
Trek: Strange New Worlds.
Star Trek: Strange New Worlds –
Data di uscita e trailer della quarta stagione
La quarta stagione di Star
Trek: Strange New Worlds debutterà giovedì 23 luglio su
Paramount+. Con 10 episodi in uscita ogni giovedì, il finale di
stagione dovrebbe essere trasmesso il 24 settembre. Le prime
immagini della quarta stagione di Strange New Worlds offrono un
assaggio di ciò che attende le prossime avventure dell’astronave
Enterprise.
La quarta stagione di Star Trek:
Strange New Worlds sarà l’ultima a essere composta da 10 episodi.
Il trailer sembra riportare l’attenzione sull’esplorazione
spaziale, all’altezza del titolo Star Trek: Strange New Worlds. Tra
i “nuovi mondi strani” che la USS Enterprise visiterà ci sono un
pianeta preistorico popolato da dinosauri e un polveroso mondo in
stile western. Un pianeta addirittura esplode.
L’astronave Enterprise indagherà
anche su un buco nero che potrebbe nascondere più di quanto sembri.
Inoltre, c’è un’astronave precipitata che l’equipaggio del Capitano
Pike esplora, il che potrebbe dare origine a un episodio a tema
horror.
Nella quarta stagione, inoltre,
nuovi alieni salgono a bordo della USS Enterprise e non c’è traccia
dei Gorn, che erano i principali antagonisti di Star Trek: Strange
New Worlds nelle stagioni da 1 a 3.
Star Trek: Strange New Worlds –
Dettagli sul cast della quarta stagione
Il talentuoso cast di Star Trek:
Strange New Worlds tornerà per la quarta stagione, ad eccezione del
Capitano Marie Batel, interpretata da Melanie Scrofano, il cui
personaggio è uscito di scena nel finale della terza stagione.
Martin Quinn, che interpreta Scotty, è un membro fisso del cast,
mentre Carol Kane, che interpreta il Comandante Pelia, e Paul
Wesley, che interpreta il Tenente Comandante James T. Kirk, sono
accreditati come guest star.
Nella terza stagione di Star Trek:
Strange New Worlds sono state introdotte le guest star Rhys Darby
nel ruolo di Trelane, Cillian O’Sullivan in quello del Dottor Roger
Korby e Mynor Luken in quello di Beto Ortegas. Korby è il fidanzato
dell’infermiera Christine Chapel (Jess Bush), mentre Beto è il
fratello minore del Tenente Erica Ortegas (Melissa Navia) e
l’interesse amoroso dell’Alfiere Nyota Uhura (Celia Rose
Gooding).
Sebbene Korby e Beto non compaiano
nel trailer della quarta stagione di Star Trek: Strange New Worlds,
è logico aspettarsi il loro ritorno, visti i loro legami con tre
personaggi chiave della saga. Tuttavia, la quarta stagione di Star
Trek: Strange New Worlds introdurrà senza dubbio nuovi personaggi,
la cui identità è ancora avvolta nel mistero.
Dettagli sulla trama della quarta
stagione di Star Trek: Strange New Worlds
Al San Diego Comic-Con 2025,
Paramount+ e CBS Studios hanno anticipato che in un episodio della
quarta stagione di Star Trek: Strange New Worlds il Capitano Pike e
altri membri dell’equipaggio dell’Enterprise verranno trasformati
in pupazzi creati dalla Jim Henson Company. Paul Welsey ha anche
ammesso di essere invidioso di non essere presente nell’episodio
dedicato ai pupazzi.
La quarta stagione di Star Trek:
Strange New Worlds riserva anche delle sorprese.
Anche la terza stagione di Star
Trek: Strange New Worlds ha presentato diverse sorprese e
sperimentazioni in generi diversi. I produttori esecutivi e
co-showrunner Akiva Goldsman e Henry Alonso Myers hanno affermato
che anche la quarta stagione di Star Trek: Strange New Worlds
riserva “grandi colpi di scena” (come l’episodio con i pupazzi),
dato che l’hanno prodotta come se fosse l’ultima.
Rebecca Romijn ha lasciato
intendere che la quarta stagione di Star Trek: Strange New Worlds
sarà significativa per Numero Uno e che ha dovuto affrontare una
sfida mai vista prima nel ruolo del Tenente Comandante Una-Chin
Riley. La Romijn ha anche accennato alla possibilità che Una possa
tornare a cantare nella quarta stagione.
Star Trek: Strange New Worlds viene
spesso descritto come “storie d’amore nello spazio”. Resta da
vedere se le nuove coppie della terza stagione, come Chapel e
Korby, e il Tenente Spock e il Tenente La’an Noonien-Singh
(Christina Chong), sopravvivranno indenni alla quarta stagione di
Star Trek: Strange New Worlds, o se nasceranno nuove storie
d’amore.
Tuttavia, la “bromance” centrale di
Star Trek tra James T. Kirk e Spock continua nella quarta stagione
di Star Trek: Strange New Worlds, come mostra il trailer che li
ritrae abbracciati. L’eterna amicizia tra Kirk e Spock è iniziata
ufficialmente nell’episodio 6 della terza stagione di Star Trek:
Strange New Worlds, e si è intensificata dopo la fusione mentale
vulcaniana avvenuta nel finale della stessa stagione.
Star Trek: Strange New Worlds
Stagione 5: L’ultima stagione
Con una mossa a sorpresa,
Paramount+ ha rinnovato Star Trek: Strange New Worlds per una
quinta stagione prima ancora della première della terza.
Sfortunatamente, la quinta stagione di Star Trek: Strange New
Worlds sarà composta da soli 6 episodi, dopo che i produttori
esecutivi e co-showrunner Akiva Goldsman e Henry Alonso Myers hanno
negoziato un aumento rispetto all’offerta di Paramount+ di un film
di due ore per concludere Strange New Worlds.
La quinta e ultima stagione di Star
Trek: Strange New Worlds è entrata in produzione nell’autunno del
2025 e si è conclusa poco prima di Natale, quando è stato
annunciato l’ingresso nel cast di Thomas Jane nel ruolo del Dottor
Leonard “Bones” McCoy e di Kai Murakami in quello di Hikaru
Sulu.
A quanto pare, Bones e Sulu
appariranno solo nell’episodio finale di Star Trek: Strange New
Worlds, che narra il primo giorno di lavoro del Capitano Kirk al
comando dell’astronave Enterprise, dopo averne preso il posto dal
Capitano Pike.
Il piano di Star Trek: Strange New
Worlds per concludere la sua missione quinquennale era quello di
portare il prequel proprio all’inizio di Star Trek: The Original
Series. Sfortunatamente, le speranze di Goldsman e Myers di
realizzare uno spin-off con protagonista il Kirk di Paul Wesley,
intitolato Star Trek: Year One, sembrano essere state infrante
dalla demolizione dei set di Star Trek: Strange New Worlds e
dell’Accademia della Flotta Stellare a Toronto.
La quinta stagione di Star Trek:
Strange New Worlds rivelerà anche cosa accade ai personaggi che non
si uniscono all’equipaggio della USS Enterprise del Capitano Kirk,
come Numero Uno, La’an e il Tenente Erica Ortegas (Melissa
Navia).
Per fortuna, i fan potranno
comunque godersi 10 episodi inediti con i loro personaggi preferiti
quando Star Trek: Strange New Worlds tornerà con la quarta stagione
il 23 luglio.
Si
chiude ufficialmente la lunga disputa legale tra
Blake Lively e Justin
Baldoni legata al film It Ends With
Us. Dopo 18 mesi di accuse, controaccuse e
battaglie giudiziarie, le due parti hanno raggiunto un accordo a
poche settimane dall’inizio del processo federale.
La
controversia era iniziata nel 2024, quando Lively aveva accusato
Baldoni di molestie sul set e di aver orchestrato una campagna
diffamatoria online contro di lei. Accuse sempre respinte
dall’attore e regista. In una dichiarazione congiunta, i due hanno
ora affermato: “Il film è motivo di orgoglio per tutti noi.
Riconosciamo che il percorso ha presentato sfide e che le
preoccupazioni sollevate meritavano di essere ascoltate. Restiamo
impegnati a garantire ambienti di lavoro rispettosi e sicuri. Ci
auguriamo che questo accordo permetta a tutti di andare avanti in
modo costruttivo e in pace”.
Il caso aveva attraversato diverse fasi legali, tra cui il deposito
di una denuncia presso il Dipartimento per i diritti civili della
California e una causa per diffamazione poi respinta. Più
recentemente, gran parte delle accuse civili di Lively erano state
archiviate, lasciando in piedi solo alcune contestazioni minori.
Nel frattempo, il dibattito pubblico aveva progressivamente
oscurato il successo commerciale del film, che aveva superato i 350
milioni di dollari al box office globale.
Perché la vicenda ha cambiato la
percezione di It Ends With Us
Il punto più rilevante non è solo la chiusura della causa, ma
l’impatto che questa ha avuto sul film e sulla sua ricezione.
It Ends With Us, tratto dal romanzo di
Colleen Hoover,
nasceva come un racconto sulle relazioni abusive e sulla
consapevolezza emotiva. Tuttavia, le accuse emerse dopo l’uscita
hanno inevitabilmente modificato il modo in cui il pubblico ha
percepito il progetto.
La sovrapposizione tra il tema del film e le dinamiche reali
denunciate ha creato un cortocircuito mediatico difficile da
gestire. Da un lato il successo al botteghino e tra il pubblico,
dall’altro una narrazione esterna che ha finito per ridefinire
completamente il dibattito attorno all’opera.
La chiusura dell’accordo non cancella quanto accaduto, ma segna un
punto di svolta. Permette agli attori coinvolti di voltare pagina,
ma soprattutto apre una riflessione più ampia sull’industria:
quanto le dinamiche produttive e i comportamenti sul set
influenzano oggi la percezione di un film?
In questo senso, il caso It
Ends With Us va oltre il singolo progetto. Diventa un esempio
di come, nel cinema contemporaneo, il contesto produttivo e quello
mediatico siano ormai inseparabili dalla narrazione stessa.
Tra
le nuove uscite più interessanti su Netflix arriva The WONDERfools,
una serie supereroistica che promette di mescolare due approcci
molto diversi al genere: quello familiare e nostalgico de Gli
Incredibili e quello satirico e dissacrante
di The
Boys. Un mix che punta a distinguersi in un
panorama ormai saturo di storie di supereroi.
La
serie, diretta da Yoo In-sik e
interpretata da Park Eun-bin, è
ambientata nel 1999, nel pieno della paranoia legata al Millennium
Bug. Al centro della storia c’è Eun Chae-ni, una giovane outsider
che, insieme a un gruppo di amici, acquisisce improvvisamente dei
poteri dopo un incidente. Il punto però è un altro: non sono eroi.
Sono completamente impreparati, goffi, e tutt’altro che adatti a
gestire ciò che gli è successo.
Questo ribalta immediatamente il paradigma classico del genere. Se
da una parte troviamo il tema della famiglia e dell’identità tipico
de Gli Incredibili,
dall’altra emerge una forte componente satirica che richiama
The Boys, dove il
concetto stesso di “eroe” viene messo in discussione.
Perché The WONDERfools può essere
una delle serie più originali tra i nuovi supereroi
Il vero elemento distintivo non è la presenza dei superpoteri, ma
il modo in cui vengono raccontati. I protagonisti di
The WONDERfools non
incarnano il classico modello “con grandi poteri arrivano grandi
responsabilità”: sono imperfetti, disfunzionali, e spesso incapaci
di controllare ciò che gli accade.
Questo li rende più vicini a una satira del genere che a una
celebrazione. Esattamente come in The Boys, il racconto sembra voler smontare l’idea
tradizionale di eroismo, ma lo fa con un tono diverso, più leggero
e nostalgico, legato anche all’ambientazione di fine anni ’90.
C’è poi un altro elemento chiave: il contesto Y2K. Ambientare la
storia nel 1999 non è solo una scelta estetica, ma un modo per
costruire un universo parallelo, in cui la paura del cambiamento e
dell’ignoto si riflette nei personaggi stessi. I poteri diventano
così una metafora dell’incertezza, più che un semplice elemento
spettacolare.
Resta da capire se la serie riuscirà a trovare un equilibrio tra
commedia, azione e critica al genere. Perché è proprio qui che si
gioca la partita: non basta essere “diversi”, bisogna anche
riuscire a essere coerenti. Se The WONDERfools riuscirà in questo, potrebbe diventare
una delle sorprese più interessanti dell’anno su Netflix.
Arrivano nuove anticipazioni su Star Trek: Strange New
Worlds le stagioni 4 e 5 saranno le più
ambiziose della serie, con il cast che parla apertamente di una
vera e propria “final boss energy”. La quarta stagione debutterà il
23 luglio con 10 episodi, mentre la quinta — più breve, da 6
episodi — è attesa nel 2027 e concluderà il percorso dello
show.
Durante un evento a CCXP Mexico, diversi protagonisti della serie
hanno raccontato cosa aspettarsi dai nuovi episodi. Celia Rose Gooding ha
spiegato che le stagioni finali spingeranno la serie “verso gli
estremi della stranezza e della novità”, aggiungendo che avranno
una vera “energia da boss finale”. Anche Rebecca Romijn ha
sottolineato come il cast sia ormai completamente a proprio agio
con i personaggi e le dinamiche, mentre Paul Wesley ha
evidenziato una scrittura più coesa, con episodi che si collegano
in modo più forte tra loro. La quinta stagione, inoltre, è stata
definita “celebrativa e ricca di riferimenti”, con un finale che
chiuderà gli archi narrativi principali.
Queste dichiarazioni arrivano dopo una terza stagione accolta in
modo più tiepido rispetto alle precedenti, e sembrano indicare una
chiara volontà di rilancio. Non solo più ambizione narrativa, ma
anche una costruzione più compatta e orientata verso una
conclusione forte.
Perché Strange New Worlds sta
preparando il passaggio diretto alla serie classica
Il vero elemento chiave è la direzione narrativa: le ultime due
stagioni non saranno solo un climax interno alla serie, ma un ponte
diretto verso Star Trek: The Original
Series. La presenza sempre più centrale del
Capitano Kirk (interpretato da Paul Wesley) e la chiusura degli
archi dell’equipaggio dell’Enterprise indicano chiaramente questa
transizione.
Questo cambia anche il modo in cui leggere le dichiarazioni del
cast. L’idea di “final boss energy” non riguarda solo l’intensità
degli episodi, ma il fatto che la serie sta portando i personaggi
verso il loro destino già noto nella cronologia di Star Trek. Non è quindi una conclusione
“chiusa”, ma un passaggio di consegne.
Anche la struttura delle due stagioni riflette questa scelta: una
quarta più ampia e narrativa, e una quinta più breve e celebrativa,
pensata per chiudere il cerchio. Un approccio che ricorda più una
costruzione in due atti che una semplice successione di
stagioni.
In questo contesto, Strange
New Worlds si carica anche di una responsabilità più ampia:
quella di chiudere, insieme ad altri progetti, un intero ciclo
produttivo di Star Trek
su Paramount+. Se le promesse verranno mantenute,
queste due stagioni potrebbero rappresentare uno dei finali più
strutturati e consapevoli dell’intero franchise.
Il
nuovo film ambientato
nell’universo di Longlegs con
Nicolas Cage ha
finalmente una data ufficiale: arriverà al cinema il
14 gennaio 2028,
una scelta strategica che potrebbe rivelarsi decisiva per il
successo del progetto.
A
confermarlo è stata Paramount Pictures, che distribuirà il film al
posto di Neon, segnando un cambio importante nella scala produttiva
dell’operazione. Il nuovo capitolo vedrà ancora una volta Cage nei
panni del serial killer satanico, con Osgood Perkins di
nuovo alla regia e alla sceneggiatura. Il film non sarà un sequel
diretto, ma espanderà l’universo narrativo introdotto nel
primo Longlegs, che
aveva incassato oltre 128 milioni di dollari a fronte di un budget
molto ridotto.
La
data scelta non è casuale: il 14 gennaio cade durante il lungo
weekend del Martin Luther King Jr. Day negli Stati Uniti, una
finestra che negli anni si è rivelata sorprendentemente favorevole
per il cinema horror. Titoli come Scream e Cloverfield hanno infatti ottenuto ottimi risultati
proprio in quel periodo, dimostrando che anche un mese
tradizionalmente “debole” può trasformarsi in un’opportunità.
Perché il nuovo Longlegs gioca
una partita diversa rispetto al primo film
Il vero punto è che questo progetto nasce in condizioni
completamente diverse rispetto al primo Longlegs. Il film del 2024 era un
outsider: budget contenuto, distribuzione indipendente e una
crescita costruita sul passaparola. Il suo successo è stato in gran
parte organico, legato all’atmosfera disturbante e alla performance
di Cage.
Ora, invece, siamo di fronte a un prodotto più strutturato. Il
passaggio a Paramount trasforma Longlegs in un vero e proprio franchise, con un
approccio più industriale e una maggiore pressione sul risultato.
Questo cambia anche le aspettative: non si tratta più di
sorprendere, ma di confermare.
La scelta della data di uscita riflette proprio questa
consapevolezza. Posizionarsi in un weekend lungo, con poca
concorrenza diretta e lontano dai grandi blockbuster, permette al
film di intercettare il pubblico horror senza scontrarsi
frontalmente con altri titoli. È una strategia che punta a
replicare — ma in modo controllato — il successo del primo
capitolo.
Resta però un’incognita: ciò che ha reso Longlegs speciale era anche la sua
imprevedibilità. Inserirlo in un universo narrativo più ampio
potrebbe ampliarne il potenziale, ma anche snaturarne l’identità.
Il nuovo film dovrà quindi trovare un equilibrio tra continuità e
innovazione, senza perdere quell’atmosfera unica che aveva
conquistato pubblico e critica.
Per
anni Yellowstone
ha dominato il panorama dei neo-western televisivi, rendendo
difficile trovare un vero sostituto. Eppure su Netflix c’è una miniserie che sta
tornando al centro della discussione: Territory, un
western in sei episodi che molti considerano l’alternativa più
vicina all’universo narrativo di Taylor Sheridan.
La
serie, ambientata in Australia invece che nel Montana, racconta la
storia della famiglia Lawson, proprietaria di uno dei più grandi
ranch del Paese. Dopo la morte del figlio designato alla
successione, si apre un conflitto interno che ricorda da vicino le
dinamiche viste nei Dutton. A questo si aggiunge la pressione
esterna delle grandi aziende, pronte a sfruttare le terre della
famiglia — un tema centrale anche in Yellowstone.
Ma il punto non è solo la somiglianza. Territory funziona perché prende quella
struttura — famiglia, eredità, potere — e la trasporta in un
contesto diverso, con un tono più compatto e concentrato. Sei
episodi, una narrazione più diretta, meno dispersione: un formato
che, almeno sulla carta, dovrebbe essere perfetto per il pubblico
streaming.
Perché Territory funziona come
sostituto di Yellowstone (ma non è riuscito a diventarlo
davvero)
Il paradosso è proprio questo: Territory ha tutti gli elementi giusti, ma non è
riuscito a imporsi davvero. Nonostante un buon riscontro della
critica (oltre l’80% su Rotten Tomatoes), la risposta del pubblico
è stata molto più fredda, portando Netflix a cancellare la serie dopo una sola
stagione.
Ed è qui che emerge la differenza chiave con Yellowstone. La serie di Sheridan non è solo
una storia di famiglia e potere: è un racconto dilatato,
stratificato, costruito sul lungo periodo. Territory, invece, condensa tutto in un
formato breve, sacrificando quella costruzione lenta che ha reso
Yellowstone un
fenomeno.
Anche i personaggi riflettono questa differenza. Figure come Emily
Lawson richiamano archetipi già visti (l’outsider che entra nella
famiglia), ma non hanno il tempo di evolversi con la stessa
profondità dei protagonisti della serie americana. Il risultato è
un prodotto solido, ma meno coinvolgente sul lungo periodo.
Alla fine, Territory
resta un esperimento interessante: dimostra che esiste spazio per
altri western contemporanei, ma anche che replicare il successo di
Yellowstone è molto più
complesso di quanto sembri. Non basta la formula — serve il tempo,
il respiro narrativo e, soprattutto, un pubblico disposto a
seguirti stagione dopo stagione.
Il finale della seconda stagione
di Monarch: Legacy of
Monsters ha riportato in scena uno dei
Titani più iconici del franchise: Rodan. Una rivelazione
sorprendente, ma anche problematica, perché la sua presenza nella
timeline del Monsterverse sembra entrare in conflitto con quanto
stabilito in Godzilla: King of the
Monsters.
Nell’ultima scena, il
personaggio di Lee Shaw (Kurt Russell) arriva in Thailandia
e si trova di fronte al cosiddetto “demone di fuoco”, chiaramente
Rodan, posizionato su un vulcano. Il problema è che la serie è
ambientata nel 2017, due anni prima degli eventi del film del 2019,
dove Rodan veniva risvegliato per la prima volta in epoca moderna
in Messico, sull’isola di Isla de Mara. Questo crea una discrepanza
evidente: non solo nella posizione geografica, ma anche nel
concetto stesso del suo “risveglio”.
Non si tratta quindi solo di
un cameo spettacolare, ma di una scelta narrativa che apre
interrogativi concreti sulla coerenza del Monsterverse. È un errore
di continuità o un indizio più profondo? Ed è qui che entra in
gioco un possibile collegamento con le origini del personaggio.
Il
segreto potrebbe essere nel Rodan del 1956 (e cambiare il futuro
della serie)
La chiave per interpretare
questa incongruenza potrebbe arrivare da Rodan, il film
originale giapponese in cui il mostro appariva per la prima volta.
In quella versione, infatti, non esisteva un solo Rodan, ma due
esemplari della stessa specie. Una soluzione che il Monsterverse
potrebbe riprendere per evitare qualsiasi retcon.
Se il Rodan visto in
Monarch non fosse lo
stesso di King of the
Monsters, ma un altro esemplare, molte delle incongruenze
verrebbero automaticamente risolte. E non solo: questa scelta
aprirebbe a nuove possibilità narrative, introducendo per la prima
volta nel Monsterverse l’idea di più Titani della stessa specie
attivi contemporaneamente.
Questo cambierebbe
radicalmente le dinamiche future. Rodan potrebbe non essere più
vincolato al percorso già visto — il confronto con Ghidorah, la
sottomissione a Godzilla — ma diventare un elemento autonomo della
storia, con un ruolo diverso, forse persino alleato.
In questo senso, il finale di
Monarch: Legacy of
Monsters non è solo un ritorno nostalgico, ma un potenziale
punto di svolta. Se la serie confermerà questa direzione nella
terza stagione, il Monsterverse potrebbe espandere la propria
mitologia in modo più libero e meno legato alla continuità dei film
precedenti.
George Lucas
ha annunciato ufficialmente una nuova grande installazione dedicata
a Star Wars:
si intitola “Star
Wars in Motion” e sarà una delle mostre principali del
Lucas Museum of Narrative Art, in apertura il 22 settembre 2026 a
Los Angeles.
L’esposizione farà parte delle prime 30 installazioni del museo e
includerà oggetti iconici provenienti dalla trilogia originale e da
quella prequel: costumi, oggetti di scena, illustrazioni e design
dei veicoli. L’annuncio è stato accompagnato da un teaser ufficiale
che anticipa l’approccio visivo dell’esperienza, confermando il
forte legame tra la saga e il concetto di “narrazione per immagini”
su cui si fonda l’intero museo.
Il
progetto, fondato da Lucas insieme a Mellody Hobson, si presenta
però come qualcosa di più ampio: oltre 1.200 oggetti esposti e un
percorso che attraversa la storia del racconto visivo umano, dalle
pitture rupestri al cinema contemporaneo. In questo contesto, la
scelta di dedicare una mostra inaugurale a Star Wars non è casuale, ma rivela la volontà
di posizionare la saga come uno dei pilastri della narrazione
moderna.
Perché “Star Wars in Motion” non
è solo una mostra ma una dichiarazione culturale
Il punto centrale non è l’esposizione in sé, ma il modo in cui
Lucas sta rileggendo Star
Wars. La mostra si concentrerà esclusivamente sui sei film
realizzati sotto la sua supervisione diretta, escludendo quindi
l’intera espansione successiva all’acquisizione da parte di
Lucasfilm da parte di
The Walt Disney
Company nel 2012.
È
una scelta significativa. In un momento in cui il franchise si è
espanso tra film, serie e spin-off, Lucas torna alle origini e
riafferma una visione precisa: Star Wars come opera autoriale e non solo come universo
seriale. Di fatto, “Star Wars in Motion” diventa anche una forma di
“curatela” della saga, un modo per stabilire cosa rappresenta
davvero nel panorama culturale.
Allo stesso tempo, l’apertura del museo arriva mentre il franchise
continua a evolversi, con nuovi progetti cinematografici e
televisivi già in sviluppo. Questo crea un doppio livello: da una
parte il presente industriale di Star Wars, dall’altra la sua canonizzazione come
patrimonio culturale.
Ed è proprio qui che la notizia assume un peso maggiore: Lucas non
sta semplicemente celebrando il passato, ma sta ridefinendo il modo
in cui Star Wars verrà
ricordato. Non solo come intrattenimento, ma come una delle forme
narrative più influenti della storia contemporanea.
La
serie Tracker con
Justin Hartley si
prepara a una svolta importante: dalla quarta stagione la
produzione si sposterà ufficialmente da Vancouver a Los Angeles.
Una decisione che segna il cambiamento più significativo per il
drama CBS dalla sua uscita nel 2024.
Secondo quanto riportato da Deadline, la produzione targata 20th
Television ha già avviato la ricerca delle strutture in California,
con le riprese della stagione 4 previste a breve. Il trasferimento
è stato reso possibile da un incentivo fiscale statale da circa 48
milioni di dollari, uno dei più alti mai concessi, superiore anche
a quello ottenuto da altre grandi produzioni recenti. Nonostante il
cambio di base operativa, la serie non sarà necessariamente
ambientata solo in California, dato che il protagonista Colter Shaw
continua a muoversi in tutto il territorio degli Stati Uniti.
Non si tratta però solo di una questione logistica. Il cambiamento
arriva in un momento chiave per la serie, che resta uno dei
prodotti più forti del palinsesto CBS, pur essendo stata
recentemente superata da altri titoli in termini di ascolti.
Spostare la produzione significa intervenire su uno degli elementi
più identitari dello show: il rapporto tra location e
narrazione.
Perché il trasferimento a Los
Angeles può cambiare davvero l’identità di Tracker
Lo showrunner Elwood Reid è stato chiaro: in Tracker le location non sono un semplice
sfondo, ma una componente centrale del racconto. E questo è il
punto decisivo. Cambiare città di produzione significa aprire nuove
possibilità visive e narrative, ma anche rischiare di alterare
l’equilibrio costruito nelle prime tre stagioni.
Il Vancouver style — più “neutro” e adattabile — ha permesso alla
serie di simulare diversi contesti americani con continuità visiva.
Los Angeles, invece, ha una presenza più riconoscibile, più
marcata. Questo potrebbe tradursi in una maggiore specificità degli
ambienti, ma anche in una perdita di quella flessibilità narrativa
che ha caratterizzato finora il viaggio di Colter Shaw.
D’altra parte, il personaggio interpretato da Hartley è per
definizione itinerante. E proprio questa natura potrebbe rendere il
cambiamento meno invasivo del previsto, trasformandolo anzi in
un’opportunità per espandere l’universo della serie verso nuovi
scenari e nuove dinamiche.
La vera domanda, quindi, non è dove verrà girata Tracker, ma come questo influenzerà il
modo in cui la storia viene raccontata. Se la serie saprà sfruttare
il cambiamento, la quarta stagione potrebbe rappresentare
un’evoluzione concreta del progetto. Se invece resterà solo un
adeguamento produttivo, il rischio è quello di un impatto minimo
sul piano narrativo.
La
terza stagione di House of the
Dragon si prepara a cambiare radicalmente le
regole del franchise: a differenza di quanto visto in
Game of Thrones, il
debutto non sarà costruito con un lento crescendo, ma inizierà
direttamente con uno degli scontri più attesi, la Battaglia del
Gullet. Una scelta narrativa che segna una rottura netta con la
tradizione consolidata della saga.
La
seconda stagione ha volutamente evitato di includere questo evento
chiave della Danza dei Draghi, nonostante fosse atteso come climax
finale. La Battaglia del Gullet — uno scontro navale cruciale tra
la flotta Velaryon e la Triarchia — è stata infatti spostata
all’inizio della stagione 3, trasformando quello che normalmente
sarebbe stato un finale in un punto di partenza. Una decisione che
coinvolge direttamente personaggi come Corlys Velaryon e
ridefinisce il peso delle dinamiche tra Neri e Verdi.
Questa scelta non è solo sorprendente, è strategica. Per anni, il
franchise ha costruito la propria identità su un modello preciso:
tensione politica crescente e payoff spettacolare negli ultimi
episodi (basti pensare alla Battaglia delle Acque Nere o alla
Battaglia dei Bastardi). Ribaltare questo schema significa cambiare
il ritmo della narrazione e, soprattutto, il modo in cui lo
spettatore viene coinvolto.
Perché iniziare con la Battaglia
del Gullet cambia completamente il ritmo della serie
Aprire con uno scontro di questa portata significa alzare
immediatamente la posta narrativa. Non c’è più attesa: la guerra è
già esplosa. Ed è qui che House of the Dragon prende una
direzione diversa rispetto a Game of Thrones, scegliendo di raccontare la Danza dei
Draghi non come un’escalation, ma come una spirale di conflitti
continui e sempre più distruttivi.
Dal punto di vista dei personaggi, questo approccio rafforza il
peso delle conseguenze. Figure come Rhaenyra e Aegon non sono più
pedine in costruzione, ma leader già immersi in una guerra totale.
E la presenza centrale di Corlys Velaryon suggerisce che il fronte
marittimo e strategico avrà un ruolo decisivo fin da subito.
C’è poi un elemento chiave: la Battaglia del Gullet non è il
culmine della storia, ma solo uno dei tanti punti di svolta. Se la
serie seguirà davvero gli eventi di Fire & Blood, il
pubblico può aspettarsi una stagione ancora più intensa, con eventi
come la caduta di Approdo del Re o la Battaglia di Tumbleton pronti
a ridefinire continuamente gli equilibri.
In questo senso, la scelta di HBO non è un rischio, ma una
dichiarazione di intenti: House of the Dragon non vuole più imitare
Game of Thrones, vuole
superarlo sul piano della struttura narrativa. E se questa
scommessa funzionerà, la terza stagione potrebbe diventare la più
spettacolare e imprevedibile dell’intero franchise.
Il
nuovo trailer di Odissea, il prossimo film di
Christopher Nolan, è
finalmente arrivato e offre uno sguardo più ampio sull’ambizioso
adattamento del poema epico di Omero. Protagonista è
Matt
Damon nei panni di Ulisse, al centro di
un viaggio lungo dieci anni dopo la guerra di Troia. Il film si
conferma come uno degli eventi cinematografici più attesi del 2026,
anche per l’imponente cast e l’approccio produttivo senza
precedenti.
Il
trailer, presentato durante il The Late Show with Stephen Colbert, introduce diversi
personaggi chiave: Robert Pattinson
interpreta Antinoo, pretendente al trono di Itaca e rivale diretto
di Ulisse, mentre Anne Hathaway è
Penelope. Tra le sequenze più significative troviamo anche
Charlize Theron nel
ruolo della ninfa Calipso, che interroga Ulisse sui suoi ricordi, e
Tom
Holland nei panni di Telemaco. Compaiono
inoltre Jon
Bernthal come Menelao, mentre restano
ancora avvolti nel mistero i personaggi interpretati da
Zendaya (Athena) e
Lupita Nyong’o.
Al di là dello spettacolo visivo — ciclopi, battaglie e scenari
mitologici — il trailer chiarisce subito una cosa: Nolan non sta
solo adattando un classico, ma sta cercando di ridefinire il modo
in cui il mito può essere raccontato oggi. E questo cambia il peso
dell’operazione. Non è un semplice blockbuster, ma un tentativo di
portare l’epica fondativa della narrazione occidentale dentro un
linguaggio contemporaneo e industriale, con un investimento
produttivo che il genere non ha mai avuto su questa scala.
Perché Odissea potrebbe
diventare il film più importante della carriera di Nolan
L’attesa è stata incredibilmente
alta: i biglietti per le proiezioni in IMAX 70 mm di. Odissea sono stati messi in vendita con un anno
di anticipo e sono andati esauriti in meno di un’ora. I film di
Nolan non solo si sono rivelati successi di critica e di pubblico,
ma suscitano anche un interesse diffuso nel viverli attraverso
formati cinematografici di alta qualità. Ciò vale a maggior ragione
per L’Odissea, poiché si tratta del primo film di
Nolan girato interamente con cineprese in 70 mm.
Nolan è il regista e sceneggiatore
di L’Odissea. Lo produce insieme alla moglie Emma Thomas,
che è stata produttrice di tutti i suoi film. Da Following del 1998
a Oppenheimer del 2022, l’incasso complessivo di
tutti i loro film supera i 6 miliardi di dollari in tutto il mondo,
cifra destinata ad aumentare ulteriormente dopo questa estate.
Come già annunciato, la giuria della 79ª edizione del Festival di Cannes sarà presieduta dal
regista, sceneggiatore e produttore sudcoreano Park
Chan-wook. Sarà affiancato dall’attrice e produttrice
statunitense Demi
Moore, dall’attrice e produttrice irlandese-etiope
Ruth Negga, dalla regista e sceneggiatrice belga
Laura Wandel, dalla regista e sceneggiatrice
cinese Chloé Zhao, dal regista e sceneggiatore
cileno Diego Céspedes, dall’attore
ivoriano-americano Isaach De Bankolé, dallo
sceneggiatore scozzese Paul Laverty e dall’attore
svedese Stellan Skarsgård.
La giuria avrà l’onore di assegnare
la Palma d’oro a uno dei 22 film in concorso, dopo che nel 2025 il
premio fu assegnato a Un semplice
incidente di Jafar Panahi,
presentato dalla giuria presieduta da Juliette Binoche. I vincitori
saranno annunciati sabato 23 maggio durante la cerimonia di
chiusura, trasmessa in diretta da France Télévisions in Francia e
da Brut. a livello internazionale.
Il teaser trailer di Resident
Evil, il nuovo film Sony Pictures diretto da Zach Cregger
(Weapons,
Barbarian) che racconta una storia
inedita e originale della celebre saga.
Resident Evil sarà nelle
sale italiane dal 17 settembre prodotto da Sony Pictures e
distribuito da Eagle Pictures.
La trama di Resident Evil
Dalla mente del visionario regista
Zach Cregger
(Weapons, Barbarian) arriva una nuova e
terrificante interpretazione del franchise di Resident Evil. In una
storia completamente inedita, Resident
Evil segue Bryan (Austin Abrams), un corriere
medico che si ritrova involontariamente coinvolto in una frenetica
sfida contro il tempo per sopravvivere, mentre una notte
sconvolgente e orribile sprofonda nel caos intorno a lui.
Quando Macchine
mortali arrivò al cinema nel 2018, aveva
tutte le caratteristiche per diventare un nuovo grande franchise
fantasy: un universo narrativo solido, tratto dai romanzi di
Philip Reeve, una
produzione ambiziosa guidata da Peter Jackson e un
immaginario visivo forte, costruito attorno al concetto di città
mobili. Eppure, nonostante queste premesse, il progetto si è
fermato al primo capitolo, lasciando in sospeso una saga che nei
libri proseguiva con sviluppi molto più ampi.
La
domanda su un possibile Macchine Mortali 2 non riguarda solo un sequel mancato,
ma un’occasione persa per il cinema fantasy contemporaneo. Dietro
quella mancata continuazione si intrecciano ragioni industriali,
scelte narrative e dinamiche di mercato che raccontano molto dello
stato dell’industria blockbuster negli ultimi anni. Capire perché
non è stato realizzato, cosa avrebbe potuto raccontare e se esiste
ancora una possibilità di ritorno significa leggere oltre il
singolo film e osservare come nascono – e muoiono – i
franchise.
Perché Macchine Mortali 2 non è
mai stato realizzato: il fallimento commerciale che ha bloccato il
franchise
Il motivo principale è brutale ma semplice: Macchine mortali è
stato un flop al botteghino. Con un budget molto elevato e un
incasso globale ben al di sotto delle aspettative, il film non è
riuscito a recuperare i costi di produzione e marketing. In
un’industria dove i franchise si costruiscono sulla sostenibilità
economica, questo risultato ha chiuso immediatamente la porta a
qualsiasi seguito.
Il problema non è stato solo economico, ma anche strategico. Il
film è arrivato in un momento in cui il pubblico era già saturo di
nuovi universi fantasy lanciati come “nuovi grandi fenomeni” senza
un reale radicamento. A differenza di saghe come Il Signore degli Anelli o
Harry Potter,
Macchine mortali non
aveva ancora una base di fan abbastanza ampia da garantire una
partenza solida. Inoltre, la distribuzione e il posizionamento non
hanno aiutato: il film è stato percepito più come un prodotto
derivativo che come una proposta davvero innovativa.
Questo ha generato un cortocircuito: un progetto pensato come
franchise è stato giudicato fin dal primo capitolo come un
investimento troppo rischioso. In questi casi, Hollywood non
aspetta una “seconda occasione”: semplicemente passa oltre.
Di cosa avrebbe parlato Macchine
Mortali 2: l’evoluzione della storia tra nuove città e conflitti
più grandi
Eppure, dal punto di vista narrativo, il materiale per un sequel
non mancava affatto. Il primo film copriva solo una parte iniziale
della saga letteraria, lasciando fuori sviluppi fondamentali. Il
secondo capitolo avrebbe adattato Predatori d’oro (Predator’s Gold), ampliando enormemente la scala del
racconto.
Dopo la caduta di Londra, la storia si sarebbe spostata verso nuove
città mobili e nuovi equilibri di potere, introducendo un mondo
ancora più complesso. I protagonisti Hester Shaw e Tom Natsworthy
avrebbero affrontato conseguenze più profonde delle loro scelte, in
un contesto dove la guerra tra trazione e anti-trazione sarebbe
diventata ancora più centrale.
Ma il punto più interessante è il cambio di tono. Se il primo film
era ancora legato a una struttura più classica di avventura, il
secondo avrebbe portato la saga verso territori più oscuri e
politici. Il mondo di Macchine Mortali nei romanzi diventa progressivamente
più duro, meno “spettacolare” e più riflessivo, mettendo in
discussione l’idea stessa di progresso e sopravvivenza.
Questo significa che Macchine
Mortali 2 avrebbe potuto correggere uno dei limiti del primo
film: la semplificazione di un universo narrativo molto più
complesso. Paradossalmente, il vero potenziale della saga era
ancora tutto davanti.
C’è ancora speranza per Macchine
Mortali 2? Tra reboot e nuove strategie delle piattaforme
La domanda oggi non è più se vedremo un sequel diretto, ma se
l’universo di Macchine
Mortali potrà tornare in un’altra forma. Ed è qui che il
discorso si fa più interessante.
Nel modello attuale, un flop cinematografico non significa
necessariamente la fine definitiva di un IP. Le piattaforme
streaming hanno cambiato le regole del gioco: proprietà
intellettuali con forte potenziale visivo e narrativo possono
essere recuperate, rielaborate e rilanciate sotto forma di serie o
reboot. In questo senso, Macchine Mortali ha ancora diversi elementi a suo
favore: un worldbuilding unico, una saga letteraria già strutturata
e un’estetica facilmente riconoscibile.
Tuttavia, bisogna essere realistici: un Macchine Mortali 2 come sequel diretto del
film del 2018 è oggi altamente improbabile. Il cast è andato
avanti, il momentum si è perso e l’investimento richiesto sarebbe
troppo alto rispetto al rischio percepito.
La vera possibilità, semmai, è un ritorno sotto forma di
adattamento seriale, magari più fedele ai libri e con un tono meno
“blockbuster” e più narrativo. È lì che un progetto del genere
potrebbe trovare una seconda vita, sfruttando proprio quella
profondità che il primo film non è riuscito a esprimere
pienamente.
In definitiva, Macchine
Mortali 2 non è stato realizzato perché il sistema industriale
non ha dato al film il tempo di diventare ciò che prometteva. Ma
questo non significa che l’universo sia esaurito. Significa solo
che, per tornare, dovrà farlo in un modo diverso.
Il
finale di Macchine
Mortali (leggi
qui la recensione) è molto più di una semplice conclusione
spettacolare: è un punto di svolta narrativo che ridefinisce
l’intero mondo costruito dal film e apre implicitamente a sviluppi
futuri. Ambientato in un universo distopico dove le città sono
diventate macchine predatorie in movimento, il film costruisce un
climax che intreccia rivelazioni identitarie, conflitti morali e un
discorso più ampio sulla sopravvivenza e sul potere. Comprendere
davvero come si chiude questa storia significa leggere tra le
immagini e cogliere il senso politico e simbolico che attraversa
l’opera.
Fin dalle prime sequenze, Macchine
Mortali costruisce un sistema narrativo basato su
contrasti: immobilità contro movimento, memoria contro distruzione,
individuo contro sistema. Il finale, in questo senso, non
rappresenta una semplice vittoria dei protagonisti, ma una
riconfigurazione dell’equilibrio tra queste forze. La distruzione
di Londra e la rivelazione sull’identità di Hester Shaw diventano
momenti chiave per comprendere la direzione tematica del racconto:
il film parla di eredità, responsabilità e possibilità di
cambiamento, anche quando il mondo sembra condannato a ripetere i
propri errori.
Il contesto narrativo e
autoriale: tra young adult distopico e spettacolo
post-apocalittico
Macchine Mortali si inserisce nel filone delle
narrazioni distopiche young adult, ma tenta di superarne i limiti
attraverso una costruzione visiva ambiziosa e un immaginario
fortemente debitore del cinema post-apocalittico classico. Diretto
da Christian Rivers e prodotto da Peter
Jackson, il film porta sullo schermo l’universo creato da
Philip Reeve, caratterizzato da un’idea tanto
semplice quanto potente: città che divorano altre città per
sopravvivere. Questo concetto, definito “darwinismo municipale”,
diventa il motore simbolico dell’intero racconto.
All’interno di questo contesto, la figura di Londra assume un
valore quasi mitologico: non è solo un luogo, ma un organismo
predatorio che incarna un modello di civiltà basato sul consumo e
sull’espansione continua. Il genere di riferimento oscilla tra
avventura, fantascienza e racconto di formazione, con una forte
componente visiva che richiama tanto Mad Max quanto
Star Wars. Tuttavia,
il film cerca anche di costruire un discorso più stratificato,
legato alla memoria storica e all’eredità tecnologica di un mondo
distrutto da sé stesso.
In questo senso, il finale si inserisce perfettamente nel percorso
autoriale: non è una semplice chiusura narrativa, ma una
dichiarazione d’intenti. La distruzione di Londra non è solo un
evento spettacolare, ma la negazione di un modello di potere. È qui
che il film trova la sua vera identità, spostandosi dal racconto di
sopravvivenza individuale a una riflessione più ampia sul destino
delle civiltà.
La spiegazione del finale:
distruzione, rivelazione e rinascita in un nuovo equilibrio
Nel finale, tutte le linee narrative convergono in una sequenza ad
alta intensità: Tom Natsworthy, Hester Shaw e Anna Fang tentano
disperatamente di fermare Thaddeus Valentine (interpretato
da Hugo Weaving) e il suo
piano di distruzione. L’arma MEDUSA, simbolo della tecnologia del
passato capace di annientare intere civiltà, diventa l’elemento
centrale dello scontro. La battaglia culmina con la distruzione di
Londra, un evento che segna la fine di un’era e l’inizio di una
nuova fase per il mondo.
Parallelamente, si sviluppa la rivelazione più importante del film:
Hester è la figlia di Valentine. Questo twist, apparentemente
improvviso, ridefinisce retroattivamente l’intero arco del
personaggio. La sua vendetta, che sembrava motivata da un trauma
personale, assume una dimensione più complessa: Hester non combatte
solo contro l’assassino di sua madre, ma contro una figura paterna
che incarna il sistema che lei rifiuta.
La morte di Valentine avviene in modo simbolicamente potente: viene
schiacciato dal peso della città che ha contribuito a rendere
mostruosa. Non è una semplice eliminazione del villain, ma una
chiusura coerente con il discorso del film. Subito dopo, Tom e
Hester riescono a salvarsi e si allontanano insieme, lasciandosi
alle spalle un mondo in trasformazione. La loro fuga non è una fuga
nel senso tradizionale, ma un movimento verso un futuro ancora
indefinito.
Identità, memoria e distruzione:
il significato tematico del finale
Il cuore tematico del finale risiede nella questione dell’identità.
Hester è un personaggio che per tutto il film cerca una definizione
di sé, oscillando tra vendetta e autodistruzione. La scoperta delle
sue origini rappresenta un momento di crisi, ma anche
un’opportunità: comprendere chi è veramente significa poter
scegliere chi diventare. Il rifiuto dell’eredità paterna diventa
quindi un atto di libertà.
Parallelamente, il film riflette sulla memoria storica. La
tecnologia MEDUSA rappresenta un passato che continua a influenzare
il presente, un’eredità pericolosa che le generazioni successive
non riescono a gestire. Londra, con la sua struttura predatoria, è
la manifestazione concreta di questa incapacità di imparare dagli
errori. La sua distruzione assume quindi un valore catartico: è la
fine di un ciclo.
Un altro elemento centrale è il rapporto tra individuo e sistema.
Tom e Hester agiscono come forze destabilizzanti, capaci di
interrompere un equilibrio basato sulla violenza. Il loro viaggio
non è solo fisico, ma anche morale: passano da una posizione di
sopravvivenza passiva a una di responsabilità attiva. In questo
senso, il finale suggerisce che il cambiamento è possibile, ma
richiede una presa di coscienza profonda.
Le implicazioni narrative e le
possibilità di un sequel tra nuove geografie e conflitti
emergenti
Mortal Engines
Il finale di Macchine Mortali lascia
volutamente aperte diverse possibilità narrative. La distruzione di
Londra modifica radicalmente l’equilibrio geopolitico del mondo
rappresentato. Le città mobili, private di uno dei loro principali
attori, si trovano in una situazione di incertezza. Questo apre la
strada a nuovi conflitti e a una ridefinizione delle relazioni tra
le diverse fazioni.
Dal punto di vista dei personaggi, la sopravvivenza di Tom e Hester
suggerisce un’evoluzione futura del loro rapporto. Il loro viaggio
insieme può essere letto come l’inizio di una nuova fase, in cui i
protagonisti dovranno confrontarsi con le conseguenze delle loro
azioni. La presenza di altri personaggi sopravvissuti, come
Katherine Valentine, offre ulteriori spunti per sviluppi narrativi
complessi.
Inoltre, il mondo oltre il Muro Scudo rimane in gran parte
inesplorato. Questo spazio narrativo rappresenta una potenziale
direzione per un sequel, in cui il focus potrebbe spostarsi da una
guerra tra città a un confronto tra modelli di civiltà differenti.
Il finale, quindi, non chiude la storia, ma la espande, suggerendo
un universo narrativo più ampio.
Il significato profondo del
finale: una riflessione sulla responsabilità e sul futuro delle
civiltà
Alla fine, il vero significato del finale di Macchine
Mortali riguarda la responsabilità. Il film suggerisce che
ogni civiltà è il risultato delle scelte che compie, e che ignorare
il passato porta inevitabilmente alla distruzione. Londra cade
perché rappresenta un modello insostenibile, basato sul consumo e
sulla sopraffazione.
Hester e Tom, invece, incarnano una possibilità diversa. Il loro
percorso li porta a comprendere il valore della collaborazione e
della memoria. Non si tratta di eroi nel senso tradizionale, ma di
individui che scelgono di non replicare gli errori del passato. Il
loro futuro rimane incerto, ma proprio questa incertezza è il segno
di una reale possibilità di cambiamento.
In prospettiva di un eventuale sequel, il finale assume un valore
ancora più interessante. Non offre risposte definitive, ma pone
domande: come si ricostruisce un mondo dopo la caduta di un sistema
dominante? È possibile creare un equilibrio diverso? Il film non
fornisce soluzioni, ma indica una direzione: il cambiamento passa
attraverso la consapevolezza e la capacità di mettere in
discussione ciò che sembra inevitabile.
Netflix svela il trailer e le nuove immagini di
DUE SPICCI, la nuova serie di animazione in 8
episodi, creata, scritta e diretta da Zerocalcare
e prodotta da Movimenti Production (parte di Banijay Kids &
Family), in collaborazione con BAO Publishing, che arriverà solo su
Netflix il 27 maggio.
Ad accompagnare il
trailer, le note del nuovo brano inedito di Coez, “Ci vuole una
laurea”, che farà parte della colonna sonora ufficiale della
serie.
Immancabile, inoltre, il
ritorno di Giancane per la sigla di DUE SPICCI con il brano inedito
“Non ti riconosco più” (che debutterà in radio e su tutte le
piattaforme il 22 maggio). Già autore delle sigle e soundtrack
delle precedenti serie Strappare lungo i bordi e Questo mondo non
mi renderà cattivo, il cantautore romano e collaboratore storico di
Zerocalcare ha firmato anche altri brani strumentali della
serie.
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Cortesia di Netflix
Cortesia di Netflix
Cortesia di Netflix
Cortesia di Netflix
Cortesia di Netflix
Nella nuova serie firmata
dal celebre fumettista, Zero e Cinghiale gestiscono un piccolo
locale, ma problemi economici, incomprensioni e vite personali che
si complicano più del dovuto mettono entrambi sotto pressione. Il
ritorno di una figura dal passato di Zero e responsabilità inattese
fanno precipitare una situazione già fragile, costringendo tutti a
confrontarsi con scelte difficili.
Accanto a Zero sempre
l’immancabile presenza della sua coscienza, l’Armadillo a cui
Valerio Mastandrea torna a prestare
l’inconfondibile voce.
The Net – Intrappolata nella rete si colloca in un
momento preciso della cultura occidentale: la metà degli
anni ’90, quando Internet smette di essere un oggetto tecnico
per diventare una promessa sociale e, contemporaneamente, una fonte
di ansia diffusa. Diretto da Irwin Winkler (meglio
noto per essere il produttore di
Rocky e Toro scatenato), il film intercetta questa
trasformazione con un approccio che oggi appare quasi profetico,
costruendo un thriller in cui la tecnologia non è uno sfondo ma il
vero motore della dissoluzione dell’identità.
Al
centro della storia c’è Angela Bennett, interpretata da Sandra Bullock, una programmatrice freelance
che vive in una realtà quasi interamente mediata dallo schermo. Il
suo mondo è fatto di connessioni virtuali, relazioni filtrate e una
progressiva perdita di ancoraggio fisico. Il punto di rottura
arriva con il contatto con un floppy disk apparentemente innocuo,
che innesca una catena di eventi in cui la sua esistenza viene
progressivamente riscritta da un sistema invisibile. Il film
costruisce così un’idea centrale: nell’era digitale, l’identità non
è qualcosa di stabile, ma un insieme di dati modificabili.
Il contesto autoriale e
narrativo: paranoia anni ’90 e cyber-thriller come specchio
sociale
Dal punto di vista produttivo e culturale, The Net –
Intrappolata nella rete si inserisce nel filone dei
cyber-thriller degli
anni ’90, insieme a opere come Johnny Mnemonic e Hackers, ma con una struttura più vicina al
thriller paranoico classico. La regia di Irwin
Winkler privilegia una narrazione lineare, costruita sulla
progressiva erosione della certezza, più che sull’azione
spettacolare. Il genere è ibrido: da un lato il conspiracy
thriller, dall’altro il racconto tecnologico che anticipa il
concetto moderno di identity theft digitale.
Il film dialoga indirettamente con le trasformazioni della Silicon
Valley e con la crescente fiducia nei sistemi informatici
centralizzati. In questo contesto, la figura di Angela diventa
emblematica: non è un’eroina d’azione, ma una professionista
competente intrappolata in un sistema che la cancella senza
lasciare tracce evidenti. L’elemento interessante è che il nemico
non è mai completamente visibile: la rete stessa diventa il
dispositivo antagonista. Il risultato è un racconto che non parla
solo di complotti, ma della fragilità strutturale dell’identità
digitale.
Il finale come riscrittura
dell’identità: tra hacking, verità e restaurazione del sé
Nel finale, il film costruisce una progressiva riconquista
dell’identità da parte di Angela, che passa attraverso una serie di
operazioni sempre più vicine all’hacking simbolico e reale del
sistema che l’ha cancellata. Dopo aver scoperto che la sua identità
è stata sostituita con quella di “Ruth Marx”, Angela si muove in un
mondo in cui ogni istituzione conferma la sua non-esistenza. Questo
meccanismo non è solo narrativo, ma concettuale: la verità non è
più un dato oggettivo, ma una costruzione digitale
modificabile.
La svolta avviene quando Angela riesce a decodificare il sistema e
a individuare la rete di manipolazione legata ai Gregg Microsystems e
al sistema antivirus Gatekeeper. Il finale diventa così una
battaglia tra individuo e infrastruttura tecnologica. L’azione di
recupero dei dati e la trasmissione delle prove all’FBI non
rappresentano soltanto la vittoria della protagonista, ma la
riattivazione di un ordine informativo credibile.
Il momento decisivo è la sostituzione del “disco rosso” con il
virus sviluppato da Dale: un gesto che ha valore simbolico oltre
che narrativo. Il sistema che aveva riscritto la sua identità viene
costretto a tornare alla versione originaria, ripristinando non
solo Angela Bennett, ma l’intero equilibrio delle informazioni. Il
finale suggerisce però una verità più ambigua: la restaurazione
dell’identità non cancella la possibilità della sua manipolazione
futura.
Identità digitale e dissoluzione
del sé: il corpo come dato vulnerabile
Il tema centrale del film è la trasformazione dell’identità in
dato. Angela non perde solo documenti o relazioni sociali: perde la
possibilità stessa di dimostrare la propria esistenza. Questo
spostamento concettuale è cruciale, perché anticipa problemi oggi
centrali come il furto d’identità digitale e la manipolazione dei
database personali.
Il simbolo più evidente di questa condizione è la sostituzione del
nome con “Ruth Marx”. Non si tratta di un semplice alias, ma di una
sovrascrittura totale dell’identità amministrativa e sociale. In
questo senso, il film mette in scena una forma primitiva ma già
chiarissima di quello che oggi chiameremmo “identity overwrite”. Il
corpo fisico di Angela esiste ancora, ma il sistema non lo
riconosce più come valido.
Un altro elemento simbolico è la progressiva perdita di connessioni
umane reali. Anche le figure che dovrebbero riconoscerla, come il
suo medico, vengono eliminate dal sistema. L’isolamento diventa
quindi totale: la rete non è più uno strumento, ma una struttura
che definisce chi è reale e chi non lo è.
Teoria della rete come sistema
autonomo: il potere invisibile dell’infrastruttura
Una possibile lettura teorica del film riguarda l’idea che la rete
non sia semplicemente uno strumento controllato da individui, ma un
sistema autonomo in cui il potere si distribuisce in modo opaco. Il
gruppo dei Praetorians rappresenta questa logica: non un
antagonista unico, ma una rete dentro la rete, capace di operare
attraverso livelli multipli di accesso e manipolazione.
In questa prospettiva, il personaggio di Jack Devlin non è solo un
esecutore, ma un nodo operativo di un sistema più ampio, dove
l’identità individuale è irrilevante rispetto alla funzione. La sua
figura incarna la logica della sorveglianza distribuita: non serve
un centro di controllo assoluto, perché il controllo è incorporato
nell’infrastruttura stessa.
Il film anticipa così una delle questioni centrali dell’era
digitale: la difficoltà di distinguere tra agente umano e processo
automatizzato. Angela combatte contro individui, ma anche contro
procedure, algoritmi e sistemi informatici che operano
indipendentemente dalla volontà diretta di un singolo attore.
Il significato del finale:
ritorno dell’identità e fragilità della verità digitale
Il finale di The Net – Intrappolata nella rete
sembra offrire una chiusura rassicurante: Angela riottiene la
propria identità, il complotto viene smascherato e l’ordine viene
ripristinato. Tuttavia, questa risoluzione è solo apparente. Il
film lascia intravedere una verità più instabile: se un sistema può
cancellare un’identità una volta, può farlo di nuovo.
La vittoria di Angela non elimina il problema strutturale, ma lo
rende visibile. L’identità digitale emerge come qualcosa di
intrinsecamente vulnerabile, sempre esposta alla manipolazione. In
questo senso, il film non parla solo di un singolo caso di
complotto, ma di un’intera condizione esistenziale.
Per un eventuale sviluppo narrativo, il finale apre a scenari in
cui la rete non è più un campo di battaglia risolto, ma un ambiente
permanente di instabilità. La possibilità che altre identità
vengano riscritte rimane implicita, così come la presenza di
sistemi ancora più sofisticati di controllo informativo.
Il vero significato del film, quindi, non è la vittoria
dell’individuo sul sistema, ma la consapevolezza che l’individuo
esiste ormai solo dentro il sistema. Angela non esce dalla rete:
impara a sopravvivere al suo interno. Ed è proprio questa la
tensione che rende The
Net un thriller ancora oggi sorprendentemente attuale.
Ralph Fiennes,
Colin Farrell e Wagner Moura saranno
i protagonisti di Art, adattamento
cinematografico della celebre pièce di Yasmina
Reza, diretta da Fernando Meirelles. Il
progetto, lanciato al mercato di Cannes, porta sullo schermo una
delle satire più affilate sull’arte contemporanea e sulle dinamiche
dell’amicizia, con un trio di attori di alto profilo che promette
di amplificare la portata del materiale originale.
Il film segue tre amici — Marc,
Serge e Yvan — la cui relazione viene messa in crisi dall’acquisto,
da parte di uno di loro, di un costoso quadro completamente bianco.
Da questo gesto apparentemente banale nasce un confronto sempre più
acceso su cosa sia davvero “arte”, che finisce per portare a galla
tensioni, frustrazioni e rivalità latenti. Alla regia troviamo
Fernando Meirelles (City of God, The Constant
Gardener, The Two Popes), mentre la sceneggiatura è
firmata dal due volte premio Oscar Christopher Hampton, già
traduttore della pièce originale negli anni ’90. La produzione è
curata da Charles Finch e Tracy Seaward, con distribuzione
internazionale in fase di definizione.
L’adattamento di Art
rappresenta una sfida delicata: trasformare un testo teatrale
fortemente dialogico in un’esperienza cinematografica senza
perderne il ritmo e la precisione. Tuttavia, la presenza di
Meirelles suggerisce un approccio meno statico e più visivo,
potenzialmente capace di espandere lo spazio narrativo oltre
l’unità scenica originale. Il vero punto di forza resta però il
casting: Fiennes, Farrell e Moura incarnano tre sensibilità
attoriali diverse, ideali per costruire un triangolo di conflitto
credibile e stratificato.
Quando l’arte diventa un campo di
battaglia emotivo
La forza di
Art sta nel suo dispositivo narrativo
minimale: un oggetto — il quadro bianco — che agisce come
detonatore psicologico. Nella pièce di Yasmina Reza, questo
elemento diventa il pretesto per esplorare il bisogno umano di
validazione, il ruolo dell’intellettualismo e la fragilità delle
relazioni costruite su equilibri impliciti.
Nel passaggio al cinema, questo
conflitto potrebbe essere ampliato, trasformando il quadro in un
simbolo ancora più potente: non solo rappresentazione dell’arte
contemporanea, ma metafora del vuoto interpretativo e delle
proiezioni personali. In questo senso, i tre personaggi non
discutono davvero dell’opera, ma di sé stessi — delle proprie
insicurezze, del proprio status sociale e della paura di essere
giudicati.
Il coinvolgimento di
Christopher Hampton, a distanza di trent’anni dal
suo primo adattamento, introduce un ulteriore livello di lettura:
Art non è solo una storia attuale, ma un
testo che continua a evolversi insieme al contesto culturale. In
un’epoca in cui il valore dell’arte è sempre più legato al mercato
e alla percezione pubblica, il film potrebbe risultare ancora più
incisivo rispetto all’originale.
Se Meirelles riuscirà a bilanciare
fedeltà e reinterpretazione, Art ha il potenziale per
diventare non solo un adattamento riuscito, ma una riflessione
contemporanea sul significato stesso di cultura e identità.
Tantissime celebrità appaiono nei
panni di se stesse in Il
Diavolo Veste Prada 2 e noi ripercorriamo
l’elenco di tutte le 42 star accreditate nel film. Meryl Streep, Anne
Hathaway, Emily
Blunte
Stanley Tucci sono tornati per il sequel, 20 anni
dopo, per una versione aggiornata del mondo della moda e delle
riviste.
Dopo aver visto il film, siamo
rimasti fino ai titoli di coda per annotare l’elenco completo delle
celebrità presenti. Probabilmente non le noterete tutte mentre
siete seduti al cinema!
1. Lady
Gaga –
Lady Gaga fa un cameo nei panni di se stessa verso la fine del
film, quando fa un favore alla rivista Runway. Nel film, Gaga
riceve una chiamata da Miranda Priestly (Meryl Streep), che le chiede un favore: esibirsi
all’evento di Runway Magazine durante la Settimana della Moda di
Milano. Nonostante la loro rivalità, Gaga accetta perché Nigel
(Stanley Tucci) le dice che non otterrà mai più
una copertina di Runway se non si esibisce per farle un favore.
Oltre a cantare la sua canzone “Shape of a Woman” nel film, Gaga ha
anche registrato altre due canzoni per la colonna sonora.
2. Donatella
Versace – La stilista Donatella Versace fa un cameo
interpretando se stessa mentre pranza con Emily (Emily Blunt) durante la Settimana della Moda di
Milano. Il pranzo viene interrotto da Andy (Anne Hathaway), che si precipita da Emily nella
speranza di salvare Runway Magazine dall’essere gettata via dai
proprietari.
3. Marc Jacobs – Lo stilista
Marc Jacobs viene visto mentre presenta la sua nuova collezione a
Miranda Priestly (Meryl Streep) in una scena del film. L’incontro
viene interrotto da Andy (Anne Hathaway), che irrompe nella stanza
per annunciare a Miranda di aver appena ottenuto un’incredibile
opportunità di intervista con Sasha Barnes.
4. Brunello
Cucinelli – Il celebre stilista Brunello Cucinelli fa un
cameo nel film interpretando se stesso!
5. e 6. Stefano Gabbana e
Domenico Dolce – I due stilisti del marchio
Dolce&Gabbana appaiono entrambi nel film nei panni di se
stessi.
7. e 8. Jon Batiste e la
moglie Suleika Jaouad – Il musicista vincitore di Oscar e
Grammy Jon Batiste fa un cameo interpretando se stesso, insieme
alla moglie Suleika, durante il garden party di Miranda negli
Hamptons. Miranda li definisce due delle sue persone “preferite”
mentre li presenta ad Andy.
9. e 10. Rory McIlroy e la
moglie Erica – Il golfista professionista Rory McIlroy
interpreta se stesso nel film insieme alla moglie Erica Stoll.
11. Law Roach – Lo
stilista delle celebrità Law Roach appare nella scena della festa
di compleanno di Irv Ravitz.
12. Heidi Klum –
La modella e personaggio televisivo Heidi Klum appare nella scena
della festa di compleanno di Irv Ravitz.
13. Amelia
Dimoldernberg – La personalità di Internet e frequente
presentatrice di eventi sul tappeto rosso Amelia Dimoldernberg
appare nella scena della festa di compleanno di Irv Ravitz.
14. Karl-Anthony
Towns – Il giocatore di basket dei New York Knicks,
Karl-Anthony Towns, appare nella scena del garden party negli
Hamptons, girata a casa di Miranda Priestley. Andy è sbalordito
dopo averlo incontrato!
15. e 16. Kara Swisher e
Tina Brown – Le acclamate giornaliste e amiche nella vita
reale Kara Swisher e Tina Brown sono entrambe presenti al garden
party di Miranda Priestley negli Hamptons.
17. Jenna Bush
Hager – La co-conduttrice del Today Show, Jenna Bush
Hager, partecipa al garden party di Miranda negli Hamptons e viene
presentata ad Andy.
18. Ronny Chieng –
Il comico e frequente corrispondente del Daily Show, Ronny Chieng,
appare nella scena che si svolge a casa di Miranda negli
Hamptons.
19. Tomi Adeyemi –
Lo scrittore Tomi Adeyemi compare nella scena ambientata nella casa
di Miranda negli Hamptons.
20. Winnie Harlow
– La modella e attivista Winnie Harlow appare nel film mentre
partecipa alla festa di compleanno di Irv Ravitz.
21. Calum Harper –
Il modello Calum Harper fa un cameo interpretando se stesso nel
film.
22. Jia Tolentino
– La scrittrice del New Yorker Jia Tolentino fa un cameo
interpretando se stessa nel film.
23. Molly
Jong-Fast – La giornalista Molly Jong-Fast fa un cameo
interpretando se stessa nel film.
24. Brigitte
Lacombe – L’acclamata fotografa Brigitte Lacombe fa un
cameo interpretando se stessa nel film.
25. Ashley Graham
– La supermodella Ashley Graham fa un cameo interpretando se stessa
nell’evento ispirato al Met Gala che viene mostrato all’inizio del
film.
26. Karolina
Kurkova – La supermodella Karolina Kurkova fa un cameo
interpretando se stessa nell’evento ispirato al Met Gala che viene
mostrato all’inizio del film.
27. Ciara – La
cantante Ciara fa un cameo interpretando se stessa nell’evento
ispirato al Met Gala che viene mostrato all’inizio del film.
28. Amelia Gray
Hamlin – La modella Amelia Gray Hamlin fa un cameo
interpretando se stessa alla festa di compleanno di Irv Ravitz.
29. Anok Yai – La
supermodella Anok Yai fa un cameo interpretando se stessa alla
festa di compleanno di Irv Ravitz.
30. Hannah Berner
– La conduttrice di podcast e personaggio di internet Hannah Berner
fa un cameo interpretando se stessa alla festa di compleanno di Irv
Ravitz.
31. Paige DeSorbo
– La star di Bravo Paige DeSorbo, nota soprattutto per Summer
House, fa un cameo interpretando se stessa alla festa di compleanno
di Irv Ravitz.
32. Vanessa
Friedman – La critica di moda del New York Times Vanessa
Friedman fa un cameo interpretando se stessa nel film.
33. Wisdom Kaye –
Il modello Wisdom Kaye fa un cameo interpretando se stesso nel
film.
34. e 35. Camilla e
Carolina Cucinelli – Camilla e Carolina, figlie dello
stilista Brunello Cucinelli, appaiono nel film interpretando se
stesse.
36. Edward
Enninful – Edward Enninful, ex direttore di British Vogue,
appare nel film interpretando se stesso.
37. Naomi Campbell
– La supermodella Naomi Campbell fa un cameo interpretando se
stessa nel film.
38. e 39. Frederic Aspiras
e Sarah Tanno – Frederic Aspiras e Sarah Tanno, storici
hair stylist e make-up stylist di Lady Gaga, fanno un cameo
interpretando se stessi mentre si occupano del suo look per
l’evento della Settimana della Moda di Milano.
40. Marc Glimcher
– Il famoso mercante d’arte Marc Glimcher, CEO della Pace Gallery,
fa un cameo interpretando se stesso nel film.
41. Richard
Kirshenbaum – L’esperto di branding e autore Richard
Kirshenbaum fa un cameo interpretando se stesso nel film.
42. Adam Pendleton
– L’artista contemporaneo Adam Pendleton fa un cameo interpretando
se stesso nel film.
Il
film Attraverso i miei occhi (il cui titolo
originale è The Art of Racing
in the Rain) si inserisce in quella tradizione recente di
cinema emotivo che utilizza il punto di vista animale per
raccontare le fragilità umane. Al centro della storia c’è Enzo
(doppiato in italiano da Gigi Proietti), un cane narratore che osserva
la vita del suo padrone Denny Swift (Milo
Ventimiglia) tra successi, difficoltà personali e
drammi familiari. È un racconto costruito per colpire lo spettatore
sul piano emotivo, ma anche per suggerire una riflessione più ampia
sul legame tra esseri umani e animali.
Proprio per la sua struttura narrativa e per la forte impronta
realistica di alcuni eventi, il film viene spesso percepito come
una storia vera. Tuttavia, dietro questa impressione si nasconde
un’origine completamente diversa: il film non racconta fatti
realmente accaduti, ma è l’adattamento di un romanzo di
Garth Stein, a sua volta ispirato in modo molto
libero a esperienze personali e suggestioni culturali. Ed è qui che
si apre il vero spazio di analisi sull’accuratezza della
storia.
La storia “vera” di
Attraverso i miei occhi: il romanzo di
Garth Stein come punto di partenza
Non esiste una storia vera alla base di Attraverso i miei
occhi nel senso stretto del termine. Il film prende
vita dal romanzo di Garth Stein pubblicato nel
2008, che ha ottenuto un grande successo internazionale grazie alla
sua capacità di raccontare la quotidianità attraverso lo sguardo di
un cane. Non si tratta quindi della ricostruzione di eventi reali,
ma di una narrazione letteraria costruita per esplorare temi
universali come l’amore, la perdita e la resilienza.
Il personaggio di Enzo, il cane narratore, non è mai esistito come
tale nella realtà, ma nasce dall’immaginazione dell’autore, che si
ispira al proprio vissuto personale con il suo cane d’infanzia, un
Airedale Terrier. Allo stesso modo, la figura di Denny Swift e il
suo percorso di vita non sono la trasposizione di una persona
reale, ma una sintesi narrativa di diverse esperienze e
osservazioni raccolte da Stein nel tempo. Il risultato è una storia
che, pur essendo fittizia, conserva una forte componente emotiva di
autenticità.
Le ispirazioni reali dietro la
storia: tra esperienza personale e cultura mongola
Se il nucleo narrativo non è basato su fatti reali, alcune
suggestioni che attraversano la storia provengono comunque da
elementi concreti. Uno dei più importanti è la tradizione mongola
legata alla reincarnazione degli animali, secondo cui i cani
possono rinascere come esseri umani. Questa credenza, reale e
documentata, diventa nel romanzo il motore simbolico della
narrazione di Enzo, che sogna una futura vita umana come forma di
evoluzione spirituale.
Accanto a questo elemento culturale, c’è anche la componente
autobiografica dell’autore. Garth Stein ha infatti
dichiarato di essersi ispirato al suo passato come pilota e a un
incidente automobilistico che ha segnato la sua carriera,
portandolo a una sorta di “semi-ritiro”. Inoltre, il legame con il
suo cane d’infanzia ha contribuito a costruire la sensibilità del
racconto, soprattutto nella rappresentazione del rapporto tra uomo
e animale come relazione profondamente emotiva e quasi
simbiotica.
Quanto è accurato il film
rispetto alla realtà: tra fedeltà emotiva e libertà narrativa
Dal punto di vista dell’accuratezza, Attraverso i miei
occhi non può essere considerato un racconto realistico in
senso stretto, perché non si basa su eventi verificabili. Tuttavia,
il film è molto fedele allo spirito del romanzo da cui è tratto e
riproduce con attenzione la struttura emotiva della storia. La
centralità del rapporto tra Denny ed Enzo, così come le difficoltà
personali del protagonista, vengono mantenute come fulcro
narrativo.
La dimensione sportiva legata alle corse automobilistiche, così
come alcune dinamiche legali e familiari, è invece costruita con
una certa semplificazione. Il film privilegia la chiarezza emotiva
rispetto alla complessità realistica, scegliendo di rendere più
lineari eventi che nella realtà sarebbero molto più articolati e
meno prevedibili. Questa scelta è tipica del cinema che punta a un
forte coinvolgimento emotivo, soprattutto quando il punto di vista
narrativo è quello di un animale.
Dove il film si discosta dalla
realtà: il filtro della narrazione emotiva
Uno degli aspetti più evidenti della distanza dalla realtà riguarda
proprio la prospettiva narrativa di Enzo. Sebbene affascinante e
funzionale dal punto di vista drammatico, un cane che riflette
filosoficamente sulla vita umana e ne interpreta gli eventi con una
consapevolezza quasi narrativa appartiene chiaramente al territorio
della finzione. È una costruzione letteraria che permette allo
spettatore di accedere in modo più diretto ai temi del film.
Anche le dinamiche più drammatiche, come la malattia, le difficoltà
familiari e le tensioni legali, vengono rielaborate secondo una
logica narrativa che tende a enfatizzare il conflitto e la crescita
emotiva dei personaggi. Questo non significa che siano
irrealistiche, ma che vengono semplificate e modellate per
rafforzare il percorso emotivo centrale della storia.
Una storia non vera ma
profondamente umana
Attraverso i miei occhi, dunque, non racconta una
storia vera, ma costruisce un racconto che si appoggia su elementi
reali per diventare emotivamente credibile. Il suo valore non sta
nella fedeltà ai fatti, ma nella capacità di trasformare
esperienze, simboli e suggestioni in una narrazione universale sul
legame tra esseri viventi.
In questo senso, il film funziona proprio perché non pretende di
essere un documento realistico. È una storia costruita per evocare
emozioni autentiche attraverso una finzione consapevole, dove la
verità non è nei dettagli degli eventi, ma nella loro risonanza
umana.
Il
cinema horror non è mai scomparso davvero, ma per anni è stato
relegato ai margini: un genere prolifico, spesso redditizio, ma
raramente considerato centrale nel discorso critico. Negli ultimi
anni, però, qualcosa è cambiato in modo evidente. Il 2025 ha
rappresentato un punto di svolta, dimostrando che l’horror può
essere allo stesso tempo commerciale, autoriale e premiato. Ora il
2026 sembra pronto a fare un passo ulteriore, trasformando quella
svolta in una nuova normalità.
Non
si tratta solo di numeri o di titoli in uscita, ma di un cambio
strutturale: registi affermati scelgono l’horror come linguaggio
principale, gli studios investono con logiche da “prestige cinema”
e il pubblico risponde con una partecipazione sempre più ampia. In
questo scenario, il 2026 non è semplicemente un buon anno per
l’horror: è un anno che potrebbe ridefinire il ruolo del genere
nell’industria contemporanea.
Il 2025 è stato un anno storico
per l’horror, ma il 2026 potrebbe essere ancora migliore
Il 2025 è stato un anno di enorme
successo per il cinema horror. Ryan Coogler ha riscosso un grande
successo con i suoi franchise, grazie a Creed e Black Panther. Tuttavia, nel 2025, ha costretto
il pubblico a prestare attenzione al suo lavoro quando finalmente
ha ottenuto il budget per realizzare un film originale. Si trattava
del film horror simbolo del 2025, Sinners. Coogler ha usato questo film per mettere
in luce la musica afroamericana e la difficile situazione dei neri
nel Sud segregazionista, il tutto all’interno di una fantastica
storia di vampiri.
Sinners ha incassato 368 milioni di
dollari al botteghino mondiale e ha ottenuto il record di 16
candidature agli Oscar. Ha vinto quattro premi Oscar, tra cui
Miglior Attore, Miglior Sceneggiatura Originale, Miglior Colonna
Sonora Originale e Miglior Fotografia. Era tra i favoriti per
Miglior Film e Miglior Regia, ma ha perso entrambi i premi a favore
di Paul Thomas Anderson con One Battle
After Another, un altro film con un forte messaggio
sociale.
La cosa più importante da notare è
che Sinners non è stato l’unico film horror di enorme successo nel
2025. Weapons di Zach Cregger ha incassato 268 milioni di dollari
al botteghino e ha fatto vincere ad Amy Madigan l’Oscar come
miglior attrice non protagonista. The Conjuring: Last Rites ha
continuato il successo del franchise, con un incasso mondiale di
499,2 milioni di dollari. Final Destination: Bloodlines è stato un
altro successo, con 317,9 milioni di dollari.
Questo successo di critica e
pubblico è stato una grande notizia per il genere horror, e il 2026
ha già iniziato a consolidarlo. Già quest’anno, Scream
7 ha debuttato con un incasso record di 64,1 milioni di dollari
negli Stati Uniti nel weekend di apertura. Ha superato i 214
milioni di dollari in tutto il mondo, diventando il film con il
maggior incasso nella storia del franchise. La Mummia di Lee Cronin è arrivata
nelle sale ad aprile e i suoi 119,4 milioni di dollari di incasso
mondiale finora non sono enormi, ma è un film che dovrebbe
diventare un cult perché ha più in comune con Evil Dead che con
qualsiasi altro film sulla Mummia nella storia.
Le cose si preannunciano ancora più
interessanti per il resto dell’anno. Zach Cregger torna con il
sequel di Weapons, e c’è anche una nuova interpretazione della
leggenda del lupo mannaro in arrivo dal celebre regista horror
Robert Eggers.
Il 2026 sembra destinato a
superare il 2025 al botteghino
Il successo al botteghino di Scream
è stato inferiore a quello di The Conjuring:
Last Rites, e non sembra che nessun altro film raggiungerà il
livello di successo di critica di Sinners quest’anno. Tuttavia,
mancano ancora otto mesi e sono in arrivo importanti film horror. I
quattro film con i maggiori incassi del 2025 hanno superato 1,4
miliardi di dollari in tutto il mondo. Questo era impensabile
cinque anni fa, e sembra che il pubblico sia disposto a pagare
molto di più per un po’ di paura rispetto al passato.
Quando Scream 7 ha superato i 100 milioni
di dollari a livello globale, è stato considerato un successo.
Tuttavia, un altro sequel non ha avuto la stessa fortuna: 28 Anni
Dopo: The Bone Temple ha perso denaro, rimanendo ben al di sotto
del punto di pareggio. Questo è dovuto a una combinazione di scarsa
promozione e al fatto che è uscito così presto dopo 28 Anni Dopo.
Qualunque sia la ragione, ha frenato il franchise proprio quando i
produttori avevano grandi progetti per il futuro.
Tuttavia, ci sono ancora molti film
importanti in arrivo. Il prossimo film di Zach Cregger è il reboot
di Resident Evil, previsto per settembre 2026. Sarà la prova del
nove. Weapons ha incassato molto grazie al passaparola positivo, e
non per il nome di Cregger, sebbene il suo ultimo film, Barbarian,
sia stato un fantastico debutto nel genere horror. Resident Evil è
un franchise di grande successo, ma l’ultimo film uscito nelle sale
è stato un reboot che ha incassato solo 41 milioni di dollari in
tutto il mondo.
Questo film deve promuovere il fatto che Cregger ha diretto
Weapons, cosa che il
primo trailer di Resident Evil ha sottolineato a caratteri
cubitali. Se il pubblico si fiderà di lui e saprà realizzare un
film spaventoso e avvincente tratto da un franchise di lunga data,
questo potrebbe essere il film horror di maggior successo dell’anno
al botteghino. L’altro grande film è Werwulf,
un film horror di prestigio del regista del remake di Nosferatu.
Questo potrebbe essere più incentrato sui premi e sul successo di
critica che sugli incassi al botteghino.
C’è anche un altro film horror che
potrebbe dominare il botteghino.
Backrooms arriverà nelle sale il 29 maggio ed è basato sulla
popolare serie di YouTube omonima creepypasta. Iron Lung ha
incassato 51 milioni di dollari all’inizio di quest’anno, un
risultato sorprendentemente alto per un regista poco conosciuto che
si è fatto un nome su YouTube. Backrooms
dovrebbe fare ancora meglio. Aggiungiamo Scary Movie a giugno,
Evil Dead Burn a luglio,
Insidious: Out of the Further ad agosto e
Clayface della DC Comics a ottobre, e
il 2026 si preannuncia ricco di film horror.
Hollywood sta finalmente
investendo seriamente nel genere horror.
I Peccatori è stato un
caso particolare. Nessun film horror ha vinto l’Oscar come Miglior
Film dai tempi de Il silenzio degli innocenti negli anni ’90.
Tuttavia, la Warner Bros. ha concesso a Coogler il montaggio finale
completo del suo film e una percentuale sugli incassi al
botteghino. Inoltre, dopo 25 anni, ha riottenuto tutti i diritti
sulla proprietà intellettuale. Questo dimostra che gli studios
stanno trattando l’horror in modo molto diverso rispetto al
passato. Le nomination agli Oscar confermano questa tendenza
nell’industria cinematografica e gli incassi al botteghino
dimostrano che il pubblico ha ormai abbracciato il genere.
I registi che lavorano nel campo
dell’horror sono di alto livello, con Coogler e Peele in testa,
affiancati da nuovi nomi come Cregger e da registi acclamati come
Eggers e Ari Aster. L’aggiunta da parte della DC
di un film horror puro, senza alcuna connotazione supereroistica,
dimostra che l’horror sta diventando mainstream. Con Lee Cronin che
ha visto il suo nome aggiunto al titolo e Robert Eggers che ha
usato il suo nome per promuovere Werwulf al suo pubblico di
appassionati, l’horror ha finalmente raggiunto livelli di
prestigio.
Nel 2017, Peele ha presentato
Get Out , attirando
l’attenzione degli Oscar. Nel 2025, Coogler e Cregger hanno
ricevuto molta attenzione dagli Oscar e si sono aggiudicati alcuni
premi. Ora, nel 2026, sempre più registi raccolgono il testimone e
lo portano avanti, e l’horror è passato da intrattenimento usa e
getta a genere in grado di ottenere nomination come Miglior
Film.
Patrick Schwarzenegger entra nel cast di
The Bookie & The Bruiser con un doppio
ruolo, affiancando Vince Vaughn e Theo James in uno dei progetti più
interessanti emersi dal mercato di Cannes. La notizia, riportata da
Deadline, aggiunge un elemento di forte richiamo a un crime drama
ambientato nella New York del 1959, già caratterizzato da
un’impostazione autoriale marcata. Per Schwarzenegger si tratta di
un passaggio significativo verso ruoli più complessi e strutturati,
dopo la crescente visibilità ottenuta in televisione.
Il film, scritto e diretto da
S. Craig Zahler (Bone Tomahawk, Brawl
in Cell Block 99), segue le vicende di Rivner (Theo James) e
Boscolo (Vince Vaughn), due reduci della Seconda Guerra
Mondiale che, incapaci di reintegrarsi nella società, avviano
un’attività illegale di scommesse. Il successo del loro giro li
porta però al centro di una guerra tra mafia italiana e gang
irlandesi. Schwarzenegger interpreterà due gemelli: Augie, un
giocatore disperato la cui situazione debitoria innesca il
conflitto, e Bernard, il fratello “normale” trascinato nel caos. Il
progetto è prodotto da Anthony Katagas e finanziato da C2 Motion
Picture Group, con vendite internazionali già avviate al mercato di
Cannes.
Questa scelta di casting non è
casuale: il doppio ruolo rappresenta spesso un banco di prova
attoriale, e nel contesto del cinema di Zahler — noto per
personaggi moralmente ambigui e narrazioni dure — può diventare il
fulcro emotivo del film. Schwarzenegger dovrà sostenere due linee
narrative opposte ma intrecciate, incarnando sia la deriva
autodistruttiva sia la normalità violata. È un salto qualitativo
che segnala un possibile riposizionamento della sua carriera verso
un cinema più adulto e autoriale.
Il doppio volto del sogno
americano nel cinema di Zahler
Il contesto narrativo di The
Bookie & The Bruiser richiama una tradizione precisa del crime
americano: quella che esplora il fallimento dell’integrazione
post-bellica e la nascita di economie parallele nelle grandi città.
I personaggi di Rivner e Boscolo incarnano due archetipi classici —
l’intellettuale disilluso e il bruto fuori misura — mentre i
gemelli interpretati da Schwarzenegger possono rappresentare una
frattura interna ancora più esplicita.
Augie e Bernard non sono solo due
individui, ma due traiettorie possibili: da un lato il collasso
morale sotto il peso del debito e delle scelte sbagliate,
dall’altro la fragile illusione di una vita “normale” che può
essere distrutta in qualsiasi momento. In questo senso, il film
sembra voler ampliare il discorso tipico di Zahler, spostandolo da
una dimensione individuale a una più sistemica, dove il contesto
sociale e criminale diventa inevitabile.
Un altro elemento chiave sarà la
rappresentazione della New York di fine anni ’50, periodo di
transizione in cui le organizzazioni criminali consolidano il loro
potere mentre emergono nuove tensioni etniche e culturali. Se
Zahler manterrà il suo stile — fatto di violenza improvvisa e
dialoghi taglienti — il film potrebbe distinguersi nel panorama
contemporaneo per un approccio meno patinato e più brutale al
genere.
In definitiva, The Bookie & The
Bruiser si configura non solo come un crime drama, ma come un
racconto sulla dualità: identità, scelta e destino, incarnati
fisicamente nel doppio ruolo affidato a Schwarzenegger.
Il 2026 porta con sé una grande
novità per i fan di Doctor Who: a fine estate è previsto
l’inizio di una nuova epica saga del franchise.
Meglio prepararsi a salire sul TARDIS, perché si tratta di un
viaggio che promette di essere imperdibile!
Chi segue da vicino le novità della
serie sa che il Dottore sarà al centro di un evento
multipiattaforma chiamato Circuit Breaker, con
protagonista Jo Martin nel ruolo della Fugitive
Doctor. Il progetto includerà anche il romanzo The Kaleidoscope, co-scritto
dall’attrice stessa, e farà parte di una narrazione più ampia che
si sviluppa tra fumetti, audio e videogiochi.
È
stata ora rivelata anche la prima anteprima della parte a fumetti
dell’evento, con copertine e team creativo ufficialmente
annunciati. L’evento del Whoniverse inizierà il 25 giugno 2026,
mentre la componente a fumetti debutterà l’8 luglio 2026 con
Doctor Who: Circuit Breaker
#1, pubblicato da Titan Comics. Il primo
numero della serie sarà realizzato da un team creativo di alto
livello, composto dagli sceneggiatori Dan Watters
(Nightwing) e
Dulce Montoya, dagli artisti Sami
Kivelä e Roberta Ingranata, e dalla
colorista Valentina Bianconi. Il primo numero sarà
un albo di 48 pagine, disponibile nelle fumetterie
specializzate.
Il “Circuit Breaker” di Doctor Who
Circuit Breakerriunisce diversi storici partner del franchiseDoctor Who, tra cui
Titan Comics, Doctor Who
Magazine, BBC Audiobooks, East Side Games, Puffin, BBC Books e
Big Finish, per dare vita a un evento
multipiattaforma tra i più ambiziosi mai realizzati nel
Whoniverse.
Ogni parte della narrazione è collegata alle altre
e contribuisce a svelare nuovi indizi, mentre il pericolo cresce e
si inserisce in un mistero sempre più ampio. Al centro della storia
ci sono la Fugitive Doctor e i suoi compagni, impegnati in una
corsa contro il tempo per capire cosa stia succedendo prima che
vengano causati danni irreversibili allo spazio-tempo.
La trama segue la
Fugitive Doctor, che si ritrova a collaborare con Osgood e Martha
Jones dopo la comparsa di strani artefatti nel Black Archive della
UNIT, che provocano instabilità nella realtà. Tra questi oggetti,
uno dei più rilevanti è il Kaleidoscope, elemento centrale anche
nel romanzo di Martin. Man mano che la sua natura viene svelata, il
Dottore e i suoi alleati sono spinti a scoprire verità nascoste,
mentre affrontano nemici iconici come Dalek e Cybermen.
Se ti è piaciuto Time Lord
Victorious probabilmente amerai Circuit Breaker
La
struttura narrativa interconnessa di Circuit Breaker, distribuita su più media, richiama da
vicino quella di Time Lord Victorious. Proprio
come il nuovo evento di Doctor
Who, anche Time Lord
Victorious è stato un ambizioso progetto transmediale che ha
coinvolto audio drama, romanzi, fumetti, videogiochi e contenuti
digitali.
Time Lord Victorious era,
in sostanza, una versione “what if” dai toni più cupi del Decimo
Dottore (David
Tennant), in cui il personaggio arriva a credere
sempre più fermamente di essere l’unico in grado di governare il
tempo. Ambientata tra l’era del Decimo Dottore e quella
dell’Imperatore Dalek, la storia si sviluppa dopo la Guerra
del Tempo. Man mano che cresce la sua convinzione di avere
il controllo assoluto del tempo, le conseguenze diventano
rapidamente caotiche e si diffondono attraverso diversi formati
narrativi.
Per chi non è certo che il formato multipiattaforma di
Circuit Breaker possa
piacere, Time Lord
Victorious è un buon termine di paragone per capire quanto
possa essere estesa e intrecciata una storia evento di
Doctor Who.
La
BBC ha inoltre ufficializzato il ritorno del
Dottore con uno speciale natalizio, scritto dallo showrunner
Russell T
Davies,
previsto per il 2026. Lo speciale segnerà un
nuovo capitolo per il franchise e una fase di riorganizzazione dopo
la fine della collaborazione internazionale con Disney+
La
nuova
serie HBO dedicata a Harry
Potter continua a prendere forma e, mentre cresce l’attesa
per il reboot televisivo del Wizarding World, emergono i primi
dettagli su uno dei personaggi più iconici della saga:
Draco Malfoy. A interpretarlo sarà il giovane Lox Pratt,
chiamato a raccogliere l’eredità di Tom
Felton, che nei film aveva definito in
modo indelebile il volto del personaggio.
In
una recente intervista, Pratt ha spiegato chiaramente che il suo
Draco non sarà una semplice imitazione della versione
cinematografica, ma un’interpretazione nuova, più stratificata e
coerente con il formato seriale.
Lox Pratt vuole dare una nuova
profondità a Draco Malfoy nella serie HBO
Il
punto centrale del suo approccio è chiaro: rispettare l’identità
del personaggio, ma allo stesso tempo ampliarne le sfumature. Pratt
ha sottolineato come la serie, grazie alla sua struttura più estesa
rispetto ai film, permetterà di esplorare lati di Draco finora solo
accennati.
“È sempre Draco, ma gli darò un mio tocco personale.
Avrà decisamente più sfumature.”
L’obiettivo, quindi, non è stravolgere il personaggio, ma
arricchirlo. Draco resterà il ragazzo arrogante e antagonista che
il pubblico conosce, ma verrà approfondito dal punto di vista
emotivo e psicologico, mostrando le contraddizioni che lo
definiscono.
Questo tipo di approccio è perfettamente in linea con il progetto
HBO, che punta a un adattamento più fedele e dilatato dei romanzi
di J. K. Rowling,
sfruttando il formato seriale per scavare nei personaggi.
Il confronto con Tom Felton e la
differenza tra film e serie
Il confronto con Tom Felton è
inevitabile, ma Pratt sembra affrontarlo con lucidità. Più che
replicare una performance già iconica, l’attore vuole distinguersi,
anche perché il contesto narrativo sarà diverso.
Secondo Pratt, il suo Draco sarà profondamente segnato dal rapporto
con la famiglia, in particolare con il padre Lucius, una pressione
che diventa centrale nella costruzione del personaggio.
“Penso che siano due tipi molto diversi di tristezza e
cattiveria. Draco è amato, ma ha questa terribile pressione
familiare che lo schiaccia. Non è mai davvero sicuro di chi vuole
essere e non riesce a soddisfare le aspettative del
padre.”
Questa lettura introduce un elemento fondamentale: Draco non è solo
un antagonista, ma un personaggio intrappolato in un sistema di
aspettative e privilegi che lo condizionano. È una chiave
interpretativa che nei film era presente, ma mai pienamente
sviluppata.
Dall’esperienza in Il signore
delle mosche alla nuova sfida in Harry Potter
Prima di arrivare nel mondo di Harry Potter, Pratt ha già interpretato un altro
giovane antagonista nell’adattamento televisivo de Il signore delle
mosche, dove vestiva i panni di Jack, leader violento
e destabilizzante.
Proprio confrontando i due ruoli, l’attore ha chiarito le
differenze profonde tra i personaggi:
“Jack è un personaggio non amato, mentre Draco è amato
ma soffocato dalla pressione. Sono due forme molto diverse di
oscurità.”
Non a caso, Pratt ha ammesso di essere particolarmente attratto dai
ruoli negativi:
“I cattivi sono semplicemente più divertenti da
interpretare. Hai molte più possibilità rispetto a interpretare
sempre il bravo ragazzo.”
La serie Harry Potter,
le cui riprese sono ancora in corso, debutterà a dicembre 2026 su
HBO e HBO
Max. Il primo teaser ha già mostrato brevemente i
nuovi volti del cast, mantenendo però Draco ancora in secondo
piano.
Ed è forse una scelta voluta: lasciare spazio alla sorpresa.
Perché, come ha anticipato lo stesso Pratt, il suo Draco sarà
“molto diverso” da quello visto nei film. E questa differenza
potrebbe essere uno degli elementi più interessanti dell’intero
progetto.
Con
la quarta stagione, From compie un’operazione narrativa
tutt’altro che scontata: trasformare uno dei personaggi più
irritanti e difficili da sostenere in una figura credibile, umana e
persino centrale. Randall Kirkland, interpretato da A.J. Simmons,
era stato introdotto nella seconda stagione come un elemento
destabilizzante, dominato dalla paranoia e incapace di costruire un
rapporto autentico con gli altri abitanti della Township.
Fin dal suo arrivo, il suo comportamento aveva generato conflitti
continui: aggressivo, sospettoso e spesso violento, Randall aveva
incarnato una minaccia interna alla comunità, tanto quanto i
pericoli esterni. Eppure, nel corso delle stagioni successive, la
serie ha iniziato a lavorare in profondità sul personaggio,
trasformando gradualmente quella rabbia cieca in qualcosa di più
complesso e leggibile.
Randall è finalmente redento dopo
essere stato il personaggio più insopportabile di From
Per comprendere la portata di questa trasformazione bisogna tornare
alle sue origini nella serie. In From 2, Randall si
distingue subito per il suo atteggiamento ostile: prova a uscire
durante la prima notte, mette in pericolo gli altri abitanti e
arriva perfino a sequestrare Donna, convinto che l’intero sistema
della Township sia una messinscena.
Anche quando mostra sporadici segnali di umanità – come il
tentativo di aiutare Jim – questi vengono rapidamente oscurati da
scelte egoistiche e distruttive. Nella terza stagione, il
personaggio non migliora davvero: resta chiuso nel proprio disagio,
incapace di integrarsi, spesso guidato più dalla paura e dalle
visioni (come quelle delle cicale) che da una reale volontà di
cambiamento.
Eppure è proprio lì che la serie semina i primi segnali di
evoluzione. Il rapporto con Julie, l’aiuto a Tabitha e,
soprattutto, la consapevolezza del proprio comportamento passato
iniziano a incrinare la sua immagine. La redenzione non arriva
improvvisa, ma viene costruita passo dopo passo, rendendo credibile
ciò che accade nella
stagione 4.
Randall cambia davvero in From 4
e diventa un personaggio affidabile
Il vero punto di svolta arriva negli episodi 2 e 3 della quarta
stagione. Se nel secondo episodio Randall dimostra già un lato più
empatico, accompagnando Julie alle rovine e sostenendola
emotivamente, è in “Merrily We Go” che avviene il salto
definitivo.
La differenza rispetto al passato è sottile ma fondamentale:
Randall non agisce più solo in risposta agli altri, ma prende
iniziativa. Quando vede Julie in difficoltà, non aspetta che sia
lei a chiedere aiuto, ma interviene spontaneamente. Questo cambio
di prospettiva segna la maturazione del personaggio.
Il gesto più emblematico è quello di offrirsi di entrare nella casa
crollata per recuperare i libri di Ethan al posto suo. È un atto
semplice, ma carico di significato: mette da parte sé stesso per
proteggere qualcun altro. Una scelta impensabile per il Randall
delle stagioni precedenti.
In questo nuovo equilibrio, il suo rapporto con Julie assume una
dimensione quasi familiare. Randall diventa una sorta di fratello
maggiore, una figura di riferimento in un momento in cui la ragazza
è particolarmente vulnerabile, sia per la perdita del padre sia per
il peso crescente delle sue esperienze legate allo
“storywalking”.
From 4 prepara la redenzione di
un altro personaggio insopportabile
Mentre Randall completa il suo percorso, la serie sembra spostare
l’attenzione su un nuovo personaggio problematico: Acosta.
Introdotta nella terza stagione, aveva già lasciato una pessima
impressione, prima con l’uccisione accidentale di Nicky e poi con
un atteggiamento rigido e giudicante, legato alla sua identità di
poliziotta.
Nella quarta stagione, il suo comportamento peggiora ulteriormente,
culminando nel gesto impulsivo di rubare un’ambulanza e creare
ulteriore caos in una comunità già fragile. A questo punto, Acosta
diventa di fatto il nuovo “elemento insopportabile” della serie,
prendendo il posto che era stato di Randall.
Tuttavia, proprio come accaduto con lui, From sembra voler avviare un percorso di
trasformazione anche per lei. Boyd, riconoscendo in Acosta qualcosa
che gli ricorda la moglie Abby, decide di cambiare approccio:
invece di scontrarsi, prova a guidarla, assegnandole un compito
concreto nel seminterrato della Colony House.
È
un gesto narrativamente piccolo, ma significativo: dare uno scopo a
un personaggio perso è il primo passo verso la sua evoluzione. Con
la serie già confermata per concludersi con la quinta stagione,
questa dinamica appare tutt’altro che casuale. From sta preparando i suoi personaggi
per l’endgame, ridefinendo ruoli e relazioni in vista del
finale.
La redenzione di Randall, quindi, non è solo un arco individuale
riuscito, ma un segnale più ampio della direzione narrativa della
serie: anche nei contesti più estremi, il cambiamento resta
possibile, purché sia costruito con coerenza.