Con
Wonder Woman
1984
(qui la
recensione), il racconto supereroistico del DCEU
cambia direzione rispetto al Wonder Woman: meno
guerra, meno mito classico, più riflessione sul desiderio umano e
sulle sue conseguenze.
Patty
Jenkins costruisce un film che, dietro
l’estetica anni ’80 e l’apparente leggerezza pop, nasconde un
discorso sorprendentemente morale. Non si tratta di salvare il
mondo da una minaccia esterna, ma di impedire all’umanità di
autodistruggersi cedendo alla tentazione più universale: ottenere
tutto senza pagare il prezzo.
Il
finale del film è emblematico proprio per questo motivo: Diana
(Gal Gadot) non
vince con la forza, ma con la rinuncia. In un genere che spesso
celebra il potere, Wonder Woman 1984 ribalta la
prospettiva e propone una tesi chiara: la verità è più potente del
desiderio, ma richiede sacrificio. È su questo equilibrio fragile –
tra ciò che vogliamo e ciò che siamo disposti a perdere – che si
costruisce l’intero significato del film.
Il Dreamstone,
Maxwell Lord e il collasso globale: la spiegazione del finale come
percorso morale guidato dalla perdita

Il meccanismo narrativo di Wonder Woman 1984 ruota
attorno al Dreamstone, un oggetto apparentemente innocuo che
concede desideri in cambio di qualcosa di prezioso. Fin
dall’inizio, il film chiarisce che non esistono scorciatoie: ogni
desiderio implica una perdita, anche se inizialmente invisibile.
Diana stessa ne è la prova vivente: il ritorno di Steve Trevor,
incarnato nel corpo di un altro uomo, rappresenta la
materializzazione del suo desiderio più profondo, ma comporta la
progressiva perdita dei suoi poteri divini. Questa dinamica
introduce una tensione centrale: ciò che sembra un dono è in realtà
una sottrazione.
Quando Maxwell Lord entra in gioco, la scala del conflitto cambia
radicalmente. Non si limita a usare il Dreamstone, ma decide di
diventarlo, aggirando la regola del singolo desiderio e
trasformandosi in un catalizzatore globale di caos. Il suo piano è
tanto semplice quanto devastante: utilizzare un sistema di
trasmissione mondiale per “toccare” chiunque e concedere desideri
su larga scala, generando un effetto domino di instabilità sociale,
politica ed esistenziale. Il mondo non viene distrutto da un
attacco esterno, ma implodendo sotto il peso dei desideri
individuali.
Parallelamente, Barbara Minerva evolve in Cheetah attraverso due
desideri distinti, diventando la controparte speculare di Diana. Se
Diana perde potere per amore, Barbara acquisisce potere rinunciando
alla sua umanità. La loro contrapposizione culmina nello scontro
finale, dove Diana – grazie all’armatura di Asteria – riesce a
neutralizzarla senza ucciderla, segnando una differenza etica
fondamentale rispetto a molte narrazioni supereroistiche.
Il vero climax, tuttavia, non è lo scontro fisico, ma il confronto
con Maxwell Lord. Invece di eliminarlo, Diana utilizza il Lazo
della Verità per amplificare un messaggio globale: costringe
l’umanità a confrontarsi con le conseguenze dei propri desideri. È
qui che il film compie la sua svolta decisiva: la salvezza non
arriva dall’eroina, ma dalla scelta collettiva di rinunciare.
Quando Lord stesso cede e revoca il suo desiderio per salvare il
figlio, l’intero sistema crolla, annullando ogni effetto del
Dreamstone.
Il significato
profondo del finale e il sacrificio come unica forma di eroismo
possibile

Il cuore tematico di Wonder Woman 1984 è la
contrapposizione tra desiderio e verità, incarnata rispettivamente
dal Dreamstone e dal Lazo di Diana. Il primo rappresenta la
promessa di una felicità immediata e senza limiti, il secondo la
necessità di confrontarsi con la realtà, anche quando è dolorosa.
Questo dualismo non è solo narrativo, ma filosofico: il film
suggerisce che il desiderio, quando non è regolato dalla
consapevolezza, diventa una forza distruttiva.
Diana è il personaggio che attraversa questo conflitto in modo più
esplicito. Il ritorno di Steve Trevor non è semplicemente un
espediente romantico, ma una tentazione morale. Per la prima volta,
l’eroina è chiamata a scegliere tra felicità personale e
responsabilità collettiva. La sua rinuncia non è immediata né
semplice: è un processo doloroso, che rende il suo gesto finale
credibile e umano. Quando decide di lasciare andare Steve, Diana
accetta una verità fondamentale: non tutto ciò che desideriamo può
o deve essere realizzato.
Maxwell Lord rappresenta l’altra faccia della medaglia. La sua
ossessione per il successo e il riconoscimento nasce da un passato
segnato dall’umiliazione e dal fallimento. Il suo desiderio di
diventare il Dreamstone è, in fondo, un tentativo disperato di
colmare un vuoto identitario. Tuttavia, più potere accumula, più
perde se stesso, fino a rischiare di perdere l’unica cosa che conta
davvero: suo figlio. Il momento in cui rinuncia al desiderio segna
una presa di coscienza tardiva ma decisiva, trasformandolo da
antagonista a figura tragica.
Barbara Minerva, invece, incarna la deriva del desiderio non
controllato. Il suo percorso è quello di una progressiva
disumanizzazione: da donna insicura a predatrice dominante, perde
empatia, moralità e identità. A differenza di Diana, Barbara non è
disposta a rinunciare, e proprio per questo viene sconfitta. Il
film suggerisce che il vero potere non è ottenere tutto, ma saper
lasciare andare.
Un supereroe
che vince senza distruggere

Nel contesto del
DC
Extended Universe, Wonder Woman
1984 rappresenta un’anomalia significativa. Dopo film
caratterizzati da conflitti distruttivi e battaglie su larga scala,
Patty Jenkins sceglie una strada diversa: un
finale basato sulla persuasione, non sulla violenza. Questa scelta
non è casuale, ma coerente con l’identità del personaggio di Diana,
già definita nel primo film come portatrice di compassione oltre
che di forza.
Il confronto con la versione fumettistica di Maxwell Lord è
illuminante. Nei fumetti, Wonder Woman arriva a ucciderlo per
fermarlo, in una scena controversa che mette in crisi il suo ruolo
di eroina. Nel film, invece, Jenkins evita questa soluzione,
preferendo un esito che valorizza la dimensione etica del
personaggio. Diana non distrugge il nemico, ma lo costringe a
guardarsi dentro, utilizzando il Lazo della Verità come strumento
non solo fisico, ma simbolico.
Anche l’ambientazione anni ’80 gioca un ruolo fondamentale. È
un’epoca storicamente associata al consumismo e all’edonismo, e il
film la utilizza come sfondo perfetto per amplificare il tema del
desiderio. Il caos generato dal Dreamstone non è altro che una
metafora esasperata di una società che vuole tutto subito, senza
considerare le conseguenze.
In questo senso, Wonder Woman 1984 si inserisce
nel genere supereroistico come un’opera atipica, più vicina a una
favola morale che a un racconto d’azione tradizionale. La scelta di
un finale non violento non indebolisce il film, ma ne rafforza il
messaggio, rendendolo coerente e distintivo all’interno del
panorama del DCEU.
La rinuncia
come liberazione

Il finale di Wonder Woman 1984 apre a una
riflessione più ampia sull’identità di Diana e sul suo ruolo nel
mondo. La rinuncia a Steve Trevor non è solo un sacrificio
personale, ma un passaggio necessario per evolversi. Fino a quel
momento, Diana è rimasta legata al passato, incapace di costruire
un futuro autentico. Lasciare andare Steve significa accettare il
tempo, la perdita e la solitudine come parte integrante della sua
esistenza.
Questo processo si riflette anche nella scena finale, ambientata
durante le festività natalizie. Diana appare finalmente in pace,
non perché abbia ottenuto ciò che desiderava, ma perché ha
accettato ciò che non può avere. Il suo volo finale – simbolo di
una nuova consapevolezza – segna un’evoluzione rispetto al primo
film: non è più solo una guerriera, ma una figura che ha integrato
il dolore nella propria identità.
La teoria più interessante riguarda proprio il rapporto tra memoria
e desiderio. Il Dreamstone offre una scorciatoia per realizzare i
sogni, ma cancella il valore dell’esperienza e della perdita.
Diana, rinunciando al desiderio, preserva la memoria di Steve nella
sua forma autentica, non distorta. In questo senso, il film
suggerisce che ricordare è più importante che possedere.
Infine, il destino di Maxwell Lord rimane aperto, ma carico di
significato. La sua scelta di tornare dal figlio indica una
possibilità di redenzione, ma non una soluzione definitiva. Come
Diana, anche lui dovrà convivere con le conseguenze delle sue
azioni. Il film non offre risposte semplici, ma lascia lo
spettatore con una consapevolezza chiara: il vero eroismo non
consiste nel vincere, ma nel scegliere ciò che è giusto, anche
quando significa perdere tutto.