A oggi, Netflix non ha ancora annunciato ufficialmente il
rinnovo di Finding Her
Edge per una stagione 2. La serie è arrivata in
piattaforma il 22 gennaio
2026 e, come spesso accade con i titoli YA appena usciti,
la decisione dipenderà soprattutto dai numeri delle prime settimane
(visualizzazioni, completamento stagione, “retention”).
Detto questo, il finale di stagione è
costruito chiaramente per continuare: la scelta di
Adriana, l’uscita di scena di Brayden e il “rimescolamento” delle
coppie sul ghiaccio sono un gancio narrativo molto netto, che apre
a rivalità e nuovi equilibri sentimentali in un possibile capitolo
successivo.
Cosa suggerisce il finale: nuovi partner e una rivalità pronta a
esplodere
Il
punto non è solo “chi sceglie Adriana”, ma cosa succede dopo. Il finale mette Adriana
di nuovo accanto a Freddie (anche professionalmente) e affianca
Brayden a Riley, una decisione che alza la posta: la stagione 2, se
arriverà, avrebbe già un conflitto centrale pronto (competizione
sportiva + gelosia + identità).
In altre parole: la serie chiude un arco emotivo, ma
riapre il campo di
gioco. È una strategia tipica dei teen drama sportivi:
dare una risposta al pubblico e, nello stesso gesto, piantare il
seme della prossima “battaglia”.
Cast e produzione: cosa dicono le fonti “ufficiali” e gli indizi
recenti
Sul fronte ufficiale, Netflix (Tudum) ha pubblicato materiali
informativi su cast e serie in questi giorni, ma
non parla di
rinnovo.
Parallelamente, alcune interviste e articoli post-finale riportano
che il cast ha discusso apertamente di possibilità e desideri legati a una
seconda stagione, segno che l’idea è sul tavolo almeno a livello
creativo/promozionale, anche se non equivale a un via libera di
Netflix.
Quando potrebbe uscire, se Netflix la rinnova
Non esiste una data ufficiale. Se Netflix dovesse rinnovare in
tempi rapidi (nelle prossime settimane), una finestra realistica
per l’uscita sarebbe tra
fine 2026 e 2027, a seconda di scrittura, riprese e
post-produzione. Questa è una stima prudente basata sulle
tempistiche tipiche delle serie Netflix, non una conferma.
La cosa più importante da monitorare nei prossimi giorni
Se vuoi “leggere” in anticipo l’aria che tira, i segnali chiave
sono: presenza della serie nella Top 10, continuità per più
settimane, buzz social e soprattutto tasso di completamento (quanto pubblico
arriva all’episodio 8). È spesso una metrica determinante quando
Netflix valuta un rinnovo, specialmente per i titoli YA.
Il
finale della prima stagione di Finding Her Edge di
Netflix chiude il cerchio del triangolo
sentimentale che ha guidato l’intera narrazione, chiarendo
finalmente chi Adriana Russo decide di scegliere tra Brayden Elliot
e Freddie O’Connell. Ma la risposta, come spesso accade nelle
storie più mature, non è solo romantica: è profondamente emotiva,
legata al lutto, alle responsabilità familiari e all’impossibilità
di lasciar andare il passato.
A
due anni dalla morte della madre, le sorelle Russo vivono sotto il
peso di un’eredità difficile da sostenere. Mimi è un talento
emergente nella danza su ghiaccio, Elise è una promessa del
pattinaggio artistico con ambizioni olimpiche, mentre Adriana ha
abbandonato le competizioni per tenere in piedi l’attività di
famiglia. Quando Elise si infortuna, è Adriana a dover tornare sul
ghiaccio per salvare il futuro economico dei Russo, accettando una
partnership inaspettata con Brayden, il “bad boy” della danza su
ghiaccio. Nel frattempo, il suo ex partner e primo amore Freddie si
ritrova a pattinare con Riley, la sua migliore amica, creando una
frattura emotiva che alimenta tensioni, gelosie e scelte
dolorose.
Perché Adriana sceglie Freyoddie e non Brayden
Per gran parte della stagione, tutto sembra condurre verso Brayden.
Tra lui e Adriana nasce una chimica evidente, fatta di attrazione,
scontro e crescita reciproca. Insieme diventano versioni migliori
di sé stessi, dentro e fuori dal ghiaccio. Proprio per questo la
decisione finale di Adriana di tornare da Freddie risulta
sorprendente, ma coerente sul piano psicologico.
La chiave sta nel passato irrisolto. Due anni prima degli eventi
della serie, il padre di Adriana la costringe a interrompere sia la
relazione sentimentale che quella sportiva con Freddie. Una scelta
subita, mai realmente elaborata, che priva Adriana della
possibilità di una chiusura emotiva. Brayden rappresenta il
presente e il cambiamento, ma Freddie incarna ciò che Adriana non
ha mai potuto scegliere davvero.
A
questo si aggiunge il peso delle perdite: la madre, la stabilità
economica, il rapporto con la sorella maggiore. Adriana è costretta
a essere il pilastro della famiglia in un momento in cui avrebbe
bisogno, lei per prima, di essere sostenuta. Per questo finisce per
cercare una figura che percepisce come stabile e rassicurante.
Anche se Brayden evolve e dimostra maturità, Adriana vede in
Freddie una sicurezza già “conosciuta”, una zona di conforto
emotiva a cui tornare prima di potersi concedere davvero qualcosa
di nuovo.
La vittoria ai Mondiali e la nascita di una nuova coppia sul
ghiaccio
Brayden e Adriana arrivano ai Mondiali quasi per caso, grazie alla
squalifica per doping della coppia favorita. All’inizio nulla
lascia presagire una vittoria: la routine che portano in gara è
tecnicamente impeccabile, ma emotivamente distante. Non appartiene
davvero a loro, perché è stata concepita per Adriana e Freddie, e
riflette una dinamica sentimentale completamente diversa.
La svolta arriva quando decidono di ricominciare da zero. La nuova
coreografia nasce dalla loro relazione reale: più intensa, più
carnale, più istintiva. La musica, i movimenti e la costruzione del
numero valorizzano finalmente i loro punti di forza e permettono
una connessione autentica. È in quel momento che Brayden e Adriana
diventano una coppia vera sul ghiaccio, conquistando giudici e
pubblico e portando a casa l’oro mondiale.
Il sacrificio di Will e il futuro della famiglia Russo
Parallelamente, la serie chiude anche l’arco narrativo di Will
Russo, il padre, alle prese con debiti insostenibili e la minaccia
di perdere casa e pista. La sua scelta è dolorosa ma necessaria:
vendere il palazzetto alla compagnia rivale Voltage. Questo
significa rinunciare al ruolo di allenatore e accettare una nuova
visione della pista, orientata principalmente alla danza su
ghiaccio.
In cambio, però, Will ottiene la sicurezza economica per la sua
famiglia e la possibilità per Adriana ed Elise di restare coinvolte
nella pista, seppur in ruoli diversi. Elise, infatti, dopo
l’infortunio e una lunga fase di rabbia autodistruttiva, trova una
nuova identità come allenatrice, dimostrando che il futuro non
passa sempre dalla competizione.
I genitori assenti e il trauma condiviso di Freddie e Brayden
Uno degli aspetti più riusciti di Finding Her Edge è il modo in cui affronta il trauma
maschile. Freddie e Brayden scoprono di avere molto più in comune
di quanto immaginassero: entrambi cresciuti con genitori
emotivamente assenti, entrambi segnati da aspettative e
abbandoni.
Freddie ha una madre affetta da dipendenza dall’alcol, incapace di
essere presente nella sua vita. Brayden, invece, è trattato dalla
famiglia come una risorsa economica, utile solo finché porta
medaglie e sponsor. La serie evita scorciatoie melodrammatiche e
permette ai due personaggi di esprimere fragilità e dolore,
offrendo una rappresentazione rara e credibile della vulnerabilità
maschile.
Un finale che prepara il terreno alla seconda stagione
Il finale si chiude con una scelta destabilizzante: Adriana sceglie
Freddie, Brayden abbandona i Mondiali prima dello showcase finale e
sembra deciso a lasciare il pattinaggio. Ma l’epilogo ribalta
nuovamente le carte. Nel salto temporale, scopriamo che i partner
vengono scambiati: Adriana torna a pattinare con Freddie, mentre
Brayden viene affiancato a Riley.
La rivalità è servita. Entrambe le coppie sono campionesse e sotto
i riflettori, e Adriana appare tutt’altro che serena nel vedere
Brayden accanto a Riley. La seconda stagione si preannuncia come
un’esplorazione ancora più profonda di gelosia, crescita e
identità, dimostrando che la vera competizione di Finding Her Edge non è solo sul
ghiaccio, ma nel cuore dei suoi personaggi.
Ben –
Rabbia Animale è un autentico ritorno al passato.
Un vero e proprio creature feature, dello stesso filone
che ha generato Cujo. Il modo in cui
Johannes Roberts sfrutta la natura del film è esattamente ciò che
deve essere: teso, divertente e totalmente inverosimile.
Il trailer è molto onesto, mostra chiaramente cosa
aspettarsi, ma non è un male. È bello essere sorpresi al cinema, ma
quando la proposta ruota attorno a una scimmia rabbiosa e
assassina, in fondo vuoi solo vedere ricchi ragazzi senza cervello
comportarsi in modo idiota e goderti le fontane di sangue che
zampillano, facendo inevitabilmente il tifo per la scimmia.
Il film si apre su una scena
violentissima, prima che il film torni indietro di 36 ore. Da lì in
poi il film procede in modo piuttosto normale, se non fosse che il
pubblico sa già come andrà a finire. Di conseguenza, il primo atto
è attraversato da una tensione palpabile mentre le immagini al
contrario mostrano solo ragazzi che si divertono.
La trama ruota attorno a Lucy
(Johnny Sequoyah), una studentessa universitaria
che torna a casa alle Hawaii dopo molto tempo. Sua madre è morta di
cancro, lasciando la sorella minore Erin (Gia
Hunter) sola con il padre Adam (Troy
Kotsur di CODA), un primatologo
maniaco del lavoro.
E poi c’è Ben, il loro animale
domestico: un primate eccezionalmente avanzato, interpretato con un
costume estremamente convincente dal theater movement
directorMiguel Hernando Torres Umba, la vera
star del film sotto il trucco.
Questa relativa normalità viene
spezzata quando Adam trova una mangusta mutilata all’interno del
recinto di Ben e decide di tenerlo chiuso in gabbia finché non sarà
possibile capire se abbia contratto qualcosa.
Ovviamente la risposta è
“sì”: Ben ha davvero la rabbia e riesce piuttosto
facilmente a fuggire dalla sua prigione, lanciandosi poi in una
furia omicida per spargere quanto più sangue possibile.
I filmmaker spingono davvero al
limite la plausibilità di una malattia infettiva in un primate.
L’aggressività incontrollata di Ben è una cosa, tutt’altra è il
modo in cui la malattia rende Ben più intelligente.
Un omaggio a John
Carpenter
Quando il film dà il meglio di sé,
richiama in modo sempre più piacevole i primi lavori di
John Carpenter. La colonna sonora sintetica di
Adrian Johnston ricorda il lavoro musicale del maestro, e Roberts
ci regala diversi inquietanti punti di vista in soggettiva della
scimmia in agguato. Ben –
Rabbia Animale è come un home invasion
stalk and slash con una scimmia nel ruolo di killer
sociopatico. E, a onor del vero, Roberts mantiene il numero di
morti relativamente basso, ma brutale.
Il divertimento dipende da
quanto lo spettatore è disposto a sospendere l’incredulità. Sì, è
uno scimpanzé intelligente, ma com’è possibile che sia anche
consapevole di forme sadiche di tortura o di scherno? Stranamente,
il film probabilmente non è abbastanza animalistico.
Ben –
Rabbia Animale è più divertente quando Ben è una
macchina omicida, meno quando cerca di vendere l’idea che la
creatura abbia inclinazioni umane legate alla vendetta. Nel
complesso, però, più diventa pulp e stupido, più offre un buon
motivo per andare al cinema. In Italia dal 29 gennaio con Eagle
Pictures.
Sky
Cinema presenta in prima
TVI Peccatori, il nuovo film di
Ryan
Coogler, che ha stabilito un record storico agli Oscar
2026 con sedici
nomination, il numero più alto mai ottenuto da un
singolo titolo nella storia del premio. Il film andrà in onda
lunedì 26 gennaio alle
21:15 su Sky Cinema Uno, sarà disponibile
in streaming su
NOW,
on demand e anche
in 4K.
Diretto e scritto da Ryan Coogler, candidato come
Miglior film,
Miglior regia e
Miglior sceneggiatura
originale, I
Peccatori vede protagonista Michael B. Jordan,
in corsa per l’Oscar® come Miglior attore protagonista grazie a un intenso
doppio ruolo. Il
film è distribuito da Warner Bros.
Pictures.
Sedici nomination agli Oscar 2026 e due Golden Globe già in
bacheca
Dopo aver conquistato due
Golden Globe 2026 – Miglior risultato al cinema e al botteghino e
Miglior colonna
sonora – I
Peccatori si è imposto come uno dei titoli centrali della
stagione dei premi. Oltre alle candidature principali per Coogler e
Jordan, il film è nominato per Miglior attrice non protagonista (Wunmi
Mosaku) e Miglior attore non protagonista (Delroy
Lindo), oltre a una lunga serie di categorie
tecniche.
Tra queste figurano Miglior casting, Miglior fotografia (Autumn
Durald Arkapaw), Miglior montaggio (Michael P. Shawver),
Miglior
scenografia, Migliori costumi, Miglior trucco e acconciatura,
Miglior sonoro,
Migliori effetti
visivi, Miglior
canzone originale (I
Lied to You) e Miglior colonna sonora originale, a conferma di
un’opera che unisce ambizione autoriale e spettacolo.
Un cast corale e un nuovo passo nel cinema di Coogler
Accanto a Michael B. Jordan, il cast riunisce Hailee Steinfeld,
Jack
O’Connell, Jayme
Lawson, Omar Benson
Miller e Delroy Lindo. Con I Peccatori, Coogler firma una nuova,
ambiziosa tappa del suo percorso autoriale, intrecciando
horror,
fanta-thriller e
dramma in un
racconto potente e stratificato.
Il film riflette sul mito
americano, sulla colpa e sulla redenzione, proponendosi come un’esperienza
cinematografica intensa e profondamente evocativa. Lo stesso
regista ha definito il progetto una vera e propria
lettera d’amore al
cinema, nata dal desiderio di tornare a raccontare storie
capaci di emozionare e interrogare lo spettatore attraverso
personaggi complessi e un immaginario visivo fortemente
simbolico.
Lamborghini – The Man Behind the Legend
(leggi
qui la recensione), del 2022, è un biopic che ripercorre la
vita di Ferruccio Lamborghini, imprenditore
visionario e fondatore dell’omonima casa automobilistica di lusso.
Il film si concentra sull’evoluzione personale e professionale di
Lamborghini, esplorando il suo passaggio da produttore di trattori
a creatore di supercar iconiche, nel pieno boom economico
dell’Italia del dopoguerra. Inserendosi nel filone dei biopic
industriali, la pellicola cerca di bilanciare dramma, ambizione e
contesto storico, ponendo al centro la figura di un uomo
determinato a superare i propri limiti e quelli del mercato.
Per interpretare Ferruccio Lamborghini era inizialmente stato
scelto l’attore Antonio
Banderas, il quale ha però poi rinunciato al ruolo. A
quel punto è subentrato nel progetto Frank Grillo, interprete celebre per i film
di La notte del giudizio e per essere
attualmente l’interprete di Rick Flag Sr. nel DC
Universe. Il film si colloca in continuità con altri recenti
titoli dedicati a storie automobilistiche reali, come Ferrari (2023) e Race for Glory – Audi vs. Lancia (2024).
Queste pellicole condividono l’intento di raccontare non solo gare
e scelte tecniche, ma anche i retroscena umani e culturali dei
protagonisti, spesso immersi nelle dinamiche competitive
dell’industria motoristica.
Lamborghini – The Man Behind the Legend si
differenzia però per un focus biografico più marcato,
concentrandosi anche in buona parte sull’ambientazione storica
italiana, offrendo un ritratto che intreccia ambizione personale e
innovazione tecnologica. Nonostante ciò, il film ha avuto meno
successo rispetto agli altri titoli legati al mondo
dell’automobilismo, per quanto rimanga oggetto di fascino per gli
appassionati. Nel resto dell’articolo si proporrà un
approfondimento su quanto di vero c’è nel film rispetto alla storia
reale di Ferruccio Lamborghini, confrontando fatti storici e
licenze narrative adottate dalla sceneggiatura.
La trama di Lamborghini – The Man Behind the
Legend
Protagonista della storia è
Ferruccio Lamborghini (Frank
Grillo), fondatore della celebre casa automobilistica
italiana e simbolo di un’Italia che, nel dopoguerra, passa da
un’economia agricola a una industriale. La sua vicenda personale si
intreccia con la nascita del marchio, riflettendo le trasformazioni
di un Paese in piena rinascita. Tornato a Cento dopo la Seconda
Guerra Mondiale insieme
all’amico Matteo (Matteo
Leoni), Ferruccio ritrova la fidanzata Clelia
Monti (Hannah van der Westhuysen) e
tutta la sua famiglia. Determinato ad avviare un’attività di
produzione di trattori agricoli a prezzi accessibili, si scontra
con i dubbi del
padre Antonio (Fortunato
Cerlino), ma non rinuncia al suo progetto.
Dopo aver sposato Clelia, Ferruccio
affronta anche Enzo
Ferrari (Gabriel Byrne) in una gara
automobilistica, episodio che anticipa la loro futura rivalità. Le
difficoltà economiche lo costringono però a chiedere aiuto al
padre, che sacrifica il terreno di famiglia per permettergli di
fondare la Lamborghini Trattori. Mentre sviluppa un motore
innovativo, Ferruccio è colpito da una tragedia personale: Clelia
muore di parto, lasciandolo solo con il figlio. Nonostante il
dolore, riesce a ottenere il finanziamento decisivo dalla banca e a
far decollare l’azienda. L’incontro con
Annita (Mira Sorvino), però,
incrina il rapporto con Matteo, che abbandona l’impresa.
La storia vera dietro il film
Nel
film Lamborghini – The Man Behind the Legend viene
dunque raccontata la vita di Ferruccio Lamborghini partendo dai
suoi anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale,
quando rientra nella sua città di Cento e decide di trasformare la
sua passione per i motori in un progetto imprenditoriale. Qui si
vedono le difficoltà iniziali nel creare un’attività di produzione
di trattori, la morte della prima moglie e una relazione complicata
con il figlio, così come le dinamiche personali e professionali che
lo portano a voler competere con la migliore industria
automobilistica italiana, con al centro un duello sportivo e
simbolico con Enzo Ferrari.
La
storia vera di Ferruccio Lamborghini conferma molti punti chiave
della pellicola ma con una profondità storica maggiore. Nato nel
1916 in una famiglia contadina a Renazzo di Cento, Lamborghini
sviluppa fin da giovane una grande passione per i motori e
l’ingegneria, lavorando prima come apprendista e poi in officine
meccaniche, esperienza che gli dà competenze fondamentali. Dopo la
guerra, nel 1948 fonda dunque la Lamborghini
Trattori, producendo trattori robusti ed economici a
partire dalla trasformazione di veicoli militari surplus,
conquistando rapidamente il mercato agricolo italiano grazie
all’innovazione dei suoi modelli.
La pellicola rappresenta con relativa fedeltà la genesi
dell’azienda automobilistica, ma nella realtà la transizione ai
veicoli sportivi avviene con grande decisione alla fine del 1962,
quando Lamborghini decide di dedicarsi allo sviluppo di
un’automobile sportiva di lusso. Assieme ai giovani ingegneri
Giampaolo Dallara e Giotto
Bizzarrini crea quello che sarebbe stato il primo motore
V12 destinato alla produzione, e nel 1963 fonda ufficialmente
Automobili Lamborghini a Sant’Agata Bolognese,
presentando il prototipo 350 GTV e successivamente
la 350 GT, che segna l’ingresso del marchio nel
segmento delle granturismo di lusso.
Nel corso degli anni successivi Lamborghini consolida la propria
fama con modelli iconici come la Miura del 1966,
un’auto che definisce il concetto stesso di supercar e segna un
punto di svolta nella storia delle auto sportive. La differenza più
significativa tra film e realtà riguarda alcuni dettagli drammatici
e personali. La pellicola enfatizza infatti eventi romantici e
conflitti familiari, mentre le fonti storiche non documentano con
precisione certe scene estreme come l’incidente di gara con Ferrari
o la morte della prima moglie in circostanze così tragiche.
La rivalità con Ferrari esiste nella memoria collettiva, alimentata
da aneddoti e racconti, ma non è documentata in modo formale come
una singola gara risolutiva. Quello che è certo è che Lamborghini,
critico verso alcune scelte tecniche delle auto sportive
dell’epoca, aspirava a creare vetture che combinassero potenza e
comfort. Nel confronto finale tra storia vera e interpretazione
cinematografica emerge dunque una scelta narrativa tipica dei
biopic: rispettare la traiettoria generale della vita di Ferruccio
Lamborghini mentre si aggiungono elementi romanzeschi per
intensificare il dramma e il coinvolgimento emotivo.
La fondazione dei trattori, la trasformazione in
produttore di auto sportive e il successo internazionale della
marca sono fedelmente rappresentati, così come l’importanza dei
modelli Lamborghini per l’identità del marchio. Allo stesso tempo,
il film adatta eventi e rapporti personali per costruire una
narrazione più immediata e cinematografica, interpretabile come una
sintesi creativa della vita di un uomo che ha saputo trasformare
una passione in una leggenda dell’automobilismo.
La maledizione della prima
luna segna l’inizio di una delle saghe più
iconiche del cinema contemporaneo, trasformando il mito dei
pirati in un’avventura epica e spettacolare. Il film introduce
l’universo di Pirati
dei Caraibi con un mix di
avventura,
commedia e
fantasy, affidato alla regia dinamica di Gore Verbinski e a
un’ambientazione ricca di dettagli. La storia di Jack
Sparrow e della maledizione dei pirati della nave
Olandese
Volante riesce a catturare immediatamente l’immaginazione del
pubblico, creando un mondo narrativo che avrebbe poi dato vita a
numerosi sequel e spin-off.
Per JohnnyDepp, il film rappresenta uno dei ruoli più
significativi della carriera, quello che lo consacra
definitivamente come protagonista di blockbuster di grande
successo. Il personaggio di Jack Sparrow è costruito su un
equilibrio tra carisma e stravaganza, e permette all’attore di
mostrare una cifra interpretativa unica, lontana dai ruoli più seri
o drammatici del suo percorso. La performance è così distintiva da
diventare immediatamente il fulcro dell’intera saga, e da
trasformare Depp in una vera e propria icona pop, capace di
attirare un pubblico vasto e trasversale.
Il film è dunque
un’avventura fantastica con forti elementi comici e una componente
romantica, che lo rende allo stesso tempo un film d’azione e un
racconto fiabesco per adulti. Il successo al botteghino fu enorme,
con un’accoglienza del pubblico molto positiva e un impatto
culturale immediato, tanto da spingere la Disney a trasformare la
pellicola in una serie di film tra le più redditizie della sua
storia recente. Nel resto dell’articolo verrà proposta una
spiegazione approfondita del finale del film, con un’analisi di
come chiuda il primo capitolo e anticipi gli sviluppi della
saga.
La trama di La maledizione
della prima luna
La storia alla base del film si
svolge intorno al 1728 ed ha per protagonisti il capitano pirata
Jack Sparrow, il fabbro Will
Turner e la splendida figlia del governatore,
Elizabeth Swan, le cui vite si intrecciano nel
villaggio di Port Royal. Will è segretamente
innamorato di Elizabeth la quale, otto anni prima,
lo aveva salvato da morte certa in mare, nascondendo le prove che
potevano farlo riconoscere come un pirata. La ragazza, seppur
costretta a convolare a nozze con il commodoro James
Norrington, prova a sua volta un sentimento molto forte
per il giovane Turner. Il giorno delle nozze,
tuttavia, Elizabeth viene rapita dal pirata Hector
Barbossa e dalla sua ciurma della nave Perla
Nera.
È a quel punto che Will si vedrà
costretto a stringere un’improbabile alleanza Jack Sparrow, l’unico
in grado di poter salvare la ragazza, essendo un esperto
conoscitore dei mari nonché vecchio alleato di Barbossa. Nel corso
della loro ricerca, però, i due scoprono di avere a che fare con
qualcosa che va al di là dell’umana comprensione. Barbossa e la sua
ciurma sono infatti vittima di un’antica maledizione, dalla quale
possono liberarsi solo grazie al sangue dell’erede di noto pirata.
Ha così inizio un viaggio attraverso i mari che porterà Jack, Will
ed Elizabeth a confrontarsi con avventure che non credevano
possibili.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto La maledizione
della prima luna accelera verso una conclusione in cui
ogni filo narrativo converge sull’isola di Isla de Muerta. Jack,
Will ed Elizabeth, ormai separati e in grave difficoltà, si
ritrovano a dover fronteggiare la ciurma della Perla Nera e la
maledizione che la rende immortale ma priva di sensazioni umane.
Quando Barbossa fallisce il rituale con il sangue di Elizabeth,
Will capisce che l’unica via è restituire i medaglioni alla cassa e
versare il sangue dei possessori. Jack, prigioniero sul vascello,
si libera grazie a un piano improvvisato e a una fiducia che pare
contraddire ogni logica.
La
battaglia finale si svolge con ritmo serrato, tra duelli,
tradimenti e un equilibrio instabile tra i pirati e la Marina. Jack
e Will riescono a riportare i medaglioni nella cassa, mentre
Barbossa tenta di mantenere il controllo e completare il rituale.
Nel momento decisivo, Jack uccide Barbossa con un colpo preciso,
interrompendo la maledizione. Con il ritorno della mortalità, la
ciurma della Perla Nera perde la sua invulnerabilità e viene
sopraffatta. Il film si chiude così con Jack salvato da Will e
Elizabeth, ma ancora condannato, e con un colpo di scena che lo
vede sfuggire alla forca e riprendere il comando della sua
nave.
Il finale ribadisce la natura ambigua dei personaggi e la loro
capacità di scegliere tra codici d’onore e interessi personali. La
liberazione della ciurma dalla maledizione è anche una liberazione
dal peso dell’immortalità, ma mostra quanto la sete di potere e la
vendetta possano corrodere l’anima. Will, invece, dimostra che
l’amore può essere più forte di legami sociali e di obblighi
familiari, mentre Elizabeth si afferma come donna determinata,
capace di mettere in discussione la propria posizione e di
scegliere una vita diversa. La risoluzione del conflitto non
elimina però la complessità morale dei protagonisti.
La scelta di Jack di rubare un medaglione e di riprendere la Perla
Nera, oltre a segnare la sua vittoria personale, rende evidente che
la libertà è il vero valore del suo universo. Il finale completa il
tema centrale del film, ovvero l’idea che l’identità non è
determinata dal rango, ma dalla capacità di reinventarsi e di
resistere alle regole imposte. Jack, pur essendo un fuorilegge,
incarna un’idea romantica della pirateria, fatta di indipendenza e
audacia, mentre Will e Elizabeth rappresentano la possibilità di
una vita più ordinaria ma scelta con consapevolezza.
Il film lascia aperte le
porte per i sequel con una chiusura che è al tempo stesso un punto
di arrivo e un nuovo punto di partenza. Jack torna alla sua nave,
ma la sua libertà è una sfida continua, perché la Marina
rappresenta una delle minacce possibili. Come noto, dal secondo
film viene poi introdotto il grande villain della saga: Devy Jones.
Will e Elizabeth, invece, hanno finalmente la possibilità di
costruire il loro futuro, ma la loro storia è appena all’inizio, e
l’ombra del mondo pirata resta sempre presente. La scena finale
suggerisce che l’avventura non è conclusa, ma soltanto sospesa,
pronta a riprendere su nuovi mari.
Gran Torino (leggi
qui la recensione) del 2008 rappresenta un capitolo
particolarmente significativo nella filmografia di Clint
Eastwood, perché lo vede non solo protagonista ma
anche regista e produttore. Dopo aver costruito un’immagine iconica
di uomo duro e solitario nei ruoli western e polizieschi, Eastwood
torna a esplorare la figura dell’anti-eroe in età avanzata,
mettendo al centro una storia di redenzione e confronto
intergenerazionale. Il film si colloca così tra le opere più
personali del regista, caratterizzate da un’attenzione intensa alla
psicologia dei personaggi e a temi sociali complessi.
Sul piano del genere, Gran
Torino si muove tra dramma e
noir contemporaneo, con una forte componente di tensione e un
tono spesso cupo, ma non privo di momenti di ironia amara. La
vicenda, ambientata in un quartiere di Detroit in piena
trasformazione, utilizza il conflitto razziale e culturale come
motore narrativo, ma lo fa attraverso un percorso di umanizzazione
che supera gli stereotipi. Il risultato è un film che, pur restando
radicato in un contesto realistico, assume la forza di una parabola
morale.
Il riscontro di pubblico
conferma il valore del progetto: Gran Torino ottenne un grande successo al
botteghino e un’ampia risonanza critica, soprattutto per la
performance di Eastwood e per la capacità del film di affrontare
temi delicati senza rinunciare a un linguaggio cinematografico
solido e diretto. La pellicola è diventata rapidamente uno dei
titoli più discussi della stagione, specialmente per la sua
controversa conclusione. Nel resto dell’articolo proporremo quindi
un’analisi approfondita del finale, spiegando come si chiude la
storia e quali significati nasconde la scelta conclusiva di
Eastwood.
La trama di Gran
Torino
Protagonista del film è l’anziano
Walt Kowalski, un reduce della guerra di Corea.
Dopo il congedo, per tutta la vita egli ha lavorato come operaio
alla Ford. Andato ora in pensione e rimasto vedovo dopo un lungo
matrimonio, Walt si ritrova ora a vivere un’esistenza semplice e
metodica nel quartiere popolare di Highland Park, nella periferia
di Detroit. È questa una zona ora popolata da numerose famiglie di
immigrati dall’Asia, dove la criminalità giovanile è estremamente
diffusa. Tra i pochi americani rimasti nella zona, Walt vive un
rapporto conflittuale con tali popolazioni, e in particolare con la
famiglia di Hmong sua vicina di casa. L’unica cosa a cui egli
sembra tenere particolarmente è la sua Ford Gran Torino del
1972.
Quando però un giorno Walt si
ritrova ad assistere ai figli dei suoi vicini minacciati da alcuni
malviventi, non può fare a meno di intervenire. Imbracciato il
fucile, egli mette in fuga i criminali, conquistando così la stima
e il rispetto dell’intera comunità. Inizialmente il vecchio sembra
non apprezzare le attenzioni che riceve come ringraziamento, ma in
qualche modo la sua dura corazza si inizia a scalfire. Walt però si
è ora fatto dei pericolosi nemici, che non mancheranno di attendere
il momento giusto per vendicarsi. La vicinanza con il giovane
Thao permetterà però all’anziano di riscoprire il
valore degli affetti, instaurando con il giovane un rapporto
padre-figlio da tempo dimenticato.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto di Gran Torino la tensione accumulata
esplode in una sequenza di scelte definitive. Dopo l’aggressione a
Thao e il ferimento di Sue, Walt decide di prendere in mano la
situazione in modo irrevocabile. Si prepara con cura, si veste in
modo diverso, si taglia i capelli e si confessa al sacerdote, come
se volesse chiudere un capitolo della sua vita prima di compiere
l’atto finale. Quando Thao arriva, Walt lo conduce nel seminterrato
e gli consegna la sua medaglia, spiegandogli di volerlo proteggere
dall’omicidio, prima di rinchiuderlo e uscire verso il covo della
gang.
Walt si presenta davanti ai membri della banda con un atteggiamento
di sfida, consapevole del rischio ma deciso a interrompere il ciclo
di violenza. Con un gesto lento, mette una sigaretta in bocca e
sembra estrarre un’arma, ma in realtà sta mostrando solo un
accendino. La gang reagisce sparando, uccidendolo sul posto. La
scena è rapida e brutale, eppure non si tratta di un suicidio in
senso tecnico, bensì di un sacrificio calcolato: Walt intende farsi
uccidere in modo che la sua morte venga interpretata come un
omicidio e non come un conflitto armato, permettendo così di
assicurare alla giustizia i criminali. Nel finale, la comunità e la
famiglia si riuniscono al funerale, e la lettura del testamento
rivela la sua eredità.
Il finale porta a compimento il tema centrale del film, quello
della redenzione attraverso l’azione. Walt, che per tutta la storia
è apparso come un uomo intollerante e isolato, sceglie di dare un
senso diverso alla propria esistenza con un gesto estremo. La sua
decisione non nasce da un impulso, ma dalla consapevolezza di aver
vissuto una vita segnata dal rimorso e dalla violenza, e di voler
finalmente trasformare la propria rabbia in protezione. La morte
volontaria diventa così un modo per restituire dignità a una
comunità che aveva sempre disprezzato.
Inoltre, il finale conclude il percorso di Walt verso la famiglia
che non aveva mai voluto accettare. La sua scelta di lasciare la
casa e la Gran Torino a Thao è un atto di fiducia e di
riconoscimento, quasi un passaggio di testimone. La richiesta di
non modificare l’auto sottolinea la volontà di preservare un legame
con le radici e con un passato difficile, ma anche di affidare a
Thao la responsabilità di un futuro diverso. La reazione della
famiglia biologica, sorpresa e irritata, evidenzia come Walt abbia
finalmente scelto di schierarsi dalla parte di chi merita rispetto
e non di chi è semplicemente legato a lui da sangue.
Il film lascia una morale
che non è facile né consolatoria, ma estremamente potente.
Gran Torino suggerisce che la redenzione non è un
percorso lineare e che il cambiamento può richiedere un prezzo
altissimo. Walt non trova la pace evitando il conflitto, ma
decidendo di porre fine al male con un atto definitivo, accettando
di essere ricordato come un martire per la comunità che ha imparato
a rispettare. Il messaggio più forte riguarda la possibilità di
superare i pregiudizi attraverso l’incontro con l’altro, e la
consapevolezza che la vera forza non sta nel dominio, ma nella
capacità di proteggere chi è più vulnerabile.
È diventato uno scherzo ricorrente
online che Chris Pratt stia cercando di interpretare ogni
personaggio immaginabile, ma c’è almeno un ruolo che difficilmente
otterrà presto: quello di Batman della DC. La star
della Marvel ha già lavorato con James Gunn in Guardiani della
Galassia e, con le voci che circolano sul possibile
passaggio degli attori dei precedenti progetti di Gunn alla
DCU, il nome di Pratt è venuto fuori
naturalmente. Tuttavia, secondo lo stesso attore, al momento non
c’è nulla in cantiere, il che suggerisce che un passaggio dall’MCU
a Gotham non avverrà a breve.
In un’intervista al podcast
Happy Sad Confused con
Josh Horowitz, Pratt è infatti stato interrogato
sul suo futuro nella DCU, dato che Gunn co-dirige lo studio con
Peter Safran. Secondo Pratt, ci sono state delle
discussioni e lui ha espresso interesse a lavorare di nuovo con
Gunn in un progetto futuro. Ma afferma anche di non avere idea di
quale personaggio DC interpreterebbe se dovesse entrare a far parte
dell’universo cinematografico dei supereroi rivali.
“Sai, ci piacerebbe parlare di
questo e anche di altre cose, ma sì… Ho sempre cercato di mantenere
il mistero perché penso che sarebbe fantastico poterlo fare. Ma se
devo essere sincero, no, non credo. Penso che ci siano alcuni
personaggi che potrei interpretare, e probabilmente lui la pensa
allo stesso modo. Ma, sai, non c’è nulla. Mi piacerebbe essere
misterioso e stuzzicare un po’ la curiosità della gente. Ma in
tutta onestà, non so quale personaggio potrebbe essere. Mi
piacerebbe lavorare di nuovo con lui, però“.
A Pratt è stato poi chiesto se
stesse pensando di interpretare Batman, dato che The Brave and the Bold è
ancora in fase di sviluppo e non è ancora stato scelto il
protagonista. L’attore ha poi a quel punto rivelato di essersi
proposto per il ruolo a Gunn tramite un fotomontaggio di se stesso
con indosso la maschera di Batman. Tuttavia, sulla base della
risposta di Gunn al suo fotomontaggio, è improbabile che l’attore
diventi il nuovo Cavaliere Oscuro della DC. “Ho mandato
una foto di me stesso con la maschera di Batman. È un po’
aggressivo nei confronti di James. L’ho fatto con Photoshop e lui
ha semplicemente detto ‘ha ha’. Si può dire con certezza che non
sarò Batman”.
Chi interpreterà Batman nel DCU?
The Brave and the
Bold è stato annunciato da Gunn quando ha dato la notizia
della fondazione della DC Studios nel 2023.
Inizialmente, doveva far parte del Capitolo 1: Dei e Mostri, incentrato su Bruce
Wayne e suo figlio Damian Wayne. Al momento, nessuno è stato
scritturato per questo film. Per un po’ di tempo, l’unico nome
associato al progetto era quello di Andy
Muschietti, il regista di The
Flash del 2023. Recentemente, però, è stato annunciato che
Christina Hodson è
stata aggiunta come sceneggiatrice. Hodson ha già lavorato con
Muschietti in The Flash e ha anche partecipato a Bird
of Prey e al film Batgirl, poi cancellato.
Diverse persone hanno espresso
interesse a interpretare Batman nella DCU. Una di queste è
Tyler Hoechlin, che ha interpretato Clark Kent in
Superman & Lois. Tra gli
altri ci sono Alan Ritchson di Reacher e
Jensen Ackles di Supernatural. Nel frattempo, Gunn ha
smentito le voci sul casting di Batman sui social media, ricordando
ai fan che solo poche persone sanno cosa sta succedendo dietro le
quinte. The Brave and the Bold è attualmente in
fase di sviluppo e non è stata ancora annunciata una data di
uscita.
È stata rivelata la migliore
immagine finora di Jason Momoa nei panni di Lobo
in Supergirl.
Momoa ha reso noto al mondo il suo sogno di interpretare Lobo anni
fa, quando era ancora Aquaman della DC, e ha continuato ad
alimentare quel desiderio attraverso interviste per anni. Ora, dopo
un breve accenno nel primo trailer, è stato svelato il suo look
completo. Su X, James Gunn ha condiviso un filmato di Momoa
nei panni di Lobo.
Il teaser prende in giro il tempo
che ci è voluto a Momoa per interpretare finalmente Lobo, mostrando
l’attore che festeggia l’impresa nella sua roulotte prima di
passare alle immagini di Lobo in Supergirl. Il
personaggio appare incredibilmente fedele al fumetto, con la stessa
pelle bianca come il gesso, i segni neri sugli occhi, le zanne, la
giacca di pelle, le catene, il sigaro, gli occhi rossi e la
motocicletta.
Il Lobo di Momoa resta però un
mistero per il prossimo film dell’universo DC. Il motivo è che il
personaggio non faceva parte dei fumetti Supergirl: Woman of
Tomorrow, su cui è basato il film. Pertanto, il ruolo del
cacciatore di taglie spaziale nel film potrebbe fare qualsiasi
cosa, da un vero e proprio cattivo a una sorta di antieroe. Non
resta dunque che attendere di poterne sapere di più, in attesa di
vedere il personaggio in tutta la sua gloria una volta che il film
sarà al cinema.
Oltre a Milly Alcock nei panni della
protagonista, Supergirl vedrà
anche la partecipazione di Eve Ridley (Il
problema dei 3 corpi) nel ruolo di Ruthye Mary Knolle e
Matthias Schoenaerts (The Old Guard) nel
ruolo del malvagio Krem delle Colline Gialle. Più recentemente, la
star di Aquaman,Jason Momoa si è unita al cast nel ruolo di
Lobo. Anche Krypto il Supercane dovrebbe avere un ruolo importante
nella storia. Le ultime aggiunte al cast sono state David
Krumholtz ed Emily Beecham nei ruoli dei
genitori di Kara, Zor-El e Alura.
Questa interpretazione di Kara
Zor-El si dice sia una “versione meno seria e più provocatoria
dell’iconica supereroina”, poiché Gunn cerca di allontanarsi
dalle “precedenti rappresentazioni della Ragazza d’Acciaio, in
particolare dalla longeva serie CBS/CW interpretata da Melissa
Benoist”.
Secondo una breve sinossi, questa
storia seguirà Kara mentre “viaggia attraverso la galassia per
festeggiare il suo 21° compleanno con Krypto il Supercane. Lungo la
strada, incontra una giovane donna di nome Ruthye e finisce per
intraprendere una ricerca omicida di vendetta”. L’attrice e
drammaturga Ana Nogueira sta attualmente lavorando
alla sceneggiatura di Supergirl.
La regia verrà firmata da Craig Gillespie.
La Warner Bros. ha annunciato che la nostra nuova Ragazza
d’Acciaio prenderà il volo nelle sale il 26 giugno
2026.
Prime Video ha lanciato oggi il trailer ufficiale
del nuovo film Original italiano girato in inglese Love Me
Love Me, tratto dal primo romanzo fenomeno della
serie di quattro libri “Love Me Love Me” di Stefania S. (oltre 23
milioni di letture sulla piattaforma Wattpad e ora pubblicato da
Sperling & Kupfer). Il young adult romance presenta un cast
internazionale guidato da Mia Jenkins, Pepe Barroso Silva, e Luca
Melucci, affiancati da Andrea Guo, Michelangelo Vizzini, Madior
Fall e Vanessa Donghi.
Love Me Love Me è diretto da Roger
Kumble, scritto da Veronica Galli e Serena Tateo, co-prodotto da
Lotus Production – una società Leone Film Group – e Amazon MGM
Studios, con il supporto di WEBTOON Productions, e sarà disponibile
in esclusiva su Prime Video in tutto il mondo il 13 febbraio
2026.
Dopo la morte di suo fratello, June
si trasferisce a Milano per ricominciare da capo. Nella sua nuova
scuola d’élite internazionale, inizia a frequentare Will, lo
studente modello. Ma il suo fragile equilibrio viene scosso da una
rivalità esplosiva con James, il migliore amico di Will: un ragazzo
carismatico e tormentato che nasconde una vita pericolosa fatta di
combattimenti clandestini di MMA. Il risentimento si trasforma
presto in un’attrazione irresistibile, costringendo June a
scegliere tra la sicurezza e un amore che mette in discussione
tutto ciò che credeva di desiderare.
Il protagonista di Marty
Supreme, Timothée Chalamet, e il regista Josh
Safdie hanno rivelato l’esistenza di un finale alternativo
che raccontava la vita del personaggio principale decenni dopo,
negli anni ’80.
Il film di Safdie vede Chalamet nei
panni di un giovane ambizioso, Marty Mauser, del
Lower East Side di New York, che aspira a diventare una star del
ping pong. Il film, un dramma sportivo, è ambientato negli anni ’50
e, secondo l’attore e il regista, originariamente avrebbe dovuto
concludersi negli anni ’80.
Safdie, che è stato anche il
montatore di Marty
Supreme, ha co-sceneggiato il film con
Ronald Bronstein. In un’intervista a Variety, ha
rivelato che la loro ispirazione è stata un video di una partita di
ping-pong del British Open del 1948. E un giocatore in particolare
ha attirato la sua attenzione. Ha descritto l’uomo come irrequieto
e apparentemente pieno di sé, proprio come il personaggio
principale del film.
“Questo ragazzo nervoso saltava
dappertutto, non riusciva a stare fermo, era arrogante, ma anche
totalmente vanitoso”, ricorda. Era molto simile a Marty.
Il regista ha rivelato che il
motivo originale per cui voleva che ci fosse una scena ambientata
negli anni ’80 era che era diventato “ossessionato” dalla canzone
dei Tears for Fears “Everybody Wants to Rule the World”. Ha detto
di aver suonato la canzone da solo con le riprese, e che gli
sembrava perfetta. Il finale avrebbe dovuto concludersi con Marty a
un concerto che ascoltava quella canzone con la nipote e rifletteva
sul suo passato. Tuttavia, questa conclusione è stata infine
scartata.
È a un concerto dei Tears for Fears
con la nipote, ascolta il testo di “Everybody Wants to Rule the
World” e riflette sulla sua giovinezza.
In un’intervista separata, Timothée Chalamet ha confermato la scena
alternativa a IndieWire. L’attore ha rivelato che la scena
avrebbe dovuto essere trasmessa durante i titoli di coda. Tuttavia,
ha detto che sono finiti di tempo e non ha potuto filmarlo
nonostante abbia impiegato circa sei ore per truccarsi per sembrare
trent’anni più vecchio. L’attore ha osservato che è stato un
peccato che la scena non si sia mai concretizzata, dato che avevano
già tutto pronto.
Era una cosa che sarebbe stata
trasmessa durante i titoli di coda, più che altro un modo per
legare un po’ più chiaramente il tema del futuro di Marty e di cosa
gli sarebbe successo. Onestamente, abbiamo finito il tempo o
qualcosa del genere. Ho fatto un’enorme scena di invecchiamento
protesico di sei ore, come quella che si vede alla fine di
“Oppenheimer”, e non l’abbiamo mai usata. L’hanno
costruita e tutto il resto.
Chris Pratt è apparso nel podcast “Happy Sad Confused” durante il tour promozionale per
Mercy –
Sotto Accusa e ha rivelato di avere un’idea
“fo***tamente fantastica” su come riportare Star Lord nel
Marvel Cinematic Universe. Quale
sia questa idea rimane però ancora un segreto. Come noto, Pratt ha
interpretato Peter Quill/Star-Lord per l’ultima volta nel film
Guardiani della Galassia Vol.
3 del 2023, che prometteva tramite il testo dei titoli di
coda che Star Lord sarebbe tornato.
“Sono felice di fare tutto ciò
che vogliono che faccia e lo farò”, ha detto Pratt riguardo
alla Marvel. “Inoltre, personalmente ho un’idea molto chiara di
ciò che vorrei che facesse. E penso che sia fo***tamente
fantastica”. Alla domanda se avesse già proposto questa idea
al boss della Marvel Studios Kevin Feige, Pratt ha risposto: “Sì.
E penso che, sapete, sono disposto a contribuire in ogni modo
possibile alla creazione dei prossimi 10 anni di storytelling,
capite? E inoltre, ho un’idea piuttosto chiara di come potrei
contribuire a questo”.
Resta da vedere se lo Star Lord di
Pratt apparirà in Avengers:
Doomsday o Avengers: Secret Wars, anche
se non è stato incluso nell’annuncio ufficiale del cast del primo
film Marvel. James Gunn ha diretto Pratt in tutti e tre i
film del franchise, ma da allora è passato a supervisionare la DC
Studios con film come Superman e il suo
prossimo sequel Man of Tomorrow. “In un mondo
ideale, sarebbe James”, ha detto Pratt riguardo a chi
dirigerebbe un nuovo film con Star-Lord. “Ma non credo che ciò
accadrà. Quindi dovrei pensare a chi sarebbe il regista giusto. Ci
sono registi fantastici là fuori”. Non resta allora che
attendere di scoprire dove e come tornerà lo Star Lord di
Chris Pratt.
L’embargo sulle recensioni di
Wonder
Man verrà revocato a breve, ma i Marvel Studios hanno appena
pubblicato uno spot televisivo con le prime lodi di alcuni critici.
Per contestualizzare, queste sono state probabilmente raccolte da
coloro che hanno partecipato al junket del film e hanno visto la
serie prima di coloro che hanno scritto le recensioni dello
show.
Le citazioni utilizzate includono
“diverso da qualsiasi cosa la Marvel abbia fatto prima”,
“incredibile”, “sorprendente”,
“straordinario” e, forse in modo piuttosto
prevedibile, “meraviglioso”. Si dice anche che “Yahya
offre una performance straordinaria” e che “Kingsley è
brillante”. Solo quando le recensioni saranno pubblicate
potremo però avere un quadro più equilibrato dei giudizi, ma
reazioni come queste sono sicuramente di buon auspicio per l’ultima
serie TV dell’MCU.
Ad ogni modo, con queste prime
reazioni la nuova serie della Fase 6 ha ottenuto il suo punteggio
ufficiale su Rotten Tomatoes, attestandosi al 92%. Poiché le
recensioni continuano ad arrivare, il punteggio dei critici su
Rotten Tomatoes è soggetto a modifiche al momento della
pubblicazione di questo articolo e il punteggio del pubblico per la
serie MCU emergerà dopo il suo lancio su Disney+.
Tuttavia, se il punteggio rimarrà
invariato, Wonder Man sarà acclamato dalla
critica come WandaVision
(92%), la stagione 1 di Loki (92%) e Hawkeye
(92%). Ad oggi, lo show MCU con il punteggio più alto rimane
Ms.
Marvel con un quasi perfetto 98%. Non resta a questo punto
che attendere che la serie diventi disponibile per poter avere un
giudizio più certo, ma soprattutto per scoprire cosa accadrà al
protagonista e in che modo si inserirà nel Marvel Cinematic
Universe, anche in vista di future apparizioni.
La trama di Wonder Man
In Wonder
Man, l’aspirante attore hollywoodiano Simon Williams
sta lottando per far decollare la sua carriera. Durante un incontro
casuale con Trevor Slattery, un attore i cui ruoli più importanti
potrebbero essere ormai alle spalle, Simon viene a sapere che il
leggendario regista Von Kovak sta girando il remake del film sui
supereroi “Wonder Man”. Questi due attori, agli antipodi delle loro
carriere, perseguono con tenacia ruoli che potrebbero cambiare la
loro vita.
È stata rivelata la data di uscita
del prossimo film di Jake Gyllenhaal, Road House
2. Nel primo film, Gyllenhaal interpretava Dalton, un ex
lottatore UFC che diventa buttafuori al Road House nelle Florida
Keys. Nel film Prime Video recitano anche Daniela
Melchior, Conor McGregor, Billy
Magnussen, Jessica Williams, B.K.
Cannon, Austin Post e Lukas
Gage. Il produttore Charles Roven ha ora
dichiarato a Collider che Road House
2 “uscirà alla fine di quest’anno o all’inizio del
prossimo. Non è stata ancora fissata una data ed è solo su Prime
Video… Siamo negli ultimi 10 giorni di riprese”.
Il produttore ha aggiunto che
Road House 2 “sarà più emozionante perché si
capirà meglio la storia. Faremo capire al pubblico perché Dalton
era il personaggio che era nel primo Road House. Ora, io non ho
prodotto il primo Road House. L’hanno prodotto altri. Abbiamo un
regista diverso. Abbiamo molti più lottatori famosi di MMA e UFC
nel film, ma c’è anche una storia davvero emozionante che si scopre
man mano che il film va avanti e che il primo film non ha
affrontato“.
In Road House
(leggi
qui la recensione), Dalton affronta incontri terrificanti con
criminali e forze dell’ordine. Usa il suo background UFC per
respingere gli aggressori durante tutto il film, che ha ricevuto un
punteggio del 59% su Rotten Tomatoes. La pellicola si conclude poi
con Dalton che lascia la città dopo aver respinto con successo i
cattivi, anche se potrebbe dover affrontare nuovamente Knox nel
sequel, se la scena a sorpresa a metà dei titoli di coda si
rivelerà profetica.
Il film, diretto da Doug
Liman, è un remake dell’omonimo film del 1989, con
Patrick Swayze, Kelly Lynch,
Sam Elliott e Ben Gazzara. Il
film ha però ricevuto diverse nomination ai Razzie, che premiano i
peggiori film dell’anno. Nonostante queste sfortunate nomination e
un punteggio del 44% su Rotten Tomatoes, nel 2006 è stato
distribuito un sequel direct-to-video, anche se Swayze non è
tornato a interpretare il personaggio di James Dalton. L’attenzione
si è spostata su suo figlio, Shane Tanner, interpretato da
Johnathon Schaech.
Jake Gyllenhaal ha preso il posto di Swayze
nel remake del 2024, con Road House che vede la
partecipazione di diversi lottatori UFC della vita reale, tra cui
McGregor (che ha interpretato il cattivo Knox) e Jay Hieron nel
ruolo di Jax “Jetway” Harris. Anche il presidente dell’UFC
Dana White ha fatto la sua comparsa, così come i
commentatori dell’UFC Bruce Buffer e Jon
Anik. Sulla base dell’ultimo aggiornamento di Rover, il
pubblico dovrebbe aspettarsi che Road House 2,
diretto da lya Naishuller, presenti ancora più
lottatori e personalità dell’UFC e delle MMA.
L’ex wrestler della WWE diventato
attore Dave Bautista è
già stato annunciato come membro del cast insieme a Gyllenhaal
nel sequel. Anche Leila George, Michael
Chandler, Michael “Venom” Page,
Dustin Poirier, Stephen Thompson,
Rico Verhoeven e Tyron Woodle si
sono uniti al cast, con il ritorno anche di Heiron. A pochi giorni
dalla fine delle riprese di Road House 2, nei
prossimi mesi verranno probabilmente rivelati ulteriori dettagli
sulla trama e una data di uscita specifica, così come la data di
uscita ufficiale.
Su Sky Investigation arriva
Sheriff Country, nuovo
poliziesco che esplora temi come identità, colpa, giustizia e
legami affettivi. La serie espande l’universo narrativo della
celebre FIRE COUNTRY e mette al centro della storia lo
sceriffo Mickey Fox, interpretato da Morena Baccarin, star di Gotham ma anche
presente in Homeland e
Deadpool. È stato svelato oggi il trailer della
prima stagione. La prima parte, composta da nove episodi, sarà
disponibile dal 10 febbraio in esclusiva su Sky e in streaming su
NOW, con due episodi a settimana e un finale trasmesso
separatamente. La seconda parte della serie, già confermata per una
seconda stagione, arriverà in autunno.
La trama di Sheriff
Country
Morena Baccarin interpreta
l’integerrima sceriffo Mickey Fox, sorellastra di Sharon
Leone (Diane Farr di Fire Country), capo divisione
dei Cal Fire. Mentre pattuglia le strade della cittadina di
Edgewater, Mickey indaga su attività criminali e deve al contempo
fare i conti con il padre ex detenuto Wes (W. Earl Brown),
coltivatore di marijuana che vive fuori dal sistema, e con un
misterioso incidente che coinvolge Skye (Amanda Arcuri), la figlia
ribelle.
La serie Sheriff
Country, prodotta da Jerry Bruckheimer Television e
CBS Studios, è stata creata da Max Thieriot insieme con Joan Rater
e Tony Phelan. Alla regia ci sono James Strong e Kevin Alejandro.
Fanno parte del cast: Morena Baccarin, W. Earl Brown, Matt Lauria,
Christopher Gorham, Michele Weaver e Amanda Arcuri.
SHERIFF COUNTRY | Dal 10 febbraio in esclusiva su Sky e in
streaming solo su NOW
StarWars: Maul – Shadow
Lord, la nuova serie animata Lucasfilm Animation,
debutterà il 6 aprile su Disney+, con 2 episodi disponibili ogni
settimana. Gli ultimi 2 episodi debutteranno il 4 maggio, in
occasione della festa di Star
Wars per eccellenza, lo Star Wars Day.
Ambientata dopo gli eventi di
Star Wars: The Clone Wars, l’avventura mostra Maul che trama per ricostruire il suo
sindacato criminale su un pianeta fuori dal controllo dell’Impero.
Lì incrocia il cammino di un giovane Padawan Jedi disilluso, che
potrebbe diventare l’apprendista che sta cercando a sostegno della
sua implacabile ricerca di vendetta.
Star Wars: Maul –
Shadow Lord è creata da Dave Filoni
ed è basata su Star Wars e sui personaggi creati
da George Lucas. La serie è sviluppata da Dave Filoni e Matt
Michnovetz. Brad Rau è il supervising director. Dave Filoni, Athena
Yvette Portillo, Matt Michnovetz, Brad Rau, Carrie Beck, e Josh
Rimes sono gli executive producer. Alex Spotswood è il co-executive
producer. Nella versione originale, il cast vocale è composto da
Sam Witwer nel ruolo di Maul, Gideon Adlon in quello di Devon
Izara, il candidato all’Oscar® Wagner Moura nei panni di Brander
Lawson, Richard Ayoade in quelli di Two-Boots, Dennis Haysbert
nelle vesti del Maestro Eeko-Dio-Daki, Chris Diamantopoulos in
quelle di Looti Vario, Charlie Bushnell nel ruolo di Rylee Lawson,
Vanessa Marshall in quello di Rook Kast, David C. Collins nei panni
di Spybot, A.J. LoCascio in quelli di Marrok e Steve Blum in quelli
di Icarus.
Il celebre duo Ryan
Coogler e Michael B. Jordan è comprensibilmente
sbalordito dopo che il loro capolavoro cinematografico ha fatto la
storia. Il 22 gennaio sono state annunciate le
nomination agli Oscar 2026, rivelando che I
Peccatori è stato nominato in 16 categorie, il numero più
alto mai raggiunto da un film riconosciuto dall’Academy. Oltre alla
nomination come miglior film, Coogler è stato nominato come miglior
regista e miglior sceneggiatura originale, mentre Jordan è stato
nominato come attore, insieme ai suoi co-protagonisti Wunmi
Mosaku e Delroy Lindo.
Quando hanno parlato con Variety,
Ryan e la collega produttrice del film, Zinzi
Coogler stavano ancora elaborando la notizia. “Non so
se abbiamo ancora realizzato bene”, ha detto Zinzi.
“Stiamo ancora cercando di riprenderci. È letteralmente come
ogni mattina, è così presto. Ma che onore incredibile”. Il
regista ha poi sottolineato il lavoro di tutto il cast e della
troupe, dicendosi “così felice che tutti siano stati
riconosciuti dai loro colleghi”.
“Sono rimasto molto colpito da
tutto ciò che i miei collaboratori facevano ogni giorno”, ha
detto Coogler. “Ovviamente sono di parte. Penso che le persone
con cui lavoro siano tra le migliori al mondo. Mi sento davvero
fortunato. Perché non sempre va così”. In un certo senso,
tutti i diversi tipi di lavoro che sono stati fatti per I
Peccatori sono stati premiati. Oltre alle nomination di
Coogler e del cast principale, il filmè stato nominato in tutte le
categorie tecniche. È stato anche nominato per la migliore colonna
sonora originale e la migliore canzone originale, quest’ultima è il
brano “I Lied to You”, interpretato da Miles
Caton.
In un’intervista con Deadline,
Michael B. Jordan ha invece condiviso le
sue riflessioni, descrivendo la sensazione “surreale” di far parte
di un film che ora è sicuramente entrato nella storia: “Far
parte di un progetto che entrerà nella storia del cinema insieme ai
film che mi hanno ispirato come artista è davvero una sensazione
surreale, ed è una testimonianza del film, di ogni pezzo del puzzle
che ha contribuito alla sua realizzazione”.
Jordan collabora spesso con
Coogler, avendo recitato nei film del regista Prossima fermata Fruitvale Station, Black Panther, Black Panther: Wakanda Forever e Creed. Anche Wunmi Mosaku ha
reagito, parlando con Deadline, affermando: “Credo che il
momento culturale e l’impatto del film siano enormi. Innanzitutto,
il modo in cui il pubblico ha affollato i cinema è raro al giorno
d’oggi, e le persone non sono andate una o due volte, ma tre,
quattro e dieci volte”.
“Credo che chi conosce il
lavoro di Ryan creda davvero nella sua visione, integrità e cuore.
Lui non fa nulla senza cuore. Anche nel suo lavoro nell’MCU c’è così tanto cuore,
rappresentazione, amore, onestà e verità che non si può fare a meno
di commuoversi”. Mosaku ha anche detto che “questo è
il cast e la troupe a cui lei è stata più vicina in tutta la sua
carriera”, prima di parlare del proprio ruolo. “Non ho mai
pensato alla stagione dei premi quando ho accettato un ruolo. Ma ho
capito dalle persone che ho incontrato in questo viaggio che il
ruolo mi avrebbe cambiata”, ha detto Mosaku. “Volevo
abbracciare tutto ciò che Annie era perché era così
stimolante”.
I
Peccatori ha ottenuto un punteggio del 97% su Rotten
Tomatoes e dell’84% su Metacritic, ed è stato precedentemente
nominato per sette Golden Globe. È considerato un successo
clamoroso al botteghino, in particolare come film horror vietato ai
minori, con un incasso di 368 milioni di dollari in tutto il mondo.
Uno dei suoi due Golden Globe è stato vinto proprio per i risultati
cinematografici e al botteghino.
Sebbene il film abbia battuto il
record degli Oscar, resta da vedere se vincerà il premio come
miglior film alla cerimonia che si terrà il 15 marzo.
Indipendentemente da ciò, i membri del team di I Peccatori
esprimono comprensibilmente la loro felicità per aver fatto parte
di questo film e per averlo visto apprezzato da così tante
persone.
Spider-Man: Brand New Day non solo presenterà una
nuova storia, ma anche un cambiamento nel tono con cui questa
storia viene raccontata. Il regista Destin Daniel
Cretton ha infatti parlato con ComicBook.com della
“gratificante esperienza” di girare il nuovo film,
confermando che ci sarà un “cambiamento di tono” poiché
“questo è un nuovo capitolo della sua vita”.
“Tutti i creativi coinvolti
quando sono entrato a far parte del team volevano fare qualcosa di
diverso. Ovviamente, si tratta sempre dello Spider-Man che tutti
amano, ma questo è un nuovo capitolo della sua vita e quel
cambiamento di tono mi ha davvero entusiasmato. È stata
un’esperienza molto diversa e estremamente
gratificante”, sono le parole del regista.
Il regista Marvel non ha specificato quale
sarà il cambiamento di tono, ma si prevede che il prossimo capitolo
dell’MCU prenderà una piega più realistica. È logico che ci sia una
nuova direzione, dato che Jon Watts ha diretto i
primi tre film sotto l’egida dell’MCU, che in genere mostravano un
Peter Parker giovane ed energico quando era ancora al liceo.
Tuttavia, alla fine di
Spider-Man: No Way Home, Peter è rimasto solo,
sconvolto da ciò che è successo dopo che Doctor Strange ha lanciato
l’incantesimo per salvare la loro dimensione. La conseguenza è che
ora non ha più un’identità, il che significa che i suoi amici e
colleghi non ricordano chi sia. Questo lo lascia senza alcun
sostegno, ma allo stesso tempo azzera la vita di Peter.
La nuova strada scelta da
Spider-Man apre un capitolo potenzialmente più realistico e cupo,
mentre entra nell’età adulta. Presto, il quarto capitolo rivelerà
probabilmente la vita di Peter, compreso il suo trasferimento in
città e il suo continuo lavoro come Spider-Man. I dettagli della
trama rimangono segreti, anche se il trailer dovrebbe uscire a
breve. Inoltre, il tono più cupo non è nulla di insolito per
Cretton.
Il regista è diventato uno dei
cineasti più affidabili dell’MCU, grazie al suo lavoro su Shang-Chi e la leggenda dei dieci anelli. Il
film del 2021 aveva infatti una trama sofisticata sul rapporto
tumultuoso tra Shang-Chi e suo padre. La regia e le interpretazioni
sono state ben accolte dalla critica e dal pubblico, tanto da
essere considerato uno dei migliori film dell’MCU dopo
Avengers: Endgame. La
collaborazione di Cretton con la Marvel Studios si è poi estesa
alla regia dei primi due episodi di Wonder
Man. Ora non resta che scoprire cosa ha realizzato
con Spider-Man: Brand New
Day.
Quello che sappiamo
su Spider-Man: Brand New Day
Ad oggi, una sinossi generica di
Spider-Man: Brand New Day è emersa in rete, anche se
non è chiaro quanto sia accurata.
Dopo gli eventi di Doomsday,
Peter Parker è determinato a condurre una vita normale e a
concentrarsi sul college, allontanandosi dalle sue responsabilità
di Spider-Man. Tuttavia, la pace è di breve durata quando emerge
una nuova minaccia mortale, che mette in pericolo i suoi amici e
costringe Peter a riconsiderare la sua promessa. Con la posta in
gioco più alta che mai, Peter torna a malincuore alla sua identità
di Spider-Man e si ritrova a dover collaborare con un improbabile
alleato per proteggere coloro che ama.
L’improbabile alleato potrebbe
dunque essere il The Punisher di Jon Bernthal –
recentemente annunciato come parte del film – in una situazione
già vista in precedenti film Marvel dove gli eroi si vedono
inizialmente come antagonisti l’uno dell’altro salvo poi allearsi
contro la vera minaccia di turno.
Di certo c’è che il film condivide
il titolo con un’epoca narrativa controversa, che ha visto la
Marvel Comics dare all’arrampicamuri un nuovo
inizio, ponendo però fine al suo matrimonio con Mary Jane Watson e
rendendo di nuovo segreta la sua identità. In quel periodo ha
dovuto affrontare molti nuovi sinistri nemici ed era circondato da
un cast di supporto rinnovato, tra cui un resuscitato Harry
Osborn.
Il film è stato recentemente
posticipato di una settimana dal 24 luglio 2026 al 31 luglio 2026.
Destin Daniel Cretton, regista di Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli, dirigerà il
film da una sceneggiatura di Chris McKenna ed Erik Sommers.
Tom Holland guida un cast che include
anche Zendaya, Jacob Batalon,Mark Ruffalo, Sadie Sink e Liza Colón-Zayas
e Jon Bernthal. Michael Mando è
stato confermato mentre per ora è solo un rumors il coinvolgimento
di
Charlie Cox.
Spider-Man: Brand New
Day uscirà nelle sale il 31 luglio 2026.
Dopo essersi divertito a tornare
nel mondo dei supereroi Marvel quattro anni fa, Sam
Raimi ha ora fornito un aggiornamento definitivo sulle
possibilità che Spider-Man 4 vada
avanti.
Il celebre creatore di La
casa ha diretto in modo memorabile la trilogia di
Spider-Man con Tobey Maguire nei primi anni 2000, ben prima
che l’Uomo Ragno facesse il suo debutto nel Marvel Cinematic
Universe. Raimi aveva in programma un quarto film, che avrebbe
dovuto vedere come antagonisti Avvoltoio e Mysterio, ma a causa di
vari contrattempi creativi e ritardi, ha deciso di abbandonare del
tutto il franchise, che la Sony ha poi rilanciato con
The Amazing Spider-Man di Andrew Garfield.
Sia Raimi che Maguire hanno poi
collaborato nuovamente con la Marvel Studios, il primo per Doctor Strange nel Multiverso della Follia e
il secondo per
Spider-Man: No Way Home, alimentando le speranze che
il loro quarto film scartato potesse vedere la luce. Ora, in
un’intervista con Ash Crossan di ScreenRant per il suo ritorno al
thriller horror con Send
Help, Raimi ha però definitivamente chiuso ogni
possibilità di realizzare Spider-Man 4.
Il regista ha esordito esprimendo
il suo continuo amore per il franchise e per “i produttori che
lo realizzano”, elogiando anche la Marvel Studios per essere
“migliore che mai” dopo la sua esperienza di lavoro al
sequel di Doctor Strange. Tuttavia, ha continuato spiegando che lo
Spider-Man di Maguire e la Mary Jane Watson di Kirsten Dunst “sono andati altrove”,
poiché sia il reboot di Garfield che quello di Tom Holland hanno portato il universo
originale a continuare fuori dallo schermo.
Con il franchise che “segue un
nuovo artista” in Holland e immerge il pubblico “davvero
nella sua storia”, Raimi ha inoltre affermato che non sarebbe
“giusto per me tornare indietro e cercare di resuscitare la mia
versione di questa storia”. Al contrario, il regista ritiene
di “aver dovuto passare il testimone con gioia” e di
essere “onorato di averlo avuto” a un certo punto,
elogiando il personaggio e la sua storia nei fumetti.
“Il grande personaggio di Stan
Lee, per il quale un gruppo di scrittori della Marvel di New York
aveva ideato delle storie, è stato creato da lui, ma così tante
persone hanno contribuito, così tanti artisti, che per un breve
periodo mi è stata affidata la torcia per continuare dopo 40 anni
di fumetti di Spider-Man. E poi, dopo i miei tre film, ho passato
la torcia a qualcun altro. E penso che debbano continuare con la
trama e il pubblico che ora segue il nuovo portatore di
fiaccola“, sono le parole del regista.
Il ritorno di Maguire nei panni di
Peter Parker per
Spider-Man: No Way Home è stata una delle sorprese più
famigerate del 2021, dato che sia il suo ruolo che quello di
Garfield sono stati oggetto di numerose fughe di notizie. Mentre
Maguire aveva preso una pausa dalla recitazione negli anni
precedenti all’uscita del film, e quindi non era così presente
nelle interviste, Garfield ha dovuto mentire in modo memorabile sul
suo ritorno in varie interviste.
Con
Spider-Man: No Way Home che ha stabilito che sia
l’universo di Maguire che quello di Garfield sono ancora attivi, le
speranze per Spider-Man 4 erano vive e vegete.
Mattson Tomlin di The
Batman – Parte II ha fatto una campagna per ottenere
la possibilità di scrivere la sceneggiatura del potenziale quarto
film, mentre Dunst e l’interprete di Sandman Thomas Hayden
Church hanno espresso la loro speranza di tornare.
Maguire, nel frattempo, ha anche condiviso il suo interesse a
continuare a interpretare la sua versione di Spider-Man, con voci
che circolano sul suo possibile ritorno in Avengers:
Secret Wars.
Tuttavia, la cosa più importante
che sembra impedire la realizzazione di Spider-Man
4 con Maguire è proprio Sam Raimi. Negli anni successivi
alla regia di Doctor Strange nel Multiverso della Follia, ha
continuamente espresso il desiderio di lavorare ancora con la
Marvel Studios, ma è anche rimasto cauto sulla realizzazione del
quarto film, precedentemente indicando di non aver avuto colloqui
con loro o con la Columbia Pictures, e l’incertezza che ciò possa
accadere. Al momento, dunque, non sembrano esserci piani
all’orizzonte a riguardo.
Chris Pratt non esclude un ritorno nella saga
di Jurassic World. Tuttavia, spiega che qualsiasi
futura apparizione del suo personaggio dovrà avvenire alle giuste
condizioni. Pratt, che ha interpretato Owen Grady nei tre film di
Jurassic World, ha parlato della cosa al podcast
Happy Sad Confused, spiegando che
la decisione dipenderà soprattutto dalla trama. Ha spiegato che,
pur amando il suo personaggio, il team dietro al film e la nuova
protagonista Scarlett Johansson, se la storia non fosse
abbastanza interessante da rendere giustizia al franchise sui
dinosauri, non sarebbe interessato a tornare.
Il franchise è attualmente in un
periodo di transizione dopo Jurassic World – Il Dominio, che doveva essere
il culmine sia della saga originale di Jurassic
Park che dei film più recenti. Sebbene la Universal abbia
chiarito la sua intenzione di mantenere vivo il marchio dei
dinosauri, lo studio ha anche espresso interesse a far evolvere la
serie piuttosto che limitarsi a ripetere ciò che ha fatto in
passato. Questi cambiamenti potrebbero quindi includere nuovi
protagonisti e nuove linee temporali.
Si vocifera infatti che la
Johansson, dopo aver già recitato da protagonista in Jurassic
World – La rinascita, sarà una figura centrale nella
prossima era del franchise. Il suo potenziale coinvolgimento
segnerebbe un cambiamento significativo, mettendo in primo piano un
nuovo personaggio, ma lasciando comunque spazio ai personaggi
storici per apparire in ruoli secondari o crossover.
Da un punto di vista puramente
commerciale, un film con Pratt e Johansson sarebbe probabilmente un
enorme successo al botteghino. Entrambi gli attori sono star
iconiche affermate che hanno recitato in diversi franchise
importanti con un enorme seguito di fan che potrebbero attirare al
cinema, specialmente quelli che potrebbero non essere stati
interessati a Jurassic World.
Al momento della pubblicazione di
questo articolo, Jurassic World 5 rimane avvolto
nel mistero. Anche se ci saranno altri film in arrivo, la Universal
non ha confermato alcuna informazione ufficiale sul cast o sui
dettagli della trama. Tuttavia, le dichiarazioni di Pratt lasciano
aperta la possibilità che lui possa tornare in qualche modo in
futuro, forse anche prima del previsto.
Con Ben – Rabbia
Animale, Johannes
Roberts dirige un film estremo e
provocatorio, a tutti gli effetti uno dei titoli di genere più
discussi di inizio anno. Il film, prodotto da Paramount
Pictures, ha conquistato un solido
77% su Rotten
Tomatoes, un risultato tutt’altro che scontato per un
horror “invernale”, dato che la stagione d’oro per il genere è
l’estate.
Il film arriverà al cinema in
Italia il 29 gennaio, distribuito da Eagle Pictures. Ma oltre allo
scimpanzé assassino, chi sono i protagonisti che danno vita
all’adrenalinica e sanguinosa storia di Ben – Rabbia
Animale? Scopriamolo insieme:
Troy
Kotsur interpreta Adam
Troy Kotsur è un attore americano
sordo, nato nel 1968. È noto per il film “CODA”, con cui ha vinto
l’Oscar come miglior attore non protagonista. Attivo anche in
teatro e televisione, promuove l’inclusione della comunità sorda
nelle arti performative. È anche performer in lingua dei segni
americana contemporanea oggi.
Jess Alexander
interpreta Hannah
Jess Alexander è un’attrice
britannica attiva nel cinema e nella televisione. Ha costruito la
propria carriera interpretando ruoli secondari e ricorrenti in
produzioni internazionali. Apprezzata per versatilità e presenza
scenica, continua a lavorare tra set cinematografici e serialità
televisiva, consolidando progressivamente il proprio percorso
professionale artistico personale nel tempo recente. La vediamo in
Amadeus, su Sky, e in The Beauty, su Disney+.
Johnny Sequoyah
interpreta Lucy
Johnny Sequoyah è un’attrice
statunitense nata nel 2002. Ha iniziato a lavorare giovanissima nel
cinema e nella televisione, distinguendosi per interpretazioni
intense e mature. Di origini nativo americane, è apprezzata per
sensibilità espressiva e per l’impegno nel rappresentare identità
culturali complesse sullo schermo, con rigore e continuità
professionale artistica contemporanea. Fa parte del cast di
Dexter: New Blood.
Victoria Wyant
interpreta Kate
Victoria Wyant è un’attrice
statunitense attiva tra teatro, televisione e cinema. Ha iniziato
la carriera in giovane età, distinguendosi per solide capacità
interpretative. Apprezzata per disciplina professionale e
versatilità, continua a lavorare in produzioni artistiche
contemporanee, sviluppando con continuità il proprio percorso nel
panorama dello spettacolo americano attuale. L’abbiamo vista in
Fondazione di Apple
Tv.
The Roundup: No Way
Out è il terzo capitolo della trilogia composta anche
da The
Outlaws e The
Roundup. È un film poliziesco con un tocco di commedia
in ogni scena. Vediamo il protagonista, Ma
Seok-do, comportarsi in modo selvaggio. Ma in questo film
lo vediamo anche prendere un sacco di botte. Il film rimane però
anche un
thriller con inseguimenti in cui il cattivo rimane proprio
davanti agli occhi del protagonista. Tuttavia, il protagonista
riesce a capirlo solo alla fine.
Questo terzo capitolo offre anche
una trama migliore rispetto al suo predecessore, anche se non c’è
alcun collegamento tra i due film. Ciò che lo rende interessante è
che la polizia di Geumcheon è sulle tracce di un vero e proprio
criminale e non di un gangster folle. Quindi, non siamo in grado di
anticipare cosa farà il protagonista. Tutto ciò che sappiamo è che
è assetato di denaro e disposto a uccidere per ottenerlo, il che lo
rende molto pericoloso. The Roundup: No Way Out
offre dunque azione adrenalinica e brividi, pur mantenendo uno
sviluppo narrativo costante.
La trama di The Roundup:
No Way Out
Il film segue il detective Ma
Seok-do (Ma Dong-Seok) mentre indaga su un altro
caso di omicidio e droga legato alle gang. Il film inizia con Ma
Seok-do che indaga su un caso di omicidio quando si imbatte in una
nuova droga venduta e acquistata illegalmente. Il capo
dell’organizzazione di trafficanti di droga vuole fare soldi, ma
viene associato a un’organizzazione giapponese che entra nel giro
del traffico illegale. Seok-do è determinato a portare avanti le
indagini per fermare il traffico di droga.
Scopre anche che un agente di
polizia è scomparso mentre stava inseguendo autonomamente i
criminali che trafficavano la droga. Scopriamo che la banda di
trafficanti ha ucciso il poliziotto. Man mano che procede con le
indagini, Seok-do si rende conto che i criminali sono collegati
alla Yakuza giapponese. Nell’ambito delle indagini, Seok-do si reca
in un’altra sezione della stazione di polizia per scoprire se sanno
qualcosa della droga. I poliziotti sembrano un po’ straniti nei
confronti di Seok-do, cercando di intimidirlo.
Un affare di droga va male quando i
colleghi di Seok-do ottengono un indizio su dove potrebbero
trovarsi le droghe e inseguono uno dei membri della Yakuza. Si
recano a casa sua e lo arrestano. Ma mentre si recano alla stazione
di polizia, un’auto li investe, uccidendo quasi il membro della
Yakuza. Quando questi chiede di essere salvato, viene invece
assassinato. Joo Sung-Chul offre a uno dei suoi sottoposti la
possibilità di trafficare droga. Joo Sung-chul è un poliziotto
corrotto che si occupa di traffico di droga. Inoltre, Joo Sung-Chul
ha a che fare con alcuni giapponesi promettendo di consegnare 20 kg
di droga.
Quando arriva il momento di
consegnare la droga, Joo Sung-Chul non può mantenere la sua
promessa perché il suo sottoposto ha deciso di prendere la droga
per proteggersi. Un killer spietato di nome Ricky viene mandato a
recuperare la droga rubata. Seok-do ora deve catturare Sung-Chul e
Ricky. Ricky rintraccia gli altri membri del clan e li uccide.
Incontra il capo della banda e gli chiede la droga, ma lui si
rifiuta di dargli un indizio e Ricky uccide anche lui.
Seok-do escogita un piano per
catturare sia Ricky che Sung-Chul. Chiede aiuto a uno dei suoi
contatti, che in passato era nel giro della droga. Gli chiede di
contattare Sung-Chul, dicendogli che ha la droga. Al telefono,
Sung-Chul si comporta con nonchalance, quindi gli viene inviata
un’immagine con la droga. Dopo aver visto l’immagine, Sung-Chul
chiede al sicario di incontrarlo da solo in un luogo
particolare. Dopo aver perso la droga, Sung-Chul non è riuscito a
consegnarla ai giapponesi e ha finito per ucciderli perché era
sotto pressione.
Quando il teppista arriva sul
posto, vede Ricky al posto di Sung-Chul e decide di scappare, ma
viene fermato e picchiato. Seok-do viene in suo soccorso, ma anche
lui viene picchiato selvaggiamente. Ricky apre la borsa e trova del
sale al posto della droga. Riceve una telefonata da Sung-Chul che
gli dice di aver preso la droga e gli chiede di prendersi cura di
Seok-do. Sung-Chul picchia i colleghi di Seok-do dopo che hanno
preso la droga. Il sottoposto di Ricky gli dice che devono
inseguire Sung-Chul perché probabilmente prenderà la droga e
scapperà.
Ricky decide di portare Seok-do con
sé. Ricky picchia Seok-do, ma riceve una chiamata da Sung-chul.
Seok-do inizia a lottare e dice a Ricky che devono inseguire
Sung-Chul, ma Ricky lascia che siano i suoi scagnozzi a
combatterlo. Seok-do combatte il teppista e lo picchia a sangue.
Ricky se ne assume la responsabilità e combatte Seok-do, ma viene
sconfitto. I poliziotti si affrettano a rintracciare Sung-Chul.
Sung-Chul, vedendo Seok-do, gli chiede se non sia ancora morto. I
due ingaggiano allora una lotta intensa e Sung-Chul viene
sconfitto. Nell’ultima scena del film, vediamo dunque i poliziotti
festeggiare la loro vittoria.
La spiegazione del finale di
The Roundup: No Way Out
Nel
corso di The Roundup: No Way Out emerge con forza
il tema della corruzione, presentata come un fenomeno sistemico che
attraversa tanto il mondo criminale quanto quello delle forze
dell’ordine. Il film mostra poliziotti disposti a chiudere un
occhio sul traffico di droga in cambio di tangenti, mentre la
figura di Sung-Chul incarna una corruzione ancora più profonda:
quella di chi sfrutta il ruolo istituzionale come copertura per
attività illegali. Alla base di tutto c’è una logica di
arricchimento personale che erode ogni principio etico e trasforma
la legge in uno strumento manipolabile.
Strettamente legata alla corruzione è la brama di denaro, che
diventa il vero motore delle azioni dei personaggi. La cupidigia
spinge criminali e poliziotti a tradirsi a vicenda, come dimostra
il voltafaccia di un sottoposto di Sung-Chul, pronto a eliminarlo
pur di impossessarsi della droga e concludere affari più
vantaggiosi. Lo stesso Sung-Chul non è immune da questa spirale:
dopo aver stretto accordi segreti con la Yakuza giapponese per
guadagni milionari, arriva a tentare la fuga finale tradendo Ricky,
nel disperato tentativo di scappare con soldi e stupefacenti.
Il traffico di droga
costituisce lo sfondo costante della narrazione e diventa il
catalizzatore della violenza, rivelando il lato più oscuro della
natura umana. In un contesto in cui le droghe sono difficili da
reperire, ogni carico assume un valore enorme e scatena una guerra
sanguinosa tra gang rivali. Il film restituisce un universo
dominato dall’istinto di sopravvivenza, dove il tradimento è la
norma e la violenza la risposta immediata a qualsiasi conflitto. Il
finale, coerente con questi presupposti, suggella una visione
profondamente pessimista: non c’è spazio per la redenzione o il
dialogo, ma solo per l’autodistruzione generata dall’avidità e
dall’assenza totale di scrupoli morali.
Il regista svedese Daniel
Espinosa porta sullo schermo una storia avvincente nel
thriller d’azione del 2012 Safe House – Nessuno è al
sicuro (leggi
qui la recensione). La trama ruota attorno a Matt Weston
(Ryan Reynolds), un funzionario di
basso livello della CIA bloccato in un incarico di servizio
domestico nella lontana Città del Capo. Tuttavia, si presenta un
caso avvincente che stravolgerà la vita di Matt. Un gruppo di
agenti della CIA consegna un caso complesso alla casa sicura dove
lavora Matt: si tratta di Tobin Frost (Denzel Washington), un agente della CIA
diventato un criminale ricercato.
Inizialmente, Matt crede alla
storia che gli racconta la CIA, ma approfondendo la questione, si
rende conto che Tobin Frost non è la persona che dicono che sia.
Denzel Washington e Ryan Reynolds
si alternano nel ruolo di poliziotti amici. Tuttavia, ci si
potrebbe chiedere se ci sia un fondo di verità in questo dramma dai
toni cospirativi. In tal caso, approfondiamo la questione.
Safe House – Nessuno è al sicuro è una storia
vera?
La risposta più breve è che no,
Safe House – Nessuno è al sicuro non è basato su
una storia vera. Sebbene la dinamica tra il cast conferisca al film
un certo realismo, Tobin Frost, agente della CIA diventato
criminale internazionale, è in realtà un personaggio di fantasia
creato appositamente per il film. Il regista svedese Daniel
Espinosa ha diretto il film da una sceneggiatura scritta
da David Guggenheim. Questi ha scritto la
sceneggiatura mentre svolgeva il suo lavoro quotidiano come
redattore presso “US Weekly”.
La sceneggiatura è stata poi
completata nel 2010 ed è stata inserita nella Blacklist di
quell’anno, una lista delle sceneggiature non realizzate più amate.
Il film, tuttavia, non sarebbe uscito fino al 2012. Ma ne è valsa
la pena, dato che il film è diventato il maggior incasso mai
realizzato da un regista svedese. In essa si possono però
riscontrare alcuni elementi di verità rispetto a luoghi e attività
della CIA. La storia era inizialmente ambientata nelle favelas di
Rio de Janeiro, ma problemi di sicurezza hanno impedito le riprese
in quella location. Si è pensato anche all’Argentina come valida
alternativa, ma alla fine si è deciso di ambientare il film in
Sudafrica.
La regione è stata poi integrata
nella storia e la maggior parte delle riprese è stata effettuata in
location reali e non in studi cinematografici. Questa decisione del
regista e del suo team ha conferito al film un realismo
inconfondibile, mettendo in mostra la vivace cultura della regione.
Tobin Frost crea un diversivo allo stadio di Città del Capo in una
sequenza memorabile e fugge dalla custodia di Matt. Le scene sono
state girate durante una partita di calcio reale tra l’Orlando
Pirates FC e l’Ajax Cape Town. Mentre parla con i poliziotti allo
stadio, Ryan Reynolds usa l’afrikaans, il che aggiunge un ulteriore
tocco di realismo alla storia.
L’afrikaans è una lingua creola che
si è sviluppata sotto il colonialismo nella regione meridionale
dell’Africa. Oggi l’afrikaans è la lingua ufficiale del paese.
Pertanto, far parlare il personaggio di Reynolds in afrikaans
indica la minuziosa attenzione ai dettagli da parte dello
sceneggiatore. Coreografare le scene di combattimento è stato poi
piuttosto impegnativo. Secondo quanto riferito, il regista e il suo
team si sono ispirati alle scene d’azione del thriller d’azione del
2008 Io vi troverò.
Una delle prime sequenze è stata
ispirata anche dal film di John Sturges sulla
Seconda Guerra Mondiale La grande fuga. In una scena, Matt
lancia ripetutamente la palla contro il muro, presumibilmente per
noia, proprio come il personaggio di Hilts (interpretato da
Steve McQueen con la sua caratteristica
disinvoltura) nel film precedente. Oltre al cast principale,
Robert Patrick offre una performance di grande
impatto nel ruolo di Daniel Kiefer.
In omaggio al personaggio
minaccioso (e in qualche modo liquido) di Patrick in Terminator 2 – Il giorno del giudizio, il regista lo
ha fatto uscire dall’ascensore proprio come nel suo iconico ruolo
di T-1000. La scena del waterboarding è un’altra sequenza
memorabile all’inizio del film. Washington non ha usato una
controfigura per queste scene: è stato davvero sottoposto alla
tortura in questione. Tuttavia, è stato immerso sott’acqua solo per
pochi secondi per ogni ripresa, per evitare rischi per la salute.
Anche gli altri protocolli e procedure della CIA mostrati nel film
sono realistici. Quindi, tutto sommato, il film è abbastanza fedele
alla realtà, anche se la sua trama è completamente fittizia.
My Soul to Take, del
2010, rappresenta un capitolo particolare nella filmografia di
Wes Craven, regista celebre per aver rivoluzionato
il cinema horror con titoli iconici come Nightmare – Dal profondo della
notte e la saga di Scream. Dopo aver giocato a
lungo con la meta-narrazione e con l’idea dell’horror
“che sa di horror”, Craven torna qui a un approccio più
tradizionale, ma non per questo meno inquietante: la pellicola
mescola teen horror e slasher, richiamando le atmosfere tipiche
degli anni ’80, con un villain che sembra tornare dal passato per
chiudere un conto rimasto aperto.
Il
film si colloca nel filone del thriller soprannaturale e del
“serial killer” scolastico, ma lo fa inserendo un elemento di
maledizione e reincarnazione che lo rende più vicino a opere come
The Ring o Dark Water per il tono cupo e l’ansia
crescente. Craven utilizza una struttura a “lista” di possibili
vittime e un’ambientazione di provincia che amplifica il senso di
claustrofobia: una comunità apparentemente tranquilla, ma
attraversata da un mistero che risale a un evento tragico del
passato. La sua regia, pur senza sperimentazioni eccessive, punta
tutto sulla tensione e su una costruzione lenta del terrore.
Dal punto di vista del
riscontro, My Soul to Take non è stato tra i
titoli più acclamati del regista: il pubblico e la critica lo hanno
accolto in modo tiepido, con molte recensioni che ne hanno
evidenziato le potenzialità non del tutto sfruttate e una trama a
tratti prevedibile. Tuttavia, il film ha comunque trovato una sua
nicchia tra gli appassionati di horror, soprattutto per l’atmosfera
e per il tentativo di Craven di tornare a un horror più classico,
senza rinunciare a un elemento soprannaturale disturbante. Nel
resto dell’articolo, si offrirà una spiegazione dettagliata del
finale e dei suoi significati, con un’analisi dei temi che Craven
intendeva esplorare.
La trama di My Soul
to Take
Le vicende del film si svolgono
nella cittadina di Riverton, terrorizzata da un assassino
psicopatico. Dopo la presunta morte del serial killer, però, il
clima di tensione non sembra svanire. Nel paese inizia infatti a
circolare una leggenda, secondo la quale il pazzo omicida avrebbe
giurato che sarebbe tornato per uccidere i sette bambini nati a
Riverton la notte della sua scomparsa. Da quel momento, ogni anno,
viene compiuto uno speciale rito che punta ad allontanare il
ritorno del mostro. Il gruppo di sette bambini, ora divenuti
adolescenti, si accinge dunque a compiere tale sortilegio, ma
qualcosa sembra non andare come previsto.
Non passa molto tempo, infatti, che
a Riverton cominciano a sparire misteriosamente alcune persone.
Bug, uno dei sette ragazzi nati la notte della
morte dell’assassino, inizia a soffrire a causa di spaventosi
incubi, in cui sogna atroci uccisioni che sembrano quasi reali.
Egli si convince dunque del ritorno del mostro e sa di dover fare
qualcosa per salvare se stesso e gli altri sei ragazzi da un
destino malvagio. Un atroce dubbio inizia però ad insinuarsi nel
gruppo: l’assassino di Riverton è sopravvissuto quella tragica
notte di sedici anni prima o si è reincarnato in uno dei sette
giovani?
La spiegazione del finale del
film
La
terza parte di My Soul to
Take si apre con Bug che, ormai nel pieno della crisi,
scopre di non essere più solo un ragazzo impaurito ma un
contenitore di voci e memorie che gli appartengono senza
appartenergli. Dopo che i compagni della Riverton 7 vengono
sistematicamente uccisi, Bug e Fang si ritrovano in casa, dove
l’orrore assume un volto concreto. Il Ripper appare improvvisamente
e la tensione cresce fino al punto in cui Bug, in un gesto
istintivo, si rifugia nella sua stanza, trovando Jerome agonizzante
nell’armadio. La morte di Jerome scatena un ultimo scambio di
verità.
In
seguito alla rivelazione, Alex torna in scena e tenta di imporre
una lettura semplice e distruttiva degli eventi, sostenendo che Bug
abbia ereditato il disturbo dissociativo del padre e che dunque sia
lui il colpevole. La svolta arriva quando Bug, grazie alle “anime”
degli amici uccisi che ora convivono in lui, riesce a decifrare la
verità: Alex è l’incarnazione del Ripper, non Bug. Alex confessa la
vendetta e propone un piano crudele, ma Bug lo rifiuta e lo ferisce
mortalmente. La morte di Alex, nella sua forma reale, è un momento
di dolore autentico e di addio tra due amici.
Il finale chiude il racconto con Bug che, pur scagionato, non
riesce a sentirsi “pulito” o libero. Fang, ormai consapevole della
verità, dichiara alla polizia che Bug non ha commesso i delitti, e
la comunità lo acclama come eroe. Tuttavia, il ragazzo non si
riconosce in quell’immagine e comprende che la sua vittoria è una
vittoria a metà: ha sconfitto il Ripper, ma ha accettato che dentro
di sé rimangano i resti delle vittime e delle loro memorie. La
narrazione si chiude con Bug che decide di “recitare” la parte del
salvatore per onorare Alex, pur senza sentirsi tale.
Il finale completa anche il tema centrale del film, ovvero l’idea
che il male non sia una presenza esterna e univoca, ma una frattura
interna che può riprodursi e riciclarsi nelle nuove generazioni. La
rivelazione che Alex sia il Ripper sposta il discorso dal
soprannaturale al patologico, ma non lo elimina: il male è ancora
una forma di possessione, solo che stavolta la “possessione” è un
disturbo psicologico ereditato e amplificato. Bug non è un mostro,
ma resta comunque segnato dal trauma e dalle persone che ha perso,
e la sua “liberazione” è un processo che non si conclude con la
morte dell’antagonista.
Il film lascia così una
morale ambigua e inquietante: la vittoria sul male non garantisce
la pace interiore. Bug viene celebrato come eroe, ma la sua vera
sfida è imparare a convivere con ciò che ha assorbito, senza
permettere alle voci delle vittime di diventare un peso
insopportabile o un’arma contro se stesso. In questo senso,
My Soul to Take
suggerisce che il trauma e la colpa non si eliminano con un
colpevole da abbattere, ma si gestiscono con la consapevolezza e
con la scelta di non trasformarsi nel proprio peggior nemico.
Prime Video ha annunciato
che Elle, l’attesissima serie prequel de
La rivincita delle bionde prodotta da Hello Sunshine e
Amazon MGM Studios, debutterà il 1° luglio in esclusiva su Prime
Video in oltre 240 paesi e territori nel mondo. Prima dell’uscita
della serie, Prime Video ne ha già annunciato il rinnovo per una
seconda stagione.
Nella prima stagione, Elle
seguirà Elle Woods durante gli anni del liceo, alla scoperta delle
esperienze di vita che l’hanno plasmata rendendola l’iconica
giovane donna che abbiamo imparato a conoscere e ad amare nel primo
film de La rivincita delle bionde.
“Venticinque anni dopo che il
mondo l’ha conosciuta per la prima volta, poter condividere la
storia di come Elle Woods è diventata la forza inarrestabile di cui
tutti ci siamo innamorati è un sogno che si avvera”, ha
dichiarato Reese Witherspoon. “Scoprire Lexi Minetree
e vederla vestire i (favolosi) panni di Elle è stata una delle
esperienze più gratificanti della mia carriera. Penso che i temi
della nostra serie, ovvero gentilezza, autenticità e fiducia in sé
stessi, toccheranno profondamente sia i fan dei film originali che
il nuovo pubblico. Lavorare con il nostro incredibile team di Hello
Sunshine, Amazon e i nostri visionari sceneggiatori e registi per
dare vita al percorso di Elle al liceo è stata una gioia immensa.
Non vedo l’ora di condividere la prima stagione con il mondo e
iniziare le riprese della seconda!”
“Elle cattura il cuore, la
fiducia e l’ottimismo che hanno reso Elle Woods un’icona culturale
intramontabile, regalando al pubblico una storia di formazione
fresca e profondamente intima,” ha dichiarato Peter
Friedlander, Global Head of Television di Amazon MGM Studios.
“Ordinare una seconda stagione testimonia la nostra fiducia
nella visione creativa e nell’incredibile team dietro la serie.
Siamo entusiasti che il pubblico possa vivere il viaggio di Elle a
partire dalla prima stagione.”
Creata da Laura Kittrell (High
School, Insecure), Elle è co-diretta da Kittrell e
Caroline Dries, che sono anche executive producer della serie
insieme a Reese Witherspoon, Lauren Neustadter, Marc
Platt e Amanda Brown. Jason Moore (Pitch Perfect) ha
diretto i primi due episodi della prima stagione ed è anche
executive producer.
Il cast della prima stagione
include Lexi Minetree nel ruolo di Elle Woods, June Diane Raphael
nel ruolo di Eva, la madre di Elle, e Tom Everett Scott nel ruolo
di Wyatt, il padre di Elle, insieme a Gabrielle Policano, Jacob
Moskovitz, Chandler Kinney e Zac Looker. Nel cast figurano poi
Jessica Belkin, Logan Shroyer, Amy Pietz, Matt Ober, Chloe Wepper,
David Burtka, Brad Harder, Kayla Maisonet, Lisa Yamada e James Van
Der Beek.
Amazon MGM Studios ha pubblicato il
primo trailer di
Masters of the Universe. L’anteprima ricca
d’azione regala una veste in live action alla serie animata in un
modo che sicuramente entusiasmerà i fan di lunga data, con Eternia
che sembra uscita direttamente dagli anni ’80.
Il punto di discussione più
importante sarà probabilmente l’interpretazione di Skeletor da
parte della star di Morbius, Jared
Leto. L’attore è spesso considerato un veleno al
botteghino dopo una serie di flop degni di nota. Eppure, il suo
volto non si vede da nessuna parte e il cattivo è molto fedele ai
fumetti.
Mentre immaginiamo che Leto sia da
qualche parte lì sotto, questo sembra essere più un ruolo di
doppiaggio che altro per il premio Oscar.
La versione live-action della
classica serie animata vedrà protagonista Nicholas
Galitzine, ma anche la partecipazione di Morena Baccarin nel ruolo della
Strega, e di James Purefoy e Charlotte
Riley nei ruoli dei genitori di Adam, Re Randor e la
Regina Marlena, insieme ad Alison Brie (GLOW, Community)
nel ruolo del braccio destro di Skeletor, Evil-Lyn, Idris Elba (Thor, Luther) in quello di
Man-At-Arms, Camila Mendes in quelli di Teela, e
Jared Leto (Morbius, Blade Runner 2049) in quello di Skeletor
stesso. Nel frattempo, Sam C. Wilson (House of the Dragon) interpreterà Trap
Jaw, con Kojo Attah (The Beekeeper) nei panni di
Tri-Klops e Jon Xue Zhang (Eternals) nei panni di Ram-Man.
Con le sue 16 candidature,
I Peccatori ha superato il precedente record
di 14 nomination, detenuto da Eva contro
Eva, Titanic e
La La
Land. Tutti tranne La La
Land si sono aggiudicati il premio di miglior
film.
È stata rivelata una possibile
anteprima della prima serie di Funko Pop dedicata ad
Avengers:
Doomsday. Tra questi figurano Dottor
Destino, i Fantastici Quattro,
Captain America, Thor,
God Loki, Bucky Barnes,
Yelena Belova e Re M’Baku. Ci
sono anche Magneto, Mystica,
Steve Rogers con il Mjolnir in mano e
Binary. Questi ultimi due sono le rivelazioni più
importanti, poiché sembrano confermare le voci secondo cui l’ex
Capitan America sfoggerà la barba nel film e userà il martello di
Thor.
Per quanto riguarda Maria Rambeau
di Lashana Lynch, ci si aspettava che apparisse in
Avengers: Doomsday dopo che la
scena post-credits di The Marvels ha rivelato
che Binary è un membro degli X-Men. Sua figlia su Earth-616, Monica, è rimasta
bloccata proprio nell’universo degli X-Men l’ultima volta che
l’abbiamo vista, e questo sarà sicuramente un punto importante
della trama di questo film.
Queste figure Funko Pop sono il
tipo di giocattoli generici e privi di grossi spoiler che ci
aspetteremmo di vedere rilasciati come parte di una prima ondata di
merchandising. Ora, dobbiamo sperare che anche la serie relativa
aSpider-Man: Brand New Day
venga divulgata. Naturalmente, alcuni utenti fanno notare che c’è
la possibilità che questa immagine sia generata dall’intelligenza
artificiale.
In genere, con le fughe di notizie
false, le persone cercano di inserire le proprie idee (il che
significa che ci aspetteremmo di vedere qualcosa di irrealistico,
come Spider-Man di Tobey Maguire o un Dottor Destino
senza maschera). Al momento non ci sono conferme che questi Funko
Pop siano ufficiali, per cui come sempre si suggerisce di prendere
ciò che si vede qui con le pinze, per ora.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men dell’era Fox-Marvel.
Marty
Supreme è una satira feroce dello spirito
americano che, tuttavia, non perde mai di vista l’umanità al centro
dei suoi personaggi. Incentrato su un giovane atleta deciso a
diventare la prima star americana del ping-pong,
Marty Supreme racconta i suoi sforzi disperati per
ottenere rispetto e ricchezza ben oltre le proprie possibilità.
Pur essendo ambientato negli anni
Cinquanta, il film con Timothée Chalamet ha un tono
profondamente radicato nella cultura contemporanea, con
un’attenzione particolare alla disponibilità del protagonista a
fare qualsiasi cosa pur di emergere. L’empatia di Marty, però, gli
impedisce di oltrepassare alcune linee morali e mette in evidenza
gli alti e bassi dell’umanità da cui non può sfuggire.
Perché Marty si rifiuta di
truccare la partita finale di ping-pong
Il climax di Marty Supreme
vede il giocatore di ping-pong rifiutarsi di perdere
volontariamente l’ultima partita contro Endo, riaffermando il
proprio orgoglio a costo di rinunciare al successo potenziale. Per
quasi tutta la durata del film, l’aspirante campione è determinato
a costruirsi un futuro e a ottenere la fama che ritiene gli spetti,
indipendentemente dal prezzo da pagare.
Questo lo porta a mentire,
imbrogliare e rubare quando la situazione lo richiede, azioni che
compie senza esitazione. Marty ha un ego enorme e si rifiuta di
fare un passo indietro o di ammettere i propri fallimenti.
Tuttavia, tutto crolla verso la fine del film, quando è costretto a
supplicare Milton Rockwell per ottenere aiuto.
Sebbene si umili per Rockwell
durante una festa e inizialmente accetti di interpretare il ruolo
del perdente in una nuova partita-esibizione contro Endo,
l’orgoglio di Marty lo spinge a sfidare Endo a un’ultima partita.
Nonostante Rockwell lo avverta che verrà lasciato in Giappone se
vincerà, Marty dà il massimo e riesce effettivamente a sconfiggere
Endo.
Questo rivela il cuore del
personaggio di Marty. Nonostante la sua disponibilità a fare di
tutto pur di emergere, il film mostra chiaramente che Marty ha dei
limiti personali che non è disposto a superare. Aggredisce Ira
quando crede che questi abbia picchiato Rachel e sembra dimostrare
un autentico rispetto per Endo come avversario una volta
sconfitto.
Soprattutto, pur essendo disposto a
umiliarsi per ottenere un biglietto per il Giappone, il desiderio
di Marty di essere il migliore gli impedisce di perdere
volontariamente una partita e di trasformarsi in una barzelletta. A
un certo livello, Marty rappresenta lo spirito americano come forza
di sfida, incapace di arrendersi e sempre pronto a dare tutto.
Uno degli snodi narrativi
principali di Marty Supreme è la scoperta che Rachel,
amica d’infanzia e amante di Marty, è incinta. Il film suggerisce
fortemente che Marty sia il padre, arrivando persino a indicare
nella scena iniziale — il loro rapporto sessuale nel negozio di
scarpe dove lui lavora — il momento del concepimento.
Tuttavia, rimane una certa
ambiguità che lascia spazio all’interpretazione. Rachel è sposata
con Ira, rendendo plausibile che il bambino sia stato concepito dal
marito. Inoltre, Rachel si dimostra disonesta tanto quanto Marty,
avendo persino finto un occhio nero per ottenere la sua compassione
dopo essere fuggita da Ira.
Nella scena finale del film, Marty,
tornato in America grazie ad alcuni soldati che hanno assistito
alla sua partita di ping-pong e hanno avuto pietà della sua
situazione, corre in ospedale e vede il bambino. Marty è
sopraffatto dall’emozione, uno dei pochi momenti in cui il
personaggio viene realmente colpito emotivamente da qualcun
altro.
Sebbene la paternità biologica
resti ambigua, dal finale è chiaro che Marty considera il bambino
come suo. È un momento emotivo e volutamente travolgente, che
suggerisce come Marty abbia finalmente trovato qualcosa che vale
più della fama o del denaro. Marty è il padre nel senso che conta
davvero.
Il significato della proclamazione
finale di Milton Rockwell
Milton Rockwell è una delle tante
persone coinvolte negli intrighi di Marty, ma si rivela presto una
delle più difficili da scrollarsi di dosso. Il ricco produttore di
cancelleria è anche l’unico che Marty non riesce a ingannare,
sedurre o evitare completamente, poiché la sua ricchezza gli
conferisce un vantaggio che Marty è costretto ad accettare.
Rockwell è ritratto come un uomo
facoltoso con pochissima pazienza per le bravate di Marty.
Tuttavia, nel finale del film afferma sommessamente di essere un
vampiro. Questa dichiarazione può essere interpretata in diversi
modi, uno dei quali è prenderla alla lettera e immaginare che sia
davvero una presenza soprannaturale responsabile del caos nella
vita di Marty.
Questa, però, è non solo
l’interpretazione meno plausibile, ma anche la meno interessante
dal punto di vista tematico. In molti sensi, Rockwell è un cupo
contraltare di Marty. Entrambi sono newyorkesi fino al midollo, ma
la ricchezza di Rockwell lo separa dalle modeste origini di Marty.
È incline alla menzogna quanto Marty, ma con una crudeltà che va
oltre la semplice spregiudicatezza del protagonista.
Entrambi hanno un ego che finisce
per danneggiare i loro rapporti con gli altri. Tuttavia, mentre
Marty riesce spesso a ingannare chi gli sta intorno (venendo quasi
sempre smascherato), Rockwell trae vantaggio dai suoi affari e
tratta Marty come un giocattolo. Anche il suo matrimonio con Katy è
rappresentato come una relazione fredda, controllante e priva di
passione.
Per Marty e Rockwell, le persone
sono semplici pedine. Ma mentre Marty conserva una certa empatia,
Rockwell ne è completamente privo. È un demone del capitalismo, ed
è questo il senso della sua affermazione. Il tutto prepara anche il
finale, in cui Rockwell fa ripetuti riferimenti a un figlio perso
in guerra, suggerendo che abbia smarrito il cuore che Marty invece
ritrova con la nascita di suo figlio.
Cortesia di IMDb
Perché la relazione tra Marty e
Katy è importante
Uno dei sottotrame più costanti di
Marty Supreme segue la relazione extraconiugale tra Marty
e la moglie di Rockwell, un’attrice ormai in declino. Katy è uno
degli elementi più tragici del film, una donna disperata nel
tentativo di riconquistare la gloria che aveva da star. È per
questo che le lusinghe e la sicurezza di Marty la attraggono, pur
riconoscendone la volgarità.
A un certo livello, Marty e Katy si
comprendono. Entrambi sono disposti a fare qualsiasi cosa pur di
essere visti e valorizzati, anche quando il mondo sembra remare
contro di loro. Per questo Katy prova compassione per il giovane
per tutta la durata del film, arrivando a donargli i gioielli che
crede possano aiutarlo a realizzare i suoi sogni.
Katy è un personaggio malinconico,
una donna delusa dalla propria vita. Vede qualcosa in Marty e
sviluppa gradualmente un affetto che va oltre l’attrazione fisica.
Tutto culmina nel loro abbraccio finale nel parco, una vera
dimostrazione di emozione da parte di entrambi, interrotta dalla
polizia e quasi distruttiva per le loro vite.
Il vero significato di Marty
Supreme
Marty Supreme è, in
definitiva, un film sul sogno americano, rappresentato in tutta la
sua imperfetta grandezza. Marty incarna perfettamente un’ambizione
capace di spingere le persone sull’orlo della rovina. Nel suo
percorso, distrugge più vite, lasciando dietro di sé una scia
autentica di devastazione.
Eppure, non diventa mai del tutto
un villain. La sua determinazione sarebbe ammirevole se non fosse
così spietata, e il suo rifiuto di arrendersi in qualsiasi
situazione sarebbe ispirante se non lo portasse a oltrepassare
gravi limiti etici. È una rappresentazione della hustle culture,
alimentata da una fiducia incrollabile.
È significativo, però, che l’ego di
Marty abbia dei limiti. Protegge Rachel quando crede che sia in
pericolo ed è travolto emotivamente dall’esperienza della
paternità. Il suo orgoglio gli impedisce di fare davvero qualsiasi
cosa pur di emergere: una rivincita personale che non si traduce in
successo concreto né in guadagni economici.
Nel profondo, Marty è ogni
lavoratore precario e disperato sull’orlo di una svolta. Si vende a
ogni occasione e crede sinceramente in ogni promessa che fa.
Marty Supreme parla dell’umanità al centro dell’ambizione
e mostra come questa interagisca con l’empatia, la sfrutti e,
infine, ne venga ridimensionata.
Polvo Seràn – Polvere di stelle, quarto
lungometraggio di Carlos
Marqués-Marcet, affronta uno dei temi più complessi e
divisivi del presente – la morte dignitosa e il suicidio assistito – scegliendo una forma
che, sulla carta, sembra quasi impraticabile: il
musical. Non come
semplice cornice, ma come dispositivo drammaturgico, capace di
tradurre il lutto in gesto, il conflitto in coreografia, la paura
in canto. Si tratta di un film ambizioso, spesso folgorante, e non di rado spigoloso: questo perché Marqués-Marcet non
cerca la conciliazione né la “misura” come valore in sé, preferendo
un’idea di cinema che mette in conto l’attrito e l’eccesso.
Teatro, famiglia, eredità emotive
Claudia (Ángela Molina) è malata in modo
irreversibile e decide di andare in Svizzera per porre fine alla propria vita
attraverso una struttura che accompagna questo tipo di scelta.
Flavio (Alfredo Castro), compagno di una
vita, non si limita a “stare accanto”: decide di seguirla fino in
fondo. Non è un dettaglio, ma il cuore etico e narrativo del film:
qui non si tratta solo di elaborare la morte di chi soffre, bensì
di guardare in faccia la scelta – raramente rappresentata al cinema
con altrettanta radicalità – di chi, pur sano, decide di
morire insieme
all’altro. Un gesto che il film non romanticizza, ma
espone in tutta la sua densità: amore assoluto, impossibilità di
immaginarsi altrove, forse anche paura del dopo.
Marqués-Marcet
ambienta il racconto nel mondo di chi vive di rappresentazione: Claudia e Flavio
gravitano attorno al teatro, e questa dimensione non è un semplice
tratto di colore, ma una chiave di lettura. Il film insiste
sull’idea che i suoi personaggi mettano in scena la vita e, ora,
siano costretti a mettere in scena anche la morte: non per
spettacolarizzarla, quanto per trovare una forma che la renda
dicibile. In questo senso, Polvo Seràn riflette meno
sull’astrazione della “fine” e più sulla concretezza del
morire: il corpo
che cede, la dignità che vacilla, i gesti quotidiani che diventano
irrevocabili.
Il secondo asse, altrettanto importante, è quello familiare.
Attorno alla coppia esiste un sistema di figli, relazioni precedenti, nipoti, un
mosaico affettivo che la decisione dei due mette in tensione. La
parte centrale del film – quella che si misura con il confronto e
con le frizioni – è la più solida: perché sposta il discorso dalla
teoria all’urgenza, dall’idea alla ferita. Marqués-Marcet è lucido
nel mostrare quanto una scelta “intima” possa diventare,
inevitabilmente, un evento collettivo: non c’è sentimentalismo, ma
c’è la consapevolezza che l’amore di due persone può somigliare,
per chi resta, a una forma di strappo.
La danza non è un intermezzo
La decisione di inserire numeri coreografici e momenti musicali è l’azzardo che
rende Polvo Seràn un oggetto anomalo. La colonna sonora di
María Arnal e le
coreografie legate a un immaginario di danza contemporanea funzionano quando non
si limitano a “poeticizzare” il dolore, ma a trasformarlo in
azione: i corpi diventano pensiero, la stanza diventa scena, e
l’emozione – invece di essere spiegata – prende forma nello spazio.
Nei momenti migliori, il film riesce davvero a far convivere due
pulsioni: la precisione del dramma domestico e l’artificio come
lente, non come fuga.
È
anche qui, però, che emergono le sue discontinuità. Non tutti i
passaggi musicali hanno la stessa necessità, e talvolta
l’invenzione formale sembra spingere per affermarsi come “idea” più
che per chiarire i rapporti o far avanzare la materia emotiva. In
quei frangenti, il film rischia di appesantire ciò che altrove sa
rendere tagliente e vivo, e di sostituire alla complessità una
certa enfasi. Ma questa irregolarità è parte del progetto: un’opera
che sceglie l’azzardo non può che esporsi, di tanto in tanto, a un
senso di sproporzione.
Un musical sulla fine, senza rete
A
sostenere il tutto ci sono due interpretazioni decisive.
Ángela Molina è
un ciclone controllato: fragile e insieme ingombrante, capace di
rendere Claudia una figura magnetica, a tratti persino spigolosa,
mai addomesticata per compiacere lo spettatore. Alfredo Castro lavora invece per
sottrazione, con uno sguardo che racconta devozione, ostinazione e
una forma di chiusura che pone domande: è amore puro o rifiuto del
vuoto? È libertà o dipendenza?
Polvo Seràn – Polvere
di stelle è dunque un’opera coraggiosa e non sempre omogenea, ma
spesso potente: un film che può risultare esigente, perché chiede allo spettatore di
accettare l’attrito tra naturalismo e astrazione, tra dramma
familiare e forma musicale. E forse è proprio questo il suo pregio:
trasformare un tema che rischia sempre di ridursi a tesi in
un’esperienza emotiva complessa, fatta di corpi, musica, famiglia e
contraddizioni. Un musical sulla fine che, paradossalmente, parla
soprattutto di ciò che resta: il legame, l’eredità, e la domanda – insolubile –
su cosa significhi davvero scegliere.