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Deadpool 3: ecco secondo il regista chi vincerebbe nello scontro tra Deadpool e Wolverine

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Anche se sembra che nel film faranno squadra, le prime foto dal set di Deadpool 3 ci hanno confermato che il mercenario chiacchierone interpretato da Ryan Reynolds e  il Wolverine di Hugh Jackman verranno alle mani, affrontandosi in uno scontro senza esclusione di colpi. Ora, il regista Shawn Levy potrebbe aver dato un’idea di come andrà a finire questa battaglia. Interrogato sul questo attesissimo scontro durante un’intervista con Sirius XM il regista, pur evitando di rivelare troppo, ha indicato che il vecchio Wade Wilson potrebbe non uscire vincitore dallo scontro.

Il regista ha sottolineato che sia Reynolds che Jackman sono completamente altruisti quando si tratta di come vengono rappresentati i loro personaggi, aggiungendo che “entrambi i ragazzi cercano sempre di far sì che sia l’altro a vincere. Ryan è straordinario nel volere che Deadpool perda e la verità è che Deadpool è fantastico ma è profondamente… imperfetto. Mentre Wolverine, beh, è Wolverine”. Naturalmente le parole del regista non forniscono un vero e proprio chiarimento sull’esito della battaglia, che molto probabilmente ad ogni modo non farà che portare i due ad unire le proprie forze.

Deadpool 3: quello che sappiamo sul film

Sebbene i dettagli ufficiali della storia di Deadpool 3, con protagonista Ryan Reynolds, non siano infatti ancora stati rivelati, si presume che la trama riguarderà il Multiverso. Il modo più semplice per i Marvel Studios di unire la serie di film di Deadpool – l’unica parte del franchise degli X-Men sopravvissuta all’acquisizione della Fox da parte della Disney – è stabilire che i film di Reynolds si siano svolti in un universo diverso. Ciò preserva i film degli X-Men della Fox nel loro universo, consentendo al contempo a Deadpool e Wolverine, di nuovo interpretato da Hugh Jackman, viaggiare nell’universo principale dell’MCU.

Nel film saranno poi presenti anche personaggi presenti nei primi due film di Deadpool, come Colossus e Testata Mutante Negasonica. Da tempo, però, si vocifera che anche altri X-Men possano fare la loro comparsa nel film, come anche alcuni altri supereroi della Marvel comparsi sul grande schermo nei primi anni Duemila, in particolare il Daredevil di Ben Affleck. L’attrice Jennifer Garner sarà presente nel film con il ruolo di Elektra, che riprende dunque a quasi vent’anni di distanza dal film a lei dedicato.

In attesa di ulteriori conferme, sappiamo che Shawn Levy dirigerà Deadpool 3, mentre Rhett Reese e Paul Wernick, che hanno già firmato i primi due film sul Mercenario Chiacchierone, scriveranno la sceneggiatura basandosi sui fumetti creati da Rob Liefeld, confermandosi nella squadra creativa del progetto. Il presidente dei Marvel StudiosKevin Feige, aveva precedentemente assicurato ai fan che rimarrà un film con rating R, proprio come i primi due film, il che lo renderebbe il primo film dello studio con tale classificazione matura.

Killers of the Flower Moon: Scorsese spiega perché ha cambiato il più grande mistero del libro

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Il regista Martin Scorsese spiega perché nell’affrontare il mistero alla basa di Killers of the Flower Moon si è allontanato dal libro, il quale consente invece ai lettori di indagare sull’orribile mistero giungendo infine allo svelamento dell’identità dei responsabili. Con il film di Scorsese, invece, gli spettatori scoprono sin dall’inizio chi è il colpevole, quindi sostanzialmente non c’è alcun aspetto giallo su cui lavorare. La scelta è ovviamente intenzionale ed è motivata dal fatto che Scorsese crede che il mistero più grande non sia chi ha compiuto i crimini, ma perché.

Nel corso di un’intervista con IndieWire, il regista ha infatti dichiarato che: “cosa c’è in noi che ci spinge a farlo? Qual è il difetto nella nostra natura umana che ci fa approfittare degli altri, che ci fa credere superiori? Essendo anch’io uno di loro, europeo americano, vengo da un clima meridionale, la Sicilia, un po’ diverso dai climi settentrionali dell’Europa e della Scandinavia. Così tante persone sono arrivate come immigrati, come coloni. E c’era un’etica secondo cui semini e raccogli. Lavori e poi Dio ti benedice con le ricompense. Semplicemente, però, non sembrava giusto, dal punto di vista di quel gruppo di persone provenienti dall’Europa“.

Perché queste persone [gli Osage] che non lavorano, dovrebbero essere improvvisamente benedette da tutta questa ricchezza, perché viene dalla terra? Prima di tutto, non sono cristiani. Non sanno nulla su come maneggiare il denaro, cosa sia il denaro”, spiega Scorsese cercando di mettersi nei panni di quei coloni. Il regista ha dunque ritenuto più interessante porsi dal punto di vista di questi personaggi, cercando di indagarne la natura. Allo stesso tempo, Scorsese non ha né potuto né voluto ignorare l’amore esistente tra i due protagonisti, considerandolo il vero cuore del racconto.

Killers of the Flower Moon, tutto quello che c’è da sapere sul film

Martin Scorsese ha diretto e scritto la sceneggiatura con Eric Roth, co-sceneggiatore di Dune e A Star is BornLeonardo DiCaprio interpreta Ernest Burkhart, il nipote di un potente allevatore locale interpretato da Robert De Niro, mentre Lily Gladstone interpreta la moglie Osage Mollie e Jesse Plemons è Tom White, l’agente dell’FBI incaricato di indagare sugli omicidi. Il cast include anche Brendan Fraser e John Lithgow.

Killers of the Flower Moon riunisce ancora una volta Martin Scorsese con i collaboratori di lunga data Leonardo DiCaprio e Robert De Niro. Insieme a loro ci sono l’attore premio Oscar Brendan Fraser, Jesse Plemons, Lily Gladstone, Tantoo Cardinal, Jason Isbell, Sturgill Simpson, Louis Cancelmi, William Belleau, Tatanka Means, Michael Abbott Jr., Pat Healy, Scott Shepherd e molti altri. Il film è una produzione di Apple Studios, Imperative Entertainment e Appian Way Productions, con Dan Friedkin e Bradley Thomas come produttori.

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James Bond, il futuro della saga non è ancora stato pianificato: “c’è ancora molta strada da fare”

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La ricerca di un nuovo interprete per il ruolo di James Bond è sempre uno dei processi di casting più attentamente esaminati a Hollywood. Ma mentre il team del casting ha rilasciato alcune informazioni sull’età e sui prerequisiti di nazionalità del prossimo attore, sembra che il sostituto di Daniel Craig per tale personaggio non verrà annunciato in tempi brevi. In una nuova intervista con The Guardian, Barbara Broccoli, produttrice di lunga data del franchise di Bond, ha spiegato che non ha ancora iniziato a pianificare la prossima iterazione della serie.

“Daniel [Craig] ci ha dato la possibilità di scavare nella vita emotiva del personaggio e anche il mondo era pronto per questo“, ha detto Broccoli. “Penso che questi film riflettano il momento in cui si trovano, e c’è una grande, grande strada da percorrere per reinventare la saga con il prossimo capitolo e non abbiamo nemmeno ancora iniziato”. Pur comprendendo che la prossima era del franchise dovrà riflettere un mondo che è cambiato molto da quando Craig è stato introdotto nel 2006, Broccoli ha poi citato la storia della serie come prova della capacità di adattamento di James Bond.

Torno a ‘GoldenEye’ quando tutti dicevano. “La guerra fredda è finita, il muro è finito, Bond è morto, non c’è bisogno di Bond, il mondo intero è in pace e ora non ci sono più cattivi“, ha detto Broccoli. “E ragazzi, quella convinzione era così sbagliata!”. La produttrice ha poi però chiarito che il futuro di Bond rimane legato al grande schermo: “realizziamo i film di James Bond per il grande schermo cinematografico. Tutto ciò che riguarda i film di Bond deve essere visto dal pubblico di tutto il mondo in quel formato, quindi non vogliamo spostarci in televisione.

Tuttavia, Broccoli ha anticipato che potrebbero esserci ulteriori espansioni del franchise all’orizzonte. Ha infatti spiegato di essere aperta a riavviare il franchise per i mercati internazionali e a realizzare spin-off che cambino l’etnia dell’iconica spia. “Non siamo ancora arrivati a quel punto, ma mi piacerebbe vedere le varie versioni del personaggio in tutto il mondo, dall’Africa, all’India e all’Asia“, ha detto. Che un prossimo James Bond ci sarà, è certo. Non resta però che attendere maggiori informazioni, che però non sembrano essere attualmente in vista.

Holiday: recensione del film di Edoardo Gabbriellini – #RoFF18

Holiday: recensione del film di Edoardo Gabbriellini – #RoFF18

Il genere del legal drama circoscrive la sua narrazione agli eventi che si svolgono dentro e fuori il tribunale giudiziario. Può cambiare il punto di vista, ce ne possono essere molteplici, ma nel complesso la storia segue una traiettoria molto specifica, che si conclude alla fine con lo svelamento della verità e l’assolvenza – o meno – dell’imputato in questione. In Holiday Edoardo Gabbriellini decide di fare un lavoro al contrario e di concederci uno sguardo – molto lungo – a quel che accade dopo. Protagonista di un racconto tanto ambiguo quanto pieno di zone d’ombra è Veronica, interpretata da un’esordine ed efficace Margherita Corradi. Il film è in Concorso alla 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Progressive Cinema, sceneggiato da Gabbriellini insieme a Carlo Salsa e Michele Pallagrini, e prodotto da Olivia Musini con Lorenzo Mieli e Luca Guadagnino.

Holiday, la trama

Dopo due anni di carcere, Veronica (Margherita Corradi), dichiarata non colpevole di aver ucciso la madre nella Spa del loro hotel, torna a casa dal padre. Ad accoglierla c’è subito l’amica Giada (Giorgia Frank), pronta a farle recuperare tutto il tempo perduto. Ma tornare alla realtà – e soprattutto alla libertà – non è per niente facile. In primis perché la gente di lei non parla bene, molti la credono ancora colpevole, altri la denigrando su Instagram facendo persino commenti a sfondo pornografico. Mentre cerca di barcamenarsi in questa serie di situazioni spiacevoli e sciacchiare play a una vita che aveva dovuto mettere in pausa, lo spettatore cercherà di capire attraverso sguardi sul passato cosa è davvero successo prima dell’omicidio, e soprattutto cosa è stato detto durante il processo. Tutti, però, dal padre alla migliore amica potrebbero avere un movente. Quindi perché hanno accusato solo Veronica di aver ucciso la madre? Quando si inizierà a formulare un pensiero sulla protagonista, ecco che il film cambierà di nuovo strada, fino all’ambiguo finale.

Holiday Margherita Corradi Giorgia Frank

Uno stile destabilizzante

Holiday è una storia indecifrabile. Come lo è la sua protagonista, Veronica, di cui non riusciamo a trarre alcun tipo di giudizio che sia valido o fondato su prove concrete. Gabbriellini modella un film difficile da analizzare, complesso da leggere e decifrare. Intanto perché lo arricchisce di flashback (non proprio esaustivi), i quali non diventano altro che uno stile narrativo per raccontarci da più prospettive una vicenda che, fino alla fine, non riuscirà mai ad essere limpida e chiara. Sono tre i piani temporali da seguire: il primo è quello del presente, nel quale il regista butta in pasto ai leoni (utenti social, giornalisti, occhi giudicanti dei passanti) una ragazza appena stata scarcerata, che deve affrontare una realtà nella quale nessuno, sostanzialmente, le crede.

Ci sono poi i ricordi suoi e dell’amica Giada, la quale sia prima che dopo l’omicidio della madre di Veronica le è sempre stata accanto, ma che non si riesce a comprendere in che posizione si trovi rispetto la questione dell’assassinio. E infine c’è la ricostruzione del processo, in cui i testimoni vengono torturati psicologicamente dall’accusa. Sono tutti elementi che si mischiano, a volte si accavallano, tanto che bisogna compiere uno sforzo in più per capire meglio in quale spazio-tempo ci si trovi. Ad accorrere in aiuto potrebbe essere, fra le cose più evidenti, l’uso dei colori, che diventa più caldo o più freddo (ma di poco) a seconda del periodo trattato. Il passaggio da uno spezzone all’altro è un po’ confusionario, e la destabilizzazione che se ne ricava impedisce di entrare a pieno nel tono misterioso dell’opera, che rimane nel suo insieme, volontariamente, fredda e distaccata. Quasi come se l’intento del suo regista fosse quello di farcela guardare in un modo che ci impedisca di giudicare la protagonista.

Chi è Veronica?

Una protagonista della quale alla fine non si scoprirà poi molto. Né di lei né dell’azione commessa – se l’ha davvero commessa. Gabbriellini, poi, attraverso lei, ci introduce sin da subito a delle tematiche molto sentite non solo dai giovani ma da tutte le generazioni. Una fra queste è l’influenza che hanno i social sulla nostra vita, strumenti che permettono a chiunque di aprire bocca anche su cose di cui non conoscono neppure gli antefatti. C’è anche la difficoltà, ad oggi, di essere giovani, ma anche di essere adulti, causata in primis da una società e un sistema a loro volta ambigui e iniqui. C’è poi la denuncia all’adesione di alcuni canoni di bellezza assurdi, rappresentata in questo particolare caso dalla madre di Veronica, Elisabetta, sempre pronta a rammentarle di dimagrire, disprezzandone persino a gran voce il suo corpo.

Temi molto delicati e dolenti, che per quanto siano importanti in una storia che tratta di giovani – e che forse è per i giovani – non riescono a rimanere punti fermi del film, il quale nonostante voglia sollevare alcune riflessioni in merito a essi, si impegna di più a costruire un percorso che, man mano che va avanti, diventa sempre più strano, contorto, incomprensibile. È che quindi, paradossalmente, diventa la parte che più coinvolge. Perché Holiday è un noir atipico, che lascia al pubblico il piacere dell’interpretazione muovendo i personaggi solo come delle pedine, senza dargli un vero approfondimento psicologico, con lo scopo di confondere e depistarli. Chi è il colpevole, in conclusione? Quello in cui crediamo cambia continuamente. Una volta che gli dà tutti gli strumenti per pensarci, seminandoli nella storia, Holiday finisce. Ora siamo noi, con le nostre nuove idee (sbagliate o giusto che siano) a deciderlo.

Nuovo Olimpo: recensione del film di Ferzan Ozpetek – #RoFF18

Nuovo Olimpo: recensione del film di Ferzan Ozpetek – #RoFF18

“Così il tempo e lo spazio non ci separano.”Nuovo Olimpo.

È un cinema che sa di casa, di famiglia, quello di Ferzan Ozpetek. È un cinema di sguardi, di intese, sentimenti catartici, conflitti relazionali, passioni. Di carezze e di lacrime. Soprattutto è un cinema in cui la collettività, l’appartenenza a una comunità, la bellezza della convivalità e la condivisione hanno sempre avuto il posto in prima fila nella platea delle tematiche principali del suo autore. Ne costituiscono la cifra stilistica e contenutistica, un’impronta netta che in ogni suo lavoro mai si sbiadisce, e che pone al centro l’amore. L’amore declinato in tutte le sue forme, sfaccettature e contraddizioni.

Una forza potente, a volte devastratrice, altre salvifica, di cui Ozpetek ne maneggia il senso più puro e profondo decantandola sullo schermo quasi come una poesia. Non è da meno la sua ultima opera, Nuovo Olimpo, che pur rinunciando ad alcune cifre dominanti presenti in gran parte della sua filmografia, torna – dopo La Dea Fortuna – per parlarci di un amore che resiste al tempo e allo spazio, alla vita che scorre e alle sue incrinature. Il regista tesse le fila di un racconto un po’ diverso dai suoi predecessori, e lo fa ispirandosi a una storia vera che proprio a lui accadde nella Roma del 1979. Nuovo Olimpo, presentato alla 18 esima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Grand Public, debutterà suNetflix il 1 novembre.

Nuovo Olimpo, la trama

È un colpo di fulmine quello che hanno Pietro (Andrea Di Luigi) ed Enea (Damiano Gavino) quando nel 1979 si incontrano sul set di un film a Roma. Si scambiano un intenso sguardo, poi il secondo, preso dal suo lavoro, lo distoglie, rompendo la magia. Ma il destino ha in serbo per loro qualcosa di speciale, e li fa presto rivedere al cinema Nuovo Olimpo, dove Pietro entra per la prima volta per guardare vecchi film in bianco e nero, ritrovandosi dopo poco in un bagno con Enea a scambiarsi appassionanti effusioni. Pietro però all’inizio è incerto sul da farsi, e a condurlo nel gioco della seduzione è proprio Enea, che avvia una storia d’amore destinata a infiammarsi. Giri in vespa, balli in terrazza, baci e risate: i due giovani ragazzi si innamorano nell’arco di pochi giorni, fino a quando Pietro non chiede a Enea un appuntamento ufficiale.

Loro due in una trattoria romana, a bere e mangiare, per poter fare una cosa semplice, che però vale più di mille parole: guardarsi. L’appuntamento è preso, ma Pietro non si presenterà mai poiché coinvolto in una manifestazione nella quale si romperà un braccio. Passano gli anni, loro crescono e vanno avanti, pur comunque continuando a pensarsi. Enea diventa un regista, Pietro un medico. Uno convive, l’altro è sposato. Sono distanti anni luce l’uno dall’altro, ma non con il cuore. Eppure sembra che la vita non voglia proprio farli rivedere. Ma come canta Antonello Venditti… “certi amori non finiscono, fanno giri immensi e poi ritornano.”

Nuovo Olimpo Damiano Gavino Andrea di Luigi

Enea e Pietro: cosa ci resta di loro?

Vuole saggiare nuove modalità di narrare e dare forma al racconto, Ozpetek, con Nuovo Olimpo. E decide di farlo addentrandosi nei territori del tempo, che qui è inesorabile. Lo divide, lo frammenta, tenta di analizzarne le conseguenze derivanti dagli anni che passano. A scandirlo è un ritmo lento, che fa quasi da contraltare all’amore fulmineo di Enea e Pietro, innamoratisi già dal primo sguardo scambiatosi su un set dove il primo fa il volontario. Ozpetek sa di essere uscito dalla sua comfort zone scegliendo questa specifica operazione strutturale. Non c’è più, infatti, la compattezza temporale dei suoi precedenti film, e questo si percepisce da una poca solidità narrativa degli archi temporali che racconta, ben quattro anni diversi che si distanziano di parecchio l’uno dall’altro, piccole parentesi di una storia che nel doversi fare più intensa nel suo progredire, come ci si aspettava, risulta rimanere sempre in superficie, sia nei sentimenti che nelle azioni, un po’ tremolante nell’andare fino in fondo.

Il regista turco sembra aver annaspato e faticato non poco mentre cercava di gestire le linee narrative, evolutive ed emozionali dei suoi protagonisti nelle varie fasi della loro vita, in particolare nel passaggio da giovani ad adulti. E questo, a prodotto ultimato, è andato a scaricare la tensione emotiva e amorosa della coppia dopo una prima parte molto convincente, la quale fa parte dell’anno più costruito e sviluppato rispetto agli altri (ossia il ’79). Un peccato, visto l’interessante impiattamento della narrazione, che però essendo così poco approfondita fa essere Enea e Pietro meno coinvolgenti e convincenti rispetto ad altri personaggi portati sullo schermo da Ozpetek, pur essendo nel loro complesso piacevoli.

Nuovo Olimpo Ferzan Ozpetek

Un’ode al cinema

I difetti, dunque, non mancano in Nuovo Olimpo. Ma qualcosa da apprezzare ce l’abbiamo comunque. Sì, perché Ozpetek ci regala una bella lettera d’amore al cinema, che si lega a doppio giro con il concetto di memoria. Pietro ed Enea si incontrano su un set, poi al cinema – il Nuovo Olimpo del titolo – e quando si separano, quest’ultimo, diventato regista, fa della loro storia d’amore un film. Imprime i suoi ricordi sulla pellicola, li traspone e imprigiona sulle immagini per non lasciarli morire. Trasforma i suoi sentimenti in sequenze concrete, affinché né questi né la sua relazione possano essere dimenticati. Ma anzi, fa in modo che vivano in eterno, nel bagliore di una sala che scalderà e al tempo stesso lenirà il suo cuore sofferente. E in fondo, vuole dirci Ozpetek nel sottotesto, non è questa la funzione del cinema? Essere un forziere di memorie e passioni, farle diventare immortali, pronte a riaffiorare e ardere ogni qual volta se ne sente il bisogno. Perché il cinema ha la capacità di continuare a farti sentire una presenza anche là dove c’è assenza; di darti calma e bellezza anche quando attorno c’è scompiglio; di riavvolgere i momenti e farli ripartire come se stessero accadendo di nuovo, anche se poi ai titoli di coda ci si volta e quello che si ha visto sullo schermo non lo si trova più accanto.

Il cinema è un amico che ci tiene compagnia e ci rassicura, ci spinge a credere nell’impossibile e ci aiuta a superare le difficoltà. Ed è anche un luogo, inteso come dimensione concreta, dove tutto è concesso e nessuno ti giudica. Nel trasmetterci queste emozioni rivolte alla Settima Arte Nuovo Olimpo funziona e arriva dritto al cuore del pubblico, assumendo le vesti di una storia a tratti metacinematografica, nella quale intercettiamo in Enea l’alter ego del regista. Una nota, possiamo dire, molto positiva rispetto ai problemi di sceneggiatura riscontrati nella pellicola. Ozpetek alla fine saluta il suo pubblico con una sequenza che tocca le corde dell’animo e solleva un po’ le sorti del film: la voce melodica di Mina – presenza costante – abbraccia e accarezza i protagonisti in un tempo indefinito prima che le luci si spengano. Il regalo che ci fa il regista è lasciarci immaginare, con un “what if”, quale potrebbe essere secondo noi il futuro dei protagonisti. Facendoci capire quanto siamo, anche noi, parte di questo meraviglioso e ipnotico mondo chiamato cinema.

Blaga’s Lessons: recensione del film di Stephan Komandarev – #RoFF18

Stephan Komandarev con il suo Blaga’s Lessons porta nella sezione Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma uno sguardo sul mondo degli anziani, tenuti spesso ai margini delle odierne società, come tutti coloro che non producono ricchezza, o si ammalano e vengono visti esclusivamente come un problema.

La trama di Blaga’s Lessons

Blaga, Eli Skorcheva, è una settantenne bulgara, ex insegnante, che ha appena perso il marito. Ha messo da parte tutti i suoi risparmi per acquistare la tomba del coniuge, che poi diventerà anche la sua. Proprio quando sta per acquistarla, viene truffata e derubata di tutto il denaro, che teneva nascosto in casa. Determinata a non rinunciare al suo progetto, deve inventarsi qualcosa. Non bastano infatti, ad acquistare la tomba, i soldi che l’anziana guadagna con le lezioni private di bulgaro che impartisce, né quelli della magra pensione. Blaga escogiterà uno stratagemma che le farà fare ciò che mai aveva pensato, fino a cambiare radicalmente il primo modo di rapportarsi al mondo.

Blaga’s Lessons spinge a interrogarsi

Blaga’s Lessons mette sul piatto molte questioni di carattere sociologico, ma anche legate al modello economico capitalistico, alla base della società occidentale. Un modello che mette al centro il profitto, a qualsiasi costo, e che tende a monetizzare tutto, anche gli affetti. Fino a dove ci si può spingere per ottenere ciò che si è convinti di meritare? Fino a quale livello di spregiudicatezza e assenza di scrupoli arriva ciascuno per avere il proprio tornaconto? Che società è quella in cui gli anziani sono marginalizzati e considerati come un peso dai propri figli? O alla stregua di polli da spennare, da parte di persone più o meno disoneste nei rispettivi contesti? Quanta frustrazione e rancore possono covare per questo?

Blaga's Lessons Eli Skorcheva
Eli Skorcheva in Blaga’s Lessons

La protagonista di Blaga’s Lessons

A queste domande il regista Stephan Komandarev, candidato all’ Oscar nel 2008, risponde con la lunga ed estenuante peregrinazione, a piedi e in macchina, di giorno e di notte, della sua protagonista, interpretata da Eli Skorcheva, che percorre la strada disturbante e financo deprimente, che la porta sempre più giù, nell’ abisso dell’ abiezione umana. Il film è tutto incentrato su di lei, che compare quasi sempre da sola, nella propria casa o in strada, in sequenze ricorsive, sempre simili a sé stesse. Il regista punta tutto sulla figura di questa donna minuta e dall’ aspetto dimesso, in contrasto con quello che sarà nel corso del film il suo agire, e su un’atmosfera inquietante, di suspense, che percorre il lavoro.

Nonostante la bravura della protagonista, che tiene letteralmente da sola sulle spalle il film, è però davvero difficile mantenere viva l’attenzione dello spettatore per quasi due ore, solo attraverso il suo pedinamento. Gli sguardi, il volto provato della donna comunicano molto a chi osserva, un ambiente sempre grigio è consono alla vicenda, ma ci si aspetta qualcosa di più. Qualcosa che non arriva, per tutta la durata del film.

Un racconto duro e minimalista

Blaga’s Lessons rimane un racconto duro e minimalista – forse troppo, e come tale, di non facile fruizione – sui mali del nostro tempo e le distorsioni cui la società ci ha purtroppo abituato. Quello di Blaga potrebbe essere uno dei tanti casi di cronaca, ormai sempre più assurdi, che riempiono le pagine dei quotidiani.

Zucchero Sugar Fornaciari: recensione del film documentario sul cantante – #RoFF18

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La carriera di Zucchero Sugar Fornaciari – pseudonimo di Adelmo Fornaciari – ha fatto da spartiacque tra la musica italiana: c’è solo un dopo Zucchero ed è impossibile stabilirne un prima. Una carriera caratterizzata dall’umiltà e dell’incertezza di non essere mai abbastanza e che viene celebrata nel film documentario – diretto da Valentina Zanella e Giangiacomo De Stefano – attraverso le sue parole e quelle di colleghi e amici come Bono, Sting, Brian May, Paul Young, Andrea Bocelli, Salmo, Francesco Guccini, Francesco De Gregori, Roberto Baggio, Jack Savoretti, Don Was, Randy Jackson e Corrado Rustici.

Un viaggio dell’anima che, grazie a immagini provenienti dagli archivi privati di Zucchero e dal “World Wild Tour”, il suo ultimo e trionfale tour mondiale, va oltre il ritratto di un musicista di successo arrivando fin dentro i dubbi e le fragilità dell’uomo. Zucchero Sugar Fornaciari sarà al cinema il 23, 24 e 25 distribuito da Adler Entertainment.

Zucchero Sugar Fornaciari, la trama

La vita di Zucchero raccontata nel documentario prende vita in modo non lineare, come se fosse un concertino jazz, di quelli che ascolti per strada. Ti lasci trasportare dal ritmo, anche se ogni strumento suona una melodia diversa dall’altra. Il cantante di Roncocesi ha fatto della musica la sua vita e la stessa musica lo ha salvato, come dice lui “prendendomi per i capelli”. La lotta per uscire dalla depressione, il divorzio e tour mondiali sold-out in tutto il mondo tra capitali europee, Nord America, Stati Uniti e anche l’Oceania.

È proprio un viaggio a 360° nella sua musica, nei suoi ricordi, nelle sue influenze musicali visto non solo con gli occhi di Zucchero stesso ma di tutte le persone che ha toccato. Da Bono, con il quale ha scritto diversi pezzi, ad Andrea Bocelli che afferma come la sua carriera sia iniziata grazie a lui. Una vita dedicata alla musica e con la musica, ed è quello che ha voluto dare del suo World Wild Tour 2022-2023 riuscendo a girare per il mondo espandendo così il suo successo.

Zucchero Sugar Fornaciari film recensione
Ph: Matteo Girola

La “voce della tribolazione” come la chiama De Gregori, amico che ha collaborato a Diamante – pezzo dedicato alla nonna che portava questo nome. Sì perché Zucchero è cresciuto in mezzo alla fattoria dei nonni e soprattutto con la nonna passava molto tempo. La vanga, le radici e un cappello e ci troviamo nella Roncocesi degli anni ’50, una città che non è una metropoli e vive solo di quello che ha. Ma Roncocesi per un bambino nato in quegli anni ha tutto ciò che si desidera e se quel bambino è il futuro Zucchero Fornaciari l’essenziale è un organo nella chiesa di fronte casa.

Tra l’Emilia e il West

Tra l’Emilia e il West cantava Guccini che usa queste parole per descrivere i viaggi musicali, spirituali e fisici di Zucchero all’interno del film documentario. L’aria di Roncocesi così triste e malinconica lo porteranno in seguito a ricercare questo stesso blues altrove, in America dove si radicata la sua anima capace di mettere insieme l’energia afroamericana e la liricità italiana. Un artista a tutto tondo che cade, e fa fatica ad alzarsi perché come dice Salmo: “Questo è il peso del successo”.

La depressione durata dall’89 al ’95 e che coincide banalmente anche con il periodo di massimo splendore dell’artista che in quegli anni accompagnava Eric Clapton ai concerti. Zucchero racconta dei suoi attacchi di panico e della sua vita nella sua Lunisiana Soul, il luogo che lo ha salvato. Un’oasi in mezzo al nulla, nella cornice naturalistica della Toscana incontaminata. Lì si trova Zucchero Sugar Fornaciari e se tendete l’orecchio al vostro passaggio potrete sentire una chitarra strimpellata.

Rocky V: trama, cast e il finale alternativo del film

Rocky V: trama, cast e il finale alternativo del film

Il film del 1976 Rocky è una delle più celebri pellicole della storia del cinema, un classico intramontabile del genere sportivo capace di vincere l’Oscar come miglior film e lanciare la carriera del suo attore e sceneggiatore Sylvester Stallone. Il successo fu tale che i produttori decisero poi di dar vita ad un sequel nel 1979, Rocky II, il quale fu poi seguito nel 1982 da Rocky III. La saga sembrava concludersi così, ma solo tre anni dopo è arrivato Rocky IV, ancora scritto, diretto ed interpretato da Stallone, seguito poi nel 1990 da Rocky V, diretto però da John G. Avildsen, regista del primo film.

Alla sceneggiatura vi è invece ancora una volta Stallone, che come per i precedenti anche in questo quinto ha inserito alcuni elementi autobiografici. In Rocky III e Rocky IV, il protagonista era imbattibile, incredibilmente famoso e popolare, il che coincideva con l’apice della popolarità di Stallone. Questa era però scemata dopo il quarto film e nello scrivere la sceneggiatura di questo quinto capitolo, l’attore ha deciso di tenere in considerazione l’idea di come un uomo possa avere tutto, solo per poi perderlo all’improvviso. Paradossalmente, il quinto capitolo è stato anche l’unico flop economico della saga.

Negli anni, tuttavia, Rocky V è stato parzialmente rivalutato dai fan, che vi riconoscono il portare ad un nuova fase l’arco narrativo del protagonista. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative ad esso. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama e al cast di attori. Si riporta inoltre quello che doveva essere il finale originale, prima che Stallone decidesse di cambiarlo. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

Rock V finale
Sylvester Stallone e Tommy Morrison Rocky V

La trama di Rocky V

Dopo il match contro Ivan Drago, Rocky Balboa rientra da vincitore negli Stati Uniti. Per via dei gravi traumi cerebrali rimediati durante l’incontro, però, annuncia il suo addio definitivo al pugilato. Nonostante questo annuncio, viene sfidato da un ricco manager, George Washington Duke, a combattere contro il suo campione Union Cane, ma Rocky, fedele a quanto dichiarato, non accetta. Purtroppo il pugile scopre di essere finito sul lastrico a causa una serie di investimenti sbagliati, effettuati da suo cognato Paulie. Rocky vorrebbe quindi accettare la sfida per guadagnare qualche soldo, ma i medici gli comunicano che il ritorno sul ring potrebbe costargli la vita.

Per cercare di non far mancare niente alla moglie Adriana e al figlio Robert inizia allora ad allenare il giovane Tommy Gun, che subito si rivela essere molto in gamba. Il successo di Tommy non passa inosservato e attira l’attenzione di Duke, che lo convince a combattere contro Cane: il ragazzo accetta, malgrado Rocky sia contrario. La sera dell’incontro, un vittorioso Tommy non cita però Rocky nei ringraziamenti, ma anzi lo sfida sul ring. Rocky rifiuta ancora una volta ma quando il ragazzo colpisce Paulie in viso, fa cambiare idea all’ex pugile, deciso a rivendicare il suo onore.

Rocky V Sylvester Stallone Sage Stallone
Sylvester Stallone e Sage Stallone in Rocky V

Il cast di Rocky V: da Sylvester Stallone a Sage Stallone

Ad interpretare Rocky Balboa, naturalmente, c’è ancora una volta Sylvester Stallone, mentre l’attrice Talia Shire riprende il ruolo di Adriana. All’epoca l’attrice era impegnata anche nelle riprese di Il Padrino – Parte III, dove interpretava Connie Corleone, e si trovò a doversi dividere tra i due set. Nel ruolo di Robert, il figlio di Rocky, vi è invece Sage Stallone, il primogenito di Sylvester poi tristemente scomparso nel 2012 all’età di 36 anni. L’attore Burt Young, invece, riprende il ruolo di Paulie Pennino, mentre Tony Burton ritorna nel ruolo di Tony “Duke” Evers, amico di Rocky ed ex allenatore e manager di Apollo Creed.

L’attore Richard Gant interpreta George Washington Duke, un personaggio esplicitamente ispirato al dirigente sportivo Don King, noto per aver organizzato innumerevoli incontri storici di pugilato, ma anche per essere stato il manager di leggende come Muhammad Ali, George Foreman e Mike Tyson. Michael Anthony Williams e Tommy Morrison sono invece gli interpreti di Union Cane e Tommy Gun, erano pugili nella vita reale. Circa un mese dopo l’uscita del film, i due avrebbero dovuto combattere in un vero match pubblicizzato come “The Real Cane vs. Gunn Match“. L’evento venne però annullato per via di un infortunio di Williams.

Rocky V: il finale del film

Originariamente, Sylvester Stallone considerò l’idea di uccidere Rocky alla fine del film. Il piano era che Rocky, dopo il match, morisse in ambulanza mentre si recava all’ospedale con Adriana al suo fianco. La moglie avrebbe allora annunciato al mondo la sua scomparsa e il film si sarebbe concluso con un flashback finale della famosa scena del primo film di Rocky che corre su per i gradini. Alla fine, tuttavia, Stallone abbandonò quest’idea e riscrisse il finale così come è oggi presente nel film. Qualora avesse proceduto con l’uccidere Rocky, ciò avrebbe reso impossibile ulteriori racconti a lui dedicati, come invece avvenuto poi con Rocky Balboa e Creed.

Il trailer di Rocky V e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di Rocky V grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili Cinema, Apple TV e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di sabato 21 ottobre alle ore 21:25 sul canale Rete 4.

Fonte: IMDb

Assassinio sull’Orient Express: tutte le curiosità sul film

Assassinio sull’Orient Express: tutte le curiosità sul film

Con i suoi racconti gialli la scrittrice Agatha Christie ha fornito un illimitato patrimonio narrativo anche al cinema, che negli anni ha adattato e trasformato le sue storie per dar vita a film sempre diversi. Il regista Kenneth Branagh si è di recente tuffato proprio nel mondo della Christie, riportando sullo schermo un personaggio iconico e amato come Hercule Poirot. Nel 2017 questo è infatti stato protagonista di Assassinio sull’Orient Express (qui la recensione), adattamento di uno dei più celebri romanzi della Christie, da lei scritto nel 1934. Si tratta di un puro giallo, con un omicidio, dei sospettati e degli indizi con cui arrivare al colpevole.

Assassinio sull’Orient Express era già stato portato sul grande schermo nel 1974, per la regia dell’acclamato Sydney Lumet. Un film ancora oggi ritenuto di estremo valore, dal quale Branagh ha naturalmente cercato di prendere le distanze per costruire la sua versione del racconto. Il regista, anche interprete del film, ha infatti preferito dar vita ad un film molto più cupo rispetto a quello di Lumet, concentrandosi su sentimenti come il dolore e la perdita, facendo di questi il filo conduttore e l’elemento portante dell’intera narrazione. Apprezzato dalla critica, il film si è poi affermato come un grandissimo successo con un incasso di oltre 350 milioni di dollari in tutto il mondo.

Sull’onda di questo rinnovato interesse per i casi di Poirot, Branagh ha poi portato al cinema nel 2022 il sequel Assassinio sul Nilo. In attesa di vedere questo, una prima o nuova visione di Assassinio sull’Orient Express sarà certamente utile per conoscere meglio il protagonista. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alle differenze con il libro. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La trama di Assassinio sull’Orient Express e il cast del film

Ambientato nel 1934, il film ha per protagonista Hercule Poirot, detective tanto infallibile quanto ossessionato dall’equilibrio e dall’ordine. Per lui, che ha appena risolto un’esimo caso, si prospetta ora un periodo di pausa dal lavoro. Per tornare a Londra, egli si concede dunque il lusso di viaggiare sul celebre Orient Express. Durante il viaggio, però, si consuma un atroce omicidio nei confronti del misterioso Ratchett. Per Poirot, l’assassino non ha però ancora avuto modo di lasciare il treno e si nasconde tra i dodici passeggeri a bordo. Scoprire chi ha compiuto l’atto e perché diventa dunque quantomai essenziale per la sicurezza di tutti.

Come anticipato, ad interpretare il detective Hercule Poirot vi è lo stesso Branagh, il quale per dar vita al personaggio si è concentrato molto sui celebri baffi descritti dalla Christie. Poiché nel libro questi vengono menzionati numerose volte, Branagh ha ideato dei baffi particolarmente vistosi e volutamente esagerati. Accanto a lui, nel ruolo del misterioso Ratchett vi è l’attore Johnny Depp, mentre il suo maggiordomo è interpretato da Derek Giacobi. Nei panni della vedova di alta classe Caroline Hubbard vi è l’attrice Michelle Pfeiffer, la quale ha raccontato che pur non conoscendo bene il romanzo ha adorato tanto la storia quanto il suo personaggio.

Penelope Cruz interpreta la missionaria spagnola Pilar Estravados, mentre Willem Dafoe è il riservato professore austriaco Gerhard Hardman. La premio Oscar Judi Dench interpreta l’anziana principessa russa Natalia Dragomiroff, mentre Olivia Colman è la sua fedele cameriera. Josh Gad interpreta invece Hector McQueen, l’assistente personale di Ratchett. Gli attori Lucy Boynton e Sergei Polunin sono i coniugi Andrenyi, mentre Tom Bateman è l’ufficiale di bordo del treno. Completano poi il cast gli attori Leslie Odom Jr., nei panni del gentilumo di colore Arbuthnot, e Daisy Ridley in quelli di mary Debenham, giovane istruttrice.

Assassinio sull'Orient Express libro

Assassinio sull’Orient Express: le differenze con il libro

Nel portare al cinema il romanzo della Christie, Branagh non si è allontanato dalla trama di questo e anzi ha cercato di rimanere fedele in quanti più dettagli possibile. Vi sono però state alcune modifiche resesi necessarie, che non hanno però alterato la natura del racconto. Innanzitutto, Branagh ha come già detto deciso di accentuare la forma dei baffi di Poirot, facendogli assumere nel film una forma a manubrio, differente di quella descritta dalla Christie. Piccole variazioni si ritrovano poi anche nelle backstory dei protagonisti. La missionaria Pilar, ad esempio, passa dall’essere una svedese nel libro ad una donna spagnola nel film, mentre il maggiordomo di Ratchett è molto più anziano di quanto descritto nel romanzo.

Differenti inoltre sono le modalità con cui Ratchett cerca di convincere Poirot a vegliare su di lui. Se nel film egli tenta di guadagnare la fiducia del detective con dolci e chiacchiere, nel libro utilizza invece dei metodi molto più bruschi, che rivelano la sua vera natura. Particolarmente diversa è anche la rappresentazione dei motivi per cui il treno rimane bloccato in mezzo alla neve. Nel romanzo il tutto avviene maggiormente sullo sfondo, mentre nel film l’impatto con una valanga è un evento particolarmente significativo. Ciò che certamente differisce di più tra film e libro è però il finale. Branagh ha infatti scelto di ambientare la risoluzione del caso esternamente al treno, dando luogo ad uno svelamento del colpevole che porta Poirot a compiere un significativo cambiamento etico e personale.

Assassinio sull’Orient Express: i sequel, il trailer e dove vederlo in streaming e in TV

Dato il successo del film, nel 2022 viene rilasciato Assassinio sul Nilo, adattamento del romanzo del 1937 Poirot sul Nilo, con il protagonista che si trova a dover risolvere un delitto passionale particolarmente complesso mentre attraversa il Nilo su un battello. Nel 2023 viene invece distribuito un terzo film, sempre diretto da Branagh, dedicato al personaggio. Si tratta di Assassinio a Venezia, adattamento del romanzo del 1969 Poirot e la strage degli innocenti (Hallowe’en party). Un racconto, questo, che presenta elementi fantastici e toni vicini a quelli di un film horror. Anche questo terzo capitolo ottiene un discreto successo, con Branagh che si è poi detto interessato a realizzare ulteriori film su Poirot.

È possibile fruire di Assassinio sull’Orient Express grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rakuten TV, Chili Cinema, Google Play, Apple iTunes, Disney+, Amazon Prime Video e Tim Vision. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di sabato 21 ottobre alle ore 21:45 sul canale Rai 3.

Fonte: IMDb

Un amor: recensione del film di Isabel Coixet – #RoFF18

Un amor: recensione del film di Isabel Coixet – #RoFF18

Un amor, titolo dato al nuovo film della spagnola Isabel Coixet, potrebbe a primo impatto portarci fuori binario. La storia, in Concorso alla 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma nella sezione Progressive Cinema, prima di essere un racconto d’amore non ordinario, come si potrebbe pensare dalle immagini ufficiali o dalla sua breve sinossi, è un inno al raggiungimento della libertà interiore (e sociale), quella ottenuta in seguito a una forte resistenza ma anche resilienza. La regista, le cui donne che si devono confrontare con i problemi della vita sono colonna portante della sua filmografia, per il suo nuovo lavoro affida a Natalie, protagonista di Un amor, il compito di parlarci di quanto questo possa essere complicato e distruttivo se non decidiamo di agire – e reagire – agli eventi che ci sovrastano.

A fare da sfondo a un racconto in cui è ancora una volta l’empowerment femminile a dominare, una campagna rurale spagnola dominata da misoginia, pregiudizi e a volte chiusura mentale. Sono proprio questi, però, che a forza di dare a Natalie tutti i giorni uno schiaffo in faccia non proprio piacevole, le daranno la giusta carica per ribellarsi e poter, alla fine, farsi valere. Un amor è tratto dall’omonimo romanzo best seller di Sara Mesa, e ha come interpreti principali Laia Costa nel ruolo di Natalie e Hovik Keuchkerian in quello di Andreas.

La trama di Un amor

Natalie (Laia Costa) faceva la traduttrice simultanea per i rifugiati, prima di decidere di trasferirsi a La Escapa, un paese rurale della Spagna. Il dolore provocato dal suo precedente lavoro era diventato insostenibile per lei, tanto da provocarle incubi. Ma la scelta di andare ad abitare in una remota campagna si rivela non essere quella adatta. Sin dal suo arrivo, la donna si trova a dover affrontare una serie di situazioni spiacevoli, prima fra queste una casa che sta crollando a pezzi, fatiscente, ma il cui burbero proprietario non vuole riparare. Anzi, la tratta con disprezzo, le inveisce contro senza il minimo scrupolo. Anche il vicinato non è molto trasparente: c’è chi è sospettoso, c’è chi invece mostra bontà ma non riesce a nascondere una fin troppo palese malizia.

Per Natalie le cose peggiorano quando l’abitazione in cui vive inizia ad avere problemi di infiltrazioni, fino a quando a causa delle piogge non si allaga tutta, costringendola a mettere dei secchi per arginare il problema. Una sera arriva alla sua porta Andreas (Hovik Keuchkerian), un uomo la cui età potrebbe essere superiore alla quarantina, e il cui aspetto fisico non è proprio dei migliori e affascinanti. Egli si offre di darle una mano in cambio di qualcosa di molto specifico: entrare in lei. Dopo un primo rifiuto, la donna capirà di non avere alternative e alla fine accetterà. Da quel momento instaurerà con lui una relazione quasi ossessiva, oltre che malsana. Questo, però, la porterà paradossalmente a una rinascita.

Un amor Laia Costa e Hovik Keuchkerian

Una protagonista inaspettata

Isabel Coixet per il suo Un amor decide di utilizzare il 4:3; una scelta che se all’inizio è quasi incomprensibile, soprattutto per i panorami rurali e montuosi filmati il cui skyline perde di maestosità a causa del formato, comprendiamo solo in seguito essere lo strumento adatto per poterci restituire i sentimenti – e la condizione – di Natalie. Grazie infatti a queste inquadrature ristrette, il campo si concentra tutto sulla protagonista. La macchina da presa aderisce a lei, e in quello spazio chiuso – dove non riusciamo a vedere molto altro – possiamo percepire la sofferenza di una donna che si sente stretta in una morsa dalla quale non riesce a liberarsi. Ha cambiato vita per allontanarsi da un lavoro che le provocava incubi per quanto emotivamente stancante, ma il suo trasferimento si è trasformato in un altro brutto sogno in cui il proprietario di casa è un maschilista arrogante, gli uomini quasi tutti maliziosi e i vicini di casa sospettosi e analizzatori. In un ambiente per certi versi così ostile e ambiguo, Natalie trova riparo in una relazione amorosa (o dovremmo dire sessuale) con Andreas, ma nella quale niente è sano se non il suo bisogno di stare bene.

Crede di aver trovato qualcuno con cui vivere la sua vita solitaria, che però a stento conversa con lei. L’amore, dunque, diventa solo pretesto per farle risolvere i suoi dubbi esistenziali. È l’escamotage narrativo perfetto, non il viaggio. È l’inizio, non la fine. Tanto che questo singolare legame – in cui c’è comunque una necessità da parte della regista di sovvertire gli stereotipi di età – nasce verso il secondo atto e si consuma anche molto brevemente. Quello che resta, che impregna e bagna ogni sequenza, la ravviva e la colora, è solo Natalie, che da tutte queste esperienze e vicissitudini rinasce, nelle ultime battute, come una fenice dalle proprie ceneri. Il finale di Un amor è fra gli inserti più belli e puri; è catartico, potremmo dire quasi sublime: è equilibrato ma impattante, semplice ma significativo. Di cui difficilmente potremo dimenticarci. E applausi a Laia Costa.

Killers of the Flower Moon: recensione del film di Martin Scorsese – Cannes 76

Presentato fuori concorso al Festival di Cannes, l’attesissimo Killers of the Flower Moon è il nuovo film di Martin Scorsese che arriverà nei cinema italiani il prossimo autunno, prima di approdare su Apple TV+. Il regista ne ha anche curato la sceneggiatura insieme a Eric Roth, basata sull’omonimo libro del 2017 di David Grann. La trama è incentrata su una serie di omicidi avvenuti in Oklahoma ai danni Nazione Osage durante gli anni Venti, commessi dopo che è stato scoperto il petrolio nella loro tribù. Il film è interpretato da Leonardo DiCaprio, qui anche nelle vesti di produttore esecutivo, insieme a Robert De Niro, Lily Gladstone, Jesse Plemons, Brendan Fraser e John Lithgow. Si tratta della settima collaborazione tra Scorsese e DiCaprio e dell’undicesima tra Scorsese e De Niro.

Killers of the flower moon, dal libro al film

Basato sul best-seller di David Grann del 2017 Killers of the Flower Moon: The Osage Murders and the Birth of the FBI, il film targato Apple Studios racconta la storia di come una serie di omicidi di nativi americani della nazione Osage – per le riserve di petrolio sulla terra degli Osage – sia coincisa con la nascita dell’FBI. In questo caso, è Jesse Plemmons a interpretare Tom White, un Texas Ranger trasformato in agente dell’FBI inviato in Oklahoma da J. Edgar Hoover per indagare sui crescenti omicidi dei membri della Nazione Osage, allora molto ricchi. Inizialmente, DiCaprio avrebbe dovuto interpretare il personaggio di White, punto di vista centrale del libro ma, assieme a Scorsese e De Niro, si decise di riorganizzare la trama del film attorno al sospettato Ernest Burkhart, nel tentativo di evitare una narrazione incentrata sul “salvatore bianco”.

Killers of the Flower Moon è ambientato negli anni ’20 a Fairfax, un’area dell’Oklahoma nord-orientale che, come sottolinea Scorsese nell’ottimo prologo del film (una sorta di mockumentary in bianco e nero), deteneva all’epoca il più alto reddito pro capite, con gli indiani della Osage Nation come principali beneficiari. In mezzo alla profusione di pozzi petroliferi, ricevevano generose royalties ed è per questo che li vediamo indossare gioielli ostentati e girare in auto lussuose con autisti bianchi.

Nel bel mezzo di questa corsa all’oro (nero), Ernest Burkhart (Leonardo DiCaprio), un veterano della Prima Guerra mondiale (in realtà era un cuoco della Fanteria) arriva sulla scena insieme a migliaia di altri lavoratori per unirsi all’azienda gestita da suo zio William “The King” Hale (epiteto che spiega da se la sua influenza nella gestione del potere nella contea). Proprio su suggerimento di Hale, Ernest sposa Mollie, membro di una delle tante famiglie autoctone benestanti; in questo senso, una delle domande su cui Scorsese si soffermerà nel corso della narrazione è se ci sia un vero amore alla base della relazione tra Ernest e Mollie o se Ernest abbia optato per un matrimonio di interesse che gli potesse far acquisire progressivamente un reddito importante. Quel che è certo è che si scatena un costante e crescente massacro genocida: la terra e le rendite sono troppo allettanti per gli uomini bianchi e gli Osange vengono spogliati dei loro averi con ogni tipo di trucco, inganno o vero e proprio omicidio a sangue freddo.

Killers of the Flower Moon film recensione
Robert De Niro e Leonardo DiCaprio in una scena di Killers Of The Flower Moon

Lupi in Oklahoma

Riesci a vedere i lupi in questa foto?“: ad Osage County, i lupi sono nascosti ovunque. Al contrario dei gufi, presagio di morte per gli indiani e che appaiono nelle visioni di qualche personaggio, in Killers of the Flower Moon i lupi non vengono mai rappresentati nella loro forma animalesca. Devono essere scovati e forse qualcuno, all’interno della contea, lo ha già fatto. Sono gli assassini di una terra promessa e perduta, che hanno manipolato un intero popolo e le sue risorse. Tuttavia, più che come carnefici e fautori di un vero e proprio genocidio – secondo il Ministero della Giustizia, quello di Osage fu “il capitolo più sanguinoso della storia del crimine americano” – Scorsese inquadra questi lupi con il suo solito taglio. Sono criminali, truffatori, gangster e ai loro loschi movimenti è rivolta gran parte dell’attenzione del regista, molto più di quella dedicata alle vere vittime, gli Osage.

La principale linea narrativa di Killers of the Flower Moon permette, tramite uno sguardo incessante sulle figure maschili, un’attenta analisi su questi nuovi “bravi ragazzi”. Lo scontro tra Ernest e William è, letteralmente, all’ultimo sangue e non c’è modo per distogliere il focus registico da questo duello. Una mimica facciale piuttosto accentuata distingue questi personaggi animaleschi, che ricalcano effettivamente le sembianze dei lupi con le smorfie che mantengono per tutta la durata del film. I fan di Martin Scorsese gioiranno nel partecipare a questo testa a testa di bravura recitativa tra due attori feticcio del regista e, soprattutto per quanto riguarda DiCaprio, rimarranno sicuramente colpiti dal personaggio poco autorevole e debole di spirito che gli è stato costruito addosso, un qualcosa di sicuramente inedito rispetto ad altri suoi precedenti ruoli.

Killers of the Flower Moon Leonardo DiCaprio

Punti di vista secondari

Dall’altro lato, il modo in cui Scorsese decide di adattare il saggio di partenza, non permette alla grandissima Lily Gladstone di brillare nel secondo e terzo atto del film quanto accade nella prima parte. In questa, la sua Mollie è infatti spesso sulla scena mentre sta imparando a conoscere Ernest per poi, come dicevamo, essere tirata fuori dai giochi assieme agli altri Osage, un po’ perchè la partita sulla loro vita si gioca altrove, negli spazi in cui ha accesso l’uomo bianco, un po’ perchè ciò che interessa a Scorsese è sradicare la falsità che domina i rapporti tra questi criminali, passando dall’epopea western a quasi il gangster movie.

Anche l’FBI, il punto di vista fondamentale del libro, che conduce l’indagine e smaschera i lupi, è poco presente nel film di Scorsese. Tutto è funzionale alla messa in scena del rapporto tra zio e nipote – o sarebbe meglio dire servo e padrone – e che dovrebbe incapsulare il senso metaforico della prevaricazioni sociale da parte dei bianchi in Oklahoma. Circoscrivere la vicenda al microcosmo tematico prediletto da Scorsese funziona a tratti: con un montaggio non sempre puntuale, soprattutto per quanto riguarda le sequenze degli omicidi degli Osage, la riflessione sull’act of killing, il vero e proprio genocidio che è stato commesso, sembra venire meno rispetto alla ferocia con cui si ritraggono i rapporti tra bianchi. Nonostante ciò, nel ritrarre questo scontro tra Lupi, Scorsese fa Scorsese, una scelta che convincerà sicuramente i fan di lunga data del regista, pur aprendo la porta a quella scelta creativa sicuramente inedita, soprattutto per quanto riguarda un inaspettato inserto finale.

Loki Stagione 2 episodio 3: Easter Egg e riferimenti

Loki Stagione 2 episodio 3: Easter Egg e riferimenti

Loki Stagione 2, Episodio 3 dal titolo 1893 è stata una puntata molto emozionante, con molti riferimenti e Easter Egg al mondo Marvel e a quello di Loki stesso, in particolare. La serie ha finalmente introdotto Victor Timely, una variante di Kang che abbiamo visto per la prima volta nella scena post-credits di Ant-Man and the Wasp: Quantumania. Interpretato ancora una volta da Jonathan Majors, Victor Timely si preannuncia come un’importante aggiunta ai personaggi, soprattutto per quello che accade nel finale dell’episodio.

Dai riferimenti più ampi allo stato del multiverso del MCU ai suggerimenti e alle anticipazioni su altre varianti di Kang, la serie ha continuato a fornire una miriade di connessioni più ampie con altri elementi del vasto universo dei Marvel Studios. Ed ecco di seguito ogni riferimento, Easter Egg e collegamento ad altre proprietà Marvel trovate in Loki Stagione 2, Episodio 3: 1893.

Nuovo tema musicale d’apertura dei Marvel Studios

Loki Stagione 2, Episodio 3 prosegue la tradizione Marvel delle variazioni del logo di apertura. Anche se la grafica, questa volta, non ha presentato variazioni, la fanfara che l’accompagna è stata cambiata. Piuttosto che il normale ed eroico tema composto da Michael Giacchino, la musica riprodotta sul logo dei Marvel Studios ricordava invece una orchestrina vecchio stile. La versione della fanfara è stata utilizzata per riflettere il periodo di tempo in cui è stato ambientato l’episodio, impostando il tono dell’episodio.

Il dialogo di Loki e Mobius prefigura Victor Timely

Loki Stagione 2, Episodio 3Dopo essere usciti dalla TVA ed essere entrati nella Chicago del 1868, Loki e Mobius discutono del motivo per cui Ravonna Renslayer avrebbe scelto quell’ora e quel luogo specifici da visitare. Durante questo discorso, Loki chiede “C’è qualche figura importante nella Storia che è nata in questo momento?” Questa domanda viene posta mentre Loki e Möbius stanno sotto la finestra aperta della casa di Victor Timely, prefigurando la sua apparizione nell’episodio e il fatto che sia una variante molto importante nella storia.

Loki fa riferimento alla scena del Chinese Theatre di Iron Man 3

Durante Loki Stagione 2, Episodio 3, Loki e Mobius esplorano l’Esposizione Mondiale di Chicago. Ad un certo punto, il duo viene mostrato mentre esce da un set del Chinese Theatre, sinonimo di Los Angeles, dopo aver tentato senza successo di trovare Ravonna Renslayer. Sebbene il Chinese Theatre sia un famoso punto di riferimento del mondo reale, il luogo è stato presentato anche in Iron Man 3. Durante il film, Happy Hogan viene ferito da un soldato Extremis proprio vicino al Chinese Theatre.

Il riferimento a un Dio nordico dimenticato

Sempre nella scena di introduzione alla Esposizione Mondiale di Chicago c’è un momento in cui si fa chiaramente riferimento alla mitologia norrena. Loki e Mobius vedono alle sculture di Thor, Odino e di un terzo dio chiamato Balder. Nella mitologia norrena, Balder era tipicamente raffigurato come il fratello di Thor e figlio di Odino. Solo nelle iterazioni e nelle storie popolari moderne il personaggio di Loki è stato modificato per essere il fratello di Thor, e questa scena si riferisce proprio al fatto che il MCU ha sostituito il dimenticato Balder con Loki, tanto che, commentando la scelta delle divinità da raffigurare, il Dio dell’Inganno dice: “Perché?” includono Balder? Nessuno ne ha nemmeno sentito parlare.”

La sequenza è anche un riferimento al personaggio dimenticato della Marvel Comics, Balder il Coraggioso. Nei fumetti, Balder era il fratellastro di Loki e Thor. Sebbene la battuta di Loki sia un divertente riferimento alla mitologia norrena originale, è allo stesso tempo un riferimento a un personaggio Marvel non presente nel MCU.

1893 fa riferimento alla storia della famiglia di Ant-Man

Mentre Loki e Mobius guardano il programma degli artisti sul palco della Fiera Mondiale di Chicago, notano le Meraviglie Temporali di Victor Timely. Sebbene questo sia di per sé un riferimento importante, sopra alla scritta che riporta di Timely, è possibile individuare un altro riferimento. Un altro artista alla fiera si chiama Ferdinand Lang, che è senza dubbio un riferimento a Scott Lang dell’MCU. Dato che Ant-Man and the Wasp: Quantumania ha fatto debuttare per la prima volta sia Kang il Conquistatore che la prima occhiata alla seconda stagione di Loki nella scena post-credits, è difficile immaginare che il nome Lang sia una coincidenza.

Le meraviglie temporali di Victor Timely

Attraverso il personaggio di Victor Timely, Loki Stagione 2, Episodio 3 si diverte molto con gli Easter Eggs. Uno di questi include il nome della mostra di Timely alla Fiera Mondiale di Chicago. La dimostrazione di Timely si chiama “Victor Timely’s Temporal Marvels”. Sebbene questo sia un riferimento al Telaio Temporale della TVA e al tema generale del tempo in Loki, l’uso della parola “Marvels” è un cenno neanche tanto sottile al franchise a cui Loki appartiene. Si sarebbe potuta usare qualsiasi altra parola per descrivere qualcosa di meraviglioso, eppure lo sceneggiatore di Loki, Eric Martin, ha scelto di fare un omaggio allo studio per cui lavora.

La soundtrack di Loki viene suonata diegeticamente

LOKIMentre Loki e Mobius vengono mostrati mentre aspettano l’inizio della dimostrazione di Timely, si può vedere una band suonare sul palco. La musica suonata dalla band è una versione vecchio stile di “Green Theme” di Loki, uno dei brani più riconoscibili della colonna sonora della prima stagione scritta da Natalie Holt. Questo è un riferimento per la musica dello spettacolo in quanto cattura l’atmosfera di Loki fornendo allo stesso tempo un dettaglio aggiuntivo per l’ambientazione nel 1893.

La Fiera Mondiale di Chicago fa riferimento a Rama-Tut

Una delle varianti Kang più famose della Marvel Comics è Rama-Tut, una versione di Nathaniel Richards che viaggiò indietro nel tempo per diventare un faraone egiziano. Rama-Tut è apparso anche nella scena dei titoli di coda di Ant-Man and the Wasp: Quantumania. Loki Stagione 2, Episodio 3 fa riferimento alla variante egiziana di Kang. Mentre Victor Timely viene inseguito per la fiera, si nasconde in un antico reperto egiziano. Questo è un sottile riferimento alla variante egiziana di Kang che Majors ha rappresentato in passato e prefigura efficacemente, in modo subliminale, altre versioni più potenti di Kang.

Il laboratorio di Victor Timely è decorato con simboli asiatici

Una scena della puntata si svolge nel laboratorio di Victor alla Fiera di Chicago con Miss Minutes e Ravonna. Su due oggetti diversi nel laboratorio, si possono vedere simboli asiatici. Sebbene non sia chiaro quale linguaggio specifico rappresentino questi simboli, potrebbero fungere da collegamento con il mondo di Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli. C’è una teoria di lunga data che vorrebbe gli Anelli di Shang-Chi legati in qualche modo al potere di Kang e questa scelta apparentemente solo decorativa potrebbe essere un elemento di approfondimento di questo tema.

Loki Stagione 2, Episodio 3 fa un riferimento alla regista della prima stagione

Verso la fine di Loki Stagione 2, Episodio 3, Ravonna e Victor Timely salgono a bordo di una nave che li porta al laboratorio vero e proprio di Timely. La nave si chiama SS Herron, un riferimento a una figura importante della prima stagione di Loki. Ogni singolo episodio della prima stagione di Loki è stato diretto da Kate Herron. Sebbene non sia coinvolta nella produzione della seconda stagione, l’SS Herron è un modo sottile per il team di Loki di rendere omaggio a qualcuno che è stato parte integrante del linguaggio visivo, dello stile e del tono della serie.

Loki Stagione 2: spiegazione del finale del terzo episodio

Loki Stagione 2: spiegazione del finale del terzo episodio

Loki Stagione 2, Episodio 3 si conclude con un’importante scena finale, che fa porre nuove domande sul quello che sarà il futuro della TVA e di Ravonna Rensayer (Gugu Mbatha-Raw). Nell’episodio viene rivelato che Ravonna è stata inviata su una linea temporale ramificata, insieme all’IA senziente Miss Minutes (Tara Strong) della Time Variance Authority, per creare un nuovo Colui che Rimane. Tuttavia, sembra esserci una verità nascosta sulla TVA riguardante sia il passato che il futuro di Ravonna.

Come visto in Loki Stagione 2, Episodio 3, la nuova variante di Colui che Rimane denominata Victor Timely (Jonathan Majors) fa il suo debutto ufficiale nel MCU, dopo la sua scena post credits di Ant-Man and the Wasp: Quantumania. Posizionato in una linea temporale ramificata nel 1893, Timely è un inventore a cui da bambino è stata regalata una guida TVA. Questo grazie a Ravonna e Miss Minutes che apparentemente stanno seguendo gli ordini postumi dello stesso Colui che Rimane.

Tuttavia, il loro piani vengono fatti saltare dall’intervento di Loki (Tom Hiddleston) e Mobius (Owen Wilson) che hanno bisogno di Timely per salvare l’attuale TVA mentre Sylvie (Sophia Di Martino) vuole semplicemente ucciderlo. L’episodio si conclude con un sorprendente cliffhanger, in particolare per quanto riguarda Ravonna.

Quale grande segreto di Renslayer conosce Miss Minutes?

Loki-Stagione-2-episodio-3Come visto alla fine di Loki Stagione 2, Episodio 3, Miss Minutes voleva che Timely le costruisse un vero corpo in modo che potesse essere la sua compagna. Apparentemente, ha sempre voluto stare con l’originale Colui che Rimane il quale però la considerava solo come un animale domestico, un oggetto, nonostante le avesse dato piena sensibilità e quasi completa autonomia. Tuttavia, l’inventore rifiuta il suo amore, cosa che apparentemente metterà Minutes contro di lui in futuro.

Miss Minutes ritorna da Ravonna Renslayer proprio alla fine dell’episodio, confermando che conosce molti dei suoi segreti e suggerendo che non è stato saggio da parte di Timely averla resa una sua nemica. Nel finale si accenna anche al fatto che Miss Minutes conosce un grande segreto sulla stessa Ravonna che “la farà davvero arrabbiare“. È ovvio che Miss Minutes rivelerà di più sul passato nascosto di Ravonna, ma dovremo aspettare la puntata 4.

Come ha fatto Sylvie ha inviare Renslayer alla fine dei tempi

Alla fine di Loki Stagione 2, Episodio 3, Sylvie usa il dispositivo temporale che ha preso da Colui che Rimane per inviare Ravonna Renslayer alla Cittadella alla Fine dei Tempi. Questo dispositivo sembra essere una versione più avanzata dei TemPad standard utilizzati dagli agenti TVA. Di conseguenza, questo spiega perché Sylvie è ancora in grado di muoversi attraverso la linea temporale sacra e in realtà ramificate nonostante il suo odio per Colui che Rimane e per la TVA da lui creata. Nonostante la TVA sia pericolo, Sylvie ha ancora i mezzi per viaggiare nel tempo in modo indipendente e attraversare il multiverso mentre si gode la sua nuova libertà.

Detto questo, Loki probabilmente ha ragione nel credere che senza la TVA, il multiverso cadrebbe a pezzi. Ciò includerebbe qualsiasi realtà che Sylvie ha trovato per vivere il resto della sua nuova vita. Come già anticipato in questo nuovo episodio, Sylvie probabilmente unirà le forze con Loki per salvare la TVA nei prossimi episodi, nonostante tutto quello che l’organizzazione le ha tolto sin da quando era bambina. Indipendentemente da ciò, ha comunque ottenuto una piccola vendetta bandendo Ravonna alla Fine dei Tempi, anche se è probabile che Renslayer riuscirà a scappare con l’aiuto di Miss Minutes.

In che modo l’episodio prefigura la verità su Renslayer

(Center): Gugu Mbatha-Raw as Ravonna Renslayer in Marvel Studios’ LOKI, Season 2, exclusively on Disney+. Photo by Gareth Gatrell. © 2023 MARVEL.

Nella premiere della seconda stagione di Loki, il protagonista ha trovato una registrazione audio nella TVA in cui ha sentito Colui che Rimane ringraziare Ravonna per il suo servizio. Ciò suggerisce un ciclo temporale di origini ciclico, in cui Ravonna era presente proprio agli inizi della TVA. Tuttavia, ne consegue che non ricorda il suo ruolo nella creazione della TVA dopo che Colui che Rimane le ha cancellato la memoria. Questa è molto probabilmente la verità su Renslayer che Miss Minutes rivelerà nei prossimi episodi, il che naturalmente la farebbe piuttosto arrabbiare.

Cosa sta succedendo alla fine dei tempi?

Bandita nella Cittadella alla Fine dei Tempi, sembra che Ravonna si trovi adesso in un palazzo in rovina. La Cittadella si sta autodistruggendo. Stando a quanto accaduto nel finale della prima stagione, forse Colui che Rimane era l’unica cosa che manteneva tutto insieme in questo spazio temporale piuttosto instabile noto come il Vuoto, sebbene potesse anche essere collegato al multiverso in espansione. In ogni caso, sembra che Ravonna sia rimasta intrappolata qui come intendeva Sylvie, anche se Miss Minutes ha dimostrato di avere una certa familiarità con la Cittadella.

Miss Minutes probabilmente sa come liberare Ravonna e aiutarla a sfuggire dalla Fine dei Tempi. Quindi, le due probabilmente pianificheranno le prossime mosse che potrebbero comportare la rimozione di Victor Timely e della TVA nella situazione attuale. Forse proveranno anche a trovare una nuova variante a cui affidare il ruolo di Colui che Rimane. Allo stato attuale, è difficile valutare le loro esatte motivazioni e pianificare cosa accadrà.

Quanto tempo è passato alla fine dei tempi

Considerando la decomposizione del corpo di Colui che Rimane, sembra proprio che sia passato molto tempo da quando è stato ucciso da Sylvie nel finale della stagione 1 di Loki. Tuttavia, il tempo funziona in modo diverso sia nella TVA che alla Fine dei Tempi, quindi il passaggio effettivo di detto tempo è naturalmente relativo e difficile da quantificare esattamente.

Indipendentemente da ciò, è chiaramente passato abbastanza tempo perché la Cittadella cadesse a pezzi e una moltitudine di nuove linee temporali crescesse con un multiverso in continua espansione. Allo stesso modo, nuove varianti di Colui che Rimane hanno iniziato ad apparire in tutto il MCU, come si è già visto in altri prodotti MCU (il Consiglio dei Kang alla fine di Ant-Man and the Wasp: Quantumania). Chiaramente, gli effetti della morte di Colui che Rimane si fanno sentire in larga misura.

One Day All This Will Be Yours: recensione del film di Andreas Öhman – #RoFF18

La prima volta che incontriamo Lisa, la protagonista di One Day All This Will Be Yours, è nella sua vasca da bagno, in cerca di riparo dalla sua vita confusionaria e frenetica. Un riparo che però non trova, reimmergendosi ben presto nei tentativi di trovare un titolo al suo primo libro e nei complessi rapporti con il suo editore. Andreas Öhman – regista svedese fattosi notare nel 2010 con il suo esordio Simple Simon – ci presenta dunque sin da subito una protagonista totalmente fuori controllo e proprio la ricerca di esso come anche del proprio posto nel mondo saranno alla base di questo racconto.

Un racconto, affrontando il quale Öhman, anche sceneggiatore del film, sceglie di mettersi per primo totalmente a nudo, rielaborando vicende personali ma anche la dolorosa scomparsa della sorella quando era solo un bambino. Così facendo permette a One Day All This Will Be Yours – Presentato nella sezione Progressive Cinema della Festa del Cinema di Roma, di acquisire una spontaneità seducente e una vitalità contagiosa, infondendogli inoltre il giusto equilibrio per raccontarci una volta di più di quanto le persone possano essere imperfette, complicate, fragili e proprio per questo amabili.

La trama di One Day All This Will Be Yours

Come già detto, protagonista di One Day All This Will Be Yours è Lisa (Karin Franz Körlof), una fumettista trentenne che proprio mentre sta lavorando per terminare in tempo il suo nuovo libro, viene convocata insieme alla sorella e al fratello nella fattoria di famiglia nel nord della Svezia. I due anziani genitori, infatti, devono fare loro un importante annuncio riguardante la foresta che la famiglia possiede da generazioni. Questo ritorno a casa costringe però Lisa ad affrontare i problematici rapporti che l’hanno allontanata dai suoi parenti, come anche un trauma del passato mai realmente risolto.

La strada verso casa

Si è soliti dire che tutta la vita non è altro che un lungo e continuo viaggio di ritorno a casa, qualunque essa sia e ovunque possa trovarsi. La Lisa che incontriamo all’inizio del film sembra rispondere perfettamente a questo modo di dire, poiché pur avendo fatto della propria passione il suo mestiere, sembra continuamente non appartenere al mondo che si è costruita intorno. E se anche lei non vuole ammetterlo, ce lo suggerisce il regista con la sua tremolante macchina a mano, evidenziando così quel tremore che la protagonista cerca di camuffare.

Ma anche quando tornerà a casa dai suoi genitori, a Lisa verrà in più occasioni detto che non appartiene a quel posto. Ma allora dov’è la casa di Lisa? Qual è il suo posto nel mondo? È quello che lei cerca di scoprire, dapprima riluttante poi sempre più determinata. Lentamente inizia allora a rifuggire da quel mondo di fantasia che si è costruita negli anni – e che le permette di vedere oggetti inanimati prendere vita, come la schiuma, gli alberi o perfino le lattine di birra che beve continuamente – per abbracciare sempre di più la natura e la rinnovata serenità che essa sembra conferirle.

Quando ciò avviene, anche se non è immersa dal verde della foresta, Lisa avrà sempre qualche elemento di questo colore accanto a sé, indicandoci che il suo pensiero o il suo animo continua ad andare in quella direzione. Ma Lisa non è il tipo di persona che si abbandona facilmente e incondizionatamente agli istinti del proprio cuore. Sboccata, cinica e aggressiva, si è costruita nel tempo una corazza – o corteccia, per rimanere in tema natura – difficile da scalfire e che prontamente indossa quando le cose sembrano complicarsi troppo a livello emotivo.

One Day All This Will Be Yours Karin Franz Körlof
Karin Franz Körlof in una scena di One Day All This Will Be Yours.

La bellezza dei personaggi imperfetti

Risulta allora difficile prevedere le sue azioni e reazioni, anche se il racconto che Öhman costruisce rimane saldamente ancorato (a volte forse troppo) a determinati binari tipici di questo genere di racconti. Ma il regista riesce a non far pesare questa aderenza, che anzi sembra servirgli per potersi concentrare totalmente sulla sua protagonista, un personaggio che ci ricorda quanto siano belli i personaggi così imperfetti e umani, specialmente quando scritti in modo accurato, con le giuste caratterizzazioni e interpretati da attori all’altezza.

Karin Franz Körlof si dimostra essere anche di più, una vera e propria forza della natura capace di accentuare quanto da Öhman scritto per Lisa, rendendola un personaggio impossibile da non amare. La si segue allora con grande attenzione nel corso del suo viaggio e nel suo ricercare il coraggio di affrontare il passato e dunque crescere. Un viaggio nel quale si può sperimentare un umorismo amaro, i drammi dell’esistenza e dei rapporti umani, ma anche le innumerevoli sfumature colorate che la vita può assumere e svelare nei momenti più impensabili.

Öhman, attraverso Lisa, riesce a cogliere tutto ciò e a racchiuderlo in un feel-good movie dotato di grande sincerità, che nel momento in cui porta a compimento il viaggio della sua protagonista riesce a far strabordare dallo schermo emozioni che investono lo spettatore lasciandogli addosso sensazioni particolarmente positive. Un risultato che non sempre riesce a questa tipologia di film, talvolta così concentrati nel ricercare l’emozione a tutti i costi da non riuscire a farla propria. One Day All This Will Be Yours non perde invece di vista la sua protagonista e le sue vicende, ed è proprio lì che trova infine il proprio posto, il proprio cuore e le emozioni che lo renderanno memorabile.

Halloween Ends in prima tv su Sky e in streaming su Now

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Halloween Ends in prima tv su Sky e in streaming su Now

Nella sera più paurosa dell’anno arriva in prima tv su Sky Halloween Ends (recensione), ultimo capitolo dell’acclamata saga horror che ha appassionato il mondo, martedì 31 ottobre alle 21.15 su Sky Cinema Halloween, in streaming su NOW e disponibile on demand. Su Sky il film sarà disponibile on demand anche in 4K.

Diretto da David Gordon Green, Halloween Ends vede il ritorno dell’icona Jamie Lee Curtis nei panni di Laurie Strode, per affrontare per l’ultima volta, dopo 44 anni dalla nascita del franchise, l’incarnazione del male Michael Myers. Con lei anche Andi Matichak, nel ruolo della nipote Allison, e Rohan Campbell, che interpreta CoreyCunningham. Halloween Ends vede anche il ritorno dei protagonisti Will Patton nei panni dell’agente Frank Hawkins, Kyle Richards nei panni di Lindsey Wallace e James Jude Courtney nei panni di Michael Myers. Il film è scritto da Paul Brad Logan, Chris Bernier, Danny McBride e David Gordon Green ed è basato sui personaggi creati da John Carpenter e Debra Hill.

La trama del film

Il franchise horror più acclamato e venerato della storia del cinema raggiunge la sua epica e terrificante conclusione quando Laurie Strode (Jamie Lee Curtis) affronta per l’ultima volta l’incarnazione del male, Michael Myers. Michael non si vede da quattro anni dopo gli eventi di Halloween Kills. Laurie vive con sua nipote Allyson (Andi Matichak) e ha scelto di liberarsi dalla paura e dalla rabbia e abbracciare la vita. Quando un giovane viene accusato di aver ucciso il ragazzo a cui faceva da babysitter, si innesca una cascata di violenza e terrore con uno scontro finale tra Laurie e Michael diverso da qualsiasi altro mai mostrato sullo schermo. Solo uno di loro sopravviverà.

SKY CINEMA HALLOWEEN

HALLOWEEN ENDS fa parte dei titoli proposti da SKY CINEMA HALLOWEEN, che da sabato 21 a martedì 31 ottobre, sul canale 303 di Sky e su NOW, proporràoltre 70 titoli “da paura” che spaziano nei generi: avventure a tinte dark, titoli per tutta la famiglia e horror.

Sul canale saranno proposte altre due prime visioni: si tratta del fanta-horror tratto dalla celebre serie a fumetti italiana della Sergio Bonelli Editore DAMPYR (sabato 21 ottobre alle 21.15 su Sky Cinema Uno e alle 21.45 su Sky Cinema Halloween), e dell’horror-thriller di M. Night Shyamalan con Dave Bautista, tratto da un romanzo di Paul Tremblay, BUSSANO ALLA PORTA (lunedì 30 ottobre alle 21.15 su Sky Cinema Uno e alle 21.45 su Sky Cinema Halloween).

Inoltre, tra i titoli che animeranno il canale, anche il sesto capitolo della saga horror SCREAM VI con Melissa Barrera, Jenna Ortega e Courteney Cox; il fanta-thriller rivelazione sull’intelligenza artificiale M3GAN; il cult degli anni 90 che ha consegnato alla leggenda Brandon Lee, IL CORVO – THE CROW; e il film sulle origini del vampiro più famoso, fra storia e leggenda, DRACULA UNTOLD.

E ancor i film cult per tutta la famiglia, come GHOSTBUSTERS – ACCHIAPPAFANTASMI con Bill Murray, Dan Aykroyd e Harold Ramis; l’avventura da brivido nel primo capito della saga LA MUMMIA con il premio Oscar 2023 Brendan Fraser; la commedia fantastica su un tenero spettro, CASPER con Christina Ricci e Bill Pulman; e la divertente avventura PICCOLI BRIVIDI con Jack Black nei panni dello scrittore fantasy Robert L. Stine.

The Marvels: Nick Fury esorta Carol Danvers a “mostrare un po’ di moderazione” nel nuovo inedito spot

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I Marvel Studios hanno rilasciato un nuovo promo per il prossimo sequel di Captain Marvel di Nia DaCosta, The Marvels, e il nuovo contributo contiene un bel po’ di nuovi filmati nei suoi 30 secondi.

Lo spot mira a mostrare che i tre eroi sono “proprio come noi” quando non stanno salvando il mondo, con Carol Danvers che ascolta musica, Kamala Khan che disegna il suo idolo e Monica Rambeau che sta per festeggiare con un aperitivo. Quindi, dopo vediamo il team in azione mentre usano i loro poteri per eliminare alcuni degli scagnozzi Kree di Dar-Benn, e proprio alla fine, Nick Fury dice a Capitan Marvel che potrebbe essere una buona idea “mostrarne alcuni con moderazione.” Danvers risponde che “non è proprio il suo genere”.

 

Tutto ciò che sappiamo su The Marvels

The Marvels, il sequel del cinecomic Captain Marvel con protagonista il premio Oscar Brie Larson che ha incassato 1 miliardo di dollari al box office mondiale, sarà sceneggiato da Megan McDonnell, sceneggiatrice dell’acclamata serie WandaVision. Sfortunatamente, Anna Boden e Ryan Fleck, registi del primo film, non torneranno dietro la macchina da presa: il sequel, infatti, sarà diretto da Nia DaCosta, regista di Candyman

Nel cast ci saranno anche Iman Vellani (Ms. Marvel, che vedremo anche nell’omonima serie tv in arrivo su Disney+) e Teyonah Parris (Monica Rambeau, già apparsa in WandaVision). L’attrice Zawe Ashton, invece, interpreterà il villain principale, del quale però non è ancora stata rivelata l’identità. Il film, salvo modifiche, arriverà in sala il 8 novembre 2023.

LOKI – seconda stagione: il regista commenta gli Easter Eggs degli X-MEN e le teorie dei fan

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I primi due episodi della seconda stagione di Loki presentavano un paio di scatti che molti fan hanno percepito come Easter Eggs sugli X-Men, che potrebbero aver suggerito l’imminente arrivo degli iconici eroi mutanti nell’MCU. La premiere della serie includeva quello che sembrava un cenno piuttosto palese alla “Porta di Cerebro” che era un appuntamento fisso dei film X-Men della 20th Century Fox.

Quindi, in “Breaking Brad”, Loki e Mobius viaggiano in una linea temporale in cui Hunter B-5 è diventato un ladro e sta vivendo la sua vita migliore come attore di nome Brad Wolfe. Quando il dio dell’inganno raggiunge “Zaniac”, sul muro si possono intravedere alcuni graffiti che recitano: “Tutti gli M sono fratelli”.

Questi potrebbero essere stati aggiunti Easter Eggs sugli X-Men, ma secondo il regista Dan DeLeeuw, non erano qualcosa che aveva pianificato di includere come un modo per suggerire l’arrivo della super squadra.

“Questo è il dipartimento artistico, Kasra [Farahani, che ha anche diretto l’episodio 3], il nostro scenografo, è un genio con tutti i set”, ha spiegato il regista a Screen Rant“Con i poster nella TVA puoi vedere che se lasci che il dipartimento artistico si occupi di qualcosa, verranno fuori con idee straordinarie che hanno una storia dietro di loro.”

“Ma è qualcosa che non ti saresti mai aspettato di trovare sul set. Non era davvero pianificato.” DeLeeuw ha poi ricordato come il suo tutor di materie umanistiche all’università spesso diceva alla classe: “Beh, se è lì, è lì“, se aveva un’idea o una prospettiva diversa su un libro che stavano studiando. “È come, ‘Okay, non penso che fosse questa l’intenzione, ma, se volevano che fosse lì, certo.'”

Tom Hiddleston è tornato nel ruolo del dio del male nella seconda stagione di Loki, insieme alle star della prima stagione come Owen Wilson, Gugu Mbatha-Raw, Sophia Di Martino, Tara Strong e la nuova aggiunta Ke Huy Quan.

Eric Martin è il capo sceneggiatore e produttore esecutivo della seconda stagione. Hiddleston è anche produttore esecutivo insieme al capo dei Marvel Studios Kevin Feige e Stephen Broussard, Louis D’Esposito, Victoria Alonso, Brad Winderbaum, Kevin R. Wright, Justin Benson e Aaron Moorhead e Michael Waldron. Trevor Waterson è co-produttore esecutivo. Benson & Moorhead, Dan Deleeuw e Kasra Farahani sono stati i registi della stagione. I nuovi episodi di Loki debuttano giovedì alle 21:00 ET/18:00 PT su Disney+.

Aquaman 2: James Wan afferma di aver pensato al sequel come “una vera e propria commedia tra amici”

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Nel primo film di Aquaman, Arthur Curry (Jason Momoa) si è scontrato con il suo malvagio fratellastro, Orm (Patrick Wilson), ma nel prossimo sequel questi personaggi avranno una dinamica molto diversa. Il recente trailer  di Aquaman 2 ha confermato che Aquaman unirà le forze con un Ocean Master imprigionato per combattere la minaccia comune di Black Manta, e sembra che la loro collaborazione sarà l’obiettivo principale del Aquaman e il Regno Perduto.

“Fin dall’inizio, ho pensato che il primo film sarebbe stato un film in stile Romancing The Stone – una commedia romantica di azione e avventura – mentre il secondo sarebbe stato una vera e propria commedia tra amici”, dice il regista James Wan a Empire . “Volevo fare Tango & Cash!”

“Jason interpreta Arthur in modo straordinario; Patrick interpreta l’uomo etero”, continua Wan. “Non è diverso da quello che hanno fatto Will Smith e Tommy Lee Jones in Men In Black: come Tommy, Patrick interpreta il tutto in modo asciutto, ma molto divertente.”

Tutto quello che c’è da sapere su Aquaman e il Regno Perduto

Non essendo riuscito a sconfiggere Aquaman la prima volta, Black Manta, ancora spinto dal bisogno di vendicare la morte di suo padre, non si fermerà davanti a nulla pur di sconfiggere Aquaman una volta per tutte. Questa volta Black Manta è più formidabile che mai, poiché brandisce il potere del mitico Tridente Nero, che scatena una forza antica e malvagia. Per sconfiggerlo, Aquaman si rivolgerà al fratello Orm, l’ex re di Atlantide e imprigionato alla fine del primo film, per stringere un’improbabile alleanza. Insieme, dovranno mettere da parte le loro differenze per proteggere il loro regno e salvare la famiglia di Aquaman e il mondo dalla distruzione irreversibile.

Jason Momoa è atteso di nuovo nei panni dell’eroe in Aquaman e il Regno Perduto, sequel del film che ha rilanciato in positivo le sorti dell’universo cinematografico DC. In questo seguito, diretto ancora una volta da James Wan (Insidious, The Conjuring), torneranno anche Patrick Wilson nei panni di Ocean Master, Amber Heard, nei panni di Mera, Dolph Lundgren che sarà ancora una volta Re Nereus, il padre di Mera, e ancora Yahya Abdul-Mateen II nei panni di Black Manta, che abbiamo visto riapparire nella scena post-credit del primo film. David Leslie Johnson-McGoldrick, collaboratore ricorrente di Wanscriverà la sceneggiatura del film, mentre il regista e Peter Safran saranno co-produttori. Il film arriverà al cinema il 20 dicembre.

Widow Clicquot, Thomas Napper e il cast raccontano il film – #RoFF18

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Widow Clicquot, il nuovo film di Thomas Napper, ci porta a Champagne dove Barbe-Nicole Clicquot, rimasta vedova deve affrontare un mondo governato da soli uomini, ereditando l’azienda di famiglia del marito. Purtroppo, in un periodo storico dove anche le leggi sono a suo sfavore, Barbe-Nicole (interpretata da Haley Bennett, che è anche produttrice del film) dimostrerà grande determinazione e spirito di innovazione che la faranno contraddistinguere ancora oggi per le sue importanti scoperte. La protagonista ha raccontato il suo personaggio definendolo un incontro, “come se ci si innamorasse” paragonando questa esperienza ai suoi precedenti ruoli e sentendosi arricchita di qualcosa di più di una semplice interpretazione.

“Il ruolo di Barbe è un ruolo particolare perché non si parla solo di femminismo ma anche di lutto. Ci sono pochi ruoli che cercano di raccontare questo tipo di esperienza femminile e pochi uomini che hanno il coraggio e si prendono le responsabilità di raccontarla. Nel personaggio c’è tutta me stessa, ma è quello che cerco di fare con tutti i miei personaggi. Io amo recitare ma amo ancora di più preparare e in un certo senso innamorarmi dei ruoli che vado a fare perché quando prepari un personaggi instauri una relazione con esso”, ha detto Haley Bennett per poi continuare: “Ho conosciuto la storia della vedova Clicquot mentre stavo girando un altro film. Ero in Sicilia per le riprese di Cyrano e una mia amica, che lavora come sommelier, mi ha dato un libro che raccontava la storia dei Clicquot e di Barbe-Nicole. L’ho letto e sono rimasta incantata dalla storia di questa donna che, rimasta vedova, ha preso in mano l’azienda del marito e l’ha resa la più grande”. 

Widow Clicquot film

Thomas Napper: “Ci sono diversi riferimenti artistici”

Quali sono i riferimenti a cui ti sei ispirato per il film?

Thomas Napper: “Vengo da una famiglia di pittori. La mia casa ha sempre profumato di questo particolare aroma di pittura ad olio. Un dipinto che invece mi ha è stato d’ispirazione è la Danza della vita di Edvard Munch. Al centro una giovane coppia danza. Sembrano essersi fusi insieme. Il vestito rosso della donna si avvolge intorno alla gamba dell’uomo. Ai lati della coppia c’è una donna. Da sinistra viene verso di noi una giovane donna vestita di bianco, luminosa e felice. A destra si trova una donna vestita di nero, rigida e seria. Che sono le due anime che descrivono Barbe-Nicole all’interno del film. Mi piaceva che il film fosse “massimalista”, al contrario nella mia famiglia sono minimalisti.”

“Mi piace che ci siano libri e oggetti vari ma quello che abbiamo che abbiamo cercato di fare durante le riprese del film è effettivamente togliere tutti gli oggetti che non fossero necessari. Un’altra cosa che abbiamo voluto portare nel film è proprio il cambiamento nella vita di Barbe-Nicole. Inizia tutto in questa casa borghese e andando avanti tutto assume un’estetica ben precisa, sempre più asciutta. Mi sono accorto che più toglievo, più il personaggio risaltava. Anche il fatto che il film si riduca a una sola ambientazione, dice molto sul personaggio, perché volevo che tutti fossero vicini alla casa e all’azienda, che si percepisse il legame con il territorio”.

Widow Clicquot film recensione

Tom Sturridge interpreta Francois in Widow Clicquot, un personaggio vittima della perfezione

Dopo la prima stagione di Sandman torni a interpretare un personaggio complicato. Da Morfeo, il dio dei sogni, a Francois che invece ha un sogno e cerca la perfezione. Quali credi che siano le connessioni tra questi due personaggi. 

Tom Sturridge: “Sono entrambi connessi ai sogni. Francois è un sognatore e ha una forte connessione con la sua fantasia che lo disconnette dal reale che è quello che lo rende un personaggio meraviglioso ma che, come vediamo, alle volte può essere frustante. Diciamo che entrambi sono i custodi dei loro sogni.”

L’incredibile Hulk: lo stuntman rivela che Edward Norton “non era molto presente”

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Il ruolo di Edward Norton in L’incredibile Hulk del 2008 è stato accolto con recensioni contrastanti. Secondo uno stuntman che ha lavorato al film, era difficile lavorare con l’attore. Parlando con Joanna Robinson per il suo libro appena uscito MCU: The Reign of Marvel Studios, lo stuntman Terry Notary ha parlato del tempo trascorso durante le riprese del film del 2008.

Secondo Notary, Edward Norton non ha dedicato molto in termini di impegno quando si è trattato di realizzare il lavoro di motion capture per Hulk. Questo, a sua volta, ha reso il lavoro del team VFX un po’ più difficile. “[Norton] non era veramente impegnato, per quanto riguarda Hulk, a meno che non si stesse trasformando da se stesso in Hulk“, ha detto Notary. “Non è stato molto presente durante tutta la faccenda.”

Terry Notary ha elogiato Tim Roth per la sua professionalità nel film

Keith Roberts, che è stato direttore dell’animazione di L’incredibile Hulk, concorda con i commenti di Notary nel confermare che “Hulk non ha le espressioni di Edward Norton, ma i due sono stranamente simili nei tempi facciali“.

Terry Notary ha poi elogiato Tim Roth, che nel film interpretava Emil Blonsky/Abominio. Secondo Notary, Roth era un “attore per eccellenza” e voleva essere coinvolto in molte cose. [Roth è] uno di quegli attori per eccellenza a cui piace essere coinvolto, vuole assicurarsi che avrà un bell’aspetto e che il suo personaggio abbia un bell’aspetto“, ha detto Notary.

L’incredibile Hulk (The Incredible Hulk) è il film del 2008 diretto da Louis Leterrier e reboot del precedente Hulk del 2003 di Ang Lee e secondo film del Marvel Cinematic Universe. Il protagonista è interpretato da Edward Norton, il quale contribuì anche alla stesura della sceneggiatura insieme a Zak Penn. il supereroe è incentrato principalmente sulla versione Ultimate dove Banner si sottopone all’esperimento di proposito, e non viene investito dai raggi gamma nel tentativo di salvare Rick Jones come nell’universo Marvel tradizionale.

Martin Scorsese: fu Robert De Niro a consigliarmi di lavorare con Leonardo DiCaprio

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In occasione dell’uscita di Killers of the Flower Moon il nostro Adriano Ercolani ha avuto il piacere di intervistare il leggendario regista Martin Scorsese, al quale ha confessato un particolare aneddoto, ovvero, come ha scoperto Leonardo DiCaprio. Il merito è tutto di Robert De Niro.

“Con Robert siamo cresciuti insieme, ci conosciamo fin da quando eravamo adolescenti”. dice Martin Scorsese a Cinefilos.it – “È l’unico attore che sa veramente da dove vengo, che tipo di persone frequentavo. Gli anni ‘70 per il nostro rapporto sono stati un grande banco di prova, abbiamo sperimentato tutto il possibile e abbiamo scoperto di poterci fidare l’uno dell’altro. In quel periodo Robert come star possedeva un potere enorme e avrebbe potuto facilmente prendere il controllo dei nostri film. Non ho mai avuto paura di questo. Lavoravamo in libertà, desiderosi di sperimentare, senza alcuna paura. Anni dopo mi disse che in un film intitolato Voglia di ricominciare aveva recitato con un ragazzo, un certo Leonardo DiCaprio, e mi consigliò di lavorarci un giorno. Lo disse in maniera quasi casuale, ma non lo era affatto”.

“Non era da Bob, uno che non dà mai questo tipo di suggerimenti”. A continuato Scorsese –  “Così anni dopo Leo rese possibile la realizzazione di Gangs of New York, visto che dopo Titanic era una star mondiale. Il nostro rapporto si è consolidato con The Aviator, ho capito grazie a quel film che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. La svolta è arrivata con The Departed, un thriller che Bill Monahan riscriveva continuamente per stare dietro all’interpretazione febbrile di Leo. Quello è stato il progetto che mi ha fatto capire quanto, anche se abbiamo età diverse, possediamo moltissime cose in comune, un’affinità umana e intellettuale. Per The Wolf of Wall Street mi sono fidato completamente di lui, e durante le riprese mi ha regalato momenti incredibili”.

LEGGI TUTTA L’INTERVISTA QUI

Killers of the Flower Moon, il film

Oltre a dirigere, Martin Scorsese ha scritto la sceneggiatura con Eric Roth, co-sceneggiatore di Dune e A Star is BornLeonardo DiCaprio interpreta Ernest Burkhart, il nipote di un potente allevatore locale interpretato da Robert De Niro, mentre Lily Gladstone interpreta la moglie Osage Mollie e Jesse Plemons è Tom White, l’agente dell’FBI incaricato di indagare sugli omicidi. Il cast include anche Brendan Fraser e John Lithgow.

Killers of the Flower Moon riunisce ancora una volta Martin Scorsese con i collaboratori di lunga data Leonardo DiCaprio e Robert De Niro. Insieme a loro ci sono l’attore premio Oscar Brendan Fraser, Jesse Plemons, Lily Gladstone, Tantoo Cardinal, Jason Isbell, Sturgill Simpson, Louis Cancelmi, William Belleau, Tatanka Means, Michael Abbott Jr., Pat Healy, Scott Shepherd e molti altri. La pellicola è diretto e prodotto da Martin Scorsese. Il film è una produzione di Apple Studios, Imperative Entertainment e Appian Way Productions, con Dan Friedkin e Bradley Thomas come produttori.

Spawn: il reboot sarà la “versione Blumhouse di un film di supereroi”

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Il fondatore di Blumhouse, Jason Blum ha affermato che il prossimo reboot di Spawn , che sarà interpretato da Jamie Foxx, si distinguerà dagli altri film di supereroi.

Sì, porterò il tocco Blumhouse [nel film Spawn]”, ha detto Blum durante il Comic Con di New York della scorsa settimana (tramite Bleeding Cool News). “Sarà innovativo e originale rispetto ad altri film di supereroi. Sembrerà sicuramente la versione Blumhouse di un film di supereroi.

Cosa sappiamo del riavvio di Spawn?

Creato dal co-fondatore della Image Comics Todd McFarlane, Spawn ha debuttato nel 1992. Un adattamento cinematografico con Michael Jai White nel ruolo omonimo è uscito nei cinema nel 1997. Dopo che le voci su un sequel si sono rivelate infondate, McFarlane ha iniziato a sviluppare un riavvio nel 2007. Il progetto ha attraversato numerose iterazioni prima di trovare casa alla Blumhouse nel 2017. Jamie Foxx ha firmato per interpretare Spawn nel 2018. Jeremy Renner era stato scelto per interpretare Twitch Williams a un certo punto, anche se non è chiaro se l’attore di Occhio di Falco sia ancora coinvolto nel film.

Inizialmente si prevedeva che McFarlane dirigesse personalmente il nuovo film di Spawn, anche se alla fine si è dimesso dalla sedia da regista. Ha anche scritto la prima bozza della sceneggiatura, che da allora è stata sottoposta a numerose riscritture, le più recenti da parte di Scott Silver, Malcolm Spellman e Matthew Mixon. All’inizio di questo mese, Blum ha confermato che il riavvio a lunga gestazione sarebbe finalmente uscito nel 2025. “Il 2025 è il momento in cui Spawn uscirà“, ha detto il produttore mentre promuoveva L’esorcista – Il credente. “Lo sostengo. Lo sostengo.”

Joaquin Phoenix, Cate Blanchett e altre star chiedono a Joe Biden di chiedere il cessate il fuoco tra Israele e Gaza

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Un gruppo di 55 eminenti artisti e sostenitori dell’industria dell’intrattenimento hanno firmato una lettera aperta al presidente Joe Biden, sollecitando un appello per un cessate il fuoco a Gaza e in Israele. Tra i firmatari figurano nomi come Joaquin Phoenix, Cate Blanchett, Jon Stewart, Kristen Stewart, Susan Sarandon, Mahershala Ali, Riz Ahmed, Ramy Youssef e Quinta Brunson.

Esortiamo la vostra amministrazione e tutti i leader mondiali a onorare tutte le vite in Terra Santa e a chiedere e facilitare un cessate il fuoco senza indugio, la fine dei bombardamenti su Gaza e il rilascio sicuro degli ostaggi“, si legge nella lettera. 

La dichiarazione, distribuita dall’organizzazione Artists 4 Ceasefire, include anche un commento del portavoce dell’UNICEF James Elder, che sottolinea la devastazione inflitta alla popolazione di Gaza dai continui attacchi aerei israeliani e dai blocchi di acqua ed elettricità.

I bambini e le famiglie di Gaza sono praticamente rimasti senza cibo, acqua, elettricità, medicine e accesso sicuro agli ospedali, in seguito a giorni di attacchi aerei e tagli a tutte le vie di rifornimento“, si legge nella dichiarazione di Elder. “L’unica centrale elettrica di Gaza è rimasta senza carburante mercoledì pomeriggio, interrompendo l’elettricità, l’acqua e il trattamento delle acque reflue. La maggior parte dei residenti non può più ottenere acqua potabile dai fornitori di servizi o acqua domestica attraverso le condutture…. La situazione umanitaria ha raggiunto livelli letali, eppure tutti i rapporti indicano ulteriori attacchi. La compassione – e il diritto internazionale – devono prevalere”.

All’inizio di questa settimana, un’altra lettera che chiedeva un cessate il fuoco a Gaza e l’apertura agli aiuti umanitari nella regione ha attirato numerosi firmatari significativi. La dichiarazione, di Artists for Palestine UK, è stata firmata da personaggi come Tilda Swinton, Charles Dance, Steve Coogan, Miriam Margolyes, Michael Winterbottom, Mike Leigh e Asif Kapadia. La lettera accusava il governo britannico di “non solo tollerare i crimini di guerra ma anche di aiutarli e favorirli”.

Il 7 ottobre, il gruppo militante palestinese Hamas ha lanciato un attacco senza precedenti contro Israele, uccidendo più di 1.400 persone e prendendo più di 200 ostaggi. Il governo israeliano ha risposto lanciando un “assedio completo” su Gaza, come descritto dal ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant. Secondo il Ministero della Sanità palestinese, più di 3.800 palestinesi sono stati uccisi nel conflitto.

Austin Butler su Tom Hardy: “il ragazzo più intenso che abbia mai visto”

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Austin Butler pensava che Tom Hardy sarebbe sempre stato serio mentre girava il loro prossimo film drammatico The Bikeriders, ma ha poi scoperto che Hardy ha l’impressionante capacità di accendere e spegnere la sua intensa emotiva. I due attori sono protagonisti del dramma di Jeff Nichols insieme a Jodie Comer. Il film, ispirato al libro di Danny Lyon, segue l’ascesa e la caduta di un immaginario club motociclistico degli anni ’60 nel Midwest. Tom Hardy interpreta una pericolosa figura che fa da mentore al personaggio di Austin Butler.

Dopo lo spettacolo di ‘Elvis‘ e ‘Dune‘, e questi personaggi che erano molto diversi da me, poter andare in qualcosa in cui c’è un’intima sensibilità per ‘The Bikeriders'”, ha detto recentemente Butler a Josh Brolin durante un chat per la rivista Interview . “Sono i motori rombanti e l’odore di grasso che dobbiamo avere intorno. È stato bello andare in qualcosa che sembrasse più indipendente e suonare in quello spazio per un po’. Ma una delle cose a cui stavo pensando prima, quando parlavi di quel relax sul set, era che Tom Hardy mi aveva sorpreso. Lo immaginavo come un orso grizzly, sempre serio. E davvero, è una delle persone più divertenti che abbia mai incontrato. Scherzava finché non veniva chiamata l’azione e poi diventava il ragazzo più intenso che avessi mai visto”.

Mi ricorda le storie che ho sentito di [Marlon] Brando, che parla con l’operatore della macchina da presa fino al momento in cui viene chiamata l’azione“, ha detto Josh Brolin. Ho imparato molto da Tom“, ha aggiunto Austin Butler. “Mi ricorda te, dove puoi essere in quel luogo rilassato in cui sei ricettivo al tuo ambiente, e poi quando arriva il momento, puoi fare clic su ciò che la scena richiede. Anche quello è stato fantastico perché avevo un paio di settimane libere da “Dune”. Sono tornato e ho iniziato ad allenarmi sulle moto ogni giorno.

Disney e 20th Century Studios avrebbero dovuto lanciare “The Bikeriders” nelle sale il 1 dicembre, ma per ora è stato tolto dal calendario a causa dello sciopero del SAG-AFTRA. Il film è stato presentato in anteprima mondiale con ottime recensioni al Telluride Film Festival. Michael Shannon, Mike Faist e Norman Reedus completano il cast. Il film Segue l’ascesa di un club motociclistico del Midwest attraverso le vite dei suoi membri.

The Erection of Toribio Bardelli: recensione del film di Adrián Saba – #RoFF18

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La disfunzionale famiglia Bardelli, a 360° gradi, è protagonista del racconto di Adrián Saba che nel corso di due notti ci mostra i demoni di ogni membro che si confronta con la perdita della moglie e madre. Il vedovo Toribio (Gustavo Bueno) e i figli Sara (Gisela Ponce de Leon), Silvestre (Rodrigo Sánchez Patiño) e Luz (Michele Abascal) raccolgono l’eredità di questi due genitori navigando nelle acque torbide dell’incertezza. Una pellicola che racconta il lutto e la reazione di una famiglia che affronta la perdita ma anche la disperazione di una esistenza ricca di dubbi. Nel corso di due notti, Toribio si confronta con la propria mortalità incombente, affronta i suoi figli allontanati, che sono alla ricerca della propria identità dopo la perdita della madre.

La trama di The Erection of Toribio Bardelli

La telecamera di Adrián Saba non si muove, ma fissa i personaggi e ne limita i movimenti. Questo rende la famiglia Bardelli immutabile nella sua forma, travolta da un lutto e dalla perdita e in piena crisi. Ogni personaggio affronta un dolore personale e questo quadro viene pienamente descritto da Saba che inquadra sempre i personaggi al lato della scena, come se non fossero ben centrati con la realtà. Ed effettivamente, la famiglia Bardelli naviga un po’ in questa disfunzione, tema che non solo fa da sfondo al titolo del film – The Erection of Toribio Bardelli – ma che è anche una disfunzione di sentimenti. Partiamo da Toribio, il capostipite della famiglia.

The Erection of Toribio Bardelli film cast

Un uomo tormentato dal peso dell’età che avanza che cerca di nascondere in molti modi: dal mancato rinnovo della patente allo spirito di ribellione, figlio di un’altra epoca. Con l’età che avanza e con essa la disperata ricerca di appagamento sessuale, la disfunzione di Toribio è quella dell’impotenza. Dopo aver finalmente scoperto che la moglie gli era stata infedele, Toribio perde definitivamente la bussola che oscilla tra la mancanza e la disperazione di non potersi sentire uomo ancora una volta. Il suo disagio si ripercuote in tutta la famiglia anch’essa vittima di una disfunzionalità, ma più emotiva. Non sappiamo nulla di questa famiglia, fin dall’inizio ci viene mostrata alla luce del sole. Per la figlia Sara, cieca e disoccupata, il dramma del lutto per la madre passa trasversalmente per la morte del suo cane guida al quale cerca in tutti i modi di dare un funerale dignitoso.

In modo diverso, invece, reagisce la figlia minore, Luz. Aspirante scrittrice che finge lucidità sul posto di lavoro quando vive travolta dai suoi stessi sentimenti per il direttore della rivista per cui lavora. La donna che aspira alla perfezione, nella speranza di rendere orgogliosa la madre, trova conforto nella registrazione di queste cassette surrogato di conversazioni che non avrà mai con la figura materna. Infine, il fratello maggiore, Silvester, alcolizzato e attore non riconosciuto nel suo campo. Il suo dolore, fisico ed emotivo, per la perdita della madre si trasforma in una ricerca disperata di un’altra madre: quella del donatore del cuore che gli ha dato una seconda possibilità di vita. Il suo disperato tentativo di trovare pace interiore alla fine si concretizza e una volta trovato il nido materno, caldo e accogliente, decide che è il momento di andare avanti.

The Erection of Toribio Bardelli film

La reazione di Toribio Bardelli

In The Erection of Toribio bardelli, nonostante la famiglia protagonista provi a superare le sue disfunzionalità queste hanno comunque modo di ripresentarsi, con gli interessi. Lo sa bene lo stesso Toribio che fa della sua reazione all’impotenza l’ultimo atto della sua vita. Dopo essere stato vinto anche dalla sua focosa amante, Toribio compie l’ultimo gesto disperato per raggiungere quella erezione, che è una metafora per la sua reazione alla vita e all’età che avanza. Dopo questo ultimo atto, sa bene che non ci sarà il viaggio di ritorno. Per i figli, invece, questa possibilità si concretizza ancora una volta in modi diversi. Anche se ognuno riuscirà a superare il momento di difficoltà, la pellicola di Saba ci ricorda quanta fragilità può contenere un essere umano capace di ridere anche nei momenti di difficoltà.

Noi Siamo Leggenda al Lucca Comics & Games

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Noi Siamo Leggenda al Lucca Comics & Games

Sarà il palcoscenico di Lucca Comics & Games a vedere “atterrare” in prima assoluta i protagonisti di Noi Siamo Leggenda, il nuovo teen drama a tinte fantasy che racconta le storie di un gruppo di adolescenti che scoprono improvvisamente di essere dotati di superpoteri. Il primo dei sei episodi della serie – in onda da mercoledì 15 novembre in prima serata su Rai 2 e Rai Play – sarà proiettato domenica 5 novembre alle 16.30 al Teatro del Giglio di Lucca, con la partecipazione di alcuni dei protagonisti.

“Noi Siamo Leggenda” – diretta da Carmine Elia (“Mare Fuori”, “Sopravvissuti”), da un’idea di Valerio D’Annunzio e Michelangelo La Neve – è una coproduzione Rai Fiction e Fabula Pictures, prodotta da Nicola e Marco De Angelis, in collaborazione con Prime Video, mentre Federation International si occupa della distribuzione internazionale.

Nel cast principale, tra gli altri, Emanuele Di Stefano, Nicolas Maupas, Giacomo Giorgio, Beatrice Vendramin, Giulio Pranno, Valentina Romani, Milo Roussel, Sofya Gershevich, Margherita Aresti, Giulia Lin, Claudia Pandolfi, Antonia Liskova e Lino Guanciale.

La storia della serie è quella di cinque ragazzi – e del loro mondo – con cinque poteri straordinari che affondano le radici nelle loro paure e nei loro desideri più profondi, capaci di stravolgere le loro vite. Un coming of age che unisce dramma, azione e ironia in una narrazione originale, capace di rinnovare e riscrivere i canoni del racconto young adult di supereroi. Niente missioni iperboliche, nessun universo da salvare o supercattivi da combattere. Un racconto di formazione in cui i superpoteri si fanno metafora delle difficoltà che gli adolescenti sono chiamati ad affrontare. Un affresco commovente, forte, divertente e spiazzante di una società – la nostra – e di una parentesi della vita – l’adolescenza – in cui tutti, almeno una volta, hanno sognato di avere i superpoteri. Per combattere le ingiustizie che li circondano. Vincere la propria insicurezza. Accettarsi. Fare la cosa giusta. Senza immaginare che qualcuno, nell’ombra, è consapevole della vera origine degli improvvisi poteri.

I supereroi saranno presenti a Lucca Comic & Games il 5 novembre, a partire dalle ore 16 sul Community Carpet in piazza del Giglio

In occasione dell’anteprima, saranno a Lucca dieci dei protagonisti, per svelare i propri personaggi:

MASSIMO (Emanuele di Stefano) – Massimo è molto intelligente, il classico ragazzo che riesce ad andare bene a scuola senza studiare. Chiuso in sé e timido, ha tutte le caratteristiche per essere un “figo”, ma non ne è consapevole.

MARCO (Giulio Pranno) – Amico fidato, con Andrea e Massimo forma un trittico indissolubile. Simpatico, capace di sdrammatizzare ogni cosa, sarà l’unico del gruppo a non sviluppare poteri.

VIOLA (Margherita Aresti) – Tanto bella quanto tagliente e spigolosa, Viola è la gemella di Marco, nonché il sogno erotico di mezza scuola, Massimo compreso.

ANDREA (Milo Roussel)  – È nato con una malformazione cardiaca che lo obbliga a stare sempre sotto controllo e a evitare qualunque emozione troppo forte o stravizio.

GRETA (Sofya Gershevich) – Greta è di madrelingua tedesca, figlia dell’ambasciatrice in Vaticano. Apparentemente snob, frivola e sarcastica, nasconde dietro la sua durezza il suo più grande dolore: suo fratello, infatti, è in coma irreversibile da più di un anno, in seguito a un incidente del quale lei si dà la colpa.

JEAN (Nicolas Maupas) – Jean è francese. La sua famiglia è venuta nel Belpaese per seguire meglio l’azienda di alta moda del quale il padre, Giuseppe, è CEO e titolare. Nonostante sia alto e corpulento, Jean è terribilmente fragile e timoroso e questo, unito alla sua timidezza, lo rende bersaglio ideale delle vessazioni da parte dei suoi coetanei, ma anche di suo padre.

LARA (Valentina Romani) – Lara, originaria dell’Est Europa, è nata e cresciuta nel quartiere. Cazzuta, intelligente, spiritosa ma in modo mai pungente e poco incline a seguire le mode del momento, Lara è bella, di una bellezza peculiare e poco appariscente.

LIN (Giulia Lin) – Lin, cinese di seconda generazione, figlia di emigrati giunti in Italia vent’anni fa, non spicca certo per la sua bellezza. Il suo più grande desiderio è essere accettata e crede di doversi uniformare a modelli estetici occidentali per riuscirci.

NICOLA (Giacomo Giorgio) – Nicola, fratello di Andrea, è il bello del gruppo. Egocentrico e vanitoso, è fissato con il suo fisico che modella con ore di palestra e allentamenti. Nonostante tutto, però, riesce ad essere anche simpatico, perché in fondo è tutto tranne che cattivo.

SARA (Beatrice Vendramin) – Sara è bella, di una bellezza palese, sfrontata, che la rende la più popolare della scuola. Fidanzata con Nicola, Sara non ha mai avuto paura di usare quello che madre natura le ha dato per ottenere ciò che vuole, anche se questo significa calpestare qualcuno.

The Life of David Gale: tutte le curiosità sul film con Kevin Spacey

Uno dei temi più dibattuti negli Stati Uniti (ma anche nel resto del mondo) è quello riguardante la pena capitale, la sua validità e la sua fallibilità. Un argomento etico particolarmente complesso e sempre attuale, trasformatosi nel corso degli anni e raccontato in più occasioni anche al cinema con pellicole come Dead Man Walking e Il miglio verde. Tra i film che più apertamente si sono schiarati contro di questa, non senza suscitare controversie, vi è The Life of David Gale, diretto nel 2003 da Alan Parker, scritto da Charles Randolph e prodotto tra gli altri dall’attore Nicolas Cage.

Parker, regista di celebri film come Fuga di mezzanotte, Saranno famosi e Mississippi Burning – Le radici dell’odio, propone con questo che è il suo ultimo film una riflessione tanto sulla pena di morte quanto anche sul ruolo dell’attivismo, sul confine tra passione ideologica e fanatismo. Con un finale quantomai controverso che non ha mancato di suscitare analisi e dibattiti, The Life of David Gale è un potente dramma ancora oggi oggetto di sempre nuove considerazioni. Impreziosito da un cast di grandi attori, sul quale si fonda anche molta della fama del titolo, il film è sempre un interessante visione a partire dalla quale formare una propria opinione in merito.

Al momento della sua uscita, infatti, il film passò quasi inosservato, guadagnando popolarità nel tempo fino a divenire un vero e proprio cult del suo genere e sull’argomento. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi al cast di attori e al controverso finale. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo. Prima, però, si approfondirà la storia, vera o meno, del film.

Kate Winslet in The Life of David Gale

La trama di The Life of David Gale e la storia vera

Protagonista del film è David Gale, un professore di filosofia presso l’Università di Austin, in Texas. Egli, inoltre, è anche un membro attivo del Death Watch, un’associazione che lotta contro la pena di morte. La vita del rispettabile docente cambia però drasticamente dopo una notte di sesso violento con Berlin, una studentessa conosciuta a un party, che prima lo seduce e poi lo accusa di stupro. Arrestato per questo motivo ma poi scagionato, David vede la sua reputazione professionale ormai distrutta. È a questo punto che intraprende una relazine con Constance Harraway, anch’essa membro del Death Watch.

Quando però la donna viene ritrovata stuprata e uccisa, i sospetti ricadono nuovamente su Gale, che viene nuovamente arrestato e, stavolta, condannato proprio a quella pena di morte da lui tanto combattuta. Prima che l’esecuzione avvenga, la giornalista Bitsey Bloom si avvicina a David nel tentativo di ottenere la sua versione dei fatti. Parlando con l’uomo, la donna entrerà nel pieno delle battaglie etiche contro la pena capitale, scoprendo molto più di quello che pensava. Quando tutto le sarà chiaro, Bitsey dovrà scegliere da che parte stare, schierandosi per la verità o il silenzio.

Quella del film è stata costruita come una storia apparentemente vera, ma in realtà non è così. Si tratta di un racconto totalmente inventato, come dichiarato dallo stesso sceneggiatore. L’intenzione di questi, infatti, era quella di dare al pubblico qualcosa che sembrasse basato su eventi reali, poiché ciò avrebbe favorito un maggior coinvolgimento e una più facile identificazione tra gli spettatori e i personaggi del film. Non per tutti però questo risultato è stato raggiunto e noto è il parere del celebre critico Roger Ebert, il quale ha affermato che il film sembra in realtà screditare gli oppositori della pena di morte piuttosto che sostenere le loro battaglie.

The Life of David Gale storia vera

Il cast del film

Come anticipato, il film vede la partecipazione di noti attori, tra cui alcuni premi Oscar. Il primo di questi è Kevin Spacey, nel ruolo del protagonista, un personaggio per cui erano però originariamente stati pensati Nicolas Cage e George Clooney. Kate Winslet è la giornalista Bitsey Bloom, un ruolo inizialmente offerto a Nicole Kidman. L’attrice Laura Linney interpreta invece Constance Harraway, mentre Rhona Mitra è la studentessa Berlin. Completano poi il cast gli attori Lee Ritchey nei panni di Joe Mullarkey, Gabriel Mann in quelli di Zack Stemmons e Matt Craven come Dusty Wright. Compare invece nei panni di Nico, una ragazza goth, l’attrice Melissa McCarthy, oggi nota per i suoi ruoli comici.

Il trailer di The Life of David Gale e dove vedere il film in streaming e in TV

È possibile fruire di The Life of David Gale grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Google Play, Apple iTunes e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di venerdì 20 ottobre alle ore 21:00 sul canale Iris.

Fonte: IMDb

Te l’avevo detto: recensione del film di Ginevra Elkann – #RoFF18

Il nostro pianeta si sta ribellando. Basta volgere lo sguardo verso il cielo oppure al termostato. O anche ai telegiornali, che ogni giorno annunciano notizie riguardo catastrofi ambientali. Terremoti, alluvioni, aridità. Le coltivazioni soffrono, i mari sono pieni di plastica. Qualcosa sta cambiando, ma quand è che abbiamo iniziato ad esserne così indifferenti? O peggio ancora, a non accorgercene? È una domanda che sorge spontanea a tutti, ma in particolare a Ginevra Elkann, che alla sua seconda esperienza dietro la macchina da presa, Te l’avevo detto, quattro anni dopo Magari, decide quasi di fare una denuncia sociale. Lo fa attraverso uno degli strumenti migliori, fra i più accessibili e leggibili a tutti: il cinema. Perché così, utilizzando un medium largamente fruito, si può arrivare a quante più persone possibili e forse, potremmo dire, si può provare a fare la differenza. A dare una mano, a sensibilizzare.

È anche questo lo scopo del cinema, in fondo. Parlare, approfondire, consigliare, ragguardare. Ma anche… rivelare. Te l’avevo detto, fra i titoli di spicco nella sezione Grand Public della 18esima edizione della Festa del Cinema di Roma, è una commedia nera che sembra quasi un presagio. Qualcosa che non è molto lontano da una possibile realtà, se non invertiamo la rotta di marcia. Elkann, per la sua nuova opera, chiama a rapporto i suoi fidati Alba Rohrwacher e Riccardo Scamarcio, già presenti nel suo esordio registico, ma questa volta si impegna a costruire un cast molto più femminile. Ad accompagnarli ci sono infatti anche Valeria Golino, Valeria Bruni Tedeschi e Sofia Panizzi, a ognuna delle quali viene affidato un personaggio incisivo. Te l’avevo detto sarà distribuito da Fandango.

Te l’avevo detto, la trama

Gennaio. Roma è ancora addobbata a festa, il Natale in fondo è da poco passato. Il problema, però, è che il periodo invernale non coincide con le temperature segnate sul termoregolatore, che aumentano quattro o cinque gradi in più di giorno in giorno. L’asfalto brucia, il sole non riscalda ma cuoce. Un’anomalia preoccupante, che però non sembra toccare Gianna (Valeria Bruni Tedeschi), una fanatica religiosa ossessionata dalla sua amica Pupa (Valeria Golino), la quale a sua volta pensa solo a risollevare la sua carriera di pornostar giunta al capolinea da diversi anni. Ma non sono le uniche: anche a Caterina (Alba Rohrwacher) non interessa, troppo presa dall’alcol a cui non riesce proprio a rinunciare. Men che meno a padre Bill (Danny Huston), ex eroinomane impegnato a capire dove seppellire le ceneri di sua madre. Ognuno di loro ha altro a cui pensare; ha vizi e fisime che non riesce a controllare. Nessuno si rende conto che il clima è cambiato, e che lentamente sta danneggiando tutto. Perché pensando troppo a se stessi, non si ha il tempo e la voglia di guardare realmente fuori, o ascoltare davvero una radio impazzita che ci avvisa di… stare attenti.

Te l'avevo detto Valeria Bruni Tedeschi

Una Roma mai stata così calda

Fa caldo in Te l’avevo detto. Un caldo che si percepisce sin dalle prime inquadrature, quando entriamo nell’afa di una Roma che piano piano si scioglie sotto un sole anomalo e cocente. Un senso di oppressione, mancanza di respiro, un nodo alla gola: ci sentiamo soffocare. Tutte sensazioni che la regista non vuole esitare a farci provare subito, perché forse solo sentendole, come se le vivessimo in prima persona, possiamo capire la storia che ci vuole raccontare. Per farlo Ginevra Elkann si affida completamente alla fotografia gialloarancio e nebbiosa di Vladan Radovic che, mentre il film progredisce, accende sempre di più quei colori caldi, di pari passo con le emozioni dei suoi protagonisti, fino a farli esplodere – anche qui come loro – nelle sequenze ultime.

In Te l’avevo detto è tutto parossistico: lo è l’atmosfera densa e spessa che avvolge la Capitale, lo sono i protagonisti con i loro vizi e ossessioni e le loro situazioni grottesche, spesso folli. Se dobbiamo dare un primo merito alla regista, è proprio questo: aver saputo costruire un racconto in cui cambiamento climatico, vulnerabilità e perversioni umane hanno lo stesso crescendo narrativo ed emotivo, intrecciandosi e diventando quasi una metafora l’uno dell’altro. Perché come si vedrà nel finale, sia la condizione del pianeta che di noi stessi può solo che peggiorare se né dell’uno né dell’altro ci prendiamo cura. È l’inevitabilità delle cose, che si deteriorano a causa dell’indifferenza e della superficialità con cui vengono trattate.

Una fotografia della società

Te l’avevo detto traccia dunque due percorsi: il primo è, come abbiamo detto, il problema climatico; l’anomalia che la regista ci mostra potrebbe avverarsi in un futuro non troppo lontano, su cui lei stessa ha ragionato in un’estate in cui “tutto intorno a sé si stava sciogliendo”. E la sola idea che quello a cui assistiamo, in fondo, potrebbe tramutarsi in realtà, scuote nel profondo. Il secondo, invece, riguarda la nostra società. Elkann sembra volercene fare una fotografia amara attraverso i suoi personaggi sui generis, pur essendo questi inclini allo stereotipo. Focalizzandosi sulle loro turbolenze emotive, sfaccettature caratteriali e torbide sfumature, la regista insieme a Chiara Barzini e Ilaria Bernardini – con le quali scrive la sceneggiatura – riflette su un’umanità che ad oggi tende a essere sempre più egoista, autoreferenziale e vana, che non si accorge di ciò che le accade attorno perché troppo concentrara su se stessa e sulle proprie necessità. Ognuno con il proprio bagaglio nocivo sulle spalle, ognuno con la bramosia di voler soddisfare le proprie esigenze senza mai mettersi in discussione.

Ed è così che Te l’avevo detto innesca due tipi di riflessioni tanto diverse quanto simili, che non lasciano di sicuro indifferenti. Forse l’unico errore della regista, che grava un po’ sull’economia generale di un film che comunque nel suo insieme funziona, è aver veicolato questo tipo di messaggi attraverso più storie che non riescono a reggerne il peso equamente. Inevitabilmente alcune di loro si perdono nel discorso e non sboccano da nessuna parte, come ad esempio l’arco narrativo di Riccardo e Caterina, o ancora di Bill, appesantendone la fluidità poiché non aventi davvero il giusto spazio di evolvere. Altre invece convincono a pieno e prorompono, come quelle di Pupa e Gianna, caricate con le belle e forti interpretazioni di Valeria Golino e Valeria Bruni Tedeschi. Te l’avevo detto diventa così uno dei film italiani per cui vale la pena condersi del tempo. Perché lascia un segno. E ci ricorda che il cinema è potente, ma soprattutto non è solo finzione: può essere specchio di una realtà che a volte fatichiamo a vedere, se solo si presta davvero attenzione a ciò che si guarda.

Saltburn: il trailer del film di Emerald Fennell

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Saltburn: il trailer del film di Emerald Fennell

Prime Video ha diffuso il trailer italiano ufficiale di Saltburn, il nuovo film di Emerald Fennell che arriverà prossimamente sulla piattaforma.

La regista e sceneggiatrice premio Oscar Emerald Fennell (Una donna promettente) ci regala una storia di privilegio e desiderio splendidamente perfida. Mentre tenta faticosamente di trovare il suo posto all’Università di Oxford, lo studente Oliver Quick (Barry Keoghan) viene attratto nel mondo dell’affascinante e aristocratico Felix Catton (Jacob Elordi), che lo invita a Saltburn, l’eccentrica tenuta di famiglia, per un’estate indimenticabile.

Saltburn, recensione del film di Emerald Fennell

Scritto e diretto da Emerald Fennell Prodotto da Emerald Fennell, Margot Robbie, Josey McNamara con Barry Keoghan, Jacob Elordi, Rosamund Pike, Richard E. Grant, Alison Oliver, Archie Madekwe e Carey Mulligan.

Silenzio, parla Martin Scorsese… Intervista al regista di Killers of the Flower Moon

In arrivo nelle sale italiane il 19 ottobre con 01 Distribution prima di approdare su Apple TV+, Killers of the Flower Moon (qui la recensione) segna il grande ritorno di Martin Scorsese. Tratto dall’omonimo libro-inchiesta di David Grann, il film racconta dei crimini perpetrati negli anni ‘20 ai danni della tribù di nativi Osage dopo la scoperta del petrolio nei terreni dell’Oklahoma a loro assegnati. Interpretato dai fedelissimi del regista Leonardo DiCaprio e Robert De Niro e dall’astro nascente Lily Gladstone, Killers of the Flower Moon ci è stato presentato da Scorsese stesso. Ecco la nostra chiacchierata con il grande autore di Taxi Driver, Toro scatenato e L’età dell’innocenza.

Quando ha deciso di trasporre in immagini la storia dei nativi Osage e del loro genocidio?

Mentre mi accingevo a completare The Irishman mi hanno portato il libro di Grann proponendomi di realizzarne un film. In principio non pensavo di essere il regista giusto per farlo, devo ammettere che da giovane non sapevo nulla o quasi della questione dei nativi americani e di come fossero stati trattati. Gli anni ‘70 sono stati il decennio in cui l’opinione pubblica ha iniziato a scoprire veramente la verità su una condizione che purtroppo ancora oggi sussiste. Prima c’era una sorta di idealizzazione agiografica, una specie di mito del “buon selvaggio” alla maniera di Rousseau. Ho subito messo in chiaro che se avessi deciso di girare Killers of the Flower Moon avrei tentato di rappresentare il mondo degli Osage in maniera realistica, anche nelle scene in cui la loro cultura contempla la possibilità di visioni o sogni. Quello che vediamo nel film è reale tanto quanto il mondo dei bianchi.

Come ha lavorato con la comunità del luogo per ricostruire eventi e ambientazioni?

All’inizio la tribù Osage era scettica riguardo al progetto, ho fatto del mio meglio per rassicurare i membri che saremmo stati il più possibile veritieri, accurati nella rappresentazione della cultura e dei loro rituali. Siamo stati estremamente scrupolosi nel prestare attenzione a particolari come il nome dei bambini, le coperte, gli indumenti e ovviamente il linguaggio. Lily, Leonardo e Robert l’hanno imparato con entusiasmo, tentando di scoprire quanto più possibile di questa civiltà antica. Si tratta di una questione delicata, i discendenti delle vittime di tali crimini vivono ancora in quei luoghi e non parlano molto di ciò che è avvenuto ai loro avi. Tutte le licenze che ci siamo presi in fase di riprese sono state approvate dalla comunità Osage.

Vi sono differenze sostanziali tra il testo di partenza e quello che il suo film racconta?

Siamo passati attraverso molte riscritture della sceneggiatura, cambiando spesso prospettiva. Il libro di David Grann si concentra in gran parte sul lavoro dell’FBI, la prima vera grossa indagine che rese celebre l’agenzia e gli conferì potere. Con Eric Roth abbiamo lavorato a questo aspetto della trama per quasi due anni, ci siamo spinti fin dove potevamo. Pian piano però abbiamo compreso che il cuore della storia era il rapporto tra Mollie e Ernest, la loro storia d’amore. Quello è stato il momento in cui Leonardo DiCaprio è entrato nel film come protagonista, mentre all’inizio doveva interpretare l’agente dell’FBI Tom White, la parte che poi è andata a Jesse Plemons. Da quel momento la sceneggiatura ha iniziato a cambiare, è diventata una storia raccontata dall’interno, ha lasciato venire in superficie il peccato e l’omissione, la complicità. La storia d’amore tra i due presuppone fiducia, e da qui si determina il tradimento.

Gli anni 20 killers-of-the-flower-moon
Cortesia di 01 Distribution & RaiCinema

Lei è un cineasta principalmente “urbano”, come si è trovato a realizzare un film nelle praterie specifiche del western?

È vero, io sono un uomo di città, cresciuto nel Lower East Side di New York, ci ho messo una vita a capire cosa volesse dire che il sole tramonta a Ovest tanto per fare un esempio. La prima volta che sono andato in Oklahoma per vedere alcune possibili coibentazioni è stato nel 2019, durante la lunghissima post-produzione di The Irishman, prima che scoppiasse la pandemia. Quando mi sono trovato di fronte quegli scenari naturali ne sono rimasto scosso, possono aprirti veramente il cuore e la mente. Specialmente quando guidi in quelle strade dritte per miglia e miglia e puoi ammirare bisonti o cavalli selvaggi. Allo stesso tempo ho iniziato anche a percepire quanto tali luoghi possano essere sinistri: quando non hai nessuno intorno per miglia, tutto può succedere, specialmente cento anni fa quando avvennero i fatti che racconto nel film.

Killers of the Flower Moon adopera la colonna sonora di Robbie Robertson in maniera audace, quasi innovativa. Che idea c’è alla base di questa scelta?

Molti miei film possiedono una loro musicalità interna. Per le scene di pugilato in Toro scatenato ad esempio mi sono ispirato ai balletti di Scarpette rosse: tutto è visto dall’interno del ring, nella testa del combattente, allo stesso modo in cui nell’altro film vediamo ogni cosa con gli occhi di Moira Shearer. Sul set di Quei bravi ragazzi invece facevo sentire Layla durante le riprese con movimenti di macchina elaborati. Qualcuno mi ha fatto notare a ragione che Killers of the Flower Moon possiede la cadenza di un bolero, che parte lento per poi acquistare ritmo e potenza fino all’esplosione finale. In questo mi aiuta moltissimo lavorare con Thelma Schoonmaker in sala di montaggio, non potrei avere collaboratore migliore per capire i miei film. Il giro di basso di Robbie Robertson che adopero per quasi tutto il film è sexy, pericoloso e carnale.

Leonardo DiCaprio Robert De Niro Killers of the Flower Moon
Gentile concessione di © 01 Distribution

Cosa l’ha portata a scegliere Lily Gladstone per il ruolo di Mollie?

La casting director, Ellen Lewis, mi ha fatto vedere Certain Women di Kelly Reichardt e sono rimasto colpito dalla sua bravura. Durante la pandemia abbiamo iniziato a collaborare via Zoom e la presenza, la calma e l’emozione che il suo volto lasciava trasparire mi hanno conquistato. Puoi capire che la sua mente è costantemente a lavoro dietro quello sguardo così pacato. La prima scena che abbiamo girato insieme è quella della cena tra Mollie ed Ernest, dove lei lo interroga. Lily è stata magnifica nel far capire che Mollie sa perfettamente che tipo di uomo é Ernest, in cosa si sta cacciando quando decide di sposarlo. L’alchimia con Leonardo è stata incredibile fin dall’inizio, hanno avuto libertà di improvvisazione e spesso abbiamo riscritto delle scene proprio grazie al loro supporto. Un’altra qualità di attrice di Lily che vorrei sottolineare sta nel fatto che il suo impegno, il suo attivismo nella vita reale non sono mai andati a sovrastare il personaggio che stava interpretando. Questo è segno di grande competenza professionale. Per me lavorare con lei è stata una boccata d’aria fresca: ormai la mattina faccio fatica sul set, non ho più le energie di un tempo. Quindi avere intorno attori più giovani ed entusiasti come Leo, Jonah Hill, Margot Robbie o Lily Gladstone mi aiuta notevolmente a iniziare il lavoro.

E invece cosa vuole aggiungere riguardo il suo rapporto con Robert De Niro e Leonardo DiCaprio?

Con Robert siamo cresciuti insieme, ci conosciamo fin da quando eravamo adolescenti. È l’unico attore che sa veramente da dove vengo, che tipo di persone frequentavo. Gli anni ‘70 per il nostro rapporto sono stati un grande banco di prova, abbiamo sperimentato tutto il possibile e abbiamo scoperto di poterci fidare l’uno dell’altro. In quel periodo Robert come star possedeva un potere enorme e avrebbe potuto facilmente prendere il controllo dei nostri film. Non ho mai avuto paura di questo. Lavoravamo in libertà, desiderosi di sperimentare, senza alcuna paura. Anni dopo mi disse che in un film intitolato Voglia di ricominciare aveva recitato con un ragazzo, un certo Leonardo DiCaprio, e mi consigliò di lavorarci un giorno. Lo disse in maniera quasi casuale, ma non lo era affatto. Non era da Bob, uno che non dà mai questo tipo di suggerimenti. Così anni dopo Leo rese possibile la realizzazione di Gangs of New York, visto che dopo Titanic era una star mondiale. Il nostro rapporto si è consolidato con The Aviator, ho capito grazie a quel film che eravamo sulla stessa lunghezza d’onda. La svolta è arrivata con The Departed, un thriller che Bill Monahan riscriveva continuamente per stare dietro all’interpretazione febbrile di Leo. Quello è stato il progetto che mi ha fatto capire quanto, anche se abbiamo età diverse, possediamo moltissime cose in comune, un’affinità umana e intellettuale. Per The Wolf of Wall Street mi sono fidato completamente di lui, e durante le riprese mi ha regalato momenti incredibili.