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Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Stagione 2 ha un colpo di scena finale molto migliore rispetto a quello di Il Mare dei Mostri

Invece di andare sul sicuro seguendo le tracce del romanzo a cui è ispirato, il finale della di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Stagione 2 è stato audace e si è concluso con un colpo di scena ancora più importante rispetto a quello del romanzo originale Il mare dei mostri di Rick Riordan. Tra cambiamenti e sorprese, la posta in gioco è stata alzata in modo molto stimolante in vista della terza stagione.

Nell’episodio 8, Thalia Grace (Tamara Smart) torna ad assumere la sua forma umana, dopo essere stata per tanto tempo l’albero in cui Zeus l’aveva trasformata. Ciò significa che ora esiste un secondo figlio dei Tre Grandi che potrebbe compiere la Grande Profezia, destinata a salvare o distruggere l’Olimpo.

Sebbene questo sia vero anche nel libro, il grande colpo di scena finale di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Stagione 2 va oltre e forse migliora la serie.

La spiegazione del colpo di scena de Il mare dei mostri (e in che modo la serie lo cambia)

Nel romanzo originale Il mare dei mostri, la resurrezione di Thalia tramite il Vello d’Oro chiude il libro: è una svolta clamorosa che nessuno dei personaggi si aspettava, fatta eccezione per il Titano Crono, che aveva manipolato gli eventi proprio per rimettere in gioco la figlia di Zeus.

Nella serie, invece, il ritorno di Thalia era già un elemento previsto, molto prima che il Vello d’Oro venisse posto sull’albero affinché la semidei tornasse nella sua forma umana. Di conseguenza, questo ha aumentato le tensioni e le dinamiche tra Annabeth e Luke, così come con lo stesso Percy, mostrato alle prese con incubi sul ritorno di Thalia e su ciò che questo potrebbe significare per la Grande Profezia.

Detto ciò, nelle scene finali di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Stagione 2 viene introdotto un nuovo e ben più grande colpo di scena.

Photo Credit: Disney

Il nuovo colpo di scena di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Stagione 2 alza ulteriormente la posta in gioco

Il nuovo twist con cui si chiude Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Stagione 2 rivela che Thalia non era stata ferita mortalmente dalle Furie per poi essere salvata dalla misericordia divina di Zeus attraverso la trasformazione in albero (come avviene nel libro).

Al contrario, le Furie erano state mandate da Ade per informare Thalia della Grande Profezia e del desiderio di Zeus di usarla come un’arma, creando deliberatamente una frattura tra padre e figlia.

Questa verità viene rivelata da Chirone, che aveva assistito al rifiuto di Thalia e alla successiva trasformazione operata da Zeus come punizione (piuttosto che come atto di compassione per salvarle la vita). A Chirone fu poi ordinato di mantenere nascosta la verità negli anni successivi… fino ad ora. Rispetto alla storia originale de Il mare dei mostri, questo nuovo colpo di scena aumenta drasticamente la posta in gioco della Grande Profezia e si collega in modo più efficace ai conflitti che verranno esplorati nelle stagioni future.

Non solo questo twist prepara meglio lo scontro tra Percy e Thalia in La maledizione del Titano (stagione 3 di Percy Jackson), ma fornisce anche una motivazione molto più solida per la frattura tra Thalia e Zeus, influenzando in maniera decisiva le scelte che lei finirà per compiere.

In definitiva, il finale della stagione 2 di Percy Jackson dimostra che la serie ha compreso a fondo ciò che rendeva efficaci i libri nella loro essenza, ma anche dove potevano essere migliorati. Con lo stesso Rick Riordan coinvolto nella realizzazione della serie Disney+, è già stato confermato che Riordan ha sostenuto il cambiamento principale del finale de Il mare dei mostri.

Il finale di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Stagione 2 risulta davvero molto più solido sotto ogni aspetto, rispetto al romanzo, allineandosi in modo nettamente migliore alle avventure che devono ancora arrivare.

Tutti gli episodi di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo sono ora disponibili in streaming su Disney+.

Sentimental Value: recensione del film di Joachim Trier – Cannes 78

Questo potrebbe essere il suo anno. Il regista norvegese Joachim Trier è un habituè di Cannes e, ricordiamo, con La persona peggiore del mondo (2021, sua ultima partecipazione al Festival) è riuscito a guadagnarsi due premi di rilievo, Miglior sceneggiatura e Miglior Attrice per Renate Reinsve, risultati poi in due effettive candidature agli Oscar 2022. Ora, torna in concorso sulla Croisette con Sentimental Value, tra i titoli favoriti per la Palma d’oro di quest’anno, sostenuto dall’etichetta NEON, ovvero la casa di distribuzione che ha portato al pubblico – e fino agli Academy Awards – gli ultimi 5 vincitori della Palma d’oro.

La famiglia peggiore del mondo?

Nora Borg (Renate Reinsve) è un’attrice affermata, mentre suo padre Gustav (Stellan Skarsgård), regista di culto ormai inattivo da quindici anni, è rimasto ai margini della vita familiare della donna dopo la separazione dalla madre. I due hanno rapporti sporadici: Gustav è distante tanto da Nora quanto dalla sua seconda figlia, Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), e dal nipotino. Ma quando muore l’ex moglie e madre delle due sorelle, l’uomo ricompare per il funerale e chiede a Nora un incontro privato. Lei, reduce dal debutto di uno spettacolo teatrale e da un esaurimento nervoso poco prima di salire sul palco, accetta con riluttanza, certa che non si tratterà di buone notizie.

Con sua sorpresa, Gustav le propone di interpretare il ruolo principale nel suo nuovo film: una storia fortemente autobiografica incentrata sulla figura della madre, la nonna di Nora, morta suicida in giovane età. Nora però rifiuta: la relazione con il padre è da sempre tesa, lui non ha mai mostrato interesse per il suo lavoro (detesta il teatro e snobba le serie e i film in cui lei recita) e sospetta che ora la stia coinvolgendo solo per approfittare del successo della sua ultima serie, utile ad attirare finanziatori.

Poco dopo, durante una retrospettiva al Festival di Deauville dedicata a Gustav, l’uomo si imbatte in Rachel Kemp (Elle Fanning), diva hollywoodiana rimasta incantata dalla proiezione di un suo vecchio film. Dopo una serata di confidenze e alcol in spiaggia, Gustav offre a Rachel lo stesso ruolo precedentemente rifiutato da Nora. L’attrice americana accetta con entusiasmo e inizia a prepararsi in modo ossessivo, immergendosi nella storia e nel passato della famiglia Borg con una curiosità sempre più invasiva.

Il valore affettivo di Joachim Trier

Fin dal punto di vista produttivo, sembra che questa nuova opera di Trier abbia con sé un forte “sentimental value”: si configura infatti come un gioco continuo tra realtà e finzione che è diventato sempre più caro alla filmografia di Trier. Riporta in scena i suoi attori feticcio Anders Danielsen Lie – che ha lavorato con lui fin da Reprise – e Renate Reinsve, che a loro volta interpretano attori nella pellicola. Ma amplia anche il parterre di protagonisti, addirittura c’è un volto hollywoodiano (Elle Fanning) e un volto-ponte (Stellan), star tanto dell’industria cinematografica nordica quanto di quella oltreoceano. Un’operazione, più di qualsiasi altra sua precedente, volta a rafforzare l’immagine internazionale di un regista europeo sempre più lanciato dopo l’ottima accoglienza riservata a The Worst Person in the World.

Come dicevamo, ritroviamo Renate Reinsve nel ruolo di una Julie 2.0, questa volta più risolta a livello professionale ma ugualmente spezzata per quanto riguarda la sfera privata. Qui interpreta un’attrice di teatro che si rifugia in ruoli altisonanti e tragici (dettaglio che dice già molto del personaggio) perché ha paura di essere se stessa. Nora è molto pungente, in quanto sorella maggiore si vede che si è caricata sulla schiena il dolore della separazione dei genitori per risparmiare in qualche modo la più piccola. Agnes, secondo Nora, non si degna di confrontarsi con il padre. D’altra parte, la maggiore viene etichettata come troppo aggressiva dal padre: “Non si può amare qualcuno di così arrabbiato”, le dice.

Storia di una casa nordica

Sentimental Value è un film molto più “nordico” de La persona peggiore del mondo, nella costruzione narrativa e dei personaggi, che sprigiona in maniera completamente personale l’idea del “valore affettivo” del titolo, non come un concetto univoco e aggiunta positiva alla vita di una persona. Piuttosto, come valore proprio di ogni casa e famiglia, magari accidentato e straniante, per cui però vale sempre la pena continuare a lottare. Per arrivare a questa consapevolezza, Trier elabora una riflessione che parte dall’oggetto concreto (la casa), e l’immedesimazione con questo che Nora attua fin da bambina. Lei ha sempre voluto una “home”, termine che in lingua inglese si differenzia da “house” proprio in virtù del legame che abita la casa, e porta con sé in età adulta la rabbia non solo di questo sogno infranto, ma anche del non riuscire a costruirsi una “home” nel presente proprio per i traumi che ha.

Curiosamente, c’è un forte legame con un’altra opera in concorso a Cannes quest’anno,  Sound of Falling di Mascha Schilinski, che indaga sempre l’idea della casa che assorbe i colori di chi l’ha abitata e come questi poi riecheggiano nel tempo. Ci sono i traumi familiari, l’eredità che ci portiamo dietro da chi ci ha preceduto, l’impossibilità di confrontarci con questi e quindi chiuderci in noi stessi, una tristezza magmatica che aleggia sulle generazioni. Chiaramente, come abbiamo visto nella nostra recensione del primo film del concorso, si tratta di due riflessioni nutrite da due linguaggi molto diversi, il che le rende ancora di più affascinanti.

L’oggetto che racconta una vita

Il nuovo film di Joachim Trier “parla” per stacchi su nero, quasi a voler restituire l’impressione di frammenti di vita, scatti fotografici, che concedono allo spettatore il tempo per riflettere su questi non detti. Come nel caso di Alpha, abbiamo anche qui la messa in scena e analisi di un rapporto fraterno (in questo caso sorellanza), fondamentale per capire davvero il personaggio di Nora. Oltre la costruzione così nordica della casa – e dei rapporti – emerge però una tenerezza assoluta incapsulata, appunto, a partire da un oggetto, a cui la giovane donna potrà paradossalmente associare il sentimental value che tanto ha rincorso per tutta la vita. Uno script, un copione che forse parla di lei, come se il padre nonostante la lontananza e la mancanza di contatto fosse sempre rimasto in diretta connessione con la figlia e avesse capito qualcosa di molto intimo e inconfessabile che Nora porta dentro.

L’aspetto più riuscito di Sentimental Value è proprio il riuscire a oltrepassare questa formula di racconto prettamente nordica e forse meno accessibile de La persona peggiore del mondo per restituire un senso di tenerezza assoluto. Si tratta, probabilmente, dell’opera più poetica e sentimentale di Trier, che indaga le crepe di una famiglia come tante altre letteralmente tramite il mezzo cinematografico, sfruttandolo come testamento: basti pensare che, come svelato in conferenza stampa, lui e il suo storico sceneggiatore Eskil Vogt sono diventati padri, svolta che ha cambiato completamente il loro modo di fare cinema: “Prima volevamo fare cinema punk, ora abbiamo capito che l’emotività è il nuovo punk”, per citare direttamente le loro parole. Insomma, Sentimental Value è un metagioco che si tramuta in emozione, e che potrebbe davvero portare a Trier la sua prima Palma d’oro.

Chris Pratt nomina il personaggio del multiverso MCU che vorrebbe che Star-Lord incontrasse

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Il futuro di Chris Pratt nell’universo cinematografico Marvel è ancora incerto, ma lui sa esattamente chi vuole che Star-Lord incontri prima che la Saga del Multiverso giunga al termine. La carriera di Pratt nel franchise multimiliardario è iniziata con Guardiani della Galassia di James Gunn, dove interpretava il leader spiritoso dell’omonima squadra di supereroi cosmici. Ha poi ripreso il ruolo in entrambi i sequel di Gunn, così come in Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame e nello speciale natalizio Guardiani della Galassia Holiday Special.

Ora, mentre il pubblico continua ad aspettare una risposta su quando tornerà, Chris Pratt ha condiviso con Ash Crossan di ScreenRant, in un’intervista per il suo nuovo thriller fantascientifico Mercy – Sotto Accusa, ciò che spera per il suo futuro nell’MCU. In particolare, alla domanda su quale personaggio del multiverso vorrebbe che Star-Lord incontrasse prima che Avengers: Secret Wars concluda la saga del multiverso, la star ha indicato il Deadpool di Ryan Reynolds, esprimendo il suo entusiasmo per il fatto che la Marvel Studios abbia ora accesso all’ampia gamma di proprietà intellettuali della Fox.

Ora sembra che la Marvel Studios abbia accesso alle proprietà intellettuali che prima appartenevano ad altri studi, tra cui la Fox. Ho davvero adorato Deadpool. Penso che Ryan [Reynolds] abbia dato il meglio di sé con quella performance. È stato davvero fantastico. Mi piacerebbe essere lì durante il processo, anche solo come spettatore. Quindi direi Deadpool”, sono le parole dell’attore.

Come noto, lo Star-Lord di Pratt è apparso per l’ultima volta in Guardiani della Galassia Vol. 3, che è stato sia il canto del cigno di Gunn nell’MCU prima di diventare co-CEO della DC Studios e lanciare la DC Universe, sia l’addio alla squadra cosmica originale. Nominando Rocket nuovo capitano del gruppo, il roster rimasto era composto da Rocket, Groot, Kraglin, Cosmo, Adam Warlock, Phyla e Blurp, l’animale domestico di Adam.

Tuttavia, anche se è tornato sulla Terra e si è riunito con suo nonno, i titoli di coda del film hanno promesso che Star-Lord sarebbe tornato. Pratt è rimasto aperto alla possibilità di tornare per un nuovo progetto, che anche Gunn ha benedetto, con la maggior parte delle persone che si aspettano che appaia nel prossimo evento in due parti degli Avengers, Doomsday e Secret Wars.

Ma mentre Pratt spera in una collaborazione tra Star-Lord e Deadpool nell’MCU, le reali possibilità che ciò accada sono attualmente poco chiare. Il primo non è stato finora incluso nella lista dei personaggi confermati in Avengers: Doomsday, mentre ci sono voci contrastanti sul fatto che Reynolds riprenderà il ruolo del Mercenario Chiacchierone. Considerando il numero di attori degli X-Men originari della Fox presenti nel prossimo evento crossover, avrebbe senso che Deadpool apparisse, mentre la mancanza di personaggi dei Guardiani rende meno probabile la partecipazione di Star-Lord.

Detto questo, ci sono sicuramente altre opportunità nell’MCU per Pratt di realizzare il suo sogno di lavorare con Reynolds in un evento con Star-Lord e Deadpool. È probabile che, se non appariranno in Avengers: Doomsday, entrambi appariranno in Avengers: Secret Wars, che chiuderà la Saga del Multiverso. Inoltre, dato che secondo quanto riferito si tratterà di un soft reboot dell’intero MCU, il film del 2027 potrebbe salutare la coppia in modo esilarante prima di passare a nuovi personaggi su cui concentrarsi.

Il reboot di Resident Evil di Zach Cregger è una nuova “storia delle origini” dei giochi, afferma la star

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Zach Cregger sta per arrivare a Raccoon City per il suo prossimo lungometraggio, ma la star Kali Reis avverte di non aspettarsi un adattamento diretto del materiale originale. Sulla scia del successo ottenuto con Barbarian e prima del successo virale di Weapons, Cregger è stato annunciato come co-sceneggiatore e regista del prossimo reboot del film Resident Evil, in collaborazione con Shay Hatten, veterano di John Wick. Reis fa invece parte del cast stellare che Cregger ha messo insieme per il nuovo film, che include anche una reunion con Austin Abrams, Paul Walter Hauser e Zach Cherry.

Ora, in un’intervista con Ash Crossan di ScreenRant per il prossimo film d’azione fantascientifico Mercy – Sotto Accusa, Reis ha offerto alcune anticipazioni sull’approccio di Cregger al suo adattamento di Resident Evil. Lodando il reboot come una “continuazione della grande produzione cinematografica” che ha dimostrato nei progetti precedenti, la star ha continuato a stuzzicare il pubblico dicendo che il film sarà “la sua versione” della storia delle origini dei giochi piuttosto che una traduzione diretta delle tragedie di Raccoon City.

Devo dire che, per i fan di Resident Evil, in particolare per i giocatori, il suo tentativo di raccontare la storia delle origini, la sua versione, è incredibile. Penso che rimarrete sbalorditi dalla sua immaginazione, dalle sue idee e da questo viaggio comico attraverso il periodo folle e selvaggio della storia di Resident Evil. Penso che ne sarete piacevolmente sorpresi”.

Cosa aspettarsi dal Resident Evil di Zach Cregger

L’ultima anticipazione di Reis è in gran parte in linea con la precedente discussione di Cregger su come avrebbe affrontato il reboot di Resident Evil. Puntando a una storia originale ambientata nel mondo dei videogiochi piuttosto che a uno dei suoi personaggi ben noti, avendo persino citato Leon come uno di quelli la cui storia esiste già nei vari giochi, lo sceneggiatore/regista sta invece prendendo ispirazione dal secondo al quarto capitolo.

Non sarebbe la prima volta che un adattamento di Resident Evil cerca di adottare un approccio più originale alla storia piuttosto che seguire una linea più diretta. I film con Milla Jovovich sono diventati sempre più distanti dai giochi con ogni capitolo, in particolare uccidendo personaggi come Leon e Barry Burton, mentre la serie Netflix di breve durata ha preso in prestito dai giochi la trama di fondo, ma si è poi diramata in una direzione completamente diversa.

L’unico adattamento di Resident Evil che ha cercato un approccio direttamente fedele è stato quello del 2021 Welcome to Raccoon City, che ha unito le storie dei primi due videogiochi in uno solo. Tuttavia, anche se i critici e parte del pubblico hanno apprezzato maggiormente questo approccio fedele, il reboot ha comunque ricevuto recensioni contrastanti e ha ottenuto risultati deludenti al botteghino, portando alla cancellazione del sequel previsto e allo sviluppo finale di quello di Cregger.

La Signora in giallo, con protagonista Jamie Lee Curtis, ha trovato un regista

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Nonostante una carriera di successi e riconoscimenti, Angela Lansbury è passata alla storia nell’immaginario popolare per il suo ruolo di Jessica Fletcher in La Signora in Giallo, personaggio che rivivrà sullo schermo con le fattezze di Jamie Lee Curtis.

Il progetto che vede protagonista l’attrice premio Oscar e figlia d’arte è in fase di organizzazione e finalmente ha trovato un regista che possa cimentarsi nell’impresa. Jason Moore, regista del franchise di lancio Pitch Perfect e dell’imminente serie prequel di La rivincita delle bionde, Elle, è al lavoro sul progetto presso la Universal. Moore dirigerà una sceneggiatura di Lauren Schuker Blum e Rebecca Angelo. Amy Pascal e Lord Miller saranno i produttori.

Jason Moore ha dato il via a un’incredibile serie di successi per il multiverso di Pitch Perfect di Elizabeth Banks quasi 15 anni fa. La serie ha incassato quasi 600 milioni di dollari al botteghino mondiale, a fronte di costi di produzione per l’intera trilogia di appena 100 milioni di dollari. Tra i suoi film ricordiamo “Sisters“, con Amy Poehler, Tina Fey e Maya Rudolph, e “Nozze a sorpresa“, con Jennifer Lopez e Josh Duhamel.

Flight: la storia vera dietro il film con Denzel Washington

Flight: la storia vera dietro il film con Denzel Washington

Flight (qui la recensione) racconta la storia immaginaria del volo 277 e del suo protagonista William “Whip” Whitaker, interpretato da Denzel Washington, ma c’è una storia vera che ha ispirato questo racconto. Il film, infatti, è stato ispirato da un evento realmente accaduto che ha visto un pilota capovolgere un aereo commerciale nel tentativo di stabilizzarlo e salvare la vita dei passeggeri. Sebbene la manovra unica utilizzata nel film e alcune delle circostanze che circondano l’incidente descritto in Flight siano vagamente basate sull’evento reale, la storia vera purtroppo non ha avuto lo stesso esito di quello visto nel film di Robert Zemeckis.

Per il ruolo di Whip Whitaker, Washington si è preparato esercitandosi su un simulatore di volo. Oltre a imparare a recitare in modo convincente come pilota, ha anche dovuto imparare a comportarsi in modo autentico come una persona che lotta contro la dipendenza. In Flight, infatti, Whip Whitaker confessa di essere ubriaco mentre pilota il volo 277 e salva l’aereo da un guasto meccanico. La narrazione ha quindi sollevato questioni morali ed etiche sulla situazione di Whitaker, che è riuscito a salvare la maggior parte delle vite dei passeggeri del volo 277, ma li ha anche messi in pericolo pilotando l’aereo in stato di ebbrezza.

L’incidente del volo 277 in Flight è stato ispirato dal volo 261 dell’Alaska Airlines

Il volo 277 in Flight è stato ispirato dal vero volo 261 dell’Alaska Airlines, precipitato nell’Oceano Pacifico il 31 gennaio 2000. Il volo 261 era decollato da un aeroporto di Puerto Vallarta, Jalisco, in Messico, e stava viaggiando verso San Francisco, in California. Era previsto un unico scalo prima di raggiungere la destinazione finale a Seattle, Washington. L’aereo ha avuto un malfunzionamento e si è capovolto per un breve periodo prima di schiantarsi, uccidendo tutti i passeggeri a bordo. Tutte le 88 persone a bordo, tra cui 83 passeggeri e 5 membri dell’equipaggio, non sono sopravvissute all’impatto.

Le vicende del film sono vagamente ispirato a questi fatti reali. Brevi frammenti di dialogo utilizzati in Flight sono stati presi direttamente dalla trascrizione del CVR del volo 261, ovvero dalle conversazioni avvenute tra i piloti nella cabina di pilotaggio e altri messaggi trasmessi ai membri dell’equipaggio e ai passeggeri tramite l’altoparlante. A parte questo, non ci sono molte somiglianze tra il volo 277 immaginario e il volo 261 della Alaska Airlines realmente esistito. La causa principale dell’incidente del volo 261 è stata un errore meccanico dovuto a una manutenzione impropria. Non sono stati trovati sopravvissuti del volo 261.

Denzel Washington in Flight
Denzel Washington in Flight. Foto di Robert Zuckerman – © 2012 Paramount Pictures. All Rights Reserved.

William “Whip” Whitaker è stato ideato per il film Flight

Il protagonista di Flight, il pilota Whip Whitaker, è stato ideato appositamente per questo film, uno dei migliori di Denzel Washington, e non è basato su nessuna persona reale. Il personaggio è stato immaginato dallo sceneggiatore John Gatins dopo una conversazione con un pilota fuori servizio durante un volo. La conversazione ha fatto capire a Gatins che anche persone composte come i piloti di aerei di linea possono avere difficoltà e problemi nella loro vita personale. Questo è diventato l’ispirazione per Whip Whitaker, che combatte contro la dipendenza dall’alcol e dalle droghe illegali.

Sebbene il punto centrale di Flight ruoti attorno alle azioni eroiche fittizie di Whitaker, il nucleo della sua storia riguarda principalmente i suoi tentativi di controllare le sue dipendenze. Whitaker è stato inoltre concepito per enfatizzare l’isolamento causato dal suo abuso di sostanze, che è ciò che ha attirato il regista Robert Zemeckis alla sceneggiatura. Zemeckis ha rivelato di aver compreso il senso di disconnessione di Whip e lo ha paragonato a un simile senso di solitudine nel mondo provato da Marty McFly in Ritorno al futuro. Washington ha poi ricevuto nel 2013 una nomination all’Oscar come miglior attore per la sua interpretazione.

Cosa ha cambiato Flight rispetto alla vera storia del volo 261

Gatins, Zemeckis e il team creativo dietro Flight hanno cambiato quasi tutto rispetto alla vera storia del volo 261 dell’Alaska Airline per raccontare la sua tragica storia di dipendenza e isolamento. Il volo immaginario 227 è decollato da Orlando e avrebbe dovuto atterrare ad Atlanta. L’incidente aereo nel film è avvenuto anche sulla terraferma invece che sull’oceano. Il cambiamento più grande tra il volo 261 e quello 227 è il numero delle vittime. Nel film, solo sei persone sono morte, tra cui quattro passeggeri e due membri dell’equipaggio. Nessuno dei piloti del volo 261 era mai stato sospettato di essere ubriaco durante il volo e la Alaska Airlines non è stata menzionata nel film, venendo sostituita dalla compagnia aerea immaginaria South Jet Air.

Denzel Washington nel film Flight
Denzel Washington nel film Flight

Come Flight si confronta con altri film di Denzel Washington basati su storie vere

Oltre a Flight, Denzel Washington ha recitato in diversi film basati su storie vere. Alcuni sono simili a Flight, attingendo piccoli dettagli da eventi reali per creare una storia in gran parte fittizia. Tuttavia, in altri casi, questi film sono più fedeli ai fatti reali. Washington ha recitato in un paio di importanti film biografici nella sua carriera, interpretando Frank Lucas in American Gangster e Malcolm X nel film di Spike Lee. In entrambi i casi, questi film hanno modificato alcuni fatti per adattarli alla trama hollywoodiana, ma hanno anche ricreato momenti chiave della vita reale di questi uomini.

Altri film hanno raccontato una storia vera più ampia, non incentrata su una sola persona. La storia vera dietro Il sapore della vittoria è un racconto sportivo ispiratore, mentre Glory è uno sguardo profondo su alcuni degli eroi dimenticati che hanno combattuto nella guerra civile americana. Entrambi questi film si concentrano sulla storia vera di un gruppo di persone, cercando di catturare il significato storico di cui sono stati responsabili. In quanto tali, i film abbelliscono e modificano molti fatti su ciò che è realmente accaduto, pur rimanendo fedeli al messaggio complessivo.

Il film della carriera di Washington che più si avvicina all’approccio di Flight nell’adattare una storia vera è Unstoppable – Fuori controllo. Il film vede Washington e Chris Pine nei panni di due macchinisti che devono fermare un treno in corsa prima che si schianti e minacci una città vicina con il suo carico di sostanze chimiche. Sebbene gli eventi e i personaggi siano fittizi, la storia è ispirata a un incidente avvenuto in Ohio nel 2001 con il treno in corsa CSX 8888.

LEGGI ANCHE: Flight: la spiegazione del finale del film

Avengers: Doomsday, 5 possibili scene d’apertura epiche con cui potrebbe cominciare il film

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L’apertura di Avengers: Doomsday sarà fondamentale per definire tono, posta in gioco e nuovo assetto del MCU. Con Doctor Doom al centro della storia e il multiverso ormai instabile, Marvel ha bisogno di un incipit memorabile. Ecco cinque possibilità davvero epiche per la scena iniziale.

Le origini di Doctor Doom

Doctor Destino in Avengers Doomsday

Una scelta forte sarebbe aprire il film con il passato di Doctor Doom, interpretato da Robert Downey Jr.. A differenza di Thanos, Doom non ha avuto build-up in cameo o apparizioni minori: il pubblico va “agganciato” subito.

Mostrare la tragedia che ha dato origine a Victor Von Doom permetterebbe di chiarire immediatamente le sue motivazioni e di distinguere il personaggio dall’ombra ingombrante di Iron Man. Se davvero le azioni multiversali di Steve Rogers in Endgame avessero avuto conseguenze catastrofiche, vedere Doom nascere come “effetto collaterale” di un finale felice cambierebbe retroattivamente il significato di tutto il MCU.

Steve Rogers restituisce le Gemme dell’Infinito

Steve Rogers

Marvel ha già suggerito quanto Steve sarà centrale in Doomsday. Un’apertura che mostri finalmente la sua missione di restituzione delle Gemme — rimasta fuori campo in Endgame — sarebbe un payoff atteso da anni.

Quella che sembrava una semplice operazione di ripristino potrebbe rivelarsi l’innesco di una crisi multiversale. Ogni tentativo di “chiudere” una linea temporale potrebbe aver creato fratture sempre più gravi, spiegando perché Steve sia costretto a tornare in azione.

I nuovi Avengers entrano in scena

steve rogers sam wilson 2

Un’altra opzione efficace sarebbe partire non dal passato, ma dal presente. Sam Wilson ha già lavorato alla formazione di una nuova squadra, ma il MCU non li ha mai mostrati davvero insieme.

Aprire Doomsday con i nuovi Avengers già operativi – Captain America, Falcon, Ant-Man, Shang-Chi e altri – in una missione ad alto impatto servirebbe a stabilire subito che la squadra esiste, funziona ed è potente. Solo dopo, l’arrivo di Doom potrebbe ridimensionare tutto.

Doctor Doom uccide un personaggio Marvel chiave

Il Dottor Destino uccide un importante personaggio Marvel

Come Infinity War iniziava con Thanos che annientava Hulk e uccideva Loki, Doomsday potrebbe presentare il suo villain con un atto irreversibile.

Le opzioni sono molte: una variante di Wolverine, un Iron Man alternativo, Thor, Steve Rogers o persino Thanos stesso. Un omaggio visivo al celebre momento di Secret Wars #8 – con Doom che elimina Thanos senza sforzo – manderebbe un messaggio chiarissimo: questa è una minaccia di livello superiore.

Un’incursione nell’universo di Spider-Man di Tobey Maguire

Tobey Maguire

La scelta più emotiva – e probabilmente la più devastante – sarebbe mostrare subito un’incursione multiversale. E farlo colpendo un universo che il pubblico ama.

Aprire il film nell’universo di Spider-Man interpretato da Tobey Maguire, mostrando Peter Parker dopo No Way Home, per poi distruggere letteralmente il suo mondo, renderebbe immediatamente tangibile la minaccia.

Sarebbe un colpo emotivo enorme, chiarirebbe cosa sono le incursioni e preparerebbe il terreno per un possibile ritorno di Maguire più avanti in Doomsday o in Avengers: Secret Wars.

Qualunque direzione scelga Marvel, una cosa è certa: l’apertura di Avengers: Doomsday dovrà ridefinire il MCU fin dai primi minuti. E se anche solo una di queste ipotesi si avverasse, il pubblico capirebbe subito che non si tratta di un film come gli altri.

Non fate infuriare l’elfo: la spiegazione del finale del film

Non fate infuriare l’elfo: la spiegazione del finale del film

Non fate infuriare l’elfo è un emozionante film horror fantasy diretto da Magnus Martens che accompagna il pubblico in una storia spaventosa ma divertente ambientata in un paesaggio invernale norvegese da favola. Mertens, noto per i suoi film d’azione “Jackpot” del 2011 e, più recentemente, “SAS: Red Notice” del 2021, potrebbe essersi avventurato in un territorio inesplorato, ma questo film dimostra di essere un’abile introduzione al genere.

Presentato in anteprima nel 2023, il film non lesina momenti di euforia e terrore, ma è anche ricco di risate che bilanciano il tutto. Nonostante il ritmo moderato e la struttura solida, gli elementi fantasy e i finali irrisolti del film potrebbero lasciare gli spettatori con alcune domande, soprattutto riguardo all’elfo. Andiamo allora a scoprire con questo approfondimento tutto quello che c’è da sapere sul finale di Non fate infuriare l’elfo.

La trama di Non fate infuriare l’elfo

Il film segue Bill Nordheim, sua moglie Carol, sua figlia Nora e suo figlio Lucas mentre si trasferiscono in una casa isolata a Gudbrandsdalen, in Norvegia, che lui ha ereditato dal defunto zio. Bill coglie questa opportunità per realizzare un sogno ancestrale perduto da tempo, quello di tornare nella loro terra natale. Insieme alla vecchia casa, la famiglia eredita un vecchio e particolare fienile che nasconde una serie di segreti.

Una volta trasferiti, la famiglia fatica ad adattarsi al nuovo ambiente. Mentre si sistemano, Lucas scopre che nel fienile vive un elfo mitico del folklore norvegese, o quello che la gente del posto chiama “nisse”. Secondo le leggende, questi elfi rimangono docili se non vengono provocati. La famiglia decide di festeggiare un Natale rumoroso e vivace, cosa che fa infuriare la creatura. Quindi, l’elfo cercherà di fare di tutto per sbarazzarsi di loro.

Non fate infuriare l'elfo film

Qual è il motivo della rabbia dell’elfo?

Tre fattori cruciali che l’elfo non può tollerare sono i rumori forti, le luci intense e i cambiamenti a cui è continuamente sottoposto dall’arrivo della famiglia Nordheim. Per cominciare, il loro stesso arrivo scatena uno dei timori dell’elfo: il cambiamento. Questo viene temporaneamente mitigato da Lucas, che è abbastanza amichevole da avvicinarsi all’elfo nel fienile con del cibo. Nei giorni successivi, l’elfo, convinto che la famiglia non sia così male come sembra, aiuta in casa.

Prima pulisce la neve dal vialetto e poi taglia la legna per loro, vedendo Bill che fatica a farlo. Tuttavia, le cose iniziano a cambiare drasticamente quando Bill allestisce l’area esterna della casa con luci e un Babbo Natale gonfiabile parlante. Infastidito dalle luci, dai rumori e dai cambiamenti, l’elfo smonta le decorazioni. Lucas sa che è opera dell’elfo e avverte la sua famiglia, ma loro non gli credono.

Ignari che le loro azioni precedenti fossero un avvertimento, Bill e Carol decidono di conoscere gli abitanti del posto organizzando una festa di Natale nel fienile. La festa è chiassosa, con musica ad alto volume, tante luci e molte persone. La serata si rivela un successo, ma anche un grave errore da parte della famiglia, poiché l’elfo, infastidito, decide di scatenare il caos all’interno della loro casa. La famiglia è perplessa di fronte alla situazione e chiama le autorità, ma Liv, l’agente di polizia, pensa che abbiano bevuto troppo e respinge la denuncia di qualsiasi reato.

Le cose peggiorano quando Bill rivela alla moglie che suo zio è morto in uno strano incidente. Carol ora crede che la casa sia infestata e che gli strani incidenti che si sono verificati siano segni che il fantasma di suo zio sta vagando per le stanze della loro casa. Frustrata da tutto ciò che è successo negli ultimi giorni, la famiglia si siede a una cena tranquilla, dove Bill presenta loro una prelibatezza locale norvegese a base di pesce fermentato. Incapace di mangiare il cibo, Carol se ne va infuriata, mentre anche gli altri non riescono a mangiare.

Lucas, da persona gentile qual è, prende gli avanzi e li lascia nel fienile per l’elfo. Anche l’elfo non riesce a mangiare quello strano cibo e si infuria ancora di più, e questa volta i suoi piani si rivelano più letali. Raymond, un abitante del posto, si presenta a casa loro vestito da Babbo Natale per fare una sorpresa ai bambini con dei regali. Vede l’elfo e pensa che sia Lucas invece. Raymond si avvicina all’elfo, che lo uccide brutalmente con una punta di ghiaccio e appende il suo cadavere al tetto laterale del fienile.

Bill, che aveva incaricato Raymond della sorpresa, esce di casa aspettandosi il suo arrivo. Vede il suo corpo e, sotto shock, raduna i bambini e sua moglie per salire immediatamente in macchina. La famiglia incontra qui, per la prima volta, l’elfo di persona. Finalmente cominciano a credere alle affermazioni di Lucas. Durante tutto il film, i Nordheim hanno ripetutamente dato prova delle tre cose che più infastidiscono l’elfo, facendolo infuriare al punto di non ritorno.

Nonostante i gesti gentili di Lucas nei suoi confronti, l’ira dell’elfo è stata solo leggermente rimandata. Il fatto stesso che si fossero trasferiti nella casa, insieme ai festeggiamenti della stagione, ha causato la rabbia dell’elfo. Si può solo immaginare quanto sarebbe stato terribile se la curiosità di Lucas non avesse portato a tendere una mano in segno di amicizia all’elfo: i Nordheim non sarebbero sopravvissuti, portando alla fine la pace all’elfo e l’orrore agli abitanti del vicinato.

Non fate infuriare l'elfo cast

I Nordheim lasciano la loro casa?

Dopo la battaglia con il clan degli elfi, la famiglia Nordheim esce vittoriosa, respingendo gli elfi dalla proprietà. Gli elfi hanno causato abbastanza distruzione alla casa e ucciso due persone innocenti: l’agente di polizia Liv e Raymond, un abitante del luogo che voleva fare una sorpresa alla famiglia, portando regali vestito da Babbo Natale. Liberano anche Tor Åge, che è stato colpito ma è miracolosamente sopravvissuto durante la lotta. Egli afferma di aver negoziato con gli elfi un cessate il fuoco.

L’elfo che ha salvato la famiglia ora guarda con dolore la sua casa ridotta in cenere. Lucas suggerisce di permettere all’elfo di rimanere con loro, ma la sua matrigna Carol dubita che sia una buona idea, ragionando con lui che se la famiglia rimane lì, finirà solo per far infuriare ancora di più l’elfo. Il film conferma vagamente che non rimarranno in questa residenza, ma non conferma necessariamente che torneranno negli Stati Uniti. A parte questo, non ci sono indicazioni significative su ciò che la famiglia intende fare dopo gli eventi del film.

Con la conferma della loro partenza dalla proprietà, nascono due scenari per il futuro della famiglia. Uno è che rimangano in Norvegia, ma si trasferiscano da quella casa e continuino a realizzare il sogno di Bill di vivere nel paese dei suoi antenati. L’altro è che tornino negli Stati Uniti e riprendano la loro vita in un ambiente più familiare. Dei due scenari, il secondo è più probabile, poiché la loro bizzarra esperienza nella casa norvegese potrebbe aver lasciato loro un trauma profondo.

Con ogni probabilità, Bill, pur sapendo che la Norvegia è un paese molto sicuro in cui vivere, avrebbe riportato la sua famiglia negli Stati Uniti, considerando le crescenti critiche che riceve da loro per essersi trasferito nella sua terra d’origine. Durante l’attacco degli elfi, Bill e la sua famiglia si chiudono in una camera da letto e Bill coglie l’occasione per scusarsi con loro per il trasferimento, sostenendo che l’intera situazione è colpa sua. In questo caso, Bill stesso crede di aver deluso la sua famiglia e, di conseguenza, farebbe qualsiasi cosa per mantenerla felice e al sicuro. Sa che Carol, Nora e Lucas avranno difficoltà in Norvegia, il che lo spinge ulteriormente a decidere di tornare negli Stati Uniti.

Non fate infuriare l'elfo finale

Cosa succede all’elfo?

Mentre l’elfo, o come lo chiamano gli abitanti del luogo, “Nisse”, che ha salvato la famiglia Nordheim, guarda la sua casa andare in fiamme, prova una profonda tristezza. Sapendo che non avrà un posto dove vivere, Tor Åge simpatizza con l’elfo e lo invita a vivere nel museo all’aperto dedicato agli elfi che ha allestito in città. Poiché la solitudine e la pace sono le caratteristiche più distintive della mostra, Tor Åge sa che l’elfo starà bene lì. Lucas chiede a Tor di promettere che si prenderà cura dell’elfo, e Tor risponde che sarà un onore farlo. La famiglia saluta e il film passa alla scena finale.

Le tre cose che l’elfo non sopporta sono i rumori forti, le luci intense e i cambiamenti, che la mostra, chiamata appropriatamente “Nisseland”, apparentemente non presenta. Inoltre, non ha mai molti visitatori. Lucas è uno dei pochi che l’ha visitata quando la famiglia è andata per la prima volta in centro. Qui viene presentato per la prima volta ad Åge, che gestisce l’installazione all’aperto e gli racconta la storia dell’elfo del fienile. Lucas viene anche informato delle tre cose che l’elfo non sopporta.

La stessa mostra sarebbe stata la casa ideale per l’elfo. La gente del posto non avrebbe notato l’elfo tra le repliche collocate nell’installazione, offrendogli un posto perfetto dove nascondersi. Le decorazioni e le dimensioni della mostra si adattano perfettamente alla statura dell’elfo. Tor Åge, affascinato dalla storia e dalla cultura, sarebbe rimasto incantato dall’elfo. Nel tentativo di saperne di più sull’elfo e sulla sua specie, Tor Åge avrebbe garantito il suo benessere e la sua sicurezza.

Alla fine, il film suggerisce quindi che Tor Åge si prende cura dell’elfo e, a sua volta, l’elfo si prende cura del museo all’aperto. Dopotutto, “Nisseland” è stato costruito come un insediamento elfico, come suggerisce il nome. Finché Tor non farà nulla di avventato, l’elfo starà probabilmente bene, godendosi la pace e la serenità della sua nuova casa.

Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Stagione 3 tornerà quest’anno!

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Il finale sorprendente della seconda stagione di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo ha debuttato oggi su Disney+, lasciando gli spettatori in fermento per la sua conclusione in sospeso. L’attesa per il nuovo capitolo non sarà lunga. A metà dei titoli di coda, il pubblico ha potuto assistere a una sorpresa: un primo sguardo alla terza stagione, che conferma il ritorno della serie entro la fine dell’anno.

Tutti gli episodi della seconda stagione della serie sono ora disponibili in streaming su Disney+.

La seconda stagione è interpretata da Walker Scobell, Leah Sava Jeffries, Aryan Simhadri, Charlie Bushnell, Dior Goodjohn e Daniel Diemer, oltre che da un cast di attori ricorrenti e guest star, tra cui Lin-Manuel Miranda, Jason Mantzoukas, Glynn Turman, Timothy Simons, Virginia Kull, Courtney B. Vance, Andra Day, Adam Copeland, Sandra Bernhard, Margaret Cho, Kristen Schaal, Tamara Smart, Rosemarie DeWitt, Toby Stephens e molti altri.

Creata da Rick Riordan e Jonathan E. Steinberg, la seconda stagione di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo vede nel ruolo di executive producer Steinberg e Dan Shotz insieme a Rick Riordan, Rebecca Riordan, Craig Silverstein, Ellen Goldsmith-Vein di Gotham Group, Bert Salke, Jeremy Bell di Gotham Group, D.J. Goldberg, James Bobin, Jim Rowe, Albert Kim, Jason Ensler e Sarah Watson.

I fan possono scoprire ulteriori contenuti su questo titolo con Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo Official Podcast, una serie di approfondimento unscripted che offre un accesso esclusivo al dietro le quinte della seconda stagione. Gli episodi del podcast sono disponibili per la visione su Disney+ e per l’ascolto su varie piattaforme di podcast.

La terza stagione di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo è attualmente in produzione a Vancouver ed è basata su “La maledizione del Titano”, il terzo capitolo della serie di libri best-seller di Rick Riordan, pubblicata da Disney Hyperion ed edita in Italia da Mondadori.

Il film DCU di Batman affida la sceneggiatura a una figura divisiva: Christina Hodson scriverà The Brave and the Bold

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Il nuovo film di Batman del DCU prende forma e lo fa con una scelta destinata a far discutere. Secondo quanto riportato da The Hollywood Reporter, la sceneggiatura di The Brave and the Bold sarà firmata da Christina Hodson, autrice già nota ai fan DC per lavori che hanno diviso pubblico e botteghino.

Il progetto rientra nel nuovo corso dell’universo DC guidato da James Gunn ed è separato dal Batman interpretato da Robert Pattinson. Alla regia dovrebbe essere coinvolto Andy Muschietti, già dietro la macchina da presa di The Flash (2023).

Hodson non è una novità per DC: ha scritto Birds of Prey (2020) e The Flash (2023), due titoli accolti positivamente dalla critica ma rivelatisi deludenti al box office nell’era del vecchio DCEU. The Flash, in particolare, è stato lodato da Gunn ma ha incassato 271,4 milioni di dollari a fronte di un budget stimato tra 200 e 220 milioni, risultando un insuccesso commerciale. Sorte simile per Birds of Prey, apprezzato dalla critica ma incapace di raggiungere il punto di pareggio nonostante il culto maturato negli anni successivi.

The Brave and the Bold porterà sul grande schermo una dinamica centrale dei fumetti: Bruce Wayne nei panni di Batman e Damian Wayne come Robin. Damian è il figlio di Bruce e Talia al Ghul, cresciuto dalla Lega degli Assassini all’insaputa del padre—un’angolazione narrativa che promette conflitto, eredità e identità. Secondo le fonti, la sceneggiatura è ancora in fase iniziale: Hodson avrebbe iniziato a lavorarci nell’autunno 2025.

Il sodalizio con Muschietti segnerebbe la seconda collaborazione DC tra i due, se il regista resterà ufficialmente legato al progetto. Al di fuori del mondo DC, Hodson ha firmato anche Bumblebee (2018), l’unico film live-action dei Transformers ad aver ottenuto un giudizio “Fresh” su Rotten Tomatoes—un dato spesso citato a sostegno della qualità della sua scrittura.

La nomina di Hodson è quindi destinata a dividere: da un lato i precedenti commerciali non rassicurano, dall’altro il suo track record critico e l’apprezzamento di Gunn suggeriscono un approccio autoriale forte. Qualunque sarà l’esito al botteghino, The Brave and the Bold sembra puntare a un Batman distinto e memorabile, pronto a differenziarsi dalle incarnazioni recenti.

Netflix svela il primo teaser del più atteso K-drama del 2026 con Gong Yoo e Song Hye-kyo

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Il K-drama più ambizioso del 2026 mostra finalmente le sue prime immagini. Netflix ha pubblicato il primo teaser di Tantara, una serie evento che vede protagoniste due vere superstar della Korean Wave: Song Hye-kyo e Gong Yoo. Un progetto che punta a essere uno dei titoli di punta della piattaforma per il prossimo anno.

Negli ultimi anni Netflix si è affermata come uno dei principali motori della diffusione globale dei K-drama, contribuendo in modo decisivo all’espansione dell’Hallyu ben oltre l’Asia. Successi planetari come Squid Game, Crash Landing on You e All of Us Are Dead hanno dimostrato come il pubblico internazionale sia sempre più ricettivo verso le produzioni sudcoreane. Nel 2026, la piattaforma sembra intenzionata a rilanciare ulteriormente, e Tantara è il simbolo di questa strategia.

Presentata inizialmente con il titolo Slowly, Intensely, la serie è ambientata tra gli anni ’60 e ’80 e racconta il lato più duro e spietato dell’industria dell’intrattenimento coreana. Il teaser mostra Min-ja (Song Hye-kyo) e Dong-gu (Gong Yoo) alle prese con lavori umili, prima di intravedere la possibilità di emergere sotto i riflettori. Una storia di ambizione, sacrificio e riscatto vista dal punto di vista di chi tenta di entrare nel sistema partendo dal basso.

Tantara è scritta da Noh Hee-kyung, che ha già collaborato con Song Hye-kyo in serie molto apprezzate come The World That They Live In e The Winter That Blows. Alla regia c’è Lee Yoon-jung, nota per Coffee Prince, il titolo che ha consacrato Gong Yoo come star internazionale. Un team creativo che richiama apertamente i grandi classici del K-drama.

Entrambi i protagonisti arrivano da recenti successi su Netflix: Song Hye-kyo è stata acclamata per la sua interpretazione in The Glory, mentre Gong Yoo ha conquistato il pubblico globale nei panni del carismatico reclutatore di Squid Game. Tuttavia, per i fan di lunga data, i due rappresentano molto di più: sono volti simbolo della Korean Wave dei primi anni Duemila, protagonisti di titoli iconici come Autumn in My Heart, Full House, Silenced e Big.

Il fatto che Song Hye-kyo e Gong Yoo condividano lo schermo per la prima volta rende Tantara ancora più attesa. Nonostante il successo non sia mai garantito — soprattutto in un panorama televisivo sempre più affollato — la serie sembra voler recuperare un’impostazione più classica del K-drama, affidandosi a due interpreti che incarnano l’“aristocrazia” del genere.

Netflix non ha ancora annunciato una data precisa, ma Tantara dovrebbe debuttare nel quarto trimestre del 2026.

Perché il film The Woman King è così controverso

Perché il film The Woman King è così controverso

Nonostante la splendida fotografia, la trama avvincente e un cast di tutto rispetto che include Viola Davis e John Boyega, The Woman King (leggi qui la recensione) è un film storici epico e controverso. Concentrandosi principalmente sulla legione di guerriere conosciuta come Agojie nel 1823, il film esamina anche il contesto socio-politico del Regno del Dahomey all’inizio del XIX secolo e la pratica della vendita dei propri cittadini. Come leader delle Agojie sotto il regno del re Ghezo interpretato da Boyega, il generale Nanisca interpretato dalla Davis lotta per conciliare l’industria della schiavitù, che garantisce uno stile di vita redditizio ma a un costo morale considerevole.

LEGGI ANCHE: The Woman King: la storia vera dietro al film con Viola Davis

Sebbene The Woman King non cerchi di nascondere o cancellare la fonte della ricchezza del Dahomey o l’obiettivo delle sue principali risorse, il modo in cui viene presentato è stato oggetto di pesanti critiche. Viola Davis ha affrontato in passato l’inesattezza storica di The Woman King, citando che la scelta di unire la realtà alla finzione è sempre stata motivata dall’obiettivo di offrire un intrattenimento migliore. Per alcuni spettatori, tuttavia, il semplice fatto di includere il trasferimento involontario del popolo di Nanisca non è sufficiente se il modo in cui viene presentato è fortemente edulcorato.

La rappresentazione del re Ghezo in The Woman King ha creato polemiche

Gran parte della controversia su The Woman King riguarda la rappresentazione del re Ghezo, l’uomo responsabile di aver portato altri africani all’asta nelle città portuali sotto il dominio dell’Impero Oyo. Naturalmente, l’attività principale del Dahomey non viene ignorata, ma Ghezo non è affatto descritto in modo sfavorevole ed è visto come una figura benevola che cerca di fare il meglio per i suoi sudditi. In balia dell’Impero Oyo, è presentato come un individuo intelligente che fa ciò che deve affinché il suo regno possa sopravvivere, piuttosto che come qualcuno che sfrutta intenzionalmente una risorsa per guadagno monetario.

Viola Davis in The Woman King

Sebbene la storia vera di The Woman King sia stata in qualche modo modificata, ci sono momenti nel film in cui Nanisca cerca di dissuadere Ghezo dall’accumulare ricchezze basate sul commercio di schiavi, in particolare dopo che scoppia la violenza tra le sue più care compagne d’armi, il tenente Amenza (Shiela Atim), il tenente Izogie (Lashana Lynch) e la nuova recluta Nawi (Thuso Mbedu) e gli Oyo in una delle città portuali. Questi episodi affrontano direttamente la situazione, ma a volte faticano a commentarla in modo efficace. Non glorificano affatto ciò che Ghezo sta facendo, ma potrebbero fare di più per condannarlo.

Come gli aspetti controversi di The Woman King hanno portato al boicottaggio

Dalle polemiche sulle due donne bianche (Dana Steens e Maria Bello) che raccontano le storie delle donne nere, alla rappresentazione del re Ghezo che vende all’asta il proprio popolo agli Oyo e agli europei in visita, The Woman King è stato oggetto di polemiche tali da portare al boicottaggio del film. Nonostante l’alto punteggio di Rotten Tomatoes, alcuni critici hanno ritenuto che il film fosse offensivo nei confronti dei neri perché glorificava aspetti di un commercio ripugnante. Allo stesso tempo, alcuni fan lo hanno visto come una storia di emancipazione femminile ambientata in un periodo particolarmente tumultuoso per il Regno del Dahomey.

Nel tentativo di raccontare una storia sfumata sulle Agojie dal loro punto di vista, alcuni aspetti del re Ghezo e del suo modo di governare sono stati modificati. Considerando che gran parte delle informazioni disponibili oggi proviene dal punto di vista dei colonizzatori, era comprensibilmente difficile affrontare gli argomenti con la giusta sensibilità. Soprattutto, la posizione sociale cruciale che le Agojie occupavano nella società del Dahomey doveva essere al centro di The Woman King, mettendo allo stesso tempo in evidenza il crocevia culturale in cui si trovava il Dahomey all’epoca.

LEGGI ANCHE: The Woman King, la spiegazione del finale

Andy Garcia tornerà in Landman stagione 3? Tutto quello che sappiamo sul destino di Gallino

Nonostante Gallino sia stato uno degli ingressi più riusciti del cast di Landman – stagione 2, il destino del personaggio interpretato da Andy Garcia nella terza stagione resta, almeno ufficialmente, incerto. La serie di Taylor Sheridan, ambientata nei giacimenti petroliferi del West Texas, è costruita su equilibri instabili, tradimenti e continui ribaltamenti di potere, e questo rende ogni ritorno tutt’altro che scontato.

Nel finale della seconda stagione, il personaggio di Tommy, interpretato da Billy Bob Thornton, passa nel giro di pochi minuti dal rischio di essere estromesso dal settore petrolifero a una clamorosa rinascita. Dopo essere stato scaricato da M-Tex, Tommy riesce infatti a superare i rivali assicurandosi un investimento decisivo proprio da Gallino, un boss cubano-americano che ricicla denaro del cartello attraverso società apparentemente legittime come la stessa M-Tex.

Lo status di Andy Garcia in Landman stagione 3 spiegato

Nel finale di stagione, Tommy fonda la CTT Oil Exploration & Cattle, ottenendo da Gallino un investimento complessivo da 62 milioni di dollari. Di questi, 44 milioni servono a rimborsare M-Tex per i contratti di locazione dei terreni, mentre i restanti 18 milioni permettono alla nuova società di avviare trivellazioni autonome. Una mossa che cambia radicalmente il peso di Gallino nella storia e rende difficile capire quanto spazio potrà avere nella stagione 3.

Per buona parte della seconda stagione, Tommy ha fatto di tutto per tenere Gallino a distanza, temendo — non a torto — le conseguenze di un legame diretto con un uomo vicino ai cartelli. Allo stesso tempo, però, è proprio Gallino a rivelarsi il suo “salvatore” nel momento decisivo, consentendogli di restare in gioco quando tutto sembrava perduto.

Perché Gallino è stato uno dei migliori innesti della stagione 2

Proprio questo doppio ruolo rende sempre più probabile il ritorno di Andy Garcia in Landman 3. Gallino è stato uno degli elementi più apprezzati della seconda stagione: l’attore ha portato con sé un carisma minaccioso e un sapore da grande cinema gangster, ricordando le atmosfere de Il Padrino – Parte III e restituendo oscurità a una stagione che, per ritmo e tensione, era apparsa più debole rispetto alla prima.

Il coinvolgimento di Gallino nelle guerre tra cartelli è destinato a emergere con forza nella prossima stagione, offrendo a Landman l’occasione di rialzare la posta in gioco. Se la seconda stagione ha puntato più sulla costruzione degli equilibri, la terza potrebbe rimettere Tommy di fronte a un avversario tanto indispensabile quanto pericoloso.

In attesa di conferme ufficiali da Paramount+, tutto lascia pensare che il pubblico non abbia ancora visto l’ultima mossa di Gallino — e che gli affari nel West Texas stiano per diventare ancora più sanguinosi.

Masters Of The Universe: il teaser trailer svela gli eroici guerrieri del live-action

Il prossimo Masters of the Universe è un film live-action che adatta l’iconica serie omonima e vede Nicholas Galitzine nei panni del Principe Adam/He-Man, Camila Mendes in quelli di Teela, Jared Leto in quelli di Skeletor, Alison Brie in quelli di Evil-Lyn e Idris Elba in quelli di Duncan/Man-At-Arms. Il film, diretto da Travis Knight, uscirà nelle sale il 5 giugno.

Ora è stato rivelato il primo teaser di Masters of the Universe, che annuncia un trailer più lungo che debutterà il 22 gennaio. La maggior parte del breve teaser presenta immagini nostalgiche degli anni ’80, mentre una voce narrante ricorda un’epoca più semplice. Accanto a clip di computer retrò, allenamenti e cereali visti su un vecchio televisore, appare una clip del cartone animato originale Masters of the Universe.

Il teaser mostra poi la nuova versione di He-Man che fissa qualcosa con stupore in una clip che sembra essere vista attraverso uno schermo televisivo vecchio. Tuttavia, l’immagine diventa chiara quando si scopre che sta guardando la sua spada. Egli allunga timidamente la mano per toccare la lama in una scena seguita da una raffica di brevi clip del film, tra cui He-Man che brandisce la spada e una foto di gruppo in cui è in piedi con Teela e i loro compagni.

Questo teaser trailer alla fine non rivela molto sulla trama del prossimo capitolo live-action della serie, che, come è noto, segue Adam Glenn (Galitzine) che torna su Eternia due decenni dopo essere precipitato sulla Terra per assumere il ruolo di He-Man e salvare il pianeta da Skeletor.

È probabile che il teaser successivo offrirà qualche informazione in più sulla trama. Tuttavia, per il momento, questa prima anteprima del film offre maggiori indicazioni sul tono generale. Anziché aggiornare completamente la proprietà per i giorni nostri, sembra che il nuovo film abbraccierà le qualità retrò della serie originale.

Dato che il film Masters of the Universe è diviso tra Eternia e la Terra, sembra probabile che sarà una sorta di narrazione “pesce fuor d’acqua”, cosa che potrebbe essere accentuata dal fatto che il film stesso è anche una miscela di personaggi e elementi narrativi retrò con la moderna produzione cinematografica live-action.

Il cast completo di Masters of the Universe

La versione live-action della classica serie animata vedrà protagonista Nicholas Galitzine, ma anche la partecipazione di Morena Baccarin nel ruolo della Strega, e di James Purefoy e Charlotte Riley nei ruoli dei genitori di Adam, Re Randor e la Regina Marlena, insieme ad Alison Brie (GLOW, Community) nel ruolo del braccio destro di Skeletor, Evil-Lyn, Idris Elba (Thor, Luther) in quello di Man-At-Arms, Camila Mendes in quelli di Teela, e Jared Leto (Morbius, Blade Runner 2049) in quello di Skeletor stesso. Nel frattempo, Sam C. Wilson (House of the Dragon) interpreterà Trap Jaw, con Kojo Attah (The Beekeeper) nei panni di Tri-Klops e Jon Xue Zhang (Eternals) nei panni di Ram-Man.

Diretto dal regista di Bumblebee, Travis Knight, Masters of the Universe arriverà nelle sale il 5 giugno 2026.

Daredevil difende ufficialmente Punisher per l’uccisione di ******

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Una nuova uscita Marvel prevista per il 2026 rimescola radicalmente i rapporti tra alcuni dei personaggi più iconici dello street-level universe: Punisher uccide Kingpin, e Daredevil si trova a difenderlo, sia come avvocato che come vigilante. I fan potranno così assistere a un confronto inedito che mette Matt Murdock di fronte alle sue due identità, in una storia adulta, cupa e profondamente morale.

Finora Marvel ha realizzato due serie live-action dedicate a Daredevil: la serie Netflix in tre stagioni e la nuova Daredevil: Born Again, pienamente inserita nel MCU. In entrambe, Wilson Fisk, interpretato da Vincent D’Onofrio, è una presenza centrale e uno degli antagonisti più riusciti dell’universo Marvel recente.

Il 2026 segnerà però una svolta narrativa importante grazie all’uscita di Enemy of My Enemy: A Daredevil Marvel Crime Novel, romanzo firmato da Alex Segura e in arrivo il 24 marzo 2026. Il libro è il secondo capitolo della collana Marvel Crime Novel, inaugurata da Breaking the Dark: A Jessica Jones Marvel Crime Novel di Lisa Jewell, pubblicato nel 2024.

Il romanzo è pensato per un pubblico adulto e può essere letto senza alcuna conoscenza pregressa del MCU o di altre opere Marvel. La trama ruota attorno a Frank Castle, che si consegna volontariamente alle autorità dopo la morte di Kingpin e di un agente di polizia. Un comportamento anomalo per Castle, che spinge Matt Murdock a intuire che qualcosa non torna.

Convinto che Punisher non sia responsabile degli omicidi così come appaiono, Murdock decide di difenderlo in tribunale come avvocato, mentre nei panni di Daredevil indaga per scoprire cosa si nasconde davvero dietro la morte di Fisk. Con Kingpin fuori scena, il sottobosco criminale di New York esplode in una lotta feroce per il potere, dando vita a una delle storie più tese e oscure mai raccontate sul personaggio.

L’uscita del romanzo è particolarmente significativa perché coinciderà con la seconda stagione di Daredevil: Born Again, attesa su Disney+ nel marzo 2026. Tutti e tre i personaggi centrali del libro — Daredevil, Punisher e Kingpin — sono attesi anche nella nuova stagione della serie MCU, rendendo Enemy of My Enemy un vero e proprio complemento narrativo.

Nel MCU, infatti, Wilson Fisk è vivo e più potente che mai: diventato sindaco di New York, ha dichiarato la legge marziale e messo fuorilegge i vigilanti. Per chi vuole vedere Kingpin all’apice del suo potere, Daredevil: Born Again è la serie di riferimento; per chi invece vuole esplorare un mondo in cui Fisk non c’è più, il nuovo romanzo Marvel promette di essere una lettura imprescindibile.

Due Spicci: ecco quando vedremo la nuova serie di Zerocalcare

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Due Spicci: ecco quando vedremo la nuova serie di Zerocalcare

In occasione della presentazione dell’offerta italiana di Netflix Italia del 2026, è stato offerto al pubblico il primo sguardo a Due Spicci, la nuova serie di Zerocalcare che arriverà a Maggio sulla piattaforma.

La trama di Due Spicci

Zero e Cinghiale gestiscono un piccolo locale, ma problemi economici, incomprensioni e vite
personali che si complicano più del dovuto mettono entrambi sotto pressione. Il ritorno di una figura dal passato di Zero e responsabilità inattese fanno precipitare una situazione già fragile, costringendo tutti a confrontarsi con scelte difficili.

Prodotto da Movimenti Production, parte di Banijay Kids & Family, in collaborazione con BAO Publishing, scritta e diretta da Zerocalcare, la serie arriverà a Maggio solo su Netflix.

Netflix presenta l’offerta italiana 2026: è l’anno delle Stelle!

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Netflix presenta l’offerta italiana 2026: è l’anno delle Stelle!

Dopo l’annuncio della slate globale del 2026 con l’aiuto dei tarocchi nella campagna What Next?, oggi Netflix Italia ha svelato il futuro dell’offerta locale pensata per il pubblico italiano.

Nel 2026, per la prima volta nell’offerta di un solo anno, Netflix ha riunito le stelle più luminose del cinema e dell’audiovisivo italiano, tra nomi affermati e stelle emergenti, ma anche protagonisti dello sport, della musica, creator e talenti che hanno conquistato il pubblico del nostro paese. Segnaliamo, tra gli altri: Luca Argentero, Massimiliano Caiazzo, Sergio Castellitto, Matilda De Angelis, Elodie, Fabri Fibra, Pierfrancesco Favino, Anna Ferzetti, Alessandro Gassmann, Geolier, Elio Germano, Francesco Gheghi, Maria Chiara Giannetta, Guè, Maurizio Lastrico, Andrea Lattanzi, Edoardo Leo, Matteo Martari, Giulia Michelini, Francesco Montanari, Federica Pellegrini, Alvise Rigo, Barbara Ronchi, Rose Villain, Serena Rossi, Luis Sal, Vanessa Scalera, Edoardo Scarpetta, Pietro Sermonti, Pierpaolo Spollon, Sarah Toscano, Zerocalcare, Luca Zingaretti.

Sono davvero orgogliosa della spettacolare aggregazione di talenti che quest’anno darà il volto e l’anima alle nostre storie italiane, uniche e autentiche. – dichiara Tinny Andreatta, Vice Presidente per i contenuti italiani a Netflix – Una collaborazione che celebra non solo la notorietà dei talenti, ma soprattutto il valore distintivo e unico dei loro percorsi artistici. Netflix si impegna a offrire a questi celebri interpreti l’occasione di restituire al pubblico versioni sfidanti e inedite della loro identità artistica. E questo è un plus, di cui siamo davvero fieri.

Un elemento distintivo della programmazione 2026 è la significativa produzione di film originali italiani. Oltre a Il Falsario di Stefano Lodovichi (che abbiamo visto in ateprima alla Festa di Roma 2025) con Pietro Castellitto e Giulia Michelini in uscita nei prossimi giorni, Netflix ha annunciato oggi quattro nuovi titoli inediti che spaziano tra i generi: l’action movie Senza volto di Fabio Guaglione con Edoardo Leo e per la prima volta sullo schermo sua figlia Anita, le dramedy Non abbiam bisogno di parole di Luca Ribuoli con Sarah Toscano e Serena Rossi e Campioni di Jacopo Bonvicini con Alessandro Gassmann e Anna Ferzetti, la commedia sentimentale Noi un po’ meglio di Daniele Luchetti con Elio Germano e Maria Chiara Giannetta. Un’offerta cinematografica che eleva la qualità produttiva mantenendo lo sguardo saldamente rivolto ai gusti e alle sensibilità del pubblico italiano e affiancando i titoli originali ai film italiani che debutteranno in prima finestra su Netflix dopo l’uscita in sala.

Ricca e varia anche l’offerta seriale con Motorvalley action drama con Luca Argentero e Giulia Michelini, l’adult animation Due Spicci di Zerocalcare, Chiaroscuro il light crime con Pierpaolo Spollon e Andrea Lattanzi, Minerva – La scuola young adult con i giovani Ciro Minopoli, Biagio Venditti, Margherita Buoncristiani, Nemesi il thriller con Pierfrancesco Favino, Barbara Ronchi e Elodie, Il capo perfetto comedy con Luca Zingaretti e SuburraMaxima, nuovo capitolo dell’universo Suburra. Il 2026 vedrà anche il ritorno di tre serie molto amate dal pubblico: Maschi veri, Storia della mia famiglia e la stagione finale de La Legge di Lidia Poët.

Sul fronte unscripted, dopo il recente lancio della docu-serie Fabrizio Corona: io sono notizia, nel nuovo anno assisteremo alle sfide incredibili di Physical Italia: da 100 a 1 con, tra gli altri, Federica Pellegrini, Alvise Rigo e Luis Sal e alle sfide rap della terza stagione di Nuova Scena. E dal primo aprile arriva in Italia la WWE con RAW, Smackdown, NXT e tutti i premium live event, incluso Wrestlemania, che saranno disponibili in Italia in diretta esclusiva solo su Netflix, con il commento italiano di “Il Godzilla” Luca Franchini e “Il Bardo” Michele Posa.

Dopo aver recentemente festeggiato i 10 anni dal debutto del servizio in Italia, Netflix guarda quindi al futuro con un nuovo slancio, continuando a costruire uno storytelling guidato dai principi di varietà, qualità e ambizione. Un viaggio tra serie, film, documentari e contenuti unscripted, capace di intercettare un pubblico ampio e curioso.

Vogliamo continuare ad investire con convinzione nel nostro Paese mantenendo una prospettiva a lungo termine conclude Tinny Andreatta – e valorizzando il lavoro fondamentale e ispirato degli autori, dei registi e dei produttori indipendenti che collaborano con noi e che sono gli incubatori e gli artefici delle emozionanti storie a cui potremo assistere sullo schermo”.

Mercy: Sotto Accusa, recensione del film di Timur Bekmambetov con Chriss Pratt

Cosa succederebbe se l’Intelligenza Artificiale diventasse il giudice di un tribunale supremo che, osservando esclusivamente i fatti oggettivi e rinunciando a qualsiasi forma di personalità, decretasse la vita o la morte di un essere umano? La domanda sembra semplice. La risposta, invece, non lo è affatto. È su questo interrogativo che Timur Bekmambetov costruisce Mercy: Sotto Accusa, un thriller fantascientifico che interroga lo spettatore dall’inizio alla fine, ponendo al centro un sistema che da anni si sta imponendo con forza crescente e che, in un futuro tutt’altro che remoto, potrebbe prendere definitivamente il sopravvento.

Il film è più vicino a noi di quanto vorremmo ammettere. Non soltanto per quella data – 2029 – che compare sugli schermi elettronici del racconto, ma perché ciò su cui insiste Bekmambetov è qualcosa che stiamo già vivendo, spesso senza rendercene conto. Scritto da Marco van Belle, Mercy: Sotto Accusa naviga per gran parte del tempo in acque torbide, sorretto da un Chris Pratt qui chiamato a un vero e proprio assolo attoriale, e affiancato da una Rebecca Ferguson mai stata così algida, inquietante, “disumana”.

Mercy: Sotto Accusa, la trama

Los Angeles. In un futuro prossimo, la città degli angeli è stata divisa in zone rosse a causa dell’elevata concentrazione di criminalità. Insieme ad alcuni colleghi, il detective Chris Raven ha ideato Mercy, un programma giudiziario evoluto affidato all’Intelligenza Artificiale. Davanti al giudice artificiale Maddox, il sospettato viene sottoposto a un’indagine serrata fondata esclusivamente su dati e fatti incontrovertibili. Qui non esistono interpretazioni. Il sistema sembra funzionare per un po’, finché Raven non si risveglia e scopre di essere accusato dell’omicidio della moglie. Rinchiuso su una poltrona al centro di una stanza buia, circondato da schermi che fungono da aula di tribunale, ha novanta minuti di tempo per dimostrare la propria innocenza. Novanta minuti reali, novanta minuti narrativi, in un conto alla rovescia che non si può arrestare.

Il potere dell’algoritmo

Mercy Sotto Accusa film

Che l’Intelligenza Artificiale sia ormai predominante è un dato di fatto. È il nostro braccio destro in numerosi ambiti lavorativi, in alcuni casi persino in medicina. È, a tutti gli effetti, una riproduzione avanzata del cervello umano: rapidissima, precisa al millimetro, lineare. Ciò che le manca è “solo” il lato umano, quello legato all’identità, all’intuito, alla costruzione della personalità. Ed è esattamente qui che van Belle alla sceneggiatura e Bekmambetov alla regia concentrano il loro discorso. Mercy mostra cosa accade quando si delega tutto a un sistema tecnologico, dimenticando che la perfezione algoritmica non equivale alla capacità di giudizio. Raven lo ripete più volte: chiede a Maddox di uscire dal percorso prestabilito, di smettere di accumulare dati come unica verità possibile, di provare – anche solo per un istante – a usare l’intuito.

Maddox non comprende cosa significhi. Quando tenta di farlo, il sistema va in tilt. Non è programmata per questo. Il film diventa così un monito importantissimo: ciò di cui facciamo uso quotidianamente non può essere la nostra unica fonte di certezza. Il cervello umano resta più complesso di qualsiasi AI, perché è capace di un ragionamento che nasce dall’esperienza, dagli errori commessi ogni giorno, dalla sfera emotiva. Ed è così che Raven riesce a intuire la verità: non solo grazie alle competenze professionali, ma perché porta con sé un vissuto che nessuna banca dati può avere con sé. E l’Intelligenza Artificiale resta un enorme bacino di informazioni, vincolato al materiale e alla struttura su cui è stata costruita.

Una lotta contro il tempo

Mercy Sotto Accusa

Mercy: Sotto Accusa si dipana così all’interno di una composizione filmica estremamente compressa, ma funzionale a restituire l’adrenalina del protagonista e il suo senso di impotenza di fronte a un sistema che lui stesso ha contribuito a creare. Pratt lavora quasi esclusivamente di sguardi ed espressioni, costretto a recitare su una sedia per l’intera durata del film. Il tempo extradiegetico, qui, coincide con quello diegetico: lo spettatore vive l’indagine – novanta minuti precisi – in simultanea con Raven, mentre il conto alla rovescia procede inesorabile.  L’alternanza tra soggettive – video da telefoni, telecamere di sorveglianza, riprese del traffico di Los Angeles – e inquadrature oggettive costruisce un ritmo frenetico, incalzante, che accompagna il pubblico fino all’ultimo minuto, salvo poi cambiare improvvisamente registro, saltando dal giallo al thriller.

Il senso di claustrofobia è amplificato da una scenografia essenziale: una stanza buia, dominata da una parete di schermi luminosi che finiscono per soffocare il protagonista. Mercy: Sotto Accusa si rivela un racconto vibrante, concepito per intrattenere ma anche per interrogare. Un film che riflette sulla direzione che stiamo prendendo e sul rischio concreto che libertà e identità umana vengano progressivamente erose da strumenti che, se non gestiti bene, potrebbero sfuggirci di mano.

The Night Agent – Stagione 3 Trailer: Peter dà la caccia a un agente governativo ribelle in episodi ad alta tensione

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Netflix ha rilasciato il secondo trailer di The Night Agent – stagione 3, anticipando una missione ad altissimo rischio che porta Peter Sutherland in una caccia globale a un agente governativo fuori controllo. Dopo le conseguenze esplosive del finale della seconda stagione, i nuovi episodi alzano ulteriormente la posta in gioco, mettendo Peter al centro di una cospirazione capace di minacciare la stabilità stessa del governo degli Stati Uniti.

La terza stagione riprende direttamente dagli eventi di The Night Agent 2, che avevano spinto Peter sempre più a fondo nel mondo opaco dell’intelligence, tra insabbiamenti politici e verità scomode. Basata sul romanzo di Matthew Quirk e sviluppata per la TV da Shawn Ryan, la serie si è affermata come uno dei thriller d’azione più solidi di Netflix, capace di fondere spionaggio, complotti e conflitti personali.

Cosa aspettarsi da The Night Agent – Stagione 3

Secondo la logline ufficiale diffusa da Netflix, la stagione 3 vedrà l’agente Peter Sutherland “incaricato di rintracciare un giovane agente del Tesoro fuggito a Istanbul con informazioni governative sensibili dopo aver ucciso il suo superiore”. Da qui prende il via una spirale di eventi che conduce Peter a indagare su una rete di finanziamenti illeciti, schivando assassini a pagamento e scontrandosi con una giornalista determinata. Insieme, i due porteranno alla luce segreti sepolti e rancori irrisolti che rischiano di far crollare l’intero sistema — e di costare loro la vita.

Il trailer prepara il terreno per quella che si preannuncia come la stagione più adrenalinica della serie. Tra inseguimenti internazionali, alleanze ambigue e verità pericolose, The Night Agent 3 sembra pronta a spingere al massimo tensione, spettacolo e crescita del personaggio, confermando la direzione sempre più ambiziosa del racconto.

Gabriel Basso torna nei panni di Peter Sutherland, affiancato da un cast corale che include Louis Herthum, Stephen Moyer, Callum Vinson, David Lyons, Fola Evans-Akingbola, Jennifer Morrison, Albert Jones, Ward Horton e Genesis Rodriguez. Con così tanti “power players” in gioco, la nuova stagione promette di complicare ulteriormente le relazioni di Peter, mettendo alla prova la sua lealtà verso l’istituzione che serve.

Assente in questa stagione è invece Rose Larkin, interpretata da Luciane Buchanan. Il personaggio, amatissimo dai fan, era uscito di scena alla fine della seconda stagione, quando Peter aveva deciso di allontanarla dalla propria vita dopo essere stato arrestato.

Shawn Ryan ha inoltre lasciato intendere che The Night Agent potrebbe proseguire anche oltre la storia di Peter Sutherland. Strutturando la serie attorno all’istituzione dei Night Agents, si apre infatti la possibilità di future stagioni con protagonisti diversi, soprattutto considerando che Gabriel Basso ha accennato all’idea di prendersi una pausa dopo la terza stagione.

Con l’uscita ormai imminente, il pubblico non dovrà attendere molto per scoprire fino a che punto la nuova missione metterà alla prova limiti e convinzioni di Peter. Tra complotti sempre più profondi e verità destabilizzanti, la stagione 3 promette di colpire al cuore il concetto stesso di potere e fiducia.

The Night Agent – Stagione 3 debutta il 19 febbraio, in esclusiva su Netflix.

Landman, Jacob Lofland commenta l’addio di Taylor Sheridan dopo le reazioni divise alla stagione 2

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La seconda stagione di Landman si è ufficialmente conclusa, lasciando dietro di sé un acceso dibattito tra pubblico e critica. Mentre alcuni spettatori hanno apprezzato l’evoluzione più cupa e riflessiva della serie, altri hanno mostrato perplessità sulle scelte narrative. In questo clima di reazioni contrastanti, l’attenzione si è spostata anche sul futuro creativo dello show, soprattutto alla luce dell’imminente uscita di Taylor Sheridan dall’universo Paramount.

Sebbene Sheridan resterà coinvolto in Landman per la stagione 3, il suo addio a Paramount è ormai ufficiale. Alla scadenza del contratto, fissata per il 2028, il creatore di Yellowstone si trasferirà a NBCUniversal a partire dal 2029, segnando la fine di un’era per la piattaforma streaming. Una decisione che ha inevitabilmente diviso fan e addetti ai lavori: c’è chi guarda con curiosità ai suoi prossimi progetti e chi teme un ridimensionamento creativo delle serie che ha ideato.

Jacob Lofland: “Mi fido del team, vedremo cosa succederà”

Landman

A commentare la situazione è stato Jacob Lofland, interprete di Cooper Norris, in un’intervista rilasciata a ScreenRant. L’attore ha ammesso di provare dispiacere all’idea di un futuro senza Sheridan, ma ha anche chiarito di voler mantenere le distanze dalle dinamiche contrattuali. Secondo Lofland, l’aspetto più importante resta la solidità del team creativo che continuerà a lavorare sulla serie.

L’attore ha espresso fiducia in figure chiave come Christian Wallace, che dovrebbe restare coinvolto anche oltre la terza stagione. Un elemento che, secondo Lofland, garantisce continuità e coerenza narrativa, indipendentemente dalla presenza diretta di Sheridan. “Cerco di non pensarci troppo – ha dichiarato – mi fido delle persone che sono lì. Vedremo cosa succederà”.

Sheridan ha confermato il suo passaggio a NBCUniversal nell’ottobre 2025, firmando un accordo quinquennale che coprirà cinema, televisione e streaming. Con lui si sposterà anche il suo storico partner David Glasser, che porterà 101 Studios sotto un accordo di first-look dopo aver completato gli impegni in corso con Paramount.

Durante il suo periodo allo studio, Sheridan ha costruito un vero e proprio impero televisivo, con titoli regolarmente in cima alle classifiche di visione di Paramount+ e un ruolo decisivo nell’acquisizione di nuovi abbonati. Landman, con le sue prime due stagioni, si inserisce pienamente in questa eredità, ora chiamata a dimostrare di poter reggere anche un futuro senza il suo creatore principale.

Le stagioni 1 e 2 di Landman sono attualmente disponibili in streaming su Paramount+.

Landman: spiegata la nuova compagnia petrolifera di Tommy nel finale della stagione 2

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Il finale della seconda stagione di Landman ha segnato un punto di svolta decisivo per il futuro della serie. Dopo il licenziamento da M-Tex, Tommy Norris, interpretato da Billy Bob Thornton, prende una decisione che cambia radicalmente gli equilibri narrativi: fondare una nuova compagnia petrolifera tutta sua, la CTT Oil Exploration & Cattle.

Dopo essere stato estromesso da M-Tex nell’episodio 9, il destino di Tommy sembrava incerto. Il personaggio avrebbe potuto tornare a fare il landman per conto di Cami Miller (Demi Moore) o accettare un incarico presso una major come Chevron. Invece, il finale rivela che Tommy non è disposto a rinunciare al controllo del proprio destino e decide di giocarsi “un ultimo fuoricampo”, scegliendo la strada più rischiosa: mettersi in proprio.

CTT Oil e il nuovo centro narrativo di Landman

La nascita della CTT Oil Exploration & Cattle avviene attraverso una serie di mosse strategiche. Tommy fa annullare il contratto che legava i terreni di Cooper a M-Tex, sfruttando una debolezza legale, e poi si rivolge a Gallino per ottenere i fondi necessari. Riesce così a raccogliere decine di milioni di dollari, sufficienti sia a restituire a M-Tex il buyout dei terreni sia ad avviare nuove perforazioni.

La scelta del nome della compagnia, apparentemente improvvisata, riflette perfettamente il carattere di Tommy: pragmatica, spigolosa e pensata per aggirare le rigidità burocratiche. Anche se il riferimento al “cattle” non è ancora concreto, l’obiettivo è chiaro: costruire qualcosa di autonomo, svincolato dalle logiche delle grandi corporation.

CTT diventa rapidamente un’azienda a conduzione familiare, con Cooper al vertice e Tommy in un ruolo chiave ma defilato, a conferma del passaggio di testimone tra padre e figlio. La serie chiarisce inoltre che il focus della stagione 3 sarà proprio lo sviluppo di questa nuova realtà, destinata a sostituire M-Tex come cuore narrativo dello show.

Il futuro di Cami e della sua compagnia resta invece più incerto. Il progetto offshore, già definito ad altissimo rischio, potrebbe portare M-Tex al collasso finanziario. Anche se Cami dispone di una solida rete di sicurezza economica, tutto lascia intendere che il suo ruolo in Landman verrà ridimensionato.

Con la stagione 3 già confermata, Landman sembra dunque pronta a reinventarsi: meno giochi di potere aziendali, più conflitti diretti sul campo, con la CTT Oil come nuovo motore della storia.

The Beauty: recensione della serie con Evan Peters e Ashton Kutcher

Dal 22 gennaio su Disney+ debutta The Beauty, la nuova serie firmata da Ryan Murphy che, in undici episodi, promette di trasformare l’ossessione contemporanea per la bellezza in un thriller disturbante e profondamente politico. I primi tre episodi saranno disponibili al lancio, seguiti da un’uscita settimanale fino al doppio episodio conclusivo di fine stagione. Un formato che accompagna lo spettatore dentro un racconto che non cerca scorciatoie, ma costruisce con pazienza un universo inquietante, sospeso tra Europa e Stati Uniti.

Un incipit esplosivo

Bastano pochi minuti per capire che The Beauty non ha alcuna intenzione di rassicurare. La serie si apre con una sequenza violentissima: Ruby, una giovane modella interpretata da Bella Hadid, sfila per Balenciaga a Parigi; ma all’improvviso inizia a sudare, ad avere sete, a perdere il controllo. Attacca il pubblico, fugge in strada alla ricerca disperata di acqua e, infine, esplode letteralmente in mezzo alla folla.

È un inizio scioccante, in cui il body horror emerge con forza fin dalle prime immagini. Il corpo diventa subito il campo di battaglia privilegiato di Ryan Murphy, che utilizza l’eccesso visivo per introdurre il tema centrale della serie: la bellezza come desiderio, come mercato, come condanna.

Peters e Hall in The Beauty 2026 Recensione
Cortesia di IMDb

Due agenti dell’FBI nel cuore dell’ossessione

A indagare su quella morte inspiegabile arrivano a Parigi due agenti dell’FBI: Cooper Madsen (Evan Peters) e Jordan Bennett (Rebecca Hall). Lui più istintivo e tormentato, lei più razionale e trattenuta, formano una coppia investigativa classica solo in apparenza. L’indagine sul caso Ruby diventa presto il pretesto per esplorare una rete globale di cliniche, trattamenti estetici, segreti industriali e corpi trasformati.

L’ambientazione internazionale – tra Francia, Stati Uniti, Italia – contribuisce a dare alla serie un respiro ampio, quasi da cospirazione globale. La bellezza non è più un fatto individuale, ma un sistema economico e culturale che attraversa confini, lingue e classi sociali.

I primi due episodi: buoni, cattivi e zone grigie

Evan Peters and Rebecca Hall in The Beauty 2026 Recensione
Cortesia di FX

Nei primi due episodi, unici mostrati in anteprima, fanno il loro ingresso anche i personaggi interpretati da Ashton Kutcher, Jeremy Pope e Anthony Ramos. Le linee morali iniziano subito a sfumare: chi appare inizialmente dalla parte dei ‘buoni’ rivela presto zone d’ombra inquietanti, mentre alcuni presunti antagonisti emergono come vittime – o conseguenze – dello stesso sistema che li ha creati e poi condannati.

Al centro rimane costantemente una domanda: quanto ci costa l’ossessione per la bellezza? Non solo in termini economici, ma psicologici, relazionali, esistenziali. “Beauty is pain, my friend” (“La bellezza è sofferenza, caro mio”) non è soltanto una battuta, ma una dichiarazione programmatica che attraversa tutta la narrazione.

Corpi imperfetti, corpi riparati in The Beauty

Uno degli elementi più interessanti introdotti fin da subito è il pensiero di Cooper Madsen, che cita una dottrina giapponese secondo cui è meglio ricomporre ciò che è rotto invece di distruggerlo, per creare qualcosa di più forte e più bello. Un’idea che suona quasi come un manifesto alternativo all’industria della perfezione.

In parallelo, la serie mostra le conseguenze più estreme dell’insoddisfazione corporea. In New Jersey incontriamo un giovane incapace di accettare se stesso, convinto che tutti i suoi problemi derivino dal proprio aspetto fisico. Arriva persino a tentare un intervento fai-da-te per allungarsi i genitali, prima di rivolgersi a una clinica estetica. È qui che lo spettatore inizia a intravedere i primi sintomi di un virus misterioso, lo stesso che ha già colpito Parigi e che sembra destinato a diffondersi sempre di più.

Il virus della bellezza

L’idea più potente di The Beauty è proprio questa: trasformare l’ossessione estetica in una malattia letale. Un virus che si trasmette attraverso il desiderio di perfezione, che promette corpi migliori e finisce per distruggerli. Ryan Murphy utilizza il linguaggio del thriller e dell’horror per parlare di un fenomeno profondamente contemporaneo: la medicalizzazione dell’insoddisfazione, la promessa di felicità venduta sotto forma di trattamento.

Il body horror non è mai gratuito, ma sempre funzionale a un discorso più ampio sul controllo dei corpi, sul potere delle industrie cosmetiche, sull’illusione che basti correggere un difetto per risolvere una vita intera.

Ashton Kutcher The Beauty 2026 Recensione
Cortesia di FX

The Beauty: una serie ambiziosa, tra eccesso e lucidità

Nei primi due episodi The Beauty mostra già tutti i tratti distintivi del cinema e della serialità di Ryan Murphy: gusto per l’eccesso, immagini forti, personaggi larger than life, dialoghi carichi di simbolismo. A tratti il rischio è quello di una sovrabbondanza visiva e tematica, ma l’impressione iniziale è che l’ambizione del progetto riesca a sostenere la complessità del discorso.

La bellezza, qui, non è mai neutra: è arma, moneta di scambio, strumento di potere. Ed è soprattutto una promessa ingannevole, capace di trasformarsi in condanna.

Prime impressioni

Dopo i primi due episodi, The Beauty si presenta come una delle serie più provocatorie della stagione. Un thriller horror che utilizza il genere per interrogare il presente, mettendo in scena un futuro che sembra distante solo “cinque minuti”. Se la serie saprà mantenere questa tensione narrativa e questa lucidità critica fino al finale, potrebbe diventare uno dei titoli più interessanti dell’anno nel catalogo Disney+.

Per ora, una cosa è certa: Ryan Murphy ha trovato un nuovo modo per parlarci delle nostre paure più intime. Quelle che abitano il nostro corpo, lo specchio e lo sguardo degli altri.

The Brave and the Bold: la sceneggiatrice di The Flash e Birds of Prey scriverà il film

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Sollecitato per avere aggiornamenti su The Brave and the Bold, il co-CEO della DC Studios James Gunn ha ripetutamente affermato che la sceneggiatura è in fase di elaborazione. Il regista di The Flash, Andy Muschietti, rimane legato al progetto come regista e sembra che si riunirà con la sceneggiatrice Christina Hodson. L’autrice non è nuova all’universo DC, avendo scritto Birds of Prey e proprio The Flash.

Jeff Sneider è stato il primo a condividere la notizia, mentre @ApocHorseman di Nexus Point News ha poi confermato con un: “Purtroppo è vero”. Come suggerisce questo commento, la notizia ha ricevuto reazioni contrastanti sui social media. Nessuno dei film DCEU di Hodson ha ricevuto una risposta particolarmente calorosa dai fan, quindi il fatto che le sia stato affidato il compito di rilanciare Batman per la DCU è una notizia molto positiva o molto negativa, a seconda del proprio parere su Birds of Prey e The Flash.

Hodson ha però offerto una solida interpretazione del Cavaliere Oscuro di Michael Keaton in quest’ultimo film e ha dato un tocco divertente a Black Mask in Birds of Prey. Non è quindi estranea a Gotham City, e Gunn è chiaramente un fan della sceneggiatrice. Hodson ha anche scritto Batgirl, che è però stato giudicato “non distribuibile” dalla Warner Bros. Discovery e scartato quando era ormai ultimato. Non resta a questo punto che attendere di sapere che direzione prenderà con The Brave and the Bold.

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Di cosa parlerà The Brave and the Bold

Parlando dei piani dei DC Studios per The Brave and the Bold, James Gunn ha detto: “Questa è l’introduzione del Batman del DCU. È la storia di Damian Wayne, il vero figlio di Batman, di cui non conoscevamo l’esistenza per i primi otto-dieci anni della sua vita. È stato cresciuto come un piccolo assassino. Ma è anche un piccolo bastardo nei modi di fare. È il mio Robin preferito“.

È basato sulla run di Grant Morrison, che è una delle mie preferite di Batman, e la stiamo mettendo insieme proprio in questi giorni“. Il co-CEO dei DC Studios, Peter Safran, ha aggiunto: “Ovviamente si tratta di un lungometraggio che vedrà la presenza di altri membri della ‘Bat-famiglia’ allargata, proprio perché riteniamo che siano stati lasciati fuori dalle storie di Batman al cinema per troppo tempo“. Al momento, non ci sono altre notizie certe sul film.

Percy Jackson – Stagione 2, spiegazione del finale: i Titani si risvegliano e la Grande Profezia è appena iniziata

Il finale della seconda stagione di Percy Jackson e gli dei dell’Olimpo amplia in modo decisivo l’orizzonte della serie, trasformando un racconto di formazione mitologico in una storia di guerra imminente, scelte morali e destini intrecciati. Se la prima stagione aveva posto le basi del mondo e dei suoi conflitti, la stagione 2 alza l’asticella: il pericolo non è più solo potenziale, ma concreto, e il futuro di Olimpo sembra appeso a decisioni che nessun semidio è davvero pronto a prendere.

Accolta positivamente dalla critica per il tono più maturo e per l’espansione narrativa, la seconda stagione chiude con un finale denso di eventi: l’assedio a Campo Mezzosangue, tradimenti che pesano come ferite aperte, apparizioni divine cariche di ambiguità morale e, soprattutto, l’emergere di una figura destinata a cambiare tutto. Pur introducendo alcune differenze rispetto ai romanzi, la serie mantiene intatto lo spirito dell’opera originale, usando il finale come trampolino per un terzo capitolo ancora più ambizioso.

La missione della stagione 2: Campo Mezzosangue è stato davvero salvato?

Il fulcro narrativo del finale ruota attorno alla profezia dell’Oracolo di Delfi, che affida a Clarisse, figlia di Ares, una missione cruciale: recuperare il Vello d’Oro per ripristinare la barriera magica che protegge Campo Mezzosangue. Il campo, cuore simbolico e pratico del mondo dei semidei, è ormai vulnerabile, e la sua caduta segnerebbe l’inizio di una guerra aperta.

Il percorso di Clarisse è tutt’altro che lineare. Affiancata da Percy, Annabeth, Grover e Tyson, affronta prove che mettono alla prova non solo la forza fisica, ma anche la determinazione e la capacità di fidarsi degli altri. Dalla traversata su una nave infestata da guerrieri d’ossa, al confronto con Polifemo, fino al momento in cui rischia di restare intrappolata nella pietra, la missione assume i contorni di un sacrificio personale. Clarisse arriva all’atto finale da sola, ferita ma determinata, pronta a compiere ciò che le è stato chiesto.

Quando il Vello d’Oro viene finalmente fissato all’albero di Thalia, la barriera di Campo Mezzosangue si rigenera, bloccando l’invasione di Luke e salvando temporaneamente il campo. Tuttavia, come suggerisce il titolo dell’episodio finale, la magia del Vello funziona “fin troppo bene”. La salvezza del campo è reale, ma il prezzo è l’apertura di una nuova fase del conflitto, molto più pericolosa di quella appena evitata.

Thalia torna in vita e cambia le regole del gioco

Percy Jackson e gli dei dell'Olimpo 

Il momento più sconvolgente del finale arriva quando l’albero di Thalia non solo rifiorisce, ma si apre, restituendo al mondo la ragazza che tutti credevano morta. Thalia riemerge congelata nel tempo, urlando “Mai!”, e scaricando fulmini intorno a sé: è una figlia di Zeus, viva, potente e arrabbiata.

Il suo risveglio ha un impatto emotivo e narrativo enorme. Annabeth si ritrova davanti la sorella adottiva che aveva perso da bambina, mentre Luke, ormai schierato contro gli dei, vede tornare una figura chiave del suo passato proprio nel momento in cui la guerra si avvicina. Ma la vera portata della rivelazione è legata alla Grande Profezia.

La profezia, ripetuta e insinuata per tutta la stagione, parla di un semidio figlio di uno dei Tre Grandi — Zeus, Poseidone o Ade — destinato a compiere, al compimento dei sedici anni, una scelta capace di salvare o distruggere l’Olimpo. All’inizio della stagione 2, Percy sembrava l’unico candidato possibile. Con il ritorno di Thalia, non lo è più.

Questo sposta radicalmente il baricentro della storia. Thalia non è solo un nuovo personaggio: è una variabile imprevedibile, una possibile incarnazione della profezia, e una pedina che Luke spera di portare dalla parte di Kronos. La stagione 3, a questo punto, non potrà che esplorare il suo rapporto spezzato con gli dei e il peso di una scelta che potrebbe cambiare il destino di tutti.

Poseidone e Zeus nel finale: avvertimenti, colpe e ambiguità divine

Come nella prima stagione, anche il finale della seconda vede l’intervento diretto degli dei. Poseidone appare a Percy dopo che il ragazzo viene colpito dal fulmine di Thalia. In sogno, il dio del mare lo avverte che la guerra è già iniziata: alcuni Titani e i loro alleati hanno cominciato a liberarsi dalle prigioni millenarie, e lo scontro non è più rimandabile. Poseidone manda Tyson alle sue fucine, preparando le forze per ciò che verrà, ma invita anche Percy a non sottovalutare il proprio ruolo, lasciando intendere che il suo destino è tutt’altro che marginale.

Zeus, invece, entra in scena attraverso un flashback rivelato da Chirone. È qui che la serie compie uno dei passaggi morali più forti: viene svelato che Zeus aveva tentato di reclutare Thalia come sua guerriera, chiedendole di farsi carico della Grande Profezia. Al suo rifiuto, dettato dalla rabbia e dalla sfiducia verso gli dei, Zeus sceglie di trasformarla nell’albero che protegge il campo.

Il gesto non è presentato come puramente malvagio, ma come profondamente problematico. Zeus agisce per paura: teme che Thalia, se lasciata vivere con il suo odio, possa essere lei a compiere la scelta che distruggerebbe l’Olimpo. Questo flashback chiarisce uno dei temi centrali della serie: gli dei non sono giusti né perfetti, ma rappresentano comunque un ordine meno distruttivo rispetto all’alternativa dei Titani. È in questa zona grigia che si muovono personaggi come Luke e Percy, destinati a incarnare il conflitto morale della saga.

Le scene post-credit e il collegamento diretto alla stagione 3

Il finale della stagione 2 include due scene post-credit. La più significativa mostra Percy e Annabeth a un ballo scolastico, confermando implicitamente che la terza stagione arriverà nel 2026. Non si tratta di un semplice teaser, ma di un richiamo diretto all’inizio de La maledizione del Titano, il terzo libro della saga.

Quella scena introduce il contesto della stagione 3: Percy e Annabeth si infiltrano in una scuola per individuare due nuovi e potenti semidei scoperti da Grover, cercando di riportarli a Campo Mezzosangue prima che le forze di Kronos possano raggiungerli. È un passaggio apparentemente leggero, ma carico di significato: la normalità adolescenziale convive ormai con una guerra mitologica su scala globale.

Come il finale prepara la stagione 3

Oltre alle scene post-credit, il finale semina numerosi elementi per il futuro. Clarisse inizia ad allenare attivamente i semidei insieme a Chirone, trasformando Campo Mezzosangue da rifugio a campo di addestramento. Luke fugge e continua a lavorare per la resurrezione di Kronos, ora con una possibile nuova alleata da convincere. Poseidone conferma che gli dei sono già coinvolti in scontri diretti, mentre il risveglio di Thalia introduce una seconda figura chiave nella Grande Profezia.

Il messaggio è chiaro: la storia non è più solo quella di Percy. La profezia è viva, i Titani si stanno muovendo e la scelta che deciderà il destino dell’Olimpo non appartiene più a un solo eroe. La stagione 2 si chiude così non come una conclusione, ma come l’inizio reale della guerra che la serie stava preparando fin dal primo episodio.

Sentimental Value, la spiegazione del finale: cosa significa quella scena finale del film

Il finale di Sentimental Value accompagna lo spettatore verso una chiusura malinconica ma profondamente umana, in perfetta coerenza con il tono sommesso e stratificato del film. Atteso come uno dei titoli più solidi della stagione dei premi e potenziale protagonista alla 98ª edizione degli Academy Awards, Sentimental Value è un’opera che parla di trauma, memoria e legami familiari senza mai ricorrere a spiegazioni facili o soluzioni consolatorie.

Al centro della storia c’è Gustav (Stellan Skarsgård), un regista affermato che tenta di ricucire il rapporto con le figlie attraverso l’unico linguaggio che conosce davvero: il cinema. Il suo nuovo film diventa così un gesto intimo e rischioso, un tentativo di dialogo mascherato da progetto artistico. Il finale non ribalta il senso del racconto, ma lo completa in modo silenzioso, lasciando che siano i personaggi — e non le parole — a dire ciò che conta.

L’ultima ripresa del film di Gustav e il senso della scena finale

L’epilogo di Sentimental Value (la nostra recensione) ruota attorno alle riprese del film che Gustav sta realizzando all’interno della narrazione. Per tutta la durata dell’opera, lo vediamo lavorare ossessivamente a questa sceneggiatura, ispirata alla madre e al suo suicidio, anche se lui stesso rifiuta di ammetterlo apertamente. Il testo è pensato per Nora, la figlia maggiore, attrice di talento ma emotivamente fragile, con cui Gustav ha un rapporto segnato da distanza, incomprensioni e colpe mai elaborate.

Quando Nora e la sorella Agnes leggono finalmente la sceneggiatura, restano colpite non tanto dal contenuto esplicito, quanto dalla vulnerabilità che traspare tra le righe. È in quel momento che emerge una delle fratture più dolorose: Gustav non sa che Nora, in passato, ha tentato il suicidio. Questa rivelazione indiretta non produce uno scontro, ma rafforza il legame tra le due sorelle e permette a Nora di guardare il padre con uno sguardo nuovo, meno difensivo.

La scelta di Nora di accettare il ruolo nel film è quindi tutt’altro che professionale: è un atto emotivo, quasi terapeutico. Non a caso, per gran parte del film Gustav cerca di modellare il personaggio attraverso l’attrice Rachel Kemp, proiettando su di lei l’immagine idealizzata della figlia. Rachel, però, intuisce progressivamente di essere un surrogato e costringe Gustav ad affrontare la verità: quel ruolo non può che essere interpretato da Nora.

La scena finale ripaga questa tensione. Il film si chiude con una lunga inquadratura sul set, una ripresa estesa e priva di enfasi, in cui Nora interpreta finalmente il ruolo principale. Gustav la osserva, e tra i due si stabilisce un contatto silenzioso, uno scambio di sguardi che vale più di qualsiasi riconciliazione esplicita. È un momento catartico non perché risolva il passato, ma perché lo rende condivisibile.

Perché il film non spiega mai il suicidio della madre di Gustav

Renate Reinsve in Sentimental Value

Uno degli aspetti più rilevanti di Sentimental Value è la scelta di non chiarire mai le ragioni del suicidio della madre di Gustav. Il film suggerisce diverse possibilità — la depressione, il trauma della guerra, le torture subite durante l’occupazione nazista — ma rifiuta deliberatamente una spiegazione definitiva.

Quando Rachel chiede a Gustav quale sia la motivazione dell’atto, lui risponde che non sta facendo un film su sua madre. La contraddizione è evidente, ma significativa. Per Gustav, il punto non è comprendere razionalmente il gesto, bensì convivere con la sua eredità emotiva. Il cinema, in questo senso, diventa uno spazio di elaborazione, non di chiarimento.

Questa scelta si riflette anche nel rapporto con Agnes e con suo figlio Erik. Gustav desidera coinvolgerli nel film, come se l’arte potesse diventare un ponte tra generazioni. Ma Agnes gli ricorda che, da bambina, recitare per lui era stato uno dei pochi momenti in cui lo aveva sentito davvero presente. Il film suggerisce così che Gustav ha sempre usato l’arte come unico canale di apertura emotiva, spesso a scapito di una comunicazione più diretta.

Il vero significato di Sentimental Value

Stellan Skarsgård e Renate Reinsve in sentimental value

Il senso profondo di Sentimental Value risiede nel potere ambivalente dell’arte. Da un lato, il cinema permette ai personaggi di esprimere ciò che non riescono a dire; dall’altro, rischia di diventare un rifugio che sostituisce il confronto reale. Nora, all’inizio del film, è una figura alla deriva: intrappolata in una relazione sbagliata, soggetta a crisi di panico, consapevole dei propri limiti ma incapace di reagire.

Leggere la sceneggiatura del padre e accettare di interpretarla la costringe a fare i conti con se stessa, con il suo passato e con il tentativo di suicidio che aveva sempre tenuto ai margini del discorso. Attraverso la performance, Nora riesce a dare forma a un dolore che fino a quel momento era rimasto informe.

Il film si chiude senza proclami, con uno sguardo condiviso sul set. Non è una riconciliazione totale, né una guarigione definitiva. È piuttosto il riconoscimento reciproco di una ferita comune e della possibilità, fragile ma reale, di guardarla insieme. In questo sta la forza di Sentimental Value: nel raccontare come l’empatia non cancelli il passato, ma possa renderlo finalmente abitabile.

Matt Damon ritiene che Odissea di Nolan sarà “l’ultimo grande film che girerò nella mia carriera”

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Matt Damon è apparso nel podcast “Skip Intro” di Netflix durante il suo tour promozionale per il thriller poliziesco The Rip – Soldi sporchi (leggi qui la recensione). In quell’occasione, Damon ha avuto modo di parlare anche del suo prossimo film, Odissea di Christopher Nolan. L’attore ha infatti detto che sta “ancora elaborando” l’esperienza di aver girato l’epopea greca di Nolan, ma ha osservato: “Ha avuto un effetto profondo su di me”. “Girare Odissea quest’anno mi è sembrata l’unica occasione nella mia vita di realizzare un film alla David Lean, capisci?”, ha aggiunto Damon.

Sentivo che stavo girando l’ultimo grande film su pellicola che avrei mai potuto realizzare”. Damon aveva già detto del film: “Se guardo oggettivamente a ciò che era necessario per fare quel lavoro, penso che sia arrivato proprio al momento giusto nella mia vita. Penso che 20 anni fa sarei stato infelice nel cercare di fare quel lavoro. Ti sentivi a disagio ogni giorno. Ma mi è piaciuto davvero, ho apprezzato profondamente ogni minuto“.

Intellettualmente, capivo il concetto che non si ha il controllo su ciò che accade, ma si ha il controllo su come ci si sente al riguardo – è più facile a dirsi che a farsi”, ha continuato. “Ma provare davvero gratitudine – e penso che fosse legato non solo alla gioia di poter avere un ruolo così importante con un regista così bravo, con un gruppo di persone così fantastiche e una storia così bella, ma anche al senso di nostalgia che provavo per come avevo iniziato, per come ero entrato nel mondo del cinema, per la sensazione che avevo provato quando stavo girando ‘School Ties’ e Freddie Francis era il direttore della fotografia e io, sapete, pensavo: ‘Sta succedendo davvero‘”.

Quello che sappiamo sul film Odissea di Christopher Nolan

Il film vanta un ricco cast composto da Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Lupita Nyong’o, Robert Pattinson, Charlize Theron, Jon Bernthal, Benny Safdie, John Leguizamo, Elliot Page, Himesh Patel, Mia Goth e Corey Hawkins. Per quanto riguarda la trama, questa segue Odisseo, il leggendario re greco di Itaca, nel suo pericoloso viaggio di ritorno a casa dopo la guerra di Troia. La narrazione descrive i suoi incontri con esseri mitici come il ciclope Polifemo, le sirene e la maga Circe, culminando nel suo tanto atteso ricongiungimento con la moglie Penelope.

Ad oggi sappiamo unicamente che Matt Damon interpreta Odisseo, mentre Tom Holland è suo figlio Telemaco e Charlize Theron è la Maga Circe. L’identità dei personaggi degli altri interpreti è ad oggi segreta. Sappiamo inoltre che Nolan ha girato il film interamente in formato IMAX, avvalendosi di nuove tecnologie realizzate appositamente per Odissea. Il regista ha inoltre limitato quanto più possibile l’uso di CGI, con l’obiettivo di ricreare quanto più possibile in modo pratico l’epico mondo descritto da Omero con il suo poema epico.

Odissea sarà distribuito al cinema da Universal Pictures dal 16 luglio 2026.

Marty Supreme: recensione del film con Timothée Chalamet e Gwyneth Paltrow

Marty Supreme segue la vicenda di Marty Mauser, giovane commesso in un negozio di scarpe del Lower East Side che coltiva un’ambizione particolare: diventare un campione internazionale di ping-pong e portare sotto i riflettori americani uno sport relegato ai margini. Prodotto da A24 e in arrivo nei cinema italiani dal 22 gennaio, Marty Supreme è il nuovo film di Josh Safdie, ispirato alla storia vera di Marty Reisman, figura carismatica del tennistavolo statunitense.

Ambientato negli anni ’50 del 1900 tra New York e i circuiti internazionali, il film segue il percorso di un protagonista sfrontato e consapevole di sé, disposto a esporsi, a cercare sponsor e occasioni, a forzare i confini sociali pur di inseguire un sogno che non conosce compromessi. Più che raccontare un’ascesa sportiva, Safdie mette in scena un movimento incessante, fatto di incontri ambigui, figure di potere e traiettorie che si intersecano, costruendo fin da subito un mondo instabile, attraversato da giudizi e aspettative.

Marty Supreme: il sogno come urgenza esistenziale

Marty Supreme non racconta un “semplice” sogno, ma l’impossibilità di farne a meno. Josh Safdie costruisce un film in cui l’ambizione non è un ideale astratto, bensì una necessità vitale, un impulso che precede qualsiasi valutazione morale. Marty non insegue il successo per migliorare la propria condizione, ma perché smettere significherebbe cessare di esistere. Il film si muove interamente dentro questa urgenza, osservandola senza compiacimento e senza indulgenza, lasciando che sia lo spettatore a misurarne il peso.

Ostinazione, derisione, sopravvivenza

Il percorso del protagonista è scandito da difficoltà continue, da rifiuti e umiliazioni che Safdie mette in scena senza mai trasformarle in momenti edificanti. Marty è sfrontato, convinto del proprio valore, spesso incapace di leggere il contesto che lo circonda. Proprio per questo diventa una figura facilmente derisoria, tollerata solo finché utile. Marty Supreme riflette così sulla natura ambigua della determinazione: ciò che in teoria dovrebbe essere una virtù si trasforma in un fattore di isolamento, in una forma di resistenza che non garantisce alcuna ricompensa.

Timothée Chalamet: un corpo in tensione

Timothée Chalamet firma una delle prove più fisiche e spigolose della sua carriera. Dopo aver raccolto negli anni premi e riconoscimenti internazionali, l’attore sceglie qui una strada meno conciliatoria.Il lavoro sul corpo è centrale: l’allenamento pluriennale al ping-pong si traduce in una presenza scenica nervosa, costantemente in tensione. Chalamet non ricerca l’empatia dello spettatore, ma una totale adesione al personaggio, costruendo una prova intensa e senza concessioni. A sostenere e amplificare questa traiettoria contribuisce anche un contorno di figure laterali tutt’altro che ornamentali: le presenze di Abel Ferrara e Tyler, the Creator aggiungono peso e attrito al racconto, rafforzando l’idea di un mondo attraversato da energie dissonanti e rapporti di potere instabili.

Una performance, quella di Timothée Chalamet, che molti indicano già tra le più potenti della stagione, con un futuro Oscar che appare sempre più plausibile, soprattutto dopo la recente conquista del primo Golden Globe della sua carriera, ottenuto proprio per l’interpretazione in Marty Supreme.

Timothée Chalamet Marty Supreme 2026 Recensione
Cortesia di A24

Odessa A’zion e la vita che continua ai margini

Accanto a Marty, il personaggio interpretato da Odessa A’zion – Rachel – assume un ruolo fondamentale nel dare profondità emotiva al film. La sua presenza introduce una dimensione concreta, legata alla vita che procede, mentre il sogno assorbe tutto il resto. Non è una figura di supporto né un semplice contrappunto sentimentale, ma lo spazio in cui il film interroga il costo umano dell’ambizione. Attraverso questo rapporto, Marty Supreme suggerisce che inseguire un obiettivo assoluto significa spesso chiedere agli altri di adattarsi, attendere, sacrificare.

Potere e illusioni di controllo in Marty Supreme

Il mondo che circonda il protagonista è abitato da figure che incarnano il potere economico e simbolico. Personaggi interpretati da Gwyneth Paltrow e Kevin O’Leary rappresentano un sistema che promette opportunità senza mai rinunciare al controllo. Il talento viene accolto solo se disposto a piegarsi, a rispettare regole non scritte, talvolta persino a perdere deliberatamente. Safdie osserva con lucidità il meccanismo del compromesso, mostrando come il successo, in certi contesti, non sia una conquista ma una concessione revocabile.

Paltrow in Marty Supreme 2026 Recensione
Cortesia di © A24 Films

Josh Safdie e l’estetica dell’urgenza

È qui che la regia di Josh Safdie trova la sua piena coerenza. Come in Good Time e Uncut Gems, lo stile è costruito sull’accelerazione continua: camera a mano, montaggio serrato, dialoghi che si sovrappongono, suoni che invadono lo spazio emotivo. Non c’è mai un vero momento di quiete, perché il film aderisce completamente allo stato mentale del protagonista. Anche la sequenza londinese è attraversata da questa instabilità, sottolineata dal cameo vocale di Robert Pattinson (protagonista di Good Time), che presta la voce allo speaker durante la finale dei British Open di ping-pong: una presenza invisibile che amplifica la sensazione di giudizio esterno costante.

Il ping-pong come metafora

Pur ispirandosi a una storia vera, Marty Supreme evita accuratamente la forma del biopic tradizionale. Josh Safdie non è interessato alla celebrazione, né alla costruzione di un mito sportivo, e utilizza il ping-pong  (disciplina raramente protagonista sul grande schermo) come un vero e proprio dispositivo narrativo. Lo sport diventa metafora dell’esistenza raccontata dal film: scambi rapidissimi, riflessi immediati, margini d’errore infinitesimali. Non vince chi controlla, ma chi resiste, chi accetta la possibilità costante della caduta e del fallimento senza smettere, però, di restare in gioco. Marty gioca come vive, affidandosi esclusivamente alla propria ostinazione, e in questo senso Marty Supreme si rivela un film sulla resilienza e sul vero senso della vita.

Marty Supreme, spiegazione del finale: l’ultima partita di ping-pong di Marty e il significato dell’ultimo tiro

Marty Supreme si presenta come una commedia tagliente e una satira feroce dell’“american spirit”, ma la sua forza non sta solo nella cattiveria con cui osserva l’ambizione. Il film riesce a restare agganciato all’umanità dei personaggi anche quando li mette in scena mentre mentono, manipolano, barano e si consumano per un’idea di successo che sembra sempre a un passo e sempre irraggiungibile. Marty (Timothée Chalamet) è un giovane atleta convinto di poter diventare la prima vera star americana del ping-pong, un’ossessione che si trasforma presto in un modo di stare al mondo: farsi spazio, costi quel che costi, anche quando non si hanno i mezzi, i contatti o il talento “legittimato” da chi comanda davvero.

Il paradosso di Marty Supreme è che, pur essendo ambientato negli anni ’50, respira come un film del presente. Marty non è soltanto un arrivista d’epoca: è un prototipo di hustle culture ante litteram, uno che vende sé stesso come un prodotto, che costruisce un personaggio, che vive di pitch e di performance. Eppure, proprio quando il film sembra pronto a farne un cinico puro, qualcosa frena la caduta totale. Non per bontà, non per redenzione facile, ma perché Marty ha linee personali che non vuole attraversare. Il finale, con la partita decisiva contro Endo e l’ultimo colpo, non è solo un climax sportivo: è il punto in cui l’ambizione viene messa davanti a uno specchio e costretta a scegliere che cosa è disposta a sacrificare.

Perché Marty rifiuta di perdere apposta la partita finale contro Endo

Il cuore del finale sta in una scelta semplice, che però in Marty Supreme pesa come una condanna: Marty rifiuta di “vendere” la partita. Per quasi tutto il film, il suo percorso è una marcia ossessiva verso il riconoscimento. Marty mente quando serve, ruba quando conviene, bara quando può. Lo fa con una specie di allegria velenosa, come se ogni scorrettezza fosse una prova di intelligenza, un gesto di sopravvivenza in un mondo truccato. È convinto che il successo gli spetti, e che l’unico errore sia restare fermi ad aspettare che qualcuno glielo conceda.

Eppure, nel finale, la trappola in cui cade è più grande di lui: Milton Rockwell non è un ostacolo sportivo, è un potere economico. Un uomo che può decidere dove Marty andrà, con chi parlerà, se sarà qualcuno o resterà un buffone utile per un capriccio. Marty arriva perfino a umiliarsi per ottenere aiuto: una resa momentanea che il film non romanticizza. È un corpo che si piega per restare dentro il gioco.

Quando Rockwell impone l’esibizione contro Endo e, di fatto, pretende che Marty perda e accetti il ruolo del perdente, Marty sembra “adeguarsi” solo in superficie. Quel che esplode nel finale è il conflitto tra due forme di ambizione: quella che vuole il risultato a qualunque costo e quella che vuole la vittoria come identità, come prova pubblica di valore. Marty può accettare di sporcarsi le mani, ma non riesce a trasformarsi in una barzelletta per convenienza. La sua vanità non è un dettaglio psicologico: è un motore morale, per quanto distorto.

Quando sfida Endo a un’ultima partita, Marty sta dicendo una cosa precisa: posso essere un impostore, ma non posso essere un burattino. Il prezzo è altissimo, perché Rockwell lo avverte chiaramente: se vinci, ti lascio qui. In altre parole, ti tolgo il futuro. Marty vince comunque. È una vittoria che non produce ricchezza né gloria immediata, ed è proprio questo il punto. Il film dimostra che l’ambizione di Marty non è solo avidità: è bisogno di riconoscimento, fame di dignità. Il gesto finale è orgoglio, ma anche un residuo di autenticità che resiste dentro un personaggio costruito su artifici.

Questa scelta definisce il senso satirico del film: Marty incarna un’idea americana di sfida e testardaggine, ma il film la mostra nella sua ambiguità. È un impulso “eroico” che però nasce da un ego smisurato. Marty non si salva, non diventa buono; semplicemente, si rifiuta di rinunciare a ciò che pensa di essere: il migliore, o almeno uno che non finge di perdere.

L’ultimo colpo e il significato della “vittoria che non salva”

Timothée Chalamet Marty Supreme 2026 Recensione
Cortesia di A24

Il colpo finale della partita non vale soltanto come gesto atletico. È il simbolo di una vittoria che, nel mondo del film, non garantisce niente. Nelle narrazioni sportive classiche, vincere significa essere finalmente visti, essere premiati, cambiare status. Qui no. La vittoria non è un portale verso l’American Dream; è un atto di rottura che fa crollare l’illusione.

Marty vince e viene punito. È una sintesi perfetta della satira di Marty Supreme: il merito, da solo, non basta. Anzi, può essere irrilevante quando disturba gli equilibri del potere. Rockwell non perde solo una scommessa o un capriccio: perde il controllo, e quindi reagisce come reagisce sempre chi ha il controllo. Chiude le porte.

L’ultimo colpo è anche la risposta di Marty alla sua stessa vita. Per tutta la storia, Marty recita, si gonfia, promette. Nel finale, fa una cosa concreta e innegabile: vince sul campo. Non può più essere ridotto a una favola inventata, almeno in quel momento. Eppure, proprio perché il film è interessato al presente più che agli anni ’50, quel gesto somiglia a un grido contro un sistema che ti chiede performance continue ma non ti garantisce mai stabilità. Marty è la figura di chi dà tutto, brucia tutto, e resta comunque precario.

Per questo l’ultimo colpo non è trionfale. È una liberazione breve, quasi violenta, che lascia dietro di sé vuoto e conseguenze. Marty dimostra chi è, ma non diventa “qualcuno”. E il film, con lucidità, suggerisce che spesso l’America dell’ambizione funziona proprio così: ti convince che la vittoria sia la chiave, poi ti ricorda che la serratura è in mano ad altri.

Marty è il padre del bambino di Rachel?

Paltrow in Marty Supreme 2026 Recensione
Cortesia di IMDb

L’altra grande domanda del finale riguarda Rachel (Gwyneth Paltrow) e la gravidanza. Il film suggerisce con forza che Marty possa essere il padre. L’apertura, con l’incontro sessuale nel negozio di scarpe, sembra posizionare quell’episodio come l’origine della gravidanza. Ma Marty Supreme non ha interesse a chiudere tutto con un timbro definitivo. L’ambiguità è coerente con la natura del racconto: le persone mentono, cambiano versione, si proteggono, manipolano.

Rachel è sposata con Ira, e quindi l’alternativa è plausibile. Inoltre, Rachel è mostrata come una persona capace di costruire narrazioni opportunistiche, non meno di Marty. Il film lascia spazio al dubbio perché non sta facendo un giallo sulla paternità; sta mostrando come Marty reagisce all’idea di essere padre.

Nel finale, quando Marty torna in America grazie a soldati che hanno assistito alla partita e provano pietà per lui, corre in ospedale e vede il bambino. È uno dei rarissimi momenti in cui Marty appare davvero colpito da qualcosa che non sia la propria immagine. L’emozione lo travolge, e il film insiste su quel punto: Marty, che per tutto il tempo ha cercato rispetto e denaro, trova improvvisamente un valore che non passa dal mercato.

Che il bambino sia biologicamente suo o no, per Marty cambia relativamente. Il senso è un altro: Marty sceglie di sentirsi padre, e questo lo sposta. Non lo redime, ma lo incrina. Gli mette addosso una responsabilità che non può risolvere con una bugia o una partita vinta.

Quindi la risposta più onesta è: il film non dà una certezza biologica, ma dà una certezza emotiva. Marty diventa padre “nel modo che conta”, perché per la prima volta desidera qualcosa che non è solo un trofeo.

Il “sono un vampiro” di Milton Rockwell: metafora del capitalismo come predazione

Marty Supreme

Nel finale, Rockwell lascia cadere una dichiarazione strana: dice di essere un vampiro. È una battuta che può far pensare a un elemento soprannaturale, ma il film stesso suggerisce che sarebbe la lettura meno interessante. Rockwell non serve a introdurre il fantastico: serve a rendere visibile il vero mostro del film.

Rockwell è ciò che Marty vorrebbe diventare, ma senza la parte “umana” che a Marty, nonostante tutto, resta addosso. Sono entrambi newyorkesi, entrambi ego-driven, entrambi bugiardi. La differenza è che Rockwell ha capitale, e quindi può trasformare il cinismo in potere stabile. Marty truffa e improvvisa, ma viene continuamente ridimensionato; Rockwell manipola e resta intoccabile. Tratta le persone come giocattoli e ci guadagna, mentre Marty tratta le persone come strumenti e finisce spesso bruciato dal ritorno di fiamma.

Dire “sono un vampiro” significa: vivo succhiando energia, tempo, vita altrui. È una definizione perfetta del capitalismo predatorio che il film vuole mettere in scena. E la nota più amara arriva quando Rockwell parla del figlio perso in guerra: come se anche lui, a un certo punto, avesse avuto un cuore, e poi lo avesse perso. Il contrasto con Marty è netto: Rockwell ha perso l’umanità; Marty la ritrova (o la scopre davvero) davanti a un neonato.

Il film suggerisce che l’ambizione può sopravvivere senza empatia, ma a quel punto diventa mostruosa. Rockwell è il futuro possibile di Marty, e il finale lo mette lì per farci capire che Marty, pur essendo un disastro morale, non è ancora completamente “morto dentro”.

L’importanza della relazione tra Marty e Katy

Marty Supreme

La subplot dell’amante, Katy, moglie di Rockwell e diva in declino, è una delle parti più malinconiche del film. Katy non è solo un diversivo erotico. È uno specchio. È una persona che ha vissuto la fama e ne ha visto la scadenza, che ha capito quanto sia volatile lo sguardo del pubblico. Marty, invece, la fama la insegue come se fosse eterna e salvifica.

Tra loro nasce un riconoscimento reciproco: entrambi vogliono essere visti, desiderano contare, temono l’invisibilità. Marty seduce Katy con l’audacia e la lusinga, ma col tempo emerge qualcosa di più: Katy prova pietà per lui, e forse anche tenerezza. Gli offre gioielli, gli offre strumenti per “salire”, come se vedesse in lui una possibilità di riscatto che lei ha già perso.

Il loro ultimo abbraccio nel parco è uno dei pochi momenti autenticamente emotivi del film, e viene immediatamente interrotto dalla realtà (la polizia, la minaccia, la rovina possibile). È un modo per dire che anche quando due persone provano a toccarsi davvero, il mondo costruito sul potere e sull’immagine arriva a spezzare tutto. Marty e Katy sono due corpi usati dal sistema, ciascuno a modo suo: lui come promessa disperata, lei come reliquia.

Il significato vero di Marty Supreme: ambizione, “hustle” e un residuo di empatia

Alla fine, Marty Supreme è un film sull’American Dream raccontato senza veli: affascinante, tossico, crudele. Marty lascia dietro di sé macerie, rovina vite, manipola. Eppure non diventa mai un villain puro, perché il film insiste nel mostrarci quei punti in cui l’ego non riesce a cancellare del tutto l’empatia.

Marty protegge Rachel quando pensa che sia in pericolo. Mostra rispetto per Endo quando finalmente lo batte. Si spezza davanti al bambino. Sono momenti che non cancellano i suoi peccati, ma impediscono al film di essere solo una punizione morale. Il punto non è assolverlo: è farci vedere quanto l’ambizione moderna seen come un meccanismo che rende tutti “grigi”, imprevedibili, contraddittori.

Marty è, in un certo senso, il ritratto di un lavoratore precario contemporaneo travestito da atleta degli anni ’50. Vende se stesso, crede alle sue stesse bugie, vive sul bordo del fallimento. Il finale, con la partita vinta e il ritorno al bambino, suggerisce una verità semplice e dolorosa: puoi inseguire il successo come se fosse l’unica cosa che conta, ma prima o poi qualcosa ti chiederà chi sei quando non stai performando. Il colpo finale non significa “Marty ce l’ha fatta”. Significa che Marty, per una volta, ha scelto qualcosa che assomiglia a una verità, anche se quella verità non gli garantisce niente.

At the Sea: prima immagine di Amy Adams nel film di Kornél Mundruczó

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Amy Adams è una delle attrici più talentuose della sua generazione: sei candidature agli Oscar e una carriera costellata di interpretazioni memorabili lo dimostrano senza bisogno di ulteriori conferme. Eppure, negli ultimi anni, il suo percorso cinematografico sembra aver attraversato una fase di evidente appannamento. Dopo l’ultima grande prova da protagonista in Arrival di Denis Villeneuve (2016), Adams è rimasta invischiata in una lunga serie di progetti poco fortunati, da Elegia americana a La donna alla finestra, passando per Caro Evan Hansen, Come per disincanto, Nightbitch e altri titoli che non sono riusciti a valorizzarne appieno il talento.

Una possibile svolta potrebbe arrivare ora dal Festival di Berlino, che ha annunciato la selezione ufficiale dei 22 film in concorso per l’Orso d’Oro. Tra questi figura At the Sea di Kornél Mundruczó, con Amy Adams nel ruolo di una donna che, dopo un lungo periodo di riabilitazione, fa ritorno nella casa al mare della sua famiglia, confrontandosi con un passato irrisolto e con una vita che non è più quella che aveva lasciato. Il progetto porta con sé segnali incoraggianti: Mundruczó è il regista di Pieces of a Woman e White God, mentre la sceneggiatura è firmata da Kata Wéber, autrice dei suoi lavori più riusciti.

Qualche perplessità resta però legata ai ritardi: il film, girato all’inizio del 2024, avrebbe dovuto debuttare in un festival già lo scorso anno, prima di essere rinviato. Nel frattempo, Amy Adams continua a essere molto attiva: sarà nel cast di Star Wars: Starfighter di Shawn Levy, apparirà accanto a Javier Bardem nel remake seriale di Cape Fear e ha già concluso le riprese di Klara and the Sun di Taika Waititi, ancora privo di una data di uscita ufficiale.

Il motivo per cui At the Sea viene osservato con particolare attenzione è chiaro. Tra il 2005 e il 2018, Adams ha collezionato sei nomination agli Oscar per Junebug, Il dubbio, The Fighter, The Master, American Hustle e Vice, dimostrando una straordinaria capacità di muoversi tra dramma, commedia nera e biopic storico. Un talento autentico, capace di incarnare personaggi complessi con naturalezza e profondità. La speranza è che At the Sea rappresenti finalmente il film giusto per riportare Amy Adams al centro del grande cinema che le compete.

Steal è basato su una storia vera? La verità dietro il thriller finanziario di Prime Video

La nuova serie Steal è arrivata su Prime Video come un pugno allo stomaco: un heist finanziario contemporaneo, ambientato in una Londra riconoscibilissima, che trasforma una normale giornata di lavoro in un incubo ad alta tensione. Fin dai primi episodi, molti spettatori si sono posti la stessa domanda: Steal è ispirata a una storia vera? La risposta è no — ma la sensazione di realismo che permea la serie è tutt’altro che casuale.

Al centro del racconto c’è Zara, interpretata da Sophie Turner, un’impiegata di una società di gestione pensionistica che viene costretta, sotto la minaccia delle armi, a collaborare a una rapina miliardaria. Accanto a lei si muovono il collega Luke, il detective Rhys e una rete di poteri economici e istituzionali che rendono il crimine sempre più opaco. È una storia di finanza, paura e compromessi morali, che colpisce proprio perché sembra plausibile.

Una storia inventata, ma radicata nella realtà

Nonostante il suo impianto estremamente credibile, Steal non è basata su eventi reali specifici. La serie è frutto della scrittura dello scrittore crime Sotiris Nikias, al suo esordio nella sceneggiatura televisiva. Tuttavia, ciò che rende Steal così inquietante è il modo in cui la finzione si appoggia a dinamiche reali e riconoscibili: la fragilità dei sistemi finanziari, l’uso dei paradisi fiscali, il potere invisibile del denaro e la facilità con cui le persone comuni possono essere schiacciate da meccanismi più grandi di loro.

La stessa Sophie Turner ha raccontato di essere rimasta colpita, alla prima lettura della sceneggiatura, da quanto i personaggi apparissero “radicati nella verità”. Non eroi né villain, ma individui moralmente ambigui, costretti a navigare in zone grigie. È proprio questa assenza di manicheismo a rendere la serie credibile e disturbante: nessuno è completamente innocente, nessuno completamente colpevole.

Il realismo è rafforzato anche dalla messa in scena. Steal è stata girata interamente a Londra, con riprese in quartieri reali come Columbia Road, a Hackney. Turner ha raccontato come girare scene di irruzioni dell’MI5 o rapine in luoghi quotidiani, vicini alla sua stessa casa, rendesse l’esperienza “ancora più invasiva”. La sensazione è quella di un pericolo che potrebbe manifestarsi ovunque, anche negli spazi più familiari.

Personaggi credibili e consulenze reali

Sophie Turner in Steal

Un altro elemento che alimenta il dubbio sulla natura “vera” della storia è la costruzione dei personaggi, in particolare quello del detective Rhys, interpretato da Jacob Fortune-Lloyd. Per prepararsi al ruolo, l’attore ha consultato un ex DCI della squadra omicidi di Londra e persino un giocatore di poker professionista, così da restituire con autenticità sia il lato investigativo sia quello della dipendenza dal gioco che caratterizza il personaggio.

Questo approccio documentato contribuisce a rendere Steal una serie che sembra osservare il reale più che inventarlo. Non a caso, Vernon Sanders, Head of Television di Amazon MGM Studios, ha definito lo show una “corsa adrenalinica unica”, mentre diverse testate hanno sottolineato quanto il suo concept sia “spaventosamente realistico”.

Perché Steal sembra una storia vera

Il punto chiave è che Steal non cerca di replicare un singolo fatto di cronaca, ma di condensare paure contemporanee reali. Il furto dei fondi pensione, il tema dell’evasione fiscale, la circolazione di denaro attraverso conti offshore e criptovalute sono elementi quotidiani nel dibattito pubblico. La serie li riorganizza in una narrazione compatta, rendendoli accessibili e drammatici.

Non sorprende, quindi, che la critica abbia accolto positivamente lo show. The Guardian gli ha assegnato quattro stelle su cinque, definendolo una riflessione intelligente sul potere corruttivo del denaro, mentre The i Paper lo ha definito un “trionfo”. Anche Collider ha parlato di una visione imperfetta ma altamente coinvolgente, capace di trascinare lo spettatore in un labirinto etico sempre più stretto.

Con un consenso dell’80% su Rotten Tomatoes, Steal dimostra come una storia completamente inventata possa risultare più vera del reale, quando riesce a intercettare le ansie e le contraddizioni del presente. Non è una cronaca, ma una finzione che dice la verità, ed è proprio questo a renderla così disturbante.