Invece di andare sul sicuro
seguendo le tracce del romanzo a cui è ispirato,
il finale della di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo
– Stagione 2 è stato audace e si è concluso con
un colpo di scena ancora più importante rispetto a quello del
romanzo originale Il mare dei mostri di Rick
Riordan. Tra cambiamenti e sorprese, la posta in gioco è
stata alzata in modo molto stimolante in vista della terza
stagione.
Nell’episodio 8,
Thalia Grace (Tamara Smart) torna ad assumere la
sua forma umana, dopo essere stata per tanto tempo l’albero in cui
Zeus l’aveva trasformata. Ciò significa che ora esiste un secondo
figlio dei Tre Grandi che potrebbe compiere la Grande Profezia,
destinata a salvare o distruggere l’Olimpo.
La spiegazione del colpo di scena
de Il mare dei mostri (e in che modo la
serie lo cambia)
Nel romanzo originale
Il mare dei mostri, la resurrezione di
Thalia tramite il Vello d’Oro chiude il libro: è una svolta
clamorosa che nessuno dei personaggi si aspettava, fatta eccezione
per il Titano Crono, che aveva manipolato gli eventi proprio per
rimettere in gioco la figlia di Zeus.
Nella serie, invece, il ritorno di
Thalia era già un elemento previsto, molto prima che il Vello d’Oro
venisse posto sull’albero affinché la semidei tornasse nella sua
forma umana. Di conseguenza, questo ha aumentato le tensioni e le
dinamiche tra Annabeth e Luke, così come con lo stesso Percy,
mostrato alle prese con incubi sul ritorno di Thalia e su ciò che
questo potrebbe significare per la Grande Profezia.
Il nuovo twist con cui si chiude
Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Stagione
2 rivela che Thalia non era
stata ferita mortalmente dalle Furie per poi essere salvata dalla
misericordia divina di Zeus attraverso la trasformazione in albero
(come avviene nel libro).
Al contrario, le Furie erano state
mandate da Ade per informare Thalia della Grande Profezia e del
desiderio di Zeus di usarla come un’arma, creando deliberatamente
una frattura tra padre e figlia.
Questa verità viene rivelata da
Chirone, che aveva assistito al rifiuto di Thalia e alla successiva
trasformazione operata da Zeus come punizione (piuttosto che come
atto di compassione per salvarle la vita). A Chirone fu poi
ordinato di mantenere nascosta la verità negli anni successivi…
fino ad ora. Rispetto alla storia originale de Il mare
dei mostri, questo nuovo colpo di scena aumenta
drasticamente la posta in gioco della Grande Profezia e si collega
in modo più efficace ai conflitti che verranno esplorati nelle
stagioni future.
Non solo questo twist prepara
meglio lo scontro tra Percy e Thalia in La maledizione del
Titano (stagione
3 di Percy Jackson), ma fornisce anche una motivazione
molto più solida per la frattura tra Thalia e Zeus, influenzando in
maniera decisiva le scelte che lei finirà per compiere.
In definitiva, il finale della
stagione 2 di Percy Jackson dimostra che la serie ha
compreso a fondo ciò che rendeva efficaci i libri nella loro
essenza, ma anche dove potevano essere migliorati. Con lo stesso
Rick Riordan coinvolto nella realizzazione della serie Disney+, è già stato confermato che
Riordan ha sostenuto il cambiamento principale del finale de Il
mare dei mostri.
Il finale di Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo – Stagione
2 risulta davvero molto più solido sotto
ogni aspetto, rispetto al romanzo, allineandosi in modo nettamente
migliore alle avventure che devono ancora arrivare.
Tutti gli episodi di
Percy Jackson e gli Dei dell’Olimpo sono
ora disponibili in streaming su Disney+.
Questo potrebbe essere
il suo anno. Il regista norvegese Joachim Trier è un habituè
di Cannes e, ricordiamo, con La persona peggiore del mondo (2021, sua ultima
partecipazione al Festival) è riuscito a guadagnarsi due premi di
rilievo, Miglior sceneggiatura e Miglior Attrice per Renate
Reinsve, risultati poi in due effettive candidature agli Oscar
2022. Ora, torna in concorso sulla Croisette con Sentimental
Value, tra i titoli favoriti per la Palma d’oro di
quest’anno, sostenuto dall’etichetta NEON, ovvero la casa di
distribuzione che ha portato al pubblico – e fino agli Academy
Awards – gli ultimi 5 vincitori della Palma d’oro.
La famiglia peggiore
del mondo?
Nora Borg (Renate
Reinsve) è un’attrice affermata, mentre suo padre Gustav
(Stellan
Skarsgård), regista di culto ormai inattivo da quindici anni, è
rimasto ai margini della vita familiare della donna dopo la
separazione dalla madre. I due hanno rapporti sporadici: Gustav è
distante tanto da Nora quanto dalla sua seconda figlia,
Agnes (Inga Ibsdotter Lilleaas), e dal nipotino. Ma quando
muore l’ex moglie e madre delle due sorelle, l’uomo ricompare per
il funerale e chiede a Nora un incontro privato. Lei, reduce dal
debutto di uno spettacolo teatrale e da un esaurimento nervoso poco
prima di salire sul palco, accetta con riluttanza, certa che non si
tratterà di buone notizie.
Con sua sorpresa, Gustav
le propone di interpretare il ruolo principale nel suo nuovo film:
una storia fortemente autobiografica incentrata sulla figura della
madre, la nonna di Nora, morta suicida in giovane età. Nora però
rifiuta: la relazione con il padre è da sempre tesa, lui non ha mai
mostrato interesse per il suo lavoro (detesta il teatro e snobba le
serie e i film in cui lei recita) e sospetta che ora la stia
coinvolgendo solo per approfittare del successo della sua ultima
serie, utile ad attirare finanziatori.
Poco dopo, durante una
retrospettiva al Festival di Deauville dedicata a Gustav, l’uomo si
imbatte in Rachel Kemp (Elle
Fanning), diva hollywoodiana rimasta incantata dalla proiezione
di un suo vecchio film. Dopo una serata di confidenze e alcol in
spiaggia, Gustav offre a Rachel lo stesso ruolo precedentemente
rifiutato da Nora. L’attrice americana accetta con entusiasmo e
inizia a prepararsi in modo ossessivo, immergendosi nella storia e
nel passato della famiglia Borg con una curiosità sempre più
invasiva.
Il valore affettivo di
Joachim Trier
Fin dal punto di vista
produttivo, sembra che questa nuova opera di Trier abbia con sé un
forte “sentimental value”: si configura infatti come un gioco
continuo tra realtà e finzione che è diventato sempre più caro alla
filmografia di Trier. Riporta in scena i suoi attori feticcio
Anders Danielsen Lie – che ha lavorato con lui fin da
Reprise – e Renate Reinsve, che a loro volta interpretano
attori nella pellicola. Ma amplia anche il parterre di
protagonisti, addirittura c’è un volto hollywoodiano (Elle Fanning) e un volto-ponte (Stellan), star
tanto dell’industria cinematografica nordica quanto di quella
oltreoceano. Un’operazione, più di qualsiasi altra sua precedente,
volta a rafforzare l’immagine internazionale di un regista europeo
sempre più lanciato dopo l’ottima accoglienza riservata a The Worst
Person in the World.
Come dicevamo,
ritroviamo Renate Reinsve nel ruolo di una Julie 2.0, questa volta
più risolta a livello professionale ma ugualmente spezzata per
quanto riguarda la sfera privata. Qui interpreta un’attrice di
teatro che si rifugia in ruoli altisonanti e tragici (dettaglio che
dice già molto del personaggio) perché ha paura di essere se
stessa. Nora è molto pungente, in quanto sorella maggiore si vede
che si è caricata sulla schiena il dolore della separazione dei
genitori per risparmiare in qualche modo la più piccola. Agnes,
secondo Nora, non si degna di confrontarsi con il padre. D’altra
parte, la maggiore viene etichettata come troppo aggressiva dal
padre: “Non si può amare qualcuno di così arrabbiato”, le
dice.
Storia di una casa
nordica
Sentimental Value
è un film molto più “nordico” de La persona peggiore del
mondo, nella costruzione narrativa e dei personaggi, che
sprigiona in maniera completamente personale l’idea del “valore
affettivo” del titolo, non come un concetto univoco e aggiunta
positiva alla vita di una persona. Piuttosto, come valore proprio
di ogni casa e famiglia, magari accidentato e straniante, per cui
però vale sempre la pena continuare a lottare. Per arrivare a
questa consapevolezza, Trier elabora una riflessione che parte
dall’oggetto concreto (la casa), e l’immedesimazione con questo che
Nora attua fin da bambina. Lei ha sempre voluto una “home”,
termine che in lingua inglese si differenzia da “house”
proprio in virtù del legame che abita la casa, e porta con sé in
età adulta la rabbia non solo di questo sogno infranto, ma anche
del non riuscire a costruirsi una “home” nel presente
proprio per i traumi che ha.
Curiosamente, c’è un
forte legame con un’altra opera in concorso a Cannes
quest’anno,Sound of Falling di Mascha Schilinski, che indaga sempre
l’idea della casa che assorbe i colori di chi l’ha abitata e come
questi poi riecheggiano nel tempo. Ci sono i traumi familiari,
l’eredità che ci portiamo dietro da chi ci ha preceduto,
l’impossibilità di confrontarci con questi e quindi chiuderci in
noi stessi, una tristezza magmatica che aleggia sulle generazioni.
Chiaramente, come abbiamo visto nella nostra recensione del primo
film del concorso, si tratta di due riflessioni nutrite da due
linguaggi molto diversi, il che le rende ancora di più
affascinanti.
L’oggetto che racconta
una vita
Il nuovo film di Joachim
Trier “parla” per stacchi su nero, quasi a voler restituire
l’impressione di frammenti di vita, scatti fotografici, che
concedono allo spettatore il tempo per riflettere su questi non
detti. Come nel caso di Alpha, abbiamo anche qui la messa in scena
e analisi di un rapporto fraterno (in questo caso sorellanza),
fondamentale per capire davvero il personaggio di Nora. Oltre la
costruzione così nordica della casa – e dei rapporti – emerge però
una tenerezza assoluta incapsulata, appunto, a partire da un
oggetto, a cui la giovane donna potrà paradossalmente associare il
sentimental value che tanto ha rincorso per tutta la vita.
Uno script, un copione che forse parla di lei, come se il padre
nonostante la lontananza e la mancanza di contatto fosse sempre
rimasto in diretta connessione con la figlia e avesse capito
qualcosa di molto intimo e inconfessabile che Nora porta
dentro.
L’aspetto più riuscito
di Sentimental Value è proprio il riuscire a oltrepassare
questa formula di racconto prettamente nordica e forse meno
accessibile de La persona peggiore del mondo per restituire
un senso di tenerezza assoluto. Si tratta, probabilmente,
dell’opera più poetica e sentimentale di Trier, che indaga
le crepe di una famiglia come tante altre letteralmente tramite il
mezzo cinematografico, sfruttandolo come testamento: basti pensare
che, come svelato in conferenza stampa, lui e il suo storico
sceneggiatore Eskil Vogt sono diventati padri, svolta che ha
cambiato completamente il loro modo di fare cinema: “Prima
volevamo fare cinema punk, ora abbiamo capito che l’emotività è il
nuovo punk”, per citare direttamente le loro parole. Insomma,
Sentimental Value è un metagioco che si tramuta in emozione,
e che potrebbe davvero portare a Trier la sua prima Palma
d’oro.
Ora, mentre il pubblico continua ad
aspettare una risposta su quando tornerà, Chris Pratt ha condiviso con Ash Crossan
di ScreenRant, in un’intervista per il suo nuovo
thriller fantascientifico Mercy – Sotto
Accusa, ciò che spera per il suo futuro nell’MCU. In particolare, alla domanda
su quale personaggio del multiverso vorrebbe che Star-Lord
incontrasse prima che Avengers:
Secret Wars concluda la saga del multiverso, la star
ha indicato il Deadpool di Ryan Reynolds, esprimendo il suo
entusiasmo per il fatto che la Marvel Studios abbia ora accesso
all’ampia gamma di proprietà intellettuali della Fox.
“Ora sembra che la Marvel
Studios abbia accesso alle proprietà intellettuali che prima
appartenevano ad altri studi, tra cui la Fox. Ho davvero adorato
Deadpool. Penso che Ryan [Reynolds] abbia dato il meglio di sé con
quella performance. È stato davvero fantastico. Mi piacerebbe
essere lì durante il processo, anche solo come spettatore. Quindi
direi Deadpool”, sono le parole dell’attore.
Come noto, lo Star-Lord di Pratt è
apparso per l’ultima volta in Guardiani della Galassia Vol.
3, che è stato sia il canto del cigno di Gunn nell’MCU prima
di diventare co-CEO della DC Studios e lanciare la DC
Universe, sia l’addio alla squadra cosmica originale. Nominando
Rocket nuovo capitano del gruppo, il roster rimasto era composto da
Rocket, Groot, Kraglin, Cosmo, Adam Warlock, Phyla e Blurp,
l’animale domestico di Adam.
Tuttavia, anche se è tornato sulla
Terra e si è riunito con suo nonno, i titoli di coda del film hanno
promesso che Star-Lord sarebbe tornato. Pratt è rimasto aperto alla
possibilità di tornare per un nuovo progetto, che anche Gunn ha
benedetto, con la maggior parte delle persone che si aspettano che
appaia nel prossimo evento in due parti degli Avengers,
Doomsday e Secret Wars.
Ma mentre Pratt spera in una
collaborazione tra Star-Lord e Deadpool nell’MCU, le reali
possibilità che ciò accada sono attualmente poco chiare. Il primo
non è stato finora incluso nella lista dei personaggi confermati in
Avengers: Doomsday, mentre ci
sono voci contrastanti sul fatto che Reynolds riprenderà il ruolo
del Mercenario Chiacchierone. Considerando il numero di attori
degli X-Men
originari della Fox presenti nel prossimo evento crossover, avrebbe
senso che Deadpool apparisse, mentre la mancanza di personaggi dei
Guardiani rende meno probabile la partecipazione di Star-Lord.
Detto questo, ci sono sicuramente
altre opportunità nell’MCU per Pratt di realizzare il suo sogno di
lavorare con Reynolds in un evento con Star-Lord e Deadpool. È
probabile che, se non appariranno in Avengers:
Doomsday, entrambi appariranno in Avengers: Secret Wars, che
chiuderà la Saga del Multiverso. Inoltre, dato che secondo quanto
riferito si tratterà di un soft reboot dell’intero MCU, il film del
2027 potrebbe salutare la coppia in modo esilarante prima di
passare a nuovi personaggi su cui concentrarsi.
Zach Cregger sta
per arrivare a Raccoon City per il suo prossimo lungometraggio, ma
la star Kali Reis avverte di non aspettarsi un
adattamento diretto del materiale originale. Sulla scia del
successo ottenuto con Barbarian
e prima del successo virale di Weapons,
Cregger è stato annunciato come co-sceneggiatore e regista del
prossimo
reboot del film Resident Evil, in
collaborazione con Shay Hatten, veterano di
John
Wick. Reis fa invece parte del cast stellare che
Cregger ha messo insieme per il nuovo film, che include anche una
reunion con Austin Abrams, Paul Walter Hauser e Zach
Cherry.
Ora, in un’intervista con Ash Crossan di
ScreenRant per il prossimo film d’azione fantascientifico
Mercy –
Sotto Accusa, Reis ha offerto alcune anticipazioni
sull’approccio di Cregger al suo adattamento di Resident
Evil. Lodando il reboot come una “continuazione della
grande produzione cinematografica” che ha dimostrato nei
progetti precedenti, la star ha continuato a stuzzicare il pubblico
dicendo che il film sarà “la sua versione” della storia delle
origini dei giochi piuttosto che una traduzione diretta delle
tragedie di Raccoon City.
“Devo dire che, per i fan di
Resident Evil, in particolare per i giocatori, il suo tentativo di
raccontare la storia delle origini, la sua versione, è incredibile.
Penso che rimarrete sbalorditi dalla sua immaginazione, dalle sue
idee e da questo viaggio comico attraverso il periodo folle e
selvaggio della storia di Resident Evil. Penso che ne sarete
piacevolmente sorpresi”.
Cosa aspettarsi dal Resident
Evil di Zach Cregger
L’ultima anticipazione di Reis è in
gran parte in linea con la precedente discussione di Cregger su
come avrebbe affrontato il reboot di Resident
Evil. Puntando a una storia originale ambientata nel mondo
dei videogiochi piuttosto che a uno dei suoi personaggi ben noti,
avendo persino citato Leon come uno di quelli la cui storia esiste
già nei vari giochi, lo sceneggiatore/regista sta invece prendendo
ispirazione dal secondo al quarto capitolo.
Non sarebbe la prima volta che un
adattamento di Resident Evil cerca di adottare un
approccio più originale alla storia piuttosto che seguire una linea
più diretta. I film con Milla Jovovich sono diventati sempre
più distanti dai giochi con ogni capitolo, in particolare uccidendo
personaggi come Leon e Barry Burton, mentre la serie Netflix di breve durata ha preso in prestito dai
giochi la trama di fondo, ma si è poi diramata in una direzione
completamente diversa.
L’unico adattamento di
Resident Evil che ha cercato un approccio
direttamente fedele è stato quello del 2021 Welcome to Raccoon City, che ha unito le
storie dei primi due videogiochi in uno solo. Tuttavia, anche se i
critici e parte del pubblico hanno apprezzato maggiormente questo
approccio fedele, il reboot ha comunque ricevuto recensioni
contrastanti e ha ottenuto risultati deludenti al botteghino,
portando alla cancellazione del sequel previsto e allo sviluppo
finale di quello di Cregger.
Nonostante una carriera di successi
e riconoscimenti, Angela Lansbury è passata alla
storia nell’immaginario popolare per il suo ruolo di Jessica
Fletcher in La Signora in Giallo, personaggio che
rivivrà sullo schermo con le fattezze di Jamie Lee Curtis.
Il progetto che vede protagonista
l’attrice premio Oscar e figlia d’arte è in fase di organizzazione
e finalmente ha trovato un regista che possa cimentarsi
nell’impresa. Jason Moore, regista del
franchise di lancio Pitch Perfect e
dell’imminente serie prequel di La rivincita delle
bionde, Elle, è al lavoro
sul progetto presso la Universal. Moore dirigerà una sceneggiatura
di Lauren Schuker Blum e Rebecca
Angelo. Amy Pascal e Lord
Miller saranno i produttori.
Jason Moore ha
dato il via a un’incredibile serie di successi per il multiverso di
Pitch Perfect di Elizabeth Banks quasi 15 anni fa. La
serie ha incassato quasi 600 milioni di dollari al botteghino
mondiale, a fronte di costi di produzione per l’intera trilogia di
appena 100 milioni di dollari. Tra i suoi film ricordiamo
“Sisters“, con Amy Poehler, Tina
Fey e Maya Rudolph, e “Nozze
a sorpresa“, con Jennifer Lopez e Josh
Duhamel.
Flight (qui
la recensione) racconta la storia immaginaria del volo 277 e
del suo protagonista William “Whip” Whitaker,
interpretato da Denzel Washington, ma c’è una storia vera che
ha ispirato questo racconto. Il film, infatti, è stato ispirato da
un evento realmente accaduto che ha visto un pilota capovolgere un
aereo commerciale nel tentativo di stabilizzarlo e salvare la vita
dei passeggeri. Sebbene la manovra unica utilizzata nel film e
alcune delle circostanze che circondano l’incidente descritto in
Flight siano vagamente basate sull’evento reale,
la storia vera purtroppo non ha avuto lo stesso esito di quello
visto nel film di Robert Zemeckis.
Per il ruolo di Whip Whitaker,
Washington si è preparato esercitandosi su un simulatore di volo.
Oltre a imparare a recitare in modo convincente come pilota, ha
anche dovuto imparare a comportarsi in modo autentico come una
persona che lotta contro la dipendenza. In Flight,
infatti, Whip Whitaker confessa di essere ubriaco mentre pilota il
volo 277 e salva l’aereo da un guasto meccanico. La narrazione ha
quindi sollevato questioni morali ed etiche sulla situazione di
Whitaker, che è riuscito a salvare la maggior parte delle vite dei
passeggeri del volo 277, ma li ha anche messi in pericolo pilotando
l’aereo in stato di ebbrezza.
L’incidente del volo 277 in Flight
è stato ispirato dal volo 261 dell’Alaska Airlines
Il volo 277 in
Flight è stato ispirato dal vero volo 261
dell’Alaska Airlines, precipitato nell’Oceano Pacifico il
31 gennaio 2000. Il volo 261 era decollato da un
aeroporto di Puerto Vallarta, Jalisco, in Messico, e stava
viaggiando verso San Francisco, in California. Era previsto un
unico scalo prima di raggiungere la destinazione finale a Seattle,
Washington. L’aereo ha avuto un malfunzionamento e si è capovolto
per un breve periodo prima di schiantarsi, uccidendo tutti i
passeggeri a bordo. Tutte le 88 persone a bordo, tra cui 83
passeggeri e 5 membri dell’equipaggio, non sono sopravvissute
all’impatto.
Le vicende del film sono vagamente
ispirato a questi fatti reali. Brevi frammenti di dialogo
utilizzati in Flight sono stati presi direttamente
dalla trascrizione del CVR del volo 261, ovvero dalle conversazioni
avvenute tra i piloti nella cabina di pilotaggio e altri messaggi
trasmessi ai membri dell’equipaggio e ai passeggeri tramite
l’altoparlante. A parte questo, non ci sono molte somiglianze tra
il volo 277 immaginario e il volo 261 della Alaska Airlines
realmente esistito. La causa principale dell’incidente del volo 261
è stata un errore meccanico dovuto a una manutenzione impropria.
Non sono stati trovati sopravvissuti del volo 261.
William “Whip” Whitaker è stato
ideato per il film Flight
Il protagonista di
Flight, il pilota Whip Whitaker, è stato ideato
appositamente per questo film, uno dei migliori di Denzel
Washington, e non è basato su nessuna persona reale. Il
personaggio è stato immaginato dallo sceneggiatore John
Gatins dopo una conversazione con un pilota fuori servizio
durante un volo. La conversazione ha fatto capire a Gatins che
anche persone composte come i piloti di aerei di linea possono
avere difficoltà e problemi nella loro vita personale. Questo è
diventato l’ispirazione per Whip Whitaker, che combatte contro la
dipendenza dall’alcol e dalle droghe illegali.
Sebbene il punto centrale di
Flight ruoti attorno alle azioni eroiche fittizie
di Whitaker, il nucleo della sua storia riguarda principalmente i
suoi tentativi di controllare le sue dipendenze. Whitaker è stato
inoltre concepito per enfatizzare l’isolamento causato dal suo
abuso di sostanze, che è ciò che ha attirato il regista
Robert Zemeckis alla sceneggiatura. Zemeckis ha
rivelato di aver compreso il senso di disconnessione di Whip e lo
ha paragonato a un simile senso di solitudine nel mondo provato da
Marty McFly in Ritorno al futuro. Washington ha
poi ricevuto nel 2013 una nomination all’Oscar come miglior attore
per la sua interpretazione.
Cosa ha cambiato Flight rispetto
alla vera storia del volo 261
Gatins, Zemeckis e il team creativo
dietro Flight hanno cambiato quasi tutto rispetto
alla vera storia del volo 261 dell’Alaska Airline per raccontare la
sua tragica storia di dipendenza e isolamento. Il volo immaginario
227 è decollato da Orlando e avrebbe dovuto atterrare ad Atlanta.
L’incidente aereo nel film è avvenuto anche sulla terraferma invece
che sull’oceano. Il cambiamento più grande tra il volo 261 e quello
227 è il numero delle vittime. Nel film, solo sei persone sono
morte, tra cui quattro passeggeri e due membri dell’equipaggio.
Nessuno dei piloti del volo 261 era mai stato sospettato di essere
ubriaco durante il volo e la Alaska Airlines non è stata menzionata
nel film, venendo sostituita dalla compagnia aerea immaginaria
South Jet Air.
Denzel Washington nel film Flight
Come Flight si
confronta con altri film di Denzel Washington
basati su storie vere
Oltre a Flight,
Denzel Washington ha recitato in diversi film
basati su storie vere. Alcuni sono simili a Flight, attingendo
piccoli dettagli da eventi reali per creare una storia in gran
parte fittizia. Tuttavia, in altri casi, questi film sono più
fedeli ai fatti reali. Washington ha recitato in un paio di
importanti film biografici nella sua carriera, interpretando Frank
Lucas in American Gangster e Malcolm
X nel film di Spike Lee. In entrambi i casi, questi film
hanno modificato alcuni fatti per adattarli alla trama
hollywoodiana, ma hanno anche ricreato momenti chiave della vita
reale di questi uomini.
Altri film hanno raccontato una
storia vera più ampia, non incentrata su una sola persona. La
storia vera dietro Il sapore della vittoria è un racconto
sportivo ispiratore, mentre Glory è uno sguardo
profondo su alcuni degli eroi dimenticati che hanno combattuto
nella guerra civile americana. Entrambi questi film si concentrano
sulla storia vera di un gruppo di persone, cercando di catturare il
significato storico di cui sono stati responsabili. In quanto tali,
i film abbelliscono e modificano molti fatti su ciò che è realmente
accaduto, pur rimanendo fedeli al messaggio complessivo.
L’apertura di Avengers: Doomsday
sarà fondamentale per definire tono, posta in gioco e nuovo assetto
del MCU. Con Doctor Doom al centro della storia e il
multiverso ormai instabile, Marvel ha bisogno di un incipit
memorabile. Ecco cinque
possibilità davvero epiche per la scena iniziale.
Le origini di Doctor
Doom
Una
scelta forte sarebbe aprire il film con il passato di
Doctor Doom,
interpretato da Robert Downey Jr.. A
differenza di Thanos, Doom non ha avuto build-up in cameo o
apparizioni minori: il pubblico va “agganciato” subito.
Mostrare la tragedia che ha dato origine a Victor Von Doom
permetterebbe di chiarire immediatamente le sue motivazioni e di
distinguere il personaggio dall’ombra ingombrante di Iron Man. Se
davvero le azioni multiversali di Steve Rogers
in Endgame avessero
avuto conseguenze catastrofiche, vedere Doom nascere come “effetto
collaterale” di un finale felice cambierebbe retroattivamente il
significato di tutto il MCU.
Steve Rogers restituisce
le Gemme dell’Infinito
Marvel ha già suggerito quanto Steve sarà centrale in
Doomsday. Un’apertura
che mostri finalmente la sua missione di restituzione delle Gemme —
rimasta fuori campo in Endgame — sarebbe un payoff atteso da anni.
Quella che sembrava una semplice operazione di ripristino potrebbe
rivelarsi l’innesco di una crisi multiversale. Ogni tentativo di
“chiudere” una linea temporale potrebbe aver creato fratture sempre
più gravi, spiegando perché Steve sia costretto a tornare in
azione.
I nuovi Avengers entrano
in scena
Un’altra opzione efficace sarebbe partire non dal passato, ma dal
presente. Sam
Wilson ha già lavorato alla formazione di una nuova
squadra, ma il MCU non li ha mai mostrati davvero insieme.
Aprire Doomsday con i
nuovi Avengers già operativi – Captain America, Falcon, Ant-Man,
Shang-Chi e altri – in una missione ad alto impatto servirebbe a
stabilire subito che la squadra esiste, funziona ed è potente. Solo
dopo, l’arrivo di Doom potrebbe ridimensionare tutto.
Doctor Doom uccide un
personaggio Marvel chiave
Come Infinity War
iniziava con Thanos che annientava Hulk e uccideva Loki,
Doomsday potrebbe
presentare il suo villain con un atto irreversibile.
Le opzioni sono molte: una variante di Wolverine, un Iron Man
alternativo, Thor, Steve Rogers o persino Thanos stesso. Un omaggio
visivo al celebre momento di Secret Wars #8 – con Doom che elimina Thanos senza
sforzo – manderebbe un messaggio chiarissimo: questa è una minaccia
di livello superiore.
Un’incursione
nell’universo di Spider-Man di Tobey Maguire
La scelta più emotiva – e probabilmente la più devastante – sarebbe
mostrare subito un’incursione multiversale. E farlo colpendo un
universo che il pubblico ama.
Aprire il film nell’universo di Spider-Man
interpretato da Tobey Maguire, mostrando
Peter Parker dopo No Way
Home, per poi distruggere letteralmente il suo mondo,
renderebbe immediatamente tangibile la minaccia.
Sarebbe un colpo emotivo enorme, chiarirebbe cosa sono le
incursioni e preparerebbe il terreno per un possibile ritorno di
Maguire più avanti in Doomsday o in Avengers: Secret Wars.
Qualunque direzione scelga Marvel, una cosa è certa:
l’apertura di
Avengers: Doomsday dovrà
ridefinire il MCU fin dai primi minuti. E se anche solo
una di queste ipotesi si avverasse, il pubblico capirebbe subito
che non si tratta di un film come gli altri.
Non fate infuriare
l’elfo è un emozionante
film horror
fantasy diretto da Magnus Martens che
accompagna il pubblico in una storia spaventosa ma divertente
ambientata in un paesaggio invernale norvegese da favola. Mertens,
noto per i suoi film d’azione “Jackpot” del 2011 e, più
recentemente, “SAS: Red Notice” del 2021, potrebbe essersi
avventurato in un territorio inesplorato, ma questo film dimostra
di essere un’abile introduzione al genere.
Presentato in anteprima nel 2023,
il film non lesina momenti di euforia e terrore, ma è anche ricco
di risate che bilanciano il tutto. Nonostante il ritmo moderato e
la struttura solida, gli elementi fantasy e i finali irrisolti del
film potrebbero lasciare gli spettatori con alcune domande,
soprattutto riguardo all’elfo. Andiamo allora a scoprire con questo
approfondimento tutto quello che c’è da sapere sul finale
di Non fate infuriare l’elfo.
La trama di Non fate
infuriare l’elfo
Il film segue Bill
Nordheim, sua moglie Carol, sua figlia
Nora e suo figlio Lucas mentre si
trasferiscono in una casa isolata a
Gudbrandsdalen, in Norvegia, che
lui ha ereditato dal defunto zio. Bill coglie questa opportunità
per realizzare un sogno ancestrale perduto da tempo, quello di
tornare nella loro terra natale. Insieme alla vecchia casa, la
famiglia eredita un vecchio e particolare fienile che nasconde una
serie di segreti.
Una volta trasferiti, la famiglia
fatica ad adattarsi al nuovo ambiente. Mentre si sistemano, Lucas
scopre che nel fienile vive un elfo mitico del folklore norvegese,
o quello che la gente del posto chiama “nisse”. Secondo le
leggende, questi elfi rimangono docili se non vengono provocati. La
famiglia decide di festeggiare un Natale rumoroso e vivace, cosa
che fa infuriare la creatura. Quindi, l’elfo cercherà di fare di
tutto per sbarazzarsi di loro.
Qual è il motivo della rabbia
dell’elfo?
Tre fattori cruciali che l’elfo non
può tollerare sono i rumori forti, le luci intense e i cambiamenti
a cui è continuamente sottoposto dall’arrivo della famiglia
Nordheim. Per cominciare, il loro stesso arrivo scatena uno dei
timori dell’elfo: il cambiamento. Questo viene temporaneamente
mitigato da Lucas, che è abbastanza amichevole da avvicinarsi
all’elfo nel fienile con del cibo. Nei giorni successivi, l’elfo,
convinto che la famiglia non sia così male come sembra, aiuta in
casa.
Prima pulisce la neve dal vialetto
e poi taglia la legna per loro, vedendo Bill che fatica a farlo.
Tuttavia, le cose iniziano a cambiare drasticamente quando Bill
allestisce l’area esterna della casa con luci e un Babbo Natale
gonfiabile parlante. Infastidito dalle luci, dai rumori e dai
cambiamenti, l’elfo smonta le decorazioni. Lucas sa che è opera
dell’elfo e avverte la sua famiglia, ma loro non gli credono.
Ignari che le loro azioni
precedenti fossero un avvertimento, Bill e Carol decidono di
conoscere gli abitanti del posto organizzando una festa di Natale
nel fienile. La festa è chiassosa, con musica ad alto volume, tante
luci e molte persone. La serata si rivela un successo, ma anche un
grave errore da parte della famiglia, poiché l’elfo, infastidito,
decide di scatenare il caos all’interno della loro casa. La
famiglia è perplessa di fronte alla situazione e chiama le
autorità, ma Liv, l’agente di polizia, pensa che
abbiano bevuto troppo e respinge la denuncia di qualsiasi
reato.
Le cose peggiorano quando Bill
rivela alla moglie che suo zio è morto in uno strano incidente.
Carol ora crede che la casa sia infestata e che gli strani
incidenti che si sono verificati siano segni che il fantasma di suo
zio sta vagando per le stanze della loro casa. Frustrata da tutto
ciò che è successo negli ultimi giorni, la famiglia si siede a una
cena tranquilla, dove Bill presenta loro una prelibatezza locale
norvegese a base di pesce fermentato. Incapace di mangiare il cibo,
Carol se ne va infuriata, mentre anche gli altri non riescono a
mangiare.
Lucas, da persona gentile qual è,
prende gli avanzi e li lascia nel fienile per l’elfo. Anche l’elfo
non riesce a mangiare quello strano cibo e si infuria ancora di
più, e questa volta i suoi piani si rivelano più letali.
Raymond, un abitante del posto, si presenta a casa
loro vestito da Babbo Natale per fare una sorpresa ai bambini con
dei regali. Vede l’elfo e pensa che sia Lucas invece. Raymond si
avvicina all’elfo, che lo uccide brutalmente con una punta di
ghiaccio e appende il suo cadavere al tetto laterale del
fienile.
Bill, che aveva incaricato Raymond
della sorpresa, esce di casa aspettandosi il suo arrivo. Vede il
suo corpo e, sotto shock, raduna i bambini e sua moglie per salire
immediatamente in macchina. La famiglia incontra qui, per la prima
volta, l’elfo di persona. Finalmente cominciano a credere alle
affermazioni di Lucas. Durante tutto il film, i Nordheim hanno
ripetutamente dato prova delle tre cose che più infastidiscono
l’elfo, facendolo infuriare al punto di non ritorno.
Nonostante i gesti gentili di Lucas
nei suoi confronti, l’ira dell’elfo è stata solo leggermente
rimandata. Il fatto stesso che si fossero trasferiti nella casa,
insieme ai festeggiamenti della stagione, ha causato la rabbia
dell’elfo. Si può solo immaginare quanto sarebbe stato terribile se
la curiosità di Lucas non avesse portato a tendere una mano in
segno di amicizia all’elfo: i Nordheim non sarebbero sopravvissuti,
portando alla fine la pace all’elfo e l’orrore agli abitanti del
vicinato.
I Nordheim lasciano la loro
casa?
Dopo la battaglia con il clan degli
elfi, la famiglia Nordheim esce vittoriosa, respingendo gli elfi
dalla proprietà. Gli elfi hanno causato abbastanza distruzione alla
casa e ucciso due persone innocenti: l’agente di polizia Liv e
Raymond, un abitante del luogo che voleva fare una sorpresa alla
famiglia, portando regali vestito da Babbo Natale. Liberano anche
Tor Åge, che è stato colpito ma è miracolosamente sopravvissuto
durante la lotta. Egli afferma di aver negoziato con gli elfi un
cessate il fuoco.
L’elfo che ha salvato la famiglia
ora guarda con dolore la sua casa ridotta in cenere. Lucas
suggerisce di permettere all’elfo di rimanere con loro, ma la sua
matrigna Carol dubita che sia una buona idea, ragionando con lui
che se la famiglia rimane lì, finirà solo per far infuriare ancora
di più l’elfo. Il film conferma vagamente che non rimarranno in
questa residenza, ma non conferma necessariamente che torneranno
negli Stati Uniti. A parte questo, non ci sono indicazioni
significative su ciò che la famiglia intende fare dopo gli eventi
del film.
Con la conferma della loro partenza
dalla proprietà, nascono due scenari per il futuro della famiglia.
Uno è che rimangano in Norvegia, ma si trasferiscano da quella casa
e continuino a realizzare il sogno di Bill di vivere nel paese dei
suoi antenati. L’altro è che tornino negli Stati Uniti e riprendano
la loro vita in un ambiente più familiare. Dei due scenari, il
secondo è più probabile, poiché la loro bizzarra esperienza nella
casa norvegese potrebbe aver lasciato loro un trauma profondo.
Con ogni probabilità, Bill, pur
sapendo che la Norvegia è un paese molto sicuro in cui vivere,
avrebbe riportato la sua famiglia negli Stati Uniti, considerando
le crescenti critiche che riceve da loro per essersi trasferito
nella sua terra d’origine. Durante l’attacco degli elfi, Bill e la
sua famiglia si chiudono in una camera da letto e Bill coglie
l’occasione per scusarsi con loro per il trasferimento, sostenendo
che l’intera situazione è colpa sua. In questo caso, Bill stesso
crede di aver deluso la sua famiglia e, di conseguenza, farebbe
qualsiasi cosa per mantenerla felice e al sicuro. Sa che Carol,
Nora e Lucas avranno difficoltà in Norvegia, il che lo spinge
ulteriormente a decidere di tornare negli Stati Uniti.
Cosa succede all’elfo?
Mentre l’elfo, o come lo chiamano
gli abitanti del luogo, “Nisse”, che ha salvato la famiglia
Nordheim, guarda la sua casa andare in fiamme, prova una profonda
tristezza. Sapendo che non avrà un posto dove vivere, Tor Åge
simpatizza con l’elfo e lo invita a vivere nel museo all’aperto
dedicato agli elfi che ha allestito in città. Poiché la solitudine
e la pace sono le caratteristiche più distintive della mostra, Tor
Åge sa che l’elfo starà bene lì. Lucas chiede a Tor di promettere
che si prenderà cura dell’elfo, e Tor risponde che sarà un onore
farlo. La famiglia saluta e il film passa alla scena finale.
Le tre cose che l’elfo non sopporta
sono i rumori forti, le luci intense e i cambiamenti, che la
mostra, chiamata appropriatamente “Nisseland”, apparentemente non
presenta. Inoltre, non ha mai molti visitatori. Lucas è uno dei
pochi che l’ha visitata quando la famiglia è andata per la prima
volta in centro. Qui viene presentato per la prima volta ad Åge,
che gestisce l’installazione all’aperto e gli racconta la storia
dell’elfo del fienile. Lucas viene anche informato delle tre cose
che l’elfo non sopporta.
La stessa mostra sarebbe stata la
casa ideale per l’elfo. La gente del posto non avrebbe notato
l’elfo tra le repliche collocate nell’installazione, offrendogli un
posto perfetto dove nascondersi. Le decorazioni e le dimensioni
della mostra si adattano perfettamente alla statura dell’elfo. Tor
Åge, affascinato dalla storia e dalla cultura, sarebbe rimasto
incantato dall’elfo. Nel tentativo di saperne di più sull’elfo e
sulla sua specie, Tor Åge avrebbe garantito il suo benessere e la
sua sicurezza.
Alla fine, il film suggerisce
quindi che Tor Åge si prende cura dell’elfo e, a sua volta, l’elfo
si prende cura del museo all’aperto. Dopotutto, “Nisseland” è stato
costruito come un insediamento elfico, come suggerisce il nome.
Finché Tor non farà nulla di avventato, l’elfo starà probabilmente
bene, godendosi la pace e la serenità della sua nuova casa.
Il finale sorprendente della
seconda stagione di Percy
Jackson e gli Dei dell’Olimpoha debuttato
oggi su Disney+, lasciando gli spettatori in
fermento per la sua conclusione in sospeso. L’attesa per il nuovo
capitolo non sarà lunga. A metà dei titoli di coda, il pubblico ha
potuto assistere a una sorpresa: un primo sguardo alla terza
stagione, che conferma il ritorno della serie entro la fine
dell’anno.
Tutti gli episodi della seconda
stagione della serie sono ora disponibili in streaming su Disney+.
La seconda stagione è interpretata
da Walker Scobell, Leah Sava Jeffries, Aryan Simhadri, Charlie
Bushnell, Dior Goodjohn e Daniel Diemer, oltre che da un cast di
attori ricorrenti e guest star, tra cui Lin-Manuel Miranda, Jason
Mantzoukas, Glynn Turman, Timothy Simons, Virginia Kull, Courtney
B. Vance, Andra Day, Adam Copeland, Sandra Bernhard, Margaret Cho,
Kristen Schaal, Tamara Smart, Rosemarie DeWitt, Toby Stephens e
molti altri.
Creata da Rick Riordan e Jonathan
E. Steinberg, la seconda stagione di Percy Jackson e gli Dei
dell’Olimpo vede nel ruolo di executive producer Steinberg e
Dan Shotz insieme a Rick Riordan, Rebecca Riordan, Craig
Silverstein, Ellen Goldsmith-Vein di Gotham Group, Bert Salke,
Jeremy Bell di Gotham Group, D.J. Goldberg, James Bobin, Jim Rowe,
Albert Kim, Jason Ensler e Sarah Watson.
I fan possono scoprire ulteriori
contenuti su questo titolo con Percy Jackson e gli Dei
dell’OlimpoOfficial
Podcast, una serie di approfondimento unscripted che
offre un accesso esclusivo al dietro le quinte della seconda
stagione. Gli episodi del podcast sono disponibili per la visione
su Disney+ e per l’ascolto su varie
piattaforme di podcast.
La terza stagione di Percy
Jackson e gli Dei dell’Olimpo è attualmente in produzione
a Vancouver ed è basata su “La maledizione del Titano”, il terzo
capitolo della serie di libri best-seller di Rick Riordan,
pubblicata da Disney Hyperion ed edita in Italia da Mondadori.
Il
nuovo film di Batman del DCU prende forma e lo fa con una scelta
destinata a far discutere. Secondo quanto riportato da
The Hollywood Reporter, la
sceneggiatura di The Brave and the
Bold sarà firmata da Christina
Hodson, autrice già nota ai fan DC per
lavori che hanno diviso pubblico e botteghino.
Il
progetto rientra nel nuovo corso dell’universo DC guidato da
James
Gunn ed è separato dal Batman
interpretato da Robert Pattinson.
Alla regia dovrebbe essere coinvolto Andy
Muschietti, già dietro la macchina da presa
di The
Flash (2023).
Hodson non è una novità per DC: ha scritto Birds of Prey (2020) e The Flash (2023), due titoli accolti
positivamente dalla critica ma rivelatisi deludenti al box office
nell’era del vecchio DCEU. The Flash, in particolare, è stato lodato da Gunn ma ha
incassato 271,4 milioni
di dollari a fronte di un budget stimato tra
200 e 220
milioni, risultando un insuccesso commerciale. Sorte
simile per Birds of
Prey, apprezzato dalla critica ma incapace di raggiungere il
punto di pareggio nonostante il culto maturato negli anni
successivi.
The Brave and the
Bold porterà sul grande schermo una dinamica centrale dei
fumetti: Bruce
Wayne nei panni di Batman e Damian Wayne come Robin. Damian è il
figlio di Bruce e Talia
al Ghul, cresciuto dalla Lega degli Assassini all’insaputa del
padre—un’angolazione narrativa che promette conflitto, eredità e
identità. Secondo le fonti, la sceneggiatura è ancora in fase
iniziale: Hodson avrebbe iniziato a lavorarci nell’autunno
2025.
Il sodalizio con Muschietti segnerebbe la seconda collaborazione DC
tra i due, se il regista resterà ufficialmente legato al progetto.
Al di fuori del mondo DC, Hodson ha firmato anche Bumblebee (2018), l’unico film live-action dei
Transformers ad aver ottenuto un giudizio
“Fresh” su Rotten Tomatoes—un dato spesso citato a sostegno della
qualità della sua scrittura.
La nomina di Hodson è quindi destinata a dividere: da un lato i
precedenti commerciali non rassicurano, dall’altro il suo track
record critico e l’apprezzamento di Gunn suggeriscono un approccio
autoriale forte. Qualunque sarà l’esito al botteghino,
The Brave and the
Bold sembra puntare a un Batman distinto e memorabile,
pronto a differenziarsi dalle incarnazioni recenti.
Il
K-drama più ambizioso del 2026 mostra finalmente le sue prime
immagini. Netflix ha pubblicato il primo
teaser di Tantara,
una serie evento che vede protagoniste due vere superstar della
Korean Wave: Song Hye-kyo
e Gong Yoo. Un
progetto che punta a essere uno dei titoli di punta della
piattaforma per il prossimo anno.
Negli ultimi anni Netflix si è affermata come uno dei principali
motori della diffusione globale dei K-drama, contribuendo in modo
decisivo all’espansione dell’Hallyu ben oltre l’Asia. Successi
planetari come Squid
Game, Crash Landing on You e All of Us Are Dead hanno dimostrato come il pubblico
internazionale sia sempre più ricettivo verso le produzioni
sudcoreane. Nel 2026, la piattaforma sembra intenzionata a
rilanciare ulteriormente, e Tantara è il simbolo di questa
strategia.
Presentata inizialmente con il titolo Slowly, Intensely, la serie è ambientata tra
gli anni ’60 e ’80 e racconta il lato più duro e spietato
dell’industria dell’intrattenimento coreana. Il teaser mostra
Min-ja (Song
Hye-kyo) e Dong-gu (Gong Yoo) alle prese con lavori umili,
prima di intravedere la possibilità di emergere sotto i riflettori.
Una storia di ambizione, sacrificio e riscatto vista dal punto di
vista di chi tenta di entrare nel sistema partendo dal basso.
Tantara è scritta da Noh
Hee-kyung, che ha già collaborato con Song
Hye-kyo in serie molto apprezzate come The World That They Live In e The Winter That Blows. Alla regia c’è
Lee
Yoon-jung, nota per Coffee Prince, il titolo che ha consacrato
Gong Yoo come star internazionale. Un team creativo che richiama
apertamente i grandi classici del K-drama.
Entrambi i protagonisti arrivano da recenti successi su Netflix:
Song Hye-kyo è stata acclamata per la sua interpretazione in
The Glory,
mentre Gong Yoo ha conquistato il pubblico globale nei panni del
carismatico reclutatore di Squid Game. Tuttavia, per i fan di lunga data, i due
rappresentano molto di più: sono volti simbolo della Korean Wave
dei primi anni Duemila, protagonisti di titoli iconici come
Autumn in My Heart,
Full House,
Silenced e
Big.
Il fatto che Song Hye-kyo e Gong Yoo condividano lo schermo per la
prima volta rende Tantara ancora più attesa. Nonostante il successo
non sia mai garantito — soprattutto in un panorama televisivo
sempre più affollato — la serie sembra voler recuperare
un’impostazione più classica del K-drama, affidandosi a due
interpreti che incarnano l’“aristocrazia” del genere.
Netflix non ha ancora annunciato una data precisa, ma
Tantara dovrebbe
debuttare nel quarto
trimestre del 2026.
Nonostante la splendida fotografia,
la trama avvincente e un cast di tutto rispetto che include
Viola Davis e John Boyega, The Woman King (leggi
qui la recensione) è un
film storici epico e controverso. Concentrandosi principalmente
sulla legione di guerriere conosciuta come Agojie nel 1823, il film
esamina anche il contesto socio-politico del Regno del Dahomey
all’inizio del XIX secolo e la pratica della vendita dei propri
cittadini. Come leader delle Agojie sotto il regno del re Ghezo
interpretato da Boyega, il generale Nanisca interpretato dalla
Davis lotta per conciliare l’industria della schiavitù, che
garantisce uno stile di vita redditizio ma a un costo morale
considerevole.
Sebbene The Woman
King non cerchi di nascondere o cancellare la fonte della
ricchezza del Dahomey o l’obiettivo delle sue principali risorse,
il modo in cui viene presentato è stato oggetto di pesanti
critiche. Viola Davis ha affrontato in passato
l’inesattezza storica di The Woman King, citando
che la scelta di unire la realtà alla finzione è sempre stata
motivata dall’obiettivo di offrire un intrattenimento migliore. Per
alcuni spettatori, tuttavia, il semplice fatto di includere il
trasferimento involontario del popolo di Nanisca non è sufficiente
se il modo in cui viene presentato è fortemente edulcorato.
La rappresentazione del re Ghezo
in The Woman King ha creato polemiche
Gran parte della controversia su
The Woman King riguarda la rappresentazione del re
Ghezo, l’uomo responsabile di aver portato altri africani all’asta
nelle città portuali sotto il dominio dell’Impero Oyo.
Naturalmente, l’attività principale del Dahomey non viene ignorata,
ma Ghezo non è affatto descritto in modo sfavorevole ed è visto
come una figura benevola che cerca di fare il meglio per i suoi
sudditi. In balia dell’Impero Oyo, è presentato come un individuo
intelligente che fa ciò che deve affinché il suo regno possa
sopravvivere, piuttosto che come qualcuno che sfrutta
intenzionalmente una risorsa per guadagno monetario.
Sebbene la storia vera di
The Woman King sia stata in qualche modo
modificata, ci sono momenti nel film in cui Nanisca cerca di
dissuadere Ghezo dall’accumulare ricchezze basate sul commercio di
schiavi, in particolare dopo che scoppia la violenza tra le sue più
care compagne d’armi, il tenente Amenza
(Shiela Atim), il tenente Izogie
(Lashana Lynch) e la nuova recluta
Nawi (Thuso Mbedu) e gli Oyo in
una delle città portuali. Questi episodi affrontano direttamente la
situazione, ma a volte faticano a commentarla in modo efficace. Non
glorificano affatto ciò che Ghezo sta facendo, ma potrebbero fare
di più per condannarlo.
Come gli aspetti controversi di
The Woman King hanno portato al boicottaggio
Dalle polemiche sulle due donne
bianche (Dana Steens e Maria
Bello) che raccontano le storie delle donne nere, alla
rappresentazione del re Ghezo che vende all’asta il proprio popolo
agli Oyo e agli europei in visita, The Woman King
è stato oggetto di polemiche tali da portare al boicottaggio del
film. Nonostante l’alto punteggio di Rotten Tomatoes, alcuni
critici hanno ritenuto che il film fosse offensivo nei confronti
dei neri perché glorificava aspetti di un commercio ripugnante.
Allo stesso tempo, alcuni fan lo hanno visto come una storia di
emancipazione femminile ambientata in un periodo particolarmente
tumultuoso per il Regno del Dahomey.
Nel tentativo di raccontare una
storia sfumata sulle Agojie dal loro punto di vista, alcuni aspetti
del re Ghezo e del suo modo di governare sono stati modificati.
Considerando che gran parte delle informazioni disponibili oggi
proviene dal punto di vista dei colonizzatori, era
comprensibilmente difficile affrontare gli argomenti con la giusta
sensibilità. Soprattutto, la posizione sociale cruciale che le
Agojie occupavano nella società del Dahomey doveva essere al centro
di The Woman King, mettendo allo stesso tempo in
evidenza il crocevia culturale in cui si trovava il Dahomey
all’epoca.
Nonostante Gallino
sia stato uno degli ingressi più riusciti del cast di
Landman – stagione 2, il
destino del personaggio interpretato da Andy Garcia
nella terza stagione resta, almeno ufficialmente, incerto. La serie
di Taylor Sheridan,
ambientata nei giacimenti petroliferi del West Texas, è costruita
su equilibri instabili, tradimenti e continui ribaltamenti di
potere, e questo rende ogni ritorno tutt’altro che scontato.
Nel finale della seconda stagione, il personaggio di
Tommy,
interpretato da Billy Bob Thornton,
passa nel giro di pochi minuti dal rischio di essere estromesso dal
settore petrolifero a una clamorosa rinascita. Dopo essere stato
scaricato da M-Tex, Tommy riesce infatti a superare i rivali
assicurandosi un investimento decisivo proprio da Gallino, un boss
cubano-americano che ricicla denaro del cartello attraverso società
apparentemente legittime come la stessa M-Tex.
Lo status di Andy Garcia in Landman stagione 3 spiegato
Nel finale di stagione, Tommy fonda la CTT Oil Exploration & Cattle, ottenendo da
Gallino un investimento complessivo da 62 milioni di dollari. Di questi, 44
milioni servono a rimborsare M-Tex per i contratti di locazione dei
terreni, mentre i restanti 18 milioni permettono alla nuova società
di avviare trivellazioni autonome. Una mossa che cambia
radicalmente il peso di Gallino nella storia e rende difficile
capire quanto spazio potrà avere nella stagione 3.
Per buona parte della seconda stagione, Tommy ha fatto di tutto per
tenere Gallino a distanza, temendo — non a torto — le conseguenze
di un legame diretto con un uomo vicino ai cartelli. Allo stesso
tempo, però, è proprio Gallino a rivelarsi il suo “salvatore” nel
momento decisivo, consentendogli di restare in gioco quando tutto
sembrava perduto.
Perché Gallino è stato uno dei migliori innesti della stagione
2
Proprio questo doppio ruolo rende sempre più probabile il ritorno
di Andy Garcia in Landman
3. Gallino è stato uno degli elementi più apprezzati della
seconda stagione: l’attore ha portato con sé un carisma minaccioso
e un sapore da grande cinema gangster, ricordando le atmosfere de
Il Padrino – Parte
III e restituendo oscurità a una stagione che, per
ritmo e tensione, era apparsa più debole rispetto alla prima.
Il coinvolgimento di Gallino nelle guerre tra cartelli è destinato
a emergere con forza nella prossima stagione, offrendo a
Landman
l’occasione di rialzare la posta in gioco. Se la seconda stagione
ha puntato più sulla costruzione degli equilibri, la terza potrebbe
rimettere Tommy di fronte a un avversario tanto indispensabile
quanto pericoloso.
In attesa di conferme ufficiali da Paramount+, tutto lascia
pensare che il pubblico non abbia ancora visto l’ultima mossa di
Gallino — e che gli affari nel West Texas stiano per diventare
ancora più sanguinosi.
Il prossimo
Masters of the Universe è un film live-action che
adatta l’iconica serie omonima e vede Nicholas
Galitzine nei panni del Principe Adam/He-Man,
Camila Mendes in quelli di Teela, Jared Leto in quelli di Skeletor, Alison Brie in quelli di Evil-Lyn e Idris Elba in quelli di
Duncan/Man-At-Arms. Il film, diretto da Travis
Knight, uscirà nelle sale il 5 giugno.
Ora è stato rivelato il primo
teaser di Masters of the Universe, che
annuncia un trailer più lungo che debutterà il 22 gennaio. La
maggior parte del breve teaser presenta immagini nostalgiche degli
anni ’80, mentre una voce narrante ricorda un’epoca più semplice.
Accanto a clip di computer retrò, allenamenti e cereali visti su un
vecchio televisore, appare una clip del cartone animato originale
Masters of the Universe.
Il teaser mostra poi la nuova
versione di He-Man che fissa qualcosa con stupore in una clip che
sembra essere vista attraverso uno schermo televisivo vecchio.
Tuttavia, l’immagine diventa chiara quando si scopre che sta
guardando la sua spada. Egli allunga timidamente la mano per
toccare la lama in una scena seguita da una raffica di brevi clip
del film, tra cui He-Man che brandisce la spada e una foto di
gruppo in cui è in piedi con Teela e i loro compagni.
Questo teaser trailer alla fine non
rivela molto sulla trama del prossimo capitolo live-action della
serie, che, come è noto, segue Adam Glenn (Galitzine) che torna su
Eternia due decenni dopo essere precipitato sulla Terra per
assumere il ruolo di He-Man e salvare il pianeta da Skeletor.
È probabile che il teaser
successivo offrirà qualche informazione in più sulla trama.
Tuttavia, per il momento, questa prima anteprima del film offre
maggiori indicazioni sul tono generale. Anziché aggiornare
completamente la proprietà per i giorni nostri, sembra che il nuovo
film abbraccierà le qualità retrò della serie originale.
Dato che il film Masters of
the Universe è diviso tra Eternia e la Terra, sembra
probabile che sarà una sorta di narrazione “pesce fuor d’acqua”,
cosa che potrebbe essere accentuata dal fatto che il film stesso è
anche una miscela di personaggi e elementi narrativi retrò con la
moderna produzione cinematografica live-action.
La versione live-action della
classica serie animata vedrà protagonista Nicholas
Galitzine, ma anche la partecipazione di Morena Baccarin nel ruolo della
Strega, e di James Purefoy e Charlotte
Riley nei ruoli dei genitori di Adam, Re Randor e la
Regina Marlena, insieme ad Alison Brie (GLOW, Community)
nel ruolo del braccio destro di Skeletor, Evil-Lyn, Idris Elba (Thor, Luther) in quello di
Man-At-Arms, Camila Mendes in quelli di Teela, e
Jared Leto (Morbius, Blade Runner 2049) in quello di Skeletor
stesso. Nel frattempo, Sam C. Wilson (House of the Dragon) interpreterà Trap
Jaw, con Kojo Attah (The Beekeeper) nei panni di
Tri-Klops e Jon Xue Zhang (Eternals) nei panni di Ram-Man.
Una
nuova uscita Marvel prevista per il 2026
rimescola radicalmente i rapporti tra alcuni dei personaggi più
iconici dello street-level universe: Punisher uccide Kingpin, e
Daredevil si trova a
difenderlo, sia come avvocato che come vigilante. I fan
potranno così assistere a un confronto inedito che mette Matt
Murdock di fronte alle sue due identità, in una storia adulta, cupa
e profondamente morale.
Finora Marvel ha realizzato due serie live-action dedicate a
Daredevil:
la serie Netflix in tre stagioni e la nuova
Daredevil: Born
Again, pienamente inserita nel MCU. In
entrambe, Wilson Fisk,
interpretato da Vincent D’Onofrio, è
una presenza centrale e uno degli antagonisti più riusciti
dell’universo Marvel recente.
Il
2026 segnerà però una svolta narrativa importante grazie all’uscita
di Enemy of My Enemy: A
Daredevil Marvel Crime Novel, romanzo firmato da
Alex Segura
e in arrivo il 24 marzo
2026. Il libro è il secondo capitolo della collana
Marvel Crime Novel,
inaugurata da Breaking the
Dark: A Jessica Jones Marvel Crime Novel di
Lisa Jewell,
pubblicato nel 2024.
Il romanzo è pensato per un pubblico adulto e può essere letto
senza alcuna conoscenza pregressa del MCU o di altre opere Marvel.
La trama ruota attorno a Frank
Castle, che si consegna volontariamente alle
autorità dopo la morte di Kingpin e di un agente di polizia. Un
comportamento anomalo per Castle, che spinge Matt Murdock a intuire
che qualcosa non torna.
Convinto che Punisher non sia responsabile degli omicidi così come
appaiono, Murdock decide di difenderlo in tribunale come avvocato,
mentre nei panni di Daredevil indaga per scoprire cosa si nasconde
davvero dietro la morte di Fisk. Con Kingpin fuori scena, il
sottobosco criminale di New York esplode in una lotta feroce per il
potere, dando vita a una delle storie più tese e oscure mai
raccontate sul personaggio.
L’uscita del romanzo è particolarmente significativa perché
coinciderà con la seconda stagione di Daredevil: Born Again, attesa su Disney+ nel marzo 2026. Tutti e tre i
personaggi centrali del libro — Daredevil, Punisher e Kingpin —
sono attesi anche nella nuova stagione della serie MCU, rendendo
Enemy of My Enemy un
vero e proprio complemento narrativo.
Nel MCU, infatti, Wilson Fisk è vivo e più potente che mai:
diventato sindaco di New York, ha dichiarato la legge marziale e
messo fuorilegge i vigilanti. Per chi vuole vedere Kingpin
all’apice del suo potere, Daredevil: Born Again è la serie di riferimento; per
chi invece vuole esplorare un mondo in cui Fisk non c’è più, il
nuovo romanzo Marvel promette di essere una lettura
imprescindibile.
In occasione della presentazione
dell’offerta italiana di Netflix Italia del
2026, è stato offerto al pubblico il primo sguardo a
Due Spicci, la nuova serie di
Zerocalcare che arriverà a Maggio sulla
piattaforma.
La trama di Due Spicci
Zero e Cinghiale gestiscono un
piccolo locale, ma problemi economici, incomprensioni e vite
personali che si complicano più del dovuto mettono entrambi sotto
pressione. Il ritorno di una figura dal passato di Zero e
responsabilità inattese fanno precipitare una situazione già
fragile, costringendo tutti a confrontarsi con scelte
difficili.
Prodotto da Movimenti Production,
parte di Banijay Kids & Family, in collaborazione con BAO
Publishing, scritta e diretta da Zerocalcare, la serie arriverà a
Maggio solo su Netflix.
Dopo
l’annuncio della
slate globale del 2026 con l’aiuto dei tarocchi nella
campagnaWhat
Next?, oggi
Netflix Italia ha svelato il futuro dell’offerta
locale pensata per il pubblico italiano.
Nel
2026,per la
prima volta nell’offerta di un solo anno, Netflix ha riunito le
stelle più luminose del cinema e dell’audiovisivo italiano,tra nomi
affermati e stelle emergenti, ma anche protagonisti dello sport,
della musica, creator e talenti che hanno conquistato il pubblico
del nostro paese. Segnaliamo, tra gli altri:Luca Argentero, Massimiliano Caiazzo, Sergio
Castellitto, Matilda De Angelis, Elodie, Fabri Fibra,
Pierfrancesco Favino, Anna Ferzetti,
Alessandro Gassmann, Geolier, Elio Germano, Francesco Gheghi, Maria Chiara Giannetta,
Guè, Maurizio Lastrico, Andrea Lattanzi, Edoardo Leo, Matteo Martari, Giulia Michelini,
Francesco Montanari, Federica Pellegrini, Alvise Rigo, Barbara
Ronchi, Rose Villain, Serena Rossi, Luis Sal, Vanessa Scalera,
Edoardo Scarpetta, Pietro Sermonti, Pierpaolo Spollon, Sarah
Toscano, Zerocalcare, Luca Zingaretti.
“Sono
davvero orgogliosa della spettacolare aggregazione di talenti che
quest’anno darà il volto e l’anima alle nostre storie italiane,
uniche e autentiche.–
dichiara Tinny Andreatta, Vice Presidente per i
contenuti italiani a Netflix –Una
collaborazione che celebra non solo la notorietà dei talenti, ma
soprattutto il valore distintivo e unico dei loro percorsi
artistici. Netflix si impegna a offrire a questi celebri interpreti
l’occasione di restituire al pubblico versioni sfidanti e inedite
della loro identità artistica.E questo
è un plus, di cui siamo davvero fieri”.
Un
elemento distintivo della programmazione 2026 è la significativa
produzionedi film
originaliitaliani.
Oltre aIl
Falsariodi
Stefano Lodovichi (che
abbiamo visto in ateprima alla Festa di Roma 2025) con
Pietro Castellitto e Giulia
Micheliniin uscita
nei prossimi giorni, Netflix ha annunciato oggi quattro nuovi
titoli inediti che spaziano tra i generi: l’action movieSenza
voltodi
Fabio Guaglione con Edoardo Leo e
per la prima volta sullo schermo sua figlia Anita, le
dramedyNon abbiam
bisogno di parolediLuca
Ribuoli con Sarah Toscano e
Serena Rossi eCampionidiJacopo
Bonvicini con Alessandro Gassmann e
Anna Ferzetti, la commedia sentimentaleNoi un po’
megliodi
Daniele Luchetti con Elio Germano
e Maria Chiara Giannetta. Un’offerta
cinematografica che eleva la qualità produttiva mantenendo lo
sguardo saldamente rivolto ai gusti e alle sensibilità del pubblico
italiano e affiancando i titoli originali ai film italiani che
debutteranno in prima finestra su Netflix dopo l’uscita in
sala.
Ricca e
varia anche l’offerta seriale conMotorvalleyaction
drama con Luca Argentero e Giulia
Michelini, l’adult animationDue
Spiccidi
Zerocalcare,Chiaroscuroil light
crime con Pierpaolo Spollon e Andrea
Lattanzi,Minerva –
La scuolayoung
adult con i giovani Ciro Minopoli, Biagio Venditti,
Margherita Buoncristiani,Nemesiil
thriller con Pierfrancesco Favino, Barbara Ronchi
e Elodie,Il capo
perfettocomedy
con Luca Zingaretti eSuburraMaxima,nuovo
capitolo dell’universo Suburra. Il 2026 vedrà anche il ritorno di
tre serie molto amate dal pubblico:Maschi
veri,Storia
della mia famigliae la
stagione finale deLaLegge di
Lidia Poët.
Sul
fronte unscripted, dopo il recente lancio della docu-serieFabrizio
Corona: io sono notizia, nel
nuovo anno assisteremo alle sfide incredibili diPhysical
Italia: da 100 a 1con, tra
gli altri, Federica Pellegrini, Alvise Rigo e
Luis Sal e alle sfide rap della terza stagione
diNuova
Scena.E dal
primo aprilearriva in
Italia laWWEcon RAW,
Smackdown, NXT e tutti i premium live event, incluso Wrestlemania,
che saranno disponibili in Italia in diretta esclusiva solo su
Netflix, con il commento italiano di “Il Godzilla” Luca Franchini e “Il Bardo” Michele
Posa.
Dopo aver
recentemente festeggiato i10
anni dal debuttodel
servizio in Italia, Netflix guarda quindi al futuro con un nuovo
slancio, continuando a costruire uno storytelling guidato dai
principi di varietà, qualità e ambizione. Un viaggio tra serie,
film, documentari e contenuti unscripted, capace di intercettare un
pubblico ampio e curioso.
“Vogliamo
continuare ad investire con convinzione nel nostro Paese mantenendo
una prospettiva a lungo termine–conclude
Tinny Andreatta–
evalorizzando
il lavoro fondamentale e ispirato degli autori, dei registi e dei
produttori indipendenti che collaborano con noi e che sono gli
incubatori e gli artefici delle emozionanti storie a cui potremo
assistere sullo schermo”.
Cosa succederebbe se l’Intelligenza
Artificiale diventasse il giudice di un tribunale supremo che,
osservando esclusivamente i fatti oggettivi e rinunciando a
qualsiasi forma di personalità, decretasse la vita o la morte di un
essere umano? La domanda sembra semplice. La risposta, invece, non
lo è affatto. È su questo interrogativo che Timur
Bekmambetov costruisce Mercy: Sotto
Accusa, un thriller
fantascientifico che interroga lo spettatore dall’inizio
alla fine, ponendo al centro un sistema che da anni si sta
imponendo con forza crescente e che, in un futuro tutt’altro che
remoto, potrebbe prendere definitivamente il sopravvento.
Il film è più vicino a noi di
quanto vorremmo ammettere. Non soltanto per quella data – 2029 –
che compare sugli schermi elettronici del racconto, ma perché ciò
su cui insiste Bekmambetov è qualcosa che stiamo già vivendo,
spesso senza rendercene conto. Scritto da Marco van
Belle, Mercy: Sotto Accusa naviga per gran parte
del tempo in acque torbide, sorretto da un Chris Pratt qui chiamato a un vero e proprio
assolo attoriale, e affiancato da una Rebecca Ferguson mai stata così algida,
inquietante, “disumana”.
Mercy: Sotto Accusa, la trama
Los Angeles. In un futuro prossimo,
la città degli angeli è stata divisa in zone rosse a causa
dell’elevata concentrazione di criminalità. Insieme ad alcuni
colleghi, il detective Chris Raven ha ideato Mercy, un programma
giudiziario evoluto affidato all’Intelligenza Artificiale. Davanti
al giudice artificiale Maddox, il sospettato viene sottoposto a
un’indagine serrata fondata esclusivamente su dati e fatti
incontrovertibili. Qui non esistono interpretazioni. Il sistema
sembra funzionare per un po’, finché Raven non si risveglia e
scopre di essere accusato dell’omicidio della moglie. Rinchiuso su
una poltrona al centro di una stanza buia, circondato da schermi
che fungono da aula di tribunale, ha novanta minuti di tempo per
dimostrare la propria innocenza. Novanta minuti reali, novanta
minuti narrativi, in un conto alla rovescia che non si può
arrestare.
Il potere dell’algoritmo
Che l’Intelligenza Artificiale sia
ormai predominante è un dato di fatto. È il nostro braccio destro
in numerosi ambiti lavorativi, in alcuni casi persino in medicina.
È, a tutti gli effetti, una riproduzione avanzata del cervello
umano: rapidissima, precisa al millimetro, lineare. Ciò che le
manca è “solo” il lato umano, quello legato all’identità,
all’intuito, alla costruzione della personalità. Ed è esattamente
qui che van Belle alla sceneggiatura e Bekmambetov alla regia
concentrano il loro discorso. Mercy mostra cosa accade
quando si delega tutto a un sistema tecnologico,
dimenticando che la perfezione algoritmica non equivale alla
capacità di giudizio. Raven lo ripete più volte: chiede a Maddox di
uscire dal percorso prestabilito, di smettere di accumulare dati
come unica verità possibile, di provare – anche solo per un istante
– a usare l’intuito.
Maddox non comprende cosa
significhi. Quando tenta di farlo, il sistema va in tilt. Non è
programmata per questo. Il film diventa così un monito
importantissimo: ciò di cui facciamo uso quotidianamente non può
essere la nostra unica fonte di certezza. Il cervello umano resta
più complesso di qualsiasi AI, perché è capace di un ragionamento
che nasce dall’esperienza, dagli errori commessi ogni giorno, dalla
sfera emotiva. Ed è così che Raven riesce a intuire la verità: non
solo grazie alle competenze professionali, ma perché porta con sé
un vissuto che nessuna banca dati può avere con sé. E
l’Intelligenza Artificiale resta un enorme bacino di informazioni,
vincolato al materiale e alla struttura su cui è stata
costruita.
Una lotta contro il tempo
Mercy: Sotto Accusa si
dipana così all’interno di una composizione filmica
estremamente compressa, ma funzionale a restituire
l’adrenalina del protagonista e il suo senso di impotenza di fronte
a un sistema che lui stesso ha contribuito a creare. Pratt lavora
quasi esclusivamente di sguardi ed espressioni, costretto a
recitare su una sedia per l’intera durata del film. Il tempo
extradiegetico, qui, coincide con quello diegetico: lo spettatore
vive l’indagine – novanta minuti precisi – in simultanea con Raven,
mentre il conto alla rovescia procede inesorabile.
L’alternanza tra soggettive – video da telefoni, telecamere
di sorveglianza, riprese del traffico di Los Angeles – e
inquadrature oggettive costruisce un ritmo frenetico, incalzante,
che accompagna il pubblico fino all’ultimo minuto, salvo poi
cambiare improvvisamente registro, saltando dal giallo al
thriller.
Il senso di claustrofobia è
amplificato da una scenografia essenziale: una stanza
buia, dominata da una parete di schermi luminosi che finiscono per
soffocare il protagonista. Mercy: Sotto Accusa si rivela
un racconto vibrante, concepito per intrattenere ma anche per
interrogare. Un film che riflette sulla direzione che stiamo
prendendo e sul rischio concreto che libertà e identità umana
vengano progressivamente erose da strumenti che, se non gestiti
bene, potrebbero sfuggirci di mano.
Netflix ha rilasciato il secondo trailer di The Night Agent
– stagione 3, anticipando una missione ad altissimo
rischio che porta Peter Sutherland in una caccia globale a un
agente governativo fuori controllo. Dopo le conseguenze esplosive
del finale della seconda stagione, i nuovi episodi alzano
ulteriormente la posta in gioco, mettendo Peter al centro di una
cospirazione capace di minacciare la stabilità stessa del governo
degli Stati Uniti.
La
terza stagione riprende direttamente dagli eventi di The Night Agent
2, che avevano spinto Peter sempre più a fondo nel
mondo opaco dell’intelligence, tra insabbiamenti politici e verità
scomode. Basata sul romanzo di Matthew
Quirk e sviluppata per la TV da
Shawn Ryan,
la serie si è affermata come uno dei thriller d’azione più solidi
di Netflix, capace di fondere spionaggio, complotti e conflitti
personali.
Cosa aspettarsi da The Night Agent – Stagione 3
Secondo la logline ufficiale diffusa da Netflix, la
stagione 3 vedrà l’agente Peter Sutherland “incaricato di
rintracciare un giovane agente del Tesoro fuggito a Istanbul con
informazioni governative sensibili dopo aver ucciso il suo
superiore”. Da qui prende il via una spirale di eventi che conduce
Peter a indagare su una rete di finanziamenti illeciti, schivando
assassini a pagamento e scontrandosi con una giornalista
determinata. Insieme, i due porteranno alla luce segreti sepolti e
rancori irrisolti che rischiano di far crollare l’intero sistema —
e di costare loro la vita.
Il trailer prepara il terreno per quella che si preannuncia come la
stagione più adrenalinica della serie. Tra inseguimenti
internazionali, alleanze ambigue e verità pericolose,
The Night Agent 3 sembra pronta a
spingere al massimo tensione, spettacolo e crescita del
personaggio, confermando la direzione sempre più ambiziosa del
racconto.
Gabriel
Basso torna nei panni di Peter Sutherland,
affiancato da un cast corale che include Louis Herthum, Stephen
Moyer, Callum Vinson, David Lyons, Fola Evans-Akingbola, Jennifer
Morrison, Albert Jones, Ward Horton e Genesis Rodriguez. Con così
tanti “power players” in gioco, la nuova stagione promette di
complicare ulteriormente le relazioni di Peter, mettendo alla prova
la sua lealtà verso l’istituzione che serve.
Assente in questa stagione è invece Rose Larkin, interpretata da
Luciane
Buchanan. Il personaggio, amatissimo dai
fan, era uscito di scena alla fine della seconda stagione, quando
Peter aveva deciso di allontanarla dalla propria vita dopo essere
stato arrestato.
Shawn Ryan ha inoltre lasciato intendere che The Night Agent potrebbe proseguire
anche oltre la storia di Peter Sutherland. Strutturando la serie
attorno all’istituzione dei Night Agents, si apre infatti la
possibilità di future stagioni con protagonisti diversi,
soprattutto considerando che Gabriel Basso ha accennato all’idea di
prendersi una pausa dopo la terza stagione.
Con l’uscita ormai imminente, il pubblico non dovrà attendere molto
per scoprire fino a che punto la nuova missione metterà alla prova
limiti e convinzioni di Peter. Tra complotti sempre più profondi e
verità destabilizzanti, la stagione 3 promette di colpire al cuore
il concetto stesso di potere e fiducia.
The Night Agent –
Stagione 3 debutta il 19 febbraio, in esclusiva su
Netflix.
La
seconda stagione di Landman si è
ufficialmente conclusa, lasciando dietro di sé un acceso
dibattito tra pubblico e critica. Mentre alcuni spettatori hanno
apprezzato l’evoluzione più cupa e riflessiva della serie, altri
hanno mostrato perplessità sulle scelte narrative. In questo clima
di reazioni contrastanti, l’attenzione si è spostata anche sul
futuro creativo dello show, soprattutto alla luce dell’imminente
uscita di Taylor Sheridan
dall’universo Paramount.
Sebbene Sheridan resterà coinvolto in Landman per la stagione 3, il suo addio a
Paramount è ormai ufficiale. Alla scadenza del contratto, fissata
per il 2028, il creatore di Yellowstone si trasferirà a NBCUniversal a
partire dal 2029, segnando la fine di un’era per la piattaforma
streaming. Una decisione che ha inevitabilmente diviso fan e
addetti ai lavori: c’è chi guarda con curiosità ai suoi prossimi
progetti e chi teme un ridimensionamento creativo delle serie che
ha ideato.
Jacob Lofland: “Mi fido del team, vedremo cosa succederà”
A
commentare la situazione è stato Jacob
Lofland, interprete di Cooper Norris, in
un’intervista rilasciata a ScreenRant. L’attore ha ammesso di provare dispiacere
all’idea di un futuro senza Sheridan, ma ha anche chiarito di voler
mantenere le distanze dalle dinamiche contrattuali. Secondo
Lofland, l’aspetto più importante resta la solidità del team
creativo che continuerà a lavorare sulla serie.
L’attore ha espresso fiducia in figure chiave come
Christian
Wallace, che dovrebbe restare coinvolto
anche oltre la terza stagione. Un elemento che, secondo Lofland,
garantisce continuità e coerenza narrativa, indipendentemente dalla
presenza diretta di Sheridan. “Cerco di non pensarci troppo – ha
dichiarato – mi fido delle persone che sono lì. Vedremo cosa
succederà”.
Sheridan ha confermato il suo passaggio a NBCUniversal nell’ottobre
2025, firmando un accordo quinquennale che coprirà cinema,
televisione e streaming. Con lui si sposterà anche il suo storico
partner David Glasser, che porterà 101 Studios sotto un accordo di
first-look dopo aver completato gli impegni in corso con
Paramount.
Durante il suo periodo allo studio, Sheridan ha costruito un vero e
proprio impero televisivo, con titoli regolarmente in cima alle
classifiche di visione di Paramount+ e un ruolo decisivo nell’acquisizione
di nuovi abbonati. Landman, con le sue prime due stagioni, si inserisce
pienamente in questa eredità, ora chiamata a dimostrare di poter
reggere anche un futuro senza il suo creatore principale.
Le stagioni 1 e 2 di Landman sono attualmente disponibili in streaming su
Paramount+.
Il
finale della seconda stagione di Landman ha
segnato un punto di svolta decisivo per il futuro della serie. Dopo
il licenziamento da M-Tex, Tommy Norris, interpretato da
Billy Bob Thornton,
prende una decisione che cambia radicalmente gli equilibri
narrativi: fondare una nuova compagnia petrolifera tutta sua, la
CTT Oil Exploration &
Cattle.
Dopo essere stato estromesso da M-Tex nell’episodio 9, il destino
di Tommy sembrava incerto. Il personaggio avrebbe potuto tornare a
fare il landman per conto di Cami Miller (Demi
Moore) o accettare un incarico presso
una major come Chevron. Invece, il finale rivela che Tommy non è
disposto a rinunciare al controllo del proprio destino e decide di
giocarsi “un ultimo fuoricampo”, scegliendo la strada più
rischiosa: mettersi in proprio.
CTT Oil e il nuovo centro narrativo di Landman
La nascita della CTT Oil Exploration & Cattle avviene attraverso
una serie di mosse strategiche. Tommy fa annullare il contratto che
legava i terreni di Cooper a M-Tex, sfruttando una debolezza
legale, e poi si rivolge a Gallino per ottenere i fondi necessari.
Riesce così a raccogliere decine di milioni di dollari, sufficienti
sia a restituire a M-Tex il buyout dei terreni sia ad avviare nuove
perforazioni.
La scelta del nome della compagnia, apparentemente improvvisata,
riflette perfettamente il carattere di Tommy: pragmatica, spigolosa
e pensata per aggirare le rigidità burocratiche. Anche se il
riferimento al “cattle” non è ancora concreto, l’obiettivo è
chiaro: costruire qualcosa di autonomo, svincolato dalle logiche
delle grandi corporation.
CTT diventa rapidamente un’azienda a conduzione familiare, con
Cooper al vertice e Tommy in un ruolo chiave ma defilato, a
conferma del passaggio di testimone tra padre e figlio. La serie
chiarisce inoltre che il focus della stagione 3 sarà proprio lo
sviluppo di questa nuova realtà, destinata a sostituire M-Tex come
cuore narrativo dello show.
Il futuro di Cami e della sua compagnia resta invece più incerto.
Il progetto offshore, già definito ad altissimo rischio, potrebbe
portare M-Tex al collasso finanziario. Anche se Cami dispone di una
solida rete di sicurezza economica, tutto lascia intendere che il
suo ruolo in Landman
verrà ridimensionato.
Con la stagione 3 già confermata, Landman sembra dunque pronta a reinventarsi: meno
giochi di potere aziendali, più conflitti diretti sul campo, con la
CTT Oil come nuovo motore della storia.
Dal 22 gennaio su Disney+ debutta The
Beauty, la nuova serie firmata da Ryan Murphy che, in undici episodi, promette
di trasformare l’ossessione contemporanea per la bellezza in un
thriller disturbante e profondamente politico. I primi tre episodi
saranno disponibili al lancio, seguiti da un’uscita settimanale
fino al doppio episodio conclusivo di fine stagione. Un formato che
accompagna lo spettatore dentro un racconto che non cerca
scorciatoie, ma costruisce con pazienza un universo inquietante,
sospeso tra Europa e Stati Uniti.
Un incipit esplosivo
Bastano pochi minuti per capire che
The Beauty non ha alcuna intenzione di
rassicurare. La serie si apre con una sequenza violentissima: Ruby,
una giovane modella interpretata da Bella Hadid, sfila per Balenciaga a Parigi; ma
all’improvviso inizia a sudare, ad avere sete, a perdere il
controllo. Attacca il pubblico, fugge in strada alla ricerca
disperata di acqua e, infine, esplode letteralmente in mezzo alla
folla.
È un inizio scioccante, in cui il
body horror emerge con forza fin dalle prime immagini. Il corpo
diventa subito il campo di battaglia privilegiato di
Ryan
Murphy, che utilizza l’eccesso visivo per introdurre
il tema centrale della serie: la bellezza come desiderio, come
mercato, come condanna.
Cortesia di IMDb
Due agenti dell’FBI nel cuore
dell’ossessione
A indagare su quella morte
inspiegabile arrivano a Parigi due agenti dell’FBI: Cooper Madsen
(Evan
Peters) e Jordan Bennett (Rebecca
Hall). Lui più istintivo e tormentato, lei più
razionale e trattenuta, formano una coppia investigativa classica
solo in apparenza. L’indagine sul caso Ruby diventa presto il
pretesto per esplorare una rete globale di cliniche, trattamenti
estetici, segreti industriali e corpi trasformati.
L’ambientazione internazionale –
tra Francia, Stati Uniti, Italia – contribuisce a dare alla serie
un respiro ampio, quasi da cospirazione globale. La bellezza non è
più un fatto individuale, ma un sistema economico e culturale che
attraversa confini, lingue e classi sociali.
I primi due episodi: buoni,
cattivi e zone grigie
Cortesia di FX
Nei primi due episodi, unici
mostrati in anteprima, fanno il loro ingresso anche i personaggi
interpretati da Ashton Kutcher, Jeremy Pope e Anthony Ramos. Le linee morali iniziano subito
a sfumare: chi appare inizialmente dalla parte dei ‘buoni’ rivela
presto zone d’ombra inquietanti, mentre alcuni presunti antagonisti
emergono come vittime – o conseguenze – dello stesso sistema che li
ha creati e poi condannati.
Al centro rimane costantemente una
domanda: quanto ci costa l’ossessione per la bellezza? Non solo in
termini economici, ma psicologici, relazionali, esistenziali.
“Beauty is pain, my friend” (“La bellezza è sofferenza, caro mio”)
non è soltanto una battuta, ma una dichiarazione programmatica che
attraversa tutta la narrazione.
Corpi imperfetti, corpi
riparati in The Beauty
Uno degli elementi più interessanti
introdotti fin da subito è il pensiero di Cooper Madsen, che cita
una dottrina giapponese secondo cui è meglio ricomporre ciò che è
rotto invece di distruggerlo, per creare qualcosa di più forte e
più bello. Un’idea che suona quasi come un manifesto alternativo
all’industria della perfezione.
In parallelo, la serie mostra le
conseguenze più estreme dell’insoddisfazione corporea. In New
Jersey incontriamo un giovane incapace di accettare se stesso,
convinto che tutti i suoi problemi derivino dal proprio aspetto
fisico. Arriva persino a tentare un intervento fai-da-te per
allungarsi i genitali, prima di rivolgersi a una clinica estetica.
È qui che lo spettatore inizia a intravedere i primi sintomi di un
virus misterioso, lo stesso che ha già colpito Parigi e che sembra
destinato a diffondersi sempre di più.
Il virus della
bellezza
L’idea più potente di
The Beauty è proprio questa: trasformare
l’ossessione estetica in una malattia letale. Un virus che si
trasmette attraverso il desiderio di perfezione, che promette corpi
migliori e finisce per distruggerli. Ryan Murphy
utilizza il linguaggio del thriller e dell’horror per parlare di un
fenomeno profondamente contemporaneo: la medicalizzazione
dell’insoddisfazione, la promessa di felicità venduta sotto forma
di trattamento.
Il body horror non è mai gratuito,
ma sempre funzionale a un discorso più ampio sul controllo dei
corpi, sul potere delle industrie cosmetiche, sull’illusione che
basti correggere un difetto per risolvere una vita intera.
Cortesia di FX
The Beauty: una serie
ambiziosa, tra eccesso e lucidità
Nei primi due episodi
The Beauty mostra già tutti i tratti
distintivi del cinema e della serialità di Ryan
Murphy: gusto per l’eccesso, immagini forti, personaggi
larger than life, dialoghi carichi di simbolismo. A tratti
il rischio è quello di una sovrabbondanza visiva e tematica, ma
l’impressione iniziale è che l’ambizione del progetto riesca a
sostenere la complessità del discorso.
La bellezza, qui, non è mai neutra:
è arma, moneta di scambio, strumento di potere. Ed è soprattutto
una promessa ingannevole, capace di trasformarsi in condanna.
Prime impressioni
Dopo i primi due episodi,
The Beauty si presenta come una delle serie
più provocatorie della stagione. Un thriller horror che utilizza il
genere per interrogare il presente, mettendo in scena un futuro che
sembra distante solo “cinque minuti”. Se la serie saprà mantenere
questa tensione narrativa e questa lucidità critica fino al finale,
potrebbe diventare uno dei titoli più interessanti dell’anno nel
catalogo Disney+.
Per ora, una cosa è certa:
Ryan Murphy ha trovato un nuovo modo per parlarci
delle nostre paure più intime. Quelle che abitano il nostro corpo,
lo specchio e lo sguardo degli altri.
Sollecitato per avere aggiornamenti
su
The Brave and the Bold, il co-CEO della DC Studios
James Gunn ha ripetutamente affermato che la
sceneggiatura è in fase di elaborazione. Il regista di
The
Flash, Andy Muschietti, rimane legato
al progetto come regista e sembra che si riunirà con la
sceneggiatrice Christina Hodson. L’autrice non è
nuova all’universo DC, avendo scritto Birds of Prey e proprio The
Flash.
Jeff Sneider è stato il primo a
condividere la notizia, mentre @ApocHorseman di Nexus Point
News ha poi confermato con un: “Purtroppo è vero”. Come
suggerisce questo commento, la notizia ha ricevuto reazioni
contrastanti sui social media. Nessuno dei film DCEU di Hodson ha
ricevuto una risposta particolarmente calorosa dai fan, quindi il
fatto che le sia stato affidato il compito di rilanciare Batman per
la DCU è una notizia molto positiva o molto
negativa, a seconda del proprio parere su Birds of Prey e The
Flash.
Hodson ha però offerto una solida
interpretazione del Cavaliere Oscuro di Michael Keaton in quest’ultimo film e ha dato
un tocco divertente a Black Mask in Birds of Prey.
Non è quindi estranea a Gotham City, e Gunn è chiaramente un fan
della sceneggiatrice. Hodson ha anche scritto
Batgirl, che è però stato giudicato “non
distribuibile” dalla Warner Bros. Discovery e scartato quando era
ormai ultimato. Non resta a questo punto che attendere di sapere
che direzione prenderà con The Brave and the Bold.
Parlando dei piani dei DC
Studios per
The Brave and the Bold, James Gunn ha detto: “Questa è
l’introduzione del Batman del DCU. È la storia di
Damian Wayne, il vero figlio di Batman, di cui non conoscevamo
l’esistenza per i primi otto-dieci anni della sua vita. È stato
cresciuto come un piccolo assassino. Ma è anche un piccolo bastardo
nei modi di fare. È il mio Robin preferito“.
“È basato sulla run di Grant
Morrison, che è una delle mie preferite di Batman, e la stiamo
mettendo insieme proprio in questi giorni“. Il co-CEO dei DC
Studios, Peter Safran, ha aggiunto: “Ovviamente si tratta di un
lungometraggio che vedrà la presenza di altri membri della
‘Bat-famiglia’ allargata, proprio perché riteniamo che siano stati
lasciati fuori dalle storie di Batman al cinema per troppo
tempo“. Al momento, non ci sono altre notizie certe sul
film.
Il
finale della seconda stagione di
Percy Jackson e gli dei dell’Olimpoamplia in
modo decisivo l’orizzonte della serie, trasformando un racconto di
formazione mitologico in una storia di guerra imminente, scelte
morali e destini intrecciati. Se la prima stagione aveva posto le
basi del mondo e dei suoi conflitti, la stagione 2 alza
l’asticella: il pericolo non è più solo potenziale, ma concreto, e
il futuro di Olimpo sembra appeso a decisioni che nessun semidio è
davvero pronto a prendere.
Accolta positivamente dalla critica per il tono più maturo e per
l’espansione narrativa, la seconda stagione chiude con un finale
denso di eventi: l’assedio a Campo Mezzosangue, tradimenti che
pesano come ferite aperte, apparizioni divine cariche di ambiguità
morale e, soprattutto, l’emergere di una figura destinata a
cambiare tutto. Pur introducendo alcune differenze rispetto ai
romanzi, la serie mantiene intatto lo spirito dell’opera originale,
usando il finale come trampolino per un terzo capitolo ancora più
ambizioso.
La missione della stagione 2: Campo Mezzosangue è stato davvero
salvato?
Il fulcro narrativo del finale ruota attorno alla profezia
dell’Oracolo di Delfi, che affida a Clarisse, figlia di Ares, una
missione cruciale: recuperare il Vello d’Oro per ripristinare la
barriera magica che protegge Campo Mezzosangue. Il campo, cuore
simbolico e pratico del mondo dei semidei, è ormai vulnerabile, e
la sua caduta segnerebbe l’inizio di una guerra aperta.
Il percorso di Clarisse è tutt’altro che lineare. Affiancata da
Percy, Annabeth, Grover e Tyson, affronta prove che mettono alla
prova non solo la forza fisica, ma anche la determinazione e la
capacità di fidarsi degli altri. Dalla traversata su una nave
infestata da guerrieri d’ossa, al confronto con Polifemo, fino al
momento in cui rischia di restare intrappolata nella pietra, la
missione assume i contorni di un sacrificio personale. Clarisse
arriva all’atto finale da sola, ferita ma determinata, pronta a
compiere ciò che le è stato chiesto.
Quando il Vello d’Oro viene finalmente fissato all’albero di
Thalia, la barriera di Campo Mezzosangue si rigenera, bloccando
l’invasione di Luke e salvando temporaneamente il campo. Tuttavia,
come suggerisce il titolo dell’episodio finale, la magia del Vello
funziona “fin troppo bene”. La salvezza del campo è reale, ma il
prezzo è l’apertura di una nuova fase del conflitto, molto più
pericolosa di quella appena evitata.
Thalia torna in vita e cambia le regole del gioco
Il momento più sconvolgente del finale arriva quando l’albero di
Thalia non solo rifiorisce, ma si apre, restituendo al mondo la
ragazza che tutti credevano morta. Thalia riemerge congelata nel
tempo, urlando “Mai!”, e scaricando fulmini intorno a sé: è una
figlia di Zeus, viva, potente e arrabbiata.
Il suo risveglio ha un impatto emotivo e narrativo enorme. Annabeth
si ritrova davanti la sorella adottiva che aveva perso da bambina,
mentre Luke, ormai schierato contro gli dei, vede tornare una
figura chiave del suo passato proprio nel momento in cui la guerra
si avvicina. Ma la vera portata della rivelazione è legata alla
Grande Profezia.
La profezia, ripetuta e insinuata per tutta la stagione, parla di
un semidio figlio di uno dei Tre Grandi — Zeus, Poseidone o Ade —
destinato a compiere, al compimento dei sedici anni, una scelta
capace di salvare o distruggere l’Olimpo. All’inizio della stagione
2, Percy sembrava l’unico candidato possibile. Con il ritorno di
Thalia, non lo è più.
Questo sposta radicalmente il baricentro della storia. Thalia non è
solo un nuovo personaggio: è una variabile imprevedibile, una
possibile incarnazione della profezia, e una pedina che Luke spera
di portare dalla parte di Kronos. La stagione 3, a questo punto,
non potrà che esplorare il suo rapporto spezzato con gli dei e il
peso di una scelta che potrebbe cambiare il destino di tutti.
Poseidone e Zeus nel finale: avvertimenti, colpe e ambiguità
divine
Come nella prima stagione, anche il finale della seconda vede
l’intervento diretto degli dei. Poseidone appare a Percy dopo che
il ragazzo viene colpito dal fulmine di Thalia. In sogno, il dio
del mare lo avverte che la guerra è già iniziata: alcuni Titani e i
loro alleati hanno cominciato a liberarsi dalle prigioni
millenarie, e lo scontro non è più rimandabile. Poseidone manda
Tyson alle sue fucine, preparando le forze per ciò che verrà, ma
invita anche Percy a non sottovalutare il proprio ruolo, lasciando
intendere che il suo destino è tutt’altro che marginale.
Zeus, invece, entra in scena attraverso un flashback rivelato da
Chirone. È qui che la serie compie uno dei passaggi morali più
forti: viene svelato che Zeus aveva tentato di reclutare Thalia
come sua guerriera, chiedendole di farsi carico della Grande
Profezia. Al suo rifiuto, dettato dalla rabbia e dalla sfiducia
verso gli dei, Zeus sceglie di trasformarla nell’albero che
protegge il campo.
Il gesto non è presentato come puramente malvagio, ma come
profondamente problematico. Zeus agisce per paura: teme che Thalia,
se lasciata vivere con il suo odio, possa essere lei a compiere la
scelta che distruggerebbe l’Olimpo. Questo flashback chiarisce uno
dei temi centrali della serie: gli dei non sono giusti né perfetti,
ma rappresentano comunque un ordine meno distruttivo rispetto
all’alternativa dei Titani. È in questa zona grigia che si muovono
personaggi come Luke e Percy, destinati a incarnare il conflitto
morale della saga.
Le scene post-credit e il collegamento diretto alla stagione 3
Il finale della stagione 2 include due scene post-credit. La più
significativa mostra Percy e Annabeth a un ballo scolastico,
confermando implicitamente che la terza stagione arriverà nel 2026.
Non si tratta di un semplice teaser, ma di un richiamo diretto
all’inizio de La maledizione
del Titano, il terzo libro della saga.
Quella scena introduce il contesto della stagione 3: Percy e
Annabeth si infiltrano in una scuola per individuare due nuovi e
potenti semidei scoperti da Grover, cercando di riportarli a Campo
Mezzosangue prima che le forze di Kronos possano raggiungerli. È un
passaggio apparentemente leggero, ma carico di significato: la
normalità adolescenziale convive ormai con una guerra mitologica su
scala globale.
Come il finale prepara la stagione 3
Oltre alle scene post-credit, il finale semina
numerosi elementi per il futuro. Clarisse inizia ad allenare
attivamente i semidei insieme a Chirone, trasformando Campo
Mezzosangue da rifugio a campo di addestramento. Luke fugge e
continua a lavorare per la resurrezione di Kronos, ora con una
possibile nuova alleata da convincere. Poseidone conferma che gli
dei sono già coinvolti in scontri diretti, mentre il risveglio di
Thalia introduce una seconda figura chiave nella Grande
Profezia.
Il messaggio è chiaro: la
storia non è più solo quella di Percy. La profezia è viva, i Titani
si stanno muovendo e la scelta che deciderà il destino dell’Olimpo
non appartiene più a un solo eroe. La stagione 2 si chiude così non
come una conclusione, ma come l’inizio reale della guerra che la
serie stava preparando fin dal primo episodio.
Il
finale di Sentimental
Value accompagna lo spettatore verso una
chiusura malinconica ma profondamente umana, in perfetta coerenza
con il tono sommesso e stratificato del film. Atteso come uno dei
titoli più solidi della stagione dei premi e potenziale
protagonista alla 98ª edizione degli Academy
Awards, Sentimental
Value è un’opera che parla di trauma, memoria e legami
familiari senza mai ricorrere a spiegazioni facili o soluzioni
consolatorie.
Al
centro della storia c’è Gustav (Stellan Skarsgård), un regista
affermato che tenta di ricucire il rapporto con le figlie
attraverso l’unico linguaggio che conosce davvero: il cinema. Il
suo nuovo film diventa così un gesto intimo e rischioso, un
tentativo di dialogo mascherato da progetto artistico. Il finale
non ribalta il senso del racconto, ma lo completa in modo
silenzioso, lasciando che siano i personaggi — e non le parole — a
dire ciò che conta.
L’ultima ripresa del film di Gustav e il senso della scena
finale
L’epilogo di Sentimental
Value (la
nostra recensione) ruota attorno alle riprese del film che
Gustav sta realizzando all’interno della narrazione. Per tutta la
durata dell’opera, lo vediamo lavorare ossessivamente a questa
sceneggiatura, ispirata alla madre e al suo suicidio, anche se lui
stesso rifiuta di ammetterlo apertamente. Il testo è pensato per
Nora, la figlia maggiore, attrice di talento ma emotivamente
fragile, con cui Gustav ha un rapporto segnato da distanza,
incomprensioni e colpe mai elaborate.
Quando Nora e la sorella Agnes leggono finalmente la sceneggiatura,
restano colpite non tanto dal contenuto esplicito, quanto dalla
vulnerabilità che traspare tra le righe. È in quel momento che
emerge una delle fratture più dolorose: Gustav non sa che Nora, in
passato, ha tentato il suicidio. Questa rivelazione indiretta non
produce uno scontro, ma rafforza il legame tra le due sorelle e
permette a Nora di guardare il padre con uno sguardo nuovo, meno
difensivo.
La scelta di Nora di accettare il ruolo nel film è quindi
tutt’altro che professionale: è un atto emotivo, quasi terapeutico.
Non a caso, per gran parte del film Gustav cerca di modellare il
personaggio attraverso l’attrice Rachel Kemp, proiettando su di lei
l’immagine idealizzata della figlia. Rachel, però, intuisce
progressivamente di essere un surrogato e costringe Gustav ad
affrontare la verità: quel ruolo non può che essere interpretato da
Nora.
La scena finale ripaga questa tensione. Il film si chiude con una
lunga inquadratura sul set, una ripresa estesa e priva di enfasi,
in cui Nora interpreta finalmente il ruolo principale. Gustav la
osserva, e tra i due si stabilisce un contatto silenzioso, uno
scambio di sguardi che vale più di qualsiasi riconciliazione
esplicita. È un momento catartico non perché risolva il passato, ma
perché lo rende condivisibile.
Perché il film non spiega mai il suicidio della madre di
Gustav
Uno degli aspetti più rilevanti di Sentimental Value è la scelta di non chiarire mai le
ragioni del suicidio della madre di Gustav. Il film suggerisce
diverse possibilità — la depressione, il trauma della guerra, le
torture subite durante l’occupazione nazista — ma rifiuta
deliberatamente una spiegazione definitiva.
Quando Rachel chiede a Gustav quale sia la motivazione dell’atto,
lui risponde che non sta facendo un film su sua madre. La
contraddizione è evidente, ma significativa. Per Gustav, il punto
non è comprendere razionalmente il gesto, bensì convivere con la
sua eredità emotiva. Il cinema, in questo senso, diventa uno spazio
di elaborazione, non di chiarimento.
Questa scelta si riflette anche nel rapporto con Agnes e con suo
figlio Erik. Gustav desidera coinvolgerli nel film, come se l’arte
potesse diventare un ponte tra generazioni. Ma Agnes gli ricorda
che, da bambina, recitare per lui era stato uno dei pochi momenti
in cui lo aveva sentito davvero presente. Il film suggerisce così
che Gustav ha sempre usato l’arte come unico canale di apertura
emotiva, spesso a scapito di una comunicazione più diretta.
Il vero significato di Sentimental Value
Il senso profondo di Sentimental Value risiede nel potere ambivalente
dell’arte. Da un lato, il cinema permette ai personaggi di
esprimere ciò che non riescono a dire; dall’altro, rischia di
diventare un rifugio che sostituisce il confronto reale. Nora,
all’inizio del film, è una figura alla deriva: intrappolata in una
relazione sbagliata, soggetta a crisi di panico, consapevole dei
propri limiti ma incapace di reagire.
Leggere la sceneggiatura del padre e accettare di interpretarla la
costringe a fare i conti con se stessa, con il suo passato e con il
tentativo di suicidio che aveva sempre tenuto ai margini del
discorso. Attraverso la performance, Nora riesce a dare forma a un
dolore che fino a quel momento era rimasto informe.
Il film si chiude senza
proclami, con uno sguardo condiviso sul set. Non è una
riconciliazione totale, né una guarigione definitiva. È piuttosto
il riconoscimento reciproco di una ferita comune e della
possibilità, fragile ma reale, di guardarla insieme. In questo sta
la forza di Sentimental
Value: nel raccontare come l’empatia non cancelli il passato,
ma possa renderlo finalmente abitabile.
Matt Damon è apparso nel podcast “Skip Intro” di Netflix durante il
suo tour promozionale per il thriller poliziesco The Rip –
Soldi sporchi (leggi
qui la recensione). In quell’occasione, Damon ha avuto modo di
parlare anche del suo prossimo film, Odissea
di Christopher Nolan. L’attore ha infatti detto
che sta “ancora elaborando” l’esperienza di aver girato
l’epopea greca di Nolan, ma ha osservato: “Ha avuto un effetto
profondo su di me”. “Girare Odissea quest’anno mi è sembrata l’unica
occasione nella mia vita di realizzare un film alla David Lean,
capisci?”, ha aggiunto Damon.
“Sentivo che stavo
girando l’ultimo grande film su pellicola che avrei mai potuto
realizzare”. Damon aveva già detto del film: “Se guardo
oggettivamente a ciò che era necessario per fare quel lavoro, penso
che sia arrivato proprio al momento giusto nella mia vita. Penso
che 20 anni fa sarei stato infelice nel cercare di fare quel
lavoro. Ti sentivi a disagio ogni giorno. Ma mi è piaciuto davvero,
ho apprezzato profondamente ogni minuto“.
“Intellettualmente, capivo il
concetto che non si ha il controllo su ciò che accade, ma si ha il
controllo su come ci si sente al riguardo – è più facile a dirsi
che a farsi”, ha continuato. “Ma provare davvero
gratitudine – e penso che fosse legato non solo alla gioia di poter
avere un ruolo così importante con un regista così bravo, con un
gruppo di persone così fantastiche e una storia così bella, ma
anche al senso di nostalgia che provavo per come avevo iniziato,
per come ero entrato nel mondo del cinema, per la sensazione che
avevo provato quando stavo girando ‘School Ties’ e Freddie Francis
era il direttore della fotografia e io, sapete, pensavo: ‘Sta
succedendo davvero‘”.
Quello che sappiamo sul
film Odissea di Christopher
Nolan
Il film vanta un ricco cast
composto da Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Lupita Nyong’o, Robert Pattinson, Charlize Theron, Jon Bernthal, Benny Safdie,
John Leguizamo, Elliot Page, Himesh Patel,
Mia Goth e Corey Hawkins. Per
quanto riguarda la trama, questa segue Odisseo, il leggendario re
greco di Itaca, nel suo pericoloso viaggio di ritorno a casa dopo
la guerra di Troia. La narrazione descrive i suoi incontri con
esseri mitici come il ciclope Polifemo, le sirene e la maga Circe,
culminando nel suo tanto atteso ricongiungimento con la moglie
Penelope.
Ad oggi sappiamo unicamente che
Matt Damon interpreta Odisseo, mentre Tom Holland è suo figlio Telemaco e Charlize Theron è la Maga Circe. L’identità
dei personaggi degli altri interpreti è ad oggi segreta. Sappiamo
inoltre che Nolan ha girato il film interamente in formato IMAX,
avvalendosi di nuove tecnologie realizzate appositamente
per Odissea. Il regista ha inoltre limitato
quanto più possibile l’uso di CGI, con l’obiettivo di ricreare
quanto più possibile in modo pratico l’epico mondo descritto da
Omero con il suo poema epico.
Odissea
sarà distribuito al cinema da Universal
Pictures dal 16 luglio
2026.
Marty
Supreme segue la vicenda di Marty Mauser, giovane
commesso in un negozio di scarpe del Lower East Side che coltiva
un’ambizione particolare: diventare un campione internazionale di
ping-pong e portare sotto i riflettori americani uno sport relegato
ai margini. Prodotto da A24 e in arrivo nei cinema italiani dal 22
gennaio, Marty Supreme è il nuovo film di
Josh Safdie, ispirato alla storia vera di Marty
Reisman, figura carismatica del tennistavolo statunitense.
Ambientato negli anni ’50 del 1900
tra New York e i circuiti internazionali, il film segue il percorso
di un protagonista sfrontato e consapevole di sé, disposto a
esporsi, a cercare sponsor e occasioni, a forzare i confini sociali
pur di inseguire un sogno che non conosce compromessi. Più che
raccontare un’ascesa sportiva, Safdie mette in
scena un movimento incessante, fatto di incontri ambigui, figure di
potere e traiettorie che si intersecano, costruendo fin da subito
un mondo instabile, attraversato da giudizi e aspettative.
Marty Supreme: il sogno come
urgenza esistenziale
Marty
Supreme non racconta un “semplice” sogno, ma
l’impossibilità di farne a meno. Josh Safdie costruisce un film in cui
l’ambizione non è un ideale astratto, bensì una necessità vitale,
un impulso che precede qualsiasi valutazione morale. Marty non
insegue il successo per migliorare la propria condizione, ma perché
smettere significherebbe cessare di esistere. Il film si muove
interamente dentro questa urgenza, osservandola senza compiacimento
e senza indulgenza, lasciando che sia lo spettatore a misurarne il
peso.
Ostinazione, derisione,
sopravvivenza
Il percorso del protagonista è
scandito da difficoltà continue, da rifiuti e umiliazioni che
Safdie mette in scena senza mai trasformarle in momenti edificanti.
Marty è sfrontato, convinto del proprio valore, spesso incapace di
leggere il contesto che lo circonda. Proprio per questo diventa una
figura facilmente derisoria, tollerata solo finché utile.
Marty Supreme riflette così sulla natura
ambigua della determinazione: ciò che in teoria dovrebbe essere una
virtù si trasforma in un fattore di isolamento, in una forma di
resistenza che non garantisce alcuna ricompensa.
Timothée Chalamet: un corpo in
tensione
Timothée Chalamet firma una delle prove più
fisiche e spigolose della sua carriera. Dopo aver raccolto negli
anni premi e riconoscimenti internazionali, l’attore sceglie qui
una strada meno conciliatoria.Il lavoro sul corpo è centrale:
l’allenamento pluriennale al ping-pong si traduce in una presenza
scenica nervosa, costantemente in tensione. Chalamet non ricerca l’empatia dello
spettatore, ma una totale adesione al personaggio, costruendo una
prova intensa e senza concessioni. A sostenere e amplificare questa
traiettoria contribuisce anche un contorno di figure laterali
tutt’altro che ornamentali: le presenze di Abel Ferrara e Tyler, the Creator aggiungono peso e attrito
al racconto, rafforzando l’idea di un mondo attraversato da energie
dissonanti e rapporti di potere instabili.
Una performance, quella di
TimothéeChalamet, che molti
indicano già tra le più potenti della stagione, con un futuro Oscar
che appare sempre più plausibile, soprattutto dopo la recente
conquista del primo Golden Globe della sua carriera, ottenuto
proprio per l’interpretazione in Marty
Supreme.
Cortesia di A24
Odessa A’zion e la vita che
continua ai margini
Accanto a Marty, il personaggio
interpretato da Odessa A’zion – Rachel – assume un ruolo
fondamentale nel dare profondità emotiva al film. La sua presenza
introduce una dimensione concreta, legata alla vita che procede,
mentre il sogno assorbe tutto il resto. Non è una figura di
supporto né un semplice contrappunto sentimentale, ma lo spazio in
cui il film interroga il costo umano dell’ambizione. Attraverso
questo rapporto, Marty Supreme suggerisce
che inseguire un obiettivo assoluto significa spesso chiedere agli
altri di adattarsi, attendere, sacrificare.
Potere e illusioni di controllo
in Marty Supreme
Il mondo che circonda il
protagonista è abitato da figure che incarnano il potere economico
e simbolico. Personaggi interpretati da
Gwyneth Paltrow e Kevin O’Leary rappresentano un sistema che
promette opportunità senza mai rinunciare al controllo. Il talento
viene accolto solo se disposto a piegarsi, a rispettare regole non
scritte, talvolta persino a perdere deliberatamente.
Safdie osserva con lucidità il meccanismo del
compromesso, mostrando come il successo, in certi contesti, non sia
una conquista ma una concessione revocabile.
È qui che la regia di Josh
Safdie trova la sua piena coerenza. Come in Good Time e Uncut Gems, lo stile è costruito
sull’accelerazione continua: camera a mano, montaggio serrato,
dialoghi che si sovrappongono, suoni che invadono lo spazio
emotivo. Non c’è mai un vero momento di quiete, perché il film
aderisce completamente allo stato mentale del protagonista. Anche
la sequenza londinese è attraversata da questa instabilità,
sottolineata dal cameo vocale di
Robert Pattinson (protagonista di Good
Time), che presta la voce allo speaker durante la
finale dei British Open di ping-pong: una presenza invisibile che
amplifica la sensazione di giudizio esterno costante.
Il ping-pong come
metafora
Pur ispirandosi a una storia vera,
Marty Supreme evita accuratamente la
forma del biopic tradizionale. Josh Safdie non è
interessato alla celebrazione, né alla costruzione di un mito
sportivo, e utilizza il ping-pong (disciplina raramente
protagonista sul grande schermo) come un vero e proprio dispositivo
narrativo. Lo sport diventa metafora dell’esistenza raccontata dal
film: scambi rapidissimi, riflessi immediati, margini d’errore
infinitesimali. Non vince chi controlla, ma chi resiste, chi
accetta la possibilità costante della caduta e del fallimento senza
smettere, però, di restare in gioco. Marty gioca come vive,
affidandosi esclusivamente alla propria ostinazione, e in questo
senso Marty Supreme si rivela un film
sulla resilienza e sul vero senso della vita.
Marty Supreme si presenta come una
commedia tagliente e una satira feroce dell’“american spirit”, ma
la sua forza non sta solo nella cattiveria con cui osserva
l’ambizione. Il film riesce a restare agganciato all’umanità dei
personaggi anche quando li mette in scena mentre mentono,
manipolano, barano e si consumano per un’idea di successo che
sembra sempre a un passo e sempre irraggiungibile. Marty
(Timothée Chalamet) è un giovane atleta
convinto di poter diventare la prima vera star americana del
ping-pong, un’ossessione che si trasforma presto in un modo di
stare al mondo: farsi spazio, costi quel che costi, anche quando
non si hanno i mezzi, i contatti o il talento “legittimato” da chi
comanda davvero.
Il
paradosso di Marty Supreme
è che, pur essendo ambientato negli anni ’50, respira come un film
del presente. Marty non è soltanto un arrivista d’epoca: è un
prototipo di hustle culture ante litteram, uno che vende sé stesso
come un prodotto, che costruisce un personaggio, che vive di pitch
e di performance. Eppure, proprio quando il film sembra pronto a
farne un cinico puro, qualcosa frena la caduta totale. Non per
bontà, non per redenzione facile, ma perché Marty ha linee
personali che non vuole attraversare. Il finale, con la partita
decisiva contro Endo e l’ultimo colpo, non è solo un climax
sportivo: è il punto in cui l’ambizione viene messa davanti a uno
specchio e costretta a scegliere che cosa è disposta a
sacrificare.
Perché Marty rifiuta di perdere apposta la partita finale contro
Endo
Il cuore del finale sta in una scelta semplice, che però in
Marty Supreme pesa come
una condanna: Marty rifiuta di “vendere” la partita. Per quasi tutto il
film, il suo percorso è una marcia ossessiva verso il
riconoscimento. Marty mente quando serve, ruba quando conviene,
bara quando può. Lo fa con una specie di allegria velenosa, come se
ogni scorrettezza fosse una prova di intelligenza, un gesto di
sopravvivenza in un mondo truccato. È convinto che il successo gli
spetti, e che l’unico errore sia restare fermi ad aspettare che
qualcuno glielo conceda.
Eppure, nel finale, la trappola in cui cade è più grande di lui:
Milton Rockwell
non è un ostacolo sportivo, è un potere economico. Un uomo che può
decidere dove Marty andrà, con chi parlerà, se sarà qualcuno o
resterà un buffone utile per un capriccio. Marty arriva perfino a
umiliarsi per ottenere aiuto: una resa momentanea che il film non
romanticizza. È un corpo che si piega per restare dentro il
gioco.
Quando Rockwell impone l’esibizione contro Endo e, di fatto,
pretende che Marty perda e accetti il ruolo del perdente, Marty
sembra “adeguarsi” solo in superficie. Quel che esplode nel finale
è il conflitto tra due forme di ambizione: quella che vuole il
risultato a qualunque costo e quella che vuole la vittoria come
identità, come prova pubblica di valore. Marty può accettare di
sporcarsi le mani, ma non riesce a trasformarsi in una barzelletta
per convenienza. La sua vanità non è un dettaglio psicologico: è un
motore morale, per quanto distorto.
Quando sfida Endo a un’ultima partita, Marty sta dicendo una cosa
precisa: posso essere un impostore, ma non posso essere un
burattino. Il prezzo è altissimo, perché Rockwell lo avverte
chiaramente: se vinci, ti
lascio qui. In altre parole, ti tolgo il futuro. Marty
vince comunque. È una vittoria che non produce ricchezza né gloria
immediata, ed è proprio questo il punto. Il film dimostra che
l’ambizione di Marty non è solo avidità: è bisogno di
riconoscimento, fame di dignità. Il gesto finale è orgoglio, ma
anche un residuo di autenticità che resiste dentro un personaggio
costruito su artifici.
Questa scelta definisce il senso satirico del film: Marty incarna
un’idea americana di sfida e testardaggine, ma il film la mostra
nella sua ambiguità. È un impulso “eroico” che però nasce da un ego
smisurato. Marty non si salva, non diventa buono; semplicemente, si
rifiuta di rinunciare a ciò che pensa di essere: il migliore, o
almeno uno che non finge di perdere.
L’ultimo colpo e il significato della “vittoria che non salva”
Cortesia di A24
Il colpo finale della partita non vale soltanto come gesto
atletico. È il simbolo di una vittoria che, nel mondo del film,
non garantisce
niente. Nelle narrazioni sportive classiche, vincere
significa essere finalmente visti, essere premiati, cambiare
status. Qui no. La vittoria non è un portale verso l’American
Dream; è un atto di rottura che fa crollare l’illusione.
Marty vince e viene punito. È una sintesi perfetta della satira di
Marty Supreme: il
merito, da solo, non basta. Anzi, può essere irrilevante quando
disturba gli equilibri del potere. Rockwell non perde solo una
scommessa o un capriccio: perde il controllo, e quindi reagisce
come reagisce sempre chi ha il controllo. Chiude le porte.
L’ultimo colpo è anche la risposta di Marty alla sua stessa vita.
Per tutta la storia, Marty recita, si gonfia, promette. Nel finale,
fa una cosa concreta e innegabile: vince sul campo. Non può più
essere ridotto a una favola inventata, almeno in quel momento.
Eppure, proprio perché il film è interessato al presente più che
agli anni ’50, quel gesto somiglia a un grido contro un sistema che
ti chiede performance continue ma non ti garantisce mai stabilità.
Marty è la figura di chi dà tutto, brucia tutto, e resta comunque
precario.
Per questo l’ultimo colpo non è trionfale. È una liberazione breve,
quasi violenta, che lascia dietro di sé vuoto e conseguenze. Marty
dimostra chi è, ma non diventa “qualcuno”. E il film, con lucidità,
suggerisce che spesso l’America dell’ambizione funziona proprio
così: ti convince che la vittoria sia la chiave, poi ti ricorda che
la serratura è in mano ad altri.
Marty è il padre del bambino di Rachel?
Cortesia di IMDb
L’altra grande domanda del finale riguarda Rachel (Gwyneth Paltrow) e la gravidanza. Il
film suggerisce con forza che Marty possa essere il padre.
L’apertura, con l’incontro sessuale nel negozio di scarpe, sembra
posizionare quell’episodio come l’origine della gravidanza. Ma
Marty Supreme non ha
interesse a chiudere tutto con un timbro definitivo. L’ambiguità è
coerente con la natura del racconto: le persone mentono, cambiano
versione, si proteggono, manipolano.
Rachel è sposata con Ira, e quindi l’alternativa è plausibile.
Inoltre, Rachel è mostrata come una persona capace di costruire
narrazioni opportunistiche, non meno di Marty. Il film lascia
spazio al dubbio perché non sta facendo un giallo sulla paternità;
sta mostrando come Marty reagisce all’idea di essere padre.
Nel finale, quando Marty torna in America grazie a soldati che
hanno assistito alla partita e provano pietà per lui, corre in
ospedale e vede il bambino. È uno dei rarissimi momenti in cui
Marty appare davvero colpito da qualcosa che non sia la propria
immagine. L’emozione lo travolge, e il film insiste su quel punto:
Marty, che per tutto il tempo ha cercato rispetto e denaro, trova
improvvisamente un valore che non passa dal mercato.
Che il bambino sia biologicamente suo o no, per Marty cambia
relativamente. Il senso è un altro: Marty sceglie di sentirsi padre, e questo lo
sposta. Non lo redime, ma lo incrina. Gli mette addosso una
responsabilità che non può risolvere con una bugia o una partita
vinta.
Quindi la risposta più onesta è: il film non dà una certezza
biologica, ma dà una certezza emotiva. Marty diventa padre “nel
modo che conta”, perché per la prima volta desidera qualcosa che
non è solo un trofeo.
Il “sono un vampiro” di Milton Rockwell: metafora del capitalismo
come predazione
Nel finale, Rockwell lascia cadere una dichiarazione strana: dice
di essere un vampiro. È una battuta che può far pensare a un
elemento soprannaturale, ma il film stesso suggerisce che sarebbe
la lettura meno interessante. Rockwell non serve a introdurre il
fantastico: serve a rendere visibile il vero mostro del film.
Rockwell è ciò che Marty vorrebbe diventare, ma senza la parte
“umana” che a Marty, nonostante tutto, resta addosso. Sono entrambi
newyorkesi, entrambi ego-driven, entrambi bugiardi. La differenza è
che Rockwell ha capitale, e quindi può trasformare il cinismo in
potere stabile. Marty truffa e improvvisa, ma viene continuamente
ridimensionato; Rockwell manipola e resta intoccabile. Tratta le
persone come giocattoli e ci guadagna, mentre Marty tratta le
persone come strumenti e finisce spesso bruciato dal ritorno di
fiamma.
Dire “sono un vampiro” significa: vivo succhiando energia, tempo,
vita altrui. È una definizione perfetta del capitalismo predatorio
che il film vuole mettere in scena. E la nota più amara arriva
quando Rockwell parla del figlio perso in guerra: come se anche
lui, a un certo punto, avesse avuto un cuore, e poi lo avesse
perso. Il contrasto con Marty è netto: Rockwell ha perso l’umanità;
Marty la ritrova (o la scopre davvero) davanti a un neonato.
Il film suggerisce che l’ambizione può sopravvivere senza empatia,
ma a quel punto diventa mostruosa. Rockwell è il futuro possibile
di Marty, e il finale lo mette lì per farci capire che Marty, pur
essendo un disastro morale, non è ancora completamente “morto
dentro”.
L’importanza della relazione tra Marty e Katy
La subplot dell’amante, Katy, moglie di Rockwell e diva in declino,
è una delle parti più malinconiche del film. Katy non è solo un
diversivo erotico. È uno specchio. È una persona che ha vissuto la
fama e ne ha visto la scadenza, che ha capito quanto sia volatile
lo sguardo del pubblico. Marty, invece, la fama la insegue come se
fosse eterna e salvifica.
Tra loro nasce un riconoscimento reciproco: entrambi vogliono
essere visti, desiderano contare, temono l’invisibilità. Marty
seduce Katy con l’audacia e la lusinga, ma col tempo emerge
qualcosa di più: Katy prova pietà per lui, e forse anche tenerezza.
Gli offre gioielli, gli offre strumenti per “salire”, come se
vedesse in lui una possibilità di riscatto che lei ha già
perso.
Il loro ultimo abbraccio nel parco è uno dei pochi momenti
autenticamente emotivi del film, e viene immediatamente interrotto
dalla realtà (la polizia, la minaccia, la rovina possibile). È un
modo per dire che anche quando due persone provano a toccarsi
davvero, il mondo costruito sul potere e sull’immagine arriva a
spezzare tutto. Marty e Katy sono due corpi usati dal sistema,
ciascuno a modo suo: lui come promessa disperata, lei come
reliquia.
Il significato vero di Marty Supreme: ambizione, “hustle” e
un residuo di empatia
Alla fine, Marty
Supreme è un film sull’American Dream raccontato senza veli:
affascinante, tossico, crudele. Marty lascia dietro di sé macerie,
rovina vite, manipola. Eppure non diventa mai un villain puro,
perché il film insiste nel mostrarci quei punti in cui l’ego non
riesce a cancellare del tutto l’empatia.
Marty protegge Rachel quando pensa che sia in pericolo.
Mostra rispetto per Endo quando finalmente lo batte. Si spezza
davanti al bambino. Sono momenti che non cancellano i suoi peccati,
ma impediscono al film di essere solo una punizione morale. Il
punto non è assolverlo: è farci vedere quanto l’ambizione moderna
seen come un meccanismo che rende tutti “grigi”, imprevedibili,
contraddittori.
Marty è, in un certo senso, il ritratto di un lavoratore
precario contemporaneo travestito da atleta degli anni ’50. Vende
se stesso, crede alle sue stesse bugie, vive sul bordo del
fallimento. Il finale, con la partita vinta e il ritorno al
bambino, suggerisce una verità semplice e dolorosa: puoi inseguire
il successo come se fosse l’unica cosa che conta, ma prima o poi
qualcosa ti chiederà chi sei quando non stai performando. Il colpo
finale non significa “Marty ce l’ha fatta”. Significa che Marty,
per una volta, ha scelto qualcosa che assomiglia a una verità,
anche se quella verità non gli garantisce niente.
Amy Adams è una
delle attrici più talentuose della sua generazione: sei candidature
agli Oscar e una carriera costellata di interpretazioni memorabili
lo dimostrano senza bisogno di ulteriori conferme. Eppure, negli
ultimi anni, il suo percorso cinematografico sembra aver
attraversato una fase di evidente appannamento. Dopo l’ultima
grande prova da protagonista in Arrival di Denis
Villeneuve (2016), Adams è rimasta invischiata in una
lunga serie di progetti poco fortunati, da Elegia americana a
La donna alla finestra, passando per
Caro Evan Hansen, Come per disincanto, Nightbitch e altri titoli che non
sono riusciti a valorizzarne appieno il talento.
Una possibile svolta potrebbe arrivare ora dal Festival di Berlino, che ha
annunciato la
selezione ufficiale dei 22 film in concorso per l’Orso d’Oro.
Tra questi figura At the Sea di
Kornél Mundruczó,
con Amy
Adams nel ruolo di una donna che, dopo un lungo
periodo di riabilitazione, fa ritorno nella casa al mare della sua
famiglia, confrontandosi con un passato irrisolto e con una vita
che non è più quella che aveva lasciato. Il progetto porta con sé
segnali incoraggianti: Mundruczó è il regista di Pieces of a Woman e White God, mentre la sceneggiatura è firmata
da Kata Wéber,
autrice dei suoi lavori più riusciti.
Qualche perplessità resta però legata ai ritardi: il film, girato
all’inizio del 2024, avrebbe dovuto debuttare in un festival già lo
scorso anno, prima di essere rinviato. Nel frattempo, Amy Adams
continua a essere molto attiva: sarà nel cast di Star Wars: Starfighter di Shawn
Levy, apparirà accanto a Javier
Bardem nel
remake seriale di Cape
Fear e ha già concluso le riprese di Klara and the Sun di
Taika Waititi,
ancora privo di una data di uscita ufficiale.
Il motivo per cui At the Sea viene osservato con
particolare attenzione è chiaro. Tra il 2005 e il 2018, Adams ha
collezionato sei nomination agli Oscar per Junebug, Il dubbio, The Fighter, The Master, American Hustle e
Vice, dimostrando
una straordinaria capacità di muoversi tra dramma, commedia nera e
biopic storico. Un talento autentico, capace di incarnare
personaggi complessi con naturalezza e profondità. La speranza è
che At the Sea rappresenti finalmente il film
giusto per riportare Amy Adams al centro del
grande cinema che le compete.
La
nuova serie Steal è
arrivata su Prime Video come un pugno allo stomaco:
un heist finanziario contemporaneo, ambientato in una Londra
riconoscibilissima, che trasforma una normale giornata di lavoro in
un incubo ad alta tensione. Fin dai primi episodi, molti spettatori
si sono posti la stessa domanda: Steal è ispirata a una storia vera? La risposta è no —
ma la sensazione di realismo che permea la serie è tutt’altro che
casuale.
Al
centro del racconto c’è Zara, interpretata da Sophie Turner,
un’impiegata di una società di gestione pensionistica che viene
costretta, sotto la minaccia delle armi, a collaborare a una rapina
miliardaria. Accanto a lei si muovono il collega Luke, il detective
Rhys e una rete di poteri economici e istituzionali che rendono il
crimine sempre più opaco. È una storia di finanza, paura e
compromessi morali, che colpisce proprio perché sembra
plausibile.
Una storia inventata, ma radicata nella realtà
Nonostante il suo impianto estremamente credibile, Stealnon è basata su eventi reali specifici. La
serie è frutto della scrittura dello scrittore crime
Sotiris
Nikias, al suo esordio nella sceneggiatura
televisiva. Tuttavia, ciò che rende Steal così inquietante è il modo in cui la finzione si
appoggia a dinamiche reali e riconoscibili: la fragilità dei
sistemi finanziari, l’uso dei paradisi fiscali, il potere
invisibile del denaro e la facilità con cui le persone comuni
possono essere schiacciate da meccanismi più grandi di loro.
La stessa Sophie Turner ha raccontato di essere rimasta colpita,
alla prima lettura della sceneggiatura, da quanto i personaggi
apparissero “radicati nella verità”. Non eroi né villain, ma
individui moralmente ambigui, costretti a navigare in zone grigie.
È proprio questa assenza di manicheismo a rendere la serie
credibile e disturbante: nessuno è completamente innocente, nessuno
completamente colpevole.
Il realismo è rafforzato anche dalla messa in scena.
Steal è stata girata
interamente a Londra, con riprese in quartieri reali come Columbia
Road, a Hackney. Turner ha raccontato come girare scene di
irruzioni dell’MI5 o rapine in luoghi quotidiani, vicini alla sua
stessa casa, rendesse l’esperienza “ancora più invasiva”. La
sensazione è quella di un pericolo che potrebbe manifestarsi
ovunque, anche negli spazi più familiari.
Personaggi credibili e consulenze reali
Un altro elemento che alimenta il dubbio sulla natura “vera” della
storia è la costruzione dei personaggi, in particolare quello del
detective Rhys, interpretato da Jacob
Fortune-Lloyd. Per prepararsi al ruolo,
l’attore ha consultato un ex DCI della squadra omicidi di Londra e
persino un giocatore di poker professionista, così da restituire
con autenticità sia il lato investigativo sia quello della
dipendenza dal gioco che caratterizza il personaggio.
Questo approccio documentato contribuisce a rendere Steal una serie che sembra osservare il
reale più che inventarlo. Non a caso, Vernon Sanders, Head of
Television di Amazon MGM Studios, ha definito lo show una “corsa
adrenalinica unica”, mentre diverse testate hanno sottolineato
quanto il suo concept sia “spaventosamente realistico”.
Perché Steal sembra una storia vera
Il punto chiave è che Steal non cerca di replicare un singolo fatto di
cronaca, ma di
condensare paure contemporanee reali. Il furto dei
fondi pensione, il tema dell’evasione fiscale, la circolazione di
denaro attraverso conti offshore e criptovalute sono elementi
quotidiani nel dibattito pubblico. La serie li riorganizza in una
narrazione compatta, rendendoli accessibili e drammatici.
Non sorprende, quindi, che la critica abbia accolto positivamente
lo show. The Guardian
gli ha assegnato quattro stelle su cinque, definendolo una
riflessione intelligente sul potere corruttivo del denaro, mentre
The i Paper lo ha
definito un “trionfo”. Anche Collider ha parlato di una visione imperfetta ma
altamente coinvolgente, capace di trascinare lo spettatore in un
labirinto etico sempre più stretto.
Con un consenso dell’80% su Rotten Tomatoes, Steal dimostra come una storia completamente
inventata possa risultare più vera del reale, quando riesce a
intercettare le ansie e le contraddizioni del presente. Non è una
cronaca, ma una finzione
che dice la verità, ed è proprio questo a renderla così
disturbante.