Ecco la nostra intervista a
Solly McLeod (“Sasha Polivanov”) e Alice
Englert (“Anastasia Belikova”), trai protagonisti di
Star City, lo spin-off di
For All Mankind, su Apple
Tv dal 29 maggio con i primi due episodi degli otto totali
seguiti da un nuovo episodio ogni venerdì, fino al 10 luglio.
Star City è un thriller cospirazionista dal ritmo
incalzante che ci riporta al momento decisivo della rivisitazione
in chiave ucronica della corsa allo spazio: quando l’Unione
Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna.
Questa volta, però, la storia viene esplorata da dietro la Cortina
di Ferro, raccontando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e
degli ufficiali dell’intelligence inseriti nel programma spaziale
sovietico, e i rischi che tutti loro hanno corso per far progredire
l’umanità.
La serie è interpretata da Rhys Ifans (“House of the Dragon”), Anna Maxwell
Martin (“Motherland”), Agnes O’Casey (“Bad Doves”), Alice Englert
(“Bad Behaviour”), Solly McLeod (“House of the Dragon”), Adam
Nagaitis (“Chernobyl”), Ruby Ashbourne Serkis (“I, Jack Wright”),
Josef Davies (“Andor”) e Priya Kansara (“Bridgerton”).
“Star City” è stata creata da Nedivi, Wolpert e Moore. Wolpert e
Nedivi ricoprono il ruolo di showrunner e sono produttori esecutivi
insieme a Moore e Maril Davis per Tall Ship Productions, oltre ad
Andrew Chambliss e Steve Oster. “Star City” è prodotta per Apple
TV da Sony Pictures Television.
Con
Armageddon Time – Il Tempo
dell’Apocalisse (leggi
qui la recensione), James Gray realizza uno dei film più personali della
sua carriera, trasformando un racconto autobiografico ambientato
nella New York del 1980 in una riflessione dolorosa sul privilegio,
sul fallimento morale e sull’illusione del sogno americano.
Presentato al Festival di Cannes del 2022, il film segue
il giovane Paul Graff, adolescente inquieto che cerca il proprio
posto nel mondo mentre attorno a lui famiglia, scuola e società
cercano di indirizzarlo verso una vita considerata “sicura” e
rispettabile.
Attraverso il rapporto con l’amico Johnny, ragazzo afroamericano
proveniente da un contesto molto più fragile, Paul scopre però
quanto il mondo sia costruito su disuguaglianze invisibili per chi
gode anche di un piccolo vantaggio sociale. Il finale di
Armageddon Time è
volutamente amaro e privo di consolazione.
James Gray evita
il percorso classico del racconto di formazione edificante e
sceglie invece di mostrare il momento preciso in cui un ragazzo
comprende di essere parte di un sistema ingiusto senza avere ancora
il coraggio di opporvisi davvero. La separazione definitiva tra
Paul e Johnny rappresenta il cuore emotivo del film, perché
trasforma una semplice amicizia adolescenziale in una riflessione
molto più ampia sul razzismo strutturale, sulle differenze di
classe e sulle responsabilità morali che spesso vengono ignorate
per paura o convenienza.
James Gray
trasforma il racconto autobiografico in una critica feroce
all’America reaganiana e al mito del successo
individuale
Chi conosce il cinema di James Gray sa quanto il regista abbia sempre
raccontato famiglie segnate da aspettative oppressive, sensi di
colpa e desideri impossibili da raggiungere. Film come
Two Lovers,
C’era una volta a New
York o Ad Astra parlavano già di
personaggi incapaci di conciliare le proprie aspirazioni interiori
con il peso esercitato dalla famiglia o dalla società. In
Armageddon Time,
però, Gray elimina quasi ogni filtro narrativo e costruisce
un’opera apertamente autobiografica, ambientata nel Queens della
sua infanzia. Il risultato è uno dei suoi lavori più intimi, ma
anche uno dei più politici.
Paul Graff, interpretato da Banks Repeta, è un ragazzo creativo che sogna di
diventare artista, passione che la famiglia considera poco concreta
e incompatibile con l’idea di stabilità economica inseguita dai
genitori. Gli adulti che lo circondano, soprattutto il padre Irving
interpretato da Jeremy
Strong, vedono nell’istruzione privata e nella
disciplina la possibilità di conquistare definitivamente quel
benessere che da immigrati ebrei hanno sempre percepito come
fragile. Il film mostra così una famiglia che, pur avendo
conosciuto discriminazione e precarietà, finisce per adattarsi
gradualmente alle logiche del sistema invece di metterle in
discussione.
In questo contesto emerge la figura di Johnny, interpretato da
Jaylin Webb, il
vero detonatore morale del racconto. Johnny vive una condizione
completamente diversa da quella di Paul: è povero, nero, privo di
una struttura familiare stabile e continuamente osservato con
sospetto dagli adulti. Gray costruisce il rapporto tra i due
ragazzi con grande naturalezza, mostrando come la loro amicizia sia
autentica ma inevitabilmente segnata da una disparità che Paul
comprende soltanto troppo tardi. L’America raccontata dal film è
infatti un luogo dove il destino sembra deciso in partenza,
indipendentemente dal talento o dalla bontà individuale.
Cosa succede
nel finale di Armageddon Time e perché Paul abbandona davvero
Johnny
La parte finale del film ruota attorno al tentativo di fuga
organizzato da Paul e Johnny. I due ragazzi decidono di rubare un
computer dalla scuola privata frequentata da Paul per venderlo e
raccogliere abbastanza denaro da raggiungere la Florida. Per Johnny
rappresenta una possibilità concreta di sopravvivenza lontano dai
servizi sociali, che potrebbero separarlo definitivamente dalla
nonna malata. Per Paul è invece una fantasia adolescenziale legata
al desiderio di libertà e alla volontà di sottrarsi alle
aspettative oppressive della famiglia.
Quando vengono arrestati, però, il film rivela brutalmente il
funzionamento delle dinamiche sociali che fino a quel momento erano
rimaste implicite. Paul è pronto ad assumersi la responsabilità del
furto, consapevole che Johnny rischia conseguenze molto più gravi.
La situazione cambia immediatamente quando un poliziotto riconosce
il cognome Graff e ricorda un favore ricevuto anni prima dal padre
di Paul. In pochi istanti il ragazzo viene trattato con
comprensione, quasi con affetto, mentre Johnny resta intrappolato
dentro un sistema che lo considera già colpevole a prescindere.
È
qui che il film raggiunge il suo momento più doloroso. Paul
potrebbe continuare a opporsi, potrebbe restare accanto all’amico o
ribellarsi apertamente all’ingiustizia evidente che sta avvenendo
davanti ai suoi occhi. Invece cede. Johnny stesso gli dice di
andare via, accettando con rassegnazione il fatto che per lui le
cose sarebbero sempre finite in quel modo. Paul torna a casa e
probabilmente non vedrà mai più l’amico. Non esiste una scena di
riconciliazione o un gesto eroico finale: James Gray sceglie deliberatamente
l’incompiutezza morale, mostrando il momento in cui un ragazzo
comprende il proprio privilegio ma non riesce ancora a combatterlo
davvero.
La conversazione successiva con il padre rende tutto ancora più
amaro. Irving cerca di spiegare al figlio che il mondo funziona
così e che la famiglia ha sacrificato troppo per permettersi di
perdere le opportunità conquistate. Paul capisce allora che la
protezione ricevuta non dipende dalla giustizia, bensì dalla
posizione sociale occupata dalla sua famiglia. È il momento preciso
in cui l’infanzia finisce davvero.
Il rapporto tra
Paul e Johnny diventa il simbolo delle disuguaglianze razziali e
sociali radicate nell’America contemporanea
Il vero tema di Armageddon Time emerge proprio attraverso la
separazione tra Paul e Johnny. Gray evita accuratamente ogni
retorica salvifica: l’amicizia tra i due ragazzi è sincera, ma non
basta a superare le strutture sociali che li dividono. Paul può
scegliere se ribellarsi oppure adattarsi, mentre Johnny quella
scelta non l’ha mai avuta veramente.
Il film insiste continuamente sul concetto di privilegio
invisibile. La famiglia Graff non è ricca, né completamente
integrata nell’élite americana. I genitori di Paul portano ancora
addosso il peso delle discriminazioni subite come ebrei immigrati.
Eppure possiedono comunque abbastanza stabilità economica e
relazionale da garantire al figlio una rete di protezione che
Johnny non avrà mai. Gray mostra così come il privilegio non sia
assoluto, ma relativo: basta trovarsi leggermente più in alto nella
gerarchia sociale per beneficiare automaticamente di un sistema
costruito sulla disparità.
Anche la scuola privata frequentata da Paul assume un significato
fondamentale. L’istituto rappresenta la promessa del successo
americano, il luogo dove si formano le future classi dirigenti.
Durante il film compaiono persino riferimenti alla famiglia Trump,
simbolo di un’America ossessionata dal potere economico e dall’idea
di vincere a ogni costo. Paul si rende gradualmente conto che
quell’ambiente non vuole davvero formare individui liberi, ma
persone disposte a perpetuare lo stesso sistema competitivo ed
esclusivo.
La figura del nonno Aaron, interpretato da Anthony
Hopkins, rappresenta invece la coscienza morale del
film. Aaron incoraggia Paul a difendere i più deboli e a opporsi
alle ingiustizie, ricordandogli che restare in silenzio significa
diventare complici. La tragedia finale nasce proprio dal fatto che
Paul fallisce, almeno temporaneamente, quell’insegnamento.
Il finale
suggerisce che il vero passaggio all’età adulta coincide con la
scoperta della propria complicità
Uno degli aspetti più interessanti del finale di
Armageddon Time
è il modo in cui rifiuta l’idea tradizionale del coming-of-age.
Paul non diventa adulto attraverso una conquista o una liberazione
personale, ma attraverso una perdita. Crescere significa capire che
il mondo è ingiusto e che spesso si finisce per collaborare
passivamente con quell’ingiustizia pur di proteggere sé stessi.
Gray costruisce questa consapevolezza senza trasformare Paul in un
personaggio negativo. Il protagonista resta un ragazzino impaurito,
ancora incapace di sostenere davvero il peso morale delle proprie
scelte. È proprio questa fragilità a rendere il film così
devastante. Paul comprende che Johnny viene sacrificato da un
sistema razzista e classista, ma comprende anche quanto sia
difficile rinunciare alla sicurezza garantita dal proprio contesto
familiare.
Il regista suggerisce inoltre che questa dinamica non appartenga
soltanto agli anni Ottanta. L’America reaganiana mostrata nel film
diventa lo specchio delle contraddizioni contemporanee:
meritocrazia, successo individuale e sogno americano vengono
continuamente celebrati, mentre milioni di persone restano escluse
da quelle stesse promesse fin dall’inizio.
La scelta di lasciare Johnny fuori campo dopo l’arresto è
estremamente significativa. Gray non offre informazioni sul suo
destino perché vuole che quella sparizione pesi come una colpa
irrisolta nella memoria di Paul. Johnny diventa il simbolo di tutte
le persone che il sistema elimina silenziosamente mentre altri
possono continuare a vivere protetti dal proprio privilegio.
Il vero
significato del finale di Armageddon Time è la fine dell’innocenza
davanti alle ingiustizie del mondo
L’ultima parte del film lascia Paul profondamente cambiato. Non ha
smesso di sognare, non ha abbandonato completamente il desiderio di
diventare artista, ma ha perso qualcosa di molto più importante:
l’illusione che il mondo funzioni davvero secondo principi di
equità.
Il titolo Armageddon Time – Il Tempo dell’Apocalisse assume
così un significato simbolico. L’apocalisse del film non riguarda
la distruzione del mondo, bensì la distruzione dell’innocenza. Paul
scopre che la società americana è costruita su gerarchie invisibili
che decidono chi merita compassione e chi invece può essere
sacrificato senza conseguenze.
La grande forza del film di James Gray sta proprio nella sua capacità
di raccontare temi enormi attraverso episodi quotidiani e
apparentemente semplici. Non servono grandi tragedie o scene
spettacolari per mostrare il funzionamento del razzismo sistemico:
basta osservare come due ragazzi vengano trattati diversamente dopo
aver commesso lo stesso errore.
Alla fine Paul sopravvive al proprio “tempo
dell’apocalisse”, ma il prezzo è altissimo. Ha imparato che
diventare adulti significa anche convivere con il peso delle
proprie omissioni. E Gray suggerisce che il vero problema non sia
soltanto l’esistenza di sistemi ingiusti, ma la facilità con cui le
persone comuni imparano ad adattarsi a essi pur di sentirsi al
sicuro.
La
saga di Indiana
Jones ha sempre avuto a che fare con la storia, ma i
cambiamenti agli eventi reali introdotti da Indiana Jones e il Quadrante del
Destino (leggi
qui la recensione) portano questo aspetto a un livello
completamente nuovo. Ambientato nel 1969, il più recente e ultimo
capitolo della serie vede l’ormai anziano archeologo
Indiana Jones
(Harrison Ford) affrontare ancora una
volta i nazisti, questa volta sulle tracce dell’antikythera di
Archimede. Il dottor Jones e la sua figlioccia Helena (Phoebe Waller-Bridge) intraprendono
un’avventura in giro per il mondo per impedire ai nazisti di
impossessarsi dell’antikythera, anche se finiranno per viaggiare
molto più lontano del previsto.
Indiana Jones e i nazisti invadono
la parata del Moon Day
Ancor prima che il viaggio nel tempo abbia inizio in
Indiana Jones e il
Quadrante del Destino, il celebre archeologo altera il
corso della storia durante una celebrazione dell’allunaggio del
1969. Dopo uno scontro con i nazisti e con la moralmente ambigua
figlioccia Helena
Shaw, Indy finisce incastrato per l’omicidio di due suoi
colleghi dell’Hunter College. Questo lo costringe a fuggire
dall’università per evitare sia i suoi avversari sia la polizia.
Sfortunatamente per Indy, la parata cittadina dedicata allo sbarco
sulla Luna è in pieno svolgimento, e l’inseguimento tra lui e i
nazisti interrompe l’evento.
Per quanto questa sequenza richiami le classiche avventure di
Indiana Jones,
si tratta di un evento realmente accaduto che il film modifica con
la presenza dei suoi personaggi. La parata mostrata nel film è
infatti ispirata a quella reale organizzata nell’agosto del 1969
per celebrare gli astronauti dell’Apollo 11. Nella realtà, però, la
parata non vide né un archeologo anziano lanciarsi a cavallo tra la
folla né un’auto piena di nazisti inseguirlo per le strade di New
York. È quindi uno dei primi esempi di come Indiana Jones e il Quadrante del
Destino cambi la storia.
Un aereo nazista precipita nel
212 a.C.
Dopo il loro involontario coinvolgimento nella parata del Moon Day,
le alterazioni storiche causate da Indy e dai nazisti diventano
ancora più radicali. Verso la fine di Indiana Jones e il Quadrante del Destino,
il dottor Voller
rivela il suo piano: usare l’antikythera per tornare nel 1939 e
uccidere Adolf
Hitler, impedendogli di perdere la Seconda guerra
mondiale. Tuttavia, un errore di calcolo fa sì che la frattura
temporale conduca il loro aereo all’assedio di Siracusa, dove il
velivolo viene abbattuto. Dal momento che l’aeroplano sarebbe stato
inventato solo nel 1903, è evidente che un aereo nazista non
avrebbe mai potuto comparire nel 212 a.C., rendendo questo uno dei
cambiamenti storici più evidenti del film.
Archimede incontra dei
viaggiatori nel tempo
Uno dei modi più importanti in cui Indiana Jones e il Quadrante del Destino
modifica la storia è l’introduzione dell’antico inventore greco
Archimede tra i
protagonisti provenienti dall’epoca moderna. Dopo lo schianto
dell’aereo nazista — dal quale Indy ed Helena riescono a salvarsi
lanciandosi con il paracadute — i due archeologi incontrano
Archimede. Per Indy è un momento straordinario poter conoscere una
figura storica tanto importante, ma l’incontro altera anche
notevolmente il corso della storia.
L’incontro con i viaggiatori temporali cambia la storia in diversi
modi. È estremamente improbabile che il vero Archimede abbia mai
incontrato persone provenienti dal futuro, e già questo rappresenta
una gigantesca deviazione storica. Inoltre, grazie a Indy ed
Helena, Archimede entra in contatto con oggetti e invenzioni
moderne che non avrebbe mai visto altrimenti. I due protagonisti
parlano poi di lui con un rispetto che lascia intuire la sua futura
fama storica, qualcosa di cui Archimede non avrebbe potuto essere
consapevole. In sostanza, grazie a questo incontro, il matematico
acquisisce una conoscenza del futuro impossibile nella realtà.
L’antikythera rileva fratture nel
tempo
Un altro interessante cambiamento storico introdotto da
Indiana Jones e il
Quadrante del Destino riguarda la rappresentazione
dell’antikythera. Nel quinto e ultimo film della saga, il manufatto
è in grado di rilevare fratture temporali, consentendo ai
personaggi di viaggiare nel tempo, anche se successivamente
scoprono che il dispositivo li conduce soltanto al 212 a.C. Si
tratta di una funzione affascinante, ma molto diversa da quella del
vero meccanismo di Anticitera.
Nella realtà, infatti, l’antikythera non era destinato ai viaggi
temporali. Il manufatto serviva invece a eseguire complessi calcoli
astronomici, tanto da essere considerato il più antico esempio
conosciuto di computer analogico. Un risultato straordinario per
l’epoca, ma decisamente lontano dalla capacità di individuare
fratture nel tempo mostrata nel film.
Incontrare viaggiatori del tempo non è l’unico modo in cui
Indiana Jones e il
Quadrante del Destino modifica la vita di Archimede. Nella
realtà storica, Archimede morì durante l’assedio di Siracusa nel
212 a.C., ucciso da un soldato romano. Tuttavia, nel finale del
film si vede che il matematico sta ancora lavorando alla creazione
dell’antikythera e, poiché Indy possiede già una versione completa
del dispositivo, significa che Archimede deve sopravvivere
abbastanza a lungo da terminare la sua invenzione.
Che si tratti di una scelta intenzionale o di un’incongruenza
narrativa involontaria, il film estende quindi la vita naturale di
Archimede, alterando notevolmente la storia reale.
Indiana Jones e i nazisti
interrompono l’assedio di Siracusa
Uno dei cambiamenti storici più grandi introdotti da
Indiana Jones e il
Quadrante del Destino avviene quando Indy e i nazisti
interferiscono con l’assedio di Siracusa del 212 a.C. Quando i
personaggi moderni arrivano nella città, i due eserciti
contrapposti scambiano il loro aereo per un drago e concentrano
immediatamente il fuoco su di esso per abbatterlo.
Anche se è impossibile sapere con precisione tutto ciò che avvenne
realmente durante l’assedio di Siracusa, è altamente improbabile
che una scena simile si sia verificata davvero, rendendo questa una
significativa deviazione storica. È inoltre possibile che proprio
l’intervento di Indy e dei nazisti abbia impedito ai Romani di
uccidere Archimede, modificando ulteriormente gli eventi reali.
Archimede conserva un orologio
moderno
La presenza di viaggiatori temporali durante l’assedio di Siracusa
genera numerosi cambiamenti storici in Indiana Jones e il Quadrante del Destino,
soprattutto per quanto riguarda il contatto di Archimede con
elementi della modernità. Quando Archimede trova l’antikythera
completa proveniente dal futuro, scopre anche un orologio da polso
appartenente al dottor Voller, morto nello schianto dell’aereo. Pur
restituendo l’antikythera a Indiana ed Helena, Archimede decide di
tenere l’orologio.
La presenza di tecnologia
moderna in epoche passate è sempre un elemento cruciale nei film
sui viaggi nel tempo, perché rappresenta una deviazione
potenzialmente enorme dal corso della storia. Archimede non avrebbe
mai avuto accesso a una simile tecnologia senza gli eventi di
Indiana Jones e il
Quadrante del Destino. Essendo un inventore, il possesso
di un orologio moderno potrebbe avere conseguenze enormi sullo
sviluppo tecnologico della storia umana, anticipando la creazione
di altre invenzioni moderne e alterando gli equilibri tra le
civiltà dell’epoca.
La
nuova serie Spider-Noir ha
finalmente debuttato su Prime Video e MGM+, portando sullo
schermo una delle reinterpretazioni più strane, cupe e affascinanti
mai viste dell’universo di Spider-Man. Ma oltre all’estetica noir
anni ’30 e alla performance sopra le righe di Nicolas Cage, c’è un
dettaglio che sta facendo discutere moltissimo i fan Marvel: perché il protagonista si
chiama Ben Reilly invece di Peter Parker? E soprattutto, questo
Spider-Noir (la
nostra recensione) è davvero una variante alternativa di Peter
Parker oppure qualcosa di completamente diverso?
La
serie costruisce subito questo mistero attorno all’identità del
protagonista. Nicolas Cage interpreta infatti un
detective privato conosciuto come “The Spider”, attivo nella New
York degli anni ’30 tra gangster, corruzione politica e
cospirazioni sovrumane. A differenza della versione animata vista
nei film dello Spider-Verse, però, questa incarnazione del
personaggio appare molto più traumatizzata, violenta e quasi
animalesca.
Ed è qui che entra in gioco il nome Ben Reilly. Per i lettori
Marvel questo nome ha un peso enorme: nei fumetti Ben Reilly era
infatti il clone di Peter Parker creato durante la famigerata Clone
Saga degli anni ’90, diventato poi Scarlet Spider e persino
Spider-Man in alcune storyline. Il fatto che la serie utilizzi
proprio quel nome non sembra affatto casuale.
Spider-Noir usa il nome Ben
Reilly per allontanarsi dall’immagine classica di Peter Parker
Cortesia Prime Video
La scelta di chiamare il personaggio Ben Reilly sembra avere una
funzione molto precisa: prendere le distanze dall’idea tradizionale
di Peter Parker senza però eliminarla del tutto. La serie
suggerisce infatti che “Ben Reilly” non sia nemmeno il vero nome
del protagonista, ma soltanto un alias scelto dopo la guerra e dopo
l’acquisizione dei suoi poteri.
Questo dettaglio è fondamentale perché permette agli autori di
giocare contemporaneamente su due livelli. Da una parte,
Spider-Noir può essere percepito come una variante molto più oscura
e traumatizzata di Spider-Man. Dall’altra, il fatto che il vero
nome non venga mai rivelato lascia chiaramente intendere che dietro
Ben Reilly possa comunque nascondersi una versione alternativa di
Peter Parker.
La serie sembra infatti costruire il personaggio come un uomo che
ha quasi perso la propria umanità. A differenza degli Spider-Man
tradizionali, questo Noir non sviluppa immediatamente un’identità
eroica. Dopo essere stato morso da un ibrido uomo-ragno durante la
Prima Guerra Mondiale, il personaggio lotta continuamente contro
impulsi sempre più animaleschi e violenti.
Uno degli aspetti più affascinanti della serie è proprio il modo in
cui Ben Reilly cerca di “reimparare” a essere umano studiando i
film e imitando gli attori del cinema classico. È una trovata molto
diversa rispetto alle classiche origini di Spider-Man e rende
questa incarnazione molto più vicina a una creatura noir tragica
che a un supereroe tradizionale.
La serie sembra voler separare lo
Spider-Noir live-action da quello dello Spider-Verse
Un altro elemento importante riguarda il rapporto con i film
animati dello Spider-Verse, dove Nicolas Cage aveva già
interpretato Spider-Man Noir. Molti fan si aspettavano infatti che
la serie live-action fosse collegata direttamente ai film animati
di Phil Lord e
Christopher
Miller.
Ma i primi episodi sembrano suggerire il contrario. Il nuovo
Spider-Noir appare completamente ignaro dell’esistenza del
multiverso e delle altre varianti di Spider-Man. In una battuta
chiave, il personaggio afferma addirittura di conoscere soltanto il
proprio universo, lasciando intendere che questa versione non abbia
mai vissuto gli eventi dello Spider-Verse.
Questo potrebbe significare due cose. O la serie rappresenta una
fase precedente della timeline del Noir animato, oppure Sony ha
deciso deliberatamente di creare una versione totalmente nuova del
personaggio per dare maggiore libertà narrativa alla serie
live-action.
Ed è probabilmente questa la spiegazione più plausibile.
Spider-Noir sembra
infatti molto meno interessata al multiverso rispetto agli altri
recenti progetti Marvel. La serie punta invece tutto sull’atmosfera
pulp, sul noir investigativo e sull’idea di uno Spider-Man
profondamente segnato dalla guerra, dalla perdita e dalla
violenza.
Nicolas Cage sta interpretando lo
Spider-Man più strano e disturbante mai visto in live-action
Cortesia Prime Video
Il risultato finale è forse una delle reinterpretazioni più
radicali mai fatte del personaggio Marvel. Questo Spider-Noir non è
l’eroe brillante e idealista tipico di Peter Parker, ma un uomo
spezzato che lotta continuamente contro la propria natura.
Ed è proprio qui che il nome Ben Reilly assume un significato
simbolico molto interessante. Nei fumetti Ben è sempre stato il
“doppio” imperfetto di Peter Parker, una figura costruita attorno
alla crisi d’identità e alla sensazione di non appartenere davvero
a nessun posto. La serie sembra usare quel nome per raccontare uno
Spider-Man che ha perso completamente il senso della propria
identità originaria.
Che sia davvero Peter Parker oppure no, il punto centrale sembra un
altro: Spider-Noir vuole
raccontare cosa succede quando il mito di Spider-Man viene immerso
dentro un universo dominato dal trauma, dalla paranoia e dalla
disillusione.
E
il fatto che Nicolas Cage riesca a rendere tutto questo
incredibilmente credibile è probabilmente la cosa più sorprendente
dell’intera serie.
Presentato alla
76ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino,
No Good Men (leggi
la nostra recensione) di Shahrbanoo Sadat è un film intenso e
profondamente umano. Ambientato nell’Afghanistan del 2021, poco
prima del ritorno dei Talebani, il film segue Naru, camerawoman di
una televisione locale, donna e madre che cerca di sopravvivere
all’interno di una società profondamente patriarcale. Basato anche
sulle testimonianze reali del giornalista Anwar
Hashimi – che nel film interpreta Qodrat –
No Good Men intreccia autobiografia,
denuncia politica e racconto intimo, restituendo uno sguardo
autentico e doloroso sull’Afghanistan contemporaneo. Abbiamo
incontrato Shahrbanoo Sadat, regista e protagonista, per
parlare del film, della rappresentazione delle donne afghane e del
significato di raccontare oggi questa realtà attraverso il
cinema.
Dentro No Good
Men: memoria e realtà afghana
No Good Mennasce
anche dalle testimonianze reali di Anwar Hashimi, che nel film
interpreta Qodrat. Come avete trasformato esperienze personali così
forti in un racconto cinematografico mantenendone
l’autenticità?
Molti elementi della
sceneggiatura derivano direttamente dalla vita reale. Alcune
esperienze appartengono a me, altre a mia madre, alle mie sorelle,
alle mie amiche. Per me era importante costruire il film a partire
da una prospettiva femminile molto concreta e vissuta. Allo stesso
tempo c’era il punto di vista di Anwar, che lavorava davvero – come
me – nella televisione afghana e che nel film aggiunge il suo
sguardo maschile sulla realtà che ci circondava. Abbiamo raccolto
ricordi, episodi e testimonianze anche dai colleghi che conoscevamo
entrambi e con cui avevamo lavorato nella stessa emittente. Tutto
nasce da esperienze autentiche.
Quanto era importante restituire
la complessità dell’Afghanistan, evitando una rappresentazione
monolitica e semplificata del Paese?
All’inizio il mio desiderio era
semplicemente raccontare una storia d’amore nella Kabul
contemporanea. Poi, un anno dopo, tutto è cambiato e io stessa sono
stata evacuata. Molte persone oggi idealizzano quel periodo e
dicono che siano stati i Talebani a togliere libertà alle donne. Ma
i Talebani hanno semplicemente portato il patriarcato a un altro
livello. Per molte donne, quelle limitazioni esistevano già nella
vita quotidiana. I Talebani non sono qualcosa di totalmente
separato dalla società: sono il risultato di una cultura
patriarcale che era già presente.
Dopo aver realizzato questo
film, sente una responsabilità particolare nel continuare a
raccontare storie legate alla condizione femminile e alla realtà
afghana contemporanea?
Sto ancora cercando di capire
quale sarà il mio percorso. Prima stavo lavorando a diversi film,
una pentalogia, ma oggi sono più esitante. Mi sento una
sopravvissuta, e al contrario di altre donne afghane posso parlare
inglese, posso comunicare con il resto del mondo e ho una
piattaforma che posso usare. Tutto questo inevitabilmente mi fa
sentire una responsabilità: forse è arrivato il momento di
accettarla per davvero.
Naru lavora come camerawoman in
una televisione locale: una figura molto forte anche
simbolicamente. È stata una scelta pensata per sottolineare uno
sguardo femminile sulla realtà?
Mi piace molto questa
interpretazione, anche se non era nata esattamente da quell’idea.
Volevo che Naru lavorasse in televisione perché è un ambiente che
conosco bene. Io ero una producer, un lavoro molto più noioso, ma
quando lavoravo nella tv afghana c’era una sola camerawoman, e mi
colpiva profondamente: portava questa enorme videocamera sulle
spalle, si rifiutava di indossare il velo e aveva una grande forza
di carattere. È stata lei a ispirarmi per il personaggio di
Naru.
InNo Good Mencompare il primo bacio mostrato nel cinema afghano. Sappiamo che
è stato difficile trovare un’interprete disposta a girare quella
scena. Quale significato aveva per lei inserirla nel film?
Quella scena mi terrorizzava.
Quando l’ho scritta mi sembrava una scelta bellissima, ma poi ho
iniziato a chiedermi quali potessero essere le conseguenze. Avevo
paura che gli attori lasciassero il set o che nessuno volesse
davvero girarla. A un certo punto l’attrice scelta inizialmente per
interpretare Naru si è tirata indietro proprio a causa di quella
scena, e così ho deciso di interpretare io stessa il
personaggio.
È stato molto difficile. Ma sul
set è successo qualcosa di particolare: tutti erano ancora
profondamente traumatizzati dall’esperienza dell’evacuazione e da
ciò che avevano vissuto. Rivivere quel momentoha fatto passare il bacio in
secondo piano, perché ognuno era immerso nelle proprie emozioni. E
poi, quando il film è stato proiettato a Berlino, quella scena è
stata accolta con entusiasmo da tutto il cast.
Qual è stata la scena più
difficile da girare, anche dal punto di vista emotivo e
personale?
Se dovessi indicarne una in
particolare, direi la prima: il primo giorno di riprese, quando ho
comunicato alla troupe che sarei stata io a interpretare la
protagonista. Quel giorno ho girato la scena in cui Naru va a
parlare con il comandante, ed è stato un momento estremamente
complesso e carico di tensione emotiva. Non avevo ancora trovato un
vero equilibrio, un “grounding” nel personaggio.
Dall’Aghanistan alla
Germania, con uno sguardo al futuro
Essere lontana dall’Afghanistan
e vivere oggi in Germania ha cambiato il suo sguardo da
regista?
Innanzitutto, parte della mia
famiglia – i miei zii, i miei cugini – vive ancora in Afghanistan.
Poi, più della Germania, credo che sia stato soprattutto il cinema
a cambiare la mia vita: sono immersa nel mondo del cinema da quando
ho diciannove anni. Però sicuramente vivere ad Amburgo mi ha
permesso di prendere la giusta distanza: quando ero in Afghanistan
ero troppo vicina a tutto – al trauma, al caos, alla sofferenza
quotidiana. Oggi riesco a osservare le cose in modo
diverso.
È cambiato anche il mio modo di
percepirmi donna, forse semplicemente perché sono cresciuta. Quando
sono arrivata in Germania avevo trent’anni, oggi ne ho
trentacinque. No Good Men mi ha dato il tempo e
gli strumenti per capire davvero chi sono, e per questo sento di
dover ringraziare tutte le donne che hanno attraversato la mia
vita, e tutte quelle che mi hanno preceduto. È anche grazie a loro
se oggi sono qui, a parlare con voi.
Una recente legge del governo
talebano ha riaperto il dibattito sui matrimoni tra bambine e
uomini adulti. Come reagisce davanti a notizie di questo
tipo?
La verità è che questo tipo di
abusi esiste da sempre, oggi vengono semplicemente formalizzati e
trasformati in legge. I Talebani usano spesso queste norme come
strumenti politici, quasi come una moneta di scambio per ottenere
riconoscimento internazionale: se riconoscete il nostro governo,
noi ritiriamo questa legge. Ma il problema non riguarda soltanto le
leggi, riguarda una cultura patriarcale molto più profonda e
radicata.
C’è ancora spazio per
l’ottimismo rispetto al futuro dell’Afghanistan?
Credo che il regime talebano
finirà prima o poi, ma la vera domanda è cosa arriverà dopo. Oggi
l’Afghanistan è un Paese estremamente fragile, in cui si stanno
concentrando diversi gruppi estremisti. Eppure vedo anche piccoli
segnali di cambiamento. Grazie alla tecnologia oggi esiste una
consapevolezza molto più ampia sulla condizione delle donne
afghane. Il cambiamento è lento, lentissimo, ma credo che qualcosa
si stia comunque muovendo.
Il Signore degli Anelli: Gli Anelli
del Potere potrebbe essere
molto più vicina alla stagione 4 di quanto sembri.
Secondo un nuovo report di The
Hollywood Reporter, Prime Video starebbe già pianificando
l’avvio della produzione del quarto capitolo all’inizio del 2027,
con la pre-produzione prevista già per l’autunno di quest’anno.
Anche se Amazon non ha ancora annunciato ufficialmente il rinnovo,
il fatto che il progetto si trovi già in una fase così avanzata
conferma chiaramente la volontà dello studio di portare avanti il
piano originale da cinque stagioni immaginato fin dall’inizio per
la serie fantasy ambientata nella Seconda Era della Terra di
Mezzo.
La
notizia arriva pochi mesi prima del debutto della
stagione 3, previsto per novembre su Prime Video. I nuovi
episodi segneranno un punto cruciale nella narrazione, portando
finalmente la serie nel pieno della guerra tra gli Elfi e Sauron e
mostrando la creazione dell’Unico Anello. Secondo la sinossi
ufficiale, la stagione farà anche un salto temporale di diversi
anni rispetto agli eventi del finale della seconda stagione.
Amazon continua a trattare Gli
Anelli del Potere come il progetto fantasy più importante della
piattaforma
Il possibile anticipo della stagione 4 è particolarmente
significativo perché dimostra quanto Amazon continui a credere nel
progetto nonostante le discussioni molto divisive che hanno
accompagnato la serie sin dal debutto.
Gli Anelli del Potere
rimane infatti una delle produzioni televisive più costose mai
realizzate, ma anche uno dei pilastri strategici di Prime Video
nella guerra dello streaming. E proprio per questo Amazon sembra
voler evitare pause troppo lunghe tra una stagione e l’altra,
cercando di mantenere costante la presenza del franchise nel
panorama fantasy globale.
La stagione 3 rappresenterà inoltre il vero cuore narrativo
dell’intera saga televisiva. Dopo due stagioni principalmente
dedicate alla costruzione del mondo e dei personaggi, i nuovi
episodi entreranno finalmente nella fase più iconica della Seconda
Era, con Sauron ormai pienamente attivo e il conflitto che inizierà
a coinvolgere tutta la Terra di Mezzo.
Questo significa anche che le stagioni 4 e 5 potrebbero diventare
molto più spettacolari e più vicine all’immaginario epico associato
tradizionalmente a The Lord of the
Rings. Amazon sembra aver compreso che la vera sfida
della serie non è soltanto adattare Tolkien, ma riuscire a
costruire un racconto fantasy seriale che possa sostenere il
confronto con il peso culturale delle trilogie cinematografiche di
Peter Jackson.
Nel frattempo il franchise della Terra di Mezzo continuerà ad
espandersi anche al cinema. Nel 2027 arriverà infatti The Hunt for Gollum diretto
e interpretato da Andy
Serkis, primo nuovo film live-action del
franchise dopo la trilogia de Lo Hobbit.
La sensazione è quindi che Amazon e Warner Bros. stiano preparando
un ritorno massiccio e coordinato dell’universo di Tolkien nei
prossimi anni. E il fatto che Gli Anelli del Potere abbia già apparentemente
assicurato il proprio futuro oltre la stagione 3 dimostra quanto la
piattaforma consideri ancora la serie centrale per questa
strategia.
Tom
Hardy sarebbe finito al centro di
forti tensioni durante le riprese della seconda
stagione diMobLand.
Un nuovo report pubblicato da The Hollywood Reporter
sostiene infatti che l’attore avrebbe avuto comportamenti
problematici sul set, arrivando a lasciare il cast in attesa per
ore e scontrandosi con parte della produzione creativa della
serie.
Secondo una fonte citata dal magazine, Hardy avrebbe “rifiutato di
uscire dal trailer per ore” durante le riprese della stagione 2, causando ritardi e tensioni con
colleghi e produzione. La stessa fonte ha definito il comportamento
dell’attore un vero e proprio “power play”, aggiungendo che far
aspettare interpreti come Pierce Brosnan e
Helen Mirren potrebbe
rappresentare una sorta di “suicidio professionale” per chiunque a
Hollywood.
Il report parla inoltre di attriti tra Hardy e lo
sceneggiatore/produttore esecutivo Jez Butterworth, con
l’attore che avrebbe tentato di modificare alcune parti delle
sceneggiature durante la produzione. Per ora né Paramount+ né Hardy hanno commentato ufficialmente
la vicenda.
Le accuse contro Tom Hardy
riaprono un dibattito che Hollywood conosce da anni
Le nuove indiscrezioni su MobLand stanno facendo molto rumore soprattutto
perché non sono le prime voci legate al comportamento di Tom Hardy
sui set cinematografici. Negli anni passati diversi collaboratori
avevano già raccontato episodi simili durante produzioni
particolarmente complicate come Mad Max: Fury
Road.
Lo stesso regista George Miller aveva
ammesso in passato che Hardy tendeva spesso a isolarsi nel camerino
durante le riprese del film, mentre Patrick Stewart aveva
raccontato un atteggiamento molto distante dell’attore già ai tempi
di Star Trek:
Nemesis.
Quello che rende però più delicata la situazione di MobLand è il contesto produttivo. La
serie crime di Paramount+ è stata infatti uno dei successi più
importanti recenti della piattaforma, con ottimi numeri di
visualizzazione e recensioni generalmente positive. La stagione 2 è
già stata completata, mentre una terza stagione sarebbe nelle
primissime fasi di sviluppo.
E
proprio qui nasce il vero problema: se le tensioni dietro le quinte
dovessero peggiorare, Paramount potrebbe trovarsi davanti a una
situazione molto complicata. Hardy non è soltanto il protagonista
della serie, ma anche uno dei suoi principali volti promozionali e
produttivi. Allo stesso tempo, MobLand esiste grazie a un ensemble di alto livello che
include Pierce Brosnan, Helen Mirren, Paddy
Considine e numerosi altri interpreti di
peso.
Il rischio è quindi che la situazione finisca per influenzare
direttamente il futuro creativo della serie. Hollywood tende
infatti a tollerare personalità difficili soltanto finché
continuano a garantire risultati enormi. Ma oggi l’industria è
molto più sensibile rispetto al passato ai problemi legati ai
comportamenti sui set, soprattutto nelle produzioni seriali dove la
collaborazione tra cast e troupe dura mesi o anni.
Per ora resta impossibile capire quanto ci sia di confermato dietro
il report di THR. Ma una cosa appare chiara: la seconda stagione di
MobLand potrebbe
arrivare accompagnata da un clima molto più teso di quanto
Paramount avrebbe probabilmente voluto.
Presentato come film d’apertura
alla
76ª edizione del Festival di Berlino, No Good
Men di Shahrbanoo Sadat è un’opera che colpisce con
una forza rara, capace di intrecciare il racconto personale con la
tragedia collettiva di un Paese sull’orlo del precipizio.
Ambientato nell’Afghanistan del 2021, poco prima del ritorno dei
Talebani, il film è ispirato alle memorie del giornalista
Anwar Hashimi, che interpreta una versione di se
stesso: Qodrat, volto noto di Kabul News e figura centrale di una
narrazione che osserva il caos politico e sociale attraverso gli
occhi di chi lo vive quotidianamente.
Ma il vero cuore della pellicola è
Naru, interpretata dalla stessa Sadat: una
camerawoman determinata, madre del piccolo Liam e donna costretta a
sopravvivere in una società profondamente patriarcale. Attraverso
di lei, No Good Men diventa molto più di un
film politico o storico. È il ritratto di una donna che cerca
disperatamente di ritagliarsi uno spazio di libertà in un mondo
dominato dagli uomini.
Una protagonista femminile
straordinaria
Naru è uno dei personaggi femminili
più intensi e autentici visti recentemente al cinema. Non è
costruita come un’eroina perfetta né come una vittima passiva: è
una donna reale, piena di rabbia, fragilità e desiderio di
emancipazione. È fuggita da un matrimonio infelice, cerca di
crescere suo figlio con amore e dignità e allo stesso tempo
combatte ogni giorno contro un sistema che la considera
inferiore.
La forza del personaggio sta
proprio nella sua normalità. Naru lavora, corre, affronta pericoli,
si occupa del figlio, prova paura e stanchezza. Eppure continua a
resistere. Sadat riesce a darle una presenza
scenica potentissima senza bisogno di trasformarla in simbolo
astratto. Ogni gesto, ogni silenzio e ogni sguardo raccontano il
peso di una condizione femminile soffocante.
Il titolo del film, No
Good Men, diventa progressivamente una dichiarazione
amara e radicale. Nel mondo raccontato dalla regista non sembrano
esistere uomini capaci di amare davvero o rispettare le donne. Gli
uomini picchiano, controllano, umiliano, decidono. Le donne vengono
trattate come proprietà, private della libertà emotiva e personale.
Una visione estremamente dura, che però la pellicola restituisce
senza retorica e senza forzature.
Il ritratto di un Paese
sull’orlo del collasso
Uno degli elementi più
impressionanti dell’opera è il modo in cui riesce a catturare la
sensazione di instabilità continua che attraversava l’Afghanistan
in vista dell’arrivo dei Talebani. Le strade di Kabul, gli uffici
dell’informazione, i rumori della guerra imminente: tutto appare
vivo, urgente, autentico. Sadat costruisce un
racconto che sembra quasi documentaristico, capace di immergere
completamente lo spettatore nella realtà quotidiana dei
personaggi.
La tensione politica rimane
costante per tutta la durata del film, ma non diventa mai il solo
centro della narrazione. Ciò che interessa davvero alla regista è
mostrare come la violenza del contesto finisca inevitabilmente per
infiltrarsi nelle relazioni personali, nei rapporti familiari e
nella vita delle donne. La paura non è soltanto quella delle
esplosioni o della guerra: è anche quella domestica, silenziosa,
quotidiana.
No Good Men
diventa così un testamento dell’Afghanistan pre-talebano, prima
dell’esodo di tanti afghani, ma anche il racconto universale di
tutte le società in cui il patriarcato continua a soffocare la
libertà femminile.
Una regia asciutta e senza
compromessi
Shahrbanoo Sadat
sceglie una regia diretta, essenziale, quasi ruvida. Non cerca mai
l’estetizzazione del dolore né la spettacolarizzazione della
tragedia. Gli spari, la distruzione, il caos e la rabbia vengono
mostrati in modo netto, senza filtri e senza musica manipolatoria.
Questa scelta rende il film ancora più potente, perché ogni scena
sembra accadere davanti agli occhi dello spettatore con una
sincerità quasi brutale.
Anche nei momenti più duri, però,
il film riesce a mantenere una straordinaria umanità. Il rapporto
tra Naru e il piccolo Liam regala alcune delle scene più
emozionanti della pellicola. In mezzo al disastro e alla paura,
resta spazio per l’amore materno, per l’amicizia, per i sorrisi
improvvisi e per piccoli frammenti di normalità che rendono tutto
ancora più commovente.
La sceneggiatura evita facili
moralismi e lascia parlare soprattutto i personaggi e le
situazioni. Non ci sono grandi monologhi o spiegazioni
didascaliche: il film si costruisce attraverso dettagli, tensioni e
momenti quotidiani che finiscono per avere un impatto
devastante.
La
forza di No Good
Men sta nel rimanere impresso allo spettatore anche
dopo la fine della proiezione. È uno di quei lungometraggi che non
si limitano a raccontare una storia, ma restituiscono una
sensazione fisica di inquietudine, rabbia e impotenza. Sadat firma
un’opera profondamente personale che, partendo dall’esperienza
individuale, si allarga a una riflessione collettiva sulla
condizione femminile e sulla violenza sistemica.
Le
emozioni di Naru e del giornalista Qodrat avvolgono lo spettatore
in un racconto vivido e credibile, rendendo ancora più evidente la
portata di ciò che viene messo in scena. Il film scorre con
naturalezza nonostante la durezza dei temi affrontati: alterna
momenti di tensione, commozione e improvvisi squarci di
quotidianità che ne amplificano l’impatto. Colpisce, emoziona e
costringe a confrontarsi con una realtà troppo spesso filtrata solo
attraverso notizie e immagini di conflitto.
No Good Men è il cinema di cui
abbiamo bisogno, sincero e coraggioso. Un’opera che denuncia senza
diventare manifesto, che emoziona senza manipolare e che
restituisce voce a chi troppo spesso è stata costretta al silenzio.
Un film intenso e doloroso, destinato a lasciare un segno
profondo.
In un panorama animato dominato da
battute iperattive, animali parlanti trasformati e bombardamenti di
colori digitali, Il regno di Kensuke sembra quasi
un oggetto fuori dal tempo. E forse è proprio questo il suo più
grande punto di forza. Il film diretto da Neil
Boyle e Kirk Hendry, tratto dal celebre
romanzo di Michael Morpurgo e adattato da
Frank Cottrell-Boyce, recupera il fascino delle
avventure per ragazzi di una volta fatte di esplorazione, silenzi,
natura e crescita personale.
fffLa storia segue Michael, un
ragazzino trascinato dai suoi genitori in un improbabile viaggio in
barca intorno al mondo. Un’idea che oggi farebbe probabilmente
impazzire qualsiasi assistente sociale, ma che il film tratta con
quello spirito ingenuamente romantico tipico dei racconti
d’avventura britannici vecchio stile. All’inizio è tutto entusiasmo
e libertà, con il mare aperto davanti e la sensazione di vivere
qualcosa di straordinario. Poi arriva la tempesta. Michael e il suo
cane Stella Artois finiscono dispersi in mare e si
risvegliano su un’isola apparentemente deserta. Ma a questo
punto il film cambia pelle.
Kensuke e il cuore silenzioso del
film
Sull’isola vive Kensuke, un anziano
giapponese naufragato lì decenni prima. È lui a salvare Michael
dalla fame e dalla disperazione, costruendo lentamente con il
ragazzo un rapporto fatto più di gesti e osservazione che di
parole. Il regno di Kensuke trova la sua
anima proprio in questa relazione. Il film sceglie la
contemplazione, lasciando che siano la natura, gli animali e i
piccoli dettagli quotidiani a raccontare il legame tra i due
protagonisti.
Kensuke insegna a Michael come
sopravvivere, come rispettare l’isola e soprattutto come guardare
davvero il mondo che lo circonda. Gli animali diventano parte
integrante della narrazione, non semplici mascotte comiche. La
foresta, il mare e la fauna locale vengono animati con una
delicatezza quasi pittorica che restituisce un senso autentico di
meraviglia. In tempi in cui molti film per famiglie sembrano avere
paura del silenzio, Il regno di Kensuke
osa rallentare, trovando così la sua vera forza.
Un’animazione elegante che rifiuta
il caos moderno
Il regno di Kensuke – Cortesia di Movie Inspire
Dal punto di vista visivo, il film
è splendido nella sua semplicità. Lupus Films realizza
un’animazione tradizionale raffinata, calda, profondamente
artigianale, puntando sull’atmosfera. Ogni scena sembra disegnata
per trasmettere calma, malinconia o stupore. I paesaggi tropicali
hanno una morbidezza quasi acquerellata, mentre gli animali vengono
animati con una grazia incredibilmente naturale. È uno stile che
richiama un certo cinema animato europeo e giapponese più
contemplativo, lontanissimo dal ritmo isterico delle grandi
produzioni mainstream contemporanee.
Anche la colonna sonora orchestrale
di Stuart Hancock contribuisce enormemente
all’immersione. Le musiche accompagnano il viaggio con un senso di
avventura classica che richiama i grandi racconti per ragazzi del
passato, quelli che profumavano di mappe, tempeste e isole
misteriose.
E poi c’è il modo in cui il film
affronta il trauma della guerra attraverso Kensuke. Senza mai
diventare esplicito o traumatico, Il regno di
Kensuke riesce a evocare il dolore di Nagasaki
con immagini semplici ma potentissime. Un’inchiostrazione
improvvisa, una macchia nera che invade lo schermo, basta a
suggerire devastazione, perdita e memoria. È un momento delicato e
intelligentissimo, soprattutto considerando il pubblico giovane a
cui il film si rivolge.
Un film per bambini o soprattutto
per adulti?
Il regno di Kensuke è un film che
molti genitori ameranno profondamente. Ma non è detto che conquisti
allo stesso modo tutti i bambini cresciuti nell’era di TikTok,
Marvel e Pixar. Manca volutamente
quell’umorismo continuo che oggi domina gran parte dell’animazione
mainstream. Gli animali non fanno gag ogni trenta secondi. Non ci
sono tormentoni costruiti per diventare virali. Non esistono
personaggi “adorabilmente pazzi” pronti a rubare la scena.
Il film chiede attenzione, pazienza
e partecipazione emotiva. Qualità che alcuni spettatori più giovani
potrebbero trovare difficili da mantenere davanti a una narrazione
così calma e misurata. Il regno di Kensuke rivendica con
orgoglio il diritto di essere diverso. È un racconto che parla ai
ragazzi senza trattarli come incapaci di affrontare temi complessi
come la solitudine, il lutto, la guerra o il rapporto con la
natura.
Il regno di
Kensuke è un piccolo gioiello fuori dal tempo
Il regno di Kensuke non urla mai per
attirare l’attenzione ma preferisce costruire lentamente un legame
emotivo sincero, fatto di silenzi, paesaggi e piccoli gesti umani.
È un film profondamente gentile, nel senso migliore del termine. E
proprio per questo potrebbe passare inosservato in un mercato che
premia soprattutto il rumore e la velocità.
Ma chi saprà entrare nel suo ritmo
troverà un’avventura toccante, intelligente e visivamente
splendida. Un’opera che guarda al passato senza sembrare antiquata,
e che riesce ancora a credere nella capacità dei racconti di
formazione di parlare davvero a tutte le età. Un film che resta
addosso con delicatezza, come il ricordo di un’estate lontana o di
un libro letto da bambini sotto le coperte.
Tra Mercoledì e Come uccidono le brave ragazze
2. Emma Myers è la regina delle serie per
adolescenti di Netflix, tanto che molti spettatori si chiedono
quanti anni abbia rispetto ai suoi personaggi. Myers torna a
guidare il cast della
seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze,
riprendendo il ruolo della giovane detective Pippa “Pip”
Fitz-Amobi.
Pip si dimostra piuttosto matura in
entrambe le stagioni di Come uccidono le brave ragazze , essendo
coinvolta in misteri ben più grandi di lei. Conducono anche in
luoghi oscuri in cui gli adolescenti probabilmente non dovrebbero
andare, il che fa dimenticare facilmente che Pip è troppo giovane
per indagare su crimini così sinistri.
Pip ha 18 anni nella seconda
stagione di Come uccidono le brave ragazze
Nella prima stagione di Come
uccidono le brave ragazze, Pip ha 17 anni e sta frequentando
l’Extended Project Qualification (EPQ), un corso avanzato in
Inghilterra che permette agli studenti di prepararsi per
l’università e per la carriera. La serie Netflix mostra Pip
prepararsi per l’università anche in altri modi, come ad esempio
simulando un colloquio per l’Università di Cambridge. Sebbene l’età
di Pip non sia così evidente quando si dedica alle indagini, è
palese nelle numerose scene ambientate al liceo.
Nella seconda stagione, Pip ha
ormai 18 anni ed è ufficialmente maggiorenne. Frequenta il
dodicesimo o tredicesimo anno di scuola (l’equivalente britannico
dell’ultimo anno di liceo negli Stati Uniti) e vive con i genitori,
che cercano di darle più libertà e spazio. Più grande di un anno
rispetto alla prima stagione, Pip ha acquisito maggiore sicurezza,
soprattutto quando si rivolge a figure autoritarie. Tuttavia,
nonostante le sue capacità, le forti emozioni legate al caso della
scomparsa di Jamie e al processo di Max la mettono a dura prova e,
alla sua giovane età, Pip non è ancora del tutto preparata ad
affrontarle.
Emma Myers aveva 23 anni quando è
stata girata la seconda stagione di Come uccidono le brave
ragazze
Myers ha l’età perfetta per
interpretare Pip in Come uccidono le brave ragazze, dato
che è lei stessa una giovane adulta. Sebbene Myers non abbia la
stessa età di Pip, è solo di qualche anno più grande. La star di
“Wednesday” aveva 21 anni quando ha girato la prima stagione
dell’adattamento Netflix e 23 quando è stata girata la seconda
stagione di “A Good Girl’s Guide to Murder” nella primavera del
2025 (secondo il Somerset County Gazette). Questo significa che
Myers ha 4-5 anni più del suo personaggio.
Considerata la vicinanza d’età tra
Myers e Pip, l’attrice potrebbe facilmente tornare per la
terza stagione di Come uccidono le brave ragazze se
Netflix desse il via libera alla produzione. Esiste un altro libro
della serie young adult di Holly Jackson, quindi la piattaforma di
streaming potrebbe continuare la storia di Pip se lo desiderasse.
Dato che Pip crescerà nel suo mondo immaginario, è logico che
appaia un po’ più grande. Myers non sarà così avanti in termini di
età, quindi potrebbe riprendere il ruolo se necessario. Speriamo di
avere l’opportunità di vederla di più in Come uccidono le brave
ragazze .
Adulti e adolescenti si sono
innamorati di Pip Fitz-Amobi (Emma Myers) quando Come uccidono le brave ragazze (A Good Girl’s Guide To
Murder) ha fatto il suo debutto sullo schermo
nell’estate del 2024. Prima di allora, era un romanzo di Holly
Jackson, il suo esordio, pubblicato nel 2019.
La serie è incentrata sull’EPQ di
Pip, un percorso di studio autogestito, simile al diploma di
maturità, che di solito approfondisce un argomento legato alla
materia scelta, come geografia o biologia. Ma, in seguito alla
morte di una studentessa locale avvenuta cinque anni prima, Pip si
discosta un po’ dal percorso prestabilito, avviando una sua
personale indagine sul misterioso caso. Come afferma il
co-protagonista Henry Ashton, che interpreta Max: “È pieno di colpi
di scena e ti tiene con il fiato sospeso dall’inizio alla fine”. Se
vi piacciono i true crime, allora lo adorerete!
La scorsa settimana, l’attesissima
seconda stagione è approdata su BBC iPlayer e Netflix in tutto il mondo, riportandoci a Little
Kilton, dove Pip si trova ad affrontare un nuovo mistero – e un
nuovo modo di fare. Quando un’altra adolescente scompare proprio la
stessa notte in cui si tiene una commemorazione per il sesto
anniversario della morte di Andie e del suo ragazzo Sal, Pip passa
dalla scrittura al podcast, lanciandone uno per indagare sul
caso.
Come la
prima stagione, è basata su un libro di Jackson – questa volta
Good Girl, Bad Blood (2020). Ma cosa riserva il futuro a Come
uccidono le brave ragazze? Ecco cosa sappiamo.
Una terza stagione di Come
uccidono le brave ragazze si farà?
Sebbene non ci siano ancora notizie
ufficiali da Netflix o dalla BBC, pensiamo che una terza stagione
di A Good Girl’s Guide To Murder sia praticamente certa. Questo
perché i romanzi di Jackson formano una trilogia: il primo è A Good
Girl’s Guide To Murder, il secondo è Good Girl, Bad Blood e il
terzo è As Good as Dead, pubblicato nel 2021.
Dopo l’enorme successo della prima
stagione, era perfettamente logico che la BBC e Netflix
collaborassero nuovamente per riportare Pip e Little Kilton sul
piccolo schermo. Nel Regno Unito, Come uccidono le brave
ragazze era disponibile gratuitamente sulla BBC, dove è
diventato uno dei titoli più visti su iPlayer tra i giovani dai 16
ai 24 anni. Negli Stati Uniti era disponibile su Netflix, dove ha
raggiunto la vetta delle classifiche televisive. Con la seconda
stagione disponibile in streaming da poco più di una settimana,
immaginiamo che i vertici stiano valutando i dati prima di dare
ufficialmente il via libera alla terza stagione.
Cosa succederà in Come uccidono le
brave ragazze – Stagione 3?
Dato che la serie è basata su una
trilogia di romanzi, sappiamo già cosa ci riserverà la terza
stagione di A Good Girl’s Guide to Murder… All’inizio di As Good As
Dead, la diciottenne Pip sta per andare all’università (a
Cambridge, per la precisione). Ma dopo che il suo podcast di true
crime è diventato virale, non riesce a togliersi dalla testa alcuni
commenti offensivi. Uno in particolare la tormenta: una persona
anonima che continua a chiederle: “Chi ti cercherà quando sarai tu
a scomparire?”.
Con l’aumentare delle minacce, Pip
si rende conto di essere pedinata nella vita reale. E notando delle
connessioni tra il suo stalker e un serial killer locale arrestato
sei anni prima, inizia a chiedersi se dietro le sbarre ci sia
davvero l’uomo giusto. Ne consegue un letale gioco del gatto e del
topo, in cui Pip si rende conto di una verità inquietante: deve
trovare il colpevole da sola, o diventerà la prossima vittima.
La stagione 3 potrebbe adattare
il libro più oscuro dell’intera saga di Holly Jackson
Se Netflix confermerà la stagione 3, i nuovi episodi dovrebbero
adattare As Good As
Dead, considerato da molti lettori il capitolo più duro e
psicologicamente intenso della trilogia.
A
differenza delle prime due stagioni, la storia non sarebbe più
costruita soltanto attorno a un mistero scolastico o a una
scomparsa. Il terzo libro porta infatti Pip verso una dimensione
molto più paranoica, traumatica e moralmente ambigua, mostrando
quanto gli eventi delle precedenti indagini abbiano ormai distrutto
il suo equilibrio emotivo.
Ed è proprio questo che potrebbe cambiare completamente il tono
della serie Netflix. Già la stagione 2 mostrava una Pip molto più
ossessiva, isolata e consumata dalla ricerca della verità. Una
terza stagione potrebbe quindi trasformare definitivamente
Come uccidono le brave
ragazze da teen mystery a thriller psicologico puro.
C’è però anche un altro elemento importante: il tempo. La
produzione delle prime due stagioni ha richiesto pause abbastanza
lunghe, e il cast giovane sta crescendo rapidamente. Netflix dovrà
quindi decidere abbastanza presto se proseguire per evitare un
distacco troppo evidente rispetto all’età originale dei personaggi,
un problema già affrontato da molte serie YA contemporanee.
Il cast di Come uccidono le brave
ragazze – Stagione 3
Se Come uccidono le brave
ragazze – Stagione 3 otterrà il via libera, ci aspettiamo che
Emma Myers torni a interpretare il ruolo principale di Pip.
Nonostante interpreti una curiosa ragazza inglese di una piccola
cittadina rurale, Myers è in realtà americana, nota soprattutto per
il ruolo della licantropa adolescente Enid Sinclair nella serie
Netflix “Wednesday” (2022-oggi).
Ci aspettiamo anche che Zain Iqbal
si unisca al cast nel ruolo del suo fidanzato Ravi Singh, insieme a
Henry Ashton nei panni di Max Hastings, Jude Morgan-Collie in
quelli di Connor Reynolds, Asha Banks in quelli di Cara Ward e Yali
Topol Margalith in quelli di Lauren Gibson.
Per quanto riguarda i genitori, ci
aspettiamo che Anna Maxwell Martin torni a interpretare la madre di
Pip, Leanne, e Gary Beadle in quelli del padre, Victor.
Data di uscita potenziale di
Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3
Se Come uccidono le brave
ragazze – Stagione 3 otterrà il via libera, la data di uscita
dipenderà dagli impegni di Myers con l’altro progetto Netflix,
Mercoledì, attualmente in fase di riprese in
Europa e previsto per l’estate 2027.
La prima stagione di A Good Girl’s
Guide to Murder è stata lanciata nell’estate del 2024, seguita
dalla seconda nella primavera del 2026. La data di uscita più
probabile è la prima metà del 2028. utti gli episodi di A Good
Girl’s Guide to Murder sono disponibili in streaming su BBC iPlayer
nel Regno Unito e su Netflix in tutto il mondo.
Il
nuovo film bellico con Brendan Fraser sta
iniziando a conquistare la critica internazionale. Pressure, thriller
storico ambientato nelle ore precedenti allo sbarco in Normandia,
ha infatti debuttato su Rotten Tomatoes con un punteggio dell’83%
basato sulle prime recensioni pubblicate prima dell’uscita nelle
sale prevista per il 29 maggio.
Diretto da Anthony Maras, il film racconta una delle decisioni più
delicate della Seconda Guerra Mondiale: il momento in cui il
meteorologo James Stagg convinse il generale Dwight D. Eisenhower a
posticipare il D-Day dal 5 al 6 giugno 1944 a causa delle
condizioni meteo estreme. Una scelta che avrebbe cambiato il corso
della guerra e salvato migliaia di vite. Fraser interpreta
Eisenhower, mentre Andrew Scott veste i panni di
Stagg.
Le prime recensioni stanno elogiando soprattutto le interpretazioni
dei due protagonisti e la capacità del film di trasformare un
racconto apparentemente statico — fatto di mappe, strategie e
previsioni meteorologiche — in un thriller ad alta tensione.
ScreenRant ha definito magnetica la coppia Fraser-Scott, mentre IGN
ha sottolineato come il film riesca a rendere estremamente
coinvolgente una vicenda storica poco conosciuta dal grande
pubblico.
Pressure conferma la nuova fase
della carriera di Brendan Fraser dopo il ritorno con The Whale
Il successo iniziale di Pressure è particolarmente interessante perché conferma
il momento estremamente positivo che sta vivendo Brendan
Fraser dopo il ritorno al centro di Hollywood grazie a
The Whale. Negli
ultimi anni l’attore ha infatti costruito una filmografia molto più
varia e ambiziosa rispetto al passato, alternando drammi intimisti,
thriller, commedie e grandi produzioni storiche.
Ed è proprio questo che rende Pressure diverso dal classico film bellico
contemporaneo. Il film non punta tanto sullo spettacolo della
guerra quanto sul peso psicologico delle decisioni prese lontano
dal campo di battaglia. La tensione nasce infatti dalla
responsabilità morale di Eisenhower e Stagg, chiamati a scegliere
il momento esatto che avrebbe determinato il destino dell’invasione
alleata.
Molte recensioni stanno infatti sottolineando proprio questo
aspetto: Pressure
funziona soprattutto come thriller della responsabilità. Brendan
Fraser viene descritto come un Eisenhower tormentato dalla paura di
un disastro imminente, mentre Andrew Scott sembra essere il vero
centro emotivo del racconto grazie a un’interpretazione molto
intensa e contenuta.
Il film continua inoltre la recente tendenza del cinema bellico
contemporaneo a concentrarsi meno sull’azione e più sulle
conseguenze umane, politiche e psicologiche delle grandi decisioni
storiche. In questo senso Pressure sembra avvicinarsi più a film come
Darkest Hour o Oppenheimer che ai tradizionali war movie
spettacolari.
E
il fatto che il pubblico stia reagendo positivamente già dalle
prime recensioni potrebbe essere un segnale importante anche per
Fraser stesso. Dopo anni difficili e il clamoroso ritorno con
l’Oscar per The Whale,
l’attore sembra infatti aver trovato una nuova identità artistica
molto più solida e credibile rispetto alla fase blockbuster che
aveva definito gran parte della sua carriera negli anni 2000.
La
seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze svela un mistero
complesso e avvincente, che culmina in un finale che svela la
verità sulla scomparsa di Jamie Reynolds e Max Hastings. I libri di
Holly Jackson, A Good Girl’s Guide, continuano ad essere adattati
per il piccolo schermo con l’omonima serie Netflix, interpretata da Emma Myers. L’omicidio di
Andie Bell è stato finalmente risolto alla
fine della prima stagione di Come uccidono le brave
ragazze, ma la città di Little Killton non ha ancora
finito di essere devastata. Max Hastings sta per essere processato
per lo stupro di Becca Bell e Nat da Silva, ma il testimone chiave,
Jamie Reynolds, è scomparso pochi giorni prima dell’inizio del
processo.
Su richiesta del fratello di Jamie,
Connor, e di sua madre, Pip Fitz-Amobi si occupa del caso nella
seconda stagione del suo nuovo podcast Come uccidono le brave
ragazze. È convinta che tutto sia collegato a Max. Tuttavia,
più Pip indaga sulla scomparsa di Jamie, più la situazione si
complica. Prima della sua scomparsa, era innamorato di una donna di
nome Layla Mead, che lo stava usando. La storia scorre via in soli
sei episodi, culminando in un finale emozionante, tanto tragico
quanto adrenalinico.
Cosa è successo davvero a Jamie
nella seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze?
Come in “Come
uccidono le brave ragazze“, la
scomparsa di Jamie Reynolds è legata a un conto alla rovescia,
non solo per il caso di Max Hastings, ma anche perché potrebbe
essere morto. Gli esperti di criminologia affermano che le prime 72
ore sono le più importanti e che, dopo circa una settimana,
l’attenzione si sposta dalla ricerca di una persona alla ricerca di
un cadavere (fonte:
ABC News). Più tempo passa dalla sua scomparsa, meno probabile
è che il corpo venga ritrovato sano e salvo. Fortunatamente, Jamie
sfida le probabilità.
Oltre una settimana dopo la sua
scomparsa, Jamie viene ritrovato vivo e vegeto a casa di Stanley
Forbes. Nella serie originale Netflix, Stanley non aveva mai voluto
fare del male a Jamie. Tuttavia, Jamie aveva tentato di ucciderlo
per conto di Layla Mead. Dopo averlo temporaneamente neutralizzato,
Stanley lo aveva tenuto chiuso in una stanza perché non sapeva se
avrebbe tentato di ucciderlo di nuovo. Non sapeva cosa fare.
Nonostante la paura che provava per
Jamie, Stanley Forbes ha dimostrato compassione e umanità. Si
preoccupava ancora per il suo prigioniero. Cucinava per Jamie e si
adoperò per metterlo a suo agio, fornendogli vestiti e coperte. I
due parlarono e strinsero un legame, diventando persino amici.
Avevano persino pianificato di collaborare per smascherare Layla
Mead, dopodiché Stanley avrebbe lasciato andare Jamie.
Quando si parla di Max Hastings,
non fingerò di essere imparziale. Non sarò gentile. Max Hastings è
uno stupratore e un essere umano orribile che si crede intoccabile.
Usa il Rohypnol per drogare le sue vittime in modo che non
ricordino chi le ha violentate. È ricco, bianco, attraente secondo
i canoni tradizionali e incredibilmente privilegiato. Max non
mostra alcun pentimento e cerca di intimidire chiunque abbia il
coraggio di parlare contro di lui. Questo rende assolutamente
infuriante e per nulla sorprendente la sua assoluzione.
La triste verità è che
probabilmente il caso avrebbe avuto questo esito anche se Jamie
Reynolds avesse testimoniato. Non c’erano prove del DNA. Max
Hastings aveva i soldi per assumere i migliori avvocati, che
vengono mostrati mentre diffamano ogni persona che testimonia.
Avrebbero usato la storia di tossicodipendenza di Jamie per
screditarlo. Inoltre, all’ultimo minuto Max incolpa erroneamente il
suo migliore amico defunto, Sal Singh.
Purtroppo, la seconda stagione di
Come uccidono le brave ragazze riflette la realtà di un
sistema giudiziario corrotto, in cui le vittime di stupro raramente
ottengono la giustizia che meritano. Se volete saperne di più sulla
situazione di questi casi nel Regno Unito, la Biblioteca della
Camera dei Lord ha condiviso alcune statistiche inquietanti nel
gennaio 2025 nella pubblicazione “Rape: Levels of prosecutions”
(Stupro: Livelli di procedimenti giudiziari).
Per fortuna, Pip decide di farsi
giustizia da sola pubblicando la registrazione della confessione di
Max sul suo podcast AGGGTM. Rompe anche una finestra di casa sua e
scrive una minaccia sulla porta.
La vera identità di Stanley Forbes
nella serie Netflix
Verso la fine della seconda
stagione di Come uccidono le brave ragazze, si scopre che
Stanley Forbes è Child Brunswick, il figlio non ancora reso
pubblico del famigerato serial killer Scott Brunswick. Quando aveva
nove o dieci anni, Child Brunswick fu costretto dal padre violento
a scegliere le vittime di Scott. Sceglieva un bambino, attirandolo
lontano dal pubblico. Le vittime si fidavano di lui e lo seguivano
perché anche lui era un bambino.
Temeva per la sua vita, ma odiava
suo padre. Per questo motivo, fu il testimone chiave contro di lui
in tribunale. Per i suoi crimini, il figlio scontò una pena
detentiva in un centro di detenzione minorile. Lì venne
riabilitato. A 18 anni, fu rilasciato in libertà vigilata a vita
con una nuova identità. Poiché era minorenne all’epoca dei crimini,
il suo vero nome, Jack, non fu mai reso pubblico e gli fu imposto
un divieto permanente di pubblicazione per la sua sicurezza.
Child Brunswick fu trasferito da un
luogo all’altro, e il suo nome fu cambiato ogni volta che la sua
identità veniva svelata. Come rivelò prima di morire, Stanley
voleva essere una persona migliore. Credeva che la cosa peggiore
che potesse diventare fosse qualcosa di simile a suo padre. In
definitiva, Stanley fu complice di un omicidio, ma fu anche vittima
di un padre single violento e serial killer. Contribuì al trauma
delle famiglie delle vittime. Tuttavia, era anche un bambino che
voleva solo sopravvivere a una situazione terribile.
Alla fine, Jamie e Pip sono gli
unici due a capire che Stanley Forbes non è affatto come suo padre.
Stanley si prende cura di Jamie anche quando teme che Jamie possa
volerlo morto. Stanley cerca di proteggere Pip quando è in
pericolo. Sono i due
Chi è Layla Mead e perché vuole la
morte del piccolo Brunswick?
Pip e i suoi amici capiscono
abbastanza presto che Layla Mead è una truffatrice che usa
l’immagine di Ruby Foxcroft, cambiando solo i capelli in biondo.
Tuttavia, solo nell’episodio finale la serie rivela le vere
identità dietro l’account di Layla Mead: Charlie Nowell e Flora
Green. Charlie è il fratello gemello di Emily Nowell, l’ultima
vittima di Scott Brunswick.
Charlie creò un profilo su un sito
di incontri online, Layla Mead, cercando chiunque avesse l’età e
l’aspetto di Scott Brunswick. Andò di città in città, ovunque si
dicesse che l’uomo si trovasse, con l’intenzione di ucciderlo.
Incolpava Scott Brunswick della morte di sua sorella, perché
l’aveva scelta al posto suo. Charlie Nowell pensava che l’uomo
fosse cattivo quanto suo padre e credeva che il sistema giudiziario
avesse assolto Scott Brunswick.
È una situazione difficile perché
Scott Brunswick era chiaramente una vittima, ma aveva anche avuto
un ruolo nella morte di Emily. La rabbia di Charlie è
comprensibile. Allo stesso tempo, Stanley non è suo padre e lui non
voleva essere come lui. La seconda stagione di Come uccidono le
brave ragazze mostra davvero la complessità e le zone d’ombra
morali che possono emergere in certi casi.
Come il finale della seconda
stagione di Come uccidono le brave ragazze prepara il
terreno per la terza stagione
La serie Netflix Come uccidono
le brave ragazze conclude gran parte della trama della seconda
stagione, ma lascia due importanti indizi su ciò che accadrà nella
terza. Innanzitutto, qualcuno ha minacciato Pip per tutta la
stagione. Pip non ha preso sul serio le minacce. Poi, pensa che
siano collegate a Max Hastings e Jamie Reynolds.
Tuttavia, il finale di stagione
rivela che le affermazioni “Chi ti cercherà quando sarai tu a
scomparire?” sono più serie di quanto Pip immaginasse. Qualcuno si
è introdotto nella sua stanza e sul suo computer la domanda si
ripeteva incessantemente. Se Netflix rinnoverà la serie, la terza
stagione di Come uccidono le brave ragazze dovrà chiarire
chi sta minacciando Pip e cosa vuole.
Inoltre, Pip è ufficialmente
sprofondata nell’oscurità. Ha perso ogni fiducia nella polizia e
nel sistema giudiziario. Non solo la polizia ha ignorato le sue
accuse su Andie e Sal nella prima stagione, ma ha anche ignorato i
suoi avvertimenti su Jamie, portando all’omicidio di Stanley.
Inoltre, Max è uscito completamente illeso dal processo. È
giustamente arrabbiata e ora deve fare i conti con il disturbo da
stress post-traumatico.
Alla fine, ricorre alla giustizia
sommaria contro Max Hastings. Ha pubblicato la confessione. Gli ha
rotto la finestra. Ha scritto la minaccia «Stupratore, ti prenderò»
in rosso sangue sulla sua porta d’ingresso. La
terza stagione di Come uccidono le brave ragazze dovrà
mostrare cosa intende fare Pip nei confronti di Max Hastings. Il
processo per stupro sarà anche finito, ma è chiaro che Pip non ha
intenzione di lasciarlo andare via così facilmente.
Spider-Noir esplora la storia di
Spider-Man da una prospettiva completamente nuova, con
Nicolas Cage che offre un’interpretazione unica
dell’eroe lanciaragnatele. Negli ultimi anni, Sony ha riscosso un
incredibile successo con il marchio Spider-Man
grazie ai film d’animazione dello Spider-Verse, che hanno
presentato al mondo Spider-Noir, doppiato proprio da
Nicolas Cage.
Nel frattempo, lo Spider-Man in
carne e ossa è stato interpretato dal ben più giovane Tom
Holland, con una storia strettamente legata agli eventi del
Marvel Cinematic Universe (MCU) dei
Marvel Studios. Tuttavia, Cage sta per avere la sua occasione di
dare vita al personaggio in live-action con la serie Prime Video, Spider-Noir.
Cage ha dimostrato la sua capacità
di interpretare il personaggio in un contesto animato, ed è
comprensibile che Sony abbia optato per una versione più familiare
del personaggio con il ritorno di Cage, ma ciò evidenzia anche
l’enorme differenza di età tra i precedenti attori di Spider-Man e
il leggendario Nicolas Cage.
Nicolas Cage è di gran lunga
l’attore più anziano ad aver interpretato Spider-Man.
Cage è stato uno degli attori più
prolifici di Hollywood sin dal 1981, accumulando quasi 120 crediti,
e non avendo mai recitato in una serie TV fino a quando non ha
assunto il ruolo di Ben Reilly, alias Spider-Noir. Negli anni
passati, Cage ha vinto un Oscar per il suo ruolo in Via da Las
Vegas nel 1996, oltre a un’altra nomination all’Oscar nel 2003, e
da allora è stato un punto fermo dell’élite di Hollywood per
decenni.
Sebbene i precedenti attori di
Spider-Man avessero diversi anni di esperienza, Nicolas Cage è il
più esperto, con un vantaggio di diversi decenni. L’attore più
giovane ad aver debuttato nel ruolo è Tom Holland, che ha iniziato
a interpretare Spidey in Captain America: Civil War, uscito quando
l’attore aveva 19 anni. Ciò significa che la differenza di età tra
Holland e Cage è di circa 43 anni.
Anche considerando il secondo
attore più anziano della lista, Andrew Garfield,
che ha iniziato a interpretare il personaggio a 28 anni, Cage lo
supera di 34 anni.
Spider-Noir è una storia di
Spider-Man diversa
S1_First Look (PC – Aaron Epstein – Prime Video)
È importante sottolineare che
Spider-Noir si preannuncia come una storia molto diversa rispetto a
quelle viste finora. Ad esempio, tutti e tre gli attori precedenti
hanno interpretato Peter Parker, mentre Cage veste i panni di Ben
Reilly. Reilly è un nome alternativo attribuito a diverse varianti
di Spider-Man nei fumetti, ma solitamente anche Spider-Noir è una
variante di Peter Parker. Spider-Noir è ambientato negli anni ’30,
in una serie drammatica a tinte gialle ambientata in un’epoca
passata, a differenza dei soliti grandiosi film fantasy sui
supereroi. Questo è importante perché il mondo che circonda l’eroe
è profondamente diverso. Invece di cattivi high-tech come il Dottor
Octopus e potenti magnati aziendali come Norman Osborn, Spider-Noir
si concentra su criminali di strada che vivono in un mondo di
gangster e criminalità sotterranea.
Nicolas Cage è perfetto nei panni
di uno Spider-Man più maturo
Cortesia Prime Video
Nell’ambientazione degli anni ’30,
ha senso avere una versione di Spider-Man più anziana e disillusa,
piuttosto che un adolescente spensierato che cerca di destreggiarsi
tra la scuola e la sua vita da amichevole Spider-Man di quartiere.
L’interpretazione di Cage dovrebbe essere un’esplorazione molto
diversa di questo tipo di eroe e, come si vede nei trailer,
aggiunge sicuramente il suo tocco personale al ruolo.
Considerando tutti questi aspetti,
è logico che Spider-Noir sfrutterà al meglio un approccio originale
a una classica storia di supereroi. E se da un lato l’età di Cage
lo distingue dalle interpretazioni precedenti, dall’altro
contribuisce alla sua vasta esperienza e alle sue incredibili doti
di attore, che gli permetteranno di rendere questo personaggio
iconico davvero suo.
Il personaggio di Child
Brunswick in Come uccidono le brave ragazze sembra
una persona reale, e questo perché sia il personaggio che la
serie hanno legami con veri casi di cronaca nera. La serie
originale Netflix è passata dal caso dell’omicidio di Andie
Bell alla scomparsa di
Jamie Reynolds. Verso la fine della seconda stagione di
Come uccidono le brave ragazze, Pip
capisce che Layla Mead ha usato Jamie per trovare “Child
Brunswick”, il figlio del famoso serial killer Scott Brunswick.
Scott costrinse suo figlio ad
aiutarlo a scegliere i bambini che avrebbe ucciso. Jack scelse un
bambino in pubblico e lo attirò in una trappola. Tuttavia, Child
Brunswick odiava il padre violento e divenne il testimone chiave
nel processo contro di lui. Scontò una pena detentiva e fu
riabilitato, venendo rilasciato con una nuova identità.
L’aspetto terrificante di Child
Brunswick è che sembra una persona reale. Molti serial killer usano
“esche”, che si tratti dei propri figli, della situazione
familiare, di un’emergenza o di un animale domestico scomparso. A
quanto pare, la somiglianza tra Child Brunswick e le storie di
cronaca nera non è affatto casuale.
In un’intervista con United by Pop,
Holly Jackson ha parlato dei collegamenti con la cronaca nera. Il
primo libro, “A Good Girl’s Guide to Murder”, si basa su diversi
elementi di casi di cronaca nera per costruire il mistero.
Tuttavia, Jackson ha confermato che il secondo libro, “Good
Girl Bad Blood“, ha ispirazioni più dirette. Il mistero
principale, che include Child Brunswick, è stato ispirato
direttamente da due casi criminali, conferendo al libro e alla
serie Netflix un chiaro legame con la cronaca nera.
Holly Jackson non ha rivelato
quali due casi specifici del Regno Unito hanno ispirato Child
Brunswick
Poiché l’intervista è stata
realizzata prima dell’uscita di “Good Girl Bad Blood”, Holly
Jackson si è rifiutata di specificare quali due casi abbiano
ispirato il libro, per non rovinare la trama. Tuttavia, ha rivelato
che uno di essi era un caso molto famoso accaduto nel Regno Unito
negli anni ’90. Inoltre, ha dichiarato ad A Short Book Lover che
uno dei casi proveniva dal podcast “They Walk Among Us – UK True
Crime”. Purtroppo, negli anni successivi all’uscita del libro,
Jackson ha mantenuto vivo il mistero. Non ha mai rivelato quali
casi abbia utilizzato per creare il mistero di Child Brunswick.
Da un lato, questo è frustrante.
Adoro questi libri e sono affascinata dai casi di cronaca nera.
Sono curiosa di sapere a quali casi Jackson si è ispirata e come si
confrontano. Tuttavia, da un altro punto di vista, è perfetto che
non abbia rivelato i casi di cronaca nera. In primo luogo, è più
rispettoso nei confronti delle vere vittime di crimini reali
tracciare una linea di demarcazione tra finzione e realtà.
Soprattutto considerando che i casi risalgono agli anni ’90, i
familiari ancora in vita potrebbero essere feriti dalla
consapevolezza che il loro trauma ha ispirato un libro e poi una
serie TV.
Inoltre, il mistero che avvolge
“Good Girl Bad Blood” crea un’interessante situazione
meta-narrativa. Forse non era nelle sue intenzioni, ma Holly
Jackson ha di fatto ispirato un’intera schiera di fan tenendo
segreti i crimini. Il suo pubblico è perfetto per improvvisarsi
investigatore e si è già riversato su Reddit per discutere di
possibili teorie su chi potrebbe aver ispirato Child Brunswick.
L’ossessione di Holly Jackson per
i veri crimini ha ispirato tutti i libri della serie
Come uccidono le brave ragazze
Holly Jackson potrebbe non rivelare
mai chi ha ispirato “Good Girl Bad Blood” e “Child Brunswick”.
Detto questo, ha ripetutamente affermato che la sua ossessione per
i casi di cronaca nera l’ha portata a scrivere i libri della serie
“A Good Girl’s Guide to Murder“.
Quando il primo libro è stato
selezionato per il Branford Boase Award nel 2020, l’autrice e il
suo editore sono stati intervistati. Alla domanda su cosa avesse
spinto Jackson a scrivere un giallo, ha risposto: “Sono
diventata ossessionata dai casi di cronaca nera e volevo scrivere
un libro che riproducesse questo approccio ‘reale’ da detective
dilettante“. Allo stesso modo, ha dichiarato ad A Short Book
Lover nel 2020:
“La mia principale
fonte di ispirazione per questi libri è il mondo della cronaca
nera. Quasi il 90% della memoria del mio telefono è occupata da
vari podcast di cronaca nera e ne ascolto almeno uno al
giorno”.
Ancora nel 2024, Jackson ha
ribadito che la cronaca nera è una parte importante della sua vita.
Ha dichiarato alla BBC: “Non riesco a fare praticamente nulla
senza un podcast di true crime. Che stia portando a spasso il cane
o lavando i piatti, ho bisogno di ascoltare storie di true
crime“. Ha anche aggiunto di cercare di non dimenticare che
queste storie rappresentano il trauma di qualcun altro. In
definitiva, Come uccidono le brave
ragazze di Netflix continuerà a essere percepito come
parte integrante del più ampio panorama del true crime, perché
questo elemento è intrinseco al DNA stesso della narrazione.
Spider-Noir di Prime Video vanta una vasta
gamma di villain tratti dai fumetti, e c’è un motivo per cui Oren
Uziel ha attinto a nomi poco conosciuti.
La nuova serie introduce un nuovo
universo Marvel incentrato su Ben Reilly,
interpretato da Nicolas Cage, un investigatore privato
nella New York degli anni ’30 che un tempo operava come il
vigilante The Spider, e che è costretto a riprendere la sua
identità quando si imbatte in un nuovo caso pericoloso. Questo lo
mette direttamente in conflitto con una varietà di nemici, tra cui
nuove versioni di Sandman, Tombstone, Silvermane e Megawatt, solo
per citarne alcuni.
Prima della première della serie,
ScreenRant ha intervistato Oren Uziel per parlare
di Spider-Noir. Alla domanda su come avesse scelto la sua lista di
villain dai fumetti di Spider-Man per la nuova serie, il
creatore/co-showrunner ha spiegato che l’obiettivo principale era
capire “come [loro] si sarebbero integrati nel mondo noir”.
Pertanto, lui e il suo team di
sceneggiatori, incluso il co-showrunner Steve Lightfoot, già autore
di The Punisher, si sono concentrati
inizialmente “sulla creazione della storia che volevamo
raccontare”, il che ha permesso loro di valutare in modo naturale
“chi potremmo mettere contro Ben Reilly?”. Uziel ha poi descritto
la scelta del cattivo come “un po’ un lusso”, vista l’ampia gamma
di personaggi tra cui scegliere:
Oren Uziel: Il bello della Marvel è che esiste da così
tanto tempo, ha un cast di personaggi così vasto, e il bello della
televisione è che puoi prendere un personaggio famoso e dargli la
tua interpretazione. Ma puoi anche prenderne uno molto meno
conosciuto, svilupparlo e dargli spessore. Ho avuto la possibilità
di esplorare l’universo Marvel, ed è stato molto
divertente.
Nella maggior parte degli
adattamenti di Spider-Man, gli autori si sono spesso rivolti ad
alcuni personaggi iconici dei fumetti per contrapporli all’eroe
Marvel, tra i più noti figurano Goblin, Venom, Doctor Octopus e
Avvoltoio. Anche il cast di Spider-Noir include alcuni personaggi
di spicco, in particolare Flint Marko, meglio conosciuto come
Sandman, interpretato da Jack Huston, e Lonnie Lincoln, noto anche
come Tombstone, interpretato da Abraham Popoola.
Tuttavia, il marketing di
Spider-Noir ha subito chiarito che la serie di Prime Video avrebbe
adottato un approccio diverso al suo universo narrativo, puntando
su villain meno conosciuti. Silvermane, interpretato da Brendan Gleeson, mantiene il suo ruolo di
boss mafioso, sebbene ora con origini irlandesi anziché italiane e
senza essere in conflitto con Kingpin o altri elementi criminali.
Allo stesso modo, Megawatt, interpretato da Andrew Lewis Caldwell,
fa il suo debutto sullo schermo nella serie, apparentemente
accantonando le sue radici australiane e la sua esperienza come
attore per un semplice rapinatore.
Cortesia Prime Video
Sebbene Uziel possa aver optato per
un approccio piuttosto di nicchia nella creazione del suo cast di
villain in Spider-Noir, sembra anche che stia costruendo una sua
versione dei Sinistri Sei. La presenza di così tanti villain in una
singola storia di Spider-Man è generalmente riservata alle storie
delle origini, per preparare il terreno al debutto del team nelle
storie future, oppure a scontri diretti tra i villain e l’Uomo
Ragno.
Considerata la sua propensione ad
affrontare alcuni degli antagonisti meno noti dei fumetti, sarà
interessante vedere quali altri personaggi Uziel potrebbe adattare
per Spider-Noir. Pur non essendo tecnicamente un cattivo
sconosciuto, Hammerhead non ha ancora fatto il suo debutto in
live-action e il suo look da boss mafioso anni ’20 si adatterebbe
perfettamente all’universo di Prime Video. Allo stesso modo, il
gruppo noto come The Enforcers si integrerebbe bene sia con
l’atmosfera noir che con quella comica della serie.
Al momento, però, non è chiaro cosa
riserverà il futuro a Spider-Noir. Prime Video e MGM+ non hanno
ancora fornito alcuna informazione sui loro piani per la serie, ma
trattandosi di un progetto di grande successo legato a uno dei
franchise più importanti, sembra probabile che le piattaforme di
streaming saranno propense a produrre una nuova stagione, a patto
che la prima ottenga buoni risultati in termini di ascolti.
Spider-Noir sarà disponibile in
streaming su Prime Video a partire dal 27 maggio.
La serie revisionista di
Apple
TV, For All Mankind, avrà uno spin-off,
Star
City, che racconterà la storia della corsa allo spazio
da una prospettiva diversa. Debuttata nel 2019, For All
Mankind immagina una linea temporale in cui la corsa allo
spazio non si è mai conclusa ed esamina il salto dell’umanità verso
il futuro mentre esplora il sistema solare. Nota per i suoi
personaggi avvincenti e i grandi salti temporali, la visione del
futuro di For All Mankind è al contempo idealizzata e realistica,
poiché le comuni debolezze dell’umanità si manifestano
ripetutamente con il progredire della storia.
Già alla sua quinta
stagione, la serie di fantascienza di Apple TV+ è uno dei
programmi di punta della piattaforma e, insieme a
Slow
Horses, è la più longeva. Ora, lo spin-off
Star City si appresta a trasformare la serie in un
vero e proprio franchise, raggiungendo questo obiettivo in un modo
davvero unico. Invece di raccontare un’altra storia ambientata
nello stesso universo, Star City racconterà la stessa storia della
corsa allo spazio fittizia, ma questa volta dal punto di vista
dell’Unione Sovietica. Con i dettagli sul cast e sulla trama che
già trapelano, Star City dovrebbe arrivare a breve.
Ultime notizie sullo spin-off di
Star City
Episode 2. “Star City,” premiering May 29, 2026 on Apple
TV.
Mentre il cast continua a crescere
esponenzialmente, le ultime notizie confermano l’ingresso di altri
tre membri nel cast di Star City. Adam Nagaitis, star di The
Terror, interpreterà Valya, un cosmonauta molto stimato del
programma spaziale sovietico. Josef Davies (Andor) vestirà i panni di Sergei, un ingegnere del
controllo a terra noto per la sua intelligenza. Infine, Ruby
Ashbourne Serkis (Shardlake) interpreterà Tanya, la moglie di un
cosmonauta che si sente soffocata dalla vita tra le mura di Star
City. Tutti e tre faranno parte del cast principale, anche se molti
dettagli sono ancora sconosciuti.
Conferma dello spin-off di Star
City
Episode 3. Solly McLeod and Adam Nagaitis in “Star City,”
premiering May 29, 2026 on Apple TV.
Il 2024 è stato un anno importante
per Apple TV+ e, quando la piattaforma ha annunciato la conferma
della quinta stagione di For All Mankind, ha anche rivelato i suoi
piani per lo spin-off di Star City. Sebbene il progetto fosse
ancora agli inizi, la piattaforma di streaming aveva già diffuso
numerosi dettagli sullo spin-off, inclusi alcuni particolari della
trama. Contemporaneamente, venne rivelato che Ronald D. Moore, Matt
Wolpert e Ben Nedivi si sarebbero riuniti per dare vita allo
spin-off, con gli ultimi due nel ruolo di showrunner.
Nel luglio 2024, Ronald D. Moore
illustrò il processo di scrittura della serie spin-off,
affermando:
[A]bbiamo una direzione. Abbiamo un
arco narrativo generale. Probabilmente non è dettagliato come
quello con cui abbiamo iniziato con For All Mankind, ma abbiamo una
sorta di struttura generale, del tipo: “Ecco come si svilupperà la
storia nel corso di diverse stagioni”.
Non sono sicuro di quali saranno i
salti temporali. Sappiamo che ci saranno dei salti nel tempo. Non
siamo ancora arrivati a quel punto. Probabilmente si tratterà di
un salto temporale di circa dieci anni. Non sappiamo se ripeteremo
esattamente i salti temporali di Mankind o se cercheremo di
dividerli a metà. Ma è comunque un formato che funziona per noi e
che rende la serie unica in questo universo. Permette anche al loro
programma spaziale di progredire. Ecco perché l’abbiamo fatto in
Mankind, in modo che si potesse vedere il progresso a piccoli
passi, invece di rimanere bloccati in un arco temporale molto
limitato in cui non ci sarebbero stati grandi cambiamenti.
Passò quasi un anno prima che
arrivassero aggiornamenti seri e, nel febbraio 2025, iniziarono ad
arrivare le prime notizie sul casting dello spin-off. Nei primi
mesi del 2025, non c’era ancora una data di produzione per Star
City e Apple TV+ è stata piuttosto reticente riguardo alla data di
uscita della serie. Con la quinta stagione di For All Mankind
all’orizzonte, è probabile che la piattaforma di streaming abbia in
programma di intrecciare in qualche modo le due serie.
Dettagli sul cast dello spin-off
di Star City
Essendo la serie ancora in fase di
sviluppo, si sa ancora poco sul cast di Star City. Tuttavia, sembra
che Rhys Ifans abbia trovato il suo attore protagonista, nel ruolo
del capo progettista del programma spaziale sovietico. Il
personaggio, ancora senza nome, è una figura cruciale agli albori
delle imprese spaziali dell’URSS, e il curriculum di Ifans, con
ruoli autorevoli (in serie come House of the Dragon), lo rende
particolarmente adatto alla parte. Anna Maxwell Martin (Bleak
House) interpreterà Lyudmilla, una donna sovietica.
Altri membri del cast si sono
uniti, tra cui Adam Nagaitis (The Terror) nel ruolo di Valya, un
cosmonauta esperto e rispettato, e Josef Davies (Andor), che
interpreterà Sergei, un ingegnere del controllo a terra. Ruby
Ashbourne Serkis (Shardlake) è stata scelta per interpretare Tanya,
la moglie di un cosmonauta che si sente soffocata dalla vita a Star
City. Come per il cast di For All Mankind, ci si aspetta che Star
City impieghi un nutrito gruppo di attori, soprattutto considerando
il salto temporale in avanti nella trama.
Dettagli sulla trama dello
spin-off di Star City
Quando Apple TV+ ha annunciato lo
spin-off, ha anche rivelato la struttura narrativa di base di Star
City. Secondo Apple, la serie seguirà la stessa linea temporale di
For All Mankind, ma racconterà la storia dal punto di vista
dell’Unione Sovietica. Tuttavia, a differenza della serie
originale, Star City avrà elementi da thriller, poiché l’alta
tensione della corsa allo spazio si combina con la pressione del
regime repressivo dell’URSS.
La sinossi ufficiale di Apple
recita:
Star City è un thriller
paranoico e avvincente che ci riporta al momento chiave della
rivisitazione alternativa della corsa allo spazio: quando l’Unione
Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna. Ma
questa volta, esploreremo la storia da dietro la Cortina di Ferro,
mostrando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e degli ufficiali
dell’intelligence integrati nel programma spaziale sovietico, e i
rischi che tutti hanno corso per far progredire
l’umanità.
Ronald D. Moore ha colmato alcune
lacune nel suo aggiornamento di luglio 2024, spiegando come la
pressione del KGB contribuisca al brivido e al terrore dei viaggi
spaziali in generale. Dato che nell’universo immaginario di “For
All Mankind” i sovietici hanno battuto gli Stati Uniti nella corsa
alla Luna, Moore ha spiegato come Star City avrebbe rappresentato
tutti i sacrifici e i pericoli che i membri del programma spaziale
sovietico hanno dovuto affrontare per raggiungere tale
obiettivo.
L’imminente film horror di A24, Backrooms, è ispirato a una
leggenda metropolitana nata da un’inquietante immagine pubblicata
online. Il trailer (guardalo
qui) ha anticipato una disturbante discesa nell’incubo generato
da Internet, ma resta una domanda… cosa sono esattamente le
Backrooms?
Cosa sono esattamente le
Backrooms?
Le
Backrooms sono un labirinto infinito di stanze
vuote che ricordano un ufficio o un magazzino, illuminate da una
luce fluorescente accecante e decorate dal pavimento al soffitto
con un malato colore giallastro. Questo ambiente non ha una
posizione precisa: sono una sorta di purgatorio che esiste al di
fuori dello spazio e del tempo, accessibile tramite il
“no-clipping” attraverso pavimenti o pareti, come se la realtà
contenesse angoli instabili e difettosi, proprio come un
videogioco.
Chiunque può finirci dentro e ritrovarsi intrappolato, incapace di
uscire. Lo spazio è privo di vita umana, ma abitato da entità
invisibili che fanno sentire gli sfortunati visitatori osservati o
inseguiti. Le Backrooms richiamano inoltre immagini familiari, come
l’impossibile labirinto del mito greco che imprigionava il
Minotauro, oppure gli spazi ultraterreni e infiniti presenti nelle
fiabe.
Il fatto che le Backrooms assomiglino ai luoghi più artificiali e
senz’anima del mondo moderno sembra significativo: tutti, almeno
una volta, abbiamo attraversato spazi banali che ricordano quelli
che si possono vedere nel film.
Da dove vengono le
Backrooms?
Come molti dei meme più popolari degli ultimi anni, il concetto
nacque su 4chan.
La fotografia originale (la si può vedere qui) fu
scattata durante la ristrutturazione di un negozio
HobbyTown a
Oshkosh, nel Wisconsin, e pubblicata su un blog nel 2003. Nel 2011,
l’immagine arrivò su 4chan, dove venne vista semplicemente come una foto
stranamente inquietante.
Nel 2019, un utente anonimo di 4chan scrisse poi una descrizione inquietante
dell’immagine delle Backrooms, creando inconsapevolmente una delle
leggende urbane più durature di Internet. “Se non fai
attenzione e ti smaterializzi dalla realtà nelle zone sbagliate,
finirai nelle Backrooms, circa novecento milioni di chilometri
quadrati di stanze vuote segmentate casualmente in cui rimanere
intrappolato, Dio ti aiuti se senti qualcosa che vaga nelle
vicinanze, perché di sicuro quel qualcosa ha già sentito
te”, recita la descrizione.
Da quel momento, le Backrooms colpirono immediatamente
l’immaginazione collettiva, dando vita a un enorme sforzo narrativo
condiviso da appassionati horror profondamente immersi nella
cultura online. La comunità originale delle Backrooms ampliò
progressivamente la lore attraverso brevi racconti creepypasta,
mentre il concetto diventava sempre più noto, con autori che
aggiungevano livelli di complessità e un intero ecosistema di
mostri. Alcuni fan ritengono che queste aggiunte abbiano in parte
indebolito l’impatto dell’idea originale, nella quale l’isolamento
era l’elemento centrale dell’orrore, anche se la presenza di entità
nelle Backrooms era prevista fin dall’inizio.
Online, le Backrooms sono ormai praticamente un genere a sé: la
base di numerose storie horror, video su YouTube e TikTok, oltre che videogiochi —
soprattutto su Roblox. La loro influenza è visibile persino in
serie TV popolari come Severance e The Amazing Digital Circus. Le Backrooms
sembrano inoltre aver ispirato fenomeni paralleli come il trend dei
“Liminal Spaces” e il fenomeno di TikTok chiamato “Mall World”.
A24 porta
le Backrooms al cinema
Con il film targato A24, le Backrooms stanno ora per entrare
definitivamente nella cultura pop mainstream. Non è la prima volta
che il folklore digitale approda sul grande schermo — basti pensare
a Slender Man,
che ispirò un film horror nel 2018 — ma l’adattamento di
Backrooms
prodotto da A24
potrebbe avere un impatto molto maggiore.
Backrooms è
diretto da Kane
Parsons, conosciuto su YouTube come “Kane Pixels”. Il coinvolgimento di
Parsons è particolarmente significativo: è infatti il creatore di
una celebre e raffinata serie su YouTube dedicata alle Backrooms,
raccontate attraverso video atmosferici in soggettiva che hanno
contribuito enormemente alla popolarità del fenomeno.
Se il debutto
cinematografico di Parsons dovesse avere successo, è probabile che
sempre più idee e talenti provenienti dal panorama digitale vengano
portati sul grande schermo. Il film è al cinema dal 27 maggio, per
cui non resta che andarlo a vedere e scoprire di più su ciò che
narra e mostra.
Ecco la nostra intervista a
Anna Maxwell Martin (“Lyudmilla Raskova”) e
Agnes O’Casey (“Irina Morozova”), trai
protagonisti di
Star City, lo spin-off di
For All Mankind, su Apple
Tv dal 29 maggio con i primi due episodi degli otto totali
seguiti da un nuovo episodio ogni venerdì, fino al 10 luglio.
Star City è un thriller cospirazionista dal ritmo
incalzante che ci riporta al momento decisivo della rivisitazione
in chiave ucronica della corsa allo spazio: quando l’Unione
Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna.
Questa volta, però, la storia viene esplorata da dietro la Cortina
di Ferro, raccontando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e
degli ufficiali dell’intelligence inseriti nel programma spaziale
sovietico, e i rischi che tutti loro hanno corso per far progredire
l’umanità.
La serie è interpretata da Rhys Ifans (“House of the Dragon”), Anna Maxwell
Martin (“Motherland”), Agnes O’Casey (“Bad Doves”), Alice Englert
(“Bad Behaviour”), Solly McLeod (“House of the Dragon”), Adam
Nagaitis (“Chernobyl”), Ruby Ashbourne Serkis (“I, Jack Wright”),
Josef Davies (“Andor”) e Priya Kansara (“Bridgerton”).
“Star City” è stata creata da Nedivi, Wolpert e Moore. Wolpert e
Nedivi ricoprono il ruolo di showrunner e sono produttori esecutivi
insieme a Moore e Maril Davis per Tall Ship Productions, oltre ad
Andrew Chambliss e Steve Oster. “Star City” è prodotta per Apple
TV da Sony Pictures Television.
Per
un momento, Toy Story 5 avrebbe davvero potuto
esistere senza Woody. Il regista e sceneggiatore
Andrew Stanton ha
rivelato che la prima versione del film era stata scritta
completamente senza il personaggio doppiato da Tom Hanks,
proprio perché il finale di Toy Story 4 sembrava aver chiuso definitivamente il
suo arco narrativo.
La
scelta aveva una logica precisa: Woody aveva lasciato Bonnie e gli
altri giocattoli per restare accanto a Bo Peep e aiutare i
giocattoli smarriti. Un addio emotivo, percepito da molti fan come
perfetto e conclusivo. Stanton, parlando con CinemaBlend, ha spiegato però
che qualcosa non funzionava: “Ammetto che inizialmente non sapevo
come riportarlo indietro, quindi ho scritto la prima bozza senza di
lui, solo per capire se mi mancasse. E mi mancava. Così ho pensato:
va bene, dobbiamo impegnarci di più e trovare un modo che non
sembri una reazione impulsiva, ma qualcosa di meritato”.
Il regista ha poi aggiunto: “La mia regola è questa: se togli
qualcosa, soprattutto un personaggio, la storia riesce comunque a
esistere? Se non può farlo, allora significa che quel personaggio
era davvero essenziale”. Una riflessione che chiarisce bene la
direzione creativa del nuovo capitolo Pixar, già discusso online
dopo i primi teaser.
Jessie diventa centrale mentre
Woody torna per affrontare una nuova minaccia
Il ritorno di Woody in Toy
Story 5 non significherà però un semplice ritorno allo
status quo. Secondo quanto emerso dai trailer e dalle dichiarazioni
del team creativo, il film manterrà le conseguenze del finale del
quarto capitolo, utilizzando il personaggio in modo diverso
rispetto al passato.
La trama ruoterà attorno alla crisi vissuta dai giocattoli di
Bonnie, alle prese con una nuova presenza tecnologica chiamata
Lilypad, un tablet che sembra minacciare il loro ruolo nella vita
della bambina. Ed è proprio Jessie, ormai leader del gruppo dopo
l’addio di Woody, a chiedere aiuto al vecchio amico.
La produttrice Lindsay
Collins ha raccontato come la reazione dei fan sia
cambiata drasticamente dopo il secondo trailer: “Mi ha fatto
sorridere vedere quanto odio ricevevamo dopo il primo teaser:
‘Pensavo che Woody se ne fosse andato’. Poi è arrivato il secondo
trailer e tutti hanno detto: ‘Ah, ok, doveva tornare’”.
Questo dettaglio racconta bene il vero equilibrio che Pixar sta
cercando di raggiungere: rispettare il finale di
Toy Story 4
senza rinunciare alla figura simbolica che ha definito la saga per
oltre trent’anni. La vera novità, però, potrebbe essere proprio
Jessie. Il personaggio doppiato da Joan Cusack avrà infatti un ruolo molto
più centrale e il film esplorerà persino il passato legato alla sua
ex proprietaria Emily.
Le immagini promozionali mostrano Jessie cavalcare Bullseye in una
sequenza ambientata nel mondo reale, suggerendo un’avventura più
ampia e fisica rispetto ai capitoli precedenti. Intanto torneranno
anche Buzz Lightyear, Forky, Rex, Hamm e Duke Caboom, mentre
Greta Lee darà
voce alla nuova antagonista Lilypad e Conan O’Brien interpreterà il giocattolo
Smarty Pants.
Dietro il ritorno di Woody, quindi, non sembra esserci soltanto
nostalgia. Pixar sta tentando di trasformare Toy Story 5 in un passaggio di
testimone definitivo, dove il cowboy resta importante ma non più
esclusivamente centrale. E se funzionerà davvero, potrebbe essere
il primo capitolo della saga capace di sopravvivere oltre il suo
protagonista storico.
Jamie Reynolds è il personaggio attorno a cui
ruota l’intero mistero della
seconda stagione di Come uccidono le brave
ragazze. Anche se inizialmente viene presentato soltanto
come un ragazzo scomparso poco prima del processo contro Max
Hastings, è evidente fin dai primi dettagli diffusi da Netflix che Jamie rappresenti qualcosa di molto più
importante di una semplice nuova vittima. La sua assenza sembra
infatti destinata a destabilizzare completamente Pip Fitz-Amobi e a
trascinarla ancora una volta dentro il lato più oscuro di Little
Kilton.
Interpretato da Eden H. Davies, Jamie
è il fratello di Connor Reynolds e appartiene a una delle famiglie
già coinvolte negli eventi della prima stagione. Questo dettaglio è
fondamentale perché collega immediatamente il nuovo mistero alle
ferite ancora aperte lasciate dal caso Andie Bell. La seconda
stagione non riparte quindi da zero: usa il passato per mostrare
quanto il trauma collettivo di Little Kilton continui ancora a
contaminare il presente.
La scomparsa di Jamie arriva inoltre in un momento molto delicato
per Pip. Dopo
gli eventi della prima stagione, la protagonista vorrebbe
infatti allontanarsi dalle indagini e tornare a una vita normale.
Ma proprio il caso Jamie la costringe a rimettere in discussione
tutto ciò che aveva cercato di lasciarsi alle spalle. E questo
rende il personaggio centrale non soltanto sul piano narrativo, ma
soprattutto su quello psicologico.
Jamie Reynolds sembra
rappresentare il punto in cui la serie abbandona definitivamente il
teen mystery classico
Uno degli aspetti più interessanti del personaggio è che Jamie
appare fin da subito come una figura quasi “fantasma”. La serie
costruisce la sua presenza soprattutto attraverso assenza,
testimonianze, paure e segreti degli altri personaggi. È una
struttura molto diversa rispetto al caso Andie Bell della prima
stagione, dove il mistero nasceva da un omicidio già noto alla
comunità.
Qui invece tutto sembra più instabile e ambiguo. Jamie potrebbe
essere una vittima, qualcuno in fuga oppure il centro inconsapevole
di qualcosa di molto più grande. E questa incertezza sembra
riflettere perfettamente l’evoluzione della serie stessa.
Come uccidono le brave
ragazze sta infatti lentamente abbandonando la struttura più
tradizionale del teen detective drama per trasformarsi in un
thriller molto più paranoico e psicologico.
Anche Pip cambia profondamente proprio attraverso questo nuovo
caso. Nella prima stagione la ragazza era convinta che la verità
fosse sempre liberatoria. Ora invece sembra aver compreso che ogni
indagine lascia conseguenze permanenti sulle persone coinvolte.
Jamie Reynolds diventa quindi il simbolo di questa nuova fase
narrativa: un mistero che non promette più soltanto risposte, ma
anche distruzione emotiva.
Il fatto che il personaggio appartenga alla famiglia Reynolds è
inoltre probabilmente un indizio importante. La serie continua
infatti a suggerire che Little Kilton sia una comunità costruita su
connessioni tossiche, segreti familiari e silenzi collettivi. Jamie
potrebbe essere soltanto l’ennesima vittima di questo sistema
oppure qualcuno che ha scoperto qualcosa che non avrebbe mai dovuto
conoscere.
La stagione 2 potrebbe usare
Jamie per mostrare quanto Pip stia diventando ossessionata dalla
verità
Il vero ruolo di Jamie nella storia, però, potrebbe essere
soprattutto quello di riflettere il cambiamento di Pip. Più la
protagonista indaga sulla sua scomparsa, più appare evidente che la
ricerca della verità sta diventando per lei quasi compulsiva. Jamie
non è soltanto il nuovo mistero della stagione: è il motivo che
costringe Pip a tornare dentro un mondo da cui voleva
disperatamente uscire.
Ed è qui che Come uccidono le
brave ragazze potrebbe diventare molto più interessante
rispetto alla media dei thriller YA contemporanei. La serie sembra
voler raccontare il momento in cui una protagonista “brava”,
razionale e moralmente sicura di sé inizia lentamente a perdere il
controllo del proprio equilibrio emotivo.
Jamie Reynolds potrebbe quindi essere molto più di una persona
scomparsa. Potrebbe rappresentare il punto esatto in cui Pip smette
definitivamente di essere soltanto una detective adolescente e
diventa qualcuno disposto a sacrificare sé stessa pur di conoscere
la verità.
Il
titolo Come uccidono le brave
ragazze sembra inizialmente quello di un classico thriller
young adult costruito attorno a un omicidio e a un mistero
scolastico. Ma man mano che la storia di Pip Fitz-Amobi si
sviluppa, diventa evidente che il significato del titolo è molto
più profondo e inquietante. La serie Netflix tratta dai romanzi di Holly Jackson non
parla infatti soltanto di ragazze vittime di crimini, ma del modo
in cui la pressione sociale, il trauma e l’ossessione per la verità
finiscono lentamente per distruggere l’identità stessa delle
persone considerate “brave”.
Fin dalla
prima stagione, Pip appare come la perfetta studentessa
modello: intelligente, empatica, determinata e moralmente convinta
di poter distinguere chiaramente il bene dal male. La sua indagine
sul caso Andie Bell nasce quasi come un progetto scolastico,
qualcosa che dovrebbe semplicemente ristabilire la verità. Ma il
cuore della serie sta proprio nel mostrare come quella convinzione
inizi lentamente a crollare episodio dopo episodio. Più Pip si
avvicina ai segreti di Little Kilton, più perde pezzi della propria
innocenza emotiva e della propria stabilità psicologica.
Ed è qui che il titolo assume un doppio significato. Non parla
soltanto delle ragazze che vengono letteralmente uccise o distrutte
dalla violenza, ma di come la società consumi lentamente le “brave
ragazze”: quelle che devono sempre essere perfette, responsabili,
mature e moralmente corrette. Pip entra nell’indagine convinta di
poter salvare gli altri attraverso la verità, ma la serie
suggerisce continuamente che la ricerca ossessiva della verità può
diventare essa stessa una forma di autodistruzione.
Pip Fitz-Amobi rappresenta la
trasformazione della “brava ragazza” in qualcuno disposto a perdere
tutto pur di conoscere la verità
La vera forza della serie sta nel modo in cui trasforma
gradualmente Pip da protagonista YA relativamente classica a
personaggio molto più ambiguo e complesso. Nella prima stagione, la
ragazza crede ancora che ogni mistero abbia una soluzione razionale
e che la giustizia possa davvero sistemare il dolore lasciato dalle
tragedie. Ma più il racconto avanza, più quella visione idealistica
si incrina.
La
seconda stagione sembra spingere ancora di più in questa
direzione. Pip non vuole più investigare, perché ormai comprende
quanto il trauma delle sue scoperte abbia cambiato lei stessa e le
persone attorno a lei. Eppure non riesce davvero a fermarsi. La
ricerca della verità è diventata quasi compulsiva, qualcosa che la
consuma dall’interno. È un’evoluzione molto interessante perché
sposta la serie dal semplice teen mystery verso un thriller
psicologico sul peso morale dell’ossessione investigativa.
Anche il titolo originale inglese, A Good Girl’s Guide to Murder, funziona in modo simile.
La parola “guide” suggerisce inizialmente qualcosa di quasi ironico
o scolastico, ma col tempo diventa sempre più disturbante: Pip sta
inconsapevolmente costruendo una guida non tanto per risolvere un
omicidio, quanto per capire come la violenza e il segreto
trasformino lentamente chi li affronta.
La serie Netflix usa il thriller
YA per parlare di pressione sociale, trauma e identità
femminile
Uno degli aspetti più intelligenti di Come uccidono le brave ragazze è che utilizza
la struttura del mystery adolescenziale per affrontare temi molto
più contemporanei e realistici. Little Kilton non è soltanto una
cittadina piena di segreti: è un luogo dove tutti devono mantenere
un’immagine pubblica accettabile, nascondendo continuamente dolore,
rabbia e manipolazione dietro la normalità quotidiana.
Le “brave ragazze” della serie sono infatti continuamente
schiacciate dalle aspettative degli altri. Devono essere credibili,
educate, responsabili, perfette. Ma il mondo attorno a loro è
profondamente corrotto. E la serie suggerisce che questa pressione
finisca inevitabilmente per spezzarle emotivamente. Pip rappresenta
proprio questa contraddizione: più cerca di restare moralmente
corretta, più viene trascinata in una realtà dove nessuno è davvero
innocente.
È
anche per questo che la saga di Holly Jackson funziona così bene
rispetto a molti altri thriller YA contemporanei. Non usa il
mistero soltanto come intrattenimento, ma come strumento per
raccontare il momento in cui l’adolescenza lascia spazio alla
consapevolezza adulta, con tutto il peso psicologico che questo
comporta.
E
forse il vero significato del titolo è proprio questo: non
raccontare semplicemente come muoiono le brave ragazze, ma mostrare
come il mondo le costringa lentamente a smettere di esserlo.
Il
fenomeno horror di Backrooms continua a far parlare
di sé, ma questa volta non per i misteriosi corridoi gialli
diventati virali online. A intervenire pubblicamente è stato
Mark Duplass,
protagonista del film prodotto da A24, che ha deciso di rispondere alle
accuse circolate sui social secondo cui il ventenne
Kane Parsons non
avrebbe realmente diretto il progetto.
Su X, Duplass ha replicato
duramente a un utente che sosteneva come Parsons fosse solo una
figura simbolica sul set: “Con tutto il rispetto, non ricordo
di averti visto sul set. Quando ero lì, Kane aveva il controllo
totale. Più di molti registi che hanno tre volte la sua età”.
Una dichiarazione netta, che arriva mentre cresce la curiosità
attorno al film tratto dalla celebre serie YouTube creata proprio
da Parsons.
La
discussione attorno all’età del regista si è rapidamente
trasformata in un dibattito più ampio sull’industria
cinematografica contemporanea. La regista Sophy Romvari ha commentato la vicenda
sottolineando come il successo precoce generi spesso reazioni
tossiche: “L’invidia alimenta gran parte di questo tipo di
discussioni sull’età e sul successo”. Ma il caso
Backrooms sembra
soprattutto mettere in evidenza il cambiamento radicale nei
percorsi di accesso al cinema, dove creator digitali e filmmaker
indipendenti possono ormai arrivare direttamente alle grandi
produzioni hollywoodiane.
Backrooms porta l’horror
analogico di YouTube nel cinema mainstream
Il film di Backrooms nasce dall’universo horror creato da
Parsons sul web, diventato un caso globale grazie ai suoi video
analog horror pubblicati su YouTube. La storia ruota attorno a un
proprietario di un negozio di mobili che scopre un passaggio verso
una dimensione inquietante e surreale nascosta all’interno del suo
showroom.
Accanto a Mark
Duplass, il cast include Chiwetel
Ejiofor, Renate Reinsve, Finn Bennett e Lukita Maxwell, mentre tra i produttori figurano
nomi pesanti del cinema di genere come James Wan,
Shawn Levy e
Osgood Perkins.
Una combinazione che dimostra quanto Hollywood stia osservando con
attenzione il linguaggio nato online negli ultimi anni.
Durante il CCXP Mexico, Parsons ha raccontato l’ambizione
produttiva del progetto, spiegando: “Il set era enorme. Abbiamo
costruito circa 30.000 piedi quadrati di vere Backrooms nelle quali
potevamo camminare. Alcune persone si perdevano davvero. Sembrava
di essere lì dentro, ed era stranissimo”. Il regista ha
inoltre rivelato che la produzione ha effettuato “50 test di carta
da parati per trovare la giusta tonalità di giallo”.
Ed è proprio questo l’aspetto più interessante dell’intera
operazione: Backrooms non sembra voler trasformare il materiale
originale in un horror tradizionale, ma piuttosto espandere quella
sensazione di spazio vuoto, irreale e disturbante che ha reso
virali i video di Parsons. Il rischio di “normalizzare” l’estetica
analog horror esiste, ma il coinvolgimento diretto del creatore
originale potrebbe evitare che il film perda la sua identità.
La difesa pubblica di Duplass assume quindi anche un altro
significato: legittimare una nuova generazione di registi cresciuti
fuori dai percorsi classici dell’industria. E il fatto che uno
studio come A24
abbia affidato un progetto di questa portata a un autore ventenne
racconta molto di come il cinema horror stia cambiando pelle.
L’ingresso di Leo Woodall
nel mondo de Il Signore
degli Anelli è ormai ufficiale e l’attore non nasconde
l’emozione per il progetto. La star di The White Lotus e One Day ha parlato per la prima
volta del suo coinvolgimento in Il Signore degli Anelli:
The Hunt for Gollum, nuovo capitolo cinematografico
prodotto da Warner Bros. e ambientato nella Terra di Mezzo.
“Significa tutto per me. È un sogno che avevo fin da
bambino”, ha dichiarato Woodall a People. L’attore ha poi
aggiunto: “Guardavo questi film da piccolo e li avrò visti un
milione di volte, quindi farne parte oggi è incredibile”.
Parole che confermano quanto il progetto punti anche sul legame
emotivo che un’intera generazione di attori e spettatori ha
sviluppato con la trilogia diretta da Peter Jackson.
Come prevedibile, Woodall non ha rivelato dettagli concreti sulla
trama o sul suo personaggio, limitandosi a dire: “Non posso
anticipare nulla”. Ma il casting dell’attore rappresenta già
uno degli elementi più interessanti del nuovo corso cinematografico
della saga tolkieniana, soprattutto per il tipo di personaggio che
interpreterà.
The Hunt for Gollum espande la
Terra di Mezzo tra nuovi personaggi e volti storici
Annunciato ufficialmente durante il CinemaCon, The Lord of the Rings: The Hunt for
Gollum introdurrà Woodall nel ruolo di Halvard, un
nuovo personaggio Dúnedain creato appositamente per il film e
assente nei romanzi originali di J.R.R. Tolkien. Accanto a lui ci sarà
Jamie
Dornan, scelto per interpretare Strider, l’identità
usata da Aragorn prima degli eventi de La Compagnia dell’Anello.
Il film racconterà la missione di Aragorn per catturare Gollum
prima che la creatura possa rivelare a Sauron la posizione
dell’Anello. Una storia ambientata tra gli eventi de
Lo Hobbit e
quelli de La Compagnia
dell’Anello, costruita ampliando riferimenti e note
lasciate da Tolkien nei suoi scritti.
Il ritorno di figure storiche del franchise rafforza ulteriormente
il legame con le trilogie originali. Andy Serkis
riprenderà il ruolo di Gollum, oltre a dirigere il film, mentre
torneranno anche Ian McKellen
come Gandalf, Elijah Wood come Frodo e
Lee
Pace nei panni di Thranduil. Tra le novità più
sorprendenti c’è anche Kate
Winslet, entrata nel cast nel ruolo inedito di
Marigol.
Dietro le quinte, Warner Bros. sta chiaramente cercando di
costruire una nuova espansione cinematografica della Terra di Mezzo
senza rinunciare all’eredità creativa della saga originale. Il
coinvolgimento di Peter
Jackson, Fran
Walsh e Philippa
Boyens come produttori e sceneggiatori indica la volontà
di mantenere una continuità stilistica e narrativa con i film che
hanno ridefinito il fantasy moderno al cinema.
La presenza di nuovi personaggi come Halvard suggerisce inoltre una
direzione precisa: non limitarsi ad adattare Tolkien in modo
tradizionale, ma esplorare gli spazi lasciati aperti nei suoi
racconti. È una strategia già sperimentata con alterne fortune in
passato, ma che potrebbe funzionare meglio in una storia più intima
e legata ai toni oscuri della caccia a Gollum.
Quando nel 2016 uscì
“Bastille Day – Il colpo del secolo” — distribuito
internazionalmente anche con il titolo “The Take”
— il film colpì immediatamente per il suo tono sorprendentemente
vicino alla realtà politica e sociale dell’Europa contemporanea.
Diretto da James Watkins e interpretato da
Idris Elba, Richard Madden e Charlotte Le
Bon, il thriller mescola terrorismo, rivolte urbane,
tensioni razziali e corruzione istituzionale all’interno di una
Parigi attraversata dalla paura. Proprio questo realismo ha spinto
molti spettatori a chiedersi se la storia raccontata nel film fosse
davvero accaduta oppure se fosse liberamente ispirata a eventi
reali.
La risposta è più complessa di
quanto sembri. “Bastille Day – Il colpo del
secolo” non è basato su una storia vera specifica, ma
costruisce la sua narrazione utilizzando paure, conflitti e
dinamiche che hanno segnato profondamente la Francia degli anni
Duemila. Il film arriva infatti in un momento storico segnato da
attentati terroristici, proteste sociali, crisi migratorie e
crescente radicalizzazione politica. Pur restando un action
thriller di finzione, la pellicola utilizza elementi estremamente
concreti della società francese contemporanea, tanto da apparire
quasi profetica dopo alcuni tragici eventi realmente accaduti.
La storia vera dietro Bastille
Day: terrorismo, tensioni sociali e paura nella Francia
contemporanea
La trama di “Bastille
Day – Il colpo del secolo” prende il via con un attentato
apparentemente collegato a gruppi estremisti e proteste
antifasciste, ma il film rivela presto una cospirazione molto più
articolata, costruita attorno alla manipolazione politica e alla
strumentalizzazione del caos sociale. Anche se gli eventi
raccontati sono inventati, il contesto da cui nasce il film è
assolutamente reale. Negli anni precedenti all’uscita della
pellicola, la Francia era diventata uno dei principali teatri
europei del terrorismo jihadista, con una lunga serie di attacchi
che avevano profondamente cambiato il clima politico del Paese.
Dopo l’11 settembre, infatti, il rapporto tra sicurezza nazionale,
immigrazione e radicalizzazione religiosa era diventato sempre più
centrale nel dibattito pubblico europeo, e la Francia — per ragioni
storiche e coloniali — si trovava in una posizione particolarmente
delicata.
Il film sfrutta proprio questa
atmosfera di tensione permanente. Le periferie francesi, la rabbia
sociale delle seconde generazioni immigrate, l’ascesa dei movimenti
nazionalisti e la sfiducia verso le istituzioni diventano il
terreno perfetto per un thriller che vuole sembrare plausibile. La
presenza di rivolte urbane, manifestazioni di piazza e scontri con
la polizia richiama direttamente quanto accaduto realmente nelle
banlieue francesi, soprattutto dopo le rivolte del 2005, quando
interi quartieri periferici esplosero in settimane di violenza e
proteste contro discriminazione e marginalizzazione sociale. In
questo senso, “Bastille Day” non racconta fatti
realmente accaduti, ma utilizza problemi concreti della Francia
moderna come fondamento della propria narrazione.
Gli attentati terroristici che
resero il film inquietantemente attuale dopo la sua uscita
L’aspetto più impressionante
della storia di “Bastille Day – Il colpo del
secolo” riguarda però il momento in cui il film arrivò
nelle sale. La produzione era stata completata nel 2014, ma nel
frattempo la Francia venne travolta da alcuni dei più devastanti
attentati terroristici della sua storia recente. Nel gennaio 2015
si verificarono gli attacchi contro la redazione di Charlie
Hebdo e il supermercato Hyper Cacher, mentre nel novembre
dello stesso anno Parigi fu colpita dagli attentati coordinati al
Bataclan, allo Stade de France e in diversi locali della capitale.
Questi eventi cambiarono radicalmente la percezione del film ancora
prima della sua uscita ufficiale.
La situazione diventò ancora più
delicata nel luglio 2016. “Bastille Day” debuttò
infatti in Francia il 13 luglio, praticamente alla vigilia della
festa nazionale francese. Il giorno successivo, durante le
celebrazioni del 14 luglio a Nizza, un attentatore lanciò un camion
sulla folla causando decine di morti. L’attacco di Nizza trasformò
improvvisamente il thriller di James Watkins in
qualcosa di disturbantemente vicino alla cronaca reale. La
produzione decise quindi di ritirare temporaneamente il film dalle
sale francesi, temendo che il pubblico potesse percepirlo come
insensibile rispetto al clima nazionale. Anche il titolo
internazionale venne modificato in alcuni mercati proprio per
allontanarlo dai riferimenti diretti alla presa della Bastiglia e
agli eventi francesi contemporanei.
Questo cortocircuito tra
finzione e realtà contribuì enormemente alla fama del film. Molti
spettatori iniziarono a rileggerlo non più soltanto come un action
movie, ma come il riflesso di un’Europa attraversata dalla paura
del terrorismo e dall’instabilità sociale. La forza del film stava
proprio nel mostrare come il caos possa essere manipolato da
interessi nascosti, sfruttando divisioni etniche e tensioni
politiche già presenti nella società reale.
Come Bastille Day utilizza il
tema dell’immigrazione e della manipolazione politica nella sua
storia
Uno degli elementi più
interessanti di “Bastille Day – Il colpo del
secolo” è il modo in cui il film affronta indirettamente
il tema dell’immigrazione e della costruzione del nemico pubblico.
Nel racconto, le tensioni tra francesi e immigrati vengono
deliberatamente alimentate per creare disordine e distrarre
l’opinione pubblica da un piano criminale molto più ampio. Questa
dinamica riflette paure autentiche della società europea
contemporanea, dove il terrorismo ha spesso contribuito a
rafforzare xenofobia, diffidenza verso le comunità musulmane e
crescita dei movimenti populisti.
Il film suggerisce continuamente
che il vero pericolo non sia soltanto il terrorismo in sé, ma anche
la facilità con cui governi, media e apparati di sicurezza possano
sfruttare la paura collettiva. È un tema che negli anni Dieci è
diventato sempre più centrale nel cinema politico e thriller
occidentale. In questo senso, “Bastille Day” si
avvicina a opere come “The Siege” o ad alcune
stagioni di “Homeland”, dove il
confine tra sicurezza nazionale e manipolazione politica diventa
estremamente ambiguo.
Anche la figura interpretata da
Idris
Elba, l’agente della CIA Sean Briar, incarna
perfettamente questo clima di sfiducia. Non si tratta del classico
eroe invincibile da action anni Novanta, ma di un personaggio che
si muove in un sistema corrotto e opaco, dove le istituzioni stesse
appaiono compromesse. La Parigi mostrata nel film non è soltanto
una città sotto minaccia terroristica, ma un luogo dove tensioni
sociali irrisolte possono essere facilmente trasformate in
strumenti di controllo e manipolazione.
Bastille Day non racconta una
storia vera, ma anticipa le paure dell’Europa contemporanea
Anche se “Bastille Day –
Il colpo del secolo” non è tratto da una storia vera, il
film riesce a colpire perché costruisce una finzione profondamente
radicata nella realtà politica e sociale europea degli ultimi anni.
Il terrorismo, la crisi migratoria, la paura collettiva, la
radicalizzazione e la sfiducia verso le istituzioni non sono
semplici elementi narrativi inventati per aumentare la tensione, ma
questioni che hanno realmente segnato la Francia contemporanea.
La coincidenza temporale tra
l’uscita del film e gli attentati del 2015 e 2016 ha
inevitabilmente trasformato la percezione dell’opera, rendendola
quasi un documento involontario delle ansie europee del periodo.
Ciò che rende ancora oggi interessante il film di James
Watkins è proprio questa capacità di utilizzare il
linguaggio dell’action thriller per raccontare qualcosa di molto
concreto sul presente. Dietro inseguimenti, esplosioni e complotti,
“Bastille Day” parla infatti di una società
fragile, attraversata da tensioni profonde e dalla paura costante
che il caos possa esplodere da un momento all’altro.
In questo senso, il film non
cerca davvero di ricostruire eventi reali specifici, ma utilizza la
finzione per riflettere una realtà storica ben riconoscibile. Ed è
probabilmente proprio questa vicinanza al mondo reale ad aver reso
“Bastille Day – Il colpo del secolo” un thriller
ancora oggi sorprendentemente attuale.
Tra thriller claustrofobici e
tensione da conto alla rovescia, 97
Minuti prova a riportare in auge il cinema d’azione
ambientato quasi interamente in spazi chiusi, giocando con il
terrore del dirottamento aereo e con la paranoia post-11 settembre.
Diretto da Timo Vuorensola e interpretato da
Jonathan Rhys Meyers e Alec Baldwin, il film racconta la storia di un
aereo di linea sequestrato da terroristi mentre un infiltrato
dell’Interpol cerca disperatamente di evitare una catastrofe. Il
titolo stesso richiama il tempo limitato prima che il velivolo
esaurisca il carburante, trasformando ogni minuto in una corsa
contro la morte.
Fin dalla sua uscita, molti
spettatori si sono chiesti se 97 Minuti fosse
tratto da fatti realmente accaduti. La sensazione di realismo
deriva infatti da un immaginario molto preciso: quello dei grandi
dirottamenti aerei moderni e, soprattutto, dell’ombra lasciata
dagli attentati dell’11 settembre 2001. Anche se il film non
racconta una storia vera specifica, gran parte delle sue dinamiche
narrative si ispira chiaramente a eventi reali che hanno segnato la
storia contemporanea dell’aviazione e della sicurezza
internazionale. È proprio questo legame con la realtà a rendere il
film così inquietante, perché dietro l’azione spettacolare si
percepiscono paure collettive ancora molto vive.
La vera storia dietro
97 Minuti: perché il film non è reale ma nasce da
paure concrete
97 Minuti non è
basato su una storia vera precisa, ma utilizza situazioni che
richiamano direttamente alcuni dei più traumatici episodi della
storia recente americana. La sceneggiatura di Pavan
Grover costruisce infatti un thriller completamente
fiction, ispirato però ai classici action degli anni Novanta come
Die Hard, Air Force One e
Con Air, tutti film che trasformavano mezzi di
trasporto isolati in scenari di guerra psicologica e sopravvivenza.
La differenza è che 97 Minuti nasce in un
contesto storico molto diverso, inevitabilmente influenzato dal
trauma globale dell’11 settembre e dalla percezione contemporanea
del terrorismo internazionale.
Il film racconta il dirottamento
di un Boeing 767 da parte di quattro terroristi, inconsapevoli
della presenza a bordo di un infiltrato dell’Interpol sotto
copertura. Parallelamente, le autorità americane valutano
l’abbattimento dell’aereo pur senza conoscere realmente i piani dei
sequestratori. Questo tipo di scenario può sembrare cinematografico
ed estremo, ma affonda le sue radici in protocolli reali sviluppati
dopo gli attentati del 2001. Dopo l’11 settembre, infatti,
l’ipotesi di abbattere un aereo civile sequestrato è diventata
parte concreta delle discussioni strategiche sulla sicurezza
nazionale. È proprio questa vicinanza con procedure realmente
esistenti a rendere il film credibile agli occhi del pubblico.
Il legame con il volo United 93
e gli attentati dell’11 settembre
L’evento reale che più
chiaramente riecheggia dentro 97 Minuti è il
caso del volo United Airlines Flight 93, uno dei quattro aerei
dirottati durante gli attentati dell’11 settembre 2001. Quel giorno
il volo, partito dal New Jersey e diretto a San Francisco, venne
sequestrato da terroristi di Al-Qaeda insieme ad altri tre
velivoli. A differenza degli aerei schiantati contro le Torri
Gemelle e il Pentagono, però, il Flight 93 non raggiunse mai il
proprio obiettivo grazie alla reazione disperata dei passeggeri a
bordo, che tentarono di riprendere il controllo del velivolo.
L’aereo precipitò infine in Pennsylvania, causando la morte di
tutte le persone presenti, ma evitando probabilmente un attacco
ancora più devastante.
Molti elementi di 97
Minuti sembrano richiamare direttamente quella
tragedia. Anche nel film ci sono quattro terroristi, nessuna
richiesta immediata rivolta alle autorità e una crescente paura
legata al possibile obiettivo finale del dirottamento. Inoltre i
passeggeri partecipano attivamente al tentativo di fermare i
sequestratori, proprio come accadde realmente sul Flight 93.
Persino l’intervento dei caccia militari nel film ricorda ciò che
avvenne quel giorno: due F-16 americani furono infatti inviati per
intercettare l’aereo dirottato. Sebbene non arrivarono in tempo per
abbatterlo, la loro presenza segnò uno dei momenti più drammatici
della risposta militare agli attentati.
Come il cinema post-11
settembre ha influenzato direttamente 97
Minuti
Più che raccontare una singola
storia vera, 97 Minuti appartiene a quel
filone di thriller nati dopo l’11 settembre che hanno trasformato
la paura del terrorismo aereo in uno strumento narrativo. Negli
anni successivi agli attentati, il cinema hollywoodiano ha iniziato
infatti a riflettere sempre più spesso sulle conseguenze
psicologiche e politiche del terrorismo globale. Film come
United 93, World Trade Center o
persino serie televisive come 24 hanno contribuito
a costruire un immaginario dominato dall’urgenza, dalla
sorveglianza costante e dalla possibilità che un singolo evento
possa provocare migliaia di vittime in pochi minuti.
Dentro questo panorama,
97 Minuti sceglie una strada più action e
commerciale, ma mantiene comunque molti elementi tipici del cinema
post-11 settembre: il sospetto verso chiunque si trovi a bordo, il
conflitto tra salvezza individuale e sicurezza collettiva, il
dilemma morale delle autorità chiamate a decidere se sacrificare
vite innocenti per evitarne altre. La figura interpretata da
Alec Baldwin, disposto persino ad abbattere
l’aereo, riflette proprio queste tensioni nate nel mondo
occidentale dopo il 2001. Il film utilizza quindi una struttura da
thriller classico, ma la riempie di paure moderne estremamente
riconoscibili.
La realtà dietro 97
Minuti e perché il film continua a risultare
credibile
Anche se 97
Minuti è completamente fiction, il suo impatto deriva
dalla capacità di rielaborare paure reali che il pubblico associa
immediatamente alla storia contemporanea. Il terrorismo aereo, i
protocolli militari d’emergenza, gli infiltrati internazionali e il
timore di nuovi attacchi su larga scala non appartengono infatti
soltanto al cinema, ma fanno parte della memoria collettiva degli
ultimi vent’anni. È questo che permette al film di mantenere una
tensione costante: lo spettatore sa che scenari simili, almeno in
parte, sono già esistiti davvero.
Il film non cerca la precisione
documentaristica e nemmeno la ricostruzione storica. Preferisce
invece usare elementi riconoscibili della realtà per alimentare un
thriller ad alta tensione che guarda apertamente ai grandi action
del passato. Eppure, dietro inseguimenti, infiltrati e countdown
drammatici, rimane sempre la percezione inquietante che tutto ciò
possa accadere davvero. In fondo è proprio questa la forza di opere
come 97 Minuti: trasformare eventi storici e paure
concrete in intrattenimento cinematografico, ricordando però allo
spettatore quanto sottile possa essere il confine tra fiction e
realtà.
Quando nel 2023 Damián
Szifron torna al cinema con To Catch A Killer –
L’uomo che odiava tutti (leggi
qui la recensione), il risultato è un
thriller poliziesco che usa la struttura del procedural per
parlare di un’America esausta, paralizzata dalla paura e incapace
di comprendere il disagio che genera la violenza. Il film con
Shailene Woodley e Ben Mendelsohn si presenta inizialmente come
una classica caccia al serial killer: un cecchino misterioso
massacra decine di persone durante la notte di Capodanno a
Baltimora e l’FBI cerca disperatamente un colpevole prima che
l’opinione pubblica esploda. In realtà, il film rivela presto
un’ambizione diversa, molto più cupa e politica.
Il cuore del racconto è infatti
il rapporto tra Eleanor e Lammark, due figure profondamente
imperfette che si muovono dentro istituzioni corrotte, isteriche e
incapaci di ascoltare. Il finale di To Catch A
Killer non punta alla soddisfazione tipica del thriller
investigativo, perché la cattura dell’assassino non coincide con
una vera vittoria. La morte di Dean Possey chiude il caso, ma
lascia intatta la sensazione di vivere in una società che continua
a produrre solitudine, alienazione e rabbia. È proprio questa la
chiave interpretativa del film: il killer non viene trasformato in
un mostro eccezionale, bensì nel sintomo estremo di un sistema
malato.
Il thriller di Damián Szifron
trasforma la caccia al serial killer in un racconto sulla paranoia
collettiva e sul fallimento delle istituzioni
Chi conosce il cinema di
Damián Szifron riconosce immediatamente alcuni
temi già presenti in Relatos salvajes:
l’esplosione della rabbia repressa, la violenza improvvisa che
emerge dalla normalità e la critica feroce verso strutture sociali
incapaci di gestire il disagio umano. In To Catch A
Killer, però, il regista abbandona il tono grottesco e
satirico per costruire un thriller teso, quasi documentaristico,
che richiama il cinema paranoico degli anni Settanta e opere come
Zodiac di David Fincher.
Baltimora viene mostrata come una città traumatizzata, dove media,
politica e forze dell’ordine cercano disperatamente una narrazione
semplice da offrire al pubblico.
Per questo motivo il personaggio
di Eleanor diventa centrale. Interpretata da una sorprendente
Shailene Woodley, la protagonista è una
poliziotta segnata da problemi psicologici, dipendenze e tendenze
autolesionistiche. Lammark la sceglie proprio perché riconosce in
lei qualcosa che gli altri ignorano: la capacità di osservare il
dolore umano senza trasformarlo immediatamente in propaganda o
spettacolo mediatico. Tutti gli altri investigatori vogliono un
terrorista, un fanatico religioso o un simbolo politico da mostrare
in televisione. Eleanor, invece, comprende che dietro gli omicidi
si nasconde qualcuno di molto più disturbante: un uomo invisibile,
cresciuto ai margini, incapace di vivere nel mondo
contemporaneo.
Anche la regia insiste
continuamente su questo aspetto. Le sparatorie sono secche,
improvvise, prive di eroismo. I vertici istituzionali appaiono
ossessionati dall’immagine pubblica e dalla necessità di
controllare il racconto mediatico della tragedia. In questo senso
il film evita deliberatamente la struttura rassicurante del
thriller classico: non esiste un detective geniale capace di
riportare ordine nel caos. Ogni intuizione arriva troppo tardi e
ogni errore produce altre vittime. Il killer diventa quindi il
riflesso di una società che ha smesso di ascoltare chi resta
indietro.
Chi è davvero Dean Possey e
cosa succede nel finale di To Catch A Killer
La parte finale del film conduce
Eleanor e Lammark verso Dean Possey, il vero autore delle stragi.
La scoperta arriva attraverso dettagli apparentemente secondari,
confermando come il film sia interessato più all’osservazione
psicologica che al colpo di scena spettacolare. Dean è un uomo
cresciuto nell’isolamento, traumatizzato da un’infanzia segnata da
un incidente con le armi causato dal padre, incapace di integrarsi
socialmente e rifiutato persino dall’esercito, che avrebbe dovuto
rappresentare per lui un’identità e uno scopo.
Quando Eleanor e Lammark
raggiungono la casa della madre di Dean, il film entra nella sua
fase più tragica. Lammark, ormai estromesso ufficialmente
dall’indagine, vuole arrestare il killer per dimostrare che il
Bureau ha sbagliato tutto. È una scelta impulsiva, dettata
dall’orgoglio e dalla frustrazione accumulata durante l’inchiesta.
Dean, nascosto in una baracca vicino alla casa, spara però
attraverso una finestra e uccide Lammark quasi immediatamente. La
morte del personaggio interpretato da Ben Mendelsohn è improvvisa e
anti-spettacolare: il film elimina così l’ultima figura realmente
competente rimasta dentro il sistema investigativo.
Da quel momento il confronto si
concentra esclusivamente tra Eleanor e Dean. È qui che il film
esplicita il proprio vero tema: la protagonista riconosce nel
killer un dolore simile al suo. Entrambi convivono con impulsi
autodistruttivi e con una profonda incapacità di sentirsi parte del
mondo. Eleanor cerca disperatamente di convincerlo a fermarsi,
proponendogli cure mediche e una possibilità di redenzione. Dean,
però, è ormai oltre ogni recupero. La sua rabbia è diventata
identità. Quando la polizia circonda l’area, il killer reagisce
facendo esplodere una bomba e aprendo il fuoco sugli agenti.
Eleanor tenta ancora di salvarlo, ma il confronto degenera
definitivamente: Dean viene colpito e ucciso dalla polizia dopo
essere stato ferito dalla stessa Eleanor.
La chiusura dell’indagine lascia
però un sapore amarissimo. Dean muore, ma nessuno sembra
interessato a capire davvero come sia stato possibile arrivare a
quel punto. Le istituzioni vogliono soltanto controllare il danno
politico e mediatico.
Il finale racconta una società
che crea invisibili e poi si stupisce della loro esplosione di
violenza
L’aspetto più inquietante di
To Catch A Killer è il modo in cui rifiuta di
rendere Dean Possey un genio criminale o un simbolo astratto del
male. Il film insiste continuamente sulla sua banalità. Dean è un
uomo spezzato, incapace di relazioni sociali, sfruttato
economicamente e consumato da un odio che cresce nell’isolamento.
La sua violenza nasce da un bisogno disperato di sentirsi
finalmente visto.
Questa scelta cambia
completamente il significato del finale. Eleanor comprende che Dean
non sta cercando soldi, potere o fama ideologica. Vuole infliggere
al mondo lo stesso dolore che prova quotidianamente. Per questo
motivo le sue vittime sono casuali: il bersaglio reale è la società
intera. Szifron costruisce così un thriller che parla apertamente
dell’alienazione contemporanea e della fragilità mentale in un
contesto dominato da pressione sociale, individualismo e
bombardamento mediatico.
Anche Eleanor rappresenta una
possibile variazione dello stesso trauma. Il film suggerisce
continuamente che la protagonista avrebbe potuto facilmente
scivolare verso l’autodistruzione definitiva. Le sue ferite
interiori la rendono capace di capire Dean meglio di chiunque
altro. La differenza sta nel fatto che Eleanor trova un contatto
umano sincero attraverso Lammark, mentre Dean resta completamente
isolato fino alla fine. La tragedia del killer nasce proprio da
questa assenza assoluta di connessione emotiva.
Il comportamento delle autorità
rafforza ulteriormente questa lettura. Politici e FBI pensano
soltanto a salvare la propria reputazione. Ogni decisione viene
presa per ragioni strategiche o mediatiche, mai umane. Il film
suggerisce quindi che la vera violenza sistemica non sia soltanto
quella delle armi, ma quella di istituzioni incapaci di vedere le
persone prima che sia troppo tardi.
La morte di Lammark e la
promozione di Eleanor mostrano il compromesso morale necessario per
sopravvivere nel sistema
La conclusione del film diventa
ancora più amara nella scena finale dedicata a Eleanor. Dopo la
morte di Dean Possey, il sindaco e i dirigenti istituzionali
cercano di riscrivere completamente la narrazione degli eventi.
Vogliono nascondere gli errori dell’indagine e trasformare Eleanor
in una figura utile alla propaganda ufficiale. In cambio le offrono
ciò che ha sempre desiderato: un ruolo importante nell’FBI.
All’inizio del film Eleanor
avrebbe probabilmente rifiutato per principio. L’esperienza vissuta
con Lammark, però, le ha insegnato che la purezza morale assoluta
spesso conduce all’emarginazione e all’impotenza. Accettando il
compromesso, la protagonista sceglie di restare dentro il sistema
per continuare a fare la differenza. È una decisione profondamente
ambigua, che il film evita di giudicare apertamente.
Il dettaglio più importante
riguarda infatti le richieste avanzate da Eleanor prima di firmare
l’accordo: pretende che Lammark riceva una medaglia al valore
postuma e che il marito Gavin ottenga la pensione completa. In quel
momento Eleanor dimostra di aver ereditato l’umanità del suo
mentore. Ha imparato a muoversi dentro una struttura corrotta senza
perdere completamente sé stessa.
La morte di Lammark assume
quindi un valore simbolico. Il personaggio rappresentava un raro
esempio di investigatore interessato davvero alla verità e non alla
carriera. La sua eliminazione conferma la visione pessimista del
film: le persone migliori vengono spesso sacrificate da sistemi
costruiti sulla convenienza politica.
Il vero significato del finale
di To Catch A Killer è la trasformazione del
dolore in consapevolezza
L’ultima immagine di Eleanor
suggerisce che il film non vuole chiudersi nella disperazione
assoluta. La protagonista esce distrutta dall’indagine, ma possiede
finalmente una consapevolezza nuova. Ha guardato dentro il vuoto
che consumava Dean Possey e ha capito quanto sia sottile il confine
tra sopravvivere al dolore e lasciarsene divorare.
Il titolo italiano,
L’uomo che odiava tutti, rischia quasi di
semplificare il film, perché Dean non odia realmente il mondo nel
senso tradizionale del termine. Odia soprattutto la propria
incapacità di viverci dentro. È un personaggio incapace di
comunicare, incapace di immaginare un futuro, incapace persino di
dare un nome preciso alla propria sofferenza. Eleanor riesce a
comprenderlo proprio perché combatte quotidianamente una battaglia
simile.
Il finale diventa allora il
racconto di due possibilità opposte davanti al trauma: trasformarlo
in distruzione oppure in coscienza critica. Dean sceglie la prima
strada e viene annientato. Eleanor sceglie invece di continuare a
vivere, accettando compromessi dolorosi pur di mantenere uno spazio
d’azione dentro il sistema. È una conclusione volutamente scomoda,
che rifiuta la catarsi tipica del thriller hollywoodiano.
To Catch A
Killer termina senza rassicurare davvero lo spettatore,
lasciando aperta una domanda inquietante: quanti altri Dean Possey
stanno crescendo nel silenzio generale, invisibili fino al giorno
in cui decideranno di farsi notare attraverso la violenza?
Cosa saresti disposto a fare per
un’eredità miliardaria?
Sette eredi, una fortuna, nessun
testimone: un thriller nero e spietatamente divertente, che
gioca con lo spettatore e rilancia il piacere del grande racconto
criminale contemporaneo unendo vendetta, satira sociale e puro
intrattenimento.
Una serie di “incidenti” sempre più
elaborati, orchestrati con ironia e freddezza, trascina lo
spettatore in una spirale che mette in discussione il confine tra
giusto e sbagliato. Ricchi… da morire – Delitti in famiglia
è un racconto cinico e adrenalinico che gira intorno alla domanda
che prima o poi ognuno si pone nella vita: fino a dove saresti
disposto ad arrivare per ottenere un’eredità faraonica?
Accanto a Glen Powell, qui in uno
dei ruoli più complessi e provocatori della sua carriera, un cast
di grande richiamo: Margaret Qualley, Ed Harris, Jessica
Henwick, insieme a un ensemble di personaggi grotteschi e
memorabili che incarnano le diverse declinazioni del privilegio e
del potere.
Ricchi… da morire – Delitti in
famiglia uscirà al cinema il 17 giugno distribuito da Lucky Red
e sarà preceduto da un’anteprima sabato30 maggio il
Multisala Gloria Notorious Cinemas di Milano ospiterà il
BEST MOVIE DAY, l’evento annuale targato Best Movie prodotto
e organizzato da Duesse Media Network con la direzione artistica di
Giorgio Viaro e Paolo Sinopoli dedicato alla cultura pop
contemporanea tra cinema, serie tv, fumetto, creator, podcast e
nuovi linguaggi dell’intrattenimento. Ricchi… da morire –
Delitti in famiglia sarà l’evento di chiusura del festival e
sarà introdotto in sala da Zerocalcare.
Becket Redfellow (Glen Powell) è un
outsider cresciuto lontano dalla sua famiglia d’origine: una
dinastia ricchissima che lo ha rinnegato alla nascita. Determinato
a reclamare ciò che ritiene suo di diritto, Becket mette in atto un
piano tanto ambizioso quanto spietato: eliminare, uno dopo l’altro,
tutti i parenti che lo separano dall’eredità miliardaria. Ma
l’incontro e lo scontro con Julia Steinway (Margaret Qualley)
rimetterà in discussione tutto, fino al confronto finale con il
temuto capo famiglia, Whitelaw Redfellow (Ed Harris).
Il cast principale di Euphoria
è stato profondamente deluso dalla sceneggiatura della terza
stagione. Il creatore Sam Levinson ha spostato l’attenzione su una
serie di nuovi personaggi ambientati in un mondo criminale in stile
Breaking Bad, e anche quando riporta i riflettori sui
protagonisti, questi ultimi vengono incredibilmente trascurati. Il
cast di Euphoria è una schiera di star
composta da alcuni dei più grandi attori di Hollywood, ma la
terza stagione ha dato loro ben poco su cui
lavorare. Jacob Elordi ha dovuto interpretare
Nate Jacobs come l’ombra di se stesso (e, negli ultimi quattro
episodi, come un sacco da boxe).
Hunter Schafer sta
ancora dando il massimo nel ruolo di Jules, ma è stata relegata a
un ruolo secondario, e quando le viene dato spazio, è costretta a
interpretare sbalzi d’umore irrealistici e uno sviluppo del
personaggio superficiale. Anche il più grande attore del mondo può
solo elevare un materiale di serie C a un C+ al massimo. Quindi, è
ancora più impressionante che, nonostante la sceneggiatura di
Levinson, attori come Zendaya, Colman Domingo e Sydney Sweeney siano comunque
riusciti a brillare.
Chloe Cherry ha iniziato la sua
carriera nell’industria del cinema per adulti, ma da quando ha
debuttato in Euphoria nel ruolo di Faye ha dimostrato di essere
un’attrice davvero brava. Nel corso della terza stagione, Levinson
si è impegnata a far compiere a Faye le azioni più disgustose
possibili, dall’ingoiare palloncini di eroina lubrificati al
defecare lungo la gamba, fino a fare sesso con un nazista. Ma,
indipendentemente dalla situazione in cui la serie la mette, Cherry
dà il massimo in ogni scena. Con Zendaya ha un rapporto di yin e
yang contrastante che è sempre divertente da guardare.
Da quando si è ritirato dalla NFL
per la terza e ultima volta, Marshawn Lynch si è costruito una
carriera di attore davvero interessante come spalla comica che ruba
la scena. Ha rubato la scena in Bottoms con le sue esilaranti
battute, e fa lo stesso nella terza stagione di Euphoria.
Come membro dell’entourage di
Alamo, Lynch porta un po’ di risate tanto necessarie in quelle
scene lunghe e interminabili con Alamo. In ogni episodio, ha sempre
due o tre battute memorabili, recitate alla perfezione.
Il personaggio di Laurie potrebbe
essere risultato un po’ troppo presente nella terza stagione. Ciò
che la rendeva così terrificante nella seconda stagione era il
fatto che vedevamo solo brevi scorci della sua vita e dei suoi
affari, e gli scorci che vedevamo erano abbastanza terrificanti da
lasciare che la nostra immaginazione facesse il resto. Ma nella
terza stagione, Rue è in affari con Laurie e la vede
continuamente.
Ciononostante, la performance di
Martha Kelly è qualcosa da vedere. Interpreta questa spietata
signora della droga come una mamma di periferia, ed è affascinante
da guardare. Le sue battute recitate in modo monotono sono
agghiaccianti come sempre.
Darrell Britt-Gibson offre una
performance talmente eccezionale da meritare una serie di livello
superiore. Bishop è un archetipo puro della narrativa pulp, un
personaggio che si inserisce perfettamente nel genere di thriller
poliziesco crudo e realistico a cui Euphoria aspira chiaramente
nella sua terza stagione. È una sorta di tuttofare nel mondo
criminale, come Mike Ehrmantraut. Se hai bisogno di un risolutore
di problemi, di un sicario o di qualcuno che ripulisca la scena del
crimine, lui è l’uomo giusto.
Bishop si è affermato
silenziosamente come uno dei personaggi più avvincenti della terza
stagione di Euphoria, anche se spesso viene messo in ombra da
Alamo. Britt-Gibson ha fatto un’ottima scelta con questo ruolo:
interpreta questo gangster glaciale alla Jules Winnfield con un
approccio sottile e misurato.
Come abbiamo visto negli ultimi
anni, Colman Domingo è uno degli attori più affidabili di
Hollywood. È stato candidato due volte di seguito come Miglior
Attore e, anche quando un film in cui recita non è particolarmente
eccezionale, come The Running Man o Wicked: For Good, si può essere
certi che Domingo sarà uno degli elementi migliori e più
memorabili.
Questo è certamente il caso della
terza stagione di Euphoria. Euphoria non ha sempre dato la stessa
impressione in questa stagione, ma ogni volta che Domingo e Zendaya
condividevano lo schermo, quella magia indescrivibile delle
stagioni 1 e 2 tornava prepotentemente. Domingo continua a
infondere una meravigliosa energia zen (e la pazienza di un santo)
al personaggio di Ali, lo sponsor di Rue, e in questa stagione ha
avuto l’opportunità di approfondire il suo oscuro passato.
Nella prima stagione e, in misura
minore, nella seconda, Cassie era stata concepita come un essere
umano traumatizzato da anni di oggettivazione. Ma nella terza
stagione, Cassie sembra essere oggetto di oggettivazione continua.
Di conseguenza, il personaggio è diventato monodimensionale e privo
di spessore. Nonostante ciò, Sydney Sweeney rimane brillante e
piacevole da guardare come sempre.
La sua interpretazione di Cassie è
diventata un po’ caricaturale, come quando singhiozza per una
piccola emorragia nasale mentre suo marito viene brutalmente
picchiato e mutilato alle sue spalle, ma è comunque divertente da
vedere. Sweeney interpreta alla perfezione la delirante
interpretazione di ogni battuta, come “Diventerò famosa!”.
Mentre i suoi colleghi del cast
sono diventati candidati all’Oscar e supereroi Marvel, la carriera di Alexa Demie
non ha avuto lo stesso successo. La sua stella non è salita alle
stelle come quella di Zendaya, Elordi e Sweeney. Ma la terza
stagione è l’ennesima conferma che è brava quanto le sue
co-protagoniste e merita un posto accanto a loro nella nuova lista
delle star di prima fascia.
Maddy è uno dei pochi personaggi
che in questa stagione si è comportata in modo autentico; è la
stessa dura e spietata che ha insultato la madre di Nate, ha
rovesciato il chili di Cal e ha fatto sesso in pubblico per
ingelosire il suo ragazzo. Demie ritrova quella freddezza e quella
grinta quando minaccia Lexi e quando convince Cassie a firmare un
contratto draconiano. Ma Demie ha anche portato una vera
vulnerabilità a Maddy nella terza stagione. La scena nella vasca
idromassaggio con Alamo è stata davvero difficile da guardare,
perché Demie è riuscita a trasmettere quel disagio.
Nei deludenti primi episodi della
terza stagione di Euphoria, Priscilla Delgado ha letteralmente
rubato la scena nel ruolo di Angel Martinez. Angel era
l’avvertimento che ci mostrava quanto pericolosa sarebbe stata la
nuova capa di Rue, e Delgado ha interpretato alla perfezione ogni
svolta tragica della sua breve storia.
Dopo l’overdose di Tish, Angel è
diventata la prima vittima collaterale della successiva guerra tra
Alamo e Laurie. È stato difficile da guardare, ma l’incredibile
interpretazione di Delgado ha fatto sì che non si potesse
distogliere lo sguardo.
Adewale Akinnuoye-Agbaje nel ruolo di Alamo Brown
Il cattivo principale della terza stagione di Euphoria è Alamo
Brown, il boss del crimine che ha preso Rue sotto la sua ala
protettrice, ha stretto un accordo commerciale sbilanciato con
Maddy e, in pratica, ha comprato Cassie. La sceneggiatura del
personaggio di Alamo è stata piuttosto scadente – i suoi dialoghi
sembrano il tentativo di un adolescente ribelle di scrivere le
proprie battute alla Marsellus Wallace – ma l’interpretazione è
stata davvero incredibile.
Il veterano della TV Adewale Akinnuoye-Agbaje, noto ai fan di Oz
come Adebisi e a quelli di Lost come Mr. Eko, sta facendo qualcosa
di davvero interessante con questo personaggio. I dialoghi non sono
particolarmente intimidatori, ma la presenza magnetica di
Akinnuoye-Agbaje sullo schermo rende perfettamente credibile il
potere che Alamo esercita su chiunque gli stia intorno.
Zendaya nei panni di Rue Bennett
Fin dall’inizio, l’accattivante interpretazione di Zendaya e il
suo innegabile carisma hanno elevato Euphoria al rango di serie
televisiva di prestigio. Ha portato la serie al successo strepitoso
nella prima stagione e rimane il punto di forza anche nella terza e
probabilmente ultima stagione.
Come per la maggior parte dei personaggi storici, la
caratterizzazione di Rue ha subito un brusco calo in questa
stagione. Alcune delle sue caratteristiche principali sono
scomparse, mentre i tratti rimanenti sono stati amplificati e
banalizzati. Ma Zendaya rimane una protagonista incredibilmente
affascinante. Qualunque sia il materiale che Levinson le offre, per
quanto esile, lei riesce sempre a renderlo interessante. Forse non
amo più Euphoria come una volta, ma mi piace ancora guardare
Zendaya nei panni di Rue (tranne quando si tratta di espellere
palloncini pieni di eroina).
L’adattamento Netflix di Come uccidono le brave
ragazze ha avuto un’accoglienza piuttosto positiva tra il
pubblico, ma chi ha letto i romanzi di Holly Jackson sa bene
che la serie modifica parecchi elementi fondamentali della storia
originale. E non si tratta soltanto di piccoli cambiamenti
narrativi inevitabili in ogni adattamento televisivo: alcune
differenze cambiano davvero il tono della vicenda, il peso
psicologico dei personaggi e perfino il significato di certi eventi
centrali.
La
serie con Emma Myers nei panni
di Pip Fitz-Amobi rimane relativamente fedele alla struttura
principale del romanzo, soprattutto per quanto riguarda il mistero
legato ad Andie Bell e Sal Singh. Tuttavia Netflix ha scelto
chiaramente di rendere il racconto più accessibile al grande
pubblico young adult, smussando molti degli aspetti più
disturbanti, moralmente ambigui e psicologicamente pesanti presenti
nel libro.
Ed è proprio qui che emerge la differenza più interessante tra le
due versioni. Il romanzo di Holly Jackson non era semplicemente un
teen mystery costruito attorno a un omicidio scolastico: era
soprattutto un racconto molto duro sulla manipolazione sociale,
sull’ossessione per la verità e sulla violenza nascosta dietro la
normalità suburbana. La serie Netflix conserva parte di questi
temi, ma li rende più morbidi e più vicini al linguaggio delle
moderne produzioni teen thriller.
Nel libro Pip è molto più
coinvolta emotivamente nel caso Andie Bell rispetto alla serie
Netflix
Una delle modifiche più importanti riguarda direttamente Pip. Nella
serie televisiva la protagonista appare inizialmente come una
ragazza brillante e curiosa che decide di indagare sul caso Andie
Bell soprattutto per interesse personale e senso di giustizia. Nel
romanzo, invece, esiste una motivazione molto più profonda e
dolorosa: Pip si sente indirettamente responsabile per ciò che è
accaduto a Sal Singh.
Nel libro Pip prova infatti un forte senso di colpa per aver detto
a Sal dove si trovasse Andie la notte della scomparsa. Questo
dettaglio cambia completamente la percezione del personaggio,
perché trasforma l’indagine in qualcosa di molto più personale e
ossessivo. Pip non sta semplicemente cercando la verità: sta
cercando una forma di redenzione.
Netflix riduce moltissimo questo aspetto, probabilmente per rendere
Pip più immediatamente simpatica e meno emotivamente compromessa
fin dall’inizio. Ma così facendo la serie perde parte della
tensione psicologica presente nel romanzo. La Pip dei libri è
infatti più imperfetta, più ansiosa e molto più consumata dalla
propria necessità di scoprire la verità.
Anche il ritmo dell’indagine cambia parecchio. Nel libro Holly
Jackson costruiva il mistero in modo estremamente dettagliato e
stratificato, con continue connessioni tra piccoli indizi
apparentemente irrilevanti. La serie invece accelera molte
dinamiche e semplifica diversi passaggi investigativi per mantenere
un ritmo più televisivo. Alcuni spettatori hanno infatti percepito
la prima parte dello show come più lenta e meno coinvolgente
rispetto alla tensione continua del romanzo.
Andie Bell è molto diversa nel
libro: la serie Netflix la rende più tragica e meno
disturbante
La differenza forse più grande riguarda però Andie Bell. Nel
romanzo il personaggio era molto più ambiguo, manipolatorio e
persino crudele. Holly Jackson non cercava mai di trasformarla in
una semplice vittima innocente. Al contrario, il libro mostrava
chiaramente come Andie usasse le persone attorno a sé, mentisse
continuamente e fosse coinvolta in comportamenti tossici che
avevano ferito profondamente diversi personaggi della storia.
La serie Netflix, invece, sceglie un approccio più empatico e
tragico. Andie viene mostrata soprattutto come una ragazza
vulnerabile intrappolata in una situazione familiare terribile.
Questo rende il personaggio più facilmente comprensibile per il
pubblico, ma elimina anche parte della complessità morale del
romanzo.
Lo stesso vale per Nat da Silva. Nel libro Nat non era affatto
amica di Andie: era una delle sue vittime. Andie aveva diffuso sue
foto intime e l’aveva coinvolta indirettamente nel traffico di
Rohypnol che attraversava la storia. La serie riduce drasticamente
questi elementi, probabilmente per alleggerire gli aspetti più
disturbanti del materiale originale.
Questo cambiamento modifica profondamente anche il tema centrale
della storia. Nel romanzo Holly Jackson insisteva continuamente
sull’idea che una vittima possa comunque essere una persona
problematica, tossica o moralmente discutibile. Netflix preferisce
invece una rappresentazione più emotiva e lineare, meno rischiosa
dal punto di vista narrativo.
La serie semplifica molti
elementi più inquietanti del libro originale
Anche alcune storyline secondarie vengono rese molto meno
disturbanti rispetto ai romanzi. Uno degli esempi più evidenti
riguarda Elliot Ward e la ragazza nascosta nella soffitta. Nel
libro, la situazione era molto più inquietante e psicologicamente
instabile: la ragazza soffriva di gravi problemi mentali ed era
realmente convinta di essere Andie Bell.
La serie Netflix semplifica parecchio questa componente, rendendo
tutta la storyline meno traumatica e meno ambigua. È una scelta
coerente con il tono generale dell’adattamento, che evita quasi
sempre di spingersi troppo dentro il disagio psicologico più
estremo presente nei libri.
Anche dettagli apparentemente piccoli cambiano il tono della
storia. La morte del cane Barney, per esempio, nel romanzo aveva un
forte impatto simbolico ed emotivo ed era collegata direttamente a
Becca Bell. Nella serie questo aspetto viene quasi eliminato.
Persino la relazione tra Pip e Ravi risulta diversa. Nei libri il
loro rapporto cresce lentamente attraverso vulnerabilità condivise,
diffidenza e sostegno reciproco. Molti spettatori della serie hanno
invece percepito meno chimica tra Emma Myers e
Zain Iqbal,
soprattutto rispetto all’intensità emotiva costruita da Holly
Jackson nel romanzo.
Netflix ha trasformato il
thriller psicologico di Holly Jackson in un mystery YA più
accessibile
Alla fine, la differenza principale tra libro e serie riguarda
soprattutto il genere stesso della storia. Il romanzo di Holly
Jackson era molto più vicino a un thriller psicologico oscuro e
moralmente ambiguo. La serie
Netflix sceglie invece di avvicinarsi maggiormente ai teen
mystery contemporanei, mantenendo il mistero centrale ma
alleggerendo molte delle componenti più dure e disturbanti.
Questo non significa che l’adattamento funzioni male. Anzi, la
serie riesce comunque a mantenere uno dei punti più forti della
saga: mostrare quanto una comunità apparentemente tranquilla come
Little Kilton sia costruita su segreti, silenzi e menzogne
collettive. Ma il modo in cui lo racconta è diverso.
Il libro costringeva continuamente il lettore a confrontarsi con
personaggi moralmente contraddittori, dove quasi nessuno era
davvero innocente. La serie preferisce invece mantenere una
divisione più chiara tra vittime, colpevoli e protagonisti
emotivamente positivi.
Ed è forse proprio qui che si trova la vera differenza tra le due
versioni di Come uccidono le brave
ragazze: Holly Jackson raccontava la perdita
dell’innocenza con molta più crudeltà, mentre Netflix sceglie di
trasformarla in un thriller adolescenziale più accessibile, emotivo
e orientato al grande pubblico.