Quando Ron Howard porta al cinema Apollo 13 nel 1995, con un cast
straordinario composto da
Tom Hanks,
Kevin Bacon, Bill Paxton, Gary Sinise,
Ed Harris e Kathleen Quinlan, il suo obiettivo non è
realizzare un semplice disaster movie spaziale, ma restituire la
complessità emotiva, tecnica e umana di una delle missioni più
incredibili mai affrontate dalla NASA. La vicenda del 1970,
destinata a diventare il terzo allunaggio del programma Apollo, si
trasformò invece in una lotta disperata per riportare a casa vivi
gli astronauti Jim Lovell, Jack Swigert e Fred Haise dopo
l’esplosione del serbatoio di ossigeno a bordo del modulo di
servizio. Howard, basandosi sul libro Lost Moon dello stesso Lovell, costruisce il
film come un’opera che fonde rigore storico, tensione drammatica e
un realismo quasi documentaristico, confermato anche dall’analisi
dell’ex astronauta NASA Nicole Stott, che ancora oggi ritiene
Apollo 13 uno dei film
più accurati mai realizzati sullo spazio.
L’esplosione del
serbatoio: come un singolo errore trasformò una missione tranquilla
in un’emergenza globale
L’incidente che dà inizio alla crisi viene mostrato nel film con
una precisione impressionante: un’esplosione improvvisa, un rumore
sordo, strumenti che si spengono, indicatori che vanno in tilt e
una frase diventata iconica – “Houston, abbiamo un problema” – che
nasce realmente da una trasmissione radio di Jack Swigert e poi
ripetuta da Jim Lovell. Nella realtà, lo scoppio del serbatoio di
ossigeno n. 2 fu il risultato di una serie di errori apparentemente
minori: un termostato difettoso, una procedura di manutenzione
errata e una temperatura elevata che aveva danneggiato componenti
interne. Howard restituisce questo momento in modo quasi
chirurgico, mostrando non tanto l’effetto spettacolare
dell’esplosione, quanto il suo impatto sistemico: perdita di
energia, calo dell’ossigeno, blackout strumentale e una situazione
improvvisamente fuori controllo.
La scena non amplifica nulla: ciò che accadde davvero fu ancora più
destabilizzante. NASA, convinta inizialmente fosse un guasto
minore, impiegò minuti preziosi per comprendere l’entità del danno,
mentre gli astronauti registravano valori impossibili da
interpretare. Ed
Harris, nei panni del flight director Gene Kranz, incarna
magnificamente il ruolo di chi deve prendere decisioni immediate
con informazioni incomplete, restituendo la tensione di una sala
controllo che da routine si trasforma in campo di battaglia.
Il modulo lunare come
scialuppa di salvataggio: la soluzione impossibile che il film
racconta con rigore assoluto
Uno dei passaggi più straordinari — sia nella realtà sia nel film —
riguarda l’utilizzo del modulo lunare Aquarius come rifugio
improvvisato. Nel 1970 questa possibilità non era prevista da
nessuna procedura: il LM era progettato per ospitare due uomini per
poche ore sulla superficie lunare, non tre astronauti per quasi
quattro giorni nello spazio profondo. Ron Howard dedica a questo
segmento un’attenzione particolare, mostrando come NASA, attraverso
una corsa contro il tempo senza precedenti, reinventò letteralmente
i protocolli di sopravvivenza. Le sequenze in cui gli ingegneri
tentano di trovare un modo per filtrare l’anidride carbonica con
materiali disponibili a bordo — tubi, sacchetti, nastro adesivo —
sono “cinema” solo in apparenza: è esattamente ciò che accadde
davvero, come testimoniano i documenti ufficiali e le parole dello
stesso Lovell.
Nicole Stott ha confermato quanto questa parte del film sia
aderente alla realtà: l’improvvisazione controllata, la pressione
psicologica, la necessità di risparmiare energia spegnendo quasi
tutti i sistemi e l’atmosfera crescente di freddo e silenzio sono
mostrati con una fedeltà rara. Tom
Hanks, Kevin Bacon e Bill Paxton rendono palpabile la
fatica fisica e mentale dei giorni trascorsi in un modulo
progettato per tutt’altra funzione, uno spazio che da simbolo
dell’esplorazione lunare si trasforma in una disperata capsula di
salvezza.
La navigazione manuale e
il ruolo della Terra come guida: un momento realmente al limite
dell’impossibile
Il film dedica una delle sue sequenze più memorabili al momento in
cui gli astronauti devono correggere la traiettoria manualmente,
allineando il modulo lunare con la Terra visibile dal finestrino. È
un’immagine potente, quasi poetica, che potrebbe sembrare una
licenza cinematografica — e invece è uno dei passaggi più fedeli
all’intera missione. Senza computer attivi, senza sistemi di
navigazione operativi e con strumenti compromessi, l’unico
riferimento possibile era il pianeta stesso, usato come punto fisso
per determinare l’orientamento della navicella. Nicole Stott,
rivedendo la scena, l’ha definita straordinariamente accurata e
autentica: un mix di competenza, intuito e nervi saldi che nessun
addestramento può davvero preparare.
Il film mostra anche con precisione quanto fosse ridotto il margine
d’errore: un angolo troppo ripido avrebbe bruciato la capsula
durante il rientro, uno troppo basso l’avrebbe fatta rimbalzare
sull’atmosfera, condannando l’equipaggio a un destino silenzioso
nello spazio. Questa fragilità tecnica, trasformata in tensione
narrativa, è uno dei motivi per cui Apollo 13 resta un capolavoro del cinema storico e
scientifico.
Il gelo, la condensa, il
rientro atmosferico: la fisicità del pericolo come elemento
centrale del racconto
Nel film, come nella realtà, la navicella si raffredda fino a
diventare quasi inabitabile. Gli astronauti indossano più strati,
respirano aria gelida, affrontano condensa che si forma su ogni
superficie e convivono con strumenti umidi e batterie al limite.
Questa rappresentazione, che poteva sembrare eccessiva nel 1995, è
stata confermata punto per punto da Stott: l’ambiente interno
diventò talmente freddo che la condensa contribuirà poi a creare un
contrasto termico durante il rientro. Howard sceglie di mostrarlo
in modo crudo, senza estetizzazione, trasformando la fatica degli
astronauti in un’esperienza quasi sensoriale per lo spettatore.
Il rientro atmosferico, ultima e decisiva fase della missione, è
reso con un realismo rigoroso: lo scudo termico, l’intervallo di
blackout radio, la tensione in sala controllo e il dispiegamento
dei paracadute automatici rappresentano gli elementi tecnici più
critici dell’intera operazione. E anche qui il film non esagera:
ogni dettaglio — dalla durata del silenzio radio alle modalità di
attivazione dei paracadute — è storicamente e scientificamente
accurato.
Tra cinema e realtà:
perché Apollo 13 resta
il miglior film mai realizzato su una missione spaziale
reale
L’accuratezza scientifica, però, non è l’unico motivo per cui
Apollo 13 è considerato
un riferimento assoluto nel genere. Ron Howard riesce a intrecciare
il dramma umano dei tre astronauti, l’ingegnosità degli ingegneri
NASA e la portata storica della missione in un racconto emotivo e
universale. Il cast, guidato da un Tom Hanks di straordinaria
umanità, restituisce non solo il pericolo, ma la vulnerabilità e la
determinazione che permisero a Apollo 13 di trasformarsi da
disastro quasi certo a miracolo ingegneristico.
Il film dimostra che la storia vera supera sempre la fiction: la
missione fallì il suo obiettivo principale, ma riuscì in ciò che
contava davvero — riportare a casa tre uomini, contro ogni
probabilità. Il cinema, in questo caso, non amplifica la realtà: le
sta semplicemente dietro, la traduce in immagini, la rende
comprensibile e la celebra senza tradirla.
Il
finale di Tre di troppo porta a compimento
il percorso trasformativo di Marco e Giulia, una coppia allergica
all’idea della famiglia tradizionale, improvvisamente costretta a
vivere una realtà alternativa in cui si ritrova con tre figli – e
persino con una versione di sé più adulta e “sistemata”. L’intero
film costruisce la sua comicità sulla collisione tra ciò che i
protagonisti credono di desiderare e ciò che la vita,
inaspettatamente, rivela loro essere necessario.
Il senso della realtà
parallela e il vero nodo emotivo della storia
Durante tutto il racconto, la dimensione “magica” che altera la
loro vita appare poco interessata alle regole del fantastico e
molto più alla funzione narrativa: non importa come Marco e Giulia
siano finiti in quel mondo alternativo, ma perché. La struttura del
film usa quel salto temporale/possibile futuro come specchio e come
minaccia: costringe la coppia a confrontarsi con le proprie
rigidità, con il rifiuto del cambiamento e con la paura di perdere
il controllo delle proprie vite.
Man mano che i due affrontano le situazioni assurde e caotiche
portate dai tre bambini, il mondo alternativo si rivela per ciò che
è: una sorta di “proiezione educativa”, un universo costruito per
metterli davanti a ciò che non vogliono ammettere. In questa
ottica, tutto il film racconta non la scoperta della genitorialità,
ma la scoperta di sé. I figli diventano metafora del compromesso,
della crescita e della capacità di uscire dal proprio egoismo.
Perché il mondo torna
com’era e cosa significa simbolicamente
Nel finale, quando Marco e Giulia finalmente superano la loro
resistenza e iniziano a vedere i bambini non più come
un’imposizione ma come una parte possibile della loro identità, il
mondo “torna al suo posto”. È la conferma che la dimensione
alternativa non era altro che una lezione narrativa: la vita
restituisce loro la versione originale perché hanno interiorizzato
il messaggio.
L’inversione del sortilegio non è legata a un gesto preciso, ma a
un’emozione: il momento in cui i due smettono di percepirsi come
individui autosufficienti e iniziano a funzionare come una coppia
davvero unita, anche nelle difficoltà. La scomparsa dei tre figli e
il ritorno alla vita precedente non è quindi un ripristino totale,
ma un punto di partenza emotivo nuovo.
Il finale aperto: davvero
hanno cambiato idea sui figli?
Il film si conclude con una scelta narrativa intelligente: non dice
esplicitamente se la coppia deciderà davvero di avere dei bambini,
ma lascia un’atmosfera diversa, più morbida e meno difensiva. Marco
e Giulia non sono improvvisamente diventati genitori modello — e
sarebbe stato poco credibile — ma hanno demolito l’assoluto: da
“mai nella vita” si passa a “potrebbe succedere”.
Il finale suggerisce che il cambiamento non consiste nel desiderare
subito una famiglia, ma nel rimuovere il rifiuto pregiudiziale che
li aveva imprigionati. Resta la sensazione che quella parentesi,
per assurda che sia stata, abbia insegnato loro a non definire la
felicità solo in base a un piano rigido e immutabile.
Cosa resta del film e
come leggerlo davvero
La conclusione di Tre di
troppo ribadisce il tono del film: una favola contemporanea
che utilizza la commedia per scavare dentro le ansie di una
generazione che teme di “perdere se stessa” diventando adulta. La
realtà parallela funziona come un incubo esilarante ma rivelatore,
e il ritorno alla normalità è un invito a guardare la vita senza
paura del cambiamento.
Non è importante che tutto sia logicamente coerente — la commedia
fantastica permette libertà — ma che il viaggio emotivo dei
protagonisti risulti credibile. E il finale, nel suo equilibrio tra
comicità e dolcezza, suggerisce che la maturità non arriva
attraverso imposizioni ma attraverso la consapevolezza.
Il co-creatore di
Stranger ThingsRoss
Duffer
ha rivelato la durata degli ultimi quattro episodi della
serie. Dopo l’uscita deiprimi quattro episodi
della quinta stagione il 26 novembre,
Stranger Things– Stagione 5
tornerà per altri tre episodi a Santo Stefano, con il finale di
serie in programma a Capodanno. L’episodio 5, intitolato “Shock
Jock”, dura un’ora e otto minuti, mentre l’episodio 6, “Escape from
Camazotz”, durerà un’ora e un quarto, secondo il post di Duffer su
Instagram. L’episodio 7, intitolato “The Bridge”, durerà invece
un’ora e sei minuti. A chiudere definitivamente il successo di
Netflix è l’episodio 8, “The Rightside Up”, che è
l’episodio più lungo della stagione con le sue
due ore e otto minuti.
Gli ultimi episodi hanno una durata simile a quella della prima
stagione, in contrasto con i post virali sui social media e un
articolo di Puck News che affermava che l’intera stagione avrebbe
avuto una durata compresa tra 90 minuti e due ore. Queste voci sono
state probabilmente influenzate dalla tanto chiacchierata durata
della quarta stagione: dopo che le prime tre stagioni erano
composte principalmente da episodi di un’ora, la quarta stagione si
è estesa a un minimo di 70 minuti, con gli ultimi tre episodi tutti
della durata di un film. “The Piggyback”, l’episodio finale della
quarta stagione, è durato ben due ore e 22 minuti.
Ross
ha creato
Stranger Things
con suo fratello
Matt Duffer.
I Duffer sono produttori esecutivi della serie tramite la loro
Upside Down Pictures insieme a
Shawn Levy
di 21 Laps Entertainment e Dan Cohen.
Il finale de Il Signore
degli Anelli – La compagnia dell’anello è il più difficile
tra tutti i finali dei film de Il Signore degli
Anelli di Peter Jackson. Essendo il primo
film della serie, il finale de La compagnia dell’anello introduce
la storia e i punti salienti della trama della trilogia. Con
l’introduzione del film, narrata da un’eterea Cate Blanchet nei panni di Galadriel, il
potente Unico Anello viene segnalato come il principale punto di
contesa e motore della trama della serie. Frodo riceve il cimelio
di famiglia e parte per il pericoloso viaggio verso il Monte
Fato.
È un dibattito senza fine quello
sul posto che Il Signore degli Anelli – La compagnia
dell’anello occupa nella serie. La Compagnia
dell’Anello è particolarmente complicato in quanto fa sì
che il pubblico si affezioni prima ai personaggi, capisca perché si
separano gli uni dagli altri e prepara il terreno per tre diversi
filoni narrativi che saranno mostrati in parallelo nel film
successivo. Anche se Il Signore degli Anelli alla
fine ricollega tutti gli eventi, capire i diversi filoni narrativi
è fondamentale per continuare.
Gandalf il Grigio è in parte
responsabile di aver mandato Frodo in missione con l’Anello. Il
destino può aver avuto un ruolo nel consegnare l’Unico Anello a
Frodo, ma Gandalf scopre la vera identità del cimelio di famiglia
dei Baggins e manda Frodo a distruggere l’Unico Anello. La fiducia
della Compagnia in Gandalf è uno dei motivi per cui tutti accettano
di unirsi e di intraprendere il viaggio verso Mordor. Il suo ruolo
di leader rispecchia quello che ha in Lo Hobbit, e mentre quella
storia è pensata per un pubblico più giovane, il destino di Gandalf
qui allude a tematiche più cupe.
Quando il Balrog trascina Gandalf
nell’abisso di Khazad-dûm, la Compagnia assiste con orrore e
disperazione. La loro guida per il viaggio è stata portata via e
loro sono rimasti soli. Nessuno dei nove membri del gruppo
sospettava che Gandalf, angelico e potente, sarebbe stato il primo
a morire tra i membri mortali del gruppo. Il Signore degli
Anelli – La Compagnia dell’Anello sovverte le aspettative
del pubblico eliminando il personaggio che era apparentemente il
leader. Allo stesso tempo, la morte di Gandalf è necessaria per il
suo percorso futuro.
Perché la Compagnia dell’Anello si
scioglie nel finale del film
Quando Frodo Baggins e gli emissari
delle altre razze si riuniscono al Consiglio di Elrond ne
Il Signore degli Anelli – La Compagnia
dell’Anello, tutti i presenti danno per scontato che i
nove membri viaggeranno insieme fino a quando l’Anello non sarà
gettato nel Monte Fato a Mordor. La rottura della Compagnia da
parte di Frodo e Sam è unica in quanto i due scelgono di andarsene.
Questa difficile decisione è la prima di molte che Frodo dovrà
prendere, mettendo la distruzione dell’Anello al di sopra di tutti
gli altri ideali, compresa l’amicizia. Il cammino da percorrere per
lo hobbit diventa solo più arduo dopo questo finale.
In tutto Il Signore degli
Anelli, il potere manipolatorio dell’Anello è mostrato in
molti personaggi. La decisione dei due di lasciare il resto della
Compagnia è eroica, ma anche scoraggiante. Questo rivela un altro
aspetto oscuro dell’oggetto: la sua capacità di recidere i legami
di chi lo possiede con il resto del mondo. Nonostante il potere
dell’Unico Anello, gli hobbit non vengono completamente corrotti,
un tema ricorrente nella serie. L’Anello non conta sul fatto che
Samwise Gamgee sfidi la sua volontà e si unisca a Frodo. La lealtà
di Sam avrà un ruolo importante nella loro amicizia e nel destino
dell’Anello.
Boromir muore dopo aver cercato di
prendere l’Anello
Ancora una volta, Sean Bean
interpreta un personaggio che muore sullo schermo quando interpreta
Boromir, il membro più grigio della Compagnia in La compagnia
dell’anello. Il suo ruolo nella storia è quello di mostrare come
anche chi ha buone intenzioni possa essere travolto dall’influenza
malvagia dell’Anello. La morte di Boromir è una dura lezione per la
Compagnia; anche se possono credere che tutti gli uomini siano
naturalmente contrari alla volontà di Sauron, c’è ancora in loro un
elemento di debolezza che può essere corrotto.
La scena trasmette anche il tema
che chi è stato abbattuto dal male dell’Anello può trovare un modo
per redimersi. Invece di inseguire Frodo o fuggire con rimorso,
Boromir si volta e si pente immediatamente difendendo Merry e
Pippin. La sua morte è un prezzo terribile da pagare per il suo
coraggio, ma mostra quanto sia alto il prezzo da pagare affinché il
bene trionfi su Sauron. Il riconoscimento finale di Boromir di
Aragorn come Re di Gondor spinge Aragorn a rendersi conto che non
può continuare a fuggire dal suo destino nel prossimo film.
Merry e Pippin vengono rapiti
dagli Orchi
Merry e Pippin fissano la
telecamera dopo essere stati catturati dagli Uruk Hai in LOTR
Il destino di Merry e Pippin alla fine de Il Signore degli Anelli:
La Compagnia dell’Anello li separa con la forza dagli altri membri
della Compagnia. La loro storia dà ad Aragorn, Gimli e Legolas un
nuovo scopo nel sequel. Il rapporto innocente di Merry e Pippin con
la Compagnia rispecchia la presenza di persone innocenti in tutta
la Terra di Mezzo, e il loro destino potrebbe essere quello di
tutti se l’Anello non venisse distrutto.
L’avventatezza delle loro azioni
nella prima metà de La compagnia dell’anello trova il suo
compimento alla fine, quando attaccano da soli un esercito di
Uruk-hai. È un’azione decisamente poco hobbitica che viene
rapidamente interrotta dagli orchi più forti. Questo esempio dei
giovani hobbit che dirigono il loro abbandono spericolato verso le
forze malvagie di Mordor è la prima volta che il pubblico vede che
Merry e Pippin potrebbero fare la differenza nella guerra da soli.
Il viaggio che porta i due a dare inizio alla rivolta degli Ent
sarebbe incredibile senza questo primo esempio di eroismo.
Legolas, Gimli e Aragorn sono alla
ricerca di Merry e Pippin
L’ultima parte della Compagnia a
separarsi in Il Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello è
composta da Aragorn, Gimli e Legolas. Il trio è vicino alla
disperazione fino a quando Aragorn, onorando le ultime parole di
Boromir in punto di morte, assume per la prima volta il ruolo di
leader. Tutti e tre questi personaggi hanno giurato di distruggere
l’Anello e di non tradire mai la Compagnia. La fine del film vede
il trio solo e senza una direzione.
Questo segna un cambiamento nella
trama per questi personaggi, che non andranno più al Monte Fato. La
loro storia cambia e diventa quella di riunire i regni distrutti
degli Uomini alla loro causa. Aragorn, Gimli e Legolas decidono che
il loro giuramento di Compagnia rimane valido anche se il loro
obiettivo è stato modificato. Inseguono gli Uruk-hai che tengono
prigionieri Merry e Pippin con una citazione appropriatamente
emozionante di Aragorn: “Andiamo a caccia di orchi”. Per Aragorn,
Legolas e Gimli, questo significa entrare nel secondo film,
formidabili e pericolosi, pronti per un sequel incentrato sulla
guerra.
Come il finale de Il
Signore degli Anelli: La Compagnia dell’Anello si
confronta con i libri
Molti degli eventi de Il Signore
degli Anelli: La Compagnia dell’Anello presentano somiglianze con
la loro controparte letteraria, anche se la sequenza d’azione alla
fine del film è per lo più originale. Nella maggior parte dei casi,
nella trilogia cinematografica di Peter Jackson l’azione è più
intensa rispetto ai romanzi. In questo caso, la morte di Boromir
avviene all’inizio de Le due torri, mentre La compagnia dell’anello
termina con la partenza di Frodo. Lui e Sam se ne vanno prima che
abbia luogo la battaglia, e solo nel libro successivo i lettori
scoprono cosa è successo.
Gran parte della scrittura di
Tolkien coinvolge personaggi che condividono racconti in
retrospettiva. In Le due torri, i lettori apprendono da Aragorn,
Legolas e Gimli quale destino abbia colpito Boromir. Solo nei
capitoli dedicati a Merry e Pippin viene rivelato come è avvenuta
effettivamente la sua morte. Per quanto riguarda il destino di
Gandalf e molti altri elementi narrativi del film, il libro segue
un andamento simile. La partenza di Frodo e la dispersione della
Compagnia hanno le stesse motivazioni.
Apple
TV ha svelato le prime immagini di “Imperfect Women –
Le mie amiche del cuore”, il nuovo thriller psicologico
con protagoniste e produttrici esecutive
Elisabeth Moss (“The Handmaid’s Tale”, “Shining Girls”,
“Mad Men”) e
Kerry Washington (“Scandal”, “Tanti piccoli fuochi”,
“UnPrisoned”), e creata per la televisione da Annie Weisman
(“Physical”, “Based on a True Story”). La serie farà il suo
debutto su Apple TV il 18 marzo con i primi due episodi degli otto
totali seguiti da nuovi episodi ogni mercoledì, fino al 29 aprile.
Basato sull’omonimo romanzo di
Araminta Hall, “Imperfect Women – Le mie amiche del cuore” esamina
un crimine che distrugge la vita di tre donne legate da un’amicizia
decennale. Questo thriller non convenzionale esplora il senso di
colpa e la punizione, l’amore e il tradimento, nonché i compromessi
che accettiamo e che alterano irrevocabilmente le nostre vite. Man
mano che l’indagine procede, viene alla luce la verità su come
anche le amicizie più strette possano non essere ciò che
sembrano.
Il cast corale che affianca le
vincitrici dell’Emmy Moss e Washington include Kate Mara (“House of
Cards – Gli intrighi del potere”, “The Martian”), Joel Kinnaman (“For All Mankind”), Corey Stoll (“House of
Cards – Gli intrighi del potere”), Leslie Odom Jr. (“Hamilton”,
“Central Park”), Audrey Zahn (“Wildcat”), Jill Wagner (“Special
Ops: Lioness”), Rome Flynn (“With Love”), Sheryl Lee Ralph
(“Abbott Elementary”), Violette Linnz
(“Winning Time – L’ascesa della dinastia dei Lakers“), Indiana Elle
(“Una di famiglia”), Jackson Kelly (”The
Pitt“), Keith Carradine (”Madam Secretary“), Ana Ortiz (”Ugly
Betty“) e Wilson Bethel (”All Rise”).
“Imperfect Women – Le mie amiche
del cuore” è una coproduzione tra 20th Television e Apple Studios.
Weisman, che è anche showrunner, segna una nuova collaborazione con
Apple TV dopo la serie acclamata dalla critica “Physical”. La serie
limitata è prodotta da Moss e Lindsey McManus, che inizialmente
hanno opzionato il libro, attraverso la loro società di produzione
Love & Squalor Pictures. Washington è produttrice esecutiva per
Simpson Street insieme a Pilar Savone. L’autrice Hall è produttrice
esecutiva insieme alla sceneggiatrice Kay Oyegun. Lesli Linka
Glatter (“Homeland”, “Love & Death”) è
regista e produttrice esecutiva del primo episodio.
L’adattamento del 2022 di Firestarter
(qui
la recensione) ha un finale piuttosto ambiguo che merita
qualche spiegazione, e chi ha familiarità con il libro di
Stephen King noterà che si prende
alcune libertà rispetto al materiale originale. La storia è
incentrata su Charlie McGee (Ryan Kiera
Armstrong), una ragazzina con poteri spaventosi. Li ha
ereditati dai suoi genitori, Andy (Zac
Efron) e Vicky McGee (Sydney
Lemmon), che hanno acquisito le loro abilità quando erano
studenti universitari, accettando di partecipare a uno studio
scientifico, senza sapere che dietro c’era un’organizzazione
governativa losca e che sarebbero stati iniettati con un siero
chiamato Lot Six.
Fin da quando Charlie era bambina,
i suoi genitori l’hanno tenuta in fuga da The Shop, l’agenzia che
vuole usare Charlie come arma di distruzione di massa. Il nuovo
capo di The Shop, il capitano Hollister
(Gloria Reuben), manda l’implacabile assassino
Rainbird (Michael Greyeyes) a
catturare Charlie viva. La premessa è semplice, ma i cambiamenti
alla trama e quelle che sembrano scene mancanti tagliate per motivi
di tempo e budget rendono alcuni aspetti della storia un po’
oscuri. L’adattamento commette certamente degli errori che
richiedono una spiegazione, ma il finale di
Firestarter, spiegato in modo esauriente, ne
chiarisce molti.
Cosa succede alla fine di
Firestarter
Nel finale di
Firestarter, Charlie finalmente ottiene la sua
vendetta su The Shop. Grazie al legame telepatico che li unisce,
Andy trasmette a Charlie delle immagini mentali del luogo in cui è
detenuto, o almeno così lei crede. Quando arriva alla struttura, si
scopre che non si trattava affatto di Andy, ma di Rainbird, che ha
agito su ordine di Hollister per intrappolare Charlie. Tuttavia,
Charlie usa i suoi poteri per dare fuoco a Hollister e bruciarla
viva, sacrificando Andy nel processo, prima di distruggere il
complesso di The Shop. Alla fine la vediamo seduta da sola su una
spiaggia, mentre Greyeyes le si avvicina da dietro e le offre
silenziosamente la sua mano.
Quali poteri hanno Andy e
Vicky?
Proprio come nel libro di
Stephen King, l’adattamento del 2022 di
Firestarter non ha mai spiegato esplicitamente
come funzionano i poteri di Andy e Vicky. I poteri di Andy sono la
telepatia e la manipolazione mentale, un’abilità che lui chiama
“The Push”. Con le sue capacità, può indurre una persona a vedere
delle visioni o, ad esempio, a non voler più fumare, con un atto
simile all’ipnosi. In una sequenza di flashback, viene anche
rivelato che Andy ha un certo livello di chiaroveggenza, poiché ha
sognato la morte dei suoi genitori in un incidente d’auto una
settimana prima che accadesse.
Tuttavia, Andy usa il poter a un
costo, poiché questo ha un impatto negativo sul suo fisico. Ogni
volta che lo usa, i suoi occhi sanguinano per la pressione, e
presto viene rivelato che se usa i suoi poteri ancora una volta,
potrebbe ucciderlo. Per quanto riguarda Vicky, lei usa raramente i
suoi poteri, quindi non si sa esattamente cosa sia in grado di fare
fino a quando non affronta Rainbird quando questi irrompe nella
loro casa nel primo atto di Firestarter. Si scopre
allora che i poteri di Vicky sono di telecinesi: lei può muovere
gli oggetti con la mente.
A differenza di Andy, tuttavia, i
poteri di Vicky non sono così forti, sia perché non li usa mai, sia
semplicemente perché non sono naturalmente così pronunciati.
Tuttavia, quando è emotivamente eccitata, Vicky dimostra che i suoi
poteri possono essere significativi, dato che ingaggia una
battaglia telecinetica con Rainbird, che ha anche lui dei poteri.
King aveva già raccontato in modo più approfondito di questo potere
in Carrie, il suo primo romanzo con protagonista la
ragazza del titolo, dotata appunto di potenti e spaventose capacità
telecinetiche.
Perché i poteri di Charlie sono
più forti di quelli dei suoi genitori?
Tra i personaggi di
Firestarter, i poteri di Charlie superano di gran
lunga quelli di tutti gli altri, e questo potrebbe essere dovuto al
fatto che è la figlia di due esseri umani potenziati con il Lot
Six. Come figlia di due persone potenziate, Charlie ha ereditato la
telecinesi di sua madre e la telepatia di suo padre, oltre a
un’abilità pirocinetica tutta sua. Sebbene i poteri di Andy e Vicky
siano certamente impressionanti, non sono nulla in confronto a
quelli della figlia. Inoltre, l’uso delle sue abilità non la stanca
fisicamente come invece accade ai suoi genitori.
Infatti, come dice a suo padre, “In
realtà, è piuttosto piacevole” usare i suoi poteri di piromane.
Come mostra il film, i limiti dei poteri di Charlie sono
sconosciuti. Potrebbe persino essere in grado, come spiega il
creatore del Lot Six, il dottor Joseph Wanless
(Kurtwood Smith), di causare distruzione pari a
quella di una bomba nucleare. Non è chiaro perché i poteri di
Charlie siano esponenzialmente più forti di quelli dei suoi
genitori o persino di Rainbird. Ma nel film ci sono indizi che
offrono una spiegazione.
Sebbene entrambi sembrassero avere
un basso livello di abilità psichiche all’inizio, né i poteri di
Andy né quelli di Vicky sono “naturali”. Sono infatti stati
notevolmente aumentati dal siero Lot Six. Di conseguenza, i loro
corpi sono sottoposti a uno sforzo eccessivo ogni volta che usano i
loro poteri, come un fusibile attraversato da una tensione troppo
alta. Tuttavia, Charlie ha acquisito i suoi poteri in modo
naturale, ereditandoli geneticamente, e quindi il suo corpo era già
predisposto per gestire l’eccesso di tali poteri.
Inoltre, la combinazione di Vicky e
Andy ha creato una sorta di alchimia magica che ha potenziato i
poteri di Charlie, già presenti in lei per natura. Essendo Charlie
unica nel suo genere, non si può prevedere come i suoi poteri
potrebbero evolversi in futuro, ma è probabile che diventerà
terribilmente potente una volta che avrà imparato a controllarli.
Ciò non viene però mostrato nel film, che si concentra solo sui
primi passi di Charlie in tal senso, lasciando all’immaginazione
dello spettatore la sua possibile evoluzione.
Perché Rainbird cambia idea?
È chiaro fin dalla prima scena di
Rainbird in Firestarter che il suo cuore non è
nell’essere un assassino per The Shop. Vuole vivere una vita
tranquilla e lasciarsi quel mondo alle spalle, ma The Shop esercita
un controllo su di lui. Sta solo seguendo gli ordini che gli
vengono dati. Ma durante il suo combattimento con Vicky, lei gli
dice: “Quando la vedrai, capirai”, e infatti il suo primo scontro
con Charlie, in cui la furia della sua esplosione lo fa cadere a
terra e incendia la sua casa, è una rivelazione per Rainbird.
Tuttavia, a differenza del dottor
Wanless, il cui cambiamento di opinione è alimentato dalla paura
del pericolo che Charlie rappresenta, per Rainbird è più simile a
un’esperienza religiosa. Si diverte a usare il suo potere,
deridendo Vicky per aver lasciato che il suo si atrofizzasse, e per
lui Charlie è un miracolo. “Lei verrà per lui, come verrà per tutti
noi”, spiega a Hollister. “Lei è mia sorella, mia madre”. Alla
fine, accetta il suo destino, inginocchiandosi davanti a Charlie
come un accolito in attesa di essere giudicato dalla sua dea.
Perché Charlie alla fine è andata
con Rainbird?
Considerando che Rainbird ha ucciso
sua madre e ha indirettamente causato la morte di suo padre, è più
che strano che Charlie se ne vada con Rainbird nel finale di
Firestarter. Inoltre, lui non dice nemmeno una
parola, le offre semplicemente la mano e lei la prende. Charlie è
ancora una bambina che ha bisogno di protezione e compagnia sotto
molti aspetti. Tuttavia, è anche saggia oltre la sua età e decide
di lasciare vivere Rainbird quando lui china il capo e attende il
giudizio nella struttura del Negozio. Charlie sa che Rainbird è
stato usato come arma, proprio come farebbero con lei.
In un lampo di intuizione, capisce
che sono uguali. Vedere il suo viso insanguinato e l’espressione
omicida allo specchio è sufficiente a scuoterla dalla sua furia;
improvvisamente si rende conto di avere il potenziale per diventare
un mostro, un’assassina. Quindi, quando Charlie prende la mano di
Rainbird più tardi sulla spiaggia, in quel momento, lei lo ha
perdonato. Non ha dimenticato che lui ha ucciso sua madre, ma
capisce intuitivamente che lui è l’unico che può capirla e che ora
combatterà anche per proteggerla.
La spiegazione del vero
significato di Firestarter
Il modo più semplice per riassumere
il vero significato di Firestarter e il suo finale
potrebbe essere “Da un grande potere derivano grandi
responsabilità”. Il film parla di una bambina con poteri
terrificanti al livello degli X-Men, ma parla anche dell’essere genitori e del
cercare di crescere un figlio nel modo giusto in un mondo
spaventoso. Charlie è il prodotto sia di sua madre che di suo
padre; l’influenza di Vicky le insegna a non temere chi è o i suoi
poteri, mentre Andy le insegna a comprendere il vero costo del loro
utilizzo.
Con le sue abilità prodigiosa e
terrificanti, sarebbe facile per Charlie trasformarsi lei stessa in
un mostro. Se ne intravedono alcuni segnali durante un’interazione
con alcuni bulli del quartiere: tutto ciò di cui ha davvero bisogno
è una bicicletta, ma lei fa qualche passo in più e comanda
mentalmente a un ragazzo di rinunciare al suo cibo e a un altro di
rinunciare ai suoi vestiti. Allo stesso modo, la sua furia e la sua
capacità di reagire con estrema rapidità portano alla morte
raccapricciante di un povero analista di software.
Il dottor Wanless non ha torto: il
personaggio di Ryan Kiera Armstrong ha davvero la
capacità di diventare una cattiva. Ma è per questo che Andy passa
così tanto tempo a spiegare a Charlie che ogni volta che usa i suoi
poteri per ferire qualcun altro, in cambio perderà qualcosa. Forse
non perderà nulla di fisico, ma ucciderà un po’ della sua anima
fino a renderla senz’anima, non più una ragazza umana, ma una
vendicativa dea delle fiamme.
Si sono concluse le riprese di
Piccolo Miracolo, il nuovo film diretto da
Guido Chiesa. Soggetto di Edoardo Leo e Nicoletta
Micheli, scritto da Nicoletta Micheli. La
fotografia è firmata da Roberto Forza, mentre il montaggio è
affidato a Luca Gasparini. Nel cast tecnico del
film lo scenografo Roberto De Angelis, la costumista Cristina
Audisio e il produttore esecutivo Fabio Castaldi.
Il film è stato interamente girato
a Roma. È prodotto da Alessandro Usai e
Pierpaolo Luciani per No Name Entertainment e da
Edoardo Leo per Alea Film con Rai Cinema. L’opera
è stata realizzata con il contributo del Fondo per lo sviluppo
degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo.
Attualmente in fase di
post-produzione, la data di uscita sarà annunciata prossimamente.
Il film sarà distribuito da 01 Distribution.
La trama di Piccolo
Miracolo
Davide Lancia, ricco quarantenne
dai gusti raffinati e un debole per tutto ciò che è bello, dalle
donne all’arte, deve la sua fortuna al fatto di essere figlio di
uno dei più potenti e spregiudicati costruttori romani. Il padre,
per spronarlo, gli offre l’occasione per dimostrare finalmente di
poter essere il degno erede del suo impero: dovrà demolire una
palazzina malandata e realizzare al suo posto un edificio di lusso.
Un affare al quale Davide non può rinunciare. Nella palazzina però
vive ancora una inquilina che non intende lasciare il suo
appartamento: Ursula, una donna cieca, bella, determinata e
battagliera. L’incontro con Ursula scompaginerà i piani di Davide e
gli permetterà di aprirsi a un nuovo modo di vivere e vedere le
cose.
Il film Love
Again (qui
la recensione) del 2023 si conclude con il classico
ricongiungimento delle commedie romantiche, ma eleva la sua storia
con riflessioni sul dolore e sul potere della musica di
Celine Dion. Diretto e scritto da James C.
Strouse, Love Again è un remake del film
tedesco del 2016 SMS für Dich, anch’esso basato
sull’omonimo romanzo del 2009. In esso, Mira Ray
sta piangendo la morte del suo fidanzato, tragicamente scomparso
due anni prima, e trova conforto nell’inviare messaggi romantici e
pieni di nostalgia al suo vecchio numero di telefono.
Questo numero è però stato
riassegnato al giornalista Rob Burns, che è
affascinato dalla misteriosa mittente e, con l’aiuto della
protagonista del suo articolo, Celine Dion, escogita un piano per
incontrare Mira e conquistare il suo amore. Con Priyanka Chopra Jonas e Sam
Heughan nei ruoli principali, il cast e i personaggi di
Love Again adattano così la storia della ricerca
dell’amore attraverso la perdita, integrando la tecnologia moderna,
il difficile processo del lutto e la rinnovata fede nell’amore e
nella speranza.
Nel corso del film, dopo aver
organizzato l’incontro con Mira, Rob si sorprende a comprendere
finalmente i testi romantici di Celine Dion, mentre il legame di
Mira con Rob la incoraggia finalmente ad andare avanti dopo la
morte di John. Sebbene la storia d’amore della coppia sia
costellata di ostacoli, come la scoperta da parte di Mira che Rob
aveva letto i suoi messaggi a John, il finale di Love
Again vede prevalere il loro amore quando entrambi
decidono di abbracciare l’onestà, seguire il consiglio di Celine
Dion e sostenersi a vicenda attraverso le delusioni amorose che
continueranno a influenzarli.
Perché Rob ha pubblicato delle
scuse a Mira invece del suo articolo su Celine Dion
Il critico musicale Rob Burns ha
iniziato la storia di Love Again con un incarico
del suo editore di scrivere un profilo sulla famosa cantante Celine
Dion. Mentre inizialmente era restio ai suoi testi a causa del suo
passato strazio e dell’incapacità di comprenderne le parole, Celine
gli ha dato dei consigli sull’amore e ha ribaltato l’intervista su
di lui. In Love Again, Celine ribalta la situazione e diventa la
giornalista che cerca di convincere Rob a essere onesto e a
rivelare i suoi segreti più intimi, così Rob usa il suo articolo
per paragonare il suo percorso alla ricerca dell’amore alle parole
di Dion e al suo ritorno sul palcoscenico statunitense dopo una
pausa decennale.
Quando arriva il momento di
pubblicare il profilo di Celine Dion scritto da Rob, l’articolo che
lui pubblica è invece “Texts for Mira”, in cui si scusa
per non averle detto la verità sul fatto di essere il destinatario
dei suoi messaggi destinati a John. L’articolo diventa virale e fa
guadagnare a Rob più favore da parte del suo capo, nonostante non
abbia scritto l’articolo che gli era stato effettivamente
assegnato, anche se Rob aggira il problema includendo comunque
notizie su Celine Dion nella narrazione. Ispirato dalle canzoni e
dai testi di Dion, Rob usa l’articolo per seguire il suo consiglio
ed esprimere invece il suo amore per Mira, cosa che alla Dion
semi-romanzata del film sembrava interessare più di un altro
profilo sul suo tour di ritorno.
Il colpo di scena dell’articolo di
Rob fa riferimento alle ispirazioni del libro Love
Again
L’articolo di scuse di Rob
intitolato “Texts for Mira” è un riferimento al libro che
ha ispirato Love Again, poiché il titolo inglese
di SMS für Dich è Text for You. Rob si rende
essenzialmente l’autore del libro scrivendo la loro storia d’amore
e dandogli questo titolo, con il suo articolo di alto profilo che
gli permette di mostrarsi vulnerabile riguardo ai suoi sentimenti
in modo simile a Mira nei suoi messaggi reali. Love
Again era stato inizialmente sviluppato con il titolo
Text for You, ma cambiarlo ha permesso di enfatizzare
meglio il conflitto centrale di Mira e Rob che imparano a ritrovare
l’amore. Tuttavia, è un bel tocco che il titolo del libro sia
entrato a far parte della storia di Love
Again.
Priyanka Chopra Jonas e Sam Heughan in LOVE AGAIN. Foto di: Liam
Daniel
Come l’opera di Orfeo ed Euridice
riflette la storia di Mira e Rob
La vera opera Orfeo ed Euridice è
spesso citata nella storia di Love Again, poiché
il racconto mitologico era uno dei preferiti del defunto fidanzato
di Mira, John, e rappresentava il suo dolore. Nell’opera, la coppia
si innamora prima che Euridice muoia inaspettatamente, lasciando
Orfeo con un dolore immenso. Orfeo decide quindi di recarsi
nell’Ade per riportare in vita sua moglie, e Ade acconsente a
condizione che lei cammini dietro di lui lungo il percorso e che
lui non si volti a guardarla. Quando Orfeo raggiunge l’uscita,
perde la fede e si volta a guardare Euridice, rimandandola così
nell’Ade.
In alcune versioni del finale della
storia, Orfeo chiede allora la morte per poter ricongiungersi con
Euridice e viene ucciso o ricompensato con la resurrezione di
Euridice. Love Again riprende la leggenda, ma la
modifica con un finale più ottimistico. Mira, come Orfeo, piange la
morte improvvisa del suo amore ed è afflitta da un dolore
straziante. Mira non riesce a superare la morte di John e arriva
persino a dire che senza di lui non vede alcun futuro per sé
stessa, mentre la sua famiglia le fa notare che, pur non essendo
morta, non sta vivendo.
A differenza di Orfeo, che invoca
la morte per stare con Euridice, Mira accetta il suo dolore ma
sceglie di andare avanti con la vita, poiché non può riportarlo in
vita e sa che John non avrebbe voluto che lei agisse come Orfeo.
Invece di continuare a sprofondare nell’oscurità, Mira si dirige
quindi verso una nuova luce con Rob nel finale di Love
Again, imparando a vivere oltre quel dolore e ad aprirsi
alla possibilità di amare ancora, come suggerisce il titolo del
film.
Perché Mira è finalmente pronta a
lasciar andare John
In Love Again,
infatti, Mira prova per Rob una scintilla che non provava da quando
John era vivo, dimostrando a se stessa che andare avanti è
possibile e che può ancora avere una vita appagante. I suoi
messaggi a John erano uno sfogo per il suo dolore, che l’aiutavano
ad andare avanti ed esprimere i sentimenti che non lasciava uscire,
mentre le sue visioni di lui le permettevano di fare pace con il
suo ricordo mentre dava un’altra possibilità all’amore. Proprio
come il bruco nei libri per bambini che scrive, John dice che vuole
ancora che Mira prosperi e “voli” nel suo futuro senza di lui.
Mira è stata influenzata anche
dallo chef Mo, che ha deciso di andare ad appuntamenti dopo la
morte di sua moglie perché ha bisogno di compagnia e connessione
umana autentica che un ricordo non può dargli. Celine Dion
condivide un consiglio simile quando torna sul palco dopo aver
pianto la morte del marito, poiché il cuore di Mira deve ancora
andare avanti dopo la scomparsa di John. Dopo questa presa di
coscienza, Mira disegna finalmente il suo bruco come una farfalla e
si toglie l’anello di fidanzamento, segnalando la sua intenzione di
andare avanti e dare un’altra possibilità all’amore.
La spiegazione del discorso finale
di Mira a Rob (e perché lei lo perdona)
Quando Rob e Mira finalmente si
riconciliano nel finale di Love Again, lei gli
dice che lo perdonerà a poche condizioni. Innanzitutto, gli spiega
che non potrà mai più mentirle, per quanto dolorosa o brutta possa
essere la verità, poiché questa è stata la causa della loro
rottura. Il personaggio di Priyanka Chopra Jonas
afferma poi che amerà sempre John, e Rob deve capire che anche se
il suo dolore potrà cambiare in futuro, lui farà sempre parte di
lei. Infine, Mira dichiara che, su consiglio di Celine Dion, Rob
dovrà lavare i piatti e imparare a cucinare perché lei non è in
grado di farlo.
Mira ha perdonato Rob nel finale di
Love Again perché ha capito quanto lui la amasse
davvero e che, sebbene abbia commesso un errore non dicendole la
verità sui messaggi, lo ha fatto perché non voleva perderla. Rob ha
già capito che Mira amerà sempre John e che lei può ancora amarlo
nonostante il suo dolore, il che è un altro livello di accettazione
che riporta Mira da lui. Mira era sinceramente felice e ispirata di
nuovo con Rob, quindi non avrebbe lasciato che questo amore finisse
così rapidamente. Invece, si è assicurata che lui imparasse dal suo
errore e capisse cosa lei può apportare alla loro relazione.
Cosa significa davvero il finale
di Love Again
Il finale di Love
Again trasmette il messaggio che, anche se può sembrare
impossibile, è sempre possibile ritrovare l’amore. Per chi è in
lutto, il processo di trovare una nuova persona è particolarmente
spaventoso, poiché è difficile lasciar andare la vita che avrebbero
dovuto avere con la persona scomparsa. Tuttavia, dopo due anni,
Mira stessa si rende conto che ha bisogno di ricominciare a vivere
e di aprirsi nuovamente alle prospettive dell’amore e a tutte le
sue possibilità. Trovare l’amore dopo una perdita non significa
però cancellare la persona che è venuta a mancare, ma accettare
entrambi gli amori ed essere in grado di andare avanti con la
propria vita.
Sebbene Eidinger sia un attore
piuttosto prolifico che ha recitato in numerose produzioni
americane, la sua scelta come cattivo principale nel sequel di
Superman
della DC Studios è stata comunque una sorpresa, poiché si pensava
che Gunn avrebbe ingaggiato una star più famosa per interpretare il
grande cattivo del film.
Ad ogni modo, in attesa di vedere
qualche prima immagine ufficiale del personaggio, Boss Logic ha
pubblicato alcune nuove illustrazioni che mostrano la sua
interpretazione di Eidinger nei panni di Brainiac (la si può vedere qui). Nel corso
degli anni, il cattivo ha sfoggiato diversi look nei fumetti (a
volte più robotico, altre volte più alieno), ma c’è la sensazione
che Gunn non si allontanerà troppo dal character design qui
proposto.
Le riprese principali di
Man of Tomorrow dovrebbero iniziare nella primavera
del 2026, con una data di uscita fissata per il 9 luglio
2027. David Corenswet riprenderà il ruolo nel sequel
al fianco di Lex Luthor, interpretato da
Nicholas Hoult, poiché i due si alleeranno contro
questo nuovo nemico, come ha dichiarato il regista.
James
Gunn ha infatti affermato: “È una storia in cui Lex Luthor
e Superman devono collaborare in
una certa misura contro una minaccia molto, molto più grande. È più
complicato di così, ma questa è una parte importante. È tanto un
film su Lex quanto un film su Superman. Mi è piaciuto molto
lavorare con Nicholas Hoult. Purtroppo mi identifico con il
personaggio di Lex. Volevo davvero creare qualcosa di straordinario
con loro due. Adoro la sceneggiatura”.
Gunn annunciato
Man of Tomorrow sui
social media il 3 settembre. Nel suo annuncio, lo sceneggiatore
e regista ha incluso un’immagine tratta dal fumetto in cui Superman
è in piedi accanto a Lex Luthor nella sua Warsuit. Nei fumetti DC,
Lex crea la tuta per eguagliare la forza e le abilità di Superman.
Mentre l’immagine teaser suggeriva che Lex e Superman sarebbero
stati di nuovo in contrasto, ora sembra che Lex userà la sua
Warsuit per poter essere allo stesso livello di Superman per
qualsiasi grande minaccia si presenti loro.
Al momento, è confermata la
presenza della Lois Lane di Rachel Brosnahan. Il co-CEO della DC Studios
ha risposto a un fan su Threads all’inizio di settembre 2025 che
Lois avrà un “ruolo importante”. Il villain del film
sarà Brainiac, interpretato
da Lars Eidinger.
Il film è stato in precedenza
descritto come un secondo capitolo della “Saga di Superman”. Ad
oggi, Gunn ha affermato unicamente che “Superman conduce
direttamente a Peacemaker; va notato che questo è per adulti, non
per bambini, ma Superman conduce a questo show e poi abbiamo
l’ambientazione di tutto il resto della DCU nella seconda stagione
di Peacemaker, è incredibilmente importante”.
Ecco il trailer ufficiale di
L’agente
segreto, un film di Kleber Mendonça Filho,
con protagonista Wagner Moura, Maria Fernanda
Candido e Gabriel Leone, già presentato
al Festival di Cannes 2025, dove lo
abbiamo visto in anteprima (qui
la nostra recensione), e alla Festa di Roma
2025, in arrivo nelle nostre sale dal 29 gennaio 2026 con
Minerva Pictures e Film Club Distribuzione.
La trama di L’agente
segreto
Brasile, 1977. Marcelo, un esperto
di tecnologia sulla quarantina, è in fuga. Arriva a Recife durante
la settimana del carnevale, sperando di ricongiungersi con suo
figlio, ma si rende presto conto che la città è tutt’altro che il
rifugio non violento che cercava.
Il film fa parte dei titoli di
primo piano nella prossima stagione dei premi, soprattutto per
l’interpretazione di Moura e per le categorie
riservate al miglior film in lingua non inglese.
Pubblicato il teaser
trailer della prossima serie Sky Original Under Salt
Marsh, con Kelly Reilly (Yellowstone, Orgoglio e pregiudizio) nel
ruolo di Jackie Ellis e Rafe Spall
(Trying, Vita di Pi) in quello del detective Eric
Bull. Ambientato nella cittadina gallese immaginaria di Morfa
Halen, il nuovo avvincente crime drama unisce una narrazione crime
carica di atmosfera a un ritratto profondamente umano di resilienza
e senso di comunità. La serie debutterà in esclusiva su Sky e in
streaming solo su NOW nel 2026.
Creata, scritta e diretta
da Claire Oakley (Make Up), la serie in sei episodi si
apre con l’arrivo dal mare di una tempesta senza precedenti. Jackie
Ellis (Reilly), ex detective diventata insegnante, fa una scoperta
sconvolgente che riapre le ferite di un caso irrisolto di tre anni
prima, che le è costato sia la carriera sia la fiducia della sua
famiglia. Costretta a riunirsi con il suo ex partner in polizia,
Eric Bull (Spall), dal quale si era ormai allontanata, Jackie viene
trascinata nuovamente in un’indagine destinata a scuotere Morfa
Halen dalle fondamenta. Insieme, dovranno affrontare una comunità
perseguitata dai segreti e spezzata dal dolore, prima che la
tempesta in arrivo cancelli le prove per sempre.
Di altissimo livello il
cast di supporto, che include Naomi
Yang (Chimerica), Jonathan Pryce (The
Crown), Dinita Gohil (Treason), Brian
Gleeson (Bad Sisters), Kimberley Nixon (Queenie)
e Harry Lawtey (Industry). Il cast comprende
inoltre Mark Stanley (Happy Valley, The
Reckoning), Dino Fetscher (Fool Me Once, Foundation), Lizzie Annis (The
Witcher: Blood Origin, Extraordinary), Rhodri
Meilir (Pren ar y Bryn, Craith) e Julian Lewis
Jones (House of the Dragon, The Wheel of
Time).
Under Salt Marsh è
prodotta da Little Door Productions in collaborazione con Sky
Studios. La produzione ha ricevuto il sostegno del Governo gallese
tramite Creative Wales. La serie è scritta da Claire Oakley,
Jonathan Harbottle (episodi 3 e 5) e Nikita Lalwani (episodio 4).
La regista principale è affidata a Claire Oakley, con Mary Nighy
alla regia degli episodi 3 e 4. I produttori sono Scott Bassett ed
Emma Duffy. I produttori esecutivi sono Elwen Rowlands per Little
Door Productions, Megan Spanjian per Sky Studios, Claire Oakley e
Kelly Reilly.
Dopo giorni di leak e fughe di
immagini e descrizioni, finalmente il primo trailer di Odissea
di Christopher Nolan è disponibile
On-Line. Universal ha diffuso il video che non è il teaser di
qualche settimana fa, né l’anteprima di 5 minuti proiettata in
alcune sale. Si tratta di un trailer vero e proprio che mostra
Matt Damon, nei panni di Ulisse, mentre cerca
di tornare a casa, come promesso a Penelope (Anne
Hathaway).
Quello che sappiamo sul
film Odissea di Christopher
Nolan
Il film vanta un ricco cast
composto da Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Zendaya, Lupita Nyong’o, Robert Pattinson, Charlize Theron, Jon Bernthal, Benny Safdie,
John Leguizamo, Elliot Page, Himesh Patel,
Mia Goth e Corey Hawkins. Per
quanto riguarda la trama, questa segue Odisseo, il leggendario re
greco di Itaca, nel suo pericoloso viaggio di ritorno a casa dopo
la guerra di Troia. La narrazione descrive i suoi incontri con
esseri mitici come il ciclope Polifemo, le sirene e la maga Circe,
culminando nel suo tanto atteso ricongiungimento con la moglie
Penelope.
Ad oggi sappiamo unicamente che
Matt Damon interpreta Odisseo, mentre Tom Holland è suo figlio Telemaco e Charlize Theron è la Maga Circe. L’identità
dei personaggi degli altri interpreti è ad oggi segreta. Sappiamo
inoltre che Nolan ha girato il film interamente in formato IMAX,
avvalendosi di nuove tecnologie realizzate appositamente
per Odissea. Il regista ha inoltre limitato
quanto più possibile l’uso di CGI, con l’obiettivo di ricreare
quanto più possibile in modo pratico l’epico mondo descritto da
Omero con il suo poema epico.
Odissea
sarà distribuito al cinema da Universal
Pictures dal 16 luglio
2026.
Dalla sua nascita misteriosa al suo potente legame con Eywa,
Kiri, interpretata da Sigourney Weaver, è stata a lungo un’anomalia
unica nel franchise di Avatar. Ora, Avatar: Fuoco e
Cenere di James Cameron ha gettato una nuova ed
entusiasmante luce sulle origini di Kiri.
Avatar: Fuoco e
Cenere conferma che Kiri non è solo dotata di
poteri spirituali. Basandosi sul suo concepimento unico e sul suo
legame con Pandora stesso, Kiri rappresenta qualcosa di
completamente nuovo per il popolo Na’vi, abbracciando un ruolo che
è stato riconosciuto in questo nuovo film molto più che nei primi
due film di Avatar.
Fuoco e
Cenere conferma che Kiri è geneticamente identica
all’avatar di Grace Augustine (il ruolo originale di Weaver), con
una corrispondenza completa del DNA con il corpo originale. A
supporto di quanto già fortemente sospettato dal pubblico,
Fuoco e
Cenere rivela anche che Kiri non ha un padre
biologico, rispondendo alla persistente domanda con cui Kiri stessa
si stava scervellando, come abbiamo visto in La via
dell’Acqua del 2023.
Invece, la figlia adottiva di Jake
Sully
e Neytiri è nata per partenogenesi. L’avatar di Grace è rimasto
incinta senza fecondazione, rendendo Kiri una copia genetica
perfetta piuttosto che una prole tradizionale.
Questo è accaduto durante il
primo film di Avatar, quando i Na’vi hanno tentato
di trasferire la coscienza di Grace dal suo corpo umano morente al
suo corpo avatar. Mentre era connessa all’Albero delle Anime, a
Kiri viene detto che Eywa ha misteriosamente posto un seme nel
corpo avatar di Grace, un evento senza precedenti che ha portato
alla futura nascita di Kiri.
In quanto tale, Kiri non è
esattamente una resurrezione completa di Grace Augustine
(nonostante sia interpretata da Sigourney Weaver). È qualcosa di
più simile a una figlia plasmata da Eywa stessa (Kiri si riferisce
a Grace come sua “mamma” nel mondo spirituale).
Tenendo presente questo, sembra che
Kiri sia nata per una ragione, soprattutto considerando le sue
abilità incredibilmente uniche viste in La via
dell’Acqua e, soprattutto, in
Fuoco
e Cenere.
Kiri è una “Prescelta”, il suo
legame unico con Eywa spiegato
Lo stato di clone unico
di Kiri e il suo concepimento spiegano molto probabilmente il suo
legame ineguagliabile con Eywa. È stato confermato che il legame di
Kiri con Eywa è più forte persino di quello degli tsahìk più dotati
come il Mo’at degli Omatikaya o il Ronal dei Metkayina (i leader
spirituali dei loro clan).
A differenza di altri Na’vi, il
legame di Kiri è incredibilmente forte e intrinsecamente istintivo,
poiché la vediamo connettersi con Eywa e la rete organica di
Pandora in modi che lei stessa non capisce fino a quando non li
realizza. Un esempio lampante è quando ha usato il micelio per
modificare la biologia di Spider, permettendogli di respirare
l’aria della luna senza maschera.
Tuttavia, entrambi i sequel hanno
dimostrato che connettersi con Eywa può avere un costo. Le crisi di
Kiri sembrano essere momenti in cui il suo corpo va in sovraccarico
mentre lotta per elaborare la vasta coscienza di Eywa. Nonostante
la tensione, Kiri dimostra abilità che nessun altro personaggio
possiede, legandosi a varie creature e piante a un livello che
nessun altro può raggiungere.
Detto questo, il finale di
Fuoco e
Cenere vede Kiri finalmente raggiungere Ewya in
persona, guardare il volto della divinità di Pandora e invocare il
suo spirito per aiutarla nella battaglia finale del film.
Allo stesso modo, sembra che Kiri
stessa abbia finalmente sbloccato un potere ancora maggiore dopo
questo incontro, come si vede quando riesce a sopraffare il Varang
del Popolo della Cenere, brandendo una voce potente che poteva
provenire solo da Eywa stessa.
Anche prima dello scontro finale,
Ronal chiama esplicitamente Kiri “Prescelta“,
segnando la prima volta che un tale titolo viene dato a Kiri, anche
se sembra certamente vero che sia stata effettivamente scelta e
concepita da Eywa per uno scopo superiore.
L’implicazione che si trae dalla
fine di Fuoco e
Cenere è che Kiri è diventata un canale chiave e
un’estensione della volontà di Eywa, proprio come probabilmente era
destinata a essere da sempre.
Il potenziale futuro di Kiri in
Avatar 4 e 5
Il futuro di Kiri ora ha
enormi implicazioni per Pandora e forse anche oltre, ed è facile
immaginare che diventi un personaggio ancora più centrale in Avatar
4 e 5. Forse Kiri potrebbe persino essere la narratrice di uno o
entrambi i film futuri, proprio come suo fratello Lo’ak, che ha
preso il posto di Jake in Fuoco e
Cenere.
Si può supporre che il potere di
Kiri attraverso Eywa continuerà a evolversi e crescere, aprendo le
porte a una possibile trasformazione in salvatrice di Pandora come
figura messianica a tutti gli effetti.
Proprio come lo status di Jake come
Toruk Makto, in grado di ispirare e unire vari clan Na’vi in uno
solo, Kiri potrebbe sicuramente diventare una forza simile che
unisce l’intera luna di Pandora a un livello mai visto prima.
Allo stesso modo, se i futuri film
di Avatar dovessero tornare sulla Terra (come si vocifera), sarebbe
affascinante vedere se le abilità di Kiri potrebbero estendersi
oltre Pandora e se il potere di Ewya potrebbe essere usato per
influenzare e forse persino ripristinare altri mondi. Senza dubbio,
il pubblico dovrebbe aspettarsi di vedere molto di più di Kiri e
della sua continua evoluzione mentre il franchise di
Avatar continua a svilupparsi.
Il Peter Parker dell’MCU tornerà sul grande schermo dopo
una lunga assenza in Spider-Man:
Brand New Day, diretto da Destin Daniel
Cretton. Dopo aver fatto coppia con Iron Man in Homecoming,
Nick Fury
(più o meno) in Far
From Home e Doctor Strange in No Way
Home, egli ora avrà modo di frequentare il Punisher di
Jon Bernthal e confrontarsi con l’Hulk di
Mark Ruffalo. Il film dovrà inoltre affrontare
le conseguenze di No
Way Home, che si è concluso con la morte di zia May e il
mondo intero che ha dimenticato l’esistenza di Peter.
In attesa di un primo trailer, sono
ora emersi nuovi dettagli sul film. Se fossero veri,
prometterebbero un affascinante dilemma psicologico per l’Uomo
Ragno. Rispondendo a un fan che teorizzava sulla natura spiritosa
di Spider-Man su X, Alex Perez, di
Cosmic Circus, ha spiegato che nel prossimo film Peter si
immergerà nei suoi doveri di supereroe, ignorando in gran parte la
sua identità civile, cosa che la produttrice di Spider-Man Amy
Pascal ha confermato nel dicembre 2024.
L’informazione interessante
proviene dalla seconda parte della sua dichiarazione. Perez ha
affermato che Peter alla fine capirà che la sua vita normale è
importante tanto quanto la sua lotta al crimine. Tuttavia, tale
consapevolezza non arriverà facilmente. Secondo lo scoop, l’Uomo
Ragno dovrà affrontare un’intrigante lotta psicologica che
apparentemente si rifletterà anche sul lato fisico, poiché sembrerà
affrontare la possibilità di una trasformazione letterale.
“E penso che la lezione più
importante che impareremo sarà [una] rivisitazione di quella
vecchia frase: ‘Da un grande potere derivano grandi
responsabilità’. Non solo nei confronti del mondo, ma anche nei
confronti di Peter. Perché se si perde Peter Parker, si perde anche
Spider-Man. E l’idea di Peter che cerca di combattere il Ragno (sia
psicologicamente che come manifestazione fisica) mentre entrambi
lottano per il controllo, solo per rendersi conto che entrambi
possono esistere e che è questo che rende Spider-Man Spider-Man è
geniale“.
Se fosse vero, vedere Peter alle
prese con un tale dilemma sarebbe un approccio completamente nuovo
per lui nel live-action. Come noto, il concetto della sua
trasformazione grazie alle sue abilità aracnide è stato esplorato
nei fumetti. Un esempio degno di nota è inoltre l’arco narrativo
Spider-Queen iniziato in Spectacular Spider-Man #15, del
2004. È stato però visto anche nella serie animata
Spider-Man degli anni ’90, dove Pete si trasformava nel
terrificante Man-Spider.
Detto questo, Perez ha chiarito che
Man-Spider non dovrebbe apparire in Spider-Man: Brand New Day.
Interpretando la descrizione di Perez, sembra che l’imminente
trasformazione (secondo alcune indiscrezioni) di Peter Parker
nell’MCU potrebbe non essere innescata da un esperimento che
amplifica le sue abilità o da altri fattori esterni. Sembra invece
essere di natura psicologica. Supponendo che la voce sia accurata,
sembra che Peter avrà un mostro dentro di sé, desideroso di uscire
se mai perdesse il controllo, anche se non riuscisse mai a trovare
la strada per il mondo esterno.
Quello che sappiamo
su Spider-Man: Brand New Day
Ad oggi, una sinossi generica di
Spider-Man: Brand New Day è emersa all’inizio di
quest’anno, anche se non è chiaro quanto sia accurata.
Dopo gli eventi di Doomsday,
Peter Parker è determinato a condurre una vita normale e a
concentrarsi sul college, allontanandosi dalle sue responsabilità
di Spider-Man. Tuttavia, la pace è di breve durata quando emerge
una nuova minaccia mortale, che mette in pericolo i suoi amici e
costringe Peter a riconsiderare la sua promessa. Con la posta in
gioco più alta che mai, Peter torna a malincuore alla sua identità
di Spider-Man e si ritrova a dover collaborare con un improbabile
alleato per proteggere coloro che ama.
L’improbabile alleato potrebbe
dunque essere il The Punisher di Jon Bernthal –
recentemente annunciato come parte del film – in una situazione
già vista in precedenti film Marvel dove gli eroi si vedono
inizialmente come antagonisti l’uno dell’altro salvo poi allearsi
contro la vera minaccia di turno.
Di certo c’è che il film condivide
il titolo con un’epoca narrativa controversa, che ha visto la
Marvel Comics dare all’arrampicamuri un nuovo
inizio, ponendo però fine al suo matrimonio con Mary Jane Watson e
rendendo di nuovo segreta la sua identità. In quel periodo ha
dovuto affrontare molti nuovi sinistri nemici ed era circondato da
un cast di supporto rinnovato, tra cui un resuscitato Harry
Osborn.
Il film è stato recentemente
posticipato di una settimana dal 24 luglio 2026 al 31 luglio 2026.
Destin Daniel Cretton, regista di Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli, dirigerà il
film da una sceneggiatura di Chris McKenna ed Erik Sommers.
Tom Holland guida un cast che include
anche Zendaya, Jacob Batalon,Mark Ruffalo, Sadie Sink e Liza Colón-Zayas
e Jon Bernthal. Michael Mando è
stato confermato mentre per ora è solo un rumors il coinvolgimento
di
Charlie Cox.
Spider-Man: Brand New
Day uscirà nelle sale il 31 luglio 2026.
Avatar: Fuoco e
Cenere espande Pandora con due nuovi e
interessanti clan Na’vi. Nessuno dei due era stato esplorato a
fondo sul grande schermo fino a questo nuovo capitolo dell’epica
saga fantascientifica di James Cameron, ed entrambi sono
affascinanti di per sé. Dopo gli Omatikaya, il
clan principale a cui appartiene Neytiri, e i
Metkayina, che invece abbiamo conosciuto in
La
via dell’Acqua, Fuoco e Cenere ci porta in altre
tribù di Pandora.
Conosciuti come i Commercianti del
Vento e il Popolo della Cenere, questi nuovi clan Na’vi che
debuttano in Avatar: Fuoco e Cenere non
potrebbero essere più diversi l’uno dall’altro. Utilizzati per
esplorare nuove culture e ideologie del popolo Avatar: Fuoco e
Cenere espande Pandora con due nuovi e
interessanti clan Na’viNa’vi su Pandora, ecco cosa sappiamo di
entrambi i clan e del loro potenziale futuro nel franchise di
Avatar.
Il Clan Tlalim, noto anche come i
Commercianti del Vento
Cortesia The Walt Disney Company Italia
Il Clan Tlalim, noto come i
Commercianti del Vento, è una delle tante culture
nomadi dei Na’vi. Viaggiando nei cieli di Pandora a bordo di enormi
dirigibili, i Tlalim fanno affidamento sui loro legami sia con le
creature simili a meduse note come medusoidi, che mantengono a
galla le loro navi, sia con le mante del vento simili a seppie, che
le trainano nel cielo.
Scambiando merci e messaggi tra i
principali clan Na’vi, i Tlalim apprezzano la loro neutralità,
guidati dal loro Olo’eyktan (capo clan) noto come Peylak
(David Thewlis). Naturalmente, la loro ideologia è
incentrata sul vento e sul cielo, proprio come la cultura basata
sull’acqua dei Mekayina e l’amore per la foresta degli
Omatikaya.
Considerando il vento il respiro di
Eywa, i Commercianti del Vento di Avatar onorano le correnti d’aria
che danno e prendono (con parallelismi con la “Via dell’Acqua” dei
Metkayina). Il cielo stesso è la loro terra sacra.
Tragicamente, il primo atto di
Avatar: Fuoco e
Cenere vede i Mercanti del Vento brutalmente
attaccati dal Popolo della Cenere, che provoca anche la morte di
Peylak. Sebbene il clan sopravviva (confermato tramite il nuovo DLC
per il gioco Frontiers of Pandora), i Mercanti del Vento non
compaiono nel resto di Fuoco e
Cenere.
Il Clan Mangkwan, noto anche come
Popolo della Cenere
Avatar: Fuoco e Cenere – Cortesia 20th Century Studio
Il Clan Mangkwan, o Popolo
della Cenere, è più presente nel nuovo film di
James Cameron. Sebbene un tempo fossero molto
simili al Popolo Omatikaya, i Mangkwan fanno il loro debutto sullo
schermo in Fuoco e Cenere come una nuova forza di
antagonisti, a parte la RDA, acerrimi rivali di qualsiasi clan
Na’vi alleato con Eywa.
È interessante notare che i
Mangkwan sono stati menzionati per la prima volta nella graphic
novel del 2021 Avatar: The Last Shadow, dove si diceva che
accogliessero tutti i Na’vi esiliati dai loro clan (come i genitori
di Tsu’tey che tentarono di organizzare un colpo di stato contro
Jake Sully
dopo il primo film di Avatar).
Il motivo per cui il Popolo della
Cenere è così ostile deriva dal fatto che il loro territorio è
stato devastato da un’eruzione vulcanica, che ha distrutto il loro
albero e le loro terre, lasciando solo cenere e devastazione
nonostante le loro preghiere per la protezione di Eywa.
Rifiutando Eywa, il Popolo
della Cenere è stato guidato da Varang
dopo l’eruzione. Interpretata da Oona Chaplin,
Varang è sia l’Olo’eyktan (leader politica) che il Tsahìk (leader
spirituale) dei Mangkwan, guidando il suo popolo a vedere il fuoco
stesso come “l’unica cosa pura in questo mondo”.
Agendo come pirati, il
Popolo della Cenere debutta in Avatar: Fuoco e
Cenere razziando i Mercanti del Vento. Dopo
l’attacco e lo scontro con la Famiglia Sully, il Popolo della
Cenere viene avvicinato dal Colonnello Miles Quaritch della RDA,
che propone un’alleanza con Varang, promettendo di insegnare al
Popolo della Cenere come usare le armi da fuoco e
la tecnologia umana in cambio del loro aiuto nella cattura di
Jake.
A differenza di altri clan, il
Popolo della Cenere vede la morte e la violenza
come un atto di purificazione. Il fuoco è sia un’arma che uno
strumento sacro. Questa ideologia li rende pericolosi non solo
fisicamente, ma anche spiritualmente, posizionandoli come eretici
agli occhi di quasi tutti i clan e la cultura Na’vi. Attraverso la
loro alleanza con la RDA, Varang si lega anche in modo oscuro a
Quaritch, poiché entrambi usano l’altro per realizzare i propri
desideri.
Che futuro hanno questi nuovi clan
Na’vi?
Durante la battaglia
finale di Avatar: Fuoco e
Cenere, a Varang viene impedito di uccidere
Neytiri grazie alle azioni di sua figlia, Kiri. Incarnando lo
spirito di Eywa, Varang è costretta a ritirarsi di fronte al potere
di Kiri (l’ultima volta che vediamo il suo personaggio nel film).
Di conseguenza, Fuoco e
Cenere lascia la porta aperta al ritorno di
Varang e del clan Mangkwan nei film futuri.
Narrativamente, entrambi questi
clan hanno contribuito ad ampliare la complessità morale del
franchise di Avatar per quanto riguarda i Na’vi. I Commercianti del
Vento incarnano la singolare decisione di neutralità nonostante i
continui conflitti di Pandora, mentre il Popolo della Cenere sfida
apertamente Eywa, dichiarandosi antagonisti dei loro compagni clan
Na’vi.
In definitiva, Avatar: Fuoco e
Cenere sembra aver posizionato entrambi questi
clan come pilastri portanti della saga di Avatar, sempre che ci
siano davvero Avatar 4/Avatar 5 come previsto dal
pian originale. Avatar: Fuoco e
Cenere di James Cameron è ora al
cinema!
Con Primavera
Damiano Michieletto compie un passo determinante nel suo
percorso artistico, trasferendo sul grande schermo la sensibilità
maturata negli anni tra teatro e opera, e scegliendo
deliberatamente una poetica diversa, più intima, più sfumata, più
cinematografica. Il regista affronta la Venezia del Settecento
attraverso un racconto che sfugge alla previsione del biopic o del
melodramma storico, per diventare invece un viaggio emotivo nel
rapporto tra disciplina e libertà, tra rigore e desiderio, tra il
mondo chiuso di un istituto religioso e l’irruzione trasformativa
della musica. È una storia che accarezza l’anima, che interroga i
personaggi molto più di quanto li racconti, che entra nelle loro
crepe e da lì comincia a vibrare. Basato su “Stabat Mater”, romanzo
vincitore del Premio Strega nel 2009, il film sarà in sala a
partire dal 25 dicembre.
Miko Jarry, Michele Riondino, Tecla Insolia e Andrea
Pennacchi in Primavera – foto di Andrea Pirrello
Primavera: un racconto di
formazione
Al centro del film c’è Cecilia,
interpretata da una magnetica Tecla
Insolia, una giovane violinista vissuta in un contesto
che imprigiona prima ancora di educare: un orfanotrofio regolato da
rituali, disciplina e aspettative che non lasciano spazio alle
singole individualità. Cecilia, però, non è una figura passiva: è
un corpo che ascolta, che trattiene, che lotta nel silenzio.
Insolia le dona uno sguardo ferito ma mai spento, un modo di
muovere le mani e il violino che suggerisce un mondo interiore in
tumulto. La sua crescita – artistica, emotiva, identitaria –
diventa il cuore del film.
Il suo incontro con Antonio
Vivaldi, interpretato da
Michele Riondino, è l’evento attorno al quale tutto
cambia. Primavera non racconta un incontro
salvifico bensì una frizione di destini, un incastro imperfetto che
genera trasformazione. Michieletto sceglie di concentrarsi sulla
tensione artistica che lega Vivaldi e Cecilia, sull’energia quasi
chimica che si attiva quando due sensibilità affini si incontrano e
si riconoscono.
Antonio Vivaldi oltre il
mito
Il Vivaldi di Riondino è forse una
delle interpretazioni più convincenti del film. Lontano dalla
caricatura del “prete rosso” virtuoso e instancabile, emerge un
uomo complesso, fragile, malato, attraversato da inquietudini e
ossessioni. Riondino lo interpreta con misura e una delicatezza
inattesa: un artista che cerca nel gesto musicale una forma di
sopravvivenza, che vive tra ispirazione e fallimento, tra bisogno
di riconoscimento e incapacità di adattarsi al mondo. È una
presenza che lascia il segno, anche quando tace. E il suo modo di
interagire con Cecilia è quello di un maestro che non insegna, ma
osserva; che non guida, ma provoca; che non modella, ma
accende.
Cortesia di IMDb
La musica come organismo
vivente
Uno dei meriti più grandi di
Primavera è la sua gestione del suono. La musica non è mai
semplice accompagnamento: è racconto, conflitto, desiderio,
contesto sociale e, soprattutto, è corpo. Le esecuzioni musicali
sono filmate con una cura che evita ogni tentazione illustrativa:
non c’è compiacimento, ma una ricerca di autenticità quasi fisica.
Il tremolo sul violino di Cecilia, o l’arco che sfiora le corde con
esitazione prima di liberarsi, diventano immagini emotive. L’intero
film sembra respirare insieme ai suoi personaggi, con un’alternanza
sapiente tra silenzi sospesi e improvvise aperture emotive.
Accanto ai brani vivaldiani, la
colonna sonora originale, composta da Fabio Massimo
Campogrosso, costruisce un dialogo che non imita il barocco ma
lo attraversa, lo rivede, lo contrappunta. La musica contemporanea
diventa specchio degli stati emotivi, mentre quella extradiegetica
– suoni di corridoi, porte che cigolano, passi nelle navate,
respiri affannati – amplifica il senso di clausura avvertito da
Cecilia e la sua frattura progressiva dal mondo circostante.
Venezia in Primavera
La fotografia di Daria
D’Antonio contribuisce in modo decisivo all’atmosfera del film.
Venezia non è rappresentata come una meraviglia turistica, né come
un palcoscenico pittoresco. È invece una città intima, umida, quasi
viscerale, fatta di spazi stretti, luci radenti, cortili
silenziosi, acque che riflettono non la grandezza ma l’instabilità.
L’orfanotrofio stesso diventa un protagonista: un luogo che
stringe, soffoca, custodisce e allo stesso tempo trasforma.
La macchina da presa si muove
spesso con lentezza, in un equilibrio raffinato tra controllo e
apertura; l’uso delle distanze, dei vuoti e delle inquadrature
laterali crea un costante senso di osservazione, lasciando agli
attori il modo di esprimersi liberamente.
Michele Riondino e Tecla Insolia in Primavera – foto @ Kimberley
Ross
Un’opera prima che sa essere
antica e contemporanea
Michieletto dimostra un
sorprendente controllo del linguaggio cinematografico. Il ritmo è
misurato, la costruzione narrativa evita scorciatoie didascaliche,
i personaggi sono trattati con profondo rispetto. Primavera
è un film che richiede attenzione, che invita lo spettatore a
entrare in un mondo emotivo complesso, e che coinvolge senza mai
imporsi. È un’opera prima che sorprende per profondità e maturità.
Un racconto che intreccia emozione, rigore e libertà con grande
sensibilità, capace di dare nuova vita alla figura di Vivaldi e di
restituire al cinema italiano una storia di musica e identità che
evita ogni cliché. Elegante, vibrante, umano: un debutto che lascia
il segno e che conferma Michieletto come una delle voci più
interessanti da osservare nel panorama cinematografico
contemporaneo.
Non stupisce che Primavera,
presentato ai festival di Toronto e Chicago, abbia già raccolto un
forte consenso internazionale: è un film che parla molte lingue, ma
soprattutto quella universale del desiderio, della ricerca di sé e
della potenza trasformativa dell’arte.
La
taiwanese Shih-Ching Tsou arriva al suo primo
lungometraggio da regista “in solitaria” con un bagaglio raro:
vent’anni passati a costruire, da coautrice e produttrice, il
cinema degli altri. Con La mia famiglia a Taipei (Left-Handed Girl), scritto insieme a
Sean Baker – che del film è anche produttore e
montatore – la prospettiva cambia. Non è solo un debutto, ma il
punto di arrivo di un lungo percorso creativo e personale, e al
tempo stesso un ritorno a un nucleo di immagini, suoni e
contraddizioni che la regista porta con sé da oltre due decenni e
che trovano finalmente una forma compiuta sul grande schermo,
attraverso un linguaggio visivo immersivo e profondamente radicato
nei luoghi reali.
Presentato in anteprima mondiale alla Semaine de la Critique del
Festival di Cannes, dove è stato
accolto con grande calore dalla stampa internazionale,
La mia famiglia a Taipei
ha poi proseguito il suo percorso nei festival fino alla
vittoria del Premio per
il Miglior Film alla
Festa del Cinema di Roma 2025, affermandosi come uno
degli esordi più sensibili dell’anno. In una lunga chiacchierata
sulla Croisette proprio in occasione della première del film lo
scorso maggio, Tsou ci ha descritto questo progetto come un vero
punto di svolta, non solo professionale ma anche
intimo: «Dopo vent’anni passati a lavorare sulle visioni degli
altri registi, ad aiutarli a costruire il loro mondo, per me era
importante ricominciare da capo. È quasi un “restart” della
mia carriera come regista».
Il film –
a cui abbiamo dedicato anche un’approfondita recensione – segue
il ritorno a Taipei di una famiglia dopo anni di assenza,
osservando la città attraverso lo sguardo della piccola
I-Jing, che
accompagna la madre single nel mercato notturno dove lavora per
ripagare i debiti, mentre la sorella maggiore contribuisce con un
impiego part-time. Tra bancarelle, luci al neon e una quotidianità
frenetica, la bambina esplora con curiosità e meraviglia una nuova
vita urbana, finché un divieto apparentemente innocuo – imposto dal
nonno, che le proibisce di usare la mano sinistra perché
ritenuta “malvagia” – innesca una serie di conseguenze
inattese, portando a galla tensioni familiari e segreti sepolti. È
all’interno di questo microcosmo domestico, sospeso tra tradizione
e modernità, che Tsou costruisce un racconto intimo, fatto di
silenzi, legami e fratture generazionali.
Quello che colpisce, però, è la misura del tempo che il film si
porta dietro: Tsou non parla di un’ispirazione recente, ma di
un’immagine che l’ha accompagnata per una vita intera.
«Questa storia è nella mia testa da più di
vent’anni», ha svelato, e la fa risalire a una frase
ascoltata da bambina e mai davvero dimenticata. «Mio
nonno mi diceva che la mano sinistra è la mano del diavolo e mi
chiedeva di non usarla». Un divieto che, nella sua
memoria, è legato anche a qualcosa di più profondo e ambiguo:
l’idea di essere stata “corretta” senza nemmeno rendersene conto.
«Non capivo, perché non ero mancina: ero già stata corretta.
Ora uso solo la destra, ma mi hanno corretta quando ero
piccolissima. Non lo sapevo nemmeno». In quella
ferita minuscola e quotidiana – una superstizione familiare
trasformata in regola – c’è già il nucleo del film: il corpo,
l’identità, la tradizione che si impone come un destino, ma
soprattutto il modo in cui i non detti si trasmettono di
generazione in generazione.
La scintilla narrativa diventa poi un’alleanza creativa. Tsou
racconta di aver condiviso quell’episodio con Sean
Baker (premio Oscar per Anora) già nel 1999, quando si erano
conosciuti a lezione di montaggio: «Gli ho raccontato questa
cosa e lui ha pensato che ci fosse qualcosa da cui potevamo
partire, qualcosa che potevamo scrivere insieme». È un
dettaglio utile a capire come funziona, nel loro sodalizio, la
divisione dei ruoli: lei porta la memoria, la lingua, le tensioni
di un contesto; lui intercetta immediatamente la forma
cinematografica che può contenerle. E infatti, quando nel 2010
tornano a Taiwan per restarci un mese e lavorare davvero alla
sceneggiatura, Tsou insiste su un punto: anche senza conoscere la
lingua, Baker “vede” il film con lucidità.
«Lui non conosce davvero la lingua, ma è un genio del visual e
dello storytelling. Quando siamo andati al mercato notturno, l’ha
capito subito: sapeva già come il film dovesse essere
girato, che dovevamo restare all’altezza della bambina e
raccontare tutto attraverso i suoi occhi».
La piccola Nina Ye, protagonista de La mia famiglia a Taipei –
Cortesia di I Wonder Pictures
Tra quel ritorno a Taiwan e l’arrivo sullo schermo, però, passano
anni di tentativi e ostacoli che Tsou ricostruisce con franchezza:
fare un film indipendente in lingua non inglese, dice, significa
soprattutto inseguire finanziamenti senza una rete solida. «È
davvero difficile, perché è un film in lingua straniera.
Non trovi soldi negli Stati Uniti». Eppure
l’insistenza sul progetto non viene mai meno. Dopo una prima
ricognizione già nel 2001 – con foto, sopralluoghi e persino una
bozza di trailer – Tsou e Baker capiscono che serve dimostrare
prima di tutto che un cinema “piccolo” è possibile. È così che
nasce Take
Out nel 2003: «È costato 3.000 dollari»,
ricorda, quasi a sottolineare che quella micro-produzione non ha
settato solo un precedente, ma una prova generale di metodo e
resistenza: «Abbiamo capito che è possibile fare un
film anche solo in due».
La mia famiglia a Taipei, però, richiede tempo, e
soprattutto un sostegno che per anni non arriva. Il punto di
svolta, paradossalmente, passa proprio da Cannes: Tsou racconta che
è stato il percorso di Red Rocket a riportarli sulla
Croisette e a creare un contesto favorevole per raccontare il
progetto alle persone giuste. «Red Rocket ci ha riportati a
Cannes. Abbiamo raccontato la storia di Left-Handed Girl e gli è
piaciuta moltissimo. Sono stati i primi sostenitori
solidi». Da lì, la regista torna a Taiwan e
intraprende la strada istituzionale: «Ho fatto domanda per il
Taipei Film Commission Film Fund. È così che finalmente abbiamo
fatto il film».
Arrivare alla Semaine de la Critique con un esordio così personale
significa, per Tsou, anche viverlo come un evento collettivo:
«È stato davvero qualcosa di speciale. Quando siamo stati
selezionati dalla Semaine de la Critique eravamo felicissimi,
perché è una piattaforma perfetta per lanciare un film come
questo. Alla première abbiamo ricevuto tantissimo affetto
ed è stato meraviglioso. Tutta la troupe taiwanese è venuta a
Cannes, eravamo in sedici, ed erano lì per sostenermi e supportare
il film. È stata un’esperienza davvero unica».
Dentro questo contesto, il lavoro sul cast racconta un’altra cosa
importante: Tsou non cerca “performer”, cerca presenze, corpi e
volti capaci di reggere la realtà. Lo dice chiaramente: «In
tutti i film su cui lavoriamo insieme facciamo sempre
street casting: è una parte fondamentale». Ma qui c’è
una difficoltà in più: Tsou vive a New York, quindi non può restare
per mesi a Taiwan a cercare attori. È in quel vuoto logistico che
sceglie un canale imprevedibile: «Sono andata su
Instagram». È lì che trova Shi Yuan Ma, la
sorella maggiore: «È al suo primo ruolo. Non aveva mai
recitato, ma ha dato una performance incredibile».
Per la bambina protagonista, Nina Ye, invece, la
ricerca è quasi ossessiva e dura settimane: «Abbiamo anche
organizzato workshop con acting coach, ma senza risultati. Alla
fine l’abbiamo trovata grazie a una casting agent che si occupa di
spot pubblicitari. Nina recita negli spot da quando aveva tre anni,
quindi sa stare davanti alla macchina da presa e ha una
presenza straordinaria». Accanto a loro,
Janelle Tsai rappresenta l’unico volto già
affermato tra i protagonisti: Tsou racconta di averla contattata
dopo aver ascoltato un suo desiderio preciso. «Ho visto
un’intervista in cui diceva di volere un ruolo che la
mettesse davvero alla prova. È allora che l’ho cercata
io».
La mia famiglia a Taipei, una scena del film – Cortesia di I Wonder
Pictures
Se sul piano produttivo la sfida è concreta, sul piano narrativo
Tsou è ancora più netta: per lei, la storia è stratificata, fatta
di livelli che si scoprono progressivamente, e ogni
personaggio ha un’origine reale. «Ogni personaggio è
ispirato a persone reali della mia vita, o a storie sentite da
amici o dalla mia famiglia. E alcune cose sono successe davvero
nella mia famiglia». Il suo obiettivo non è costruire un
dramma “esemplare”, ma un sistema di relazioni
credibile, dove la tensione non cancella l’amore e il
conflitto non spezza necessariamente i legami. Lo spiega con
un’immagine che vale anche come dichiarazione poetica: «Alla
fine sembra che non sia successo niente, no? Come se tutto fosse
tornato normale. Ma è così che funzionano le
famiglie. Litighiamo con le sorelle, litighiamo con le
madri. Ma le ami comunque. Tutto viene dalla cura e
dall’amore. È per questo che ci sono scontri e
difficoltà». È un’idea di famiglia come organismo che assorbe
urti e segreti senza per forza trasformarsi in un trauma “risolto”:
una normalità che, proprio perché torna, lascia spesso un
retrogusto amaro.
Il film lascia emergere anche una riflessione sul ruolo delle donne
all’interno di una società ancora segnata da forti retaggi
patriarcali: «Volevo assolutamente mostrare quella dinamica. È
quasi un commento su come vivono le donne in una cultura in
cui gli uomini ricevono sempre un trattamento
preferenziale». Tsou porta esempi molto concreti,
legati all’eredità, al cognome, alla logica di appartenenza:
«Pensano che quando ti sposi non fai più parte della famiglia.
E se sei una figlia non erediterai, perché i tuoi figli non
porteranno lo stesso cognome del figlio maschio». Da qui, la
sua presa di posizione contro l’automatismo della tradizione:
«Non si può continuare a seguire una tradizione solo perché è
una tradizione. Bisogna pensare a cosa c’è dietro, perché la
società è già cambiata. Non siamo più in una società agricola.
Voglio che il pubblico ci pensi e crei la propria
tradizione. Qualcosa di più giusto per tutti».
La mia famiglia a Taipei di Shi-Ching Tsou – Cortesia di I Wonder
Pictures
Il luogo in cui tutto questo si condensa è il mercato
notturno, che nel film diventa letteralmente un
personaggio. Tsou lo lega subito a una missione: «Con
questo film voglio mostrare al mondo Taiwan, la mia casa. È uno
spazio comunitario. Tutti ci vanno: comprano, cenano, si
incontrano. È colorato, unico, molto cinematografico. Volevo che
fosse uno dei personaggi del film. Durante la preparazione
ho riscoperto Taiwan attraverso i suoi suoni: la
musica, i rumori, persino la melodia del camion della spazzatura
che passa per ricordare alle persone di uscire a buttare i rifiuti.
Tutti questi suoni sono profondamente taiwanesi, fanno parte dei
miei ricordi d’infanzia. È una vera lettera d’amore a
Taiwan».
Ma è anche un luogo che impone una scelta di messa in scena, perché
il caos e la folla sono impossibili da “addomesticare”: «È
stato pazzesco. Il primo giorno eravamo in venti sul set e non
riuscivamo a girare perché la gente si fermava a guardarci. Così ho
deciso che saremmo scesi a cinque persone, cercando di
essere invisibili. Non avevamo i soldi per chiudere la
strada, ma soprattutto volevamo le persone vere intorno, perché
solo così potevamo mostrare il vero night market».
Proprio da questi dettagli emerge l’identità del film
soprattutto come esperienza sensoriale, spesso vista “dal basso”,
con un ritmo che segue lo sguardo della bambina. Tsou racconta che
l’immagine del caleidoscopio all’inizio nasce da
un giocattolo della figlia: «Un giorno la osservavo mentre ci
giocava e ho pensato che sarebbe stato bellissimo guardare il film
in quel modo. La storia è raccontata attraverso gli occhi della
bambina: restiamo alla sua altezza, viviamo il
mercato notturno con la sua curiosità, perché per un bambino tutto
è nuovo, fresco e colorato».
Infine, c’è la dimensione più personale: «I tre
personaggi principali sono frammenti di me. La bambina che
subisce un divieto senza capirlo, la sorella maggiore che vive una
ribellione silenziosa verso la tradizione, e la madre, che oggi ha
una figlia e vuole darle una libertà che lei non ha avuto.
Fare questo film è stato un percorso di guarigione per
me. Mi ha permesso di guardare indietro, a chi ero e al
contesto in cui sono cresciuta».
La mia famiglia a Taipei
costruisce il proprio equilibrio evitando qualsiasi enfasi,
affidandosi a uno sguardo che osserva più di quanto giudichi e che
lascia ai rapporti familiari il tempo di rivelarsi nei gesti e nei
silenzi. È in questa misura, e nella scelta di un punto di vista
infantile come lente narrativa, che il film trova la sua coerenza
più profonda. In uscita nelle sale italiane dal 22 dicembre, accompagnato da un
tour di
presentazioni alla presenza della regista
Shih-Ching Tsou e
della giovane protagonista Nina Ye.
Sabato è stata diffusa la notizia
che
James Gunn ha scelto Lars
Eidinger per interpretare Brainiac in
Man of Tomorrow. La reazione è stata positiva, anche
se molti fan della DC non conoscono il lavoro dell’attore tedesco.
Gunn ha un occhio attento per il casting, quindi è probabile che
Eidinger stupirà tutti nei panni del grande cattivo del sequel di
Superman
nell’estate del 2027. Tuttavia, alcuni fan hanno comprensibilmente
chiesto perché Gunn non abbia scelto un nome più riconoscibile.
Rispondendo alle lodi per la sua
decisione di scegliere l’attore giusto per la parte (piuttosto che
un nome di prima categoria), Gunn ha detto su Threads: “Non escluderei
Chris Pratt, David Corenswet, Dave Bautista, Karen Gillan,
Milly Alcock o Daniela Melchior, ecc. da quel gruppo! Tutti loro
sono venuti a fare il provino e non erano considerati delle ‘star
del cinema’“.
“Sono sempre interessato a
scegliere la persona migliore per il ruolo”, ha continuato
Gunn, “indipendentemente dal percorso che questo comporta – e
spesso il percorso migliore è attraverso i provini”.
Sottolineando questo punto, quando gli è stato chiesto quale film o
serie TV del passato lo avesse convinto che Eidinger fosse la
scelta giusta per Brainiac, il co-CEO della DC Studios ha risposto:
“Il suo provino”.
L’attore, dunque, deve aver davvero
colpito Gunn con la sua interpretazione di Brainiac, proprio come
David Corenswet e Milly Alcock
hanno conquistato i ruoli di Superman e Supergirl. Per
qualsiasi motivo, buono o cattivo che sia, il casting di nomi
famosi chiaramente non è una priorità per la DCU. Il regista di Man of Tomorrow ha già smentito le voci
secondo cui Dave Bautista sarebbe stato in lizza
per il ruolo di Brainiac, ma che dire di Matt
Smith, Claes Bang e Sam
Rockwell? “Nessuno di loro ha nemmeno fatto un
provino”, ha dichiarato Gunn.
“Non sono nemmeno sicuro che
qualcuno di loro abbia fatto un’audizione. Sono tutte cose
inventate”. Ora che sappiamo chi interpreterà Brainiac, tutti
gli occhi sono puntati su quale interpretazione del cattivo vedremo
nella DCU. Come la maggior parte dei personaggi DC, abbiamo visto
diverse versioni del personaggio sulle pagine dei fumetti dalla sua
introduzione nel 1958, ed è già apparso in progetti live-action
come Krypton e Smallville.
“Adoro molti aspetti delle
diverse versioni del personaggio”, ha rivelato Gunn, “da
quelle di Binder degli anni ’50 a quelle sorprendentemente
spaventose di Wolfman, alle versioni animate e fino all’attuale
Absolute Brainiac, davvero inquietante e meraviglioso”.
Leggendo tra le righe, sembra che Gunn propenda per le versioni più
spaventose di questo personaggio, piuttosto che per quella più
formidabile e fisicamente imponente introdotta da Geoff
Johns e Gary Frank (che è stata la
principale fonte di ispirazione per Krypton).
Tutto quello che sappiamo su Man of
Tomorrow
Le riprese principali di
Man of Tomorrow dovrebbero iniziare nella primavera
del 2026, con una data di uscita fissata per il 9 luglio
2027. David Corenswet riprenderà il ruolo nel sequel
al fianco di Lex Luthor, interpretato da
Nicholas Hoult, poiché i due si alleeranno contro
questo nuovo nemico, come ha dichiarato il regista.
James
Gunn ha infatti affermato: “È una storia in cui Lex Luthor
e Superman devono collaborare in una certa misura contro una
minaccia molto, molto più grande. È più complicato di così, ma
questa è una parte importante. È tanto un film su Lex quanto un
film su Superman. Mi è piaciuto molto lavorare con Nicholas Hoult. Purtroppo mi identifico con il
personaggio di Lex. Volevo davvero creare qualcosa di straordinario
con loro due. Adoro la sceneggiatura”.
Gunn annunciato
Man of Tomorrow sui
social media il 3 settembre. Nel suo annuncio, lo sceneggiatore
e regista ha incluso un’immagine tratta dal fumetto in cui Superman
è in piedi accanto a Lex Luthor nella sua Warsuit. Nei fumetti DC,
Lex crea la tuta per eguagliare la forza e le abilità di Superman.
Mentre l’immagine teaser suggeriva che Lex e Superman sarebbero
stati di nuovo in contrasto, ora sembra che Lex userà la sua
Warsuit per poter essere allo stesso livello di Superman per
qualsiasi grande minaccia si presenti loro.
Al momento, è confermata la
presenza della Lois Lane di Rachel Brosnahan. Il co-CEO della DC Studios
ha risposto a un fan su Threads all’inizio di settembre 2025 che
Lois avrà un “ruolo importante”. Il villain del film
sarà Brainiac, interpretato
da Lars Eidinger.
Il film è stato in precedenza
descritto come un secondo capitolo della “Saga di Superman”. Ad
oggi, Gunn ha affermato unicamente che “Superman conduce
direttamente a Peacemaker; va notato che questo è per adulti, non
per bambini, ma Superman conduce a questo show e poi abbiamo
l’ambientazione di tutto il resto della DCU nella seconda stagione
di Peacemaker, è incredibilmente importante”.
Tahar Rahim è tra
gli attori più audaci e aggraziati della sua generazione in
Francia, ma non solo, non perché si inserisca nei personaggi, ma
perché si lascia trasformare: corpo, voce, istinto ed anima. Dopo
aver colpito con la sua ennesima trasformazione
fisicainAlpha,dove èdiretto da
Julia Ducournau, conMonsieur Aznavour
sorprende tutti nel ruolo del cantautore di Charles
Aznavour.
Cosa racconta Monsieur
Aznavour
Charles Aznavour
in Francia è una vera istituzione anche se le sue origine non erano
di certo francesi ma armene. Il piccolo Shahnourh
Varinag Aznavourian,questo era il vero nome del cantautore, è uno
dei tanti nati da genitori scappati dal Genocidio
armeno. La struttura del film è molto rigorosa e divisa in
cinque capitoli, ciascuno intitolato a una canzone simbolo del suo
repertorio – Les Deux Guitares, Sa jeunesse, La
Bohème, J’me voyais déjà, Emmenez-moi.
Il film si apre con una scena in
cui troviamo Aznavour negli anni Sessanta, in
crisi, che prende una penna, apre il suo taccuino rosso e scrive il
titolo del primo capitolo: Les Deux Guitares. Subito dopo,
il film guarda indietro e l’infanzia prende forma con scene con la
sua famiglia dove mostra fin da piccolo una passione per la musica
alternate con filmati d’archivio di persone scappate dall’Impero
ottomano in guerra. Charles infatti fu inserito, fin da un bambino,
dai genitori per necessità nel mondo teatrale parigino, iniziando
l’attività artistica già all’età di nove anni con il nome
d’arte di Aznavour, il protagonista poi
crescendo inizierà ad esibirsi in vari locali e ovviamente in
versione giovane ed adulta nel film è interpretato da Tahar
Rahim.
La prima metà del
biopic racconta proprio gli inizi della carriera
di Aznavour negli anni Trenta, quando suonava nei club e nelle sale
da ballo di Parigi con il suo partner musicale e migliore amico,
Pierre Roche, l’attore Bastien Bouillon.La coppia continuò a
collaborare anche durante l’occupazione nazista, dove Charles
aiutava nella resistenza assieme alla sua famiglia e la
sorella Aida, l’attrice Camille
Moutawakil. Tutto cambia quando il duo incontra la
cantante francese, più celebre del tempo, cioè
Édith Piaf che decide di portarli con se in
tournée prima in Francia e poi
negli Stati Uniti d’America e
in Canada.
Nel lungometraggio
è interessante vedere l’influenza che la signora Piaf, una
fantastica Marie-Julie Baup, ha avuto su di lui.
Riconobbe in Aznavour un compagno di viaggio, un tipo con modi da
“truffatore” ma con un talento singolare, spingendo il cantante ad
intraprendere la carriera da solista e a separarsi
dalla prima moglie rimasta in Francia. La seconda parte di questo
film, quella meno riuscita, ci si concentra sulla corsa alla
celebrità in continua ascesa, i vari matrimoni falliti e i grandi
successi prima di pubblico e poi finalmente anche della critica
razzista, che fin dall’inizio non ha mai smesso di disprezzare “le
petit Charles”, figlio di profughi basso e brutto, senza grazia e
con la voce nasale.
Credits ANTOINE AGOUDJIAN
Monsieur Tahar Rahim
Come può convincere un
biopicmusicale se non grazie al
suo interprete, qui troviamo il sempre ottimo e talentuoso
Tahar Rahim, ed è quello che si nota anche nella
visione di Monsieur Aznavour. L’attore francese di
origine algerina non solo si cambia i connotati, grazie all’uso di
microprotesi non troppo invasive, ma anche perdendo peso e
prendendo lezioni di canto e di pianoforte per sei mesi prima delle
riprese. Questo film infatti deve molto all’attore protagonista che
in qualche modo non imita il vero Aznavour, ma incarna il
cantautore che è riuscito a guadagnarsi il titolo di “Frank Sinatra
francese” e una stella sulla Hollywood Walk of Fame.
Questo film scritto e diretto da
Mehdi Idiredal poetaGrand Corps Maladesi racchiude benissimo nel genere del
biopicmusicale che ormai negli
ultimi anni sembra aver invaso tutto il cinema di Hollywood ma
anche quello europeo.
Il casting sta entrando nel vivo
per il prossimo film di Martin Scorsese, Cose che succedono la
notte, che vede già protagonisti Leonardo DiCaprio e Jennifer Lawrence. Stando ora a quanto
riportato da The InSneider, al cast del film si starebbe unendo
anche Mads Mikkelsen. L’attore è salito alla ribalta
grazie al ruolo da protagonista nella serie Hannibal e
alla sua interpretazione del cattivo Le Chiffre in Casino
Royale.
Il film Cose che succedono
la notte, prodotto da Apple, è basato sull’omonimo
romanzo di Peter Cameron, con la sceneggiatura
adattata da Patrick Marber. Per quanto riguarda il
ruolo che Mads Mikkelsen, si ipotizza che potrebbe
interpretare l’uomo d’affari, uno dei personaggi che il personaggio
di DiCaprio incontrerà nel misterioso Imperial Hotel in cui si
svolgono gli eventi. Il personaggio non ha un nome, è semplicemente
descritto come un “uomo d’affari dissoluto”.
Di cosa parla Cose che succedono la
notte?
Cose che succedono la
notte segue una coppia americana in una città europea
innevata per adottare un bambino. Soggiornando in un hotel quasi
deserto pieno di personaggi enigmatici – un cantante eccentrico, un
uomo d’affari corrotto e un magnetico guaritore spirituale – si
trovano ad affrontare uno strano mondo che mette alla prova il loro
matrimonio e il loro senso della realtà. L’inizio della produzione
è previsto per febbraio nella Repubblica Ceca.
Aspettatevi di vedere uno degli
eroi confermati nel Marvel Cinematic Universe debuttare
con un nuovo look in Avengers:
Doomsday. Il 2026, come ormai noto, segnerà il
penultimo anno della
Saga del Multiverso, poiché sono rimasti solo pochi progetti
nella Fase 6, inclusi i prossimi due film degli Avengers. Tra i
protagonisti del primo di questi due vi è l’attore Simu
Liu, che è stato recentemente protagonista di una nuova
intervista all’Empire State Building, dove ha
parlato del suo ritorno nell’MCU per Avengers: Doomsday.
La star di Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli ha finito per
confermare che il suo eroe avrà un nuovo look, affermando che
“È una sensazione incredibile, in realtà era un costume
completamente nuovo. Quindi è un costume completamente diverso che
mi sta in modo molto diverso”. Ha poi spiegato: “Sono
arrivato sul set e ho pensato: ‘Oh sì, so come fare’, poi ho visto
il costume e i vari pezzi e ho pensato: ‘Oh, non è affatto lo
stesso’”.
Liu ha però anche elogiato l’intero
team di produzione: “Ma questo dimostra solo che le cose
cambiano, ed è davvero speciale potersi guardare allo specchio e
indossare qualcosa del genere”, ha aggiunto. Liu ha concluso
dicendo: “È una sensazione incredibile, e sarà un’esperienza
incredibile quando uscirà nelle sale”.
Liu ha fatto il suo debutto nella
timeline dell’MCU nel 2021 con Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli, ma da allora
non è più apparso in altri progetti live-action per la Marvel
Studios. Tuttavia, dato che è stato rivelato che riprenderà il
ruolo nella fase 6, Shang-Chi incrocerà finalmente il cammino di
numerosi personaggi del franchise.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men
dell’era Fox-Marvel.
La star di Mamma
Mia!,Amanda Seyfried, dice di sapere già cosa
riserva il futuro al suo personaggio, Sophie, se la serie dovesse
arrivare a un terzo film. In un’intervista esclusiva con People, l’attrice ha infatti
condiviso le sue riflessioni su cosa potrebbe fare Sophie se mai ci
fosse un terzo capitolo della commedia romantica. Seyfried crede
che il suo personaggio diventerebbe mamma, aggiungendo che la sua
esperienza personale come madre le ha fatto vedere Sophie sotto una
nuova luce.
Seyfried ha poi detto che le piace
interpretare le mamme sullo schermo e che sarebbe entusiasta di
scoprire come sarebbe Sophie con dei figli in Mamma Mia
3. Ha anche spiegato che le piacerebbe che il percorso del
suo personaggio come genitore rispecchiasse quello della mamma di
Sophie, Donna (Meryl
Streep). “Adoro interpretare una mamma e mi
piacerebbe approfondire le curiosità della maternità e
dell’educazione dei figli su un’isola greca, proprio come ha fatto
Donna con Sophie“, sono le parole dell’attrice.
Seyfried ha continuato dicendo che
esplorare la vita di Sophie come madre potrebbe aggiungere un nuovo
livello sia alla storia che al personaggio. Ha tuttavia ammesso di
non sapere quale sarà la trama esatta del terzo film. Nonostante
ciò si è detta sicura che se Mamma Mia 3 verrà
realizzato, ci saranno molta musica e balli. “Penso che sarebbe
davvero interessante. Non ho idea di come si svilupperà la trama,
ma so che ci saranno molte canzoni e balli”.
Mentre Seyfried sembra incerta sul
futuro della serie, la produttrice dei film, Judy
Craymer,
ha confermato tempo fa che ci sarà un Mamma Mia
3. Ha anche detto che la sceneggiatura è stata scritta e
che il film verrà realizzato. Craymer ha però aggiunto che il film
è attualmente in fase di sviluppo e che stanno discutendo la
possibilità di aggiungere Sabrina Carpenter al
cast stellare.
Anche se la trama e altri dettagli
rimangono così avvolti nel mistero che la stessa protagonista
sembra essere ancora all’oscuro, la produttrice è assolutamente
certa che Mamma Mia 3 sarà girato e distribuito
nel prossimo futuro. “Beh, sappiamo cosa vogliamo fare con il
film, e lo faremo”, ha spiegato. Non resta a questo punto che
attendere maggiori dettagli e scoprire se il desiderio
di Amanda Seyfriedsi
concretizzerà.
Il
finale di Incontri ravvicinati
del terzo tipo è uno dei più enigmatici e affascinanti della
storia del cinema di fantascienza. A distanza di decenni, la
celebre melodia a cinque toni e la visione della nave madre
continuano a suscitare lo stesso senso di stupore che
Steven Spielberg cercò di imprimere nel pubblico del 1977. Per
comprendere davvero quel momento — e perché Roy Neary decide di
salire volontariamente a bordo dell’astronave aliena — dobbiamo
partire dalla natura del film: non un racconto di invasione, ma una
parabola sulla comunicazione, sulla curiosità e su quel desiderio
istintivo che spinge l’uomo verso ciò che non conosce.
La trasformazione di Roy
Neary e il richiamo dell’ignoto
Fin dalle prime sequenze, Roy appare come un uomo ordinario che
vive un’esperienza straordinaria. Il suo incontro ravvicinato non è
solo un fenomeno luminoso nei cieli: è un evento che ristruttura la
sua interiorità. Le visioni spontanee, la melodia che non riesce a
togliersi dalla mente e l’immagine ricorrente di Devil’s Tower
diventano per lui una necessità fisica ed emotiva. Spielberg
rappresenta la sua ossessione non come follia, ma come un impulso
insopprimibile verso un significato più grande. La sua famiglia non
lo comprende e si sfalda, ma Roy continua a cercare. È questo che
lo rende lo spettatore ideale dell’evento finale: un uomo disposto
a perdere tutto pur di trovare la risposta che sente chiamarlo.
Alla base della sua trasformazione c’è l’idea spielberghiana per
eccellenza: l’infanzia come stato di apertura emotiva permanente.
Roy non agisce come un adulto razionale, ma come un bambino rapito
dalla meraviglia. La sua scelta di abbandonare la vita precedente
non è fuga, ma un ritorno a una forma di innocenza che gli permette
di ascoltare l’ignoto senza paura.
Perché gli alieni non
sono nemici: il significato del contatto pacifico
Quando la nave madre si apre sul paesaggio notturno, Spielberg non
costruisce tensione, ma stupore. La luce calda, il design morbido
degli extraterrestri, l’atmosfera quasi liturgica: tutto suggerisce
un’intenzione benevola. Negli anni ’70 il cinema di fantascienza
era dominato dal sospetto verso ciò che veniva dallo spazio: gli
alieni erano minacce, invasori, simboli delle paure della Guerra
Fredda. Incontri
ravvicinati rovescia tutto questo. Gli extraterrestri non
rapiscono: restituiscono. Non attaccano: rispondono. Non parlano:
dialogano attraverso la musica.
La melodia a cinque toni diventa quindi il fulcro simbolico
dell’intero film. È un linguaggio che non appartiene né agli umani
né agli alieni, ma che li unisce in un terreno comune. Un
linguaggio primordiale, semplice, universale. Spielberg suggerisce
che il primo vero passo verso l’ignoto deve essere la
comunicazione, non la difesa. Per questo il finale non contiene
conflitti: contiene un negoziato armonico tra due intelligenze che
scelgono di fidarsi l’una dell’altra.
Perché Roy decide di
salire sulla nave: fiducia, curiosità e rinascita
Il momento in cui Roy Neary viene scelto dagli alieni è il punto
culminante del film. Non è un rapimento, né un sacrificio. È un
atto volontario. Roy non si sente costretto: si sente finalmente
compreso. La sua intera esperienza — la degradazione della vita
familiare, l’ossessione, l’incomprensione degli altri — trova un
senso nell’apertura della passerella dell’astronave.
Gli alieni gli offrendo ciò che cercava da mesi: un
significato.
Il film costruisce questa scena in modo da far percepire allo
spettatore sicurezza e possibilità. Gli altri rapiti tornano sani,
sorridenti, non invecchiati. Nulla suggerisce pericolo. Spielberg
ci chiede di fare ciò che Roy fa: avere fede nella benevolenza
dell’ignoto. Salire sulla nave non è un tradimento della sua vita
terrestre: è un percorso di rinascita. Roy va verso ciò che lo ha
chiamato, e il pubblico deve credere che sia la cosa giusta.
Il vero messaggio del
finale: sostituire la paura con la meraviglia
Come molte opere di Spielberg, Incontri ravvicinati si basa su un principio cardine:
ciò che non comprendiamo non deve essere temuto, ma esplorato. Il
film invita lo spettatore a reagire all’ignoto con
curiosità e
meraviglia, non con sospetto e aggressività. Roy incarna
questa predisposizione: è disposto a mettere da parte i pregiudizi
umani, a considerare gli alieni non come invasori ma come
interlocutori.
Il finale funziona proprio perché ribalta le aspettative del
genere: non c’è battaglia, non c’è minaccia globale, non c’è
distruzione. C’è, invece, un patto silenzioso tra civiltà.
Spielberg immagina un futuro in cui il primo contatto non è guerra,
ma armonia; non è paura, ma comunicazione; non è chiusura, ma
possibilità. Ed è questo che rende il finale tanto memorabile: la
scelta di un’umanità migliore.
Super
8 è un film diretto da J. J. Abrams e prodotto da
Steven Spielberg. A distanza di quasi dieci
anni, se amate Stranger
Things e vi manca l’atmosfera della serie, potreste
guardare Super 8 e tornare indietro agli anni ’80, con personaggi
fantastici interpretati da bambini che corrono in bicicletta per la
loro piccola città e risolvono strani avvenimenti con adulti
misteriosamente all’oscuro di gran parte di essi. Con il ritorno in
auge di tutto ciò che riguarda gli anni ’80 negli ultimi anni –
nella musica, nei ritmi disco, nella moda e negli spettacoli – ha
senso dare un’altra possibilità a Super 8. Ecco la trama e il
finale di Super 8 spiegati; attenzione agli spoiler.
J. J. Abrams e Steven Spielberg
volevano ricreare il fascino degli anni ’70 e ’80, quando le cose
erano molto più semplici. Quando la musica portatile stava ancora
prendendo forma nel walkman. Un video amatoriale era prezioso
perché era girato su una pellicola da 8 mm che doveva essere
sviluppata, e il tempo minimo per lo sviluppo era di 3 giorni.
Quando gli incontri tra amici
avvenivano in luoghi reali, senza milioni di messaggi e telefonate
per organizzarli. Quando era il tempo di Blondie, della disco music
e dei Ramones, che indossavano i colori vivaci e le strisce tipici
di quell’epoca. Tutto questo con un thriller e una suspense che si
sviluppano sullo sfondo. Avendo apprezzato così tanti film e serie
TV di Abrams, questo film è arrivato con molte aspettative.
Super 8 inizia a Lillian, una piccola città degli Stati Uniti.
Sono passati quattro mesi dalla morte della madre di Joe in un
incidente in fabbrica. Il dodicenne Joe Lamb sta aiutando Charles
Kaznyk a realizzare un cortometraggio di 8 mm sugli zombie, “The
case”, per partecipare a un concorso in un festival
cinematografico. Un’epoca in cui i film sugli zombie non erano
ancora stati sfruttati fino alla nausea! Vediamo i preparativi per
la scena successiva. Gli altri ragazzi che recitano nel film sono
Cary, un allegro piromane, sempre di buon umore. Martin, che
interpreta il protagonista, il detective Hathaway, è un nerd,
solitamente preoccupato e nervoso, ma l’unico con l’altezza e
l’andatura di un adulto. Preston, che è preoccupato per
l’ossessione di Cary di far saltare in aria le cose. Joe è
responsabile degli oggetti di scena, del trucco e dei modelli del
film. Avendo già girato alcune scene e un eccellente omicidio di
zombie con Cary, Charles vuole aggiungere più profondità al film
introducendo nella trama la moglie del detective Hathaway, Alice
Dainard.
Alice è la figlia di Louis Dainard,
che non va d’accordo con il padre di Joe, il vice sceriffo Jackson
Lamb. Non ci viene detto se abbiano avuto problemi in precedenza,
ma la morte della madre di Joe alla fabbrica, che aveva sostituito
Louis Dainard nel suo turno, sembra essere stata la goccia che ha
fatto traboccare il vaso.
Il disastro ferroviario
Tutti i ragazzi vanno alla stazione
ferroviaria con l’auto dei Dainard per girare una nuova scena.
Alice organizza una brillante prova con il detective Hathaway, ma
proprio in quel momento Charles nota l’arrivo del treno e li esorta
a prepararsi per girare la scena vera e propria perché… “Il valore
della produzione!”. Quello che segue è forse l’incidente più ricco
di azione, con innumerevoli rischi di morte per i ragazzi.
Il treno deraglia a causa di
un’auto sui binari e come deraglia! Carri merci che volano in aria,
fuoco ovunque, oggetti che cadono dal cielo tutt’intorno ai
ragazzi, stazioni ferroviarie distrutte, tutto un terribile
disastro. Una volta che le cose smettono di volare, i ragazzi si
ritrovano miracolosamente salvi, così come la loro auto (wow!). Ma
notano anche numerosi cubi bianchi sparsi nella zona che il treno
stava trasportando. Joe raccoglie uno dei cubi per la sua
collezione di modellini. Trovano l’auto che ha fatto deragliare il
treno e si rendono conto che il loro insegnante di scienze, il
dottor Woodward, che era alla guida, è gravemente ferito ma in
qualche modo ancora vivo! Egli avverte i ragazzi di non parlare mai
di ciò che hanno visto quella notte, altrimenti moriranno tutti. I
ragazzi riescono a scappare appena in tempo prima dell’arrivo del
personale dell’aeronautica militare per mettere al sicuro tutto ciò
che era sul treno. I ragazzi non sanno che la loro macchina
fotografica ha catturato la prova più importante di ciò che c’era
sul treno. Questa scena emozionante apre la strada a una trama
promettente. Una trama che si spera JJ Abrams e Steven Spielberg
porteranno avanti.
Nonostante l’affluenza della sera
precedente, i ragazzi utilizzano il “valore di produzione” offerto
dal relitto del treno e dalla casa del dottor Woodward perquisita
dai militari come sfondo per girare altre due scene.
I preparativi e il trucco per
queste scene aiutano Alice e Joe a conoscersi meglio; tra loro
nasce un’amicizia spontanea e una buona intesa, come se si
conoscessero da molto tempo. Alice ha modo di vedere tutti i
modellini che Joe costruisce meticolosamente. Capisce anche perché
Joe porta sempre con sé la collana che apparteneva a sua madre, che
lei aveva indossato dalla sua nascita fino alla sua morte.
Una sera, lo sceriffo della città
fa un salto al negozio della stazione di servizio. Definisce il
nuovo Walkman di Breen, il commesso del minimarket, “una china
pericolosa”, i ragazzi che vanno in giro con il proprio stereo…
ops, oggi non possiamo più fare a meno della nostra intera
collezione musicale nemmeno per un minuto, signor Sceriffo degli
anni ’80. Quando si volta per andarsene dopo aver fatto benzina,
inizia a sentire strani rumori. Tutti i cani del quartiere
scappano, la radio della polizia emette interferenze, bidoni della
spazzatura di metallo cadono fragorosamente e una forte raffica di
vento lo trascina via al ritmo della musica di “Heart of Glass” dei
Blondie che suona a tutto volume nel Walkman di Breen.
L’alieno
Breen si gira e vede un’auto
distrutta senza lo sceriffo e esce per indagare (cattiva idea!).
Abbiamo il primo assaggio della creatura/mostro nel riflesso della
macchia d’olio proprio prima che attacchi Breen. Una scena
emozionante che trasmette l’essenza della creatura, la sua potenza
e la sua forza senza rivelarla. Una scena di suspense da film sui
mostri ben realizzata. Il giorno dopo, si verifica un altro
incidente simile, in cui un operaio è fuori a sostituire un miglio
di rame mancante sui pali che è misteriosamente scomparso. Da un
punto di osservazione elevato, assiste al simbolico calpestio degli
alberi, con il pericolo che si avvicina sempre più a lui, e
scompare dalla sua piattaforma aerea/camion con cestello. Un’altra
scena con l’anticipazione dell’avvicinarsi di un mostro. Uno che il
pubblico è curioso di vedere, conoscere e incontrare.
Il colonnello Nelec e l’esercito
sono stati molto riservati. Non divulgano alcuna informazione alla
polizia locale di Lillian, causando alcuni scontri verbali tra il
vice sceriffo Jack Lamb e Nelec. Nel frattempo, con lo sceriffo
scomparso, tutte le denunce arrivano al vice sceriffo Jack Lamb
riguardo a parti di motori mancanti, microonde mancanti, persone
scomparse e cani fuggiti, con l’esercito che ora entra a Lillian
alla ricerca di qualcosa. Jack si imbatte per caso nel canale (di
un residente) su cui comunica l’aviazione e sente per caso che
stanno pianificando un’operazione chiamata “Walking distance”.
Quando Jack Lamb incontra il
colonnello Nelec per ottenere delle risposte, viene arrestato dai
militari senza alcun preavviso. Nelec tiene il dottor Woodward
nello stesso campo militare e continua a cercare di estorcergli
informazioni sul suo vecchio materiale di ricerca e su cosa sa
della creatura. Il dottor Woodward capisce che sta per essere
ucciso e le sue ultime parole sono: “Lui è in me, come io sono in
lui. Quindi, quando lo vedrete, e sono sicuro che lo vedrete,
anch’io vi guarderò”.
A questo punto, quello che avrebbe
potuto essere un film eccellente prende una piega diversa. Anche se
gli eventi successivi e le scene emozionanti sono fantastici, il
loro impatto finale e le conseguenze sulla trama generale iniziano
a diluirsi.
Vediamo Alice che viene catturata
dalla creatura, mentre Louis Dainard assiste alla scena dallo
specchietto retrovisore della sua auto dopo aver avuto un
incidente. I due discutono su dove sia andata Alice, che era a casa
di Joe. La mattina seguente, Charles e Joe recuperano il rullino
sviluppato durante l’incidente ferroviario per vedere se ci sono
riprese utilizzabili. Guardano il filmato e si rendono conto che la
loro telecamera ha ripreso la creatura dal treno e rimangono
scioccati nel vederla, qualcosa che sembra un enorme ragno che si
muove lateralmente dalla telecamera rotta e caduta.
Brucialo
L’allarme di emergenza della città
suona e Lilian viene evacuata in un centro vicino a causa di un
incendio. Un incendio boschivo creato dall’Air Force nell’ambito
dell’operazione “Walking Distance”, ma ovviamente nessuno dei
residenti lo sa. Tutti i residenti vengono evacuati in una
struttura militare e la città viene isolata. Al centro di
evacuazione, mentre Joe cerca suo padre, trova Louis Dainard ferito
e drogato, che gli dice che Alice è stata rapita dal mostro, ma
nessuno gli crede.
Il retroscena del dottor
Woodward
Joe e gli altri ragazzi fuggono dal
centro di evacuazione con Donny nella sua auto. Vogliono trovare
qualche indizio nel materiale di ricerca del dottor Woodward, che
immaginano si trovi nella sua roulotte parcheggiata in modo
permanente nel parcheggio della loro scuola. Quando raggiungono la
scuola e irrompono nella roulotte, trovano molto materiale, tra cui
molte bobine video e nastri. Usando un proiettore, iniziano a
guardare vecchi nastri video in bianco e nero del 1958 con l’audio
registrato separatamente dalla base aerea di Nellis, dove il dottor
Woodward è stato congedato con disonore nel 1963.
Super 8: Il retroscena
dell’alieno
Nel nastro contrassegnato come
l’incidente del 1958, si rendono conto che la creatura è una specie
aliena più sofisticata degli esseri umani. L’alieno vive
principalmente sottoterra; voleva solo ricostruire la sua nave, una
nave fatta di cubi bianchi di una lega complessa che cambia forma.
Ma durante tutto il tempo in cui è stato tenuto prigioniero
dall’Air Force e dal colonnello Nelec, l’alieno è stato trattato
senza compassione né rispetto da quando è precipitato nel 1958. È
stato sottoposto a esperimenti e torturato. Il dottor Woodward
pensa che l’alieno non sia venuto sulla Terra per fare del male o
odiare gli esseri umani. Col passare del tempo, l’Alieno inizia a
odiare gli esseri umani e diventa un nemico a causa del dolore che
gli è stato inflitto.
Il dottor Woodward lo sapeva perché
l’Alieno era entrato in contatto con lui una volta mentre cercava
di nutrirlo. L’Alieno lo aveva afferrato e aveva creato un legame
psichico tra i due, motivo per cui Woodward era in grado di capire
l’Alieno. Non lo dimenticò mai, anche dopo essere stato espulso
dalla base aerea di Nellis. Guardando il filmato e ascoltando
l’audio, i ragazzi capiscono che il dottor Woodward stava cercando
di aiutare l’alieno a fuggire e a ricostruire l’astronave. Joe si
rende conto che quando era al cimitero vicino alla tomba di sua
madre, ha visto qualcuno scavare attraverso la finestra del
capanno, e che potrebbe essere stato l’alieno, dato che è una
specie sotterranea. A quel punto, arrivano i militari insieme a
Nelec e portano via i ragazzi e il materiale di ricerca del dottor
Woodward, mentre Donny viene lapidato nell’auto fuori e guarda
l’autobus dell’esercito che parte con i ragazzi.
Accidenti, un ragno!
Durante il viaggio di ritorno, i
militari e i ragazzi rinchiusi nell’autobus vengono attaccati
dall’Alieno. Per la prima volta, vediamo come è realmente l’Alieno:
una gigantesca creatura simile a un ragno che attacca l’autobus. In
questa scena intensa, la creatura ribalta l’autobus e uccide gli
uomini fino a quando rimane solo Nelec. I bambini sul retro
dell’autobus cercano disperatamente di uscire attraverso il tetto
di vetro. Nelec combatte l’Alieno con una mitragliatrice. L’Alieno
si prende il suo tempo per provocare Nelec, riconoscendo
chiaramente la loro inimicizia. Nel frattempo, i bambini riescono a
scendere dall’autobus. L’alieno uccide Nelec e lascia la scena.
Donny riesce in qualche modo a guidare l’auto e ad arrivare dove si
trova l’autobus ribaltato.
Più in profondità nel
sottosuolo
I ragazzi tornano in città e si
rendono conto che i carri armati dell’esercito sono tutti fuori
controllo e sparano all’impazzata, così come tutte le altre armi.
In mezzo ai carri armati fuori controllo che seminano il panico,
cercano di raggiungere a piedi il cimitero per trovare l’ingresso
al sottosuolo. Solo Joe e Cary ce la fanno, perché Martin si
ferisce e Charles rimane con lui. Si rendono conto che c’è un vasto
percorso sotterraneo scavato attraverso il capanno. Usando le
stelle filanti che Cary porta sempre con sé, raggiungono il cuore
dei tunnel e trovano un enorme assemblaggio di una sorta di
macchina o apparato con molte persone appese a testa in giù in
ragnatele/bozzoli.
Vedono l’Alieno che sta mangiando
qualcuno, ma fortunatamente vedono anche Alice appesa a testa in
giù dall’altra parte, sperando che sia viva. Mentre l’Alieno è
distratto, Cary fa esplodere dei petardi e scappa, mentre Joe va
dall’altra parte, tira giù Alice e la sveglia. Svegliano lo
sceriffo e un’altra signora con i bigodini e cercano di scappare,
ma dopo aver corso in tondo, si imbattono in Cary e, purtroppo,
anche nell’Alieno. L’Alieno uccide la signora con i bigodini e lo
sceriffo. Joe cerca di affrontarlo e gli chiede di andarsene, ma
l’Alieno lo solleva. Joe spiega all’Alieno che sa che accadono cose
brutte, ma che può comunque vivere. C’è un momento di
auto-riflessione e comprensione grazie al legame psichico formatosi
dal contatto con l’Alieno.
Il Finale di Super 8: Partenza su
un’astronave
L’Alieno apre completamente gli
occhi per vedere Joe e, contemporaneamente, la macchina che stava
costruendo si accende. L’Alieno mette giù Joe e torna alla sua
macchina. Vediamo poi i bambini tornare in superficie e la macchina
che l’Alieno stava costruendo accende un enorme campo
elettromagnetico intorno al serbatoio dell’acqua della città.
Comincia ad attirare oggetti metallici verso il serbatoio
dell’acqua, insieme ad auto, pistole e milioni di cubi bianchi che
vengono trascinati fuori dai rimorchi.
Questi iniziano a trasformarsi
nella forma di un’astronave. Entrambi i padri dei bambini
raggiungono il luogo dopo che Jack Lamb fugge dal campo militare e
apprende al campo di evacuazione che suo figlio e gli altri bambini
sono andati a salvare Alice da una creatura simile a un ragno. Jack
e Louis fanno pace mentre si dirigono verso la città. Sono felici
di vedere i bambini al sicuro. Mentre Jack abbraccia suo figlio
Joe, l’alieno entra nell’astronave. Tra gli ultimi oggetti estratti
c’è il medaglione della madre di Joe con una foto di lui e sua
madre. Joe decide di lasciarlo andare. Quando si unisce agli altri
oggetti sul serbatoio dell’acqua, tutto si smaterializza (forse
alimentando in qualche modo la nave?), lasciando solo l’acqua a
scendere a cascata. L’astronave aliena si accende e lascia il
pianeta.
Super 8: quali cose misteriose
provoca l’alieno a Lillian?
Ruba motori di automobili,
microonde e fili di rame elettrici dai pali, forse per costruire la
macchina che accende il grande elettromagnete.
Tutti i cani scappano
dall’epicentro dove si trovava l’alieno, forse perché percepiscono
la presenza di questa gigantesca creatura.
Rapisce le persone per nutrirsi di
loro in seguito, come vediamo quando mangia qualcuno nel
sottosuolo.
Crea campi elettromagnetici che
possono causare il malfunzionamento dei sistemi di guida e il
mancato funzionamento dei missili.
Crea legami psichici con chiunque
tocchi.
Fa sì che molti oggetti, non
tutti, siano attratti dal campo elettromagnetico intorno al
serbatoio dell’acqua, come dice Joe, per costruire il suo
modello.
Le
prime immagini dal set di Monster – stagione 4 rivelano una
Sarah Paulson completamente trasformata, al punto da
risultare irriconoscibile nel ruolo di una delle serial killer più
famigerate degli Stati Uniti. Dopo aver dedicato la terza stagione
ai crimini di Ed Gein, i nuovi episodi della serie true-crime
targata Netflix metteranno al centro Lizzie Borden, ma le foto confermano che
Paulson interpreterà la killer Aileen Wuornos.
Le
immagini, condivise in esclusiva da Entertainment Tonight, mostrano Paulson con capelli
biondo chiaro, sopracciglia schiarite e un outfit semplice composto
da canottiera bianca e vestaglia bordeaux. È un look estremamente
diverso da quello cui il pubblico è abituato, e segna una delle
trasformazioni più radicali dell’attrice.
Come si inserisce Aileen
Wuornos nella storia di Lizzie Borden?
La scelta di includere Wuornos nella stagione dedicata a Lizzie
Borden — accusata dell’omicidio dei genitori nel 1892 — apre
interrogativi sulla struttura narrativa. I crimini di Wuornos
risalgono infatti al 1989-1990, quasi un secolo dopo il caso Borden.
Condannata per l’uccisione di sei uomini in Florida mentre lavorava
come sex worker, Wuornos fu giustiziata nel 2002. La sua storia è
già stata portata al cinema nel celebre Monster (2003), che valse a Charlize
Theron un Oscar per la sua interpretazione.
Per ora non è chiaro se Paulson apparirà in flashforward, in una
storyline parallela o in una rielaborazione tematica più ampia, ma
la sua presenza suggerisce che la stagione potrebbe collegare più
casi celebri o esplorare diverse incarnazioni della figura della
“donna assassina” nell’immaginario americano.
Una stagione che arriva
dopo un capitolo molto criticato
La quarta stagione arriva dopo la tiepida accoglienza di Monster 3: The Ed Gein Story, che ha
ottenuto solo il 22% su
Rotten Tomatoes, con accuse di sensazionalismo e
sfruttamento dei casi reali — critiche già rivolte alle precedenti
stagioni della serie.
Con Paulson nel cast, la nuova stagione punta chiaramente a una
ripresa qualitativa, affidandosi a un’interprete amatissima grazie
a lavori come American Horror Story,
12 anni schiavo,
Glass, Ratched, Run e The
Bear.
Cast e uscita
prevista
In Monster 4
troveremo:
Ella Beatty nel ruolo di Lizzie Borden
Charlie Hunnam, di ritorno nella
serie, stavolta come Andrew Borden
Non esiste ancora una data ufficiale di uscita, ma con le riprese
attualmente in corso, la stagione è attesa su Netflix nel 2026, probabilmente tra
l’estate e l’autunno.
La
stagione 4 di Bridgerton porterà con sé nuove e
imprevedibili sfide per Penelope Bridgerton (nata Featherington), ora
ufficialmente tornata nei panni di Lady Whistledown, la più influente penna
del Ton. Dopo una stagione 3 dedicata alla sua storia d’amore
friends-to-lovers con Colin (Luke Newton), la rivelazione pubblica
della sua doppia identità ha segnato un punto di svolta nella vita
della protagonista.
La
nuova stagione sarà guidata dal racconto fiabesco di
Benedict
Bridgerton (Luke Thompson) e della misteriosa
Sophie Baek (Yerin
Ha), ma la coppia formata da Penelope e Colin avrà comunque un
ruolo centrale. Secondo la showrunner Jess Brownell, i due potrebbero persino
rivivere l’iconica “carriage scene”, pur dovendo affrontare
tensioni legate al ritorno di Penelope nel mondo del gossip.
In un’intervista a TVLine, Brownell ha spiegato che la quarta stagione
rappresenterà «un grande
momento per Penelope, perché ora è uscita allo scoperto come Lady
Whistledown. Deve imparare cosa significa essere una cronista di
scandali quando le persone sanno che sei tu a scrivere di
loro.»
La domanda è inevitabile: riuscirà Whistledown a sopravvivere ora
che il Ton la conosce? Può ancora contare sui pettegolezzi carpiti
ai domestici, o tutti saranno più cauti alla sua presenza?
Per fortuna Penelope non è sola. «Colin è lì per sostenerla», ha spiegato Brownell,
«ma questo metterà
sicuramente pressione su entrambi.» L’uomo che un tempo
criticava il suo “piccolo hobby” ora riconosce la sua lungimiranza
e il peso sociale del suo ruolo — ma la strada sarà tutt’altro che
semplice.
Lady Whistledown: cosa
cambia rispetto ai libri di Julia Quinn
La serie continua a prendere una strada diversa rispetto ai romanzi
originali di Julia
Quinn. Nei libri, infatti:
la storia di
Benedict e
Sophie precede quella di Penelope e Colin;
Penelope smette definitivamente di scrivere
come Whistledown dopo essere stata smascherata;
quando arriva la storia di
Eloise, la rubrica non esiste più.
La serie Netflix invece mantiene viva la voce di Whistledown,
creando nuove dinamiche narrative: Penelope deve ora decidere se
evitare di scrivere sulla famiglia Bridgerton — rischiando di
perdere autorevolezza — o continuare a farlo, con conseguenze
imprevedibili.
Potrebbe persino aiutare Benedict e Sophie a colmare il divario
sociale che li separa? Tutto è possibile nella frizzante e
complessa società del Ton.
Bridgerton 4 – Parte 1 debutta su Netflix il 29 gennaio 2026, mentre
Parte 2 arriverà
il 26
febbraio.
Se si confronta il 2025 con alcuni
dei migliori anni per la fantascienza
nella storia della televisione, esso potrebbe impallidire rispetto
alla metà degli anni 2010 o all’inizio degli anni 2000. Tuttavia,
nonostante ciò, è difficile non guardare indietro a quell’anno e
apprezzare come esso abbia segnato il debutto di alcune incredibili
serie di fantascienza che hanno lasciato il segno nel genere.
È interessante notare che, tra le
cinque migliori serie di fantascienza del 2025, tre hanno
affrontato il tema delle minacce provenienti dallo spazio, facendo
capire agli esseri umani la loro insignificanza nella vastità
dell’universo. Una si è rivelata una serie relativamente meno
conosciuta e non in lingua inglese sui terrori dell’intelligenza
artificiale, mentre l’ultima riguardava l’esplorazione di cosa
significhi essere umani attraverso gli occhi di un androide.
Come la maggior parte delle serie e
dei
film di fantascienza, tutte e cinque presentavano diverse
sovrapposizioni tematiche e narrative, ma anche elementi che le
rendevano significativamente diverse l’una dall’altra. Per ovvie
ragioni, alcune di queste serie hanno avuto un impatto maggiore
rispetto ad altre, mentre alcune sono rimaste relativamente meno
memorabili.
Cassandra
All’inizio, il thriller
fantascientifico tedesco di Netflix, Cassandra, adotta una trama familiare
in cui una famiglia si trasferisce in una nuova casa e “riporta in
vita” accidentalmente il suo assistente domestico dotato di
intelligenza artificiale. Quella che inizialmente sembra l’ennesima
rivisitazione della familiare trama alla M3GAN, prende
gradualmente una piega intrigante che la eleva al di sopra della
maggior parte delle serie e dei film di fantascienza
sull’intelligenza artificiale.
Uno dei maggiori punti di forza di
Cassandra risiede nella sua grafica, che immerge gli
spettatori in un ambiente retro-futuristico familiare ma
stranamente distante. Anche l’intelligenza artificiale
protagonista, Cassandra, appare come una figura calorosa e
premurosa prima che venga alla luce la oscura verità sul suo
passato.
Quando si tratta della
rappresentazione dei personaggi umani, Cassandra spesso
inciampa perché li semplifica eccessivamente per convenienza
narrativa. Tuttavia, nonostante sia eccessivamente artificioso e
sciocco in molti momenti, l’oscuro programma di fantascienza di
Netflix ha abbastanza fascino da soddisfare la maggior parte degli
appassionati del genere. Trae inoltre vantaggio dal fatto che
racconta una storia ben strutturata che non prepara le stagioni
future con cliffhanger forzati.
L’Eternauta
Basato sull’omonimo fumetto del
1957 di Héctor Germán Oesterheld e Francisco Solano López, The
Eternaut è una serie fantascientifica argentina che ha ottenuto
le lodi di Hideo Kojima subito dopo essere approdata su Netflix.
Come descritto da Kojima nella sua recensione, The Eternaut
ha tratto grande vantaggio dalla sua capacità di distinguersi dalla
solita offerta di serie fantascientifiche incentrate su narrazioni
prevedibili incentrate su zombie o pestilenze.
L’arco narrativo iniziale di The
Eternaut sembra familiare, con una parte significativa della
popolazione mondiale che viene spazzata via dopo essere entrata in
contatto con neve radioattiva. Tuttavia, la storia si evolve
lentamente in un racconto sulla fragilità dei sistemi umani e sulla
natura malvagia del controllo autoritario.
A differenza di altre serie simili,
come Silo, The
Eternaut fatica ancora a rendere i suoi personaggi credibili
nell’arco narrativo iniziale. Tuttavia, stabilisce perfettamente la
posta in gioco del suo dramma e termina con un intrigante colpo di
scena legato al viaggio nel tempo che suggerisce che ha solo
sfiorato la superficie del suo potenziale narrativo.
Fortunatamente, The Eternaut è stato rinnovato anche su
Netflix e tornerà presto con un’altra stagione.
Murderbot
Apple
TV ha senza dubbio dominato il genere fantascientifico.
Tuttavia, guardando indietro, è difficile non vedere come il 2024
sia stato un po’ un ostacolo per il genere sul servizio di
streaming. Mentre alcune serie come Constellation hanno
faticato a lasciare il segno, altre, come Sunny, non sono
riuscite a raccogliere abbastanza spettatori nonostante abbiano
ottenuto il plauso della critica.
Fortunatamente, Apple TV è riuscita
a compensare le perdite del 2024 non solo realizzando brillanti
stagioni successive di programmi come Scissione, ma anche aggiungendo nuovi
adattamenti, come Murderbot,
al suo impressionante catalogo di fantascienza.
Basato sul primo libro della serie
The Murderbot Diaries di Martha Wells,
Murderbot di Apple TV si maschera da serie comica nei suoi
primi archi narrativi. In pochi episodi, però, la commedia si
trasforma in un’esplorazione inquietante e intima di cosa
significhi esistere in un mondo in cui la coscienza è trattata come
un software proprietario.
Con la migliore interpretazione
della sua carriera, Alexander Skarsgård rende la serie ancora
più memorabile, rendendo difficile non attendere con ansia la
seconda stagione.
Alien – Piante Terra
Alien – Piante Terra portava il pesante fardello di
far parte non solo di uno dei franchise horror più riconoscibili,
ma anche di giustificare la sua ragion d’essere e di portare a casa
la minaccia aliena generale. La serie avrebbe potuto facilmente
scegliere una strada più sicura, sviluppandosi in un formato
“mostro della settimana” in cui ogni nuovo episodio si concentrasse
su una nuova violazione del contenimento o su una vittima
sacrificabile. Tuttavia, la serie ha osato distinguersi e imprimere
la propria identità nella saga, rappresentando un tipo di horror
più lento e sistemico. Il solo cambiamento di scala dallo spazio
esterno al pianeta natale dell’umanità è sufficiente per
coinvolgere la maggior parte dei fan della saga nei primi sviluppi
della trama. Ciò che lo rende davvero un’aggiunta degna di nota al
genere, però, è che, invece di limitarsi a spuntare tutte le
caselle della tradizione di Alien, mette in luce le fragili strutture di potere
e il marciume morale che esistono nel suo mondo. Sono questi
elementi riconoscibili che gli permettono di rimanere impresso
negli spettatori anche molto tempo dopo che i titoli di coda hanno
iniziato a scorrere.
Pluribus
Quasi tutte le serie
post-apocalittiche ben scritte puntano su temi più ampi come la
speranza, la sopravvivenza e la comunità. Tuttavia, nell’era dello
streaming, dove il successo si misura principalmente con parametri
immediati, molte serie di questo sottogenere sembrano aver
dimenticato il valore della narrazione a lungo termine. Per la
prima volta dopo molti anni, sembra che una serie stia finalmente
costruendo qualcosa di grande.
La serie in questione è ovviamente
la più vista di sempre su Apple TV: Pluribus.
Probabilmente, Pluribus non
è adatto all’era dello streaming, e questo è forse il suo unico
difetto visibile.
Invece di affrettarsi verso colpi
di scena e dare al pubblico una rapida dose di dopamina,
Pluribus si prende il suo tempo. È difficile prevedere dove
intende arrivare con la sua rappresentazione di un mondo
post-apocalittico pieno di persone irrealisticamente felici
contrapposte a due individui cinici.
Tuttavia, non si può fare a meno di
avere fiducia nella visione di Vince Gilligan e nella sua capacità
di offrire alcuni dei più incredibili risultati a lungo termine per
gli spettatori pazienti. Pluribus potrebbe in seguito
perdere alcuni punti se lascerà troppi vuoti tra una stagione e
l’altra. Per ora, però, è una delle cose migliori che stanno
accadendo in TV nel genere fantascientifico.
La
creatrice e le interpreti della serie sci-fi Pluribus hanno
finalmente spiegato l’origine e il significato del momento più
discusso dell’ultimo episodio: il primo bacio tra Carol (Rhea Seehorn) e Zosia (Karolina
Wydra).
Nonostante Carol viva un breve spiraglio di sollievo, il suo stato
emotivo resta segnato dal dolore per la morte della moglie
Helen (Miriam
Shor) e dall’angoscia esistenziale che domina il mondo della serie.
Dopo quaranta giorni di
isolamento estremo, la protagonista trova un inatteso
conforto tra le braccia di Zosia, una donna inviata dagli “Others”
perché somigliante al personaggio del romanzo che Carol stava
scrivendo. Il loro ricongiungimento è intenso, quasi disperato:
Carol si aggrappa a lei come a un’ancora di salvezza. L’episodio
termina con un bacio che ha fatto discutere i fan.
In un’intervista a Deadline, Rhea Seehorn ha analizzato cosa rappresenta davvero
quell’intimità: Carol è fragile, vulnerabile, devastata dalla solitudine, e questo
rende il suo coinvolgimento emozionale con Zosia complesso e
ambiguo. L’attrice inizialmente pensava che la relazione dovesse
essere vista come una manipolazione, visto che Zosia è stata
“mandata” dagli Others. Ma, lavorando sul personaggio, Seehorn ha
percepito qualcosa di più autentico:
«Credevo che fosse tutta una
complicazione… Ma poi abbiamo iniziato a costruire Carol come una
donna spezzata, terrorizzata dall’idea di passare il resto della
vita da sola. È in una posizione estremamente fragile.»
Questa fragilità la porta a dubitarne costantemente: «C’è una parte di lei che continua a dirsi: ‘Non
essere stupida… questo non può essere reale.’» Carol sente che
qualcosa nella relazione con Zosia non torna: la dolcezza e il
sollievo che prova sembrano veri, ma allo stesso tempo percepisce
l’ombra della manipolazione.
Seehorn spiega che Carol è intrappolata tra due verità
contraddittorie:
Zosia è una presenza realmente
confortante.
Ma la sua presenza è anche
parte di un piano più grande e oscuro.
Questa dualità porta la protagonista a interrogarsi su cosa sia
l’amore
autentico e se ciò che sente possa essere reale in un
mondo dove nulla è certo: «È
un atto di gentilezza o una manipolazione? Come definisci il vero
amore? Se nessuno la ama più come prima, allora questo può essere
amore? O è solo una sua illusione per sopravvivere?»
La star conclude che Carol sta “giocando una partita a scacchi
nella sua mente”, oscillando tra speranza, illusione e
consapevolezza del proprio trauma.
Il finale della stagione
1 di Pluribus sarà disponibile il 24 dicembre 2025 su
Apple
TV+. La serie è già stata rinnovata per una
seconda
stagione.
Outer Banks si prepara a salutare i
fan con la sua quinta e ultima stagione, e Netflix ha appena condiviso un aggiornamento
importante: le riprese
della
stagione finale sono ufficialmente concluse. L’uscita
è prevista per il 2026, segnando l’ultimo capitolo dell’avventura dei
Pogues.
In
una dichiarazione a Tudum, i creatori Josh Pate, Jonas Pate e Shannon Burke hanno espresso tutta la loro
emozione nel tornare sul set per l’ultima corsa: «Siamo al settimo cielo all’idea di
intraprendere un ultimo viaggio con i Pogues. Tornare sul set per
questo capitolo finale è stato allo stesso tempo dolceamaro e
surreale. Non vediamo l’ora che tutti possano vedere cosa abbiamo
in serbo — sarà un’ultima corsa selvaggia…»
L’annuncio del wrap arriva poco dopo le accuse rivolte a
Jonas Pate, che
secondo un report di Variety sarebbe stato fisicamente e verbalmente
aggressivo nei confronti di un assistente alla produzione, episodio
poi sedato dagli attori principali Chase Stokes e Madelyn Cline.
Dove eravamo rimasti: il
finale shock della stagione 4
La stagione 4 aveva condotto i Pogues in Marocco alla ricerca del
tesoro di Barbanera, ma l’avventura era presto
degenerata:
JJ scopriva che il suo vero padre era
Chandler
Groff,
e in uno dei momenti più
tragici della serie, Chandler uccide JJ dopo che il ragazzo sacrifica la
Blue Crown per salvare Kiara.
Con questo
pesantissimo cliffhanger, è probabile che la stagione 5 si
concentri sulla vendetta: i Pogues potrebbero inseguire Groff e
recuperare il tesoro perduto.
Un altro nodo narrativo centrale sarà la gravidanza di Sarah, rivelata alla fine
della stagione. Madelyn Cline ha commentato con ironia la sua
interpretazione in questa nuova fase della storia: «Non indosso un pancione. Tutti mi chiedono:
“Dov’è il bambino?” Non potrei saltare muri, farmi scaraventare da
una barca o correre a tutta velocità con un pancione di silicone in
piena estate in South Carolina.»
Il successo della serie e
il finale già scritto
Netflix ha confermato che nelle sue prime quattro stagioni
Outer Banks ha
totalizzato quasi 200
milioni di visualizzazioni, apparendo nella Top 10 inglese
per 25 settimane
complessive. Sebbene non siano stati rivelati dettagli sulla trama
finale, i creatori hanno assicurato che il destino della serie era
chiaro sin dall’inizio: «Abbiamo sempre saputo come sarebbe stata l’ultima
scena.» – Josh Pate.
Con le riprese concluse e l’attesa per il gran finale che cresce,
Outer Banks si prepara a
chiudere un viaggio iniziato nel 2020, tra misteri, tesori, fughe,
tradimenti e legami indissolubili. La serie è disponibile su
Netflix.
Jamie Campbell
Bower ha mandato in visibilio i fan di Stranger Things con una comparsa a
sorpresa nel prequel teatrale di Broadway, Stranger Things: The First Shadow, dove ha
ripreso il ruolo di Henry
Creel. L’apparizione è avvenuta il 19 dicembre, durante l’epilogo dello
spettacolo al Marquis Theatre di New York, prendendo il posto
dell’interprete principale Louis McCartney, protagonista del ruolo
sia nel West End che a Broadway. Secondo quanto riportato da
ScreenRant, il pubblico è
esploso in un’ovazione al suo ingresso in scena.
Debuttato nel 2023, The First
Shadow riporta la storia a Hawkins nel 1959, svelando le origini di Henry
Creel: il trasferimento della sua famiglia, la scoperta dei suoi
poteri oscuri, il suo coinvolgimento in uno spettacolo scolastico
diretto da Joyce Maldonado (futura Byers) e il primo incontro con
il dottor Martin Brenner.
In un’intervista a ScreenRant, Bower ha raccontato come sia nata l’idea
della sua partecipazione: «Mi
hanno chiesto. È semplicemente successo.» L’attore ha spiegato
che l’invito è arrivato poche settimane prima, durante la première
della stagione 5, e ha elogiato il lavoro di McCartney:
«L’ho visto due volte. È
brillante.»
Come The First Shadow
influenzerà il Vecna della stagione 5
Bower ha confermato di aver attinto dalla versione teatrale del
personaggio per costruire la sua interpretazione di
Vecna/Henry nella quinta stagione:
«Ho preso alcune cose dallo
spettacolo… Quando l’ho visto ho provato una grande tristezza.
Rivedere quel ragazzo che ho immaginato a lungo è stato
emozionante.»
L’attore ha detto di essersi sempre sentito profondamente legato al
“bambino dentro l’uomo” che Henry diventa, e che la visione dello
spettacolo ha rafforzato ulteriormente questa parte emotiva.
Il suo debutto teatrale arriva pochi giorni prima dell’attesissima
uscita di Stranger Things
5 – Volume 2, che arriverà su Netflix il
25 dicembre alle
20:00 ET, con tre episodi. Il Volume 3, contenente il finale di serie, debutterà
il 31
dicembre.
Nella stagione finale, Vecna assume anche un nuovo alias:
Mr. Whatsit,
usato dai ragazzi di Hawkins ai quali aveva fatto visita
segretamente. Intanto, la serie ha iniziato a intrecciare
direttamente canoni e rivelazioni di The First Shadow: nel Volume 1 compare il
flashback del 1959 in cui una giovane Joyce distribuisce i
volantini del suo spettacolo, evento centrale della trama teatrale
che coinvolge personaggi noti come Hopper, Ted e Karen Wheeler, Bob
Newby, gli Henderson e i Sinclair.
Il ruolo del prequel
nella conclusione di Stranger Things
Il legame tra serie e spettacolo teatrale sarà ancora più marcato
nel Volume 2, che approfondirà il passato oscuro di Henry Creel,
compresa la verità sulla grotta in cui Max e Holly si nascondono —
un elemento chiave introdotto proprio dal prequel teatrale.
Con Hawkins pronta all’ultima battaglia contro Vecna e le creature
del Sottosopra, The First Shadow assume ora un’importanza centrale nel
dare contesto, peso emotivo e coerenza ai capitoli conclusivi della
serie.
Bower diventa così il secondo attore a fare il salto tra palco e serie
TV, dopo Alex Breaux, interprete del giovane Brenner nello
spettacolo e ora parte del cast della stagione 5 come il tenente
Robert Akers.