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David Thewlis è “stufo” delle domande su un suo possibile ritorno nel franchise di Harry Potter

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In un’intervista con ScreenTime, a David Thewlis è stato chiesto se gli piacerebbe interpretare nuovamente il professor Remus Lupin o se preferirebbe tornare nei panni di un altro personaggio nel franchise di Harry Potter, che riprenderà ora vita grazie all’attesa serie targata HBO. L’attore ha però sottolineato che non è interessato a nessuna delle due opzioni, poiché ora è troppo vecchio per interpretare Lupin, ha trascorso molto tempo con Harry Potter ed è “stufo” di parlare di un potenziale ritorno.

Mi sento troppo vecchio per interpretare il mio personaggio originale adesso. E no, non vorrei tornare indietro perché ne ho abbastanza, sono sinceramente stufo di parlarne”, spiega l’attore, aggiungendo però che: “è bello perché con Harry Potter si tratta di bambini e i bambini rimangono molto colpiti e impressionati, ed è molto bello rendere felici i bambini”.

David Thewlis, come noto, è apparso in cinque degli otto film di Harry Potter, prima in Il prigioniero di Azkaban e poi in L’ordine della fenice, Il principe mezzosangue e in entrambi i capitoli di I doni della morte. Lupin ha avuto un ruolo di primo piano in Il prigioniero di Azkaban come nuovo insegnante di Difesa contro le Arti Oscure a Hogwarts, ma ha continuato a interpretare un ruolo secondario come membro dell’Ordine della Fenice nei film successivi. Quando il suo debutto nella serie è stato pubblicato nel 2004, Thewlis aveva 41 anni e Lupin ne aveva circa trent’anni.

Dato che HBO sta adattando un libro di Harry Potter per stagione, Lupin non entrerà nella serie fino alla terza stagione, a meno che non ci sia una deviazione significativa dal materiale originale. Probabilmente verrà scelto un nuovo attore, più vicino all’età del personaggio e a quella di David Thewlis nei primi anni 2000. Non resta a questo punto che attendere di scoprire quale sarà il nuovo volto dell’amato personaggio.

Cosa sappiamo della serie HBO su Harry Potter

La prima stagione sarà tratta dal romanzo La pietra filosofale e abbiamo già visto alcuni altri momenti chiave del romanzo d’esordio di J.K. Rowling essere trasposti sullo schermo. La prima stagione di Harry Potter dovrebbe essere girata fino alla primavera del 2026, mentre la seconda stagione entrerà in produzione pochi mesi dopo. Ogni libro dovrebbe costituire una singola stagione, il che significa che avremo sette stagioni nell’arco di quasi un decennio.

HBO descrive la serie come un “adattamento fedele” della serie di libri della Rowling. “Esplorando ogni angolo del mondo magico, ogni stagione porterà ‘Harry Potter’ e le sue incredibili avventure a un pubblico nuovo ed esistente”, secondo la descrizione ufficiale. Le riprese dovrebbero avere inizio nel corso dell’estate 2025, per una messa in onda prevista per il 2026.

La serie è scritta e prodotta da Francesca Gardiner, che ricopre anche il ruolo di showrunner. Mark Mylod sarà il produttore esecutivo e dirigerà diversi episodi della serie per HBO in collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros. Television. La serie è prodotta da Rowling, Neil Blair e Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e David Heyman di Heyday Films.

Come già annunciato, Dominic McLaughlin interpreterà Harry, Arabella Stanton sarà Hermione e Alastair Stout sarà Ron. Il cast principale include John Lithgow nel ruolo di Albus Silente, Janet McTeer nel ruolo di Minerva McGranitt, Paapa Essiedu nel ruolo di Severus Piton, Nick Frost nel ruolo di Rubeus Hagrid, Katherine Parkinson nel ruolo di Molly Weasley, Lox Pratt nel ruolo di Draco Malfoy, Johnny Flynn nel ruolo di Lucius Malfoy, Leo Earley nel ruolo di Seamus Finnigan, Alessia Leoni nel ruolo di Parvati Patil, Sienna Moosah nel ruolo di Lavender Brown, Bertie Carvel nel ruolo di Cornelius Fudge, Bel Powley nel ruolo di Petunia Dursley e Daniel Rigby nel ruolo di Vernon Dursley.

Si avranno poi Rory Wilmot nel ruolo di Neville Paciock, Amos Kitson nel ruolo di Dudley Dursley, Louise Brealey nel ruolo di Madama Rolanda Hooch e Anton Lesser nel ruolo di Garrick Ollivander. Ci sono poi i fratelli di Ron: Tristan Harland interpreterà Fred Weasley, Gabriel Harland George Weasley, Ruari Spooner Percy Weasley e Gracie Cochrane Ginny Weasley.

La serie debutterà nel 2027 su HBO e HBO Max (ove disponibile) ed è guidata dalla showrunner e sceneggiatrice Francesca Gardiner (“Queste oscure materie”, “Killing Eve”) e dal regista Mark Mylod (“Succession”). Gardiner e Mylod sono produttori esecutivi insieme all’autrice della serie J.K. Rowling, Neil Blair e Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e David Heyman di Heyday Films. La serie di “Harry Potter” è prodotta da HBO in collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros. Television.

Steven Spielberg rompe il silenzio sul suo ritorno alla fantascienza con Disclosure Day

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Steven Spielberg rompe finalmente il silenzio sul suo ritorno alla fantascienza aliena per la prima volta in 21 anni con il suo prossimo film, Disclosure Day. Sebbene il leggendario regista sia diventato famoso con Lo squalo nel 1975, ha continuato a dirigere diversi film di fantascienza aliena come Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977) e E.T. l’extra-terrestre (1982). Durante gli anni 2000, è poi tornato al genere con La guerra dei mondi (2005).

Ora, dopo il trailer del Super Bowl, il regista ha parlato per la prima volta di Disclosure Day in un nuovo video promozionale, “A First Look with Steven Spielberg”. Intervallato da immagini tratte dal film, il regista ha parlato di come il film sia ispirato dal suo fascino di lunga data per i fenomeni inspiegabili, dalla sua curiosità infantile per il cielo notturno e dalla sua fede nella vita extraterrestre.

Oltre a ciò, Disclosure Day esplora la curiosità dell’umanità per l’ignoto, il crescente interesse del pubblico per l’esistenza di vita al di fuori della Terra e l’urgente domanda se siamo soli. “Sono sempre stato affascinato dalle cose che non possono essere spiegate e ho realizzato molti film su cose che non possono essere spiegate, dagli squali ai dischi volanti. Ricordo che quando ero solo un bambino sviluppai una vera curiosità per il cielo notturno e per ciò che accade lassù, e anche per la possibilità, anzi la certezza, che esista vita al di fuori di questo pianeta”, sono le parole di Spielberg.

Le domande delle persone su ciò che accade non solo nei nostri cieli, ma anche nei nostri mondi, nelle nostre realtà, hanno raggiunto una massa critica, con il fascino totale delle persone per: siamo soli o non siamo soli? E se qualcuno sa che non siamo soli, perché non ce l’ha detto?”, conclude il regista. Il cast di Disclosure Day comprende Emily Blunt, Josh O’Connor, Colin Firth, Eve Hewson, Colman Domingo, Wyatt Russell e Henry Lloyd-Hughes. Il film nasce da un soggetto originale di Steven Spielberg, sviluppato insieme allo sceneggiatore David Koepp, suo storico collaboratore. Il film arriverà in sala il 12 giugno.

Motorvalley: recensione della serie Netflix con Luca Argentero e Caterina Forza

Sono trascorsi esattamente dieci anni dall’uscita in sala di Veloce come il vento, film che ha cambiato la carriera del suo regista Matteo Rovere, ha lanciato quella di Matilda de Angelis e ha dimostrato che un certo cinema di genere che odora di benzina e gomme bruciate è possibile anche in Italia. Un film, quello, che a Rovere è sempre rimasto sottopelle – come da lui dichiarato – nutrendo il desiderio di tornare a confrontarsi con auto, motori e velocità. L’occasione è arrivata con la serie Motorvalley, prodotta dalla sua Groenlandia e distribuita su Netflix.

Ideata da Francesca Manieri, Gianluca Bernardini e lo stesso Rovere (che ha anche diretto i primi due episodi), la serie ci riporta dunque sui circuiti del Campionato Italiano Gran Turismo, dove le auto e le corse non sono solo una passione da condividere ma anche una ragione di vita, o di morte. Sei episodi animati dunque dal desiderio di restituire tutta l’adrenalina e l’epicità di questi contesti. Obiettivo riuscito, si può dire, nonostante alcuni ostacoli e incidenti di percorso. 

La trama di Motorvalley

Arturo (Luca Argentero), Elena (Giulia Michelini) e Blu (Caterina Forza) hanno perso quasi tutto nella loro vita, ma una cosa li accende ancora: l’amore per le auto. Elena, rampolla della Dionisi, proprietaria di una famosa scuderia, deve riconquistare un ruolo nell’impresa di famiglia, ora nelle mani del fratello; assolda Blu, giovane testa calda con un’attrazione fatale per la velocità, e Arturo, ex pilota leggendario ritiratosi dopo un tragico incidente, per allenarla. Ognuno di loro ha dunque un preciso motivo per correre più veloce degli altri. 

Giulia Michelini e Luca Argentero in Motorvalley
Giulia Michelini e Luca Argentero in Motorvalley. Cr. Enrico Bellinghieri/Netflix © 2026

Veloci come il vento

Se ne sono viste di auto da corsa al cinema negli ultimi anni: dall’italiano Race for Glory: Audi vs. Lancia fino a scomodare i grandi F1 – Il film, Rush e Le Mans ’66 – La grande sfida. Sul piccolo schermo, tuttavia, il mondo delle competizioni automobilistiche non aveva ancora trovato spazio. Motorvalley mette dunque fine a questa assenza, potendo sfoggiare i progressi tecnici raggiunti per raccontare oggi in forma di fiction il meccanismo e i momenti clou di queste gare. Ciò emerge con forza specialmente nella seconda metà della stagione, quando si entra nel vivo del campionato.

Sono sequenze dotate del giusto ritmo, della giusta quantità di dettagli, con un lavoro sul sonoro che restituisce un certo grado di realismo nonostante l’assenza di un impianto audio da sala cinematografica. Certo, sarebbe ingeneroso – oltreché scorretto – proporre dei paragoni con i grandi film poc’anzi citati. Non si deve infatti pretendere di raggiungere quei livelli – giustificati da tanti fattori – ma riconoscere che nel panorama audiovisivo italiano non sono frequenti opere così impegnate a lavorare su simili tecnicismi e a restituire simili dosi di adrenalina.

Luca Argentero e Caterina Forza guidano la serie 

Ma fortunatamente Motorvalley non vuole fare unicamente sfoggio del suo comparto tecnico, concentrandosi in prima battuta sul proporre una storia di rivincita portata avanti da personaggi che di cicatrici ne hanno in abbondanza. Anche in questo caso, nel vedere in azione l’Arturo di Luca Argentero e la Blu di Caterina Forza verrebbe semplice attuare un confronto con i personaggi interpretati da Stefano Accorsi e Matilda de Angelis in Veloce come il vento (con Giulia De Martino, Blu condivide anche alcune ciocche di capelli tinte di blu). 

Luca Argentero in Motorvalley
Caterina Forza e Luca Argentero in Motorvalley. Cr. Enrico Bellinghieri/Netflix © 2026

Ma gli autori si discostano ben presto da quei modelli, mantenendo in comune unicamente il rapporto mentore-allievo. Così i personaggi di Argentero e Forza hanno la possibilità di muoversi in un circuito tutto loro, trovando una propria personalità. Il primo impatto con loro non è in realtà particolarmente entusiasmante e si ha abbastanza subito la sensazione di trovarsi davanti ai soliti stereotipi. Incerta appare anche la recitazione dei due attori, come se dovessero ancora comprendere al meglio il funzionamento di questi personaggi. 

Con il passare degli episodi questa sensazione viene però meno ed entrambi gli attori appaiono più convincenti nelle rispettive parti. La scrittura gli regala anche un paio di momenti piuttosto commoventi, che rafforzano agli occhi dello spettatore il loro legame e l’affetto che si può nutrire per loro. Meno convincenti, purtroppo, sono gli altri personaggi, dalla Elena di Giulia Michelini fino a quelli secondari, che non ottengono le stesse opportunità di andare oltre i giri di qualifica. 

Gli ostacoli sul percorso di Motorvalley 

Quella di una certa banalità nella scrittura dei personaggi è in realtà solo uno dei punti deboli di una serie che in troppe occasioni si adagia su un linguaggio al di sotto del suo potenziale. Tra una serie di scelte, snodi narrativi o cliffhanger che vorrebbero essere pop ma risultano invece un po’ kitsch, Motorvalley vive dunque diverse false partenze e se anche nel complesso non esce da alcuni luoghi comuni, presenta comunque quella giusta dose di leggerezza, umorismo e grinta per cui la si guarda con piacere. 

“Cime Tempestose”, recensione: Emerald Fennell riscrive completamente la storia di Heathcliff e Catherine

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Mettere tra virgolette il titolo “Cime Tempestose” non è un vezzo grafico, ma una dichiarazione di poetica. Emerald Fennell sembra dirci fin dall’inizio che ciò che stiamo per vedere non è Wuthering Heights, bensì un oggetto cinematografico autonomo, liberamente – anzi liberissimamente – ispirato al romanzo di Emily Brontë. Un’operazione che non mira alla fedeltà, né alla riscrittura filologica, ma a una trasformazione radicale: prendere una delle storie più oscure, violente e moralmente disturbanti della letteratura ottocentesca e renderla tollerabile, seducente, glamour. In una parola: consumabile.

Il risultato è un melodramma romantico lucidissimo, furbo, levigato fino a diventare una superficie riflettente in cui lo spettatore può specchiarsi senza mai ferirsi davvero.

Un adattamento che cancella il buio per salvare la passione

Il romanzo di Brontë è un racconto di vendetta nera, fantasmi, ossessione e distruzione morale. È una storia che non cerca empatia ma vertigine, che mette il lettore davanti a personaggi sgradevoli, crudeli, incapaci di redenzione. Tutto questo, nel film di Fennell, viene sistematicamente eliminato o pesantemente modificato.

Cortesia Warner Bros Discovery

Restano Cathy e Heathcliff. Tutto il resto – la coralità, le generazioni, la brutalità sociale, l’odio che si trasmette come una malattia – viene sacrificato per costruire una narrazione binaria, centrata esclusivamente sul legame sentimentale tra i due protagonisti. Il conflitto non è più etico o sociale, ma emotivo. Non c’è più vendetta, ma frustrazione amorosa. Non c’è più orrore, ma sofferenza romantica.

In questa scelta si rivela l’anima dell’operazione: “Cime Tempestose” diventa un romanzo Harmony travestito da cinema d’autore, una storia che banalizza il materiale originale proprio per renderlo accettabile a un pubblico contemporaneo che vuole emozionarsi senza essere messo realmente in crisi.

Un non-tempo storico tra postmodernità e ricerca etetica

Uno degli aspetti più interessanti del film è la sua collocazione temporale. Fennell rifiuta qualsiasi classificazione storica precisa e costruisce un non-tempo cinematografico in cui elementi antichi e futuristici convivono senza attrito. I costumi di Jacqueline Durran citano l’Ottocento ma lo stilizzano; i dialoghi suonano arcaici ma hanno una musicalità moderna; i corpi degli attori sono contemporanei, liberi, quasi anacronistici.

È un lavoro profondamente postmoderno, che però non rinuncia a una forma di ricerca filologica: non tanto sul testo, quanto sull’immaginario. Cime Tempestose non è ambientato in un’epoca, ma in un’idea di romanticismo eterno, slegato dalla storia e quindi perfetto per essere consumato come mito. Questa sospensione temporale è anche il modo con cui Fennell neutralizza il peso politico e sociale dell’opera originale, trasformandola in una favola passionale fuori dal mondo.

Cortesia Warner Bros Discovery

Jacob Elordi e Margot Robbie: bellezza come dispositivo narrativo

Se il film regge, lo fa soprattutto grazie ai suoi interpreti. Jacob Elordi e Margot Robbie sono due corpi cinematografici potentissimi, e Fennell lo sa benissimo. La macchina da presa li ama, li contempla, li esibisce. Heathcliff e Cathy non sono più personaggi disturbanti, ma icone romantiche, quasi modelli su una passerella emotiva.

Elordi costruisce un Heathcliff tormentato ma mai realmente inquietante, più fragile che feroce, più ferito che vendicativo. Robbie, dal canto suo, offre una Cathy magnetica, volitiva, ma sempre leggibile, sempre empatica, leggermente bisbetica. La loro chimica è indiscutibile, e diventa il vero motore emotivo del film. È un cinema che usa la bellezza come anestetico: tutto è dolore, ma un dolore elegante, fotogenico, pronto per essere condiviso emotivamente senza lasciare cicatrici.

Regia, estetica e colonna sonora: un melodramma consapevole

Emerald Fennell dirige con una sicurezza impressionante. Ogni inquadratura è pensata, ogni scelta estetica è coerente con l’idea di fondo. La fotografia di Linus Sandgren avvolge il racconto in una luce che oscilla tra il pittorico e il patinato, tenendo sempre a mente che in scena deve sempre esserci qualcosa di rosso, che sia un nastro, un abito, o anche il colore del fiume, non importa che non sia realistico. Mentre la scenografia di Suzie Davies costruisce spazi che sembrano più stati d’animo che luoghi reali.

La colonna sonora, che include canzoni originali di Charli XCX, è forse l’elemento più esplicitamente contemporaneo: un ponte diretto verso il pubblico giovane, verso un immaginario pop che dialoga apertamente con il melodramma classico. È una scelta audace ma perfettamente in linea con l’idea di “Cime Tempestose” come oggetto ibrido, sospeso tra alto e basso, tra cinema d’autore e prodotto mainstream.

Cortesia Warner Bros Discovery

Cinema “tra amiche”: un film che sa esattamente a chi parla

In definitiva, “Cime Tempestose” è una passerella glamour perfetta per un cinema da visione condivisa, un film pensato per far piangere e sospirare. Non è per tutti i gusti, e non vuole esserlo. Non cerca la complessità morale del romanzo, né la sua violenza simbolica. Cerca invece un pubblico preciso, un’estetica riconoscibile, una risposta emotiva immediata.

Il fatto che il titolo venga presentato tra virgolette non è casuale: è il modo più onesto per dichiarare la distanza dall’originale e, allo stesso tempo, rivendicare la legittimità di un’interpretazione che non vuole essere fedele, ma efficace.

Da Warner Bros. Pictures e dalla regista premio Oscar Emerald Fennell, “Cime Tempestose” arriva nelle sale italiane il 12 febbraio 2026 come manifesto di una volontà di cinema estremamente chiara: trasformare l’oscurità in melodramma, la crudeltà in glamour, la letteratura in emozione condivisa. Una scelta discutibile, ma indubbiamente coerente.

Cloverfield: la spiegazione del finale del film

Cloverfield: la spiegazione del finale del film

Il film horror del 2008 Cloverfield, girato in stile found footage, è fin troppo sottovalutato e merita invece di essere riscoperto alla luce della sua trama intrigante, alle tecniche di ripresa utilizzate e alla mitologia che propone. Il film, in sintesi, è incentrato su un gigantesco mostro che ha invaso New York City e costretto i personaggi principali a capire dove andare e come superare questo strano momento.

Cloverfield si distingue però perché l’intero film è girato attraverso la videocamera di uno dei personaggi. Questo lo rende un po’ più interessante della maggior parte dei film sui mostri e ci porta a sentirci parte attiva degli eventi del film, proprio come se fossimo lì accanto ai personaggi. Ma cosa succede durante il film e come si conclude la vicenda? E in che modo il primo film della serie si collega agli altri due sequel? Lo scopriamo con questo approfondimento.

Di cosa parla Cloverfield?

Cloverfield segue Rob Hawkins (Michael Stahl-David) e la sua ragazza Beth McIntyre (Odette Yustman) mentre partecipano a una festa d’addio per Rob, che si trasferisce in Giappone perché ha ottenuto una promozione. La presenza di un enorme mostro alieno in città rende però impossibile festeggiare e il fratello di Rob, Jason (Mike Vogel), viene ucciso. Lizzy Caplan interpreta invece Marlena Diamond, che partecipa alla festa e di cui Hud Platt (T.J. Miller) è romanticamente interessato.

Hud è la persona che ha registrato tutto ciò che il pubblico vede, il che aggiunge un elemento unico alla storia. Cloverfield è infatti un esempio di un buon film horror in stile found footage perché questo stile di regia rende l’atmosfera ancora più inquietante, poiché sembra che qualcosa di brutto possa accadere da un momento all’altro. Anche l’ambientazione di una festa d’addio per uno dei personaggi è intelligente perché aggiunge un po’ di peso emotivo alla storia.

Cloverfield mostro

Come finisce Cloverfield?

Il finale di Cloverfield è agghiacciante ma anche dolce. Beth e Rob riescono temporaneamente a sfuggire al mostro, ma alla fine purtroppo vengono uccisi. Trovano infatti un ponte sotto cui nascondersi e raccontano alla telecamera ciò che hanno vissuto. Mentre si trovano lì, questo viene distrutto e prima che sia troppo tardi loro si dichiarano il loro amore. Anche se questo è sicuramente spaventoso, è anche la prova che il film ha una storia d’amore memorabile per un film horror. Rob e Beth potrebbero non essere la coppia più sviluppata del genere, ma è comunque emozionante vederli alle prese con la fine delle loro vite.

Il film passa poi a mostrare un ultimo spezzone (cronologicamente precedente) di video in cui Beth e Rob si divertono su una ruota panoramica a Coney Island, con l’intento di mostrare un tempo più semplice e spensierato. Mentre Beth dice “Ho passato una bella giornata”, un oggetto vola dal cielo, dimostrando che già allora stava accadendo qualcosa di strano. Si scopre che si trattava di un satellite e che il piccolo mostro era nato proprio in quel momento. Il finale di Cloverfield è memorabile anche perché, una volta terminati i titoli di coda, il pubblico sente una voce che chiede aiuto: “Aiutateci”. Se si riavvolge il nastro e si ascolta al contrario, si sente anche “È ancora vivo”.

In che modo gli altri film di Cloverfield si collegano alla storia?

Finora ci sono due sequel di Cloverfield: 10 Cloverfield Lane, uscito nel 2016, e The Cloverfield Paradox, uscito nel 2018. Il Cloverfield originale conduce a entrambi i sequel perché dimostra che il mostro è ancora in libertà e che le persone sono ancora in pericolo. Mostra però anche un mondo che è stato cambiato per sempre. 10 Cloverfield Lane ha infatti una premessa inquietante: Michelle (Mary Elizabeth Winstead) si ritrova in un bunker con Howard Stambler (John Goodman) che le dice che è successo qualcosa di terribile e che non possono più vivere nel mondo. Il film è così tutto giocato su un pericolo esterno di cui però non viene mai mostrato nulla.

The Cloverfield Paradox si collega invece al primo film suggerendo che sta succedendo qualcosa di più grande ed è per questo che questi mostri sono venuti sulla Terra. Nel terzo film della serie horror, degli astronauti cercano infatti di aiutare a risolvere la crisi energetica che sta colpendo la Terra. Il film purtroppo non ha avuto successo né tra i critici né tra gli appassionati di horror. Sappiamo però che Babak Anvari dirigerà un quarto film di Cloverfield e sarà interessante vedere come continuerà la storia. Al momento, però, non ci sono novità in merito.

Cloverfield cast

Matt Reeves ha risolto il grande dibattito sul finale di Cloverfield

Un enorme dibattito su Cloverfield è rimasto ambiguo sin dall’uscita del film, ma il regista Matt Reeves ha dopo anni dissipato ogni dubbio. Il film, infatti, è notoriamente vago riguardo al background del suo mostro, con la trama principale che offre pochissimi dettagli sulla provenienza della creatura resistente alle armi nucleari. La natura precisa dell’oggetto che cade dal cielo nel finale è stata dunque oggetto di molte discussioni. Inizialmente, l’ipotesi più ovvia era che il video amatoriale di Rob e Beth mostrasse il mostro cadere sulla Terra per la prima volta, dato che la gita a Coney Island era avvenuta poco prima che il disastro colpisse New York City.

La campagna di marketing ARG di Cloverfield ha però offerto una spiegazione alternativa, identificando l’oggetto caduto come il satellite Tagruato ChimpanzIII, che si era schiantato nell’Atlantico. The Cloverfield Paradox ha però dato il via a una terza teoria, suggerendo che l’oggetto caduto fossero Ava ed Ernst che tornavano sulla Terra. Parlando con Syfy in occasione del 15° anniversario di Cloverfield, Matt Reeves ha però dichiarato apertamente: “Alla fine del film, si può vedere il momento in cui il mostro arriva sulla Terra… Quando rivisitiamo quel filmato in cui sono sulla ruota panoramica alla fine, si può vedere la meteora che vola giù e colpisce l’oceano. Quello è in realtà l’inizio della presenza dell’alieno sulla Terra.

In qualità di regista della scena in questione, Matt Reeves è nella posizione ideale per chiarire la confusione che circonda il finale di Cloverfield. La sua risposta non lascia dubbi sul fatto che il mostro del film sia proprio quello che cade vicino a Rob e Beth nella scena finale a Coney Island, probabilmente tramite una piccola meteora. Il mostro ha dunque ha avuto origine nello spazio, è precipitato in qualche modo nell’Oceano Atlantico e poi ha intrapreso una frenetica e panica furia distruttiva per tutta New York City.

Il problema con la teoria del satellite ChimpanzIII è che ha una connessione trascurabile con la trama principale. Il satellite non ha alcun significato per i personaggi principali e ha solo un legame minimo con il mostro di Cloverfield. Il satellite sarebbe poco più di un easter egg per chi ha seguito l’ARG del film, il che sembra deludente considerando l’importanza della scena nel finale del film. L’interpretazione di Reeves secondo cui l’oggetto caduto è il mostro che arriva sulla Terra è molto più rilevante.

C’è un’amara ironia nel fatto che Rob e Beth trascorrano una “bella giornata” a Coney Island mentre sullo sfondo si sta preparando la loro distruzione, insieme a quella di gran parte di New York. Il fatto che Rob riprenda l’arrivo del mostro in un video rende anche più rilevante il formato found footage di Cloverfield, con la risposta al mistero più grande del film che si trova proprio nella sua videocamera. Come finale emotivamente forte, funziona molto meglio di un semplice satellite.

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Le pagine della nostra vita: la spiegazione del finale del film

Le pagine della nostra vita: la spiegazione del finale del film

Il finale del film romantico Le pagine della nostra vita (leggi qui la recensione) vedeva Allie e Noah vivere felici e contenti, anche se il finale alternativo racconta una storia leggermente diversa. Il film segue Noah che vive in una struttura con sua moglie Allie, affetta da demenza. Nella speranza di aiutarla a recuperare la memoria, Noah le legge il taccuino che la coppia aveva creato prima che la demenza di Allie prendesse il sopravvento. I medici dicevano che gli sforzi per ripristinare la sua memoria erano inutili, ma la devozione di Noah verso sua moglie gli impediva di arrendersi. Alla fine, egli ha dimostrato di poter far ricordare temporaneamente ad Allie il passato, purché continuasse a leggerle il diario.

Noah, che si fa chiamare Duke, le ha raccontato la storia come se riguardasse una coppia immaginaria, descrivendo in dettaglio come questi due adolescenti abbiano vissuto una storia d’amore estiva che è diventata molto di più. La Allie più anziana ha poi capito attraverso questo racconto quanto Noah fosse stato devoto, scrivendole lettere ogni giorno per un anno quando erano separati e trascorrendo anni a sistemare la casa che le aveva promesso. Alla fine di Le pagine della nostra vita, Allie ha ricordato il resto della loro storia. La coppia ha così vissuto insieme alcuni ultimi momenti di lucidità prima di scegliere come voleva che la loro storia finisse.

Cosa succede nel finale di Le pagine della nostra vita?

Il film termina nella linea temporale attuale e Allie ricorda che lei e Noah erano i personaggi della storia del quaderno del titolo. Sfortunatamente, questa lucidità dura solo poco tempo e lei torna allo stato di agitazione e confusione in cui la tiene la sua demenza. Questo porta a una scena straziante in cui Allie deve essere sedata, uno spettacolo così sconvolgente da causare a Noah un infarto. Lui però sopravvive, e sebbene venga sistemato in una stanza diversa da quella della moglie, non vuole stare lontano da lei, quindi si intrufola nella stanza d’ospedale di Allie e la sveglia.

Vedendolo lì, Allie ricorda chi è e si angoscia all’idea di dimenticare Noah di nuovo. Insieme nel letto d’ospedale di Allie, i due si confortarono a vicenda e Allie chiede a Noah se crede che il loro amore possa creare miracoli, aggiungendo che vouole che il loro amore permetta loro di morire insieme. Noah rispose che pensa di sì e, abbracciati, si addormentano. In una delle scene finali, un’infermiera entra nella stanza d’ospedale e trova i due insieme. Anche se non dice nulla, lo shock che prova dopo aver toccato le loro mani indica che erano morti insieme durante la notte, proprio come avevano sperato.

Le pagine della nostra vita

Le differenze con il finale alternativo di Le pagine della nostra vita

La scena in cui l’infermiera trova i corpi di Noah e Allie è il momento emotivamente più intenso del film. Tuttavia, esiste una versione alternativa di Le pagine della nostra vita che la elimina completamente. Nel 2019, Netflix UK ha iniziato a trasmettere in streaming il film, ma questa versione ha saltato la morte di Noah e Allie e si è conclusa invece con uno stormo di uccelli che volava sopra un lago. I due non hanno mai fatto la promessa di “andarsene” insieme e un’infermiera non ha mai trovato i loro corpi abbracciati. Si sottintende semplicemente che Noah e Allie hanno scelto di morire insieme, lasciando il finale molto più ambiguo e confuso.

Netflix UK è rimasta sorpresa quanto tutti gli altri da questo finale alternativo. La piattaforma di streaming ha poi rilasciato una dichiarazione su X (ex Twitter) spiegando che non aveva modificato il finale del film e che la versione alternativa era semplicemente il montaggio che le era stato fornito. Poco dopo, Netflix ha sostituito questa versione, probabilmente modificata in base ai requisiti di un altro Paese, con il montaggio ufficiale che ripristinava quanto prima descritto.

Perché Noah è morto alla fine del film?

Sebbene il finale ufficiale di Le pagine della nostra vita sia notevolmente meno confuso di quello alternativo accidentale di Netflix UK, rimangono ancora alcune domande senza risposta. Né Noah né Allie sembravano affatto vicini alla morte durante il film, eppure entrambi sono morti. Questo ha più senso per Allie, poiché la demenza è una malattia mortale. Tuttavia, il medico della struttura aveva detto a Noah che sembrava in ottima salute. In realtà, sia il medico che i figli di Noah erano confusi sul motivo per cui avesse scelto di vivere lì, dato che non aveva bisogno di cure particolari.

La morte di Noah potrebbe essere stata causata da un infarto, ma sembrava essere di lieve entità e lui era riuscito a riprendersi completamente. Ciò implica che quando è entrato nella stanza di Allie, non era in pericolo di vita. Tuttavia, l’infarto e il crollo emotivo di Allie gli fecero capire che era solo questione di tempo prima che uno dei due non potesse più andare avanti. Così, contarono sul destino per portarli via insieme. Noah non era malato e probabilmente avrebbe vissuto più a lungo di Allie, ma scelse di non separarsi mai da lei.

Le pagine della nostra vita film

Allie ricorda Noah nel finale di Le pagine della nostra vita?

Ci sono voluti giorni di lettura prima che Noah riuscisse a far sì che Allie si ricordasse di lui. Quando finalmente ha avuto un momento di lucidità, la coppia ha avuto solo poco tempo per ballare, baciarsi e parlare prima che Allie dimenticasse di nuovo tutto e si sentisse angosciata dal fatto che un presunto estraneo la stesse toccando. Noah ha rivelato in questa scena che l’ultima volta che lei si era ricordata, era durato solo pochi minuti. Questo implica che Noah lo avesse già fatto più volte in passato, il che non fa che aumentare la tragicità della loro storia.

È chiaro che l’uomo riteneva che i giorni passati a leggere pazientemente ad Allie valessero i pochi momenti di lucidità che avrebbe trascorso con lei. Tuttavia, la notte in cui entrò nella stanza di Allie alla fine di Le pagine della nostra vita fu diversa. Noah era sicuro che Allie lo avrebbe ancora ricordato nonostante il suo episodio e aveva ragione. Senza alcun timore che lei potesse non ricordarlo e angosciarsi, Noah la svegliò. Lei capì immediatamente chi era e entrambi fecero del loro meglio per assaporare quel momento insieme. In quel raro momento di lucidità, Allie capì, proprio come Noah aveva sempre saputo, che non avrebbe potuto sopportare di stare di nuovo senza di lui.

La morte di Noah e Allie fu il loro ultimo “miracolo” in Le pagine della nostra vita

L’idea dei miracoli aveva un grande peso in Le pagine della nostra vita. La storia d’amore di Noah e Allie era incentrata sul fatto che non avrebbero mai dovuto incontrarsi. Avevano background drasticamente diversi e il fatto che avessero trascorso anni lontani, vivendo vite separate, solo perché Allie vedesse Noah sul giornale prima del suo matrimonio era stata una fortuna enorme. Nonostante tutti gli aspetti delle loro vite che avrebbero dovuto allontanarli, rimasero devoti l’uno all’altra. Questo è parte di ciò che ha fatto credere a Noah di poter compiere un miracolo e riportare Allie dal suo mondo nebbioso di demenza.

Tuttavia, questo non era il vero miracolo della coppia. Se Noah e Allie non fossero morti insieme, sarebbero potute accadere due cose. O Allie sarebbe morta per prima per complicazioni legate alla demenza, oppure Noah avrebbe avuto un altro infarto, questa volta fatale. Se fosse successo il primo, Noah avrebbe dovuto guardare sua moglie allontanarsi lentamente da lui per sempre, fino a quando non avrebbe più potuto essere riportata indietro dalla storia del suo taccuino. Se Noah fosse morto per primo, Allie sarebbe rimasta sola nella sua confusione, senza l’unica persona in grado di ricordarle chi era.

Le pagine della nostra vita finale alternativo

Nessuna delle due opzioni era accettabile per questa coppia. Poiché né Allie né Noah erano gravemente malati in quel momento, avevano bisogno di un miracolo se speravano di morire insieme. Questo non avrebbe dovuto essere possibile, ma poiché entrambi credevano e avevano visto nel corso della loro vita insieme che il loro amore era abbastanza forte da permettere loro di scegliere, la loro fede è stata ricompensata. Il loro miracolo finale ha permesso loro di sdraiarsi insieme, al sicuro, al caldo e lucidi, e di morire in pace.

Il vero significato della scena finale degli uccelli

Gli uccelli sono stati una presenza costante in tutta la storia di Le pagine della nostra vita. Quando erano adolescenti, Allie dichiarò di essere un uccello, uno spirito libero che poteva volare via e sperimentare il mondo come voleva. Noah rispose con la famosa frase: “Se tu sei un uccello, io sono un uccello”, indicando che ovunque lei fosse andata, lui l’avrebbe seguita. Più tardi, quando Allie arrivò a Seabrook dopo aver visto Noah sul giornale, lui la portò a vedere uno stormo di oche che avrebbero dovuto migrare. Affermò che quei bellissimi uccelli erano lì solo temporaneamente e che alla fine sarebbero tornati da dove erano venuti, proprio come Allie.

Infine, in entrambe le versioni del finale di Le pagine della nostra vita, uno stormo di uccelli vola verso l’orizzonte. Proprio come avevano fatto durante tutto il film, questi esseri rappresentavano Allie e Noah. Il momento, che seguiva immediatamente la rivelazione che la coppia era morta insieme, dimostrava che i due erano ancora insieme. Se Allie era un uccello, lo era anche Noah, e avrebbero volato insieme per l’eternità come ricompensa per il loro amore incondizionato.

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La lettera scarlatta: la spiegazione del finale del film

La lettera scarlatta: la spiegazione del finale del film

Roland Joffé, celebre per film come Mission e Urla del silenzio, torna nel 1995 con La lettera scarlatta, adattamento cinematografico del celebre romanzo di Nathaniel Hawthorne. La storia, ambientata nel puritano New England del XVII secolo, segue le vicende di Hester Prynne, donna accusata di adulterio, costretta a portare pubblicamente una lettera scarlatta come simbolo della sua colpa. Il film miscela dramma romantico e tensione morale, esplorando i temi della punizione, della colpa e del giudizio sociale, elementi centrali anche nel romanzo originale.

Il film si inserisce in un momento particolare della filmografia di Demi Moore, consolidando il suo ruolo di interprete di donne complesse e tormentate dopo lavori come Ghost – Fantasma e Proposta indecente. Gary Oldman, già noto per le sue interpretazioni intense in film come Dracula di Bram Stoker e Sid & Nancy, veste i panni del reverendo Dimmesdale, aggiungendo profondità emotiva al dramma morale centrale della vicenda. La loro collaborazione porta sullo schermo una tensione romantica e spirituale che è al centro della narrazione.

Rispetto al romanzo e ad altre trasposizioni, Joffé introduce alcune novità visive e narrative, con scenografie cupe e una fotografia che enfatizza la rigidità morale della comunità puritana. Il film mantiene il tono tragico e meditativo, ma lo traduce in un contesto cinematografico moderno, puntando sul conflitto interiore dei personaggi principali e sulla loro evoluzione emotiva. Nel resto dell’articolo verrà proposto un approfondimento con spiegazione del finale del film, evidenziando il modo in cui la vicenda di Hester e Dimmesdale si risolve e lascia spazio a riflessioni sulla colpa e il perdono.

Demi Moore in La lettera scarlatta
Demi Moore in La lettera scarlatta

La trama di La lettera scarlatta

Hester Prynne, precedendo il marito medico Roger, giunge in una comunità puritana di Salem, nel New England. Donna decisa e volitiva, Hester respinge le avance del capitano Brewster Stonehall, ma si innamora invece del giovane reverendo Arthur Dimmesdale, che ha convertito numerosi nativi e che sta traducendo la Bibbia in algonquin. I due, dopo aver lottato invano con la passione, credendo alla notizia della morte di Roger hanno un rapporto d’amore. Hester, che ha fatto amicizia con le donne meno sottomesse alle ferre regole della colonia, tra cui spicca Harriet Hibbons, viene però citata in giudizio per osservazioni sull’interpretazione delle Scritture, ma il suo stato di gravidanza, resosi evidente, fa sì che venga imprigionata, rifiutandosi di rivelare il nome del padre del nascituro.

La spiegazione del finale del film

Il terzo atto de La lettera scarlatta si apre con il ritorno di Roger Prynne, che si cela dietro l’identità di Dr. Chillingworth e pianifica la sua vendetta contro l’uomo che ha avuto una relazione con sua moglie. La tensione tra i personaggi cresce mentre Chillingworth commette un omicidio per incastrare la tribù Algonquian, provocando una spirale di violenza che trascina l’intera colonia nel conflitto. Hester, pur segnata dalla pubblica umiliazione, si confronta con la possibilità di perdere tutto e con il peso delle proprie scelte, mentre Dimmesdale lotta con la sua coscienza e la necessità di espiare la propria colpa.

La risoluzione della vicenda avviene quando Dimmesdale decide di confessare pubblicamente la paternità del figlio, interrompendo così la persecuzione di Hester e mettendo fine al tormento interiore di entrambi. Durante la confessione, la comunità si trova davanti alla verità nascosta e deve confrontarsi con le proprie rigidità morali. Contestualmente, l’attacco degli Algonquian alla colonia crea un quadro di caos e distruzione, evidenziando la fragilità del controllo sociale e la tragica consequenzialità dei peccati personali, mentre Hester e Dimmesdale riescono a salvarsi e a lasciare il Massachusetts insieme.

Gary Oldman e Demi Moore in La lettera scarlatta
Gary Oldman e Demi Moore in La lettera scarlatta

Il finale porta a compimento i temi centrali del film, come la colpa, il perdono e la rigidità morale della società puritana. La confessione di Dimmesdale rappresenta l’espiazione e la liberazione dal peso della menzogna, mentre la partenza di Hester simboleggia la possibilità di ricominciare oltre i limiti imposti dalla comunità. L’atto conclusivo mostra come la giustizia umana possa essere imperfetta e parziale, ma anche come la verità e il coraggio morale possano guidare verso la redenzione, ribadendo l’importanza dell’integrità individuale di fronte alle pressioni sociali.

La scelta di Hester e Dimmesdale di allontanarsi dalla colonia rafforza il messaggio centrale del film sulla necessità di trovare uno spazio libero dai giudizi altrui per vivere secondo coscienza. La narrazione suggerisce che, nonostante la rigidità sociale e la punizione pubblica, esiste sempre una possibilità di rinnovamento e autoaffermazione. Il finale, inoltre, mette in luce il contrasto tra la brutalità delle leggi e dei costumi e la complessità dei sentimenti umani, evidenziando come il perdono e l’accettazione di sé possano essere strumenti di salvezza e di emancipazione morale.

Il film lascia allo spettatore un messaggio universale sui valori della compassione, della responsabilità e della resilienza personale. La vicenda di Hester dimostra che il giudizio altrui non deve determinare la propria identità e che la capacità di affrontare le conseguenze delle proprie azioni è fondamentale per la crescita interiore. Allo stesso tempo, Dimmesdale incarna il potere dell’espiazione e dell’onestà verso se stessi e gli altri. Il finale invita a riflettere sulla complessità della moralità, sulla forza del perdono e sull’importanza di scegliere liberamente il proprio percorso, anche in contesti sociali oppressivi.

La saga di Game of Thrones torna al TOP: A Knight of the Seven Kingdoms mette a segno l’episodio più acclamato dai tempi della battaglia epica del 2017

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Il franchise di Game of Thrones torna a segnare un risultato storico. A Knight of the Seven Kingdoms, secondo spin-off ufficiale targato HBO, ha appena conquistato un primato che mancava dai tempi della serie madre.

L’episodio “Seven” entra nella storia del franchise

L’episodio 4 della prima stagione, intitolato “Seven”, è diventato l’episodio di Game of Thrones con il punteggio più alto degli ultimi nove anni, registrando 9,7 su 10 su IMDb. L’ultimo episodio ad aver raggiunto questo traguardo risaliva al 2017: “Spoils of War”, episodio 4 della settima stagione della serie originale.

Da allora, né gli episodi successivi di Game of Thrones né quelli di House of the Dragon erano riusciti a toccare lo stesso livello di consenso. Un risultato che conferma l’impatto immediato dello spin-off dedicato alle avventure del cavaliere errante Dunk e del suo giovane scudiero Egg.

Dunk ed Egg: una storia più intima, ma centrale per Westeros

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Ambientata decenni prima degli eventi della serie madre, A Knight of the Seven Kingdoms segue le vicende di Dunk (Peter Claffey) e del suo scudiero Egg (Dexter Sol Ansell). Il racconto, volutamente più raccolto, permette di esplorare Westeros dal punto di vista della “gente comune”, mettendo al centro temi come onore, giustizia e responsabilità morale.

In “Seven”, Dunk deve affrontare le conseguenze di aver difeso Tanselle (Tanzyn Crawford) dal crudele principe Aerion (Finn Bennett). Accusato, è costretto a organizzare un processo per combattimento, cercando sei cavalieri disposti a combattere al suo fianco. Il momento più potente dell’episodio arriva quando Lyonel Baratheon (Danien Ings) arma cavaliere Raymun Fossoway all’ultimo istante e il principe Baelor Targaryen (Bertie Carvel) decide di schierarsi con Dunk contro la propria famiglia.

Il discorso finale di Dunk, che denuncia l’ipocrisia dei nobili di Westeros mentre riecheggia il tema musicale iconico del franchise, ha colpito profondamente il pubblico, rendendo l’episodio uno dei momenti più memorabili dell’intero universo narrativo.

Un confronto inevitabile con gli episodi cult della serie originale

Nel canone di Game of Thrones, solo pochi episodi hanno superato o eguagliato il punteggio di “Seven”. Tra questi figurano The Rains of Castamere, Battle of the Bastards e The Winds of Winter. Lo stesso “Spoils of War” resta celebre per la devastante battaglia in cui Daenerys Targaryen (Daenerys Targaryen) annientava i Lannister con il drago Drogon, una sequenza ormai iconica.

La forza di A Knight of the Seven Kingdoms sta però nel ribaltare la scala dello spettacolo: meno draghi e grandi battaglie, più conflitti morali e scelte individuali che definiscono cosa significhi davvero essere un cavaliere.

Il futuro del franchise HBO

Con un piano narrativo che potrebbe estendersi tra le 12 e le 15 stagioni, lo spin-off ha ancora molto spazio per consolidare la propria identità. Intanto, gli ultimi due episodi della prima stagione di A Knight of the Seven Kingdoms arriveranno su HBO e HBO Max il 15 e il 22 febbraio 2026.

Nel frattempo, House of the Dragon tornerà con la terza stagione in estate. Resta da vedere se riuscirà a superare il punteggio record di “Seven”. Per ora, però, il trono degli episodi più amati di Westeros appartiene a Dunk ed Egg.

Rivals – Stagione 2: il trailer del secondo ciclo, dal 15 maggio su Disney+

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Disney+ ha annunciato che la pluripremiata serie di successo Rivals tornerà dal 15 maggio con la sua seconda stagione con ancora più intrecci, ironia e passione. La seconda stagione prosegue nell’adattamento dell’amato romanzo della compianta Dame Jilly Cooper, “Rivals”, introducendo il mondo affascinante del polo e nuovi colpi di scena sorprendenti, insieme a tensioni sempre più accese nelle sale del potere e a intrecci sentimentali più profondi. La serie originale Hulu tornerà in due blocchi di sei episodi: il primo debutterà il 15 maggio con tre episodi e il secondo arriverà più avanti nel corso dell’anno su Disney+ in Italia e a livello internazionale, e su Hulu negli Stati Uniti.

La battaglia per la concessione televisiva della Central South West raggiunge il culmine mentre la guerra tra Corinium e Venturer entra in una nuova fase pericolosa. Più spietato che mai, Tony Baddingham è determinato a smantellare i suoi rivali pezzo per pezzo, strumentalizzando gli scandali e manipolando le persone a lui più vicine per mantenere il proprio potere.

Nel mezzo del glamour edonistico degli eccessi degli anni ‘80, le vite personali degli eroi di Rutshire precipitano nel caos. I matrimoni si frantumano sotto il peso dell’ambizione, relazioni proibite minacciano di distruggere famiglie e segreti sepolti da tempo esplodono con conseguenze devastanti. Mentre le rivalità spingono tutti al limite, la lealtà viene messa alla prova e i cuori vengono spezzati nella ricerca della vittoria. Ma qual è il vero costo della guerra?

A riprendere i loro ruoli iconici ci sono David Tennant (Doctor Who, Il club dei delitti del giovedì) nei panni di Lord Tony Baddingham, Alex Hassell (Macbeth, The Boys) in quelli di Rupert Campbell-Black, Aidan Turner (Poldark, The Suspect) in quelli di Declan O’Hara, Nafessa Williams (Black Lightning, Whitney – Una voce diventata leggenda) nei panni di Cameron Cook, Bella Maclean (Sex Education, London Tide) in quelli di Taggie O’Hara, Katherine Parkinson (Humans, Here We Go) in quelli di Lizzie Vereker, Danny Dyer (EastEnders, The Football Factory) in quelli di Freddie Jones, Victoria Smurfit (Bloodlands, C’era una volta) nei panni di Maud O’Hara, Claire Rushbrook (Sherwood, Ali & Ava – Storia di un incontro) in quelli di Lady Monica Baddingham, Oliver Chris (The Crown, Trying) in quelli di James Vereker, Lisa McGrillis (Maternal, Mum) in quelli di Valerie Jones, Emily Atack (The Emily Atack Show, The Inbetweeners) nei panni di Sarah Stratton, Rufus Jones (W1A, Home) in quelli di Paul Stratton, Luca Pasqualino (The Musketeers, Shantaram) in quelli di Basil ‘Bas’ Baddingham, Catriona Chandler (Wild Cherry, Pistol) nei panni di Caitlin O’Hara, Annabel Scholey (The Split) in quelli di Beattie Johnson, Gary Lamont (Boiling Point – Il disastro è servito, Outlander) in quelli di Charles Fairburn, Hubert Burton (Wolf Hall, Living) nei panni di Gerald Middleton, Gabriel Tierney (Enola Holmes 2, Il re d’inverno – Artù, dal mito alla leggenda) in quelli di Patrick O’Hara, Lara Peake (How To Have Sex, Reunion) in quelli di Daysee Butler e Bryony Hannah (Talamasca: L’ordine segreto, Call The Midwife) nei panni di Dierdre Kilpatrick.

Questa stagione vede anche nuove guest star come Hayley Atwell (Mission Impossible, Agent Carter) nel ruolo di Helen Gordon, ex moglie di Rupert Campbell-Black e madre dei suoi due figli, e Rupert Everett (Napoleon, My Policeman) in quello di suo marito Malise Gordon, ex allenatore di salto ostacoli e mentore di Campbell Black. Altri nomi che si aggiungono al cast sono Maxim Ays (Boarders, Sanditon), Holly Cattle (Young Sherlock, Mr Loverman), Oliver Dench (Hotel Portofino, Domina), Amanda Lawrence (Malory Towers, Star Wars: Gli ultimi Jedi), Bobby Lockwood (Wolfblood – Sangue di lupo, Here We Go), Eliot Salt (Slow Horses, Normal People) e Jonny Weldon (One Day, Brassic).

Gli executive producer di Rivals, prodotto da Happy Prince, parte di ITV Studios, sono Dominic Treadwell-Collins (A Very English Scandal, Holding, EastEnders), Alexander Lamb (Ackley Bridge, The Bay, We Hunt Together), Felicity Blunt, Elliot Hegarty (Cheaters – Tradimenti, Ted Lasso), Laura Wade, drammaturga vincitrice dell’Olivier Award (Posh), Dame Jilly Cooper, autrice di “Rivals”, e Jonny Richards per Disney+. Eliza Mellor (Il villaggio dei dannati, Dietro i suoi occhi, Poldark) torna come series producer. La serie è scritta da Dominic Treadwell-Collins, Laura Wade, Sophie Goodhart, Sam Hoare, Mimi Hare, Clare Naylor, Sorcha Kurien-Walsh e Dare Aiyegbayo, con la regia di Elliot Hegarty, Jamie J Johnson e Dee Koppang O’Leary.  Rivals è basato sull’omonimo romanzo, parte della serie bestseller Rutshire Chronicles di Cooper. La serie è stata commissionata da Lee Mason, VP Scripted Content for Disney+ EMEA.

GOAT: Sogna in grande, recensione – le dimensioni non contano!

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GOAT: Sogna in grande, recensione – le dimensioni non contano!

Negli ultimi anni l’animazione cinematografica ha vissuto una fase di evidente stabilizzazione stilistica. Una volta che una soluzione visiva diventa dominante, il rischio è quello dell’appiattimento: immagini impeccabili dal punto di vista tecnico, ma prive di autentico stupore. GOAT: Sogna in grande arriva proprio in questo scenario e riesce a fare ciò che oggi è sempre più raro: sorprendere davvero, riaffermando la capacità di SONY di imporsi come riferimento assoluto nel settore dell’animazione digitale, dopo i fasti isolati dello Spider-Verse.

GOAT: Sogna in grande e l’identità visiva fuori dagli standard

Fin dalle prime sequenze è chiaro che GOAT: Sogna in grande non vuole confondersi con il resto della produzione mainstream. L’animazione non punta al realismo patinato, ma a una forma espressiva più audace, che mescola stilizzazione e dettaglio. Le superfici non sono mai “neutre”: ogni materiale — dal metallo consumato al cemento crepato — racconta il tempo e l’uso, dando vita a un mondo visivamente coerente e profondamente riconoscibile. È una scelta artistica che distingue il film e che dimostra come la tecnologia, quando è guidata da una visione chiara, possa diventare linguaggio e non semplice ornamento.

Cortesia Eagle Pictures

Vineland: una città che respira attraverso l’animazione

Il cuore estetico del film è Vineland, una metropoli animale che vive in equilibrio precario tra decadenza urbana e vitalità naturale. Tecnicamente, il lavoro sul worldbuilding è impressionante: la città non è uno sfondo, ma un organismo vivo. La vegetazione che si insinua tra le strutture, gli interni logori, i quartieri popolari e gli spazi sportivi raccontano una società stratificata senza bisogno di spiegazioni didascaliche. L’uso del colore e della profondità di campo restituisce un senso di calore e familiarità, rendendo Vineland un luogo che, pur nella sua imperfezione, appare sorprendentemente accogliente.

Animare il corpo: quando la fisicità diventa carattere

Uno degli aspetti in cui SONY dimostra una superiorità tecnica evidente è la gestione del movimento. In GOAT: Sogna in grande ogni personaggio si muove secondo una logica fisica coerente con la propria specie, ma anche con la propria personalità. Non esistono animazioni generiche o riutilizzate: ogni passo, salto o gesto è calibrato. Questo lavoro minuzioso rende credibili anche le situazioni più estreme e contribuisce a una narrazione visiva che comunica costantemente, anche nei momenti di silenzio.

Cortesia Eagle Pictures

Il ruggiball come laboratorio tecnico e spettacolare

Il ruggiball è molto più di uno sport fittizio: è il terreno ideale per mostrare la potenza dell’animazione. Le partite sono costruite come sequenze ad alta intensità, in cui la regia sfrutta ogni possibilità dello spazio tridimensionale. La macchina da presa virtuale si muove con fluidità impressionante, seguendo l’azione senza mai perdere chiarezza. Ogni stadio introduce nuove sfide visive — superfici instabili, ambienti estremi — che vengono gestite con grande controllo tecnico, senza mai scivolare nel caos visivo.

Il commento sportivo e l’efficacia del doppiaggio italiano

Il comparto sonoro gioca un ruolo fondamentale nell’economia del film. Le voci italiane si inseriscono perfettamente nel ritmo dell’animazione. Alessandro Florenzi dà vita a un Rusty travolgente e iperattivo, mentre Pierluigi Pardo costruisce un Chuck misurato e ironico, creando una dinamica da telecronaca sportiva credibile e divertente. Beatrice Arnera, nel ruolo di Olivia Burke, aggiunge carisma e determinazione a un personaggio che vive anche attraverso la sua presenza pubblica. Il doppiaggio non si limita ad accompagnare le immagini, ma ne amplifica l’energia.

Personaggi digitali con una vera interiorità

Dal punto di vista tecnico, la costruzione dei personaggi è uno dei risultati più riusciti del film. L’animazione facciale è estremamente raffinata: micro-espressioni, variazioni nello sguardo e movimenti impercettibili contribuiscono a rendere ogni animale emotivamente credibile. Anche i personaggi secondari beneficiano di una cura fuori dal comune, con dettagli comportamentali che li rendono memorabili. È un lavoro che dimostra quanto l’animazione possa avvicinarsi alla recitazione, senza perdere la propria natura stilizzata.

Cortesia Eagle Pictures

SONY e la capacità di guidare l’evoluzione dell’animazione

Con GOAT: Sogna in grande, SONY conferma una linea produttiva chiara: investire sull’innovazione visiva e sulla sperimentazione controllata. Il film non rinnega la spettacolarità, ma la utilizza come mezzo per costruire un’identità forte. In un mercato spesso dominato dall’emulazione, SONY dimostra di saper anticipare le tendenze, proponendo un’animazione che non teme di osare e di uscire dai binari più rassicuranti.

Una prova di forza tecnica e artistica

GOAT: Sogna in grande è un film che convince soprattutto per il suo comparto tecnico, capace di trasformare una storia sportiva classica in un’esperienza visiva ricca e coinvolgente. L’animazione è sempre al servizio del racconto, ma non rinuncia mai a stupire. SONY firma un’opera che alza l’asticella e ricorda quanto l’animazione possa essere ancora terreno di sperimentazione, identità e meraviglia visiva.

Marty Supreme batte ogni record: è il film A24 con il maggior incasso di sempre

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Marty Supreme firma un ultimo, clamoroso traguardo al box office e riscrive la storia di A24. Il film diretto da Josh Safdie, con protagonista Timothée Chalamet, è ufficialmente diventato il maggior successo commerciale di sempre dello studio, superando uno dei titoli più iconici del cinema contemporaneo.

Un sorpasso storico al box office mondiale

Al 9 febbraio, Marty Supreme ha superato Everything Everywhere All at Once diventando il film A24 con il più alto incasso globale. Il cult multiversale del 2022 si era fermato poco sotto i 145 milioni di dollari, mentre Marty Supreme ha già raggiunto quota 147 milioni di dollari nel mondo, secondo i dati di The Numbers.

Il risultato arriva dopo aver già stabilito un altro primato: a gennaio 2026 il film aveva infatti battuto il record domestico A24, superando gli 80 milioni di dollari negli Stati Uniti. Attualmente, l’incasso nordamericano si attesta sui 93 milioni, con il film ancora in programmazione nelle sale, sebbene non più nella top five del box office USA.

A rendere il record ancora più impressionante è il fatto che Marty Supreme non sia ancora uscito in diversi mercati internazionali chiave, come confermato dalla stessa A24. Un dettaglio che lascia intendere come il distacco possa ulteriormente aumentare nelle prossime settimane.

Premi, nomination e confronto inevitabile

Il film racconta l’ascesa caotica di Marty Mauser, talento irregolare del tennistavolo deciso a diventare campione del mondo, e ha raccolto nove nomination agli Oscar 2026, incluse Miglior Film, Miglior Regia e Miglior Attore Protagonista. Tra le altre candidature figurano Sceneggiatura Originale, Casting, Fotografia, Scenografia, Costumi e Montaggio.

Il confronto con Everything Everywhere All at Once resta inevitabile. Diretto da Daniel Kwan e Daniel Scheinert, il film vinse sette Oscar nel 2023, inclusa la statuetta per il Miglior Film, un risultato difficilmente eguagliabile. Tuttavia, Marty Supreme potrebbe entrare nella storia in un altro modo: secondo molti osservatori, rappresenta la più concreta possibilità per Timothée Chalamet di conquistare il suo primo Oscar.

Accoglienza critica e ultimi traguardi

Sul fronte del consenso, Marty Supreme mantiene numeri solidissimi: 94% di gradimento dalla critica su Rotten Tomatoes e 82% dal pubblico, confermandosi come un raro caso di film d’autore capace di diventare anche un vero crowd-pleaser. Nel suo percorso ha superato titoli come Civil War, Lady Bird, Moonlight e Babygirl, ma il vero trofeo simbolico resta il sorpasso su Everything Everywhere All at Once.

Con l’uscita digitale imminente e l’attenzione del pubblico che si sta spostando verso nuovi titoli, tra cui Send Help di Sam Raimi e Wuthering Heights di Emerald Fennell, la corsa cinematografica di Marty Supreme si avvia verso la conclusione. Ma il record è ormai scolpito: A24 non aveva mai incassato così tanto.

Finché morte non ci separi 2: il trailer e il poster del film

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Finché morte non ci separi 2: il trailer e il poster del film

Il nuovo trailer e il poster di Finché morte non ci separi 2 di Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett, in arrivo dal 9 aprile nelle sale italiane.

Poco dopo essere sopravvissuta a un attacco senza esclusione di colpi da parte della famiglia Le Domas, Grace (Samara Weaving) scopre di aver raggiunto il livello successivo di questo gioco da incubo, questa volta con al suo fianco la sorella Faith (Kathryn Newton) con cui non aveva più rapporti. Grace ha una sola possibilità per sopravvivere, per salvare la vita della sorella e rivendicare il Posto D’Onore del Consiglio che controlla il mondo. Quattro famiglie rivali le stanno dando la caccia per il trono, e chi vincerà governerà su tutto.

Samara Weaving (Finché morte non ci separi, Tre manifesti a Ebbing, Missouri) riprende il ruolo di “Grace” nel sequel Finché morte non ci separi 2 dei registi Matt Bettinelli-Olpin e Tyler Gillett (Finché morte non ci separi, Scream VI, Abigail e il prossimo capitolo del franchise de La Mummia). Si uniscono alla serie Kathryn Newton (Ant-Man and the Wasp: Quantumania, Abigail, Big Little Lies), Sarah Michelle Gellar (Cruel Intentions – Prima regola non innamorarsi, So cosa hai fatto, Buffy l’Ammazzavampiri), Shawn Hatosy (The Pitt) ed Elijah Wood (The Monkey). Néstor Carbonell (Il cavaliere oscuro), Kevin Durand (Abigail) e David Cronenberg (La mosca) completano il cast. Guy Busick (Abigail, Scream) e R. Christopher Murphy (Castle Rock) tornano a scrivere la sceneggiatura, insieme ai produttori Tripp Vinson (Fountain of Youth, Murder Mystery), James Vanderbilt (Zodiac, Fountain of Youth), Bradley J. Fischer (Transformers) e William Sherak (Abigail, Scream).

Amori e Incantesimi, in sviluppo un musical per il teatro

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Amori e Incantesimi, in sviluppo un musical per il teatro

L’autrice Alice Hoffman, i vincitori del Grammy Norah Jones e Gregg Wattenberg e la regista di Merrily We Roll Along Maria Friedman stanno sviluppando un adattamento teatrale musicale del romanzo best-seller e film di successo Amori e Incantesimi.

Peter Duchan, autore del libretto per il musical del 2013 Dogfight, sta scrivendo il libretto per Practical Magic con Hoffman.

“Sono così entusiasta di lavorare con i miei fantastici collaboratori per portare Amori e Incantesimi sul palco”, ha affermato Hoffman, il cui romanzo del 1995 è stato seguito da altri tre libri della “saga della famiglia Owens”: The Rules of Magic (2017), Magic Lessons (2020) e The Book of Magic (2021). Questa storia d’amore e sorellanza è pensata per il teatro. La musica è il cuore e l’anima di Practical Magic, la si può sentire mentre si legge il libro, anche se non c’è. Ora finalmente sentirete la storia come l’ho sempre immaginata. Sentirete la magia.

Il romanzo originale è stato adattato per un film della Warner Bros. del 1998, diretto da Griffin Dunne e interpretato da Sandra Bullock, Nicole Kidman, Dianne Wiest, Stockard Channing e Aidan Quinn. Un sequel cinematografico che riunisce Bullock e Kidman, diretto da Susanne Bier, uscirà nelle sale l’11 settembre.

Il cast e i tempi di produzione del musical non sono stati ancora annunciati. Il musical è prodotto in base a un accordo speciale con Warner Bros. Theatre Ventures. Mark Kaufman, Vicepresidente Esecutivo e Chief Content Officer di WBTV, sarà consulente creativo.

L’adattamento musicale è stato annunciato oggi dai produttori Stephanie e Nicole Kramer e Brian e Dayna Lee. Il progetto segna il primo musical teatrale di Jones, che ha debuttato sulla scena mondiale con il suo album del 2002, vincitore di numerosi Grammy, Come Away With Me. Da allora ha vinto 10 Grammy, vendendo oltre 52 milioni di album con brani trasmessi in streaming più di 10 miliardi di volte in tutto il mondo.

La trama di Amori e Incantesimi

Per oltre due secoli, le donne Owens sono state temute, biasimate e sussurrate nella loro piccola città del Massachusetts. Rimaste orfane da bambine e cresciute dalle loro eccentriche zie, le sorelle Sally e Gillian Owens crescono determinate a sfuggire alla maledizione ancestrale che hanno ereditato. Scegliendo strade opposte, le sorelle cercano di sfuggire al loro passato, finché l’amore, la perdita e segreti a lungo sepolti non le riuniscono. Costrette a confrontarsi con l’eredità familiare, Sally e Gillian devono decidere se il passato può essere superato e quanto sono disposte a rischiare per amore.

Crimine e mistero si intrecciano con il dramma familiare in Sheriff Country, il nuovo spin-off di Fire Country

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L’universo narrativo di Fire Country si espande con Sheriff Country, una nuova serie poliziesca che mescola indagine criminale, tensioni morali e conflitti familiari. Al centro del racconto c’è lo sceriffo Mickey Fox, interpretata da Morena Baccarin, volto amatissimo dal pubblico per ruoli iconici tra cinema e serialità.

La prima parte della serie, composta da nove episodi, debutta dal 10 febbraio in esclusiva su Sky e in streaming su NOW, con una programmazione di due episodi a settimana e un finale trasmesso separatamente. Ancora prima del debutto, Sheriff Country è stata già rinnovata per una seconda stagione, segnale della forte fiducia nel progetto.

Una nuova prospettiva nell’universo di Fire Country

Ambientata nella cittadina di Edgewater, Sheriff Country segue Mickey Fox mentre pattuglia il territorio e indaga su attività criminali che spesso si intrecciano con dinamiche personali profonde. Mickey è la sorellastra di Sharon Leone, personaggio chiave di Fire Country, e il legame familiare diventa uno degli assi portanti della serie.

Accanto ai casi di giornata, la protagonista deve affrontare il peso del proprio passato: un padre ex detenuto, Wes, che vive ai margini della legalità coltivando marijuana, e un misterioso incidente che coinvolge Skye, la figlia ribelle. La serie utilizza la struttura del crime procedurale per esplorare temi più ampi come identità, colpa, giustizia e legami affettivi, mantenendo un tono più intimo e drammatico rispetto alla serie madre.

Cast e produzione

Sheriff Country è prodotta da Jerry Bruckheimer Television e CBS Studios, ed è stata creata da Max Thieriot insieme a Joan Rater e Tony Phelan. La regia è affidata a James Strong e Kevin Alejandro.

Nel cast, oltre a Morena Baccarin, figurano W. Earl Brown, Matt Lauria, Christopher Gorham, Michele Weaver e Amanda Arcuri, a comporre un ensemble che punta a dare spessore umano a ogni linea narrativa.

Con il suo equilibrio tra crime, dramma familiare e continuità con Fire Country, Sheriff Country si candida a diventare un tassello solido e autonomo di questo universo televisivo, capace di parlare sia ai fan della serie originale sia a chi cerca un nuovo poliziesco dal taglio see-rialistico e umano.

Good Will Dunkin’: lo spot del Super Bowl di Ben Affleck cita il suo primo film di successo

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L’ultimo spot pubblicitario di Ben Affleck per Dunkin’ al Super Bowl offre molto più di caffè e ciambelle. Jennifer Aniston, Matt LeBlanc, Jason Alexander, Ted Danson, Alfonso Ribeiro, Jaleel White e Jasmine Guy si uniscono ad Affleck e al suo partner abituale Tom Brady in uno spot sorprendente che mostra il cast recitare in una sitcom ormai perduta, Good Will Dunkin‘. Lo spot risponde alla domanda mai posta su come sarebbe stato il dramma del 1997 Good Will Hunting (in italiano uscito con il titolo Will Hunting – Genio Ribelle), interpretato e scritto da Affleck e Matt Damon, se fosse stato presentato in forma comica.

Lo spot contiene molteplici riferimenti alla sceneggiatura di “Good Will Hunting“, ma anche a serie come “Friends”, “Cheers”, “A Different World”, “Willy, il principe di Bel-Air”, “Seinfeld” e “Family Matters”. I vari attori sono stati sottoposti a degli effetti speciali e sono stati ringiovaniti tramite tecniche di produzione. Ma lo spot è stato girato su un set reale.

Dunkin ha fatto un richiamo alla TV degli anni ’90 per celebrare la sua prima pubblicità di caffè freddo, che ha debuttato nel 1995. Nell’ambito di questa retrospettiva, Dunkin regalerà 1,995 milioni di caffè freddo gratuiti di qualsiasi dimensione a partire da lunedì 9 febbraio. Gli ospiti possono riscattare l’offerta utilizzando il codice GOODWILLDUNKIN nell’app Dunkin’.

Dunkin offrirà anche una collezione limitata di abbigliamento vintage ispirato agli anni ’90, tutti provenienti da negozi vintage di Boston! I fan potranno fare acquisti su DunkinRunsOnMerch.com domenica sera, dopo la messa in onda dello spot.

Lo spot di Dunkin è l’ultimo di una serie di spot esilaranti e pieni di star che Affleck ha realizzato per la catena di caffè e pasticcerie dal 2023. Alcuni spot presentavano un gruppo musicale chiamato “DunKings” e attori come Jeremy Strong e Casey Affleck. In due spot è apparsa anche Jennifer Lopez, ex moglie di Affleck.

La torre nera: Stephen King approva le sceneggiature della serie TV di Mike Flanagan

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I fan di Stephen King avranno una bella sorpresa, stando alle sue reazioni alle sceneggiature completate per la prima stagione di La torre nera. La tanto attesa serie diretta da Mike Flanagan è basata sui libri della serie di King, che segue le vicende del pistolero Roland Deschain da L’ultimo cavaliere, pubblicato per la prima volta nel 1982, fino all’ultimo romanzo uscito nel 2004, mentre cerca di salvare il luogo che dà il titolo alla serie dalla distruzione. L’adattamento è stato annunciato per la prima volta nel 2022, con Flanagan che ha promesso che la serie renderà giustizia al materiale originale dell’autore.

Durante un’intervista con Doof! Media, Flanagan ha ora rivelato che le sceneggiature definitive della prima stagione sono “meravigliose” e che King ne è “molto soddisfatto”. Ha spiegato che, date le frustrazioni passate di King riguardo ad alcuni adattamenti delle sue opere, l’autore è molto chiaro quando approva o meno un progetto. Flanagan ha anche chiarito perché sente la pressione per questo progetto. Ecco i suoi commenti: Le sceneggiature della prima stagione sono meravigliose. Ne sono molto soddisfatto. Stephen King ne è molto contento. Ha già vissuto questa esperienza con i suoi adattamenti. Vi dirà che non è soddisfatto. E questo significa per lui più di tutti gli altri, quindi la pressione è enorme”.

Flanagan, noto per il suo lavoro in The Haunting of Hill House e Midnight Mass, trasformerà la serie di otto libri di King in un adattamento televisivo. Il fatto che le sceneggiature della prima stagione siano complete è solo l’inizio, poiché Flanagan svilupperà la serie di libri in una serie di cinque stagioni. Non è però la prima volta che La Torre Nera di King prende vita al di là delle pagine della serie di libri. Nel 2017 è stato realizzato un adattamento cinematografico con Idris ElbaMatthew McConaughey. Tuttavia, il film ha ottenuto un punteggio basso sia dai fan che dalla critica, come dimostra il 16% di valutazione dei critici su Rotten Tomatoes.

Inoltre, la serie è stata acquistata da Amazon nel 2020, ma alla fine è stata abbandonata dalla piattaforma di streaming dopo aver prodotto solo il pilot. Deadline ha però riportato all’epoca che il problema era il valore della produzione rispetto ad altre opere simili dello stesso genere realizzate in quel periodo. “Ho sentito che i dirigenti di Amazon ritenevano che il pilot non fosse allo stesso livello di altre serie di ampio respiro dello stesso genere che la piattaforma aveva in produzione/pre-produzione, come La Ruota del Tempo e Il Signore degli Anelli”.

Flanagan era però irremovibile sul fatto che il film non dovesse essere l’eredità della serie in termini di adattamento cinematografico: “Non possiamo lasciare che questa sia l’ultima parola. Non possiamo proprio”, ha detto a Deadline il mese scorso. La serie sarà distribuita tramite Prime Video, poiché la piattaforma di streaming detiene ancora i diritti sull’opera di King per La torre nerra. La serie scritta da Flanagan non ha ancora una data di uscita, ma la notizia che le sceneggiature della prima stagione sono state completate con l’approvazione di King è un ulteriore passo nella giusta direzione.

Jacob Elordi e Guillermo Del Toro stanno progettando di realizzare un nuovo film insieme

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La collaborazione tra Guillermo del Toro e Jacob Elordi in Frankenstein ha lasciato tutti senza parole. Elordi è poi stato nominato al premio Oscar come Miglior attore non protagonista, dopo aver vinto il Golden Globe nella medesima categoria. È inoltre chiaro che i due hanno apprezzato molto lavorare insieme, dato che è stato rivelato che potrebbe essere in arrivo un nuovo film.

In un’intervista con Esquire, Elordi ha infatti parlato della sua rivoluzionaria trasformazione nella Creatura e del suo rapporto con il regista del Toro dopo il grande successo del loro recente film. Alla domanda se l’attore avrebbe lavorato di nuovo con del Toro, molti si sono chiesti cosa ci fosse all’orizzonte. “Sì, assolutamente. Stiamo cercando di realizzare un altro film“, è stata la risposta dell’attore.

La notizia è una sorpresa dopo i recenti commenti di del Toro che suggerivano che volesse per un po’ fare un passo indietro rispetto alla regia. Il regista ha attualmente quattro progetti in fase di sviluppo, basati su un romanzo da lui scritto o su una sceneggiatura da lui creata: Fury, Scary Stories to Tell in the Dark 2, The Buried Giant e The Boy in the Iron Box. Non è chiaro quale potrebbe essere il nuovo film tra Elordi e del Toro, se uno di questi progetti o un altro ancora non annunciato.

Nel mentre, l’attore è pronto a tornare sul grande schermo con Cime tempestose, e sul piccolo schermo riprendendo ruolo di Nate Jacobs nella terza stagione di Euphoria. Ma i suoi prossimi progetti ci sono anche The Dog Stars e Outer Dark. del Toro sta attualmente lavorando a un thriller violento intitolato Fury, con protagonista Oscar Isaac, a sua volta membro del cast di Frankenstein, e sta mostrando interesse per un progetto su Il fantasma dell’Opera. Nonostante l’incertezza, è chiaro che Elordi è un nuovo stretto collaboratore di del Toro e la prossima collaborazione potrebbe consolidare l’attore in un genere completamente nuovo.

La gioia, recensione del film con Valeria Golino, Saul Nanni e Jasmine Trinca

Dal 12 febbraio al cinema, La gioia si inserisce nel solco delicato e scivoloso dei film ispirati a fatti di cronaca nera, ma sceglie consapevolmente di allontanarsi dal meccanismo del racconto giudiziario o sensazionalistico. Liberamente ispirato alla vita della professoressa Gloria Rosboch, il film non punta a ricostruire una vicenda reale, ma a creare un clima emotivo: le attese, le illusioni, le dipendenze affettive e le manipolazioni quotidiane. Il punto di vista non è quello dell’indagine, ma dell’anima ferita.

Gioia, professoressa di francese interpretata da Valeria Golino, vive una vita apparentemente ordinaria e silenziosa: abita ancora con i genitori, non ha relazioni sentimentali, si muove in uno spazio domestico e mentale che sembra immobile. È una donna che ha imparato a desiderare poco, o meglio, a non permettersi di desiderare. L’incontro con Alessio Benedetti (Saul Nanni), giovane inquieto e ribelle, rompe questo equilibrio precario e apre una breccia che diventerà lentamente una voragine.

Cortesia – Ufficio stampa Film Fosforo

Due velocità, una stessa prigione

Il cuore tematico del film risiede nel rapporto tra Gioia e Alessio, costruito come l’incontro tra due solitudini opposte e, al tempo stesso, speculari. Gioia incarna la prigione di chi procede sempre troppo lentamente, di chi ha rinunciato a vivere pienamente per paura di affrontare la realtà. Alessio, al contrario, rappresenta la prigione di chi corre troppo veloce, di chi vive solo col corpo e i suoi impulsi, senza un vero centro emotivo. La sua esistenza è sospesa in un vuoto di libertà apparente, mentre Gioia è intrappolata in una “prigione dorata”: una casa accogliente, la madre che prepara la cena, il letto sempre pronto, ma un’esistenza che non le appartiene davvero. Alessio, invece, pur godendo di autonomia, non possiede un luogo sicuro in cui sentirsi protetto; la libertà diventa, paradossalmente, una forma di esilio emotivo.

Il film mostra con grande precisione come queste due velocità non si compensino, ma come si alimentino reciprocamente, generando una dinamica disfunzionale e dolorosa. Gioia proietta su Alessio la speranza di un riscatto, di un amore tardivo e di un risveglio emotivo, mentre Alessio vede in lei una presenza da sfruttare, un appiglio emotivo ed economico. Eppure, a tratti, sembra che tra loro possa nascere una vera reciprocità: è in quegli istanti, negli abbracci spontanei o nelle ripetizioni di francese, che il film sorprende lo spettatore, mostrando quanto fragile e al tempo stesso magnetica possa essere la connessione tra due mondi così distanti.

La gioia: il contesto familiare e la complicità silenziosa

Attorno a questa relazione si muove un mondo adulto che dovrebbe proteggere, ma che finisce invece per alimentare le mancanze, consapevolmente o meno. La madre di Alessio, Carla (Jasmine Trinca), è una figura ambigua: sospesa tra affetto e controllo, incapace di porre limiti concreti al figlio o di comprenderne davvero i turbamenti. Cosimo (Francesco Colella), amico di famiglia, completa questo triangolo inquietante, incarnando una complicità silenziosa che rende l’intero sistema ancora più soffocante e privo di rifugio per chi vi abita dentro.

Il film suggerisce con forza che il male non nasce mai nel vuoto, ma all’interno di relazioni disfunzionali che si autoalimentano. Nessuno è completamente innocente, nessuno completamente colpevole: ciò che emerge è un tessuto umano fragile, incapace di riconoscere l’abuso emotivo prima che sia troppo tardi.

Cortesia – Ufficio stampa Film Fosforo

Le interpretazioni: Golino e Nanni al centro

Valeria Golino offre una delle sue interpretazioni più intense e dolorose. La trasformazione fisica accompagna una metamorfosi interiore fatta di micro-espressioni, posture chiuse, sguardi che chiedono senza osare. Gioia è un personaggio costruito con enorme rispetto: mai ridicolizzata, mai giudicata, sempre osservata nella sua vulnerabilità. Memorabile la scena in cui ascolta Reality, celebre colonna sonora de Il tempo delle mele: un momento sospeso, quasi adolescenziale, che restituisce tutto il bisogno d’amore e di riconoscimento della protagonista.

Saul Nanni sorprende per la maturità con cui interpreta Alessio. Il suo personaggio non è un “mostro”, ma un giovane cinico, seduttivo, profondamente vuoto. La sua capacità di alternare fascino e crudeltà rende ancora più disturbante la dinamica della relazione, proprio perché credibile.

La sceneggiatura, vincitrice del Premio Franco Solinas 2021, nasce dall’opera teatrale Se non sporca il mio pavimento – Un melò di Giuliano Scarpinato e Gioia Salvatori. Questa origine teatrale si avverte nella centralità dei dialoghi, nei lunghi confronti a due, ma soprattutto nell’attenzione ai dettagli emotivi più che all’azione. La regia sceglie la sottrazione, evitando picchi melodrammatici e affidandosi a una messa in scena sobria, quasi trattenuta, che amplifica il senso di inevitabilità. Il film è stato presentato in concorso alle Giornate degli Autori, nell’ambito dell’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2025, distinguendosi come unico titolo italiano in gara.

Cortesia – Ufficio stampa Film Fosforo

Amore, menzogna, opportunismo

La gioia è un film che interroga lo spettatore su confini scomodi: dove finisce l’amore e inizia l’opportunismo? Quanto siamo disposti a credere alle bugie, pur di non affrontare la solitudine? Il titolo stesso assume un valore amaramente ironico: la gioia non è mai pienamente raggiunta, ma resta un miraggio, una promessa continuamente rimandata.

Tra occhi che piangono e bocche che mentono, tra stagioni della vita che si incontrano senza davvero comprendersi, il film costruisce un ritratto doloroso e necessario della fragilità umana. Non offre consolazione, né facili risposte. Ma lascia addosso un’inquietudine persistente, che è forse il suo risultato più onesto.

Harry Potter: foto dal set rivelano il Platano Picchiatore, la Serra di Erbologia e altro ancora

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La serie TV Harry Potter della HBO debutterà il prossimo anno con la sua prima stagione, basata su La pietra filosofale. Si prevede che la produzione dello show durerà per gran parte del decennio e varie parti della Scuola di Magia e Stregoneria di Hogwarts sono state costruite nel Regno Unito. Nuove foto condivise sui social media rivelano ora parte dell’iconico Platano Picchiatore (qui le foto), così come la bellissima Serra di Erbologia (qui le foto). Vediamo anche i terreni del castello con le mascotte di Hogwarts (qui le foto), ciascuna raffigurata sotto forma di siepe (vivente?).

È incredibile vedere come questi piccoli angoli del mondo magico siano stati costruiti da zero, ed è chiaro che si tratterà di una produzione HBO estremamente costosa. Tuttavia, i guadagni derivanti dalla pubblicità, dallo streaming e dal merchandising che la Warner Bros. otterrà nei prossimi 10 anni o più dovrebbero renderlo un investimento molto redditizio. Infine, vediamo un cottage che è un po’ più difficile da identificare (qui le foto). Le ipotesi attuali vanno dalla casa d’infanzia di Harry alla casa di Nicolas Flamel, e persino al luogo in cui la famiglia Dursley si rifugia dalla valanga di lettere provenienti da Hogwarts.

Non pensiamo che sia la capanna di Hagrid, poiché non sembra trovarsi nei terreni della scuola. Dov’è il castello? Beh, anche se il Regno Unito ne ospita molti, come il suo predecessore, Hogwarts prenderà vita grazie agli effetti speciali. Lox Pratt, che interpreta Draco Malfoy, recentemente ha dichiarato a The Hollywood Reporter: “Il set nel suo complesso è assolutamente fantastico. Non riesco a paragonarlo in alcun modo a [Il signore delle] mosche perché è completamente diverso. È letteralmente come paragonare le mele alle arance [ed] è così diverso dal correre in giro per la Malesia a torso nudo! Ma è fantastico”.

Cosa sappiamo della serie HBO su Harry Potter

La prima stagione sarà tratta dal romanzo La pietra filosofale e abbiamo già visto alcuni altri momenti chiave del romanzo d’esordio di J.K. Rowling essere trasposti sullo schermo. La prima stagione di Harry Potter dovrebbe essere girata fino alla primavera del 2026, mentre la seconda stagione entrerà in produzione pochi mesi dopo. Ogni libro dovrebbe costituire una singola stagione, il che significa che avremo sette stagioni nell’arco di quasi un decennio.

HBO descrive la serie come un “adattamento fedele” della serie di libri della Rowling. “Esplorando ogni angolo del mondo magico, ogni stagione porterà ‘Harry Potter’ e le sue incredibili avventure a un pubblico nuovo ed esistente”, secondo la descrizione ufficiale. Le riprese dovrebbero avere inizio nel corso dell’estate 2025, per una messa in onda prevista per il 2026.

La serie è scritta e prodotta da Francesca Gardiner, che ricopre anche il ruolo di showrunner. Mark Mylod sarà il produttore esecutivo e dirigerà diversi episodi della serie per HBO in collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros. Television. La serie è prodotta da Rowling, Neil Blair e Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e David Heyman di Heyday Films.

Come già annunciato, Dominic McLaughlin interpreterà Harry, Arabella Stanton sarà Hermione e Alastair Stout sarà Ron. Il cast principale include John Lithgow nel ruolo di Albus Silente, Janet McTeer nel ruolo di Minerva McGranitt, Paapa Essiedu nel ruolo di Severus Piton, Nick Frost nel ruolo di Rubeus Hagrid, Katherine Parkinson nel ruolo di Molly Weasley, Lox Pratt nel ruolo di Draco Malfoy, Johnny Flynn nel ruolo di Lucius Malfoy, Leo Earley nel ruolo di Seamus Finnigan, Alessia Leoni nel ruolo di Parvati Patil, Sienna Moosah nel ruolo di Lavender Brown, Bertie Carvel nel ruolo di Cornelius Fudge, Bel Powley nel ruolo di Petunia Dursley e Daniel Rigby nel ruolo di Vernon Dursley.

Si avranno poi Rory Wilmot nel ruolo di Neville Paciock, Amos Kitson nel ruolo di Dudley Dursley, Louise Brealey nel ruolo di Madama Rolanda Hooch e Anton Lesser nel ruolo di Garrick Ollivander. Ci sono poi i fratelli di Ron: Tristan Harland interpreterà Fred Weasley, Gabriel Harland George Weasley, Ruari Spooner Percy Weasley e Gracie Cochrane Ginny Weasley.

La serie debutterà nel 2027 su HBO e HBO Max (ove disponibile) ed è guidata dalla showrunner e sceneggiatrice Francesca Gardiner (“Queste oscure materie”, “Killing Eve”) e dal regista Mark Mylod (“Succession”). Gardiner e Mylod sono produttori esecutivi insieme all’autrice della serie J.K. Rowling, Neil Blair e Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e David Heyman di Heyday Films. La serie di “Harry Potter” è prodotta da HBO in collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros. Television.

Isabela Merced reciterà nel film “The House of the Dead”, tratto dal videogioco omonimo

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Isabela Merced, protagonista di The Last of Us, Superman e Alien: Romulus, è stata scelta per interpretare il ruolo principale nell’adattamento cinematografico della famosa serie di videogiochi Sega The House of the Dead. Come anticipato qualche tempo fa, il progetto è in buone mani grazie allo sceneggiatore e regista Paul W.S. Anderson, che ha già ottenuto grandi successi sul grande schermo con la serie Resident Evil, altro classico dedicato agli zombie.

Pubblicato per la prima volta nel 1997, The House of the Dead era uno sparatutto horror dal ritmo serrato con una premessa innovativa incentrata su zombie e creature. Tra le innovazioni c’era la possibilità per i nemici non morti di correre, un’idea che ha ispirato film come quello di Zack SnyderL’alba dei morti viventi, e World War Z diretto da Marc Forster. È infatti stato The House of the Dead a trasformare per la prima volta i mangia-carne da goffi zombi in creature veloci e agili.

Nel gioco arcade, i giocatori assumono il ruolo di agenti dell’AMS, un’agenzia governativa incaricata di sventare le cospirazioni di organizzazioni che minacciano il mondo. Il titolo deriva dall’agenzia per cui lavorano, perché la loro aspettativa di vita è breve. Anderson sarà il produttore insieme al suo partner di Resident Evil Jeremy Bolt, Toru Nakahara di Sega e Dmitri M. Johnson di Story Kitchen, Michael Lawrence Goldberg e Timothy I. Stevenson. Isabela Merced sarà invece anche produttrice esecutiva.

Il film è stato descritto come “una priorità assoluta per Sega” dopo il successo di Sonic – Il film, con l’idea di renderlo il più coinvolgente possibile e con una storia che si svolge in tempo reale, ma con una “nuova interpretazione” del franchise. Anderson ha dichiarato: “The House of the Dead è un gioco che amo da molti anni e sono entusiasta di portarlo sul grande schermo con un talento così straordinario come Isabela al centro della scena. Lo consideriamo l’inizio di un franchise di punta che potrà esplorare il ricco mondo e la tradizione che Sega ha creato in tutta una serie di film”.

Nakahara ha aggiunto: “Lavorare con Isabela è un’opportunità entusiasmante, poiché incarna perfettamente il personaggio dell’eroina, apportando energia dinamica alla produzione. Ci impegniamo a creare un’esperienza visivamente sorprendente e coinvolgente, introducendo attori avvincenti e creature terrificanti che daranno vita all’universo di House of the Dead sul grande schermo. Grazie alla nostra profonda conoscenza degli adattamenti dei videogiochi, siamo ansiosi di offrire un viaggio cinematografico elettrizzante ai fan della serie”.

Story Kitchen ha invece commentato: “Siamo entusiasti di riunire Isabela, Paul, Jeremy e Sega, insieme ai nostri partner di Rocket Science e CAA Media Finance. È un gruppo potente che si riunisce per una proprietà davvero iconica”.

Isabela Merced ha recentemente interpretato Hawkgirl in Superman del regista James Gunn e riprenderà il ruolo nel prossimo Man of Tomorrow. Ha inoltre recitato nella seconda stagione di The Last of Us e tornerà per la terza stagione, ed è anche nota per il successo della 20th Century Studios Alien: Romulus. La vedremo prossimamente nei film Psyche e Ibelin.

Quel grande tradimento in A Knight of the Seven Kingdoms ha enormi conseguenze in Game of Thrones

A Knight of the Seven Kingdoms ha appena introdotto uno dei momenti più significativi – e apparentemente minori – dell’intero universo di Game of Thrones. Con l’arrivo di Steffon e Raymun Fossoway, la serie prequel mette in scena una scelta che, pur sembrando limitata al destino di pochi personaggi, avrà ripercussioni profonde e durature nella storia di Westeros.

La Casa Fossoway non gode della fama di Stark o Lannister, ma occupa comunque un posto ben preciso nel mondo creato da George R. R. Martin. I Fossoway vengono citati più volte in A Song of Ice and Fire e partecipano a diversi snodi cruciali dei conflitti raccontati in Game of Thrones. Ed è proprio A Knight of the Seven Kingdoms a mostrarci l’evento fondativo che divide per sempre questa casata.

Il tradimento di Steffon Fossoway e la nascita di una frattura storica

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Nel quarto episodio della serie, durante il Trial of Seven, Ser Steffon Fossoway giura inizialmente fedeltà a Ser Duncan the Tall, salvo poi tradirlo all’ultimo momento schierandosi con il principe Aerion Targaryen. Un gesto che rappresenta un colpo durissimo per Dunk, costretto a cercare in extremis un nuovo combattente per completare il suo schieramento.

È in questo frangente che entra in gioco Raymun Fossoway, cugino e scudiero di Steffon, che chiede di essere nominato cavaliere per poter combattere al fianco di Dunk. La scelta di Raymun non è solo un atto di lealtà personale, ma una presa di posizione morale netta contro il tradimento appena consumato.

Quello che sembra un conflitto interno limitato a un singolo duello, in realtà segna la spaccatura definitiva della Casa Fossoway. Come raccontato già nella novella The Hedge Knight, Raymun decide di distinguersi simbolicamente dal cugino, dipingendo di verde il suo scudo e dando origine al ramo dei Fossoway dalla mela verde, in contrapposizione a quello tradizionale della mela rossa.

Le conseguenze del tradimento nella linea temporale di Game of Thrones

Più di un secolo dopo, durante gli eventi di Game of Thrones, questa divisione è ancora viva. I Fossoway di Cider Hall continuano a portare il vessillo della mela rossa, mentre i discendenti di Raymun risiedono a New Barrel, sotto lo stendardo della mela verde. Due rami distinti della stessa famiglia, nati da un singolo atto di tradimento avvenuto ai tempi di Dunk ed Egg.

Entrambe le fazioni restano fedeli a Casa Tyrell, ma dopo la morte di Robert Baratheon finiscono per sostenere prima Renly e poi Stannis, discendenti diretti dell’uomo che aveva nominato cavaliere Raymun Fossoway. Un dettaglio che chiude simbolicamente il cerchio e rafforza il senso di continuità storica tra il prequel e la serie madre.

A Knight of the Seven Kingdoms dimostra così ancora una volta come le scelte individuali, anche le più intime, possano plasmare il destino delle casate per generazioni. Il tradimento di Steffon Fossoway non è solo un momento drammatico dell’episodio 4, ma una tessera fondamentale del grande mosaico narrativo di Game of Thrones, ed è proprio questo livello di profondità a rendere il prequel così affascinante per i fan di Westeros.

Fallout 3 promette di risolvere il problema più evidente della seconda stagione

La serie Fallout di Prime Video ha dimostrato fin dall’inizio di saper bilanciare il grande affresco politico della Zona Contaminata con un racconto più intimo e umano. La prima stagione aveva trovato il suo cuore emotivo nel rapporto tra Lucy MacLean e Maximus, mentre la seconda ha scelto consapevolmente di separarli, puntando sulla crescita individuale dei personaggi. Una scelta narrativa interessante, ma anche uno dei punti più discussi dai fan.

Ora, però, tutto lascia pensare che Fallout – Stagione 3 sia pronta a correggere proprio questa decisione. Il finale della seconda stagione suggerisce chiaramente che la riunione tra Lucy e Maximus non sarà temporanea, ma rappresenterà la base da cui ripartire.

Lucy e Maximus di nuovo insieme in Fallout 3

Nel corso della seconda stagione, Lucy prosegue la sua ricerca sulla vera eredità di Vault-Tec, mentre Maximus inizia a mettere in discussione il suo ruolo e la sua fede nella Confraternita d’Acciaio. I due percorrono strade parallele, emotivamente forti ma volutamente distanti, fino a un ricongiungimento finale che risulta tanto potente quanto tardivo.

La scena conclusiva della stagione 2, con Lucy che esce sulla Strip deserta di New Vegas dopo aver distrutto il sistema di controllo mentale del padre e si ritrova faccia a faccia con Maximus, chiude simbolicamente questo arco. È un momento che unisce finalmente percorsi narrativi rimasti separati troppo a lungo, e che apre a una terza stagione in cui quella distanza non sembra più necessaria.

Con entrambi i personaggi ormai consapevoli della posta in gioco globale del Wasteland, ha senso che Fallout 3 li mostri fianco a fianco fin dall’inizio, forse diretti verso nuove aree come il Colorado, già evocato nel finale.

Cosa aspettarsi dalla loro storia nella stagione 3

La riunione di Lucy e Maximus permette alla serie di tornare a concentrarsi su un conflitto più ampio, senza rinunciare alla dimensione emotiva. Da una parte incombe la minaccia di Caesar’s Legion alle porte di New Vegas, dall’altra la New California Republic si prepara allo scontro. In questo contesto, Lucy deve ancora fare i conti con il trauma legato a suo padre e con i suoi misteriosi legami con l’Enclave, mentre Maximus evolve definitivamente da soldato obbediente a figura morale più autonoma.

A rendere il quadro ancora più ambizioso è la scena post-credit della stagione 2, che anticipa l’arrivo di Liberty Prime Alpha, una delle icone più devastanti dell’universo Fallout. Un segnale chiaro che la terza stagione non avrà paura di alzare ulteriormente la posta in gioco.

Il tassello mancante: il destino del Ghoul

Nonostante la riunione di Lucy e Maximus rappresenti un passo nella giusta direzione, resta un nodo narrativo fondamentale: il Ghoul, interpretato da Walton Goggins. Il suo viaggio personale, rilanciato dalla scoperta di una cartolina che punta al Colorado e dalla speranza che la sua famiglia possa essere ancora viva, lo porta inizialmente lontano dagli altri due protagonisti.

Il rischio, per Fallout 3, è quello di mantenere ancora una volta separate le linee narrative. Eppure, la chimica tra Lucy, Maximus e il Ghoul è uno degli elementi più riusciti della serie. Lucy, in particolare, funziona come ponte morale tra l’idealismo di Maximus e il cinismo del Ghoul, ed è proprio da questa dinamica che la serie potrebbe trarre la sua forza maggiore.

Se la terza stagione riuscirà a tenere Lucy e Maximus uniti fin dall’inizio, trovando allo stesso tempo il modo di reintegrare il Ghoul nello stesso arco narrativo, Fallout potrebbe davvero consegnare la sua stagione più solida e completa.

Il futuro del nuovo spin-off di Game of Thrones è promettente: lo showrunner guarda oltre la stagione 2

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Il futuro di A Knight of the Seven Kingdoms appare più che mai solido. Lo showrunner Ira Parker ha infatti lasciato intendere che la serie potrebbe proseguire ben oltre la stagione 2, aprendo la strada al completamento dell’arco narrativo di Dunk ed Egg. Attualmente in onda settimanalmente la domenica su HBO, la serie rappresenta il secondo spin-off ufficiale dell’universo di Game of Thrones, dopo House of the Dragon.

A differenza delle precedenti produzioni ambientate a Westeros, incentrate su grandi casate e giochi di potere, A Knight of the Seven Kingdoms adotta uno sguardo più intimo e terreno, seguendo le avventure del cavaliere errante Ser Duncan the Tall e del suo giovane scudiero Egg. Un cambio di prospettiva che sta convincendo pubblico e critica, anche grazie alle interpretazioni di Peter Claffey, Dexter Sol Ansell, Bertie Carvel, Daniel Ings, Finn Bennett e Shaun Thomas.

Le parole dello showrunner sul futuro della serie

In un’intervista rilasciata a GQ, Parker ha parlato apertamente dei piani a lungo termine, sottolineando quanto materiale narrativo ci sia ancora da esplorare. La prima stagione adatta la novella The Hedge Knight, mentre la seconda – già entrata ufficialmente in produzione – porterà sullo schermo The Sworn Sword. L’obiettivo dichiarato del team creativo è arrivare, con il via libera di HBO, anche a The Mystery Knight, completando così la trilogia letteraria di George R. R. Martin dedicata a Dunk ed Egg.

Parker ha spiegato che la serie ama suggerire, senza anticipare troppo, l’evoluzione futura dei personaggi, mostrando la crescita di Egg da ragazzo a principe e, potenzialmente, a re. Tuttavia, l’approccio resta volutamente concentrato sul “qui e ora”, su storie autoconclusive e radicate nei conflitti umani, più che sulle grandi manovre politiche.

La fiducia di HBO nel progetto è già evidente: la stagione 2 è stata confermata mesi prima del debutto della serie, un segnale raro e significativo. Anche i numeri sembrano premiare questa scelta, con ottimi riscontri critici e un gradimento del pubblico in costante crescita episodio dopo episodio.

Se il trend positivo dovesse continuare, l’ipotesi di una stagione 3 non appare più come un semplice desiderio creativo, ma come una prospettiva concreta. E per i fan di Westeros, significherebbe vedere finalmente adattato l’intero arco narrativo di Dunk ed Egg, uno dei più amati e “umani” dell’universo di Game of Thrones.

Scream 7: il trailer del Super Bowl!

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Scream 7: il trailer del Super Bowl!

La Paramount ha anticipato il Super Bowl pubblicando online lo spot del Big Game di Scream 7 con quasi una settimana di anticipo. Della durata di meno di un minuto, contiene alcune nuove scene di Ghostface, Sidney (Neve Campbell) e altri personaggi. Ma gran parte del filmato è costituito da frammenti riciclati del trailer originale di Scream 7.

Con Scream 7 in uscita nei cinema il 27 febbraio, la Paramount ha sfruttato lo spot televisivo per informare i fan che la serie sta per tornare e che i biglietti saranno in vendita il giorno dopo il Super Bowl, oggi, 9 febbraio. Lo spot è stato ora trasmesso come parte della copertura pre-calcio d’inizio.

La trama di Scream 7

Quando un nuovo assassino mascherato da Ghostface semina il terrore nella tranquilla cittadina dove Sidney Prescott (Neve Campbell) ha ricostruito la sua vita, i suoi incubi più profondi diventano realtà: la prossima vittima designata è sua figlia (Isabel May). Decisa a proteggere ciò che ama, Sidney dovrà riaprire le porte del suo passato e affrontare, una volta per tutte, l’orrore che pensava di aver lasciato alle spalle.

Il film Rogue Squadron di Star Wars riceve aggiornamenti dallo sceneggiatore

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Annunciato nel 2020, il film Rogue Squadron di Star Wars incentrato sui piloti di caccia doveva essere diretto dalla regista di Wonder Woman (2017), Patty Jenkins, ma secondo alcune notizie del 2023 il film sarebbe stato accantonato. In una recente intervista con Polygon, lo sceneggiatore Matthew Robinson ha però parlato molto bene della sua esperienza di lavoro con Jenkins alla sceneggiatura del film, rivelando di non essere sicuro dello stato attuale del film.

Robinson riconosce anche che questo è un periodo di grandi cambiamenti per la Lucasfilm e che non è chiaro come andranno le cose per loro in termini di film distribuiti nelle sale. “Mi sono divertito molto a scriverla. Patty Jenkins è una delle mie artiste preferite al mondo. Penso che sia assolutamente brillante. Abbiamo lavorato molto bene insieme. Al momento non so cosa Lucasfilm voglia farne. Sono in una fase di grande cambiamento dopo l’uscita di Kathleen [Kennedy] e chissà cosa riserva loro il futuro dal punto di vista cinematografico”.

Robinson ha continuato l’intervista rivelando alcuni nuovi dettagli su Rogue Squadron, condividendo che, grazie al legame personale di Jenkins con l’aviazione, il film avrebbe approfondito davvero cosa significa essere un pilota di caccia nel mondo di Star Wars. Anche se non sa cosa succederà al film, spera che alla fine vedrà la luce: “È stato molto emozionante scriverlo, e soprattutto lavorare con Patty, che ne ha fatto una storia molto personale. Era un film incentrato sui piloti di caccia. Suo padre era un pilota di caccia”.

Era una cosa molto personale per lei, e stavamo cercando di raccontare una storia davvero fantastica sui piloti di caccia e sui piloti dello Squadrone Rogue nell’universo di Star Wars. Penso che abbiamo fatto un ottimo lavoro e spero davvero che un giorno potremo vedere una versione di quel film“. Dopo 14 anni come presidente della Lucasfilm, il mese scorso è stato reso noto che Kathleen Kennedy avrebbe lasciato la carica. Dave Filoni, il creatore di serie come The Clone Wars, The Bad Batch e Ahsoka, prenderà il suo posto come presidente e direttore creativo, con Lywen Brennan come co-presidente. A quel punto si saprà quali progetti del franchise verranno effettivamente realizzati.

LEGGI ANCHE: Rogue Squadron: Patty Jenkins è ancora al lavoro sul film di Star Wars

Michael: Lionsgate diffonde il nuovo trailer al Super Bowl

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Michael: Lionsgate diffonde il nuovo trailer al Super Bowl

Sebbene Lionsgate non sia solitamente attiva durante il Super Bowl, lo studio ha fatto di tutto per promuovere il prossimo film biografico su Michael Jackson, riservandogli anche un posto al Big Game. Invece di aspettare la partita per pubblicarlo, Lionsgate ha pubblicato online il trailer ufficiale di Michael il lunedì precedente.

Il trailer include numerose nuove immagini di Jaafar Jackson (il nipote di Michael Jackson nella vita reale) nei panni dell’icona musicale. Sulle note di “Don’t Stop ‘til You Get Enough” all’inizio, “Billie Jean” diventa la canzone scelta per la seconda parte. Il trailer sottolinea anche la sua ascesa alla fama e i rapporti familiari. Michael arriverà nei cinema il 24 aprile.

Nel cast del film Jaafar Jackson, Nia Long, Juliano Krue Valdi, Colman Domingo, Miles Teller.

La trama ufficiale di Michael

Michael è la rappresentazione cinematografica della vita e dell’eredità di uno degli artisti più influenti che il mondo abbia mai conosciuto. Il film racconta la storia della vita di Michael Jackson al di là della musica, ripercorrendo il suo percorso dalla scoperta del suo straordinario talento come leader dei Jackson Five, fino a diventare un artista visionario la cui ambizione creativa ha alimentato una ricerca incessante per diventare il più grande performer del mondo. Mettendo in risalto sia la sua vita fuori dal palcoscenico che alcune delle performance più iconiche della sua prima carriera da solista, il film offre al pubblico un posto in prima fila per vedere Michael Jackson come mai prima d’ora. È qui che inizia la sua storia.

Michael vede protagonisti Jaafar Jackson al suo debutto cinematografico, Nia Long (Empire, la serie The Best Man), Laura Harrier (BlacKkKlansman, Spider-Man: Homecoming) e Juliano Krue Valdi (The Loud House, Arco), con Miles Teller (Top Gun: Maverick, Whiplash) e Colman Domingo (Sing Sing, Rustin), due volte candidato all’Oscar. Diretto da Antoine Fuqua, pluripremiato regista di Training Day, Olympus Has Fallen e della serie The Equalizer, con una sceneggiatura del tre volte candidato all’Oscar John Logan (Il gladiatore, The Aviator), il film è prodotto dal vincitore dell’Oscar Graham King (The Departed, Bohemian Rhapsody), John Branca (produttore esecutivo di This Is It, Thriller 40) e John McClain (produttore esecutivo di This Is It, Michael Jackson Live at Wembley July 16, 1988).

L’ultima missione: Project Hail Mary, il trailer finale del film con Ryan Gosling

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Ryan Gosling incontra il suo migliore amico alieno mentre affrontano una posta in gioco di vita o di morte nel trailer finale di L’ultima missione: Project Hail Mary.

Il prossimo film di fantascienza, basato sull’omonimo romanzo di Andy Weir, vede Gosling interpretare Ryland Grace, un insegnante di scienze di liceo inviato nello spazio in missione per garantire il futuro dell’umanità. L’adattamento è diretto da Phil Lord e Christopher Miller, scritto da Drew Goddard, e vede la partecipazione anche di Sandra Hüller, Lionel Boyce, Ken Leung, Milana Vayntrub, Priya Kansara e James Ortiz.

La trama di L’ultima missione: Project Hail Mary

L’insegnante di scienze Ryland Grace (Ryan Gosling) si sveglia su un’astronave lontano da casa anni luce e senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato lì. Con il riaffiorare della sua memoria, torna alla luce lo scopo della sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza che sta causando il collasso del Sole. Dovrà fare affidamento sia sulle sue conoscenze scientifiche che sulle sue capacità di pensare fuori dagli schemi per salvare dall’estinzione la vita sulla Terra… ma un’inaspettata amicizia gli farà capire che non è solo in questa impresa.

L’ultima missione: Project Hail Mary – COrtesia di SONY

Lavoreremo da grandi: spiegazione del finale e del suo significato

Il finale di Lavoreremo da grandi, diretto e interpretato da Antonio Albanese insieme a Giuseppe Battiston, è volutamente sobrio, anti-retorico e profondamente coerente con il percorso emotivo del film. Non c’è una risoluzione spettacolare né una “vittoria” nel senso classico del termine: c’è invece una presa di coscienza, piccola ma definitiva, che ridefinisce il senso stesso del titolo.

Di seguito trovi la spiegazione del finale, senza forzature interpretative, ma leggendo i segnali che il film dissemina con attenzione lungo tutto il racconto.

Cosa succede nel finale di Lavoreremo da grandi

Negli ultimi minuti del film, i due protagonisti arrivano a un punto di stallo che non è narrativo, ma esistenziale. Il lavoro tanto inseguito, promesso, rimandato, non arriva nella forma sperata – o meglio, non arriva come soluzione salvifica. Le condizioni restano fragili, precarie, imperfette. Eppure qualcosa è cambiato.

Il momento chiave del finale non è legato a un contratto firmato o a un successo professionale, ma a una scelta consapevole: i personaggi smettono di misurare il proprio valore esclusivamente attraverso lo sguardo degli altri, delle istituzioni o del “sistema”. È una rinuncia apparente, che in realtà è una conquista.

Il film si chiude su una situazione aperta, ma non irrisolta: i protagonisti non “ce l’hanno fatta” nel senso tradizionale, ma hanno smesso di inseguire un’idea tossica di successo.

Il vero significato del titolo nel finale

Lavoreremo da grandi film

Nel finale, Lavoreremo da grandi (la nostra recensione) smette di essere una promessa futura e diventa una domanda sul presente. “Da grandi” non è più una condizione che verrà concessa dall’esterno, ma qualcosa che coincide con la capacità di assumersi la responsabilità delle proprie scelte, anche quando non portano a un riconoscimento immediato.

Il film suggerisce che “diventare grandi” non significa:

  • ottenere un lavoro stabile,

  • raggiungere uno status sociale,

  • rispondere alle aspettative altrui.

Significa invece smettere di rimandare la propria vita in attesa di una legittimazione. Ed è questo passaggio, silenzioso ma potentissimo, a chiudere il film.

Perché il finale rifiuta una soluzione consolatoria

Lavoreremo da grandi Recensione 2026
Cortesia di IMDb

Antonio Albanese costruisce un finale che rifiuta il riscatto facile, perché sarebbe in contraddizione con tutto ciò che il film racconta. Un lieto fine tradizionale avrebbe trasformato una riflessione sociale in una favola edificante, svuotandola di senso.

La scelta di chiudere su una stabilità imperfetta, quasi fragile, restituisce invece una verità molto più onesta: nel mondo raccontato dal film, la dignità non coincide con il successo, ma con la lucidità di guardare la realtà senza auto-inganni.

È un finale che può lasciare un senso di amarezza, ma è proprio quell’amarezza a renderlo autentico.

Il rapporto tra i due protagonisti nel finale

Il legame tra i personaggi interpretati da Albanese e Battiston trova nel finale la sua forma definitiva. Non c’è più bisogno di illusioni condivise o di promesse auto-assolutorie. Quello che resta è una solidarietà adulta, non più basata sul “quando andrà meglio”, ma sul “così com’è”.

Questo rapporto diventa il vero approdo del film: non il lavoro, non la riuscita, ma la possibilità di non sentirsi soli nel fallimento.

In conclusione: come va interpretato il finale

Il finale di Lavoreremo da grandi non va letto come una sconfitta, ma come una liberazione silenziosa. I protagonisti non ottengono ciò che il sistema promette, ma smettono di farsi definire da quella promessa.

È un finale che non chiude, ma ridimensiona. Che non premia, ma chiarisce. E che lascia allo spettatore una domanda aperta, forse la più importante del film: quanto della nostra vita stiamo rimandando in attesa di diventare “grandi”?

Jumpers – Un salto tra gli animali: lo spot del film Disney/Pixar al Super Bowl

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Disney e Pixar hanno sfruttato il Super Bowl per promuovere l’imminente uscita del loro prossimo film d’animazione originale, Jumpers – Un salto tra gli animali (Hoppers in originale) che uscirà nelle sale il 6 marzo. Lo spot di 30 secondi è andato in onda subito prima dell’inno nazionale e ha mostrato ulteriori scorci della storia incentrata sugli animali.

Il cast di Jumpers – Un salto tra gli animali include le voci della nuova arrivata Piper Curda nel ruolo di Mabel, dell’ex membro del Saturday Night Live Bobby Moynihan nel ruolo di un castoro di nome King George e del vincitore dell’Emmy Jon Hamm nel ruolo dell’avido sindaco della città. Ora, il primo trailer ci porta a fare la conoscenza di Mabel mentre entra alla Beaverton University e scopre una tecnologia rivoluzionaria che trasforma la mente umana in un castoro robotico realistico.

Mabel usa quindi la tecnologia per trasferire la sua mente in un castoro e inizia a comunicare con vari animali, tra cui uccelli, altri castori e orsi. Tuttavia, dopo essere intervenuta per impedire che un castoro pigro venisse mangiato da un orso, Mabel scopre che questa tecnologia non deve essere utilizzata per sconvolgere l’ordine naturale, il che la porta a interrompere la comunicazione con gli scienziati che l’hanno inventata.

Cosa aspettarsi da Jumpers – Un salto tra gli animali

La cosa più sorprendente del trailer di Jumpers – Un salto tra gli animali è quanto la sua premessa sia simile a quella di Avatar. Il paragone è così evidente che persino Mabel, la coraggiosa protagonista del film, quasi rompe la quarta parete ammettendo apertamente: “Ragazzi, questo è come Avatar, con grande disappunto degli scienziati sulla difensiva che rifiutano di riconoscere la realtà.

Proprio come Avatar, anche Jumpers – Un salto tra gli animali affronterà temi legati all’ambientalismo. Anche se non compare nel teaser trailer, il film presenta inoltre un personaggio cattivo, il sindaco, doppiato da Hamm, che sta guidando un progetto di costruzione di un’autostrada che causerà danni alla radura. C’è dunque da aspettarsi che Mabel e gli altri animali selvatici lo prenderanno di mira e cercheranno di impedire la costruzione dell’autostrada.

Dafne Keen risponde alla richiesta dei fan di sostituire Hugh Jackman nel ruolo di Wolverine nell’MCU

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La Saga del Multiverso sta volgendo al termine, ma il Marvel Cinematic Universe è già impegnato nello sviluppo del reboot degli X-Men per il dopo Fase 6. La timeline del franchise si sta infatti avvicinando al momento in cui i famosi mutanti saranno finalmente sotto i riflettori, con un film loro dedicato attualmente in lavorazione presso i Marvel Studios. Nel mentre, in una nuova intervista con Comic Book Movie, all’interprete di Laura Kinney/X-23, Dafne Keen, è stato chiesto cosa ne pensa del fatto che i fan che vorrebbero vederla assumere il ruolo di Wolverine in futuro.

L’attrice ha risposto: “Sì, significa molto per me. Penso sempre che sia davvero speciale che qualcosa che abbiamo realizzato 10 anni fa abbia ancora un impatto”. Keen ha poi continuato: “So di amare profondamente quel personaggio. E significa molto per me che così tante persone lo amino quanto me. È davvero speciale sapere che ciò che hai creato ha un significato”. L’attrice, come noto, ha interpretato per la prima volta questo ruolo in Logan – The Wolverine di James Mangold, uno dei suoi ruoli di maggiore successo a Hollywood.

Dopo il suo ritorno nel film Deadpool & Wolverine del 2024, Keen ha spiegato perché ha ripreso il ruolo: “Penso che ciò che abbiamo creato abbia davvero significato qualcosa. Ed è fantastico continuare a ricevere questo riconoscimento. Penso anche che sia molto importante entrare in contatto con le persone“. L’attrice ritiene che ”ogni volta che sento che una mia interpretazione ha fatto provare qualcosa a qualcuno, mi sento molto connessa. E penso che sia bellissimo. Tante persone ne sono entusiaste. E sono molto felice ogni volta che qualcuno vuole parlarne“.

Cosa sappiamo del reboot degli X-Men 

Kevin Feige della Marvel ha confermato che lo studio sta lavorando al reboot di X-Men con il regista di Thunderbolts* Jake Schreier alla guida del film. Quando Disney e 20th Century Fox si sono fuse nel 2019, i personaggi di X-Men sono diventati disponibili per il Marvel Cinematic Universe. Alcuni degli attori che hanno recitato nei film della Fox riprenderanno i loro ruoli nel prossimo film Avengers: Doomsday, che uscirà il 18 dicembre 2026.

Charles Xavier, il leader degli X-Men, noto anche come Professor X, è stato interpretato da Patrick Stewart nei film live-action. Riprenderà il suo ruolo in Doomsday, che dovrebbe concludere la saga dei personaggi, insieme a Ian McKellen (Magneto), Alan Cumming (Nightcrawler), Rebecca Romijn (Mystica), James Marsden (Ciclope) e Channing Tatum (Gambit).

Secondo quanto riferito, il casting ufficiale dovrebbe iniziare molto presto (se non è già iniziato) e personaggi del calibro di Harris Dickinson, Margaret Qualley, Elle Fanning e Julia Butters sarebbero nel mirino dello studio (secondo quanto riferito, erano in lizza per interpretare Cyclope, Rogue e Kitty Pryde, ma non sappiamo se sia ancora così), insieme alla star di Alien: Romulus David Jonsson e Trinity Bliss, che potrebbero essere in lizza per interpretare Jubilee. Altri nomi che sono emersi nelle voci di corridoio includono Hunter Schafer (Mystica), Ayo Edebiri (Tempesta) e Javier Bardem (Mr. Sinister).

Riguardo al progetto Kevin Feige ha dichiarato di avere un “piano decennale” per la saga dei mutanti. “Penso che lo vedrete continuare nei nostri prossimi film con alcuni personaggi degli X-Men che potreste riconoscere. Subito dopo, l’intera storia di Secret Wars ci condurrà davvero in una nuova era dei mutanti Ancora una volta, è uno di quei sogni che diventano realtà. Finalmente abbiamo di nuovo gli X-Men“.