Con Due Spicci, Zerocalcare arriva alla sua terza serie animata per Netflix dopo Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo, e lo fa scegliendo una direzione più complessa, più densa e più apertamente drammatica rispetto al passato.
La miniserie, composta da otto episodi, è creata, scritta e diretta da Michele Rech, prodotta da Movimenti Production in collaborazione con BAO Publishing, e vede ancora una volta Zerocalcare prestare la voce alla maggior parte dei personaggi, e Valerio Mastandrea nei gloriosi panni dell’Armadillo. Commedia cupa, dolceamara, irriverente, incentrata su quanto il tempo e gli eventi possano incidere sulle amicizie, Due Spicci è una storia che parla di debiti: economici, emotivi, familiari, sentimentali.
La serie è liberamente collegata a Scheletri, graphic novel dello stesso Zerocalcare pubblicata nel 2020 da BAO Publishing ma non può essere vista come un adattamento diretto. Se Scheletri raccontava lo Zero diciottenne che fingeva di andare all’università e passava le mattine sulla metro B, dove incontrava Arloc e veniva trascinato all’interno di un cupissimo thriller ambientato nel mondo dello spaccio della periferia romana, Due Spicci conserva quella matrice noir, la centralità del senso di colpa e l’idea che certe bugie prima o poi tornino a chiedere il conto, ma sposta tutto in una fase più adulta della vita dei protagonisti. In quel momento in cui le scelte non riguardano più soltanto loro stessi, ma si riflettono su chi, nel frattempo, è diventata la loro famiglia.
La trama di Due Spicci
La storia parte da una premessa molto semplice: Zero è entrato in società con Cinghiale per aiutarlo a mandare avanti un piccolo locale. L’attività che dovrebbe rappresentare una possibilità di stabilità, si trasforma ben presto in un luogo di pressioni, ansie e responsabilità ingestibili. Cinghiale non è più soltanto l’amico caciarone e sbruffone del gruppo, quello con un solo, unico, inequivocabile drive che i fan di Zerocalcare conoscono bene, ma ha una famiglia, deve far quadrare i conti, non può permettersi di fallire. Proprio per questo si ritrova invischiato in un debito pesantissimo, con un numero di zeri talmente elevato da metterlo nei guai con la criminalità locale. Quando un personaggio parecchio pericoloso, come Paturnia, arriva a riscuotere, anche Zero viene coinvolto in una vicenda più grande di lui, che da un lato lo mette in dubbio su quanto davvero conosca il suo amico, dall’altro, su quanto sia disposto a rischiare per salvarlo.
A questa linea narrativa, si intreccia quella di Smeralda, una vecchia conoscenza di Zero che Sarah gli chiede di ospitare perché deve tenersi lontana da una relazione violenta. L’arrivo di Smeralda nella casa già caotica del protagonista, insieme al suo cane e a tutto il peso di una vita da mettere in sicurezza, sposta la serie su un terreno più intimo, dove l’imbarazzo sentimentale, la paura di esporsi e la tendenza di Zero a trasformare ogni emozione in un contortissimo labirinto mentale, vengono messi alla prova da una situazione reale, urgente, decisamente non risolvibile con una battuta o con una delle tante digressioni pop cui l’autore romano ci ha abituati.
La storia, già molto ricca a questo punto, si complica ulteriormente rivelandosi un vero e proprio affresco corale, mostrando la crisi della relaziona tra Sarah e Stella e, soprattutto, rivelando tutta la verità dietro il misterioso evento che ha portato al drastico cambiamento della vita di Secco. L’intero gruppo di amici conosciuto su Strappare lungo i bordi, viene quindi risucchiato all’interno di una rete di responsabilità che non riguarda più soltanto la mera sopravvivenza quotidiana, ma la capacità di esserci davvero quando qualcuno sta perdendo tutto.
Melodramma generazionale e “pistole che spareranno”
Aldilà dell’irrefrenabile comicità dissacrante, vero e proprio marchio di fabbrica dello stile di Zerocalcare, che dà il suo meglio, ovviamente, nei goduriosi siparietti tra Zero e l’Armadillo (grazie soprattutto, è giusto dirlo, a un Mastandrea in particolare stato di grazia), la progressione degli episodi si muove principalmente su due binari paralleli. Da una parte c’è il thriller legato al debito, alla violenza di Paturnia, la trasferta nel suo territorio, i tentativi maldestri di trovare una soluzione, il crescendo verso la resa dei conti finale, sapendo con chiarezza che la pistola abbondantemente inquadrata, prima o poi, sparerà. Dall’altra, c’è il melodramma generazionale, le ansie per gli amici che nascondono qualcosa, la rabbia, i bilanci, la paura di crescere e non solo affrontare i propri mostri interiori, ma sconfiggerli. Smeralda che vuole tornare dal suo ex violento, Zero che deve affrontare il dolore altrui senza appropriarsene ogni volta e somatizzarlo, Cinghiale che cerca di nascondere il disastro alla moglie per paura di perdere l’unico punto fisso della sua vita, la madre di Zero che si presenta apparentemente solo come un elemento comico, ma si rivela in realtà una figura preziosa, testimone in carne e piume del tempo che passa, consapevole dell’inevitabilità di ogni separazione necessaria.
Una storia di debiti, ma non solo di soldi
Il titolo è uno degli elementi più interessanti dell’operazione, perché Due Spicci sembra indicare qualcosa di piccolo, quasi trascurabile, mentre il racconto prosegue nella direzione opposta chiedendo a ognuno dei personaggi di mostrare almeno due spicci di responsabilità. I “due spicci” sono i soldi che mancano, i buffi, le pezze provvisorie, i favori chiesti senza sapere se si potranno restituire, ma sono anche i debiti morali accumulati negli anni, le mancanze verso chi si fidava di noi, le omissioni nelle relazioni, le paure mascherate da autoironia, gli irrisolti perché è più facile lasciare le cose in sospeso che saldare i debiti che ognuno ha con sé stesso e con gli altri.
La forza della serie sta quindi nel riuscire a trasformare un pretesto classico da serie criminale di quartiere (gustose le auto-prese in giro delle somiglianze con Suburra) in un racconto sull’età adulta. Il debito di Cinghiale con la malavita è il motore esterno, quello che permette agli episodi di avere una direzione più marcata, squisitamente di genere, rispetto al classico flusso di coscienza delle precedenti serie, ma il vero centro drammatico sta nell’evidenza cui i personaggi devono arrendersi: non possono più vivere come se fossero ancora in una zona franca dell’esistenza, protetti dall’ironia, dall’amicizia storica e dall’idea che la precarietà sia una condizione comune capace, da sola, di assolvere tutti. Non possono più “fare i Goonies“.
In Due
Spicci, il problema economico è concreto, il pericolo
fisico reale, la violenza domestica non è una metafora, e la crisi
sentimentale non può essere ridotta a una simpatica divagazione
narrativa.
C’è l’amore (praticamente una novità nelle serie animate di
Zerocalcare), c’è la morte, c’è la paura, c’è
l’oppressione e questo obbliga Zero a misurarsi con un mondo in cui
l’empatia non basta e deve trasformarsi in azione.
Una struttura più ampia e un’emotività meno protetta
Rispetto a Strappare lungo i bordi, che costruiva la propria forza sulla rivelazione progressiva del motivo segreto del viaggio in treno dei suoi protagonisti, e rispetto a Questo mondo non mi renderà cattivo, che trovava nel conflitto politico e sociale il suo asse più evidente, Due Spicci lavora su una struttura corale più ampia, nella quale le linee narrative si sovrappongono senza annullarsi. La vicenda di Cinghiale dà alla serie una spina dorsale da thriller, quella di Smeralda, apparentemente romance, introduce un tema più doloroso e concreto, Sarah e Stella aprono un fronte sulle relazioni sentimentali adulte, mentre Secco, con il suo cambiamento, permette alla storia di ragionare su cosa accade quando anche i personaggi apparentemente più immobili del mondo di Zerocalcare smettono di comportarsi come lo spettatore si aspetta.
Questa complessità non cancella la riconoscibilità dell’autore, la voce resta quella di Zerocalcare: ansiosa, dissacrante, iperanalitica, fanciullesca, capace di scivolare dal dettaglio ridicolo all’efferatezza più brutale nel giro di poche battute. Zero parla tanto (ma taaaaaanto) perché ha paura di scegliere, di sbagliare, ma proprio questo continuo rimuginio mentale che in altre opere poteva apparire un semplice elemento stilistico qui diventa parte integrante del problema da risolvere. Il personaggio di Smeralda, da questo punto di vista, è determinante, perché impedisce alla serie di chiudersi nel consueto circuito di autocommiserazione e autoassolvimento reciproco all’interno del gruppo di amici. Il suo arrivo costringe Zero a misurarsi con una sofferenza che non può essere razionalizzata fino a renderla innocua. La violenza di una relazione tossica, la difficoltà di uscire davvero da un legame distruttivo, il ritorno verso chi ci sta facendo male anche quando tutti, dall’esterno, vedono il pericolo, sono elementi che spostano Due Spicci decisamente verso una dimensione più adulta di quanto visto finora. Ed è importante che, in una serie Netflix a enorme diffusione, si accenda un faro su quanto le strutture anti-violenza siano importanti e quanto, allo stesso tempo, siano inadeguate le misure attuate dal Governo per arginare il fenomeno generando nient’altro che frustrazione e mancanza di mezzi a disposizione.
Quando Zerocalcare rischia di girare intorno a se stesso
Il limite principale della serie è l’altra faccia della medaglia dei suoi punti di forza. Due Spicci è molto zerocalcariana, e questo significa che chi conosce bene i fumetti e le due serie precedenti può avvertire, in alcuni passaggi, una sensazione di ritorno su territori già ampiamente battuti: l’ansia del protagonista, l’Armadillo come coscienza, le divagazioni, i riferimenti pop, la paura delle responsabilità, il senso di fallimento generazionale, l’incapacità di trovare un equilibrio tra desiderio di esserci e tentazione di sottrarsi. Tutti elementi che avevano caratterizzato anche le due serie precedenti, ma probabilmente a causa della maggiore durata degli episodi e dell’articolazione, stavolta, in otto puntate, le ripetizioni appaiono molto più visibili. Le divagazioni, pur mantenendosi nella maggior parte dei casi decisamente divertenti, si fanno prevedibili, a tratti pesanti, soprattutto quando la serie indugia in maniera troppo didascalica in spiegazioni emotive di ciò che lo spettatore ha già perfettamente compreso.
Lo stesso Zerocalcare ha parlato spesso di Due Spicci come della chiusura di una trilogia, della fine di un percorso e forse è giusto che tutto si concluda così. Il fossilizzarsi troppo nella narrazione di un eterno disagio, di un’eterna immobilità per paura di crescere, così come il cullarsi all’interno della rassicurante e facile nostalgia di tutto quello che ci ha resi felici da bambini, rischia, alla lunga, di diventare stucchevole e ripetitivo. Zero, Cinghiale, Secco, Sarah e Stella non se lo meritano, e meritano, anzi, un finale come quello che gli dà Due Spicci, che sì, li porterà a congedarsi (a quanto pare) dagli spettatori, ma anche, finalmente, a fare quel passo importante che li porterà finalmente a crescere.
Animazione, tecnica e stile visivo
Sul piano tecnico, Due Spicci conferma e alza il livello del percorso iniziato con le precedenti serie. Lo stile resta fedele alla matrice grafica di Zerocalcare, con linee sporche, corpi espressivi, deformazioni caricaturali, ambienti dettagliatissimi, ma il lavoro di animazione fa un decisivo passo in avanti. La tecnica di animazione tradizionale 2D paperless e cutout, raggiunge livelli di accellenza, apparendo parecchio più fluida, più ricca nei dettagli mantenendo un alto livello di freschezza e coerenza per tutta la durata della serie, anche quando si accosta a inserti filmati realizzati in stop motion. La palette dei colori di Maurizia Rubino, pur mantenendosi coerentissima con le due serie precedenti, è infinitamente più ricca e densa di atmosfera.
Anche la qualità generale dell’animazione è cresciuta così come la regia tecnica di Giorgio Scorza e Davide Rosio che osano in lunghe pause ambientali caratterizzate da una colonna sonora che farà la gioia degli appassionati di indie rock e punk anni ‘90 e primi duemila. C’è ovviamente il ritorno di Giancane alla sigla, con l’inedito “Non ti riconosco più”, (suoi anche diversi brani strumentali presenti all’interno degli episodi) e occupa un posto importante anche “Ci vuole una laurea” nuovo singolo di Coez, che conferma quella continuità tra racconto generazionale e scena musicale romana che nelle serie di Zerocalcare non è mai semplice accompagnamento, ma vera e propria parte integrante dell’opera.
Lo stile visivo resta volutamente lontano da qualunque idea di manierismo levigato, perché il mondo di Zerocalcare funziona quando conserva l’irruenza grafica che caratterizza i suoi fumetti, la velocità dei suoi sketch. Qui, però, quella ruvidezza è sostenuta da una macchina produttiva solida, capace di rendere più dinamiche le scene d’azione, più pieni gli ambienti, più chiari i cambi di registro. Il risultato è una serie che visivamente non tradisce il segno originario dell’autore, ma lo porta verso una forma più matura di animazione televisiva, dove la semplicità apparente del disegno convive con una regia ambiziosa e una buona gestione dei tempi comici e drammatici.
Conclusione
Due Spicci è probabilmente la serie animata più ambiziosa di Zerocalcare, non necessariamente la più immediata o la più compatta (per chi scrive, Questo mondo non mi renderà cattivo è la pietra più preziosa del trittico). La sua forza sta però nel partire da una struttura narrativa più robusta, capace di tenere insieme i debiti di Cinghiale, la triplice minaccia di Paturnia, la fuga di Smeralda, la crisi del gruppo e il ritorno dei fantasmi personali di Zero, all’interno di un racconto che usa il thriller senza diventare davvero thriller, usa la commedia senza voler essere soltanto commedia, e usa l’autofiction per parlare di qualcosa che riguarda un’intera generazione arrivata all’età adulta senza la sensazione di aver davvero imparato a vivere.
I difetti coincidono con una certa, insistita insistenza (perdonate il gioco di parole) su meccanismi ormai riconoscibili, soprattutto quando la voce di Zero tende a spiegare troppo o a occupare tutto lo spazio disponibile. Eppure, proprio perché la serie parla di persone che non riescono a uscire dai propri automatismi, anche questa ripetizione finisce per avere un suo senso. Due Spicci racconta il momento in cui le vecchie scuse non bastano più, l’ironia non protegge più abbastanza e l’amicizia, se vuole restare viva, deve smettere di essere solo memoria condivisa per diventare responsabilità concreta.
È un’opera più sporca, più lunga, più irregolare e più adulta delle precedenti, sostenuta da un’animazione in evidente crescita e da una scrittura che, pur inciampando a tratti nella propria riconoscibilità, riesce a dare corpo a una domanda che è sia semplice che dolorosa: quanto costano davvero le cose che abbiamo continuato a rimandare, quando la vita arriva a chiederci il conto?

















Dall’Aghanistan alla
Germania, con uno sguardo al futuro





































