Home Blog Pagina 9

Due Spicci, recensione della serie animata di Zerocalcare: il prezzo delle cose lasciate in sospeso

0

Con Due Spicci, Zerocalcare arriva alla sua terza serie animata per Netflix dopo Strappare lungo i bordi e Questo mondo non mi renderà cattivo, e lo fa scegliendo una direzione più complessa, più densa e più apertamente drammatica rispetto al passato.

La miniserie, composta da otto episodi, è creata, scritta e diretta da Michele Rech, prodotta da Movimenti Production in collaborazione con BAO Publishing, e vede ancora una volta Zerocalcare prestare la voce alla maggior parte dei personaggi, e Valerio Mastandrea nei gloriosi panni dell’Armadillo. Commedia cupa, dolceamara, irriverente, incentrata su quanto il tempo e gli eventi possano incidere sulle amicizie, Due Spicci è una storia che parla di debiti: economici, emotivi, familiari, sentimentali.

La serie è liberamente collegata a Scheletri, graphic novel dello stesso Zerocalcare pubblicata nel 2020 da BAO Publishing ma non può essere vista come un adattamento diretto. Se Scheletri raccontava lo Zero diciottenne che fingeva di andare all’università e passava le mattine sulla metro B, dove incontrava Arloc e veniva trascinato all’interno di un cupissimo thriller ambientato nel mondo dello spaccio della periferia romana, Due Spicci conserva quella matrice noir, la centralità del senso di colpa e l’idea che certe bugie prima o poi tornino a chiedere il conto, ma sposta tutto in una fase più adulta della vita dei protagonisti. In quel momento in cui le scelte non riguardano più soltanto loro stessi, ma si riflettono su chi, nel frattempo, è diventata la loro famiglia.

La trama di Due Spicci

La storia parte da una premessa molto semplice: Zero è entrato in società con Cinghiale per aiutarlo a mandare avanti un piccolo locale. L’attività che dovrebbe rappresentare una possibilità di stabilità, si trasforma ben presto in un luogo di pressioni, ansie e responsabilità ingestibili. Cinghiale non è più soltanto l’amico caciarone e sbruffone del gruppo, quello con un solo, unico, inequivocabile drive che i fan di Zerocalcare conoscono bene, ma ha una famiglia, deve far quadrare i conti, non può permettersi di fallire. Proprio per questo si ritrova invischiato in un debito pesantissimo, con un numero di zeri talmente elevato da metterlo nei guai con la criminalità locale. Quando un personaggio parecchio pericoloso, come Paturnia, arriva a riscuotere, anche Zero viene coinvolto in una vicenda più grande di lui, che da un lato lo mette in dubbio su quanto davvero conosca il suo amico, dall’altro, su quanto sia disposto a rischiare per salvarlo.

A questa linea narrativa, si intreccia quella di Smeralda, una vecchia conoscenza di Zero che Sarah gli chiede di ospitare perché deve tenersi lontana da una relazione violenta. L’arrivo di Smeralda nella casa già caotica del protagonista, insieme al suo cane e a tutto il peso di una vita da mettere in sicurezza, sposta la serie su un terreno più intimo, dove l’imbarazzo sentimentale, la paura di esporsi e la tendenza di Zero a trasformare ogni emozione in un contortissimo labirinto mentale, vengono messi alla prova da una situazione reale, urgente, decisamente non risolvibile con una battuta o con una delle tante digressioni pop cui l’autore romano ci ha abituati.

La storia, già molto ricca a questo punto, si complica ulteriormente rivelandosi un vero e proprio affresco corale, mostrando la crisi della relaziona tra Sarah e Stella e, soprattutto, rivelando tutta la verità dietro il misterioso evento che ha portato al drastico cambiamento della vita di Secco. L’intero gruppo di amici conosciuto su Strappare lungo i bordi, viene quindi risucchiato all’interno di una rete di responsabilità che non riguarda più soltanto la mera sopravvivenza quotidiana, ma la capacità di esserci davvero quando qualcuno sta perdendo tutto.

Due Spicci foto serie
Cortesia di Netflix

Melodramma generazionale e “pistole che spareranno”

Aldilà dell’irrefrenabile comicità dissacrante, vero e proprio marchio di fabbrica dello stile di Zerocalcare, che dà il suo meglio, ovviamente, nei goduriosi siparietti tra Zero e l’Armadillo (grazie soprattutto, è giusto dirlo, a un Mastandrea in particolare stato di grazia), la progressione degli episodi si muove principalmente su due binari paralleli. Da una parte c’è il thriller legato al debito, alla violenza di Paturnia, la trasferta nel suo territorio, i tentativi maldestri di trovare una soluzione, il crescendo verso la resa dei conti finale, sapendo con chiarezza che la pistola abbondantemente inquadrata, prima o poi, sparerà. Dall’altra, c’è il melodramma generazionale, le ansie per gli amici che nascondono qualcosa, la rabbia, i bilanci, la paura di crescere e non solo affrontare i propri mostri interiori, ma sconfiggerli. Smeralda che vuole tornare dal suo ex violento, Zero che deve affrontare il dolore altrui senza appropriarsene ogni volta e somatizzarlo, Cinghiale che cerca di nascondere il disastro alla moglie per paura di perdere l’unico punto fisso della sua vita, la madre di Zero che si presenta apparentemente solo come un elemento comico, ma si rivela in realtà una figura preziosa, testimone in carne e piume del tempo che passa, consapevole dell’inevitabilità di ogni separazione necessaria.

Una storia di debiti, ma non solo di soldi

Il titolo è uno degli elementi più interessanti dell’operazione, perché Due Spicci sembra indicare qualcosa di piccolo, quasi trascurabile, mentre il racconto prosegue nella direzione opposta chiedendo a ognuno dei personaggi di mostrare almeno due spicci di responsabilità. I “due spicci” sono i soldi che mancano, i buffi, le pezze provvisorie, i favori chiesti senza sapere se si potranno restituire, ma sono anche i debiti morali accumulati negli anni, le mancanze verso chi si fidava di noi, le omissioni nelle relazioni, le paure mascherate da autoironia, gli irrisolti perché è più facile lasciare le cose in sospeso che saldare i debiti che ognuno ha con sé stesso e con gli altri.

La forza della serie sta quindi nel riuscire a trasformare un pretesto classico da serie criminale di quartiere (gustose le auto-prese in giro delle somiglianze con Suburra) in un racconto sull’età adulta. Il debito di Cinghiale con la malavita è il motore esterno, quello che permette agli episodi di avere una direzione più marcata, squisitamente di genere, rispetto al classico flusso di coscienza delle precedenti serie, ma il vero centro drammatico sta nell’evidenza cui i personaggi devono arrendersi: non possono più vivere come se fossero ancora in una zona franca dell’esistenza, protetti dall’ironia, dall’amicizia storica e dall’idea che la precarietà sia una condizione comune capace, da sola, di assolvere tutti. Non possono più “fare i Goonies“.

In Due Spicci, il problema economico è concreto, il pericolo fisico reale, la violenza domestica non è una metafora, e la crisi sentimentale non può essere ridotta a una simpatica divagazione narrativa.
C’è l’amore (praticamente una novità nelle serie animate di Zerocalcare), c’è la morte, c’è la paura, c’è l’oppressione e questo obbliga Zero a misurarsi con un mondo in cui l’empatia non basta e deve trasformarsi in azione.

Una struttura più ampia e un’emotività meno protetta

Rispetto a Strappare lungo i bordi, che costruiva la propria forza sulla rivelazione progressiva del motivo segreto del viaggio in treno dei suoi protagonisti, e rispetto a Questo mondo non mi renderà cattivo, che trovava nel conflitto politico e sociale il suo asse più evidente, Due Spicci lavora su una struttura corale più ampia, nella quale le linee narrative si sovrappongono senza annullarsi. La vicenda di Cinghiale dà alla serie una spina dorsale da thriller, quella di Smeralda, apparentemente romance, introduce un tema più doloroso e concreto, Sarah e Stella aprono un fronte sulle relazioni sentimentali adulte, mentre Secco, con il suo cambiamento, permette alla storia di ragionare su cosa accade quando anche i personaggi apparentemente più immobili del mondo di Zerocalcare smettono di comportarsi come lo spettatore si aspetta.

Due Spicci foto serie
Cortesia di Netflix

Questa complessità non cancella la riconoscibilità dell’autore, la voce resta quella di Zerocalcare: ansiosa, dissacrante, iperanalitica, fanciullesca, capace di scivolare dal dettaglio ridicolo all’efferatezza più brutale nel giro di poche battute. Zero parla tanto (ma taaaaaanto) perché ha paura di scegliere, di sbagliare, ma proprio questo continuo rimuginio mentale che in altre opere poteva apparire un semplice elemento stilistico qui diventa parte integrante del problema da risolvere. Il personaggio di Smeralda, da questo punto di vista, è determinante, perché impedisce alla serie di chiudersi nel consueto circuito di autocommiserazione e autoassolvimento reciproco all’interno del gruppo di amici. Il suo arrivo costringe Zero a misurarsi con una sofferenza che non può essere razionalizzata fino a renderla innocua. La violenza di una relazione tossica, la difficoltà di uscire davvero da un legame distruttivo, il ritorno verso chi ci sta facendo male anche quando tutti, dall’esterno, vedono il pericolo, sono elementi che spostano Due Spicci decisamente verso una dimensione più adulta di quanto visto finora. Ed è importante che, in una serie Netflix a enorme diffusione, si accenda un faro su quanto le strutture anti-violenza siano importanti e quanto, allo stesso tempo, siano inadeguate le misure attuate dal Governo per arginare il fenomeno generando nient’altro che frustrazione e mancanza di mezzi a disposizione.

Quando Zerocalcare rischia di girare intorno a se stesso

Il limite principale della serie è l’altra faccia della medaglia dei suoi punti di forza. Due Spicci è molto zerocalcariana, e questo significa che chi conosce bene i fumetti e le due serie precedenti può avvertire, in alcuni passaggi, una sensazione di ritorno su territori già ampiamente battuti: l’ansia del protagonista, l’Armadillo come coscienza, le divagazioni, i riferimenti pop, la paura delle responsabilità, il senso di fallimento generazionale, l’incapacità di trovare un equilibrio tra desiderio di esserci e tentazione di sottrarsi. Tutti elementi che avevano caratterizzato anche le due serie precedenti, ma probabilmente a causa della maggiore durata degli episodi e dell’articolazione, stavolta, in otto puntate, le ripetizioni appaiono molto più visibili. Le divagazioni, pur mantenendosi nella maggior parte dei casi decisamente divertenti, si fanno prevedibili, a tratti pesanti, soprattutto quando la serie indugia in maniera troppo didascalica in spiegazioni emotive di ciò che lo spettatore ha già perfettamente compreso.

Lo stesso Zerocalcare ha parlato spesso di Due Spicci come della chiusura di una trilogia, della fine di un percorso e forse è giusto che tutto si concluda così. Il fossilizzarsi troppo nella narrazione di un eterno disagio, di un’eterna immobilità per paura di crescere, così come il cullarsi all’interno della rassicurante e facile nostalgia di tutto quello che ci ha resi felici da bambini, rischia, alla lunga, di diventare stucchevole e ripetitivo. Zero, Cinghiale, Secco, Sarah e Stella non se lo meritano, e meritano, anzi, un finale come quello che gli dà Due Spicci, che sì, li porterà a congedarsi (a quanto pare) dagli spettatori, ma anche, finalmente, a fare quel passo importante che li porterà finalmente a crescere.

Animazione, tecnica e stile visivo

Sul piano tecnico, Due Spicci conferma e alza il livello del percorso iniziato con le precedenti serie. Lo stile resta fedele alla matrice grafica di Zerocalcare, con linee sporche, corpi espressivi, deformazioni caricaturali, ambienti dettagliatissimi, ma il lavoro di animazione fa un decisivo passo in avanti. La tecnica di animazione tradizionale 2D paperless e cutout, raggiunge livelli di accellenza, apparendo parecchio più fluida, più ricca nei dettagli mantenendo un alto livello di freschezza e coerenza per tutta la durata della serie, anche quando si accosta a inserti filmati realizzati in stop motion. La palette dei colori di Maurizia Rubino, pur mantenendosi coerentissima con le due serie precedenti, è infinitamente più ricca e densa di atmosfera.

Anche la qualità generale dell’animazione è cresciuta così come la regia tecnica di Giorgio Scorza e Davide Rosio che osano in lunghe pause ambientali caratterizzate da una colonna sonora che farà la gioia degli appassionati di indie rock e punk anni ‘90 e primi duemila. C’è ovviamente il ritorno di Giancane alla sigla, con l’inedito “Non ti riconosco più”, (suoi anche diversi brani strumentali presenti all’interno degli episodi) e occupa un posto importante anche “Ci vuole una laurea” nuovo singolo di Coez, che conferma quella continuità tra racconto generazionale e scena musicale romana che nelle serie di Zerocalcare non è mai semplice accompagnamento, ma vera e propria parte integrante dell’opera.

Lo stile visivo resta volutamente lontano da qualunque idea di manierismo levigato, perché il mondo di Zerocalcare funziona quando conserva l’irruenza grafica che caratterizza i suoi fumetti, la velocità dei suoi sketch. Qui, però, quella ruvidezza è sostenuta da una macchina produttiva solida, capace di rendere più dinamiche le scene d’azione, più pieni gli ambienti, più chiari i cambi di registro. Il risultato è una serie che visivamente non tradisce il segno originario dell’autore, ma lo porta verso una forma più matura di animazione televisiva, dove la semplicità apparente del disegno convive con una regia ambiziosa e una buona gestione dei tempi comici e drammatici.

Due Spicci foto serie
Cortesia di Netflix

Conclusione

Due Spicci è probabilmente la serie animata più ambiziosa di Zerocalcare, non necessariamente la più immediata o la più compatta (per chi scrive, Questo mondo non mi renderà cattivo è la pietra più preziosa del trittico). La sua forza sta però nel partire da una struttura narrativa più robusta, capace di tenere insieme i debiti di Cinghiale, la triplice minaccia di Paturnia, la fuga di Smeralda, la crisi del gruppo e il ritorno dei fantasmi personali di Zero, all’interno di un racconto che usa il thriller senza diventare davvero thriller, usa la commedia senza voler essere soltanto commedia, e usa l’autofiction per parlare di qualcosa che riguarda un’intera generazione arrivata all’età adulta senza la sensazione di aver davvero imparato a vivere.

I difetti coincidono con una certa, insistita insistenza (perdonate il gioco di parole) su meccanismi ormai riconoscibili, soprattutto quando la voce di Zero tende a spiegare troppo o a occupare tutto lo spazio disponibile. Eppure, proprio perché la serie parla di persone che non riescono a uscire dai propri automatismi, anche questa ripetizione finisce per avere un suo senso. Due Spicci racconta il momento in cui le vecchie scuse non bastano più, l’ironia non protegge più abbastanza e l’amicizia, se vuole restare viva, deve smettere di essere solo memoria condivisa per diventare responsabilità concreta.

È un’opera più sporca, più lunga, più irregolare e più adulta delle precedenti, sostenuta da un’animazione in evidente crescita e da una scrittura che, pur inciampando a tratti nella propria riconoscibilità, riesce a dare corpo a una domanda che è sia semplice che dolorosa: quanto costano davvero le cose che abbiamo continuato a rimandare, quando la vita arriva a chiederci il conto?

Innamorarsi e altre pessime idee: trama, cast, trailer e data di uscita della commedia con Lino Guanciale

Tra le commedie italiane in arrivo nelle sale, Innamorarsi e altre pessime idee punta a raccontare l’amore contemporaneo con ironia, equivoci e personaggi alle prese con sentimenti molto più difficili da gestire di quanto credano. Diretto da Simone Aleandri e interpretato da Lino Guanciale, Andrea Delogu, Ilenia Pastorelli e Claudio Colica, il film arriverà nelle sale italiane il 28 maggio distribuito da 01 Distribution.

Prodotto da Rodeo Drive con Rai Cinema e in collaborazione con Sky Cinema, il film nasce da una sceneggiatura di Alessandra Martellini e Ciro Zecca e si inserisce nella tradizione della commedia romantica, ma con l’ambizione di raccontare adulti che credono di avere il controllo della propria vita sentimentale e scoprono invece quanto l’amore possa essere imprevedibile. Come spiega lo stesso regista Simone Aleandri, il cuore della storia è proprio il conflitto tra il desiderio di controllare tutto e il caos che inevitabilmente accompagna le relazioni umane.

Di cosa parla Innamorarsi e altre pessime idee?

Lino è un brillante avvocato di successo che vede improvvisamente crollare il suo mondo quando la moglie Grazia decide di lasciarlo per Paolo, uno chef affascinante e apparentemente perfetto. Ferito nell’orgoglio e incapace di accettare la situazione, decide di mettere in piedi un piano per dimostrare che il nuovo compagno della donna non è affatto l’uomo ideale che sembra essere.

Per riuscirci coinvolge Sofia, una donna bella e imprevedibile alle prese con problemi legali legati al suo ex fidanzato. L’accordo sembra semplice: Lino offrirà assistenza legale, mentre Sofia dovrà sedurre Paolo e smascherarne la vera natura. Ad aiutarli ci saranno gli eccentrici amici Tommy e Matilde. Naturalmente, come accade nelle migliori commedie romantiche, le cose prenderanno una piega completamente diversa da quella prevista.

Il cast del film

Il film può contare su un cast particolarmente popolare presso il pubblico italiano:

  • Lino Guanciale interpreta Lino
  • Andrea Delogu interpreta Sofia
  • Ilenia Pastorelli interpreta Matilde
  • Claudio Colica interpreta Tommy
  • Grazia Schiavo interpreta Grazia
  • Davide Devenuto interpreta lo chef Paolo Marchese

Per Simone Aleandri, che arriva dal documentario e dal film La notte più lunga dell’anno, il lavoro sugli attori è stato centrale. Nel pressbook il regista racconta di aver costruito il film puntando molto sulla spontaneità degli interpreti e sulla libertà lasciata al cast nel trovare sfumature e momenti comici direttamente sul set.

Il trailer anticipa una commedia sugli errori che facciamo per amore

Le immagini del trailer mostrano subito il tono del film: una commedia sentimentale fatta di piani maldestri, gelosie, vendette amorose e incontri inattesi. Ma dietro gli equivoci e le situazioni comiche emerge anche una riflessione sulle relazioni adulte e sulla difficoltà di accettare che i sentimenti non possano essere controllati come una strategia professionale.

Non a caso il regista definisce il titolo una vera dichiarazione d’intenti: innamorarsi è spesso l’inizio di una serie di decisioni irrazionali, goffe e imprevedibili, ma proprio per questo profondamente umane.

Quando esce Innamorarsi e altre pessime idee?

Innamorarsi e altre pessime idee uscirà nelle sale italiane il 28 maggio 2026 distribuito da 01 Distribution. Il film ha una durata di 97 minuti ed è stato realizzato con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura.

Star City: intervista a Solly McLeod e Alice Englert

0
Star City: intervista a Solly McLeod e Alice Englert

Ecco la nostra intervista a Solly McLeod (“Sasha Polivanov”) e Alice Englert (“Anastasia Belikova”), trai protagonisti di Star City, lo spin-off di For All Mankind, su Apple Tv dal 29 maggio con i primi due episodi degli otto totali seguiti da un nuovo episodio ogni venerdì, fino al 10 luglio.

Star City è un thriller cospirazionista dal ritmo incalzante che ci riporta al momento decisivo della rivisitazione in chiave ucronica della corsa allo spazio: quando l’Unione Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna. Questa volta, però, la storia viene esplorata da dietro la Cortina di Ferro, raccontando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e degli ufficiali dell’intelligence inseriti nel programma spaziale sovietico, e i rischi che tutti loro hanno corso per far progredire l’umanità.

La serie è interpretata da Rhys Ifans (“House of the Dragon”), Anna Maxwell Martin (“Motherland”), Agnes O’Casey (“Bad Doves”), Alice Englert (“Bad Behaviour”), Solly McLeod (“House of the Dragon”), Adam Nagaitis (“Chernobyl”), Ruby Ashbourne Serkis (“I, Jack Wright”), Josef Davies (“Andor”) e Priya Kansara (“Bridgerton”).

“Star City” è stata creata da Nedivi, Wolpert e Moore. Wolpert e Nedivi ricoprono il ruolo di showrunner e sono produttori esecutivi insieme a Moore e Maril Davis per Tall Ship Productions, oltre ad Andrew Chambliss e Steve Oster. “Star City” è prodotta per Apple TV da Sony Pictures Television.

Armageddon Time – Il Tempo dell’Apocalisse: la spiegazione del finale del film

Con Armageddon Time – Il Tempo dell’Apocalisse (leggi qui la recensione), James Gray realizza uno dei film più personali della sua carriera, trasformando un racconto autobiografico ambientato nella New York del 1980 in una riflessione dolorosa sul privilegio, sul fallimento morale e sull’illusione del sogno americano. Presentato al Festival di Cannes del 2022, il film segue il giovane Paul Graff, adolescente inquieto che cerca il proprio posto nel mondo mentre attorno a lui famiglia, scuola e società cercano di indirizzarlo verso una vita considerata “sicura” e rispettabile.

Attraverso il rapporto con l’amico Johnny, ragazzo afroamericano proveniente da un contesto molto più fragile, Paul scopre però quanto il mondo sia costruito su disuguaglianze invisibili per chi gode anche di un piccolo vantaggio sociale. Il finale di Armageddon Time è volutamente amaro e privo di consolazione.

James Gray evita il percorso classico del racconto di formazione edificante e sceglie invece di mostrare il momento preciso in cui un ragazzo comprende di essere parte di un sistema ingiusto senza avere ancora il coraggio di opporvisi davvero. La separazione definitiva tra Paul e Johnny rappresenta il cuore emotivo del film, perché trasforma una semplice amicizia adolescenziale in una riflessione molto più ampia sul razzismo strutturale, sulle differenze di classe e sulle responsabilità morali che spesso vengono ignorate per paura o convenienza.

James Gray trasforma il racconto autobiografico in una critica feroce all’America reaganiana e al mito del successo individuale

Armageddon-time-james-gray

Chi conosce il cinema di James Gray sa quanto il regista abbia sempre raccontato famiglie segnate da aspettative oppressive, sensi di colpa e desideri impossibili da raggiungere. Film come Two Lovers, C’era una volta a New York o Ad Astra parlavano già di personaggi incapaci di conciliare le proprie aspirazioni interiori con il peso esercitato dalla famiglia o dalla società. In Armageddon Time, però, Gray elimina quasi ogni filtro narrativo e costruisce un’opera apertamente autobiografica, ambientata nel Queens della sua infanzia. Il risultato è uno dei suoi lavori più intimi, ma anche uno dei più politici.

Paul Graff, interpretato da Banks Repeta, è un ragazzo creativo che sogna di diventare artista, passione che la famiglia considera poco concreta e incompatibile con l’idea di stabilità economica inseguita dai genitori. Gli adulti che lo circondano, soprattutto il padre Irving interpretato da Jeremy Strong, vedono nell’istruzione privata e nella disciplina la possibilità di conquistare definitivamente quel benessere che da immigrati ebrei hanno sempre percepito come fragile. Il film mostra così una famiglia che, pur avendo conosciuto discriminazione e precarietà, finisce per adattarsi gradualmente alle logiche del sistema invece di metterle in discussione.

In questo contesto emerge la figura di Johnny, interpretato da Jaylin Webb, il vero detonatore morale del racconto. Johnny vive una condizione completamente diversa da quella di Paul: è povero, nero, privo di una struttura familiare stabile e continuamente osservato con sospetto dagli adulti. Gray costruisce il rapporto tra i due ragazzi con grande naturalezza, mostrando come la loro amicizia sia autentica ma inevitabilmente segnata da una disparità che Paul comprende soltanto troppo tardi. L’America raccontata dal film è infatti un luogo dove il destino sembra deciso in partenza, indipendentemente dal talento o dalla bontà individuale.

Cosa succede nel finale di Armageddon Time e perché Paul abbandona davvero Johnny

Jeremy Strong e Anne Hathaway in Armageddon Time - Il Tempo dell'Apocalisse

La parte finale del film ruota attorno al tentativo di fuga organizzato da Paul e Johnny. I due ragazzi decidono di rubare un computer dalla scuola privata frequentata da Paul per venderlo e raccogliere abbastanza denaro da raggiungere la Florida. Per Johnny rappresenta una possibilità concreta di sopravvivenza lontano dai servizi sociali, che potrebbero separarlo definitivamente dalla nonna malata. Per Paul è invece una fantasia adolescenziale legata al desiderio di libertà e alla volontà di sottrarsi alle aspettative oppressive della famiglia.

Quando vengono arrestati, però, il film rivela brutalmente il funzionamento delle dinamiche sociali che fino a quel momento erano rimaste implicite. Paul è pronto ad assumersi la responsabilità del furto, consapevole che Johnny rischia conseguenze molto più gravi. La situazione cambia immediatamente quando un poliziotto riconosce il cognome Graff e ricorda un favore ricevuto anni prima dal padre di Paul. In pochi istanti il ragazzo viene trattato con comprensione, quasi con affetto, mentre Johnny resta intrappolato dentro un sistema che lo considera già colpevole a prescindere.

È qui che il film raggiunge il suo momento più doloroso. Paul potrebbe continuare a opporsi, potrebbe restare accanto all’amico o ribellarsi apertamente all’ingiustizia evidente che sta avvenendo davanti ai suoi occhi. Invece cede. Johnny stesso gli dice di andare via, accettando con rassegnazione il fatto che per lui le cose sarebbero sempre finite in quel modo. Paul torna a casa e probabilmente non vedrà mai più l’amico. Non esiste una scena di riconciliazione o un gesto eroico finale: James Gray sceglie deliberatamente l’incompiutezza morale, mostrando il momento in cui un ragazzo comprende il proprio privilegio ma non riesce ancora a combatterlo davvero.

La conversazione successiva con il padre rende tutto ancora più amaro. Irving cerca di spiegare al figlio che il mondo funziona così e che la famiglia ha sacrificato troppo per permettersi di perdere le opportunità conquistate. Paul capisce allora che la protezione ricevuta non dipende dalla giustizia, bensì dalla posizione sociale occupata dalla sua famiglia. È il momento preciso in cui l’infanzia finisce davvero.

Il rapporto tra Paul e Johnny diventa il simbolo delle disuguaglianze razziali e sociali radicate nell’America contemporanea

Jaylin Webb e Banks Repeta in Armageddon Time - Il Tempo dell'Apocalisse

Il vero tema di Armageddon Time emerge proprio attraverso la separazione tra Paul e Johnny. Gray evita accuratamente ogni retorica salvifica: l’amicizia tra i due ragazzi è sincera, ma non basta a superare le strutture sociali che li dividono. Paul può scegliere se ribellarsi oppure adattarsi, mentre Johnny quella scelta non l’ha mai avuta veramente.

Il film insiste continuamente sul concetto di privilegio invisibile. La famiglia Graff non è ricca, né completamente integrata nell’élite americana. I genitori di Paul portano ancora addosso il peso delle discriminazioni subite come ebrei immigrati. Eppure possiedono comunque abbastanza stabilità economica e relazionale da garantire al figlio una rete di protezione che Johnny non avrà mai. Gray mostra così come il privilegio non sia assoluto, ma relativo: basta trovarsi leggermente più in alto nella gerarchia sociale per beneficiare automaticamente di un sistema costruito sulla disparità.

Anche la scuola privata frequentata da Paul assume un significato fondamentale. L’istituto rappresenta la promessa del successo americano, il luogo dove si formano le future classi dirigenti. Durante il film compaiono persino riferimenti alla famiglia Trump, simbolo di un’America ossessionata dal potere economico e dall’idea di vincere a ogni costo. Paul si rende gradualmente conto che quell’ambiente non vuole davvero formare individui liberi, ma persone disposte a perpetuare lo stesso sistema competitivo ed esclusivo.

La figura del nonno Aaron, interpretato da Anthony Hopkins, rappresenta invece la coscienza morale del film. Aaron incoraggia Paul a difendere i più deboli e a opporsi alle ingiustizie, ricordandogli che restare in silenzio significa diventare complici. La tragedia finale nasce proprio dal fatto che Paul fallisce, almeno temporaneamente, quell’insegnamento.

Il finale suggerisce che il vero passaggio all’età adulta coincide con la scoperta della propria complicità

Armageddon Time film 2022

Uno degli aspetti più interessanti del finale di Armageddon Time è il modo in cui rifiuta l’idea tradizionale del coming-of-age. Paul non diventa adulto attraverso una conquista o una liberazione personale, ma attraverso una perdita. Crescere significa capire che il mondo è ingiusto e che spesso si finisce per collaborare passivamente con quell’ingiustizia pur di proteggere sé stessi.

Gray costruisce questa consapevolezza senza trasformare Paul in un personaggio negativo. Il protagonista resta un ragazzino impaurito, ancora incapace di sostenere davvero il peso morale delle proprie scelte. È proprio questa fragilità a rendere il film così devastante. Paul comprende che Johnny viene sacrificato da un sistema razzista e classista, ma comprende anche quanto sia difficile rinunciare alla sicurezza garantita dal proprio contesto familiare.

Il regista suggerisce inoltre che questa dinamica non appartenga soltanto agli anni Ottanta. L’America reaganiana mostrata nel film diventa lo specchio delle contraddizioni contemporanee: meritocrazia, successo individuale e sogno americano vengono continuamente celebrati, mentre milioni di persone restano escluse da quelle stesse promesse fin dall’inizio.

La scelta di lasciare Johnny fuori campo dopo l’arresto è estremamente significativa. Gray non offre informazioni sul suo destino perché vuole che quella sparizione pesi come una colpa irrisolta nella memoria di Paul. Johnny diventa il simbolo di tutte le persone che il sistema elimina silenziosamente mentre altri possono continuare a vivere protetti dal proprio privilegio.

Il vero significato del finale di Armageddon Time è la fine dell’innocenza davanti alle ingiustizie del mondo

Anthony Hopkins e Banks Repeta in Armageddon Time - Il Tempo dell'Apocalisse

L’ultima parte del film lascia Paul profondamente cambiato. Non ha smesso di sognare, non ha abbandonato completamente il desiderio di diventare artista, ma ha perso qualcosa di molto più importante: l’illusione che il mondo funzioni davvero secondo principi di equità.

Il titolo Armageddon Time – Il Tempo dell’Apocalisse assume così un significato simbolico. L’apocalisse del film non riguarda la distruzione del mondo, bensì la distruzione dell’innocenza. Paul scopre che la società americana è costruita su gerarchie invisibili che decidono chi merita compassione e chi invece può essere sacrificato senza conseguenze.

La grande forza del film di James Gray sta proprio nella sua capacità di raccontare temi enormi attraverso episodi quotidiani e apparentemente semplici. Non servono grandi tragedie o scene spettacolari per mostrare il funzionamento del razzismo sistemico: basta osservare come due ragazzi vengano trattati diversamente dopo aver commesso lo stesso errore.

Alla fine Paul sopravvive al proprio “tempo dell’apocalisse”, ma il prezzo è altissimo. Ha imparato che diventare adulti significa anche convivere con il peso delle proprie omissioni. E Gray suggerisce che il vero problema non sia soltanto l’esistenza di sistemi ingiusti, ma la facilità con cui le persone comuni imparano ad adattarsi a essi pur di sentirsi al sicuro.

Indiana Jones e il Quadrante del Destino: 7 volte in cui il film cambia la storia

La saga di Indiana Jones ha sempre avuto a che fare con la storia, ma i cambiamenti agli eventi reali introdotti da Indiana Jones e il Quadrante del Destino (leggi qui la recensione) portano questo aspetto a un livello completamente nuovo. Ambientato nel 1969, il più recente e ultimo capitolo della serie vede l’ormai anziano archeologo Indiana Jones (Harrison Ford) affrontare ancora una volta i nazisti, questa volta sulle tracce dell’antikythera di Archimede. Il dottor Jones e la sua figlioccia Helena (Phoebe Waller-Bridge) intraprendono un’avventura in giro per il mondo per impedire ai nazisti di impossessarsi dell’antikythera, anche se finiranno per viaggiare molto più lontano del previsto.

LEGGI ANCHE: Indiana Jones e il Quadrante del Destino, 5 pregi e 5 difetti del film con Harrison Ford

Indiana Jones e i nazisti invadono la parata del Moon Day

Ancor prima che il viaggio nel tempo abbia inizio in Indiana Jones e il Quadrante del Destino, il celebre archeologo altera il corso della storia durante una celebrazione dell’allunaggio del 1969. Dopo uno scontro con i nazisti e con la moralmente ambigua figlioccia Helena Shaw, Indy finisce incastrato per l’omicidio di due suoi colleghi dell’Hunter College. Questo lo costringe a fuggire dall’università per evitare sia i suoi avversari sia la polizia. Sfortunatamente per Indy, la parata cittadina dedicata allo sbarco sulla Luna è in pieno svolgimento, e l’inseguimento tra lui e i nazisti interrompe l’evento.

Per quanto questa sequenza richiami le classiche avventure di Indiana Jones, si tratta di un evento realmente accaduto che il film modifica con la presenza dei suoi personaggi. La parata mostrata nel film è infatti ispirata a quella reale organizzata nell’agosto del 1969 per celebrare gli astronauti dell’Apollo 11. Nella realtà, però, la parata non vide né un archeologo anziano lanciarsi a cavallo tra la folla né un’auto piena di nazisti inseguirlo per le strade di New York. È quindi uno dei primi esempi di come Indiana Jones e il Quadrante del Destino cambi la storia.

Un aereo nazista precipita nel 212 a.C.

Dopo il loro involontario coinvolgimento nella parata del Moon Day, le alterazioni storiche causate da Indy e dai nazisti diventano ancora più radicali. Verso la fine di Indiana Jones e il Quadrante del Destino, il dottor Voller rivela il suo piano: usare l’antikythera per tornare nel 1939 e uccidere Adolf Hitler, impedendogli di perdere la Seconda guerra mondiale. Tuttavia, un errore di calcolo fa sì che la frattura temporale conduca il loro aereo all’assedio di Siracusa, dove il velivolo viene abbattuto. Dal momento che l’aeroplano sarebbe stato inventato solo nel 1903, è evidente che un aereo nazista non avrebbe mai potuto comparire nel 212 a.C., rendendo questo uno dei cambiamenti storici più evidenti del film.

L'areo nazista in Indiana Jones e il Quadrante del Destino

Archimede incontra dei viaggiatori nel tempo

Uno dei modi più importanti in cui Indiana Jones e il Quadrante del Destino modifica la storia è l’introduzione dell’antico inventore greco Archimede tra i protagonisti provenienti dall’epoca moderna. Dopo lo schianto dell’aereo nazista — dal quale Indy ed Helena riescono a salvarsi lanciandosi con il paracadute — i due archeologi incontrano Archimede. Per Indy è un momento straordinario poter conoscere una figura storica tanto importante, ma l’incontro altera anche notevolmente il corso della storia.

L’incontro con i viaggiatori temporali cambia la storia in diversi modi. È estremamente improbabile che il vero Archimede abbia mai incontrato persone provenienti dal futuro, e già questo rappresenta una gigantesca deviazione storica. Inoltre, grazie a Indy ed Helena, Archimede entra in contatto con oggetti e invenzioni moderne che non avrebbe mai visto altrimenti. I due protagonisti parlano poi di lui con un rispetto che lascia intuire la sua futura fama storica, qualcosa di cui Archimede non avrebbe potuto essere consapevole. In sostanza, grazie a questo incontro, il matematico acquisisce una conoscenza del futuro impossibile nella realtà.

L’antikythera rileva fratture nel tempo

Un altro interessante cambiamento storico introdotto da Indiana Jones e il Quadrante del Destino riguarda la rappresentazione dell’antikythera. Nel quinto e ultimo film della saga, il manufatto è in grado di rilevare fratture temporali, consentendo ai personaggi di viaggiare nel tempo, anche se successivamente scoprono che il dispositivo li conduce soltanto al 212 a.C. Si tratta di una funzione affascinante, ma molto diversa da quella del vero meccanismo di Anticitera.

Nella realtà, infatti, l’antikythera non era destinato ai viaggi temporali. Il manufatto serviva invece a eseguire complessi calcoli astronomici, tanto da essere considerato il più antico esempio conosciuto di computer analogico. Un risultato straordinario per l’epoca, ma decisamente lontano dalla capacità di individuare fratture nel tempo mostrata nel film.

LEGGI ANCHE: Indiana Jones e il Quadrante del Destino, la spiegazione del vero Quadrante del Destino

L’antikythera in Indiana Jones e il Quadrante del Destino

La vita di Archimede viene prolungata

Incontrare viaggiatori del tempo non è l’unico modo in cui Indiana Jones e il Quadrante del Destino modifica la vita di Archimede. Nella realtà storica, Archimede morì durante l’assedio di Siracusa nel 212 a.C., ucciso da un soldato romano. Tuttavia, nel finale del film si vede che il matematico sta ancora lavorando alla creazione dell’antikythera e, poiché Indy possiede già una versione completa del dispositivo, significa che Archimede deve sopravvivere abbastanza a lungo da terminare la sua invenzione.

Che si tratti di una scelta intenzionale o di un’incongruenza narrativa involontaria, il film estende quindi la vita naturale di Archimede, alterando notevolmente la storia reale.

Indiana Jones e i nazisti interrompono l’assedio di Siracusa

Uno dei cambiamenti storici più grandi introdotti da Indiana Jones e il Quadrante del Destino avviene quando Indy e i nazisti interferiscono con l’assedio di Siracusa del 212 a.C. Quando i personaggi moderni arrivano nella città, i due eserciti contrapposti scambiano il loro aereo per un drago e concentrano immediatamente il fuoco su di esso per abbatterlo.

Anche se è impossibile sapere con precisione tutto ciò che avvenne realmente durante l’assedio di Siracusa, è altamente improbabile che una scena simile si sia verificata davvero, rendendo questa una significativa deviazione storica. È inoltre possibile che proprio l’intervento di Indy e dei nazisti abbia impedito ai Romani di uccidere Archimede, modificando ulteriormente gli eventi reali.

Archimede in Indiana Jones e il Quadrante del Destino

Archimede conserva un orologio moderno

La presenza di viaggiatori temporali durante l’assedio di Siracusa genera numerosi cambiamenti storici in Indiana Jones e il Quadrante del Destino, soprattutto per quanto riguarda il contatto di Archimede con elementi della modernità. Quando Archimede trova l’antikythera completa proveniente dal futuro, scopre anche un orologio da polso appartenente al dottor Voller, morto nello schianto dell’aereo. Pur restituendo l’antikythera a Indiana ed Helena, Archimede decide di tenere l’orologio.

La presenza di tecnologia moderna in epoche passate è sempre un elemento cruciale nei film sui viaggi nel tempo, perché rappresenta una deviazione potenzialmente enorme dal corso della storia. Archimede non avrebbe mai avuto accesso a una simile tecnologia senza gli eventi di Indiana Jones e il Quadrante del Destino. Essendo un inventore, il possesso di un orologio moderno potrebbe avere conseguenze enormi sullo sviluppo tecnologico della storia umana, anticipando la creazione di altre invenzioni moderne e alterando gli equilibri tra le civiltà dell’epoca.

LEGGI ANCHE: Indiana Jones e il Quadrante del Destino: la spiegazione del finale del film

Spider-Noir, spiegazione del personaggio interpretato da Nicolas Cage: Ben Reilly è una variante di Peter Parker?

La nuova serie Spider-Noir ha finalmente debuttato su Prime Video e MGM+, portando sullo schermo una delle reinterpretazioni più strane, cupe e affascinanti mai viste dell’universo di Spider-Man. Ma oltre all’estetica noir anni ’30 e alla performance sopra le righe di Nicolas Cage, c’è un dettaglio che sta facendo discutere moltissimo i fan Marvel: perché il protagonista si chiama Ben Reilly invece di Peter Parker? E soprattutto, questo Spider-Noir (la nostra recensione) è davvero una variante alternativa di Peter Parker oppure qualcosa di completamente diverso?

La serie costruisce subito questo mistero attorno all’identità del protagonista. Nicolas Cage interpreta infatti un detective privato conosciuto come “The Spider”, attivo nella New York degli anni ’30 tra gangster, corruzione politica e cospirazioni sovrumane. A differenza della versione animata vista nei film dello Spider-Verse, però, questa incarnazione del personaggio appare molto più traumatizzata, violenta e quasi animalesca.

Ed è qui che entra in gioco il nome Ben Reilly. Per i lettori Marvel questo nome ha un peso enorme: nei fumetti Ben Reilly era infatti il clone di Peter Parker creato durante la famigerata Clone Saga degli anni ’90, diventato poi Scarlet Spider e persino Spider-Man in alcune storyline. Il fatto che la serie utilizzi proprio quel nome non sembra affatto casuale.

Spider-Noir usa il nome Ben Reilly per allontanarsi dall’immagine classica di Peter Parker

Cortesia Prime Video

La scelta di chiamare il personaggio Ben Reilly sembra avere una funzione molto precisa: prendere le distanze dall’idea tradizionale di Peter Parker senza però eliminarla del tutto. La serie suggerisce infatti che “Ben Reilly” non sia nemmeno il vero nome del protagonista, ma soltanto un alias scelto dopo la guerra e dopo l’acquisizione dei suoi poteri.

Questo dettaglio è fondamentale perché permette agli autori di giocare contemporaneamente su due livelli. Da una parte, Spider-Noir può essere percepito come una variante molto più oscura e traumatizzata di Spider-Man. Dall’altra, il fatto che il vero nome non venga mai rivelato lascia chiaramente intendere che dietro Ben Reilly possa comunque nascondersi una versione alternativa di Peter Parker.

La serie sembra infatti costruire il personaggio come un uomo che ha quasi perso la propria umanità. A differenza degli Spider-Man tradizionali, questo Noir non sviluppa immediatamente un’identità eroica. Dopo essere stato morso da un ibrido uomo-ragno durante la Prima Guerra Mondiale, il personaggio lotta continuamente contro impulsi sempre più animaleschi e violenti.

Uno degli aspetti più affascinanti della serie è proprio il modo in cui Ben Reilly cerca di “reimparare” a essere umano studiando i film e imitando gli attori del cinema classico. È una trovata molto diversa rispetto alle classiche origini di Spider-Man e rende questa incarnazione molto più vicina a una creatura noir tragica che a un supereroe tradizionale.

La serie sembra voler separare lo Spider-Noir live-action da quello dello Spider-Verse

Spider-Noir BN

Un altro elemento importante riguarda il rapporto con i film animati dello Spider-Verse, dove Nicolas Cage aveva già interpretato Spider-Man Noir. Molti fan si aspettavano infatti che la serie live-action fosse collegata direttamente ai film animati di Phil Lord e Christopher Miller.

Ma i primi episodi sembrano suggerire il contrario. Il nuovo Spider-Noir appare completamente ignaro dell’esistenza del multiverso e delle altre varianti di Spider-Man. In una battuta chiave, il personaggio afferma addirittura di conoscere soltanto il proprio universo, lasciando intendere che questa versione non abbia mai vissuto gli eventi dello Spider-Verse.

Questo potrebbe significare due cose. O la serie rappresenta una fase precedente della timeline del Noir animato, oppure Sony ha deciso deliberatamente di creare una versione totalmente nuova del personaggio per dare maggiore libertà narrativa alla serie live-action.

Ed è probabilmente questa la spiegazione più plausibile. Spider-Noir sembra infatti molto meno interessata al multiverso rispetto agli altri recenti progetti Marvel. La serie punta invece tutto sull’atmosfera pulp, sul noir investigativo e sull’idea di uno Spider-Man profondamente segnato dalla guerra, dalla perdita e dalla violenza.

Nicolas Cage sta interpretando lo Spider-Man più strano e disturbante mai visto in live-action

Spider-Noir
Cortesia Prime Video

Il risultato finale è forse una delle reinterpretazioni più radicali mai fatte del personaggio Marvel. Questo Spider-Noir non è l’eroe brillante e idealista tipico di Peter Parker, ma un uomo spezzato che lotta continuamente contro la propria natura.

Ed è proprio qui che il nome Ben Reilly assume un significato simbolico molto interessante. Nei fumetti Ben è sempre stato il “doppio” imperfetto di Peter Parker, una figura costruita attorno alla crisi d’identità e alla sensazione di non appartenere davvero a nessun posto. La serie sembra usare quel nome per raccontare uno Spider-Man che ha perso completamente il senso della propria identità originaria.

Che sia davvero Peter Parker oppure no, il punto centrale sembra un altro: Spider-Noir vuole raccontare cosa succede quando il mito di Spider-Man viene immerso dentro un universo dominato dal trauma, dalla paranoia e dalla disillusione.

E il fatto che Nicolas Cage riesca a rendere tutto questo incredibilmente credibile è probabilmente la cosa più sorprendente dell’intera serie.

Shahrbanoo Sadat, regista e interprete di No Good Men, racconta il suo film

Presentato alla 76ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, No Good Men (leggi la nostra recensione) di Shahrbanoo Sadat è un film intenso e profondamente umano. Ambientato nell’Afghanistan del 2021, poco prima del ritorno dei Talebani, il film segue Naru, camerawoman di una televisione locale, donna e madre che cerca di sopravvivere all’interno di una società profondamente patriarcale. Basato anche sulle testimonianze reali del giornalista Anwar Hashimi – che nel film interpreta Qodrat – No Good Men intreccia autobiografia, denuncia politica e racconto intimo, restituendo uno sguardo autentico e doloroso sull’Afghanistan contemporaneo. Abbiamo incontrato Shahrbanoo Sadat, regista e protagonista, per parlare del film, della rappresentazione delle donne afghane e del significato di raccontare oggi questa realtà attraverso il cinema.

Dentro No Good Men: memoria e realtà afghana

No Good Men nasce anche dalle testimonianze reali di Anwar Hashimi, che nel film interpreta Qodrat. Come avete trasformato esperienze personali così forti in un racconto cinematografico mantenendone l’autenticità?

Molti elementi della sceneggiatura derivano direttamente dalla vita reale. Alcune esperienze appartengono a me, altre a mia madre, alle mie sorelle, alle mie amiche. Per me era importante costruire il film a partire da una prospettiva femminile molto concreta e vissuta. Allo stesso tempo c’era il punto di vista di Anwar, che lavorava davvero – come me – nella televisione afghana e che nel film aggiunge il suo sguardo maschile sulla realtà che ci circondava. Abbiamo raccolto ricordi, episodi e testimonianze anche dai colleghi che conoscevamo entrambi e con cui avevamo lavorato nella stessa emittente. Tutto nasce da esperienze autentiche.

Quanto era importante restituire la complessità dell’Afghanistan, evitando una rappresentazione monolitica e semplificata del Paese?

All’inizio il mio desiderio era semplicemente raccontare una storia d’amore nella Kabul contemporanea. Poi, un anno dopo, tutto è cambiato e io stessa sono stata evacuata. Molte persone oggi idealizzano quel periodo e dicono che siano stati i Talebani a togliere libertà alle donne. Ma i Talebani hanno semplicemente portato il patriarcato a un altro livello. Per molte donne, quelle limitazioni esistevano già nella vita quotidiana. I Talebani non sono qualcosa di totalmente separato dalla società: sono il risultato di una cultura patriarcale che era già presente.

No Good Men
© Virginie Surdej

Dopo aver realizzato questo film, sente una responsabilità particolare nel continuare a raccontare storie legate alla condizione femminile e alla realtà afghana contemporanea?

Sto ancora cercando di capire quale sarà il mio percorso. Prima stavo lavorando a diversi film, una pentalogia, ma oggi sono più esitante. Mi sento una sopravvissuta, e al contrario di altre donne afghane posso parlare inglese, posso comunicare con il resto del mondo e ho una piattaforma che posso usare. Tutto questo inevitabilmente mi fa sentire una responsabilità: forse è arrivato il momento di accettarla per davvero.

Naru lavora come camerawoman in una televisione locale: una figura molto forte anche simbolicamente. È stata una scelta pensata per sottolineare uno sguardo femminile sulla realtà?

Mi piace molto questa interpretazione, anche se non era nata esattamente da quell’idea. Volevo che Naru lavorasse in televisione perché è un ambiente che conosco bene. Io ero una producer, un lavoro molto più noioso, ma quando lavoravo nella tv afghana c’era una sola camerawoman, e mi colpiva profondamente: portava questa enorme videocamera sulle spalle, si rifiutava di indossare il velo e aveva una grande forza di carattere. È stata lei a ispirarmi per il personaggio di Naru.

In No Good Men compare il primo bacio mostrato nel cinema afghano. Sappiamo che è stato difficile trovare un’interprete disposta a girare quella scena. Quale significato aveva per lei inserirla nel film?

Quella scena mi terrorizzava. Quando l’ho scritta mi sembrava una scelta bellissima, ma poi ho iniziato a chiedermi quali potessero essere le conseguenze. Avevo paura che gli attori lasciassero il set o che nessuno volesse davvero girarla. A un certo punto l’attrice scelta inizialmente per interpretare Naru si è tirata indietro proprio a causa di quella scena, e così ho deciso di interpretare io stessa il personaggio.

È stato molto difficile. Ma sul set è successo qualcosa di particolare: tutti erano ancora profondamente traumatizzati dall’esperienza dell’evacuazione e da ciò che avevano vissuto. Rivivere quel momento ha fatto passare il bacio in secondo piano, perché ognuno era immerso nelle proprie emozioni. E poi, quando il film è stato proiettato a Berlino, quella scena è stata accolta con entusiasmo da tutto il cast.

Qual è stata la scena più difficile da girare, anche dal punto di vista emotivo e personale?

Se dovessi indicarne una in particolare, direi la prima: il primo giorno di riprese, quando ho comunicato alla troupe che sarei stata io a interpretare la protagonista. Quel giorno ho girato la scena in cui Naru va a parlare con il comandante, ed è stato un momento estremamente complesso e carico di tensione emotiva. Non avevo ancora trovato un vero equilibrio, un “grounding” nel personaggio.

No Good MenDall’Aghanistan alla Germania, con uno sguardo al futuro

Essere lontana dall’Afghanistan e vivere oggi in Germania ha cambiato il suo sguardo da regista?

Innanzitutto, parte della mia famiglia – i miei zii, i miei cugini – vive ancora in Afghanistan. Poi, più della Germania, credo che sia stato soprattutto il cinema a cambiare la mia vita: sono immersa nel mondo del cinema da quando ho diciannove anni. Però sicuramente vivere ad Amburgo mi ha permesso di prendere la giusta distanza: quando ero in Afghanistan ero troppo vicina a tutto – al trauma, al caos, alla sofferenza quotidiana. Oggi riesco a osservare le cose in modo diverso.

È cambiato anche il mio modo di percepirmi donna, forse semplicemente perché sono cresciuta. Quando sono arrivata in Germania avevo trent’anni, oggi ne ho trentacinque. No Good Men mi ha dato il tempo e gli strumenti per capire davvero chi sono, e per questo sento di dover ringraziare tutte le donne che hanno attraversato la mia vita, e tutte quelle che mi hanno preceduto. È anche grazie a loro se oggi sono qui, a parlare con voi. 

Una recente legge del governo talebano ha riaperto il dibattito sui matrimoni tra bambine e uomini adulti. Come reagisce davanti a notizie di questo tipo?

La verità è che questo tipo di abusi esiste da sempre, oggi vengono semplicemente formalizzati e trasformati in legge. I Talebani usano spesso queste norme come strumenti politici, quasi come una moneta di scambio per ottenere riconoscimento internazionale: se riconoscete il nostro governo, noi ritiriamo questa legge. Ma il problema non riguarda soltanto le leggi, riguarda una cultura patriarcale molto più profonda e radicata.

C’è ancora spazio per l’ottimismo rispetto al futuro dell’Afghanistan?

Credo che il regime talebano finirà prima o poi, ma la vera domanda è cosa arriverà dopo. Oggi l’Afghanistan è un Paese estremamente fragile, in cui si stanno concentrando diversi gruppi estremisti. Eppure vedo anche piccoli segnali di cambiamento. Grazie alla tecnologia oggi esiste una consapevolezza molto più ampia sulla condizione delle donne afghane. Il cambiamento è lento, lentissimo, ma credo che qualcosa si stia comunque muovendo.

Gli Anelli del Potere – stagione 4: il destino sembra già deciso prima dell’uscita della stagione 3

0

Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere potrebbe essere molto più vicina alla stagione 4 di quanto sembri. Secondo un nuovo report di The Hollywood Reporter, Prime Video starebbe già pianificando l’avvio della produzione del quarto capitolo all’inizio del 2027, con la pre-produzione prevista già per l’autunno di quest’anno.

Anche se Amazon non ha ancora annunciato ufficialmente il rinnovo, il fatto che il progetto si trovi già in una fase così avanzata conferma chiaramente la volontà dello studio di portare avanti il piano originale da cinque stagioni immaginato fin dall’inizio per la serie fantasy ambientata nella Seconda Era della Terra di Mezzo.

La notizia arriva pochi mesi prima del debutto della stagione 3, previsto per novembre su Prime Video. I nuovi episodi segneranno un punto cruciale nella narrazione, portando finalmente la serie nel pieno della guerra tra gli Elfi e Sauron e mostrando la creazione dell’Unico Anello. Secondo la sinossi ufficiale, la stagione farà anche un salto temporale di diversi anni rispetto agli eventi del finale della seconda stagione.

Amazon continua a trattare Gli Anelli del Potere come il progetto fantasy più importante della piattaforma

Il possibile anticipo della stagione 4 è particolarmente significativo perché dimostra quanto Amazon continui a credere nel progetto nonostante le discussioni molto divisive che hanno accompagnato la serie sin dal debutto.

Gli Anelli del Potere rimane infatti una delle produzioni televisive più costose mai realizzate, ma anche uno dei pilastri strategici di Prime Video nella guerra dello streaming. E proprio per questo Amazon sembra voler evitare pause troppo lunghe tra una stagione e l’altra, cercando di mantenere costante la presenza del franchise nel panorama fantasy globale.

La stagione 3 rappresenterà inoltre il vero cuore narrativo dell’intera saga televisiva. Dopo due stagioni principalmente dedicate alla costruzione del mondo e dei personaggi, i nuovi episodi entreranno finalmente nella fase più iconica della Seconda Era, con Sauron ormai pienamente attivo e il conflitto che inizierà a coinvolgere tutta la Terra di Mezzo.

Questo significa anche che le stagioni 4 e 5 potrebbero diventare molto più spettacolari e più vicine all’immaginario epico associato tradizionalmente a The Lord of the Rings. Amazon sembra aver compreso che la vera sfida della serie non è soltanto adattare Tolkien, ma riuscire a costruire un racconto fantasy seriale che possa sostenere il confronto con il peso culturale delle trilogie cinematografiche di Peter Jackson.

Nel frattempo il franchise della Terra di Mezzo continuerà ad espandersi anche al cinema. Nel 2027 arriverà infatti The Hunt for Gollum diretto e interpretato da Andy Serkis, primo nuovo film live-action del franchise dopo la trilogia de Lo Hobbit.

La sensazione è quindi che Amazon e Warner Bros. stiano preparando un ritorno massiccio e coordinato dell’universo di Tolkien nei prossimi anni. E il fatto che Gli Anelli del Potere abbia già apparentemente assicurato il proprio futuro oltre la stagione 3 dimostra quanto la piattaforma consideri ancora la serie centrale per questa strategia.

Tom Hardy al centro dello scandalo MobLand: un report parla di comportamenti “suicidi per la carriera” sul set della stagione 2

0

Tom Hardy sarebbe finito al centro di forti tensioni durante le riprese della seconda stagione diMobLand. Un nuovo report pubblicato da The Hollywood Reporter sostiene infatti che l’attore avrebbe avuto comportamenti problematici sul set, arrivando a lasciare il cast in attesa per ore e scontrandosi con parte della produzione creativa della serie.

Secondo una fonte citata dal magazine, Hardy avrebbe “rifiutato di uscire dal trailer per ore” durante le riprese della stagione 2, causando ritardi e tensioni con colleghi e produzione. La stessa fonte ha definito il comportamento dell’attore un vero e proprio “power play”, aggiungendo che far aspettare interpreti come Pierce Brosnan e Helen Mirren potrebbe rappresentare una sorta di “suicidio professionale” per chiunque a Hollywood.

Il report parla inoltre di attriti tra Hardy e lo sceneggiatore/produttore esecutivo Jez Butterworth, con l’attore che avrebbe tentato di modificare alcune parti delle sceneggiature durante la produzione. Per ora né Paramount+ né Hardy hanno commentato ufficialmente la vicenda.

Le accuse contro Tom Hardy riaprono un dibattito che Hollywood conosce da anni

Tom Hardy in MobLand
Cortesia © Paramount+

Le nuove indiscrezioni su MobLand stanno facendo molto rumore soprattutto perché non sono le prime voci legate al comportamento di Tom Hardy sui set cinematografici. Negli anni passati diversi collaboratori avevano già raccontato episodi simili durante produzioni particolarmente complicate come Mad Max: Fury Road.

Lo stesso regista George Miller aveva ammesso in passato che Hardy tendeva spesso a isolarsi nel camerino durante le riprese del film, mentre Patrick Stewart aveva raccontato un atteggiamento molto distante dell’attore già ai tempi di Star Trek: Nemesis.

Quello che rende però più delicata la situazione di MobLand è il contesto produttivo. La serie crime di Paramount+ è stata infatti uno dei successi più importanti recenti della piattaforma, con ottimi numeri di visualizzazione e recensioni generalmente positive. La stagione 2 è già stata completata, mentre una terza stagione sarebbe nelle primissime fasi di sviluppo.

E proprio qui nasce il vero problema: se le tensioni dietro le quinte dovessero peggiorare, Paramount potrebbe trovarsi davanti a una situazione molto complicata. Hardy non è soltanto il protagonista della serie, ma anche uno dei suoi principali volti promozionali e produttivi. Allo stesso tempo, MobLand esiste grazie a un ensemble di alto livello che include Pierce Brosnan, Helen Mirren, Paddy Considine e numerosi altri interpreti di peso.

Il rischio è quindi che la situazione finisca per influenzare direttamente il futuro creativo della serie. Hollywood tende infatti a tollerare personalità difficili soltanto finché continuano a garantire risultati enormi. Ma oggi l’industria è molto più sensibile rispetto al passato ai problemi legati ai comportamenti sui set, soprattutto nelle produzioni seriali dove la collaborazione tra cast e troupe dura mesi o anni.

Per ora resta impossibile capire quanto ci sia di confermato dietro il report di THR. Ma una cosa appare chiara: la seconda stagione di MobLand potrebbe arrivare accompagnata da un clima molto più teso di quanto Paramount avrebbe probabilmente voluto.

No Good Men, recensione del film di Shahrbanoo Sadat

No Good Men, recensione del film di Shahrbanoo Sadat

Presentato come film d’apertura alla 76ª edizione del Festival di Berlino, No Good Men di Shahrbanoo Sadat è un’opera che colpisce con una forza rara, capace di intrecciare il racconto personale con la tragedia collettiva di un Paese sull’orlo del precipizio. Ambientato nell’Afghanistan del 2021, poco prima del ritorno dei Talebani, il film è ispirato alle memorie del giornalista Anwar Hashimi, che interpreta una versione di se stesso: Qodrat, volto noto di Kabul News e figura centrale di una narrazione che osserva il caos politico e sociale attraverso gli occhi di chi lo vive quotidianamente.

Ma il vero cuore della pellicola è Naru, interpretata dalla stessa Sadat: una camerawoman determinata, madre del piccolo Liam e donna costretta a sopravvivere in una società profondamente patriarcale. Attraverso di lei, No Good Men diventa molto più di un film politico o storico. È il ritratto di una donna che cerca disperatamente di ritagliarsi uno spazio di libertà in un mondo dominato dagli uomini.

Una protagonista femminile straordinaria

Naru è uno dei personaggi femminili più intensi e autentici visti recentemente al cinema. Non è costruita come un’eroina perfetta né come una vittima passiva: è una donna reale, piena di rabbia, fragilità e desiderio di emancipazione. È fuggita da un matrimonio infelice, cerca di crescere suo figlio con amore e dignità e allo stesso tempo combatte ogni giorno contro un sistema che la considera inferiore.

La forza del personaggio sta proprio nella sua normalità. Naru lavora, corre, affronta pericoli, si occupa del figlio, prova paura e stanchezza. Eppure continua a resistere. Sadat riesce a darle una presenza scenica potentissima senza bisogno di trasformarla in simbolo astratto. Ogni gesto, ogni silenzio e ogni sguardo raccontano il peso di una condizione femminile soffocante.

Il titolo del film, No Good Men, diventa progressivamente una dichiarazione amara e radicale. Nel mondo raccontato dalla regista non sembrano esistere uomini capaci di amare davvero o rispettare le donne. Gli uomini picchiano, controllano, umiliano, decidono. Le donne vengono trattate come proprietà, private della libertà emotiva e personale. Una visione estremamente dura, che però la pellicola restituisce senza retorica e senza forzature.

No Good MenIl ritratto di un Paese sull’orlo del collasso

Uno degli elementi più impressionanti dell’opera è il modo in cui riesce a catturare la sensazione di instabilità continua che attraversava l’Afghanistan in vista dell’arrivo dei Talebani. Le strade di Kabul, gli uffici dell’informazione, i rumori della guerra imminente: tutto appare vivo, urgente, autentico. Sadat costruisce un racconto che sembra quasi documentaristico, capace di immergere completamente lo spettatore nella realtà quotidiana dei personaggi.

La tensione politica rimane costante per tutta la durata del film, ma non diventa mai il solo centro della narrazione. Ciò che interessa davvero alla regista è mostrare come la violenza del contesto finisca inevitabilmente per infiltrarsi nelle relazioni personali, nei rapporti familiari e nella vita delle donne. La paura non è soltanto quella delle esplosioni o della guerra: è anche quella domestica, silenziosa, quotidiana.

No Good Men diventa così un testamento dell’Afghanistan pre-talebano, prima dell’esodo di tanti afghani, ma anche il racconto universale di tutte le società in cui il patriarcato continua a soffocare la libertà femminile.

Una regia asciutta e senza compromessi

Shahrbanoo Sadat sceglie una regia diretta, essenziale, quasi ruvida. Non cerca mai l’estetizzazione del dolore né la spettacolarizzazione della tragedia. Gli spari, la distruzione, il caos e la rabbia vengono mostrati in modo netto, senza filtri e senza musica manipolatoria. Questa scelta rende il film ancora più potente, perché ogni scena sembra accadere davanti agli occhi dello spettatore con una sincerità quasi brutale.

Anche nei momenti più duri, però, il film riesce a mantenere una straordinaria umanità. Il rapporto tra Naru e il piccolo Liam regala alcune delle scene più emozionanti della pellicola. In mezzo al disastro e alla paura, resta spazio per l’amore materno, per l’amicizia, per i sorrisi improvvisi e per piccoli frammenti di normalità che rendono tutto ancora più commovente.

La sceneggiatura evita facili moralismi e lascia parlare soprattutto i personaggi e le situazioni. Non ci sono grandi monologhi o spiegazioni didascaliche: il film si costruisce attraverso dettagli, tensioni e momenti quotidiani che finiscono per avere un impatto devastante.

No Good Men
© Virginie Surdej

No Good Men: un film che lascia il segno

La forza di No Good Men sta nel rimanere impresso allo spettatore anche dopo la fine della proiezione. È uno di quei lungometraggi che non si limitano a raccontare una storia, ma restituiscono una sensazione fisica di inquietudine, rabbia e impotenza. Sadat firma un’opera profondamente personale che, partendo dall’esperienza individuale, si allarga a una riflessione collettiva sulla condizione femminile e sulla violenza sistemica.

Le emozioni di Naru e del giornalista Qodrat avvolgono lo spettatore in un racconto vivido e credibile, rendendo ancora più evidente la portata di ciò che viene messo in scena. Il film scorre con naturalezza nonostante la durezza dei temi affrontati: alterna momenti di tensione, commozione e improvvisi squarci di quotidianità che ne amplificano l’impatto. Colpisce, emoziona e costringe a confrontarsi con una realtà troppo spesso filtrata solo attraverso notizie e immagini di conflitto.

No Good Men è il cinema di cui abbiamo bisogno, sincero e coraggioso. Un’opera che denuncia senza diventare manifesto, che emoziona senza manipolare e che restituisce voce a chi troppo spesso è stata costretta al silenzio. Un film intenso e doloroso, destinato a lasciare un segno profondo.

Il regno di Kensuke, recensione: un’avventura delicata e poetica che sembra arrivare da un altro tempo

0

In un panorama animato dominato da battute iperattive, animali parlanti trasformati e bombardamenti di colori digitali, Il regno di Kensuke sembra quasi un oggetto fuori dal tempo. E forse è proprio questo il suo più grande punto di forza. Il film diretto da Neil Boyle e Kirk Hendry, tratto dal celebre romanzo di Michael Morpurgo e adattato da Frank Cottrell-Boyce, recupera il fascino delle avventure per ragazzi di una volta fatte di esplorazione, silenzi, natura e crescita personale.

fffLa storia segue Michael, un ragazzino trascinato dai suoi genitori in un improbabile viaggio in barca intorno al mondo. Un’idea che oggi farebbe probabilmente impazzire qualsiasi assistente sociale, ma che il film tratta con quello spirito ingenuamente romantico tipico dei racconti d’avventura britannici vecchio stile. All’inizio è tutto entusiasmo e libertà, con il mare aperto davanti e la sensazione di vivere qualcosa di straordinario. Poi arriva la tempesta. Michael e il suo cane Stella Artois finiscono dispersi in mare e si risvegliano su un’isola apparentemente deserta. Ma a questo punto il film cambia pelle.

Kensuke e il cuore silenzioso del film

Sull’isola vive Kensuke, un anziano giapponese naufragato lì decenni prima. È lui a salvare Michael dalla fame e dalla disperazione, costruendo lentamente con il ragazzo un rapporto fatto più di gesti e osservazione che di parole. Il regno di Kensuke trova la sua anima proprio in questa relazione. Il film sceglie la contemplazione, lasciando che siano la natura, gli animali e i piccoli dettagli quotidiani a raccontare il legame tra i due protagonisti.

Kensuke insegna a Michael come sopravvivere, come rispettare l’isola e soprattutto come guardare davvero il mondo che lo circonda. Gli animali diventano parte integrante della narrazione, non semplici mascotte comiche. La foresta, il mare e la fauna locale vengono animati con una delicatezza quasi pittorica che restituisce un senso autentico di meraviglia. In tempi in cui molti film per famiglie sembrano avere paura del silenzio, Il regno di Kensuke osa rallentare, trovando così la sua vera forza.

Un’animazione elegante che rifiuta il caos moderno

Il regno di Kensuke - film 2026
Il regno di Kensuke – Cortesia di Movie Inspire

Dal punto di vista visivo, il film è splendido nella sua semplicità. Lupus Films realizza un’animazione tradizionale raffinata, calda, profondamente artigianale, puntando sull’atmosfera. Ogni scena sembra disegnata per trasmettere calma, malinconia o stupore. I paesaggi tropicali hanno una morbidezza quasi acquerellata, mentre gli animali vengono animati con una grazia incredibilmente naturale. È uno stile che richiama un certo cinema animato europeo e giapponese più contemplativo, lontanissimo dal ritmo isterico delle grandi produzioni mainstream contemporanee.

Anche la colonna sonora orchestrale di Stuart Hancock contribuisce enormemente all’immersione. Le musiche accompagnano il viaggio con un senso di avventura classica che richiama i grandi racconti per ragazzi del passato, quelli che profumavano di mappe, tempeste e isole misteriose.

E poi c’è il modo in cui il film affronta il trauma della guerra attraverso Kensuke. Senza mai diventare esplicito o traumatico, Il regno di Kensuke riesce a evocare il dolore di Nagasaki con immagini semplici ma potentissime. Un’inchiostrazione improvvisa, una macchia nera che invade lo schermo, basta a suggerire devastazione, perdita e memoria. È un momento delicato e intelligentissimo, soprattutto considerando il pubblico giovane a cui il film si rivolge.

Un film per bambini o soprattutto per adulti?

Il regno di Kensuke è un film che molti genitori ameranno profondamente. Ma non è detto che conquisti allo stesso modo tutti i bambini cresciuti nell’era di TikTok, Marvel e Pixar. Manca volutamente quell’umorismo continuo che oggi domina gran parte dell’animazione mainstream. Gli animali non fanno gag ogni trenta secondi. Non ci sono tormentoni costruiti per diventare virali. Non esistono personaggi “adorabilmente pazzi” pronti a rubare la scena.

Il film chiede attenzione, pazienza e partecipazione emotiva. Qualità che alcuni spettatori più giovani potrebbero trovare difficili da mantenere davanti a una narrazione così calma e misurata. Il regno di Kensuke rivendica con orgoglio il diritto di essere diverso. È un racconto che parla ai ragazzi senza trattarli come incapaci di affrontare temi complessi come la solitudine, il lutto, la guerra o il rapporto con la natura.

Il regno di Kensuke è un piccolo gioiello fuori dal tempo

Il regno di Kensuke non urla mai per attirare l’attenzione ma preferisce costruire lentamente un legame emotivo sincero, fatto di silenzi, paesaggi e piccoli gesti umani. È un film profondamente gentile, nel senso migliore del termine. E proprio per questo potrebbe passare inosservato in un mercato che premia soprattutto il rumore e la velocità.

Ma chi saprà entrare nel suo ritmo troverà un’avventura toccante, intelligente e visivamente splendida. Un’opera che guarda al passato senza sembrare antiquata, e che riesce ancora a credere nella capacità dei racconti di formazione di parlare davvero a tutte le età. Un film che resta addosso con delicatezza, come il ricordo di un’estate lontana o di un libro letto da bambini sotto le coperte.

Che età ha Pip rispetto a Emma Myers in Come uccidono le brave ragazze 2?

0

Tra Mercoledì e Come uccidono le brave ragazze 2. Emma Myers è la regina delle serie per adolescenti di Netflix, tanto che molti spettatori si chiedono quanti anni abbia rispetto ai suoi personaggi. Myers torna a guidare il cast della seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze, riprendendo il ruolo della giovane detective Pippa “Pip” Fitz-Amobi.

Pip è riuscita a ottenere giustizia per Andie Bell e Salil Singh alla fine della prima stagione di Come uccidono le brave ragazze, e ora è chiamata a risolvere un altro mistero nella seconda stagione. Nella seconda stagione, Jamie Reynolds, il fratello maggiore dell’amico di Pip, Connor, scompare poco prima di dover testimoniare contro Max Hastings, sotto processo per i crimini commessi nella prima stagione.

Pip si dimostra piuttosto matura in entrambe le stagioni di Come uccidono le brave ragazze , essendo coinvolta in misteri ben più grandi di lei. Conducono anche in luoghi oscuri in cui gli adolescenti probabilmente non dovrebbero andare, il che fa dimenticare facilmente che Pip è troppo giovane per indagare su crimini così sinistri.

Pip ha 18 anni nella seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze

pip in Come uccidono le brave ragazze 2

Nella prima stagione di Come uccidono le brave ragazze, Pip ha 17 anni e sta frequentando l’Extended Project Qualification (EPQ), un corso avanzato in Inghilterra che permette agli studenti di prepararsi per l’università e per la carriera. La serie Netflix mostra Pip prepararsi per l’università anche in altri modi, come ad esempio simulando un colloquio per l’Università di Cambridge. Sebbene l’età di Pip non sia così evidente quando si dedica alle indagini, è palese nelle numerose scene ambientate al liceo.

Nella seconda stagione, Pip ha ormai 18 anni ed è ufficialmente maggiorenne. Frequenta il dodicesimo o tredicesimo anno di scuola (l’equivalente britannico dell’ultimo anno di liceo negli Stati Uniti) e vive con i genitori, che cercano di darle più libertà e spazio. Più grande di un anno rispetto alla prima stagione, Pip ha acquisito maggiore sicurezza, soprattutto quando si rivolge a figure autoritarie. Tuttavia, nonostante le sue capacità, le forti emozioni legate al caso della scomparsa di Jamie e al processo di Max la mettono a dura prova e, alla sua giovane età, Pip non è ancora del tutto preparata ad affrontarle.

Emma Myers aveva 23 anni quando è stata girata la seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze

Myers ha l’età perfetta per interpretare Pip in Come uccidono le brave ragazze, dato che è lei stessa una giovane adulta. Sebbene Myers non abbia la stessa età di Pip, è solo di qualche anno più grande. La star di “Wednesday” aveva 21 anni quando ha girato la prima stagione dell’adattamento Netflix e 23 quando è stata girata la seconda stagione di “A Good Girl’s Guide to Murder” nella primavera del 2025 (secondo il Somerset County Gazette). Questo significa che Myers ha 4-5 anni più del suo personaggio.

Considerata la vicinanza d’età tra Myers e Pip, l’attrice potrebbe facilmente tornare per la terza stagione di Come uccidono le brave ragazze se Netflix desse il via libera alla produzione. Esiste un altro libro della serie young adult di Holly Jackson, quindi la piattaforma di streaming potrebbe continuare la storia di Pip se lo desiderasse. Dato che Pip crescerà nel suo mondo immaginario, è logico che appaia un po’ più grande. Myers non sarà così avanti in termini di età, quindi potrebbe riprendere il ruolo se necessario. Speriamo di avere l’opportunità di vederla di più in Come uccidono le brave ragazze .

Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3 si farà? tutto quello che c’è da sapere

Adulti e adolescenti si sono innamorati di Pip Fitz-Amobi (Emma Myers) quando Come uccidono le brave ragazze (A Good Girl’s Guide To Murder) ha fatto il suo debutto sullo schermo nell’estate del 2024. Prima di allora, era un romanzo di Holly Jackson, il suo esordio, pubblicato nel 2019.

La serie è incentrata sull’EPQ di Pip, un percorso di studio autogestito, simile al diploma di maturità, che di solito approfondisce un argomento legato alla materia scelta, come geografia o biologia. Ma, in seguito alla morte di una studentessa locale avvenuta cinque anni prima, Pip si discosta un po’ dal percorso prestabilito, avviando una sua personale indagine sul misterioso caso. Come afferma il co-protagonista Henry Ashton, che interpreta Max: “È pieno di colpi di scena e ti tiene con il fiato sospeso dall’inizio alla fine”. Se vi piacciono i true crime, allora lo adorerete!

La scorsa settimana, l’attesissima seconda stagione è approdata su BBC iPlayer e Netflix in tutto il mondo, riportandoci a Little Kilton, dove Pip si trova ad affrontare un nuovo mistero – e un nuovo modo di fare. Quando un’altra adolescente scompare proprio la stessa notte in cui si tiene una commemorazione per il sesto anniversario della morte di Andie e del suo ragazzo Sal, Pip passa dalla scrittura al podcast, lanciandone uno per indagare sul caso.

Come la prima stagione, è basata su un libro di Jackson – questa volta Good Girl, Bad Blood (2020). Ma cosa riserva il futuro a Come uccidono le brave ragazze? Ecco cosa sappiamo.

Una terza stagione di Come uccidono le brave ragazze si farà?

Sebbene non ci siano ancora notizie ufficiali da Netflix o dalla BBC, pensiamo che una terza stagione di A Good Girl’s Guide To Murder sia praticamente certa. Questo perché i romanzi di Jackson formano una trilogia: il primo è A Good Girl’s Guide To Murder, il secondo è Good Girl, Bad Blood e il terzo è As Good as Dead, pubblicato nel 2021.

Dopo l’enorme successo della prima stagione, era perfettamente logico che la BBC e Netflix collaborassero nuovamente per riportare Pip e Little Kilton sul piccolo schermo. Nel Regno Unito, Come uccidono le brave ragazze era disponibile gratuitamente sulla BBC, dove è diventato uno dei titoli più visti su iPlayer tra i giovani dai 16 ai 24 anni. Negli Stati Uniti era disponibile su Netflix, dove ha raggiunto la vetta delle classifiche televisive. Con la seconda stagione disponibile in streaming da poco più di una settimana, immaginiamo che i vertici stiano valutando i dati prima di dare ufficialmente il via libera alla terza stagione.

Cosa succederà in Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3?

Dato che la serie è basata su una trilogia di romanzi, sappiamo già cosa ci riserverà la terza stagione di A Good Girl’s Guide to Murder… All’inizio di As Good As Dead, la diciottenne Pip sta per andare all’università (a Cambridge, per la precisione). Ma dopo che il suo podcast di true crime è diventato virale, non riesce a togliersi dalla testa alcuni commenti offensivi. Uno in particolare la tormenta: una persona anonima che continua a chiederle: “Chi ti cercherà quando sarai tu a scomparire?”.

Con l’aumentare delle minacce, Pip si rende conto di essere pedinata nella vita reale. E notando delle connessioni tra il suo stalker e un serial killer locale arrestato sei anni prima, inizia a chiedersi se dietro le sbarre ci sia davvero l’uomo giusto. Ne consegue un letale gioco del gatto e del topo, in cui Pip si rende conto di una verità inquietante: deve trovare il colpevole da sola, o diventerà la prossima vittima.

La stagione 3 potrebbe adattare il libro più oscuro dell’intera saga di Holly Jackson

Se Netflix confermerà la stagione 3, i nuovi episodi dovrebbero adattare As Good As Dead, considerato da molti lettori il capitolo più duro e psicologicamente intenso della trilogia.

A differenza delle prime due stagioni, la storia non sarebbe più costruita soltanto attorno a un mistero scolastico o a una scomparsa. Il terzo libro porta infatti Pip verso una dimensione molto più paranoica, traumatica e moralmente ambigua, mostrando quanto gli eventi delle precedenti indagini abbiano ormai distrutto il suo equilibrio emotivo.

Ed è proprio questo che potrebbe cambiare completamente il tono della serie Netflix. Già la stagione 2 mostrava una Pip molto più ossessiva, isolata e consumata dalla ricerca della verità. Una terza stagione potrebbe quindi trasformare definitivamente Come uccidono le brave ragazze da teen mystery a thriller psicologico puro.

C’è però anche un altro elemento importante: il tempo. La produzione delle prime due stagioni ha richiesto pause abbastanza lunghe, e il cast giovane sta crescendo rapidamente. Netflix dovrà quindi decidere abbastanza presto se proseguire per evitare un distacco troppo evidente rispetto all’età originale dei personaggi, un problema già affrontato da molte serie YA contemporanee.

Il cast di Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3

Se Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3 otterrà il via libera, ci aspettiamo che Emma Myers torni a interpretare il ruolo principale di Pip. Nonostante interpreti una curiosa ragazza inglese di una piccola cittadina rurale, Myers è in realtà americana, nota soprattutto per il ruolo della licantropa adolescente Enid Sinclair nella serie Netflix “Wednesday” (2022-oggi).

Ci aspettiamo anche che Zain Iqbal si unisca al cast nel ruolo del suo fidanzato Ravi Singh, insieme a Henry Ashton nei panni di Max Hastings, Jude Morgan-Collie in quelli di Connor Reynolds, Asha Banks in quelli di Cara Ward e Yali Topol Margalith in quelli di Lauren Gibson.

Per quanto riguarda i genitori, ci aspettiamo che Anna Maxwell Martin torni a interpretare la madre di Pip, Leanne, e Gary Beadle in quelli del padre, Victor.

Data di uscita potenziale di Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3

Se Come uccidono le brave ragazze – Stagione 3 otterrà il via libera, la data di uscita dipenderà dagli impegni di Myers con l’altro progetto Netflix, Mercoledì, attualmente in fase di riprese in Europa e previsto per l’estate 2027.

La prima stagione di A Good Girl’s Guide to Murder è stata lanciata nell’estate del 2024, seguita dalla seconda nella primavera del 2026. La data di uscita più probabile è la prima metà del 2028. utti gli episodi di A Good Girl’s Guide to Murder sono disponibili in streaming su BBC iPlayer nel Regno Unito e su Netflix in tutto il mondo.

Pressure debutta con un ottimo punteggio su Rotten Tomatoes: il nuovo film con Brendan Fraser convince la critica

0

Il nuovo film bellico con Brendan Fraser sta iniziando a conquistare la critica internazionale. Pressure, thriller storico ambientato nelle ore precedenti allo sbarco in Normandia, ha infatti debuttato su Rotten Tomatoes con un punteggio dell’83% basato sulle prime recensioni pubblicate prima dell’uscita nelle sale prevista per il 29 maggio.

Diretto da Anthony Maras, il film racconta una delle decisioni più delicate della Seconda Guerra Mondiale: il momento in cui il meteorologo James Stagg convinse il generale Dwight D. Eisenhower a posticipare il D-Day dal 5 al 6 giugno 1944 a causa delle condizioni meteo estreme. Una scelta che avrebbe cambiato il corso della guerra e salvato migliaia di vite. Fraser interpreta Eisenhower, mentre Andrew Scott veste i panni di Stagg.

Le prime recensioni stanno elogiando soprattutto le interpretazioni dei due protagonisti e la capacità del film di trasformare un racconto apparentemente statico — fatto di mappe, strategie e previsioni meteorologiche — in un thriller ad alta tensione. ScreenRant ha definito magnetica la coppia Fraser-Scott, mentre IGN ha sottolineato come il film riesca a rendere estremamente coinvolgente una vicenda storica poco conosciuta dal grande pubblico.

Pressure conferma la nuova fase della carriera di Brendan Fraser dopo il ritorno con The Whale

Il successo iniziale di Pressure è particolarmente interessante perché conferma il momento estremamente positivo che sta vivendo Brendan Fraser dopo il ritorno al centro di Hollywood grazie a The Whale. Negli ultimi anni l’attore ha infatti costruito una filmografia molto più varia e ambiziosa rispetto al passato, alternando drammi intimisti, thriller, commedie e grandi produzioni storiche.

Ed è proprio questo che rende Pressure diverso dal classico film bellico contemporaneo. Il film non punta tanto sullo spettacolo della guerra quanto sul peso psicologico delle decisioni prese lontano dal campo di battaglia. La tensione nasce infatti dalla responsabilità morale di Eisenhower e Stagg, chiamati a scegliere il momento esatto che avrebbe determinato il destino dell’invasione alleata.

Molte recensioni stanno infatti sottolineando proprio questo aspetto: Pressure funziona soprattutto come thriller della responsabilità. Brendan Fraser viene descritto come un Eisenhower tormentato dalla paura di un disastro imminente, mentre Andrew Scott sembra essere il vero centro emotivo del racconto grazie a un’interpretazione molto intensa e contenuta.

Il film continua inoltre la recente tendenza del cinema bellico contemporaneo a concentrarsi meno sull’azione e più sulle conseguenze umane, politiche e psicologiche delle grandi decisioni storiche. In questo senso Pressure sembra avvicinarsi più a film come Darkest Hour o Oppenheimer che ai tradizionali war movie spettacolari.

E il fatto che il pubblico stia reagendo positivamente già dalle prime recensioni potrebbe essere un segnale importante anche per Fraser stesso. Dopo anni difficili e il clamoroso ritorno con l’Oscar per The Whale, l’attore sembra infatti aver trovato una nuova identità artistica molto più solida e credibile rispetto alla fase blockbuster che aveva definito gran parte della sua carriera negli anni 2000.

Come uccidono le brave ragazze – Stagione 2, spiegazione del finale: che fine fanno Jamie e Max Hastings?

La seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze svela un mistero complesso e avvincente, che culmina in un finale che svela la verità sulla scomparsa di Jamie Reynolds e Max Hastings. I libri di Holly Jackson, A Good Girl’s Guide, continuano ad essere adattati per il piccolo schermo con l’omonima serie Netflix, interpretata da Emma Myers. L’omicidio di Andie Bell è stato finalmente risolto alla fine della prima stagione di Come uccidono le brave ragazze, ma la città di Little Killton non ha ancora finito di essere devastata. Max Hastings sta per essere processato per lo stupro di Becca Bell e Nat da Silva, ma il testimone chiave, Jamie Reynolds, è scomparso pochi giorni prima dell’inizio del processo.

Su richiesta del fratello di Jamie, Connor, e di sua madre, Pip Fitz-Amobi si occupa del caso nella seconda stagione del suo nuovo podcast Come uccidono le brave ragazze. È convinta che tutto sia collegato a Max. Tuttavia, più Pip indaga sulla scomparsa di Jamie, più la situazione si complica. Prima della sua scomparsa, era innamorato di una donna di nome Layla Mead, che lo stava usando. La storia scorre via in soli sei episodi, culminando in un finale emozionante, tanto tragico quanto adrenalinico.

Cosa è successo davvero a Jamie nella seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze?

Come in “Come uccidono le brave ragazze“, la scomparsa di Jamie Reynolds è legata a un conto alla rovescia, non solo per il caso di Max Hastings, ma anche perché potrebbe essere morto. Gli esperti di criminologia affermano che le prime 72 ore sono le più importanti e che, dopo circa una settimana, l’attenzione si sposta dalla ricerca di una persona alla ricerca di un cadavere (fonte: ABC News). Più tempo passa dalla sua scomparsa, meno probabile è che il corpo venga ritrovato sano e salvo. Fortunatamente, Jamie sfida le probabilità.

Oltre una settimana dopo la sua scomparsa, Jamie viene ritrovato vivo e vegeto a casa di Stanley Forbes. Nella serie originale Netflix, Stanley non aveva mai voluto fare del male a Jamie. Tuttavia, Jamie aveva tentato di ucciderlo per conto di Layla Mead. Dopo averlo temporaneamente neutralizzato, Stanley lo aveva tenuto chiuso in una stanza perché non sapeva se avrebbe tentato di ucciderlo di nuovo. Non sapeva cosa fare.

Nonostante la paura che provava per Jamie, Stanley Forbes ha dimostrato compassione e umanità. Si preoccupava ancora per il suo prigioniero. Cucinava per Jamie e si adoperò per metterlo a suo agio, fornendogli vestiti e coperte. I due parlarono e strinsero un legame, diventando persino amici. Avevano persino pianificato di collaborare per smascherare Layla Mead, dopodiché Stanley avrebbe lasciato andare Jamie.

Perché Max Hastings è stato assolto

Max Hastings in Come uccidono le brave ragazze - Stagione 2
© Netflix

Quando si parla di Max Hastings, non fingerò di essere imparziale. Non sarò gentile. Max Hastings è uno stupratore e un essere umano orribile che si crede intoccabile. Usa il Rohypnol per drogare le sue vittime in modo che non ricordino chi le ha violentate. È ricco, bianco, attraente secondo i canoni tradizionali e incredibilmente privilegiato. Max non mostra alcun pentimento e cerca di intimidire chiunque abbia il coraggio di parlare contro di lui. Questo rende assolutamente infuriante e per nulla sorprendente la sua assoluzione.

La triste verità è che probabilmente il caso avrebbe avuto questo esito anche se Jamie Reynolds avesse testimoniato. Non c’erano prove del DNA. Max Hastings aveva i soldi per assumere i migliori avvocati, che vengono mostrati mentre diffamano ogni persona che testimonia. Avrebbero usato la storia di tossicodipendenza di Jamie per screditarlo. Inoltre, all’ultimo minuto Max incolpa erroneamente il suo migliore amico defunto, Sal Singh.

Purtroppo, la seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze riflette la realtà di un sistema giudiziario corrotto, in cui le vittime di stupro raramente ottengono la giustizia che meritano. Se volete saperne di più sulla situazione di questi casi nel Regno Unito, la Biblioteca della Camera dei Lord ha condiviso alcune statistiche inquietanti nel gennaio 2025 nella pubblicazione “Rape: Levels of prosecutions” (Stupro: Livelli di procedimenti giudiziari).

Per fortuna, Pip decide di farsi giustizia da sola pubblicando la registrazione della confessione di Max sul suo podcast AGGGTM. Rompe anche una finestra di casa sua e scrive una minaccia sulla porta.

La vera identità di Stanley Forbes nella serie Netflix

Misia Butler come Stanley Forbes in Come uccidono le brave ragazze - Stagione 2
© Netflix

Verso la fine della seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze, si scopre che Stanley Forbes è Child Brunswick, il figlio non ancora reso pubblico del famigerato serial killer Scott Brunswick. Quando aveva nove o dieci anni, Child Brunswick fu costretto dal padre violento a scegliere le vittime di Scott. Sceglieva un bambino, attirandolo lontano dal pubblico. Le vittime si fidavano di lui e lo seguivano perché anche lui era un bambino.

Temeva per la sua vita, ma odiava suo padre. Per questo motivo, fu il testimone chiave contro di lui in tribunale. Per i suoi crimini, il figlio scontò una pena detentiva in un centro di detenzione minorile. Lì venne riabilitato. A 18 anni, fu rilasciato in libertà vigilata a vita con una nuova identità. Poiché era minorenne all’epoca dei crimini, il suo vero nome, Jack, non fu mai reso pubblico e gli fu imposto un divieto permanente di pubblicazione per la sua sicurezza.

Child Brunswick fu trasferito da un luogo all’altro, e il suo nome fu cambiato ogni volta che la sua identità veniva svelata. Come rivelò prima di morire, Stanley voleva essere una persona migliore. Credeva che la cosa peggiore che potesse diventare fosse qualcosa di simile a suo padre. In definitiva, Stanley fu complice di un omicidio, ma fu anche vittima di un padre single violento e serial killer. Contribuì al trauma delle famiglie delle vittime. Tuttavia, era anche un bambino che voleva solo sopravvivere a una situazione terribile.

Alla fine, Jamie e Pip sono gli unici due a capire che Stanley Forbes non è affatto come suo padre. Stanley si prende cura di Jamie anche quando teme che Jamie possa volerlo morto. Stanley cerca di proteggere Pip quando è in pericolo. Sono i due

Chi è Layla Mead e perché vuole la morte del piccolo Brunswick?

Jack Rowan come charlie green in Come uccidono le brave ragazze - Stagione 2

Pip e i suoi amici capiscono abbastanza presto che Layla Mead è una truffatrice che usa l’immagine di Ruby Foxcroft, cambiando solo i capelli in biondo. Tuttavia, solo nell’episodio finale la serie rivela le vere identità dietro l’account di Layla Mead: Charlie Nowell e Flora Green. Charlie è il fratello gemello di Emily Nowell, l’ultima vittima di Scott Brunswick.

Charlie creò un profilo su un sito di incontri online, Layla Mead, cercando chiunque avesse l’età e l’aspetto di Scott Brunswick. Andò di città in città, ovunque si dicesse che l’uomo si trovasse, con l’intenzione di ucciderlo. Incolpava Scott Brunswick della morte di sua sorella, perché l’aveva scelta al posto suo. Charlie Nowell pensava che l’uomo fosse cattivo quanto suo padre e credeva che il sistema giudiziario avesse assolto Scott Brunswick.

È una situazione difficile perché Scott Brunswick era chiaramente una vittima, ma aveva anche avuto un ruolo nella morte di Emily. La rabbia di Charlie è comprensibile. Allo stesso tempo, Stanley non è suo padre e lui non voleva essere come lui. La seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze mostra davvero la complessità e le zone d’ombra morali che possono emergere in certi casi.

Come il finale della seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze prepara il terreno per la terza stagione

Pip Fitz in Come uccidono le brave ragazze - Stagione 2
© Netflix

La serie Netflix Come uccidono le brave ragazze conclude gran parte della trama della seconda stagione, ma lascia due importanti indizi su ciò che accadrà nella terza. Innanzitutto, qualcuno ha minacciato Pip per tutta la stagione. Pip non ha preso sul serio le minacce. Poi, pensa che siano collegate a Max Hastings e Jamie Reynolds.

Tuttavia, il finale di stagione rivela che le affermazioni “Chi ti cercherà quando sarai tu a scomparire?” sono più serie di quanto Pip immaginasse. Qualcuno si è introdotto nella sua stanza e sul suo computer la domanda si ripeteva incessantemente. Se Netflix rinnoverà la serie, la terza stagione di Come uccidono le brave ragazze dovrà chiarire chi sta minacciando Pip e cosa vuole.

Inoltre, Pip è ufficialmente sprofondata nell’oscurità. Ha perso ogni fiducia nella polizia e nel sistema giudiziario. Non solo la polizia ha ignorato le sue accuse su Andie e Sal nella prima stagione, ma ha anche ignorato i suoi avvertimenti su Jamie, portando all’omicidio di Stanley. Inoltre, Max è uscito completamente illeso dal processo. È giustamente arrabbiata e ora deve fare i conti con il disturbo da stress post-traumatico.

Alla fine, ricorre alla giustizia sommaria contro Max Hastings. Ha pubblicato la confessione. Gli ha rotto la finestra. Ha scritto la minaccia «Stupratore, ti prenderò» in rosso sangue sulla sua porta d’ingresso. La terza stagione di Come uccidono le brave ragazze dovrà mostrare cosa intende fare Pip nei confronti di Max Hastings. Il processo per stupro sarà anche finito, ma è chiaro che Pip non ha intenzione di lasciarlo andare via così facilmente.

Come si confronta lo Spider-Noir di Nicolas Cage, ormai anziano, con gli altri personaggi di Spider-Man della Marvel?

Spider-Noir esplora la storia di Spider-Man da una prospettiva completamente nuova, con Nicolas Cage che offre un’interpretazione unica dell’eroe lanciaragnatele. Negli ultimi anni, Sony ha riscosso un incredibile successo con il marchio Spider-Man grazie ai film d’animazione dello Spider-Verse, che hanno presentato al mondo Spider-Noir, doppiato proprio da Nicolas Cage.

Nel frattempo, lo Spider-Man in carne e ossa è stato interpretato dal ben più giovane Tom Holland, con una storia strettamente legata agli eventi del Marvel Cinematic Universe (MCU) dei Marvel Studios. Tuttavia, Cage sta per avere la sua occasione di dare vita al personaggio in live-action con la serie Prime Video, Spider-Noir.

Cage ha dimostrato la sua capacità di interpretare il personaggio in un contesto animato, ed è comprensibile che Sony abbia optato per una versione più familiare del personaggio con il ritorno di Cage, ma ciò evidenzia anche l’enorme differenza di età tra i precedenti attori di Spider-Man e il leggendario Nicolas Cage.

Nicolas Cage è di gran lunga l’attore più anziano ad aver interpretato Spider-Man.

Cage è stato uno degli attori più prolifici di Hollywood sin dal 1981, accumulando quasi 120 crediti, e non avendo mai recitato in una serie TV fino a quando non ha assunto il ruolo di Ben Reilly, alias Spider-Noir. Negli anni passati, Cage ha vinto un Oscar per il suo ruolo in Via da Las Vegas nel 1996, oltre a un’altra nomination all’Oscar nel 2003, e da allora è stato un punto fermo dell’élite di Hollywood per decenni.

Attore Primo progetto Spider-Man Data di ucita Date Età nell’anno di uscita
Nicolas Cage Spider-Noir May 25, 2026 62
Tom Holland Captain America: Civil War May 6, 2016 19
Andrew Garfield The Amazing Spider-Man July 3, 2012 28
Tobey Maguire Spider-Man May 3, 2002 26

Sebbene i precedenti attori di Spider-Man avessero diversi anni di esperienza, Nicolas Cage è il più esperto, con un vantaggio di diversi decenni. L’attore più giovane ad aver debuttato nel ruolo è Tom Holland, che ha iniziato a interpretare Spidey in Captain America: Civil War, uscito quando l’attore aveva 19 anni. Ciò significa che la differenza di età tra Holland e Cage è di circa 43 anni.

Anche considerando il secondo attore più anziano della lista, Andrew Garfield, che ha iniziato a interpretare il personaggio a 28 anni, Cage lo supera di 34 anni.

Spider-Noir è una storia di Spider-Man diversa

Spider-Noir
S1_First Look (PC – Aaron Epstein – Prime Video)

È importante sottolineare che Spider-Noir si preannuncia come una storia molto diversa rispetto a quelle viste finora. Ad esempio, tutti e tre gli attori precedenti hanno interpretato Peter Parker, mentre Cage veste i panni di Ben Reilly. Reilly è un nome alternativo attribuito a diverse varianti di Spider-Man nei fumetti, ma solitamente anche Spider-Noir è una variante di Peter Parker. Spider-Noir è ambientato negli anni ’30, in una serie drammatica a tinte gialle ambientata in un’epoca passata, a differenza dei soliti grandiosi film fantasy sui supereroi. Questo è importante perché il mondo che circonda l’eroe è profondamente diverso. Invece di cattivi high-tech come il Dottor Octopus e potenti magnati aziendali come Norman Osborn, Spider-Noir si concentra su criminali di strada che vivono in un mondo di gangster e criminalità sotterranea.

Nicolas Cage è perfetto nei panni di uno Spider-Man più maturo

Spider-Noir
Cortesia Prime Video

Nell’ambientazione degli anni ’30, ha senso avere una versione di Spider-Man più anziana e disillusa, piuttosto che un adolescente spensierato che cerca di destreggiarsi tra la scuola e la sua vita da amichevole Spider-Man di quartiere. L’interpretazione di Cage dovrebbe essere un’esplorazione molto diversa di questo tipo di eroe e, come si vede nei trailer, aggiunge sicuramente il suo tocco personale al ruolo.

Considerando tutti questi aspetti, è logico che Spider-Noir sfrutterà al meglio un approccio originale a una classica storia di supereroi. E se da un lato l’età di Cage lo distingue dalle interpretazioni precedenti, dall’altro contribuisce alla sua vasta esperienza e alle sue incredibili doti di attore, che gli permetteranno di rendere questo personaggio iconico davvero suo.

Child Brunswick è una persona reale? I collegamenti con casi di cronaca nera nella seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze

Il personaggio di Child Brunswick in Come uccidono le brave ragazze sembra una persona reale, e questo perché sia ​​il personaggio che la serie hanno legami con veri casi di cronaca nera. La serie originale Netflix è passata dal caso dell’omicidio di Andie Bell alla scomparsa di Jamie Reynolds. Verso la fine della seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze, Pip capisce che Layla Mead ha usato Jamie per trovare “Child Brunswick”, il figlio del famoso serial killer Scott Brunswick.

Scott costrinse suo figlio ad aiutarlo a scegliere i bambini che avrebbe ucciso. Jack scelse un bambino in pubblico e lo attirò in una trappola. Tuttavia, Child Brunswick odiava il padre violento e divenne il testimone chiave nel processo contro di lui. Scontò una pena detentiva e fu riabilitato, venendo rilasciato con una nuova identità.

L’aspetto terrificante di Child Brunswick è che sembra una persona reale. Molti serial killer usano “esche”, che si tratti dei propri figli, della situazione familiare, di un’emergenza o di un animale domestico scomparso. A quanto pare, la somiglianza tra Child Brunswick e le storie di cronaca nera non è affatto casuale.

In un’intervista con United by Pop, Holly Jackson ha parlato dei collegamenti con la cronaca nera. Il primo libro, “A Good Girl’s Guide to Murder”, si basa su diversi elementi di casi di cronaca nera per costruire il mistero. Tuttavia, Jackson ha confermato che il secondo libro, “Good Girl Bad Blood“, ha ispirazioni più dirette. Il mistero principale, che include Child Brunswick, è stato ispirato direttamente da due casi criminali, conferendo al libro e alla serie Netflix un chiaro legame con la cronaca nera.

Holly Jackson non ha rivelato quali due casi specifici del Regno Unito hanno ispirato Child Brunswick

Poiché l’intervista è stata realizzata prima dell’uscita di “Good Girl Bad Blood”, Holly Jackson si è rifiutata di specificare quali due casi abbiano ispirato il libro, per non rovinare la trama. Tuttavia, ha rivelato che uno di essi era un caso molto famoso accaduto nel Regno Unito negli anni ’90. Inoltre, ha dichiarato ad A Short Book Lover che uno dei casi proveniva dal podcast “They Walk Among Us – UK True Crime”. Purtroppo, negli anni successivi all’uscita del libro, Jackson ha mantenuto vivo il mistero. Non ha mai rivelato quali casi abbia utilizzato per creare il mistero di Child Brunswick.

Da un lato, questo è frustrante. Adoro questi libri e sono affascinata dai casi di cronaca nera. Sono curiosa di sapere a quali casi Jackson si è ispirata e come si confrontano. Tuttavia, da un altro punto di vista, è perfetto che non abbia rivelato i casi di cronaca nera. In primo luogo, è più rispettoso nei confronti delle vere vittime di crimini reali tracciare una linea di demarcazione tra finzione e realtà. Soprattutto considerando che i casi risalgono agli anni ’90, i familiari ancora in vita potrebbero essere feriti dalla consapevolezza che il loro trauma ha ispirato un libro e poi una serie TV.

Inoltre, il mistero che avvolge “Good Girl Bad Blood” crea un’interessante situazione meta-narrativa. Forse non era nelle sue intenzioni, ma Holly Jackson ha di fatto ispirato un’intera schiera di fan tenendo segreti i crimini. Il suo pubblico è perfetto per improvvisarsi investigatore e si è già riversato su Reddit per discutere di possibili teorie su chi potrebbe aver ispirato Child Brunswick.

L’ossessione di Holly Jackson per i veri crimini ha ispirato tutti i libri della serie Come uccidono le brave ragazze

Holly Jackson potrebbe non rivelare mai chi ha ispirato “Good Girl Bad Blood” e “Child Brunswick”. Detto questo, ha ripetutamente affermato che la sua ossessione per i casi di cronaca nera l’ha portata a scrivere i libri della serie “A Good Girl’s Guide to Murder“.

Quando il primo libro è stato selezionato per il Branford Boase Award nel 2020, l’autrice e il suo editore sono stati intervistati. Alla domanda su cosa avesse spinto Jackson a scrivere un giallo, ha risposto: “Sono diventata ossessionata dai casi di cronaca nera e volevo scrivere un libro che riproducesse questo approccio ‘reale’ da detective dilettante“. Allo stesso modo, ha dichiarato ad A Short Book Lover nel 2020:

“La mia principale fonte di ispirazione per questi libri è il mondo della cronaca nera. Quasi il 90% della memoria del mio telefono è occupata da vari podcast di cronaca nera e ne ascolto almeno uno al giorno”.

Ancora nel 2024, Jackson ha ribadito che la cronaca nera è una parte importante della sua vita. Ha dichiarato alla BBC: “Non riesco a fare praticamente nulla senza un podcast di true crime. Che stia portando a spasso il cane o lavando i piatti, ho bisogno di ascoltare storie di true crime“. Ha anche aggiunto di cercare di non dimenticare che queste storie rappresentano il trauma di qualcun altro. In definitiva, Come uccidono le brave ragazze di Netflix continuerà a essere percepito come parte integrante del più ampio panorama del true crime, perché questo elemento è intrinseco al DNA stesso della narrazione.

Spider-Noir attinge ai cattivi più oscuri della Marvel per costruire il nuovo e cupo universo di Spider-Man su Prime Video

0

Spider-Noir di Prime Video vanta una vasta gamma di villain tratti dai fumetti, e c’è un motivo per cui Oren Uziel ha attinto a nomi poco conosciuti.

La nuova serie introduce un nuovo universo Marvel incentrato su Ben Reilly, interpretato da Nicolas Cage, un investigatore privato nella New York degli anni ’30 che un tempo operava come il vigilante The Spider, e che è costretto a riprendere la sua identità quando si imbatte in un nuovo caso pericoloso. Questo lo mette direttamente in conflitto con una varietà di nemici, tra cui nuove versioni di Sandman, Tombstone, Silvermane e Megawatt, solo per citarne alcuni.

Prima della première della serie, ScreenRant ha intervistato Oren Uziel per parlare di Spider-Noir. Alla domanda su come avesse scelto la sua lista di villain dai fumetti di Spider-Man per la nuova serie, il creatore/co-showrunner ha spiegato che l’obiettivo principale era capire “come [loro] si sarebbero integrati nel mondo noir”.

Spider-Noir BN

Pertanto, lui e il suo team di sceneggiatori, incluso il co-showrunner Steve Lightfoot, già autore di The Punisher, si sono concentrati inizialmente “sulla creazione della storia che volevamo raccontare”, il che ha permesso loro di valutare in modo naturale “chi potremmo mettere contro Ben Reilly?”. Uziel ha poi descritto la scelta del cattivo come “un po’ un lusso”, vista l’ampia gamma di personaggi tra cui scegliere:

Oren Uziel: Il bello della Marvel è che esiste da così tanto tempo, ha un cast di personaggi così vasto, e il bello della televisione è che puoi prendere un personaggio famoso e dargli la tua interpretazione. Ma puoi anche prenderne uno molto meno conosciuto, svilupparlo e dargli spessore. Ho avuto la possibilità di esplorare l’universo Marvel, ed è stato molto divertente.

Nella maggior parte degli adattamenti di Spider-Man, gli autori si sono spesso rivolti ad alcuni personaggi iconici dei fumetti per contrapporli all’eroe Marvel, tra i più noti figurano Goblin, Venom, Doctor Octopus e Avvoltoio. Anche il cast di Spider-Noir include alcuni personaggi di spicco, in particolare Flint Marko, meglio conosciuto come Sandman, interpretato da Jack Huston, e Lonnie Lincoln, noto anche come Tombstone, interpretato da Abraham Popoola.

Tuttavia, il marketing di Spider-Noir ha subito chiarito che la serie di Prime Video avrebbe adottato un approccio diverso al suo universo narrativo, puntando su villain meno conosciuti. Silvermane, interpretato da Brendan Gleeson, mantiene il suo ruolo di boss mafioso, sebbene ora con origini irlandesi anziché italiane e senza essere in conflitto con Kingpin o altri elementi criminali. Allo stesso modo, Megawatt, interpretato da Andrew Lewis Caldwell, fa il suo debutto sullo schermo nella serie, apparentemente accantonando le sue radici australiane e la sua esperienza come attore per un semplice rapinatore.

Cortesia Prime Video

Sebbene Uziel possa aver optato per un approccio piuttosto di nicchia nella creazione del suo cast di villain in Spider-Noir, sembra anche che stia costruendo una sua versione dei Sinistri Sei. La presenza di così tanti villain in una singola storia di Spider-Man è generalmente riservata alle storie delle origini, per preparare il terreno al debutto del team nelle storie future, oppure a scontri diretti tra i villain e l’Uomo Ragno.

Considerata la sua propensione ad affrontare alcuni degli antagonisti meno noti dei fumetti, sarà interessante vedere quali altri personaggi Uziel potrebbe adattare per Spider-Noir. Pur non essendo tecnicamente un cattivo sconosciuto, Hammerhead non ha ancora fatto il suo debutto in live-action e il suo look da boss mafioso anni ’20 si adatterebbe perfettamente all’universo di Prime Video. Allo stesso modo, il gruppo noto come The Enforcers si integrerebbe bene sia con l’atmosfera noir che con quella comica della serie.

Al momento, però, non è chiaro cosa riserverà il futuro a Spider-Noir. Prime Video e MGM+ non hanno ancora fornito alcuna informazione sui loro piani per la serie, ma trattandosi di un progetto di grande successo legato a uno dei franchise più importanti, sembra probabile che le piattaforme di streaming saranno propense a produrre una nuova stagione, a patto che la prima ottenga buoni risultati in termini di ascolti.

Spider-Noir sarà disponibile in streaming su Prime Video a partire dal 27 maggio.

Star City: tutto quello che sappiamo sullo spin-off di For All Mankind

La serie revisionista di Apple TV, For All Mankind, avrà uno spin-off, Star City, che racconterà la storia della corsa allo spazio da una prospettiva diversa. Debuttata nel 2019, For All Mankind immagina una linea temporale in cui la corsa allo spazio non si è mai conclusa ed esamina il salto dell’umanità verso il futuro mentre esplora il sistema solare. Nota per i suoi personaggi avvincenti e i grandi salti temporali, la visione del futuro di For All Mankind è al contempo idealizzata e realistica, poiché le comuni debolezze dell’umanità si manifestano ripetutamente con il progredire della storia.

Già alla sua quinta stagione, la serie di fantascienza di Apple TV+ è uno dei programmi di punta della piattaforma e, insieme a Slow Horses, è la più longeva. Ora, lo spin-off Star City si appresta a trasformare la serie in un vero e proprio franchise, raggiungendo questo obiettivo in un modo davvero unico. Invece di raccontare un’altra storia ambientata nello stesso universo, Star City racconterà la stessa storia della corsa allo spazio fittizia, ma questa volta dal punto di vista dell’Unione Sovietica. Con i dettagli sul cast e sulla trama che già trapelano, Star City dovrebbe arrivare a breve.

Ultime notizie sullo spin-off di Star City

Star City
Episode 2. “Star City,” premiering May 29, 2026 on Apple TV.

Mentre il cast continua a crescere esponenzialmente, le ultime notizie confermano l’ingresso di altri tre membri nel cast di Star City. Adam Nagaitis, star di The Terror, interpreterà Valya, un cosmonauta molto stimato del programma spaziale sovietico. Josef Davies (Andor) vestirà i panni di Sergei, un ingegnere del controllo a terra noto per la sua intelligenza. Infine, Ruby Ashbourne Serkis (Shardlake) interpreterà Tanya, la moglie di un cosmonauta che si sente soffocata dalla vita tra le mura di Star City. Tutti e tre faranno parte del cast principale, anche se molti dettagli sono ancora sconosciuti.

Conferma dello spin-off di Star City

Episode 3. Solly McLeod and Adam Nagaitis in “Star City,” premiering May 29, 2026 on Apple TV.

Il 2024 è stato un anno importante per Apple TV+ e, quando la piattaforma ha annunciato la conferma della quinta stagione di For All Mankind, ha anche rivelato i suoi piani per lo spin-off di Star City. Sebbene il progetto fosse ancora agli inizi, la piattaforma di streaming aveva già diffuso numerosi dettagli sullo spin-off, inclusi alcuni particolari della trama. Contemporaneamente, venne rivelato che Ronald D. Moore, Matt Wolpert e Ben Nedivi si sarebbero riuniti per dare vita allo spin-off, con gli ultimi due nel ruolo di showrunner.

Nel luglio 2024, Ronald D. Moore illustrò il processo di scrittura della serie spin-off, affermando:

[A]bbiamo una direzione. Abbiamo un arco narrativo generale. Probabilmente non è dettagliato come quello con cui abbiamo iniziato con For All Mankind, ma abbiamo una sorta di struttura generale, del tipo: “Ecco come si svilupperà la storia nel corso di diverse stagioni”.

Non sono sicuro di quali saranno i salti temporali. Sappiamo che ci saranno dei salti nel tempo. Non siamo ancora arrivati ​​a quel punto. Probabilmente si tratterà di un salto temporale di circa dieci anni. Non sappiamo se ripeteremo esattamente i salti temporali di Mankind o se cercheremo di dividerli a metà. Ma è comunque un formato che funziona per noi e che rende la serie unica in questo universo. Permette anche al loro programma spaziale di progredire. Ecco perché l’abbiamo fatto in Mankind, in modo che si potesse vedere il progresso a piccoli passi, invece di rimanere bloccati in un arco temporale molto limitato in cui non ci sarebbero stati grandi cambiamenti.

Passò quasi un anno prima che arrivassero aggiornamenti seri e, nel febbraio 2025, iniziarono ad arrivare le prime notizie sul casting dello spin-off. Nei primi mesi del 2025, non c’era ancora una data di produzione per Star City e Apple TV+ è stata piuttosto reticente riguardo alla data di uscita della serie. Con la quinta stagione di For All Mankind all’orizzonte, è probabile che la piattaforma di streaming abbia in programma di intrecciare in qualche modo le due serie.

Dettagli sul cast dello spin-off di Star City

Essendo la serie ancora in fase di sviluppo, si sa ancora poco sul cast di Star City. Tuttavia, sembra che Rhys Ifans abbia trovato il suo attore protagonista, nel ruolo del capo progettista del programma spaziale sovietico. Il personaggio, ancora senza nome, è una figura cruciale agli albori delle imprese spaziali dell’URSS, e il curriculum di Ifans, con ruoli autorevoli (in serie come House of the Dragon), lo rende particolarmente adatto alla parte. Anna Maxwell Martin (Bleak House) interpreterà Lyudmilla, una donna sovietica.

Altri membri del cast si sono uniti, tra cui Adam Nagaitis (The Terror) nel ruolo di Valya, un cosmonauta esperto e rispettato, e Josef Davies (Andor), che interpreterà Sergei, un ingegnere del controllo a terra. Ruby Ashbourne Serkis (Shardlake) è stata scelta per interpretare Tanya, la moglie di un cosmonauta che si sente soffocata dalla vita a Star City. Come per il cast di For All Mankind, ci si aspetta che Star City impieghi un nutrito gruppo di attori, soprattutto considerando il salto temporale in avanti nella trama.

Dettagli sulla trama dello spin-off di Star City

Quando Apple TV+ ha annunciato lo spin-off, ha anche rivelato la struttura narrativa di base di Star City. Secondo Apple, la serie seguirà la stessa linea temporale di For All Mankind, ma racconterà la storia dal punto di vista dell’Unione Sovietica. Tuttavia, a differenza della serie originale, Star City avrà elementi da thriller, poiché l’alta tensione della corsa allo spazio si combina con la pressione del regime repressivo dell’URSS.

La sinossi ufficiale di Apple recita:

Star City è un thriller paranoico e avvincente che ci riporta al momento chiave della rivisitazione alternativa della corsa allo spazio: quando l’Unione Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna. Ma questa volta, esploreremo la storia da dietro la Cortina di Ferro, mostrando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e degli ufficiali dell’intelligence integrati nel programma spaziale sovietico, e i rischi che tutti hanno corso per far progredire l’umanità.

Ronald D. Moore ha colmato alcune lacune nel suo aggiornamento di luglio 2024, spiegando come la pressione del KGB contribuisca al brivido e al terrore dei viaggi spaziali in generale. Dato che nell’universo immaginario di “For All Mankind” i sovietici hanno battuto gli Stati Uniti nella corsa alla Luna, Moore ha spiegato come Star City avrebbe rappresentato tutti i sacrifici e i pericoli che i membri del programma spaziale sovietico hanno dovuto affrontare per raggiungere tale obiettivo.

Cosa sono le Backrooms? La storia dietro il film horror di A24

Cosa sono le Backrooms? La storia dietro il film horror di A24

L’imminente film horror di A24, Backrooms, è ispirato a una leggenda metropolitana nata da un’inquietante immagine pubblicata online. Il trailer (guardalo qui) ha anticipato una disturbante discesa nell’incubo generato da Internet, ma resta una domanda… cosa sono esattamente le Backrooms?

Cosa sono esattamente le Backrooms?

Le Backrooms sono un labirinto infinito di stanze vuote che ricordano un ufficio o un magazzino, illuminate da una luce fluorescente accecante e decorate dal pavimento al soffitto con un malato colore giallastro. Questo ambiente non ha una posizione precisa: sono una sorta di purgatorio che esiste al di fuori dello spazio e del tempo, accessibile tramite il “no-clipping” attraverso pavimenti o pareti, come se la realtà contenesse angoli instabili e difettosi, proprio come un videogioco.

Chiunque può finirci dentro e ritrovarsi intrappolato, incapace di uscire. Lo spazio è privo di vita umana, ma abitato da entità invisibili che fanno sentire gli sfortunati visitatori osservati o inseguiti. Le Backrooms richiamano inoltre immagini familiari, come l’impossibile labirinto del mito greco che imprigionava il Minotauro, oppure gli spazi ultraterreni e infiniti presenti nelle fiabe.

Il fatto che le Backrooms assomiglino ai luoghi più artificiali e senz’anima del mondo moderno sembra significativo: tutti, almeno una volta, abbiamo attraversato spazi banali che ricordano quelli che si possono vedere nel film.

Backrooms

Da dove vengono le Backrooms?

Come molti dei meme più popolari degli ultimi anni, il concetto nacque su 4chan. La fotografia originale (la si può vedere qui) fu scattata durante la ristrutturazione di un negozio HobbyTown a Oshkosh, nel Wisconsin, e pubblicata su un blog nel 2003. Nel 2011, l’immagine arrivò su 4chan, dove venne vista semplicemente come una foto stranamente inquietante.

Nel 2019, un utente anonimo di 4chan scrisse poi una descrizione inquietante dell’immagine delle Backrooms, creando inconsapevolmente una delle leggende urbane più durature di Internet. “Se non fai attenzione e ti smaterializzi dalla realtà nelle zone sbagliate, finirai nelle Backrooms, circa novecento milioni di chilometri quadrati di stanze vuote segmentate casualmente in cui rimanere intrappolato, Dio ti aiuti se senti qualcosa che vaga nelle vicinanze, perché di sicuro quel qualcosa ha già sentito te”, recita la descrizione.

Da quel momento, le Backrooms colpirono immediatamente l’immaginazione collettiva, dando vita a un enorme sforzo narrativo condiviso da appassionati horror profondamente immersi nella cultura online. La comunità originale delle Backrooms ampliò progressivamente la lore attraverso brevi racconti creepypasta, mentre il concetto diventava sempre più noto, con autori che aggiungevano livelli di complessità e un intero ecosistema di mostri. Alcuni fan ritengono che queste aggiunte abbiano in parte indebolito l’impatto dell’idea originale, nella quale l’isolamento era l’elemento centrale dell’orrore, anche se la presenza di entità nelle Backrooms era prevista fin dall’inizio.

Online, le Backrooms sono ormai praticamente un genere a sé: la base di numerose storie horror, video su YouTube e TikTok, oltre che videogiochi — soprattutto su Roblox. La loro influenza è visibile persino in serie TV popolari come Severance e The Amazing Digital Circus. Le Backrooms sembrano inoltre aver ispirato fenomeni paralleli come il trend dei “Liminal Spaces” e il fenomeno di TikTok chiamato “Mall World”.

backrooms

A24 porta le Backrooms al cinema

Con il film targato A24, le Backrooms stanno ora per entrare definitivamente nella cultura pop mainstream. Non è la prima volta che il folklore digitale approda sul grande schermo — basti pensare a Slender Man, che ispirò un film horror nel 2018 — ma l’adattamento di Backrooms prodotto da A24 potrebbe avere un impatto molto maggiore.

Backrooms è diretto da Kane Parsons, conosciuto su YouTube come “Kane Pixels”. Il coinvolgimento di Parsons è particolarmente significativo: è infatti il creatore di una celebre e raffinata serie su YouTube dedicata alle Backrooms, raccontate attraverso video atmosferici in soggettiva che hanno contribuito enormemente alla popolarità del fenomeno.

Se il debutto cinematografico di Parsons dovesse avere successo, è probabile che sempre più idee e talenti provenienti dal panorama digitale vengano portati sul grande schermo. Il film è al cinema dal 27 maggio, per cui non resta che andarlo a vedere e scoprire di più su ciò che narra e mostra.

LEGGI ANCHE: Backrooms, Mark Duplass difende il regista Kane Parsons: “Sul set comandava lui”

Star City: intervista a Anna Maxwell Martin e Agnes O’Casey

0
Star City: intervista a Anna Maxwell Martin e Agnes O’Casey

Ecco la nostra intervista a Anna Maxwell Martin (“Lyudmilla Raskova”) e Agnes O’Casey (“Irina Morozova”), trai protagonisti di Star City, lo spin-off di For All Mankind, su Apple Tv dal 29 maggio con i primi due episodi degli otto totali seguiti da un nuovo episodio ogni venerdì, fino al 10 luglio.

Star City è un thriller cospirazionista dal ritmo incalzante che ci riporta al momento decisivo della rivisitazione in chiave ucronica della corsa allo spazio: quando l’Unione Sovietica divenne la prima nazione a portare un uomo sulla Luna. Questa volta, però, la storia viene esplorata da dietro la Cortina di Ferro, raccontando le vite dei cosmonauti, degli ingegneri e degli ufficiali dell’intelligence inseriti nel programma spaziale sovietico, e i rischi che tutti loro hanno corso per far progredire l’umanità.

La serie è interpretata da Rhys Ifans (“House of the Dragon”), Anna Maxwell Martin (“Motherland”), Agnes O’Casey (“Bad Doves”), Alice Englert (“Bad Behaviour”), Solly McLeod (“House of the Dragon”), Adam Nagaitis (“Chernobyl”), Ruby Ashbourne Serkis (“I, Jack Wright”), Josef Davies (“Andor”) e Priya Kansara (“Bridgerton”).

“Star City” è stata creata da Nedivi, Wolpert e Moore. Wolpert e Nedivi ricoprono il ruolo di showrunner e sono produttori esecutivi insieme a Moore e Maril Davis per Tall Ship Productions, oltre ad Andrew Chambliss e Steve Oster. “Star City” è prodotta per Apple TV da Sony Pictures Television.

Toy Story 5: una prima versione del film non includeva Woody

0
Toy Story 5: una prima versione del film non includeva Woody

Per un momento, Toy Story 5 avrebbe davvero potuto esistere senza Woody. Il regista e sceneggiatore Andrew Stanton ha rivelato che la prima versione del film era stata scritta completamente senza il personaggio doppiato da Tom Hanks, proprio perché il finale di Toy Story 4 sembrava aver chiuso definitivamente il suo arco narrativo.

La scelta aveva una logica precisa: Woody aveva lasciato Bonnie e gli altri giocattoli per restare accanto a Bo Peep e aiutare i giocattoli smarriti. Un addio emotivo, percepito da molti fan come perfetto e conclusivo. Stanton, parlando con CinemaBlend, ha spiegato però che qualcosa non funzionava: “Ammetto che inizialmente non sapevo come riportarlo indietro, quindi ho scritto la prima bozza senza di lui, solo per capire se mi mancasse. E mi mancava. Così ho pensato: va bene, dobbiamo impegnarci di più e trovare un modo che non sembri una reazione impulsiva, ma qualcosa di meritato”.

Il regista ha poi aggiunto: “La mia regola è questa: se togli qualcosa, soprattutto un personaggio, la storia riesce comunque a esistere? Se non può farlo, allora significa che quel personaggio era davvero essenziale”. Una riflessione che chiarisce bene la direzione creativa del nuovo capitolo Pixar, già discusso online dopo i primi teaser.

LEGGI ANCHE: Toy Story 5: Woody e Buzz cercano di salvare il mondo dalla tecnologia nel trailer

Jessie diventa centrale mentre Woody torna per affrontare una nuova minaccia

Il ritorno di Woody in Toy Story 5 non significherà però un semplice ritorno allo status quo. Secondo quanto emerso dai trailer e dalle dichiarazioni del team creativo, il film manterrà le conseguenze del finale del quarto capitolo, utilizzando il personaggio in modo diverso rispetto al passato.

La trama ruoterà attorno alla crisi vissuta dai giocattoli di Bonnie, alle prese con una nuova presenza tecnologica chiamata Lilypad, un tablet che sembra minacciare il loro ruolo nella vita della bambina. Ed è proprio Jessie, ormai leader del gruppo dopo l’addio di Woody, a chiedere aiuto al vecchio amico.

La produttrice Lindsay Collins ha raccontato come la reazione dei fan sia cambiata drasticamente dopo il secondo trailer: “Mi ha fatto sorridere vedere quanto odio ricevevamo dopo il primo teaser: ‘Pensavo che Woody se ne fosse andato’. Poi è arrivato il secondo trailer e tutti hanno detto: ‘Ah, ok, doveva tornare’”.

Questo dettaglio racconta bene il vero equilibrio che Pixar sta cercando di raggiungere: rispettare il finale di Toy Story 4 senza rinunciare alla figura simbolica che ha definito la saga per oltre trent’anni. La vera novità, però, potrebbe essere proprio Jessie. Il personaggio doppiato da Joan Cusack avrà infatti un ruolo molto più centrale e il film esplorerà persino il passato legato alla sua ex proprietaria Emily.

Le immagini promozionali mostrano Jessie cavalcare Bullseye in una sequenza ambientata nel mondo reale, suggerendo un’avventura più ampia e fisica rispetto ai capitoli precedenti. Intanto torneranno anche Buzz Lightyear, Forky, Rex, Hamm e Duke Caboom, mentre Greta Lee darà voce alla nuova antagonista Lilypad e Conan O’Brien interpreterà il giocattolo Smarty Pants.

Dietro il ritorno di Woody, quindi, non sembra esserci soltanto nostalgia. Pixar sta tentando di trasformare Toy Story 5 in un passaggio di testimone definitivo, dove il cowboy resta importante ma non più esclusivamente centrale. E se funzionerà davvero, potrebbe essere il primo capitolo della saga capace di sopravvivere oltre il suo protagonista storico.

Chi è Jamie Reynolds in Come uccidono le brave ragazze e perché la sua scomparsa cambia completamente la stagione 2

Jamie Reynolds è il personaggio attorno a cui ruota l’intero mistero della seconda stagione di Come uccidono le brave ragazze. Anche se inizialmente viene presentato soltanto come un ragazzo scomparso poco prima del processo contro Max Hastings, è evidente fin dai primi dettagli diffusi da Netflix che Jamie rappresenti qualcosa di molto più importante di una semplice nuova vittima. La sua assenza sembra infatti destinata a destabilizzare completamente Pip Fitz-Amobi e a trascinarla ancora una volta dentro il lato più oscuro di Little Kilton.

Interpretato da Eden H. Davies, Jamie è il fratello di Connor Reynolds e appartiene a una delle famiglie già coinvolte negli eventi della prima stagione. Questo dettaglio è fondamentale perché collega immediatamente il nuovo mistero alle ferite ancora aperte lasciate dal caso Andie Bell. La seconda stagione non riparte quindi da zero: usa il passato per mostrare quanto il trauma collettivo di Little Kilton continui ancora a contaminare il presente.

La scomparsa di Jamie arriva inoltre in un momento molto delicato per Pip. Dopo gli eventi della prima stagione, la protagonista vorrebbe infatti allontanarsi dalle indagini e tornare a una vita normale. Ma proprio il caso Jamie la costringe a rimettere in discussione tutto ciò che aveva cercato di lasciarsi alle spalle. E questo rende il personaggio centrale non soltanto sul piano narrativo, ma soprattutto su quello psicologico.

Jamie Reynolds sembra rappresentare il punto in cui la serie abbandona definitivamente il teen mystery classico

Uno degli aspetti più interessanti del personaggio è che Jamie appare fin da subito come una figura quasi “fantasma”. La serie costruisce la sua presenza soprattutto attraverso assenza, testimonianze, paure e segreti degli altri personaggi. È una struttura molto diversa rispetto al caso Andie Bell della prima stagione, dove il mistero nasceva da un omicidio già noto alla comunità.

Qui invece tutto sembra più instabile e ambiguo. Jamie potrebbe essere una vittima, qualcuno in fuga oppure il centro inconsapevole di qualcosa di molto più grande. E questa incertezza sembra riflettere perfettamente l’evoluzione della serie stessa. Come uccidono le brave ragazze sta infatti lentamente abbandonando la struttura più tradizionale del teen detective drama per trasformarsi in un thriller molto più paranoico e psicologico.

Anche Pip cambia profondamente proprio attraverso questo nuovo caso. Nella prima stagione la ragazza era convinta che la verità fosse sempre liberatoria. Ora invece sembra aver compreso che ogni indagine lascia conseguenze permanenti sulle persone coinvolte. Jamie Reynolds diventa quindi il simbolo di questa nuova fase narrativa: un mistero che non promette più soltanto risposte, ma anche distruzione emotiva.

Il fatto che il personaggio appartenga alla famiglia Reynolds è inoltre probabilmente un indizio importante. La serie continua infatti a suggerire che Little Kilton sia una comunità costruita su connessioni tossiche, segreti familiari e silenzi collettivi. Jamie potrebbe essere soltanto l’ennesima vittima di questo sistema oppure qualcuno che ha scoperto qualcosa che non avrebbe mai dovuto conoscere.

La stagione 2 potrebbe usare Jamie per mostrare quanto Pip stia diventando ossessionata dalla verità

Il vero ruolo di Jamie nella storia, però, potrebbe essere soprattutto quello di riflettere il cambiamento di Pip. Più la protagonista indaga sulla sua scomparsa, più appare evidente che la ricerca della verità sta diventando per lei quasi compulsiva. Jamie non è soltanto il nuovo mistero della stagione: è il motivo che costringe Pip a tornare dentro un mondo da cui voleva disperatamente uscire.

Ed è qui che Come uccidono le brave ragazze potrebbe diventare molto più interessante rispetto alla media dei thriller YA contemporanei. La serie sembra voler raccontare il momento in cui una protagonista “brava”, razionale e moralmente sicura di sé inizia lentamente a perdere il controllo del proprio equilibrio emotivo.

Jamie Reynolds potrebbe quindi essere molto più di una persona scomparsa. Potrebbe rappresentare il punto esatto in cui Pip smette definitivamente di essere soltanto una detective adolescente e diventa qualcuno disposto a sacrificare sé stessa pur di conoscere la verità.

Il vero significato del titolo Come uccidono le brave ragazze: perché la serie Netflix parla soprattutto della perdita dell’innocenza

Il titolo Come uccidono le brave ragazze sembra inizialmente quello di un classico thriller young adult costruito attorno a un omicidio e a un mistero scolastico. Ma man mano che la storia di Pip Fitz-Amobi si sviluppa, diventa evidente che il significato del titolo è molto più profondo e inquietante. La serie Netflix tratta dai romanzi di Holly Jackson non parla infatti soltanto di ragazze vittime di crimini, ma del modo in cui la pressione sociale, il trauma e l’ossessione per la verità finiscono lentamente per distruggere l’identità stessa delle persone considerate “brave”.

Fin dalla prima stagione, Pip appare come la perfetta studentessa modello: intelligente, empatica, determinata e moralmente convinta di poter distinguere chiaramente il bene dal male. La sua indagine sul caso Andie Bell nasce quasi come un progetto scolastico, qualcosa che dovrebbe semplicemente ristabilire la verità. Ma il cuore della serie sta proprio nel mostrare come quella convinzione inizi lentamente a crollare episodio dopo episodio. Più Pip si avvicina ai segreti di Little Kilton, più perde pezzi della propria innocenza emotiva e della propria stabilità psicologica.

Ed è qui che il titolo assume un doppio significato. Non parla soltanto delle ragazze che vengono letteralmente uccise o distrutte dalla violenza, ma di come la società consumi lentamente le “brave ragazze”: quelle che devono sempre essere perfette, responsabili, mature e moralmente corrette. Pip entra nell’indagine convinta di poter salvare gli altri attraverso la verità, ma la serie suggerisce continuamente che la ricerca ossessiva della verità può diventare essa stessa una forma di autodistruzione.

Pip Fitz-Amobi rappresenta la trasformazione della “brava ragazza” in qualcuno disposto a perdere tutto pur di conoscere la verità

Come uccidono le brave ragazze – Stagione 2

La vera forza della serie sta nel modo in cui trasforma gradualmente Pip da protagonista YA relativamente classica a personaggio molto più ambiguo e complesso. Nella prima stagione, la ragazza crede ancora che ogni mistero abbia una soluzione razionale e che la giustizia possa davvero sistemare il dolore lasciato dalle tragedie. Ma più il racconto avanza, più quella visione idealistica si incrina.

La seconda stagione sembra spingere ancora di più in questa direzione. Pip non vuole più investigare, perché ormai comprende quanto il trauma delle sue scoperte abbia cambiato lei stessa e le persone attorno a lei. Eppure non riesce davvero a fermarsi. La ricerca della verità è diventata quasi compulsiva, qualcosa che la consuma dall’interno. È un’evoluzione molto interessante perché sposta la serie dal semplice teen mystery verso un thriller psicologico sul peso morale dell’ossessione investigativa.

Anche il titolo originale inglese, A Good Girl’s Guide to Murder, funziona in modo simile. La parola “guide” suggerisce inizialmente qualcosa di quasi ironico o scolastico, ma col tempo diventa sempre più disturbante: Pip sta inconsapevolmente costruendo una guida non tanto per risolvere un omicidio, quanto per capire come la violenza e il segreto trasformino lentamente chi li affronta.

La serie Netflix usa il thriller YA per parlare di pressione sociale, trauma e identità femminile

Come uccidono le brave ragazze henry ashton max
Credit © Netflix

Uno degli aspetti più intelligenti di Come uccidono le brave ragazze è che utilizza la struttura del mystery adolescenziale per affrontare temi molto più contemporanei e realistici. Little Kilton non è soltanto una cittadina piena di segreti: è un luogo dove tutti devono mantenere un’immagine pubblica accettabile, nascondendo continuamente dolore, rabbia e manipolazione dietro la normalità quotidiana.

Le “brave ragazze” della serie sono infatti continuamente schiacciate dalle aspettative degli altri. Devono essere credibili, educate, responsabili, perfette. Ma il mondo attorno a loro è profondamente corrotto. E la serie suggerisce che questa pressione finisca inevitabilmente per spezzarle emotivamente. Pip rappresenta proprio questa contraddizione: più cerca di restare moralmente corretta, più viene trascinata in una realtà dove nessuno è davvero innocente.

È anche per questo che la saga di Holly Jackson funziona così bene rispetto a molti altri thriller YA contemporanei. Non usa il mistero soltanto come intrattenimento, ma come strumento per raccontare il momento in cui l’adolescenza lascia spazio alla consapevolezza adulta, con tutto il peso psicologico che questo comporta.

E forse il vero significato del titolo è proprio questo: non raccontare semplicemente come muoiono le brave ragazze, ma mostrare come il mondo le costringa lentamente a smettere di esserlo.

Backrooms, Mark Duplass difende il regista Kane Parsons: “Sul set comandava lui”

0

Il fenomeno horror di Backrooms continua a far parlare di sé, ma questa volta non per i misteriosi corridoi gialli diventati virali online. A intervenire pubblicamente è stato Mark Duplass, protagonista del film prodotto da A24, che ha deciso di rispondere alle accuse circolate sui social secondo cui il ventenne Kane Parsons non avrebbe realmente diretto il progetto.

Su X, Duplass ha replicato duramente a un utente che sosteneva come Parsons fosse solo una figura simbolica sul set: “Con tutto il rispetto, non ricordo di averti visto sul set. Quando ero lì, Kane aveva il controllo totale. Più di molti registi che hanno tre volte la sua età”. Una dichiarazione netta, che arriva mentre cresce la curiosità attorno al film tratto dalla celebre serie YouTube creata proprio da Parsons.

La discussione attorno all’età del regista si è rapidamente trasformata in un dibattito più ampio sull’industria cinematografica contemporanea. La regista Sophy Romvari ha commentato la vicenda sottolineando come il successo precoce generi spesso reazioni tossiche: “L’invidia alimenta gran parte di questo tipo di discussioni sull’età e sul successo”. Ma il caso Backrooms sembra soprattutto mettere in evidenza il cambiamento radicale nei percorsi di accesso al cinema, dove creator digitali e filmmaker indipendenti possono ormai arrivare direttamente alle grandi produzioni hollywoodiane.

Backrooms porta l’horror analogico di YouTube nel cinema mainstream

Il film di Backrooms nasce dall’universo horror creato da Parsons sul web, diventato un caso globale grazie ai suoi video analog horror pubblicati su YouTube. La storia ruota attorno a un proprietario di un negozio di mobili che scopre un passaggio verso una dimensione inquietante e surreale nascosta all’interno del suo showroom.

Accanto a Mark Duplass, il cast include Chiwetel Ejiofor, Renate Reinsve, Finn Bennett e Lukita Maxwell, mentre tra i produttori figurano nomi pesanti del cinema di genere come James Wan, Shawn Levy e Osgood Perkins. Una combinazione che dimostra quanto Hollywood stia osservando con attenzione il linguaggio nato online negli ultimi anni.

Durante il CCXP Mexico, Parsons ha raccontato l’ambizione produttiva del progetto, spiegando: “Il set era enorme. Abbiamo costruito circa 30.000 piedi quadrati di vere Backrooms nelle quali potevamo camminare. Alcune persone si perdevano davvero. Sembrava di essere lì dentro, ed era stranissimo”. Il regista ha inoltre rivelato che la produzione ha effettuato “50 test di carta da parati per trovare la giusta tonalità di giallo”.

Ed è proprio questo l’aspetto più interessante dell’intera operazione: Backrooms non sembra voler trasformare il materiale originale in un horror tradizionale, ma piuttosto espandere quella sensazione di spazio vuoto, irreale e disturbante che ha reso virali i video di Parsons. Il rischio di “normalizzare” l’estetica analog horror esiste, ma il coinvolgimento diretto del creatore originale potrebbe evitare che il film perda la sua identità.

La difesa pubblica di Duplass assume quindi anche un altro significato: legittimare una nuova generazione di registi cresciuti fuori dai percorsi classici dell’industria. E il fatto che uno studio come A24 abbia affidato un progetto di questa portata a un autore ventenne racconta molto di come il cinema horror stia cambiando pelle.

Leo Woodall parla del casting in The Hunt for Gollum: “Un sogno che coltivo fin da bambino”

0

L’ingresso di Leo Woodall nel mondo de Il Signore degli Anelli è ormai ufficiale e l’attore non nasconde l’emozione per il progetto. La star di The White Lotus e One Day ha parlato per la prima volta del suo coinvolgimento in Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum, nuovo capitolo cinematografico prodotto da Warner Bros. e ambientato nella Terra di Mezzo.

Significa tutto per me. È un sogno che avevo fin da bambino”, ha dichiarato Woodall a People. L’attore ha poi aggiunto: “Guardavo questi film da piccolo e li avrò visti un milione di volte, quindi farne parte oggi è incredibile”. Parole che confermano quanto il progetto punti anche sul legame emotivo che un’intera generazione di attori e spettatori ha sviluppato con la trilogia diretta da Peter Jackson.

Come prevedibile, Woodall non ha rivelato dettagli concreti sulla trama o sul suo personaggio, limitandosi a dire: “Non posso anticipare nulla”. Ma il casting dell’attore rappresenta già uno degli elementi più interessanti del nuovo corso cinematografico della saga tolkieniana, soprattutto per il tipo di personaggio che interpreterà.

The Hunt for Gollum espande la Terra di Mezzo tra nuovi personaggi e volti storici

Annunciato ufficialmente durante il CinemaCon, The Lord of the Rings: The Hunt for Gollum introdurrà Woodall nel ruolo di Halvard, un nuovo personaggio Dúnedain creato appositamente per il film e assente nei romanzi originali di J.R.R. Tolkien. Accanto a lui ci sarà Jamie Dornan, scelto per interpretare Strider, l’identità usata da Aragorn prima degli eventi de La Compagnia dell’Anello.

Il film racconterà la missione di Aragorn per catturare Gollum prima che la creatura possa rivelare a Sauron la posizione dell’Anello. Una storia ambientata tra gli eventi de Lo Hobbit e quelli de La Compagnia dell’Anello, costruita ampliando riferimenti e note lasciate da Tolkien nei suoi scritti.

Il ritorno di figure storiche del franchise rafforza ulteriormente il legame con le trilogie originali. Andy Serkis riprenderà il ruolo di Gollum, oltre a dirigere il film, mentre torneranno anche Ian McKellen come Gandalf, Elijah Wood come Frodo e Lee Pace nei panni di Thranduil. Tra le novità più sorprendenti c’è anche Kate Winslet, entrata nel cast nel ruolo inedito di Marigol.

Dietro le quinte, Warner Bros. sta chiaramente cercando di costruire una nuova espansione cinematografica della Terra di Mezzo senza rinunciare all’eredità creativa della saga originale. Il coinvolgimento di Peter Jackson, Fran Walsh e Philippa Boyens come produttori e sceneggiatori indica la volontà di mantenere una continuità stilistica e narrativa con i film che hanno ridefinito il fantasy moderno al cinema.

La presenza di nuovi personaggi come Halvard suggerisce inoltre una direzione precisa: non limitarsi ad adattare Tolkien in modo tradizionale, ma esplorare gli spazi lasciati aperti nei suoi racconti. È una strategia già sperimentata con alterne fortune in passato, ma che potrebbe funzionare meglio in una storia più intima e legata ai toni oscuri della caccia a Gollum.

Bastille Day – Il colpo del secolo: la storia vera dietro il film

Quando nel 2016 uscì “Bastille Day – Il colpo del secolo” — distribuito internazionalmente anche con il titolo “The Take” — il film colpì immediatamente per il suo tono sorprendentemente vicino alla realtà politica e sociale dell’Europa contemporanea. Diretto da James Watkins e interpretato da Idris Elba, Richard Madden e Charlotte Le Bon, il thriller mescola terrorismo, rivolte urbane, tensioni razziali e corruzione istituzionale all’interno di una Parigi attraversata dalla paura. Proprio questo realismo ha spinto molti spettatori a chiedersi se la storia raccontata nel film fosse davvero accaduta oppure se fosse liberamente ispirata a eventi reali.

La risposta è più complessa di quanto sembri. “Bastille Day – Il colpo del secolo” non è basato su una storia vera specifica, ma costruisce la sua narrazione utilizzando paure, conflitti e dinamiche che hanno segnato profondamente la Francia degli anni Duemila. Il film arriva infatti in un momento storico segnato da attentati terroristici, proteste sociali, crisi migratorie e crescente radicalizzazione politica. Pur restando un action thriller di finzione, la pellicola utilizza elementi estremamente concreti della società francese contemporanea, tanto da apparire quasi profetica dopo alcuni tragici eventi realmente accaduti.

La storia vera dietro Bastille Day: terrorismo, tensioni sociali e paura nella Francia contemporanea

Idris Elba in Bastille Day – Il colpo del secolo

La trama di “Bastille Day – Il colpo del secolo” prende il via con un attentato apparentemente collegato a gruppi estremisti e proteste antifasciste, ma il film rivela presto una cospirazione molto più articolata, costruita attorno alla manipolazione politica e alla strumentalizzazione del caos sociale. Anche se gli eventi raccontati sono inventati, il contesto da cui nasce il film è assolutamente reale. Negli anni precedenti all’uscita della pellicola, la Francia era diventata uno dei principali teatri europei del terrorismo jihadista, con una lunga serie di attacchi che avevano profondamente cambiato il clima politico del Paese. Dopo l’11 settembre, infatti, il rapporto tra sicurezza nazionale, immigrazione e radicalizzazione religiosa era diventato sempre più centrale nel dibattito pubblico europeo, e la Francia — per ragioni storiche e coloniali — si trovava in una posizione particolarmente delicata.

Il film sfrutta proprio questa atmosfera di tensione permanente. Le periferie francesi, la rabbia sociale delle seconde generazioni immigrate, l’ascesa dei movimenti nazionalisti e la sfiducia verso le istituzioni diventano il terreno perfetto per un thriller che vuole sembrare plausibile. La presenza di rivolte urbane, manifestazioni di piazza e scontri con la polizia richiama direttamente quanto accaduto realmente nelle banlieue francesi, soprattutto dopo le rivolte del 2005, quando interi quartieri periferici esplosero in settimane di violenza e proteste contro discriminazione e marginalizzazione sociale. In questo senso, “Bastille Day” non racconta fatti realmente accaduti, ma utilizza problemi concreti della Francia moderna come fondamento della propria narrazione.

Gli attentati terroristici che resero il film inquietantemente attuale dopo la sua uscita

Bastille Day - Il colpo del secolo film

L’aspetto più impressionante della storia di “Bastille Day – Il colpo del secolo” riguarda però il momento in cui il film arrivò nelle sale. La produzione era stata completata nel 2014, ma nel frattempo la Francia venne travolta da alcuni dei più devastanti attentati terroristici della sua storia recente. Nel gennaio 2015 si verificarono gli attacchi contro la redazione di Charlie Hebdo e il supermercato Hyper Cacher, mentre nel novembre dello stesso anno Parigi fu colpita dagli attentati coordinati al Bataclan, allo Stade de France e in diversi locali della capitale. Questi eventi cambiarono radicalmente la percezione del film ancora prima della sua uscita ufficiale.

La situazione diventò ancora più delicata nel luglio 2016. “Bastille Day” debuttò infatti in Francia il 13 luglio, praticamente alla vigilia della festa nazionale francese. Il giorno successivo, durante le celebrazioni del 14 luglio a Nizza, un attentatore lanciò un camion sulla folla causando decine di morti. L’attacco di Nizza trasformò improvvisamente il thriller di James Watkins in qualcosa di disturbantemente vicino alla cronaca reale. La produzione decise quindi di ritirare temporaneamente il film dalle sale francesi, temendo che il pubblico potesse percepirlo come insensibile rispetto al clima nazionale. Anche il titolo internazionale venne modificato in alcuni mercati proprio per allontanarlo dai riferimenti diretti alla presa della Bastiglia e agli eventi francesi contemporanei.

Questo cortocircuito tra finzione e realtà contribuì enormemente alla fama del film. Molti spettatori iniziarono a rileggerlo non più soltanto come un action movie, ma come il riflesso di un’Europa attraversata dalla paura del terrorismo e dall’instabilità sociale. La forza del film stava proprio nel mostrare come il caos possa essere manipolato da interessi nascosti, sfruttando divisioni etniche e tensioni politiche già presenti nella società reale.

Come Bastille Day utilizza il tema dell’immigrazione e della manipolazione politica nella sua storia

Bastille Day - Il colpo del secolo cast

Uno degli elementi più interessanti di “Bastille Day – Il colpo del secolo” è il modo in cui il film affronta indirettamente il tema dell’immigrazione e della costruzione del nemico pubblico. Nel racconto, le tensioni tra francesi e immigrati vengono deliberatamente alimentate per creare disordine e distrarre l’opinione pubblica da un piano criminale molto più ampio. Questa dinamica riflette paure autentiche della società europea contemporanea, dove il terrorismo ha spesso contribuito a rafforzare xenofobia, diffidenza verso le comunità musulmane e crescita dei movimenti populisti.

Il film suggerisce continuamente che il vero pericolo non sia soltanto il terrorismo in sé, ma anche la facilità con cui governi, media e apparati di sicurezza possano sfruttare la paura collettiva. È un tema che negli anni Dieci è diventato sempre più centrale nel cinema politico e thriller occidentale. In questo senso, “Bastille Day” si avvicina a opere come “The Siege” o ad alcune stagioni di Homeland, dove il confine tra sicurezza nazionale e manipolazione politica diventa estremamente ambiguo.

Anche la figura interpretata da Idris Elba, l’agente della CIA Sean Briar, incarna perfettamente questo clima di sfiducia. Non si tratta del classico eroe invincibile da action anni Novanta, ma di un personaggio che si muove in un sistema corrotto e opaco, dove le istituzioni stesse appaiono compromesse. La Parigi mostrata nel film non è soltanto una città sotto minaccia terroristica, ma un luogo dove tensioni sociali irrisolte possono essere facilmente trasformate in strumenti di controllo e manipolazione.

Bastille Day non racconta una storia vera, ma anticipa le paure dell’Europa contemporanea

Bastille Day - Il colpo del secolo finale
Idris Elba e Richard Madden in Bastille Day – Il colpo del secolo. Foto di Jessica Forde – © 2016 – StudioCanal

Anche se “Bastille Day – Il colpo del secolo” non è tratto da una storia vera, il film riesce a colpire perché costruisce una finzione profondamente radicata nella realtà politica e sociale europea degli ultimi anni. Il terrorismo, la crisi migratoria, la paura collettiva, la radicalizzazione e la sfiducia verso le istituzioni non sono semplici elementi narrativi inventati per aumentare la tensione, ma questioni che hanno realmente segnato la Francia contemporanea.

La coincidenza temporale tra l’uscita del film e gli attentati del 2015 e 2016 ha inevitabilmente trasformato la percezione dell’opera, rendendola quasi un documento involontario delle ansie europee del periodo. Ciò che rende ancora oggi interessante il film di James Watkins è proprio questa capacità di utilizzare il linguaggio dell’action thriller per raccontare qualcosa di molto concreto sul presente. Dietro inseguimenti, esplosioni e complotti, “Bastille Day” parla infatti di una società fragile, attraversata da tensioni profonde e dalla paura costante che il caos possa esplodere da un momento all’altro.

In questo senso, il film non cerca davvero di ricostruire eventi reali specifici, ma utilizza la finzione per riflettere una realtà storica ben riconoscibile. Ed è probabilmente proprio questa vicinanza al mondo reale ad aver reso “Bastille Day – Il colpo del secolo” un thriller ancora oggi sorprendentemente attuale.

97 Minuti: il film è basato su una storia vera?

97 Minuti: il film è basato su una storia vera?

Tra thriller claustrofobici e tensione da conto alla rovescia, 97 Minuti prova a riportare in auge il cinema d’azione ambientato quasi interamente in spazi chiusi, giocando con il terrore del dirottamento aereo e con la paranoia post-11 settembre. Diretto da Timo Vuorensola e interpretato da Jonathan Rhys Meyers e Alec Baldwin, il film racconta la storia di un aereo di linea sequestrato da terroristi mentre un infiltrato dell’Interpol cerca disperatamente di evitare una catastrofe. Il titolo stesso richiama il tempo limitato prima che il velivolo esaurisca il carburante, trasformando ogni minuto in una corsa contro la morte.

Fin dalla sua uscita, molti spettatori si sono chiesti se 97 Minuti fosse tratto da fatti realmente accaduti. La sensazione di realismo deriva infatti da un immaginario molto preciso: quello dei grandi dirottamenti aerei moderni e, soprattutto, dell’ombra lasciata dagli attentati dell’11 settembre 2001. Anche se il film non racconta una storia vera specifica, gran parte delle sue dinamiche narrative si ispira chiaramente a eventi reali che hanno segnato la storia contemporanea dell’aviazione e della sicurezza internazionale. È proprio questo legame con la realtà a rendere il film così inquietante, perché dietro l’azione spettacolare si percepiscono paure collettive ancora molto vive.

La vera storia dietro 97 Minuti: perché il film non è reale ma nasce da paure concrete

Jonathan Rhys Meyers nel film 97 minuti

97 Minuti non è basato su una storia vera precisa, ma utilizza situazioni che richiamano direttamente alcuni dei più traumatici episodi della storia recente americana. La sceneggiatura di Pavan Grover costruisce infatti un thriller completamente fiction, ispirato però ai classici action degli anni Novanta come Die Hard, Air Force One e Con Air, tutti film che trasformavano mezzi di trasporto isolati in scenari di guerra psicologica e sopravvivenza. La differenza è che 97 Minuti nasce in un contesto storico molto diverso, inevitabilmente influenzato dal trauma globale dell’11 settembre e dalla percezione contemporanea del terrorismo internazionale.

Il film racconta il dirottamento di un Boeing 767 da parte di quattro terroristi, inconsapevoli della presenza a bordo di un infiltrato dell’Interpol sotto copertura. Parallelamente, le autorità americane valutano l’abbattimento dell’aereo pur senza conoscere realmente i piani dei sequestratori. Questo tipo di scenario può sembrare cinematografico ed estremo, ma affonda le sue radici in protocolli reali sviluppati dopo gli attentati del 2001. Dopo l’11 settembre, infatti, l’ipotesi di abbattere un aereo civile sequestrato è diventata parte concreta delle discussioni strategiche sulla sicurezza nazionale. È proprio questa vicinanza con procedure realmente esistenti a rendere il film credibile agli occhi del pubblico.

Il legame con il volo United 93 e gli attentati dell’11 settembre

97 minuti spiegazione finale film

L’evento reale che più chiaramente riecheggia dentro 97 Minuti è il caso del volo United Airlines Flight 93, uno dei quattro aerei dirottati durante gli attentati dell’11 settembre 2001. Quel giorno il volo, partito dal New Jersey e diretto a San Francisco, venne sequestrato da terroristi di Al-Qaeda insieme ad altri tre velivoli. A differenza degli aerei schiantati contro le Torri Gemelle e il Pentagono, però, il Flight 93 non raggiunse mai il proprio obiettivo grazie alla reazione disperata dei passeggeri a bordo, che tentarono di riprendere il controllo del velivolo. L’aereo precipitò infine in Pennsylvania, causando la morte di tutte le persone presenti, ma evitando probabilmente un attacco ancora più devastante.

Molti elementi di 97 Minuti sembrano richiamare direttamente quella tragedia. Anche nel film ci sono quattro terroristi, nessuna richiesta immediata rivolta alle autorità e una crescente paura legata al possibile obiettivo finale del dirottamento. Inoltre i passeggeri partecipano attivamente al tentativo di fermare i sequestratori, proprio come accadde realmente sul Flight 93. Persino l’intervento dei caccia militari nel film ricorda ciò che avvenne quel giorno: due F-16 americani furono infatti inviati per intercettare l’aereo dirottato. Sebbene non arrivarono in tempo per abbatterlo, la loro presenza segnò uno dei momenti più drammatici della risposta militare agli attentati.

Come il cinema post-11 settembre ha influenzato direttamente 97 Minuti

Alec Baldwin in 97 minuti

Più che raccontare una singola storia vera, 97 Minuti appartiene a quel filone di thriller nati dopo l’11 settembre che hanno trasformato la paura del terrorismo aereo in uno strumento narrativo. Negli anni successivi agli attentati, il cinema hollywoodiano ha iniziato infatti a riflettere sempre più spesso sulle conseguenze psicologiche e politiche del terrorismo globale. Film come United 93, World Trade Center o persino serie televisive come 24 hanno contribuito a costruire un immaginario dominato dall’urgenza, dalla sorveglianza costante e dalla possibilità che un singolo evento possa provocare migliaia di vittime in pochi minuti.

Dentro questo panorama, 97 Minuti sceglie una strada più action e commerciale, ma mantiene comunque molti elementi tipici del cinema post-11 settembre: il sospetto verso chiunque si trovi a bordo, il conflitto tra salvezza individuale e sicurezza collettiva, il dilemma morale delle autorità chiamate a decidere se sacrificare vite innocenti per evitarne altre. La figura interpretata da Alec Baldwin, disposto persino ad abbattere l’aereo, riflette proprio queste tensioni nate nel mondo occidentale dopo il 2001. Il film utilizza quindi una struttura da thriller classico, ma la riempie di paure moderne estremamente riconoscibili.

La realtà dietro 97 Minuti e perché il film continua a risultare credibile

Alec Baldwin nel film 97 minuti

Anche se 97 Minuti è completamente fiction, il suo impatto deriva dalla capacità di rielaborare paure reali che il pubblico associa immediatamente alla storia contemporanea. Il terrorismo aereo, i protocolli militari d’emergenza, gli infiltrati internazionali e il timore di nuovi attacchi su larga scala non appartengono infatti soltanto al cinema, ma fanno parte della memoria collettiva degli ultimi vent’anni. È questo che permette al film di mantenere una tensione costante: lo spettatore sa che scenari simili, almeno in parte, sono già esistiti davvero.

Il film non cerca la precisione documentaristica e nemmeno la ricostruzione storica. Preferisce invece usare elementi riconoscibili della realtà per alimentare un thriller ad alta tensione che guarda apertamente ai grandi action del passato. Eppure, dietro inseguimenti, infiltrati e countdown drammatici, rimane sempre la percezione inquietante che tutto ciò possa accadere davvero. In fondo è proprio questa la forza di opere come 97 Minuti: trasformare eventi storici e paure concrete in intrattenimento cinematografico, ricordando però allo spettatore quanto sottile possa essere il confine tra fiction e realtà.

LEGGI ANCHE: 97 minuti: la spiegazione del finale del film

To Catch A Killer – L’uomo che odiava tutti: la spiegazione del finale del film

Quando nel 2023 Damián Szifron torna al cinema con To Catch A Killer – L’uomo che odiava tutti (leggi qui la recensione), il risultato è un thriller poliziesco che usa la struttura del procedural per parlare di un’America esausta, paralizzata dalla paura e incapace di comprendere il disagio che genera la violenza. Il film con Shailene Woodley e Ben Mendelsohn si presenta inizialmente come una classica caccia al serial killer: un cecchino misterioso massacra decine di persone durante la notte di Capodanno a Baltimora e l’FBI cerca disperatamente un colpevole prima che l’opinione pubblica esploda. In realtà, il film rivela presto un’ambizione diversa, molto più cupa e politica.

Il cuore del racconto è infatti il rapporto tra Eleanor e Lammark, due figure profondamente imperfette che si muovono dentro istituzioni corrotte, isteriche e incapaci di ascoltare. Il finale di To Catch A Killer non punta alla soddisfazione tipica del thriller investigativo, perché la cattura dell’assassino non coincide con una vera vittoria. La morte di Dean Possey chiude il caso, ma lascia intatta la sensazione di vivere in una società che continua a produrre solitudine, alienazione e rabbia. È proprio questa la chiave interpretativa del film: il killer non viene trasformato in un mostro eccezionale, bensì nel sintomo estremo di un sistema malato.

Il thriller di Damián Szifron trasforma la caccia al serial killer in un racconto sulla paranoia collettiva e sul fallimento delle istituzioni

Shailene Woodley e Ben Mendelsohn in To Catch a Killer

 

Chi conosce il cinema di Damián Szifron riconosce immediatamente alcuni temi già presenti in Relatos salvajes: l’esplosione della rabbia repressa, la violenza improvvisa che emerge dalla normalità e la critica feroce verso strutture sociali incapaci di gestire il disagio umano. In To Catch A Killer, però, il regista abbandona il tono grottesco e satirico per costruire un thriller teso, quasi documentaristico, che richiama il cinema paranoico degli anni Settanta e opere come Zodiac di David Fincher. Baltimora viene mostrata come una città traumatizzata, dove media, politica e forze dell’ordine cercano disperatamente una narrazione semplice da offrire al pubblico.

Per questo motivo il personaggio di Eleanor diventa centrale. Interpretata da una sorprendente Shailene Woodley, la protagonista è una poliziotta segnata da problemi psicologici, dipendenze e tendenze autolesionistiche. Lammark la sceglie proprio perché riconosce in lei qualcosa che gli altri ignorano: la capacità di osservare il dolore umano senza trasformarlo immediatamente in propaganda o spettacolo mediatico. Tutti gli altri investigatori vogliono un terrorista, un fanatico religioso o un simbolo politico da mostrare in televisione. Eleanor, invece, comprende che dietro gli omicidi si nasconde qualcuno di molto più disturbante: un uomo invisibile, cresciuto ai margini, incapace di vivere nel mondo contemporaneo.

Anche la regia insiste continuamente su questo aspetto. Le sparatorie sono secche, improvvise, prive di eroismo. I vertici istituzionali appaiono ossessionati dall’immagine pubblica e dalla necessità di controllare il racconto mediatico della tragedia. In questo senso il film evita deliberatamente la struttura rassicurante del thriller classico: non esiste un detective geniale capace di riportare ordine nel caos. Ogni intuizione arriva troppo tardi e ogni errore produce altre vittime. Il killer diventa quindi il riflesso di una società che ha smesso di ascoltare chi resta indietro.

Chi è davvero Dean Possey e cosa succede nel finale di To Catch A Killer

Ralph Ineson in To Catch a Killer

La parte finale del film conduce Eleanor e Lammark verso Dean Possey, il vero autore delle stragi. La scoperta arriva attraverso dettagli apparentemente secondari, confermando come il film sia interessato più all’osservazione psicologica che al colpo di scena spettacolare. Dean è un uomo cresciuto nell’isolamento, traumatizzato da un’infanzia segnata da un incidente con le armi causato dal padre, incapace di integrarsi socialmente e rifiutato persino dall’esercito, che avrebbe dovuto rappresentare per lui un’identità e uno scopo.

Quando Eleanor e Lammark raggiungono la casa della madre di Dean, il film entra nella sua fase più tragica. Lammark, ormai estromesso ufficialmente dall’indagine, vuole arrestare il killer per dimostrare che il Bureau ha sbagliato tutto. È una scelta impulsiva, dettata dall’orgoglio e dalla frustrazione accumulata durante l’inchiesta. Dean, nascosto in una baracca vicino alla casa, spara però attraverso una finestra e uccide Lammark quasi immediatamente. La morte del personaggio interpretato da Ben Mendelsohn è improvvisa e anti-spettacolare: il film elimina così l’ultima figura realmente competente rimasta dentro il sistema investigativo.

Da quel momento il confronto si concentra esclusivamente tra Eleanor e Dean. È qui che il film esplicita il proprio vero tema: la protagonista riconosce nel killer un dolore simile al suo. Entrambi convivono con impulsi autodistruttivi e con una profonda incapacità di sentirsi parte del mondo. Eleanor cerca disperatamente di convincerlo a fermarsi, proponendogli cure mediche e una possibilità di redenzione. Dean, però, è ormai oltre ogni recupero. La sua rabbia è diventata identità. Quando la polizia circonda l’area, il killer reagisce facendo esplodere una bomba e aprendo il fuoco sugli agenti. Eleanor tenta ancora di salvarlo, ma il confronto degenera definitivamente: Dean viene colpito e ucciso dalla polizia dopo essere stato ferito dalla stessa Eleanor.

La chiusura dell’indagine lascia però un sapore amarissimo. Dean muore, ma nessuno sembra interessato a capire davvero come sia stato possibile arrivare a quel punto. Le istituzioni vogliono soltanto controllare il danno politico e mediatico.

Il finale racconta una società che crea invisibili e poi si stupisce della loro esplosione di violenza

Shailene Woodley in To Catch a Killer

 

L’aspetto più inquietante di To Catch A Killer è il modo in cui rifiuta di rendere Dean Possey un genio criminale o un simbolo astratto del male. Il film insiste continuamente sulla sua banalità. Dean è un uomo spezzato, incapace di relazioni sociali, sfruttato economicamente e consumato da un odio che cresce nell’isolamento. La sua violenza nasce da un bisogno disperato di sentirsi finalmente visto.

Questa scelta cambia completamente il significato del finale. Eleanor comprende che Dean non sta cercando soldi, potere o fama ideologica. Vuole infliggere al mondo lo stesso dolore che prova quotidianamente. Per questo motivo le sue vittime sono casuali: il bersaglio reale è la società intera. Szifron costruisce così un thriller che parla apertamente dell’alienazione contemporanea e della fragilità mentale in un contesto dominato da pressione sociale, individualismo e bombardamento mediatico.

Anche Eleanor rappresenta una possibile variazione dello stesso trauma. Il film suggerisce continuamente che la protagonista avrebbe potuto facilmente scivolare verso l’autodistruzione definitiva. Le sue ferite interiori la rendono capace di capire Dean meglio di chiunque altro. La differenza sta nel fatto che Eleanor trova un contatto umano sincero attraverso Lammark, mentre Dean resta completamente isolato fino alla fine. La tragedia del killer nasce proprio da questa assenza assoluta di connessione emotiva.

Il comportamento delle autorità rafforza ulteriormente questa lettura. Politici e FBI pensano soltanto a salvare la propria reputazione. Ogni decisione viene presa per ragioni strategiche o mediatiche, mai umane. Il film suggerisce quindi che la vera violenza sistemica non sia soltanto quella delle armi, ma quella di istituzioni incapaci di vedere le persone prima che sia troppo tardi.

La morte di Lammark e la promozione di Eleanor mostrano il compromesso morale necessario per sopravvivere nel sistema

Ben Mendelsohn in To Catch a Killer

La conclusione del film diventa ancora più amara nella scena finale dedicata a Eleanor. Dopo la morte di Dean Possey, il sindaco e i dirigenti istituzionali cercano di riscrivere completamente la narrazione degli eventi. Vogliono nascondere gli errori dell’indagine e trasformare Eleanor in una figura utile alla propaganda ufficiale. In cambio le offrono ciò che ha sempre desiderato: un ruolo importante nell’FBI.

All’inizio del film Eleanor avrebbe probabilmente rifiutato per principio. L’esperienza vissuta con Lammark, però, le ha insegnato che la purezza morale assoluta spesso conduce all’emarginazione e all’impotenza. Accettando il compromesso, la protagonista sceglie di restare dentro il sistema per continuare a fare la differenza. È una decisione profondamente ambigua, che il film evita di giudicare apertamente.

Il dettaglio più importante riguarda infatti le richieste avanzate da Eleanor prima di firmare l’accordo: pretende che Lammark riceva una medaglia al valore postuma e che il marito Gavin ottenga la pensione completa. In quel momento Eleanor dimostra di aver ereditato l’umanità del suo mentore. Ha imparato a muoversi dentro una struttura corrotta senza perdere completamente sé stessa.

La morte di Lammark assume quindi un valore simbolico. Il personaggio rappresentava un raro esempio di investigatore interessato davvero alla verità e non alla carriera. La sua eliminazione conferma la visione pessimista del film: le persone migliori vengono spesso sacrificate da sistemi costruiti sulla convenienza politica.

Il vero significato del finale di To Catch A Killer è la trasformazione del dolore in consapevolezza

Shailene Woodley, Jovan Adepo e Ben Mendelsohn in To Catch a Killer

L’ultima immagine di Eleanor suggerisce che il film non vuole chiudersi nella disperazione assoluta. La protagonista esce distrutta dall’indagine, ma possiede finalmente una consapevolezza nuova. Ha guardato dentro il vuoto che consumava Dean Possey e ha capito quanto sia sottile il confine tra sopravvivere al dolore e lasciarsene divorare.

Il titolo italiano, L’uomo che odiava tutti, rischia quasi di semplificare il film, perché Dean non odia realmente il mondo nel senso tradizionale del termine. Odia soprattutto la propria incapacità di viverci dentro. È un personaggio incapace di comunicare, incapace di immaginare un futuro, incapace persino di dare un nome preciso alla propria sofferenza. Eleanor riesce a comprenderlo proprio perché combatte quotidianamente una battaglia simile.

Il finale diventa allora il racconto di due possibilità opposte davanti al trauma: trasformarlo in distruzione oppure in coscienza critica. Dean sceglie la prima strada e viene annientato. Eleanor sceglie invece di continuare a vivere, accettando compromessi dolorosi pur di mantenere uno spazio d’azione dentro il sistema. È una conclusione volutamente scomoda, che rifiuta la catarsi tipica del thriller hollywoodiano.

To Catch A Killer termina senza rassicurare davvero lo spettatore, lasciando aperta una domanda inquietante: quanti altri Dean Possey stanno crescendo nel silenzio generale, invisibili fino al giorno in cui decideranno di farsi notare attraverso la violenza?

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia: il trailer italiano!

0
Ricchi… da morire – Delitti in famiglia: il trailer italiano!

Ecco il trailer italiano di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia, dark comedy diretta da John Patton Ford con protagonisti Glen Powell, Ed Harris e Margaret Qualley in arrivo al cinema dal 17 giugno.

Cosa saresti disposto a fare per un’eredità miliardaria?

Sette eredi, una fortuna, nessun testimone: un thriller nero e spietatamente divertente, che gioca con lo spettatore e rilancia il piacere del grande racconto criminale contemporaneo unendo vendetta, satira sociale e puro intrattenimento.

Una serie di “incidenti” sempre più elaborati, orchestrati con ironia e freddezza, trascina lo spettatore in una spirale che mette in discussione il confine tra giusto e sbagliato. Ricchi… da morire – Delitti in famiglia è un racconto cinico e adrenalinico che gira intorno alla domanda che prima o poi ognuno si pone nella vita: fino a dove saresti disposto ad arrivare per ottenere un’eredità faraonica?

Accanto a Glen Powell, qui in uno dei ruoli più complessi e provocatori della sua carriera, un cast di grande richiamo: Margaret Qualley, Ed Harris, Jessica Henwick, insieme a un ensemble di personaggi grotteschi e memorabili che incarnano le diverse declinazioni del privilegio e del potere.

Ricchi… da morire – Delitti in famiglia uscirà al cinema il 17 giugno distribuito da Lucky Red e sarà preceduto da un’anteprima sabato 30 maggio il Multisala Gloria Notorious Cinemas di Milano ospiterà il BEST MOVIE DAY, l’evento annuale targato Best Movie prodotto e organizzato da Duesse Media Network con la direzione artistica di Giorgio Viaro e Paolo Sinopoli dedicato alla cultura pop contemporanea tra cinema, serie tv, fumetto, creator, podcast e nuovi linguaggi dell’intrattenimento. Ricchi… da morire – Delitti in famiglia sarà l’evento di chiusura del festival e sarà introdotto in sala da Zerocalcare.

La trama di Ricchi… da morire – Delitti in famiglia

Becket Redfellow (Glen Powell) è un outsider cresciuto lontano dalla sua famiglia d’origine: una dinastia ricchissima che lo ha rinnegato alla nascita. Determinato a reclamare ciò che ritiene suo di diritto, Becket mette in atto un piano tanto ambizioso quanto spietato: eliminare, uno dopo l’altro, tutti i parenti che lo separano dall’eredità miliardaria. Ma l’incontro e lo scontro con Julia Steinway (Margaret Qualley) rimetterà in discussione tutto, fino al confronto finale con il temuto capo famiglia, Whitelaw Redfellow (Ed Harris).