Il regista messicano è pronto a tornare in grande stile con il suo Pinocchio di Guillermo del Toro, in maniera più semplice Pinocchio, rivisitazione della storia di Carlo Collodi Le avventure di Pinocchio. Storia di un burattino. La scelta di inserire il suo nome nel titolo della pellicola è chiara: il racconto qui proposto non è lo stesso di quello conosciuto, c’è la sua rilettura.
L’idea di costruire un nuovo universo del burattino di legno nasce al regista messicano nel 2008, un progetto molto ambizioso che però vede nel 2017 una rinuncia anche a causa dei costi troppo elevati del film. Per fortuna Netflix nel 2018 decide di acquistarne i diritti, mettendo di nuovo in moto la sua lavorazione. Il prodotto è un film d’animazione realizzato con la tecnica dello stop-motion, e arriverà nelle sale cinematografiche dal 4 dicembre e su Netflix dal 9 dicembre.
Pinocchio di Guillermo del Toro, la trama
Prima Guerra Mondiale. Geppetto (David Bradley) è un falegname che vive in un paesello nel Nord Italia insieme a suo figlio Carlo, al quale insegna l’arte dell’artigianato. Una sera, ultimato un lavoro che l’uomo aveva fatto in chiesa, i due vengono colpiti da un bombardamento aereo, che causa la morte di Carlo. Il lutto per la perdita del figlio porta Geppetto a consolarsi nelle bottiglie di alcol, consumate sulla lapide del bambino.
È ora il ventennio fascista. Dopo essere rientrato da una delle sue solite visite alla tomba, preso da un momento di collera, il falegname inizia a intagliare su un pezzo di legno grezzo una sorta di burattino incompleto. Nella notte, però, uno Spirito (Tilda Swinton) dall’aspetto etereo giunge in casa per regalargli la vita, dando la possibilità a Geppetto di essere nuovamente felice. Non appena questo prende vita, diventando Pinocchio (Gregory Mann), le avventure che deve subito affrontare insieme al grillo Sebastian (Ewan McGregor), per rendere orgoglioso il padre, lo portano faccia a faccia con la vera dittatura.

Dentro il racconto di del Toro
Se Guillermo del Toro avesse dovuto presentare il suo Pinocchio esattamente come introduce i racconti estraendo oggetti dal suo wunderkammer in Cabinet of Curiosities, avrebbe esordito così: “Questa è la storia di un burattino di legno, pregna però di sfumature oscure, contorni crudi e verità forse inaccettabili. Questo, signori, non è il Pinocchio che conosciamo”. E non c’è niente di più vero.
Le opere di Del Toro si distinguono principalmente per tre fattori: lo sfondo politico, l’atmosfera pseudo religiosa, lo spazio gotiche. E qui, nel suo Pinocchio, tali caratteristiche si presentano tutte in maniera equilibrata, evidenziando la sua impronta registica – e stilistica – che si estende a macchia d’olio lungo l’impianto narrativo del film. D’altronde, se non avesse potuto marchiare la storia di Collodi seguendo i dettami della sua arte, probabilmente il film non sarebbe mai esistito.
Il regista apre la finestra della realtà credibile sull’universo di Pinocchio, proponendo un racconto in cui condizione umana e politica si intrecciano e si fondono. Del Toro opera allo stesso modo di Il labirinto del fauno, rinunciando però qui alle eccessive sfumature fiabesche, il cui guizzo si può riscontrare piuttosto negli insegnamenti di vita che il burattino assorbe nel suo percorso di crescita. Questi, infatti, arricchiscono la trama di continui moniti, veicolati allo spettatore attraverso tematiche sulle quali spesso si ha timore di soffermarsi: la storia e l’evoluzione, a volte terribile, del genere umano.
Quello che porta al cambiamento e alla crescita, a maggior ragione se inserito in un avvenimento storico di rilievo quale – in questo caso – il periodo ostico della dittatura, non può essere mostrato attraverso colori sgargianti e morbidi climax, ma piuttosto esposto con una crisi profonda e un ostacolo, quello sociale e politico, che va al di là degli happy ending. È questa l’opera di Del Toro.
Una “favola” antifascista
In una sceneggiatura che ha prediletto il taglia e cuci, il regista spoglia la storia della sua bellezza favolistica, riducendo Pinocchio agli elementi essenziali in grado di far virare ad una narrazione molto più impattante a livello contenutistico. Del Toro fa camminare il suo burattino nelle difficoltà di una Italia intrappolata nel ventennio fascista, in un contesto di assoggettamento del popolo al suo Duce, dalle cui labbra pendono tutti i personaggi che Pinocchio incontra lungo il cammino, e di cui si serve per prendere consapevolezza.
L’ambiente politico è il primo vero tema caldo dello script, in cui emerge l’inclinazione del burattino a non soccombere come gli altri al Podestà, uno dei principali villain che vede in lui un’arma indistruttibile ai fini della guerra – essendo immortale – e di cui le truppe militari fasciste possono farne uso. Ciò che corrode l’intero villaggio in cui Pinocchio è “nato”, ma che si annida come muffa in tutto lo stivale, è la famosa propaganda “Il Duce ha sempre ragione”, seguita da un discorso dittatoriale che seppur non si senta, si riesce a percepire: “La libertà senza ordine e senza disciplina significa dissoluzione e catastrofe.”
Il tessuto del film si districa proprio attraverso questo concetto “Mussoliniano” a cui Pinocchio si ribella, imponendosi come individuo capace di fare la differenza a dispetto di chi, con credenze bigotte di fronte al suo essere “semplicemente di legno” – seppur venerino Gesù, fatto di legno, sulla croce – lo reputi una maledizione e un’opera del Diavolo. Eppure lui, nonostante sia di pino, si rivela essere più umano di quelli fatti di carne e ossa poiché, al contrario di come succedeva all’epoca di Benito Mussolini, riesce ad esercitare il libero arbitrio. Ecco dunque la morale principale del regista: essere diversi, e in questo caso sovversivi, può divenire un atto salvifico.
Una storia di fragilità umana
Sin dalle prime inquadrature, il cui ricco setting evidenzia una minuziosa lavorazione del profilmico, è chiaro ciò che Del Toro porterà all’occhio attento dello spettatore: questa è una fiaba che non sa di meraviglia, sa di verità. Da Steve Barron, passando a Robert Zemeckis e finendo a Roberto Benigni, l’avventura coming of age di Pinocchio è sempre stata smorzata da toni prevalentemente caramellosi e semplici, il cui obiettivo era viaggiare sulle ali della fantasia, più che impegnarsi in un reale racconto di formazione. E alla domanda “cosa si cela dietro la storia di Pinocchio?” fino ad oggi è riuscito a rispondere esaustivamente solo il regista messicano.
Nelle pellicole antecedenti la rivisitazione deltoriana, Geppetto è stato designato come un uomo il cui desiderio era avere un figlio a cui donare tutto l’amore di cui avesse bisogno. Ma nessuno, fino ad oggi, aveva tentanto di esplorare davvero il passato del falegname per capire da cosa potesse derivare tale necessità, fornendo solo qualche informazione poco dettagliata a riguardo. Del Toro invece osa. E osa più che bene. Entra nella condizione di fragilità umana di Geppetto e ne restituisce una versione cruda e senza filtri di un uomo lacerato dal lutto, il cui avvenimento lo ha condotto sulla strada dell’alcolismo mentre piange disperato sulla lapide del suo bambino, Carlo.
Carlo, un figlio strappato troppo presto dalle braccia del padre per colpa dei bombardamenti della Prima Guerra Mondiale; un bambino vittima della guerra come tanti altri; un figlio, che diventa il figlio di tutti, il cui padre non è riuscito ad accettare la sua morte improvvisa, e che nel tentativo di addormentare un dolore che brucia costantemente nel petto, si abbandona tristemente a se stesso. Entrare in contatto profondo con il background di Geppetto prepara emotivamente alla storia. Accende il processo dell’identificazione e permette alla fruizione di essere molto più densa e, per certi versi, molto più difficile ma necessaria per una mise en scene il cui elemento realistico è garantito.
Comprendere a pieno chi fosse Geppetto prima di Pinocchio, imprime di valore il rapporto dell’uomo con il burattino di legno. Se all’inizio il falegname era restio ad accettare la sua presenza a causa della ferita ancora aperta di Carlo, il loro tendersi progressivamente la mano per costruire un legame di fiducia reciproco, conferisce alla nascente relazione padre-figlio il taglio del vero amore.

Bellezza stilistica
Se Del Toro ha impiegato diverso tempo per la produzione del suo Pinocchio, la visione del prodotto ne fa capire il motivo. La tecnica dello stop-motion non è di sicuro un “metodo” semplice per costruire delle pellicole, specie se in termini di minutaggio queste risultino essere lunghe. Basti pensare che per un movimento del personaggio ripreso, bisogna scattare precisamente 24 fotogrammi e le espressioni facciali, seppur impercettibili, devono essere diverse. Eppure, ogni personaggio che entra a far parte di questo lungometraggio è pieno di sfaccettature, di dettagli, di cura. L’attenzione e la minuzia nel disegnarli e portarli in vita è evidente: passando dai tratti del grillo, che seppur non abbia un volto umano sa trasmettere tutte le emozioni che prova, e finendo a quelli di un Geppetto le cui lacrime che solcano il viso sembrano reali.
L’ambiente, poi, è ben studiato. Di solito, lo spazio-tempo attorno ad un personaggio deve essere molto pieno nei fumetti per restituire al lettore un orientamento della scena. Al cinema, l’ambiente ha senz’altro una sua importanza e rilevanza, ma molto fa la bravura degli attori e non è sempre scontato che quando invece si tratti di dare vita ad un film d’animazione, che potrebbe essere paragonato ad un fumetto, si ponga accortezza sul luogo. Nel Pinocchio di Del Toro, invece, il setting principale, rappresentato dal villaggio, sembra condurre realmente nel paesello arroccato nel Nord Italia. Non c’è senso di vuoto, ma pienezza completa e misurata, senza la presenza di elementi superflui. La scelta cromatica, seppur ampia, predilige come sempre nel cinema deltoriano la prevalenza dell’ambra, che garantisce un”atmosfera sia magica che realistica. Il tutto, poi, amalgamato con le spettacolari musiche di Alexandre Desplat.
Pinocchio di Guillermo del Toro risulta perciò un film la cui bellezza favolistica cede il passo a quella reale, i cui tratti spesso sono crudi ma mai eccessivi. Il suo essere un film antifascista lo trasforma in un inno alla libertà in cui il suo protagonista dimostra che a volte, anche se c’è meno fiaba, si può sempre indirizzare un messaggio d’amore, di patria e di crescita. E così Del Toro ci ricorda che tutte le favole, alla fine, nascono da frammenti di realtà rielaborati. Ed è per questo che dall’altra parte noi riusciamo a imparare.








Le ferite generate dalla
propria storia personale, che chiaramente affondano nella psiche
delle vittime di possessione diabolica (tutte donne), vengono
affrontate esclusivamente attraverso le forze individuali. Laddove
nella tradizione della Chiesa Cattolica la figura dell’esorcista si
mette totalmente nelle mani di Dio, facendosi ed essendo suo
ministro nell’aiutare i posseduti come il tramite di una potenza
ben più grande di lui che gli viene data, proprio come se ne fosse
catalizzatore, qui diviene una lotta completamente impari tra la
donna e il demonio. Ed è curioso, oltre che consolidato, che i
riferimenti maschili ne escano impotenti, deboli e smarriti, tanto
per cambiare.



Una nave di nome
Kerberos è lo scenario principale che riunisce i
diversi personaggi di
I depistaggi nei primi
episodi di
La piramide del ragazzo e
la chiave di Maura sono i codici necessari per
porre fine alle simulazioni nella serie televisiva fantascientifica
di Netflix. Poiché Maura non aveva ricordi della sua vita passata,
non riusciva a ricordare nulla della chiave anche se l’aveva sempre
con sé. Henry la sottopone a queste simulazioni
ricorrenti per aiutarla a ricordare dove teneva la chiave. È anche
possibile che Henry abbia collocato quei simboli piramidali in
tutta la nave come messaggi subliminali per stimolare la sua
memoria o forse Maura stessa li ha collocati nella realtà simulata
per ricordare la chiave dopo aver perso la memoria. Quest’ultima
ipotesi sembra più plausibile, dato che il simbolo della piramide e
della chiave è tatuato anche dietro l’orecchio del figlio.
Sotto il letto di ogni
passeggero c’è una botola, da cui si arriva a una camera
sotterranea che conduce a una simulazione dell’inquietante passato
del rispettivo passeggero. Considerando che il passato di ogni
personaggio era probabilmente una mera costruzione, le simulazioni
delle botole probabilmente non hanno nulla a che fare con la realtà
dei passeggeri. Ciò è ulteriormente confermato quando i passeggeri
iniziano a scorrere le rispettive simulazioni di memoria dopo che
Daniel ha alterato il codice.
Verso la fine, dalle pareti
dell’astronave iniziano a spuntare enormi strutture nere e quando
Virginia Wilson (interpretata da Rosalie
Craig del cast di The Queen’s Gambit) ne
tocca una, la massa nera inizia a diffondersi su tutto il suo
corpo. Come ogni altra cosa nella simulazione, anche la sostanza
nera è un codice che rappresenta un virus. Daniel
ha intenzionalmente violato il sistema e introdotto il virus nella
simulazione per impedire a Henry di riavviare il
ciclo. Questo spiega perché chiede agli altri passeggeri di non
toccarlo.
Nella sua allegoria,
intitolata “La caverna”, Platone descrive uno
scenario ipotetico in cui un gruppo di persone è incatenato
all’interno di una caverna e tutto ciò che possono vedere è un muro
vuoto di fronte a loro. Il muro riflette le ombre del mondo reale
alle loro spalle, ma non dà mai una rappresentazione accurata della
realtà. Nonostante i limiti della loro percezione, gli abitanti
della caverna accettano la realtà che viene loro presentata perché
è l’unica che conoscono. Film come
Come tutti gli oggetti
delle simulazioni, entrambe le iniezioni sono codici che servono a
uno scopo specifico. La loro funzione è simile a quella delle
pillole blu e rosse di Matrix.
Henry usa l’iniezione nera per resettare i ricordi
di Maura e mandarla in una nuova simulazione; al contrario, usa
quella bianca per ripristinare i suoi ricordi e la conseguente
comprensione della realtà.
Verso la fine della
stagione 1 di
Dopo essere sfuggita alla
simulazione nella serie horror sci-fi di Netflix,
Maura si risveglia in una stazione spaziale dove
trova gli altri passeggeri collegati a una macchina. Questo
conferma che nessuno è morto su quella nave. Trova uno schermo che
rivela il nome della stazione spaziale come “Progetto Prometheus” e
l’anno attuale come “2099”. Segue un messaggio di “Benvenuto nella
realtà” da parte di Cirian, che conferma di essere
a conoscenza della fuga della sorella dalla simulazione.


















Come si sospettava, in
Empire ha finalmente
confermato la cronologia del quinto film di Indiana
Jones. La maggior parte della storia di Indiana
Jones 5 è ambientata nel 1969, sullo sfondo della corsa
allo spazio degli Stati Uniti contro la Russia. L’ultima avventura
di Indy ne Il regno del teschio di cristallo si è svolta nel 1957,
quindi il quinto film riparte circa 12 anni dopo.
Come si sospettava da
tempo,
La scena di apertura di
I dettagli sul personaggio
di
Non sorprende che
Alcune teorie hanno
ipotizzato che Boyd Holbrook potesse interpretare
una versione più anziana del figlio di Indiana
Jones, Mutt Williams (precedentemente
interpretato da Shia LaBeouf), ma la cover story
di Empire lo smentisce. Holbrook è stato scritturato per
Dopo aver assunto la
direzione del film, il regista James Mangold ha
rivelato di aver fatto riscrivere la sceneggiatura di
Con il quinto film che
arriva 15 anni dopo 





Julian
Slowik è un famoso chef che offre le sue esperienze
culinarie a persone facoltose, nel suo ristorante esclusivo su un
isola remota. In
Margot
partecipa alla cena di
Tyler è il
fidanzato di Margot e un buongustaio dichiarato; è
un grande fan dello chef Slowik e aspetta da tempo di prendere
parte a una delle sue peculiari esperienze culinarie. Tyler è
interpretato da 


