Prime Video ha condiviso il primo trailer e la
data di uscita di Spider-Noir,
con
Nicolas Cage nel suo primo ruolo da protagonista in
TV. La serie di 8 episodi uscirà per intero il 27 maggio ed è
prodotta da Sony Pictures Television in esclusiva per MGM+ e Prime
Video.
Secondo un comunicato stampa,
Spider-Noir debutterà in patria sul canale
lineare di MGM+ il 25 maggio, per poi arrivare a livello globale su
Prime Video il 27 maggio “come binge-watching”, in oltre 240 paesi
e territori. La serie sarà disponibile anche in streaming in due
modalità: in “Authentic Black & White” e “True-Hue Full Color”,
così che il pubblico possa scegliere la propria avventura da
guardare. Come di consueto, anche il trailer è stato pubblicato in
entrambi i formati.
L’anteprima è un po’ più folle di
quanto ci aspettassimo, con Ben Reilly di Cage apparentemente il
destinatario involontario di superpoteri che non ha mai desiderato.
Lo slogan della serie è “senza potere non derivano responsabilità”,
un’intrigante svolta sul classico mito di Spider-Man.
L’azione sembra piuttosto
realistica, anche se intravediamo Sandman, un mostro simile a un
ragno, e un personaggio focoso che potrebbe essere una nuova
interpretazione di Molten Man. Anche se facile da non notare,
Electro è accennato, come vedrete negli screenshot inclusi.
Ci sono anche alcune impressionanti
scene di oscillazione delle ragnatele, molto simili a quelle viste
nella trilogia di Spider-Man di Sam Raimi.
Spider-Noir è una serie live-action
basata sul fumetto Marvel Spider-Man Noir. Spider-Noir
racconta la storia di Ben Reilly (Nicolas Cage), un investigatore privato
esperto e sfortunato nella New York degli anni ’30, costretto a
confrontarsi con il suo passato, in seguito a una tragedia
profondamente personale, come unico supereroe della città. Il cast
completo include l’attore premio Oscar Nicolas Cage (Adaptation),
l’attore premio Emmy Lamorne Morris (New Girl), Li Jun Li (Sinners), Karen Rodriguez (The Hunting Wives),
Abraham Popoola (Atlas), con l’attore premio SAG Jack Huston
(Boardwalk Empire) e l’attore premio Emmy e candidato all’Oscar
Brendan Gleeson (The Banshees of
Inisherin).
Tra le guest star figurano Lukas
Haas, Cameron Britton, Cary Christopher, Michael Kostroff, Scott
MacArthur, Joe Massingill, Whitney Rice, Amanda Schull, Andrew
Caldwell, Amy Aquino, Andrew Robinson e Kai Caster.
Spider-Noir è prodotto da Sony
Pictures Television in esclusiva per MGM+ e Prime Video. Il regista
premio Emmy Harry Bradbeer (Fleabag, Killing Eve) ha diretto e prodotto esecutivamente
i primi due episodi.
Il vincitore dell’Emmy Harry
Bradbeer (Fleabag, Killing Eve) ha diretto e prodotto
esecutivamente i primi due episodi. Oren Uziel (The Lost City,
22 Jump Street) e Steve Lightfoot (Marvel’s
The Punisher, Shantaram) sono co-showrunner e produttori
esecutivi.
Uziel e Lightfoot hanno sviluppato
la serie con il team vincitore dell’Oscar per Spider-Man: Un nuovo
universo: Phil Lord, Christopher Miller e Amy Pascal. Lord e
Miller sono produttori esecutivi, insieme ad Aditya Sood e Dan
Shear. Amy Pascal è anche produttrice esecutiva tramite Pascal
Pictures. Come accennato, Spider-Noir
arriverà su Prime Video il 27 maggio.
Nel
cuore della notte, mentre le Dolomiti riposavano sotto una coltre
di neve e silenzio, qualcosa di sinistro è emerso dalle montagne.
Per celebrare l’uscita di Scream
7, Eagle
Pictures ha realizzato uno stunt
cinematografico unico nel suo genere, trasformando il paesaggio
alpino sopra Tonale–Ponte di Legno in un gigantesco set a cielo
aperto.
Un
team di sciatori professionisti ha inciso l’iconica maschera di
Ghostface
direttamente sul versante della montagna. Non una proiezione
digitale. Non un’illusione in CGI. Ma un’incisione reale, scolpita
nella neve e visibile a chilometri di distanza, capace di
trasformare una pista naturale in un simbolo inquietante e
spettacolare.
Sotto un cielo trapunto di stelle, l’immagine è stata poi accesa da
una potente proiezione luminosa notturna che ha tracciato un
profilo rosso sulla neve, dando vita a un’apparizione tanto
suggestiva quanto perturbante. Un gesto audace, pensato per portare
l’universo di Scream
oltre lo schermo e liberarlo nel mondo reale.
In un momento in cui atleti di tutto il mondo mettono alla prova sé
stessi contro neve e gelo, spingendo corpo e mente al limite, le
sfide non finiscono al traguardo. Tra discese estreme e notti
gelide, quest’anno c’è un’ultima prova da affrontare: Ghostface è
tornato, e deve essere sconfitto.
Scream 7: cast, regia e uscita al cinema
Scream 7 è
il settimo capitolo dell’iconico franchise slasher, diretto da
Kevin
Williamson, già storico creatore della saga,
che ha co-sceneggiato il film insieme a Guy Busick.
La storia è firmata da James
Vanderbilt e Guy Busick, e promette un
ritorno potente ai temi centrali che hanno reso il franchise un
fenomeno generazionale.
Nel cast troviamo volti storici e nuove presenze:
Neve
Campbell, Courteney
Cox, Isabel May,
Jasmin Savoy
Brown, Mason
Gooding, Anna Camp,
Joel McHale,
Mckenna
Grace, Michelle
Randolph, Jimmy Tatro,
Asa Germann,
Celeste
O’Connor, Sam Rechner,
Ethan Embry,
Tim Simons e
Mark
Consuelos.
Il film è prodotto da Paramount
Pictures e Spyglass Media
Group e arriverà nelle sale italiane il
25 febbraio
2026, distribuito da Eagle Pictures.
Dal 6 febbraio, in concomitanza con
l’avvio dei Giochi Olimpici Invernali di Milano Cortina 2026, il
docufilm Kristian Ghedina: Storie di Sci è disponibile in
esclusiva su Prime Video dopo essere stato presentato
durante l’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di
Venezia e distribuito nelle sale italiane da RS Productions.
Scritto e diretto da Paolo
Galassi, il docufilm vede protagonista il leggendario sciatore
Kristian Ghedina, con il prezioso contributo narrativo
dell’ex sportivo della neve e commentatore TV Paolo De
Chiesa. Il progetto rientra nell’ambito dell’Olimpiade
Culturale, il programma multidisciplinare per promuovere i valori
Olimpici attraverso il dialogo tra arte, cultura e sport.
Kristian
Ghedina accompagna lo spettatore raccontando la storia
dello sci italiano attraverso personaggi, aneddoti, territori e
grandi imprese, da Cortina 1956 a Milano Cortina 2026. Un viaggio
tra sport e innovazione tecnologica, con interviste esclusive a
protagonisti, organizzatori e istituzioni, alla scoperta dei
progetti e delle strutture dei Giochi Olimpici e Paralimpici
invernali.
Dal 2 al 4 marzo, Revenant –
Redivivo, il film targato 20th
Century Studios e New Regency e vincitore di tre Academy Award®,
tornerà nelle sale italiane in occasione del suo decimo
anniversario. Il film ritornerà al cinema anche nel Regno Unito, in
Francia, Germania, Spagna, Australia, Nuova Zelanda e Messico.
Revenant –
Redivivo, con Leonardo DiCaprio e
Tom
Hardy, è uscito nelle sale cinematografiche nel 2015
incassando oltre 532 milioni di dollari al botteghino mondiale e
vincendo tre premi Oscar®: miglior attore (Leonardo
DiCaprio), regia (Alejandro G. Iñárritu)
e fotografia (Emmanuel Lubezki). La riedizione
arriva proprio mentre DiCaprio torna sotto i riflettori
con Una battaglia dopo l’altra, assicurandosi
un’altra nomination come miglior attore.
Revenant –
Redivivo è tratto dalla sceneggiatura di
Mark L. Smith e Alejandro G.
Iñárritu, basata in parte sul romanzo di Michael
Punke, ed è prodotto da Steve Golin, Alejandro G.
Iñárritu, Arnon Milchan e Mary Parent. Il film, ispirato a fatti
realmente accaduti, racconta la storia di un pioniere del XIX
secolo che viene dato per morto e deve sopravvivere a un inverno
rigido nella natura selvaggia prima di tornare e vendicare la morte
di suo figlio.
I film e le serie non in lingua
inglese su Prime Video stanno appassionando più che mai il
pubblico globale. Oggi si è tenuto a Londra il primo Prime
Video Presents: International Originals, uno showcase che
ha presentato una selezione dei più importanti film e serie
International Original di Prime Video destinati a conquistare il
pubblico di tutto il mondo nel 2026. Introdotto da Kelly
Day, Vice President di Prime Video & Amazon MGM Studios
International, e condotto da Nicole Clemens, Vice
President degli International Originals di Amazon MGM Studios,
insieme ai team di tutto il mondo, l’evento ha visto la
partecipazione degli attori Stanley Tucci, Nicole Wallace, Park
Min-young e Wi Hajun, delle attrici e
registe Dolores Fonzi e Alia
Bhatt e della scrittrice Mercedes
Ron.
Nel corso dell’evento, Kelly Day ha
rivelato che i film in lingua spagnola del franchise
Culpables (È
Colpa Mia?,
È Colpa Tua?,
È Colpa Nostra?) sono stati visti da oltre 100 milioni di
spettatori nel mondo. I tre film, basati sulla trilogia bestseller
del New York Times di Mercedes Ron, hanno raggiunto il primo posto
in oltre 170 Paesi al momento del lancio, con oltre il 90% degli
spettatori da paesi diversi dalla Spagna.
Durante la sua introduzione,
Kelly Day, Vice President of Prime Video & Amazon MGM
Studios International, ha dichiarato: “Prime Video è
dove lo storytelling internazionale prospera. Stiamo notando che il
pubblico di tutto il mondo scopre e apprezza sempre più film e
serie provenienti da altri Paesi. Questo sta accadendo sempre più
spesso, e Prime Video è al centro di questo fenomeno”.
Day ha poi
aggiunto: “Le innovazioni tecnologiche che abbiamo
introdotto, personalizzando il servizio in base al Paese di origine
e alle preferenze linguistiche, permettono agli spettatori, ovunque
siano, di godersi film e serie provenienti da altri Paesi
del mondo. Lo streaming ha reso tutto questo possibile, grazie alla
comunicazione sui social, alla personalizzazione, ai progressi
tecnologici e all’AI, permettendoci di offrire raccomandazioni
sempre più mirate e un numero molto più ampio di sottotitoli e
doppiaggi in oltre 30 lingue”.
A riprova dell’impegno di Prime
Video nell’investire in IP e franchise letterari, Nicole Clemens ha
annunciato che Amazon MGM Studios sta sviluppando l’ultimo libro di
Mercedes Ron, 30 sunsets para enamorarte (dalla serie di
libri Bali), che segna il primo adattamento americano di
un’opera dell’autrice spagnola. L’accordo di sviluppo fa parte
della collaborazione di Prime Video che ha preso il nome di “House
of Ron”, e che comprende 10 adattamenti per lo schermo dai libri
dell’autrice. Clemens ha inoltre presentato la Top 10 degli
International Originals non in lingua inglese più visti nell’ultimo
anno, che hanno registrato ascolti record a livello globale. Nella
classifica figurano cinque diversi Paesi, a testimonianza delle
abitudini di visione sempre più diversificate e della crescente
popolarità presso il pubblico globale di una programmazione
internazionale.
Top 10 degli
International Originals non in lingua inglese su Prime Video
nell’ultimo anno (in base ai risultati
globali):
È Colpa Nostra? (Film, Spagna, ottobre 2025)
Maxton Hall – Il mondo tra di noi, Stagione 2 (Serie,
Germania, novembre 2025)
The Tank (Film, Germania, gennaio 2026)
The Calendar Killer (Film, Germania, gennaio
2025)
The Family Man, Stagione 3 (Serie, India, novembre
2025)
Dimmelo Sottovoce (Film, Spagna, dicembre 2025)
Panchayat, Stagione 4 (Serie, India, giugno 2025)
Tremembé (Serie, Brasile, ottobre 2025)
Mentiras (Serie, Messico, giugno 2025)
Paatal Lok, Stagione 2 (Serie, India, gennaio
2025)
Star davanti e dietro la macchina
da presa si sono unite a Clemens e ai regional executives di Amazon
MGM Studios
Nicole Morganti
(Head of Southern Europe Originals),
Tara Erer
(Head of Northern Europe Originals),
Javiera Balmaceda
(Head of Latin America, Canada & Australia Originals), oltre al
Vice President di Prime Video APAC,
Gaurav Gandhi,
e a
Nikhil Madhok
(Head of India Originals). Moderato dalla critica cinematografica e
televisiva Rhianna Dhillon, l’evento ha esplorato temi quali la
costruzione di franchise globali, il coinvolgimento del pubblico
più giovane, le storie incentrate sulle donne, la popolarità delle
produzioni coreane, degli anime e degli Original indiani, nonché le
opportunità offerte dagli IP internazionali e dai contenuti non in
lingua inglese per un pubblico globale.
Durante la presentazione,
Nicole Clemens, Vice President of International Originals di Amazon
MGM Studios,
ha aggiunto: “Ci
sono tantissime opportunità di portare storie, personaggi e
straordinari
talenti locali ad un pubblico globale, e stiamo già assistendo a un
grande successo sia per Prime Video sia per questi incredibili
talenti”.
Lo showcase ha presentato in anteprima una selezione di
International Original in arrivo nel 2026 e destinati ad affermarsi
presso il pubblico di tutto il mondo, accompagnati alcune
conversazioni con i talenti creativi. Tra questi: la serie
cilenaLa casa degli spiriti,
con Nicole Wallace e Dolores Fonzi;Don’t Be Shy
(India), prodotto da Alia Bhatt per Eternal Sunshine Productions;
la produzione Franco-ItalianaMasterplan,
con Stanley Tucci; il coreanoSiren’s Kiss,
con Park Min-Young e Wi Hajun;È colpa tua: Londra
(Regno Unito) eDrawn Together
(Spagna), adattamenti dai bestseller di Mercedes Ron. Tra le altre
anteprime,il film italianoLove Me Love Me,
basato sul libro in lingua italiana di maggior successo pubblicato
su Wattpad;FIST OF THE NORTH STAR: HOKUTO NO KEN
(Giappone), che reinterpreta la celebre serie manga in una nuova
esperienza d’animazione;Betty La Fea: The Story Continues,
Stagione 3 (Colombia), che segue l’iconico ritorno di “Betty” dal
franchise originale;Toi + Moi – Seuls contre tous
(Francia), tratto dalla trilogia bestseller francese; e gli
spagnoliPerfect Liars,
basato sul libro più letto su Wattpad con 140 milioni di
letture;
e Apocalypse Z: Part II,
sequel della fortunata storia post-apocalittica.
Durante l’evento,
Gaurav Gandhi, Vice President di Prime Video
APAC,
ha presentato i film e le serie provenienti dalla regione APAC,
sottolineando la recente popolarità dei contenuti coreani e degli
anime. Ha dichiarato:
“Se guardiamo all’area APAC, ci rendiamo conto di avere
l’opportunità straordinaria di prendere contenuti locali
eccezionali da diversi ecosistemi di intrattenimento in questa
regione e portarli nel mondo. C’è un enorme interesse al di fuori
del Paesi d’origine per i contenuti provenienti da quest’area — che
si tratti di anime giapponesi, Korean drama o film e serie indiani.
Di fatto, oggi questi sono tra i titoli più visti su Prime Video al
di fuori dei rispettivi Paesi di produzione. L’opportunità è
immensa e, come servizio globale, siamo in una posizione ideale per
valorizzare i contenuti asiatici sulla scena mondiale”.
Durante una conversazione sulla sua partnership “House of Ron” con
Amazon MGM Studios, l’autrice
Mercedes Ron
ha dichiarato:
“È stato incredibile, lavoriamo insieme da tre anni e sento che
Amazon si fida di me e io posso fidarmi di loro. E se dovessi
evidenziare una cosa, direi che Amazon ama davvero questo tipo di
storie (Young Adult), comprende il fandom e lo rispetta
profondamente. Per questo penso che l’opinione comune sia che
Amazon stia realizzando i migliori adattamenti da
romanzi”.
Nel corso di un dialogo con l’attrice
Nicole Wallace,
quest’ultima ha dichiarato:
Commentando il suo accordo di esclusiva con Amazon MGM Studios:
“Per me il contratto di esclusiva rappresenta un’opportunità
straordinaria, la prova di una grande fiducia da parte di una
piattaforma come Prime Video nei miei confronti e la possibilità di
contare sulla serenità e la tranquillità derivanti dal fatto di
avere qualcuno come loro che mi sostiene e la possibilità di
trovare storie e personaggi incredibili”.
Parlando de La casa degli spiriti: “È un
adattamento straordinario, molto rispettoso, realizzato con grande
ammirazione per l’opera originale da parte di tutti coloro che vi
hanno lavorato, e credo che questo emerga chiaramente dal risultato
finale. Penso che tutti siano stati molto consapevoli del tipo di
storia che volevamo raccontare; i costumi, il trucco, tutto è così
bello. Penso sia uno dei set più straordinari in cui abbia mai
lavorato”.
Sul confronto tra i suoi ruoli in Culpables e
Postcards from Italy: “Non ce ne sono davvero
(somiglianze). Mia rappresenta l’idea che abbiamo di una ragazza
newyorkese con molti soldi, che può fare ciò che vuole della
propria vita; mentre Noah è
l’opposto, viene da una famiglia molto umile ed è ovviamente un
contesto culturale completamente diverso. Ed è proprio questo che
mi piace di Postcards from Italy, quel contrasto tra
l’Italia e gli Stati Uniti”.
A proposito di
Masterplan,
Stanley Tucci
ha dichiarato: “Ho
pensato che fosse uno dei personaggi migliori che abbia mai letto
ed ero entusiasta che mi fosse stato chiesto di interpretarlo, è il
sogno di ogni attore… Il cast internazionale è fantastico, Victor è
un attore straordinario, Simona è meravigliosa e Thomas è un
regista di grande esperienza… Le location sono spettacolari e il
progetto ha tutto ciò che si può desiderare”.
Tutti i film e le serie qui elencati saranno disponibili in oltre
30 lingue, con sino a 36 opzioni di sottotitoli e 22 lingue per il
doppiaggio, in 240 Paesi e territori nel mondo nel 2026. Prime
Video offre inoltre suggerimenti personalizzati in base al Paese e
alle preferenze linguistiche degli spettatori.
Prime Video è una destinazione di intrattenimento completa che
offre agli utenti un’ampia selezione di contenuti premium in
un’unica applicazione disponibile su migliaia di dispositivi. Tra i
contenuti premium figurano serie TV e film prodotti da Amazon MGM
Studios, successi americani e mondiali e International Original
prodotti a livello globale, oltre a esclusive molto amate dal
pubblico come
Nove perfetti sconosciuti
e
Those About To Die.
Gli utenti di Prime Video possono crearsi la propria offerta
personalizzata grazie a decine di abbonamenti a canali aggiuntivi
disponibili per ampliare le opzioni di visione; inoltre, tutti i
clienti Amazon possono noleggiare e acquistare titoli, inclusi
blockbuster e classici, tramite il Prime Video Store, e possono
usufruire di una selezione di contenuti supportati dalla
pubblicità.
Sono terminate le riprese
de L’uomo che poteva cambiare il
mondo, secondo lungometraggio di Anne
Paulicevich, sceneggiatrice di Tango
Libre (Premio Speciale della Giuria – Festival di Venezia
2012) e di Working Girls co-diretto insieme
a Frédéric Fonteyne (film belga candidato come Miglior
Film Internazionale agli Academy
Awards 2020) con Elio Germano, Albrecht
Schuch e Fausto Russo Alesi.
Nel cast anche Linda Caridi ed
Edoardo Pesce.
La trama di L’uomo che
poteva cambiare il mondo
1938. Hitler è in visita ufficiale in Italia. Per impressionare il
suo ospite, Mussolini chiama il più autorevole archeologo italiano
a fare da guida tra i tesori del Bel Paese. L’uomo, distante dalle
posizioni del regime, si ritrova costretto ad accompagnare i due
dittatori: quattro giorni in cui la bellezza e la potenza dell’arte
diventano terreno di tensioni, ambiguità e scelte che continuano a
risuonare nel presente.
Protagonista, nel ruolo del Professore di Archeologia e Storia
dell’Arte, Elio Germano(Berlinguer
– La grande ambizione, Iddu, Volevo
nascondermi). Accanto
a lui Albrecht
Schuch
(Peacock, Niente
di nuovo sul fronte occidentale, Berlin
Alexanderplatz)
nei panni di Hitler e Fausto
Russo Alesi (Iddu, Rapito, Esterno
notte)
in quelli di Mussolini.
Girato tra l’Italia
(principalmente Roma e Firenze), la Germania (Monaco) e il Belgio,
il film è una coproduzione europea. I produttori sono la
belga Versus (Through the
Night, Vermiglio, Close), le italiane
Indigo Film (Primavera, Iddu, La
Grande Bellezza) e
PiperFilm (La
Grazia, Parthenope, Duse), che distribuirà il
film anche in Italia, e la tedesca NiKo Film
(Più che mai, Ghost Trail, The Village Next to
Paradise).
Le vendite internazionali del film sono a cura di
PiperPlay.
I produttori Jacques-Henri
Bronckart (Versus Production), Nicola
Giuliano (Indigo Film), Massimiliano
Orfei (PiperFilm) e Nicole Gerhards (Niko
Film) dichiarano: “Siamo entusiasti di collaborare a questa
ambiziosa coproduzione, le cui riprese si sono svolte in tre
diversi paesi europei con un cast internazionale. Ispirandosi a
fatti storici realmente accaduti, riteniamo che questa storia sia
di straordinaria attualità e confidiamo che possa risuonare
profondamente nel pubblico di oggi.”
Il progetto è realizzato con il
sostegno di: Centre du Cinéma et de l’Audiovisuel de la
Fédération Wallonie-Bruxelles, RTBF, Be TV e
Orange, Proximus, Wallimage, Europa Creativa
MEDIA, Inver Tax Shelter e O’Brother Distribution;
con il sostegno della Regione Lazio – Lazio Cinema
International Avviso Pubblico (PR FESR LAZIO 2021-2027), con
il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel
cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura, con il
contributo del Fondo per le coproduzioni Minoritarie del Ministero
della Cultura; con il contributo di German Federal Film
Fund, FilmFernsehFonds Bayern, Medienboard
Berlin-Brandenburg, German Federal Film Board – Minority
Co-production Funding e nordmedia – Film and Media Fund
of Lower Saxony and Bremen.
Dopo il grande successo di critica
e di pubblico alla scorsa Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia
dove è stato presentato Fuori Concorso (qui
la nostra recensione in anteprima dal Lido), Gus Van
Sant torna al cinema con il suo nuovo film Il filo
del ricatto – Dead man’s wire – da una
sceneggiatura di Austin Kolodney, interpretato da Bill Skarsgård, Dacre Montgomery, Cary Elwes,
Myha’la, con Colman Domingo e Al
Pacino. Ecco una clip dal film.
Il film è tratto da un episodio di
cronaca realmente accaduto nel 1977, un sequestro con ostaggio le
cui trattative – trasmesse in diretta tv – hanno tenuto con
il fiato sospeso gli americani per 63 ore.
La trama di Il filo
del ricatto – Dead man’s wire
La mattina dell’8 febbraio 1977
Anthony G. “Tony” Kiritsis (Bill Skarsgård) entra nell’ufficio di
M. L. Hall (Al Pacino), presidente della Meridian Mortgage Company)
e prende in ostaggio il figlio Richard (Dacre Montgomery). Tony gli
punta alla testa un fucile a canne mozze con una particolarità:
collegato al grilletto c’è un dispositivo che, stretto al collo
come un cappio, se sfiorato, ucciderà all’istante l’ostaggio. Le
richieste di Tony sono chiare: 5 milioni di dollari, immunità e
soprattutto scuse personali…
Con le musiche originali di Denny
Elfaman e una colonna sonora di brani indimenticabili destinata a
essere ascoltata all’infinito, il ruolo della musica è centrale nel
film, a partire dal rapporto che s’instaura tra il protagonista
Tony e lo speaker radiofonico Fred Temple (Colman Domingo). Fred è
l’unica persona con cui Tony è disposto a parlare durante il
sequestro e nella versione italiana de Il filo del ricatto –
Dead man’s wire avrà la voce del cantautore Mario Biondi.
Arriva nelle sale italiane da giovedì 12 febbraio Crime 101 – La strada del
crimine, thriller tratto dall’omonimo romanzo di
Don Winslow, scritto e diretto da Bart Layton. Un film che si muove tra tensione
e ambiguità morale, mettendo in scena una sfida a distanza tra un
detective ostinato e un ladro meticoloso, lungo l’iconica Highway
101.
Una caccia lungo la 101
Il
detective Lou Lubesnick (Mark
Ruffalo) è ossessionato da una serie di rapine tanto
eleganti quanto inspiegabili. I colpi avvengono sempre con una
precisione chirurgica: il rapinatore conosce tempi, luoghi e
movimenti delle sue vittime, agisce con astuzia e – dettaglio non
secondario – senza mai ricorrere alla violenza. Per Lubesnick non
ci sono dubbi: dietro quei furti milionari, che riguardano gioielli
di inestimabile valore, si nasconde un’unica mente. Un lupo
solitario, metodico e brillante. Eppure, l’incapacità di inchiodare
il colpevole finisce per ritorcersi contro il detective, mettendo
in discussione il suo fiuto investigativo e la sua stessa
credibilità all’interno del dipartimento.
Lo spettatore, però, è in una posizione privilegiata. Fin dalle
prime sequenze sa che il responsabile è Mike (Chris
Hemsworth), giovane e carismatico ladro che organizza
i suoi colpi insieme al fidato socio Money (Nicholas
King Nolte). Tutti i crimini si consumano lungo la
strada 101, un elemento geografico che diventa quasi un simbolo del
film. Il titolo, Crime
101, gioca infatti su un doppio significato: richiama i corsi
universitari americani, dove “101” indica una lezione introduttiva,
e si trasforma così in un ironico “manuale base di criminologia”,
in cui ogni colpo e ogni strategia sembrano seguire una loro
logica, quasi come se lo spettatore stesse imparando le regole del
crimine passo dopo passo.
Crediti Merrick Morton
Dal romanzo di Don Winslow al cinema di Bart
Layton
Basato sull’omonimo romanzo di Don Winslow,
Crime 101 – La strada
del crimine conferma la predilezione di Bart
Layton per storie sospese tra fascinazione e ambiguità
morale. Il regista costruisce un thriller solido, asciutto, che si
muove lungo coordinate classiche – la caccia all’uomo, il confronto
tra poliziotto e criminale –, ma lo fa contaminando il racconto con
una riflessione più ampia sull’identità e sulla somiglianza tra
opposti.
La struttura narrativa gioca con il doppio punto di vista: quello
dell’investigatore, immerso nei suoi dubbi e nella frustrazione
professionale, e quello del ladro, osservato nella meticolosa
preparazione dei colpi. Non c’è suspense sul “chi”, perché il film
svela subito l’identità del colpevole; la tensione nasce piuttosto
dal “come” e dal “quando” il confronto definitivo avverrà. È una
scelta che avvicina Crime 101 – La strada del crimine più al noir
psicologico che al classico poliziesco d’indagine.
Crediti Dean Rogers
Hemsworth e Ruffalo: specchi opposti
Il cuore pulsante del film è il duello silenzioso tra
Chris Hemsworth e Mark Ruffalo. Il primo abbandona
(almeno in parte) l’aura da eroe larger-than-life per
incarnare un criminale freddo, intelligente, mosso non dalla
brutalità ma da un codice etico personale. Mike non è un
villain nel senso tradizionale del termine: è un
professionista, quasi un artigiano del crimine, e
Hemsworth lo interpreta con misura, lasciando
emergere una vulnerabilità sotterranea che lo rende umano e, a
tratti, sorprendentemente empatico.
Ruffalo, dal canto suo, tratteggia un detective
lontano dai cliché del poliziotto tormentato ma infallibile.
Lubesnick è un uomo che dubita, che sbaglia, che rischia di essere
messo da parte. La sua ossessione non è solo professionale, ma
identitaria: risolvere il caso significa dimostrare a se stesso di
essere ancora all’altezza. Nel loro rincorrersi a distanza, i due
personaggi finiscono per assomigliarsi più di quanto vorrebbero
ammettere.
Crediti Merrick Morton
Un cast corale e un mondo senza bianco e nero
Accanto ai due protagonisti si muove un cast di grande spessore:
oltre a Nicholas King Nolte, troviamo anche
Halle Berry, Barry Keoghan e Monica Barbaro, che arricchiscono la
narrazione con personaggi che sfuggono a una definizione univoca.
Ognuno di loro contribuisce a scardinare il paradigma classico del
“poliziotto buono contro criminale cattivo”, mostrando invece un
universo morale sfumato, dove le motivazioni personali contano più
delle etichette.
Layton insiste proprio su questo terreno ambiguo.
Crime 101 – La strada
del crimine non celebra l’illecito, ma ne osserva la
logica interna, quasi scientifica, mettendola a confronto con
quella – non meno spietata – del sistema che dovrebbe punirlo. Il
risultato è un film che riflette su quanto sottili possano essere i
confini tra legalità e illegalità, tra ossessione e dedizione, tra
giustizia e vendetta.
Crediti Merrick Morton
Un thriller elegante e riflessivo
Dal
punto di vista formale, Crime 101 – La strada dal crimine mescola
precisione e ritmo incalzante. Le rapine di Mike sono pianificate
con cura, ma la storia non si sviluppa mai in modo del tutto
prevedibile: circostanze inattese mettono alla prova i protagonisti
e mantengono alta la suspense senza rivelare troppo.
La
tensione resta costante, alternando momenti di controllo e di
improvviso sconvolgimento, senza mai sacrificare la logica interna
del racconto. Layton costruisce così un thriller
che sa essere elegante e coinvolgente, capace di sorprendere lo
spettatore anche quando tutto sembra procedere secondo un piano
apparentemente perfetto.
Crime 101 – La strada dal
crimine si configura come un thriller riflessivo,
capace di intrattenere ma anche di interrogare lo spettatore. Pur
muovendosi dentro coordinate riconoscibili, il film trova una sua
identità nella scelta di raccontare il crimine come specchio
dell’umanità dei suoi protagonisti. E, come suggerisce il titolo,
più che una semplice storia di rapine, sembra una lezione – la
prima, forse – su ciò che davvero distingue chi insegue la legge da
chi la infrange.
Leonardo DiCaprio è stato ospite al
Santa Barbara Film
Festival, nell’ambito della campagna Oscar per il suo film
Una
battaglia dopo l’altra. Durante il Q&A, l’attore ha
parlato del suo prossimo progetto, What Happens at Night, diretto
da Martin
Scorsese e con Jennifer
Lawrence al fianco di DiCaprio. Il film entrerà in
produzione tra due settimane a Praga, dove il regista si trova
attualmente per completare la pre-produzione.
A
proposito del biopic su Frank Sinatra, inizialmente previsto per l’estate
2024 e rimasto fermo probabilmente a causa del mancato consenso
dell’eredità Sinatra, DiCaprio ha invece dichiarato che è
“ancora in lavorazione”. Il progetto dovrebbe raccontare
gli alti e bassi del cantante tra il 1950 e il 1957, includendo il
fallimento del matrimonio con Ava Gardner e il
ritorno al successo con Da qui all’eternità.
In
precedenza Scorsese ha spiegato le difficoltà nell’approfondire la
vita privata del cantante: “Alcune cose sono molto difficili
per una famiglia, e lo capisco perfettamente. Ma se vogliono che lo
faccia, non si possono trattenere certi dettagli. Il problema è che
l’uomo era così complesso. Tutti sono complessi, ma Sinatra in
particolare.” Nel frattempo, What Happens at Night sarà dunque il
prossimo progetto per DiCaprio e Scorsese, che hanno altri film in
sviluppo tra cui Devil in the
White City e Midnight
Vendetta.
Jason Momoa si sta preparando per il suo
prossimo grande adattamento videoludico:
Helldivers. Il titolo ha debuttato nel 2015 ed è
stato seguito da Helldivers 2 nel 2024. Sviluppato
da Arrowhead Game Studios e distribuito da Sony, il sequel ha
venduto più di 12 milioni di unità su PS5 e PC in quattro mesi,
espandendosi anche su Xbox. Justin Lin è
produttore e regista del film attraverso la sua Perfect Storm
Entertainment, insieme a Hutch Parker e Asad Qizilbash della
PlayStation Productions.
La trama di Helldivers
2 ruota attorno a un’unità di soldati d’élite, nota come
Helldivers, che deve combattere contro creature aliene che
minacciano di distruggere il pianeta immaginario Super Terra.
Lin, noto soprattutto per aver
diretto Fast & Furious: Tokyo Drift e Fast & Furious 6, è stato annunciato come regista del
film Helldivers della Sony nel dicembre 2025,
mentre Gary Dauberman (autore di It – Capitolo
1 e Capitolo 2) sta scrivendo l’adattamento del
videogioco. Momoa, invece, sta uscendo dal grande successo del film
in streaming
Fratelli demolitori, recitato al fianco di Dave
Bautista, dimostrando ancora una volta la sua popolarità e
il suo talento come star d’azione.
Ma, cosa ancora più importante,
Momoa ha già recitato al fianco di Jack
Black in Un film Minecraft, che ha incassato
960 milioni di dollari in tutto il mondo. Pertanto, è una scelta
forte per il cast di Helldivers come star del
botteghino e dell’adattamento dei videogiochi. Momoa è noto anche
per Aquaman, Dune e Il Trono
di Spade, e apparirà in altri film in uscita, tra cui
Supergirl,
Dune –
Parte Tre e Minecraft 2. Quindi, con
Dune e Supergirl in uscita nel 2026 e poi
Minecraft e Helldivers nel 2027, Momoa
sta vedendo il potenziale per una serie impressionante di successi
al botteghino.
Inoltre, Momoa ha un altro
adattamento cinematografico di un videogioco in uscita nelle sale
il 16 ottobre 2026, nel ruolo di Blanka in Street Fighter
della Paramount Pictures. Gli adattamenti di videogiochi hanno
evidentemente preso piede negli ultimi anni, spaziando da
The Last of Us a Super Mario
Bros., ma Jason Momoa, una delle più grandi star
d’azione attualmente in attività, sembra essersi creato una nicchia
in questo sottogenere.
Lo scorso fine settimana si è
tenuta la proiezione di prova di Godzilla
x Kong: Supernova e, come spesso accade, alcuni
dettagli potenzialmente molto spoileranti sono rapidamente
trapelati online. Sebbene non si arrivi a fornire una trama
completa, alcuni nuovi dettagli importanti sono stati confermati,
con SpaceGodzilla ora indicato come il cattivo principale del film.
Ci sarà, tuttavia, una minaccia ancora più grande dietro il debutto
di quell’iconico Kaiju nel MonsterVerse, che deve però ancora
essere rivelata.
SpaceGodzilla era l’antagonista
principale nel film della Toho del 1994 Godzilla vs. SpaceGodzilla. Clone mutato di
Godzilla, il Kaiju si è formato quando le cellule di Godzilla,
trasportate nello spazio da Mothra o dai resti di Biollante, sono
state risucchiate in un buco nero, fuse con organismi
extraterrestri cristallini e sono emerse mutate. Il kaiju
alieno assomiglia tipicamente a Godzilla, ma presenta grandi
spine cristalline sulle spalle e sulla schiena (che sostituiscono
le pinne dorsali), una zona addominale rosso-violacea, zanne e un
ruggito acuto.
Né Mothra né Rodan dovrebbero
invece apparire in Godzilla x Kong: Supernova, e
non ci sarà una rivincita per il Kaiju titolare del film.
Fondamentalmente, sembra che potremo aspettarci di più dai
personaggi umani della serie, che negli ultimi anni sono stati
trascurati e sottovalutati a favore dell’azione dei Kaiju. In
generale, comunque, le reazioni alla proiezione di prova sono state
per lo più positive.
Di seguito potete leggere un
resoconto completo di cosa aspettarsi da Godzilla x Kong:
Supernova.
SpaceGodzilla è il cattivo
principale.
Godzilla è il protagonista del
film e ha il maggior tempo di presenza sullo schermo, ma Kong ha
comunque un ruolo rilevante.
SpaceGodzilla è creato da una
minaccia più grande, che viene accennata alla fine del film,
nonostante ciò, SpaceGodzilla ha ancora il suo libero arbitrio e
non è controllato da essa.
SpaceGodzilla è descritto come
piuttosto riconoscibile rispetto al design originale.
La personalità di Godzilla è più
vicina al Godzilla
del 2014 e Godzilla II – King of the Monsters
piuttosto che alla macchina della rabbia che era in Godzilla
vs. Kong o Godzilla x Kong – Il nuovo
impero
Godzilla sfoggia ancora il design
Evo, ma la CGI era incompleta e potrebbe essere leggermente
modificata
SpaceGodzilla è il titano più
potente del MonsterVerse mostrato finora e tiene Godzilla e Kong
sulla difensiva per la maggior parte dei loro combattimenti
Godzilla e Kong sono in buoni
rapporti, quindi non c’è lotta tra loro
Le reazioni alla proiezione di
prova sono per lo più positive, con alcune reazioni negative
Mentre Sam Raimi
sta lavorando per riportare in auge una delle sue proprietà più
iconiche, Liam Neeson afferma di non saperne nulla.
Ideato e diretto dal genio di La casa, il film
Darkman vedeva Neeson nei panni dello scienziato
Dr. Peyton Westlake, bruciato vivo e lasciato morire dal crudele
mafioso Robert Durant a causa delle indagini della sua ragazza su
un corrotto imprenditore immobiliare. Sopravvissuto per un soffio e
ora dotato di superpoteri grazie a una procedura sperimentale sui
nervi che elimina la sua capacità di provare dolore e allo stesso
tempo provoca un sovraccarico di adrenalina che gli conferisce una
forza maggiore, Westlake cerca vendetta contro Durant con la sua
pelle sintetica sperimentale.
Poco dopo la notizia che Raimi
sta sviluppando un nuovo capitolo della serie, Neeson ha dunque
ora rotto il silenzio sul sequel di Darkman. In
un’intervista con Liam Crowley di ScreenRant per la sua commedia
horror Cold Storage, il candidato all’Oscar ha confermato
di non aver ancora parlato con Raimi della possibilità di
riprendere il suo ruolo nel prossimo film, sottolineando anche che
“hanno fatto due” sequel senza di lui nei film
direct-to-video.
Tuttavia, ciò che Neeson non sapeva
è che il nuovo film sarà, secondo quanto riferito, un sequel
diretto dell’originale suo e di Raimi. Alla domanda se avesse
intenzione di contattare il regista, la star ha imitato in modo
divertente una telefonata tra lui e Raimi, fingendo di non sentire
il regista, prima di affermare che “mi piacerebbe lavorare con
Sam” per il film ed è ansioso di vedere una versione moderna
della serie.
Raimi è stato colui che ha dato la
notizia dei suoi piani di rilanciare la serie
Darkman alla fine di gennaio, rivelando che era
già stata scritta una sceneggiatura per il progetto e che la sua
casa di produzione Ghost House Pictures lo avrebbe sostenuto. Ha
anche confermato che al film sono stati associati due registi, che
secondo quanto riferito sarebbero il duo di Don’t MoveBrian Netto e Adam Schindler,
anche se non ci sono state conferme ufficiali al riguardo, mentre
il finanziamento sarebbe l’ostacolo attuale per il film.
Sebbene i dettagli sul film siano
ancora in gran parte segreti, se Neeson venisse contattato per il
prossimo Darkman, sarebbe la sua prima apparizione
nella serie dopo il film originale. Nei sequel direct-to-video
citati sopra, Arnold Vosloo, protagonista de La mummia, ha
sostituito Neeson nel ruolo del protagonista, anche se Raimi aveva
precedentemente indicato che il piano era quello di realizzare un
sequel tradizionale, potenzialmente senza prendere in
considerazione i capitoli del 1995 e del 1996.
Indipendentemente da ciò che Raimi
ha in serbo per la storia, un nuovo Darkman con
Liam Neeson rappresenterebbe un importante
ritorno al genere dei supereroi per entrambi. Il regista si è
notevolmente riunito con la Marvel per Doctor Strange nel
Multiverso della Follia del 2022 e da allora è rimasto
aperto a collaborare nuovamente con loro su un film individuale o
su Spider-Man 4 con
Tobey Maguire. Liam
Neeson, d’altra parte, non appare in questo genere da oltre un
decennio, con il suo ultimo titolo legato ai supereroi che è stato
Il cavaliere oscuro – Il ritorno,
in cui ha ripreso il ruolo di Ra’s al Ghul per un cameo a
sorpresa.
Ora, come ha recentemente indicato
Raimi, le possibilità che il nuovo Darkman venga
realizzato dipenderanno in ultima analisi dall’ottenimento dei
finanziamenti per il sequel. La Universal Pictures detiene ancora i
diritti del franchise e, dato che l’originale ha avuto solo un
successo modesto piuttosto che un successo clamoroso come altri
film di supereroi dell’epoca, potrebbe essere riluttante a
sostenere pienamente il nuovo film senza un altro finanziatore.
Tuttavia, con la stanchezza nei confronti della Marvel e della DC
che si fa sentire più che nei confronti di proprietà più piccole e
marginali, questo potrebbe essere il momento perfetto per la
Universal per dare il suo pieno sostegno al franchise di Raimi.
Joe Keery è
consapevole delle voci che circolano sul Marvel Cinematic Universe tanto
quanto i fan, come dimostrano i suoi recenti commenti sull’entrare
a far parte del franchise dei supereroi. Keery è diventato famoso
da un giorno all’altro grazie al ruolo di Steve nella serie
NetflixStranger Things, che ha recentemente concluso con la
quinta e ultima stagione nel dicembre 2025. Ha però continuato a
riscuotere successo anche al di fuori della serie horror
fantascientifica, recitando nella commedia di successo Free
Guy con Ryan Reynolds, nel thriller horror
Spree e nella quinta stagione di Fargo.
Da tempo circolano però voci
secondo cui Keery avrebbe incontrato la Marvel Studios per un ruolo
chiave nell’MCU, e ora, in un’intervista con Liam Crowley di
ScreenRant per la sua nuova commedia horror Cold
Storage, l’attore risposto a tali voci. Riconoscendo con
umorismo di “conoscere bene Spider-Man” e di aver visto i
montaggi su TikTok che lo ritraggono nei panni dell’iconico
personaggio Harry Osborn, Keery ha detto che
“è divertente intrattenere” la possibilità di interpretare
l’amico di Peter Parker nei fumetti.
Tuttavia, il veterano di Stranger Things ha continuato dicendo che
“la cosa giusta accade al momento giusto” e che “alla
fine dei conti” c’è un limite a ciò che un attore può fare
pianificando “cose diverse”, che si tratti di progetti più
indipendenti o di qualcosa al livello dell’MCU. “Immagino che
si debba semplicemente tenere gli occhi aperti, leggere tantissimo
e sperare per il meglio, immagino. [Ma] certo. Dai. Dov’è la
sceneggiatura? Andiamo”, ha affermato l’attore.
Le voci su una possibile
partecipazione di Keery all’MCU hanno iniziato a circolare a
gennaio, quando è trapelata la notizia che l’attore fosse in
trattative per un ruolo. Da allora, i fan dell’attore e della serie
hanno avanzato diverse ipotesi sul personaggio che potrebbe
interpretare, il più ricorrente dei quali è il già citato Harry
Osborn, mentre altri hanno suggerito Ciclope nel prossimo reboot di
X-Men, Nova nel progetto Disney+ in fase di gestazione e Ghost
Rider, tra gli altri. Al momento, tuttavia, si tratta unicamente di
rumor.
Dopo anni di sviluppo, Top
Gun 3 sta ancora rullando verso il decollo, mentre il
produttore Jerry Bruckheimer condivide un
aggiornamento incoraggiante sui progressi della sceneggiatura. Dopo
che Top
Gun: Maverick ha riscosso un enorme successo di
critica e commerciale, incassando quasi 1,5 miliardi di dollari al
botteghino e ricevendo una nomination all’Oscar come miglior film,
Top Gun 3 è in fase di sviluppo con
Christopher McQuarrie ed Ehren
Kruger che tornano a co-scrivere la sceneggiatura del
terzo capitolo.
Ora, durante un’intervista con
Entertainment Tonight, al
produttore Jerry Bruckheimer è stato chiesto quale tra il terzo
Top Gun o Pirati dei Caraibi 6
uscirà prima, e lui ha rivelato che si aspettano che la
sceneggiatura sia completata a breve. “Penso che sia una corsa
tra i due, quindi vedremo. In questo momento, Top Gun è leggermente
in vantaggio, ma niente di più. Ci aspettiamo una sceneggiatura a
breve”.
Top Gun 3 dovrebbe
vedere il ritorno di Tom Cruise nei panni di Maverick,
Miles Teller in quelli di Rooster e Glen
Powell in quelli di Hangman. Il ritorno degli altri
membri del cast, tuttavia, rimane incerto. Joseph
Kosinski è stato ingaggiato come regista, anche se non è
stato ancora confermato ufficialmente che tornerà dietro la
macchina da presa.
Durante un’intervista, Kosinski ha
però anticipato la trama di Top Gun 3, dicendo che seguirà Maverick
mentre affronta una “crisi esistenziale” e ha
apparentemente confermato che sarà l’ultima apparizione del
personaggio. “Penso che abbiamo trovato un modo per farlo, non
solo per quanto riguarda la portata di ciò che stiamo proponendo,
ma anche l’idea stessa della storia che stiamo raccontando. Stiamo
pensando in grande…”, sono le parole del regista.
“È una crisi esistenziale
quella che Maverick affronta in questo film, ed è molto più grande
di lui. In realtà… Sto cercando di descriverla senza svelare nulla.
[Ride.] È una questione esistenziale che Maverick deve affrontare,
che lo farebbe sentire piccolo, credo, come film, rispetto a ciò di
cui stiamo parlando”, ha aggiunto. “Sì, c’è ancora molto
da raccontare su di lui. C’è un’ultima avventura. Quindi ci stiamo
lavorando ora. Ehren Kruger, che ha scritto F1, sta scrivendo la
sceneggiatura. Come tutte le cose, ci vuole un po’ di tempo per
mettere a punto tutto, e lo faremo solo se sentiremo di avere una
storia abbastanza forte”.
È
morto a 48 anni James Van Der
Beek, l’attore statunitense diventato
celebre per il ruolo di Dawson Leary nella serie cult
Dawson’s
Creek. L’attore si è spento mercoledì, come annunciato dalla famiglia
attraverso un commosso messaggio pubblicato sul suo profilo
Instagram.
Van
Der Beek aveva rivelato nel 2024 di essere affetto da un tumore al
colon-retto, diagnosticato l’anno precedente. Negli ultimi mesi
aveva parlato apertamente della malattia, scegliendo di condividere
il suo percorso con grande lucidità e dignità.
Nel messaggio diffuso dalla famiglia si legge: «Il nostro amato
James David Van Der Beek si è spento serenamente questa mattina. Ha
affrontato i suoi ultimi giorni con coraggio, fede e grazia. Ci
sarà tempo per condividere i suoi desideri, il suo amore per
l’umanità e il senso sacro del tempo. Per ora chiediamo rispetto e
privacy mentre piangiamo nostro marito, padre, figlio, fratello e
amico».
Il successo con Dawson’s
Creek e il fenomeno pop degli anni ’90
Nato in Connecticut, Van Der Beek aveva iniziato a recitare già
durante gli anni del liceo, calcando i palcoscenici Off-Broadway
prima di ottenere il ruolo che avrebbe segnato la sua carriera. Nel
1997 fu scelto per interpretare Dawson Leary nella serie creata da
Kevin
Williamson, personaggio ispirato alle
esperienze personali dello stesso autore.
Dawson’s Creek andò in
onda per sei stagioni sul network The WB, diventando uno dei teen
drama simbolo della fine degli anni ’90 e lanciando anche le
carriere di Katie
Holmes, Joshua
Jackson e Michelle
Williams.
Celebre rimase la scena in cui Dawson, in lacrime dopo essere stato
lasciato dal personaggio di Joey, divenne negli anni un meme
iconico, simbolo di un’intera generazione cresciuta con la
serie.
In occasione della reunion per il ventesimo anniversario, nel 2019,
Van Der Beek aveva dichiarato con autoironia: «Di Dawson ci sono
molte cose che mi infastidiscono. Amavo la sua vulnerabilità, ma il
resto lo trovavo un po’ irritante. Però grazie ai dialoghi
autentici era un sogno interpretarlo».
Dal cinema ai ruoli più recenti: una carriera oltre Dawson
Parallelamente alla serie, Van Der Beek aveva recitato nel film
sportivo Varsity
Blues, ruolo che gli valse un MTV Movie
Award. Era poi apparso in Jay & Silent Bob Strike
Back di Kevin Smith e in The Rules of
Attraction, dimostrando di voler ampliare il
proprio percorso artistico.
Dopo la fine di Dawson’s
Creek, era tornato al teatro con Rain Dance e aveva preso parte a numerose
serie televisive, tra cui Criminal
Minds, How I Met Your
Mother e One Tree
Hill.
Negli anni successivi aveva interpretato ruoli in
Don’t Trust the B—- in Apt.
23, CSI: Cyber,
Pose e aveva
prestato la voce per 69 episodi della serie animata
Vampirina.
Aveva inoltre partecipato alla 28ª stagione di Dancing With the
Stars e, nel 2025, era apparso come
concorrente nel talent show The Masked
Singer.
Il suo ultimo cameo televisivo risale a due episodi di
Overcompensating.
A distanza di poco più di un anno
(leggi
qui la recensione della prima stagione), ecco tornare su
Prime Videol’altro grande
detective oltre Jack Reacher su cui gli Amazon
Studios hanno deciso di puntare in questi ultimi
anni: Alex Cross. Nuovamente interpretato
da Aldis Hodge, il personaggio nato dalla penna diJames Patterson(considerato
uno dei più importanti autori di thriller del nostro tempo) si
cimenta qui con un nuovo complesso e violento caso che presenta
degli inquietanti rimandi all’attualità.
A differenza della prima stagione,
in cui Cross si confrontava con un caso che lo toccava in modo
personale, la seconda stagione di Cross adotta invece un approccio
diverso, portando il protagonista a dover gestire un caso di
portata nazionale. Grazie anche a questa volontà degli autori di
cambiare le carte in tavola anziché andare per un terreno sicuro,
la seconda stagione si dimostra un seguito valido, intrigante e
coinvolgente, che nulla ha da invidiare alla prima.
La trama di Alex Cross – Stagione 2
La
seconda stagione di AlexCross
riprende ci porta dunque nel pieno di una nuova indagine congiunta
tra la polizia di Washington D.C. e l’FBI. Al fianco di Cross torna
la detective Kayla Craig (Alon Tal), chiamata a
collaborare su un caso che coinvolge il magnate Lance Durand
(Matthew Lillard). L’uomo, imprenditore
miliardario, è convinto di essere nel mirino di qualcuno deciso a
eliminarlo e vuole scoprire l’identità del responsabile prima di
presentare al mondo un prodotto destinato – almeno nelle sue
intenzioni – a cambiare radicalmente gli equilibri globali.
Man mano che Alex e Kayla approfondiscono l’indagine, emergono però
elementi ambigui che mettono in discussione la versione dei fatti
fornita da Durand. Alcune incongruenze suggeriscono che le ragioni
dietro la minaccia possano essere più complesse – e forse persino
comprensibili – di quanto appaia inizialmente. Per Alex si apre
così un conflitto etico significativo, anche se meno intimo
rispetto a quello affrontato nella stagione precedente. Agire prima
che il killer di turno colpisca si rivelerà però più complesso del
previsto.
Aldis Hodge e Alona Tal in Alex Cross – Stagione 2. Cortesia di
Prime Video
La stagione 2 di Alex Cross intraprende
percorsi nuovi
Da un punto di vista strutturale, la nuova stagione adotta dunque
un meccanismo già sperimentato in precedenza: lo spettatore dispone
di informazioni che i personaggi ancora ignorano. Questa asimmetria
crea una tensione costante, che si amplifica quando le traiettorie
individuali iniziano a intersecarsi e a entrare in collisione. Gli
eventi che ne derivano, pur se come si diceva meno radicati nella
sfera personale del protagonista, risultano così più articolati e
stratificati rispetto alla prima stagione.
È vero che la stagione
impiega qualche episodio per trovare il ritmo definitivo –
l’ingranaggio narrativo si consolida soprattutto a partire dal
quarto episodio – ma la costruzione progressiva viene ripagata da
uno sviluppo finale solido e soddisfacente. I nuovi episodi
riescono infatti a trovare il loro ritmo alternando tensione e
momenti di maggior distensione, focus ora sul privato ora sul caso
di stagione, con il primo che ha delle ovvie influenze nella
gestione del secondo.
Degna di nota, però, è
anche l’aver ampliato il raggio d’azione dei protagonisti. La nuova
stagione di Alex Cross conduce infatti Alex,
Kayla e gli altri protagonisti ben oltre i confini di Washington
D.C., attraversando diversi stati nel tentativo di ricomporre un
quadro sempre più frammentato. Una scelta, questa, che conferisce
maggiore spettacolarità alle sequenze e dilata la portata del
mistero, rendendolo apparentemente più ambizioso.
Aldis Hodge in Alex Cross – Stagione 2. Cortesia di Prime
Video
L’ambiguità morale della nuova
stagione
Certo, nel suo cercare un
maggiore respiro, la stagione incappa talvolta in momenti di stasi,
portando ad avvertire una dispersione narrativa che limita
l’impatto degli eventi. Tuttavia, questa sensazione viene portata
in secondo piano grazie alla scrittura dei personaggi, i quali
attraversano maggiori evoluzioni e portano all’emergere di nuove
ambiguità. A tal proposito, va evidenziato come rispetto alla
precedente stagione questa seconda si dota di un’antagonista molto
più interessante da un punto di vista di come è scritta e dei
valori di cui si fa portatrice.
La Rebecca
di Jeanine
Mason(attrice recentemente vista anche
in The
Perfect Couplee WondLa)
è una perfetta femme fatale, seducente e letale, con un proprio
passato ben definito e un compito da portare a termine. Non solo la
sua presenza ruba spesso la scena, ma sottolinea anche come questa
volta la distinzione tra protagonisti e antagonisti sia meno netta.
Nel suo caso, ciò che la spinge a compiere ciò che compie la porta
a muoversi in una zona grigia, dove se anche le sue azioni
rimangono non condivisibili, appaiono comunque comprensibili. Un
significativo passo avanti rispetto all’antagonista della prima
stagione.
Abbracciando dunque con decisione la forma del thriller procedurale
esteso sull’intera stagione, Alex Cross riesce
quindi a trovare un suo nuovo equilibrio. Pur risultando meno
incisiva rispetto al primo ciclo di episodi – che legava l’indagine
a un coinvolgimento intimo e diretto del protagonista – questa
seconda fase punta con coerenza sugli elementi più funzionali alla
propria premessa narrativa e li sviluppa con una certa solidità.
Grazie a una costruzione investigativa articolata e a un intreccio
ricco di sviluppi, la nuova stagione si conferma come un seguito
robusto di una delle produzioni thriller poliziesche più riuscite
di Prime Video.
One
Life(leggi
qui la recensione) è un dramma biografico
basato sull’incredibile opera altruistica di Sir Nicholas
Winton (Anthony
Hopkins), che durante la Seconda guerra mondiale salvò
oltre 600 bambini ebrei rifugiati. Considerando il tema grave, il
film spesso sembra sentimentale, ma non raggiunge mai il punto di
diventare sdolcinato. La storia, abbastanza lineare, è raccontata
in uno stile che alterna il 1987, in cui si vede la versione
anziana di Sir Winton che ricorda il periodo in cui ha fatto di
tutto per salvare i bambini, e gli anni 1938-39, in cui vediamo il
giovane Winton e i suoi colleghi in azione. Anche se One
Life non lascia nulla di ambiguo, alcune parti potrebbero
lasciare alcuni un po’ confusi. E potreste chiedervi se la scena
finale del film abbia un significato particolare o meno. In questo
articolo, approfondiamo proprio questi aspetti.
Nel 1938, Nicholas “Nicky”
Winton era un impiegato della borsa valori a Maidenhead, in
Inghilterra. Ma non era particolarmente soddisfatto di ciò che
faceva e sentiva chiaramente il bisogno di fare qualcosa per le
persone. Era un periodo difficile per l’Europa, poiché la seconda
guerra mondiale bussava alle porte di tutti. Hitler si era
affermato come un tiranno terrificante, soprattutto per gli ebrei
che stavano facendo del loro meglio per salvarsi dall’ira del
Führer. Nicky entrò a far parte del Comitato britannico per i
rifugiati in Cecoslovacchia (BCRC) a Praga, dove incontrò la
direttrice del BCRC Doreen e i colleghi Trevor e Hannah.
Il suo amico Martin Blake aveva
già lavorato per il BCRC in precedenza ed era evidente che Martin
aveva raccomandato caldamente Nicky al BCRC. Dopo aver scoperto che
molti bambini ebrei vivevano in condizioni estremamente difficili
in numerosi campi di concentramento sparsi per Praga, Nicky propose
di trasferire tutti quei bambini in famiglie affidatarie in
Inghilterra prima che Hitler conquistasse la Cecoslovacchia, cosa
che sarebbe sicuramente avvenuta da un momento all’altro. Doreen
pensò che fosse un’idea poco pratica, per quanto innovativa potesse
sembrare, ma fu presto convinta dall’entusiasmo e dalla
determinazione di Nicky. Anche Trevor e Hannah erano molto
favorevoli e i quattro iniziarono presto a stilare elenchi
dettagliati dei bambini che sarebbero stati trasferiti nel Regno
Unito.
Cosa fece Nicholas per
raggiungere il suo obiettivo?
La burocrazia e l’apatia sono
sempre gli ostacoli principali quando si vuole fare del bene alla
gente comune in questo mondo, e per Nicholas Winton non fu diverso.
Il suo desiderio di salvare tutti gli sfortunati bambini ebrei era
quanto di più altruista potesse esserci, ma non fu così facile da
realizzare, anche se né Nicky, né sua madre Babette, sempre così
incoraggiante, né chiunque altro fosse coinvolto nella causa se lo
aspettasse. La sfida più grande che hanno dovuto affrontare è stata
quella di trovare tante famiglie affidatarie per i bambini,
preparare i visti individuali per ciascuno di loro e, soprattutto,
trovare i fondi necessari. Mentre Nicky e i suoi amici continuano
instancabilmente a registrare i bambini il più velocemente
possibile a Praga, Babette fa la sua parte a Londra ottenendo tutto
l’aiuto politico e finanziario necessario. Devo dire che Helena
Bonham Carter è eccellente in questo ruolo.
Nicky dovette presto tornare in
Inghilterra per preparare tutto per i bambini, mentre il resto del
BCRC continuava a svolgere il proprio ottimo lavoro a Praga. Anche
il suo datore di lavoro gli aveva chiesto di tornare al lavoro, ma
a quel punto salvare i bambini era chiaramente più importante per
lui del proprio lavoro. Dopo aver superato molti ostacoli, Nicky
riuscì finalmente ad avviare il processo di trasferimento dei
bambini in piccoli gruppi. Il trasferimento avvenne in treno e
Nicky stesso andò a ricevere ogni gruppo di bambini alla stazione
di Liverpool. Mentre le cose finalmente si mettevano in moto, la
possibilità che i tedeschi conquistassero la Cecoslovacchia
incombeva su Nicky e compagni.
Nicky è riuscito a salvare
tutti i bambini?
Il Nicky che vediamo all’inizio
di One Life è in realtà quello interpretato da Hopkins.
Sembra un dolce vecchietto, ma è chiaro che qualcosa lo turba.
Mentre Nicky continua a sfogliare il suo vecchio album di ritagli e
le scene tornano al passato, iniziamo lentamente a renderci conto
che deve esserci qualcosa che turba il vecchio che vediamo. Il film
rende anche abbastanza chiaro che Nicky aveva sviluppato un legame
personale con alcuni di questi bambini, cosa piuttosto ovvia. Il
processo di trasferimento dei bambini ha subito una grave battuta
d’arresto quando Nicky non è riuscito a procurarsi i documenti
legali necessari per tre di loro, tra cui una bambina di nome Vera,
con la quale aveva stretto un legame personale.
Tuttavia, Trevor è venuto in
soccorso assumendosi il rischio di falsificare i documenti e
portando con successo quei bambini in salvo. Ma poco dopo,
confermando i timori di tutti, i tedeschi attaccarono e presero il
controllo delle strade di Praga, il che significava essenzialmente
che i bambini rimasti erano praticamente condannati. Mentre
cercavano di prendere il nono treno per l’Inghilterra, la Gestapo
li portò via e arrestò Hannah, che avrebbe dovuto accompagnarli.
Non abbiamo mai saputo quale sia stata la sorte di quei bambini
sfortunati, ma date le circostanze non poteva essere nulla di
buono.
Cosa succede a Nicky?
Il più grande merito del film di
James Hawes è quello di riuscire a raccontare una storia
vera e profondamente commovente su una persona comune che compie
azioni straordinarie senza risultare moralista. Il film si prende
molte libertà cinematografiche e si allontana dalla storia reale,
ma ciò non può sminuire il fatto che Nicholas Winton fosse davvero
una persona eccezionale. Lo stesso vale per Doreen Warriner e
Trevor Chadwick, che, nonostante compaiano nella narrazione,
l’attenzione principale rimane su Winton e le sue gesta eroiche.
Adattare una storia così importante come questa è sempre una sfida
e va riconosciuto il fatto che almeno può suscitare dibattiti,
avviare discussioni e far sì che le persone si interessino a eventi
storici come il Kindertransport.
Tornando al film, nell’ultima
mezz’ora vediamo il vecchio Nicky che cerca di fare spazio nella
sua casa regalando i suoi vecchi documenti e album di ritagli a
qualcuno a cui potrebbero interessare. Grazie a Martin, Nicky
incontra una donna di nome Elizabeth, che sembra molto interessata
alle vecchie foto e ai documenti. Sebbene incontri Nicky e venga a
conoscenza della sua straziante storia di non essere riuscito a
salvare l’ultimo gruppo di bambini, ammette di non essersi
aspettata che fosse così sconvolgente, e la donna è commossa oltre
ogni immaginazione. Con il permesso di Nicky, Elizabeth mostra
tutto ciò che ha ricevuto da lui a suo marito Robert, che è uno dei
personaggi di spicco dietro il popolare programma televisivo della
BBC That’s Life.
Quando Nicky riceve la richiesta
di partecipare al programma, sua moglie Grete è inizialmente
scettica perché la natura del programma televisivo è piuttosto
commerciale e potrebbe non rendere giustizia alla delicatezza di
questa storia. Ma Nicky va avanti perché crede che più persone
dovrebbero conoscere la storia di quei bambini, e alla fine ha
ragione. La sorpresa più grande per Nicky, tuttavia, arriva quando
incontra Vera, ormai adulta, nello stesso programma, e non potrebbe
essere più emozionato di vederla dopo tutti questi anni. Nell’unica
scena di One Life in cui Antony Hopkins finalmente piange
abbondantemente e capiamo finalmente cosa significasse per lui:
letteralmente tutto.
Nicky inizia presto a ricevere
richieste di incontro da molti altri bambini, oltre che da
giornalisti che ora vogliono raccontare la sua storia. Vediamo un
giornalista che era stato contattato in precedenza da Nicky per
raccontare la storia e che aveva rifiutato di farlo, tornare e
venire giustamente respinto dal vecchio. Tuttavia, torna ancora una
volta a That’s Life, questa volta per incontrare altre due
persone che aveva salvato all’epoca. Ma il programma della BBC ha
in serbo una dolcissima sorpresa per il vecchio Nicholas Winton.
Tutto il pubblico in studio si alza infatti in piedi per
ringraziare Nicky di aver salvato loro la vita. Si scopre così che
sono tutti bambini che lui ha salvato in passato.
Durante il finale di One
Life, vediamo poi Nicky a una festa a casa sua, dove Vera e
alcuni degli altri “figli di Nicky” (è così che il gruppo ha
iniziato a chiamarsi) sono in visita. L’ultima immagine del film
mostra dei bambini che corrono allegramente nella casa di Nicky,
tutti felici e spensierati, tuffandosi nella sua piscina mentre
Nicky e Vera ricordano i vecchi tempi. L’ultima scena sottolinea
così l’incredibile impresa che Nicky è riuscito a compiere: se non
fosse stato per lui, Vera e tutte quelle persone, per non parlare
dei loro figli, non sarebbero state lì. One Life è così una
testimonianza di ciò che la gentilezza e la forza di volontà
possono fare, indipendentemente da quanto si sia grandi o
piccoli.
Vincent
deve morire è il film d’esordio nel lungometraggio del
regista francese Stéphan Castang, che con
questa opera prima si impone come una delle voci più originali del
recente cinema di genere europeo. Dopo una carriera nel
cortometraggio, Castang approda al formato lungo con un progetto
ambizioso, capace di fondere tensione narrativa e sguardo
autoriale. Il film si distingue per una regia controllata e
nervosa, che lavora sull’escalation dell’assurdo all’interno di un
contesto quotidiano, trasformando progressivamente la realtà in un
incubo collettivo.
L’opera si colloca in un
territorio ibrido, combinando elementi di commedia nera, satira
sociale e
thriller paranoico. La storia segue Vincent, uomo comune che
diventa improvvisamente bersaglio di aggressioni inspiegabili da
parte di sconosciuti, senza alcuna ragione apparente. Da questo
spunto surreale, il film costruisce una riflessione disturbante
sulla violenza latente nella società contemporanea, sulla fragilità
dei legami sociali e sulla diffusione incontrollata dell’odio. Il
tono oscilla tra grottesco e angosciante, mantenendo un equilibrio
sottile tra ironia e tensione.
Presentato alla Semaine de la
Critique del Festival di Cannes e candidato alla Caméra
d’Or, riconoscimento dedicato alle migliori opere prime, Vincent
deve morire ha ottenuto un riscontro critico ampiamente
positivo. La stampa specializzata ha lodato l’originalità del
concept, la capacità di Castang di sostenere la tensione e la
performance del protagonista, oltre alla lucidità con cui il film
intercetta paure contemporanee. Nel resto dell’articolo proporremo
un approfondimento con spiegazione del finale, per comprendere come
l’epilogo dia senso alla deriva violenta raccontata dal film.
Vimala Pons e Karim Leklou in Vincent deve morire
La trama di Vincent deve
morire
Il film racconta la storia di
Vincent, che trascorre la sua vita in modo
pacato e privo di qualsiasi sorpresa fino a quando improvvisamente
nel corso di una notte si ritrova aggredito da persone sconosciute
senza un apparente motivo. La gente lo vuole morto e, nonostante
l’uomo cerchi di continuare a condurre una vita normale, il
fenomeno si diffonde a macchia d’olio e sempre più persone provano
a ucciderlo. È così che Vincent si ritrova al centro di una folle
spirale di violenza ed è costretto a fuggire, cambiando
completamente il suo modo di vivere. Ma si può fuggire dal proprio
nemico, se questo nemico è il mondo intero?
La spiegazione del finale del
film
Nel terzo atto la violenza
dilaga oltre ogni misura individuale e assume la dimensione di un
contagio collettivo. In viaggio con il padre e Margaux, Vincent
apprende alla radio che l’intero Paese è attraversato da episodi
incontrollati di aggressività. Sull’autostrada i tre si imbattono
in una carneficina, automobilisti che si massacrano senza motivo
apparente. Il padre, accecato dall’odio per gli uomini che hanno
ucciso la moglie, si getta nella mischia e scompare nel caos.
Vincent e Margaux riescono a fuggire, lasciandosi alle spalle un
paesaggio ormai privo di ordine.
La fuga prosegue su strade
deserte, immerse in un silenzio irreale che segue l’esplosione di
furia collettiva. Quando sembra che Vincent non sia più bersaglio
di nessuno, la minaccia cambia direzione. È lui stesso a cedere
all’impulso, colpendo e strangolando Margaux in un improvviso
scatto di violenza. La donna riesce a salvarsi coprendogli gli
occhi, interrompendo quel contatto visivo che scatena
l’aggressione. Sconvolto da ciò che stava per compiere, Vincent
accetta di farsi bendare. I due tornano al battello di Margaux e
scelgono di vivere navigando, isolati dal mondo.
Karim Leklou in Vincent deve morire
Il finale ribalta
definitivamente la prospettiva. Per tutto il film Vincent si è
percepito come vittima di un fenomeno inspiegabile, convinto di
essere l’oggetto di un’anomalia sociale. Quando l’epidemia di
violenza diventa universale e lui smette di essere attaccato, il
film suggerisce che non esistono individui immuni. L’aggressività
non è un destino riservato a pochi, ma una possibilità inscritta in
ciascuno. Il momento in cui Vincent tenta di uccidere Margaux
rappresenta il punto di convergenza tra vittima e carnefice,
dissolvendo ogni distinzione rassicurante.
La cecità temporanea diventa
allora una potente metafora. L’interruzione dello sguardo blocca
l’impulso distruttivo, come se la violenza nascesse da un
cortocircuito nel modo in cui percepiamo l’altro. Castang porta a
compimento la riflessione sulla fragilità del tessuto sociale,
mostrando come basti un innesco invisibile per trasformare la
convivenza in guerra diffusa. L’isolamento sul battello non è una
soluzione definitiva, ma una tregua precaria. La sopravvivenza
passa attraverso regole nuove e dolorose, fondate sul
riconoscimento della propria parte oscura.
Con questo epilogo il film
lascia un messaggio amaro ma lucido. La violenza non è un mostro
esterno da cui difendersi, bensì una pulsione latente che può
emergere quando le strutture di fiducia e responsabilità si
incrinano. Vincent e Margaux scelgono di restare insieme,
accettando limiti e fragilità come condizione necessaria per
continuare a vivere. Il battello che scivola sui fiumi diventa
simbolo di una comunità minima, fondata sulla consapevolezza e sul
controllo reciproco. In un mondo che implode, il legame resta
l’unico argine possibile al caos.
Whitney Houston – Una voce diventata leggenda (leggi
qui la recensione) è basato sulla storia vera della vita e
della carriera dell’iconica cantante. Diretto da Kasi
Lemmons da una sceneggiatura di Anthony McCarten, il
film attinge dalla vita reale di Whitney Houston, anche se
ci sono una serie di elementi che non vengono approfonditi.
Houston, soprannominata “The Voice”, è una delle artiste femminili
di maggior successo di tutti i tempi, avendo battuto record e
venduto oltre 200 milioni di dischi in tutto il mondo nel corso
della sua carriera.
Ad oggi, ci sono state cinque
rappresentazioni di Whitney Houston in documentari e lungometraggi.
I film biografici, pur basandosi sulla verità, possono includere
solo una parte della storia e talvolta esagerano alcuni aspetti
della vita di un musicista per sottolineare un concetto. Questo
film biografico su Whitney Houston, ad esempio, offre sì uno
sguardo sulla vita e l’ascesa alla fama della celebre cantante, ma
ci sono altri aspetti che tralascia e domande che sorgono dopo aver
visto alcune scene in particolare.
Whitney Houston era bisessuale?
La spiegazione della sua relazione con Robyn Crawford
Whitney Houston – Una voce
diventata leggenda si concentra brevemente sulla relazione
sentimentale tra Whitney Houston e Robyn Crawford, che
diventerà la sua direttrice creativa. In realtà, Crawford ha
confermato che le due avevano una relazione intima nel suo libro di
memorie, A Song for You: My Life with Whitney Houston, anche
se Crawford ha detto a People che lei e Houston non hanno mai
discusso di dare un’etichetta alla loro relazione o l’una
all’altra. La relazione sentimentale tra Crawford e Houston è
durata solo due anni, durante i quali hanno vissuto insieme.
Tuttavia, Houston ha deciso di porre fine alla relazione con
Crawford per paura di ciò che avrebbe detto la gente e di come
avrebbe influenzato le loro vite, soprattutto dopo aver firmato un
contratto discografico.
Crawford e la pluripremiata
cantante possono anche aver preso strade diverse dal punto di vista
sentimentale, ma le due sono rimaste migliori amiche per più di
vent’anni, come documentato dal film. Crawford, tuttavia,
all’inizio degli anni 2000 ha posto dei limiti al suo rapporto con
Houston a causa delle decisioni che quest’ultima stava prendendo
nella sua vita privata, tra cui la sua continua dipendenza dalle
droghe. Anche Bobby Brown, ex marito di Whitney Houston, ha
confermato che Crawford e la cantante avevano una relazione
sentimentale, e Brown sostiene che la madre di Houston, Cissy,
fosse contraria e volesse licenziare Crawford dal suo ruolo di
assistente di Houston, il lavoro che svolgeva prima di diventare
direttrice creativa e, successivamente, co-manager della società di
Houston.
Whitney Houston ha avuto una
relazione con Jermaine Jackson?
Whitney Houston avrebbe
frequentato Jermaine Jackson per un anno, come suggerito in
Whitney Houston – Una voce diventata leggenda, e si vocifera
che i due abbiano avuto una relazione mentre Jackson era ancora
sposato con la sua allora moglie Hazel Gordy. Jackson non ha
mai parlato della loro relazione, ma sua sorella La Toya
Jackson ha affermato, durante un’apparizione a The Talk, che
suo fratello “ha ammesso che hanno avuto una relazione”. Si
dice anche che la canzone di Whitney Houston “Saving All My Love
for You” fosse dedicata proprio a Jackson, anche se questo non
è mai stato confermato. Inoltre, secondo quanto riferito, alla fine
degli anni ’80 Houston era infatuata di Eddie Murphy, anche
se lui non ricambiava i suoi sentimenti, secondo Crawford.
Bobby Brown ha abusato di
Whitney Houston?
La relazione sentimentale tra
Bobby Brown e Whitney Houston era turbolenta e spesso finiva
sui giornali, soprattutto negli ultimi anni del loro matrimonio.
Whitney Houston – Una voce diventata leggenda sostiene che
Bobby Brown fosse violento nei confronti di Whitney Houston, e lui
stesso ha confermato in un’intervista a 20/20 di averla picchiata
una volta. Brown ha però negato le accuse di violenza nei confronti
di Houston al di là dell’incidente ammesso, ma ha rivelato che gli
ultimi anni del loro matrimonio sono stati piuttosto terribili.
Chi era Barbara Houston? Cosa
il film omette di lei
Barbara Houston fa la sua
comparsa nel film biografico musicale e si percepisce il gelo e la
distanza tra lei e Whitney. Il loro rapporto nella vita reale era
altrettanto teso. Barbara Houston, che ha 40 anni meno di John
Houston, alla fine lo sposò, anche se i due avevano una
relazione che sarebbe iniziata mentre John era ancora sposato con
la madre di Houston, Cissy. Ciò che il film tralascia è la causa
intentata da Barbara contro Whitney, in cui si sosteneva che la
cantante fosse l’unica beneficiaria dell’assicurazione sulla vita
di John Houston e che il denaro sarebbe stato utilizzato per
estinguere il mutuo di Barbara e John, con il resto consegnato a
Barbara.
Tuttavia, Whitney Houston ha
presentato una controquerela contro la matrigna, sostenendo che
l’assicurazione sulla vita servisse a ripagare la cantante per il
denaro che suo padre le aveva preso in prestito anni prima. Nel
2010, un giudice si è pronunciato a favore della Houston,
assegnandole la proprietà dell’ipoteca di Barbara, il che
significava che poteva decidere di pignorare la casa e lasciare la
matrigna senza nulla. Il rapporto tra Whitney Houston e Barbara
Houston non era buono, e la brutta causa legale ha reso piuttosto
pubblico il disprezzo della cantante per la moglie di suo
padre.
Cosa è successo davvero tra
Whitney Houston e suo padre?
Il rapporto tra Whitney Houston
e suo padre era complicato. John Houston divenne il manager
della cantante e amministratore delegato della sua società, e il
film sostiene che Houston abbia anche preso in prestito denaro da
sua figlia, il che sembra essere stata una delle cause che hanno
portato al deterioramento del loro rapporto nel corso del tempo.
Secondo quanto riferito, John Houston avrebbe preso in prestito
723.000 dollari da Whitney Houston nel 1990, ma è stata la causa da
100 milioni di dollari che ha intentato contro la celebre cantante
nel 2002 per violazione del contratto a mettere davvero in luce il
loro rapporto tumultuoso.
La causa sosteneva che Whitney
Houston non avesse pagato John o la sua società per i servizi che
le avevano fornito, come l’assistenza legale dopo essere stata
sorpresa con della droga alle Hawaii e la negoziazione dei termini
del suo contratto da 100 milioni di dollari con la Arista Records.
John Houston ha persino cercato di fare appello a sua figlia in
televisione. Il patriarca degli Houston è morto poco dopo, nel
2002, e la causa è stata archiviata nel 2004.
Come è morta Whitney
Houston?
Whitney Houston – Una voce
diventata leggenda evita di mostrare la tragica morte della
cantante. Tuttavia, il film biografico su Whitney Houston allude
alla sua morte, avvenuta poche ore prima della festa pre-Grammy del
produttore musicale Clive Davis. Whitney Houston morì per
annegamento accidentale nella vasca da bagno della sua camera
d’albergo al Beverly Hilton. Il referto dell’autopsia ha affermato
che anche gli effetti della “cardiopatia aterosclerotica e dell’uso
di cocaina” hanno contribuito all’annegamento accidentale della
cantante e attrice. Houston aveva precedenti di uso di cocaina e
sul ripiano del bagno è stata trovata della polvere bianca, il che
suggerisce che la cantante avesse fatto uso della sostanza prima di
fare il bagno.
Piuttosto che concentrarsi sulla
sua morte e sui fattori che vi hanno contribuito, il film celebra
la voce iconica della cantante all’apice della sua carriera,
scegliendo di incentrare la scena finale del film sulla performance
di Whitney Houston agli American Music Awards del 1994. Questa
decisione allontana l’attenzione dalla tragedia della sua morte e
dai suoi ultimi tumultuosi anni, e serve a ricordare la voce
potente e bellissima che aveva e la gioia che ha portato agli altri
con il suo straordinario talento. Il pubblico esce così dalla
visione del film con un ricordo luminoso della vita di Whitney
Houston invece che con quello oscuro della sua morte.
Chris Hemsworth esalta ulteriormente la prossima
uscita degli Avengers e anticipa la reunion che stavamo
aspettando.
Thor di
Chris Hemsworth e Loki di
Tom Hiddleston sono tra i supereroi confermati
nel cast di Avengers:
Doomsday, che affronterà il Dottor Destino di
Robert Downey Jr. in una battaglia multiversale.
Tra gli altri personaggi che torneranno ci sono i Fantastici
Quattro, i Thunderbolts/Nuovi Vendicatori, gli X-Men
e altri Vendicatori che hanno guidato i film solisti nelle Fasi 4 e
5.
Alla domanda di Variety se la
reunion tra Thor e Loki sarebbe stata strappalacrime, Hemsworth ha
promesso – dopo aver risposto “sì, no, forse” alla domanda
iniziale del giornalista – che Avengers: Doomsday è
“incredibilmente emozionante, incredibilmente potente. Vi
lascerà senza fiato. Non so come facciano“. Hemsworth sta
attualmente promuovendo il suo nuovo film, Crime 101, in uscita
venerdì.
L’ultima apparizione di Thor e Loki
insieme nell’MCU risale a Avengers: Infinity War
del 2018, dove Loki viene ucciso da Thanos (Josh
Brolin) nella prima scena davanti a Thor. Thor è poi
apparso in Thor: Love and Thunder
del 2022, mentre una versione di Loki fuggita dopo gli eventi del
primo film degli Avengers (2012) è il
personaggio principale della serie TV Loki.
Il Loki alternativo, pur non avendo
attraversato esattamente lo stesso arco narrativo dell’originale, è
consapevole della sua morte nella “linea temporale sacra“.
Nel frattempo, Thor ha adottato una figlia in Thor:
Love and Thunder, a cui fa riferimento nel teaser di
Avengers: Doomsday. Il trailer di
Doomsday di Thor suggerisce un ritorno a un tono più serio per la
sua caratterizzazione e le sue trame, il che potrebbe influenzare
la sua riunione con Loki.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men dell’era Fox-Marvel.
Oggi Prime Video ha rilasciato il trailer
e il poster ufficiali di Scarpetta, la
nuova serie crime thriller forense basata sulla celebre serie di
romanzi bestseller di Patricia Cornwell con protagonista Kay
Scarpetta, sviluppata e sceneggiata per la televisione da
Liz Sarnoff. Con oltre 120 milioni di copie vendute in tutto
il mondo dall’esordio del personaggio nel 1990, questo adattamento
rappresenta il coronamento di decenni di attesa e porta finalmente
sullo schermo l’amata patologa forense. Scarpetta
debutterà l’11 marzo 2026, in esclusiva su Prime Video in oltre 240
paesi e territori nel mondo. La serie è prodotta da Amazon MGM
Studios e Blumhouse Television in collaborazione con Blossom Films,
Comet Pictures e P&S Projects.
Scarpetta porta sullo
schermo l’iconico personaggio letterario di Patricia Cornwell in
un’emozionante serie con Nicole Kidman nel ruolo della
dottoressa Kay Scarpetta. Con mani abili e uno sguardo
penetrante, questo implacabile medico legale è pronto a diventare
la voce delle vittime, smascherare un serial killer e dimostrare
che il caso che ha segnato l’inizio della sua carriera 28 anni
prima non si rivelerà essere anche la sua rovina. Ambientata nel
mondo delle odierne indagini forensi, la serie va oltre le scene
del crimine per approfondire la complessità psicologica sia dei
colpevoli che degli agenti di polizia. Il risultato è un thriller
dalle molteplici sfaccettature che riflette sul prezzo da pagare
quando si persegue la giustizia a tutti i costi.
Dalla sceneggiatrice, executive
producer e showrunner candidata agli Emmy Liz Sarnoff (Barry,
Lost), arriva Scarpetta, un’emozionante serie crime
thriller che si svolge su due diverse linee temporali. Questa
doppia narrazione esplora il percorso personale e professionale di
“Kay Scarpetta” (Nicole Kidman), dai suoi esordi alla fine degli
anni ’90 come capo medico legale al presente, quando fa ritorno
nella sua città natale per riassumere il suo precedente incarico e
indagare su un raccapricciante omicidio. Mentre cerca di ottenere
giustizia, Scarpetta dovrà destreggiarsi tra relazioni complicate,
tra cui il rapporto conflittuale con sua sorella “Dorothy
Farinelli” (Jamie Lee Curtis), affrontare rancori
professionali e personali di vecchia data e segreti che minacciano
di distruggere tutto ciò che ha costruito.
L’attrice Premio Oscar
Nicole Kidman (Expats) è il medico legale “Kay Scarpetta,”
mentre la Premio Oscar Jamie Lee Curtis (The
Bear) interpreta sua sorella “Dorothy Farinelli”. Nel
ruolo del detective “Pete Marino” troviamo il vincitore dell’Emmy
Award Bobby Cannavale, mentre il candidato all’Emmy Simon Baker (The Mentalist) è il
profiler dell’FBI “Benton Wesley” e l’attrice Premio Oscar Ariana DeBose (West Side Story) interpreta “Lucy
Farinelli Watson”, la nipote di Kay, esperta di tecnologia. La
doppia linea temporale della serie è arricchita dalla presenza nel
cast di Rosy McEwen (Blue Jean), Amanda Righetti (The
Mentalist), Jake Cannavale (The Offer) e Hunter
Parrish (Weeds), che interpretano rispettivamente le
versioni più giovani dei personaggi di Kidman, Curtis, Cannavale e
Baker.
Scarpetta vede in qualità
di executive producer, Nicole Kidman e Per Saari per Blossom Films,
Jamie Lee Curtis per Comet Pictures, la scrittrice e showrunner Liz
Sarnoff per Sarnoff TV, l’autrice Patricia Cornwell per P&S
Projects, insieme a Jason
Blum, Jeremy Gold, Chris Dickie, e Chris McCumber per Blumhouse
Television. David Gordon Green ha diretto cinque episodi e figura,
inoltre, tra gli executive producer insieme ad Amy Sayres. La serie
è prodotta da Amazon MGM Studios e Blumhouse Television in
associazione con Blossom Films, Comet Pictures, e P&S
Projects.
Sam
Neill, una delle star originali di Jurassic
Park, ha finalmente la possibilità di commentare l’omaggio
al suo personaggio nell’ultimo capitolo.
Jurassic
World – La Rinascita segue un gruppo di personaggi
completamente nuovi che si recano su un’isola remota vicino
all’equatore per estrarre campioni di DNA di dinosauro da
utilizzare in una medicina rivoluzionaria. Il cast è guidato dalla
mercenaria Zora Bennett (Scarlett Johansson), dal suo
socio Duncan Kincaid (Mahershala Ali) e dal loro consulente
paleontologo, il Dott. Henry Loomis (Jonathan Bailey).
Il personaggio di Bailey finisce
per essere il veicolo di questa connessione, poiché durante la
spedizione afferma di aver svolto
il suo lavoro post-dottorato sotto la supervisione del
Dott. Alan Grant, notoriamente interpretato da
Sam Neill nel Jurassic Park
originale (1993). In un’intervista con Entertainment
Weekly durante la promozione del suo spot Xfinity per il Super
Bowl, Neill ha dichiarato di aver apprezzato l’Easter egg.
“Sono rimasto sorpreso”,
ha detto Neill. “È bello quando queste cose si riferiscono
l’una all’altra, e ho pensato che fosse rispettoso e
positivo.” Neill si è riunito con i co-protagonisti di
Jurassic Park, Laura
Dern e Jeff Goldblum, per uno dei
migliori spot del Super Bowl del 2026, in cui la battuta finale è
che con Xfinity Wi-Fi, gli eventi del primo film avrebbero potuto
essere evitati e tutti si sarebbero goduti una vacanza
rilassante.
Il trio originale di
Jurassic Park ha recitato anche in
Jurassic World – Il Dominio del 2022, che
li ha riuniti al cast della trilogia sequel di Jurassic
World. In precedenza, Sam Neill aveva
ripreso il suo ruolo in Jurassic Park III del 2001
(in cui Dern appare in un cameo), mentre Goldblum è stato il
protagonista di Il mondo perduto: Jurassic Park del 1997.
Jurassic
World – La Rinascita è ambientato cinque anni dopo
Jurassic World – Il Dominio, quando i
dinosauri, sebbene liberi sul pianeta, stanno nuovamente
scomparendo perché l’attuale clima terrestre non è adatto a loro.
Pertanto, gli unici che prosperano ancora vivono nelle regioni
equatoriali, mentre il grande pubblico ha ormai smesso di ammirare
i dinosauri viventi.
In questo contesto, Henry Loomis
offre una prospettiva diversa su alcuni dei temi originali della
serie, nutrendo più rispetto per i dinosauri rispetto ad altri
personaggi, commentando la mortalità dell’umanità e sostenendo con
Zora che il progresso scientifico dovrebbe servire il bene comune
piuttosto che il profitto.
Come la maggior parte dei film
della saga successivi a Jurassic Park, Jurassic
World – La Rinascita non è stato un capolavoro di
critica e si attesta al 50% su Rotten Tomatoes. Tuttavia, ha
incassato quasi 870 milioni di dollari in tutto il mondo,
diventando uno dei film più redditizi dell’anno. Nonostante i suoi
difetti, il film del 2025 è stato comunque trovato divertente
perché si collega alla storia del franchise.
Il documentario di National
Geographic Documentary Films, Ghost
Elephants, debutterà l’8 marzo su Disney+. Diretto, scritto e narrato da
Werner Herzog (Grizzly Man) e prodotto da Ariel León
Isacovitch ed Herzog, il film segue Steve Boyes, National
Geographic Explorer, in un viaggio epico insieme ad alcuni degli
ultimi maestri tracciatori rimasti al mondo alla ricerca di un
animale a lungo ritenuto un mito.
Abbiamo visto in anteprima
Ghost Elephants in occasione del Festival
di Venezia 82, ecco la nostra recensione.
Nelle alture dell’Angola avvolte
dalla nebbia, nel cuore delle sue foreste, persiste un mistero: gli
sfuggenti elefanti fantasma di Lisima, potenziali discendenti
viventi del più grande mammifero terrestre mai documentato. Steve
Boyes, biologo della conservazione e leader del National Geographic
Okavango Wilderness Project, è determinato a provarne
l’esistenza.
Per trovare questi elusivi
elefanti, Boyes e il collega Kerllen Costa, National Geographic
Explorer, hanno collaborato con tre maestri tracciatori KhoiSan –
Xui, Xui Dawid e Kobus – per avere successo dove la tecnologia
aveva fallito.
Ghost Elephants è diretto e narrato
da Werner Herzog
Diretto, narrato e scritto dal
leggendario regista Werner Herzog, GHOST
ELEPHANTS è un racconto sulla sopravvivenza, il
ricongiungimento e il potere duraturo della conoscenza antica
rispetto alla modernità fugace. Il film è stato presentato in
anteprima al Festival del Cinema di Venezia, dove Herzog ha
ricevuto il Leone d’oro alla carriera.
A corredo del film, il 3 marzo
uscirà il coffee table book “Okavango and the Source of Life” di
Steve Boyes. Il libro amplia il viaggio oltre lo schermo, con oltre
100 fotografie suggestive, mappe dettagliate e le riflessioni
personali di Boyes raccolte in anni di estenuanti spedizioni alle
sorgenti angolane dell’Okavango. Il libro documenta gli stessi
corsi d’acqua restanti, le comunità e i fragili ecosistemi
esplorati nel film, trasmettendo il peso fisico ed emotivo della
navigazione in una regione selvaggia a lungo isolata dalla guerra.
Con una prefazione del principe Harry, duca di Sussex, e ritratti
dei custodi della tradizione locale, il libro offre un
accompagnamento intimo e visivamente ricco all’esperienza
cinematografica. “Okavango and the Source of Life” è già
disponibile per il preordine su Disney Books.
Ghost
Elephants è diretto, narrato e scritto da
Herzog. È prodotto dallo stesso Herzog per Skellig Rock, Inc. e
Ariel León Isacovitch per The Roots Production Service. Sobey Road
Entertainment è il partner di produzione con Brian Nugent, Andrew
Trapani, Emerson G. Farrel, David Sze, David B. Kirk, Terrence
Battle, Richard Sneider, Christopher White e Casey Graf come
executive producer. Per National Geographic Documentary Films,
Carolyn Bernstein, executive vice president of Documentary Films, e
Tim Horsburgh, vice president of Documentary Films, sono gli
executive producer.
Il
finale di The Shining di
Stanley Kubrick è una di quelle
chiusure che non “spiegano”, ma inchiodano lo spettatore a
un’immagine. Dopo la fuga di Wendy e Danny, dopo il labirinto, dopo
la neve e il gelo, Kubrick taglia su una fotografia in bianco e
nero del 1921: una festa elegante nella ballroom dell’Overlook
Hotel. In primo piano, sorridente, c’è Jack Torrance (Jack Nicholson). È il colpo di coda perfetto
perché non aggiunge azione, aggiunge senso. E soprattutto apre una
domanda che da decenni alimenta interpretazioni, teorie e
discussioni: come può Jack
essere in una foto di sessant’anni prima?
Per capirlo bisogna ragionare come ragiona il film: non in termini
di “trama” ma di meccanismo, di ciclo e di identità. Kubrick prende il romanzo di Stephen King, lo piega alla propria ossessione
per l’ambiguità e costruisce un horror che funziona anche se togli
i fantasmi: la paura non sta solo nel soprannaturale, ma nel modo
in cui la violenza domestica e l’abuso si ripetono, si
giustificano, si tramandano.
Perché Jack è nella foto: reincarnazione, assorbimento o “sempre
stato lì”?
La spiegazione più popolare è quella dell’Overlook che “assorbe” Jack. L’hotel, come
un organismo predatorio, seduce, consuma e conserva. La foto
sarebbe la prova che Jack, una volta “finito”, entra a far parte
della collezione di anime dell’Overlook: un trofeo appeso al muro
del tempo. Questa lettura è intuitiva perché torna con l’atmosfera
del film: l’albergo sembra vivo, sembra ricordare, sembra nutrirsi
delle persone.
Ma Kubrick – in alcune dichiarazioni riportate nel tempo – ha
suggerito un’idea ancora più perturbante: Jack non viene solo assorbito, Jack è una
reincarnazione. Non è “entrato” nella storia
dell’Overlook: ne è un
pezzo che ritorna. E qui la scena chiave non è la
fotografia, è il bagno rosso con Grady.
Quando Jack parla con Grady, il cameriere gli dice che lui “è
sempre stato il custode”. Non è una battuta poetica: è
un’affermazione di appartenenza. Jack, che fino a quel momento si è
raccontato come vittima di sfortuna (scrittore bloccato, alcolista
in recupero, uomo stressato), viene ricollocato in una genealogia
più antica. Il film lascia intendere che l’Overlook selezioni certe persone perché
in loro esiste già una frattura: rabbia, frustrazione, bisogno di
controllo. La “chiamata” del lavoro da custode non è un caso: è una
convocazione.
La questione dei due Grady rafforza l’ambiguità. Nel film si parla
di un ex custode che ha ucciso moglie e figlie, ma i dettagli
oscillano: Delbert Grady come fantasma, Charles Grady come passato
umano. Jack dice di aver visto “Delbert” sul giornale, eppure
Ullman (all’inizio) descrive la tragedia come fatto cronachistico
distante, quasi neutro. Kubrick sembra dirti: non fidarti della cronologia,
perché l’Overlook non vive nel tempo lineare. Vive nei ritorni.
Se Jack è davvero una reincarnazione di un precedente “impiegato”
dell’hotel, la foto del 1921 diventa l’atto finale del
completamento: non è una rivelazione esterna, è la chiusura di un
circuito. Jack torna al posto che lo aspettava.
La fuga di Wendy e Danny: perché il film chiude “fuori” e non
“dentro”
Dopo essere stato liberato dalla dispensa (uno dei momenti più
disturbanti perché suggerisce una complicità dei fantasmi), Jack
diventa puro istinto predatorio: ascia in mano, inseguimento,
minaccia. Wendy e Danny, invece, sono costretti a diventare
strategici. La celebre scena “Here’s Johnny!” non serve solo a
spaventare: è la rappresentazione fisica dell’irruzione dell’abuso
in un luogo che dovrebbe essere sicuro.
Il film costruisce la fuga con una logica spietata: Danny viene
“espulso” dalla finestra, Wendy resta bloccata, l’aiuto arriva
(Hallorann) ma viene annientato in un istante. È una scelta
crudele, ma coerente con l’universo di Kubrick: non c’è
provvidenza. C’è solo una possibilità di sopravvivere, ed è la
lucidità. Nel labirinto, Danny non vince perché è più veloce, vince
perché capisce.
La falsa pista è l’unico momento in cui il film concede al bambino
un vero atto di controllo sul caos.
E
quando Jack muore congelato, Kubrick evita qualsiasi catarsi
morale. Non c’è pentimento, non c’è “ritorno di coscienza”. Il
corpo diventa scultura: l’immagine di un uomo irrigidito nel
proprio fallimento. Subito dopo, la foto: ecco la vera maledizione.
Jack non è morto davvero se l’Overlook lo ha riassorbito nel
proprio mito.
Film e romanzo: perché Kubrick cambia il senso dell’orrore
Qui sta la frattura con Stephen King. Nel romanzo, l’Overlook è il
villain principale: corrompe Jack, lo possiede, e in alcuni momenti
Jack riesce perfino a combattere per salvare Danny. L’esplosione
della caldaia e la distruzione dell’hotel sono un atto di “chiusura
del male”. Nel film, invece, l’Overlook non viene neutralizzato:
continua. E
Jack, più che vittima, sembra da subito un uomo pericoloso, già
predisposto alla violenza. Kubrick sposta il baricentro dall’hotel
che possiede l’uomo all’uomo che usa l’hotel come alibi per
diventare ciò che temeva di essere.
Anche Hallorann cambia destino: nel libro sopravvive e aiuta; nel
film muore, e la sua morte dice qualcosa di preciso: la speranza di
una salvezza esterna è un’illusione. Wendy e Danny si salvano da
soli.
Il risultato è che le due opere parlano di cose simili (famiglia,
trauma, dipendenza, male) ma con una morale opposta. King tende a
credere nella possibilità di redenzione; Kubrick tende a credere
nella ripetizione.
REDRUM e il sangue dell’ascensore: non sono “indizi”, sono
sintomi
Molti cercano nel film un rebus da risolvere: cosa significa
REDRUM, cosa significa il sangue dell’ascensore, perché la stanza
237, perché i gemelli. Ma in Kubrick questi elementi funzionano
meglio se li leggi come manifestazioni di un trauma, non come puzzle.
REDRUM è la parola che Danny non riesce a dire in modo diretto: il
bambino “vede” qualcosa che non può contenere. Il sangue
dell’ascensore è l’immagine più famosa del film perché è astratta e
totale: un’ondata di violenza che non appartiene a un solo evento,
ma a una stratificazione. Può ricordare la storia dell’hotel
costruito su un terreno segnato dalla colonizzazione e dalla
rimozione; può rappresentare il sangue di tutte le vite inghiottite
dall’Overlook; può essere, semplicemente, la visualizzazione del
fatto che l’orrore lì
dentro non smette mai di accumularsi.
Il punto è che l’Overlook non “mostra” i fantasmi come apparizioni
da manuale horror. Li mostra come se fossero ricordi di una casa
malata.
Il significato vero di The Shining: il ciclo della violenza e
l’alibi del mostro
La lettura più solida, alla fine, è anche la più scomoda:
The Shining parla di
violenza domestica e di come questa si ripresenti sotto
forme diverse, spesso mascherata da stress, lavoro, fallimento,
dipendenza. Jack ha un passato di aggressività; Wendy e Danny lo
temono già prima che l’hotel “agisca” apertamente. Il
soprannaturale diventa la scusa perfetta: se ci sono i fantasmi,
allora Jack non è responsabile. Ma Kubrick ti fa sentire che questa
è una tentazione, non una verità.
La fotografia del 1921, allora, non è solo un twist. È una
condanna: Jack non è un episodio isolato, è un anello. L’hotel non
finisce, perché il tipo di violenza che rappresenta non finisce.
Cambiano i volti, cambiano le epoche, ma la festa continua.
E
qui torna la domanda iniziale, la più importante: perché Jack è
nella foto? Perché l’Overlook è un luogo che riscrive le persone come parte
della propria storia. Che tu la chiami reincarnazione,
assorbimento o eterno ritorno, il senso non cambia: Jack non è
“capitato” all’Overlook. L’Overlook lo ha riconosciuto.
Stanley Kubrick è uno dei registi più influenti e
discussi della storia del cinema. Autore perfezionista, ossessivo,
visionario, ha attraversato generi diversissimi lasciando sempre
un’impronta riconoscibile. Dalla fantascienza all’horror, dal film
di guerra al dramma storico, la sua filmografia è relativamente
breve ma densissima. Eppure, dietro i suoi capolavori, si
nascondono dettagli biografici, scelte artistiche e curiosità che
raccontano un uomo molto più complesso del mito che lo
circonda.
Ecco 10 cose che (forse) non sai su Stanley
Kubrick.
Qual è stata la causa della morte di Stanley Kubrick?
Stanley Kubrick morì il 7 marzo 1999, pochi giorni dopo aver
consegnato la versione finale di Eyes Wide Shut. La causa ufficiale fu un attacco
cardiaco nel sonno, nella sua casa nel Regno Unito.
La
tempistica ha alimentato teorie complottistiche, ma non esistono
evidenze di misteri irrisolti. Kubrick aveva 70 anni e lavorava da
mesi in modo intensissimo al montaggio del film. La sua morte segnò
la fine di una delle carriere più radicali del Novecento
cinematografico.
Stilare una classifica è quasi impossibile, ma titoli come 2001: Odissea nello
spazio, Arancia
Meccanica, Shining,
Full Metal Jacket e
Barry Lyndon sono
unanimemente considerati capolavori.
Ogni film rappresenta una reinvenzione di genere. Kubrick non si è
mai ripetuto: ha fatto un horror psicologico completamente diverso
da qualsiasi altro horror, un film di guerra che smonta il mito
militare, una fantascienza filosofica che ancora oggi sembra
futuristica.
Perché Arancia Meccanica è stato così controverso?
Arancia
Meccanica fu accusato di istigare alla violenza
dopo alcuni episodi di cronaca nera nel Regno Unito. Kubrick stesso
decise di ritirare il film dalla distribuzione britannica per
anni.
Il film non glorifica la violenza: la analizza, la mette a nudo, la
usa per interrogare il concetto di libero arbitrio. La controversia
dimostra quanto Kubrick fosse avanti nel trattare temi etici e
sociali scomodi.
Stanley Kubrick era davvero ossessionato dal controllo?
Sì, ma non nel senso caricaturale che spesso si racconta. Kubrick
era un perfezionista metodico. Pretendeva decine di ciak per una
scena non per capriccio, ma per ottenere la precisione emotiva
desiderata.
Non era un despota sul set: era un regista che cercava di eliminare
il caso. Ogni dettaglio – fotografia, musica, scenografia – doveva
contribuire alla costruzione di un universo coerente.
Kubrick lasciò gli Stati Uniti negli anni ’60 e si stabilì
definitivamente nel Regno Unito. La scelta fu legata sia a motivi
produttivi sia personali.
In Inghilterra trovò maggiore libertà creativa e un sistema
produttivo più flessibile. Inoltre, poteva lavorare lontano
dall’industria hollywoodiana, mantenendo un controllo quasi totale
sui suoi progetti.
Un corpus relativamente ridotto, ma ogni titolo ha cambiato
qualcosa nel linguaggio cinematografico.
Stanley Kubrick odiava gli attori?
Assolutamente no. Il mito del regista “sadico” nasce da racconti
parziali. È vero che metteva sotto pressione gli interpreti, ma lo
faceva per spingerli oltre la performance convenzionale.
Con attori come Jack Nicholson, Malcolm McDowell o Nicole Kidman ha costruito personaggi iconici,
spesso lasciando spazio all’improvvisazione controllata.
È vero che Shining è molto diverso dal romanzo?
Sì. Shining è una
delle trasposizioni più divergenti dalla fonte originale. Stephen King ha più volte criticato il film
perché altera profondamente il senso del romanzo.
Kubrick sposta il focus dalla possessione soprannaturale al tema
della violenza ciclica e dell’instabilità mentale. Per questo il
film funziona come opera autonoma, separata dal libro.
Perché Kubrick girava pochissimi film?
Kubrick lavorava lentamente. Tra un film e l’altro potevano passare
anni. Non per indecisione, ma per studio maniacale della
materia.
Leggeva, documentava, testava tecnologie nuove (come le lenti NASA
usate per Barry Lyndon).
Ogni progetto era una ricerca totale, non una produzione
industriale.
Stanley Kubrick è ancora influente oggi?
Più che mai. Registi contemporanei citano Kubrick come riferimento
visivo e narrativo. Il suo uso della simmetria, della musica
classica, del silenzio e del tempo dilatato è diventato grammatica
cinematografica.
Ma la sua vera eredità è un’altra: la convinzione che il cinema
possa essere filosofico senza perdere forza visiva. Kubrick non
spiegava tutto. Costruiva enigmi. Ed è proprio per questo che, a
più di vent’anni dalla sua morte, continuiamo a parlarne.
Nonostante The Last of Us sia
stato uno dei maggiori successi HBO dell’ultimo decennio, il futuro
della serie potrebbe fermarsi prima del previsto. Dopo il debutto
trionfale del 2023, acclamato come una delle migliori trasposizioni
videoludiche mai realizzate, la seconda stagione ha diviso pubblico
e critica, rallentando l’entusiasmo costruito con il primo ciclo di
episodi.
La
stagione 3 è già stata confermata, ma ora appare sempre più
probabile che possa essere l’ultima. A incidere è anche una nuova
decisione strategica di HBO, che ha
dato il via libera a un ambizioso adattamento fantasy affidato
proprio allo showrunner di TLOU.
Craig Mazin svilupperà la serie TV di Baldur’s Gate
Considerando la mole narrativa e il potenziale produttivo di
Baldur’s Gate —
rafforzato dal successo globale di Baldur’s Gate 3, vincitore di numerosi premi Game of
the Year — il progetto si preannuncia imponente. Questo rende
difficile immaginare Mazin impegnato contemporaneamente su più
stagioni di The Last of
Us oltre la terza.
La sua presenza è stata fondamentale per il successo
dell’adattamento del videogioco di Naughty Dog,
e un eventuale passaggio di consegne a un altro showrunner
rappresenterebbe un rischio significativo per una serie ormai nella
fase più delicata del suo arco narrativo.
La stagione 3 era già considerata il finale più probabile
Già prima dell’annuncio del nuovo progetto fantasy, circolavano
ipotesi che la terza stagione potesse chiudere la serie. La seconda
stagione, composta da soli sette episodi, ha lasciato ampio spazio
all’arco narrativo di Abby (interpretata da Kaitlyn Dever), ma la ricezione mista ha
alimentato dubbi sulla possibilità di estendere ulteriormente la
storia.
Il presidente HBO Casey Bloys ha dichiarato che “sembra proprio”
che la stagione 3 possa rappresentare la conclusione naturale del
racconto, pur lasciando la decisione finale agli showrunner.
Narrativamente, concentrare l’intero arco finale in una stagione
più lunga potrebbe essere la scelta più solida: integrare la
prospettiva di Abby con flashback di Ellie e Joel, approfondire
Dina e Jessie e adattare la parte ambientata a Santa Barbara senza
diluire eccessivamente il ritmo.
Meglio chiudere in alto?
Dopo l’inizio straordinario della stagione 1, la reputazione della
serie ha subito qualche scossone con la seconda. Una terza stagione
ambiziosa, più ampia e strutturata con attenzione, potrebbe
rappresentare l’occasione per chiudere il cerchio in modo
memorabile, evitando un prolungamento rischioso.
Al momento non esiste un annuncio ufficiale sulla fine definitiva
della serie, ma tra l’impegno di Mazin su Baldur’s Gate e i segnali provenienti da HBO,
la prospettiva di una conclusione con la
stagione 3 appare sempre più concreta.
Il
cult sottovalutato con Anne Hathaway è tornato
sotto i riflettori. Colossal, la
commedia nera sci-fi vietata ai minori che all’uscita non trovò il
pubblico sperato, è disponibile in streaming in Italia su
Prime Video.
L’attrice ha recentemente invitato i fan a recuperarlo, ironizzando
sul fatto che in sala “non l’ha visto nessuno”, nonostante l’ottima
accoglienza critica (82% su Rotten Tomatoes). Un film amato dalla
critica ma rimasto ai margini del grande pubblico.
Diretto da Nacho
Vigalondo, il film segue Gloria, una donna
alle prese con alcolismo, relazioni tossiche e un senso di
fallimento crescente. Dopo essere stata lasciata dal fidanzato
(interpretato da Dan
Stevens), torna nella sua città natale dove
ritrova l’amico d’infanzia Oscar, interpretato da
Jason
Sudeikis.
La svolta arriva quando Gloria scopre che i suoi movimenti notturni
in un parco giochi si manifestano, dall’altra parte del mondo,
sotto forma di un gigantesco kaiju che devasta Seoul. Il mostro
diventa la materializzazione dei suoi demoni interiori: perdita di
controllo, senso di colpa, dipendenza.
Il film parte come una commedia stralunata e si trasforma
progressivamente in un racconto cupo sulle dinamiche di potere e
manipolazione emotiva. Il rapporto tra Gloria e Oscar si rivela
molto più oscuro di quanto sembri inizialmente.
Perché è stato sottovalutato?
Presentato al Toronto International Film Festival, Colossal attirò subito l’attenzione per
il concept originale. Ma la sua natura ibrida – a metà tra rom-com,
monster movie e dramma psicologico – rese difficile il
posizionamento commerciale.
Hathaway ha raccontato di aver scelto il progetto in un momento di
ricerca artistica, colpita dalla struttura imprevedibile e dal
sottotesto emotivo. Vigalondo ha definito il film “autobiografico”,
spiegando come i personaggi rappresentino parti conflittuali della
propria personalità.
Oggi, con la disponibilità in streaming su Prime Video in Italia,
Colossal ha finalmente
la possibilità di essere riscoperto. Non è un blockbuster
tradizionale, ma un film che usa il fantastico per parlare di
responsabilità, autodistruzione e consapevolezza.
Se cercate uno sci-fi diverso dal solito, questo è il momento
giusto per dargli una seconda possibilità.
Tell Me
Lies ha inaugurato un importante e rivoluzionario
sviluppo. La creatrice della serie Meaghan Oppenheimer rivela il cinico motivo per
cui Stephen consegna la cassetta a Lucy nell’episodio 7 di Tell Me Lies – Stagione 3. Stephen ha
conservato la cassetta del ricatto per un bel po’ di tempo, mentre
Lucy lo implorava di restituirgliela. Dopo che lei si è emozionata
profondamente di fronte a lui, lui cede e gliela restituisce.
Secondo Oppenheimer, però, questo
evento in Tell Me Lies – Stagione 3 non è
una forma d’amore. Parlando con Decider, la showrunner ha
spiegato come vede il momento in cui Stephen non si diverte più a
tormentarla a causa del modo in cui reagisce. Definisce il suo
punto di vista “cinico”, ma fedele a come la scena avrebbe dovuto
svolgersi:
La mia risposta è molto cinica. Penso che alcuni potrebbero
pensare che sia perché la ama o prova empatia. Credo che lui sia
semplicemente così disgustato nel vederla così e nel vederla
strisciare che non è più divertente. Non c’è più vergogna. Lei si
arrende e dice: “Lascia perdere”, e questo gli ha tolto il
divertimento. Credo che sia lì che si trova la sua testa. È così
che funziona la sua psiche.
Anche la star della serie Jackson
White, che interpreta Stephen, ha spiegato il suo punto di vista su
quel momento. L’attore ha detto che, quando il suo personaggio
“vince la partita“, non c’è più nulla che lo renda
“divertente”. La sua decisione di dare la cassetta a Lucy non è
stata un segno di sconfitta, ma un ultimo atto di vittoria
decisiva:
È uno schema ricorrente per lui. Quando vince la partita non
si diverte più. E ogni volta che Lucy perde davvero il filo, lui si
annoia. Si arrende. Forse è questa la sua umanità, ma è anche
sopraffatto. Quindi non so quanto sia inaspettato. Penso che sia
più tipo: “Certo che si dimette, perché ha già vinto”.
La registrazione è solo uno dei
tanti momenti drammatici per i personaggi nell’episodio 7 di
Tell Me Lies – Stagione 3. Evan e Pippa
hanno deciso di rompere con i rispettivi partner per intraprendere
una vera relazione romantica, proprio mentre Bree scopre che Lucy è
andata a letto con Evan durante la loro festa hawaiana. Tuttavia,
la registrazione è di gran lunga lo sviluppo più importante
dell’episodio.
Mentre Lucy è riuscita a mettere al
sicuro la registrazione, proteggendosi così, si è imbattuta in
Tegan, avvertendola di non fidarsi di Stephen. Si scopre
rapidamente che Lucy glielo ha già detto, un colpo di scena che
conferma che la sua memoria è stata difettosa a causa del livello
di stress a cui è stata sottoposta. Questo mette in discussione
cosa significhi effettivamente il suo possesso della registrazione
per il futuro.
È possibile che le sue
preoccupazioni per la registrazione non siano finite. A un episodio
dalla fine di Tell Me Lies – Stagione 3,
il possesso del nastro da parte di Lucy potrebbe non renderla così
al sicuro come pensa. Stephen potrebbe avere un piano alternativo
nel caso in cui ne entrasse in possesso, come delle copie o un
metodo per pubblicarlo segretamente affinché il mondo lo veda.
Per ora, sembra che Tell Me Lies
continuerà a creare pressione su Lucy. Sebbene abbia apparentemente
raggiunto un punto di rottura, la serie sembra pronta a spingerla
ancora oltre nell’episodio finale della stagione. Anche se è in
possesso del nastro, c’è una forte probabilità che le cose vadano
male man mano che il nastro entra a far parte della sua vita.
Dopo
l’arrivo su Netflix, Overboard ha
trovato una seconda vita. Il remake del classico anni ’80 con
Goldie Hawn e Kurt Russell riprende la stessa premessa –
l’amnesia come detonatore romantico – ma ribalta le dinamiche di
potere. Qui è Leonardo Montenegro, erede miliardario arrogante e
superficiale, a perdere la memoria; è Kate Sullivan, madre single
esausta e sommersa dai debiti, a cogliere l’occasione per
vendicarsi e sopravvivere.
Il
film non reinventa la rom-com. È prevedibile, a tratti eccessivo,
ma funziona perché sa cosa vuole essere: una storia di
trasformazione personale travestita da farsa romantica. E il finale
chiarisce che il centro non è l’inganno, ma la scelta consapevole
di diventare una persona migliore.
Cosa succede nel finale di Overboard
Quando la memoria di Leo ritorna, il castello costruito da Kate
crolla. Lui ricorda l’umiliazione sullo yacht, non i momenti di
crescita con le tre figlie di lei. Si sente tradito e torna alla
sua vita dorata. Le bambine restano spezzate, Kate non lo insegue:
questa è la svolta morale del film. Non cerca soldi, non implora
perdono. Accetta le conseguenze.
Il punto è chiaro: la ricchezza non aveva reso Leo migliore. La
responsabilità sì. Nel periodo senza memoria, costretto a lavorare
manualmente, a prendersi cura di una famiglia, a guadagnarsi
rispetto e affetto, Leo scopre una versione di sé più autentica.
Quando incontra di nuovo Kate sullo yacht, deve scegliere tra
sicurezza e significato. Il padre gli offre potere, ma a costo
della libertà emotiva.
Leo sceglie l’amore. Non per nostalgia, ma perché ha capito chi
vuole essere. La rivelazione finale – possiede comunque una quota
dell’azienda – attenua il sacrificio economico, ma non quello
identitario. Il matrimonio conclusivo sancisce che ciò che era nato
come menzogna è diventato un impegno reale.
È un lieto fine o no?
Sì, è un lieto fine. Ma non casuale. Kate parte stanca e
arrabbiata, finisce consapevole e autonoma. Leo attraversa la
trasformazione più netta: da uomo viziato a partner presente. Le
figlie non sono semplici comparse: sono il catalizzatore emotivo
che costringe Leo a rallentare e crescere.
Il film suggerisce che l’amnesia non ha creato un nuovo Leo. Ha
solo rimosso il rumore del privilegio, permettendo alla sua parte
migliore di emergere. È questo che rende il finale coerente, anche
se idealizzato.
Overboard avrà un sequel?
Al momento non esistono piani ufficiali per un sequel di
Overboard. Netflix
raramente sviluppa seguiti per rom-com standalone, soprattutto
quando la storia appare conclusa in modo netto. Il film chiude
tutti gli archi narrativi principali e non lascia cliffhanger.
Cosa potrebbe raccontare Overboard 2?
Se mai si facesse un seguito, potrebbe esplorare l’adattamento di
Leo alla nuova vita: la gestione etica della ricchezza, le tensioni
familiari con il padre, le difficoltà di una famiglia ricostruita.
Potrebbe anche affrontare il peso pubblico della loro storia,
considerando il background mediatico della famiglia Montenegro.
Ma onestamente, la forza di Overboard sta nella sua chiusura. Prolungarla
rischierebbe di diluire l’effetto della trasformazione.
Vale la pena guardarlo oggi?
Se cerchi una rom-com leggera, emotivamente rassicurante e con una
morale semplice ma efficace, sì. Non è rivoluzionaria, ma è
consapevole della fantasia che propone: scegliere la gentilezza
invece dell’orgoglio, la responsabilità invece dell’ego.
La domanda che resta aperta, più interessante di qualsiasi sequel,
è un’altra: Leo è davvero cambiato o ha solo avuto finalmente il
tempo di diventare umano?
Diretto da James L.
Brooks, Ella McCay disponibile su Disney+ è una commedia drammatica
politica che segue la protagonista durante alcuni dei giorni più
caotici della sua vita. Ella è una devota funzionaria pubblica che
vuole fare del suo meglio per il bene del popolo. Le cose prendono
una piega drastica quando il suo capo, la governatrice, accetta
improvvisamente un altro incarico, il che significa che lei, in
qualità di vicegovernatrice, deve farsi avanti e prendere le
redini. Se da un lato questo le offre una grande opportunità per
apportare i cambiamenti che aveva sempre desiderato per migliorare
la vita delle persone, dall’altro le porta anche altri problemi.
Con il susseguirsi degli eventi, le difficoltà di Ella offrono un
ritratto realistico di cosa significhi combattere contro la propria
famiglia mentre si cerca di raggiungere il proprio pieno
potenziale. Seguono SPOILER.
La storia di fantasia di Ella
McCay è nata da una conversazione reale
Ella McCay è una storia di fantasia
scritta da James L. Brooks, che ha avuto l’idea
per la storia in seguito a una conversazione con un due volte
governatore. Lo sceneggiatore e regista stava facendo colazione con
l’ex governatore e il loro amico, e la conversazione si è spostata
su un momento che era ancora un argomento delicato per i due. Si è
scoperto che l’ex governatore aveva dimenticato di ringraziare
l’amico durante il discorso di insediamento, il che aveva ferito i
sentimenti dell’amico. Brooks ha osservato che, sebbene ciò fosse
accaduto 15 anni prima, era ancora un momento difficile per loro.
La sua mente era bloccata su questo dettaglio e, riflettendoci,
l’idea di un personaggio si è formata nella sua mente, che alla
fine si è trasformata in Ella McCay.
Brooks ha creato Ella come una
vicegovernatrice che viene inaspettatamente promossa a
governatrice, ma la sua attenzione si è concentrata principalmente
sulle sue lotte personali, piuttosto che sull’aspetto politico
della storia. In sostanza, voleva che fosse la storia di una
persona che ha a che fare con “un genitore errante e che sta
cercando di superare la perdita di un genitore“. Nel film,
Ella ha un rapporto difficile con suo padre, Eddie. Per
rappresentare la loro dinamica, Brooks ha attinto alla sua
esperienza personale di “un litigio durato una vita con [suo]
padre errante”, che a quanto pare aveva lasciato la famiglia
prima della nascita di Brooks. Mentre lavorava al film, lo
sceneggiatore e regista ha rivelato che questo lo ha aiutato a
elaborare i suoi sentimenti per il padre e a riconsiderare le
dinamiche tra loro.
Cortesia di 20th Century Studios
In definitiva, Brooks voleva che
fosse la storia di una persona che vuole dare il massimo in un
lavoro molto impegnativo. Ha creato Ella come una persona
profondamente definita dalla sua morale e che crede davvero di
poter fare del bene al mondo. Per sottolineare questo sentimento di
speranza, ha deciso di ambientare la storia nel 2008, che, secondo
lui, era ancora un periodo in cui le persone potevano unirsi
nonostante le loro differenze politiche. Ciò che desiderava di più
dalla storia era che riflettesse persone reali, le loro difficoltà
e una rappresentazione accurata di cosa significhi affrontare la
vita.
Emma Mackey si è affidata alla
ricerca per interpretare Ella in modo autentico
Quando Emma Mackey ha assunto il ruolo di Ella McCay, ha idealizzato il
personaggio, soprattutto nel contesto del suo desiderio di fare del
bene da un punto di vista politico. Tuttavia, nel corso delle
riprese, ha scoperto ulteriori strati di Ella, che le hanno fatto
vedere Ella come “una persona completa, con tutte le sue parti
rotte”. Ha sottolineato che la sfida consisteva nel presentare
Ella come una persona coraggiosa, ma anche come qualcuno che può
rovinare la vita, e tuttavia “avere sempre arguzia, acutezza e
chiarezza”.
Questo è stato reso ancora più
impegnativo dal fatto che ha dovuto presentare diversi anni della
vita di Ella, dall’adolescenza, alla giovane innamorata, fino a un
politico che vede il suo intero mondo crollare davanti ai propri
occhi. Tuttavia, attraversare tutte queste fasi importanti della
vita di Ella l’ha aiutata a imparare molto. L’attrice ha anche
approfondito la ricerca per comprendere meglio il personaggio.
Oltre ad adottare un accento americano per il ruolo, ha anche
incontrato funzionari pubblici e funzionari vicini a Ella in
ufficio per comprendere meglio la sua quotidianità e le sfide
specifiche del suo lavoro.
Ha anche avuto lunghe discussioni
con il regista James L. Brooks sulle origini del
personaggio e sulle persone che lo hanno influenzato durante la
creazione della storia. L’attrice ha rivelato che lei e Brooks
hanno anche discusso della somiglianza tra il nome di Ella
McCay e quello di Emma Mackey. Alla fine, ha scoperto che il
fondamento di Ella è il suo desiderio di fare del bene al suo
popolo e di essere fedele alla sua morale e al suo senso del
dovere. Tutti questi elementi le hanno permesso di creare un
ritratto del personaggio profondamente articolato, che la rende più
reale.