Tra i più abili registi italiani vi
è senza ombra di dubbio Gabriele Muccino, profondo
conoscitore del mezzo cinematografico che negli anni ha portato al
cinema la storia di un’Italia, e di italiani, in piena
trasformazione. Con le sue storie corali e ricche di passioni, il
regista ha conquistato critica e pubblico, riuscendo anche a
compiere il salto in quel di Hollywood, dove ha avuto modo di
realizzare più di un film.
Ecco 10 cose che non sai su
Gabriele Muccino.
I film di Gabriele Muccino
1. Ha scritto e diretto
lungometraggi in Italia e negli Stati Uniti. Muccino
debutta alla regia nel 1998 con il film Ecco fatto,
ottenendo maggior popolarità con l’opera seconda Come te
nessuno mai (1999). Il successo arriva con il film
L’ultimo bacio (2001). Dirige poi Ricordati di me
(2003), mentre con La ricerca della
felicità compie il suo esordio statunitense, collaborando
con l’attore Will
Smith, che dirige nuovamente in
Sette anime (2008). Torna poi in Italia per realizzare
Baciami ancora (2010), sequel del suo celebre film. Negli
Stati Uniti realizza poi altri due film Quello che so
sull’amore (2012) e Padri e
figlie (2015). Con L’estate
addosso (2016) torna in Italia, ottenendo poi un altro
grande successo con A casa tutti
bene (2018), di cui poi realizza anche la
serie. Nel 2020 realizza Gli
anni più belli, dove dirige alcuni tra i suoi attori
feticcio, come Pierfrancesco
Favino e ClaudioSantamaria, in aggiunta a Kim Rossi
Stuart e MicaelaRamazzotti.
2. Per i suoi film ha
ottenuto importanti riconoscimenti. Nel corso degli anni
Muccino si è affermato come un regista particolarmente apprezzato
dalla critica, che ne ha in più occasioni premiato l’opera
artistica. Con L’ultimo bacio, infatti, ha vinto il David
di Donatello come miglior regista, mentre nel 2008 riceve un David
speciale per i suoi successi negli Stati Uniti come autore e come
regista. Nel 2019, infine, vince la prima edizione del David dello
spettatore con il film A casa tutti
bene, premio assegnato ai più grandi successi della
stagione.
Una scena di Fino alla fine
Fino alla fine, l’ultimo film di
Gabriele Muccino
3. Ha girato lo stesso film
due volte. Nel 2024 Muccino torna al cinema con Fino alla
fine (qui
la recensione), il suo nuovo film incentrato su una ragazza
americana che vive una pericolosa avventura di una notte insieme a
quattro ragazzi palermitani.
Come raccontato da Muccino, il film è stato girato due volte:
una prima volta interamente in lingua inglese, per il mercato
internazionale; e una seconda volta con l’alternanza di lingua
inglese, italiano e dialetto siciliano, cosa che ha fatto esaltare
le difficoltà di comunicazione tra i protagonisti.
Il figlio di Gabriele Muccino,
Ilan, fa parte del cast di Amici 2024
4. Suo figlio è un
cantante. Ilan, figlio del celebre regista
Gabriele Muccino, è uno dei talenti scelti per la
ventiquattresima edizione di Amici di Maria De Filippi. Ha
infatti presentato il suo inedito Inverno proprio durante
la sua prima esibizione ad Amici, dove grazie alle sue capacità
interpretative e al suo talento autoriale viene scelto come allievo
da Rudy Zerbi.
La vita privata di Gabriele
Muccino
5. Si è sposato più
volte. Muccino è stato sposato una prima volta dal 2002 al
2006 con Elena Majoni, mentre dal 2012 è sposato
con Angelica Russo. Per entrambi i matrimoni,
Muccino ha mantenuto particolare riserbo, evitando di condividere
dettagli privati sui social o con i media.
6. Ha tre figli.
Il regista ha avuto un primo figlio, Silvio
Leonardo, nato nel 2000 da una relazione avuta con
Eugenia F. Di Napoli. Nel 2003, durante il
matrimonio con Elena Majoni, nasce il secondo
figlio, chiamato Ilan. La prima figlia femmina
nasce invece nel 2009, avuta con l’attuale moglie Angelica
Russo.
Gabriele Muccino e suo fratello
Silvio Muccino
7. Suo fratello è un noto
attore. Muccino ha un fratello minore, Silvio, divenuto
negli anni un noto attore. Questi esordisce al cinema proprio come
protagonista del film Come te nessuno mai, per poi
collaborare nuovamente con il fratello per i film L’ultimo
bacio e Ricordati di me.
8. Da anni non si parla con
il fratello. Come noto, il rapporto tra Gabriele e Silvio
non è dei migliori. Quest’ultimo accusò pubblicamente il fratello
maggiore di essere una persona violenta e da lì ebbe inizio una
lunga battaglia legale che ha contribuito ad allontanare i due. Ad
oggi il legame sembra irrecuperabile e Silvio Muccino ha di molto
ridotto i suoi lavori come attore.
Gabriele Muccino è su
Instagram
9. Ha un account
personale. Il regista è presente sul social network
Instagram con un proprio profilo, seguito da 326 mila persone.
All’interno di questo Muccino è solito condividere immagini e video
promozionali dei suoi progetti cinematografici, ma non mancano
anche affascinanti dietro le quinte estratti dalle riprese dei suoi
film.
L’età e l’altezza di Gabriele
Muccino
10. Gabriele Muccino è nato
aRoma, in Italia, il 20 maggio 1967. Il
regista è alto complessivamente 182 centimetri.
Dal ricatto ai danni di Kimmie alla
nascente storia d’amore che Mallory nega, ci sono molte rivelazioni
sconvolgenti nel finale della prima stagione di Beauty
in Black. Beauty in Black è l’ultimo progetto
che Tyler Perry ha realizzato nell’ambito del suo
accordo pluriennale con Netflix. Il cast di Beauty in Black è guidato
da Crystle Stewart e Taylor Polidore Williams, che interpretano due
donne molto diverse tra loro, le cui vite molto diverse si
scontrano in modi inaspettati. La prima stagione è stata pubblicata
su Netflix il 24 ottobre e consiste in otto episodi della durata di
un’ora (altri otto sono in arrivo nella primavera del 2025).
La serie ruota attorno a Kimmie,
che sta lottando per sopravvivere dopo essere stata cacciata di
casa dalla madre, e Mallory, che gestisce con successo la sua
attività di cura dei capelli. Kimmie vuole disperatamente fuggire
dal mondo squallido dello strip club in cui lavora, mentre l’impero
di Mallory è minacciato da segreti di famiglia e da un fastidioso
avvocato. Queste trame parallele portano a una serie di colpi di
scena scioccanti nel finale: stagione 1, episodio 8, “Killing
Karma”.
Perché Horace lascia davvero
andare Kimmie e Angel
Quando ha saputo del giudice
corrotto, ha capito di avere problemi più grandi
Il finale della prima stagione di
Beauty in Black ha un inizio esplosivo, con una banda di
uomini armati e mascherati che prendono in ostaggio Kimmie e Angel
mentre tentano di rapinare la cassaforte di Horace. Horace estrae
una pistola e uccide tutti i ladri prima che possano scappare.
Inizialmente sospetta che Kimmie sia dietro la rapina, ma Angel si
prende la colpa. Mentre Horace li pressa per sapere la verità, i
due rivelano che avevano pianificato di rapinarlo per ottenere
abbastanza soldi per fuggire dal club e iniziare una nuova
vita.
Beauty in Black riunisce
Tyler Perry con diversi suoi ex collaboratori, tra cui Crystle
Stewart e Debbi Morgan.
Quando Kimmie spiega che Jules è il
loro protettore e che ha usato un giudice corrotto sul suo libro
paga per far cadere le accuse penali a loro carico, Horace decide
di lasciarli andare. Horace dice loro di andarsene e di non dire a
nessuno che l’hanno incontrato. Quando hanno menzionato il giudice,
ha capito che aveva problemi ben più gravi di cui preoccuparsi. Più
tardi menziona Harold Wiscollins, un giudice che lui e suo fratello
conoscevano, e chiede a Jules se Harold è ancora in carica e se è
ancora in contatto con lui. Jules risponde di no, ma Horace non si
fida di lui.
I sentimenti di Mallory per
Calvin e le sue esitazioni nella loro storia d’amore
spiegati
Durante tutta la prima stagione di
Beauty in Black, Mallory ha una relazione con il suo autista
Calvin. Ma quando lui le confessa di essere innamorato di lei,
Mallory è riluttante ad affrontare i suoi sentimenti romantici
e lo caccia di casa. L’esitazione di Mallory a impegnarsi
seriamente con Calvin si ricollega al tema generale della serie, il
classismo. Lei è un’elitista che non vuole prendere sul serio la
sua relazione con Calvin perché lui è un autista. Quando la
serie tornerà nella primavera del 2025, Mallory potrebbe finalmente
affrontare i suoi sentimenti per Calvin e iniziare una relazione
seria con lui.
Chi ha cercato di rapinare
Horace?
Dopo che Horace ha ucciso i suoi
aspiranti rapinatori, Jules scende per ripulire la scena del
crimine, come Winston Wolf in Pulp Fiction. Jules scopre che uno dei ladri ha nel
portafoglio un biglietto da visita di una società di
casseforti, la stessa che ha installato la cassaforte. Jules
conclude che i tizi che hanno consegnato la cassaforte sono tornati
per rubarla. Tuttavia, Jules non mostra mai il biglietto da
visita a Horace, quindi potrebbe essersi inventato tutto per
coprire il proprio ruolo nella rapina pianificata.
Perché Mallory e Roy offrono
entrambi un lavoro a Lena
Lena è un avvocato le cui
scoperte sull’impero dei prodotti per capelli di Mallory potrebbero
mettere nei guai la famiglia Bellarie e mandare in rovina
l’azienda. Nel finale della prima stagione, Roy incontra Lena in un
ristorante e le offre un lavoro nel reparto legale. Poi Mallory li
affronta, tira fuori una sedia, usa le sue conoscenze per
costringere Roy a lasciare l’edificio e fa a Lena la stessa
offerta. Quando Lena le dice che Roy le ha appena offerto la stessa
posizione, Mallory sembra sinceramente impressionata dal fatto che
suo cognato, solitamente ottuso, abbia escogitato lo stesso piano
diabolico di lei.
Entrambi stanno cercando di
comprarla, sperando che se le danno un lavoro in azienda, lei
smetterà di cercare di distruggerla. Ma Lena insiste che non può
essere comprata e che “non si tratta di soldi”. Mallory ride
e non crede che sia possibile. Questo è uno dei temi centrali della
serie: i ricchi pensano che tutti i loro problemi possano essere
risolti con il denaro, ma non è così quando hanno a che fare con
qualcuno integro.
Chi ha distrutto l’auto di
Charles?
Il penultimo episodio della prima
stagione di Beauty in Black si è concluso con la distruzione
dell’auto sportiva gialla di Charles. Verso la fine del finale,
Mallory è scioccata nel trovare l’auto di Charles in fiamme sulla
strada privata, con la polizia che indaga su un possibile attacco.
Nell’ultimo episodio, l’auto di Charles è stata colpita sul lato
della strada e fatta esplodere da un gruppo di uomini armati e
mascherati. Questi aggressori mascherati sembravano lo stesso
gruppo che ha cercato di rapinare Horace, apparentemente assoldato
da Jules, quindi tutto potrebbe ricondurre a Jules.
Perché Body ha rapito
Sylvia
Nella scioccante scena finale della
prima stagione di Beauty in Black, Kimmie e Angel vengono
affrontate da Body. Dopo aver frainteso completamente gli eventi
recenti, Body pensa che Kimmie stia cercando di usurpare il suo
posto nel club. Body rivela di aver fatto rapire Sylvia, la sorella
adolescente di Kimmie, che userà per ricattare Kimmie affinché si
tolga di mezzo e faccia tutto ciò che vuole. Tuttavia, il piano
fallisce perché Kimmie attacca Body e inizia a picchiarla.
Questo conclude la stagione
con un finale mozzafiato e solleva una serie di domande. Body è
morta? Jules darà la caccia a Kimmie? Sylvia starà
bene?
Quando Body le punta un coltello e
minaccia di chiamare Jules per ucciderla, Kimmie sale in macchina e
investe Body. La stagione si conclude con un finale mozzafiato che
lascia con un sacco di domande. Body è morta? Jules darà la caccia
a Kimmie? Sylvia starà bene? Una cosa è chiara: Kimmie non
accetterà questo ricatto. Farà tutto il necessario, anche
investire chiunque con la sua auto, per riavere sua sorella.
Il vero significato della
bellezza nel finale della prima stagione di Beauty in
Black
Il finale della prima stagione di
Beauty in Black è il culmine dei temi alla Saltburn sulla classe sociale trattati nella serie.
Tutto ruota attorno ai ricchi che cercano di esercitare il loro
potere sui poveri. Sia Mallory che Roy pensano che Lena possa
essere comprata, perché è una “fottuta povera”, ma Lena ha
un’integrità inaspettata. Il finale contrappone la disperazione
delle persone in difficoltà finanziaria alla disperazione dei
ricchi. I personaggi in difficoltà finanziaria, come Kimmie e
Angel, sono disposti a tutto pur di racimolare abbastanza soldi per
sopravvivere, mentre i personaggi ricchi, come Mallory, sono
disposti a tutto pur di mantenere la loro ricchezza.
La cultura degli Easter Eggs
sta iniziando a influenzare il cinema d’autore, a
quanto pare. Neon ha condiviso un super-taglio che raccoglie tutte
le scene di Longlegs in
cui il regista Osgood Perkins ha
inserito il vero Diavolo. Si tratta di un vero e proprio demone
cornuto, che si nasconde dietro i personaggi nelle scene più
inquietanti del thriller-horror, quelle in cui ci si aspetta di
scrutare lo sfondo alla ricerca di qualsiasi movimento improvviso.
Come si è scoperto, Perkins stava in realtà dirigendo la vostra
attenzione verso un orrore più profondo di quello a cui stavate
assistendo in primo piano.
Ispirato a Il
silenzio degli
innocenti di Jonathan
Demme e
a Cure di Kiyoshi
Kurosawa, almeno sulla
carta, Longlegs segue un’agente
dell’FBI alle prime armi che dà la caccia a un famigerato serial
killer sfuggito alla cattura per decenni. Ciò che la maggior parte
del pubblico probabilmente non aveva previsto è la sicurezza con
cui il film si sarebbe trasformato in un horror soprannaturale. Non
solo il protagonista ha poteri psichici, ci viene detto, ma si
suppone che il serial killer stia eseguendo gli ordini del Diavolo
e non uccida solo per il brivido. Potrebbe facilmente trattarsi di
una metafora, ma con questi nuovi Easter Eggs, sembra che Perkins
non stesse scherzando.
Il super-taglio esorta gli
spettatori a “guardare meglio”, in quanto ci vengono mostrati
filmati di personaggi che si fanno innocentemente i
fatti loro mentre il Diavolo è in agguato dietro di loro.
Mentre alcune di queste apparizioni si notano facilmente, altre
sono impercettibili. Per esempio, c’è un’inquadratura in cui la
protagonista – Lee Harker, interpretata da Maika
Monroe – esce dall’inquadratura e per una frazione
di secondo si vede la sagoma di una creatura cornuta sullo sfondo.
Un’altra scena mostra una giovane Lee seduta sul suo letto, con il
diavolo che incombe su di lei.
Quanti cammei del diavolo
inLonglegs hai notato?
La nota di Neon recita: “Guardate
bene e a lungo. Lo sceneggiatore e regista Osgood Perkins ha
nascosto più di 15 apparizioni del diavolo in Longlegs. Le avete
individuate tutte?”. È un modo ingegnoso per
convincere il pubblico che ha già visto il film a tornare per un
secondo giro. Il marketing di Neon
per Longlegs ha raggiunto l’apice
con il
video in cui il battito cardiaco della Monroe è salito
alle stelle quando abbia visto per la prima
volta Nicolas
Cage nei panni del killer protagonista.
Longlegsha
ottenuto ottime recensioni, con la critica che ha lodato
la padronanza dell’atmosfera di Perkins e l’inquietante
interpretazione di Cage. Il film ha attualmente un indice di
gradimento dell’86% sull’aggregatore di recensioni Rotten
Tomatoes e la nostra Agnese Albertini lo
descrive come “tenebrosamente elegante, semina
inquietudine inquadratura dopo inquadratura”.
In soli 10 giorni di uscita, il
film ha superato la soglia dei 50 milioni di
dollari al botteghino globale e ha battuto film
come Parasite
per diventare il maggior incasso nazionale di Neon.
La
seconda stagione di La legge di Lidia Poët è
pronta ad arrivare su Netflix dal 30 ottobre e avanzando nella narrazione,
offre la possibilità di godere di un personaggio più adulto, così
come risulta più coeso il secondo ciclo rispetto al primo, meno
maturo e a tratti forzato. Abbandonate alcune delle esagerazioni
stilistiche e narrative iniziali, la serie si avventura in un
racconto che riesce a trovare un equilibrio tra il dramma storico,
il giallo investigativo e la riflessione sociale, sempre attuale. E
lo fa con un tono naturale e credibile, che dà più sostanza e
qualità alla trama e ai personaggi.
La trama di La legge di Lidia Poët
Stagione 2
La storia si riapre con Lidia
(Matilda
De Angelis), trasferitasi con il fratello avvocato
Enrico (Pier Luigi Pasino) e la sua famiglia in
una nuova abitazione, a seguito della vendita della casa di
famiglia da parte di Jacopo (Eduardo
Scarpetta). Questo cambiamento non è solo fisico e
logistico, ma anche simbolico: rappresenta l’inizio di una nuova
fase nella vita di Lidia, una donna sempre più determinata a
sfidare le ingiustizie di genere in una società che non riconosce
né rispetta i diritti delle donne. Sebbene radiata dall’albo, Lidia
continua a collaborare con Enrico in numerosi casi, e la sua lotta
per l’uguaglianza dei diritti si intensifica, alimentata
dall’interesse per il movimento delle suffragette.
La seconda stagione di La
legge di Lidia Poët riesce a migliorare un aspetto che
nella prima aveva fatto fatica a decollare: pur replicandone la
struttura di episodi autoconclusivi legati tra loro da una trama
orizzontale, questa volta lo svolgimento dei fatti che costruiscono
il racconto che percorre tutta la stagione sono molto più ordinati
e chiari rispetto al primo ciclo, con il risultato che la serie
risulta più avvincente. Il misterioso suicidio di un amico di Lidia
e Jacopo diventa il fil rouge della stagione, diventando a tutti
gli effetti non solo il principale veicolo di tensione, ma anche un
modo per raccontare l’evoluzione dei personaggi stessi, data la
natura intima del rapporto dei protagonisti con la vittima.
Ritmo e dinamiche di
personaggi
Questa maggiore coesione del
racconto orizzontale, che si inframezza con naturalezza nei singoli
casi che di episodio in episodio vengono sottoposti alla brillante
mente di Lidia influenza in maniera evidente il ritmo della
narrazione. Si mette da parte quindi l’esigenza di stupire a tutti
i costi che sembrava avere la prima stagione, in favore di un gusto
per il racconto molto più fluido e avvincente. Dal primo episodio
gli elementi in gioco sono tanti e tutti contribuiscono a costruire
un quadro ricco e stratificato: Lidia e Jacopo costretti a lavorare
insieme, il rancore della famiglia, un omicidio che avvicina i
protagonisti. La complessità relazionali della prima stagione si
stratificano e Lidia comincia a capire davvero qual è il prezzo
della libertà di cui necessita per portare avanti la sua battaglia.
È chiaro poi che, conoscendo già gli attori in gioco, la serie non
deve perdersi in convenevoli per presentarli al pubblico e li
lancia immediatamente nell’azione.
Matilda De Angelis è
magnetica
Matilda De Angelis conferma la sua
versatilità.
Se poche settimane fa l’abbiamo vista fare la James Bond su
Prime Video, adesso la piattaforma della N rossa ce la
restituisce in corsetti e cappellini, ma quello che non cambia è il
suo magnetismo. Oltre al fattore estetico, innegabilmente dalla sua
perte, De Angelis riesce a infondere una naturale ironia al suo
personaggio, il che ne smussa gli spigoli, rendendo anche quelli
gradevoli. Lidia Poët è irresistibile. La sua voce roca e il suo
atteggiamento anticonformista la fanno camminare in equilibrio tra
passato e presente, tra la contemporaneità e la modernità, sempre
credibile e in parte.
Chiaramente non è sola! Con lei
tornano
Eduardo Scarpetta e Pier Luigi Pasino
contraltari perfetti alla sua energia. New entry della serie è
Gianmarco Saurino come il procuratore del Re
Fourneau, un uomo giusto e aperto, che nonostante il ruolo
istituzionale riconosce il valore di Lidia. A questo personaggio
viene affidato non solo il compito di aggiungere un ulteriore punto
di vista alla storia e su Lidia stessa, ma rappresenta anche una
possibile apertura verso un mondo in cui le qualità delle persone
vengono riconosciute indipendentemente dal genere. Un personaggio
forse troppo moderno per l’epoca, ma che parla benissimo a noi
oggi.
La serie continua a parlare alla
nostra società
E a proposito di “epoca”, la serie
riesce a trattare temi profondamente rilevanti, come
l’emancipazione femminile e il diritto di voto per le donne, senza
scadere in toni didascalici. Lidia non combatte solo per il
riconoscimento professionale che ormai sembra inarrivabile (l’Albo
degli Avvocati sembra allontanarsi per sempre), ma per il
cambiamento di un’intera società che guarda con sospetto
l’evoluzione della donna. Attraverso diversi personaggi, La
legge di Lidia Poët offre una riflessione sull’importanza
di avere il coraggio di sfidare le convenzioni sociali ma anche il
proprio ruolo e i propri limiti: da Enrico, a Lidia, passando per
Marianna e Teresa, ogni personaggio trova il modo di oltrepassare i
limiti del loro ruolo per costruire un pezzetto di modernità.
Un’eroina affascinante
Ogni episodi di La legge di
Lidia Poët racconta un caso particolare e per ogni
situazione le circostanze sono ricche e diverse, avvincenti, oscure
ma senza mai mettere completamente da parte quello spirito ironico
che anima la protagonista.
Certo è che la serie non può dirsi
un manuale di storia, ma per fortuna la fiction ci consente di
chiudere un occhio su queste incongruenze, un favore di un
intrattenimento genuino che prova anche a parlare alla testa dello
spettatore. Lidia Poët non
è solo un’avvocata che combatte contro le ingiustizie, ma diventa
anche figura simbolica, rappresenta la determinazione e il coraggio
di tutte le donne che hanno lottato per l’uguaglianza e che ancora
lo fanno.
Final Girl, letteralmente “L’ultima
ragazza”. Questo termine, coniato da Carol J.
Glover nel suo libro del 1992 Men, Women,
and Chainsaws:Gender in the Modern Horror
Film, si riferisce al tropo, visto
prevalentemente nei film slasher, che vede l’eroe e colei che
sconfigge il cattivo come una ragazza timida, intelligente e buona
a cui viene risparmiata la vita perché non fa sesso e non si droga
come i suoi amici.
La ragazza finale è
stata vista ovunque alla fine degli anni ’70 e per tutti
gli anni ’80, prima di essere risuscitata nella seconda
metà degli anni ’90. Le tre più popolari sono
probabilmente Jamie
Lee Curtis nel ruolo di Laurie Strode
in Halloween del
1978, Heather Langenkamp nel ruolo di
Nancy Thompson in A
Nightmare on Elm Street del 1984
e Neve
Campbell nel ruolo di Sidney Prescott
in Scream del
1996. Il tropo dell’ultima ragazza ha dominato talmente tanto i
film horror degli anni ’80 che alla fine del decennio il pubblico
si era stufato di questa formula banale. Scream è
riuscito a riportarlo in auge solo grazie al suo approccio
metaforico che cercava di esaminare i tropi di questo tipo di
film.
So cosa hai fatto
l’estate scorsa e Urban
Legend,
ma si è rapidamente esaurita. Per un po’ di tempo, l’horror è
diventato di nuovo stantio e, quando è tornato, è stato per film
pieni di sangue come Saw o
film di possessione e case infestate come Insidious o The
Conjuring.
Poi, nel 2014, è arrivata Maika
Monroe e
l’attrice è diventata una ragazza definitiva per le generazioni
Millennial e Gen Z, con una grande differenza rispetto alla maggior
parte dei film precedenti. 10 anni dopo, la Monroe è ancora una
delle migliori final girl di Hollywood. Se volete una prova di ciò,
non guardate oltre il successo horror di
quest’estate, Longlegs.
The Guest ha mostrato per la
prima volta come potrebbe essere una nuova final
girl
Prima è
arrivato The Guest. Si tratta
di un thriller, ma con molti elementi horror, diretto
da Adam Wingard, reduce dal successo a
sorpresa di You’re
Next nel 2011. Il film, interpretato
da Dan
Stevens, che stava vivendo un momento di gloria grazie
al suo ruolo da star in Downton Abbey, racconta la storia
di un veterano dell’esercito della guerra in Afghanistan, David
Collins, che si presenta a casa della famiglia di un soldato
ucciso, sostenendo di essere suo amico. La madre e il padre del
soldato caduto accolgono David, ma quando le persone iniziano a
morire, la figlia Anna (Monroe) crede che David sia il
responsabile.
Si capisce, attraverso le battute
familiari, che Anna è destinata a diventare una final girl, ma non
è una ragazza tradizionale. Ha un fidanzato che nasconde ai
genitori, va alle feste e si droga. È un personaggio basato su come
sono molti adolescenti reali, non solo attualmente, ma anche
decenni fa. L’unica differenza è che decenni fa Hollywood pensava
che i suoi eroi, soprattutto quelli femminili, dovessero essere
innocenti. Il pubblico di oggi desidera vere ragazze definitive,
con tutti i loro difetti.
Ciò che rende The
Guest particolarmente inquietante è che, mentre nel
momento culminante i genitori di Anna sono morti e lei sta lottando
per la sua vita, David è tranquillo e fa battute. Anna spara a
David, ma in pura tradizione slasher, lui scappa e lo si vede
allontanarsi nell’ultima inquadratura. Se da un lato è la comicità
eccentrica che ha aiutato The Guest a
distinguersi da film simili, dall’altro ha fatto sì che la Monroe
venisse vista come una potenziale nuova scream queen.
It Follows ha cambiato il modo
in cui guardiamo i personaggi femminili nei film horror
Più tardi, nel 2014, la Monroe è
stata la protagonista dell‘innovativo It
Follows, scritto e diretto
da David Robert Mitchell. Come The
Guest, It Follows è in parte uno slasher
simile a Halloween, ma con una dose di qualcosa di
più simile a A Nightmare on Elm
Street, pur essendo completamente originale. La
trama segue un gruppo di amici adolescenti sulle tracce di una
forza invisibile che si trasmette attraverso il sesso. C’è un punto
di vista intelligente sul fatto che il sesso può uccidere. Nei film
slasher tradizionali, era un tropo che portava all’uccisione, ma
qui sarà letteralmente la ragione della vostra morte.
Monroe interpreta Jay, che non è il
tipico stereotipo di ragazza del college. Vive a Detroit, suo padre
è morto, sua madre è un’alcolizzata (questo aspetto è accennato
piuttosto che giocato in modo melodrammatico) e Jay frequenta un
community college. Anche se si può vedere che lei lotta
tranquillamente, questa lotta non rappresenta il suo personaggio. È
ancora una persona, a cui piacciono i ragazzi, si eccita agli
appuntamenti e fa persino sesso sul sedile posteriore di un’auto al
primo appuntamento. Non vedreste mai Laurie Strode fare una cosa
del genere. Questo è ciò che rende Jay così reale e relazionabile,
perché non è un personaggio stereotipato. È una giovane donna che
non rientra in nessun archetipo idealizzato di ciò che una giovane
donna dovrebbe essere.
Dopo aver fatto sesso con il suo
nuovo ragazzo, Hugh (Jake Weary), lui le rivela di
averle trasmesso un’entità sessualmente trasmissibile che la
ucciderà se non la trasmetterà a qualcun altro attraverso il sesso.
Si tratta di un caso estremamente raro di un film horror che ci
dice che il sesso può salvarci – ma si richiama comunque a vecchie
storie dell’orrore, poiché il sesso è il modo in cui Jay si mette
in pericolo in primo luogo.
It Follows ritrae la
complessità del sesso in tutte le sue forme, presentandolo come una
sorta di punizione e come una grazia salvifica. Anche Jay, o una
qualsiasi delle donne della storia, non sono soggetti
esclusivamente a questo: ogni personaggio rischia di essere preso
di mira dall’entità, basta che faccia sesso. Jay fa sesso con più
personaggi nel film (anche se alcuni sono suggeriti fuori dallo
schermo) e questo non definisce la sua persona. It
Follows, e Maika Monroe sovvertono le aspettative della
brava ragazza finale, che di solito veniva definita in base alla
sua verginità o meno.
Sono le sottigliezze che
rendono Maika Monroe la perfetta final girl Gen Z
Mentre il film è stato lodato per
la sua premessa intelligente, per l’emozionante colonna sonora
di sintetizzatori e per le domande che crea nel corso del
film, la Monroe ha ricevuto alcune critiche da parte di coloro che
ritenevano che non fosse abbastanza emotiva. Per essere una final
girl, non ha urlato abbastanza, non si è fatta prendere dal panico.
Non ha sorriso e riso costantemente nelle scene iniziali come
avrebbe fatto qualche scrittore maschio degli anni Ottanta.
Al contrario, nel primo atto c’è
una tranquillità in lei che possiamo percepire senza che ci venga
spiegata o esagerata. Borbotta. Sembra stanca. È una ragazzina che
cerca di sopravvivere alla vita. Questo non significa che quando
accadono momenti terribili, il suo personaggio non reagisca. Lo fa
di sicuro. Non avremmo paura del mostro invisibile se lei non lo
fosse. Piange, urla, si fa prendere dal panico e corre per
salvarsi, ma senza esagerare e quando lo fa, lo fa con una certa
stanchezza, come se avesse già abbastanza da fare nella sua vita, e
ora deve anche affrontare un demone sessuale che la perseguita.
La stanchezza e la sensazione di
essere sopraffatti che vivono le generazioni di oggi sono avvertite
anche da Jay e dai suoi amici. Non c’è una grande ed eroica ultima
battaglia in cui una forte Jay distrugge il cattivo. Al contrario,
non sanno cosa fare. Sono solo adolescenti. Il piano migliore che
riescono a escogitare è quello di attirare l’entità in una piscina,
farle seguire una Jay spaventata nell’acqua, poi lanciarle addosso
tostapane e asciugacapelli collegati, sperando che rimanga
fulminata. È un piano sciocco, ma realistico, perché cosa fareste
voi se foste al loro posto?
Villains ha preso il tropo
della final girl e l’ha stravolto
Cinque anni dopo, Monroe sarebbe
diventata un’altra final girl atipica
in Villains, iniziando
proprio come tale, il cattivo. Insieme a Bill
Skarsgård, i due attori interpretano una giovane
coppia di nome Mickey e Jules che ha appena rapinato una stazione
di servizio. Fuggono in quella che pensano essere una casa
abbandonata, ma nel seminterrato trovano una bambina legata.
Vogliono salvarla, ma poi arrivano i proprietari della casa
(Jeffrey Donovan e Kyra
Sedgwick) e Mickey e Jules devono lottare non solo per la
vita della bambina, ma anche per la loro.
È un’impresa rara trasformare un
cattivo in un eroe nel corso dello stesso film, ma qui funziona,
grazie alla presenza e all’abilità recitativa della Monroe. C’è una
fragilità nei suoi lineamenti che ci fa fare il tifo per lei, a
prescindere dal personaggio iniziale. Se il tropo della final girl
deve essere portato avanti con successo nell’era della Gen
Z, la strada da percorrere è quella di un’eroina stratificata e
realistica, che rifiuta gli ideali della “brava ragazza”;
e Maika Monroe ha già dimostrato come
farlo.
Longlegs dimostra che Maika
Monroe è qui per restare
Nel 2022, Maika Monroe ha recitato
in Watcher della
scrittrice e regista Chloe Okuno.
Sebbene si tratti di un film minore che ha fatto il giro del mondo
in streaming piuttosto che al cinema, è un film che richiede di
essere visto. In Watcher la Monroe interpreta
Julia, un’americana che vive a Bucarest, dove il marito Francis
(Karl Glusman) si è trasferito per lavoro.
Julia non conosce nessuno e non
parla la stessa lingua di tutti gli altri, e non possiamo fare a
meno di provare pena per lei. Non è solo la trama a suscitare
questa emozione, ma anche lo sguardo di Julia. Maika Monroe sembra
sempre avere questa capacità naturale di trasmettere una profonda
tristezza sul suo volto. Sarà anche una giovane donna bellissima,
ma c’è anche qualcosa di imbarazzante in lei, come se non si
sentisse a proprio agio nella sua pelle.
Questo la rende un’attrice ideale
per interpretare un personaggio vulnerabile, come Julia è
sicuramente in Watcher, dove è perseguitata da un
uomo inquietante dall’altra parte della strada di nome Daniel
(Burn Gorman), che potrebbe essere un serial
killer. Watcher è volutamente frustrante, perché
nessuno crede a Julia che qualcuno le stia dando la caccia. Viene
costantemente trattata come una donna stressata e paranoica da
tutti i suoi conoscenti, compreso il suo stesso coniuge.
Questo la rende un bersaglio debole
per Daniel, che può gettare benzina sulle sue accuse e allo stesso
tempo pedinarla all’aperto. In una scena, arriva persino a portare
con sé una borsa con dentro una testa umana decapitata,
perché chi crederà a questa giovane donna americana isterica? Julia
combatte per la sua vita da sola, ma non importa se vince o
perde la battaglia contro il suo aggressore maschio, una parte
di lei è già stata sconfitta per sempre dal fatto di non essere
veramente vista. Julia è davvero la ragazza finale, tutta sola.
Watcher è un film più
tranquillo, fino al suo finale strampalato, ma non si può dire lo
stesso di Longlegs. L’incubo creato
da Osgood Perkins è diventato un
fenomeno già prima della sua uscita, grazie alla brillante campagna
di marketing che ha coinvolto Nicolas
Cage nei panni del protagonista, un serial killer
selvaggio e scatenato. Queste aspettative mettono sotto
pressione la Monroe, che è la vera star
di Longlegs perché Cage è presente solo in una
manciata di scene. A lei spetta il compito di portare avanti la
narrazione, che sarebbe potuta crollare con un’attrice meno
brava.
La Monroe interpreta Lee Harker,
un’agente dell’FBI a caccia dello squilibrato serial killer
“Longlegs”, ma questo non è un clone de Il
silenzio degli innocenti e la Monroe non
cerca di replicare la Clarice Starling di Jodie
Foster. Entrambe possono essere donne forti e
indipendenti con un trauma passato, ma la Monroe lo interpreta in
modo diverso. In quasi tutte le scene, Harker si mostra sicura di
sé e coraggiosa, ma allo stesso tempo sembra distrutta e
spaventata.
Non parla molto, e quando lo fa la
sua voce è spenta dal dolore che porta con sé, e l’espressione del
suo viso cambia raramente. Dietro i suoi occhi si cela un
mistero, intrigante quanto chi sia Longlegs e come
uccida. Questo la rende la migliore controparte possibile: un
assassino che esteriorizza la sua follia in modo spaventoso, che si
scontra con una donna che interiorizza le sue forze e debolezze,
portando a uno scontro terrificante nella loro unica scena
insieme.
Per decenni, il tropo della final
girl ha avuto le sue regole su come l’eroina avrebbe dovuto
comportarsi. Maika Monroe, con la sua giovinezza, il suo
bell’aspetto e i suoi capelli spesso biondi, potrebbe sembrare una
final girl stereotipata, ma non lo è mai stata. I suoi personaggi
hanno molto di più che essere delle semplici vergini intelligenti,
santarelline e timide che non sono capaci di nulla finché non
vengono spinte al limite. La Monroe interpreta ragazze finali che
sono state spinte al limite molto prima di conoscerle. C’è una
tristezza in loro, e un potere che aspetta di essere scatenato
sulla povera entità o sul selvaggio serial killer che commette
l’errore di inseguirla.
Nella terza stagione della serie
Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer di
Netflix,
Mickey Haller (Manuel Garcia-Rulfo) si trova ad affrontare
uno dei casi più difficili della sua carriera, sia dal punto
di vista professionale che personale, quando accetta di difendere
Julian La Cosse (Devon Graye), un tecnico accusato
dell’omicidio di Gloria Dayton (Fiona Rene), un personaggio
già apparso nella serie. Per Mickey, Gloria Dayton era una
prostituta che si faceva chiamare Glory Days e che lo aveva
aiutato in un caso precedente fornendogli informazioni sul boss
del cartello Hector Moya (Arturo Del Puerto).
Sfruttando le sue competenze
tecnologiche, Julian aiutava Glory a trovare clienti e a fissare
appuntamenti in modo sicuro. Sapendo che il suo legame con Glory
potrebbe aver causato la sua morte per mano del cartello, Mickey
accetta il difficile compito di scoprire l’identità dell’assassino
di Gloria, che si rivelerà il modo migliore per scagionare Julian.
Nonostante i suoi migliori sforzi, alla fine della terza stagione
Mickey si ritrova in una situazione più precaria che mai, grazie al
colpo di scena finale che coinvolge il Lincoln Lawyer.
Mickey Haller scopre un nuovo
segreto su un vecchio amico
Mickey capisce subito che Gloria
non aveva intenzione di tornare alle Hawaii dopo il loro ultimo
incontro. Invece, Gloria era già coinvolta con il cartello. Le
indagini di Mickey sulle attività di Gloria hanno portato alla
rivelazione che Gloria era già stata incaricata dall’agente della
Drug Enforcement Administration (DEA) James DeMarco (Michael
Irby) di divulgare informazioni su Hector Moya. Quindi, non è
stata l’insistenza di Mickey a mettere Gloria nei guai, perché era
già sotto il controllo di DeMarco. L’indagine di Mickey si complica
quando l’investigatore dell’ufficio del procuratore distrettuale si
rivela essere Neil Bishop (Holt McCallany), che aveva già
incrociato Mickey in precedenza quando questi aveva sfruttato una
scappatoia legale per far uscire di prigione un criminale
nonostante fosse consapevole della sua colpevolezza. Le riprese
delle telecamere di sicurezza dell’hotel dove Gloria avrebbe dovuto
incontrare uno dei suoi clienti il giorno della sua morte rivelano
che Gloria era stata seguita dal detective Bishop. La possibilità
di un forte legame tra il detective Bishop e l’agente DeMarco
diventa il punto di svolta nel mistero che circonda la morte di
Gloria Dayton in Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer – Stagione 3. Prima del finale, Mickey
capisce che è l’agente DeMarco il responsabile della morte di
Gloria e non Hector Moya, che è stato ingiustamente incarcerato
dopo che l’agente DeMarco ha aiutato a fabbricare prove contro di
lui.
Il finale della terza stagione di
Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyerrivela il retroscena della
relazione di lunga data tra il detective Bishop e l’agente DeMarco.
Dieci anni fa, l’agente DeMarco si era rivolto al detective
Bishop in relazione a un duplice omicidio, legato a uccisioni
di cartelli, al lago Balboa. Nel tentativo di impedire al detective
Bishop di proseguire le indagini sul caso, l’agente DeMarco aveva
offerto una grossa somma di denaro a Bishop, che aveva bisogno di
un incentivo considerando il suo imminente divorzio. Sapendo che
solo la testimonianza di Bishop avrebbe potuto smascherare il
coinvolgimento di DeMarco nella morte di Gloria, Mickey mostra al
detective Bishop il video che riprende lui e l’agente DeMarco
mentre piazzano della droga nella casa di un testimone. Anche se il
detective Bishop sembra non essere a conoscenza delle azioni
dell’agente DeMarco all’interno della casa, è chiaro che le prove
sono sufficienti per incastrarlo. In cambio della non divulgazione
del video al pubblico, Mickey chiede al detective Bishop di
testimoniare per smascherare il ruolo diretto dell’agente DeMarco
nel brutale omicidio di Gloria Dayton.
Il detective Bishop apre un
vaso di Pandora nell’ultima udienza della terza stagione
Una volta salito sul banco dei
testimoni, il detective Bishop inizia a rivelare i dettagli degli
eventi che hanno portato alla morte di Gloria. Viene rivelato che
era stato incaricato dall’agente DeMarco di occuparsi del caso
della morte di Gloria. L’agente DeMarco ricattava il detective
Bishop affinché facesse il lavoro sporco per lui da quando il
detective Bishop aveva accettato i soldi per insabbiare gli omicidi
legati al cartello dieci anni prima.
Su ordine dell’agente DeMarco, il
detective Bishop ha fissato un appuntamento con Gloria usando il
nome di un ospite reale. Ha poi seguito Gloria fino a casa sua,
dove ha chiamato l’agente DeMarco per comunicargli la posizione.
Prima che l’agente DeMarco arrivasse, Julian ha fatto visita a
Gloria e se n’è andato 15 minuti dopo. Al suo arrivo, l’agente
DeMarco ha chiesto al detective Bishop di andarsene ed è entrato
nell’edificio di Gloria da un lato per evitare la telecamera di
sicurezza all’ingresso. Secondo la testimonianza del detective
Bishop, quando ha chiesto all’agente DeMarco della morte di Gloria,
questi gli ha detto che Gloria era morta prima del suo arrivo e che
aveva dato fuoco all’appartamento per distruggere qualsiasi prova
che potesse collegarla a lui. Tuttavia, a questo punto, è chiaro
che tutti sanno che l’agente DeMarco è il responsabile della morte
di Gloria.
La confessione del detective Bishop
lascia tutti in aula sbalorditi, compresi il procuratore Bill
Forsythe (John Pirruccello) e il giudice Regina Turner
(Merrin Dungey). Con i suoi segreti ora alla mercé della
legge e dell’opinione pubblica, il detective Bishop estrae la
sua seconda arma nascosta e si spara in mezzo all’aula. Più
tardi, l’amore di Mickey nella terza stagione, Andrea Freeman
(Yaya DaCosta), suggerisce a Mickey che non è stata colpa sua
se il detective Bishop si è suicidato. I legami tra la polizia di
Los Angeles e i federali sono così profondi che l’uno non può
esistere senza l’altro. Mickey incontra poi Julian e il suo ragazzo
David (Wole Parks) per dare loro la notizia che il
processo è stato archiviato e Julian è ora libero. D’altra
parte, Andrea informa il suo capo, il nuovo procuratore
distrettuale Adam Suarez (Philip Anthony-Rodriguez), che ha
finito di svolgere il compito di calendario come punizione per
l’errore commesso in precedenza con Deborah Glass (Rebekah
Kennedy). Chiede di essere assegnata al caso Scott Glass o di
essere licenziata.
Cosa è successo all’agente
DeMarco alla fine della terza stagione?
Con Mickey che aiuta Julian a
ottenere la giustizia che merita, Avvocato di difesa –
The Lincoln Lawyerinizia a concentrarsi
sugli eventi che alla fine ne plasmeranno il futuro. Per fortuna di
Mickey, sua figlia Hayley (Krista Warner) perdona Mickey per le
sue azioni passate dopo che lui ha aiutato a salvare Julian.
Malconcio dagli eventi recenti, Mickey decide di non mollare,
considerando che ora si rende conto del bene che può fare
attraverso la sua professione se aiuta le persone giuste.
Durante tutta la stagione, Mickey
ha allucinazioni e combatte una battaglia emotiva interiore. Alla
fine della terza stagione, Mickey si rende conto che diventare un
avvocato di successo a Los Angeles ha un prezzo molto alto, che
deve essere pagato con la sua coscienza.
Alla fine della terza stagione di
Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer, Mickey ottiene
un’altra vittoria per sé e per Julian negoziando un ingente
risarcimento con l’ufficio del procuratore distrettuale. Con
l’aiuto del suo investigatore Cisco (Angus Sampson), Mickey
dimostra che l’agente DeMarco lavorava segretamente per il cartello
di Juárez, mentre si occupava solo dei casi contro il cartello
rivale di Tijuana. Dopo essere stato visto l’ultima volta nella
sequenza dell’inseguimento in cui Cisco seguiva l’agente DeMarco,
la sua prossima apparizione si rivela piuttosto macabra, poiché
Hector Moya invia a Mickey una fotografia del cadavere
dell’agente DeMarco appeso con un serpente a sonagli intorno.
Con la copertura dell’agente DeMarco smascherata, era solo questione di tempo prima che Hector Moya,
ora rilasciato, tornasse da lui per vendicarsi di tutto il male che
l’agente DeMarco gli aveva causato. Hector assicura anche a Mickey
che può rilassarsi tranquillamente senza preoccuparsi del cartello
di Juárez per cui lavorava l’agente DeMarco.
Il colpo di scena finale della
terza stagione prepara la quarta stagione di Avvocato di difesa
– The Lincoln Lawyer
Verso la fine dell’ultima stagione
di Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer, sembra che
Mickey sia pronto a proseguire sulla via del bene, considerando che
gli errori del passato sono stati riparati. Con il peso del passato
alle spalle, Mickey sembra finalmente godersi una meritata tregua,
finché un agente di polizia non ferma la sua auto. A quanto pare,
la targa mancante, che secondo Mickey potrebbe essere stata rubata,
deve aver attirato l’attenzione dell’agente. Tuttavia, le cose
prendono una piega molto più seria nella stagione 4, quando l’agente di polizia fa notare a
Mickey il sangue che gocciola dal bagagliaio della sua auto.
Nonostante i tentativi di Mickey di evitare una perquisizione,
l’agente apre il bagagliaio e scopre il corpo senza vita di Sam
Scales (Christopher Thornton), un personaggio ricorrente e
un truffatore che in origine era il cliente di Jerry Vincent
(Paul Urcioli).
Con questo colpo di scena finale,
Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyersi prepara
alla quarta stagione che sarà incentrata su “The Law of
Innocence” di Michael Connelly nella serie di libri Lincoln
Lawyer. È chiaro che qualcuno sta cercando di incastrare Mickey
Haller, il che sembra naturale considerando quanti nemici si sono
attirati le azioni di Mickey. In una potenziale quarta stagione,
Mickey dovrà difendersi contro ogni previsione, considerando che è
riuscito a far arrabbiare alcune persone davvero pericolose, tra
cui cartelli della droga, con le sue azioni nella terza
stagione.
Longlegs sta
per uscire finalmente in Italia, dopo aver incassato oltre 100
milioni di dollari al botteghino mondiale (il miglior
risultato di sempre per il distributore Neon). Il film horror,
di elegante fattura, vede protagonista Maika
Monroe nel ruolo di una giovane agente
dell’FBI a caccia del serial killer ossessionato dai codici cifrati
interpretato da Nicolas
Cage. Se avete visto il film, sapete che
l‘interpretazione di Cage è profondamente
inquietante. Dalla voce acuta alle labbra gonfie, fino al
trucco bianco, il personaggio di Longlegs è assolutamente
terrificante. Fin dalla prima del film, gli spettatori si sono
chiesti cosa ci fosse esattamente dietro le scelte recitative di
Cage. Come ha fatto Cage a creare un personaggio così strano? La
risposta è inaspettata come il colpo di scena finale del film.
La risposta scioccante è stata
rivelata durante la prima del film a Hollywood. In un’intervista
sul red carpet per Extra (poi
pubblicata da Forbes),
a Cage è stato chiesto di spiegare il suo approccio al personaggio,
e la sua risposta ha sollevato qualche
sopracciglio. Cage ha effettivamente basato
l’interpretazione sulla sua defunta madre, Joy Vogelsang,
prestando i suoi modi e la sua voce all’antagonista androgino del
film. Secondo le parole di Cage:
“Quando stavo leggendo questo
personaggio, è diventato una sorta di mia madre. Ho sentito la sua
voce – non era satanica – ma ne ha passate tante“, ha spiegato a
Extra, ‘ho sentito la sua voce e il modo in cui si muoveva e
all’improvviso ho pensato: ’Sai, potrei metterlo in questo
personaggio”. È un’ispirazione che devo a lei. Se sono bravo nel
film, lo devo a mia madre”.
Anche Nicolas Cage ha preso in
prestito da un classico film italiano la sua interpretazione di
“Longlegs”
Dopo aver deciso quale sarebbe
stata la voce e i modi di fare di Longlegs, Cage ha cercato
l’ispirazione visiva per il personaggio. Ha scelto Giulietta
degli spiriti (1965), il
classico di Federico Fellini incentrato
su una donna offesa che trova la forza di lasciare il marito
traditore. Il film, noto per i suoi forti temi di misticismo, è
stato scelto da Cage quando si è ispirato a un personaggio in
particolare, un profeta donna dall’aspetto unico. Ha spiegato
a Hollywood
Reporter:
“Trovare questo personaggio
molto androgino, con un look da lui e da lei, un look glam rock,
era importante per me, in modo che non mi assomigliasse affatto e
che trovassi liberatorio, che potessi parlare in questo modo,
muovermi in questo modo e parlare di queste cose molto oscure.
Volevo che il personaggio fosse un androgino quasi profeta, come
nel film di Fellini Giulietta degli Spiriti”.
Il cattivo secondario di
Longlegs è stato ispirato dalla madre di Osgood Perkins
Per pura coincidenza, Cage non è
stato l’unico membro della produzione a inserire sua madre nella
narrazione. Il regista Oz
Perkins (figlio del leggendario attore
di PsychoAnthony
Perkins) ha basato il cattivo secondario del
film, Ruth Harker, sulla propria madre. Nel film, la
modesta Ruth è costretta a mantenere segreta l’identità di Longlegs
– un parallelo profondamente personale con la madre di Perkins, che
ha mantenuto
il segreto sulla sessualità del marito per decenni.
“Mio padre era un attore che
aveva una sorta di vita privata che non era accettabile nel
mainstream, sia che lo si voglia chiamare gay o bisessuale”,
ha spiegato Perkins a People,
‘Tua madre può proteggerti da una verità che lei ritiene
sgradevole, e poi tu costruisci un film folle intorno a
questo’. Quando gli è stato chiesto se prova risentimento nei
confronti della madre per avergli tenuto nascosto il segreto del
padre da bambino, Perkins ha risposto: “Neanche un po‘”.
Ha poi aggiunto: “Nessuno lo fa bene. E mia madre è stata
davvero fantastica… È quello che è, ed è quello che ti è stato
dato, e cerchi di ricavarne qualcosa”.
Presentata in anteprima nel ricco
programma della Festa di Roma 2024 con i primi due
episodi proiettati alla presenza di cast e pubblico,
L’Amica Geniale, tetralogia di Elena Ferrante,
arriva alla sua quarta stagione che traspone per la tv il quarto e,
appunto, ultimo libro della saga,
Storia della bambina perduta.
Dove eravamo rimasti?
Avevamo lasciato le due donne
distanti, entrambe alle prese con una nuova vita: Lila con Enzo, il
piccolo Gennarino, e un obbiettivo preciso, quello di aprire
un’azienda con le sue sole forze, di diventare finalmente il capo
di se stessa; Lenù con Nino, quando si accorge che l’amore di tutta
una vita è finalmente alla sua portata e non ci pensa troppo prima
di lasciare marito e figlie e volare via con lui. La terza stagione
dell’amica geniale era finita proprio lì, sul quel volo verso la
libertà e una vita di peccato accanto a Nino (Fabrizio
Gifuni), con l’immagine di quel riflesso che aveva
finalmente svelato al mondo che l’ultima trasformazione di Elena
Greco sarebbe stata affidata a Alba Rohrwacher che, a dire la verità, ne era
sempre stata la voce, lenta e calda, che ha accompagnato gli
spettatori nel fuori campo delle tre stagioni precedenti.
La separazione e
Dispersione sono i capitoli 25 e 26 di questo
lungo romanzo di formazione, le prime due puntate della quarta e
ultima stagione de L’Amica Geniale, che andrà in
onda dall’11 novembre su RaiUno per 5 serata, fino al 9 dicembre. E
appunto di separazione parla il primo episodio, in cui seguiamo
principalmente Elena alle prese con la sua nuova vita, mentre si è
lasciata alle spalle il matrimonio con Pietro e, temporaneamente,
persino le figlie Dede e Elsa, affidate alle cure della suocera.
Per loro è necessario un ambiente regolare e rassicurante, con
regole e rituali, cosa che lei, nella sua vita da amante di Nino
Sarratore, non può garantire alle figlie.
Elena è l’eroina tragica di un
racconto drammatico, una donna che negli anni Settanta lascia
marito e figlie perché “vuole bene a un altro”. Quella
consapevolezza la travolge quando lo dice a alta voce a sua madre,
intervenuta per cercare di farla riappacificare con Pietro, che in
questo scenario viene dipinto forse come troppo mite e
accondiscendente, se pure naturalmente contrariato. Lenù è divisa
in due, tra senso del dovere di madre e ambizione professionale che
può coltivare a pieno solo nella libertà accanto a Nino, il quale è
per lei sogno e passione, ma anche dubbio e dolore.
L’Amica Geniale: storia
di madri, di corpi, di lotta
La Elena di Alba Rohrwacher smette di subire le decisioni
degli altri, ma questa risoluzione ha un prezzo, e lo vediamo nella
fatica che fa il personaggio a tenere tutto insieme, non volendo
rinunciare né all’amore per Nino né a quello per le figlie, che
pian piano sembra ridestarsi più forte di quanto non sia mai stato.
Dopotutto L’Amica Geniale è sempre stata una storia di donne, di
amiche, certo, ma anche di madri, di corpi, di consapevolezza,
rinuncia e lotta.
La lotta è molto presente nella
serie, che sia personale o di classe, come per le altre stagioni,
anche in questo caso L’Amica Geniale si fa
megafono per la situazione storica del Paese e non risparmia nessun
dettagli di quell’epoca turbolenta: i morti, la violenza, il
rapimento Moro. Lo sfondo della vicenda di Elena e Lila è
estremamente vivido e invadente e per questo, anche se la regista
Laura Bispuri si concentra sui volti, le mani e le
persone, sul suo nuovo cast, tra cui Stefano Dionisi, Lino
Musella, Edoardo Pesce, la Storia viene sempre fuori e si
fa sentire.
Dispersione invece racconta
principalmente la diaspora di Elena che lascia le sue certezze,
ancora una volta e scappa a Milano da Maria Rosa, sorella di Pietro
e sua grande amica, che la accoglie con le ragazze e le offre un
posto sicuro. Non abbastanza da sfuggire però a Lila. L’amica che è
rimasta al rione ed è diventata una imprenditrice invischiata con
la camorra, la cerca di continuo per metterla in guardia da Nino.
Anche lei è caduta nel suo inganno, ma questa volta ci sono di
mezzo figli, matrimoni e soprattutto una moglie che l’uomo non
accenna a lasciare. Il racconto si deve spostare a Napoli, nel
rione, per poter finalmente dare corpo alla presenza ingombrante di
Lila, che nel frattempo ha acquisito il volto di Irene Maiorino,
nata per questo ruolo e per succedere a Gaia Girace. La somiglianza
tra le due è davvero impressionante e il passaggio di testimone
appare naturale, anche grazie alla capacità interpretativa di
Maiornio che raccoglie la sua eredita e la sviluppa a modo suo.
La forza e la durezza di Lila non
bastano a Elena per allontanare Nino. La donna accetterà di essere
una compagna parallela, una moglie part-time, pur di stare con lui,
e questa sua decisione, certamente non facile ma urgente, la
riporterà a Napoli, vicino al rione, a sua madre, a quella miseria
e quella ignoranza dalla quale pensava di essere scappata. Elena è
di nuovo “a casa” e la prossimità con Lila tornerà a essere
necessaria e ingombrante. Farà i conti con il suo passato e forse
troverà la forza di essere indulgente verso quei luoghi e quella
miseria che non conoscono altro che se stessi.
Arriva alla 19°
Festa di Roma con in mano già la Palma
d’oro dell’ultimo Festival di
CannesAnora, la commedia
di Sean
Baker che riscrive le regole del romance e porta
nella contemporaneità la fiaba di quella “gran culo di
Cenerentola” che nel 1990 aveva il sorriso e le gambe
lunghissime di Julia
Roberts e che nel 2024 ha invece il corpo minuto
e sensuale di Mikey Madison, stripper e
prostituta newyorkese che cerca la fortuna tra una lap dance e un
privé.
La storia di Anora, Cenerentola
moderna
La vita di Ani (come le piace farsi
chiamare) procede in maniera abbastanza regolare, tra vita notturna
nello strip-club di Manhattan, e giornate passate a dormire e a
recuperare energie. Una sera al locale dove lavora, data la sua
capacità di parlare russo per via delle sue origini (la nonna era
un’immigrata uzbeka), le viene affidato un cliente molto ricco: il
suo coetaneo Ivan, detto “Vanja”, viziatissimo rampollo di un
oligarca russo, che, attratto dalla ragazza, le offre 15 000
dollari per essere la sua fidanzata per una settimana. I due
trascorrono dei giorni folli, divertendosi come non mai, guidati
dal brio di Ani e dai soldi di Vanja, dediti solo a soddisfare le
proprie voglie, di ogni tipo.
Fino a che a Las Vegas i due
decidono di sposarsi: in questo modo lui non sarà costretto a
rientrare in Russia dai genitori preoccupati, e lei avrà finalmente
una vita agiata e serena, che le permetterà di lasciare il suo
lavoro. Sembrerebbe proprio la fiaba di Pretty
Woman citata sopra, se non fosse che siamo nel
2024 in un film di Sean Baker, e quindi
qualcosa va storto e per Ani e Vanja arriva il momento di pagare il
conto di quella settimana di baldoria e di quel matrimonio
avventato.
Dopo lo splendido Red
Rocket, Sean Baker torna a
raccontare uno degli aspetti del mondo della prostituzione
attraverso la vita e l’indole di Anora, una
giovane donna consapevole e presente a se stessa, che conosce la
vita ma che si concede un piccolo spazio per sognare, nel momento
in cui la sua storia personale sembra prendere una piega
vantaggiosa. È pratica e diretta, capace di contrattare il prezzo
del suo corpo e del suo tempo, vende se stessa con sfrontatezza e
si batte per quello che ritiene suo. Una furia, una forza della
natura, un involucro indistruttibile che nasconde un corpo morbido
di tenerezza e fragilità e che per tutto il film cercherà di tenere
nascosto.
“Quella gran culo di
Cenerentola” non va più di moda
La commedia di Baker rivede il
classico romantico con Julia
Roberts e Richard
Gere, sostituendo ai due affascinanti e intramontabili
miti di Hollywood due ragazzini dal fascino contemporaneo e
sbarazzino che non saranno certo fatti l’uno per l’altra ma che
sono altrettanto indimenticabili. E intanto il regista continua il
suo racconto fiabesco di un’umanità ai margini che cerca il suo
posto in Paradiso: una gita a Disneyland, un ritorno glorioso nel
mondo del cinema per adulti, una vita ricca e agiata che escluda
una volta per tutte la precarietà di doversi vendere per soldi.
Sia
chiaro, Anora non è mai vittima delle
sue scelte di vita. Come accennato sopra, il suo modo di affrontare
il suo lavoro è consapevole e divertito, approccio raccontato con
riuscitissime sequenze in cui la giovane donna si confronta con una
sua collega prendendosi gioco dei clienti, delle loro perversioni,
dei loro versi di piacere, del loro sentirsi forti e virili quando
sono costantemente loro stessi vittime del loro lombi,
posizionando Anora (e le sue colleghe)
in una posizione di assoluto potere. È proprio questa
consapevolezza che rende la protagonista tanto irresistibile,
nonostante la sua talvolta irritante sicurezza.
Jurji e Anora: travolti da un
insolito destino
Sean
Baker gioca con i suoi personaggi e con il genere,
realizzando sequenze mozzafiato e regalando al pubblico personaggi
indimenticabili, su tutti l’Igor di Jurij
Borisov, che resta travolto dall’energia
di Anora e crea da subito con lei
un’alchimia isterica e violenta e allo stesso tempo tenera e
accogliente. Igor rappresenta ciò
che Anora non ha mai conosciuto e per
questo non capisce mai fino in fondo, mai fino quell’ultima
straziante scena che conclude la notte folle attraverso la quale è
stato trascinato lo spettatore.
Se dal punto di vista formale e
narrativo Anora di Sean
Baker è nient’altro che una commedia convincente
(anche se forse troppo dilatata nella seconda parte), con questo
film il regista americano compie un passo in avanti verso
l’immortalità della sua filmografia, riuscendo a tratteggiare dei
personaggi indimenticabili con una precisione emotiva disarmante e
tutta la bellezza delle scoperte lente e preziose: Ani si dischiude
nella sua essenza di fronte allo spettatore, e pian piano, mentre
il film avanza, si mette a nudo completamente, nell’intimo, facendo
sentire nudo, vulnerabile e esposto anche chi la guarda e,
inevitabilmente, alla fine, si innamora.
Ci
sono atti di umanità a cui non ci si può – o non ci si dovrebbe –
sottrare. Anche quando compierli può compromettere la propria
posizione, come ci si potrebbe guardare poi allo specchio o sedersi
tra i propri cari facendo finta di nulla? Il protagonista diPiccole cose come queste,
film diretto dal regista belgaTim Mielantse scritto dall’autore
irlandeseEnda Walsh(sceneggiatore diHunger),
di certo non può, e non vuole. È così che il ritorno sul grande
schermo diCillian Murphydopo
l’Oscar vinto perOppenheimeravviene in nome della fermezza d’animo,
dell’umanità e del fare ciò che è giusto.
L’occasione è una storia basata sul
romanzoPiccole cose da
nulla(2021) diClaire Keegan, in cui si
racconta dello scandalo irlandese legato alleCase
Magdalene, istituti femminili
religiosi per donne ritenute immorali, dove queste ultime venivano
sfruttate e maltrattate. Film d’apertura alFestival di Berlino 2024(doveEmily
Watsonha vinto
l’Orso d’argento per la migliore interpretazione da non
protagonista),Piccole cose come questesi
costruisce dunque sui silenzi e gli sguardi di un’intera comunità,
attraversando toni sommessi e la rigidità data dall’atmosfera
invernale, che non può però raffreddare il cuore del
protagonista.
Il
film ci porta nell’Irlanda del 1985.Bill Furlog(Cillian
Murphy) è un uomo
silenzioso, dall’animo semplice, che ha dedicato la vita al lavoro
(commercia e distribuisce legna e carbone), alla moglieEileen(Eileen
Walsh) e alle loro cinque
figlie. Nei giorni che precedono il Natale, quando Bill entra nel
cortile del convento locale, diretto daSuor Mary(Emily
Watson), per consegnare del
carbone, fa però un incontro che riporta a galla ricordi sepolti
nella sua memoria. Non può ignorarli anche perché lo portano a
scoprire segreti e verità che lo sconvolgeranno. Sarà il momento
per Bill di decidere se voltarsi dall’altra parte o ascoltare il
proprio cuore e sfidare il silenzio di un’intera
comunità.
Il conflitto di un uomo
Ha
il sapore di un racconto diCharles Dickens(Canto di Natale, Oliver
Twist) il film diTim Mielants. Non a caso
l’autore britannico, celebre in particolare per i suoi romanzi
sociali in cui denuncia i mali della società inglese ottocentesca,
viene citato in più occasioni all’interno diPiccole cose
come queste. Il motivo è la
somiglianza tra ciò che entrambi vogliono restituire al proprio
pubblico, con racconti che mirano non solo ad evidenziare certi
orrori avvenuti nell’indifferenza generale, ma anche la necessità
di compiere le giuste scelte quando ci si presenta il momento di
farlo.
Con
questo obiettivo, il film procede sommessamente tra grandi silenzi
e una certa compostezza formale che sembra essere specchio delle
emozioni soffocate del protagonista. Un’ora e mezza di racconto
particolarmente densa, in cui tutto ciò che avviene accade dentro
il cuore e la mente di Bill, conCillian Murphychiamato
dunque a restituire tutto ciò attraverso i suoi sguardi dolenti.
Compito in cui l’attore è notoriamente un maestro, trasmettendo un
senso di disagio crescente e che si svela a poco a poco con
l’esplorazione del suo passato attraverso dei flashback.
Ma
quello strano non è Bill, bensì chi – per un motivo o per un altro
– gli suggerisce di rimanere in silenzio, di volgere altrove lo
sguardo, di convincersi delle menzogne che gli vengono offerte. Per
tutto il film il protagonista è dunque continuamente scisso
tra la tentazione di ascoltare questi consigli e l’ignorarli per
fare ciò che sente moralmente giusto. Non è però il periodo
natalizio a fare di Bill un uomo più buono, cresciuto sin da
piccolo con la consapevolezza che aiutare chi è in difficoltà –
come a suo tempo lo fu sua madre – è l’unico modo per far guarire
un mondo malato.
Cose che non si possono
ignorare
Non
bisogna dunque aspettarsi particolari colpi di scena né tantomeno
improvvisi cambiamenti di registro.Piccole cose come
questetrova la sua forza
proprio nella delicatezza con cui propone il proprio racconto,
quasi come ci venisse sussurrato. Certo, c’è un evidente prima e
dopo rispetto alla sequenza in cui Bill ha finalmente l’occasione
di entrare nel convento di Suor Mary. Un momento del film che vira
verso un registro da horror, con gli spazi scuri e angusti, oltre
ai volti minacciosi delle suore (su cui spicca una
mefistofelicaEmily Watson). Ma è proprio in seguito a questo momento che
i dubbi di Bill iniziano a sciogliersi.
Dopo aver visto l’orrore, ogni sospetto lascia
il posto alla terrificante certezza, che gli impedisce di sedersi a
tavola con le sue figlie sapendo di ciò che ragazze come loro
subiscono. A questo punto lo spettatore giunge al massimo del
coinvolgimento possibile, desideroso di scoprire quale scelta
compirà il protagonista, poiché se da un lato scegliere fare la
cosa giusta sembra scontato, dall’altra i motivi per non farla
sarebbero molti e tutti apparentemente validi. Di certo, è anche
nel portare lo spettatore a domandarsi cosa avrebbe fatto al posto
di Bill che il film si dimostra riuscito nei suoi
intenti.
Sono le piccole cose come queste a
fare la differenza
Piccole cose come
queste, come anticipato, ci
narra una storia vera, ma andando oltre di essa risulta difficile
non attualizzare il conflitto di Bill all’oggi, ad una società che,
davanti a terribili guerre, si divide in chi volge lo sguardo
altrove e in chi invece tende una mano al prossimo. Sono le piccole
cose come queste del titolo a fare la differenza, molto più di
quelle “grandi”. Azioni e gesti quotidiani che infondono speranza e
salvano l’umanità, come specie e come natura. Il film ce lo ricorda
con grande eleganza, regalandoci un protagonista tutt’altro che
perfetto, ma che proprio per questo può essere di grande
esempio.
Venom: The Last Dance è
al cinema. Il film, che segna un nuovo capitolo all’interno
dell’universo
di Spider-Man targato Sony
arriva infatti in tutte le sale italiane a partire da oggi, 24
ottobre.
Questo terzo e conclusivo tassello della trilogia dedicata al
simbionte alieno più famoso dei fumetti, che arriva sul grande
schermo a seguito dei successi di pubblicoVenom del
2018 e Venom: La furia di
Carnage del
2021, rappresenta appunto anche il quinto tassello
del Sony’s
Spider-Man Universe.
Nonché l’esordio in cabina di regia della sceneggiatrice e
produttrice dei film precedenti Kelly
Marcel,
scelta in questo caso per reggere il timone della nuova avventura
della saga.
Accanto a Tom
Hardy, che torna nei panni del tormentato giornalista
Eddie Brock nuovamente alle prese con il suo alter ego alieno,
troviamo un cast stellare che include volti noti
come Peggy Lu e new entry del calibro
di Juno
Temple – già conosciuta per produzioni
quali Fargo e Ted
Lasso – e Chiwetel
Ejiofor, quest’ultimo ben noto agli appassionati
del Marvel Cinematic
Universe per la sua partecipazione
a Doctor
Strange. Per un film che, caratterizzato dalla
consueta oscurità umoristica tipica del franchise, arriva dunque al
cinema per scrivere i titoli di coda di un progetto lungo 6 anni.
Progetto che – va sottolineato – è indubbiamente riuscito a
fidelizzare il proprio pubblico di riferimento, raccogliendo però
scarsi consensi critici.
La trama di Venom: The Last
Dance
Venom: The Last Dance
Eddie Brock e Venom, ormai un duo
indissolubile, si trovano a dover affrontare la minaccia più grande
che abbiano mai incontrato: Knull, il dio dei simbionti. Il
malvagio essere, prigioniero in un’altra dimensione, ha inviato un
esercito di creature oscure sulla Terra con l’obiettivo di
recuperare la chiave che lo libererà dalla sua prigione: il Codex.
Un antico artefatto che si cela proprio dentro al corpo di
Eddie.
Per proteggere l’umanità e se
stessi, i due protagonisti sono dunque costretti alla fuga. E nel
corso del loro peregrinare, che li porterà dritti dritti a Las
Vegas in compagnia di una bizzarra famiglia dalle ossessioni
aliene, dovranno fare i conti con le ingerenze di soldati e
scienziati. Nei pressi dell’area 51, ormai in fase di
smantellamento, si nasconde infatti una base militare e scientifica
sotterranea che da tempo studia i segreti dei simbionti. Ed è qui,
o meglio qualche metro più in superficie, che si consumerà la prima
grande battaglia per il destino di Venom e della razza umana.
Venom: The Last Dance vs cinecomic
fatigue
Sta diventando sempre più
complicato ragionare su opere quali Venom: The Last
Dance. Non tanto per questioni legate allo spessore
qualitativo del film – senz’altro lontano dalle preferenze dei
palati cinefili più fini, ma a ben vedere altrettanto distante dal
desiderio di soddisfare i gusti di un certo tipo di pubblico.
Quanto per il processo di sconfortante e di fatto interminabile
omologazione di cui quest’ultimo capitolo, di fatto, rappresenta
solo la nuova, deprimente, declinazione.
L’ormai sempre più frequente
rischio di ripetitività che corre qualsiasi tentativo di rendere
conto di un testo-film di questo tipo, infatti, ha radici profonde.
Che di certo non affondano nel ben poco fertile terriccio
predisposto dalla novella regista Kelly
Marcel. Ma che in Venom: The Last
Dance, in ogni caso, trovano l’ennesima conferma di una
maniera di modellare la materia cinematografica che “in
casa Marvel”, si tratti
dell’uno o dell’altro universo, ha intrapreso una parabola
discendente che il SSU sta perfino
contribuendo ad aggravare.
Venom: The Last Dance non lascia
spazio alla discussione
Sforzandoci dunque di tralasciare
qualsiasi disamina di natura tecnico-registica – dal momento che,
specie su questo fronte, il film
di Marcel lascia davvero poco alla
discussione (tanto per scarsità di idee, quanto per un senso di
generale “mestieranza” i cui dettami sembrano provenire dall’alto e
lasciare dunque pochissimo margine a velleità autoriali di
qualsiasi tipo) – è forse più utile osservare Venom:
The Last Dance nei termini di manifesto dello stato di
generale confusione e bulimia produttiva di un certo tipo di
distribuzioni.
Perché se è forse innegabile che,
rispetto ai predecessori, questo terzo capitolo prova anche solo
vagamente a delineare i contorni di una più concreta struttura
narrativa e dare quindi un senso di continuità alle diverse
“situazioni” che si avvicendano lungo l’arco dei 97 minuti di
durata (mid-credit esclusa), è altrettanto vero che la creatura
di Marcel, a dirla tutta fedele alla natura
parassitaria dell’alieno di cui ci canta le gesta, tenta in ogni
modo (ma con scarsi risultati) di legarsi a toni e immaginari
cinematografici vari che possano conferirle una maggiore
solidità.
In bilico tra cinecomic standard,
road-movie, commedia esuberante e
action-sci-fi, Venom: The Last
Dance prova insomma a cambiare pelle in più di
un’occasione. Cercando perfino, nelle battute finali, di dare una
brusca sterzata emotiva attraverso un montaggio in stile videoclip
che poco ha però a che fare con quanto mostrato a schermo fino a
quel momento. Quasi un tentativo, per certi versi disperato, di
congedare una versione del protagonista (o dei protagonisti) che
però difficilmente rimarrà negli annali.
Taylor Polidore Williams e
Crystle Stewart sono le protagoniste della nuova soap
opera di Tyler Perry Beauty
in Black su Netflix, nei panni di due donne molto
diverse le cui vite si intrecciano in modo inaspettato. Perry ha
prodotto la serie nell’ambito della sua collaborazione creativa con
Netflix. In base al loro accordo pluriennale, Perry è incaricato di
scrivere, dirigere e produrre film e serie TV, e Beauty in
Black è l’ultimo progetto nato da questa collaborazione. La
prima parte della nuova serie sarà disponibile su Netflix il 24
ottobre e sarà composta da 16 episodi della durata di un’ora.
Ambientata ad Atlanta, Beauty in
Black ruota attorno a due donne con percorsi di vita molto
diversi. Una di loro, Kimmie, sta lottando per sopravvivere dopo
essere stata cacciata di casa dalla madre, mentre l’altra, Mallory,
gestisce con successo un’attività in proprio. In poco tempo, le due
donne finiscono per essere coinvolte nelle vite l’una dell’altra.
Polidore Williams e Stewart sono le protagoniste dell’ultimo
progetto Netflix di Perry, nei ruoli principali di Kimmie e
Mallory, ma sono affiancate da un cast di attori di grande talento,
tra cui Ricco Ross, Debbi Morgan e Richard Lawson.
Taylor Polidore Williams nel
ruolo di Kimmie
Attrice: Taylor Polidore
Williams è nata a Houston, in Texas, e ha ottenuto il suo primo
ruolo importante interpretando la cacciatrice di taglie Dallas Ali
nella serie crime drama della FX Snowfall. Ha anche
interpretato Lisa nella serie di supereroi della CW Black
Lightning, ha doppiato Clara nel cartone animato della
Nickelodeon It’s Pony e ha interpretato il ruolo principale
di Camille nella serie drammatica soprannaturale della Allblk
Wicked City. Ha già lavorato con Perry quando ha
interpretato il ruolo secondario di Rona nel suo thriller
drammatico Divorce in the Black.
Personaggio: Polidore
Williams recita in Beauty in Black in uno dei ruoli
principali, quello di Kimmie. Kimmie sta lottando per sbarcare il
lunario dopo essere stata cacciata di casa dalla madre autoritaria.
Finisce per trovare lavoro come ballerina esotica e cade nel mondo squallido di un
famoso strip club di Magic City. Sebbene la storia sia pura
finzione, Perry è stato influenzato da storie di vita reale
ambientate in strip club di tutto il mondo.
Crystle Stewart nel ruolo di
Mallory
Attrice: Crystle Stewart è
nata a Houston, in Texas, e ha debuttato con il ruolo
dell’agente immobiliare Leslie Morris nella serie drammatica della
OWN/TBS For Better or Worse, anch’essa creata da Perry.
Ha interpretato Frankie nel cast principale della serie TLC di
Perry Too Close to Home e ha recitato al fianco di Taraji P.
Henson nel thriller psicologico Acrimony, scritto, prodotto
e diretto da Perry. Prima della carriera di attrice, Stewart ha
vinto il titolo di Miss USA 2008 e ha rappresentato gli Stati Uniti
a Miss Universo 2008, dove è entrata nella top 10.
Personaggio: Stewart
interpreta Mallory, l’altra protagonista di Beauty in Black
al fianco di Polidore Williams. Mentre Kimmie è a corto di soldi e
fatica ad arrivare a fine mese, Mallory gestisce con successo la
sua attività di cura dei capelli. Le due donne, con stili di vita
molto diversi, sono messe a confronto e costituiscono la trama
drammatica della serie. Mallory ha molto successo all’apparenza, ma
ha difficoltà a tenere unita la sua ricca famiglia. Alla fine, con
il proseguire della serie, le vite di Kimmie e Mallory si scontrano
in modi inaspettati.
Ricco Ross nel ruolo di
Horace
Attore: Ricco Ross è nato a
Chicago, Illinois, e ha raggiunto il successo con il ruolo del
soldato Frost nelfilm d’azione di fantascienza Aliens di James Cameron. Ross ha interpretato altri ruoli
minori in film come Fierce Creatures, dove interpreta un
giornalista televisivo, Mission: Impossible, dove interpreta una
guardia di sicurezza, e Death Wish 3, dove interpreta un cubano.
Tra i precedenti ruoli televisivi di Ross figurano il pastore R.J.
Gilfield nella serie drammatica P-Valley, Greg Dacosta nel cast
principale della serie televisiva britannica Westbeach e il ruolo
ricorrente di Liftman Coneybear nella terza stagione della serie
drammatica Jeeves and Wooster.
Personaggio: Ross interpreta
un ruolo secondario fondamentale nel cast di Beauty in Black
nei panni di Horace. Horace facilita il primo grande punto di
svolta nell’arco narrativo del personaggio di Kimmie. È un cliente
abituale dello strip club dove lei lavora. Quando lei incrocia la
sua strada, lui finisce per cambiarle la vita.
Debbi Morgan nel ruolo di
Olivia
Attrice: Debbi Morgan è nata
a Dunn, nel North Carolina, e ha raggiunto il successo con il
ruolo di Angie Baxter-Hubbard nella soap opera di lunga durata
della ABC All My Children. Morgan è stata la prima
afroamericana a vincere il Daytime Emmy Award come migliore attrice
non protagonista in una serie drammatica per il ruolo di Angie nel
1989. Morgan ha anche interpretato la Veggente nelle stagioni 4 e 5
di Charmed, Mozelle Batiste-Delacroix in Eve’s Bayou
(che le è valso un Independent Spirit Award) ed Estelle Green nella
serie crime drama di Starz Power e nel suo spin-off,
Power Book II: Ghost.
Personaggio: In Beauty in
Black, Morgan interpreta Olivia. Olivia è una delle
protagoniste femminili al fianco di Kimmie e Mallory. Morgan
collabora spesso con Perry, avendo già recitato in Divorce in the
Black e American Gangster Presents: Big 50 – The Delrhonda Hood
Story.
Richard Lawson nel ruolo di
Norman
Attore: Richard Lawson è
nato a Loma Linda, in California, e ha debuttato con il ruolo di
Willis Daniels nel sequel horror blaxploitation Scream Blacula
Scream. Lawson è noto soprattutto per aver interpretato Ryan nel
film horror Poltergeist e il dottor Ben Taylor nella
miniserie della NBC V. Ha anche recitato in ruoli secondari
importanti in film come Coming Home, Streets of Fire,
How Stella Got Her Groove Back e Guess Who.
Personaggio: Lawson
interpreta Norman in Beauty in Black. Norman è un
personaggio secondario importante nell’ensemble. Lawson è uno degli
attori più esperti del cast.
Beauty In Black Cast secondario
e personaggi
Amber Reign Smith nel ruolo di
Rain: Amber Reign Smith appare nel cast di Beauty in
Black nel ruolo di Rain. Smith ha precedentemente interpretato
Queenie in Outlaw Posse, Roma in Wu-Tang: An American
Saga, Bebe Thompson in Rap Sh!t e Kiara in The Other
Black Girl.
Steven G. Norfleet nel ruolo di
Charles: Charles è interpretato da Steven G. Norfleet. Norfleet
è noto soprattutto per aver interpretato Paul de Pointe du Lac in
Intervista col vampiro, O.B. Williams nella miniserie HBO
Watchmen e Cecil Franklin in Genius.
Julian Horton nel ruolo di
Roy: Roy è interpretato da Julian Horton. Horton ha
precedentemente interpretato Orlando Bishop in National
Champions e Jayce nel film TV Ruined.
Terrell Carter nel ruolo di
Varney: Terrell Carter appare in Beauty in Black
nel ruolo di Varney. Carter ha già lavorato con Perry quando ha
interpretato il reverendo Carter nel film di Madea Diary of a
Mad Black Woman. Ha anche interpretato Kevin Campbell nella
versione televisiva di Shooter.
Presentato al Festival di Cannes 2024 è arrivato
nelle nostre sale il 24 ottobre, Parthenope, il
nuovo film di Paolo Sorrentino è stato un
evento accolto con più entusiasmo all’estero che in patria, visto
che non è raro che nessuno è profeta in patria, anche ai livelli
altissimi raggiunti dal cinema di Sorrentino.
Il regista partenopeo di adozione
romana evoca un lirismo frammentato, per alcuni ridondante e
autoreferenziale, ma ha anche un’anima punk che gli impedisce di
essere incasellato in un sistema. Non si fa scrupoli a fare suo
qualsiasi argomento. E poi, è un uomo dotato di una sensibilità
superiore a quella comune, che nota e intuisce frequenze emotive e
sfumature di significato accessibili a pochi. Una visione fatta di
tante domande e pochissime risposte, perché Sorrentino è un uomo
votato al dubbio, proprio come i suoi film. Ed è forse per questo
che la frenetica ricerca di “senso” al termine della visione di
Parthenope lascia spesso interrogativi ancora
aperti e un sapore amaro in bocca.
Il film con protagonista
Celeste della Porta si distingue, a livello
formale, per la sua netta divisione in due macro sezioni, la prima
prettamente narrativa, che segue la giovinezza di questa fanciulla
inafferrabile. La seconda, decisamente più interessante e
enigmatica, che abbraccia a piene mani la metafora di una
donna/città che si fa attraversare da tutte le sue anime.
Parthenope nasce in mare e cresce sulla costa, alimentata dal
bello, la cultura, i giochi d’infanzia con suo fratello e il suo
migliore amico, in questa specie di triangolo incestuoso in cui
nessuno davvero si immerge.
Il vero significato di
Parthenope
Ma dopo il traumatico avvenimento
centrale, Parthenope diventa Napoli, che senza
essere mai catturata nella sua essenza si fa toccare da ognuno dei
suoi “luoghi comuni”. La fanciulla entra in contatto quindi con le
anime della città, in quelli che sembrano episodi slegati,
indipendenti l’uno dall’altro, ma tutti che fanno riferimento alla
ricchezza e alla molteplicità di Napoli. Nel realizzare il suo
Roma, in continuo accostamento (forse solo degli altri) a Fellini,
Sorrentino scompone la sua città: la fede, la ricchezza, la mala
vita, la cultura, l’accademia, lo sport, la vita e la morte, la
musica e l’arte. Ogni “episodio” che vede protagonista il
personaggio di Celeste della Porta vede
rappresentata una delle caratteristiche della città. Una grande
metafora della ricchezza composita e inafferrabile della splendida
ninfa nata dal mare.
Parthenope di Paolo Sorrentino – Foto Credit Hollywood Authentic/
Greg Williams
La spiegazione del finale di
Parthenope
Nel finale del film, Sorrentino
torna alla narrazione classica, attraverso il personaggio di
Stefania Sandrelli, una Parthenope non più
giovane, ma saggia e risolta, che una volta raggiunta la pensione
torna a Napoli e si pacifica con lei. La giovinezza, l’età verde in
cui tutto è possibile, è passata ma guardando la città intorno a
sé, la donna si rende conto che esiste una eredità in essa, proprio
per il fatto che l’ha attraversata così in profondità, l’ha
indossata come la preziosissima mitra che porta con regalità in una
delle sequenze più discusse del film, e con fierezza è diventata
una sola cosa con Napoli.
Come detto in apertura, Paolo
Sorrentino non è un uomo di risposte, ma di domande, e sebbene le
spiegazioni siano sempre appaganti, il dubbio e l’interpretazione
delle sue opere rimarrà sempre uno degli aspetti più interessanti
della sua produzione.
“L’ingegneria dei videogiochi
mette in campo una vera e propria creazione di un mondo, oggi,
molto più che un film. L’estetica di un gioco per me è una delle
forme espressive più interessanti in
circolazione”.Con
queste parole il regista Harmony
Korine presentava il suo film AGGRO
DR1FT al Festival di
Venezia nel 2023. Un esperimento, il suo, che
contribuiva alla spinta verso un superamento del cinema così come
lo conosciamo verso una maggiore ibridazione con l’arte, l’estetica
e le regole dei videogiochi. Poco più di un anno dopo, ecco
arrivare Grand Theft Hamlet, un documentario
realizzato interamente all’interno di un videogioco e basato su uno
spettacolo teatrale, anch’esso avvenuto nel medesimo ambiente
virtuale.
Si tratta dell’esperimento
realizzato da Pynny
Grylls e Sam Crane, con la
partecipazione dell’attore Mark Oosterveen,
che si configura come nuova clamorosa dimostrazione di quanto
profetizzato da Korine. Già da tempo, in realtà, il cinema ha
ripreso a piene mani certe dinamiche dei videogiochi per includerle
all’interno delle proprie convenzioni. Film come Source
Code o Edge
of Tomorrow ne sono un esempio. Ma
con Grand Theft Hamlet si giunge a
qualcosa di completamente nuovo, un post-cinema che apre ad una
serie di scenari particolarmente entusiasmanti e ad una serie di
riflessioni su quella che di qui a pochi anni potrebbe diventare
una realtà molto più diffusa.
La trama di Grand
Theft Hamlet
Gennaio 2021. Il Regno Unito è al
suo terzo lockdown. Per gli attori
teatrali Mark e Sam,
il futuro appare desolante. Il primo – single e senza figli – è
sempre più isolato socialmente, mentre Sam è in preda al panico per
il mantenimento della sua giovane famiglia. Insieme, trascorrono le
loro giornate nel mondo digitale online di Grand Theft
Auto e quando si imbattono in un teatro, hanno
improvvisamente l’idea di mettere in scena una produzione completa
di Amleto all’interno del
gioco. Grand Theft Hamlet racconta
dunque la loro ridicola, esilarante e commovente avventura, mentre
combattono contro violenti truffatori e scoprono sorprendenti
verità sulla vita, sull’amicizia e sul potere duraturo di
Shakespeare.
Fuga dal mondo reale
Ci si potrebbero scrivere pagine e
pagine su un film (anche se chiamarlo tale è riduttivo)
come Grand Theft Hamlet, per cui cerchiamo di
andare con ordine. Partiamo con il dire che – come avranno intuito
gli appassionati – il videogioco all’interno del quale si svolge il
racconto proposto da Grylls, Crane e Oosterveen
è GTA, ovvero Grand Theft
Auto, una serie di videogiochi action-adventure open
world, tra le più famose di tutti i tempi, in cui il giocatore
controlla un fuorilegge e la sua ascesa nella criminalità
organizzata, portando a termine specifiche missioni o anche
semplicemente dandosi alla pazza gioia girovagando per la città.
Pazza gioia che, normalmente, prevede l’infrangere ogni regola
possibile.
Di questo videogioco esiste anche una versione online, dove singoli
utenti possono dunque incontrarsi, interagire – e soprattutto
uccidersi brutalmente a vicenda – in un mondo virtuale in cui tutto
è concesso, compreso l’allestire uno spettacolo teatrale, come
dimostrato dagli autori di Grand Theft
Hamlet. La volontà di Crane e Oosterveen, nata
dall’esigenza di contrastare la depressione data dal periodo del
Covid-19 nasce dunque come una vera e propria evasione dalla
realtà, ritrovando in GTA Online il luogo ideale dove poter fare
tutto ciò che in quel preciso momento storico non era possibile
fare nella realtà.
Si sviluppano già da qui una serie
di riflessioni sui mondi virtuali oggi disponibili, in cui è
possibile entrare con degli avatar (impossibile non pensare, su questo tema,
all’esemplare Avatar di James
Cameron). Nel momento in cui il mondo reale diventa un
luogo sempre più ostile, tra guerre, malattie e preoccupanti
scenari politici, ecco allora che le realtà virtuali diventano dei
luoghi utopici in cui poter trovare riparo, lasciandosi alle spalle
ogni preoccupazione. Certo, si tratta a suo modo di una fuga,
quando sarebbe più costruttivo cercare di risolvere le
problematiche del mondo, ma difficile non comprendere le ragioni
che portano a sceglierla, specialmente dinanzi ad una situazione
come quella del lockdown che non offre alternative.
Benvenuti nell’epoca del
post-cinema
Andando nel merito del film, però,
la prima cosa che colpisce è come sia stata riposta grande
attenzione nel replicare la grammatica cinematografica, con tutta
l’ampia gamma di inquadrature possibili, dai totali ai primi piani.
Regole che da tempo il mondo dei videogiochi ha ereditato,
rielaborandole e riproponendole però a modo proprio. L’effetto è
straniante, ma anche fortemente affascinante, in quanto ci porta a
vivere un vero e proprio cortocircuito sulla natura di ciò che
stiamo guardando. Non è live action, non è animazione, è il frutto
di un progresso tecnologico che promette di rivoluzionare
completamente l’arte del fare cinema.
Data la grande definizione e cura
dei dettagli che i videogiochi di oggi riescono a proporre, non è
impensabile l’idea che sempre più produzioni cinematografiche
possano affidarsi a queste possibilità virtuali per realizzare le
proprie storie, potenzialmente abbattendo enormemente i normali
costi che oggi si hanno. Divertente, a tal proposito, il dettaglio
dell’avatar di Pynny Grylls che, in
quanto regista del documentario, è presente in scena intenta a
svolgere le riprese (ovviamente finte) con uno smartphone.
Chiariamoci, il cinema per come lo conosciamo oggi, fatto di attori
in carne ed ossa e set tangibili, non sarà mai del tutto
sostituito, ma di certo è evidente che siamo sulla via di una
progressiva co-esistenza di queste realtà.
Grand Theft
Hamlet lo dimostra ampiamente, proponendoci un gioco
al quale si partecipa volentieri, tranquillizzati da ciò che in
esso ci è familiare e ammaliati dalle sue evidenti particolarità.
Un contrasto perfettamente rappresentato anche dalla volontà di
mettere in scena un testo classico per eccellenza come
l’Amleto di William
Shakespeare all’interno di un contesto ultra
contemporaneo. Tutti elementi che rendono il film semplicemente
imperrdibile, per alcuni probabilmente respingente, ma di certo
inevitabile dimostrazione delle possibilità del cinema del futuro
(o meglio, del presente).
Un film che si interroga anche
sull’elemento umano
Grand Theft
Hamlet è dunque prima di tutto un’esperienza visiva,
certo, ma nel corso c’è anche spazio in più occasioni per una
riuscita comicità – specialmente per via della frequente violenza
gratuita a cui gli utenti non sanno resistere -, e si ha occasione
di scoprirsi partecipi delle preoccupazioni di Sam e Mark per il
futuro. Preoccupazioni di carattere umano, che l’atto di
estraniarsi nel gioco non riesce a far dimenticare del tutto. Da
questo punto di vista, il film è allora anche un indicatore di dove
l’umanità stia andando, di come si tenda a perdere di vista
l’importanza di un reale rapporto e dunque la necessità di
preservarlo. Perfetto esempio, a riguardo, è la scelta di Pynny e
Sam di uscire dal gioco che stanno svolgendo in stanze diverse
della stessa casa e incontrarsi per davvero.
Di certo, in conclusione, torna
profetica un’altra affermazione di Harmony
Korine – stavolta
nel presentare Baby Invasion, un film
girato come uno sparatutto in prima persona: “Il motivo
per cui stiamo iniziando a vedere Hollywood crollare dal punto di
vista creativo è perché […] sono così chiusi nelle convenzioni, e
tutti quei ragazzi che sono così creativi ora troveranno altri
percorsi e andranno in altri posti perché i film non sono più la
forma d’arte dominante”. Da persona follemente lucida
quale si è dimostrato, ha probabilmente ragione. È all’arte del
videogioco e alle sue infinite possibilità che dobbiamo guardare
per capire come potrebbe essere il cinema di
domani. Grand Theft Hamlet ne è un
validissimo esempio.
Nel caos di film, serie e prodotti
audiovisivi che ogni giorno affollano i nostri schermi, è facile
rimanere storditi e finire con il sentirsi anestetizzanti nei
confronti di certe narrazioni o immagini. Ecco perché l’arrivo di
un film come Flow – Un mondo dasalvare è da salutare
con grande entusiasmo, in quanto riporta gli spettatori alla
riscoperta di una dimensione artistica in cui è ancora possibile
provare sincero stupore. Una dimensione che si basa sugli elementi
primari a partire dai quali fare di necessità virtù e realizzare
così un’opera capace di parlare a tutti in modo sincero e
diretto.
Gints Zilbalodis, regista lettone già distintosi nel
campo dell’animazione grazie a diversi cortometraggi e ad
Away, suo film d’esordio, ci consegna con questa sua opera
seconda un film magnifico per numerevoli ragioni, che andremo qui
di seguito ad esplorare proprio come i protagonisti di Flow – Un
mondo da salvare esplorano gli ambienti con cui entrano in
contatto. Dopo essere stato presentato con successo nella sezione
Un Certain Regard del Festival di Cannese aver vinto
l’Oscar come Miglior film d’animazione, questo si conferma
un’esperienza da non perdere, di quelle che ormai al cinema capita
di fare poche volte.
La trama di Flow – Un mondo da
salvare
Il mondo sembra volgere alla
termine, brulicante di tracce della presenza umana ma completamente
privo degli umani stessi. Protagonista del racconto è infatti un
gatto, animale solitario che si ritroverà suo malgrado a vivere la
più imprevedibile delle avventure. Un’alluvione senza precedenti
sommerge infatti il mondo, costringendo il felino a trovare riparo
in una barca su cui si trovano però anche altre specie animali.
Nonostante le loro differenze, si troveranno a dover fare squadra,
navigando attraverso mistici paesaggi sommersi e affrontando le
sfide proposte da questo nuovo mondo.
Una scena dal film Flow – Un mondo da salvare
Una fiaba per riscoprirsi parte
del mondo
Flow, il flusso, quello
dell’alluvione che sommerge le terre ma anche quello che scorrendo
ci porta a vivere l’avventura a cui siamo destinati. Partendo da
questo principio, tutto il film è un continuo movimento
(mozzafiato) – della macchina da presa, delle correnti d’acqua, dei
personaggi, della barca su cui hanno trovato riparo – che porta ad
attraversare non solo ambienti diversi ma anche differenti stati
d’animo. Li viviamo a partire dall’esperienza che ne fanno gli
adorabili protagonisti – un gatto, un cane, un lemure, un capibara
e un uccello – e potendo così osservare il modo in cui il viaggio
li cambia.
Zilbalodis ha infatti concepito il
film come un vero e proprio road movie, un’avventura dal
grande fascino visivo – merito di un’animazione “grezza” e onirica,
che trova proprio in queste sue particolarità il proprio valore –
che partendo da premesse narrativi semplici (ma mai
semplicistiche!) sprigiona davanti ai nostri occhi una serie di
tematiche che vanno dalla natura alla sua salvaguardia e fino
all’importanza del fare squadra dinanzi alle avversità, superando
ogni possibile e sciocca differenza. Perché pur non essendo
minimamente antropomorfizzati, gli animali protagonisti non possono
non ricordarci delle precise qualità umane, dall’isolamento
all’avidità.
Una fiaba, dunque, che – come tutte
le fiabe – parla di noi e della nostra contemporaneità. Lo fa però
in modo assolutamente privo di moralismi, adoperando un’innocenza a
cui non si può rimanere estranei e attraverso una serie di idee e
precise scelte di messa in scena particolarmente convincenti. Una
fiaba capace di divertire, commuovere e anche incutere timore,
grazie anche alle musiche dello stesso Zilbalodis e di
RihardsZalupe, che forniscono un accompagnamento
sonoro estremamente suggestivo, perfettamente combinato con le
tante sonorità naturali che animano il film.
Una scena dal film Flow – Un mondo da salvare
Il linguaggio delle
emozioni
Non ha bisogno di dialoghi
Zilbalodis, così come non ne ha avuto bisogno per il suo primo
lungometraggio, Away. Portando avanti un’attenta ricerca
sull’immagine, il regista e il suo team riescono brillantemente
nell’obiettivo di realizzare un film che, affidandosi unicamente
alle immagini e ai suoni, riesce a comunicare con grande forza i
propri messaggi e le proprie emozioni senza il bisogno di alcun
orpello in più. Motivando il suo totale rifiuto del parlato nelle
proprie opere, il regista ha spiegato che di un film ciò che
ricorda meglio sono le scene silenziose che si fondano
sull’eloquenza delle immagini.
Ed è così anche per Flow – Un
mondo da salvare, che offre una serie di quadri di
straordinaria bellezza, capaci di rimanere impressi nella mente per
i loro colori e tutti gli altri elementi che li compongono, che
siano la foresta selvaggia, le architetture umane o gli espressivi
occhi dei protagonisti. Non si avverte dunque mai la mancanza di un
dialogo, di una voce umana, non solo perché Flow – Un mondo da
salvare è già così meravigliosamente ricco a livello sonoro, ma
anche perché da un certo punto in poi ci sembra di poter davvero
comprendere i versi degli animali e ciò che vogliono dire.
Soprattutto, però, assistiamo alla
loro evoluzione nel modo più corretto: osservandola attivamente.
Del gatto protagonista, ad esempio, non viene mai detto a parole
“ricerca la solitudine, imparerà ad amare il gruppo”, ma assistiamo
a questo cambiamento giungendo noi stessi a questa conclusione,
vedendolo passare dal suo solitario specchiarsi nell’acqua al farlo
in compagnia dei suoi nuovi amici. Questo vale in realtà per ogni
valore che il film vuole trasmetterci, riuscendo a farlo proprio
perché trova il modo di comunicarlo in modo universale, parlando il
linguaggio delle emozioni anziché quello delle parole.
Flow – Un mondo da salvare è una
carezza al cuore
Flow – Un mondo da salvare è
allora davvero un film che merita di non passare inosservato, di
non finire schiacciato dalla mole di titoli che ogni giorno si
accalcano in sala o sulle piattaforme venendo divorati e ben presto
dimenticati. Zilbalodis ci consegna un’opera speciale, tra le più
importanti di quest’anno cinematografico, che chiede allo
spettatore di non forzarsi nella ricerca di determinati significati
ma di abbandonarsi al flusso dell’esperienza proposta. Un’opera che
nel suo “tornare alle origini” di un’arte rispolvera un senso della
meraviglia troppo spesso perduto, qui ritrovato e proposto come la
più gentile delle carezze al cuore.
Virgin
River ha ottenuto un rinnovo record. La serie romantica
di Netflix, che ha debuttato nel 2019, è basata sulla
serie di romanzi omonima di Robyn Carr e segue le vite degli
abitanti di una piccola città nel nord della California. Il cast
principale della serie, che è già pronto a continuare con la
prossima Virgin River – stagione 6, include Alexandra
Breckenridge, Martin Henderson, Colin Lawrence, Annette O’Toole,
Tim Matheson e Ben Hollingsworth.
Secondo Deadline, Netflix ha ufficialmente rinnovato
Virgin River per una settima stagione di 10 episodi. La
notizia arriva quasi due mesi prima della premiere della sesta
stagione. Questo rinnovo farà sì che la serie batta il record della
piattaforma di streaming per la serie drammatica in lingua inglese
più longeva, eguagliando le sette stagioni della commedia Grace
and Frankie e della serie drammatica Orange is the New
Black.
L’unica altra serie ad aver avuto
più stagioni è il teen drama spagnolo Elite, che si è concluso a
luglio dopo otto stagioni. Virgin River è ora anche la serie
originale più longeva di Netflix.
Cosa significa il rinnovo di
Virgin River per Netflix
Le serie future potrebbero
avere una possibilità
Una cosa per cui Netflix è
diventata famosa è la chiusura delle sue serie dopo poche stagioni.
Già nel 2019, THR riportava che molte delle serie della piattaforma,
anche quelle con un forte seguito, venivano cancellate alla
terza o quarta stagione per una serie di motivi finanziari, tra
cui evitare di rinegoziare i contratti dei talenti e non pagare
compensi più alti a chi lavora davanti e dietro la telecamera.
Questo potrebbe anche essere il motivo che ha portato alla
creazione di spin-off di serie cancellate o in fase di conclusione,
tra cui lo spin-off di Big Mouth, Human Resources, e
il prequel di Money Heist, Berlin.
Alcune delle serie popolari
della piattaforma sono riuscite a raggiungere una longevità contro
ogni previsione.
Il fatto che sia in fase di
sviluppo uno spin-off prequel, incentrato sui genitori di Mel
(Breckenridge), avrebbe potuto segnare la fine della serie
drammatica. Tuttavia, l’annuncio che il cast di Virgin River
si riunirà ancora una volta per una settima stagione continua a
sottolineare il fatto che alcune delle serie popolari dello
streamer sono in grado di raggiungere una longevità contro ogni
previsione.
Dopo l’anteprima
internazionale al Festival
di Cannes 2024, arriva in
sala Parthenope, l’ultimo inafferrabile e
affascinante lavoro di Paolo
Sorrentino, che dopo E’
stata la mano di Dio, rimane nella sua città per
raccontarla da un punto di vista diverso. Nel film precedente, il
regista aveva inquadrato la Napoli della sua infanzia, della sua
adolescenza, intorno a un racconto molto personale e intimo, qui
invece Sorrentino tenta la strada dell’allegoria in
cui Parthenope è Napoli e Napoli è
Parthenope, una donna splendida e inafferrabile e
inconoscibile che si muove trai piani dell’esistenza.
Il film è il racconto
della vita di questa donna dal nome rivelatore, nasce nel mare,
forse dal mare, ai piedi del Vesuvio e come la città che la vede
nascere ha molte facce, molti mondi e desideri. Dalla sua nascita,
nel 1950, ai giorni nostri, la donna cresce e progredisce,
attraversando l’esistenza e i suoi misteri.
Parthenope è nettamente
diviso tra storia e metafora
In una durata importante
ma doverosa (e mai
fastidiosa), Sorrentino dipana un doppio
racconto, scandito da un evento tragico e trasformante e che divide
a tutti gli effetti il film in un primo e un secondo
tempo, in cui la prima parte è un classico
racconto di formazione che cede il passo, nella
seconda metà, a una storia frammentata, metaforica, più evocativa e
poetica, senza dubbio più interessante ma anche meno
comprensibile.
Un film che si trasforma
da racconto di formazione in viaggio, strutturato in tappe nelle
quali Parthenope incontra tanti aspetti dell’umanità. Fa i conti
con la fede, quella popolare e quella politica, con la blasfemia,
con la cultura accademica, con il mondo dell’arte e della
recitazione, con la mafia addirittura, con il calcio, con
l’antropologia. Sospesa, come l’interpretazione della
splendida Celeste della Porta, non si fa
conoscere né attraversare da nessuno, preferisce la risposta a
effetto, la frase fatta e indimenticabile piuttosto che la verità,
ma da tutti assorbe conoscenza e sapere, esperienza, e accumula
così storia, proprio come Napoli, dai mille colori e sapori e mai
comprensibile appieno.
“A tien’ na cos’ a
racconta’?”
Paolo
Sorrentino sembra dimenticare è il fine ultimo del
racconto. In E’
stata la mano di Dio, Antonio
Capuano diceva: “A tien’ na cos’ a
racconta’?”, ovvero “Hai qualcosa da raccontare?” a un
titubante Fabietto. Ebbene questo sembra
proprio quello che manca a Sorrentino, in questo film, ovvero “la
cosa” da raccontare. E questo problema si avverte principalmente
nell’andamento ondivago del film, soprattutto nella seconda parte,
meno coesa da un punto di vista narrativo.
Un altro aspetto critico
ma interessante di Parthenope è il
linguaggio. Sorrentino si ostina a presentare dei personaggi che
parlano tutti alla stessa maniera, assertivi e vuoti, per frasi a
effetto. Tutti declamano le loro battute in una costante ricerca
del tono e della costruzione spettacolare della frase. Se da un
punto di vista del fruitore questa caratteristica del film può
diventare ridondante, potrebbe anche essere il tentativo di voler
raccontare un mondo in cui la teatralità di ciò che si
dice è sempre più importante di quello che viene detto. In
questo modo si sfugge alla noia, alla verità, alla riflessione
interiore che tanto spaventa, come si vede in rare eccezioni, come
l’attrice di Luisa
Ranieri o il professore di Antropologia
di Silvio
Orlando. Parthenope è
maestra di questo linguaggio spettacolarizzante, ricercando sempre
l’uscita geniale, il colpo di teatro, rispetto alla risposta, al
contenuto.
La spettacolarizzazione del
linguaggio come imitazione della napoletanità
In realtà questo modo
così distraente di esprimersi potrebbe anche essere un omaggio
di Paolo Sorrentino che prova a mettere
in scena in maniera alta e colta l’essenza della “napoletanità”,
nel suo film più “territoriale” (fino a questo momento): fare della
frase a effetto un modus per affrontare le
situazioni, per fingere consapevolmente che i problemi non
esistano.
Parthenope non è certo il film più compiuto
di Paolo Sorrentino, il quale però allo
stesso tempo fa un passo in avanti nella costruzione della sua
mitologia cinematografica. Ha raccontato la decadenza, della
Capitale, della politica, della società, e ha raccontato una
Napoli, location intima della sua infanzia e adolescenza, adesso
racconta la Napoli donna/città, un’operazione simile a quella che
Fellini aveva fatto con il suo Roma. Al tempo
la decisione di immortalare nella memoria collettiva
anche Parthenope, così come ha fatto per uno
dei capolavori di Fellini.
I thriller polizieschi, se ben
fatti, lasciano sempre allo spettatore qualcosa su cui riflettere.
Solitamente incentrati sulle vicende tra poliziotti buoni e
cattivi, questo genere è noto per affrontare questioni filosofiche
elevate quali l’onestà e la giustizia contrapposte alla
sopravvivenza e alla sicurezza, che continuano a ronzare nella
mente anche dopo la fine del film. L’ultimo film dello
sceneggiatore e regista Andrea Di Stefano,
L’ultima notte di Amore, dimostra che il regista
sa come realizzare un thriller poliziesco per spettatori attenti,
senza tralasciare gli elementi emozionanti tipici del genere.
L’ultima notte di
Amore racconta la storia di Franco Amore
(Pierfrancesco
Favino), un poliziotto onesto che, a pochi giorni
dalla pensione, decide con esitazione di lavorare come guardia del
corpo per un uomo d’affari cinese. Il suo ultimo giorno di lavoro,
la sua carriera immacolata viene messa a repentaglio quando un
incarico va terribilmente storto.
Cosa succede in
L’ultima notte di Amore?
Sono successe molte cose
nell’ultimo giorno di lavoro di Franco Amore come agente di
polizia. Solo dieci giorni prima aveva salvato la vita a un uomo
d’affari cinese, Zhang Zhu, che sarebbe morto per un arresto
cardiaco se Franco non fosse arrivato appena in tempo per
rianimarlo. Cosimo, cognato di Franco, era in affari con Zhu e
pensò che sarebbe stata una buona idea presentargli Franco e
chiedergli di fornire un servizio di sicurezza per Zhu.
Franco, che aveva 35 anni di
esperienza nelle forze dell’ordine, era il candidato ideale per
quel tipo di lavoro. Non aveva l’aspetto minaccioso o duro degli
altri agenti, cosa piuttosto insolita considerando che aveva
dedicato tutta la sua vita a un lavoro così faticoso. Sua moglie,
che ama profondamente, sembra essere la ragione di questo suo
atteggiamento. Viviana, allegra e di buon carattere, ha sempre
mantenuto viva la casa con la sua presenza. Non era il tipo di
donna che lo avrebbe lasciato solo mentre lui era via per risolvere
tutti i suoi problemi. Questo a volte irritava Franco, ma il più
delle volte avere Viviana come compagna era di grande aiuto. Franco
aveva anche una figlia dal precedente matrimonio che studiava
all’estero. Presto Franco sarebbe andato in pensione e avrebbe
avuto abbastanza tempo da dedicare anche a lei. Questa doveva
essere la sua intenzione, ma il destino aveva altri piani.
Aveva salvato la vita a Zhu, lo
aveva incontrato mentre era di guardia a Cosimo e aveva accettato
di fornire a Zhu lo stesso tipo di servizio che aveva fornito a
Cosimo. Aveva però detto al genero di Zhu che aveva delle
condizioni che, se non fossero state rispettate, gli avrebbero
impedito di fornire il servizio. Gli uomini di Zhu non avrebbero
trasportato armi o stupefacenti sotto la sua sorveglianza.
L’accordo era stato stipulato con chiarezza da entrambe le parti.
Franco era un po’ preoccupato nel vedere alcuni criminali cinesi in
cella, ma i soldi extra significavano che non avrebbe dovuto
preoccuparsi di sopravvivere solo con la sua misera pensione. Un
incarico arrivò proprio il giorno prima del suo pensionamento.
Voleva rimandarlo, ma la somma ingente lo spinse ad accettare il
lavoro. Franco non avrebbe mai dovuto accettare il lavoro, ma se ne
rese conto troppo tardi, causando la morte del suo partner,
Dino.
Come è morto Dino?
Pochi giorni prima del
pensionamento, Franco parlò a Dino del lavoro. Il denaro sarebbe
stato diviso e a Dino non dispiaceva accompagnare Franco. Anche
Dino aveva un figlio piccolo e il lavoro non doveva essere
pericoloso, o almeno così pensava. Considerando tutti questi
fattori, Dino accettò. Il giorno prima del pensionamento di Franco,
che era anche il suo compleanno, lui e Dino erano pronti a
trasportare una coppia cinese a Zhu. Trasportavano qualcosa di
grande valore in una valigetta, ma a Franco non importava. Il suo
obiettivo era portare a termine il lavoro e andarsene con i
soldi.
L’atmosfera si fece un po’ tesa
quando il veicolo ebbe improvvisamente una gomma a terra. La coppia
cinese si agitò e sia Franco che Dino fecero fatica a mantenerli
calmi. Una macchina della polizia iniziò a seguire Franco, che fu
costretto a fermarsi. Pensava di poter gestire la situazione, ma i
due agenti dei Carabinieri che lo seguivano non gli diedero ascolto
e non si curarono del fatto che fosse un poliziotto locale. La loro
insistenza lo ha fatto dubitare delle loro intenzioni, ma prima che
potesse decidere cosa fare, il cinese ha sparato a uno degli
agenti. Tutto è andato a rotoli e tutti tranne Franco sono morti.
Franco ha dato un’occhiata alla valigetta e ha trovato una scorta
di diamanti. L’ha gettata su un ponte abbandonato e è scappato.
Perché Franco non si
arrende?
Viviana, che aveva organizzato una
festa a sorpresa per Franco, riceve la notizia quando Franco la
chiama per chiederle di portargli dei vestiti puliti. Franco le
racconta che il lavoro è andato male e che Dino è stato ucciso.
Voleva andare alla polizia e raccontare tutto del suo legame con
Zhang Zhu, ma Viviana lo ha fermato. Secondo lei, potevano scappare
e ricominciare una nuova vita altrove. Tutta la sua carriera
sarebbe stata rovinata se qualcuno avesse saputo del suo
coinvolgimento negli omicidi. Ha cambiato idea e ha deciso di non
costituirsi non per le fantasie di Viviana, ma perché aveva ancora
la sensazione di poter risolvere il caso e scoprire chi c’era
dietro il lavoro mal fatto.
Franco arrivò sulla scena del
crimine dopo essersi presentato alla sua festa di compleanno,
assicurandosi così un alibi. Lì vide che qualcuno aveva piazzato la
pistola del cinese sul corpo di Dino, facendo sembrare che fosse
stato lui a uccidere l’agente dei Carabinieri. Prima di morire,
l’altro agente dei Carabinieri aveva composto un numero per
chiamare i rinforzi. Franco aveva fotografato i tabulati delle
chiamate prima di lasciare la scena del crimine, quindi sapeva che
l’ultimo numero chiamato doveva essere quello del poliziotto che
era arrivato sul posto e aveva piazzato la pistola su Dino. Ha
composto il numero e ha scoperto che l’uomo era un altro agente dei
Carabinieri che lo aveva visto scappare dalla scena del crimine.
Rivelare il suo nome ai superiori avrebbe potuto significare finire
in prigione. Franco rimane in silenzio sulla questione fino a
quando non gli viene in mente una domanda: chi ha detto a questi
poliziotti corrotti dei diamanti?
Spiegazione del finale di
L’ultima notte di Amore: Franco è
morto?
Dopo aver aiutato Viviana a trovare
i diamanti, le disse di prendere Ernesto, il figlio di Dino, e di
andare al villaggio di Dino fino al suo arrivo. Aveva finalmente
capito chi c’era dietro la rapina. Prima di morire, l’agente dei
Carabinieri aveva mostrato grande sorpresa e delusione perché le
era stato detto che Franco non aveva sparato, sottintendendo che
non si aspettava che lui avrebbe lasciato che il lavoro diventasse
violento. Franco aveva sentito lo stesso identico commento da
Cosimo, e solo lui sapeva che Franco avrebbe partecipato al lavoro.
Franco capì quindi che era stato Cosimo a manipolarlo per farlo
lavorare per Zhu, proprio perché pensava che avrebbe lasciato che i
diamanti venissero portati via.
Franco va direttamente da Cosimo,
lo cattura e lo porta da Zhu per rivelargli tutti i segreti. È qui
che Cosimo rivela che è stato il genero di Zhu a ideare l’intero
piano e che lui era solo un intermediario, che forniva gli agenti
corrotti della Carabinieri con l’aiuto di suo cugino Tito. Franco
non era ancora fuori dai guai. Zhu aveva perso i diamanti, che ora
erano in possesso di Viviana. Quando gli viene chiesto di
restituirli, Franco rifiuta come punizione per aver infranto
l’accordo di non permettere a uomini armati di entrare nella sua
proprietà. Se il cinese non avesse avuto la pistola, non avrebbe
potuto sparare per primo, causando la morte di cinque persone. I
diamanti servono anche a Ernesto per sopravvivere. Se l’inchiesta
avesse scoperto il suo coinvolgimento nella scena del crimine,
Franco avrebbe perso la pensione e Viviana e sua figlia sarebbero
rimaste senza mezzi di sussistenza. Spiegando questo motivo per non
restituire i diamanti, Franco lascia l’edificio e conclude i suoi
35 anni di servizio, annunciando il suo pensionamento. Si vede un
uomo uscire dall’edificio, forse per sparare a Franco.
Si può presumere che Franco sia
morto. L’uomo era probabilmente una delle guardie di Zhu inviata
per uccidere Franco per la sua audacia nel non restituire i
diamanti. Ma l’ultimo giorno gli aveva aperto gli occhi su un mondo
completamente diverso. Suo cognato lo aveva tradito ed era furioso.
L’intera personalità di Franco ha subito un grave cambiamento negli
ultimi giorni. Era considerato un poliziotto onesto ma debole, che
aveva paura di sparare, ma era cambiato molto nelle ultime ore. La
sua indecisione aveva causato la morte del suo amico Dino e forse
non sarebbe mai più stato così indeciso. Quindi, è molto probabile
che quando Franco ha visto l’uomo arrivare da lontano, questa nuova
versione di sé stesso gli abbia sparato per primo, assicurandosi di
poter rivedere la sua famiglia. Ma poi, come suggerisce il titolo
del film, quella era la sua “ultima notte”, il che fa pensare che
sia morto. Oppure potrebbe significare che era semplicemente il suo
ultimo giorno da poliziotto onesto e rispettoso della legge e che
da quel momento in poi anche lui avrebbe sparato per primo quando
si fosse trovato di fronte a un criminale.
Nell’immediato dopoguerra, il
Partito Comunista Italiano avviò un’iniziativa sociale per
sostenere le famiglie del Sud, duramente colpite dal conflitto.
Erano chiamati i “treni della felicità”, convogli
che partivano dalle città devastate del Meridione verso il Nord. I
vagoni erano pieni di bambini, accolti temporaneamente da famiglie
più agiate che potevano garantire loro cibo e vestiti, in un
tentativo di contrastare la povertà e il degrado. Dopo un periodo,
infatti, avrebbero fatto ritorno dai loro cari.
Da questa vicenda, che è parte
della nostra Storia, Viola Ardone trae ispirazione per il suo
romanzo del 2019, Il treno dei
bambini. Qualche anno
dopo, Cristina Comencini ne presenta l’adattamento
cinematografico alla 19esima edizione
della Festa del Cinema di Roma, nella sezione Grand Public. La
regista firma la sceneggiatura insieme a Furio Andreotti, Camille
Dugay e Giulia Calenda, affidando i ruoli principali a un cast di
grandi volti italiani: Stefano
Accorsi nel ruolo di Amerigo da
adulto, Serena
Rossi, Barbara
Ronchi e il giovane e
promettente Christian Cervone. La pellicola,
prodotta da Palomar, arriverà su Netflix il
4 dicembre.
Il treno dei bambini, la
trama
Amerigo Speranza è un
violoncellista famoso. Prima di uno spettacolo a teatro, viene
raggiunto da una telefonata nella quale sua madre gli dice che sua
madre è morta. Ma come è possibile? Nella scena seguente è il 1946.
Amerigo è un bambino povero, che vive scalzo per le strade di
Napoli contando le scarpe della gente. Scorrazza insieme al suo
amico Tommasino e a volte fa dei lavoretti per portare qualche
soldo a casa, dalla madre Antonietta, che cerca di crescerlo come
meglio può. Finché non inizia a girar voce che il PCI sta
organizzando dei treni per portare i bambini da famiglie più
abbienti che se ne possano prendere cura per un periodo. Molte
donne del quartiere cominciano a inveire contro l’iniziativa,
spaventando tutti: dicono che li spediranno dai russi che li
getteranno nel fuoco. La verità, però, è molto più dolce di quella
descritta dalle signore e nasconde un atto di puro amore verso un
Paese in ginocchio, che ha bisogno di ritrovare l’equilibrio
partendo proprio dai bambini, gli uomini del domani. Seppur
contrario alla partenza, una volta arrivato a Modena, Amerigo verrà
accolto da Derna, che con i bambini proprio non ci sa fare. Amerigo
le fa però riscoprire il suo lato materno, e una volta connessi,
per i due sarà difficile separarsi.
Cosa definisce una madre?
Guardando Il treno dei
bambini, è impossibile non pensare a ciò che sta succedendo
nel mondo. I bambini che un tempo cercavano la felicità e la
sicurezza sono gli stessi che oggi fuggono dalle guerre in Ucraina,
Israele e Palestina. Passato e presente si intrecciano, dialogando
tra loro e portandoci a continue riflessioni. Il film di Comencini
si radica nel dopoguerra, che funge da scenario – ricordandoci però
che la nostra realtà non è così lontana da quella di allora –
per raccontare la storia di due madri. Chi è
una madre? Cosa la rende tale? Sono domande che trovano risposta
nelle figure di Derna e Antonietta, due donne agli antipodi per
carattere e mentalità, ma profondamente simili quando si tratta di
amare.
In un periodo in cui il concetto di
maternità e il suo significato sono sempre più messi in discussione
– basta pensare alle recenti leggi italiane – il film lancia un
messaggio chiaro: madre è chi ama, indipendentemente
dal legame biologico. Madre è colei che vede in un bambino
un figlio, un legame che va oltre il sangue. E non esiste
necessariamente una sola madre. Per Amerigo, entrambe lo sono,
perché entrambe hanno costruito la sua vita, tassello dopo
tassello, donandogli qualcosa di indimenticabile. Nel caso di
Antonietta si tratta della musica, da cui imparerà ad avere
l’orecchio per suonare il violino. Nel caso di Derna è la
conoscenza e la possibilità di sognare.
Ronchi e Rossi: due interpreti
d’eccezione
L’idea di fondo è potente, così
come la storia che si porta sullo schermo. Barbara Ronchi e Serena
Rossi dipingono il ritratto di due donne forti e
vulnerabili allo stesso tempo, restituendoci la loro
determinazione. Sono attrici mature, capaci di
comporre le giuste espressioni sul volto per farci cogliere ogni
sfumatura emotiva. Visivamente, la fotografia di Italo
Petriccione rende bene le due facce del dopoguerra: da un lato la
povertà e i colori spenti delle città devastate come la Napoli
bombardata, dall’altro le tonalità più calde che avvolgono la
tranquillità di Modena.
Comencini si concede spesso a scene
di forte sentimentalismo, mirate a far scendere lacrime facili.
Anche se a tratti questo può risultare eccessivo, il film riesce a
raccontare una storia di vera bellezza, dove l’Italia, divisa ma
mai arresa, ha trovato la forza di rialzarsi. E lo ha fatto grazie
a molte donne come Antonietta e Derna, tanto diverse quanto unite,
che hanno saputo collaborare per costruire il Paese che conosciamo
oggi.
Avvocato di difesa – The
Lincoln Lawyer – stagione 3 include diversi salti
temporali e flashback che confondono la linea temporale, sollevando
interrogativi su quanto tempo sia trascorso. Basata sui libri di
Michael Connelly, la serie Netflix segue le vicende di un avvocato
difensore privato di nome Mickey Haller e del suo team mentre
affrontano importanti casi penali. La terza stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyeradatta The Gods of Guilt, il
libro in cui Mickey difende Julian La Cosse, accusato dell’omicidio
del suo ex cliente, Glory Days.
Il finale della
seconda stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyerdi Netflix prepara perfettamente questa
trama e riprende esattamente da dove si era interrotto l’ultimo
episodio. Nella terza stagione, anziché raccontare tutto in modo
lineare e costante, la serie fa diversi salti temporali. Può
essere difficile tenere traccia di tutto ciò che è accaduto nel
corso del tempo, di quanto tempo è passato e di cosa succede
durante i salti temporali. Tuttavia, ogni pezzo del puzzle è
essenziale per il finale della terza stagione di The Lincoln
Lawyer.
Quanto tempo passa nella terza
stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer
L’evento centrale della terza
stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer è
il periodo di detenzione e il processo di Julian La Cosse, a
partire dal momento in cui Mickey accetta ufficialmente il caso
fino a quando non si arriva a un accordo per detenzione
illegittima. Nell’episodio 2, viene rivelato che Julian dovrà
rimanere in prigione fino al processo perché è accusato di
circostanze speciali. Sebbene Mickey preveda che Julian rimanga in
carcere per otto mesi, il periodo effettivo finisce per essere
leggermente più lungo.
C’è un salto temporale di sei mesi
tra l’episodio 2 e l’episodio 3. In quest’ultimo, Izzy dice che il
processo non inizierà prima di altri tre mesi. Lorna sostiene anche
l’esame di abilitazione e dice che non riceverà i risultati prima
di tre mesi. All’inizio dell’episodio 6, Mickey conferma che
mancano due mesi al processo. Alla fine dell’episodio 6, il
processo di Julian sta iniziando e Lorna sta ricevendo i risultati
dell’esame di abilitazione. Considerando tutto ciò, Julian è
rimasto in prigione per nove mesi prima della data del processo,
invece che otto.
Dopo che le accuse contro Julian
vengono ritirate, l’ultimo episodio fa un salto in avanti di
quattro mesi rispetto ai nove precedenti, portando il periodo di
tempo totale a 13 mesi. Non è la prima volta che la serie
condensa lunghi periodi di tempo. Le lacune sono tipicamente una
necessità narrativa nel genere dei legal drama, perché i casi
giudiziari procedono sempre lentamente, anche nelle circostanze
migliori. A differenza di molte serie TV, quasi tutti i salti
temporali avvengono fuori dallo schermo.
La serie lascia inoltre agli
spettatori il compito di riempire i vuoti e immaginare cosa succede
ai personaggi di Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer durante questi intervalli. Il mese che intercorre
tra gli episodi 3 e 6 viene mostrato sullo schermo. Il salto
temporale durante l’episodio 6 è evidente, con il team di Mickey
che continua a prepararsi per il processo. Tuttavia, sono
disponibili meno informazioni sui sei mesi tra gli episodi 2 e 3,
il che richiede speculazioni basate su indizi contestuali.
Cosa è successo tra gli episodi
2 e 3?
Il primo salto temporale nella
terza stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer avviene tra gli episodi 2 e 3, e in quei sei mesi
accadono molte cose. Il cambiamento più evidente è che Andy e
Mickey iniziano una relazione romantica e sessuale occasionale.
Mickey dice a Lorna, dopo il salto temporale, che in precedenza lei
si era allontanata ogni volta che lui aveva cercato di rendere le
cose più serie, dando al pubblico un’idea della dinamica della
coppia durante quei sei mesi.
Dato che Lorna sostiene l’esame di
abilitazione in Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer episodio 3, si presume che abbia terminato la
facoltà di legge durante il periodo di sei mesi e si sia
concentrata completamente sullo studio. Un altro cambiamento degno
di nota tra i due episodi è il comportamento di Eddie. Il giovane
appare teso quando inizia a lavorare con Mickey. Tuttavia, nel
terzo episodio, interagisce con il resto del team, sembra più
felice e prova nuovi cibi. Questo indica che si sente più rilassato
e a suo agio nel suo lavoro con Mickey.
Flashback: il primo caso di
Mickey contro Neil Bishop
Il flashback nella terza stagione
di The Lincoln Lawyer, episodio 1, inizia con Mickey che fa surf la
mattina prima dell’udienza. Maggie viene a trovarlo e i due
organizzano un appuntamento serale. Dal loro modo di interagire, si
capisce che lui e Maggie hanno ancora un rapporto affettuoso e
amorevole, a dimostrazione del fatto che i loro conflitti non sono
diventati gravi fino a quando lui non ha lasciato l’ufficio del
difensore pubblico.
Il flashback continua con Mickey
che interroga Neil Bishop, all’epoca detective, sul suo mandato di
perquisizione a casa di un sospettato. Neil ha perquisito
illegalmente un’auto, trovando prove di un crimine.
Al banco dei testimoni, dichiara
che all’epoca si trovava nel garage, ma Mickey dimostra che non può
essere vero. Questa scena non solo stabilisce il rancore che Neil
Bishop nutre nei confronti di Mickey, ma lo rivela anche come un
poliziotto disposto a infrangere le regole per ottenere ciò che
vuole.
Il percorso di Neil conferma
l’affermazione di Legal Siegal secondo cui i cattivi con il
distintivo sono i peggiori, sottolineando un sistema disposto a
chiudere un occhio sugli atti dannosi commessi dagli
agenti.
Sebbene inizialmente Bishop agisca
in nome della giustizia, da un mandato di perquisizione illegale il
passo è breve per accettare tangenti e mentire in un caso. È
interessante notare che è rimasto detective per almeno cinque anni
dopo il mandato di perquisizione illegale. Questo può essere
accertato perché era sul posto durante il doppio omicidio dieci
anni prima della terza stagione di Avvocato di difesa – The
Lincoln Lawyer, quando ha incontrato l’agente De Marco. Il
percorso di Neil conferma l’affermazione di Legal Siegal secondo
cui i cattivi con il distintivo sono i peggiori, sottolineando un
sistema disposto a chiudere un occhio sugli atti dannosi commessi
dagli agenti.
Flashback: Mickey incontra
Glory Days
Prima della prima stagione di
Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer
Quando la serie Netflix introduce
Glory Days nella prima stagione, viene rivelato che in passato era
una testimone nel caso Jesus Menendez, ma è fuggita prima di poter
testimoniare. Il flashback nella seconda puntata della terza
stagione di The Lincoln Lawyer mostra il momento in cui Mickey e
Glory Days si incontrano per la prima volta. Gli eventi
corrispondono alla storia già nota, quindi non aggiungono nulla
alla narrazione. Tuttavia, il flashback offre un ampio sviluppo
dei personaggi sia della donna deceduta che del suo
avvocato.
Mickey ha offerto a Glory molta
empatia in una situazione in cui altri l’avrebbero respinta.
Credeva a ciò che lei diceva, probabilmente perché anche lui aveva
avuto a che fare con la dipendenza. Tuttavia, è anche realista e le
spiega che gli altri non accetterebbero le sue dichiarazioni nelle
sue condizioni attuali. Per questo motivo, si offre di aiutarla a
disintossicarsi dalle sostanze di cui fa uso, in modo che possa
trovarsi in uno stato mentale migliore per testimoniare. Si tratta
di una rappresentazione molto più morbida e vulnerabile di entrambi
i personaggi. Mickey non cerca di essere duro come al solito e
Glory non si comporta in modo irremovibile.
Flashback: l’agente De Marco e
Neil Bishop si incontrano
Lara Solanki/Netflix
Dieci anni prima della terza
stagione di The Lincoln Lawyer
Nell’episodio finale della terza
stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer, un
flashback mostra il primo incontro tra Neil Bishop e l’agente De
Marco. De Marco ha approfittato delle debolezze di Neil Bishop,
corrompendolo per fermare le indagini sul doppio omicidio. In
definitiva, questa scena fornisce il contesto su come e perché
Bishop è arrivato a essere colpevole dell’omicidio di una donna
innocente. In definitiva, questo flashback era necessario anche per
spiegare il comportamento ambiguo di Neil Bishop che ha portato al
finale della terza stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer. La sua ostilità nei confronti di Mickey non era solo
frutto di rancore, ma anche di ricatto.
Il primo film di Sara
Petraglia, L’albero, in concorso alla Festa di Roma
nella sezione Progressive Cinema, è un viaggio di formazione
assieme duro e poetico, tragico e leggero, un coming of age romano,
che prende corpo nelle strade del Pigneto. La regista e
sceneggiatrice, figlia di uno dei più noti sceneggiatori italiani,
Sandro Petraglia, sceglie una storia di amicizia, amore e
dipendenza per il suo esordio sul grande schermo.
La trama de
L’albero
Bianca, Tecla Insolia, è
una ventenne che si trasferisce a Roma per frequentare
l’università. Trova un appartamento al Pigneto assieme alla sua
amica Angelica, Carlotta Gamba. Dalla finestra di casa si vede un
maestoso albero al di là della ferrovia. Lontane dalle loro
famiglie e con quella voglia spregiudicata e adolescenziale di
sperimentare tutto senza pensare alle conseguenze, le due ragazze
sprofondano nella dipendenza da cocaina. Una gita a Napoli non
cambia le cose. Insieme sperimentano amore e morte, finché per
ciascuna arriva il momento di scegliere cosa fare della propria
vita.
Un modo diverso di
raccontare la dipendenza
Raccontare la dipendenza
in modo non convenzionale era uno degli obiettivi dichiarati di
Sara Petraglia. La regista lo fa innanzitutto senza giudizio, ma
solo descrivendo. Non ci sono enfasi ed estremizzazione eccessiva,
ma neppure la volontà di edulcorare. Petraglia affida il suo
racconto a due “insospettabili”, due ragazze dalla faccia pulita,
apparentemente lontane anni luce dal mondo delle sostanze, da chi
lo popola, da chi vi gravita attorno. Mai come in questo caso,
l’apparenza inganna. Si mettono così in discussione pregiudizi e
visioni precostituite. In modo realistico e non immaginifico o
fantasioso, il film mostra anche come si possa superare la
dipendenza, senza sconti o scorciatoie.
Un film
sull’adolescenza e il male di vivere
Tuttavia,
L’albero non è, o non è solo, un film sulla dipendenza. Le
famiglie delle protagoniste non compaiono mai. C’è solo il gruppo
dei pari, amiche e amici. Ventenni come tanti ma, come nota Bianca
in una scena emblematica del film, tutti molto tristi. La
protagonista per prima si rifugia nell’uso di sostanze, non solo
cocaina, per dare spallate a questa tristezza, al dolore che da
sempre la accompagna. Quello leopardiano – non per nulla
un’immagine del poeta di Recanati campeggia nel salotto di casa –
che scaturisce dalla consapevolezza della caducità della vita,
della natura effimera della felicità, sempre fugace. Bianca non
sopporta tutto ciò e la vita, così com’è le sembra troppo difficile
da affrontare.
Preferisce rifugiarsi
nei libri e nei diari che lei stessa scrive, nell’immaginazione,
anziché vivere la realtà. Sembra quasi che, con l’incoscienza della
loro età, le due amiche siano disposte perfino a rinunciare alla
vita stessa. La regista le mostra in questo momento di spericolata
leggerezza e nel percorso che porterà in particolare Bianca, su cui
si sofferma maggiormente lo sguardo di Petraglia, a fare i conti
con questa sofferenza, questa sorta di malinconia, che è parte di
sé.
L’albero,
opera prima semplice ed efficace
L’albero ha una
costruzione semplice, con pochi elementi, messi ben a fuoco. La
sceneggiatura è lineare e questo consente alla regista, che l’ha
curata, di tenere la materia del film efficacemente sotto
controllo. Petraglia riesce a tenere insieme nella sua visione
disincanto e poesia, affrontando con levità temi intimi e profondi.
Una leggerezza che certo non è sinonimo di superficialità. La
regista rende anche con vivida immediatezza la vita del quartiere
che descrive, sembra conoscerlo bene. Anche nell’inserto
napoletano, che sposta l’azione in altro luogo, lo spettatore vede
una Napoli insolita per il nostro cinema, né da cartolina, né da
cronaca nera. Le sue strade di notte, come l’umanità che le abita,
somigliano a quelle del Pigneto, ma potrebbero trovarsi in
qualsiasi altra parte del mondo.
Le interpretazioni
di Tecla Insolia e Carlotta Gamba
Tecla Insolia – L’arte
della gioia – e Carlotta Gamba – Gloria!, Vermiglio, Dostoevski –
offrono interpretazioni sentite e coinvolgenti, mai sopra le righe.
Così vuole la regista, che le dipinge come due ragazze
normalissime, invitando anche lo spettatore a riflettere su quanto
il tipo di malessere presente nel film possa essere diffuso.
L’albero è un esordio convincente, che mescola un dolore
esistenziale profondo all’incoscienza e all’ingenuità dei
vent’anni. Un film sulla difficoltà di raggiungere un equilibrio
nella vita, per viverla senza farsene rovinosamente travolgere.
Questo equilibrio sembra essere come l’albero del titolo: bello,
maestoso, ma apparentemente irraggiungibile. Spesso però, basta
cambiare strada per arrivarci, magari optando per un percorso meno
lineare, meno immediato, forse più lungo, più tortuoso, ma che
porta proprio lì.
Presentata alla
Festa del Cinema di Roma
nella sezione Freestyle, Avetrana – Qui non è Hollywood è
la serie tv di Pippo Mezzapesa che ricostruisce in
quattro episodi la tragica vicenda di Sarah Scazzi, quindicenne
pugliese scomparsa il 26 agosto 2010, il cui corpo senza vita fu
ritrovato in un pozzo più di un mese dopo. La serie è tratta dal
libro Sarah, la ragazza di Avetrana, di Carmine Gazzanni e Flavia
Piccinni.
Avetrana – Qui non è
Hollywood, un titolo eloquente
Pippo Mezzapesa –
regista pugliese saldamente legato alla sua terra, autore di lavori
come Il bene mio e Ti mangio il cuore – intraprende qui
un’operazione rischiosa. Il caso di Sarah Scazzi è stato tra quelli
che hanno suscitato più clamore ed eco mediatica degli ultimi anni.
Eco che ha volte si è trasformata persino in fenomeni di morbosità
e fanatismo. La domanda che ci si pone accostandosi alla visione è
se e come Mezzapesa intenda evitare il rischio di essere
considerato l’ennesimo tentativo di lucrare sulla vicenda. Da
questo punto di vista, il qui non è Hollywood del titolo,
sembra essere una vera e propria dichiarazione di intenti. La
critica all’assalto mediatico scatenatosi nella piccola cittadina
pugliese fin dalle prime notizie della scomparsa di Sarah, e poi
via via incrementato, fino a diventare quasi una forma di assedio
alla città, è evidente fin dall’avvio della serie. Basti citare il
riferimento ai veri e propri tour organizzati da provider senza
scrupoli sui luoghi della tragedia. Ciò spinge a riflettere sui
meccanismi di massa che si innescano da più parti in questi casi.
Non sono infatti solo i media a sfruttare al massimo la notizia, ma
anche chiunque possa. La gente comune, dal canto suo, sembra cedere
spessissimo al richiamo di una curiosità malata. Si può dibattere
se sia opportuno trattare o meno di questi fatti di cronaca in una
serie tv. Ciò che conta, però, è come viene trattata la
vicenda.
Luci, ombre e
atmosfere inquietanti in Avetrana – Qui non è Hollywood
In Avetrana – Qui non è
Hollywood il regista punta all’essenziale. Il film si muove tra due
poli opposti: il sole della provincia tarantina, la pizzica, il
mare, l’estate da una parte, i due nuclei familiari protagonisti
dall’altra, composti da personalità piene di lati oscuri perfino a
sé stesse e che si muovono in ambienti altrettanto oscuri, come il
luogo in cui si ritira Michele Misseri. Il film riesce senza dubbio
a creare attesa e angoscia nello spettatore, mentre si immerge
nell’analisi dei protagonisti.
Mancanza di amore e
non accettazione di sé
Mezzapesa vuole entrare
nei meccanismi psicologici dei personaggi, nel loro disagio, a
partire da quello di Sarah. Le due famiglie protagoniste sono
legate da rapporti di dipendenza perversi e distorti. La mancanza
di amore domina su tutto. È quella che prova Sarah, Federica Pala,
che ha sete di riconoscimento e affetto da parte della madre
Concetta, Imma Villa, la quale però appare incapace di soddisfare
questo bisogno. Sarah soffre anche la mancanza del fratello, a
Milano per lavoro. Ha sete di abbracci, li chiede continuamente.
Finisce per trovarli a casa degli zii, Cosima, Vanessa Scalera, e
Michele, Paolo De Vita. Anche la loro figlia, Sabrina, la cugina di
Sarah, ha sete di amore e riconoscimento. Si sente sbagliata, è in
lotta con sé stessa, col suo corpo, non si accetta. Il legame con
Sarah è stretto e appare morboso, di odio e amore. Sarah ai suoi
occhi sembra rappresentare un modello irraggiungibile, ma al
contempo è ancora una “bambina” da manipolare. I coniugi Misseri
non sono da meno e tutti insieme compongono il quadro di due
famiglie disfunzionali, i cui rapporti malati non possono che
sfociare in qualcosa di tragico e indicibile.
Quattro episodi,
quattro punti di vista
La narrazione è divisa
in quattro episodi, ciascuno dal punto di vista di un personaggio:
Sarah, Sabrina, Cosima e Michele. Lo stesso regista cura la
sceneggiatura con Antonella Gaeta e Davide Serino, come già per Ti
mangio il cuore. Questa organizzazione della materia narrativa
permette di entrare ancora più a fondo nella psicologia dei
personaggi, che è poi l’elemento realmente inquietante del lavoro.
Anche i dialoghi sono molto ben costruiti, realistici e l’uso del
dialetto appropriato.
Le interpretazioni
in Avetrana – Qui non è Hollywood
Le interpretazioni dei
protagonisti sono tutte a fuoco, forse quella con meno guizzi è
proprio quella di Sarah, Federica Pala, mentre davvero efficace e
di forte impatto è quella di Sabrina, anche la più complessa. A
darle corpo, con una sorprendente trasformazione, è Giulia Perulli,
che attraversa un arco emotivo notevole, risultando sempre
credibile e trasmettendo allo spettatore angoscia e inquietudine
profonde, non senza momenti in cui affiora il desiderio di
spensieratezza che una giovane donna può avere. Parimenti
disturbanti, ma più minimaliste, le interpretazioni di Cosima
Serrano, madre di Sabrina, una straordinaria Vanessa Scalera, e
Michele Misseri, il marito, zio di Sarah, interpretato da Paolo De
Vita. Nel cast anche Anna Ferzetti, la giornalista, Giancarlo
Commare, Ivano, il ragazzo conteso tra Sarah e Sabrina, Antonio
Gerardi, il maresciallo. Avetrana – Qui non è Hollywood è
un’operazione che può piacere o meno, ma che riesce nell’intento di
essere scomoda e disturbante sia per come dipinge i protagonisti,
sia perché mette bene in luce i meccanismi di certi fenomeni di
massa.
Il finale della seconda stagione di
From
ha spiegato alcuni misteri cruciali sulla città centrale,
concludendosi con un cliffhanger. Dopo il finale scioccante
dell’episodio 9 della seconda stagione di From, la serie
riprende con Julie, Randall e Marielle in uno stato simile al coma,
in cui subiscono torture intermittenti da parte di entità
invisibili. Nel frattempo, Tabitha e Jade si avventurano nella
pericolosa foresta nel tentativo di trovare risposte sui bambini e
sui simboli che appaiono nelle loro visioni. Mentre Boyd corre per
“fermare la melodia”, il finale della seconda stagione di
From porta diversi personaggi al culmine della loro lotta
contro le forze sinistre della città.
Alla fine, Boyd distrugge il
carillon e libera Randall, Julie e Marielle dal destino che la
inquietante filastrocca di From aveva loro riservato. Jade incontra
il simbolo nei tunnel e ha delle visioni di bambini distesi sulle
rocce che ripetono “anghkooey”, il che si ricollega alle visioni di
Tabitha sui bambini che l’hanno condotta al faro. Gli ultimi
momenti del finale della seconda stagione di From vedono Tabitha
spinta fuori dal faro e risvegliarsi in un ospedale fuori città, il
che conferma una via di fuga per i residenti e crea un viaggio
complesso per Tabitha per ricongiungersi con la sua famiglia
intrappolata.
Il destino di Tabitha nel
finale della seconda stagione di From spiegato
Come è riuscita a tornare a
casa
In un colpo di scena dell’ultimo
minuto nel finale della seconda stagione di From, Tabitha
riesce a tornare a casa dopo essere andata al faro. Una volta
salita le scale della torre del faro e arrivata in cima, Tabitha
viene accolta dal Ragazzo in Bianco, che si scusa prima di
spingerla fuori dalla finestra di vetro. Tabitha si risveglia poi
con dei graffi sul viso in un ospedale fuori città, dove i medici
le rivelano che era in coma dopo essere stata trovata su un
sentiero escursionistico.
Una teoria su From è che
tutti gli abitanti della città siano in coma a seguito di un
incidente stradale.
Sebbene non sia chiaro se la caduta
di Tabitha dal faro significhi che è morta in città ma al sicuro
fuori, questo significa che i personaggi di From possono
riuscire a trovare la strada di casa. Il risveglio di Tabitha
dal coma potrebbe essere visto come una conferma delle bizzarre
teorie della seconda stagione di From secondo cui i
personaggi della città sono in realtà in coma dopo incidenti
stradali.
Questa interpretazione
significherebbe che tutti i personaggi della seconda stagione di
From sono in coma fuori dalla città, ma devono “morire” per
risvegliarsi dall’altra parte. Tuttavia, questo è altamente
improbabile, dato che Tabitha è stata trovata da alcuni
escursionisti su un sentiero senza nessuno della sua famiglia o il
camper nelle vicinanze. Pertanto, è stata la caduta di Tabitha
dal faro a mandarla a casa da sola, con i graffi sul viso causati
dal vetro della finestra piuttosto che dall’incidente con il
camper.
Il faro è un portale per
tornare a casa?
Perché il ragazzo in bianco ha
spinto Tabitha
In From stagione 2,
flashback dell’episodio 8 sull’infanzia di Victor, viene rivelato
che sua madre andò al faro per cercare di trovare un modo per
tornare a casa, e Tabitha ripeté questa tattica 40 anni dopo.
Sebbene sembri che la madre di Victor sia morta prima di arrivare
al faro, era stata chiamata lì dai bambini per trovare un portale
verso il mondo esterno. I bambini sembrano sapere che il faro è un
portale verso casa, con il Ragazzo in Bianco che è il misterioso
leader che guida i residenti intrappolati verso la salvezza e la
speranza.
Il finale della seconda
stagione di From suggerisce che il Ragazzo in Bianco abbia già
spinto altri personaggi fuori dal faro in passato.
Prima di spingere Tabitha fuori
dalla finestra del faro, il Ragazzo in Bianco le dice che gli
dispiace, ma che è “l’unico modo”.
Il finale della seconda stagione di
From suggerisce che il Ragazzo in Bianco abbia già spinto
altri personaggi fuori dal faro in passato, scegliendo
apparentemente Tabitha e la madre di Victor per il loro istinto
materno. Il Ragazzo in Bianco ha già salvato o aiutato Victor,
Ethan, Sara e Boyd, fungendo apparentemente da angelo custode della
città.
Dato che Tabitha ha avuto delle
visioni dei bambini e del faro durante tutta la seconda stagione di
From, il Ragazzo in Bianco potrebbe credere che lei sia la persona
migliore da mandare a casa e chiedere aiuto per salvare il resto
degli abitanti della città.
Il Bottle Tree e il suo legame
con il faro spiegati
Potrebbe esserci un custode che
consegna messaggi lì
Dopo essere apparsi per la prima
volta alla fine della stagione 1 di From, i personaggi
tornano all’albero delle bottiglie nel finale della stagione 2 di
From, mentre Victor ne spiega il vero scopo. Victor dice a
Tabitha che l’albero delle bottiglie è un albero speciale e
lontano, ma invece di mandare le persone in luoghi casuali,
trasporta solo coloro che vi entrano al faro. Non è ancora chiaro
quale funzione abbia il faro stesso per “Fromville”, considerando
che la comunità non è in grado di vederlo dalla città, ma sembra
essere l’unico collegamento con il mondo esterno.
Il finale della seconda stagione di
From non spiega cosa ci sia all’interno delle bottiglie
appese all’albero o perché proprio quell’albero specifico sia il
mezzo di trasporto del faro, ma potrebbe essere collegato a coloro
che possono viaggiare fuori dalla città. Poiché le bottiglie sono
presumibilmente piene di messaggi destinati al mondo esterno o a
coloro che sono intrappolati all’interno della città, potrebbe
esserci un “guardiano del faro” che mette i messaggi
sull’albero affinché gli abitanti li trovino.
Simile ad alcune tradizioni della
vita reale, l’albero delle bottiglie potrebbe essere lì per
intrappolare gli spiriti maligni e gli incubi. Le bottiglie
potrebbero impedire agli incubi di raggiungere il faro e
potenzialmente proteggere il mondo esterno dai misteriosi mostri di
From.
Cosa significa la frase
“Anghkooey” di From
Potrebbe essere stata inventata
dalla serie o ispirata da una figura della mitologia
celtica
I bambini nelle visioni di Tabitha
hanno ripetuto spesso la parola “anghkooey”, che pronunciano
anche quando lei sale le scale del faro e quando appaiono a Jade
nei tunnel. Sfortunatamente, questa parola non ha una traduzione
esatta, il che significa che probabilmente deriva da varie parole
messe insieme o potrebbe essere un titolo di fantasia. È stato
teorizzato che “anghkooey” sia in parte ispirato ad Ankou,
una figura della mitologia celtica che personifica la morte e
manda gli spiriti dei morti all’inferno.
“Anghkooey” potrebbe essere
il nome di uno spirito o di una forza che sorveglia la città di
From.
Ciò sarebbe certamente appropriato
per i temi della morte e del male trattati in From, ma è più
probabile che “anghkooey” abbia un significato originale
legato alla storia inquietante della serie. Ad esempio,
“Anghkooey” potrebbe essere il nome di uno spirito o di una
forza che sorveglia la città di From. La parola potrebbe
anche provenire da una lingua unica della serie, forse traducibile
come qualcuno in grado di avere visioni, come Tabitha e Jade.
Poiché la parola viene detta a
Tabitha mentre cerca di salvare i bambini e trovare un modo per
tornare a casa, è anche possibile che “anghkooey” significhi
salvatore, o sia una persona profetizzata per aiutare la città e
distruggere qualsiasi maledizione o male che tiene intrappolate le
persone. Poiché la parola è ora detta anche dai bambini in
riferimento al simbolo, “anghkooey” è un altro mistero che
la terza stagione di From deve risolvere.
La visione di Jade del simbolo
e il legame con i bambini spiegati
Potrebbe essere un ricordo o
parte di un rituale
Dopo aver continuato a vedere il
simbolo nei suoi sogni e aver capito che ha spinto un ex residente
a compiere azioni orribili, Jade finalmente va nei tunnel per
scoprirne il significato nel finale della seconda stagione di
From. Mentre viaggia nei tunnel, Jade trova una strana
radura con lastre di roccia e una luce che le illumina. Pochi
istanti dopo, Jade vede i bambini delle visioni di Tabitha sdraiati
sulle rocce, che indicano il cielo e ripetono la parola
“anghkooey”.
I bambini deformi visti sulle
rocce suggeriscono che potrebbero essere stati sottoposti a crudeli
esperimenti o rituali.
Jade alza lo sguardo e vede il
simbolo formato da gigantesche radici di alberi all’ingresso di una
grotta, ma il simbolo e i bambini scompaiono quando si volta. Ciò
potrebbe significare che la luce illumina il simbolo e lo
proietta sulle rocce sottostanti, forse per qualche tipo di
pratica rituale. I bambini deformi sulle rocce suggeriscono che
potrebbero essere stati sottoposti a crudeli esperimenti o rituali
nella foresta, collegati sia al faro che al simbolo nei tunnel.
È possibile che la visione di Jade
del simbolo e dei bambini nel tunnel sia un ricordo del passato,
simile a quando ha visto i soldati arrabbiati della Guerra Civile.
Poiché il finale della seconda stagione di From non mostra
Jade che lascia il tunnel, il vero significato del simbolo e della
sua allucinazione non sarà svelato fino alla prossima stagione.
Il vero significato
dell’avvertimento di Abby a Boyd
“La speranza alimenta la
foresta”
Quando Boyd sta cercando di salvare
Julie, Randall e Marielle dal loro stato di trance, appare una
visione della sua defunta moglie Abby che gli dice che distruggere
il carillon non porrà fine alle loro sofferenze. Piuttosto, il
fantasma di Abby afferma che i personaggi moriranno comunque
urlando e che la distruzione del carillon non farà altro che
ritardare le loro sofferenze. Abby riferisce che “Esso”
sa che Boyd non ascolterà perché ha speranza, che è ciò che
“alimenta la foresta”, non la paura.
L’avvertimento di Abby
suggerisce che la speranza che i residenti un giorno
La speranza è ciò che fa sì che i
personaggi sopportino le loro sofferenze e continuino ad andare
avanti invece di sottomettersi ai mali della foresta, quindi
produce più incubi per combattere questa sensazione.
L’avvertimento di Abby suggerisce che la speranza che gli
abitanti tornino a casa un giorno è ciò che rende più forti le
forze della città, quindi lui dovrebbe semplicemente
sottomettersi ai mali di From.
Le visioni di Abby sembrano essere
tattiche delle forze soprannaturali per convincere Boyd a morire,
poiché lui è una delle maggiori fonti di speranza che i personaggi
hanno. Abby rappresenta anche i conflitti interiori di Boyd, che
vuole essere l’eroe, vuole impedire la sofferenza e vuole
redimersi, cosa che riesce a fare infondendo speranza negli altri.
La speranza può essere ciò che rende i personaggi disposti a
soffrire nella città, ma è anche ciò che li libererà, come dimostra
il finale della seconda stagione di Tabitha in From.
Cosa è successo a Julie,
Randall e Marielle nella stagione 2, episodio 10
Sono stati torturati
Julie, Randall e Marielle erano
sotto il terrificante possesso dei poteri soprannaturali della
foresta, con i personaggi torturati mentre erano intrappolati
nell’oscurità. Mentre i loro occhi diventano vuoti e muoiono
lentamente in uno stato quasi catatonico, Boyd trova i loro corpi
incatenati nell’edificio all’inizio della stagione. Boyd usa una
torcia per riportare la radura nella caverna, anche se i suoi
sforzi sono quasi vanificati dall’attacco di Reggie e dalle sue
visioni di Abby.
Boyd si rifiuta di ascoltare,
distruggendo invece il carillon e liberando Julie, Randall e
Marielle. I tre personaggi sopravvivono alla fine della
stagione 2 di From dopo che Boyd si redime e abbraccia
la speranza contro cui Abby lo mette in guardia.
Cosa succederà nella terza
stagione di From?
Come si prepara il finale della
seconda stagione di From
MGM+ ha rinnovato la
terza stagione di From grazie alla sua accoglienza
positiva. La notizia migliore è che la terza stagione di
Fear arriverà presto, con una data di uscita fissata per
il 22 settembre 2024. C’era anche un trailer presentato al San
Diego Comic-Com. Mostra che ci saranno molte tragedie, dato che
Boyd porta i cadaveri in città e gli viene detto che ha perso. Nel
frattempo, Tabitha si sveglia a casa in un ospedale, senza avere
idea di come salvare la sua famiglia.
Quando la gente inizia a dire che
le cose stanno peggiorando, gli abitanti di Fromville iniziano a
disperarsi. Nel frattempo, Tabitha cerca delle risposte e scopre
che alcune persone potrebbero sapere più di quanto dicono. Per
quanto le prime due stagioni fossero spaventose, il trailer fa
sembrare questa ancora peggiore. Come ha detto qualcuno, morire non
è la cosa peggiore che possa succedere. Il cast è rimasto quasi
intatto (a parte i morti) e tutto sembra più intenso nei nuovi
episodi.
Come è stato accolto il finale
della seconda stagione di From
I critici e il pubblico hanno
amato From
Il punteggio complessivo della
critica per le prime due stagioni di From è un
impressionante 94% su Rotten Tomatoes. Anche il punteggio del
pubblico è simile, con l’86%. Sebbene la seconda stagione abbia
registrato un leggero calo, dal 96% al 92% da parte della
critica, ha comunque mantenuto un punteggio elevato, rendendo
la terza stagione molto attesa dai fan e dalla critica. Parlando
della seconda stagione, il critico di Slate David Whelan ha
apprezzato il fatto che le risposte fossero limitate e che i
problemi continuassero ad accumularsi.
“Ogni giorno c’è una nuova crisi
da aggiungere alla lista; ogni giorno sembra che tutto questo sia
già successo e continuerà a succedere… C’è sempre qualcosa di
peggio in arrivo. Non è molto diverso dalla situazione in cui si
trovano gli abitanti di Fromville. Se il realismo è uno specchio
che riflette il momento attuale dell’umanità, allora From si
avvicina abbastanza alla realtà”.
La reazione del pubblico è stata
ancora più forte, soprattutto per i colpi di scena nel finale della
seconda stagione. Su Rotten
Tomatoes, le reazioni includevano commenti di spettatori che
dicevano: “L’ultimo episodio mi ha lasciato con la voglia di vedere
altro, non vedo l’ora”, “Ti tiene con il fiato sospeso e svela
pezzi del grande puzzle in ogni episodio” e “Che serie misteriosa e
sbalorditiva, fantastica quanto la prima stagione.” Sembra che
quando From tornerà con la terza stagione, molti fan saranno
pronti a seguire nuovamente la serie.
È affidato ad
Andrea Segre con il suo Berlinguer –
La grande ambizione l’onore e l’onere di aprire la
sezione Concorso Progressive Cinema della 19esima edizione
della Festa del
Cinema di Roma. Tante figure di politici italiani il
nostro cinema ha raccontato, provando a immaginare il privato al di
là del personaggio pubblico, portando agli spettatori la vicenda
umana assieme all’agire politico. De Gasperi, Moro, Andreotti,
Craxi, solo per citarne alcuni tra i più rappresentati dalla
settima arte. Mancava però un film di finzione, incentrato sulla
figura dello storico leader del PCI, Enrico Berlinguer (c’era stato
invece, nel 2014, il documentario di Walter Veltroni Quando c’era Berlinguer).
Una figura, quella del
segretario, amatissima dalla gente e portatrice di una visione
politica che – dalla via italiana al socialismo al compromesso
storico con la Democrazia Cristiana – cercava con incrollabile
determinazione di coniugare il sogno e l’utopia con il realismo
politico. Il timore da parte del mondo del cinema era forse,
legittimamente, quello di togliere qualcosa, di non riuscire a
rendere efficacemente sullo schermo le molteplici sfaccettature del
politico e dell’uomo Berlinguer. Tenta l’impresa però oggi, a
quarant’anni dalla morte del Segretario del PCI, avvenuta l’11
giugno 1984 a Padova, proprio il regista Andrea Segre, autore di
film e documentari – Io sono Li, L’ordine delle cose, Welcome
Venice.
Pochi ma intensi
anni nella vita di Enrico Berlinguer
Berlinguer – La
grande ambizione prende in esame una manciata di anni:
dall’elezione di Allende in Cile, seguita dal golpe di Pinochet nel
1973, all’uccisione di Moro nel 1978. L’evento che decretò di fatto
la fine del compromesso storico, così come Berlinguer e Moro stesso
lo avevano pensato. Sono gli anni in cui il Pci guidato da Enrico
Berlinguer raggiunge l’acme dei consensi. Il film racconta la
determinazione e la fatica del segretario per affermare la
possibilità di una via democratica al socialismo, distaccandosi
dall’influenza sovietica e dalle sue derive autoritarie. Mostra poi
come la sua visione politica, condivisa con Aldo Moro per dar vita
al compromesso storico, venga pagata a caro prezzo fin da subito.
Da Berlinguer con l’attentato subíto a Sofia nel 1973 e più tardi
da Moro con la vita. Sono anni di lotte e di successi per il Pci,
culminati con quello elettorale del 1976. Poi il clima cambia. Il
compromesso storico divide la politica e la cittadinanza e il
terrorismo inizia a mietere vittime, fino al rapimento e
all’uccisione di Moro, che gela le speranze del PCI al governo e di
un possibile patto con la Democrazia Cristiana.
Berlinguer e le sue
parole
Il regista parte dal
presupposto che un racconto di Berlinguer non si possa fare senza
le sue parole. I suoi discorsi in pubblico la fanno da padroni nel
film, il suo linguaggio. Questo accade soprattutto nella prima
parte del lavoro e sembra essere un limite. Sebbene si tratti di un
linguaggio chiaro e comprensibile a tutti, ma non semplicistico,
nato dall’esigenza di portare concetti complessi alla portata del
più vasto uditorio possibile, un approccio così legato alla parola
appesantisce e a tratti rallenta la narrazione.
Berlinguer e il
rapporto con la gente
A fare da contrappeso
all’elemento verbale, vi sono le immagini. Quelle di repertorio
restituiscono momenti vividi e di grande partecipazione popolare,
di forte impatto emotivo, specie in un’epoca come la attuale, in
cui si misura tutta la distanza che si è consumata tra i cittadini
e la politica. I volti della gente ai comizi, le manifestazioni. Le
immagini di finzione mostrano momenti di incontro ravvicinato con i
lavoratori. Incontri in cui Berlinguer si mette a disposizione di
un confronto alla pari in maniera del tutto naturale. È anche per
questo che la gente, che non gli risparmia critiche e richieste, lo
percepisce vicino.
Berlinguer
privato
Vi è poi il Berlinguer
marito e padre, la condivisione in famiglia degli ideali e delle
lotte politiche, la capacità di spiegare ai figli l’essenza della
sua visione, comunista e socialista, in modo semplice ed efficace,
senza eccessi, ma con passione. Ma ci sono anche l’amata Sardegna e
le gite in barca con la famiglia. Si pone poi l’attenzione su
piccoli elementi, gesti quotidiani, abitudini, che fanno emergere
l’umanità del personaggio. Ciò contribuisce a comporre un quadro
che pian piano, con garbo, delicatezza e coi suoi tempi, riesce a
coinvolge il pubblico.
L’interpretazione di
Elio Germano
Per questa
interpretazione, Elio Germano sceglie una chiave minimalista,
che si adatta al carattere schivo del leader politico in questione.
La somiglianza fisica non ne è il punto di forza e l’accento sardo
non è impeccabile. Da apprezzare invece la capacità di tratteggiare
con piccoli cenni la parte emotiva: dall’aspetto ironico alla
passione politica stessa, che non è urlata, né platealmente
esibita, ma emerge ugualmente con forza. Berlinguer – La grande
ambizione restituisce l’immagine di un uomo di grande rigore,
innanzitutto con sé stesso, ancora prima che nel dettare la linea
del partito, e al tempo stesso aperto e dialogante in modo
autentico.
Il cast di
Berlinguer – La grande ambizione
Un cast di tutto
rispetto vede impegnati, accanto a Elio Germano, Elena Radonicich nel
ruolo della moglie Letizia, Roberto Citran,
che interpreta Aldo Moro, Francesco Acquaroli,
Pietro Ingrao, Paolo Pierobon, Andreotti,
Fabrizia Sacchi, Nilde Iotti, senza dimenticare
Paolo Calabresi, Giorgio Tirabassi, Andrea
Pennacchi. Berlinguer – La grande ambizione no
riesce forse a pieno a far ritrovare al pubblico Enrico Berlinguer,
ma riporta sullo schermo lo spirito dell’uomo e soprattutto la
potenza di quel rapporto con la gente che forse nessun altro come
lui ha saputo creare.
I Pogues sono tornati
in Outer Banks 4 la Stagione 4, Parte 1, dà
il via a un’altra avventura selvaggia per i ragazzi, reduci dalla
loro ultima missione (RIP Ward e Big John). Continuate a leggere
per scoprire i momenti più importanti dei primi cinqe episodi,
compreso lo scioccante cliffhanger che nessuno avrebbe potuto
prevedere.
Nella quarta stagione, i
Pogues tornano a casa con l’oro scoperto a El Dorado. Dopo averlo
scambiato con 1,1 milioni di dollari, usano il denaro per aprire un
negozio di esche, attrezzature e tour charter sul terreno che hanno
acquistato, chiamandolo “Poguelandia 2.0”. Ma, alla maniera di JJ,
scommette l’ultima pepita d’oro dell’equipaggio in una gara contro
Rafe e Topper, che alla fine perde.
Fortunatamente per i Pogues, gli
archeologi scavarono El Dorado sei mesi dopo la loro scoperta e i
ragazzi furono onorati dalla città in una cerimonia mostrata alla
fine della terza stagione. Gli spettatori ricorderanno che un uomo
di nome Wes Genrette (David Jensen) si è
avvicinato al gruppo, chiedendo aiuto per trovare il tesoro di
Barbanera. Nonostante siano spaventati dalle maledizioni della sua
famiglia, i Pogues accettano di aiutarlo per ripagare i loro
debiti.
Tuttavia, i Pogue scoprono subito
di non essere gli unici a cercare il tesoro, che comprende un
amuleto di valore inestimabile e una corona blu. Un uomo
sconosciuto inizia a seguirli, rivelandosi poi un mercenario di
nome Lightner, che quasi uccide Kiara e JJ e infine rapisce Cleo.
In una svolta drammatica, il vecchio amico e figura paterna di
Cleo, Terrance, sacrifica la sua vita per salvare la sua alla fine
dell’episodio 4.
Cosa succede in Outer Banks 4,
Episodio 5?
Mentre JJ e Kiara rimangono a
Kildare Island, il resto della squadra si reca a Charleston per
continuare la ricerca della corona blu. Ma anche Lighter e il suo
capo, Dalia, sono lì e riescono a entrare in una cripta sotto una
vecchia chiesa prima dei Pogues.
Pope e Sarah si offrono volontari
per scendere nelle catacombe, ma rimangono intrappolati sottoterra
quando si imbattono in Lighter e Dalia. I due si nascondono da
Lighter, che fugge dalla tomba con una pergamena recuperata da una
sepoltura.
Cleo vede Lightner e Dalia emergere
dal sottosuolo e progetta di vendicarsi per la morte di Terrance,
ma prima che possa agire, Lightner le piomba alle spalle. Dalia
interviene dicendogli che non vale la pena ucciderla. Nel
frattempo, John B segue Lightner, pronto a sparare, ma esita quando
ha un flashback della terza stagione, ricordando come il suo
defunto padre, Big John, sparò ad alcuni uomini di Singh proprio
davanti a lui.
“C’è molta esitazione in John B
quando si tratta di perseguire qualcosa orientato al tesoro, ed è
perché sta combattendo con il fatto che non ha avuto il tempo che
voleva con suo padre”, ha detto Stokes a Tudum di Netflix. “E il ricordo di suo padre è ora racchiuso
in questa grande vittoria gigantesca di trovare El Dorado. Ma ha
capito che suo padre era una persona di merda. [E non vuole seguire
quella strada”.
Mentre Pope e Sarah cercano
un’uscita, si scatena un forte temporale che allaga le catacombe.
Notano dei cirripedi che raggiungono il soffitto, il che significa
che presto lo spazio sarà completamente sott’acqua e questa è
l’ultima volta che li vediamo nella prima parte.
Gli attori hanno dichiarato
a The
Hollywood Reporter di aver dato di matto nella vita reale,
proprio come i loro personaggi. “Era esattamente come sembra.
Maddie era lì dentro. Non era felice. L’acqua, anche quando si
atterra all’interno, è come se gocciolasse, quindi è gelida”, ha
detto Jonathan Daviss. “È stato divertente perché mi sembrava di
girare un film di Indiana Jones o qualcosa del genere. Mi sono
detto: ‘Ecco cosa si prova a stare su quel tipo di set’”.
Come finisce la prima parte della quarta stagione di Outer
Banks?
Alla fine di Outer Banks Stagione 4, Parte 1, JJ è con suo
padre, Luke, che finalmente rivela uno scioccante segreto di
famiglia. Prima della morte di Wes Genrette nell’episodio 2, aveva
lasciato una lettera indirizzata al “Maestro JJ Maybank” nel caso
fosse successo qualcosa, che lo spingeva a chiedere al padre il
significato di “Albatross”.
Dopo un po’ di convincimento, Luke dice a JJ che “Albatross” era
il nome della barca su cui Larissa Genrette è morta anni prima. Poi
lancia un’altra notizia bomba, dicendo a JJ che lui non è il suo
padre biologico e che la donna che JJ credeva essere sua madre era
solo una delle ex fidanzate di Luke.
Chi è il vero padre di JJ?
Luke rivela a JJ che Larissa è in realtà la sua vera madre,
rendendo Wes suo nonno e Chandler Groff il suo padre biologico: ciò
significa che JJ potrebbe avere sangue Kook.
“Era la cosa più estrema a cui potessimo pensare: Che JJ sia in
realtà un Kook”, ha dichiarato Shannon Burke, co-creatrice di Outer
Banks, a Tudum di
Netflix.
Allora, cosa sappiamo del nuovo padre di JJ, Groff? Gli
spettatori lo hanno visto interrogato dalla polizia sulla morte del
suocero. Fa anche un’apparizione alla fine dell’episodio 5 con
Hollis Robinson, l’agente immobiliare locale che per tutta la
stagione ha tramato per mettere le mani sul terreno di Genrette,
coinvolgendo anche Rafe Cameron per aiutare nell’affare di
sviluppo.
Il finale di Avvocato di
difesa – The Lincoln Lawyer – Stagione 2 – Parte 2 porta a
termine il processo di Lisa Trammell, ma dopo il gran finale
rimangono ancora molti misteri irrisolti. Nonostante le circostanze
sembrino giocare a loro sfavore, Mickey e gli altri personaggi del
suo team in Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer riescono a ottenere un verdetto di “non
colpevolezza” per Lisa Trammell. Questo non significa però che il
personaggio sia innocente di tutto. Anche se è stata dichiarata
innocente dell’omicidio di Mitchell Bondurant, Mickey inizia a
sospettare che Lisa abbia altri scheletri nell’armadio. Inoltre,
l’uso di Alex Grant nella difesa di Lisa sembra che possa finire
per avere conseguenze mortali per Mickey. Tuttavia, il colpo di
scena più grande arriva alla fine dell’episodio, anticipando il
prossimo grande caso di Mickey nella terza stagione di Avvocato
di difesa – The Lincoln Lawyer.
Alla fine, il finale della seconda
parte della seconda stagione è ricco di sorprese che hanno un
impatto drastico sui personaggi e sulla trama, creando grandi
aspettative per la prossima stagione.
Chi ha ucciso Mitchell
Bondurant nella seconda stagione di Avvocato di difesa – The
Lincoln Lawyer
Uno dei momenti più importanti alla
fine della seconda parte della seconda stagione di Avvocato di
difesa – The Lincoln Lawyer è stato quando Lisa Trammell
è stata dichiarata non colpevole nel suo processo. Ma se non è
stata lei a uccidere Mitchell Bondurant, chi è stato? Al termine
del processo, Andrea Freeman ha rivelato a Mickey che Walter Kim,
socio di Grant, è stato trovato con il sangue di Bondurant sulle
scarpe. Questo suggeriva che Kim fosse l’assassino, anche se non
era chiaro se avesse agito di propria iniziativa o se fosse stato
incaricato da qualcun altro di uccidere Bondurant.
Secondo Lorna, Walter potrebbe non
aver agito da solo. Al ricevimento di nozze suo e Cisco, Lorna ha
condiviso con Izzy la sua teoria secondo cui Lisa era in realtà
dietro l’aggressione di Grant contro Mickey alla
fine della seconda stagione di The Lincoln Lawyer, parte
1. Se la teoria di Lorna è vera, significa che Lisa conosceva
sia Alex Grant che la mafia. Se così fosse, Lisa sarebbe
potenzialmente la mente che ha orchestrato il coinvolgimento di
Grant e Kim nell’omicidio di Bondurant, nonostante il verdetto di
non colpevolezza.
Il ruolo di Alex Grant
nell’omicidio di Mitchell Bondurant spiegato
Durante il processo per l’omicidio
di Lisa, Mickey ha usato Alex Grant come prestanome, costruendo una
teoria alternativa per l’omicidio di Mitchell Bondurant, ma sembra
che Grant potrebbe essere più rilevante per l’omicidio di quanto
sembrasse. Il livello esatto del coinvolgimento di Grant non è
chiaro alla fine della seconda stagione di Avvocato di difesa –
The Lincoln Lawyer, ma era sicuramente coinvolto in qualche
modo. Dato che è noto che Grant e Walter Kim erano soci, è
altamente probabile che sia stato Grant a ordinare a Walter di
uccidere Bondurant. Tuttavia, la serie Netflix non conferma se sia stato Grant la mente
dietro l’omicidio di Bondurant o se sia stata Lisa, come suggerisce
la teoria di Lorna.
Gli uomini di Alex Grant hanno
cercato di uccidere Mickey?
Alla fine del finale della seconda
stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer,
Mickey è stato quasi investito da un’auto dopo aver cenato con la
sua figura paterna, David “Legal” Siegel. La velocità dell’auto
sembrava suggerire che non si trattasse di un incidente, ma di un
tentativo calcolato di uccidere Mickey. Durante la cena, la serie
ha rivelato che Alex Grant ha perso il contratto con il Villaggio
Olimpico a causa del processo. Siegel ha suggerito che, per questo
motivo, Grant potrebbe voler vendicarsi di Mickey. L’auto
corrispondeva anche alla descrizione di Izzy del veicolo di Grant,
quindi, anche se non è stato confermato che Grant fosse dietro il
tentato omicidio, alcuni indizi indicano che potrebbe aver cercato
di uccidere Mickey.
Cosa è successo a Walter
Kim?
Dopo la scomparsa di Walter Kim,
l’investigatore di Mickey, Cisco, lo ha rintracciato e ha scoperto
che la polizia aveva trovato la sua auto abbandonata. Sebbene il
corpo di Walter non fosse nell’auto, Cisco sospettò il peggio,
ipotizzando che Alex Grant potesse aver cercato di zittire Walter,
in modo che non venisse fuori che Grant lo aveva pagato per
corromperlo. Sebbene questa teoria non sia mai stata provata in
modo esplicito, la rivelazione finale da parte del procuratore
Andrea Freeman che Walter è presumibilmente morto sembra suggerire
che Cisco avesse ragione nelle sue supposizioni sul destino di
Walter.
Perché Lisa ha ucciso suo
marito Jeff Trammell
Verso la fine del finale di
stagione, Mickey ha finalmente capito che, anche se Lisa era
innocente dell’omicidio di Mitchell Bondurant, era colpevole
dell’omicidio di suo marito Jeff in Avvocato di difesa – The
Lincoln Lawyer. Una volta fatta questa scoperta, Mickey è
andato a casa di Lisa per confrontarsi con lei riguardo al suo
sospetto, e la risposta aggressiva di Lisa alle accuse di Mickey ha
sostanzialmente confermato la veridicità della teoria.
Sebbene Lisa abbia cercato di difendere le sue azioni
dicendo che Jeff la maltrattava, Mickey credeva che avesse un
motivo più egoistico per uccidere Jeff.
Quando Lisa e Jeff Trammell stavano
divorziando, lui voleva prendersi metà della loro casa e della loro
attività come parte dell’accordo. Lisa non riusciva ad accettare
l’idea di perdere il suo amato ristorante e la sua casa in quel
quartiere, quindi, per impedire a Jeff di prenderseli con il
divorzio, lo ha ucciso prima che la separazione potesse essere
effettivamente finalizzata. Per coprire l’accaduto, Lisa seppellì
Jeff nel suo giardino, piantando sopra di lui il coriandolo che lui
odiava tanto, e inventò la storia della sua fuga in Messico per
spiegare la sua assenza. Lo stratagemma funzionò fino a quando
Mickey non riuscì finalmente a mettere insieme i pezzi, scoprendo
il tragico destino di Jeff.
Come Mickey capì che Lisa era
colpevole di omicidio
La sorte di Jeff Trammell è rimasta
un mistero per tutta la seconda stagione di Avvocato di difesa
– The Lincoln Lawyer, ma Mickey ha finalmente scoperto cosa è
successo a Jeff mentre era a Venice Beach con Hayley. Mickey ha
sentito diversi rumori che ha riconosciuto come quelli in
sottofondo nella telefonata di Jeff, smascherando così la copertura
che lo voleva in Messico. Dopo questo, Mickey e Cisco hanno
indagato sul divorzio di Jeff e Lisa Trammell e hanno fatto alcune
scoperte scioccanti. Cisco ha scoperto che il divorzio di Jeff e
Lisa non era mai stato effettivamente finalizzato, mentre Mickey ha
scoperto che l’uomo che aveva incontrato e che sosteneva di essere
Jeff era in realtà un attore ed ex dipendente di Lisa.
L’atteggiamento difensivo di
Lisa mentre discuteva la teoria di Mickey sembrava essere una
conferma sufficiente, ma il colpo di grazia è arrivato quando
Mickey ha collegato Jeff e il coriandolo.
Dopo aver trovato tutte queste
incongruenze nelle storie di Lisa su Jeff e le esperienze personali
di Mickey con l’ex marito di Lisa, Mickey ha costruito la sua
teoria sull’omicidio di Jeff. L’atteggiamento difensivo di Lisa
mentre discuteva la teoria di Mickey sembrava essere una conferma
sufficiente, ma il colpo di grazia è arrivato quando Mickey ha
collegato Jeff al coriandolo. Con i segreti che Mickey e Cisco
hanno scoperto su Jeff e Lisa, oltre al giardino di Lisa, è
diventato chiaro che, indipendentemente dal fatto che Lisa abbia
ucciso Mitchell Bondurant, ha sicuramente ucciso Jeff.
Cosa succederà a Lisa ora che
la morte di Jeff è stata rivelata?
Ora che l’omicidio di Jeff è stato
scoperto da Mickey, il destino di Lisa rimane in bilico. Tuttavia,
una telefonata di Lorna sembra confermare che Lisa sarà comunque
assicurata alla giustizia. Mentre Mickey affrontava Lisa, Lorna ha
deciso di fidarsi del suo istinto e ha chiamato preventivamente il
detective Griggs riguardo al sospetto omicidio, che ha portato con
sé altri agenti. Nel libro The Fifth Witness, la polizia
scava nel giardino di Lisa sulla base di questa soffiata anonima e
scopre il corpo di Jeff. Supponendo che questo sarà anche il
risultato delle indagini della polizia in Avvocato di difesa –
The Lincoln Lawyer di Netflix, Lisa sarà arrestata per
l’omicidio di Jeff.
Izzy lascerà il team di Mickey?
Cosa succederà al personaggio di The Lincoln LawyerAvvocato di
difesa – The Lincoln Lawyer
Durante tutta la seconda stagione
di Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer, Izzy ha
cercato di dare una svolta alla sua carriera aprendo una scuola di
danza tutta sua. Anche se sembrava che il suo sogno non potesse
realizzarsi quando l’edificio che aveva scelto ha aumentato i
prezzi, alla fine Izzy riesce a realizzare il suo sogno. Izzy
ospita persino il ricevimento di nozze di Cisco e Lorna nel suo
studio, dove restituisce con un po’ di amarezza le chiavi della
Lincoln di Mickey. Anche se Izzy non sarà più l’autista di Mickey,
non scomparirà da Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer. Izzy rimarrà nello studio di Mickey part-time
mentre Lorna e Cisco saranno in luna di miele.
Come la morte in Glory Days
prepara la terza stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer
L’omicidio in Glory Days sarà
il mistero centrale della terza stagione
Con il processo di Lisa Trammell
concluso alla fine della seconda stagione di Avvocato di difesa
– The Lincoln Lawyer, l’adattamento Netflix ha anticipato la
trama della terza stagione, che si preannuncia come una delle più
tragiche della serie. Alla fine dell’episodio, Mickey viene
chiamato a lavorare al caso dell’omicidio di una donna di nome
“Giselle Dallinger”, dove dovrà difendere l’imputato. Quando Mickey
va a indagare sui dettagli dell’omicidio e a identificare il corpo
della donna, fa la sconvolgente scoperta che la vittima è in
realtà una sua cliente abituale, Glory Days.
Sebbene la serie non abbia ancora
rivelato esattamente cosa sia successo a Glory Days in The
Lincoln Lawyer, i libri possono colmare le lacune per ora. Nei
libri, Glory è rimasta a Los Angeles invece di andare alle Hawaii
come aveva detto, e ha continuato a prostituirsi. Dopo una sessione
sfortunata, lei e il suo manager hanno litigato e il giorno dopo
Glory è stata trovata morta nel suo appartamento. Si spera che la
terza stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyerfaccia luce sulle circostanze della morte
di Glory Days.
Chi è Julian Lacosse?
Mentre tornava a casa dopo una cena
con David “Legal” Siegel, dopo il potenziale attentato alla sua
vita, Mickey viene informato da Izzy che ha un nuovo cliente,
Julian Lacosse. Quando Mickey lo incontra in prigione, Julian gli
spiega che l’avvocato gli è stato raccomandato dalla sua amica
Giselle Dallinger. Julian disse di essere stato accusato di averla
uccisa, ma affermò la sua innocenza. Anche se non si sa ancora
molto su Julian nella serie Netflix Avvocato di difesa – The
Lincoln Lawyer, il nuovo cliente di Mickey sarà
probabilmente uno dei protagonisti della terza stagione.
Perché Glory Days usava il nome
Giselle Dallinger?
Dopo l’incontro con Julian Lacosse,
Mickey scopre che “Giselle Dallinger” era in realtà Glory Days.
Tuttavia, rimane un mistero il motivo per cui Glory abbia iniziato
a usare quel nome. Il nuovo nome era probabilmente per la
sicurezza di Glory, soprattutto dopo la sua esperienza di morte
sfiorata con Russell durante la prima parte della seconda
stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer. Il
tentativo di omicidio di Russell ha messo Glory faccia a faccia con
i potenziali pericoli del suo lavoro, il che probabilmente ha
accelerato la sua decisione di scegliere un nuovo nome.
Sfortunatamente per Glory, il nome Giselle Dallinger non le ha
portato protezione. Ma si spera che Mickey riesca a ottenere
giustizia per lei nella prossima stagione di Avvocato di difesa
– The Lincoln Lawyer.
Cosa ha detto il cast di
Avvocato di difesa – The Lincoln Lawyer sul finale della
seconda stagione
Considerati i colpi di scena della
seconda stagione di Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer, gli spettatori potrebbero non sapere cosa pensare. La
serie lascia molte domande senza risposta e non c’è alcuna garanzia
che la terza stagione ne risolverà alcune. Tuttavia, il cast e la
troupe di Avvocato di difesa – The Lincoln
Lawyer hanno espresso le loro opinioni sul finale in
un’intervista con
Tudum. Ad esempio, la serie propone due possibili spiegazioni
per l’omicidio del marito da parte di Lisa. Lana Parilla, che
interpreta Lisa, suggerisce che la spiegazione dell’abuso sia la
verità. Ha detto questo:
“È una donna. Penso che questo
accada spesso alle persone che vivono situazioni violente e
abusive, e se compiono un’azione per proteggersi e questa diventa
illegale e omicida, immediatamente giudichiamo la persona che ha
commesso l’atto sbagliato”.
Il co-showrunner Ted Humphrey ha
discusso delle difficoltà di Mickey riguardo all’innocenza o alla
colpevolezza di Lisa nel caso. Nonostante affermi che non importa
se la sua cliente è innocente o meno, Mickey vuole davvero credere
nell’innocenza di Lisa. Dice: “Sa che se lo è, la sua montagna da
scalare sarà ancora più alta. Perché non può lasciarla andare per
qualcosa che non ha fatto, non importa quanto sembri grave”. Alla
fine, le sue difficoltà contribuiscono al finale, in cui riesce a
far assolvere Lisa perché innocente dell’omicidio di Mitchell
Bondurant, ma poi la affronta riguardo al suo primo marito.
Il produttore esecutivo Ross
Fineman ha parlato del finale di Glory Days e di cosa possono
aspettarsi gli spettatori da Mickey nella terza stagione. Ha
descritto il caso imminente come “il caso più difficile che abbia
mai avuto, sia dal punto di vista professionale che personale”.
Mickey teneva davvero a Glory Days e voleva il meglio per lei, il
che rende ancora più sconvolgente la sua morte.
Purtroppo, Fineman lascia
intendere cheMickey potrebbe dover affrontare emozioni
complesse nella terza stagione di The Lincoln Lawyerriguardo a quanto accaduto. Dice: “C’è la fastidiosa sensazione
che lui possa essere in qualche modo responsabile”. In definitiva,
i pensieri del cast e della troupe sul finale della seconda
stagione diThe Lincoln Lawyerdimostrano che
sono altrettanto appassionati alla storia e si immedesimano nei
personaggi proprio come il pubblico.
Durante un’intervista al podcast
Happy Sad Confused, l’attore Andrew Garfield ha ricordato il periodo
trascorso con Heath Ledger sul set di Parnassus – L’uomo che voleva ingannare il
diavolo del 2009. Garfield ha infatti raccontato di
aver lavorato con Ledger dopo che questi aveva terminato le riprese
de Il cavaliere oscuro e, prima che il film di Christopher Nolan venisse presentato in
anteprima. A quanto raccontato dall’amato interprete di Spider-Man,
l’attore australiano sapeva già che quel film sarebbe stato un
successo.
“Aveva appena fatto il Joker,
aveva appena finito di fare Il cavaliere oscuro, ed era così
compiaciuto”, ha detto Garfield. “Gli ho chiesto: “Com’è
andata?” e lui mi ha risposto: “Alla grande””. Garfield ha
inoltre ricordato quando Ledger ha criticato la copertina di una
rivista per cui aveva posato in vista della sua interpretazione del
cattivo della DC Comics, il Joker. “Ricordo che uscì la
copertina della rivista Empire e lui disse: ‘Oh, hanno usato una
foto di merda’”, ha raccontato Garfield.
“E io gli ho detto: ‘Mi stai
prendendo in giro, amico, è incredibile’. E lui: “No, la posa è
sbagliata, sembra una versione convenzionale di quello che un
attore… vedrai”. E, beh, poi l’ho visto”, afferma Garfield in
riferimento al valore dell’interpretazione del collega. Come noto,
Heath Ledger è poi stato trovato morto nel
gennaio 2008, mesi prima dell’uscita de Il cavaliere oscuro nel luglio dello stesso anno. Il
film della DC divenne un successo al botteghino e Ledger vinse
persino un Oscar postumo per la sua interpretazione del Joker.
Garfield ha imparato molto da Heath
Ledger mentre lavorava con lui: “Era una specie di faro, era
come un animale selvaggio. Era così libero, così selvaggio e così
pericoloso sul set, in un modo che era di ispirazione e spontaneo.
Prima di ogni ripresa, o di una ripresa per ogni scena, diceva:
‘Divertiamoci un po’ con questa’”. E ha continuato: “Ho
ancora molti suoi ricordi. Ricordo che il primo giorno che l’ho
incontrato indossava questi fantastici occhiali da sole Ray Ban
mimetici e io gli ho detto: ‘Oh, ehi, che occhiali da sole fighi’.
E il giorno dopo erano nel mio camerino, me li aveva lasciati. Era
uno spirito molto generoso, bello e creativo”.
Netflix ha rinnovato la commedia romantica
Nobody
Wants This (qui
la recensione), con protagonisti Kristen Bell e Adam Brody, per una seconda stagione. Il
rinnovo, però, avviene con un cambio di showrunner, con l’ideatrice
Erin Foster che rimarrà però voce creativa della
serie. Al suo posto, gli ex allievi di Girls,
Jenni Konner e Bruce Eric Kaplan,
sono saliti a bordo come produttori esecutivi e showrunner per la
seconda stagione, guidando una writers room aperta da un paio di
settimane. A loro si aggiungono Nora Silver,
presidente della Jenni Konner Productions, che sarà produttrice
esecutiva insieme al duo.
Gli accordi con Konner, Kaplan e
Silver – come riportati da Deadline – sono stati stipulati
prima dell’uscita della commedia il 26 settembre, uno dei lanci più
forti di sempre per una serie comica originale Netflix. Debuttando
al n. 2 nel weekend di apertura, Nobody Wants This
è salita al n. 1 nella sua prima settimana completa, ottenendo ben
26,2 milioni di visualizzazioni nei suoi primi 11 giorni di uscita
e cogliendo lo zeitgeist e innescando una conversazione.
“Aver ideato Nobody Wants This
sarà per sempre un punto di forza della mia carriera”, ha
dichiarato la Foster, che per la serie ha tratto ispirazione dalla
sua esperienza personale. “L’incredibile cast, la troupe, i
produttori e i dirigenti hanno fatto sì che questo show diventasse
quello che è oggi, e sperimentare le reazioni degli spettatori a
questa serie ora che è uscita nel mondo è stato più di quanto
potessi sognare. Sono così fortunata a poter continuare questa
storia e a farlo al fianco di Jenni Konner e Bruce Eric Kaplan, di
cui sono una grande fan dai tempi di Girls… Giustizia per le
relazioni sane che sono anche le più romantiche!”
“È un sogno lavorare a Nobody
Wants This”, ha dichiarato invece Konner. “Erin è la rara
creatrice con una voce cristallina e uno spirito genuinamente
collaborativo. Sono una vera fan dello show di Erin e mi sento
anche molto fortunata a tornare in una stanza con due dei miei
preferiti, Bruce Kaplan e [la scrittrice] Sarah Heyward di
Girls”. Kaplan ha aggiunto: “Sono entusiasta oltre ogni
dire di far parte della seconda stagione di Nobody Wants This,
creata dalla divertentissima Erin Foster. È uno show così unico e
bello e mi sto già divertendo moltissimo a lavorarci”.
L’attore Stephen
Graham ha dichiarato a
Deadline di essere tra i protagonisti del prossimo film di
NetflixPeaky Blinders. La star di Line
of Duty ha confermato la cosa sul red carpet del London Film
Festival (LFF) di ieri sera che il film sarà il suo prossimo
progetto, prima di interpretare il padre di Bruce Springsteen nel
biopic Deliver Me from Nowhere. Graham ha aggiunto che
“non vede l’ora di rivedere i ragazzi” del cast della
serie. L’attore non ha specificato il suo ruolo, ma avendo
interpretato Hayden Stagg nella sesta e ultima stagione della serie
di successo della BBC di Steven Knight è lecito
pensare che riprenderà proprio quel ruolo.
Tutto quello che sappiamo sul film
Peaky Blinders
Il premio Oscar Cillian Murphy tornerà nel ruolo iconico di
Tommy Shelby, leader dell’omonima famiglia di gangster di
Birmingham. La produzione del film inizierà entro la fine
dell’anno.
I dettagli sul film non sono ancora
stati resi noti. Tuttavia, in un’intervista a Esquire, l’ideatore
StevenKnight ha lasciato intendere di
avere un’idea generale della trama, che ruoterà intorno a due
storie. Preferisce lasciare che sia il film stesso a guidare la
direzione narrativa. Si prevede che il film esplorerà la nuova
generazione di personaggi pur rimanendo legato agli Shelby, con
Thomas Shelby che avrà un ruolo centrale. Ecco cosa ha detto sulla
regia del film:
“Il film so esattamente di cosa
parla.E so quali sono le due storie che racconterà.Come si svolgerà la storia, non lo so.Quello che
succederà dopo, voglio che dipenda dal film.Per quanto ne
sappiamo, qualcuno salterà fuori – credo di sapere chi sarà.Nella sesta serie stiamo introducendo la nuova generazione, che
farà parte di ciò che accadrà nel film.Credo che si tratti
di trovare quegli attori che, quando li guardi, pensi: “Ecco,
questo è il futuro””.Ecco il futuro”.
Restate sintonizzati per ulteriori
aggiornamenti su Peaky
Blinders, la cui produzione inizierà il mese
prossimo. Tutte le stagioni di Peaky Blinders sono
disponibili su Netflix.
Il film del DCEU
Shazam! (qui
la recensione) ha offerto generose dosi di divertimento ma
anche tanta azione ed epicità. Il film, diretto da David F. Sandberg e
interpretato da Zachary
Levinel ruolo del supereroe titolare, ha dunque
proposto un lungometraggio diverso nel tono rispetto ai precedenti
progetti, comeL’uomo
d’acciaioo Batman v Superman,
molto più cupi e seriosi. Allo stesso tempo, però il film ha anche
proposto una serie di scenari potenzialmente inquientanti, seguiti
da misteri non del tutto risolti che contribuiscono ad una certa
curiosità nei confronti di questo racconto. Qui di seguito, dunque,
andiamo ad esplorare il finale del film e i suoi significati
nascosti.
La trama e il cast di
Shazam!
Protagonista del film è
Billy Batson (Asher Angel) è un
quindicenne rimasto orfano che vive a Philadelphia con la famiglia
Vasquez. Un giorno, scappando da alcuni bulli, viene
teletrasportato in un’altra dimensione, un luogo magico chiamato
Roccia dell’Eternità, dove incontra un mago,
Shazam, che gli dona i suoi poteri al fine di
sconfiggere il cattivo Dr. Thaddeus Sivana
(Mark
Strong) a capo dei Sette Peccati Capitali. Da quel
momento, Billy si scopre dotato di un incredibile potere: gli basta
pronunciare Shazam! per trasformarsi in un supereroe
adulto (Zachary
Levi) con abilità straordinarie. Come sempre, da
questo grande potere deriveranno ben presto grandi
responsabilità.
Cosa rendeva Thaddeus Sivana
indegno da bambino?
Una delle rivelazioni più
interessanti di Shazam! avviene proprio nei
momenti iniziali del film. È un prologo ambientato a nord di New
York nel 1974, e il giovane Thaddeus Sivana (Ethan
Pugiotto) sta giocando con una Magic 8-Ball nel retro
della sua auto, quando viene magicamente trasportato alla Roccia
dell’Eternità in una dimensione alternativa. Lì, viene sfidato dal
mago (Djimon
Hounsou) in una prova di purezza, che fallisce dopo
essere stato influenzato dai Sette Peccati Capitali, e viene
scacciato – portando all’ossessione di trovare di nuovo la Roccia
dell’Eternità e di ottenerne i poteri con ogni mezzo
necessario.
È chiaro che il mago ha standard
estremamente elevati nella sua ricerca di un nuovo campione a cui
conferire i suoi poteri, poiché vediamo una serie di persone che
hanno fallito la valutazione nel corso degli anni. Ma non è mai del
tutto chiaro perché il giovane Thaddeus fallisca. Sembra un po’
troppo severo, visto che all’epoca era un ragazzino, e questo atto
di rifiuto si rivela eccessivo per un giovane che sembra già essere
stato respinto dal padre e dal fratello. Non c’è da stupirsi che il
bambino sia poi diventato un malvagio megalomane e abbia cercato
l’aiuto dei mostri dei Sette Peccati Capitali.
Zachary Levi e Jack Dylan Grazer in Shazam! Cortesia di Warner
Bros.
La nascita della Famiglia Shazam!
Da adulto, Sivana ritrova così la
strada per la Roccia dell’Eternità, sputa in faccia al Mago e
intraprende la missione dei sette peccati capitali. Essi si
impossessano del suo corpo conferendogli una forza paragonabile a
quella di Shazam! e Philadelphia diventa il loro campo di
battaglia. Ma un solo ragazzo non è in grado di difendere il
pianeta dalle sette personificazioni del peccato, sono necessari i
rinforzi. Billy decide così di condividere il proprio potere con i
suoi fratelli e sorelle adottivi. Insieme invocano la parola magica
e si trasformano nella Famiglia Shazam.
Insieme si occupano rapidamente di
Sivana e dei suoi peccati. Usando la loro vanità contro di loro,
Billy estrae ogni peccato dal contenitore di Sivana. L’invidia
richiede un po’ di lavoro in più, ma la presa in giro delle sue
dimensioni accende il fuoco appropriato. Libero dalla loro
influenza, Sivana è ora un debole. Billy gli strappa pertanto
l’occhio peccaminoso dal cranio, lasciandolo impotente e riportando
i sette mortali alla loro prigione di pietra nella Roccia
dell’Eternità. Philadelphia celebra così la Famiglia Shazam come
eroi dal cuore puro.
Il film si conclude con Billy che
definisce l’ultima casa che gli è stata affidata una vera casa.
Impara che il rifiuto porta solo alla solitudine e che
l’accettazione premia con la famiglia. Aiuta un fratello quando
appare in forma di campione durante l’ora di pranzo a scuola di
Freddy e, nel caso in cui la novità si sia esaurita, porta con sé
un amico: Superman. Quando e
come abbia trovato il tempo di diventare amico dell’Uomo d’Acciaio
è una storia che non conosciamo ancora.
Mark Strong e Zachary Levi in Shazam! Cortesia di Warner
Bros.
Le scene post-credits del film
Nella prima sequenza di mid-credits,
torniamo a Sivana che perde la testa nella sua cella. Sta
scarabocchiando freneticamente i simboli magici che lo hanno
originariamente portato alla Roccia dell’Eternità. Mentre cerca
disperatamente di scoprire una nuova sequenza, una voce robotica
riecheggia dall’angolo della sua stanza. Incontriamo così
Mister Mind, il piccolo verme visto in precedenza
intrappolato in una cupola di vetro nella Tana del Mago. Parlando
attraverso un dispositivo meccanico sul suo corpo, la piccola
creatura dice: “Oh, quanto ci divertiremo insieme! I Sette
Regni stanno per essere nostri”.
Questo piccolo verme si tratta di un
cattivo della vecchia scuola e nessuno pensava che la Warner Bros.
lo avrebbe preso sul serio. Tuttavia, chi ha seguito la recente
serie di fumetti di Shazam! sa già che lo scrittore e
produttore esecutivo del DCEU Geoff Johns è
determinato a mantenere il canone di questo inquietante
personaggio. Mister Mind si basa su abilità telecinetiche per
controllare gli altri e da quanto afferma sembra intenzionato a
prendere il controllo dei sette regni della realtà, uno dei quali è
quello della Terra.
Il sequel Shazam! Furia degli Dei
Nel 2023 è poi arrivato al cinema
Shazam! Furia degli Dei (qui
la recensione), che ha posto il protagonista contro le tre
figlie di Atlante desiderose di riprendersi i poteri ora in
possesso di Shazam! Il film, come noto, è stato un flop al
botteghino e data anche la cancellazione del DCUE sappiamo che non
ci sarà un terzo film dedicato al supereroe. Ad ogni modo, come si
può intuire, il film non ha avuto tra i suoi villain né Sivana né
Mister Mind, i quali compaiono però nuovamente in una scena
post-credits dove il secondo dice al primo che il suo piano è
sempre più prossimo all’attuarsi. Sappiamo però ora che ciò non
avverrà mai.
Il trailer del film e dove vederlo
in streaming e in TV
È possibile fruire di
Shazam! grazie alla sua presenza su alcune delle
più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è
infatti disponibile nei cataloghi di Apple
TV, Tim
Vision, Netflix e Prime Video. Per vederlo,
una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare
il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà
così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità
video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di
giovedì 10 ottobre alle ore 21:00
sul canale 20 Mediaset.