La storia di Aileen
Wuornos — che uccise sette uomini tra il 1989 e il 1990 e
fu giustiziata mediante iniezione letale nel 2002 — è da tempo una
presenza fissa nella cultura popolare, raccontata in versioni
televisive e adattata per il cinema, con Charlize Theron che interpretò la serial
killer in un ruolo vincitore dell’Oscar.
Wuornos era una prostituta in
Florida e confessò di aver ucciso a colpi di arma da fuoco sette
uomini di mezza età in un periodo di dodici mesi, tra il 1989 e il
1990. Fu condannata solo per uno di questi omicidi nel 1992,
all’età di 35 anni. Più di due decenni dopo, i suoi motivi restano
poco chiari.
Ora, un nuovo documentario di
Netflix, Aileen: storia di una serial
killer, uscito il 30 ottobre, ripercorre i suoi crimini e
include una rara testimonianza della stessa Wuornos, tratta da
un’intervista del 1997 condotta dall’artista e regista
Jasmine Hirst, che divenne sua corrispondente mentre
Wuornos era in prigione.
La conversazione, filmata in
carcere, offre uno sguardo sullo stato mentale di Wuornos al
momento degli omicidi e costituisce la spina dorsale del
documentario. Nel film sono inoltre inseriti estratti
audio di interviste che la regista Emily Turner ha
realizzato la scorsa estate con membri delle forze dell’ordine
coinvolti nel caso, oltre che con la famiglia e gli amici di
Wuornos.
Ecco le principali rivelazioni
dell’intervista e le teorie più accreditate sui motivi di
Wuornos.
Durante l’intervista con Hirst,
Wuornos si presenta come una vittima, descrivendo un’infanzia
difficile trascorsa sotto la rigida educazione dei suoi nonni,
devoti cristiani. Scappò di casa a 15 anni e trascorse i cinque
anni successivi viaggiando in autostop, dormendo sotto i viadotti e
nei pascoli. «Sono tosta», dice a Hirst. Afferma di essere stata
stuprata più volte in quel periodo.
La sua amica d’infanzia, Dawn
Botkins, crede che Wuornos sia diventata prostituta per guadagnare
abbastanza da poter sfamare il fratello, che viveva anch’egli con i
nonni. Sebbene Wuornos abbia sempre sostenuto che l’uomo per il cui
omicidio fu condannata nel 1989, Richard Mallory, l’avesse stuprata
e sodomizzata, nell’intervista con Hirst ammette di aver mentito
riguardo alla sodomia.
«C’è solo una cosa su cui ho
mentito: non c’è stata alcuna sodomia», dice, aggiungendo che
aveva “sbagliato con i poliziotti” e poi aveva cominciato a
“parlare a vanvera”, pensando “alle donne stuprate, ai loro
problemi e ai miei”. Dice che per lei fu frustrante dover “portare
avanti quella stupida bugia durante tutto il processo”.
Sostiene di non identificarsi con
il termine “serial killer”, affermando che divenne un’assassina
solo a causa dell’abuso di alcol. Come dice lei stessa: «Ci
sono diventata, ma il mio vero io non è quello». Nonostante le
sue affermazioni di non riconoscersi nell’etichetta di “serial
killer”, Wuornos sembrava compiacersi dell’attenzione legata ai
suoi crimini. «Voi guadagnerete milioni con tutto questo», sussurra
a Hirst, sistemando i capelli prima dell’intervista davanti alla
telecamera.
«È una cosa così triste»,
dice la regista Turner, «che la prima volta nella sua vita in
cui Aileen si sia sentita ascoltata o considerata qualcuno sia
stata quando è diventata una serial killer».
Secondo Turner, una teoria su cosa
abbia spinto Wuornos a uccidere è che fosse stata talmente
brutalizzata nella vita da agire per vendetta. La sua
sessualità ne faceva parte: al momento dell’uccisione di Mallory,
aveva una relazione stabile con una donna di nome Tyria Moore, alla
quale confessò il delitto. «Dopo aver avuto così tante
relazioni violente con uomini, decise, come dice lei stessa, di
“provare il lesbismo”», spiega Turner. Il lavoro sessuale con
gli uomini era solo un modo per guadagnare qualcosa e sopravvivere
“alla giornata”.
Wuornos è «una narratrice
incredibilmente inaffidabile».
Il vero movente di Wuornos potrebbe
non essere mai pienamente compreso. «Probabilmente non esiste
una risposta semplice», dice Turner. «Voglio che
la gente guardi il film e tragga le proprie
conclusioni».
Giovedì 6 novembre 2025, il Cineclub Roma ospita una serata
speciale dedicata al cinema del reale con la proiezione di Notturno, il pluripremiato documentario di
Gianfranco Rosi, all’interno della rassegna Semi di pace.
L’iniziativa, promossa da Blade Runner Foundation con il patrocinio della Presidenza
dell’Assemblea Capitolina, offrirà al pubblico un’occasione unica
per riscoprire uno dei lavori più intensi del cinema contemporaneo
italiano, capace di attraversare i confini mediorientali per
restituire, attraverso il linguaggio poetico e rigoroso di Rosi, un
ritratto intimo e universale della sofferenza civile e della
dignità umana.
La serata inizierà alle 19:00 con l’ingresso del pubblico,
seguita dalla proiezione del film alle 20:30. A chiudere
l’incontro, alle 22:00, un dibattito con la produttrice Donatella
Palermo, che condividerà con il pubblico riflessioni e retroscena
sul processo creativo di Notturno e sul ruolo del cinema
come strumento di testimonianza e consapevolezza sociale.
Girato lungo i confini di Iraq, Kurdistan, Siria e Libano,
Notturno raccoglie immagini di vita quotidiana segnate dalla
guerra, ma anche momenti di straordinaria umanità. Come affermava
Rosi in occasione della presentazione del film:
“Volevo raccontare ciò che accade dopo le bombe, dopo il
rumore: le ferite invisibili, il silenzio delle persone che
continuano a vivere.”
L’appuntamento si inserisce nel progetto Semi di pace, che
attraverso il linguaggio cinematografico intende promuovere una
riflessione collettiva sulla pace e sulla responsabilità
civile.
Vice – L’uomo nell’ombra (qui la recensione) ricostruisce
l’ascesa politica di Dick Cheney (interpretato da
Christian Bale)
trasformandolo in una figura quasi machiavellica, capace di
manovrare la politica americana da dietro le quinte con una
freddezza “da burattinaio”. Adam McKay sceglie una
narrazione satirica, tagliente e spesso volutamente esasperata,
facendo emergere un ritratto che, per molti aspetti, si distacca
dalla realtà dei fatti. Per capire chi fosse davvero Cheney,
bisogna attraversare la sua storia dalla giovinezza fino agli anni
alla Casa Bianca, distinguendo ciò che il film suggerisce da ciò
che è documentato.
La storia vera
dietro Vice – L’uomo nell’ombra
Dick Cheney nasce nel 1941 a Lincoln, Nebraska, e
cresce in Wyoming, un luogo che lui stesso descriverà sempre come
fondamentale per la sua identità. Figlio di un impiegato
governativo, non ha un percorso accademico brillante come ci si
aspetterebbe da un futuro vicepresidente degli Stati Uniti. Nel
film vediamo un giovane Cheney completamente allo sbando, ed è vero
che il suo arrivo a Yale fu un fallimento: il giovane Dick venne
ammesso grazie a una borsa di studio e al sostegno di un petroliere
del Wyoming, ma finì per abbandonarsi all’alcol e alle cattive
compagnie.
Ufficialmente, Cheney venne espulso, non una ma due volte, dopo
aver tentato senza successo di rientrare. Nel film, la
sceneggiatura aggiunge episodi inventati, come la rissa che lo
etichetta come “dirtbag”, dettaglio mai confermato da documenti o
testimonianze. Dopo gli anni bui, Cheney lavorò per un periodo come
operaio, occupandosi della posa delle linee elettriche: nel film
viene mostrato come lineman, arrampicato sui pali, mentre la realtà
è meno spettacolare. Era un “groundman”, addetto a scavare,
sollevare cavi e assistere chi si arrampicava davvero. In quel
periodo venne arrestato due volte per guida in stato di ebbrezza,
tra i 21 e i 22 anni.
Le
cronache confermano tutto: multe, ritiro temporaneo della patente e
un momento di svolta nella sua vita personale. Cheney stesso ammise
che le due denunce lo costrinsero a guardarsi allo specchio e a
capire che stava andando nella direzione sbagliata. La sua compagna
di allora, Lynne Vincent, avrà un ruolo decisivo
nella trasformazione. Nella versione cinematografica, Lynne sembra
quasi salvarlo con una predica infuocata e ultimativa, un momento
romanzato ma basato su qualcosa di reale. Cheney raccontò che smise
di frequentare bar, trovò disciplina e decise di sposarsi. Tornò a
studiare, si iscrisse all’Università del Wyoming e, questa volta,
completò il percorso: prima la laurea, poi un master in Scienze
Politiche.
La carriera politica
Quando nel film vediamo un Cheney spaesato e senza convinzioni
politiche, pronto a scegliere un partito quasi per caso dopo aver
assistito a un comizio di Donald Rumsfeld, siamo lontani dalla
realtà. Cheney aveva già idee conservative radicate, sviluppate
proprio negli anni universitari. Alcuni professori influenti, come
H. Bradford Westerfield, formarono la sua visione
di politica estera e gli diedero basi che lo avrebbero accompagnato
per tutta la carriera. Il film suggerisce che Cheney arrivò a
Washington privo di identità politica, ma la storia dice altro: il
giovane Dick si era già fatto notare come assistente parlamentare e
analista politico, e la collaborazione con Donald Rumsfeld nacque
da interessi e visioni già compatibili.
La
sua carriera governativa fu fulminante: consigliere sotto
Nixon, capo di gabinetto alla Casa Bianca con
Gerald Ford, poi membro del Congresso. Vice – L’uomo
nell’ombra racconta la campagna elettorale per il suo
seggio del 1978 come un disastro che costringe Lynne a sostituire
il marito ai comizi, ribaltando il risultato. Non esistono fonti
che confermino questo passaggio, e nella realtà Cheney si impose
con una comunicazione prudente ma efficace. Anche il suo voto sulla
festività dedicata a Martin Luther King viene
alterato nel film: votò contro in un primo momento, ma nel 1983
sostenne la proposta, a differenza di quanto la sceneggiatura
lascia intendere.
Uno dei tocchi più sensazionalistici riguarda la madre di
Lynne Cheney. Nel film si insinua che il padre di
Lynne l’abbia uccisa per annegamento, gesto volutamente lasciato
sospeso per alimentare tensione narrativa. La realtà è molto
diversa: la donna è caduta accidentalmente nel lago Yesness,
probabilmente stordita dai farmaci per la pressione. Il coroner
escluse ogni traccia di omicidio e Lynne non ha mai accusato il
padre, morto due anni dopo per depressione e alcolismo. Negli anni
’80 Cheney diventa una figura influente nel Congresso e un
importante sostenitore di Reagan.
Nel film gli viene attribuito il merito – o la colpa – di aver
salvato il Veto presidenziale sulla Fairness Doctrine, aprendo
secondo la narrazione la strada all’ascesa di Fox News e
dell’informazione polarizzata. La storia, però, smentisce
l’episodio: non esistono documenti che provino il ruolo decisivo di
Cheney e nel 1987 non era neppure capogruppo repubblicano alla
Camera. Il film sceglie poi di saltare quasi completamente gli anni
della Guerra del Golfo, quando Cheney, nominato Segretario della
Difesa da George H. W. Bush, divenne una delle
figure più rispettate della politica americana.
Dopo l’11 Settembre
Sotto la sua guida l’intervento contro Saddam
Hussein fu rapido, limitato e sostenuto da gran parte del
Congresso. Erano anni di popolarità e riconoscimento pubblico:
difficile conciliare questa fase con l’immagine del “burattinaio
oscuro” che McKay costruisce fin dall’inizio. La trasformazione più
poderosa della sua immagine avviene dopo l’attacco dell’11
settembre. Vice – L’uomo
nell’ombra suggerisce che Cheney accettò il ruolo di
vicepresidente già con un piano per estendere i poteri della Casa
Bianca. La documentazione storica racconta invece qualcosa di più
pragmatico: il progetto fu una risposta – discutibile ma reale –
all’idea che gli Stati Uniti fossero entrati in guerra e che, come
in guerra, la priorità fosse prevenire nuovi attacchi.
È
in questa cornice che nascono il Patriot Act, la sorveglianza
interna, la detenzione di sospetti terroristi e le tecniche di
interrogatorio estreme, tra cui il waterboarding. Cheney fu tra i
principali sostenitori delle misure, convinto che fossero
necessarie. Il film lo mostra come unico responsabile morale,
ignorando che istituzioni, servizi segreti, Congresso e perfino
amministrazioni successive scelsero di proseguire su quella strada:
Barack Obama tentò di chiudere Guantanamo ma non
ci riuscì, lasciando molte politiche di Bush e Cheney inalterate.
Un’altra invenzione cinematografica riguarda l’ordine di abbattere
gli aerei dirottati l’11 settembre.
Nel film Cheney agisce senza consultare il Presidente, ma sia
George W. Bush che Condoleezza Rice hanno
dichiarato che la decisione fu concordata telefonicamente in
diretta emergenza. Il rapporto della Commissione 9/11 non ha
trovato una documentazione scritta della chiamata, senza però
smentirne l’esistenza. Uno dei capitoli più controversi del film
riguarda l’Iraq. Il film sostiene che Cheney abbia sostenuto
l’invasione solo per favorire Halliburton, l’azienda per cui fu CEO
prima della vicepresidenza. È vero che Halliburton guadagnò
enormemente, ed è vero che Cheney ottenne un ricco compenso
vendendo le sue azioni, ma ridurre l’intervento a un movente
personale è un’interpretazione politica.
Dopo l’11 settembre, una parte consistente dell’esecutivo e del
Congresso credeva – erroneamente – che Saddam Hussein possedesse
armi di distruzione di massa e avesse legami con al-Qaeda. Quando
l’ONU non trovò prove, ormai la macchina era già partita. Critici e
sostenitori, ancora oggi, discutono quanto Cheney abbia pesato
nella decisione. Sul tema dei diritti civili, Vice – L’uomo
nell’ombra dipinge Cheney come un opportunista pronto a
tradire la sua figlia omosessuale, Mary, pur di
sostenere la carriera politica dell’altra figlia
Liz. La realtà è più sfumata: Cheney aveva
espresso sostegno pubblico per le unioni tra persone dello stesso
sesso già nel 2000, e ribadirà la sua posizione nel 2009.
Quando Liz si presentò alle elezioni con una posizione contraria,
la coppia decise di sostenerla comunque, senza cambiare idea su
Mary. Nel film diventa un gesto gretto e calcolato, nella realtà è
un equilibrio familiare imperfetto e doloroso. Celebre è anche
l’episodio della battuta di caccia, quando Cheney accidentalmente
sparò all’amico Harry Whittington. Il film lo ritrae impassibile e
privo di empatia. Nella realtà, Cheney si assunse la responsabilità
dell’incidente e dichiarò pubblicamente che “fu uno dei giorni
peggiori” della sua vita. Il caso diventò un fenomeno mediatico e
alimentò la sua cattiva reputazione pubblica.
Gli ultimi anni di Dick
Cheney
In molti momenti Vice – L’uomo nell’ombra fa
di Cheney un genio del male, un “uomo nell’ombra” che controlla
ogni leva del potere americano. Diversi funzionari dell’epoca hanno
smentito la narrazione: Cheney ebbe un ruolo influente, soprattutto
sulla sicurezza nazionale, ma non fu il regista occulto
dell’amministrazione Bush. Una figura potente, sì, ma non
onnipotente. Cheney sopravvisse a cinque attacchi cardiaci, un
numero enorme, e nel 2012 ricevette un trapianto di cuore. A
differenza di quanto si potrebbe dedurre dall’arco narrativo del
film, non è mai scomparso nell’ombra dopo il 2009: ha scritto
libri, rilasciato interviste e difeso con fermezza la sua visione
politica. Muore, infine, il 4 novembre 2025 all’età di 84 anni.
Vice – L’uomo
nell’ombra resta un’opera feroce, visionaria e apertamente
schierata. È cinema, non archivio storico. Molti dei dialoghi sono
inventati, molte scene semplificano o distorcono, altre
suggeriscono verità alternative utili alla satira politica. Il
ritratto che ne emerge è provocatorio, ma lontano dalla realtà
documentata. Per alcuni rimarrà il simbolo di un’America paranoica
e aggressiva, per altri un difensore della sicurezza nazionale in
un momento senza precedenti. La verità, come spesso accade, non
vive nei toni estremi del film, ma in quella zona grigia in cui
storia, politica e morale raramente coincidono.
Frank Grillo (“The Purge”,
“Kingdom”) e Maria Bakalova (“The Apprentice”,
“Borat Subsequent Movie Film”) saranno i protagonisti del
thriller di fantascienza survival
Override. Il film, entrato in produzione
questo mese a Belfast, verrà lanciato al prossimo American Film
Market da Capture, la società di vendita fondata all’inizio di
quest’anno come joint venture tra Capstone Global e Signature
Entertainment.
Descritto come un “thriller
mozzafiato”, Override è diretto e
co-sceneggiato da Jordan Downey (“The Head
Hunter”, “The Cycle”) insieme agli sceneggiatori Jackson
Murray e Kevin Stewart.
Il film segue una soldato
futuristica (Bakalova)
che viene data per morta. Ma con l’aiuto di un angelo sintetico
(Grillo)
– l’ultima novità in fatto di intelligenza artificiale sul campo di
battaglia – dovrà lottare contro il tempo per sopravvivere a una
ferita mortale. Riunisce Grillo e Bakalova dopo che entrambi hanno
prestato la loro voce alla serie animata di supereroi per adulti di
James
Gunn “Creature Commandos”, lanciata alla fine
dell’anno scorso.
Override
è prodotto da James Harris della Tea Shop Productions, già autore
di film di successo come “Fall”, “Obsession” e “47 Meters Down” (e
Michael Downey (“The Big Ugly”, “The Swallow”). È stato finanziato
da Capstone di Christian Mercuri.
Oltre a gestire le vendite
internazionali di “Override”, il catalogo di Capture include anche
il thriller sportivo “Killa Bee” con Daisy Ridley, il thriller sugli squali “Above &
Below” con Antonio Banderas, il thriller d’azione e avventura “Dark
Jungle” e il thriller poliziesco “Spring Breakers: Salvation
Mountain”.
Le prossime uscite di Tea Shop
includono “Giant”, con Amir El-Masry e Pierce Brosnan, e
“Obsession” del regista Curry Barker. Grillo è rappresentato da
CAA, Entertainment 360, 42West e Paul Hastings. Bakalova è
rappresentata da CAA, Insight Management, Brookside Artist
Management e Yorn, Levine, Barnes, Krintzman.
Netflix Italia ha diffuso il trailer e il poster di
Terrazza sentimento, la nuova serie
documentario che ripercorre, in 3 episodi, i fatti che hanno
coinvolto Alberto Genovese, l’imprenditore,
ragazzo d’oro delle start up italiane (è lui il fondatore di
Prima.it e Facile.it), portandolo ad un’accusa, prima, e ad una
condanna, poi, per violenza sessuale, lesioni personali aggravate,
detenzione di materiale pedopornografico, cessione e detenzione di
sostanze stupefacenti.
La serie, disponibile solo su
Netflix dal 5 novembre, è prodotta da Fremantle Italia, sviluppata
e scritta da Alessandro Garramone (anche executive producer),
scritta con Davide Bandiera e Annalisa Reggi, prodotta da Gabriele
Immirzi, con la regia di Nicola Prosatore.
Cortesia di Netflix
Terrazza
Sentimento racconta gli abusi perpetrati dall’imprenditore
Alberto Genovese ai danni di alcune ragazze che frequentavano le
sue feste. Partendo dallo spunto di un tremendo caso di cronaca che
ha catalizzato l’attenzione dell’opinione pubblica per diverso
tempo, la serie vuole tuttavia raccontare anche il lato oscuro di
un mondo in apparenza meraviglioso, fatto di soldi, bellezza e
gioventù. C’è una protagonista indiretta, Milano, la città delle
grandi opportunità, come le start up tecnologiche, di cui Genovese
era considerato un guru, ma anche una città a due facce, di cui una
incredibilmente oscura. Poi c’è la protagonista vera e propria,
Terrazza Sentimento, l’attico a 5 stelle di Genovese che non solo
dà il titolo alla serie ma che, attraverso il suo triste
riferimento alla cronaca nera, offre l’occasione per immergersi in
una storia dove l’abuso sembra la normalità. Che sia abuso delle
proprie possibilità finanziarie, abuso di sostanze stupefacenti in
quantità irreali, abuso, ed è il punto di non ritorno, della
volontà delle ragazze che resteranno coinvolte dalla vicenda. Ma è
anche abuso di se stessi, una storia di cattiveria verso tutti,
fino all’autodemolizione.
La
Toho ha avviato ufficialmente la produzione del sequel di
Godzilla Minus One, con l’uscita prevista
per il prossimo anno. Takashi Yamazaki tornerà
alla regia e si occuperà nuovamente della sceneggiatura e degli
effetti visivi (premiati
con l’Oscar). Dopo mesi di riservatezza sul possibile seguito,
il successo internazionale del film — sia al botteghino che presso
la critica — ha reso l’annuncio altamente probabile.
Nel
corso del Godzilla Fest 2025, organizzato in occasione del Godzilla
Day alla Kanadevia Hall di Tokyo, è dunque stato svelato il titolo
del nuovo capitolo del franchise: Godzilla Minus Zero. L’annuncio è stato
accompagnato dalla presentazione del logo ufficiale (lo
si può vedere qui), realizzato a mano dallo stesso Yamazaki. Al
momento non sono state fornite indicazioni sul significato del
titolo. Se “Godzilla Minus One”
richiamava eventi ambientati prima del film originale del 1954,
la nuova rivelazione non aggiunge ulteriori dettagli, limitandosi a
rimandare aggiornamenti futuri.
Secondo quanto riportato da The Wrap, la nuova produzione potrebbe
rappresentare una reinterpretazione del classico del 1954, ma non è
stata ancora confermata alcuna informazione in merito. Le recenti
dichiarazioni di Yamazaki suggeriscono comunque una continuità
narrativa con Godzilla Minus One, con lo sviluppo
dei personaggi principali e una struttura da vero e proprio
sequel.
Il progetto, caratterizzato da un budget più elevato e
un’impostazione produttiva su scala ampliata, avrebbe già iniziato
le riprese tre mesi fa. Nonostante l’assenza di una data ufficiale
di uscita, un report di aprile indicava una possibile
distribuzione a fine 2026. Godzilla Minus
One è stato il 37º film complessivo del franchise e la 33ª
produzione Godzilla firmata Toho. Il film ha ottenuto ampi
riconoscimenti, ricevendo elogi pubblici anche da parte di registi
come Guillermo Del Toro, Steven Spielberg e Christopher Nolan.
La
macchina produttiva dei Marvel Studios prosegue senza
soste. Nonostante le recenti difficoltà dell’MCU, il franchise è
tornato a puntare sui film dedicati agli Avengers. Avengers:
Doomsday ha infatti da poco completato la sua
lunga fase di riprese nel 2025, lavorando dal 28 aprile fino alla
metà di settembre. Terminata le riprese principali, il film entrerà
ora in un periodo di post-produzione stimato in circa 15 mesi,
salvo eventuali riprese aggiuntive. Secondo quanto riportato da
Hollywood North Buzz, la tempistica
sarebbe legata alla lavorazione consecutiva del sequel, Avengers: Secret Wars, anch’esso
affidato ai fratelli Russo.
Avengers: Secret Wars dovrebbe essere
girato nuovamente a Vancouver, tra aprile e settembre del prossimo
anno, e seguire un analogo periodo di post-produzione di circa 15
mesi. Entrambi i progetti sono descritti come produzioni di grande
scala, caratterizzate da un massiccio impiego di effetti visivi,
numerosi cameo e possibili sessioni di riprese supplementari.
Sempre Hollywood North Buzz segnala che le riprese aggiuntive di
Avengers: Doomsday sarebbero
programmate per gennaio 2026. La tempistica suggerisce possibili
riscritture o modifiche al cast, nell’ambito della regolare fase di
aggiustamento delle produzioni Marvel.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Nel 2026 inizieranno le riprese del
prequel di “Ocean’s Eleven”, con Margot Robbie e Bradley Cooper nei ruoli principali.
Lee Isaac Chung (“Minari”)
sarà il regista, mentre Linus Sandgren (“La La
Land”, ‘Saltburn’,
“Babylon”)
sarà il direttore della fotografia. Secondo alcune indiscrezioni, il
premio Oscar Benicio del Toro sarebbe in trattative per
entrare a far parte del cast del prequel. Anche se i dettagli sui
personaggi rimangono segreti, sembra che del Toro sia stato preso
in considerazione per un potenziale ruolo da antagonista.
Del Toro, Robbie e Cooper formano
sicuramente un cast avvincente, ma ci sono ancora altri membri del
cast che devono essere rivelati. Il film è in fase di sviluppo alla
Warner Bros. dal maggio 2022; a un certo punto, Ryan Gosling avrebbe dovuto recitare al fianco
di Robbie, con Jay Roach alla regia,
ma poi le cose sono cambiate. Non resta a questo punto che
attendere l’ufficialità del coinvolgimento di del Toro, come anche
di avere ulteriori dettagli sul film.
Cosa riserva il futuro alla saga
di Ocean’s
Sebbene i dettagli della trama
siano stati definiti “definitivi”, secondo Deadline, Roger
Friedman di Showbiz411 aveva precedentemente riportato che
il film si sarebbe intitolato ‘Oceans’, con Cooper
e Robbie nei panni dei genitori di Danny Ocean, il personaggio
interpretato da George Clooney nella trilogia originale.
Sempre stando a quanto riportato, nel film prequel gli Ocean
insegneranno ai loro figli, i giovani Danny e Debbie (quest’ultima
poi interpretata da Sandra Bullock in Ocean’s 8),
l’arte di rubare ai ricchi.
Ambientato sullo sfondo del Gran
Premio di Monaco del 1962, il progetto è stato descritto come
un’elegante avventura vecchio stile ispirata a “Caccia al
ladro” di Hitchcock. La sceneggiatura attuale è di
Carrie Solomon, autrice del film Netflix del 2024 “A
Family Affair”, che non ha però riscosso molto successo.
Solomon non ha altri crediti come sceneggiatrice elencati sulla sua
pagina IMDb.
Clayface
ha recentemente concluso le riprese e il protagonista Tom
Rhys Harries ha condiviso un’altra foto dal set, che ha
rapidamente cancellato. L’immagine potrebbe infatti fornire alcuni
indizi su cosa aspettarsi dal prossimo film horror della DCU. La teoria prevalente tra i fan è che le
parole scritte sui muri e sulla porta siano battute di dialogo.
Fuori contesto, non sembrano rivelare troppo, ma ci deve essere un
motivo per cui Harries ha rapidamente rimosso questa foto dopo
averla condivisa su Instagram (la si può comunque vedere
qui).
Il fatto che Clayface abbia un lungo periodo di
post-produzione non è troppo sorprendente, soprattutto perché la
trasformazione di Matt Hagen richiederà probabilmente molti effetti
speciali. Abbiamo visto alcuni effetti pratici nelle foto dal set,
ma questi avranno un effetto limitato quando lui diventerà un
mostro di argilla a tutti gli effetti. Nei fumetti, Hagen era il
secondo Clayface, un avventuriero che si trasformò in un mostro
dopo essere entrato in contatto con una pozza radioattiva di
protoplasma.
Questo aspetto è stato modificato
in Batman: The Animated Series, dove è stato descritto
come un attore che ha usato una crema antietà per sembrare più
giovane. Dopo essersi messo contro il suo creatore, Roland Daggett,
Hagen è stato immerso in una vasca piena di quella sostanza ed è
diventato il “classico” Clayface che tutti conosciamo dai fumetti.
In ogni caso, possiamo aspettarci di ascoltare le battute scritte
sulla porta nel film, anche se non sembrano rivelare poi molto se
non grandi conflitti.
Al momento sono stati rivelati
pochi dettagli sulla trama, ma abbiamo appreso che Matt Hagen sarà
al centro dell’attenzione. Nei fumetti, era il secondo
Clayface, un avventuriero che si è trasformato in
un mostro dopo aver incontrato una pozza radioattiva di
protoplasma. Questo è cambiato in Batman: The Animated
Series, dove è stato ritratto come un attore che usava una
crema anti-età per sembrare più giovane. Dopo essersi scontrato con
il suo creatore, Roland Daggett, Hagen viene immerso in una vasca
di quella sostanza e diventa il “classico” Clayface che tutti
conoscete dai fumetti.
Stando ad alcuni rumor emersi
online, la storia di Clayface sarà incentrata su
un attore in ascesa il cui volto è sfigurato da un gangster. Come
ultima risorsa, il divo si rivolge a uno scienziato eccentrico per
poter ottenere nuovamente il suo fascino. All’inizio l’esperimento
ha successo, ma le cose prenderanno presto una piega
inaspettata.
Poiché Clayface
sarà ambientato nell’universo DC, i fan dovrebbero aspettarsi molti
collegamenti con l’universo più ampio, e saremmo molto sorpresi se
Batman apparisse o fosse anche solo menzionato. Il produttore
Peter Safran ha condiviso alcuni nuovi dettagli
sulla sceneggiatura di Flanagan, sottolineando che il film sarà
effettivamente un film horror in piena regola, sulla scia di La
mosca di David Cronenberg, ma si dice
trarrà anche ispirazione dal successo horror di Coralie
Fargeat, The
Substance.
“Clayface, vedete, è una storia
horror hollywoodiana, secondo le nostre fonti, che utilizza
l’incarnazione più popolare del cattivo: un attore di film di serie
B che si inietta una sostanza per rimanere rilevante, solo per
scoprire che può rimodellare il proprio viso e la propria forma,
diventando un pezzo di argilla ambulante”, ha dichiarato
Safran.
Tom Rhys Harries interpreterà il personaggio
principale di Clayface,
il film dei DC Studios. Il film vedrà anche la partecipazione di
Max Minghella nel ruolo di John, un detective di
Gotham City che inizia a nutrire sospetti sulla relazione tra la
sua fidanzata Caitlin e Matt Hagen. Naomi Ackie
interpreta invece proprio Caitlin Bates, amministratrice delegata
di un’azienda biotecnologica che cura Matt dopo che questi è stato
sfigurato.
Il film è basato su una storia di
Mike Flanagan, attore di La caduta della casa
degli Usher (l’ultima bozza è stata firmata da Hossein
Amini, sceneggiatore di Drive), con James
Watkins, regista di
Speak No Evil, alla regia.
Clayface è attualmente previsto per l’arrivo
nelle sale l’11 settembre 2026.
Dopo il grande successo ottenuto
con We Bury the Dead, Daisy Ridley ha già messo gli occhi sul suo prossimo
grande ruolo.
Deadline riporta che la star britannica ha ottenuto il
suo prossimo progetto, Killa Bee, che si concentrerà sulla
storia vera di Bryony Tyrell, che vive una vita complicata sia come
infermiera di terapia intensiva alle prese con “le sfide del
servizio sanitario nazionale”, sia come “una delle
promesse britanniche della gabbia” durante la notte.
Originaria di Southampton, ha
iniziato a praticare kickboxing durante gli anni dell’università
fino a raggiungere il livello di cintura nera, dedicandosi anche
alle arti marziali. Durante la sua carriera, Tyrell ha vinto
diverse cinture entrando nel mondo dei professionisti.
Il film sulla lottatrice di MMA
esplora anche la vita di Tyrell, che ha un master in
infermieristica e una laurea in biologia molecolare, e che si
destreggia tra la vita di madre di due bambini. Ridley ha condiviso
la seguente dichiarazione sul portare in vita la storia
dell’infermiera attraverso Killa Bee:
Daisy Ridley: La storia di Bryony è una storia
di straordinario coraggio e resilienza. Sono rimasta profondamente
commossa dal suo viaggio emotivo e stimolante. Non vedo l’ora di
portare il suo spirito sullo schermo”.
Knockout Productions sta producendo
Killa Bee, insieme a Picture Perfect. Ruth Sewell, che ha scritto i
cortometraggi Kill e Fish Love, ha scritto la sceneggiatura di
Killa Bee, che sarà diretto da Farah’s Kenton Oxley. Il
produttore esecutivo Michael Foster, insieme ai produttori Mark
Vennis e Lucinda Thakrar, ha condiviso questa dichiarazione
sull’adattamento della vita di Tyrell al cinema:
Bryony Tyrell è stata
coinvolta nel progetto con Kenton Oxley sin dall’inizio e sostiene
l’idea di portare la sua storia ispiratrice sul grande schermo. Sta
fornendo attivamente la sua consulenza sul progetto. Il processo di
scrittura della sceneggiatura è stato modellato in stretto dialogo
con la famiglia di Bryony, garantendo la verità emotiva e
l’integrità creativa in ogni fase. Il regista Kenton, amico di
lunga data di Bryony sin dai tempi della scuola, porta nella storia
una visione profondamente personale, radicata nella fiducia, nella
storia e in una forte lealtà creativa.
Secondo il settore, Capture
inizierà le vendite mondiali di Killa Bee prima dell’American Film
Market, che si terrà la prossima settimana. Le riprese principali
del film con Ridley sono previste per il secondo trimestre del
2026.
Oltre al suo ultimo progetto,
l’attrice 33enne sta anche valutando il suo ritorno nell’universo
di Star
Wars, dato che
un film New Jedi Order con Rey è in lavorazione alla Lucasfilm
e alla Disney. Killa Bee al momento non ha una data di
uscita definita.
La quinta stagione di Only Murders in the Building si è conclusa in grande
stile, con il famoso trio di detective dilettanti della serie che
ha risolto il suo ultimo misterioso omicidio in un casinò
clandestino nascosto all’interno dell’edificio Arconia. Il titolo
dell’episodio finale, “The House Always…” (La casa vince sempre…),
allude al vecchio adagio del gioco d’azzardo secondo cui la casa
vince sempre, cosa che Mabel, Charles e Oliver possono
confermare.
Dimostrando ancora una volta di
essere all’altezza dei migliori show polizieschi in circolazione,
Only Murders in the Building inizia il finale della
quinta stagione invalidando il depistaggio con cui ci aveva
stuzzicato alla fine del penultimo episodio della stagione. Nonna
Caccimelio, infatti, non ha nulla a che fare con l’omicidio del
portiere dell’Arconia, Lester Coluca.
Tuttavia, fornisce al trio di
podcaster un indizio importante che restringe il campo dei
possibili colpevoli, rivelando che il dito trovato da Oliver tra i
piatti del buffet del suo matrimonio apparteneva all’amante di sua
figlia Sofia. Mentre stanno interrogando i miliardari amici di
poker di Nicky Caccimelio sui loro incontri amorosi con Sofia nel
casinò dell’Arconia, il vero assassino entra nella stanza.
La migliore serie TV di Steve
Martin è un regalo che continua a dare soddisfazioni agli
appassionati di gialli, con la quinta stagione che si rivela avere
la trama più elaborata e intricata mai vista. Only Murders in the Building
ha fatto nuovamente centro, approfondendo i segreti dell’Arconia
per smascherare un altro assassino.
Chi ha ucciso Lester alla fine
della quarta stagione di Only Murders in the Building
Come avranno intuito gli
appassionati di giochi di parole, Lester Coluca è stato ucciso
nientemeno che dal sindaco fittizio di New York Beau Tillman,
interpretato da Keegan-Michael Key. Only Murders in the
Building ha aggiunto Key al cast della quinta stagione a marzo,
ma alla fine è stato solo uno dei tanti volti famosi aggiunti allo
show.
Only Murders In The Building
StagioneIdentità dell’assassinoStagione 1Jan BellowsStagione 2Poppy
White/Becky ButlerStagione 3Donna & Cliff DeMeo
È stato il sindaco Tillman a
infliggere a Lester una ferita mortale alla testa, nel cortile
dell’edificio dove aveva lavorato come portiere per 32 anni. Anche
se la modalità della morte stessa potrebbe essere stata
accidentale, non c’è dubbio che Tillman fosse intenzionato a
compiere un atto violento.
Perché Lester è stato ucciso
nel cortile dell’Arconia
Lester è diventato la vittima
principale della quinta stagione di Only Murders in the
Building quando il sindaco Tillman lo ha scaraventato contro il
centro in pietra della fontana del cortile dell’Arconia. Questo
atto di violenza ha apparentemente fratturato il cranio
dell’anziano portiere con una forza tale da causarne la morte.
Sembra tuttavia che Tillman non
avesse intenzione di uccidere Lester. Voleva semplicemente usare la
forza fisica per riavere il suo dito mancante, che era convinto
Lester gli avesse nascosto. Tillman aveva giustamente ipotizzato
che il suo dito perduto potesse essere usato come prova per
implicarlo nella morte del mafioso Nicky Caccimelio, l’altra
vittima di omicidio nella quinta stagione.
Come è morto Nicky Caccimelio e
chi ha fatto sparire il suo corpo
Lo showrunner di Only Murders in
the Building, John Hoffman, aveva rivelato ad agosto che la
quinta stagione sarebbe stata un mistero mafioso con una
differenza, e così è stato con la morte di Nicky Caccimelio. Gli
episodi precedenti della stagione sembravano confermare che Lester
Coluca avesse ucciso Nicky, ma il finale presenta una versione più
complicata di ciò che è accaduto.
Mentre Nicky inseguiva il sindaco
Tillman, l’amante di sua moglie, nella sala del casinò dell’Arconia
con una mannaia, Lester lo ha colpito alla nuca con una manovella
dell’ascensore dell’edificio, implicandolo nel presunto omicidio.
In realtà, Nicky è poi caduto su Lester mentre ancora impugnava la
mannaia, infliggendosi accidentalmente una ferita mortale.
Il colpo ben assestato alla testa
che Nicky ha ricevuto da Lester potrebbe essere stato sufficiente a
ucciderlo, anche se questo scenario è improbabile. Più realistico è
che Nicky sia stato ucciso dalla ferita inflitta dal coltello da
macellaio e che la sua morte sia stata accidentale.
Come rivela Jay, l’interesse
amoroso di Mabel, nell’atto finale dell’episodio finale, su ordine
del sindaco, lui e gli altri soci miliardari di Nicky, Camila White
e Bash Steed, si sono sbarazzati del corpo di Nicky. Hanno usato il
telo da pittura di Camila per trasportare il corpo fuori dalla sala
del casinò, la camera criogenica di Bash per congelarlo, e Jay
stesso lo ha scaricato nella lavanderia a secco di Nicky.
Perché il dito è finito nei
gamberetti del matrimonio di Oliver
Il finale della quinta stagione
offre un’altra delle battute più divertenti di Oliver Putnam in
Only Murders in the Building, quando lui, Charles e Mabel
irrompono nella sala del casinò e dichiarano che il sindaco Tillman
è l’assassino. “E il suo dito era nel mio gamberetto!”
aggiunge Oliver in modo drammatico.
Si scopre che era davvero il dito
di Tillman a trovarsi tra gli antipasti del matrimonio di Oliver,
ed era stato Lester a mettercelo. Nel caos che è seguito dopo che
Nicky ha tagliato il dito a Tillman, è stato colpito alla testa da
Lester e poi si è impalato su una mannaia, Lester è scappato al
piano di sopra con il dito mancante.
Sperava che potesse essere usato
come prova per smascherare il coinvolgimento corrotto di Tillman
con mafiosi e finanzieri disonesti, a patto che riuscisse a
consegnarlo a Charles, Mabel e Oliver. Ecco perché lo vediamo dire
a Tillman poco prima della sua morte: “I miei amici ti
prenderanno”. Lo nasconde nell’unico posto in cui sa che lo
troveranno: tra il cibo del matrimonio di Oliver.
Naturalmente, il dito è poi finito
nelle mani della famiglia Caccimelio, che lo ha rubato dalla casa
di Charles e lo ha venduto ai miliardari, che volevano usarlo come
leva su Tillman. È Mabel a rivelare che appartiene al sindaco,
quando taglia il suo dito finto con lo stesso coltello da macellaio
usato da Nicky.
Come Mabel, Charles e Oliver
risolvono l’omicidio
Dato che sono podcaster dilettanti
di true crime in uno show comico, è difficile mettere Mabel,
Charles e Oliver nella stessa categoria dei migliori detective
televisivi. Tuttavia, hanno sicuramente un dono raro quando si
tratta di risolvere gli omicidi nel loro palazzo, come dimostra la
rapida connessione di Mabel tra il nome del sindaco Beau Tillman e
l’ultimo messaggio di testo di Lester.
Quando questo messaggio è apparso
per la prima volta in “Flatbush”, il sesto episodio della quinta
stagione di Only Murders, si è pensato che Lester stesse
semplicemente ricordando con nostalgia la prima volta che aveva
parlato con sua moglie. In realtà, però, la parola
“beautiful” nel messaggio era una versione autocorretta del
nome del sindaco “Beau Tillman”.
Mabel risolve questo enigma quando
riceve un messaggio simile da Howard, che poi le invia
immediatamente un altro messaggio per correggersi, dicendole: “È
Beautiful. Scusa, correzione automatica. È Beau Tillman”. Da
questo momento in poi, tutti gli indizi vanno al loro posto e
Tillman rivela come ha commesso il suo crimine.
La quinta stagione è l’ultima
di Only Murders in the Building?
Possiamo confermare con certezza
che la stagione 5 non sarà l’ultima della serie, poiché Hulu ha ora
confermato il suo rinnovo per la sesta stagione. In un comunicato
stampa, il gigante dello streaming di proprietà della Disney ha
annunciato quanto segue:
“La serie comica originale di Hulu Only Murders in
the Building, prodotta dalla 20th Television, è stata rinnovata per
una sesta stagione composta da 10 episodi”.
Questa notizia potrebbe sorprendere
alcuni, soprattutto considerando i commenti di Martin Short su
quante stagioni Only Murders in the Building potrebbe continuare ad
andare avanti, fatti ad agosto. Ma finché c’è ancora richiesta da
parte del pubblico, recensioni entusiastiche da parte della critica
e un nuovo omicidio da risolvere all’Arconia, non c’è motivo per
cui la serie non debba continuare.
Come il finale della quinta
stagione prepara Only Murders In The Building alla sesta
stagione
È già stato confermato che Only
Murders in the Building stagione 6 cambierà location e si
trasferirà a Londra, dove Oliver, Charles e Mabel tenteranno di
risolvere un omicidio legato all’altra sponda dell’Atlantico. Il
finale della stagione 5 si conclude con la rivelazione che
l’omicidio su cui indagheranno è quello della podcaster di true
crime Cinda Canning, interpretata da Tina Fey.
Canning era un personaggio
secondario di spicco nella seconda stagione della serie e, a quanto
pare, era appena tornata dalla registrazione di un podcast sui
misteriosi omicidi nel Regno Unito quando è stata trovata morta
fuori dall’Arconia. Il trio protagonista della serie stava
ascoltando il podcast proprio prima di trovare il corpo di
Canning.
Questa situazione suggerisce cosa
possiamo aspettarci nella stagione 6 di Only Murders in the
Building. Si deduce che le indagini di Canning sull’omicidio
britannico per il suo podcast “The Girl with the Curls” l’abbiano
portata a scontrarsi con qualcuno di pericoloso. La trama si
infittisce quando notiamo che Canning stessa indossa una parrucca
rossa riccia quando muore.
La serie televisiva spagnola su
NetflixRespira (Breathless) vede i lavoratori
dell’ospedale
Joaquin Sorolla affrontare nuove difficili sfide, poiché la
privatizzazione della struttura porta inevitabilmente a una nuova e
fastidiosa gestione. Nicolas, un uomo che condivide un passato
familiare sfortunato con Biel, prende il controllo dell’ospedale,
più desideroso di realizzare profitti che di fare del bene.
Tuttavia, il suo arrivo ha il vantaggio di portare con sé una nuova
responsabile del reparto di oncologia, Sophie Lafont, che sta
lavorando a un trattamento sperimentale rivoluzionario.
Tuttavia, anche se questo si rivela
vantaggioso per la presidente Patricia, Nestor non può fare a meno
di rimanere sospettoso nei confronti della nuova oncologa e dei
suoi metodi. Nel frattempo, il dramma interpersonale tra i
professionisti sanitari rimane più vivo che mai, soprattutto perché
le conseguenze dell’aggressione subita da Jesica la costringono a
prendere decisioni definitive sul suo futuro. Pertanto, quando
alcuni volti nuovi entrano nel gruppo, nel bene e nel male, Sorolla
si ritrova ad essere un focolaio di disastri in attesa di
verificarsi. SPOILER IN ARRIVO!
Cosa succede in Respira – Stagione
2
All’inizio della stagione, Joaquin
Sorolla sta attraversando un periodo difficile mentre il personale
affronta le conseguenze dell’accoltellamento di Jesica, con Pilar,
Biel e altri membri dello staff che si occupano della sua
operazione. Contemporaneamente, viene diffusa la notizia
dell’imminente privatizzazione dell’ospedale, secondo la decisione
del Presidente. Due settimane dopo, la situazione sembra più cupo
che mai. Il chirurgo ferito è in convalescenza e Patricia ha
assegnato una nuova direzione all’ospedale: Nicolas. Questa
decisione si rivela particolarmente sinistra quando Biel rivela che
quell’uomo è suo padre, che lo ha abbandonato insieme alla madre
durante la sua infanzia dopo la diagnosi di cancro. Nonostante il
loro passato tormentato, Nicolas sostiene di essere un uomo
cambiato che vuole solo il meglio per l’ospedale e per suo figlio.
Inoltre, chiama Sophie Lafont, una rinomata oncologa francese, per
supervisionare Patricia attraverso un nuovo trattamento per il suo
cancro al seno.
Naturalmente, Nestor è scontento di
questo abuso di potere. Di conseguenza, finisce per rivolgersi ai
media, che mettono sotto esame le decisioni di Patricia al punto
che l’opposizione lancia l’idea di un voto di sfiducia. Questo
costringe il presidente ad annunciare una rielezione che avrebbe
avuto luogo tre mesi dopo. Dopo questo annuncio, un problema di
salute costringe la donna a sottoporsi a un intervento chirurgico,
che riduce ulteriormente le sue possibilità di guarigione.
Tuttavia, la natura terminale della sua condizione la rende la
candidata perfetta per partecipare alla sperimentazione top-secret
di Sophie. Poco dopo, l’oncologa viene assunta a Sorolla, che le
garantisce l’istituzione e i finanziamenti necessari per continuare
la sua promettente ricerca. Inoltre, Nicolas le assegna anche la
carica di nuovo capo del reparto di oncologia.
Nello stesso periodo, le condizioni
di Jesica peggiorano, soprattutto dopo che entra in uno stato di
delirio durante la convalescenza e finisce per riaprire le ferite.
Di conseguenza, finisce per perdere il fegato e i reni. Con il
passare del tempo, il suo fidanzato Lluís decide di usare la sua
posizione di direttore dell’ospedale per falsificare dei documenti
che le consentano di ricevere gli organi di un donatore all’ultimo
minuto. A sua volta, Nicolas usa questo fatto per avviare
un’indagine contro il medico, destituendolo dalla sua posizione. In
sua assenza, offre il ruolo a Pilar, che è critica nei suoi
confronti ma capace di gestire l’istituto medico. Nel frattempo,
Patricia inizia il suo trattamento con Sophie e fa amicizia con uno
degli altri partecipanti, Ximo. Pertanto, i suoi sospetti riguardo
al trattamento riservato dell’oncologo aumentano quando
quest’ultimo paziente inizia a soffrire di effetti collaterali
significativi. Quando si allea con Nestor per indagare sulla
situazione, scoprono la sua apparente morte e il fatto che ci sono
discrepanze nelle sue cartelle cliniche sigillate.
Tornati al Sorolla, il pronto
soccorso deve affrontare problemi di sottofinanziamento e carenza
di personale. Tuttavia, invece di trovare una soluzione
praticabile, Nicolas propone l’idea di stringere una partnership
poco saggia con Healock, l’azienda farmaceutica. Nonostante le
preoccupazioni di Pilar riguardo a tale partnership, finisce per
dare il via libera all’accordo alle sue spalle. Inevitabilmente,
questo accordo porta a una serie di complicazioni, soprattutto per
Rocio e gli altri operatori del pronto soccorso. Anche se assumono
una nuova dottoressa, Hacia, lei finisce per causare attriti
generali quando viene coinvolta nel triangolo amoroso tra Jesica,
il suo fidanzato Lluís e il suo ex amante Biel. Tuttavia,
quest’ultimo ha problemi più gravi da affrontare, poiché finisce
per unirsi a Nestor nella sua missione di scoprire il segreto di
Sophie e assicurarla alla giustizia. Anche se il loro piano alla
fine funziona, Pilar, un’altra collaboratrice, agisce
precipitosamente denunciando l’oncologa alle autorità.
Finale della seconda stagione di
Respira: Nicolas ha informato Sophie? È morto?
Alla fine, Nestor, Biel e Pilar
sono più vicini che mai a catturare Sophie e a svelare la verità
sulla sua ricerca disonesta. Una volta ottenute le prove che
dimostrano la falsificazione dei dati sulla terapia da parte
dell’oncologa francese, Pilar, che ha un conto in sospeso con
Nicolas, è fin troppo ansiosa di denunciarla direttamente alla
polizia. L’unico motivo per cui il chirurgo aggira qualsiasi
comitato è quello di assicurarsi che Sophie non abbia alcuna
possibilità di coprire le sue tracce dopo la prima accusa.
Pertanto, allo stato attuale, nessuno al di fuori di Pilar, Biel e
Nestor è a conoscenza dell’intenzione delle autorità di arrivare a
Sorolla per arrestare Sophie. Questo fino a quando Biel finisce per
rivelare il segreto a suo padre, Nicolas.
Biel e Nicolas non hanno certo un
rapporto molto stretto. Tuttavia, un’emergenza medica a casa del
padre avvicina i due in breve tempo. È evidente che l’uomo più
anziano è desideroso di sistemare le cose con suo figlio e
guadagnarsi la sua fiducia. Per lo stesso motivo, condivide un
segreto con il medico residente, rivelando che ha intenzione di
entrare a far parte della Healock Pharmaceuticals, alla luce
dell’accordo che ha facilitato tra l’azienda e l’ospedale. Nel
tentativo di ricambiare la fiducia, il giovane finisce per rivelare
a suo padre il piano di Pilar, avvertendolo che le autorità
avrebbero indagato su Sophie. Poiché è stato Nicolas a portare la
dottoressa a Sorolla, dopo il suo arresto sarà sottoposto a un
controllo particolare. Tuttavia, l’arresto non avrà mai luogo.
Così, una volta che diventa evidente che Sophie è stata in qualche
modo informata del tentativo di arresto, il sospetto immediato di
Biel ricade inevitabilmente su Nicolas.
Nonostante ciò, il padre insiste
sulla sua innocenza quando viene confrontato al telefono. Si spinge
fino ad accettare di difendere la sua causa di persona.
Sfortunatamente, nel bel mezzo di questa intensa conversazione
telefonica, l’auto di Nicolas finisce per essere tamponata da un
camion. Di conseguenza, questo incidente inaspettato lascia due
cose in sospeso. In primo luogo, le condizioni di Nicolas rimangono
ambigue, poiché le sue possibilità di sopravvivere al grave
incidente sono incerte. Inoltre, questo lascia anche irrisolto il
mistero del misterioso collaboratore di Sophie. Anche se è
probabile che il padre abbia mentito a Biel per salvarsi la pelle,
non sarebbe saggio escluderlo così rapidamente. Fin
dall’introduzione di Sophie, la narrazione sottolinea che
l’oncologa ha contatti in alto luogo. Per lo stesso motivo, è del
tutto possibile che la soffiata provenga da altrove, forse anche
dalle autorità stesse.
Patricia vincerà la rielezione? È
guarita dal cancro?
Uno degli sfortunati effetti
collaterali dell’entusiasmo di Pilar nel riferire la notizia rimane
l’effetto che ha sui pazienti attuali di Sophie. Anche se la sua
terapia è attualmente in fase sperimentale, è riuscita a procurarsi
un certo numero di pazienti volontari, come Patricia. Per la
presidente e altri come lei, la terapia era l’ultima speranza di
guarigione, poiché ogni altra strada era fallita. Nel caso
particolare di Patricia, la terapia sembra addirittura funzionare,
quasi curandole le varie cellule tumorali presenti nel suo corpo.
Tuttavia, quando Pilar denuncia Sophie, la seduta della politica
non è ancora terminata.
Pertanto, una volta che Nestor si
rende conto che l’arrivo delle autorità a Sorolla porterà alla
chiusura del trattamento, non ha altra scelta che avvisare
Patricia. Patricia ha già molto da fare, compresa la rielezione. Si
dà il caso che la polizia sia pronta a fare irruzione nell’ala di
ricerca di Sophie la notte dei risultati delle elezioni. Pertanto,
quando Nestor cerca di accelerare le sedute della politica nel
corso di un solo giorno, lei si oppone all’idea. Saltare eventi e
comizi la notte della sua possibile rielezione sarebbe un incubo
per la presidente, soprattutto perché da tempo mente al pubblico
dicendo di essere completamente guarita dal cancro.
Per lo stesso motivo, decide di
rimanere con il suo team lontano dall’ospedale mentre la serata
volge al termine. Quando si rende conto che sta mettendo a rischio
tutta la sua vita, sembra già troppo tardi. Anche il piano
rischioso di Nestor di rubare l’ultima dose del trattamento per
completare la sua sessione fallisce, poiché il laboratorio di
Sophie è stato misteriosamente ripulito. Così, la fine della serata
porta una realtà polarizzante per Patricia. Nonostante la natura
tesa della sua campagna di rielezione, finisce per vincere,
consolidando nuovamente la sua posizione di presidente. Tuttavia,
nel bel mezzo dei festeggiamenti, nasconde un segreto enorme. Anche
se la cura di Sophie l’ha quasi completamente guarita dal cancro,
senza l’ultima seduta è destinato a ripresentarsi.
Cosa nasconde Sophie? Verrà
scoperta?
Nestor rimane sospettoso nei
confronti di Sophie e della sua cura fin dall’inizio, quando lei
insiste costantemente per escluderlo dalla sua ricerca in nome
della riservatezza. Sospetta che l’ambiguità che circonda la sua
reputazione e la sua abitudine di cambiare continuamente ospedale
siano chiari tentativi di nascondere una potenziale storia di
cattiva condotta. Inizialmente, Patricia è d’accordo con i suoi
piani investigativi. Tuttavia, cede quando Sophie riesce a
dimostrare che la sua cura ha effettivamente funzionato per Ximo e
che il cancro non è stato la causa della sua morte. Tuttavia, più o
meno nello stesso periodo, Biel, che lavora come tirocinante nella
sperimentazione di Sophie, scopre alcune prove schiaccianti contro
l’oncologa.
Biel scopre che Sophie ha manomesso
i dati sui sintomi e gli effetti collaterali del trattamento,
modificandoli per presentarli in modo più favorevole nel programma
ufficiale. Tuttavia, la rapida occhiata che il tirocinante riesce a
dare non è affatto sufficiente per costituire una prova adeguata
per intraprendere un’azione ufficiale. Fortunatamente, con un
piccolo aiuto da parte di Pilar, riescono a simulare un codice
rosso in ospedale, che fa guadagnare al medico oncologo il tempo
necessario per ottenere informazioni dall’hard disk personale di
Sophie. In questo modo, scoprono che, anche se Sophie sostiene che
il suo trattamento ha un tasso di successo del 60%, la statistica
reale è più vicina al 40%. Ciò significa che ha utilizzato dati
falsificati per portare avanti la sua ricerca e convincere i
pazienti a partecipare alle sperimentazioni. Di conseguenza, molti
di loro, come Ximo, non sono nemmeno consapevoli delle probabilità
a cui si stanno sottoponendo. Tuttavia, Nestor e Biel inizialmente
hanno entrambi delle riserve sullo stop all’intero trattamento,
poiché la discrepanza nelle statistiche non è astronomicamente
alta. Ciononostante, Pilar prende la decisione finale. Tuttavia,
nonostante le azioni intraprendenti del chirurgo, Sophie riesce
comunque a svignarsela.
Cosa è successo a Lola? È
sopravvissuta?
Questa stagione introduce una nuova
trama romantica per l’anestesista Quique, la cui vita sentimentale
è notoriamente in crisi. La sua relazione con Oscar finisce presto,
in parte a causa del suo desiderio e della decisione del giovane di
iniziare a curare il suo disturbo bipolare. Tuttavia, non ci vuole
molto perché un nuovo uomo misterioso appaia all’orizzonte.
Inizialmente, il chirurgo Jon Balanzetegui non porta altro che guai
a Quique. Tuttavia, col passare del tempo, i due iniziano ad
avvicinarsi. Quest’ultimo ha paura di iniziare una relazione con
Jon perché lui è padre e sta divorziando. Le persistenti
complicazioni relative alla custodia dei figli costringono l’altro
uomo a stare lontano da scene di festa potenzialmente
scandalose.
Pertanto, Jon rappresenta un nuovo
tipo di pericolo per Quique. Avendo una relazione con lui, accetta
una relazione più domestica, priva di sguardi rubati e appuntamenti
segreti. Tuttavia, sostituirà anche i rave notturni con la
colazione con il suo ragazzo e sua figlia. Nonostante tutto, questa
realtà finisce per andare abbastanza bene all’anestesista. Questo
fino a quando non si verifica una tragedia e la figlia di Jon,
Lola, finisce al pronto soccorso. In seguito, i risultati mostrano
che le sue condizioni sono state causate dall’ecstasy che aveva
trovato a casa di suo padre. Naturalmente, Quique, le cui tendenze
festaioli sono ben note, rimane l’unico sospettato. Alla fine, Lola
riesce a sopravvivere all’incidente, superandolo, cosa che non si
può dire della relazione tra Quique e Jon.
Irene partorirà? Lei e il suo
bambino sopravviveranno?
Irene, la compagna di Nicolas, vive
una gravidanza complicata fin dal primo trimestre. Dopo aver avuto
un episodio, i medici scoprono che il feto nel suo grembo ha un
tumore, che ne renderà quasi impossibile la sopravvivenza.
Tuttavia, poiché lei rimane riluttante ad abortire, non hanno altra
scelta che operare sia lei che il feto. L’operazione, sebbene
snervante, alla fine ha successo. Tuttavia, questa non è la
peggiore delle esperienze di Irene. Il giorno dei risultati delle
elezioni, Nicolas riesce a convincere Biel a cenare a casa sua, un
evento a cui quest’ultimo coinvolge Lucia. Tuttavia, tutti i piani
per una piacevole cena vanno in fumo quando la compagna di Nicolas
entra inaspettatamente in travaglio.
Anche se Irene è lontana dalla data
prevista per il parto, Lucia si rende conto che non c’è modo di
evitare il travaglio e che la donna dovrà semplicemente partorire
il bambino prematuramente. A peggiorare le cose, i precedenti
controlli hanno rivelato che il bambino è in posizione podalica.
Per lo stesso motivo, la soluzione più sicura sarebbe quella di
procedere con un parto cesareo. Tuttavia, data la posizione remota
della casa di Nicolas, sarebbe impossibile per un’ambulanza
arrivare sul posto in tempo. Alla fine, Lucia e Biel devono
eseguire il parto cesareo da soli, utilizzando strumenti
improvvisati e con Leo al telefono che li guida durante il
processo. Nonostante le difficoltà, le loro competenze esperte
assicurano la sopravvivenza sia di Irene che di suo figlio.
La serie televisiva spagnola di
NetflixRespira (Breathless) offre un’esperienza avvincente ai
suoi spettatori. Ambientata nell’ospedale Joaquín Sorolla di
Valencia, in Spagna, i personaggi centrali si uniscono per creare
un dramma medico che è allo stesso tempo accattivante e stimolante.
La serie, originariamente intitolata “Respira”, segue Biel, un
medico interno di un ospedale pubblico che affronta giornate
frenetiche piene di cure d’emergenza e gestione delle risorse per
fornire il miglior trattamento possibile ai suoi pazienti.
Tuttavia, le sue sfide rivelano che la realtà è ben lontana
dall’ideale.
In un sistema sanitario pubblico
alle prese con la carenza di risorse, le condizioni di lavoro dei
medici negli ospedali sono ben lontane da quelle che meritano.
Quando arriva un paziente di alto profilo, le tensioni latenti
vengono a galla. Viene annunciato uno sciopero dei professionisti
del settore medico, lasciando Biel combattuto tra il sostegno alla
causa e il suo impegno nei confronti dei pazienti, che secondo lui
non dovrebbero soffrire a causa di queste circostanze. Creata da
Carlos Montero, noto per “Elite”,
la serie solleva questioni importanti e, date le crescenti crisi
sociali e istituzionali, ci si potrebbe chiedere se gli eventi
siano basati su una storia vera.
I creatori di Respira hanno
prestato grande attenzione all’accuratezza sul set
Scritta da Carlos Montero, Carlos
Ruano, Guillermo Escribano e Pablo Saiz, la serie TV di otto
episodi non è basata su alcuna storia o incidente reale. Tuttavia,
il team ha condotto ricerche approfondite e lavori preparatori per
cogliere l’essenza del settore sanitario pubblico del Paese. Il
risultato è un ambiente iperrealistico in cui personaggi di
fantasia si incontrano e interagiscono. In questo modo, sono
riusciti a sollevare questioni di grande rilevanza per il dibattito
politico in Spagna e nel mondo.
L’ospedale Joaquín Sorolla, dove è
ambientata la serie, è stato realizzato con meticolosa attenzione
ai dettagli. Il set è quasi una struttura permanente, con solo
alcune pareti progettate per essere mobili per facilitare le
riprese. I creatori e tutti i membri del team di produzione si sono
impegnati a rendere l’ospedale il più realistico possibile,
prestando molta attenzione anche ai minimi dettagli. Ad esempio, i
nomi sulle liste d’attesa dei pazienti, i poster alle pareti e
persino le etichette sui flaconi dei medicinali sono stati creati
con grande precisione. Ci sono voluti quasi sei mesi per completare
il set, migliorando notevolmente l’esperienza immersiva degli
spettatori.
In un’intervista, Montero ha detto
di essere rimasto impressionato da ciò che era stato creato la
prima volta che è entrato sul set. Tuttavia, a differenza di un
ospedale perfettamente funzionante, ha notato che tutto era troppo
ordinato e pulito. Durante le riprese sono stati aggiunti graffi,
carrelli abbandonati, scarabocchi sui muri e altri piccoli dettagli
per aumentare l’autenticità. Questi tocchi hanno reso il set più
simile a un vero ospedale, conferendo alla serie un maggiore senso
di realismo.
Echi delle proteste della vita
reale in Respira
Inoltre, lo sciopero dei
professionisti del settore medico non è raro nella storia spagnola.
La prima grande protesta è avvenuta nel 2012, durante il picco
della crisi finanziaria spagnola. Conosciuta come il movimento
“Marea Bianca”, questa serie di manifestazioni ha visto gli
operatori sanitari di tutto il paese scendere in piazza per opporsi
alle misure di austerità imposte dal governo. Queste misure
includevano tagli al bilancio, privatizzazione dei servizi sanitari
e licenziamenti del personale, con gravi ripercussioni sulla
qualità dell’assistenza. I professionisti del settore medico,
vestiti con camici bianchi, hanno guidato massicce manifestazioni
in città come Madrid e Barcellona, protestando contro il
deterioramento del sistema sanitario pubblico.
Un’altra importante protesta medica
in Spagna si è verificata nel 2018, quando i medici di base della
Catalogna hanno organizzato uno sciopero di cinque giorni per
chiedere migliori condizioni di lavoro e più tempo da dedicare ai
pazienti. Questa protesta ha messo in evidenza la cronica carenza
di personale e il sovraccarico di lavoro dei medici, che spesso
erano costretti a visitare fino a 40 pazienti al giorno con poco
tempo a disposizione per fornire cure di qualità. L’opinione
pubblica ha ampiamente sostenuto lo sciopero, poiché molte persone
erano frustrate dai lunghi tempi di attesa e dal calo degli
standard nell’assistenza sanitaria di base. Le proteste hanno
risposto ad anni di tagli ai finanziamenti sanitari, che avevano
lasciato il sistema a corto di risorse e sovraccarico. A seguito
dello sciopero, il governo catalano ha accettato di assumere più
medici e ridurre il carico di pazienti, riconoscendo le questioni
critiche sollevate dai manifestanti.
Pertanto,
Respira non è solo un’opera creativa che
esiste in modo isolato e senza contesto. Oltre al suo obiettivo di
intrattenere il pubblico con un dramma ad alto rischio, sottolinea
anche il potere della voce del popolo e il suo potenziale di
apportare cambiamenti sostanziali. Evidenziando un incidente, anche
se fittizio, la serie svolge un ruolo significativo nel fissarlo
nella memoria del pubblico e nel ricordargli che il cambiamento è
sempre a portata di mano.
Un nuovo film biografico su Audrey
Hepburn sta attualmente cercando l’attrice perfetta per
interpretare la Hepburn, ma non sarà Lily Collins, che per anni è stata considerata dai fan
la candidata ideale per interpretare la defunta attrice.
Deadline ha riportato che il nuovo film biografico su
Hepburn, intitolato Dinner With Audrey, ha scelto come
protagonista
Thomasin McKenzie, nota per i suoi ruoli in Late
Night in Soho e Jojo Rabbit.
Ansel Elgort apparirà al fianco della Hepburn interpretata da
McKenzie nel ruolo dello stilista Hubert de Givenchy. Michael
Shannon, due volte candidato all’Oscar, potrebbe partecipare al
progetto.
Dinner With Audrey è diretto
da Abe Sylvia, che ha al suo attivo Palm Royale,Dead to
Me e The Eyes of Tammy Faye. Il film esplorerà i 40
anni di amicizia tra la Hepburn e lo stilista de Givenchy nel
corso di una magica notte a Parigi. La cena ha dato il via alla
loro lunga collaborazione sugli abiti più iconici della Hepburn,
tra cui quelli di Colazione da Tiffany, Cenerentola a
Parigi, Sciarada e Sabrina.
Kara Holden, nota per Clouds e
Carrie Pibly, sta scrivendo la sceneggiatura. Ashok Amritraj e
Priya Amritraj produrranno il film biografico attraverso Hyde Park
insieme a Mad Chance e Wayfarer.
McKenzie reciterà nella parodia
britannica Fackham Hall al fianco di
Tom Felton ed è la voce narrante dell’ultimo film di Mona
Fastvold, The Testament of Anne Lee, al fianco di Amanda Seyfried. Elgort è noto per
The Fault in Our Stars, West Side Story e Baby Driver.
L’amicizia tra la Hepburn e de
Givenchy iniziò nel 1953 e durò fino alla morte dell’attrice,
avvenuta nel 1993 all’età di 63 anni a causa di un tumore
all’appendice. De Givenchy descriveva spesso la defunta attrice
come sua sorella e musa ispiratrice. Si incontrarono per la prima
volta quando la Hepburn entrò nell’atelier parigino di Givenchy nel
1953, mentre lui stava aspettando Katharine Hepburn. La loro prima
collaborazione fu il guardaroba per il suo ruolo in
Sabrina.
Givenchy si ritirò dalla moda nel
1995 e pubblicò un libro con bozzetti di moda intitolato To
Audrey with Love, che fu poi oggetto di una mostra nel 2016. Lo
stilista francese morì all’età di 91 anni nel 2018.
Molti hanno spesso immaginato
Collins nei panni della Hepburn per via delle loro somiglianze
fisiche, e la Collins rende spesso omaggio allo stile unico e
iconico della Hepburn nella sua ultima serie Netflix, Emily in
Paris. Tuttavia, la McKenzie ha un tono di voce morbido e
lineamenti simili a quelli della Hepburn e ha offerto
interpretazioni crude ed emozionanti nei suoi ultimi ruoli, che
possono essere paragonati a quelli della Hepburn.
La CBS ha fatto centro con la sua
esilarante sitcom The Neighborhood, che ora
tornerà per la sua ottava e ultima stagione. Creata per il
piccolo schermo da Jim Reynolds (e debuttata nel 2018), la serie
segue la famiglia Johnson, bianca e originaria del Midwest, che si
trasferisce in un quartiere prevalentemente nero di Los Angeles.
Sebbene la famiglia, eccessivamente cordiale, susciti qualche
malumore, stringe un’insolita amicizia con i vicini, i Butler. La
sitcom tocca molti temi familiari relativi allo scontro culturale
già affrontati in programmi precedenti, ma lo fa con un senso
dell’umorismo moderno e aperto.
Le migliori sitcom di tutti i tempi
in genere si allontanano dalle trame più attuali, ma The
Neighborhood non ha mai avuto paura di affrontare temi
scottanti senza alienare il pubblico. Gli spettatori hanno visto le
famiglie Johnson e Butler crescere e cambiare insieme nel corso dei
quasi dieci anni di durata dello show, e questo tipo di continuità
lo ha reso uno dei gioielli della corona della CBS. Purtroppo,
The Neighborhood sta iniziando a concludere la sua
impressionante permanenza in onda. Anche se la CBS ha rinnovato
lo show per l’ottava stagione, questa sarà anche l’ultima.
Ultime notizie su The
Neighborhood – Stagione 8
La CBS rinnova e cancella The
Neighborhood
Con la rete in uno stato di
cambiamento, le ultime notizie confermano che la CBS ha rinnovato e
cancellato The Neighborhood. Con una doppia mossa, la CBS
ha deciso di riportare le famiglie Butler e Johnson per un’ottava
stagione, annunciando al contempo che la stagione 8 sarà
l’ultima per The Neighborhood. Questo annuncio arriva in
mezzo a una serie di altre cancellazioni alla CBS, e la rete ha già
eliminato FBI: International, FBI: Most Wanted e, forse la più controversa di tutte,
S.W.A.T.
con Shemar Moore.
La CBS aveva precedentemente
ordinato uno spin-off di The Neighborhood con Sheaun
McKinney e Marcel Spears, che avrebbe dovuto debuttare durante la
stagione televisiva 2025-2026. Tuttavia, la rete ha infine deciso
di non portare avanti il progetto.
L’ottava stagione di The
Neighborhood è confermata come l’ultima
Ritorno a The Neighborhood
un’ultima volta
Anche se The Neighborhood
è diventata una delle sitcom più popolari della TV generalista
odierna, il suo futuro non è mai stato certo alla CBS. Alla
fine, la rete ha deciso di rinnovare lo show nel marzo 2025.
Tuttavia, con l’avvertenza che l’ottava stagione di The
Neighborhood sarebbe stata l’ultima della serie originale.
Durante i suoi quasi dieci anni di programmazione, The
Neighborhood è stato un successo costante per la CBS, ma tra
una serie di cancellazioni, è chiaro che la rete è in uno stato di
cambiamento.
The Neighborhood è stato un
appuntamento fisso dell’autunno sin dalla sua prima messa in onda,
e non c’è motivo per cui l’ottava e ultima stagione non debba
seguire lo stesso programma.
Poiché l’ordine di rinnovo è ancora
recente, ci sono pochi dettagli sulla prossima stagione finale
della serie. La maggior parte delle informazioni sono semplicemente
supposizioni e ipotesi plausibili a questo punto. Tuttavia, dato
che la CBS sta cercando di eliminare The Neighborhood dal
suo palinsesto futuro, la sitcom probabilmente debutterà
nell’autunno del 2025. Come la maggior parte dei programmi
televisivi, The Neighborhood è stato un appuntamento fisso
autunnale sin dalla sua prima messa in onda, e non c’è motivo per
cui l’ottava e ultima stagione non debba seguire lo stesso
programma.
Dettagli sul cast dell’ottava
stagione di The Neighborhood
I Johnson e i Butler
torneranno
Le sitcom si affidano alla coerenza
del loro cast per garantire continuità da una stagione all’altra, e
il legame tra i Johnson e i Butler è il vero cuore di The
Neighborhood. Pertanto, non ci saranno grandi cambiamenti
nell’ottava stagione e Cedric the Entertainer tornerà ancora una
volta a interpretare il burbero ma adorabile Calvin Butler. Ad
affiancarlo ci sarà il suo vicino, Dave Johnson (interpretato da
Max Greenfield), con cui non sempre va d’accordo. Tichina Arnold
tornerà nei panni della molto più comprensiva Tina, moglie di
Calvin, mentre Beth Behrs riprenderà il ruolo di Gemma, moglie di
Dave.
Anche il resto delle famiglie
Johnson e Butler dovrebbe tornare, compreso il giovane Hank
Greenspan nei panni di Grover Johnson, il precoce ragazzino. Anche
i figli di Calvin e Tina, Marty (il più giovane, interpretato da
Marcel Spears) e Malcolm (il più grande, interpretato da Sheaun
McKinney), torneranno come personaggi fissi della serie, vista la
cancellazione dello spin-off The Neighborhood. Anche Courtney,
interpretata da Skye Townsend, è diventata parte integrante della
trama da quando ha avuto un bambino con Marty nella sesta
stagione.
Dettagli sulla trama
dell’ottava stagione di The Neighborhood
Le famiglie Butler e Johnson
crescono insieme
È impossibile prevedere esattamente
cosa accadrà nella stagione 8 di The Neighborhood, dato che
la serie segue ogni anno una formula sitcom molto familiare.
Molti episodi contengono solitamente una storia autonoma che
esplora un conflitto che viene tipicamente risolto entro la
fine. Tuttavia, alcune cose si protrarranno nel futuro, tra cui
il percorso genitoriale di Marty e Courtney. Inoltre, dovrebbe
entrare in gioco la lotta dei Johnson con Grover che diventa
adolescente e Calvin e Tina che diventano genitori con figli ormai
grandi.
Durante un’intervista con TV Insider dopo il finale della settima stagione di
The Neighborhood, Cedric the Entertainer ha anticipato
qualcosa sugli episodi finali della serie. Ha detto: “Non sappiamo
esattamente dove andrà a parare la nostra serie, ma per me un buon
finale di serie ti dà sempre qualcosa da cui trarre ispirazione,
che possa accadere o meno, ma alla fine tutti i tuoi eroi hanno un
finale da eroi”.
Gli eventi del finale della settima
stagione di The Neighborhood avranno anche un profondo
effetto sui prossimi episodi. Durante il finale in due parti,
Marty e Malcolm si trasferiscono in una nuova casa a Venice
Beach. L’uscita di scena dei due personaggi dalla casa dei
genitori avrebbe dovuto preparare il terreno per lo scartato
spin-off di Marty e Malcolm di The Neighborhood, ma ora che
la CBS non porterà avanti lo show, l’ottava stagione incorporerà le
loro nuove avventure. Come sempre, però, lo scontro culturale tra
le famiglie sarà il cuore di The Neighborhood, che
dovrebbe risultare veritiero nella stagione 8.
Jared Leto ha debuttato nei panni del Joker
nel film Suicide Squad del 2016, e qualcosa di curioso è
successo con la sua interpretazione. Prima dell’uscita del film,
c’era molta eccitazione intorno alla sua scelta per il ruolo. Poi,
è stata rilasciata una prima immagine del personaggio e le
aspettative nei suoi confronti sono radicalmente cambiate. Ma il
peggio doveva ancora arrivare. Il film è stato universalmente
disapprovato al momento dell’uscita, e una delle critiche più
grandi riguardava proprio il Joker di Leto.
Il film è poi rimasto l’unica
incursione dell’attore nell’universo DC per alcuni anni, al punto
che sembrava destinato a essere l’ultima. Tuttavia, le cose sono
cambiate quando Zack Snyder è stato richiamato
dalla Warner Bros. per completare la sua versione di
Justice League. Con una mossa a
sorpresa, Leto è tornato nei panni del Principe Clown del Crimine
per una sequenza post-apocalittica.
Alla fine, la
Zack Snyder’s Justice League sarebbe diventata
l’ultimo film in cui abbiamo visto il personaggio. Tuttavia, sempre
grazie a Snyder, ora abbiamo una nuova immagine del personaggio con
un look completamente nuovo. Continuando la sua tendenza a
condividere immagini dei progetti DC passati, il regista ha infatti
pubblicato questa foto inquietante del Joker di
Leto.
Il post era accompagnato dalla
didascalia: “Obiettivo 50 mm Dream Leica monocromatico”.
Sebbene breve, il suo ritorno nei panni del Joker nella Justice
League rielaborata ha permesso al cattivo di Leto di interagire con
il Batman di Ben Affleck sullo schermo per la prima volta
nel DCEU (anche se gli attori hanno girato le loro scene
separatamente). Ad ogni modo, l’immagine ci mostra un Joker
potenzialmente pronto allo scontro, cosa che purtroppo non abbiamo
avuto modo di vedere nel DCEU.
Diane Ladd è morta
all’età di 89 anni. Nata il 29 novembre 1935 a Laurel, nel
Mississippi, Ladd è stata candidata tre volte all’Oscar come
migliore attrice non protagonista per le sue interpretazioni in
Alice non abita più qui (1974) di Martin Scorsese, Cuore selvaggio
(1990) di David Lynch e Rambling Rose
(1991), con quest’ultimo che l’ha vista recitare insieme alla
figlia Laura Dern.
In una dichiarazione rilasciata a
The Hollywood Reporter,
Laura
Dern ha condiviso la notizia della morte di sua madre
Diane Ladd. “La mia straordinaria eroina e il mio dono più
grande, mia madre Diane Ladd, è venuta a mancare questa mattina,
con me al suo fianco, nella sua casa di Ojai, in California. Era la
figlia, la madre, la nonna, l’attrice, l’artista e lo spirito
empatico più straordinari che solo i sogni avrebbero potuto creare.
Siamo stati fortunati ad averla. Ora sta volando con i suoi
angeli”.
Diane Ladd era una classica
bellezza del sud e un’attrice vivace, nota per le sue
interpretazioni intense che combinavano forza, vulnerabilità,
umorismo e fascino. Il ruolo che le ha dato la notorietà, quello di
Flo, la cameriera dalla lingua tagliente e dai capelli voluminosi
in Alice non abita più qui, ha messo perfettamente in
mostra il suo talento. Quel film ha segnato anche il debutto di sua
figlia Laura Dern, che appare brevemente nella
scena finale mentre mangia un cono gelato in una tavola calda
all’età di 7 anni.
Il talento di Ladd per
l’improvvisazione l’ha aiutata a ottenere il ruolo di Marietta
Fortune, la madre autoritaria ed emotivamente segnata di Lula
(interpretata sempre da Laura Dern), in Cuore
selvaggio. Madre e figlia si sono poi riunite sullo schermo
l’anno successivo in Rambling Rose, in cui Ladd
interpretava un’eccentrica matriarca del Sud la cui famiglia viene
gettata nel caos quando la tormentata Rose (interpretata da Dern)
diventa la loro domestica. Anche Dern ha ricevuto una nomination
all’Oscar per la sua interpretazione.
Ladd ha incontrato il suo ex
marito, l’attore Bruce Dern, in una produzione
off-Broadway nel 1958. I due si sono sposati nel 1960 e Ladd ha
debuttato al cinema al fianco di lui in The Wild Angels
(1966). Ladd ha dato alla luce la loro figlia, Laura Dern, nel
1967, e i due hanno divorziato nel 1969. Tra i film interpretati da
Diane Ladd figurano anche Chinatown (1974), Something Wicked This Way
Comes (1983), National Lampoon’s Christmas Vacation
(1989), Primary Colors (1998) e, più recentemente,
Joy (2015).
Tracker stagione 3, episodio 3, “First Fire”,
segna la fine di un’era per la serie di successo di Justin Hartley.
In testa alla programmazione della CBS per il 2025-2026, la serie
procedurale basata sul romanzo “The Never Game” ha riscosso un
enorme successo sin dal suo debutto nel febbraio 2024. È
impressionante come sia riuscito a mantenere il suo posto come
programma televisivo numero 1 nonostante la forte concorrenza di
serie consolidate e programmi più recenti.
Aprendo la Tracker – stagione 3 con uno speciale di due episodi, la
serie di Hartley ha immediatamente chiarito che non ha intenzione
di rallentare il ritmo. Dopo non essere tornato per un’altra
apparizione nella seconda stagione,
Jensen Ackles ha ottenuto un ruolo più importante, apparendo
nei primi due episodi di quest’anno. Tuttavia, man mano che le cose
iniziano a stabilizzarsi in “First Fire”, i cambiamenti in Tracker
diventano più evidenti, portando alla fine definitiva della sua
serie originale.
Tracker Stagione 3, Episodio 3
Completa il Rinnovamento della Squadra di Colter Shaw
Prima del suo ritorno in prima
serata, è stato annunciato che Abby McEnany ed Eric Graise non
sarebbero tornati nei panni di Velma e Bobby nella terza stagione
di Tracker. Francamente, non è ancora chiaro perché siano
stati eliminati dalla serie, soprattutto perché entrambi hanno
fatto parte della squadra di Colter fin dall’inizio come suoi
assistenti e supporto tecnico/informativo. In precedenza,
Tracker aveva già perso Robin Weigert nel ruolo di
Teddi.
Randy ha effettivamente assunto il
ruolo di Bobby in Tracker. Infatti, ha persino stabilito un
legame con Reenie trasferendosi nel suo ufficio. Non ci sono stati
indizi che lo show stia cercando di sostituire anche Velma; lo show
non ha portato nessuno a riempire il posto lasciato libero da
Teddi. La situazione cambia, tuttavia, nella terza stagione di
Tracker, episodio 3, con l’assunzione di Mel. Lei svolgerà
essenzialmente il lavoro che Velma svolgeva sia per Reenie che per
Colter. Se rimarrà nel suo posto di lavoro, tuttavia, è tutta
un’altra storia.
Vale la pena notare che, sebbene
Reenie sia ancora in Tracker, non ha mai fatto parte della
squadra di Colter sin dall’inizio. Inizialmente, appariva solo
quando c’era un intoppo legale nella missione. Da allora, però, il
suo ruolo si è ampliato. Ma per quanto riguarda il vero sistema di
supporto di Colter, tutti i suoi membri sono già stati sostituiti,
segnando così la fine di un’era per Tracker.
Velma, Teddi e Bobby torneranno
mai in Tracker?
Nessuno dei personaggi usciti da
Tracker ha avuto un addio adeguato. La loro uscita di scena
è avvenuta fuori dallo schermo, con la loro sorte spiegata
successivamente attraverso scene espositive. A quanto pare, Bobby
ha accettato un lavoro redditizio in una start-up tecnologica,
mentre Velma si è riunita con Teddi. Pragmaticamente, tutti i
personaggi hanno avuto un’uscita di scena felice e, dato che
nessuno di loro è morto, possono essere facilmente reinseriti nella
serie.
Il loro ritorno dipende ora dagli
sceneggiatori di Tracker, che devono decidere se c’è una
valida ragione narrativa per la loro ricomparsa. Naturalmente,
dipende anche dalla disponibilità degli attori a riprendere i loro
ruoli, ma ci deve essere una giustificazione narrativa per il loro
ritorno. Sarebbe irrispettoso riportarli in Tracker
per un cameo forzato.
Il futuro della serie The Expendables è stato confermato dopo lo scarso
successo di Expend4bles nel 2023. Con Sylvester Stallone nel ruolo
principale, questa serie d’azione con un cast stellare è iniziata
nel 2010, ma l’accoglienza riservata all’ultimo film ha sollevato
grandi interrogativi sul suo futuro.
Due anni dopo, Lionsgate ha
annunciato di aver acquisito i diritti del franchise
Expendables da Millennium Media. Questo accordo
conferisce allo studio, che ha distribuito i quattro film del
franchise in Nord America e nel Regno Unito, i diritti per
sviluppare e produrre tutti i futuri film, programmi TV e
videogiochi di quell’universo.
L’accordo tra Lionsgate e
Millennium Media include anche i diritti di distribuzione globale
del
prossimo film prequel di Rambo, John Rambo.
Noah
Centineo è attualmente in fase di trattative finali per
interpretare il ruolo principale precedentemente interpretato
da Stallone. Lionsgate è anche diventata lo studio principale e
partner di produzione di tutti i futuri film di Rambo.
Il COO di Lionsgate, Brian
Goldsmith, ha rilasciato la seguente dichiarazione sull’accordo,
esprimendo entusiasmo per il futuro delle serie Expendables
e Rambo:
“Questo accordo amplia
il portafoglio di Lionsgate di franchise d’azione che definiscono
il genere e rafforza il nostro impegno a fornire IP di livello
mondiale su più piattaforme. Siamo entusiasti di reimmaginare sia
The Expendables che Rambo al cinema e in televisione e, con John
Rambo, stiamo riunendo un team creativo audace per reinventare un
personaggio classico per una nuova generazione di
fan”.
Anche il presidente della
Millennium Media, Jonathan Yunger, ha rilasciato una dichiarazione,
elogiando Lionsgate come partner forte per il futuro di queste due
proprietà:
“Abbiamo sempre creduto
nel potere duraturo di questi franchise, e questa partnership offre
loro la portata, il supporto creativo e la diffusione globale che
meritano. La solida esperienza di Lionsgate con le principali
proprietà d’azione la rende il partner ideale per contribuire a
plasmare i prossimi capitoli di The Expendables e
Rambo”.
L’annuncio include la conferma che
Jalmari Helander (Sisu) dirigerà John Rambo e che le riprese del
progetto inizieranno il prossimo anno in Thailandia.
Per quanto riguarda il franchise di
The Expendables, l’accordo è un segno che questa proprietà
intellettuale non è ancora morta. Dopo il successo commerciale dei
primi tre film, con The Expendables 2 (2012) che ha segnato il
record del franchise con 314 milioni di dollari incassati in tutto
il mondo, il quarto capitolo ha fatto registrare un crollo con
soli 51 milioni di dollari. Con un budget stimato di 100
milioni di dollari, il film è stato un fallimento
significativo.
Dopo aver recitato in tutti e tre i
film precedenti, il personaggio di Stallone, Barney Ross, passa in
secondo piano in The Expendables 4, che doveva servire da passaggio
di testimone a una generazione più giovane di star d’azione, tra
cui Jason Statham e Megan
Fox. Il punteggio del 14% su Rotten
Tomatoes, insieme al risultato al botteghino, suggerisce che
il film sia stato ampiamente rifiutato dal pubblico.
La domanda principale che si
pone per i film futuri è se riporteranno attori come Stallone,
Statham, Fox, 50 Cent, Dolph Lundgren e Iko Uwais, tra gli
altri, o se ricominceranno da zero con un nuovo cast di star.
Data la reazione a Expend4bles, la seconda ipotesi sembra più
probabile, ma Statham rimane una star di successo, grazie a film
come The Meg (2018) e The
Beekeeper (2024).
Invece di tornare sul grande
schermo, è certamente possibile che il franchise faccia prima un
tentativo sul piccolo schermo, il che sarebbe un interessante test
dell’appeal dell’IP su diversi media. Resta da vedere cosa riserva
il futuro a The Expendables, ma il franchise, proprio come
Barney Ross di Stallone, è evidentemente difficile da uccidere.
Il finale della prima stagione di
One
Piecedi Netflix è tutt’altro che definitivo, con molti
misteri da risolvere, capitoli da adattare e mari da esplorare per
Monkey D. Rufy. Seguendo lo stesso formato dell’iconica serie anime
e manga di Eiichiro Oda, la prima stagione di One Piece
comprendeva una serie di brevi archi narrativi che introducevano i
primi cinque membri dei Pirati di Cappello di Paglia al cast
live-action di One Piece. Questa saga iniziale è culminata in
una battaglia per la libertà di Nami contro i temibili pirati di
Arlong dell’East Blue. Spinto dalla rabbia per la crudeltà
dell’uomo-pesce, Rufy ha scatenato le sue tecniche Gum Gum più
letali per sconfiggere Arlong e distruggere il suo quartier
generale, un parco acquatico. Il villaggio di Nami ha finalmente
assaporato la libertà.
Il finale di One Piece ha
poi visto Rufy confrontarsi con la trama secondaria, ovvero suo
nonno, Monkey D. Garp. Piuttosto che arrestare suo nipote per
pirateria, il pestaggio di Garp si è rivelato essere una prova per
assicurarsi che il pirata alle prime armi fosse pronto per i
pericoli della Rotta Maggiore. Soddisfatto della convinzione di
Rufy, Garp ha permesso ai Cappelli di Paglia di salpare, con il
quintetto che ha consolidato il proprio status di vera ciurma
pirata tramite il cerimoniale calcio al barile. Inevitabilmente, il
pericolo è in agguato, poiché il finale della stagione 1 di One
Piece rivela nuove minacce in attesa di Rufy Cappello di Paglia
nella
stagione 2.
Chi è l’uomo misterioso nel
finale della prima stagione di One Piece
One Piece La prima stagione
si conclude con un’immagine di una figura misteriosa che brucia il
poster di Monkey D. Rufy con un sigaro acceso. I capelli chiari e
la propensione al tabacco confermano che questo nuovo personaggio
live-action è il capitano Smoker, un marine particolarmente potente
il cui Frutto del Diavolo gli permette di trasformare il suo corpo
in puro fumo, rendendo inefficaci i pugni di Rufy. Un giovane
Smoker può essere effettivamente individuato all’inizio della
stagione di debutto di One Piece, mentre assiste
all’esecuzione di Gold Roger durante il flashback iniziale. Il
personaggio è molto simile a Garp dal punto di vista morale. Smoker
detesta i pirati e li dà la caccia con tenacia, ma non è corrotto o
malvagio come Morgan o l’ufficiale che Arlong pagava.
L’introduzione di Smoker suggerisce
che la prima location della One Piece – stagione 2 sarà Loguetown, il luogo
nell’East Blue dove Gold Roger è stato giustiziato. Quest’isola è
l’ultima tappa prima che i pirati si uniscano alla Grand Line, e
Smoker è il capitano della base locale della Marina, che schiaccia
i sogni di molti equipaggi di raggiungere il leggendario oceano
prima ancora che lo raggiungano. Questo è il motivo per cui Smoker
viene mostrato mentre brucia il poster di Rufy nel finale della
One Piece stagione 1. Non c’è alcun legame personale tra i
due, ma la rapida ascesa di Rufy a pirata più ricercato dell’East
Blue è qualcosa che Smoker trova particolarmente irritante.
Sebbene l’inseguimento di Rufy da
parte del viceammiraglio Garp durante la prima stagione di One
Piece fosse solo un modo per mettere alla prova il suo coraggio
prima della fase successiva della sua avventura, Garp ride
stranamente quando si rende conto che la determinazione di Rufy a
diventare il Re dei Pirati è incrollabile. Questa reazione
inaspettata è dovuta al fatto che, in quel preciso momento, Rufy
ricorda a suo nonno Gold Roger, il precedente Re dei Pirati.
Roger viene mostrato mentre ride
quando Garp assiste alla sua esecuzione nel flashback introduttivo
di One Piece e, come rivelato dalla storia originale dell’anime e
del manga, i due erano in realtà amici, nonostante fossero su
fronti opposti della legge.
Quando Garp tiene Luffy per il
collo e suo nipote ride mentre ribadisce il suo desiderio di
trovare il tesoro di One Piece, il viceammiraglio ricorda
immediatamente il suo defunto amico pirata. Questa consapevolezza
si ricollega al commento di Dracule Mihawk a Garp all’inizio della
stagione 1 di One Piece, in cui il Warlord sottolineava una
strana somiglianza tra Rufy e Roger. Gli spettatori che hanno visto
solo la versione live-action potrebbero essere perdonati se
pensassero che Roger sia in realtà il padre di Rufy e, quindi, il
figlio di Garp. Non è così, ma i personaggi provengono dallo stesso
antico clan.
Dove stanno andando ora i
Pirati di Cappello di Paglia?
L’introduzione del Capitano Smoker
suggerisce fortemente che la seconda stagione di One Piece
inizierà a Loguetown, ma il finale della prima stagione ha già
preparato il terreno per l’arrivo della Going Merry alla Grand
Line. Quando Nami è confusa dalla sua mappa che sembra indicare un
fiume che scorre su una montagna nelle scene finali di One
Piece, lei preannuncia la famosa Reverse Mountain. Nami presume
che si tratti di un errore sulla mappa, ma Reverse Mountain sarà un
momento importante nella seconda stagione di One Piece e la
pietra miliare in cui la serie Netflix lascerà alle spalle East
Blue per spostarsi esclusivamente sulla Grand Line.
Per quanto riguarda ciò che attende
dall’altra parte di Reverse Mountain, One Piece di Netflix
ha già fatto diversi riferimenti espliciti a una losca
organizzazione nota come Baroque Works. I suoi membri saranno i
principali antagonisti della seconda stagione di One Piece
e, rompendo l’attuale formula episodica della serie, Baroque Works
fornirà una trama generale a lungo termine che culminerà con la
comparsa di un secondo Warlord of the Sea. Al momento della stesura
di questo articolo, Netflix non ha confermato che la seconda
stagione di One Piece andrà avanti, ma la prima stagione
getta comunque basi significative per le storie future.
Perché Rufy ha una taglia (e
perché gli altri Cappelli di Paglia no)
Il Governo Mondiale assegna le
taglie in base a quanto considera pericoloso un pirata, e Rufy
conclude la stagione 1 di One Piece con un’enorme taglia di
30.000.000 di berry sulla sua testa, nonostante abbia preso di mira
solo criminali e altri pirati. Questo perché il Governo Mondiale
considera i Pirati di Cappello di Paglia un pericolo per la pace e
l’ordine, piuttosto che un pericolo per i cittadini. Sconfiggendo
Arlong, il precedente detentore della taglia più alta dell’East
Blue, Rufy si vede automaticamente assegnata una taglia più alta.
Pertanto, il sistema di taglie di One Piece funziona in
linea di massima come un modo per classificare la forza dei pirati,
anche se tale confronto non è sempre accurato.
Rufy è l’unico pirata di Cappello
di Paglia a ricevere una taglia perché, francamente, gli altri non
sono ancora considerati abbastanza importanti dal Governo Mondiale.
In qualità di capitano della ciurma, nonché responsabile
dell’abbattimento di Arlong, Rufy è l’unico Cappello di Paglia che
il Governo Mondiale è attualmente interessato a catturare. Man mano
che la notorietà della ciurma aumenterà, la situazione cambierà e
tutti i nakama di Rufy finiranno per ricevere a loro volta ingenti
taglie.
Arlong è morto dopo la fine
della prima stagione di One Piece?
One Piece La fine della
prima stagione non chiarisce direttamente cosa succede ad Arlong
dopo che Rufy lo sconfigge. Il pirata uomo-pesce viene sepolto
sotto le macerie della sua ex casa e solo Rufy emerge. Il
viceammiraglio Garp ordina ai suoi marines di dare la caccia ai
pirati rimasti che sono fuggiti durante l’attacco dei Cappelli di
Paglia, ma questi momenti conclusivi non fanno alcun riferimento ad
Arlong. Sebbene Arlong non sia mai tornato fisicamente nel manga
One Piece dopo la sua sconfitta, il materiale originale di
Eiichiro Oda ha confermato verbalmente che il cattivo è
sopravvissuto alla brutale Gum Gum Battleaxe di Rufy.
Lo stesso vale probabilmente per la
serie TV One Piece di Netflix, anche se il tono un po’ più
cupo e l’approccio più maturo fanno sì che non sia assurdo supporre
che Arlong sia stato schiacciato a morte. In entrambi i casi, è
altamente improbabile che il cattivo ritorni nella seconda stagione
di One Piece. Con molti nuovi nemici da introdurre e nessun
precedente per il suo ritorno nel materiale originale, la storia di
Arlong sembra conclusa in One Piece.
Cosa significa il nuovo
tatuaggio di Nami
Come rivelato in One Piece
durante la stagione 1, l’ingresso di Nami nella ciurma dei Pirati
di Arlong ha significato per lei l’obbligo di farsi tatuare il
simbolo di Arlong sul braccio. Dopo la sconfitta di Arlong, il
tatuaggio di Nami è stato modificato, sostituendo la bandiera di
Arlong con un disegno meno offensivo. La nuova body art di Nami
simboleggia la sua ritrovata libertà dal controllo di Arlong, ma
l’immagine del tatuaggio, una girandola combinata con un’arancia,
ha un significato ancora più profondo. Nel manga originale, la
girandola era un giocattolo regalato a Nami da bambina dal capo del
suo villaggio, Genzo, mentre i mandarini erano coltivati come
specialità dalla madre adottiva di Nami, Bell-mère.
Nella storia di Netflix, il
tatuaggio è un omaggio più generico al villaggio natale di Nami.
L’immagine del mandarino rappresenta sia Bell-mère, che coltivava i
frutti, sia il villaggio di Coco nel suo complesso, dove sono una
specialità locale. I flashback di One Piece di Netflix
mostrano Bell-mère che regala a Nami una girandola fatta con la
buccia di mandarino, che probabilmente ha ispirato l’elemento della
girandola nel nuovo tatuaggio di Nami. Stranamente, però, i
flashback mostrano anche il giovane Genzo con una girandola nel
cappello, la stessa che regala a Nami nell’anime. Genzo non viene
mai mostrato mentre le consegna il giocattolo, quindi il capo del
villaggio non ha alcun legame con il tatuaggio ridisegnato di Nami
nella versione live-action.
Come Mihawk e Shanks si
conoscono
In una scena finale di festa, il
finale della stagione 1 di One Piece mostra Shanks il Rosso
e la sua ciurma di pirati ai giorni nostri, che brindano
allegramente alla prima taglia su Monkey D. Rufy. Stranamente, a
loro si unisce Dracule Mihawk, un ufficiale Warlord of the Sea al
servizio del Governo Mondiale. Tecnicamente parlando, Mihawk non
dovrebbe bere così cordialmente con un pirata del calibro di
Shanks. La conversazione tra i due trasuda familiarità, dando
l’impressione di una rivalità amichevole che si è protratta nel
corso degli anni. La natura completa del rapporto tra Shanks e
Mihawk – ammesso che ce ne sia uno al di là delle occasionali
scaramucce in mare – deve ancora essere rivelata, anche nel manga
One Piece.
Buggy e Alvida stanno formando
una squadra?
One Piece La prima stagione
si conclude mostrando le reazioni dei vari amici e nemici di Rufy
al suo nuovo manifesto di ricercato, e una delle reazioni meno
entusiastiche proviene da un cupo Buggy il Clown, ora tornato dalla
sua temporanea alleanza con i Pirati di Cappello di Paglia.
Lamentandosi del suo nemico elastico, Buggy trova un’anima gemella
in Alvida, l’originale capitano di Koby e la pirata che Rufy ha
scaraventato in mare durante l’episodio iniziale. Questa scena
suggerisce fortemente un’alleanza tra questi due avversari di basso
livello nella seconda stagione di One Piece, e questa teoria
è supportata dall’anime e dal manga originali, in cui Buggy e
Alvida recitano entrambi nell’arco narrativo di Loguetown di One
Piece al fianco del capitano Smoker.
È interessante notare che la
collaborazione tra Buggy e Alvida in One Piece ha importanti
ripercussioni che vanno oltre la sola seconda stagione. Buggy è un
personaggio significativo anche nei capitoli attuali del manga, e
Alvida rimane parte del suo equipaggio, anche se non ha un ruolo di
primo piano. Resta da vedere se la versione di Netflix arriverà a
quel punto, ma il finale della prima stagione di One
Piece non nasconde nulla nella definizione delle trame
future.
“Golden” è il suono perfetto di una
canzone pop, ma non è il brano che meglio cattura il messaggio di
KPop
Demon Hunters. Questo fine settimana sono andato a una
proiezione con karaoke di KPop Demon Hunters (Netflix ha riportato il film nelle sale per
Halloween, due mesi dopo una distribuzione già storica), che mi ha
permesso di rivedere il film con un pubblico che conosceva ogni
canzone a memoria.
Da tutti che urlavano “Fit check
for my Napalm era” durante “How It’s Done” all’intero cinema che
muoveva le spalle al ritornello di “Soda Pop”, è incredibile quanto
KPop Demon Hunters abbia risuonato con persone di tutte le età. Ma
mentre tutte le canzoni del film sono orecchiabili e si collegano
alla storia in modo intelligente, “Golden” è il campione indiscusso
quando si tratta di popolarità.
Dopo che “Golden” ha raggiunto il
primo posto nella Billboard Global 200, è diventato chiaro che
anche HUNTR/X stavano salendo, salendo, salendo nel nostro mondo.
La canzone è diventata il simbolo di KPop Demon Hunters, con
le voci di Rumi, Mira e Zoey che l’hanno persino eseguita dal vivo
al The Tonight Show. Tuttavia, per quanto “Golden” sia fantastica
ed emozionante, c’è un’altra canzone degli HUNTR/X che merita lo
stesso amore.
“What It Sounds Like” è il vero
cuore dei KPop Demon Hunters
Se ‘Golden’ è la canzone che
avrebbe suggellato l’Honmoon, “What It Sounds Like” è la canzone
che ha creato la nuova versione migliorata di cui parlava Rumi. In
“Golden”, Rumi canta di lasciarsi alle spalle gli schemi e
diventare la ragazza che tutti vedono. Nel contesto della storia,
“Golden” non è mai stata una canzone sull’accettazione.
Si può sentire la voce di Celine
nelle parole di ‘Golden’: Rumi, Mira e Zoey sono cacciatrici, hanno
voci forti e i loro difetti e le loro paure non devono mai essere
visti. Le ragazze dovevano essere perfette, anche se questo
significava non affrontare mai i propri demoni. È solo in “What It
Sounds Like” che finalmente sentiamo le loro vere voci. È la
canzone che non sono riuscite a scrivere, dopotutto.
“What It Sounds Like” è
un’esperienza catartica, sia per il pubblico che per le Huntrix.
Rumi ha passato tutta la sua vita pensando che ci fosse qualcosa di
sbagliato in lei che doveva essere corretto. Ma in “What It Sounds
Like” finalmente vede la bellezza nel vetro rotto. Anche Mira e
Zoey accettano chi sono, indipendentemente dai loro difetti.
Ammetto che “What It Sounds Like”
non è la canzone più commerciale, soprattutto se paragonata a
‘Golden’ o “Soda Pop”. A differenza di queste due, “What It Sounds
Like” funziona solo nel contesto del film. Il testo e la melodia
sono direttamente legati a ciò che accade sullo schermo, e la
canzone perde il suo impatto senza momenti visivi chiave come
l’abbraccio di gruppo o il sacrificio di Jinu.
“Golden” è diventata più grande
di KPop Demon Hunters
Anche se mi sarebbe piaciuto vedere
“What It Sounds Like” diventare un successo ancora più grande,
‘Golden’ merita assolutamente il suo successo. Nonostante la
dolceamarezza del testo, “Golden” è una bellissima canzone che
parla di trovare la forza di tracciare la propria strada,
indipendentemente dal proprio passato o dalle avversità che si sono
affrontate.
EJAE, che ha co-scritto la canzone
e ha prestato la sua voce a Rumi, ha parlato di quanto “Golden” sia
speciale e personale per lei. Con “Golden”, l’ex tirocinante K-pop
ha trasformato alcune delle sue difficoltà in un inno che ora sta
raggiungendo persone di tutto il mondo.
Anche se Rumi, come personaggio,
aveva bisogno di crescere oltre il messaggio di “Golden” nella
storia, il testo della canzone non potrebbe essere più stimolante.
‘Golden’ è per KPop Demon Hunters ciò che “Let It Go”
è per Frozen: una canzone che forse non definisce
completamente il personaggio principale, ma con cui il film sarà
per sempre associato.
La seconda stagione
dell’adattamento live-action di One
Piece di Netflix è in arrivo e ci sono già molte
notizie sul cast, sulla trama e sulla data di uscita per quanto
riguarda il futuro di Rufy e dei Pirati di Cappello di Paglia.
Basato sul manga e sull’anime One Piece, lo show live-action di
Netflix racconta la storia di Monkey D. Rufy e della sua ciurma, i
Pirati di Cappello di Paglia. Nella prima stagione, Rufy ha riunito
la banda, nonostante l’iniziale esitazione di Zoro e Nami, e si è
messo alla ricerca del tesoro di Gold Roger, il One Piece, sulla
Grand Line.
Poiché è basata sul manga e
sull’anime di Eiichiro Oda, c’è già molto da discutere sulla
prossima stagione di One Piece su Netflix. La seconda
stagione live-action di One Piece seguirebbe gli eventi
della prima, che copriva la saga East Blue del manga. Monkey D.
Rufy ha giurato di diventare un grande pirata e, alla fine
della One Piece – stagione 1, è sulla buona strada per
raggiungere i suoi obiettivi, ottenendo il suo poster da ricercato,
la sua nave e il suo equipaggio. La One Piece stagione 2
segue l’arco narrativo successivo del manga e dell’anime, la saga
di Arabasta, mostrando le prime tappe del viaggio dei Pirati di
Cappello di Paglia verso la Grand Line.
Notizie recenti suOne
Piece – Stagione 3
Un nuovo teaser rivela l’arrivo
di Tashigi
A distanza di mesi dalla scelta
dell’attrice per interpretare il ruolo, arrivano le ultime notizie
sotto forma di un teaser sul personaggio di Julia Rehwald, Tashigi.
L’account ufficiale One Piece su Netflix su X (ex Twitter) ha
condiviso un breve video in cui Rehwald risponde a domande su se
stessa e su Tashigi, oltre che sul processo di ripresa della
seconda stagione. Il video scherzoso non rivela molto sui prossimi
episodi, ma è chiaro che, come nell’anime, Tashigi avrà un ruolo
importante nella nuova stagione.
La serie live-action di Netflix
One Piece è stata rinnovata per la seconda stagione
Presto arriverà ancora più
follia con i Cappelli di Paglia
Netflix ha rinnovato One
Piece per la seconda stagione. La conferma è arrivata nel
settembre 2023, due settimane dopo la prima della serie. Il
rinnovo di Netflix One Piece per un’altra stagione non è
stato una sorpresa, anche se la notizia è stata comunque
accolta con grande entusiasmo. One Piece ha ricevuto recensioni incredibilmente
positive ed è stato un successo tra gli abbonati, ottenendo
l’82% su Rotten Tomatoes dai critici e un punteggio ancora più
alto, pari al 94%, dal pubblico. Con l’enorme successo della serie,
sembra che Netflix abbia finalmente spezzato la maledizione degli
anime live-action, da tempo noti per essere un genere
difficile.
Netflix ha pubblicato tutti gli
episodi della stagione 1 di One Piece il 31 agosto 2023.
Stato di produzione della
seconda stagione di One Piece live-action
Le riprese sono iniziate nel
giugno 2024
Sebbene le notizie siano state
piuttosto scarse da quando lo show è stato rinnovato nel settembre
2023, è stato ora rivelato che la seconda stagione di One
Piece è entrata in produzione nel giugno 2024 e si è conclusa
nel febbraio 2025. La serie, ricca di effetti speciali, avrà
probabilmente un periodo di post-produzione prolungato, il che
significa che la seconda stagione potrebbe debuttare non prima
degli ultimi mesi del 2025. Netflix lo ha confermato quando ha
annunciato una finestra di rilascio per la fine del 2025 (tra
ottobre e dicembre).
Cast della seconda stagione di
One Piece live-action
Il ritorno della ciurma di
Cappello di Paglia
Il cast della seconda stagione
di Netflix One Piece riporterà molto probabilmente i
personaggi della prima stagione nei ruoli principali. A
capitanare la Going Merry nel cast di One Piece nei
panni di Monkey D. Luffy c’è Iñaki Godoy, affiancato da Mackenyu
Arata nel ruolo del suo secondo in comando, Roronoa Zoro. Emily Rudd interpreta la navigatrice della nave,
Nami, e Jacob Romero Gibson interpreta il cecchino della ciurma,
Usop. Infine, Taz Skylar interpreta il ruolo dello chef, Sanji.
I nuovi arrivati si sono già uniti
al cast della seconda stagione, dato che è stata rivelata la
Baroque Works. A guidare la squadra c’è David Dastmalchian nel
ruolo di Mr. 3, affiancato da Daniel Lasker nel ruolo di Mr. 9.
Camrus Johnson è stato scelto per interpretare il ruolo di Mr. 5 e
apparirà al fianco di Jazzara Jaslyn, che interpreta Miss
Valentine. La Baroque Works è un collettivo di cattivi che sono i
principali antagonisti della saga di Arabasta. Alla ciurma della
Baroque Works si aggiungono Joe Manganiello nel ruolo di Mr 0. e Lera
Abova nel ruolo di Miss All Sunday.
Continuando ad arricchire il team
di Baroque Works, Sophia Anne Caruso interpreterà ora l’iconica
cattiva Miss Goldenweek, che usa trappole di colore per controllare
la mente dei suoi avversari. Chess, l’arciere in bianco e nero di
Drum Island, sarà interpretato da Mark Penwill. Allo stesso modo,
il più temibile difensore della legge di Drum Island, Kuromarimo,
sarà interpretato da Anton David Jeftha.
Si prevede che nella seconda
stagione torneranno anche Vincent Regan nei panni di Garp, Morgan
Davies nei panni di Koby, Aidan Scott nei panni di Helmeppo, Jeff
Ward nei panni di Buggy e Ilia Isorelýs Paulino nei panni di
Alvida. Ci saranno anche molti altri nuovi personaggi che la
prossima stagione dell’adattamento live-action di One Piece
richiederà nuovi attori per interpretare. Ci sono ancora 3 Pirati
di Cappello di Paglia che dovrebbero unirsi alla ciurma nella
seconda stagione: Chopper, Nico Robin e Jinbe (anche se
l’apparizione di Jinbe potrebbe avvenire solo dopo la prossima
stagione).
Storia della seconda stagione
live-action di One Piece
Sembra che la storia della
seconda stagione live-action di One Piece terminerà
probabilmente con l’arco narrativo di Loguetown per poi proseguire
con la saga di Arabasta, che è la seconda saga del manga dopo
quella di East Blue. Per concludere l’arco narrativo di Loguetown,
i Cappelli di Paglia dovranno affrontare il capitano Smoker, come
anticipato nel finale della prima stagione, ma anche combattere i
nemici che vogliono la taglia. Qui viene introdotto anche Monkey D.
Dragon.
l’eventuale introduzione del
malvagio leader della Baroque Works Crocodile, coinvolto in una
grande guerra civile ad Arabasta.
Per quanto riguarda la saga di
Arabasta, questa contava 117 capitoli, quindi non è chiaro quanto
apparirà nella storia della seconda stagione di One
Piece su Netflix. Naturalmente, la saga di East Blue
era composta da 100 capitoli e rimane solo l’ultima parte da
raccontare. Per quanto riguarda i momenti salienti che potrebbero
affrontare i Cappelli di Paglia, questi includono la loro nave
che viene inghiottita da una balena gigante, l’introduzione di
Mr. 9 e Ms. Wednesday (entrambi della Baroque Works), un’isola
piena di dinosauri e l’eventuale introduzione del malvagio leader
della Baroque Works Crocodile, che è parte di una massiccia guerra
civile ad Arabasta.
La Baroque Works continuerà a
essere una spina nel fianco dei Pirati di Cappello di Paglia, dato
che la terza stagione di One
Pieceha inserito nel cast un personaggio
importante dell’organizzazione. La
seconda stagione di One Piece introdurrà la Baroque
Works, un’organizzazione segreta che opera nella Grand Line e che
cerca di ottenere il potere sull’area centrale in cui si svolge la
trama.
A cinque mesi dall’introduzione
della seconda stagione, Netflix
ha annunciato sui propri social media che Cole Escola è
entrato a far parte del cast della terza stagione di One
Piece come membro chiave del gruppo. La star di Big
Mouth, che è non binaria e usa i pronomi they/them,
interpreterà il membro della Baroque Works Bon Clay, noto anche
come Mr. 2 e Bentham.
Bon Clay ha la capacità di
trasformarsi in una copia esatta di chiunque abbia mai toccato con
la mano destra. La sua interpretazione sarà reimmaginata come una
figura non binaria invece che come un personaggio drag, come era
stato rappresentato nel manga originale e nell’adattamento anime.
Dai un’occhiata all’annuncio ufficiale del casting qui sotto:
Escola si unisce a molti altri
nuovi arrivati nel cast di One Piece che interpreteranno i
membri della Baroque Works. Tra i nomi più importanti figurano
David Dastmalchian nel ruolo di Mr. 3, Sophia Anne Caruso nel ruolo
di Miss Goldenweek, Lera Abova nel ruolo di Miss All Sunday, ovvero
Nico Robin, e Joe Manganiello nel ruolo di Mr. 0, ovvero
Crocodile. Anche Bon Clay è un altro membro importante del
gruppo.
Nel manga e nell’anime, Bentham
viene introdotto durante l’arco narrativo Little Garden,
inizialmente stringendo amicizia con i Pirati di Cappello di Paglia
mentre nutre i propri obiettivi malvagi a causa della sua
associazione con la Baroque Works. Il suo arco narrativo è però più
dinamico rispetto a quello degli altri membri, durando per tutta la
saga di Alabasta dell’anime.
Nella versione live-action,
tuttavia, non appariranno fino alla terza stagione di One
Piece. Poiché Little Garden sarà presente nella seconda
stagione, questo segna un cambiamento fondamentale nella loro
apparizione. Resta da vedere se questo comporterà anche altre
differenze nella trama.
Escola è un attore esperto, il che
lo rende una scelta azzeccata per Bon Clay. Recentemente ha
prestato la sua voce al dramma animato Boys Go to Jupiter e
ha vinto numerosi premi per la sceneggiatura e la recitazione nella
commedia Oh Mary!. Il suo background comico e drammatico lo
rende perfetto per il ruolo di Baroque Works.
Poiché la seconda stagione di
One Piece è ancora lontana, ci vorrà ancora un po’ di
tempo prima che la versione di Bentham interpretata da Escola
arrivi sullo schermo. La versione rivisitata del personaggio apre
le porte a nuove possibilità narrative, pur mantenendo gli stessi
elementi per cui è noto nel materiale originale. Questo, insieme
alla sua successiva apparizione in live-action in contrasto con
l’anime, lo rende ancora più avvincente.
One Piece stagione 2
arriverà il 10 marzo 2026 su Netflix.
Il finale di Prey
(qui
la nostra recensione) conclude egregiamente questo prequel di
Predator e la storia di Naru, ma lascia anche
la porta aperta a Prey 2 e a future avventure fantascientifiche
con l’iconico cacciatore interstellare. Il film presenta una serie
di temi ricorrenti nel corso del film, primo fra tutti quello
secondo cui le persone dovrebbero seguire la propria vocazione,
indipendentemente da ciò che la tradizione può imporre.
Con Amber
Midthunder nel ruolo di Naru, l’ambientazione di
Prey ha spostato la serie dal presente al 1719
in Nord America, in una storia che potrebbe benissimo essere la
prima spedizione in assoluto della razza Predator sulla Terra. La
storia si concentra su Naru, una Comanche che sente la vocazione di
diventare una cacciatrice all’interno della sua tribù, ma è
ostacolata dal ruolo tradizionale che è destinata a ricoprire.
Nel film, il fratello di Naru,
Taabe, combatte il Predator al campo dei cacciatori, ferendo la
creatura e poi sacrificandosi affinché Naru possa fuggire,
dicendole: “Questo è il massimo che posso fare. Non posso
andare oltre. È finita. Porta a casa il risultato“. Mentre era
stato catturato dai cacciatori e utilizzato come esca per il
Predatore, Taabe rivela di aver catturato il puma utilizzando il
piano originale di Naru, dicendo che lei lo aveva indebolito e che
era sempre in grado di vedere ciò che lui non vedeva.
Il che significa che forse non
avrebbe ucciso la bestia se non avesse utilizzato il piano di Naru.
Taabe si rende conto che, sebbene sia un grande cacciatore, Naru è
più intelligente e astuta di lui, e alla fine ripone la sua fiducia
in lei quando capisce che il Predator sta per ucciderlo,
sapendo che lei ha le migliori possibilità di porre fine alla
minaccia. Questo momento non solo è stato incredibilmente tragico,
ma ha anche aggiunto un significativo peso emotivo alla vittoria
finale di Naru contro il guerriero intergalattico durante il finale
di Prey.
La spiegazione del piano di Naru
per sconfiggere il Predator alla fine di
Prey
La battaglia finale tra Naru e il
Predator alla fine di Prey è stata uno dei momenti
salienti del film, anche perché lei ha usato la sua intelligenza e
la sua abilità marziale per sconfiggere il suo temibile nemico.
Naru conosceva bene la sua posizione, poiché era fuggita da poco da
una pozza di fango vicino al campo dei cacciatori all’inizio del
film. Aveva anche notato fin dall’inizio che i mirini laser sulla
maschera del Predator avrebbero inviato i proiettili che sparava
direttamente dove puntavano i laser.
Rubare la maschera del Predator era
una parte fondamentale del suo piano, così come una serie di
trappole, tra cui l’uso di esche umane per attirare il Predator, un
piano simile a quello usato in precedenza dai cacciatori. Tuttavia,
i cacciatori non si rendevano conto che il Predator non voleva
esche disarmate, ma voleva cacciare, ed è per questo che Naru dà al
cacciatore che cattura un fucile. Naru studia il Predator,
osservando come pensa, si muove, combatte e uccide, capendo alla
fine come usare tutti i suoi punti di forza e di debolezza contro
di lui.
Così, mette insieme un piano basato
sulla sua esperienza, creatività e astuzia. Il piano di Naru era
quello di ferire ulteriormente il Predator distraendolo con
un’altra preda, rubargli la maschera e poi attirarlo verso di lei
dove lo attendeva una serie di trappole, tra cui la fossa di fango,
dove aveva posizionato la maschera per colpire il Predator e
ucciderlo con la sua stessa tecnologia. Naru osserva, pensa e
pianifica costantemente, senza mai usare la forza bruta al posto
dell’intelligenza, dimostrando che un vero cacciatore è colui che
conosce la sua preda.
Cosa significano le ultime parole
di Naru al Predator
Ci sono state molte citazioni
iconiche nella serie Predator, specialmente quando gli eroi
affrontano l’alieno durante i vari finali. Anche il finale di
Prey contiene una citazione incredibilmente
soddisfacente di Naru, ma il suo significato è un po’ più sfumato
rispetto al semplice insultare il suo nemico un’ultima volta. Una
volta che Naru si rende conto di aver intrappolato il Predator in
Prey e che il colpo finale è inevitabile, pronuncia la frase che
suo fratello le ha insegnato all’inizio, la stessa che lui
pronuncia prima di sacrificarsi al Predator per permetterle di
fuggire.
“Questo è il limite massimo che
puoi raggiungere. Non puoi andare oltre. È finita”, dice,
proprio prima che il Predator si uccida con la sua stessa
tecnologia. La frase è quella che il fratello di Naru le aveva
detto di pronunciare quando stava per uccidere la sua preda durante
la caccia, e che trova piena realizzazione nel momento in cui lei
abbatte il Predator alla fine di Prey. Suo
fratello ha accettato il suo destino quando è stato cacciato e
ucciso dal Predator, ed è questo che lo ha spinto a dire quella
frase a Naru – e il fatto che lei la ripeta quando ha sconfitto la
creatura è il completamento del cerchio che la riporta a lei.
Ci sarà un Prey
2? Come i titoli di coda preparano il terreno per un
sequel
Il finale del film
Prey vede Naru dire alla sua tribù che devono
spostare il loro accampamento perché “c’è pericolo nelle vicinanze”
e che devono trasferirsi in un “terreno più facile da proteggere”.
Il Predator che Naru sconfigge era stato mostrato venire lasciato
da una nave Predator all’inizio del film, il che suggerisce che
possono facilmente tornare (se non sono già nelle vicinanze).
Questa idea è rafforzata dall’animazione dei titoli di coda di
Prey, che suggerisce che una flotta di navi Predator arriverà per
attaccare nuovamente la sua tribù.
Potrebbe anche semplicemente
suggerire che altri Predator stanno arrivando, non necessariamente
per vendetta, ma semplicemente perché gli eventi di
Prey rappresentano la prima caccia alle creature
aliene, che ha portato alla morte di uno di loro, il che significa
che ora è considerato un terreno di caccia impegnativo e ricco di
prede degne sotto forma di esseri umani. Fortunatamente, i fan
della serie avranno delle risposte sul significato del teaser del
sequel nei titoli di coda. Prey 2 è stato confermato nel 2024, anche se
non ci sono stati dettagli sulle tempistiche, prossimamente il film
dovrebbe prendere forma.
Il vero significato del finale di
Prey
Il finale di Prey
gioca con il doppio significato del titolo e la dualità dei termini
predatore e preda, mentre Naru lotta con il suo desiderio di essere
una cacciatrice invece che una raccoglitrice, scoprendo ciò che
serve per raggiungere questo obiettivo: diventare sia predatrice
che preda, così come l’alieno che combatte ricoprendo entrambi
questi ruoli. “Vuoi cacciare qualcosa che sta cacciando
te?” è una domanda che le viene posta da suo fratello
all’inizio del film e che risuona per tutta la durata della
pellicola.
Quando Naru ha l’occasione di
abbattere un pericoloso puma, sembra fallire la prova, ma si scopre
che il suo piano per ucciderlo era più astuto e intelligente di
quanto si pensasse inizialmente. Applica le lezioni apprese da
quell’esperienza e ritrova la sua sicurezza mentre sfugge più volte
all’alieno Predator, studiandolo, imparando i suoi punti di forza e
le sue debolezze nel corso del film, prima di applicare le sue
conoscenze per intrappolarlo e ucciderlo. Nel finale di
Prey, Naru subisce un cambiamento quando diventa
lei la predatrice e il Predator la preda, completando il suo
percorso per diventare una cacciatrice e una guerriera.
Fuga da Alcatraz, uscito nel 1979 e diretto da
Don Siegel, è uno dei titoli più iconici nella
carriera di Clint Eastwood e rappresenta la quinta e
ultima collaborazione tra l’attore e il regista dopo film come
La notte brava del soldato
Jonathan e Ispettore Callaghan: il caso
Scorpio è tuo!. Con questo film, Eastwood mette da parte
l’azione esplosiva che spesso lo aveva accompagnato negli anni
Settanta, abbracciando invece un racconto più essenziale,
minimalista e sospeso sulla tensione psicologica. Nei panni del
detenuto Frank Morris, l’attore offre una delle
sue interpretazioni più asciutte e carismatiche, costruendo un
personaggio caparbio, silenzioso e intuitivo.
Il
film si colloca nel solco del prison-movie classico, ma ne aggiorna
i codici, privilegiando realismo, introspezione e un rigoroso
rispetto delle condizioni carcerarie dell’epoca. Fuga da
Alcatraz racconta un’evasione realmente avvenuta e lo fa
senza colori romanzati, presentando l’isola-prigione come un
organismo oppressivo, fatto di regole ferree, spazi angusti e un
controllo istituzionale soffocante. Più che la spettacolarità, a
dominare è la battaglia mentale: il silenzio diventa linguaggio,
l’ingegno arma principale, la resistenza psicologica l’unica
possibilità di sopravvivenza.
Tra i suoi temi
principali emergono la lotta contro un sistema disumanizzante, la
determinazione individuale e la capacità di ribellarsi quando ogni
via sembra chiusa. L’evasione non è solo fuga fisica, ma
liberazione simbolica dall’autorità assoluta. Nel resto
dell’articolo, sveleremo però la storia vera dietro il film, ovvero
quella di Frank Morris, che nel 1962 riuscì a
fuggire dalla celebre prigione e a far perdere le sue tracce. Una
figura, la sua, divenuta una vera e propria icona culturale.
Clint Eastwood in Fuga da Alcatraz
La trama di Fuga
da Alcatraz
Nel 1960, l’isolata prigione di
Alcatraz è il luogo di detenzione più sicuro degli Stati Uniti
d’America. Nel corso dei precedenti ventisei anni, nessuno è mai
riuscito a lasciare l’isola. Per questo, dopo aver intrapreso con
successo una serie di evasioni da penitenziari minori, il
rapinatore Frank Morris (Clint
Eastwood) viene condotto nella prigione di massima
sicurezza. L’arrivo di Morris scatena le fantasie del detenuto
Wolf Grace, che cerca un approccio sessuale ma è
brutalmente respinto da Frank. Con il passare del tempo, il nuovo
arrivato inizia ad integrarsi e forma una cricca.
Ne fanno parte l’eccentrico
Tornasole, l’afro-americano
English, il ladro d’auto Charlie
Puzo e i fratelli Anglin, esperti
rapinatori di banche. Insieme, iniziano ad architettare un piano
per la fuga. Il loro progetto è quello di sfruttare l’azione del
mare sulle pareti di Alcatraz, rese deboli dall’erosione naturale
dell’acqua, scrostando il muro con un tagliaunghie e procedendo per
le vie di areazione fino a raggiungere la spiaggia. Il piano
richiede diversi mesi di lavoro e segreti, ma le previsioni di
Morris si rivelano essere esatte. Parallelamente, tuttavia, Wolf ha
meditato di punire Frank per il rifiuto e la sua brama di vendetta
rischia di interferire con la fuga.
La storia vera dietro il film
Fuga da Alcatraz si basa sull’omonimo libro di
J. Campbell Bruce, pubblicato nel 1963, che
ricostruisce in forma giornalistica l’evasione realmente avvenuta
nel 1962 dal penitenziario federale di Alcatraz. Il film di Siegel
non introduce elementi romanzati o fantastici: al contrario,
aderisce con notevole precisione ai fatti documentati dall’FBI e
dai rapporti ufficiali dell’epoca. La storia di Frank
Morris e dei fratelli Clarence e
John Anglin – gli unici evasi dalla prigione
considerata fino ad allora a prova di fuga – è rimasta una delle
più celebri e misteriose della storia carceraria americana, anche
perché, ancora oggi, non esiste una risposta definitiva sul loro
destino dopo quella notte.
Frank Lee Morris nacque nel 1926, crebbe in
condizioni difficili e passò gran parte della giovinezza tra
istituti e carceri minorili. Secondo la documentazione giudiziaria,
era dotato di un quoziente intellettivo superiore alla media, oltre
che di un carattere estremamente riservato. Le sue condanne furono
principalmente legate a rapine e furti. Dopo aver evaso da diversi
penitenziari statali, l’ultima volta nel 1960, fu classificato come
detenuto ad alto rischio di fuga e trasferito ad Alcatraz, la
prigione federale più sorvegliata e sicura degli Stati Uniti.
Clint Eastwood è Frank Morris in Fuga da Alcatraz
Una volta sull’isola, Morris iniziò a lavorare nella falegnameria e
a osservare con precisione la struttura del penitenziario. Fu lì
che, nel 1961, incontrò i fratelli John e Clarence Anglin,
anch’essi rapinatori di banca con diversi tentativi di fuga alle
spalle, e il detenuto Allen West. I rapporti
investigativi raccontano che, studiando le condutture d’aria e la
struttura in cemento ormai deteriorato dall’umidità, Morris ideò un
piano meticoloso e quasi ingegneristico: ampliare discretamente le
bocche d’aerazione delle celle, risalire nei condotti fino alla
zona tecnica non sorvegliata del tetto e realizzare un’imbarcazione
improvvisata utilizzando impermeabili rubati e cuciti insieme.
La fuga avvenne nella notte del 11 giugno 1962. Dopo mesi di
lavoro, i detenuti erano riusciti a sostituire le griglie
metalliche con pannelli finti e a fabbricare dei manichini
rudimentali con carta, capelli veri presi dal barbiere del carcere
e sapone, così che i secondini, durante il controllo notturno,
pensassero che fossero ancora nei letti. Allen West rimase però
indietro: il foro nella sua cella non era abbastanza grande e non
riuscì a uscire in tempo. Morris e i fratelli Anglin, invece,
raggiunsero il tetto, scesero lungo una tubazione posteriore fino
alla riva e si allontanarono sulle zattere di fortuna, diretti
verso la baia di San Francisco. Dopo la fuga scattò una delle
ricerche più estese mai realizzate dall’FBI.
Il mare aperto e le
correnti della baia rendevano statisticamente improbabile una
sopravvivenza, e i rapporti ufficiali dell’epoca conclusero che i
tre detenuti fossero probabilmente annegati. Tuttavia, nessun corpo
fu mai recuperato e nessuna traccia certa venne individuata. Negli
anni successivi, diverse testimonianze e presunti avvistamenti
alimentarono il mito: fotografie, lettere e ipotesi secondo cui i
tre si sarebbero rifugiati in Sud America. Nessuna prova definitiva
venne mai confermata. È proprio questa ambiguità, fedele alla
storia reale, che rende Fuga da Alcatraz un film
tanto incisivo: racconta un’evasione autentica, costruita con
logica, ingegno e determinazione, lasciando aperta la domanda che
da oltre sessant’anni continua ad affascinare pubblico e
studiosi.
Con
Fast & Furious 5 (qui
la recensione), la
saga compie una svolta decisiva: non più soltanto corse
clandestine e inseguimenti su quattro ruote, ma un vero e proprio
heist movie internazionale che trasforma il franchise in un
fenomeno d’azione globale. Ambientato soprattutto a Rio de Janeiro,
il film amplia l’orizzonte della serie, puntando su set più
spettacolari, missioni ad alto rischio e un’organizzazione di
squadra che avvicina l’opera ai grandi film coral-action. È a
partire da qui che Fast & Furious diventa
un universo narrativo più grande, dove la famiglia di Dom Toretto
smette di essere un gruppo di piloti e diventa una crew operativa,
affiatata e quasi paramilitare.
Le
novità non si limitano al cambio di tono e genere: Fast &
Furious 5 introduce nuovi personaggi destinati a
segnare il futuro della saga, primo fra tutti Luke Hobbs, l’agente
DSS interpretato da
Dwayne Johnson. La sua presenza inaugura la fase
“muscolare” del franchise, impostata su combattimenti corpo a
corpo, inseguimenti sempre più estremi e un crescendo di
spettacolarità. Tornano inoltre volti fondamentali dei capitoli
precedenti, riuniti in un’unica squadra per il colpo più ambizioso
mai tentato: derubare il signore del crimine Hernan Reyes,
responsabile della corruzione che affligge la città.
A livello tematico, il
film rafforza i concetti cardine della saga: la famiglia come
legame indissolubile, l’amicizia che supera la legge, la ricerca di
una seconda possibilità e il conflitto tra giustizia e libertà
personale. Ogni personaggio agisce con obiettivi morali diversi ma
complementari, mentre il confine tra buoni e cattivi si fa sempre
più sfumato. Fast & Furious 5 non solo segna
il passaggio a un nuovo linguaggio d’azione, ma avvia un arco
narrativo che cambierà definitivamente la serie. Nel resto
dell’articolo si proporrà una spiegazione del finale e di come
questo capitolo anticipa gli sviluppi dei sequel successivi.
La trama di Fast & Furious
5
Il quinto film della saga si apre
con Brian O’Connor intento a lasciare il ruolo di
poliziotto per aiutare l’amico Dominic Toretto ad
evadere di prigione. Insieme a Mia Toretto, i due
si rifugiano poi a Rio de Janeiro, in casa di un amico di vecchia
data. Questi, in cambio dell’ospitalità, propone loro un colpo
facile e dal gran guadagno. Si tratta di rubare alcuni automobili
di lusso insieme ad un gruppo di malviventi locali. Dominic, Brian
e Mia, capiranno però ben presto di essere caduti in una trappola
particolarmente pericolosa, che li porterà ad essere incolpati
della morte di alcuni agenti DEA.
Tale evento porta l’infallibile
agente Luke Hobbs a mettersi sulle tracce della
banda di Toretto. Insieme alla collega Elena Neves
intraprenderà dunque la propria caccia, con l’obiettivo di
consegnare i criminali alla giustizia. Per potersi salvare da
quella situazione, Dominic, Brian e Mia dovranno riuscire a
dimostrare la colpevolezza del criminale Hernan
Reyes, entrando in possesso prima di lui di un chip
contenente una serie di dati relativi ai traffici illegali, i quali
valgono milioni di dollari. Avranno però bisogno di ricomporre la
squadra per poter portare a termine la loro missione. Per
dimostrare la loro innocenza, però, dovranno riuscire anche a
convincere di questa il temibile Hobbs.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto di Fast & Furious 5, il piano per
impossessarsi dei 100 milioni di dollari di Hernan Reyes raggiunge
il suo momento cruciale. Dom e Brian, con l’aiuto dell’intera
squadra e dell’insolita alleanza con Hobbs ed Elena, entrano nella
stazione di polizia con un veicolo blindato e strappano dalla
struttura l’enorme caveau carico di banconote. Ne nasce un
inseguimento caotico per le strade di Rio, tra pattuglie distrutte,
incidenti spettacolari e un livello di caos raramente visto nella
saga. Dom, come sempre, sceglie la strada più rischiosa, fidandosi
della velocità, dell’istinto e della squadra.
Quando il gruppo arriva sul ponte, Dom ordina a Brian di continuare
da solo, rimanendo a fronteggiare le auto di Reyes e le forze
corrotte della città. In un crescendo d’azione, Dom utilizza la
stessa cassaforte come arma, travolgendo i veicoli che lo inseguono
e bloccando ogni nemico rimasto. Brian torna indietro, eliminando
Zizi, mentre Hobbs arriva per concludere la resa dei conti e uccide
Reyes per vendicare la sua squadra. Sembrerebbe tutto finito, e
Hobbs concede a Dom e Brian una fuga di 24 ore, ma quando apre la
cassaforte si accorge che è vuota: la squadra l’ha sostituita
durante l’inseguimento.
La spiegazione del finale chiarisce la riuscita perfetta del colpo:
l’inseguimento era una distrazione per permettere a Tej, Roman e
gli altri di scambiare il caveau con uno identico caricato su un
camion della spazzatura. Dom non punta solo sulla forza bruta, ma
sull’intelligenza collettiva della “famiglia”, vero motore
narrativo della saga. Il successo del furto non è soltanto la
conquista del denaro, ma una riscrittura dei ruoli: gli inseguiti
diventano i veri giocatori del sistema, superando Stato, criminali
e legge grazie alla loro lealtà reciproca.
Tematicamente, il finale incarna i due concetti simbolo della saga:
libertà e famiglia. Il sacrificio di Vince, la scelta di Hobbs di
cambiare schieramento, e la determinazione di Dom dimostrano che il
gruppo non è solo un team di piloti, ma una comunità che sfida
strutture più grandi e corrotte. La vittoria non è solo materiale:
il film suggerisce che la seconda possibilità non si ottiene
attendendola, ma prendendola a forza, un colpo dopo l’altro, senza
tradire chi si ama. Il denaro diventa solo un mezzo per un futuro
diverso.
Ciò che il film ci lascia è un messaggio di rinascita: nonostante
la legge, gli errori e i nemici, il gruppo costruisce una nuova
vita cambiando identità e destino. Dom e Brian passano da fuggitivi
a uomini liberi, mentre l’ultima corsa senza posta in palio
sancisce la loro amicizia come il vero traguardo. Fast &
Furious 5 è anche il film in cui il franchise smette
di essere un racconto di singoli e diventa definitivamente
un’epopea corale, dove la famiglia non è solo sangue, ma
scelta.
I sequel di Fast
& Furious 5
I sequel confermano
questa evoluzione: le vicende proseguono direttamente con Fast & Furious 6, dove Hobbs recluta la
squadra per una nuova missione e si scopre che Letty è ancora viva,
come anticipato nel mid-credits. Da quel momento la saga apre archi
narrativi sempre più ampi, culminando in Fast & Furious 7,
Fast & Furious
8, Fast
& Furious 9, Fast X e nello
spin-off Hobbs & Shaw. Fast & Furious
5 è quindi l’innesco che trasforma un franchise di corse
in uno dei più grandi universi action del cinema contemporaneo.
Il documentario
I am Luke Perry, in prima visione
su Sky Documentaries il 15 novembre alle 22.50 e
disponibile in streaming solo su NOW e on demand, racconta
l’incredibile ascesa di
Luke Perry: da ragazzo di provincia a icona di Hollywood,
attraverso storie inedite, ricordi di famiglia e testimonianze dei
suoi colleghi più cari. Un omaggio imperdibile a un talento senza
tempo.
I Am Luke
Perry è un lungometraggio prodotto dall’amico e
co-protagonista di Beverly Hills, 90210 Jason Priestley,
che celebra la vita di un talento generazionale: un uomo dalle
umili origini, capace di emergere dall’anonimato di una piccola
città per diventare un sex symbol di Hollywood e un’icona della
cultura pop. Dal ruolo che lo ha consacrato come Dylan McKay in
Beverly Hills, 90210 ai suoi film più impegnativi come
Normal Life e 8 Seconds, fino alle
interpretazioni più mature in Riverdale e in C’era una
volta a… Hollywood di Quentin Tarantino, Luke Perry ha costruito
una carriera segnata da autenticità e dedizione. Un documentario
che celebra il talento di un artista umile e instancabile, capace
di superare l’etichetta di “teen idol” per affermarsi come attore
maturo e rispettato, il cui lavoro ha toccato milioni di
persone.
Cortesia Sky Documentaries
Attraverso una
selezione di fotografie e filmati, sia inediti che iconici,
provenienti da archivi privati e collezioni internazionali, e
grazie a nuove interviste con colleghi, amici e registi, tra cui si
annoverano Stephen Baldwin, Jason Priestley, Marisol Nichols e
Timothy Olyphant, che lo hanno accompagnato
nei suoi trent’anni di carriera, il film ripercorre la
straordinaria vita e il percorso di uno degli attori più amati di
Hollywood contemporanea.
Una produzione CW
Original Network Entertainment, I am Luke Perry è scritto
e diretto da Adrian Buitenhuis e ha come executive producer
Ali Pejman, Tim Gamble, Erik Dekker, Adrian Buitenhuis, Rob Lee,
Brian Gersh, Derik Murray, Kent Wingerak, Paul Gertz, Greg Zeschuk
e Jason Priestley ed è prodotto da Stephen Sawchuk e Gemma
Strongman.
I AM
LUKE PERRY IN PRIMA VISIONE SU SKY DOCUMENTARIES IL 15 NOVEMBRE
ALLE 22.50, IN STREAMING SOLO SU NOW E DISPONIBILE ANCHE ON
DEMAND.
Jennifer Lawrence definisce Die, My
Love una forma di vendetta dopo non essere
riuscita a ottenere un ruolo da protagonista in
Twilight. La star aveva precedentemente rivelato
di aver fatto un provino per il ruolo di Bella nell’adattamento
romantico di successo per ragazzi, una parte che alla fine è andata
a Kristen Stewart.
Diretto da Lynne
Ramsay, il film vede Lawrence e Pattinson nei panni
rispettivamente di Grace e Jackson, una coppia che cade in una
psicosi condivisa dopo che Grace sviluppa una depressione
post-partum. Il film, presentato in anteprima al Festival di Cannes all’inizio di
quest’anno, segna il seguito di Ramsay a You Were Never
Really Here (2017).
Per Lawrence, Die, My
Love rappresenta un ritorno sullo schermo dopo
No Hard Feelings (2023) e
Causeway (2022). Robert Pattinson, d’altra parte, è reduce
dalla deludente interpretazione di Mickey 17
(2025) la scorsa primavera.
Lawrence ha rivelato nel podcast
The Rewatchables nel 2023 di aver fatto un provino per
Twilight. “Mi hanno rifiutato subito”,
ricorda. “Non sono stata nemmeno richiamata.” Questa si è
rivelata una benedizione, ovviamente, dato che Lawrence ha ottenuto
il ruolo di Katniss Everdeen in Hunger Games poco
dopo.
Sia Lawrence che Pattinson hanno
recitato in quattro episodi di un importante franchise per ragazzi,
ed entrambi hanno intrapreso percorsi di carriera simili negli anni
successivi. Entrambi hanno optato per un mix di progetti minori e
film sui supereroi, con Lawrence che ha interpretato Mystica in
X-Men: Dark Phoenix (2019) e Pattinson che ha
interpretato il Crociato Incappucciato in The
Batman (2022).
La risposta a Die, My
Love è stata finora positiva da parte della critica.
Su Rotten Tomatoes, il film ha ottenuto un punteggio dell’80%, con
l’interpretazione di Lawrence evidenziata come uno dei momenti
salienti.
Il Marvel Cinematic Universe vedrà
finalmente i più potenti eroi della Terra riunirsi di nuovo nel
2026 con Avengers:
Doomsday. Oltre a diversi nuovi eroi della Saga del Multiverso che uniscono le forze
con quelli vecchi, il film di squadra vedrà anche il ritorno degli
X-Men
della Fox.
Ash Crossan di ScreenRant ha
recentemente parlato con Simu Liu per il suo nuovo
film, In Your Dreams, in cui è stato menzionato
Avengers:
Doomsday, chiedendogli di usare tre parole per
descriverlo. Liu ha rivelato: “Sì, cinque: un sogno che si
avvera”.
L’attore di
Shang-Chi ha poi aggiunto: “Voglio dire, ci
sono così tanti attori, e lavorare con queste persone come colleghi
è davvero incredibile perché sono cresciuto guardandone così
tanti”. Il ritorno di Liu nell’MCU è stato
rivelato per la prima volta il 26 marzo 2025, durante la grande
trasmissione a sorpresa dei Marvel Studios, che ha svelato il cast
di Avengers:
Doomsday.
Per il neofita dell’MCU, il
capitolo della Fase 6 è una celebrazione dell’amato genere. Liu ha
spiegato: “Sembra, per molti versi, una lettera d’amore
all’intero genere dei film sui supereroi. E penso che ci sia
qualcosa di davvero divertente in questo”.Simu
Liu ha concluso dicendo che questo film è “per
tutti i disadattati, gli strambi e gli sfavoriti che sono cresciuti
leggendo fumetti e hanno sentito che in qualche modo c’era speranza
per loro – che non importava se non si adattavano – penso che ci
sia sempre un posto speciale nel mio cuore per l’intero
genere”.
Nonostante le numerose rivelazioni
sulla line-up iniziale per l’uscita di dicembre 2026, il presidente
dei Marvel Studios Kevin Feige ha dichiarato durante il
CinemaCon del 3 aprile 2025 di non aver ancora rivelato il cast
completo. Anthony e Joe Russo hanno
diretto il film corale e dirigeranno anche Avengers:
Secret Wars.
Il punto che sta facendo più
discutere di A House of Dynamite di Netflix(La
nostra recensione), diretto dalla regista premio Oscar per
The Hurt
Locker Kathryn Bigelow,
è il finale. Il thriller politico segue la risposta del governo
e dell’esercito degli Stati Uniti a un imminente attacco
missilistico nucleare, lanciato da un paese sconosciuto, mostrando
i complessi processi e il processo decisionale in questa situazione
potenzialmente inutile.
Tuttavia, l’ambiguo finale di A House of Dynamite non mira a
soddisfare il pubblico. Dopo che la linea temporale si resetta due
volte, raccontando di tre gruppi di personaggi nella mezz’ora che
precede la detonazione, il film termina prima che il missile
colpisca effettivamente Chicago e che il Presidente degli Stati
Uniti (Idris Elba) prenda una decisione
ufficiale sullo schermo su quale sarà la risposta del Paese.
A House of
Dynamite mostra efficacemente come il Presidente degli
Stati Uniti si trovi in una situazione impossibile e debba
scegliere tra accettare la perdita di un’intera città o rischiare
di dare il via alla fine del mondo.
Ora, Kathryn
Bigelow ha risposto alle divisioni del pubblico sulla
conclusione potenzialmente frustrante del film, affermando che
riflette il messaggio che intendeva trasmettere. Bigelow dice a
Netflix: “Voglio che il pubblico esca dal cinema pensando: ‘OK,
cosa facciamo adesso?'”. È un leggero passaggio da un racconto
ammonitore che si conclude con una nota cupa a uno con un finale
poco definito, per motivare le persone a evitare questa situazione
nella realtà.
Bigelow continua: Questo è un
problema globale e, naturalmente, spero che un giorno ridurremo le
scorte nucleari. Ma nel frattempo, viviamo davvero in una casa di
dinamite. Ho ritenuto fosse fondamentale diffondere queste
informazioni, in modo da poter avviare un dialogo. È questa
l’esplosione che ci interessa: il dialogo che le persone avranno
sul film dopo la sua uscita.
Credits Netflix 2025
È stato anche sottolineato che
A House of Dynamite mira a mostrare come anche le
persone più qualificate non siano realmente preparate ad affrontare
la capacità distruttiva delle armi nucleari. In questo, A
House of Dynamite riesce, mostrando come i funzionari
governativi gestiscano tutto con professionalità ma siano comunque
sotto shock. Lo sceneggiatore Noah
Oppenheim racconta a Netflix:
Uno degli aspetti più
importanti che volevamo evidenziare realizzando questo film è
quanto poco tempo avrebbe avuto il governo degli Stati Uniti, o
qualsiasi altro governo, per rispondere a un attacco nucleare.
Durante quegli stessi 18 minuti, volevamo mostrare cosa stava
accadendo nell’intero apparato governativo.
Il film è stato elogiato per la sua
rappresentazione assolutamente terrificante del
potenziale effetto domino di più paesi in possesso di un arsenale
nucleare. Il fittizio Presidente degli Stati Uniti valuta di
reagire quando i suoi consiglieri gli fanno notare che potrebbero
arrivare altri missili, ma questo causerebbe vittime altrove su una
scala senza precedenti.
Il thriller di Netflix ha
sicuramente avviato un dibattito, soprattutto dopo che il Pentagono
stesso ha criticato A House of Dynamite per aver
presumibilmente affermato che il sistema di difesa missilistica
americano ha molte meno probabilità di successo di quanto non abbia
in realtà.