Presentato alla 76ª edizione del Festival Internazionale del Cinema di Berlino, No Good Men (leggi la nostra recensione) di Shahrbanoo Sadat è un film intenso e profondamente umano. Ambientato nell’Afghanistan del 2021, poco prima del ritorno dei Talebani, il film segue Naru, camerawoman di una televisione locale, donna e madre che cerca di sopravvivere all’interno di una società profondamente patriarcale. Basato anche sulle testimonianze reali del giornalista Anwar Hashimi – che nel film interpreta Qodrat – No Good Men intreccia autobiografia, denuncia politica e racconto intimo, restituendo uno sguardo autentico e doloroso sull’Afghanistan contemporaneo. Abbiamo incontrato Shahrbanoo Sadat, regista e protagonista, per parlare del film, della rappresentazione delle donne afghane e del significato di raccontare oggi questa realtà attraverso il cinema.
Dentro No Good Men: memoria e realtà afghana
No Good Men nasce anche dalle testimonianze reali di Anwar Hashimi, che nel film interpreta Qodrat. Come avete trasformato esperienze personali così forti in un racconto cinematografico mantenendone l’autenticità?
Molti elementi della sceneggiatura derivano direttamente dalla vita reale. Alcune esperienze appartengono a me, altre a mia madre, alle mie sorelle, alle mie amiche. Per me era importante costruire il film a partire da una prospettiva femminile molto concreta e vissuta. Allo stesso tempo c’era il punto di vista di Anwar, che lavorava davvero – come me – nella televisione afghana e che nel film aggiunge il suo sguardo maschile sulla realtà che ci circondava. Abbiamo raccolto ricordi, episodi e testimonianze anche dai colleghi che conoscevamo entrambi e con cui avevamo lavorato nella stessa emittente. Tutto nasce da esperienze autentiche.
Quanto era importante restituire la complessità dell’Afghanistan, evitando una rappresentazione monolitica e semplificata del Paese?
All’inizio il mio desiderio era semplicemente raccontare una storia d’amore nella Kabul contemporanea. Poi, un anno dopo, tutto è cambiato e io stessa sono stata evacuata. Molte persone oggi idealizzano quel periodo e dicono che siano stati i Talebani a togliere libertà alle donne. Ma i Talebani hanno semplicemente portato il patriarcato a un altro livello. Per molte donne, quelle limitazioni esistevano già nella vita quotidiana. I Talebani non sono qualcosa di totalmente separato dalla società: sono il risultato di una cultura patriarcale che era già presente.
Dopo aver realizzato questo film, sente una responsabilità particolare nel continuare a raccontare storie legate alla condizione femminile e alla realtà afghana contemporanea?
Sto ancora cercando di capire quale sarà il mio percorso. Prima stavo lavorando a diversi film, una pentalogia, ma oggi sono più esitante. Mi sento una sopravvissuta, e al contrario di altre donne afghane posso parlare inglese, posso comunicare con il resto del mondo e ho una piattaforma che posso usare. Tutto questo inevitabilmente mi fa sentire una responsabilità: forse è arrivato il momento di accettarla per davvero.
Naru lavora come camerawoman in una televisione locale: una figura molto forte anche simbolicamente. È stata una scelta pensata per sottolineare uno sguardo femminile sulla realtà?
Mi piace molto questa interpretazione, anche se non era nata esattamente da quell’idea. Volevo che Naru lavorasse in televisione perché è un ambiente che conosco bene. Io ero una producer, un lavoro molto più noioso, ma quando lavoravo nella tv afghana c’era una sola camerawoman, e mi colpiva profondamente: portava questa enorme videocamera sulle spalle, si rifiutava di indossare il velo e aveva una grande forza di carattere. È stata lei a ispirarmi per il personaggio di Naru.
In No Good Men compare il primo bacio mostrato nel cinema afghano. Sappiamo che è stato difficile trovare un’interprete disposta a girare quella scena. Quale significato aveva per lei inserirla nel film?
Quella scena mi terrorizzava. Quando l’ho scritta mi sembrava una scelta bellissima, ma poi ho iniziato a chiedermi quali potessero essere le conseguenze. Avevo paura che gli attori lasciassero il set o che nessuno volesse davvero girarla. A un certo punto l’attrice scelta inizialmente per interpretare Naru si è tirata indietro proprio a causa di quella scena, e così ho deciso di interpretare io stessa il personaggio.
È stato molto difficile. Ma sul set è successo qualcosa di particolare: tutti erano ancora profondamente traumatizzati dall’esperienza dell’evacuazione e da ciò che avevano vissuto. Rivivere quel momento ha fatto passare il bacio in secondo piano, perché ognuno era immerso nelle proprie emozioni. E poi, quando il film è stato proiettato a Berlino, quella scena è stata accolta con entusiasmo da tutto il cast.
Qual è stata la scena più difficile da girare, anche dal punto di vista emotivo e personale?
Se dovessi indicarne una in particolare, direi la prima: il primo giorno di riprese, quando ho comunicato alla troupe che sarei stata io a interpretare la protagonista. Quel giorno ho girato la scena in cui Naru va a parlare con il comandante, ed è stato un momento estremamente complesso e carico di tensione emotiva. Non avevo ancora trovato un vero equilibrio, un “grounding” nel personaggio.
Dall’Aghanistan alla
Germania, con uno sguardo al futuro
Essere lontana dall’Afghanistan e vivere oggi in Germania ha cambiato il suo sguardo da regista?
Innanzitutto, parte della mia famiglia – i miei zii, i miei cugini – vive ancora in Afghanistan. Poi, più della Germania, credo che sia stato soprattutto il cinema a cambiare la mia vita: sono immersa nel mondo del cinema da quando ho diciannove anni. Però sicuramente vivere ad Amburgo mi ha permesso di prendere la giusta distanza: quando ero in Afghanistan ero troppo vicina a tutto – al trauma, al caos, alla sofferenza quotidiana. Oggi riesco a osservare le cose in modo diverso.
È cambiato anche il mio modo di percepirmi donna, forse semplicemente perché sono cresciuta. Quando sono arrivata in Germania avevo trent’anni, oggi ne ho trentacinque. No Good Men mi ha dato il tempo e gli strumenti per capire davvero chi sono, e per questo sento di dover ringraziare tutte le donne che hanno attraversato la mia vita, e tutte quelle che mi hanno preceduto. È anche grazie a loro se oggi sono qui, a parlare con voi.
Una recente legge del governo talebano ha riaperto il dibattito sui matrimoni tra bambine e uomini adulti. Come reagisce davanti a notizie di questo tipo?
La verità è che questo tipo di abusi esiste da sempre, oggi vengono semplicemente formalizzati e trasformati in legge. I Talebani usano spesso queste norme come strumenti politici, quasi come una moneta di scambio per ottenere riconoscimento internazionale: se riconoscete il nostro governo, noi ritiriamo questa legge. Ma il problema non riguarda soltanto le leggi, riguarda una cultura patriarcale molto più profonda e radicata.
C’è ancora spazio per l’ottimismo rispetto al futuro dell’Afghanistan?
Credo che il regime talebano finirà prima o poi, ma la vera domanda è cosa arriverà dopo. Oggi l’Afghanistan è un Paese estremamente fragile, in cui si stanno concentrando diversi gruppi estremisti. Eppure vedo anche piccoli segnali di cambiamento. Grazie alla tecnologia oggi esiste una consapevolezza molto più ampia sulla condizione delle donne afghane. Il cambiamento è lento, lentissimo, ma credo che qualcosa si stia comunque muovendo.















































Spider-Noir
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