Adam Sandler ha colto con entusiasmo
l’opportunità di interpretare un ruolo diverso dal solito e di
interpretare un ruolo drammatico nel film di Noah
BaumbachJay
Kelly. Sandler interpreta un manager schietto e
diretto per una star del cinema in ascesa, Jay Kelly
(George
Clooney).
“Essere in questo film e non
solo cercare battute e momenti di divertimento, è questo che è
fantastico”, ha dichiarato Sandler durante la conferenza
stampa ufficiale di Jay Kelly alla Mostra del
Cinema di Venezia. “Ho fatto due film con Noah e non potrei
essere più orgoglioso di provare le emozioni che trasmette. Sa fare
tutto, e poi trova anche i momenti in cui ridere. Tutti i nostri
personaggi ti regalano un momento per ridere e provare dolore. Come
attore, quando leggi una sceneggiatura come questa dici: ‘Caspita,
non posso credere di ricevere questo regalo'”.
“Ho sempre apprezzato il mio
manager, il mio agente, la mia responsabile stampa”, ha detto
Sandler. “So quanto lavorano duramente e quanto sia difficile
ascoltare i miei alti e bassi e sostenermi, anche quando a volte
potrei alzare la voce. Ero entusiasta di interpretare un uomo
devoto; ammiro tutti coloro che lo fanno.”
Nel film, scritto insieme da
Baumbach e Emily Mortimer, George
Clooney interpreta una star del cinema in crisi,
Jay
Kelly, che intraprende un viaggio vorticoso attraverso
l’Europa con il suo devoto manager (Adam
Sandler). Lungo il cammino, si confronteranno con le
scelte fatte, i rapporti con i propri cari e l’eredità che
lasceranno dietro di sé.
Il quarto episodio di Alien: Pianeta
Terra (qui
la recensione) di questa settimana ha approfondito il
misterioso legame di Wendy (Sydney Chandler) con
gli Xenomorfi, ponendo una domanda intrigante: è possibile
controllare, o addirittura domare, questa specie extraterrestre
notoriamente aggressiva? In “Observation”, Boy Kavalier
incoraggia Wendy a vocalizzare gli strani suoni che sente nella sua
testa da quando si è avvicinata agli alieni per la prima volta
nell’episodio 2.
Lei lo fa e da quel momento lui
convince la ragazza/ibrido a tentare di comunicare con la creatura
che sta attualmente gestando all’interno del polmone rimosso
chirurgicamente a suo fratello Joe. Alla fine dell’episodio, un
piccolo xenomorfo che ne esce fuori e Wendy riesce a usare la sua
nuova abilità per calmare la creatura e addirittura accarezzarla
sulla testa. Gli alieni hanno in qualche modo “scelto” Wendy come
loro portavoce, o la sua capacità di comunicare con le creature è
semplicemente dovuta alla sua fisiologia ibrida umana/sintetica e
alla sua programmazione?
“Niente è casuale per un
bambino, giusto? Sai, tutto sembra significativo”, dice lo
showrunner Noah
Hawley a Decider.com. “C’è un momento
nel quarto episodio in cui lei dice: ‘Hanno scelto me’. Giusto? Il
che non è vero. Giusto? Non l’hanno scelta. Lei riesce solo a
sentirli a causa di un problema hardware o software che ha”.
Che si tratti di una stranezza nella sua programmazione o meno,
Wendy sembra certamente credere di avere una sorta di vocazione
superiore, che potrebbe rivelarsi disastrosa per chi le sta
intorno.
“L’altra cosa con i bambini è
che loro non danno davvero importanza… Voglio dire, per loro sono
solo animali, capisci? Quindi lei guarda queste creature e prova
empatia, proprio come mia figlia è diventata vegetariana quando
aveva nove anni”, ha aggiunto Hawley. “Beh, queste
creature non hanno chiesto di venire qui, e forse sono spaventate.
Sai, lei dice a suo fratello: ‘Questo, forse questo potrebbe essere
buono’. E sembra… non so, ‘il tuo amico squalo’, ma si può capire
il suo impulso a provarci”.
Dovremo aspettare e vedere come si
svilupperà questa trama, ma l’animale domestico di Wendy è ben
lungi dall’essere l’unico problema che attende i nostri
protagonisti, con una Nibs sempre più instabile e potenzialmente
pericolosa convinta di essere incinta, quell’inquietante alieno
dagli occhi che aspetta il momento giusto per colpire e Piumino che
sembra intenzionato a far diventare Joe a diventare un ospite del
facehugger.
È
online il nuovo trailer di Bugonia, il nuovo film di
Yorgos Lanthimos
che arriverà nelle sale italiane il 23 ottobre 2025. Dopo il successo di
Povere Creature! e
Kinds of Kindness, il regista greco torna
con una nuova storia visionaria che mescola satira, inquietudine e
fantascienza.
Il
film segue due giovani ossessionati dai complotti che rapiscono la
potente amministratrice delegata di una grande azienda, convinti
che sia un’aliena pronta a distruggere il pianeta Terra. Da questa
premessa prende forma un racconto che alterna ironia, tensione e
riflessioni sul potere, tipico dello stile surreale e provocatorio
di Lanthimos.
Il
cast riunisce ancora una volta Emma
Stone, ormai musa del regista, affiancata da
Jesse Plemons,
Aidan Delbis,
Stavros Halkias e
Alicia
Silverstone. La sceneggiatura è firmata da
Will Tracy,
mentre la fotografia è affidata a Robbie Ryan, collaboratore storico di
Lanthimos.
Prodotto da Element Pictures, Fruit Tree, Square Peg e CJENM,
Bugonia è stato
presentato in concorso alla 82ª Mostra del Cinema di Venezia,
raccogliendo grande attenzione da parte della critica e del
pubblico.
Il
nuovo trailer mostra atmosfere disturbanti e paradossali, in
perfetto equilibrio tra satira sociale e fantascienza distopica,
confermando Bugonia come
uno dei film più attesi della stagione autunnale.
L’appuntamento in sala è fissato al 23 ottobre 2025, data di uscita ufficiale
nelle sale italiane.
Enfant prodige del cinema europeo e
vincitore dell’Oscar al miglior film straniero con Il
figlio di Saul, László Nemes approda in concorso a Venezia 82
con Orphan, ritratto di un giovane in
fiamme nella Budapest del 1957, dopo la rivolta contro il regime
comunista in Ungheria. Forte di una performance magnetica da parte
del giovanissimo attore protagonista Bojtorján
Barábas, la nuova pellicola del regista ungherese non
punta a replicare l’impatto emotivo straziante della sua opera
prima, ma prosegue il desiderio di Nemes di raccontare una
sofferenza circoscritta che, nella sua intimità, rispecchi il
trauma più grande di un determinato periodo storico.
Lo sguardo di Andor, tra infanzia e trauma
Come di consueto in Nemes, il filtro
attraverso cui leggere il suo nuovo racconto è lo sguardo del
protagonista, in questo caso un ragazzino di 12 anni di nome
Andor che, in un breve flashback iniziale,
vediamo ricongiungersi con la madre dopo essere stato accolto da un
orfanotrofio durante gli anni dell’occupazione nazista. Il piccolo,
nascosto in una sorta di “tana”, è restio nel tornare a casa con la
donna, che non riconosce come la propria madre essendo stato
abbandonato in tenera età. Già dal posizionamento di questo punto
di vista, che cerca di nascondere, rintanarsi e resistere a ciò che
gli altri gli dicono, cogliamo tutti i tratti della psicologia del
giovane Andor. Una volta cresciuto, continuerà a interrogarsi
sull’assenza della figura paterna e a vivere delle fantasie della
madre, che gli racconta di un padre idealizzato. Andor rivendica
con fierezza questo cognome e ha delle conversazioni immaginarie
frequenti con il padre; tuttavia, la sua vita è destinata a
cambiare per sempre quando fa capolino un misterioso e inquietante
uomo soprannominato “Il Macellaio”, che ha nascosto la madre
durante i rastrellamenti e che sostiene di essere suo padre.
Padri, madri e ferite della Storia
Girato in pellicola come Il
figlio di Saul e Sunset,
Orphan contribuisce a formalizzare e
solidificare il cinema di Nemes come cinema di sguardo soprattutto
storico, di un passato che ha in una certa misura conosciuto –
questo terzo film, in particolare, si rifà alla storia del nonno –
e che, purtroppo, continua a dialogare col presente di un mondo che
ancora conosce troppe sofferenze. La materia trattata non è
certamente leggera, ancor più perchè filtrata dalla rabbia di uno
sguardo che non si spegne, che continua a scrutrare tramite i
vetri, a confidarsi nei bassifondi e a portare avanti una propria
personale rivolta.
Guidato da un cast di supporto di
tutto rispetto – Andrea Waskovics, Grégory Gadebois, Elíz Szabó,
Sándor Soma, Marcin Czarnik – Orphan è,
come dicevamo, un film profondamente personale per Nemes, ispirato
all’infanzia del padre nella Budapest degli anni Cinquanta. Con la
sua co-sceneggiatrice Clara Royer, il regista ha preso spunto dalla
memoria familiare per costruire un racconto universale sul
passaggio dall’infanzia all’età adulta, sull’accettazione
dell’oscurità dentro di sé e sul peso che la Storia imprime ai
destini individuali. Non si tratta quindi di una semplice cronaca
di un’epoca, ma di una riflessione sul trauma generazionale che si
trasmette di padre in figlio, di madre in figlio, e che ancora oggi
segna la società europea.
Un cinema che interroga la memoria
Orphan è anche un racconto sulla
trasmissione del trauma: le ferite del Novecento, dalla guerra
all’Olocausto fino alla repressione politica, si insinuano nelle
generazioni successive, segnando profondamente il destino dei
bambini. Come ricorda Nemes, è un film che riflette su come il
passato continui a perseguitarci, e su quanto sia necessario
affrontare le ombre per non riprodurre gli stessi errori.
László Nemes prosegue un percorso
autoriale coerente e coraggioso: raccontare l’indicibile attraverso
sguardi marginali, dare voce ai fantasmi della Storia con un rigore
estetico che può apparire austero, ma che trova nella sua
radicalità il segno distintivo di uno dei cineasti europei più
rilevanti della sua generazione.
Ogni documentario di
Werner Herzog è prima di tutto un viaggio dentro
la sua voce. Quel timbro inconfondibile, basso e graffiato, con il
suo accento tedesco mai stemperato, non è un semplice
accompagnamento narrativo: è una lente che modella le immagini, una
presenza che piega la realtà alla sua continua ricerca di
meraviglia e spaesamento. In Ghost Elephants, presentato
Fuori Concorso a Venezia 82, questa voce si
posa su un’Africa al tempo stesso concreta e mitica, trasformando
la spedizione di un naturalista sudafricano in un racconto sospeso
tra scienza, leggenda e sogno. Herzog non si limita a mostrare:
incanta, solleva dubbi, trasforma ogni dettaglio in un segno del
destino.
Ghost Elephants: tra
mito e scienza
Il cuore del film è
l’ossessione del Dr. Steve Boyes, naturalista che
da dieci anni insegue la possibilità dell’esistenza di un branco
misterioso di “elefanti fantasma” sull’altopiano angolano di Bié,
vasto quanto l’Inghilterra e quasi privo di insediamenti umani.
Boyes vuole verificare se questi giganti, mai documentati
ufficialmente, possano essere parenti del più grande elefante mai
registrato, il celebre esemplare conservato allo Smithsonian di
Washington, chiamato Henry. La sua è una missione
che oscilla fra rigore scientifico e tensione visionaria, con tanto
di campioni di DNA da raccogliere come in un romanzo d’avventura.
Herzog, fedele al suo metodo, non giudica: osserva la passione e la
trasfigura, facendo del desiderio stesso di cercare la traccia un
tema narrativo centrale.
Una delle intuizioni più
potenti del film è che la spedizione non inizia nel momento in cui
i protagonisti mettono piede in Angola, ma molto prima. Herzog
dedica ampio spazio alla fase preparatoria, trascorsa in Namibia
accanto ai leggendari tracker San, capaci di leggere il terreno
come un libro aperto e di imitare con il corpo gli animali che
seguono. Qui il film si allontana dalla pura ricerca zoologica e
diventa un ritratto dell’intelligenza ancestrale di uomini che
incarnano la continuità con la natura. È in queste scene che la
voce del regista raggiunge vertici di ironia e lirismo, quando
ammette con disarmante sincerità: «So di non dover
romanticizzare, ma un uomo circondato da polli… non può esserci
nulla di meglio». È in questa tensione tra romanticismo e
autocritica che emerge il vero Herzog.
Lo sguardo
sull’ignoto
Nella seconda parte,
quando la spedizione si addentra tra le nebbie dell’altopiano
angolano, Ghost Elephants assume i toni di una favola
realista. Herzog lascia che la lentezza, i momenti sospesi e
persino le distrazioni — come l’arrivo di un ragno velenoso, subito
trasfigurato dalla sua voce in presagio apocalittico — diventino
parte del racconto. Ciò che interessa al regista non è solo la
possibilità di filmare un animale leggendario, ma la potenza del
desiderio che spinge a cercarlo, la dimensione interiore che il
mito dell’elefante fantasma rivela in chi si mette sulle sue
tracce.
Ad amplificare questa
atmosfera sospesa contribuisce la colonna sonora firmata da
Ernst Reijseger, che intreccia arrangiamenti di canti
tradizionali sardi con le immagini africane. Un accostamento che
potrebbe sembrare arbitrario, ma che nelle mani di Herzog diventa
naturale: il dialogo fra due mondi distanti restituisce l’idea di
una ricerca che non appartiene a un solo luogo, ma che parla
dell’umanità intera. La musica agisce come eco del racconto,
rinforzando la percezione che i “fantasmi” non siano solo elefanti
invisibili, ma figure del nostro immaginario collettivo.
Un racconto puramente
herzoghiano
Come in Grizzly
Man o in Encounters at the End of the World, anche qui
Herzog ci ricorda che i suoi documentari sono sempre “tanto su di
lui quanto sull’oggetto filmato”. Ghost Elephants è un
film sul senso stesso della ricerca, sul confine fra realtà e
leggenda, sul bisogno umano di inseguire qualcosa che potrebbe non
esistere. Il regista non si sofferma esplicitamente sulle ombre del
colonialismo, sul ruolo dell’“esploratore bianco” o sul retaggio
della caccia: lascia che queste domande restino in sospeso, dando
al film una dimensione aperta e ambivalente.
Ghost
Elephants è, in definitiva, un documentario che non
offre un “colpo di scena” finale, ma che non ne ha bisogno. La
sua forza sta nel modo in cui Herzog trasforma una spedizione
scientifica in un viaggio esistenziale, in cui l’oggetto della
ricerca conta meno del desiderio stesso di cercare. E soprattutto
sta nella sua voce: quel tedesco gutturale, carico di ironia e
malinconia, che ci fa credere che ogni dettaglio — un villaggio
sperduto, un animale invisibile, un uomo che vive fra polli —
contenga un frammento di meraviglia. È questa voce, più ancora
delle immagini, a ricordarci che l’essenza del cinema herzoghiano
non è catturare la realtà, ma renderla degna di essere sognata.
Cosa c’è di vero e cosa c’è di falso
nel film Priscilla (qui
la recensione) di Sofia Coppola? Il film, interpretato da
Cailee Spaeny (Priscilla) e Jacob Elordi (Elvis Presley), è ispirato al
libro del 1985 “Elvis andMe”, che al momento
della sua uscita è diventato un bestseller del New York Times.
Tutti conoscevano Elvis come leggenda, ma la sua ex moglie
Priscilla voleva rivelare Elvis come uomo. Questo racconto
avvincente, dal loro incontro nel 1959 fino alla sua improvvisa
morte nel 1977, svela la realtà (spesso cruda) dell’essere sposata
con il Re del Rock and Roll.
Tuttavia, anche nei ricordi più bui,
Priscilla mantiene un profondo amore per il marito, eccezionalmente
complicato e spesso selvaggiamente imprevedibile. “Quando ho
letto la storia di Priscilla, sono rimasta molto colpita da quanto
fosse insolito l’ambiente in cui viveva, ma lei affronta tutte le
cose che tutte le ragazze affrontano crescendo e diventando
donne”, ha detto Coppola al Festival del
Cinema di Venezia. “Parla con dettagli e franchezza della
sua esperienza, del suo primo bacio, del diventare madre, di tutti
quei momenti della vita in cui mi riconosco e che ritengo
universali”.
“Ma in questo contesto molto
insolito che siamo così curiosi di conoscere. Elvis e Priscilla
erano una coppia leggendaria, ma non sappiamo molto di lei e del
suo punto di vista“. Durante le riprese, Coppola ha rivelato
di essere stata in contatto con la vera Priscilla, così come
Spaeny, che ha lavorato con l’autrice per ricreare la sua vita nel
modo più accurato possibile. ”Coppola ha fatto i compiti“,
ha poi detto la donna, soddisfatta del risultato. Ma cosa ha preso
direttamente dal libro la regista e cosa ha modificato per la sua
sceneggiatura?
Le differenze tra il
film Priscilla e la storia vera
Priscilla ha dormito per due giorni
dopo che Elvis le ha dato un sonnifero.
Priscilla è realmente caduta in uno
stato di incoscienza dopo che Elvis le ha dato due pillole da 500
mg di Placidyl durante una visita a Graceland. La cosa più
spaventosa è che la giovane ha preso queste pillole proprio prima
di fare il bagno, ma è riuscita ad arrivare in camera da letto
prima che il farmaco facessero pienamente effetto. Come descritto
nel film, Elvis aveva a disposizione una scorta costante di
stimolanti e sedativi. Ben presto anche Priscilla avrebbe iniziato
la sua personale cura a base di pillole. Dopo una lotta con i
cuscini particolarmente violenta (che ha portato Priscilla a
indossare una benda sull’occhio), ha smesso gradualmente di
assumere tutte le pillole e alla fine ha smesso del tutto.
Nonostante la decisione di lei di
abbandonare l’abitudine, Elvis aveva una “forte obiezione” a
smettere. Spesso teneva un dizionario medico sul comodino per
tenersi aggiornato sulle ultime innovazioni e sulle pillole
approvate dalla FDA. “Si sarebbe detto che avesse una laurea in
farmacologia”, ha scritto Priscilla. “Mi assicurava sempre
che non aveva bisogno di pillole, che non avrebbe mai potuto
diventarne dipendente. Questa divergenza di opinioni ha portato a
molti scontri seri; ho sempre compromesso la mia integrità e ho
finito per accettare il suo punto di vista”.
Elvis proibiva a Priscilla di
indossare certi colori
“Gli piacevo in rosso, blu,
turchese, verde smeraldo e bianco e nero, gli stessi colori che
indossava lui”, ha scritto Priscilla. Elvis aveva anche
un’avversione per il marrone e il verde, perché gli ricordavano il
periodo trascorso nell’esercito. Al Re lei piaceva anche con un
trucco pesante sugli occhi e i capelli tinti di nero. Il suo stile
non era l’unica cosa: Elvis era altrettanto “fanatico” riguardo
alla postura. Priscilla doveva stare seduta con la schiena dritta o
veniva corretta in tempo reale. Inoltre, ogni volta che alzava lo
sguardo, lui le toccava la fronte e le lisciava le rughe, dicendole
che doveva alzare lo sguardo con il collo per evitare le
pieghe.
Elvis lanciò una sedia a
Priscilla
Elvis aveva un carattere instabile.
Il suo team e Priscilla erano spesso soggetti ai capricci della sua
rabbia, anche quando chiedeva la loro opinione. Come nel film,
Elvis una volta lanciò una sedia alla sua allora fidanzata dopo
averle chiesto cosa ne pensasse di un disco. Nei suoi scritti,
Priscilla lamentava che la loro relazione dipendeva dall’andamento
della carriera di lui. Elvis spesso minacciava o pretendeva che
Priscilla facesse le valigie e se ne andasse, arrivando persino a
chiedere la separazione quando Priscilla era al terzo trimestre di
gravidanza di Lisa Marie. “Quando era arrabbiato, era come il
rombo di un tuono”, ha scritto Priscilla. “Nessuno poteva
sfidare le sue parole taglienti; potevamo solo aspettare che la
tempesta passasse”
Cailee Spaeny e Jacob Elordi in Priscilla
Priscilla ed Elvis fecero un trip
con l’LSD insieme
Alla ricerca di uno “stato di
coscienza superiore”, Elvis si rivolse all’LSD. A differenza di
quanto mostrato nel film, però, i due fecero il loro primo (e
ultimo) trip con tre amici in una sala conferenze a Graceland.
Priscilla descrisse l’esperienza, alimentata dall’arcobaleno, come
“straordinaria”, ma non la ripeté mai più perché era troppo
pericolosa. Anche nel riportare questa breve parentesi, dunque, il
film di Sofia Coppola si dimostra particolarmente attento a
rispettare ciò che è accaduto tra Elvis e Priscilla.
Elvis bruciò tutti i suoi libri di
“alta cultura”
Elvis lesse le opere di
Kahlil Gibran, tra cui “Il profeta”,
‘Siddhartha’ di Hermann Hesse e “La
vita impersonale” di Joseph Benner. Spesso
distribuiva copie di questi libri (e molti altri) ad amici e
colleghi sui set cinematografici. Con l’avanzare dell’età, lo
studio della filosofia e il tentativo di decifrare il significato
della vita iniziarono a occupare gran parte delle giornate della
star. In realtà, per Elvis non era solo importante essere
appassionato di questi studi, ma voleva che anche tutti quelli che
lo circondavano leggessero queste opere, ma Priscilla non era molto
entusiasta di questa sua passione.
Il cantante cercava poi spesso di
creare momenti trascendentali nella vita reale. “Elvis and
Me” racconta di quando Elvis vagò in un campo da golf di Bel
Air, mentre gli irrigatori erano in funzione, alla ricerca di
angeli, e di un’altra visita improvvisata all’obitorio locale dopo
aver visto il film horror “Diabolique”. Alla fine, il
manager di lunga data di Elvis, il colonnello Tom Parker, chiese di
porre fine all’esplorazione delle “filosofie esoteriche”. Elvis e
Priscilla raccolsero e bruciarono insieme la sua collezione di
libri di filosofia nel cuore della notte, come segno di voler
lasciarsi tutto alle spalle.
Il cane di Priscilla era un regalo
di Elvis al suo arrivo a Graceland
Qui è invece dove il film presenta
un elemento di originalità rispetto alla storia vera. Honey era un
regalo di Elvis, è vero, ma tecnicamente questo regalo arrivò
durante una visita natalizia, molto prima che lei ed Elvis avessero
convinto i suoi genitori a lasciarla trasferire a Memphis. Come nel
film, però, Priscilla fu accusata da un membro dell’entourage di
Elvis di “mettersi in mostra” semplicemente perché stava giocando
con Honey troppo vicino ai cancelli di Graceland.
Cailee Spaeny in Priscilla
Priscilla indossava ciglia finte
durante il parto
Anche questo è un elemento tanto
bizzarro quanto vero. Proprio come nel film di Coppola, Priscilla
si truccò completamente prima di andare in ospedale per dare alla
luce la loro figlia Lisa Marie. Nelle sue memorie, ammette di aver
dovuto convincere i medici a lasciarle tenere le sue doppie ciglia
finte (il suo look distintivo).
Elvis proibì a Priscilla di
lavorare
In “Elvis and Me”,
Priscilla racconta di aver trovato lavoro come modella in un salone
locale, ma quando Elvis venne a sapere della sua decisione, le
chiese di licenziarsi. Il suo compagno non era affatto entusiasta
delle “ragazze in carriera”, come lui le definiva, e ribadì il suo
ideale secondo cui il lavoro di Priscilla era quello di renderlo
felice, anche quando lui non era presente. Dio non volesse che lui
la chiamasse a caso una sera e lei non fosse in grado di rispondere
immediatamente al telefono. Alla fine, Priscilla avrebbe aperto una
boutique tutta sua a Beverly Hills chiamata Bis & Beau, anni dopo
la loro separazione e la morte di lui. L’autrice avrebbe anche
ottenuto diversi ingaggi come conduttrice televisiva.
La vita di Priscilla Presley dopo
Elvis
Priscilla ed Elvis mantennero un
forte legame anche molto tempo dopo la fine del loro matrimonio.
Uno degli ex partner di Priscilla ricorda che Elvis la chiamava a
tutte le ore del giorno e della notte. Dopo Elvis, Priscilla ebbe
numerose relazioni sentimentali di alto profilo. Dopo la
separazione da Mike Stone, Priscilla ebbe
relazioni con Rob Kardashian, Julio
Iglesias, il modello Michael Edwards e il
produttore cinematografico Marco Garibaldi. La
relazione di Priscilla con Garibaldi è durata dal 1984 al 2006 e ha
dato alla luce un figlio, Navarone. Tragicamente,
Lisa Marie Presley è morta all’inizio del 2023 e
il nipote di Priscilla, Benjamin Keough, è morto
nel 2020. Tuttavia, Priscilla ha ancora tre nipoti da Lisa Marie,
tra cui l’attrice Riley Keough.
Negli anni ’80, ha iniziato a
intraprendere la carriera di attrice. Dopo aver recitato in un film
per la TV, Love is Forever, e in un episodio della serie
TV The
Fall Guy, ha ottenuto un grande successo con un ruolo
importante nella soap opera Dallas, in cui ha interpretato
Jenna Wade per sei anni e 143 episodi. La Presley ha continuato a
recitare fino agli anni ’90, interpretando in particolare il ruolo
della romantica Jane Spencer in tutti e tre i film della serie
Una pallottola spuntata, prima di abbandonare la
recitazione nel 1999. Tuttavia, recentemente ha co-creato la serie
animata NetflixAgent Elvis, in cui doppia se
stessa.
Priscilla Presley è poi rimasta
coinvolta e in buoni rapporti con i recenti progetti di alto
profilo che trattano della sua relazione con Elvis. Nel caso del
film Elvis del 2022 con Austin Butler, Priscilla ha dato il suo
benestare al film e ha persino sfilato sul tappeto rosso del Met
Gala insieme al cast del film. È poi stata fortemente coinvolta nel
film Priscilla, tratto appunto dal suo libro di
memorie del 1985 Elvis and Me e che la vede come
produttrice esecutiva. Il film ha però ricevuto critiche da parte
dell’eredità di Elvis, con cui l’ex moglie di Presley è attualmente
coinvolta in una battaglia legale sul testamento di Lisa Marie.
Nuove foto dal film The Wizard of the Kremlin rivelano la
trasformazione di Jude Law nel presidente russo Vladimir
Putin. Il film è il debutto in lingua inglese del regista
francese Olivier Assayas e racconterà l’ascesa di
Putin sulla scia della dissoluzione dell’Unione Sovietica. Accanto
a Law, il film vedrà la partecipazione di Paul Dano nel ruolo di Vadim
Baranov, una versione romanzata di Vladislav
Sourkov, soprannominato “l’uomo che ha creato Vladimir
Putin”, oltre ad Alicia Vikander e Jeffrey Wright.
Oltre a un’intervista con Assayas,
Variety ha rivelato una nuova
immagine di The Wizard of the Kremlin che mostra
Law quasi irriconoscibile nei panni di un Putin, con Baranov
interpretato da Dano al suo fianco. Come si vede chiaramente nella
foto, Jude
Law sembra ha dato il massimo nella sua interpretazione di
Vladimir Putin. Particolarmente degni di nota sono la postura
rigida, il comportamento austero e la stempiatura che sono i tratti
distintivi del leader russo. Anche se Dano interpreta un
personaggio romanzato basato su Vladislav Sourkov, è a sua volta
simile al suo modello reale.
Jude Law e Paul
Dano in The Wizard of the Kremlin. Foto di Carole
Bethuel
Sebbene la trasformazione non sia
così drammatica come quella di
Gary Oldman in Winston Churchill per L’ora più
buia del 2017, l’interpretazione di Jude Law è un segno
della dedizione di Assayas alla precisione. Il regista ha parlato
più approfonditamente dell’argomento con Variety, spiegando:
“Quando si lavora a un progetto come questo, bisogna fare il
lavoro di un giornalista o di uno storico. Non siamo scesi a
compromessi sulla veridicità e l’accuratezza perché il film è stato
revisionato e convalidato da storici che conoscono molto meglio di
me i dettagli di quel periodo”.
“Ogni giorno, mentre scrivevamo
e preparavamo il film, avevamo mille domande pratiche da porre
loro. Uno degli aspetti molto positivi del girare il film in
Lettonia è stato quello di poter accedere a conoscenze di prima
mano sulla storia, sui personaggi e così via, quindi nulla è stato
lasciato al caso“, ha spiegato il regista. “In Lettonia ci
sono parecchi rifugiati russi, il che ci ha permesso di avere
attori con accento russo e io ho potuto completare le mie ricerche,
convalidare la ricostruzione storica, ecc. grazie ai resoconti di
prima mano di giornalisti politici e russi emigrati”.
“Anche i nostri produttori
esecutivi locali in Lettonia avevano un talk show politico. Quindi
hanno incontrato Boris Berezovsky e la maggior parte delle figure
chiave della politica russa dell’epoca. Ogni volta che avevo una
domanda, un dubbio o una richiesta, ovviamente chiamavo prima
Giuliano per chiedergli di convalidare una particolare
opzione.Perché, ancora una volta, questo è molto simile
al modo in cui ho lavorato quando ho realizzato “Carlos”. Vale a
dire, credo che quando si ha a che fare con la politica, e in
particolare con la politica contemporanea, sia essenziale essere
estremamente precisi sui fatti, anche se ci sono modi per
raccontare una storia in modo più umano”, ha concluso il
regista.
Sebbene non sia stata diffusa
nessuna altra foto dal set da quando la produzione si è trasferita
a Londra, sembra che le riprese di
Spider-Man: Brand New Day siano ufficialmente riprese
nella capitale britannica. Secondo Daniel Richtman, Tom Holland ha preso una pausa dalle riprese
mentre la sua controfigura gira una sequenza d’azione che vede
l’Uomo Ragno affrontare “Scorpion e altri cattivi”.
Resta da vedere chi siano
esattamente questi altri cattivi (si vocifera che personaggi come
Tombstone e Tarantula facciano parte del montaggio iniziale), ma lo
scooper ribadisce che il film vedrà la presenza di “più
cattivi, in modo simile a No Way Home”. Per quanto riguarda
The Punisher, Richtman ha sentito dire che, tra
gli altri eroi coinvolti, Frank Castle interpretato da Jon Bernthal avrà il ruolo più importante nel
film, dopo Spider-Man, ovviamente.
Apparirà anche Bruce
Banner/Hulk interpretato da Mark Ruffalo, e – come già riportato – si
vocifera anche della presenza di Yelena Belova
interpretata da Florence Pugh. Per quanto riguarda il rapporto
tra Spider-Man e Castle, sarà controverso, per non dire altro.
Anche se si prevede che i due finiranno per allearsi a malincuore
nel corso del film, è stato riportato che per la maggior parte
della pellicola i due non si piaceranno affatto.
Ad oggi, una sinossi generica di
Spider-Man: Brand New Day è emersa all’inizio di
quest’anno, anche se non è chiaro quanto sia accurata.
Dopo gli eventi di Doomsday,
Peter Parker è determinato a condurre una vita normale e a
concentrarsi sul college, allontanandosi dalle sue responsabilità
di Spider-Man. Tuttavia, la pace è di breve durata quando emerge
una nuova minaccia mortale, che mette in pericolo i suoi amici e
costringe Peter a riconsiderare la sua promessa. Con la posta in
gioco più alta che mai, Peter torna a malincuore alla sua identità
di Spider-Man e si ritrova a dover collaborare con un improbabile
alleato per proteggere coloro che ama.
L’improbabile alleato potrebbe
dunque essere il The Punisher di Jon Bernthal –
recentemente annunciato come parte del film – in una situazione
già vista in precedenti film Marvel dove gli eroi si vedono
inizialmente come antagonisti l’uno dell’altro salvo poi allearsi
contro la vera minaccia di turno.
Di certo c’è che il film condivide
il titolo con un’epoca narrativa controversa, che ha visto la
Marvel Comics dare all’arrampicamuri un nuovo
inizio, ponendo però fine al suo matrimonio con Mary Jane Watson e
rendendo di nuovo segreta la sua identità. In quel periodo ha
dovuto affrontare molti nuovi sinistri nemici ed era circondato da
un cast di supporto rinnovato, tra cui un resuscitato Harry
Osborn.
Il film è stato recentemente
posticipato di una settimana dal 24 luglio 2026 al 31 luglio 2026.
Destin Daniel Cretton, regista di
Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli,
dirigerà il film da una sceneggiatura di Chris McKenna ed Erik
Sommers. Tom Holland guida un cast che include
anche Zendaya, Mark Ruffalo, Sadie Sink e Liza Colón-Zayas
e Jon Bernthal. Michael Mando è
stato confermato mentre per ora è solo un rumors il coinvolgimento
di
Charlie Cox.
La prossima serie TV di
Harry Potter è attualmente
in fase di riprese nel Regno Unito e la produzione dovrebbe
continuare fino alla prossima primavera. Intanto, grazie a
Wizarding World Direct, sembra ci siano alcuni nuovi dettagli su
questa ultima versione dei romanzi best-seller di J.K.
Rowling. Con maggior tempo a disposizione di un film di
due ore, si dice che la prima stagione esplorerà anche l’origine
della Pietra Filosofale e il motivo per cui è stata trasferita da
Gringott a Hogwarts. Si prevede anche una maggiore attenzione alle
creature e agli oggetti magici.
Le scene all’interno del Leaky
Cauldron saranno girate il mese prossimo e, secondo quanto
riferito, Dedalus Diggle apparirà lì per la sua unica scena in
questa stagione. Lee Jordan, Dean Thomas e Oliver Wood sono inoltre
stati scritturati e presto dovrebbero arrivare notizie su chi li
interpreterà. Il mistero più grande, al momento, è chi
interpreterà Lord Voldemort. In
precedenza era stato riferito che HBO intende mantenere segreto il
casting di Voldemort fino alla premiere della prima stagione di
Harry Potter.
Matt Smith, protagonista di House of the Dragon e attualmente al
cinema con Una scomoda
circostanza, è il favorito dai fan per il ruolo, ma ha
negato il suo coinvolgimento in una nuova intervista con TODAY. “Qualcuno potrà
interpretarlo dopo Ralph [Fiennes]? È stato così bravo”, ha
detto Smith. “Ipoteticamente, chi lo sa? Ma seguire le orme del
grande Ralph Fiennes è un compito molto difficile per
chiunque, quindi buona fortuna a chiunque sarà e di certo non sarò
io“.
Nella prima stagione, probabilmente
vedremo Voldemort in un flashback della notte in cui i genitori di
Harry sono stati uccisi e come volto sul retro della testa del
professor Raptor. Tuttavia, sarà solo nella quarta stagione, un
adattamento de Il calice di fuoco, che entrerà pienamente
in scena. Chi lo interpreterà nella prima stagione potrebbe non
essere la stessa persona ad interpretarlo nella quarta, per cui il
mistero intorno al ruolo potrebbe durare ancora a lungo.
Cosa sappiamo della serie HBO
su Harry Potter
La prima stagione sarà tratta dal
romanzo La pietra filosofale e abbiamo già visto alcuni
altri momenti chiave del romanzo d’esordio di J.K. Rowling essere
trasposti sullo schermo. La prima stagione di Harry
Potter dovrebbe essere girata fino alla primavera del
2026, mentre la seconda stagione entrerà in produzione pochi mesi
dopo. Ogni libro dovrebbe costituire una singola stagione, il che
significa che avremo sette stagioni nell’arco di quasi un
decennio.
HBO descrive la serie come un
“adattamento fedele” della serie di libri della Rowling.
“Esplorando ogni angolo del mondo magico, ogni stagione porterà
‘Harry Potter’ e le sue incredibili avventure a un pubblico nuovo
ed esistente”, secondo la descrizione ufficiale. Le riprese
dovrebbero avere inizio nel corso dell’estate 2025, per una messa
in onda prevista per il 2026.
La serie è scritta e prodotta da
Francesca Gardiner, che ricopre anche il ruolo di
showrunner. Mark Mylod sarà il produttore
esecutivo e dirigerà diversi episodi della serie per HBO in
collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros. Television. La
serie è prodotta da Rowling, Neil Blair e
Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e
David Heyman di Heyday Films.
Come già annunciato, Dominic
McLaughlin interpreterà Harry, Arabella
Stanton sarà Hermione e Alastair Stout
sarà Ron. Il cast principale include John Lithgow
nel ruolo di Albus Silente, Janet McTeer nel ruolo
di Minerva McGranitt, Paapa Essiedu nel ruolo di
Severus Piton, Nick Frost nel ruolo di Rubeus
Hagrid, Katherine Parkinson nel ruolo di Molly
Weasley, Lox Pratt nel ruolo di Draco Malfoy,
Johnny Flynn nel ruolo di Lucius Malfoy,
Leo Earley nel ruolo di Seamus Finnigan,
Alessia Leoni nel ruolo di Parvati Patil,
Sienna Moosah nel ruolo di Lavender Brown,
Bertie Carvel nel ruolo di Cornelius Fudge,
Bel Powley nel ruolo di Petunia Dursley e
Daniel Rigby nel ruolo di Vernon Dursley.
Si avranno poi Rory
Wilmot nel ruolo di Neville Paciock, Amos
Kitson nel ruolo di Dudley Dursley, Louise
Brealey nel ruolo di Madama Rolanda Hooch e Anton
Lesser nel ruolo di Garrick Ollivander. Ci sono poi i
fratelli di Ron: Tristan Harland interpreterà Fred
Weasley, Gabriel Harland George Weasley,
Ruari Spooner Percy Weasley e Gracie
Cochrane Ginny Weasley.
La serie debutterà nel 2027 su HBO e
HBO
Max (ove disponibile) ed è guidata dalla showrunner e
sceneggiatrice Francesca Gardiner (“Queste oscure materie”,
“Killing Eve”) e dal regista Mark Mylod (“Succession”). Gardiner e Mylod sono produttori
esecutivi insieme all’autrice della serie J.K. Rowling, Neil Blair
e Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e David Heyman di Heyday
Films. La serie di “Harry Potter” è prodotta da HBO in
collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros.
Television.
Nicolas Cage torna al genere horror con il
teaser trailer di The Carpenter’s Son, in uscita
nell’autunno 2025. Cage ha recitato in innumerevoli film di vari
generi, ma forse il più rilevante per questo prossimo progetto è
Longlegs
del 2024, dato che l’attore ha fatto scalpore lo scorso anno
interpretando il killer in questo horror psicologico.
The Carpenter’s
Son, diretto da Lofty Nathan, sarà un
horror biblico che reinterpreta l’infanzia di Gesù, seguendo una
famiglia nell’Egitto romano. Ispirato al Vangelo apocrifo
dell’infanzia di Tommaso, il film descrive un figlio conosciuto
come “Il Ragazzo” (Noah
Jupe) che dubita del suo tutore, conosciuto come “Il
Falegname” (Cage). Il Ragazzo ha un potere proprio
e si ribella al Falegname, scatenando altri orrori.
Il film vede anche la partecipazione
di FKA twigs nel ruolo di “Madre” e non ha ancora
una data di uscita definitiva, ma Magnolia Pictures annuncia che
arriverà nelle sale “nell’autunno del 2025 d.C.”. Il breve teaser,
della durata di meno di 30 secondi, mostra Il Falegname che guarda
il sole che sorge e sembra osservare Il Ragazzo da lontano, il
tutto alternato ad immagini di donne in preda al dolore e altri
elementi inquietanti.
Dopo Longlegs, sarà dunque
emozionante vedere l’attore interpretare un altro ruolo horror,
soprattutto uno apparentemente multidimensionale e misterioso come
questo. Il marketing iniziale mantiene segreta la maggior parte
della trama, rendendo la natura di tutti i personaggi della storia
estremamente enigmatica.
Pur essendo inquietante e suscitando
molte domande, il breve teaser dimostra chiaramente che il
conflitto e il tema centrale di The Carpenter’s
Son è quello tra le figure del padre e del figlio, poiché
il personaggio di Cage sembra cercare di sorvegliare la famiglia,
senza però comprendere il potere che attanaglia il Ragazzo.
Uno degli eroi che verrà riproposto
dalla DC Studios è dunque proprio Batman nel film The Brave and The Bold, uno
dei progetti rivelati nel gennaio 2023. Con un ruolo importante
come quello di Bruce Wayne in arrivo nell’universo condiviso di
Gunn, molti si chiedono chi sarà il prossimo Cavaliere Oscuro sul
grande schermo. Al momento non ci sono state novità riguardo al
progetto, ma le varie ipotesi di casting continuano ad essere sulla
bocca di tutti.
In una nuova intervista con PelucheEn ElEstuche, a Gunn è stato ora chiesto
se la sua ex star di Guardiani della Galassia si sarebbe unita alla
DCU nei panni di Batman . Secondo Gunn, Pratt,
che interpreta Star-Lord nel Marvel Cinematic Universe, non sarà
però scelto per interpretare il Cavaliere Oscuro, ma forse per un
altro ruolo DC: “Come Batman? No. Come qualcos’altro? Sì“,
sono le parole del regista.
Sebbene Pratt sia una delle star più
importanti di Gunn dai tempi della trilogia di Guardiani della Galassia, non sorprende che non verrà
preso in considerazione per interpretare Batman nella DCU. Finora
non è chiaro se il ruolo dell’eroe di Gotham City sarà assegnato a
una star di prima grandezza o se si cercherà qualcuno meno
conosciuto. Tuttavia, non è invece una sorpresa che Gunn stia
tenendo Pratt in considerazione per un personaggio diverso nella
timeline DCU, data la loro lunga storia di collaborazione.
Tutto quello che sappiamo su
The Brave and the Bold
Parlando l’anno scorso dei piani dei
DC Studios per
The Brave and the Bold, James Gunn ha detto: “Questa è
l’introduzione del Batman del DCU. È la storia di
Damian Wayne, il vero figlio di Batman, di cui non conoscevamo
l’esistenza per i primi otto-dieci anni della sua vita. È stato
cresciuto come un piccolo assassino e assassina. È un piccolo
figlio di puttana. È il mio Robin preferito“. “È basato
sulla run di Grant Morrison, che è una delle mie run preferite di
Batman, e la stiamo mettendo insieme proprio in questi
giorni“.
Il co-CEO dei DC Studios, Peter
Safran, ha aggiunto: “Ovviamente si tratta di un lungometraggio
che vedrà la presenza di altri membri della ‘Bat-famiglia’
allargata, proprio perché riteniamo che siano stati lasciati fuori
dalle storie di Batman al cinema per troppo tempo“. Alla
sceneggiatura, oltre a Muschietti, dovrebbe esserci anche
Rodo Sayagues, noto per aver firmato le
sceneggiature di
La casa,
Man in the Dark e Alien:
Romulus.
La regista premio Oscar
Chloé Zhao è tornata a riflettere sul lavoro
svolto per Eternals
della Marvel Studios e su come un budget
elevato si sia rivelato alla fine “piuttosto pericoloso”. In una
nuova intervista per promuovere Hamnet (di
cui è da poco stato rilasciato un primo trailer), la regista ha
spiegato come il film sui supereroi l’abbia preparata per il suo
ultimo film. “Eternals mi ha preparata per Hamnet perché si tratta
di world-building.Prima di allora, avevo realizzato solo
film ambientati nel mondo reale”.
“Ho anche imparato cosa fare e
cosa non fare, cosa è realistico e cosa non lo è”, ha detto
Zhao in un’intervista a Vanity Fair. Ha continuato:
“Eternals aveva a disposizione una quantità illimitata di
denaro e risorse. Qui invece abbiamo solo un angolo di strada che
possiamo permetterci, per [sostituire] Stratford… Eternals non
aveva molte limitazioni, e questo in realtà è piuttosto pericoloso.
Poiché in Hamnet abbiamo solo quell’angolo di strada,
improvvisamente tutto ha un significato”.
Eternals, come
noto, racconta di un gruppo di eroi immortali costretti a uscire
dall’ombra per unirsi contro il più antico nemico dell’umanità, i
Devianti. Sebbene non sia stato ben accolto dalla critica e dai fan
della Marvel, il film è riuscito a incassare 402 milioni di dollari
al botteghino mondiale nel 2021, vantando un cast corale che
includeva Angelina Jolie, Salma Hayek, Gemma Chan, Richard Madden, Kumail
Nanjiani, Brian Tyree Henry e Barry Keoghan, tra gli altri.
Chloé Zhao tornerà a dirigere Eternals
2?
Data la tiepida accoglienza ottenuta
dal film, tuttavia, al momento non sembrano esserci piani per un
sequel. Lo stesso Kevin Feige, durante un’intervista
rilasciata nel luglio del 2024 aveva affermato: “Non ci sono
piani immediati per Eternals 2“, prima di aggiungere. “Ci
sono, e penso che abbiate visto forse in un trailer che abbiamo
rilasciato di recente, un riconoscimento di alcuni di quegli
eventi. Alcune cose giganti sono uscite dall’oceano“.
Naturalmente, ciò a cui Feige allude è la presenza della Celeste
Tiamut, che attualmente emerge dall’oceano nel MCU e che viene
mostrato in Captain America: New World Order.
La
storia segue due giovani ossessionati dai complotti che rapiscono
la potente amministratrice delegata di una grande azienda, convinti
che sia in realtà un’aliena intenzionata a distruggere la Terra. Un
intreccio surreale e disturbante che rispecchia la cifra stilistica
di Lanthimos, da sempre interessato a raccontare l’assurdità dei
rapporti di potere e le derive del comportamento umano.
Prodotto dallo stesso Lanthimos insieme a Element Pictures (Ed Guiney, Andrew Lowe),
Fruit Tree
(Emma
Stone), Square
Peg (Ari Aster e Lars Knudsen) e CJENM (Miky Lee, Jerry Kyoungboum Ko),
Bugonia conferma la
vocazione internazionale del progetto, con una durata di 120 minuti
e girato in lingua inglese.
Nel cast spiccano Emma Stone,
alla sua quinta collaborazione con il regista, affiancata da Jesse
Plemons, Aidan Delbis, Stavros Halkias e Alicia Silverstone. La
sceneggiatura è firmata da Will Tracy, la fotografia da Robbie
Ryan, il montaggio da Yorgos Mavropsaridis e la scenografia da
James Price. I costumi portano la firma di Jennifer Johnson, le
musiche sono composte da Jerskin Fendrix e il suono è curato da
Johnnie Burn.
Con Bugonia, Lanthimos
sembra pronto a sorprendere ancora una volta il pubblico della
Mostra, offrendo un’opera che unisce inquietudine, ironia e sguardo
critico sul presente.
Il
regista Noah
Baumbach, già autore di opere come Marriage Story e Rumore bianco, torna in concorso alla Mostra
Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia
con il suo nuovo film, Jay Kelly. Un titolo che si annuncia come
uno dei momenti più attesi del festival, capace di intrecciare
introspezione e riflessione sul senso della vita attraverso il
racconto del mondo del cinema.
La
trama di Jay Kelly
La
storia segue il celebre attore Jay Kelly e il suo devoto manager
Ron in un viaggio vorticoso attraverso l’Europa, un percorso che si
rivela sorprendentemente profondo. Lungo la strada entrambi si
trovano a fare i conti con le scelte del passato, con i rapporti
familiari e con la consapevolezza di ciò che lasceranno in eredità
alle generazioni future.
Nel suo commento, Baumbach sottolinea come Jay Kelly sia un film sull’identità e sul ruolo
che ciascuno recita nella propria vita: “Quando è troppo tardi
per cambiare il corso della nostra esistenza? Cosa rende speciale
una vita? Chi siamo davvero, come genitori, figli, amici,
professionisti?”. Domande che il regista affronta con il suo
sguardo intimo e universale, ponendo al centro il contrasto tra chi
scegliamo di essere e chi, in fondo, siamo davvero.
Prodotto da Heyday
Films (David Heyman), Pascal Pictures (Amy Pascal) e NBGG Pictures (lo stesso Baumbach),
Jay Kelly ha una durata
di 132 minuti ed è girato in lingua inglese. Si tratta di una
coproduzione tra Stati Uniti, Regno Unito e Italia.
La sceneggiatura è firmata da Noah Baumbach ed Emily Mortimer. Alla
fotografia troviamo Linus
Sandgren, al montaggio Valerio Bonelli e Rachel Durance, alla scenografia
Mark Tildesley e
ai costumi Jacqueline
Durran. La colonna sonora è composta da
Nicholas
Britell, mentre il suono è curato da Christopher Scarabosio.
Con Jay Kelly, Baumbach
prosegue il suo percorso di esplorazione delle fragilità umane e
dei rapporti interpersonali, portando a Venezia un’opera che
promette emozione, introspezione e dialogo con il pubblico
internazionale.
L’attesa per il ritorno del regista premio Oscar era palpabile.
Dopo il Leone d’argento conquistato con È stata la mano di Dio, Sorrentino torna a
Venezia con un’opera che promette emozione e riflessione,
confermando ancora una volta il legame speciale tra il suo cinema e
la Mostra.
A
calcare il tappeto rosso, accanto al regista, c’era un cast di
grande prestigio. Toni Servillo, attore feticcio di
Sorrentino, ha attirato l’attenzione dei fotografi con la sua
eleganza sobria, mentre Anna Ferzetti, Orlando Cinque, Massimo Venturiello, Milvia Marigliano, Giuseppe Gaiani,
Linda
Messerklinger e Vasco Mirandola hanno sfilato regalando al pubblico
sorrisi e complicità. Accanto a loro, i membri della troupe, tra
cui la direttrice della fotografia Daria D’Antonio, la scenografa
Ludovica
Ferrario e il costumista Carlo Poggioli, hanno ricordato il valore
collettivo della creazione cinematografica.
Il tappeto rosso è stato illuminato anche dalla
presenza della madrina del Festival, Emanuela Fanelli, che con ironia ed
eleganza ha inaugurato ufficialmente l’edizione. Fanelli ha
accompagnato i momenti ufficiali con la leggerezza che la
contraddistingue, confermando il suo ruolo centrale nelle cerimonie
di apertura e chiusura.
Atmosfera di festa, dunque, ma anche di attesa: La Grazia è un film che porta con sé
grandi aspettative, non solo per la firma di Paolo Sorrentino, ma
anche perché inaugura un’edizione che si annuncia ricca di titoli
d’autore, star internazionali e momenti memorabili.
Il red carpet di apertura della Mostra ha dimostrato ancora una
volta la capacità di Venezia di unire glamour e cultura, mondanità
e riflessione, aprendo una finestra sul cinema che verrà.
Apre il concorso ufficiale di
Orizzonti a Venezia 82Mother,
con Noomi Rapace nei panni di un’insolita
Madre Teresa di Calcutta. Alla regia, la macedone
Teona Strugar Mitevska, già autrice di un
documentario sulla religiosa albanese naturalizzata indiana e
fondatrice della congregazione delle Missionarie della Carità.
Calcutta, agosto 1948. Teresa, Madre Superiora del convento delle
Suore di Loreto, attende con ansia la lettera che le permetterà
finalmente di lasciare il monastero e fondare il suo nuovo
ordine, in risposta alla chiamata ricevuta da Dio. Proprio
quando tutto sembra pronto, si trova di fronte a un dilemma che
mette in discussione le sue stesse ambizioni e la sua fede, in un
momento cruciale della sua vita.
Una Madre Teresa inedita e
complessa
L’ispirazione per questo insolito
progetto è nata durante la lavorazione del documentario
Madre Teresa – La storia mai raccontata, quando
la regista ebbe l’occasione di intervistare le ultime quattro
sorelle della congregazione che conobbero la futura santa. Da
quelle testimonianze emerse una donna complessa, appassionata e
determinata, molto distante dall’immagine fragile e sorridente
impressa nell’immaginario collettivo. È da lì che prende forma la
sua esigenza di restituirne un ritratto più umano, intriso di
contraddizioni, ma proprio per questo ancora più potente e
universale.
L’idea vincente di Strugar Mitevska è quella di
raccontare un lato meno vissuto della storia di Madre Teresa e di
rimarcarne la modernità iconografica. Fin dall’inizio, capiamo che
la formula narrativa utilizzata da Mother
non è strettamente biografica – gli indizi di una sorta di
ageografia rock ci sono tutti – piuttosto di un cammino lungo sette
giorni che tenterà di tracciare un ritratto più sui generis della
religiosa.
Il ritratto in sette giorni tra
fede e ambizione
La
narrazione è scandita dai sette giorni che
porteranno Madre Teresa verso la libertà tanto agognata, ossia il
permesso garantito dal Vaticano per fondare il proprio ordine
religioso. La sua vita quotidiana guarda continuamente al futuro,
in ogni piccola parentesi sono ravvisabili i precetti che avrebbe
poi rivendicato “ufficialmente” con l’istituzione delle
Missionarie. A partire dal suo totale rifiuto di un attaccamento a
spazi e oggetti, viene messo in luce l’animo erratico di Madre
Teresa, che vuole stare per le strade e non confinare il suo aiuto
alle mura di un convento. Non le importa che si parli del loro
vagabondare per i vicoli più malandati di Calcutta, ha già le idee
chiare su quelle che saranno le regole chiave del nuovo ordine da
lei fondato. Quello che forse non aveva messo in conto, però, con
lo sguardo troppo rivolto al domani, è che la prova più dura dovrà
affrontarla proprio all’interno di quelle mura.
Noomi Rapace e la forza di
un’interpretazione
Noomi Rapace è assolutamente
convincente nei panni della religiosa, ha il mordente e la grinta
necessari per prefigurare quello che il film non mostra e che il
pubblico già sa, ovvero la vita di Madre Teresa come guida
spirituale delle Missionarie della Carità. La sua performance
trasuda l’aspetto più vincente di Mother
ossia, come dicevamo, l’idea di un convento che stringe e confina,
ben trainata anche da fotografia e regia. Non vediamo mai l’India
nella sua vastità – aspetto che potrebbe essere fuorviante per il
pubblico limitato a una conoscenza basilare della figura – perchè
non è (ancora) quella che sta vivendo lei.
D’altra parte, il rischio è però
quello di limitare troppo il quadro, non dare il tempo di assorbire
veramente quello che si vuole raccontare sfruttando la formula del
conto alla rovescia e tirando una figura così larger than
life fuori dal macrocosmo in cui ha inequivocabilmente voluto
vivere. Qui, Madre Teresa non indossa l’inconfondibile sari bianco
e blu, ma abiti da monaca più convenzionale; è già in India ma
rieccheggiano ancora in maniera preponderante le sue radici.
Libertà e sorellanza al centro
del film
Centrale è anche la riflessione sul
tema della libertà, affrontata in maniera volutamente
contraddittoria. Come racconta la regista, molte delle donne che
aderirono alle Missionarie della Carità scelsero la vita religiosa
come forma di emancipazione da un destino imposto dalla società. È
paradossale, ma dietro la rinuncia agli agi e alle convenzioni
borghesi c’era spesso la ricerca di indipendenza e persino di
sollievo da obblighi patriarcali. In questo senso,
Mother diventa anche un film sulla
sorellanza: la complicità tra Teresa,
Agnieszka e padre Friedrich
alimenta un gioco di forze che rimanda ai grandi dilemmi di potere,
fede e identità femminile.
Dopo che Wendy ha
ucciso uno Xenomorfo adulto nell’episodio precedente di Alien: Pianeta
Terra (qui
la recensione), Kirsh ha portato i cinque
esemplari provenienti dalla nave spaziale
Weyland-Yutani precipitata sull’isola segreta di
Boy Kavalier, Neverland, dove si svolgono le
ricerche di Prodigy. Kirsh ha studiato questi esemplari insieme ad
altri ibridi, tra cui Ricciolo e Isaac,
così recentemente ribattezzato.
Nel frattempo, cresce la tensione
tra due ibridi, Piumino e Nibs, entrambi
alle prese con lotte personali e dilemmi morali. Il primo è caduto
sempre più nella trappola di Morrow, mettendo in
pericolo la sua madre umana. Allo stesso tempo, Nibs mostra livelli
spaventosi di instabilità che costringono Dame
Sylvia a prendere drastiche misure protettive.
Wendy fa amicizia con un piccolo
Xenomorfo per tenere Joe con sé
Uno dei motivi per cui
Alien: Pianeta Terra viene definito un
capolavoro di fantascienza dopo solo quattro episodi è il forte
sviluppo dei personaggi alimentato da questioni filosofiche e da
una solida tecnica narrativa. Ciò è evidente alla fine
dell’episodio 4, quando Wendy non solo comunica con il piccolo
Xenomorfo che viveva nel vecchio polmone di Joe, ma sembra anche
fare amicizia con lui.
Wendy ha stretto un accordo con Boy
Kavalier per capire come comunicare con uno Xenomorfo in modo che
Joe potesse rimanere con lei sull’isola. Boy Kavalier ha già
espresso le sue preoccupazioni sul fatto che Joe possa diventare
una distrazione, ma Wendy gli promette che non sarà così e lui,
sebbene riluttante, decide di tenere Joe con sé per placare Wendy,
oltre che per motivi di ricerca e privacy.
C’è un momento alla fine
dell’episodio 4 di Alien: Pianeta Terra che fa
sembrare che il piccolo Xenomorfo pensi che Wendy possa essere sua
madre, permettendole di toccarlo. Si strofina persino il muso
contro la sua mano come un comune gatto domestico. Anche se non è
certo che Wendy possa effettivamente controllare queste creature,
sta sicuramente iniziando a comunicare con loro e scambiare
informazioni, il che dovrebbe essere un’indicazione importante di
dove sta andando la seconda metà della serie.
Alex Lawther e Sydney Chandler in Alien: Pianeta Terra
Kirsh sa che Morrow sta manipolando
Slightly
Kirsh non ha impiegato molto a
scoprire che Piumino sta comunicando con Morrow attraverso un
microfono che gli ha messo sul collo nell’episodio precedente. Uno
degli obiettivi principali di Kirsh è quello di sorvegliare tutti
gli ibridi, e lui è in grado di guardare le registrazioni retiniche
e ascoltare le registrazioni audio del ragazzo che apparentemente
parla con nessuno.
Kirsh riporta anche alla memoria il
momento in cui Morrow chiede a Slightly: “Quando una macchina
non è una macchina?” (leggi
qui l’approfondimento a riguardo), prima di ascoltare il piano
di Morrow di far entrare di nascosto una persona nel laboratorio
Prodigy invece di far uscire di nascosto un uovo Xenomorfo. Piumino
rivela il suo nome umano a Morrow, mettendo in pericolo sua madre
umana, e la cosa lo motiva ad agire contro Wendy e gli altri
ibridi.
Poiché Morrow ha minacciato la madre
e i fratelli di Piumino, quest’ultimo deve ora trovare un essere
umano da portare nel laboratorio e sembra che Joe sia il suo
candidato principale. Sapendo tutto questo, non è chiaro se Kirsh
interverrà, ma probabilmente informerà Boy Kavalier, che potrebbe
semplicemente lasciare che il ragazzo porti Joe nel laboratorio per
motivi di sperimentazione e così da eliminare Joe ed evitare che
Wendy si distragga.
Lily Newmark in Alien: Pianeta Terra
Nibs è in isolamento dopo aver
minacciato Dame Sylvia
Nibs, invece, è stata la più isolata
degli ibridi dopo essere stata attaccata dall’alieno “bulbo
oculare” nell’episodio 2 (qui
la spiegazione del finale). La sua crisi esistenziale ha
cominciato a peggiorare nell’episodio 3 fino a raggiungere un punto
di rottura psicologica nell’episodio 4, convincendosi di essere sia
umana che incinta nonostante la realtà del suo status di
ibrido.
Nibs è la prima vera dissidente
degli ibridi che dimostra la sua forza contro i suoi creatori. Dopo
aver minacciato fisicamente Dame Sylvia, la figura materna per
tutti gli ibridi, Nibs viene rinchiusa nella sua stanza e
considerata una minaccia di livello 3. Non è chiaro se
l’instabilità della ragazza sia il risultato della sua coscienza
umana o di qualche tipo di errore computazionale, ma il protocollo
“Livello 3” suggerisce che Prodigy abbia un piano per contenere gli
ibridi incontrollabili.
La situazione di Nibs probabilmente
non migliorerà nella seconda metà di Alien: Pianeta
Terra, e lei potrebbe essere proprio il primo ibrido che
dovrà essere “eliminato” a causa della minaccia che rappresenta per
Prodigy. Inoltre, non sarà qualcuno, o qualcosa, che Prodigy potrà
pubblicizzare una volta rivelata Wendy al mondo, quindi è probabile
che i giorni di Nibs siano purtroppo contati.
Samuel Blenkin in Alien: Pianeta Terra
Cosa aspettarsi nell’episodio 5 di Alien: Pianeta
Terra
Wendy continua a ricevere un
trattamento speciale da Boy Kavalier, soprattutto ora che è in
grado di comunicare con gli Xenomorfi. Questo probabilmente
continuerà a infastidire Ricciolo, che è chiaramente gelosa di
Wendy e potrebbe decidere di attaccarla in qualche modo. Se Piumino
chiederà aiuto a Ricciolo per far entrare Joe nel laboratorio
Prodigy, come richiesto da Morrow, la ragazza potrebbe essere
incentivata a farlo per il semplice fatto che questo ferirebbe
profondamente Wendy.
Dame Sylvia, invece, probabilmente
cercherà di aiutare Nibs a regolarizzarsi, ma dovrà tenerla
confinata e isolata perché non ci si può più fidare di lei. Una
volta che Boy Kavalier lo scoprirà, potrebbe essere molto più
veloce di Dame Sylvia nel premere il pulsante di arresto su Nibs.
Se la notizia su di lei venisse divulgata, la sua invenzione ibrida
da trilioni di dollari sarebbe compromessa e Wendy sarebbe temuta,
non celebrata.
L’aspetto più intrigante
dell’episodio 5 sarà però Wendy che decifra il linguaggio degli
Xenomorfi, il che dovrebbe rispondere alla domanda scottante:
“Cosa hanno da dire?” e, cosa ancora più importante,
“Cosa vogliono?”. Gli Xenomorfi potrebbero essere
umanizzati, come mai prima d’ora nella serie Alien.
Inoltre, Yutani dovrebbe iniziare a fare pressione per riavere i
suoi esemplari da Prodigy, il che potrebbe creare ogni sorta di
combattimento e carneficina nei futuri episodi di Alien:
Pianeta Terra.
Anthony Ippolito è
stato scelto come protagonista del film I Play
Rocky, diretto da Peter Farrelly
(Green
Book) per Amazon MGM Studios e che arriverà prossimamente
nelle sale cinematografiche da una sceneggiatura di Peter
Gamble. Come riportato dal The Hollywood Reporter, Ippolito
interpreterà proprio il giovane Sylvester Stallone nel film che racconta la
vita dell’attore prima che diventasse una mega star. La sua
convinzione incrollabile era che non era solo destinato a scrivere
Rocky, ma era destinato a essere Rocky Balboa.
Ippolito è noto soprattutto per aver
interpretato un altro grande attore in un progetto “making of”,
ovvero Al Pacino nella serie limitata della Paramount+The Offer. È poi apparso anche
nel film di successo della NetflixPurple Hearts. The Hollywood
Reporter ha inoltre rivelato informazioni incoraggianti sul
processo che ha portato Anthony Ippolito a
ottenere il ruolo di Stallone. “Dopo aver sentito parlare per
la prima volta del progetto”, riporta la pubblicazione,
“ha realizzato un video di audizione non richiesto e lo ha
inviato direttamente ai produttori”.
Questo approccio è degno di nota
perché riecheggia il modo in cui è nata la migliore serie di film
di Stallone. Con l’attore che perseguiva il suo sogno di realizzare
Rocky con instancabile determinazione, l’approccio di
Ippolito suggerisce che il giovane attore ha una grinta e una
mentalità perfettamente adatte alle esigenze della storia. Non
resta a questo punto che attendere di poterlo vedere assumere i
panni dell’icona del cinema per I Play
Rock.
Di cosa parlerà I Play Rock
I Play
Rocky racconterà di come Stallone concepisce il film
Rocky e, pur dopo aver ricevuto numerosi “no”, scommette
tutto su se stesso, rimanendo irremovibile nel suo voler
interpretare il ruolo principale. Il risultato è la storia di
rivalsa di un outsider (Stallone) grazie ad un film sull’outsider
per eccellenza (Rocky). Uscito nel 1976, il film ha poi vinto
l’Oscar come Miglior film e Stallone è stato invece nominato per il
premio come miglior attore e miglior sceneggiatura originale.
La sua interpretazione e la sua
visione creativa hanno trasformato Rocky in un punto di riferimento
culturale e lo hanno consacrato come una leggenda di Hollywood.
Distribuita dalla United Artists e successivamente dalla MGM,
Rocky è poi divenuta una delle serie di film sportivi più
iconiche e di maggior successo finanziario di tutti i tempi, con
cinque film ed un incasso globale di oltre 1,7 miliardi di dollari,
compresi i tre spin-off di Creed.
Diretto da Railey Stearns, Dual – Il
clone fu un
film di fantascienza con un mondo tutto suo. In esso, gli
individui non esprimevano le proprie emozioni e i personaggi
comunicavano principalmente con un’espressione impassibile. Ogni
parola pronunciata era affermata come un dato di fatto. In un mondo
che si era quindi evoluto per sostituire gli individui, l’umorismo
nero giocava un ruolo centrale. Seguimmo così il viaggio di Sarah
(Karen
Gillan), che soffriva di una malattia terminale e
decise di dar vita a una sua sostituta. La clonazione era una
pratica comune in quel mondo e Sarah ricorse proprio ad essa prima
di morire. L’unico problema fu che Sarah poi continuò a vivere.
La
trama di Dual – Il clone
Dual – Il clone introdusse
il concetto di duello all’inizio. Assistemmo a due uomini che
lottavano per la vita su un campo mentre il pubblico li guardava
con entusiasmo. Dopo aver pugnalato il suo avversario, l’altro
emerse come vincitore. Scoprimmo poi che il sopravvissuto era il
clone dell’uomo che aveva ucciso. Il conduttore annunciò che non
sarebbe più stato un doppio, ma piuttosto l’originale Robert
Michael da quel momento in poi. Presto incontrammo Sarah, una donna
che non era particolarmente soddisfatta della sua vita. Temeva di
confrontarsi con sua madre e per lo più evitava le sue
telefonate.
Aveva un fidanzato, Peter, che in quel periodo lavorava a un
progetto e viveva lontano. Le videochiamate tra Peter e Sarah
divennero sempre più brevi con il passare del tempo. Una mattina
Sarah si svegliò con il letto macchiato di sangue. Si rese conto di
aver vomitato sangue nel sonno. Dopo aver fatto la doccia, andò dal
medico e dopo una serie di analisi scoprì di avere una malattia
terminale. Il medico consigliò allora a Sarah di organizzare il suo
funerale e anche di valutare la possibilità di trovare un
sostituto. Sarah guardò così dei video su come i sosia aiutassero
le famiglie dei defunti ad affrontare il dolore della perdita dei
loro cari.
Karen Gillan in Dual – Il clone
Sarah credette che una sostituzione fosse l’ultima cosa buona che
potesse fare per la sua famiglia e il suo amato. Accettò quindi di
sottoporsi al processo. In pochi minuti, la sua clone fu davanti a
lei. Il tecnico le fece notare che aveva gli occhi blu a causa di
un errore di codifica, anche se Sarah ritenne che gli occhi blu la
rendessero interessante. Sarah presentò poi alla sua doppia tutte
le cose che le piacevano e che odiava. La nuova lei fu curiosa di
sapere tutto della sua vita e, allo stesso tempo, pensò a come
inserirsi perfettamente in essa.
Mentre guardava la sua vita essere presa in mano dal suo clone,
Sarah ricevette però una chiamata dal suo medico, il quale le disse
che inaspettatamente aveva superato la sua malattia e che era
completamente guarita. Anche se quella notizia la rese felice,
seppe di avere ora un grosso problema da affrontare. Solo una Sarah
poteva restare in circolazione, quindi o l’originale o la clone
doveva essere eliminata. Quando rivelò la sua situazione ed
espresse il suo interesse a eliminare la sosia, sua madre e Peter
ne parvero feriti. Peter spiegò che ormai era innamorato della
sosia e non di lei.
Anche se assomigliava a Sarah, la sosia si impegnò a rendere felice
Peter facendo tutto ciò che lui amava. Sarah fu allora combattuta
nel rendersi conto che le persone per cui si era iscritta al
programma di sostituzione l’avevano sostituita prima ancora che
potesse morire. Era stata dimenticata, e questo la rese ancor più
disperata nel voler rimuovere il clone dalla sua vita e riprendersi
tutto ciò che le spettava di diritto. L’avvocato la informò a
questo punto della necessità del duello. Se il doppio desiderava
rimanere, lui e l’originale dovevano combattere per stabilire chi
avrebbe potuto vivere.
Sarah contattò allora un allenatore economico, Trent, il quale la
rese determinata a vincere la sfida e le fece guardare video
cruenti per aiutarla a superare la sua paura del sangue. Sarah
lavorò duramente per mantenere il suo corpo in forma e si addestrò
con tutti gli strumenti che sarebbero stati forniti durante il
duello. Alla fine, la Sarah originale fu pronta. Purtroppo, subì
una battuta d’arresto quando il duello fu rinviato di un mese. Una
mattina, mentre continuava ad allenarsi con Trent, notò la sua
doppia che la osservava dall’altra parte della strada. Le scagliò
una freccia, che non la ferì ma la spaventò. Sarah poi seguì la sua
doppia mentre questa scappava.
La
trovò nascosta nel parco giochi e le disse che non avrebbe cercato
di farle del male. Le due si sedettero insieme e finalmente si
confrontarono. Sarah sentì che la doppia le aveva fatto un torto
portandole via tutto ciò che costituiva la sua vita. La doppia
riconobbe l’odio di Sarah e ritenne che fosse giustificato. La
doppia si lamentò di Peter e di sua madre, e di come le stessero
gradualmente dando sui nervi. Chiese quindi a Sarah di
accompagnarla in un posto: un gruppo di sostegno per duellanti.
Sarah ascoltò i racconti di coloro che avevano continuato a vivere
dopo il duello, di come stessero soffrendo e di come la vita non
fosse così facile come avevano immaginato.
Sarah capì però che la sua doppia stava cercando di dissuaderla
dall’ucciderla. Invece di biasimarla per la situazione in cui si
trovava, il clone incolpò la società e le sue pratiche. Il duello
era semplicemente uno spettacolo per coloro che guardavano mentre
due persone lottavano per la sopravvivenza. Questo commosse Sarah.
Cominciò a credere che il clone fosse empatico e pensasse a uno
schema più ampio delle cose. Entrambe decisero quindi di fuggire
dal paese il giorno del duello. Tuttavia, durante la fuga, il clone
ingannò Sarah e le diede da bere dell’acqua avvelenata,
uccidendola. Durante il finale di Dual – Il clone,
la sosia si cambiò poi indossando gli abiti di Sarah e arrivò al
luogo del duello zoppicando.
Karen Gillan nel film Dual – Il clone
Cosa accade nel finale del
film
La
clone afferma a questo punto di essere la vera Sarah e che la sosia
era stata eliminata. La madre e Peter testimoniarono poi a favore
della sosia, confermando che era lei la vera Sarah. Il loro piano
era sempre stato quello di porre fine alla vita dell’originale,
soprattutto dopo che lei aveva incontrato Peter e aveva parlato con
sicurezza di come avrebbe sicuramente ucciso il clone. Sapevano che
Sarah aveva imparato diverse tecniche di combattimento, quindi
usarono l’intelligenza per vincere. Anche se il veleno fu una morte
lenta, fu la più facile da nascondere.
Sebbene il clone lottasse per la sua vita, seppe di essere ormai
intrappolata in una vita che non aveva mai scelto. In assenza
dell’originale, non aveva alcuna battaglia da vincere, ma
semplicemente esisteva nel mondo di Sarah che la sopraffaceva in
larga misura. Anche se sviluppò un gusto diverso per accontentare
le persone nella sua vita, faticò a renderle felici. Proprio come
Sarah, ora non riceveva più le telefonate di sua madre e si
irritava per le piccole cose che Peter faceva o diceva. Alla fine,
fermò la sua auto in mezzo alla strada e pianse a dirotto. Capì di
aver combattuto una battaglia inutile.
Distrusse una persona per una vita che neanche le piaceva.
L’insensatezza dell’intera situazione fu forse ciò che spinse il
clone a fermare l’auto in mezzo alla strada, a significare il caos
di cui ora doveva far parte. L’auto era l’unico spazio in cui sia
Sarah che la sua doppia potevano esprimere le proprie emozioni. Il
mondo intorno a loro non si era mai strappato, quindi fu solo
quando erano sole e rinchiuse in uno spazio inaccessibile a
chiunque altro che poterono essere sincere con se stesse.
Cosa ci lascia il
film Dual – Il clone
Dual – Il clone ci
lascia dunque una riflessione amara e inquietante sull’identità,
sul valore dell’esistenza e sul desiderio di essere insostituibili
agli occhi di chi amiamo. Attraverso il duello tra originale e
copia, il film mette in discussione cosa significhi davvero vivere:
è il semplice atto di esistere o la capacità di essere riconosciuti
come unici? Sarah e la sua doppia mostrano come l’amore e
l’accettazione possano trasformarsi in terreno di conflitto. Alla
fine, la storia ci invita a interrogarci sulla fragilità delle
relazioni e sull’illusione di poter essere davvero
irripetibili.
Uscito nel 2016 e diretto da
Jaume Collet-Serra (regista di
Orphan e L’uomo sul treno),
Paradise Beach – Dentro l’incubo (qui la recensione) si inserisce
nel filone del survival thriller con protagonista uno squalo
assassino, un sottogenere che da decenni esercita un fascino
particolare sul pubblico. Il film mescola così tensione
claustrofobica e spettacolarità, costruendo una narrazione che si
concentra soprattutto sulla lotta istintiva per la sopravvivenza e
sulla capacità di resistenza fisica e mentale della protagonista,
interpretata da Blake Lively.
L’opera si distingue inoltre per il
suo approccio minimalista: pochi personaggi, una sola location
principale e un pericolo costante e tangibile che mantiene viva la
tensione dall’inizio alla fine. Non solo un survival
movie, dunque, ma anche uno di quei film pressoché interamente
ambientati in un unico ambiente (sebbene in questo caso all’aria
aperta). Temi come la paura della natura incontrollabile, il
coraggio di affrontare i propri limiti e la solitudine diventano
quindi i cardini di un racconto che trova nello scontro tra uomo e
predatore marino la sua massima espressione.
In questo senso, il film richiama
alla memoria il classico Lo squalo di Steven Spielberg, ma anche pellicole più
recenti come Open Water o 47
Metri. Se da un lato il film si muove all’interno di un
genere già ben consolidato, dall’altro riesce a proporre
un’esperienza intensa e avvincente, che unisce spettacolarità e
tensione psicologica. Nel resto dell’articolo ci concentreremo però
proprio su un particolare interrogativo che spesso accompagna film
di questo tipo: Paradise Beach – Dentro l’incubo è
ispirato a una storia vera o si tratta di pura finzione
cinematografica?
La trama di Paradise Beach – Dentro
l’incubo
Il film racconta di Nancy
Adams, una studentessa di medicina che cerca
disperatamente di superare il lutto per la prematura morte di sua
madre. Dopo aver ritrovato vecchie foto della donna, che la
ritraggono intenta a fare surf sulle onde dell’idilliaca Paradise
Beach, Nancy decide di partire alla volta dell’isolata spiaggia che
raggiunge grazie all’aiuto di Carlos. Indossata la
muta, Nancy si immerge così nelle acque cristalline del mare.
Sebbene stia per calare la notte la ragazza, stizzita per una
stressante conversazione telefonica con il padre, decide di
rimanere ancora nell’acqua per sciogliere i nervi.
Improvvisamente, Nancy si imbatte
nella carcassa di una megattera orribilmente squartata e percepisce
nell’acqua la presenza di uno squalo bianco. Cercando di ripararsi
sul corpo del cetaceo morente, la giovane studia un piano per
allontanarsi dalle fauci del sanguinario animale e trova riparo su
un gruppo di scogli. Sfortunatamente l’attacco dello squalo è
andato a segno e Nancy si trova completamente sola, con una gamba
gravemente ferita che dovrà ricucire come possibile per non morire
dissanguata. Consapevole che prima che i soccorsi arrivino potrebbe
essere troppo tardi, la ragazza dovrà trovare da sé un modo per
salvarsi.
Il film è tratto da una storia vera?
Partiamo con il dire che no,
Paradise Beach – Dentro l’incubo non è tratto da
una storia vera. Nasce come opera di pura finzione che si inserisce
nel filone del survival thriller con protagonista uno squalo. A
differenza di film come Soul Surfer (2011), ispirato alla
vera vicenda della surfista Bethany Hamilton, qui
la protagonista Nancy e le sue peripezie sono il frutto
dell’immaginazione degli sceneggiatori. Nonostante ciò, il film
riesce a trasmettere una sensazione di realismo grazie alla messa
in scena essenziale e alla performance di Lively, capace di reggere
quasi interamente il racconto da sola. La forza della sua
interpretazione ha permesso al pubblico di immergersi in una
vicenda che, pur essendo lontana da fatti reali, mantiene un forte
impatto emotivo.
L’idea alla base della sceneggiatura
nasce però dunque da Anthony Jaswinski, che in
un’intervista ha raccontato come la fonte d’ispirazione non sia
stata una vicenda di cronaca, bensì un mix di suggestioni. Dopo
aver guardato lo speciale Shark Week, si rese conto che
nel cinema e in TV gli squali avevano perso la loro aura di
minaccia, diventando talvolta creature caricaturali come in
Sharknado. A quel punto, decise di riportare la paura su
un piano più realistico e claustrofobico, immaginando una storia
semplice ma densa di tensione: una donna bloccata su una roccia, la
terraferma visibile ma irraggiungibile, con uno squalo che la tiene
in trappola.
A influenzare ulteriormente il
progetto fu anche la visione di Duel (1971), sempre di
Steven Spielberg, che mostrava come
un antagonista apparentemente semplice potesse generare terrore
costante. Jaswinski pensò di applicare la stessa dinamica alla
figura dello squalo, costruendolo non solo come un predatore, ma
come un “vecchio guerriero” temprato dalle battaglie, impegnato in
un duello all’ultimo respiro con la protagonista. Da questa miscela
di suggestioni cinematografiche e televisive nacque così la trama
di Paradise Beach – Dentro l’incubo, confermando
che non si tratta di un racconto tratto da fatti reali, ma di un
thriller pensato per restituire al pubblico il brivido della lotta
per la sopravvivenza.
Il finale di Everest (qui la recensione) vede gli
scalatori sopravvissuti ricongiungersi in lacrime con i propri cari
all’aeroporto della Nuova Zelanda, mentre Beck si
ricongiunge con sua moglie Peach. Basato sul reale
disastro del 1996 sul Monte Everest, Everest si apre con
Rob Hall, una guida della Adventure Consultants,
che si prepara a scalare il Monte Everest mentre sua moglie
Jan, incinta, rimane a casa, con Rob che promette
di essere presente per la nascita del loro primo figlio. Rob è
accompagnato dai clienti Doug Hansen,
Yasuko Namba, la seconda donna giapponese a
scalare le Sette Cime, Jon Krakauer, scrittore
della rivista Outside, e Beck Weathers. Insieme ai
clienti di Rob c’è anche Scott Fischer, un’altra
guida alpina.
Nonostante il successo nella
scalata, il gruppo viene colpito da un’improvvisa tempesta durante
la discesa dall’Everest, che blocca gli scalatori su tutta la
montagna e rende quasi impossibili i tentativi di soccorso a causa
delle condizioni meteorologiche. Rob, Doug, Yasuko, Scott, Andy e
altri tre perdono la vita sulla montagna a causa di una
combinazione di fattori, tra cui l’ipossia e il congelamento. Prima
di morire sulla montagna, Rob e Jan decidono di chiamare la loro
figlia Sarah. Beck riesce poi a tornare al campo
gravemente congelato e alla fine viene trasportato in elicottero,
ricongiungendosi in seguito con la moglie e i figli in Texas.
Il salvataggio di Beck Weathers
sull’Everest (e cosa gli è successo dopo)
Il salvataggio di Beck Weathers
(Josh
Brolin) è stato uno dei momenti più audaci di
Everest. Dopo essere stato abbandonato dagli altri
alpinisti, Beck è riuscito a svegliarsi e a raggiungere il campo,
dove è stato scoperto dagli alpinisti che erano con la troupe della
IMAX. Con l’aiuto di sua moglie Peach (Robin
Wright), viene organizzato un salvataggio in
elicottero tramite l’ambasciata americana. Questo salvataggio era
anche un azzardo, dato che l’aria era troppo rarefatta per
consentire all’elicottero di raggiungere il campo o di ripartire in
sicurezza. Ma grazie a un pilota esperto dell’esercito nepalese, il
tenente colonnello Madan (Vijay Lama), Beck viene
portato via dall’Everest e trasportato in ospedale senza
problemi.
Essendo uno degli alpinisti più
esperti, Beck aveva scalato quasi ovunque, il che gli dava un senso
di appartenenza e di avventura. Purtroppo, questo ha avuto un forte
impatto sulla sua vita personale, poiché spesso trascurava la sua
famiglia a favore dell’alpinismo. Secondo l’epilogo alla fine di
Everest, Beck Weathers alla fine ha perso il naso
e entrambe le mani a causa del grave congelamento subito durante la
tempesta. Al suo ritorno a casa, è anche riuscito a fare ammenda
con sua moglie Peach, dato che in precedenza aveva dimenticato il
loro anniversario di matrimonio.
Beck Weathers ha iniziato ad avere
problemi alla vista a causa dei raggi UV e dell’alta quota, dovuti
a un recente intervento di cheratotomia radiale, mentre Yasuko ha
iniziato a soffrire di ipotermia durante la discesa dall’Everest.
Ritenendo che sia Yasuko che Beck fossero ormai irrecuperabili e
non sarebbero riusciti a scendere dalla montagna a causa
dell’intensa bufera di neve, entrambi furono lasciati indietro.
Beck alla fine perse conoscenza mentre Yasuko morì durante la
notte. Come accennato in precedenza, Beck fu infine soccorso grazie
all’aiuto del team IMAX e fece una straordinaria guarigione. Il
corpo di Yasuko fu poi portato giù dalla montagna nel 1997.
Le allucinazioni di Andy
sull’Everest e come hanno causato la sua morte
Dopo essere stato inviato dal campo
base per consegnare ossigeno di riserva, la guida Andy Harris
inizia ad avere un’emergenza medica dopo aver localizzato Rob. Con
Doug caduto e morto e Rob bloccato in alto sull’Everest, Andy
Harris si rannicchia con lui per aspettare che passi la tempesta.
Mentre Rob dorme, Andy inizia ad avere allucinazioni e alla fine si
spoglia dei suoi strati esterni, scivolando giù dall’Everest verso
la morte.
Come spiegato da Caroline all’inizio
del film, uno dei sintomi principali dell’ipotermia o dell’ipossia
sono le allucinazioni e lo spogliarsi dei vestiti a causa
dell’errata interpretazione da parte del cervello del freddo
estremo come sensazione di calore, una condizione nota come
spogliarsi paradossale. Si tratta di una condizione che è stata
osservata in numerosi casi di ipotermia e ipossia e che
generalmente indica che una persona si trova nelle fasi finali
prima della morte. Essere rimasto bloccato sulla montagna per
troppo tempo senza ossigeno supplementare gli ha causato
allucinazioni e lo ha portato a togliersi gli strati esterni, anche
se probabilmente era congelato.
Poiché non si sa cosa sia successo
realmente ad Andy Harris, i realizzatori del film hanno dovuto
prendersi alcune libertà artistiche nel descrivere la sua morte. La
maggior parte delle persone concorda sul fatto che Andy sia tornato
sulla vetta per aiutare gli alpinisti in difficoltà, poiché in
seguito è stata ritrovata parte della sua attrezzatura da
arrampicata. Il corpo di Andy non è mai stato recuperato e nessuno
lo ha visto morire, quindi la sua morte è stata qualcosa che il
film ha dovuto inventare. Everest mostra che Andy
era salito sulla vetta sud per soccorrere Rob e Doug, probabilmente
senza rendersi conto che in quel momento anche lui stava lottando
contro l’ipotermia.
L’inesperienza è stata la causa
delle morti sull’Everest
Otto persone sono morte nel disastro
dell’Everest e la maggior parte degli alpinisti non aveva
abbastanza esperienza per scalare la montagna. Poiché la maggior
parte delle morti sull’Everest sono causate da problemi di salute o
da malfunzionamenti dell’attrezzatura, gli alpinisti vivono davvero
secondo la regola della “sopravvivenza del più forte”. Come afferma
Rob Hall all’inizio del film, “gli esseri umani semplicemente non
sono fatti per funzionare all’altitudine di crociera di un 747”. Il
Monte Everest non è uno scherzo per gli alpinisti: è una delle
montagne più pericolose al mondo e registra da 5 a 6 morti
all’anno.
Con gli scalatori bloccati su tutto
l’Everest senza alcun mezzo per scendere, le guide erano oberate
dal compito di mantenere in vita i loro clienti a tutti i costi.
C’era anche la competizione per arrivare in cima il più velocemente
possibile e il numero di scalatori inesperti desiderosi di
raggiungere la vetta significava che le pratiche più sicure
venivano messe da parte a favore della rapidità. Probabilmente gli
scalatori inesperti non avevano familiarità con la loro
attrezzatura, che avrebbe potuto aiutarli durante la discesa se non
ci fosse stata una bufera di neve. Come descritto nel film, alcuni
dei clienti sull’Everest avevano poca o nessuna esperienza di
alpinismo. È una ricetta per il disastro.
Il vero significato del finale di
Everest
Il vero significato del finale di
Everest è che, sebbene possa essere divertente
correre dei rischi e fare qualcosa di avventuroso, scalare
l’Everest è una sfida fisica, emotiva e mentale. Essendo la
montagna più alta del mondo, l’Everest è essenzialmente una
condanna a morte se il tempo decide di peggiorare o se uno
scalatore non è abbastanza esperto da comprendere i rischi che
comporta. Gli scalatori hanno affrontato molte difficoltà durante
la scalata dell’Everest e hanno rischiato la propria vita per
aiutarsi a vicenda a scendere in sicurezza, ma alla fine non è
stato sufficiente.
Il fatto che l’ultima scena del film
sia quella del corpo di Rob congelato nella neve mostra la realtà
di quanto l’Everest possa essere ingannevolmente pericoloso
nonostante il suo aspetto tranquillo. Questo è accentuato quando
Helen torna in Nuova Zelanda e incontra Jan, che ora è vedova. Ciò
conferisce al film un’attenzione solenne alla realtà della scalata
dell’Everest invece che a un finale felice e glamour. Secondo EW,
il regista di Everest, Baltasar
Kormákur, voleva mostrare la vera esperienza cruda
del disastro del 1996 invece di renderlo un film eroico
glorificato. Questo è stato fatto anche per onorare i sopravvissuti
nella vita reale e le loro famiglie.
Cos’è la grazia?
Terrence Malick in The Tree of Life la intendeva come una condizione
spirituale che si contrapponeva alla legge dura
dell’uomo, i giuristi invece parlano di “grazia” in caso
di “un atto di clemenza individuale concesso dal Presidente
della Repubblica”, per Paolo Sorrentino,
potrebbe essere una via di mezzo tra uno stato di leggerezza e
compiutezza emotiva e la capacità altrui di mettere fine alla
sofferenza di un altro. La Grazia è l’ultimo film di
Paolo Sorrentino che apre Venezia
82 e ne inaugura anche il Concorso.
Con Toni Servillo a servire ancora una
volta da protagonista, il regista napoletano trova una rotondità di
racconto e di esposizione di pensiero per immagini che aveva
smarrito con il suo recente Parthenope, tornando
finalmente a fuoco sulla rappresentazione di un’età particolare, in
cui la passione per la vita si spegne, mentre la vita continua.
Cosa racconta La
Grazia?
Foto di Andrea Pirrello
La storia è quello di
Mariano De Santis, irreprensibile e stimato
giurista, divenuto Presidente della Repubblica Italiana. Il film lo
accompagna negli ultimi sei mesi del suo mandato, mentre fa i conti
da una parte con un dubbio che lo attanaglia da 40 anni e che
riguarda la defunta e amatissima moglie Aurora, e con sua figlia,
anche lei giurista e sua collaboratrice, che cerca di scuoterlo dal
suo torpore, e dall’altra con la firma di una legge in favore
dell’eutanasia e con una decisione da prendere in merito a due
richieste di Grazia.
Paolo
Sorrentino parte con cautela, proprio come il suo
protagonista, per poi spingere a fondo: nella prima parte scalda i
motori e olia gli ingranaggi, basandosi su una scrittura molto
presente, formale, didascalica, a tratti invadente, che influisce
anche sulla recitazione quasi salmodiante dei suoi attori. Questa
esigenza di porre i pezzi sulla scacchiera appesantisce il ritmo
del film che però nella seconda parte si scioglie, si apre a un
Sorrentino molto autentico e schietto, profondamente emotivo,
quando il suo protagonista si mette sulle tracce di una leggerezza
perduta (forse mai posseduta per davvero).
Non c’è spazio per il mistero
Foto di Andrea Pirrello
La riflessione nel film
si concentra sulla ricerca della verità quando i
punti di vista sono diversi e tutti con una loro ragione. Nella
scrittura e nell’esposizione, il film abbraccia la complessità
della sua premessa, avventurandosi solo nel finale liberatorio alla
lusinga di una risoluzione. Il mistero, l’insoluto non trovano
spazio nel film e forse questo sguardo così nitido lo ha reso un
po’ meno affascinante, ma va bene così, il Sorrentino a fuoco,
legato alla narrazione, con il suo sguardo privilegiato sulle
persone e sui luoghi, l’eleganza della messa in scena e la bellezza
nitida e splendente delle sue immagini, è quello che
preferiamo.
Il film di Sorrentino è
una commedia piena di momenti esilaranti, di
interpretazioni deliziose (su tutte la splendida Cocò di
Milvia Marigliano, ma anche Anna
Ferzetti al suo migliore ruolo in carriera), di freddure e
di momenti che stemperano la tragicità della vita con cruda verità
e grande acume.
L’acquisizione di senso nella
perdita di gravità
Ma La Grazia è
anche un dramma senile, che si crogiola nella densità
delle sue parole, offrendo una riflessione attenta
sull’acquisizione di senso nella perdita di gravità, sia letterale
che figurata, una corsa verso il raggiungimento della leggerezza. È
questa “la grazia” del titolo? Una condizione di leggerezza che
Mariano acquisisce nonostante la sua natura radicata alla ricerca
della verità, così fondamentale eppure così complicata da ottenere.
Oppure è la capacità di sollevare qualcuno da uno stato di
sofferenza e attesa? Lo strumento del Presidente della Repubblica
per porre fine al periodo di detenzione o il potere di “staccare la
spina” a chi vive una vita che più vita non è?
Il regista sceglie di
dare una risposta precisa nella splendida inquadratura conclusiva,
in cui un Mariano De Santis ritrova se stesso e il senso delle
cose, una nuova consapevolezza di sé e della percezione del suo
corpo in uno spazio vuoto eppure pieno di possibilità.
Thunderbolts* ha
stabilito che i New Avengers e la squadra degli Avengers di Sam
Wilson sono in conflitto per un marchio registrato e, secondo
Alex Perez di The Cosmic Circus, questa divisione
sarà un punto importante della trama di Avengers:
Doomsday. “Il destino dell’intero multiverso è in
bilico”, ha scritto lo scooper su X, “e due delle squadre
principali sono in tensione tra loro perché i leader stanno ancora
cercando di risolvere la questione del ‘mantello’. E poi aggiungete
gli OG al mix...”
L’“OG” è probabilmente un
riferimento agli originali Avengers: Capitan
America, Iron Man, Thor,
Hulk, Black Widow e
Occhio di Falco. Secondo quanto riportato dai
media, la Marvel Studios avrebbe infatti deciso di riunire gli
interpreti di questi iconici personaggi per i prossimi due film
degli Avengers, al fine di aumentare l’interesse. Diversi addetti
ai lavori hanno affermato che si avrà un gruppo multiversale di
“Avengers” guidato da Destino, anche se al momento tutto ciò rimane
un rumor in attesa di maggiori conferme.
Il film romantico gay apparentemente
intitolato De Noche di Todd
Haynes, interrotto circa un anno fa, sembra stia per
essere tirato fuori dall’oblio, con Pedro Pascal potenzialmente pronto ad entrare
nel cast. Come riportato da Deadline secondo alcune fonti,
il progetto dovrebbe infatti ripartire nel nuovo anno a
Guadalajara, in Messico, e gran parte del lavoro è incentrato sul
fitto calendario dell’attore, candidato a quattro Emmy, da qui al
2026.
Si tratta di un’ottima notizia per
una produzione che era stata a lungo considerata fallita dopo che
il premio Oscar Joaquin Phoenix aveva lasciato la produzione, secondo
quanto riferito, per non essersi presentato sul set per due
settimane prima della sua chiusura. La produttrice
Christine Vachon ha dichiarato pubblicamente che
Phoenix ha portato il progetto alla Killer Films, che vanta una
lunga tradizione nella realizzazione di film LGBTQ. Non si è però
mai saputo esattamente perché Phoenix abbia lasciato De Noche.
Vachon ha smentito le voci durante
il Festival del Cinema di San Sebastian dello scorso anno e ha
definito una “tragedia” il fallimento del film di Haynes. Se
Pedro Pascal venisse confermato, si
unirà a Danny Ramirez, che era originariamente
legato al progetto. Interpreteranno due uomini innamorati che
lasciano Los Angeles per il Messico, in un film ambientato negli
anni ’30. La produzione è affidata alla Killer Films di Christine
Vachon e Pamela Koffler.
Uno dei registi della saga cinematografica
di Harry Potter ha criticato l’aspetto di
Rubeus Hagrid nel reboot della serie TV – e in
senso più ampio l’intero progetto – attualmente in fase di riprese.
Il personaggio, interpretato al cinema da Robbie
Coltrane e ora nelle mani di Nick Frost,
è stato protagonista di alcune foto trapelate dal set. Proprio
dopo aver visto queste immagini, Chris Columbus,
che ha diretto i primi due film di Harry Potter
prima di passare il testimone ad Alfonso Cuarón, è
stato intervistato nel podcast The Rest Is Entertainment e ha
parlato candidamente del reboot della HBO, in particolare delle sue
opinioni sull’aspetto di Hagrid.
Columbus ha quindi criticato
l’Hagrid di Frost perché, secondo il regista, la nuova versione è
identica a quella interpretata da Coltrane. Egli pensava che il
reboot sarebbe stato completamente diverso dai film, invece di
riproporre lo stesso aspetto. Tuttavia, nonostante la sua
perplessità sul motivo per cui il reboot esista, Columbus ha
ammesso di essere lusingato dalla situazione, poiché l’Hagrid di
Frost è chiaramente basato sul design che lui stesso ha creato per
i film.
“Quindi, vedo queste fotografie…
e lui indossa esattamente lo stesso costume che abbiamo disegnato
per Hagrid. Una parte di me pensava: che senso ha? Pensavo che
sarebbe stato tutto diverso, invece è più o meno lo stesso. Sarà
tutto uguale. È molto lusinghiero per me, perché penso: è
esattamente il costume di Hagrid che abbiamo disegnato noi. Quindi,
da un lato è davvero emozionante, quindi sono entusiasta di vedere
cosa ne faranno. Dall’altro lato è una sorta di déjà vu”, ha
affermato il regista.
Cosa sappiamo della serie HBO
su Harry Potter
La prima stagione sarà tratta dal
romanzo La pietra filosofale e abbiamo già visto alcuni
altri momenti chiave del romanzo d’esordio di J.K. Rowling essere
trasposti sullo schermo. La prima stagione di Harry
Potter dovrebbe essere girata fino alla primavera del
2026, mentre la seconda stagione entrerà in produzione pochi mesi
dopo. Ogni libro dovrebbe costituire una singola stagione, il che
significa che avremo sette stagioni nell’arco di quasi un
decennio.
HBO descrive la serie come un
“adattamento fedele” della serie di libri della Rowling.
“Esplorando ogni angolo del mondo magico, ogni stagione porterà
‘Harry Potter’ e le sue incredibili avventure a un pubblico nuovo
ed esistente”, secondo la descrizione ufficiale. Le riprese
dovrebbero avere inizio nel corso dell’estate 2025, per una messa
in onda prevista per il 2026.
La serie è scritta e prodotta da
Francesca Gardiner, che ricopre anche il ruolo di
showrunner. Mark Mylod sarà il produttore
esecutivo e dirigerà diversi episodi della serie per HBO in
collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros. Television. La
serie è prodotta da Rowling, Neil Blair e
Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e
David Heyman di Heyday Films.
Come già annunciato, Dominic
McLaughlin interpreterà Harry, Arabella
Stanton sarà Hermione e Alastair Stout
sarà Ron. Il cast principale include John Lithgow
nel ruolo di Albus Silente, Janet McTeer nel ruolo
di Minerva McGranitt, Paapa Essiedu nel ruolo di
Severus Piton, Nick Frost nel ruolo di Rubeus
Hagrid, Katherine Parkinson nel ruolo di Molly
Weasley, Lox Pratt nel ruolo di Draco Malfoy,
Johnny Flynn nel ruolo di Lucius Malfoy,
Leo Earley nel ruolo di Seamus Finnigan,
Alessia Leoni nel ruolo di Parvati Patil,
Sienna Moosah nel ruolo di Lavender Brown,
Bertie Carvel nel ruolo di Cornelius Fudge,
Bel Powley nel ruolo di Petunia Dursley e
Daniel Rigby nel ruolo di Vernon Dursley.
Si avranno poi Rory
Wilmot nel ruolo di Neville Paciock, Amos
Kitson nel ruolo di Dudley Dursley, Louise
Brealey nel ruolo di Madama Rolanda Hooch e Anton
Lesser nel ruolo di Garrick Ollivander. Ci sono poi i
fratelli di Ron: Tristan Harland interpreterà Fred
Weasley, Gabriel Harland George Weasley,
Ruari Spooner Percy Weasley e Gracie
Cochrane Ginny Weasley.
La serie debutterà nel 2027 su HBO e
HBO
Max (ove disponibile) ed è guidata dalla showrunner e
sceneggiatrice Francesca Gardiner (“Queste oscure materie”,
“Killing Eve”) e dal regista Mark Mylod (“Succession”). Gardiner e Mylod sono produttori
esecutivi insieme all’autrice della serie J.K. Rowling, Neil Blair
e Ruth Kenley-Letts di Brontë Film and TV, e David Heyman di Heyday
Films. La serie di “Harry Potter” è prodotta da HBO in
collaborazione con Brontë Film and TV e Warner Bros.
Television.
La seconda stagione di Gen
V sta per debuttare, ma i suoi crossover con The
Boys eviteranno un approccio alla Star
Wars. Lo spin-off ambientato al college tornerà
infatti a partire dal 17 settembre su Prime Video, riprendendo dal finale
della prima stagione di Gen
V, che si è concluso con due dei personaggi principali che
abbracciano il lato oscuro. Il finale ha visto anche
Homelander (Antony
Starr) arrivare in volo e aiutare la sinistra
corporazione Vought a sedare una scena caotica.
La seconda stagione di Gen
V dovrebbe dunque includere alcuni cameo e apparizioni di
attori di The
Boys. Tuttavia, secondo il produttore esecutivo
Eric Kripke, la serie principale non prenderà il
sopravvento sullo spin-off. Parlando con Entertainment Weekly, Kripke
minimizza infatti la possibilità di uno scontro tra Homelander e la
protagonista di Gen V Marie Moreau (interpretata
da Jaz Sinclair).
“Sono molto sensibile al fatto
che Gen V dovrebbe riguardare principalmente i personaggi di Gen V
e The Boys dovrebbe riguardare principalmente i personaggi di The
Boys. Anche se ci possono essere crossover, assist e aiuti, è un
po’ come tirare il tappeto da sotto i piedi e non è un granché
quando ti sei impegnato a guardare, diciamo, Boba Fett, e poi per
due episodi di Boba Fett c’è solo il Mandaloriano. Non voglio
farlo. Abbiamo storie da raccontare in ciascuno di essi“.
Cosa significa questo per la seconda stagione di Gen V
La seconda stagione di Gen
V dovrà probabilmente affrontare in ogni caso il finale
della quarta stagione di The Boys. In un colpo di
scena che cambia le carte in tavola, personaggi come
Starlight (Erin
Moriarty) e Hughie (Jack
Quaid) sono più sconfitti che mai. I loro amici sono
stati catturati, e questo in parte grazie alle straordinarie
abilità di Cate Dunlap (Maddie
Phillips) e Sam Riordan (Asa
Germann).
Questi sono i due personaggi che
hanno preso una brutta piega nella prima stagione di Gen
V, fungendo da collegamento tra i due drammi. Ma, stando
alle dichiarazioni di Kripke, è l’ultima conferma che lo spin-off
continuerà a concentrarsi sui giovani adulti dotati di superpoteri
che gli spettatori hanno conosciuto nella prima stagione. Questa è
una buona notizia, dato che Gen V ha molto altro
da affrontare.
I prossimi episodi dovranno infatti
rendere omaggio a Chance Perdomo, poiché il
personaggio di Andre verrà eliminato dalla serie
dopo la tragica morte dell’attore in un incidente motociclistico
nel marzo 2024. Lo spin-off darà poi il benvenuto a nuovi membri
del cast, tra cui, in particolare, Hamish
Linklater nel ruolo del rettore della Godolkin University.
Ha dunque un buon motivo per evitare il paragone con Star
Wars che ha lasciato molti spettatori insoddisfatti.
La serie antologica di
Ryan
Murphy, Monster, offre un primo
assaggio della prossima stagione con nuove immagini. La controversa
serie, che ha drammatizzato le storie di assassini reali, tra cui
Jeffrey Dahmer e i
fratelli Menendez, è pronta a tornare con una terza
stagione che vedrà Charlie Hunnam nei panni del famigerato serial
killer Ed Gein.
I crimini di Gein furono commessi
tra il 1947 e il 1957. È confermato che il Macellaio di Plainfield
uccise due donne, ma è sospettato di numerosi altri omicidi. Gein
era anche un ladro di tombe che utilizzava parti di corpi per
creare oggetti inquietanti come maschere fatte di pelle umana e una
cintura realizzata con capezzoli femminili.
Ora, Netflix ha pubblicato tre nuovi poster di
Hunnam nei panni di Gein (li si può vedere qui). Le tre immagini
si ispirano a film che a loro volta sono stati in parte ispirati
dagli omicidi di Gein. Quest’ultimo ha acquisito ulteriore
notorietà nella cultura popolare ispirando i personaggi di Norman
Bates in Psycho, Leatherface in Non aprite quella
porta e Buffalo Bill in Il silenzio degli innocenti.
Viene infine riportato che la nuova stagione di Monster –
La storia di Ed Gein sarà disponibile su Netflix dal
3 ottobre.
Dato che Gein è l’ispirazione per
diversi film horror, la terza stagione di Monster sembra
concentrarsi molto su quella parte della sua storia. Gein è
stato processato solo per l’omicidio di Bernice
Worden, proprietaria di un negozio di ferramenta che ha
ucciso a colpi di pistola. Il suo corpo è stato trovato nella sua
fattoria, dove l’aveva decapitata e mutilata dopo la morte. Gein ha
anche ammesso di aver ucciso Mary Hogan,
proprietaria di una taverna. È stato ricoverato in un ospedale
psichiatrico, dove è morto all’età di 77 anni.
Cosa accadrebbe se la passione per
il Fantacalcio, quel rito domenicale che da anni divide e unisce
milioni di italiani, diventasse il motore di un giallo comico?
Ogni Maledetto Fantacalcio, diretto da
Alessio Maria Federici, prova a rispondere a
questa domanda con un film che mescola ironia, parodia e mistero.
L’assunto di partenza è tanto semplice quanto geniale: un gruppo di
amici storici, uniti dalla stessa lega fantacalcistica chiamata
“Mai una gioia”, si trova improvvisamente sconvolto dalla
sparizione del campione in carica, Gianni, proprio nel giorno del
suo matrimonio e dell’ultima giornata di campionato. Da qui si
scatena una catena di equivoci, accuse e sospetti che trasformano
un passatempo in un’indagine dai toni tragicomici.
Un cast corale tra sarcasmo
e follia
Il film poggia molto sulla forza del
suo cast. Giacomo Ferrara, nei panni di Simone,
incarna con leggerezza e autoironia lo stereotipo del trentenne
creativo, brillante ma inconcludente, che si ritrova suo malgrado
nel ruolo del principale indiziato. Caterina
Guzzanti, nel ruolo della giudice, rappresenta la vera
colonna comica della pellicola: con il suo sarcasmo tagliente e un
ritmo di battute sempre preciso, riesce a dare un tono unico agli
interrogatori, trasformandoli in veri sketch. Silvia
D’Amico, nei panni di Andrea, aggiunge un tocco di mistero
e ambiguità, bilanciando la leggerezza con una tensione narrativa
che tiene viva la curiosità dello spettatore. Intorno a loro ruota
una galleria di personaggi grotteschi, amici tanto assurdi quanto
credibili, che ricordano le tipiche comitive viste in commedie come
Una notte da leoni.
Citazioni e rimandi
cinematografici
Una delle cifre stilistiche più
divertenti di Ogni Maledetto Fantacalcio è la sua
natura citazionista. La sceneggiatura di Giulio
Carrieri e Michele Bertini Malgarini
costruisce un gioco di specchi che richiama vari classici del
cinema. Le dinamiche di gruppo, l’assurdità delle situazioni e i
tentativi maldestri di ricostruire la verità evocano chiaramente
Una notte da leoni. Allo stesso tempo, la struttura a
indagine, con sospetti che si alternano e verità nascoste che
emergono a poco a poco, strizza l’occhio a I Soliti Sospetti. Ma non si tratta di un semplice
collage: il film riesce a piegare queste suggestioni al proprio
contesto, quello del Fantacalcio, un universo che per molti
italiani è familiare e quasi sacro.
La forza della commedia
contemporanea
Ciò che rende la pellicola
coinvolgente è la sua capacità di ridere non solo dei personaggi,
ma anche delle dinamiche sociali che il Fantacalcio innesca nella
vita reale. La chat di gruppo della lega diventa un microcosmo di
isterie collettive, amicizie messe alla prova, rancori esplosivi e
schermate compromettenti. Chiunque abbia partecipato almeno una
volta a un torneo amatoriale – che sia di calcio, di carte o di
videogiochi – riconoscerà i toni esasperati, le minacce esagerate e
la competitività che sfocia nel paradossale. In questo senso, il
film non parla solo agli appassionati di calcio, ma a chiunque
abbia sperimentato quella sottile linea tra gioco e ossessione.
Camei e sorprese per i
fan
A rendere il tutto ancora più
gustoso sono i cameo. Diletta Leotta,
Leonardo Pavoletti, Pierluigi
Pardo e Daniele Orsato compaiono con
ironia, trasformando la vicenda in un divertente cortocircuito tra
finzione e realtà. La presenza di volti noti del mondo sportivo e
televisivo arricchisce il film di momenti metacinematografici che
strappano un sorriso anche a chi non segue da vicino il
Fantacalcio.
Tra leggerezza e
riflessione
Pur mantenendo un tono leggero e
spensierato, Ogni Maledetto Fantacalcio invita a
una riflessione: quanto siamo disposti a sacrificare in nome di una
vittoria che, in fondo, esiste solo su una piattaforma online?
L’ossessione per la competizione, l’ego che si gonfia per un bonus
o per un malus, diventano qui la lente con cui osservare i rapporti
di amicizia e le contraddizioni della nostra quotidianità. Il film
non si prende mai troppo sul serio, ma lascia un retrogusto amaro
che accompagna lo spettatore dopo i titoli di coda.
Ogni Maledetto
Fantacalcio è una commedia gialla che riesce a
intrattenere con intelligenza, mescolando citazioni
cinematografiche, satira sociale e situazioni paradossali. Non sarà
un film destinato a rivoluzionare il genere, ma sa cogliere un
fenomeno popolare e portarlo sul grande schermo con freschezza e
ironia. Per chi ama il calcio, per chi ha litigato almeno una volta
con gli amici per una sostituzione sbagliata, e per chi apprezza
una commedia che gioca con i generi, questo film rappresenta un
appuntamento da non perdere.
Benedict
Cumberbatch è uno degli attori più versatili e
riconoscibili della sua generazione, capace di muoversi con
naturalezza tra cinema d’autore, blockbuster hollywoodiani e
televisione. Ciò che lo distingue è la capacità di calarsi in
personaggi complessi, unendo rigore tecnico e intensità emotiva.
Dotato di una voce unica e di una presenza scenica magnetica,
riesce a trasmettere al pubblico tanto il carisma quanto le
fragilità dei suoi ruoli. Dalla brillante intelligenza di Sherlock
Holmes alla spiritualità tormentata di Doctor Strange, la sua
carriera riflette un percorso eclettico che continua a sorprendere
e affascinare spettatori in tutto il mondo.
2. Ha recitato anche in noti
progetti televisivi. Dopo diversi progetti televisivi,
Cumberbatch ottiene grande popolarità sul piccolo schermo grazie
alla serie Sherlock (2010-2017), dove recita
accanto a Martin
Freeman. Successivamente è tornato a recitare in serie
come Parade’s End (2012),
Patrick Melrose(2018) e la miniserie NetflixEric (2024). Al di
là delle serie, per la televisione Cumberbatch ha interpretato
Stephen Hawking nel film televisivo Hawking (2004),
tra i primi progetti a conferirgli una certa popolarità, e poi nei
film Van Gogh: Painted with
Word (2010), Bambini nel tempo (2017)
e Brexit: The Uncivil War (2019).
Benedict Cumberbatch ha
interpretato Sherlock Holmes
3. Ha avuto dubbi prima di
accettare la parte. Sherlock Holmes
in Sherlock è il ruolo che ha reso l’attore una star
internazionale, ma Cumberbatch ha raccontato di avere avuto dei
dubbi sull’accettare o meno la parte. Durante un evento ai BAFTA
del 2014, infatti, ha raccontato di aver esitato un po’:
“Quando ne ho sentito parlare, mi è sembrata un’idea fatta per
ricreare un franchise con l’obiettivo di fare soldi” ha detto,
“Avrebbe potuto essere di poco valore e un po’ melenso. Poi ho
scoperto chi era coinvolto e mi sono reso sonto che non sarebbe
stato così”.
Benedict Cumberbatch ha
interpretato il drago Smaug in Lo Hobbit
4. Ha lavorato con la motion
capture. In Lo Hobbit, Benedict Cumberbatch
interpretò il drago Smaug, dando vita a uno dei personaggi più
iconici della trilogia di Peter Jackson. Per prepararsi al ruolo,
l’attore si immerse completamente nella tecnologia della motion
capture, lavorando con sensori su tutto il corpo e studiando
attentamente i movimenti e le espressioni facciali che avrebbero
reso credibile il drago. Inoltre, Cumberbatch registrò anche la
voce del personaggio in varie tonalità, cercando di combinare
minaccia, sarcasmo e intelligenza, creando così un Smaug
tridimensionale, vivo e spietatamente affascinante.
Benedict Cumberbatch è Doctor
Strange
5. Ha allenato mente e
fisico per il ruolo. Per recitare in Doctor Strange
Cumberbatch ha rivelato in un’intervista a JoBlo che ha praticato
meditazione, studiato fumetti e approfondito la spiritualità
orientale.
Inoltre, ha trascorso del tempo con monaci tibetani a Darjeeling,
in India, un’esperienza che ha definito “profondamente
formativa”.
Per quanto riguarda l’allenamento fisico, Cumberbatch ha seguito un
regime intenso che includeva yoga, arti marziali e coreografie per
le scene di combattimento.
Ha anche adottato una dieta rigorosa, consumando cinque pasti al
giorno e spuntini ad alto contenuto proteico.
Benedict Cumberbatch ha lavorato con Wes Anderson
6. Ha lavorato in due
occasioni con il noto regista.
Benedict Cumberbatch e Wes Anderson hanno collaborato in due
progetti distinti.
Il primo è La meravigliosa storia di Henry Sugar (2023), un
cortometraggio tratto da un racconto di Roald Dahl, in cui
Cumberbatch interpreta il protagonista Henry Sugar.
Questo progetto ha ricevuto riconoscimenti significativi, tra cui
un Oscar come miglior cortometraggio.
Successivamente, Cumberbatch ha partecipato a La trama fenicia (2025), un film corale diretto da
Anderson, in cui interpreta lo zio Nubar, un personaggio che si
inserisce nel contesto di un’avventura familiare e
criminale.
Benedict Cumberbatch e le polemiche per Zoolander
2
7. Ha chiesto scusa per la
sua interpretazione. In
Zoolander 2, Cumberbatch interpretò il
personaggio di All, un modello non binario.
La sua performance suscitò polemiche per la rappresentazione
stereotipata e caricaturale della comunità LGBTQ+, portando a una
petizione di boicottaggio del film.
In un’intervista del 2025, Cumberbatch espresse il suo rammarico,
affermando di aver “infastidito le persone” e riconoscendo che oggi
il ruolo dovrebbe essere affidato a un attore trans.
Ammise che il suo intento era criticare l’ignoranza dei personaggi
di Derek Zoolander e Hansel, ma riconobbe che l’approccio non fu
efficace.
Benedict Cumberbatch non è su
Instagram
8. Non è presente sul social
network. Benedict Cumberbatch non ha account personali né
su Twitter né su Instagram: a riguardo, lui ha detto che sarebbe
“un disastro” sui social media. “Non posso venire coinvolto dai
social, perché come sapranno, sarei un disastro. Non posso twittare
per salvarmi la vita. (…) Mi consumerebbe e trovo l’intera cosa in
fin dei conti davvero tossica. Preferisco spendere le mie energie
facendo quello che ha attirato l’attenzione (dei fan), ovvero il
mio lavoro“.
La moglie e i figli di Benedict
Cumberbatch e Sophie Hunter
9. È sposato e ha tre
figli.
Cumberbatch è sposato con la regista teatrale Sophie
Hunter.La
coppia si è unita in matrimonio il 14 febbraio 2015 sull’isola di
Wight, dopo aver annunciato la gravidanza del loro primo
figlio.
Hanno tre figli: Christopher Carlton (nato nel
2015), Hal Auden (nato nel 2017) e
Finn (nato nel 2019).
Cumberbatch è noto per mantenere la sua vita privata lontana dai
riflettori, evitando di condividere dettagli sulla sua famiglia sui
social media e nelle interviste.
Tuttavia, ha dichiarato che la paternità ha profondamente cambiato
le sue priorità, rendendolo più consapevole del valore del tempo e
della mortalità.
L’età e l’altezza di Benedict Cumberbatch
10. Benedict Cumberbatch è nato il 19 luglio 1976
a Londra, Regno Unito. L’attore è alto
complessivamente 1,83 metri.
Julia Roberts è una
di quelle attrici che non sembra aver alcun tipo di difetto. Il suo
sorriso smagliante rallegra in un istante tutto ciò che la circonda
e contagia tutte le persone che gli stanno intorno, continuando a
far innamorare il suo pubblico. La sua carriera ha avuto una
gavetta che le ha consentito di poter rischiare e di dare poi vita
a personaggi memorabili che il pubblico e la storia del cinema non
potrà mai dimenticare.
Ecco, allora, dieci cose che
non sapete su Julia Roberts.
Julia Roberts: i suoi film e le
serie TV
1. Ha recitato in celebri
film. Julia Roberts debutta al cinema nel 1987 con
Scuola di pompieri e
l’anno successivo in Femmine
sfrenate. La svolta arriva nel 1988 con Mystic Pizza, che le apre le porte di
Hollywood. Due anni più tardi conquista fama mondiale con Pretty
Woman (1990), al fianco di Richard Gere, film che la consacra come nuova
regina delle commedie romantiche.
Negli anni Novanta continua la sua ascesa con A letto con il nemico (1991), Hook – Capitan Uncino
(1991), Il rapporto Pelican
(1993), Michael Collins
(1996), Tutti dicono I Love
You (1996), Il matrimonio
del mio migliore amico (1997), Notting Hill (1999) e
Se scappi, ti sposo
(1999). Il 2000 segna un traguardo decisivo: con Erin Brockovich – Forte come la verità
vince l’Oscar come miglior attrice protagonista.
Negli ultimi anni, Roberts è tornata sotto i riflettori con
Ticket to Paradise
(2022), commedia romantica che l’ha vista nuovamente accanto a
George Clooney, e con Leave the World Behind (2023) di Sam Esmail,
distribuito da Netflix. Nel 2025 è protagonista di After the Hunt di Luca Guadagnino,
presentato in concorso a Venezia, confermando ancora una volta la
sua capacità di spaziare tra generi diversi e di restare un volto
di riferimento del cinema contemporaneo.
2. Julia Roberts ha lavorato
in alcune serie tv e ha fatto anche la doppiatrice. Nel
corso della sua carriera trentennale, l’attrice americana ha
partecipato anche a diverse serie tv, soprattutto agli inizi, come
Crime Story (1987), Miami Vice (1988),
Friends (1996) e Law & Order – I due volti della
giustizia (1999). In anni recenti ha invece recitato nel film
TV The Normal Heart (2014) e nelle serie
Homecoming (2018) e Gaslit (2021). Ma non solo:
la Roberts ha partecipato anche al doppiaggio di film d’animazione
come Ant Bully – Una vita da formica (2006), La
tela di Carlotta (2006) e I Puffi – Viaggio della foresta
segreta (2017).
Julia Roberts in
Friends
3. Ha avuto un cameo nella
celebre sit-com. Nel tredicesimo episodio della seconda
stagione di Friends la Roberts compare nei panni di Susie
Moss, un’ex compagna di scuola di Chandler Bing. Convincerla a
partecipare, però, sembra non essere stato affatto semplice.
L’attrice pare aver infatti risposto alla richiesta di
Matthew Perry, uno dei protagonisti, affermando
che avrebbe partecipato solo se lui le avesse scritto un articolo
sulla fisica quantistica. L’attore senza esitazione si gettò
nell’impresa, riuscendo a conquistare l’attrice e il suo cameo.
Julia Roberts in Notting
Hill
4. Era la prima scelta per
il ruolo. Nella celebre commedia romantica del 1999, la
Roberts interpreta Anna Scott, una celebrità che si innamora di
William Thacker, proprietario di una libreria nel quartiere di
Notting Hill. Julia Roberts è stata l’unica e unica scelta per il
ruolo, anche se gli autori non si aspettavano che lei accettasse.
Il suo agente, però, le disse che era “la migliore commedia
romantica che avesse mai letto“. A quel punto la Roberts dopo
aver letto la sceneggiatura ha deciso che avrebbe partecipato al
film senza alcun dubbio.
5. Ha avuto un “diverbio”
con il suo co-protagonista. Nei panni di William Thacker
vi è Hugh Grant, il quale durante le riprese si
lasciò sfuggire il proprio nervosismo riguardo al dover baciare la
Roberts. L’attore, infatti, affermò di provare timore nei confronti
della bocca di lei, giudicata troppo grande. Sul momento la cosa
sembrò generare un certo attrito tra i due, che in seguito si sono
però chiariti e riappacificati.
Julia Roberts è su Instagram
6. Ha un profilo sul celebre
social. Pur se notoriamente riservata circa la sua vita
privata, l’attrice non ha detto no ad una sua presenza sul social
network Instagram. Su questo si può infatti ritrovare un suo
profilo seguito da ben 9,3 milioni di followers. Con oltre duecento
post l’attrice è solita condividere novità sui suoi lavori,
curiosità dal dietro le quinte dei progetti in cui recita ma anche
momenti di svago quotidiano insieme ad amici e famigliari.
Seguendola si può dunque rimanere aggiornati su tutte le sue
novità.
Julia Roberts: il marito, i figli e
Herny Daniel Moder
7. Julia Roberts è sposata
dal 2002. L’attrice americana si è sposata il 4 luglio del
2002 con il cameraman Daniel Moder. Sebbene abbia
sempre mantenuto privata la sua vita familiare e sentimentale, di
recente si aperta molto e ha dichiarato di essere innamoratissima
del marito e di essere fortunata ad avere lui al suo fianco.
Insomma, dopo un periodo sentimentale turbolento (il primo
matrimonio con il cantante country Lyle Lovett,
naufragato quasi prima di subito, la relazione interrotta con
Kiefer Sutherland pochi giorni prima delle nozze e
la relazione di quattro anni con l’attore Benjamin
Bratt), l’attrice ha trovato la pace che meritava.
8. Julia Roberts ha tre
figli. Con Daniel Moder l’attrice ha
inoltre esaudito il desiderio di diventare madre. Infatti, nel 2004
sono nati i gemelli Hazel Patricia e
Phinnaeus Walter, nati il 28 novembre, mentre il
terzogenito, Henry, è nato il 18 giugno 2007.
9. Julia Roberts ha
cresciuto i figli senza dirgli di essere famosa. Tempo fa,
la Roberts rivelò di non aver detto ai figli di essere una
celebrità e di essere famosa, senza sapere di preciso cosa essa
facesse per vivere. Questo solo per poterli crescere bene e per far
sì che fosse solo la loro mamma e non in primis l’attrice famosa.
La Roberts è infatti sempre stata molto protettiva nei loro
confronti e sono pochissime le foto che la ritraggono insieme ai
figli.
Julia Roberts: età e altezza dell’attrice oggi
10. Julia Roberts è una
splendida cinquantenne. L’attrice americana è nata il 28
ottobre del 1967 a Smyrna, in Georgia,, da Walter Grady Roberts e
Betty Lou Bredemus, ed è la sorella minore degli attori Eric e Lisa
e zia di Emma Roberts.
L’attrice è alta complessivamente 1.75 metri.