Quando nel 2016 James
Gray porta al cinema Civiltà
perduta (leggi
qui la recensione), il regista americano realizza uno dei suoi
film più anomali e personali. Apparentemente si tratta di
un’avventura
classica ambientata nella giungla amazzonica, con esploratori
britannici, tribù sconosciute e misteri archeologici. In realtà il
film utilizza il linguaggio dell’epica coloniale per raccontare
qualcosa di molto più intimo: il bisogno umano di lasciare un
segno, la tensione verso l’ignoto e il prezzo devastante
dell’ossessione. La storia vera di Percy Fawcett,
interpretato da
Charlie Hunnam, diventa così una riflessione
sulla modernità, sull’arroganza dell’Occidente e sul desiderio
quasi spirituale di appartenere a un luogo che sfugge alla logica
razionale.
Il finale di Civiltà
perduta è volutamente ambiguo e proprio per questo
continua ancora oggi a essere discusso. James Gray
evita la soluzione spettacolare tipica del cinema avventuroso e
sceglie invece una conclusione sospesa, quasi metafisica, che
trasforma la ricerca della città perduta in una sorta di viaggio
interiore. L’ultima immagine di Nina Fawcett che
attraversa il riflesso di uno specchio verso una giungla
immaginaria suggerisce infatti che “Z” non sia soltanto una civiltà
nascosta, ma un’idea capace di divorare chiunque la insegua. È
questo il cuore del film: l’esplorazione come fede assoluta, come
richiamo irresistibile che supera la realtà stessa.
James Gray trasforma il
classico film d’avventura in una riflessione malinconica
sull’ossessione e sul fallimento dell’uomo occidentale

Fin dai primi minuti,
Civiltà perduta si distingue dal tradizionale
racconto di esplorazione. James Gray, autore di
film come I padroni della notte, Two
Lovers e Ad
Astra, ha sempre costruito storie di uomini incapaci
di trovare un equilibrio tra desiderio personale e responsabilità
emotive. In questo caso trasferisce quel conflitto nel contesto
storico dell’imperialismo britannico del primo Novecento.
Percy Fawcett parte inizialmente per il Sud
America come ufficiale in cerca di prestigio sociale, umiliato
dall’aristocrazia inglese a causa delle origini controverse del
padre. La giungla amazzonica diventa quindi la possibilità di
riscrivere il proprio destino e ottenere finalmente
riconoscimento.
Ma il film sovverte
progressivamente l’immaginario coloniale. Dove molti racconti
d’avventura dipingevano l’Amazzonia come uno spazio barbaro da
conquistare, Gray la rappresenta come un luogo
vivo e insondabile, davanti al quale la cultura europea appare
limitata e arrogante. La convinzione di Fawcett
che possa esistere una civiltà avanzata nel cuore della foresta
viene accolta con scherno dalla Royal Geographical Society perché
contraddice il razzismo scientifico dell’epoca. La città di Z
assume quindi anche un valore politico: dimostrare la sua esistenza
significherebbe riconoscere che l’Occidente non è il centro
assoluto della civiltà umana. È qui che il film entra davvero nel
territorio dell’ossessione. Più Fawcett si
avvicina all’idea di Z, più si allontana dalla sua famiglia, dalla
società inglese e persino da una vita normale.
La regia di
Gray insiste continuamente su questa tensione. Le
inquadrature nella giungla sembrano inghiottire i personaggi,
mentre il montaggio evita quasi sempre il senso di conquista
eroica. Ogni spedizione lascia dietro di sé morti, isolamento e
frustrazione. Persino la Prima guerra mondiale, che interrompe
momentaneamente la ricerca, appare come un’estensione della follia
occidentale che Fawcett aveva già intuito
osservando il disprezzo europeo verso le popolazioni indigene.
Quando il protagonista torna dall’inferno delle trincee, la città perduta non è più
soltanto una scoperta archeologica: è diventata una necessità
esistenziale.
La spiegazione del finale di
Civiltà perduta: cosa succede davvero a Percy Fawcett e perché il
film sceglie l’ambiguità

Nell’ultima parte del film,
ambientata negli anni Venti, Percy Fawcett vive
ormai ai margini della società britannica. Le sue teorie sono
diventate leggendarie, ma anche motivo di scherno. Gli americani
finanziano una nuova spedizione e lui decide di affrontare l’ultima
traversata insieme al figlio Jack, finalmente riconciliato con il
padre dopo anni di rancore. Questa scelta è fondamentale perché
modifica completamente il senso della ricerca. All’inizio del film
Fawcett inseguiva Z per riscattare se stesso; ora
vuole condividere quella missione con qualcuno che ama, quasi come
se cercasse una forma di eredità spirituale.
Durante il viaggio finale, padre
e figlio vengono catturati da una tribù indigena. I membri della
tribù sostengono che i loro spiriti “non appartengano completamente
a questo mondo” e li conducono in una cerimonia rituale. Dopo
essere stati drogati, i due vengono portati via e il film non
mostra mai esplicitamente la loro morte. Questa scelta narrativa ha
generato numerose interpretazioni. Alcuni leggono la scena come una
semplice esecuzione simbolicamente rappresentata. Altri credono che
Fawcett e Jack abbiano davvero trovato una
comunità nascosta e deciso di restare con essa, rinunciando
definitivamente alla civiltà occidentale.
James Gray
costruisce volutamente questa ambiguità perché il destino concreto
dei personaggi conta meno della trasformazione che hanno
attraversato. Nel momento in cui vengono accolti dalla tribù,
Fawcett smette di essere un conquistatore. Non sta
più cercando di imporre la propria visione sul mondo, ma sembra
finalmente disposto a lasciarsi assorbire da qualcosa di più
grande. La città di Z diventa quindi un simbolo spirituale, quasi
una dimensione mentale in cui il protagonista può liberarsi
dell’ossessione sociale che lo aveva perseguitato per tutta la
vita.
L’ultima scena con Nina
Fawcett, interpretata da
Sienna Miller, rafforza ulteriormente questa
lettura. Quando mostra la bussola restituita dal marito e
attraversa il riflesso dello specchio che si trasforma nella
giungla, il film suggerisce che l’ossessione di Z continui a vivere
anche in lei. Non è una semplice fantasia romantica: è la
dimostrazione che la ricerca di qualcosa di irraggiungibile può
sopravvivere persino alla morte e contaminare chi resta.
La città di Z come simbolo del
desiderio umano di trascendere i limiti della realtà e della
storia

Il vero tema di Civiltà
perduta non riguarda l’esistenza concreta della città
perduta. Il film parla del bisogno umano di credere che esista
qualcosa oltre ciò che conosciamo. Percy Fawcett è
ossessionato da Z perché rappresenta la possibilità di sfuggire a
un mondo dominato da gerarchie sociali, guerre e pregiudizi. In
Inghilterra viene trattato come un uomo incompleto; nella giungla,
invece, intravede la possibilità di reinventarsi.
La grande intuizione di
James Gray è mostrare come questa ricerca abbia un
costo devastante. Ogni spedizione allontana
Fawcett dalla moglie e dai figli, trasformandolo
progressivamente in una figura quasi fantasmagorica. Persino Jack
cresce nutrendo rabbia verso il padre, convinto che l’Amazzonia
conti più della famiglia. Quando finalmente decide di seguirlo, il
ragazzo comprende però che quella ricerca non nasce soltanto
dall’ambizione personale. Per Fawcett, Z è la
prova che il mondo può essere più complesso e misterioso di quanto
l’Occidente voglia ammettere.
Anche il rapporto con le
popolazioni indigene è centrale. Il film evita di rappresentarle
come semplici ostacoli esotici e suggerisce invece che siano
depositarie di un sapere incomprensibile agli europei. La giungla
diventa quasi un organismo spirituale che seleziona chi può
attraversarla. Per questo motivo l’ultima spedizione assume i
contorni di un rito iniziatico. Fawcett non
conquista mai davvero l’Amazzonia: è l’Amazzonia che lentamente
conquista lui.
L’ambiguità dell’ultima scena
suggerisce che Percy Fawcett abbia trovato una nuova identità oltre
la civiltà occidentale

Molti spettatori si chiedono se
il finale lasci intendere che Fawcett sia
sopravvissuto. Storicamente la sua scomparsa resta un mistero
irrisolto, e il film sfrutta questa incertezza per amplificare il
proprio significato simbolico. La bussola restituita a
Nina sembra indicare che qualcuno abbia davvero
incontrato il protagonista dopo la spedizione, alimentando l’idea
che lui e Jack possano essere rimasti vivi presso una tribù
sconosciuta.
Ma il punto più interessante è
un altro: il film suggerisce che la vera “civiltà perduta” potrebbe
essere uno stato dell’anima. Nel corso della storia,
Fawcett perde progressivamente interesse verso il
riconoscimento pubblico. Persino la Royal Geographical Society, che
inizialmente rappresentava il traguardo del suo desiderio di
affermazione, finisce per apparire vuota e ipocrita. L’unico luogo
in cui il protagonista sembra davvero vivo è la foresta.
L’immagine finale dello specchio
è quindi fondamentale. Lo specchio separa due mondi: quello della
società moderna e quello dell’ignoto. Quando Nina
attraversa simbolicamente quel riflesso, il film suggerisce che Z
continui a esistere come richiamo emotivo, come promessa
impossibile da dimenticare. Non conta sapere se la città esista
davvero. Conta il fatto che alcuni esseri umani abbiano bisogno di
inseguirla.
Il finale di Civiltà perduta
racconta l’impossibilità di separare la scoperta dalla distruzione
personale

Il finale di Civiltà
perduta è profondamente malinconico perché mostra quanto
ogni grande ossessione comporti inevitabilmente una perdita.
Percy Fawcett trova forse ciò che cercava, ma per
arrivarci sacrifica la possibilità di vivere una vita normale
accanto alla famiglia. Eppure il film non giudica mai il
personaggio. James Gray guarda il suo protagonista
con compassione, quasi riconoscendo che il desiderio di superare i
limiti della realtà faccia parte della natura umana.
La conclusione suggerisce anche
che alcune verità non possano essere dimostrate scientificamente. Z
rimane un’idea sfuggente, una leggenda che resiste proprio perché
non viene mai mostrata chiaramente. È questo a rendere il film così
diverso dal classico cinema d’avventura: la meta conta meno del
viaggio spirituale che trasforma chi la cerca.
Alla fine,
Fawcett smette di appartenere completamente al
mondo occidentale molto prima della sua scomparsa fisica. La
giungla diventa il luogo in cui può finalmente liberarsi delle
aspettative sociali, dei fallimenti e delle umiliazioni che lo
perseguitavano fin dall’inizio. Per questo l’ultima immagine di
Nina immersa simbolicamente nell’Amazzonia appare
così potente: la ricerca di Z non termina con la morte o con la
sparizione di un uomo. Continua a vivere come mito, desiderio e
ossessione destinata a sopravvivere a chiunque provi a
raggiungerla.
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al film