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Lanterns riceve un sorprendente aggiornamento sulla seconda stagione prima ancora del debutto

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L’universo DC sta puntando i riflettori sul Corpo delle Lanterne Verdi, un aspetto che potrebbe estendersi oltre il 2026. Lanterns, la prossima grande serie TV dei DC Studios basata sul franchise di James Gunn, è a pochi mesi dal suo lancio. Tuttavia, le voci su un importante cambiamento per la seconda stagione sono già state confermate, con l’ingresso ufficiale di Christopher Cantwell nel team creativo. Ecco la sua dichiarazione:

InSneider ha recentemente riportato che Cantwell si è unito al team di sviluppo di Lanterns per la seconda stagione come sceneggiatore e produttore esecutivo. Tra i suoi lavori precedenti figurano la co-creazione della serie Halt and Catch Fire e la produzione esecutiva dell’adattamento di Paper Girls.

Al momento della pubblicazione di questo articolo, HBO, Warner Bros. TV e DC Studios non hanno ancora confermato ufficialmente la seconda stagione di Lanterns. Non è ancora stata presa alcuna decisione in merito al rinnovo o alla cancellazione della serie oltre la seconda stagione.

Tuttavia, non è da escludere che lo sviluppo di una potenziale seconda stagione di Lanterns sia iniziato prima ancora del lancio della prima. È comune che studi e reti televisive lavorino in silenzio ai piani per un’ipotetica seconda stagione prima che venga effettivamente annunciato il rinnovo.

Sviluppare le sceneggiature per la seconda stagione di Lanterna Verde permetterà inoltre di avviare la produzione più rapidamente, qualora HBO dovesse confermare il rinnovo. Ciò significa anche che le riprese potranno iniziare molto prima, facilitando così il ritorno della serie nel 2027.

Il report originale affermava anche che i produttori esecutivi Damon Lindelof e Tom King avrebbero avuto un ruolo minore nella seconda stagione di Lanterne Verdi, a causa dei loro impegni in altri progetti. Tuttavia, questa informazione non è stata confermata da DC Studios, HBO e Warner Bros. TV.

Lanterns 2026
Lanterns – Aaron Pierre e Kyle Chandler nella prima foto della serie – Cortesia di Max

L’ingresso ufficiale di Cantwell nel team è promettente, dato il suo background nel mondo dei fumetti, avendo lavorato sia su titoli DC che Marvel. Avere uno sceneggiatore televisivo con esperienza nel mondo dei fumetti nella serie del DCU proseguirà la tendenza iniziata con la prima stagione di Lanterne Verdi, grazie al coinvolgimento di King.

Anche Chris Mundy, showrunner della serie, ha recentemente dichiarato che una seconda stagione di Lanterne Verdi è molto probabile. Secondo i creatori di Ozark, la serie è stata concepita per essere prodotta in più stagioni, il che rende l’ingaggio di Cantwell appropriato e tempestivo.

Il Capitolo 1 del DCU: “Dei e Mostri” sta già mostrando i segni del suo investimento in Lanterne Verdi all’interno del franchise più ampio. Aaron Pierre, che interpreterà John Stewart nella serie HBO, riprenderà il ruolo del famoso Green Lantern in Man of Tomorrow, in uscita nel 2027.

Se la seconda stagione di Lanterns verrà confermata, molto probabilmente continuerà a seguire l’evoluzione di John, che diventerà il principale Green Lantern dell’Universo DC. Il cast probabilmente includerà anche altri Cavalieri di Smeraldo provenienti da un universo narrativo più approfondito, il che darà alla serie la possibilità di sviluppare ulteriori livelli di complessità.

A seconda dell’accoglienza e degli ascolti della prima stagione di Lanterns, è probabile che HBO rinnoverà la serie entro la fine del 2026. Resta da vedere se ciò avverrà prima, durante o dopo la messa in onda della prima stagione.

La première di Lanterns è ufficialmente prevista per domenica 16 agosto su HBO e sarà disponibile anche in streaming su HBO Max.

Penelope Cruz torna a Cannes 79 e il tappeto rosso è tutto per lei

Penelope Cruz è la star indiscussa del tappeto rosso di Cannes 79, nella serata del 21 maggio, quando è arrivata sulla Croisette per presentare in Concorso La Bola Negra di Javier Calvo e Javier Ambrossi. Eccola mentre sfila tra le due ali di fotografi insieme al cast del film e agli ospiti della serata.

Un futuro aprile: la storia vera dietro il film

Un futuro aprile: la storia vera dietro il film

Il cinema e la televisione italiani tornano spesso a confrontarsi con le ferite più profonde della storia del Paese, ma ci sono vicende che per anni sono rimaste ai margini della memoria collettiva. Un futuro aprile, film diretto da Graziano Diana, prova a riportare al centro una tragedia dimenticata come la Strage di Pizzolungo, avvenuta il 2 aprile 1985 nel trapanese.

Un attentato mafioso destinato a uccidere il magistrato Carlo Palermo che invece travolse una famiglia innocente: Barbara Rizzo Asta e i suoi due figli gemelli, Salvatore e Giuseppe, di appena sei anni. Una storia devastante che il film affronta intrecciando il dolore privato con il peso della memoria pubblica. Liberamente ispirato al libro Sola con te in un futuro aprile di Margherita Asta e Michela Gargiulo, il film segue infatti due percorsi paralleli: quello della bambina sopravvissuta alla strage e quello del giudice che avrebbe dovuto essere la vera vittima dell’attentato.

Attraverso questo doppio sguardo, Un futuro aprile, interpretato da Francesco Montanari (Romanzo criminale, Ero in guerra ma non lo sapevo) e Ludovica Ciaschetti (vista in Per Elisa – Il caso Claps e La storia), non racconta soltanto un episodio di mafia, ma esplora le conseguenze psicologiche, morali e umane di un trauma destinato a segnare intere esistenze. Dietro la ricostruzione cinematografica esiste infatti una storia vera complessa, dolorosa e ancora oggi profondamente simbolica nella memoria italiana.

La vera storia della Strage di Pizzolungo e dell’attentato mafioso contro il giudice Carlo Palermo

La mattina del 2 aprile 1985, lungo la strada che collega Pizzolungo a Trapani, si consuma uno degli attentati più drammatici della storia mafiosa italiana. Il magistrato Carlo Palermo, da poco trasferitosi in Sicilia dopo aver condotto delicate indagini internazionali sul traffico di droga e armi, sta raggiungendo il tribunale a bordo di una Fiat 132 blindata accompagnata dalla scorta. Sul ciglio della strada è stata posizionata un’autobomba carica di esplosivo, pronta a detonare nel momento esatto del passaggio del giudice.

Tuttavia, pochi istanti prima dell’esplosione, una Volkswagen Scirocco guidata da Barbara Rizzo Asta si inserisce tra l’auto del magistrato e l’ordigno. A bordo ci sono i suoi due figli gemelli, Salvatore e Giuseppe, diretti a scuola. L’esplosione avviene comunque. La deflagrazione distrugge completamente la vettura della famiglia Asta, che finisce per fare involontariamente da scudo a quella del giudice. Barbara Rizzo e i due bambini muoiono sul colpo, mentre Carlo Palermo riesce a salvarsi, pur rimanendo ferito insieme agli agenti della scorta.

Le immagini dell’attentato sconvolgono l’Italia: la violenza dell’esplosione è tale da spargere detriti e resti umani per centinaia di metri. In quell’istante la mafia non colpisce soltanto un magistrato, ma imprime nella memoria del Paese una delle sue pagine più atroci, trasformando tre innocenti in vittime simbolo della brutalità mafiosa.

Francesco Montanari in Un futuro aprile
Francesco Montanari in Un futuro aprile

Il dolore della famiglia Asta, le indagini e la lunga ricerca della verità sulla strage

Dopo l’attentato, ciò che resta della famiglia Asta è soltanto Margherita, la sorella maggiore dei gemelli, che quella mattina si trovava già a scuola e che si salva per puro caso. Suo padre, Nunzio Asta, trascorrerà il resto della propria vita inseguendo verità e giustizia attraverso processi, testimonianze e anni di battaglie giudiziarie. È proprio questo aspetto che Un futuro aprile sceglie di approfondire maggiormente: non soltanto la strage in sé, ma le conseguenze emotive e psicologiche che essa produce su chi sopravvive.

Nel film, il dolore diventa una presenza costante, qualcosa che continua a vivere ben oltre il momento dell’esplosione. Anche il giudice Carlo Palermo rimane segnato profondamente da quanto accaduto. L’idea che tre innocenti siano morti al posto suo genera in lui un senso di colpa devastante, che il film rappresenta come una ferita impossibile da rimarginare completamente. Parallelamente proseguono le indagini sulla strage.

Inizialmente vengono individuati alcuni mafiosi trapanesi come esecutori materiali dell’attentato, ma i primi processi si concludono con assoluzioni clamorose. Solo negli anni successivi, grazie alle dichiarazioni di collaboratori di giustizia come Giovanni Brusca e altri pentiti di Cosa Nostra, emergono nuovi dettagli sui mandanti e sull’organizzazione dell’attacco. La magistratura individua responsabilità riconducibili ai vertici mafiosi legati a Totò Riina e a Vincenzo Virga, dimostrando che l’obiettivo era fermare le indagini di Carlo Palermo sui traffici internazionali di droga e armi.

Come si conclude la vera vicenda della Strage di Pizzolungo e cosa accadde ai protagonisti reali

La storia reale raccontata in Un futuro aprile non si conclude con l’attentato, ma prosegue per decenni attraverso processi, ricorsi e nuove indagini. Nel 2002 arrivano importanti condanne contro i mandanti mafiosi della strage, tra cui Salvatore Riina e Vincenzo Virga, mentre ulteriori procedimenti porteranno negli anni successivi alla condanna di altri responsabili coinvolti nella preparazione dell’autobomba. Persino nel 2019, a oltre trent’anni dai fatti, viene aperto un nuovo processo che coinvolge il boss Vincenzo Galatolo, successivamente condannato.

Questo lunghissimo percorso giudiziario dimostra quanto sia stato difficile arrivare a una verità completa su quanto accadde quella mattina a Pizzolungo. Nel frattempo, la figura di Margherita Asta è diventata centrale nella conservazione della memoria della strage. Dopo la morte del padre Nunzio, consumato dal dolore e dalle conseguenze di anni di battaglie, è stata lei a raccogliere il peso della testimonianza pubblica, collaborando con associazioni antimafia e trasformando la tragedia familiare in un impegno civile.

È proprio questa trasformazione del dolore in memoria condivisa che il film cerca di mettere in scena. La conclusione della storia reale non offre una vera consolazione, perché nessuna sentenza può cancellare ciò che accadde, ma mostra come la memoria possa diventare uno strumento di resistenza contro l’oblio e contro la normalizzazione della violenza mafiosa.

Ludovica Ciaschetti in Un futuro aprile

Perché Un futuro aprile è importante oggi e cosa racconta davvero oltre la cronaca della mafia

Pur raccontando un episodio preciso della storia italiana, Un futuro aprile parla in realtà di qualcosa di molto più ampio della sola cronaca mafiosa. Il film riflette sul rapporto tra memoria e giustizia, sul modo in cui una tragedia collettiva continua a vivere dentro le esistenze individuali e su quanto il dolore possa trasformarsi in responsabilità civile. La scelta di raccontare la vicenda attraverso gli occhi di Margherita Asta permette inoltre di spostare l’attenzione dalle dinamiche criminali alle conseguenze umane della violenza, evitando la retorica del racconto puramente giudiziario.

Anche la figura del giudice Carlo Palermo viene rappresentata in maniera diversa rispetto ai tradizionali magistrati raccontati dal cinema italiano. Non un eroe monolitico, ma un uomo fragile, segnato dal senso di colpa e incapace di liberarsi completamente dal peso di essere sopravvissuto. È proprio questa dimensione profondamente umana a rendere il film particolarmente efficace.

In un’epoca in cui molte stragi rischiano di trasformarsi in semplici anniversari commemorativi, Un futuro aprile prova invece a restituire complessità emotiva e storica a una vicenda che ha segnato il Paese. E ricordare la storia di Barbara Rizzo Asta, dei piccoli Salvatore e Giuseppe, di Nunzio, di Margherita e di Carlo Palermo significa anche interrogarsi sul presente, sul valore della memoria e sul prezzo umano pagato nella lotta contro la mafia.

True Story: la vera storia dietro il film con James Franco e Jonah Hill

Ci sono thriller che costruiscono la tensione attraverso la finzione e altri che inquietano proprio perché raccontano eventi realmente accaduti. True Story, diretto da Rupert Goold e interpretato da James Franco e Jonah Hill, appartiene decisamente alla seconda categoria. Il film del 2015 parte infatti da un fatto di cronaca autentico che nei primi anni Duemila sconvolse gli Stati Uniti: il caso di Christian Longo, accusato dell’omicidio della moglie e dei suoi tre figli, e il suo rapporto con il giornalista Michael Finkel, del quale aveva addirittura rubato l’identità durante la fuga in Messico.

Un intreccio reale così assurdo da sembrare inventato, ma che proprio per questo ha attirato l’attenzione del cinema. Basato sul memoir True Story: Murder, Memoir, Mea Culpa scritto dallo stesso Michael Finkel, il film esplora soprattutto il rapporto ambiguo e disturbante nato tra il reporter caduto in disgrazia e l’uomo accusato di aver sterminato la propria famiglia.

Dietro la struttura del thriller psicologico si nasconde però una vicenda molto più complessa, fatta di manipolazione, menzogne, narcisismo e ossessione per l’immagine pubblica. La vera storia di Christian Longo non riguarda soltanto un brutale caso criminale, ma anche il modo in cui la verità può essere alterata, raccontata e perfino trasformata in spettacolo.

La vera storia di Christian Longo, dell’omicidio della sua famiglia e dell’identità rubata a Michael Finkel

Jonah Hill in True Story

La vicenda reale dietro True Story comincia molto prima degli omicidi che resero celebre il caso negli Stati Uniti. Christian Longo era un giovane uomo cresciuto nel Michigan all’interno della comunità dei Testimoni di Geova. Sposato giovanissimo con MaryJane Baker, aveva costruito l’immagine di marito devoto e padre premuroso, ma dietro quella facciata si nascondeva una lunga serie di problemi economici, frodi e bugie.

Longo aveva infatti accumulato debiti, falsificato assegni, utilizzato carte di credito fraudolente e persino rubato veicoli. Ogni volta cercava di reinventarsi, costruendo nuove identità e racconti credibili per sfuggire alle conseguenze delle proprie azioni. Nel dicembre del 2001 la situazione precipita definitivamente. I corpi dei figli maggiori di Longo, Zachery e Sadie, vengono ritrovati nelle acque dell’Oregon, legati a pesi improvvisati. Pochi giorni dopo emergono anche i cadaveri della moglie MaryJane e della figlia più piccola, Madison, nascosti dentro valigie gettate in mare.

Le autopsie stabiliscono che le vittime erano state strangolate o uccise per asfissia. A quel punto Christian Longo è già fuggito in Messico, dove vive sotto falsa identità presentandosi come Michael Finkel, giornalista del New York Times. È proprio questo dettaglio assurdo e quasi cinematografico ad attirare l’attenzione del vero Finkel, che decide di contattare l’uomo arrestato dando inizio a una relazione professionale e psicologica destinata a diventare il cuore del libro e del film.

Il rapporto reale tra Michael Finkel e Christian Longo e le continue manipolazioni dell’assassino

Jonah Hill e James Franco in True Story

 

Uno degli aspetti più inquietanti della vera storia raccontata in True Story è il legame che si sviluppa tra Michael Finkel e Christian Longo. Quando il giornalista scopre che il presunto assassino ha utilizzato il suo nome durante la latitanza, anche lui sta vivendo un momento personale disastroso. Poco tempo prima era stato infatti licenziato dal New York Times per aver alterato un reportage sul lavoro minorile in Africa, costruendo artificialmente un personaggio composito invece di attenersi rigorosamente ai fatti.

Questo elemento, centrale anche nel film, crea un parallelismo evidente tra i due uomini: entrambi hanno manipolato la verità, anche se in modi e con conseguenze radicalmente differenti. Longo, dal canto suo, si dimostra estremamente abile nel manipolare chiunque abbia davanti. Durante le conversazioni con Finkel racconta dettagliatamente la propria vita, ma evita accuratamente di affrontare il nodo centrale degli omicidi. Per mesi il giornalista rimane intrappolato in una relazione ambigua, oscillando continuamente tra il desiderio di ottenere la verità e la fascinazione esercitata da Longo.

Nel processo del 2003 l’uomo sostiene inizialmente di non essere responsabile della morte di tutti i figli. Secondo la sua versione, sarebbe stata MaryJane a uccidere i due bambini maggiori dopo aver scoperto i suoi tradimenti e le sue menzogne finanziarie. Longo afferma quindi di aver strangolato la moglie in un momento di rabbia e di aver poi ucciso la figlia più piccola per pietà. Una ricostruzione che la giuria considera totalmente inverosimile, condannandolo alla pena di morte.

La confessione finale di Christian Longo e come si conclude davvero la storia raccontata in True Story

James Franco in True Story

Anche dopo la sentenza, la vicenda non si conclude. Negli anni successivi Michael Finkel continua infatti a mantenere contatti con Christian Longo, pubblicando nel 2005 il memoir da cui nascerà poi il film di Rupert Goold. Ma è soltanto nel 2009 che arriva la confessione definitiva. Longo ammette finalmente di aver ucciso tutta la sua famiglia, raccontando di aver strangolato la moglie durante un rapporto sessuale e di aver poi gettato i figli ancora vivi in acqua.

Una confessione tardiva che conferma definitivamente la natura manipolatoria dell’uomo e che aggiunge ulteriore inquietudine a un caso già devastante. Negli anni successivi Longo continua comunque a cercare visibilità pubblica. Arriva persino a fondare un’organizzazione chiamata GAVE per promuovere la donazione di organi dei detenuti condannati a morte, scrivendo anche articoli e interventi pubblici. Ancora una volta emerge quella costante necessità di controllare il racconto di sé che aveva caratterizzato tutta la sua vita.

Nel 2022 la sua condanna a morte viene commutata in ergastolo senza possibilità di libertà condizionata dopo la decisione dello Stato dell’Oregon di svuotare il braccio della morte. La storia reale di True Story si chiude quindi senza redenzione e senza autentica catarsi, lasciando piuttosto una sensazione disturbante legata al potere della menzogna e alla facilità con cui il carisma può mascherare il male.

Perché la vera storia di True Story continua ancora oggi a essere così inquietante

Jonah Hill e James Franco nel film True Story

A rendere True Story particolarmente affascinante non è soltanto il crimine in sé, ma il continuo gioco di specchi tra realtà, manipolazione e narrazione. Il film non racconta semplicemente un assassino, ma il rapporto perverso tra chi costruisce storie e chi le usa per nascondersi. Christian Longo mente costantemente per reinventare se stesso, mentre Michael Finkel si confronta con il peso delle proprie scorrettezze professionali e con il rischio di lasciarsi sedurre dal fascino narrativo del caso che sta raccontando.

È questa zona grigia morale a rendere la vicenda tanto disturbante quanto diversa dai classici thriller basati su serial killer o indagini poliziesche. Il film di Rupert Goold accentua volutamente questa ambiguità, ma la realtà è forse ancora più inquietante della finzione. Sapere che ogni dettaglio nasce da fatti realmente accaduti trasforma infatti True Story in qualcosa di più di un semplice thriller psicologico.

È una riflessione sul bisogno umano di creare versioni alternative della realtà, sul rapporto tossico tra notorietà e identità e sul modo in cui persino il giornalismo possa diventare terreno ambiguo quando entra in contatto con personalità manipolatorie. Ed è proprio questo intreccio tra cronaca nera, ossessione mediatica e fragilità della verità a rendere ancora oggi la storia di Christian Longo così impossibile da dimenticare.

Attacco al potere: la storia vera dietro il film con Denzel Washington

Quando nel 1998 uscì Attacco al potere (The Siege), il film diretto da Edward Zwick (Il coraggio della verità, Shakespeare in Love) sembrò a molti un classico thriller politico hollywoodiano costruito attorno alla paura del terrorismo internazionale. Eppure, riguardandolo oggi, la sensazione è molto diversa. Le immagini di una New York ferita da attentati, il clima di sospetto verso la comunità araba e la risposta estrema del governo americano sembrano anticipare in modo quasi profetico ciò che sarebbe accaduto pochi anni dopo con l’11 settembre. È proprio questa impressione di realismo ad aver spinto tanti spettatori a chiedersi se il film sia basato su una storia vera.

La risposta, tecnicamente, è no: Attacco al potere non racconta un fatto realmente accaduto né adatta una singola vicenda storica precisa. Tuttavia il film nasce da paure concrete, eventi reali e tensioni geopolitiche che alla fine degli anni Novanta stavano già trasformando il rapporto tra terrorismo, sicurezza nazionale e libertà civili negli Stati Uniti. Il risultato è un’opera che mescola finzione e realtà in modo estremamente credibile, tanto da essere considerata oggi uno dei film più “premonitori” del cinema americano contemporaneo.

La vera ispirazione dietro Attacco al potere: dagli attentati degli anni Novanta alla paura del terrorismo islamico negli Stati Uniti

Attacco al potere (The Siege)

Pur essendo una storia originale, Attacco al potere prende chiaramente spunto dal clima politico e sociale degli Stati Uniti degli anni Novanta, segnati da una crescente paura del terrorismo internazionale. L’influenza più evidente è quella dell’attentato al World Trade Center del 1993, quando un camion bomba esplose sotto una delle Torri Gemelle causando morti e centinaia di feriti. Per la prima volta il terrorismo islamista veniva percepito dall’opinione pubblica americana non come qualcosa di distante, confinato al Medio Oriente, ma come una minaccia interna capace di colpire direttamente New York.

Il film trasforma quella paura in racconto cinematografico immaginando una lunga serie di attentati nel cuore della città, con autobus esplosi, teatri colpiti e cittadini terrorizzati da un nemico invisibile. La pellicola incorpora inoltre riferimenti diretti alle operazioni militari e alle strategie antiterrorismo dell’epoca. Nel film il governo statunitense cattura segretamente un leader religioso mediorientale, provocando una spirale di violenza e rappresaglie.

È una dinamica che riflette i veri dibattiti sulle operazioni clandestine della CIA negli anni Novanta, sulle estradizioni illegali e sulle tensioni tra intelligence e diplomazia americana. Per rendere tutto ancora più realistico, Edward Zwick inserì persino immagini autentiche del presidente Bill Clinton durante discorsi televisivi relativi ai bombardamenti americani contro obiettivi terroristici sospetti. Questa scelta contribuì a dare al film una sensazione quasi documentaristica, aumentando la convinzione del pubblico che dietro la trama ci fosse qualcosa di realmente accaduto.

Come Attacco al potere anticipò l’America post-11 settembre tra legge marziale, paura e discriminazione razziale

Ciò che rende davvero particolare Attacco al potere non è tanto la rappresentazione degli attentati, quanto il modo in cui il film mostra la reazione dello Stato americano. Dopo gli attacchi terroristici, infatti, la situazione precipita rapidamente verso la sospensione delle libertà civili: l’esercito prende il controllo di New York, viene dichiarata la legge marziale e centinaia di cittadini arabo-americani vengono arrestati e rinchiusi in campi di detenzione improvvisati.

Nel 1998 questa prospettiva sembrava estrema, quasi fantascientifica. Dopo il 2001, invece, molte immagini del film apparvero improvvisamente inquietanti e familiari. Il lungometraggio affrontava infatti temi che sarebbero diventati centrali nel dibattito pubblico americano dopo l’11 settembre: il Patriot Act, il controllo governativo, la sorveglianza di massa e il profiling razziale verso le comunità musulmane.

Il personaggio interpretato da Denzel Washington, l’agente FBI Anthony Hubbard, rappresenta proprio il conflitto morale tra sicurezza e diritti costituzionali. Dall’altra parte c’è il generale interpretato da Bruce Willis, convinto che la guerra al terrorismo giustifichi qualsiasi mezzo. È qui che il film smette di essere soltanto un action thriller e diventa una riflessione politica molto più complessa, perché suggerisce che il vero rischio non sia soltanto il terrorismo, ma la possibilità che la paura spinga una democrazia a rinunciare ai propri principi fondamentali.

Le polemiche su Attacco al potere e il motivo per cui il film venne rivalutato dopo l’11 settembre

Attacco al potere film

Già prima della sua uscita, Attacco al potere fu al centro di forti polemiche. Diverse organizzazioni arabo-americane accusarono il film di rafforzare stereotipi negativi su musulmani e cittadini di origine araba, presentando ancora una volta il terrorismo come inevitabilmente collegato all’Islam. Gruppi come l’American-Arab Anti-Discrimination Committee denunciarono il rischio che il film alimentasse discriminazione e odio, soprattutto perché molte scene associavano esplicitamente simboli religiosi musulmani agli attentati.

Le proteste furono così forti che la produzione incontrò rappresentanti delle comunità arabe durante la lavorazione, anche se senza modificare realmente la struttura della storia. Il regista Edward Zwick difese però il film sostenendo che il vero bersaglio della pellicola fosse proprio il pregiudizio americano. Secondo lui, il punto centrale della storia non era demonizzare i musulmani, ma mostrare quanto facilmente una società democratica possa trasformarsi in uno Stato repressivo quando viene dominata dalla paura.

Col passare degli anni, questa interpretazione è diventata sempre più condivisa. Dopo l’11 settembre il film venne infatti riscoperto dal pubblico, diventando uno dei titoli più noleggiati negli Stati Uniti. Molti spettatori rimasero colpiti non tanto dalle scene d’azione, quanto dalla lucidità con cui il film aveva anticipato il clima politico e sociale dell’America del nuovo millennio.

Perché Attacco al potere continua a essere considerato uno dei thriller politici più profetici degli anni Novanta

Annette Bening e Denzel Washington in Attacco al potere

A oltre venticinque anni dalla sua uscita, Attacco al potere continua a essere ricordato non perché racconti una storia vera, ma perché ha saputo intercettare paure reali prima che diventassero cronaca quotidiana. Il film non prevedeva l’11 settembre nei dettagli, ma intuiva perfettamente la direzione verso cui si stavano muovendo gli Stati Uniti: un Paese sempre più ossessionato dalla sicurezza, disposto a sacrificare libertà individuali in nome della protezione collettiva.

È proprio questa capacità di leggere il presente e trasformarlo in finzione credibile ad aver reso il film così duraturo. Oggi il thriller di Edward Zwick appare quasi come un ponte tra il cinema politico degli anni Settanta e il mondo post-2001.

Dietro la struttura da action movie con inseguimenti, esplosioni e tensione militare, si nasconde infatti una riflessione molto più ampia sul potere, sulla paura e sulla fragilità delle democrazie moderne. Ed è forse per questo che il film continua ancora oggi a generare domande sulla sua autenticità: perché, pur essendo fiction, riesce a sembrare tremendamente reale.

LEGGI ANCHE: Attacco al potere: trama, cast e spiegazione del finale del film

The Boroughs – Ribelli senza tempo, spiegazione del finale: cosa sta davvero uccidendo i residenti

La serie Netflix The Boroughs – Ribelli senza tempo trasporta il pubblico in una singolare comunità per pensionati, dove la morte dei residenti è considerata normale, finché il nuovo arrivato Sam Cooper (Alfred Molina) non scopre che dietro a queste morti si cela qualcosa di soprannaturale. Creata da Jeffrey Addiss e Will Matthews e prodotta dai fratelli Duffer, “The Boroughs” segue le vicende di Sam Cooper, un ingegnere in pensione che ha recentemente perso la moglie, Lilly (Jane Kaczmarek), con la quale si stava trasferendo a “The Boroughs”.

The Boroughs – Ribelli senza tempo è una comunità per pensionati dove i residenti hanno tutto ciò di cui hanno bisogno: un centro comunitario, ristoranti, cinema e persino un istituto di salute mentale chiamato “The Manor”. Sebbene inizialmente voglia rescindere il contratto, Sam alla fine decide di rimanere dopo aver conosciuto i suoi vicini. Tuttavia, una notte, Sam vede una creatura mostruosa nutrirsi di uno dei suoi nuovi amici, Jack (Bill Pullman), che viene poi trovato morto.

Con l’aiuto del resto del gruppo – la coppia sposata Art (Clarke Peters) e Judy (Alfre Woodard), il medico in pensione Wally (Denis O’Hare) e la manager musicale in pensione Renee (Geena Davis) – Sam fa una scoperta inquietante sulla creatura che ha visto nutrirsi di Jack, sul suo legame con la città e con l’amministratore delegato Blaine Shaw (Seth Numrich), svelando un oscuro segreto che coinvolge Shaw, sua moglie Anneliese (Alice Kremelberg) e coloro che lavorano a stretto contatto con lui.

Spiegazione di Mother & Sons dei Boroughs

Come previsto, nessuno crede a Sam quando racconta cosa ha visto la notte in cui Jack è morto, e si pensa che la morte di Jack sia stata causata da un infarto nel sonno, dato che soffriva di apnea notturna. Tuttavia, una notte, Sam nota che il sangue della creatura rimasto sul martello che ha usato per colpirla reagisce al segnale del suo vecchio televisore ed esplode. In seguito lo mostra a Wally, che lo convince ad aiutarlo a catturare il mostro, anche se Wally vorrebbe anche studiarlo.

Judy si unisce a loro in seguito, dopo averli seguiti all’impresa di pompe funebri, dove cercano di ottenere dei campioni dal corpo di Jack. Wally si rende conto che il mostro si nutre del loro liquido cerebrospinale, e lo fa costantemente, il che, col tempo, porta i residenti a sviluppare diversi problemi di salute per i quali vengono poi ricoverati al Maniero. Dopo che le indagini separate del gruppo composto da Sam, Judy e Wally, il duo formato da Renee e dalla guardia di sicurezza Paz (Carlos Miranda), e Art da solo, li portano a incrociare le loro strade, vengono catturati da Shaw e portati al Maniero. Lì, Wally racconta loro che Shaw ha fatto una proposta: torneranno alle loro vite normali, senza lasciare i quartieri, con il divieto assoluto di parlare del mostro, oppure saranno internati al Maniero e Wally lavorerà per loro. Sebbene non siano d’accordo, alla fine accettano tutti e Wally, ora parte del gruppo più stretto di Shaw, scopre la verità sui mostri.

I mostri sono la progenie di una creatura che Shaw chiama Madre. I figli prelevano il liquido cerebrospinale dagli abitanti per portarlo a Madre e nutrirla, e a causa delle grandi quantità che ha ingerito per anni, Madre ha assunto una forma umana. Madre fu trovata all’interno di un uovo quando i parenti di Shaw arrivarono sul posto per costruire la città, e in quel punto ora c’è un albero con vari gingilli appesi, dal quale Art ha colto un frutto simile a una pesca che lo ha ringiovanito per un paio d’ore.

Tuttavia, anche se i figli contribuiscono alla morte degli abitanti, né loro né la Madre sono i cattivi di The Boroughs. Questa è parte della loro natura, ma sono stati manipolati e usati da Shaw per decenni, con la Madre che non vuole più vivere e chiede a Sam di porre fine alle sue sofferenze e a quelle dei suoi figli. Alla fine di The Boroughs, Sam porta la Madre all’albero, dove lei invoca i suoi figli, e muore, distruggendo anche Shaw, che era arrivato per uccidere Sam.

La spiegazione dei piani di Blaine Shaw a The Boroughs

Geena Davis in The Boroughs
© Netflix

I veri cattivi di The Boroughs sono Blaine e Anneliese Shaw. Blaine è l’amministratore delegato di The Boroughs e vive in città con sua moglie. Grazie a ciò, Blaine è al corrente di tutto ciò che accade in città, con l’aiuto di chi lavora a stretto contatto con lui, in particolare Hank Williams (Eric Edelstein), il capo della sicurezza. Tuttavia, Blaine e la maggior parte della sua squadra non sono chi dicono di essere e sono molto più vecchi di quanto sembrino.

Renee scopre che Hank in realtà è un uomo di nome Milton Hauser, morto nel 1975, e parlando con suo figlio, lui le mostra alcune sue vecchie foto. In una di queste, Milton appare con Shaw, che ha esattamente lo stesso aspetto che ha oggi. Wally, lavorando per Shaw, conferma in seguito che loro, insieme al resto della squadra, sono in realtà molto più vecchi e che sono rimasti giovani per anni grazie a Madre.

Anni fa, i Shaw scoprirono che il sangue della Madre possedeva proprietà curative che li mantenevano giovani e che, ingerendolo costantemente, avrebbero potuto raggiungere l’immortalità. I ​​Shaw fondarono i Boroughs per assicurarsi una fornitura continua di liquido cerebrospinale da portare alla Madre, in modo da poter continuare a berne il sangue. I Shaw condividevano il sangue con la loro squadra, incluso Wally, che voleva usarlo per una causa più grande e nobile.

I Shaw avevano bisogno di Wally per curare la Madre e poter continuare a berne il sangue, ma Wally la salvò nella speranza di studiarla e usare il suo sangue per curare malattie come il cancro. Dato che il sangue dei figli, e quindi quello della Madre, reagiva al segnale dei vecchi televisori, Sam e i suoi compagni tesero una trappola, uccidendo alcuni membri della squadra di Shaw e Anneliese.

Alla fine, come accennato, Shaw viene ucciso dalla Madre quando questa esplode, e si capisce che i membri sopravvissuti della squadra non potranno vivere a lungo senza la loro scorta di sangue della Madre.

Perché Sam aveva allucinazioni della moglie defunta nei Boroughs

Lilly in the boroughs

Sam è ancora in lutto per l’improvvisa morte della moglie, Lilly, ma quando si trasferisce nei Boroughs, inizia ad avere allucinazioni che la riguardano. Inizialmente si tratta di vividi flashback della notte in cui Lilly è morta, con Sam che rivive quell’esperienza traumatica. Tuttavia, Lilly inizia poi ad apparire in momenti diversi, accompagnata da pezzi di un puzzle. Sam capisce presto che i pezzi del puzzle sono indizi che lo condurranno al passo successivo della sua indagine.

Per quanto riguarda le allucinazioni di Lilly, non sono interamente il risultato del suo trauma e del suo dolore. Grazie a una residente di Manor conosciuta come la Duchessa, Sam scopre che Madre sta comunicando telepaticamente con lui, e lo fa attraverso qualcuno che Sam riconoscerà sempre: Lilly. Tutte quelle volte in cui le sue visioni di Lilly lo implorano aiuto sono in realtà le suppliche di Madre. La Duchessa spiega che questo accade perché la mente di Sam è crollata sotto lo shock della morte di Lilly, rendendo più facile per Madre entrare in contatto con lui.

Questo aiuta Sam a comprendere Madre e a provare empatia per lei, motivo per cui la porta all’albero affinché possa morire in pace. Come ringraziamento, Madre gli concede un ricongiungimento con Lilly nella sua mente, attraverso il quale riesce finalmente a elaborare il suo dolore e ad andare avanti. Le allucinazioni di Sam cessano dopo la morte di Madre, e lui continua la sua vita nei Boroughs.

Perché il riflesso di Sam presenta delle anomalie alla fine dei Boroughs?

Alfre Woodard in The Boroughs

Un dettaglio importante nelle allucinazioni di Sam su Lilly in The Boroughs è che presentano delle anomalie. È questo che fa capire a Sam che non sta vedendo davvero Lilly, e diventa un dettaglio ancora più importante alla fine della prima stagione di The Boroughs. Come accennato, dopo la morte della Madre e con la partenza degli Shaw, Sam e gli altri tornano a The Boroughs e riprendono le loro vite.

The Boroughs si conclude con il gruppo che cena a casa di Sam, compresa sua figlia Claire (Jena Malone), suo marito e i loro figli. Claire dice a Sam di cambiare la benda sulla ferita sulla fronte, e così lui va in bagno a controllare. Mentre Sam prepara la benda, il suo riflesso nello specchio presenta delle anomalie, proprio come le sue visioni di Lilly. Questo non significa che il Sam della sequenza finale non sia reale, o che la loro felice riunione non sia reale.

È possibile che il legame di Sam con Madre non si sia interrotto del tutto con la sua morte, e che nella mente di Sam sia ancora presente una sorta di potere speciale. Non si sa se questo interferirà con la vita quotidiana di Sam o se creerà problemi a lui e al gruppo nel prossimo futuro; solo una seconda stagione potrà dare una risposta a queste domande.

The Boroughs avrà una seconda stagione?

The Boroughs netflix

Al momento, è difficile dire se The Boroughs tornerà per una seconda stagione, poiché dipenderà principalmente dall’accoglienza che riceverà dalla critica e dal pubblico. Dal punto di vista narrativo, tuttavia, The Boroughs potrebbe essersi creata una trappola con la prima stagione. Anche se rimane il mistero del perché il riflesso di Sam presenti dei glitch, la prima stagione racconta una storia completa.

Gli Shaw vengono distrutti, Madre e i suoi figli muoiono, e il resto dei soci di Shaw non sopravvivrà a lungo senza il sangue di Madre, quindi non c’è nessuno che possa portare avanti i loro piani malvagi. Tuttavia, resta aperta la questione di chi ora sia a capo dei Boroughs, il che potrebbe aprire la strada a una nuova storia. Potrebbe anche essere possibile che qualcuno riesca a salvare l’albero e a trarne vantaggio, ma questo sarebbe un problema molto minore rispetto a quello della prima stagione.

Se The Boroughs non dovesse avere una seconda stagione, non sarebbe una perdita, poiché è riuscita a raccontare una storia completa, con sviluppo e profondità dei personaggi, in soli otto episodi, quasi senza questioni irrisolte e con un finale che lascia un solo dettaglio all’interpretazione di ogni spettatore.

The Boroughs – Ribelli senza tempo debutta su Netflix con un raro 100% su Rotten Tomatoes: la nuova serie sci-fi dei creatori di Stranger Things conquista la critica

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Netflix ha lanciato ufficialmente The Boroughs – Ribelli senza tempo, la nuova serie sci-fi prodotta dai creatori di Stranger Things, Matt Duffer e Ross Duffer, e il debutto è stato accolto con un risultato raro per la piattaforma: un punteggio del 100% su Rotten Tomatoes basato sulle prime recensioni della critica.

La serie, composta da otto episodi, è disponibile da oggi sulla piattaforma streaming e racconta la storia di un gruppo di anziani residenti in una comunità per pensionati che si ritrovano a combattere una misteriosa creatura mentre nessuno sembra credere a ciò che stanno vivendo. Nel cast figurano Alfred Molina, Geena Davis, Alfre Woodard e Bill Pullman.

Le prime recensioni parlano di una serie che omaggia apertamente il cinema fantastico degli anni Ottanta e Novanta, richiamando sia l’immaginario di Steven Spielberg sia le atmosfere narrative di Stephen King. Secondo Collider, The Boroughs sarebbe “l’ultima gemma sci-fi di Netflix”, mentre altre recensioni hanno elogiato soprattutto il cast e la chimica tra i protagonisti.

I creatori di Stranger Things continuano la loro corsa sci-fi su Netflix dopo il finale divisivo della serie

Alfred Molina in The Boroughs

Il successo iniziale di The Boroughs conferma il forte legame tra Netflix e i fratelli Duffer anche dopo la conclusione di Stranger Things. Nonostante la quinta stagione della serie sia stata divisiva tra parte del pubblico, le produzioni recenti supervisionate dai due autori stanno continuando a ottenere risultati molto positivi sia sul piano delle recensioni sia su quello dell’attenzione mediatica.

Oltre a The Boroughs, i Duffer hanno infatti prodotto anche la serie thriller Something Very Bad Is Going to Happen e lo spin-off animato Stranger Things: Tales from ’85. In particolare, The Boroughs sembra puntare su una formula diversa rispetto a Stranger Things, scegliendo protagonisti più anziani e una narrazione più lenta e atmosferica rispetto ai ritmi action della serie ambientata a Hawkins.

Al momento Netflix non ha ancora annunciato un rinnovo ufficiale per una seconda stagione, ma secondo quanto dichiarato dal co-creatore Jeffrey Addiss esisterebbe già un piano narrativo pensato per tre stagioni. Molto dipenderà ora dalle visualizzazioni dei prossimi giorni e dalla risposta del pubblico internazionale.

Avatar – La leggenda di Aang – Stagione 2, il trailer della stagione 2 anticipa la guerra più pericolosa contro la Nazione del Fuoco

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Netflix ha pubblicato il nuovo trailer della seconda stagione di Avatar – La leggenda di Aang, anticipando il ritorno di Aang e dei suoi alleati in una fase ancora più oscura e pericolosa della guerra contro la Nazione del Fuoco. La nuova stagione della serie live-action debutterà il 25 giugno 2026 sulla piattaforma streaming.

Le nuove immagini mostrano Aang e il gruppo diretti verso Ba Sing Se dopo gli eventi accaduti nella Tribù dell’Acqua del Nord. Il trailer anticipa battaglie su larga scala, scontri tra le diverse nazioni e una crescente tensione politica mentre il protagonista continua il suo percorso per padroneggiare i quattro elementi: acqua, terra, fuoco e aria. Secondo la sinossi ufficiale, Aang e i suoi amici cercheranno di convincere il misterioso Re della Terra a unirsi alla lotta contro il Signore del Fuoco Ozai e il suo esercito.

Tornano nel cast Gordon Cormier nei panni di Aang, Kiawentiio come Katara, Ian Ousley nel ruolo di Sokka e Dallas Liu come Zuko. La nuova stagione vedrà inoltre il ritorno di Azula, Mai, Ty Lee, Zio Iroh e del Signore del Fuoco Ozai, interpretato ancora da Daniel Dae Kim.

Ba Sing Se e il Regno della Terra diventano centrali nella nuova stagione di Avatar

Il trailer conferma che la seconda stagione adatterà gran parte degli eventi legati al Regno della Terra, una delle fasi più amate della serie animata originale Avatar: The Last Airbender creata da Michael Dante DiMartino e Bryan Konietzko.

Ba Sing Se, già mostrata brevemente nel finale della prima stagione, sembra destinata a diventare il centro politico e militare del conflitto contro la Nazione del Fuoco. Il trailer lascia intravedere anche l’evoluzione del rapporto tra Aang e Zuko, mentre Azula appare pronta a giocare un ruolo ancora più importante nella guerra.

Dopo il successo della prima stagione, Netflix continua così ad ampliare il proprio adattamento live-action della celebre saga animata di Nickelodeon, puntando su una narrazione più ampia e su sequenze action ancora più spettacolari. La nuova stagione promette infatti di esplorare in modo più approfondito il conflitto tra le quattro nazioni e il peso crescente delle responsabilità di Aang come Avatar.

Hercule Poirot torna in TV: la BBC sviluppa una nuova serie tratta dai romanzi di Agatha Christie

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BBC riporterà sul piccolo schermo Hercule Poirot con una nuova serie televisiva tratta dai celebri romanzi di Agatha Christie. Secondo quanto riportato da Deadline, il progetto è attualmente in sviluppo e potrebbe estendersi fino a tre stagioni, con produzione affidata a Mammoth Screen e supervisione di Benji Walters.

La produzione inizierà quest’estate tra Liverpool e il nord-ovest dell’Inghilterra, mentre il debutto della serie è previsto per la fine del 2027. Al momento non sono stati annunciati dettagli ufficiali sulla trama o sul cast, ma sarebbero già iniziate le selezioni per trovare il nuovo interprete di Poirot e degli altri personaggi principali dello show.

Il detective belga creato da Agatha Christie nel romanzo The Mysterious Affair at Styles è uno dei personaggi più iconici della letteratura gialla mondiale. Nel corso dei decenni, Poirot è stato protagonista di decine di adattamenti cinematografici e televisivi, diventando una figura centrale dell’immaginario crime britannico.

Da David Suchet a Kenneth Branagh: la nuova serie BBC raccoglie l’eredità di Poirot sullo schermo

Negli anni, Hercule Poirot è stato interpretato da numerosi attori tra cinema e televisione, tra cui Albert Finney, Peter Ustinov, Kenneth Branagh e soprattutto David Suchet, protagonista della storica serie Agatha Christie’s Poirot andata in onda per 13 stagioni nell’arco di oltre vent’anni.

Più recentemente Kenneth Branagh ha riportato il personaggio al cinema dirigendo e interpretando nuove versioni di Murder on the Orient Express, Death on the Nile e A Haunting in Venice. Tra tutte le storie dedicate al detective, Assassinio sull’Orient Express resta probabilmente la più celebre, già adattata nel 1974 in un film candidato a numerosi Premi Oscar.

La BBC aveva già lavorato sul personaggio nel 2018 con la miniserie The ABC Murders interpretata da John Malkovich, ma il nuovo progetto punta a costruire un adattamento seriale più ampio e continuativo. Per il momento non è stato confermato quali romanzi verranno adattati, ma ulteriori dettagli dovrebbero emergere nei prossimi mesi.

James Bond 26: Steven Knight anticipa i dettagli della ricerca per la nuova sceneggiatura di 007

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Il nuovo capitolo di Bond 26 sta prendendo forma e le ultime dichiarazioni dello sceneggiatore Steven Knight confermano una direzione molto diversa rispetto all’era di Daniel Craig. Il creatore di Peaky Blinders ha rivelato di essere immerso nella scrittura del film attraverso ricerche approfondite sul mondo reale dello spionaggio britannico, parlando direttamente con membri delle SAS e persone coinvolte in operazioni segrete. L’obiettivo è chiaro: rendere il prossimo James Bond più autentico, contemporaneo e vicino alle radici letterarie create da Ian Fleming.

Secondo quanto riportato da ScreenRant, il progetto rappresenterà il primo vero reboot del franchise dopo l’addio di Daniel Craig e sarà diretto da Denis Villeneuve. Knight ha spiegato che il lavoro sullo script passa anche attraverso lo studio dell’esperienza militare di Fleming durante la Seconda Guerra Mondiale, elemento che influenzò profondamente i romanzi originali di Bond. Parallelamente, proseguono i casting per trovare un nuovo volto di 007, che secondo diversi rumor dovrebbe essere più giovane e caratterizzato da un approccio più cupo rispetto al passato.

LEGGI ANCHE – James Bond 26, partito il casting ufficiale: Amazon cerca il nuovo 007

Questa evoluzione potrebbe segnare una svolta cruciale per il franchise. Dopo cinque film dominati dall’impronta emotiva e traumatica del Bond di Craig, Amazon MGM sembra intenzionata a costruire una nuova identità che unisca spettacolo e realismo operativo. Non è casuale che Steven Knight stia cercando riferimenti nel vero mondo dell’intelligence: il pubblico contemporaneo è ormai abituato a thriller politici e spy drama molto più credibili rispetto agli standard classici della saga. Il rischio, però, è anche quello di allontanarsi dall’anima più iconica e larger-than-life di James Bond.

Denis Villeneuve potrebbe trasformare Bond in uno spy thriller d’autore

La presenza di Denis Villeneuve alla regia suggerisce che Bond 26 non sarà soltanto un semplice rilancio commerciale. Il regista canadese ha già dimostrato con Blade Runner 2049, Sicario e Dune di saper unire grande spettacolo visivo e tensione psicologica, caratteristiche che potrebbero ridefinire completamente il tono della saga.

L’idea di un Bond più realistico e radicato nelle operazioni segrete moderne sembra inoltre allontanare definitivamente il franchise dall’estetica gadget-oriented dell’era classica. Persino il riferimento continuo a Ian Fleming lascia intuire una volontà precisa: riportare James Bond a essere prima di tutto una figura ambigua, pericolosa e politicamente immersa nel suo tempo.

Emily in Paris finirà con la stagione 6: iniziate le riprese dell’ultimo capitolo della serie Netflix

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Emily in Paris si prepara a salutare definitivamente il pubblico. Netflix ha annunciato che la serie creata da Darren Star terminerà con la sesta stagione, le cui riprese sono iniziate oggi in Grecia. Il nuovo ciclo di episodi rappresenterà il capitolo conclusivo della storia di Emily Cooper, il personaggio interpretato da Lily Collins.

Nel comunicato ufficiale, Darren Star ha definito la realizzazione della serie “il viaggio di una vita”, ringraziando Netflix, Paramount e soprattutto i fan che hanno seguito il percorso di Emily dal debutto nel 2020. “Non vediamo l’ora di condividere con voi questo ultimo capitolo. Grazie per averci permesso di entrare nelle vostre vite, ispirando i vostri sogni di viaggio e il vostro amore per Parigi”, ha dichiarato il creatore della serie.

Nel corso degli anni, Emily in Paris è diventata uno dei titoli più popolari della piattaforma streaming, restando per 32 settimane nella Top 10 Globale di Netflix e raggiungendo il primo posto in 90 Paesi. Secondo i dati condivisi dalla piattaforma, le prime cinque stagioni hanno accumulato oltre 250 milioni di visualizzazioni tra il 2023 e il 2025, trasformando la serie in un vero fenomeno pop legato alla moda, ai viaggi e all’immaginario romantico della capitale francese.

Darren Star chiude il viaggio di Emily dopo sei stagioni tra moda, amore e cultura pop

La serie segue Emily, giovane esperta di marketing di Chicago che si trasferisce a Parigi per lavoro e si ritrova a dover gestire amicizie, relazioni sentimentali e nuove sfide professionali in una città completamente diversa dalla sua realtà americana. Fin dal debutto, Emily in Paris ha costruito gran parte del proprio successo sull’estetica glamour della serie, sulle location francesi e sul racconto leggero delle dinamiche sentimentali e lavorative della protagonista.

Netflix ha sottolineato anche l’impatto culturale della serie, che avrebbe contribuito ad aumentare l’interesse turistico verso la Francia e Parigi. Lo stesso presidente francese Emmanuel Macron aveva elogiato pubblicamente il successo internazionale dello show per la visibilità data alla città.

Con la conclusione di Emily in Paris, Darren Star chiuderà un altro dei suoi franchise televisivi più iconici dopo serie come Sex and the City, Beverly Hills, 90210 e Melrose Place. Nel frattempo, il produttore sta già lavorando alla nuova comedy Uncorked, ambientata nel mondo del vino nella Napa Valley.

Perché MM infrange la sua promessa nell’episodio finale di The Boys

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Il finale di The Boys ha lasciato molti spettatori concentrati sulla morte di Homelander e sul destino di Butcher, ma uno dei cambiamenti più significativi riguarda in realtà Mother’s Milk. Nel corso dell’ultima stagione, MM aveva promesso di uccidere Stan Edgar se fosse mai tornato al comando della Vought. Eppure, nell’episodio conclusivo “Blood and Bone”, quella promessa viene deliberatamente infranta. Una decisione che rappresenta il vero punto finale dell’arco del personaggio.

Secondo l’analisi pubblicata da ScreenRant, la scelta nasce dal profondo cambiamento emotivo attraversato da MM durante la quinta stagione. Per gran parte degli episodi il personaggio interpretato da Laz Alonso appare più cupo, aggressivo e vicino alla mentalità autodistruttiva di Butcher. Ha perso la speranza di sopravvivere alla guerra contro Homelander e questo lo porta ad agire senza più preoccuparsi delle conseguenze. Nel finale, però, dopo la caduta del leader dei Sette, MM decide finalmente di interrompere il ciclo di odio e violenza che ha definito tutta la sua esistenza.

Questa è probabilmente la conclusione più coerente che The Boys potesse dare al personaggio. Uccidere Stan Edgar avrebbe significato restare intrappolato nella stessa ossessione che ha consumato Butcher per cinque stagioni. Invece MM sceglie la famiglia, il futuro e persino Ryan, prendendo le distanze definitiva dalla guerra contro i Supes. È un finale meno spettacolare rispetto a uno scontro sanguinoso con Edgar, ma molto più importante sul piano tematico: la serie suggerisce che la vera vittoria non sia distruggere il nemico, ma riuscire a smettere di vivere soltanto per combatterlo.

Il ritorno di Stan Edgar prepara il futuro del Vought Cinematic Universe

La scelta di lasciare Stan Edgar di nuovo al vertice della Vought non sembra casuale. Dopo la morte di Homelander, il franchise ha bisogno di una nuova figura di controllo, e il personaggio interpretato da Giancarlo Esposito rappresenta perfettamente il lato più freddo e sistemico del potere nel mondo di The Boys.

Mentre Homelander incarnava il caos incontrollabile dei Supes, Edgar è sempre stato il simbolo del capitalismo aziendale dietro Vought. Il fatto che sopravviva e riprenda il controllo dell’azienda suggerisce che l’universo narrativo non abbia davvero eliminato il problema alla radice. È anche un indizio importante per il futuro del franchise: con Vought Rising in arrivo nel 2027 e altri spin-off già in sviluppo, Prime Video sembra voler spostare il focus dalla guerra contro Homelander alla struttura di potere che ha creato tutto il sistema dei Supes. Il finale di MM, quindi, definisce anche la nuova direzione morale del franchise post-Homelander.

Garance, recensione: la vita un giorno alla volta per Adèle Exarchopoulos – Cannes 79

Dopo il narrativamente pregno All Your Faces, che affrontava la questione della giustizia riparativa, Jeanne Herry arriva per la prima volta in concorso al Festival di Cannes con Garance, studio su una figura femminile che si trova a un bivio nella vita, sospesa tra le intemperie di un presente di precarietà e insoddisfazione, e l’idea di un futuro intoccabile, a cui lei stessa sembra mettere i bastoni tra le ruote.

Trovare il proprio spazio nel mondo

Garance (Adèle Exarchopoulos) è una giovane attrice di talento, dotata di un magnetismo istintivo e di un’energia fuori dal comune, ma ancora lontana dal riconoscimento che desidera. Vive a Parigi, in un piccolo appartamento, facendo i conti con una precarietà economica sempre più soffocante, relazioni passeggere, un’ansia crescente e una dipendenza dall’alcol che, poco a poco, stringe la sua presa sulla sua vita.

In mezzo al caos, però, Garance trova ancora alcuni appigli: l’amore profondo per la sorella minore malata e l’inizio di una relazione tenera con Pauline, che sembra offrirle una possibilità di respiro. Man mano che questi legami diventano più importanti, la giovane trova la forza di affrontare l’oscurità che ha cercato a lungo di evitare, intraprendendo un percorso difficile ma necessario verso una possibile rinascita.

Garance vive grazie ad Adèle Exarchopoulos

Forse Garance non è il tipo di film che ci aspetterebbe di trovare in concorso, ma è un dramedy davvero godibile su una ragazza apparentemente in frantumi che cerca di ricostruire la propria vita nel bel mezzo di un caos esistenziale. Certo, se non ci fosse Adèle Exarchopoulos a interpretarla, molto probabilmente alla storia mancherebbe quell’energia e quella verve che, anche negli anfratti più duri e turbolenti della vita di Garance, non vengono mai meno.

Garance è, come dicevamo, soprattutto la sua interprete: abbiamo imparato a voler bene all’attrice francese dal lontano 2013, che la portò alla ribalta con La vita di Adele. Da lì, tra commedie, drammi e thriller, si è fatta riconoscere tra i volti giovanili più noti del cinema europeo, e ha attraversato il Festival di Cannes in lungo e in largo, l’ultima volta giusto qualche anno fa con l’eclettico L’amore che non muore.

Con un equilibrio abbastanza efficace tra dramma e leggerezza, Garance racconta le variopinte difficoltà del vivere un giorno alla volta di una ragazza alle prese con un’esistenza in divenire.

Paper Tiger, recensione: il gangster movie di James Grey non sorprende – Cannes 79

James Grey torna in concorso a Cannes con Paper Tiger, gangster movie e ideale prosecuzione del film Armageddon Time, sempre presentato sulla Croisette nel 2022.

Siamo a New York, più precisamente nel Queens, nel 1986. Due fratelli, profondamente diversi tra loro (Miles Teller e Adam Driver), si uniscono per un affare losco legato alla mafia russa. Ma quella che doveva essere un’opportunità si trasforma presto in un incubo, mettendo in pericolo la loro famiglia, la loro integrità e il loro legame fraterno.

Un gangster movie che non riesce mai ad acchiappare lo sguardo

James Grey costruisce un film buono nella forma ma che, come puro racconto di genere, cozza nell’inserimento in un concorso i cui film si interrogano su tematiche ben più attuali e urgenti. In generale, le performance risultano spente e non particolarmente memorabili, specialmente quella di Scarlett Johansson. Il personaggio della moglie fa prevalentemente da spalla senza mordente e, nel momento in cui emerge una sua problematica che potrebbe essere in qualche modo collegata alla più ampia trama, allo spettatore riesce difficile preoccuparsi davvero per le sue sorti.

Quello imbastito dal cineasta statunitense è un racconto di forte lealtà nei confronti della parentela, che però porta a conseguenze inaspettate. Ci sono tutti i codici e il lessico del gangster movie, le minacce costanti, le linee di dermacazione valicate senza permesso, ma manca una vera svolta di trama che faccia fare al film di James Grey il salto definitivo.

L’azione si richiude sulle mura domestiche

La storia che fa da sfondo a Paper Tiger è quella di una famiglia a cui finiamo per non affezionarci affatto, che non riesce mai a fuoriuscire davvero dalla casetta ricoperta di carta da parati in cui vivono. C’è un figlio prossimo al college, un padre e buon uomo di famiglia, uno zio ex-poliziotto e forse troppo sicuro di sé, una moglie devota e anche un po’ burlona, che fa da spalla comica. Nonostante il conflitto centrale sia esterno all’abitazione e al nido domestico, e il film di James Grey tenti in tutti i modi di portarci oltre questo, tutto si riduce a quattro mura dalle quali vorremmo disperatamente uscire.

Cannes 79, photocall: Franco Nero, Marion Cotillard, Rami Malek e Tom Sturridge

Ancora pioggia di star per i photocall della mattina del 21 maggio a Cannes 79. Questa volta non solo star hollywoodiane ma anche made in Italy come Franco Nero, Isabella Ferrari e Ornella Muti. Brillano anche Noemie Marlant e Marion Cotillard e Rami Malek e Tom Sturridge. Ecco tutte le foto:

Margo ha problemi di soldi: la risposta alle domande più frequenti sulla serie

Margo ha problemi di soldi è una serie Apple TV che segue le difficoltà personali e creative di Margo, tra famiglia, responsabilità e identità pubblica. Il racconto mescola dramma e satira sociale, mettendo al centro relazioni complicate e scelte ambigue.

La prima stagione sviluppa diverse linee narrative che convergono in un finale ricco di tensione: la disputa sull’affidamento, la segnalazione ai servizi di protezione minori (CPS) e una rivelazione legata a Hungry Ghost che lascia chiaramente intendere una seconda stagione ancora più caotica. Il finale, “Lock and Load”, non offre a Margo Millet un lieto fine tradizionale e questo è coerente con una serie che funziona meglio quando i personaggi sono complessi, contraddittori e spesso intrappolati tra affetto, paura, orgoglio e autoinganni.

L’ottavo episodio conclude la disputa legale per Bodhi, ma allo stesso tempo apre nuove strade narrative per il lavoro di Margo, il percorso di guarigione di Jinx, il futuro romantico di Shyanne e il ruolo di Kenny all’interno della famiglia. Ecco alcune delle risposte alle domande più frequenti, prima dell’arrivo della seconda stagione.

Margo ha ottenuto la custodia di Bodhi?

Margo ha problemi di soldi

Sì, Margo (Elle Fanning) conquista la custodia principale di Bodhi nel finale della prima stagione di Margo ha problemi di soldi. Il tribunale concede a Mark (Michael Angarano) due fine settimana al mese, permettendogli comunque di mantenere un rapporto con il figlio, mentre Margo resta il genitore di riferimento. La scena in aula evita una vittoria facile o celebrativa. In precedenza, Margo rischia seriamente di compromettere la sua posizione quando Mark la provoca, insultandola definendola una sex worker e mettendo in discussione la sua idoneità come madre.

Il suo test psicologico conferma che è mentalmente stabile, ma Mark sa bene come provocarla e riesce a farla reagire in modo impulsivo. Questo porta il caso davanti alla corte superiore, aumentando la tensione della vicenda. Quando la causa arriva davanti al giudice Andrew Spencer, però, l’andamento cambia. Spencer evidenzia la responsabilità di Mark nell’intera situazione e chiede a Margo se sia orgogliosa di ciò che sta facendo.

All’inizio Margo risponde con prudenza, poi però ammette di esserlo, spiegando che sta crescendo Bodhi con l’aiuto della sua famiglia e che sta facendo del suo meglio.

Perché il giudice ha chiesto a tutti di tenere Bodhi in braccio?

Margo ha problemi di soldi

Il giudice chiede a ciascuna persona legata al mondo di Margo di tenere Bodhi in braccio perché vuole osservare la situazione reale del bambino, invece di basarsi solo sugli argomenti legali presentati in aula. Susie (Thaddea Graham) entra con Bodhi e il giudice la considera a tutti gli effetti parte della famiglia di Margo, non una semplice coinquilina. Jinx (Nick Offerman) ammette apertamente il suo passato di dipendenza, ma Bodhi reagisce con naturalezza e affetto nei suoi confronti. Shyanne (Michelle Pfeiffer) si commuove quando il bambino non piange tra le sue braccia: è un momento importante per lei e, allo stesso tempo, la fa sentire finalmente riconosciuta nel ruolo di nonna.

Successivamente è Mark a prendere Bodhi in braccio, e il bambino inizia a piangere. Anche Mark si emoziona, perché è la prima volta in cui riesce davvero a stringere suo figlio. La scena ammorbidisce la percezione del tribunale nei suoi confronti, senza però trasformarlo in una figura positiva in senso assoluto.

Mark riconosce le proprie responsabilità e ammette di aver sbagliato, pur ribadendo il desiderio di costruire un rapporto con Bodhi. La decisione finale del giudice tiene insieme entrambe le prospettive: Margo ha creato un ambiente stabile per la vita quotidiana del bambino, ma Mark non viene completamente escluso dalla sua crescita.

È stato Mark a chiamare i servizi sociali?

Margo ha problemi di soldi

No, non è Mark ad aver contattato i servizi di protezione dei minori (CPS). Nel finale di Margo ha problemi di soldi si scopre che la segnalazione è stata fatta da Kenny (Greg Kinnear). Questo dettaglio è importante perché, anche se il comportamento di Mark durante la disputa per la custodia era già stato problematico, la chiamata ai CPS arriva in realtà dall’interno del nucleo familiare allargato di Margo. Kenny afferma di aver agito per precauzione, dopo l’overdose di Jinx e perché, secondo lui, nessuno stava realmente gestendo la situazione in modo responsabile.

In teoria può sembrare un gesto dettato dalla preoccupazione, ma nella pratica risulta molto più controverso: Kenny agisce senza dirlo a Shyanne e finisce per mettere a rischio la posizione di Margo nella causa per la custodia. A questo si aggiunge anche una componente personale difficile da ignorare. Kenny lascia intendere di sapere che Shyanne è ancora legata a Jinx e questo fa sembrare la sua decisione meno oggettiva di quanto dichiari. Anche se può aver creduto di proteggere Bodhi, di fatto ricorre a un intervento ufficiale contro una famiglia che non comprende pienamente.

Shyanne lascerà Kenny dopo il colpo di scena dei servizi sociali?

Margo ha problemi di soldi

Il finale non mostra una separazione netta, ma lascia intendere che la relazione tra Shyanne e Kenny sia in forte difficoltà. La scelta di Kenny di contattare i servizi di protezione dei minori senza confrontarsi con lei non è un dettaglio secondario: mette in pericolo Margo, Bodhi e il delicato equilibrio che Shyanne stava cercando di mantenere nel suo ruolo di madre e nonna.

Per gran parte dell’episodio conclusivo, Shyanne è combattuta dal senso di colpa. Si scusa con Elizabeth (Marcia Gay Harden) dopo averla colpita e riceve in cambio un altro insulto su Margo definita una delusione. Questa volta però riesce a non reagire, segno di una crescente fragilità e paura. Il timore principale è che, se Margo dovesse perdere la custodia di Bodhi, la famiglia non riuscirebbe più a ritrovare stabilità.

In questo contesto, la rivelazione su Kenny pesa ancora di più. Lui non si è fidato abbastanza da coinvolgerla e ha sottovalutato le possibili conseguenze di una segnalazione ai CPS per Margo. Anche se la sua preoccupazione per Jinx può avere una base reale, il modo in cui ha gestito la situazione rischia di diventare qualcosa che Shyanne non riesce a perdonare.

Perché Jinx si scusa con Susie?

Margo ha problemi di soldi

Jinx si scusa con Susie perché la sua overdose l’ha spaventata profondamente. In precedenza, Margo e Susie lo avevano trovato svenuto nella vasca da bagno con una siringa di eroina, un episodio che ha lasciato Susie chiaramente scossa. Susie non è soltanto la coinquilina di supporto di Margo: nel corso della stagione sviluppa un legame emotivo con la famiglia Millet, anche grazie alla sua vecchia ammirazione per Jinx ai tempi della carriera nel wrestling.

Quando Jinx la va a trovare, non cerca una scena né pretende assoluzione. È consapevole del male che ha causato e riconosce che Susie aveva bisogno di sentirlo dire apertamente. Il dettaglio di “Shadowheart” corretto da Susie è particolarmente tenero, perché mostra un rapporto che ha un suo codice personale. Il modo in cui Jinx la chiama inizialmente “Shadow Hat” è ironico, ma la correzione rende evidente che Susie desidera essere riconosciuta da lui nel modo giusto. Le sue scuse non risolvono il problema della dipendenza, ma segnano comunque l’inizio di un’assunzione di responsabilità.

Cosa significa il “Tunnel dell’Amore” di Margo?

Margo ha problemi di soldi

La rivelazione del “Tunnel dell’Amore” segna un cambio di prospettiva per Margo: Hungry Ghost non è più soltanto una soluzione economica temporanea. Inizia infatti a considerarlo come uno spazio creativo e come un mezzo per esercitare controllo sul proprio corpo, sulla propria narrazione e sulle proprie entrate. Nel corso del finale, KC (Rico Nasty) e Rose (Lindsey Normington) la spingono a esplorare contenuti più espliciti. Margo però ribadisce di non fare sex work e si definisce un’artista, una risposta che le irrita perché sottolineano come il sex work possa essere anche espressione artistica e performance.

Margo li ascolta, anche se non è ancora pronta ad accettarlo pienamente. Più tardi confida a Shyanne che potrebbe iniziare a pubblicare contenuti legati al “Tunnel del’Amore” all’interno del suo concept fantascientifico. Shyanne le propone un aiuto economico se il problema è il denaro, ma Margo ammette che potrebbe continuare anche senza necessità economiche. Il punto centrale è proprio questo: Hungry Ghost non rappresenta più solo la sopravvivenza, ma sta diventando per Margo uno spazio in cui creare, esibirsi, guadagnare e provocare.

Il lavoro di Margo su OnlyFans viene mostrato come soldi facili?

Margo ha problemi di soldi

No, ed è uno degli aspetti più riusciti della serie. Margo ha bisogno di soldi non tratta il sex work online come una scorciatoia semplice o immediata per fare soldi. Al contrario, mette in evidenza tutto ciò che comporta: lavoro di performance, costruzione di un’identità pubblica, gestione del pubblico, collaborazioni, senso di vergogna, rischi per la sicurezza e tenuta emotiva.

Margo ha una forte vena creativa e riesce a trasformare Hungry Ghost in qualcosa di unico grazie alla sua immaginazione e al suo istinto narrativo. Allo stesso tempo, la serie mostra chiaramente che questa scelta ha conseguenze sul piano sociale, legale ed emotivo. Mark la usa contro di lei in tribunale, Becca (Sasha Diamond) ne mette in discussione le decisioni, Shyanne fatica ad accettarla e persino gli sconosciuti arrivano a riconoscerla. La decisione più significativa del finale è che Margo non perde nulla di ciò che ha costruito: riesce a mantenere sia Bodhi sia Hungry Ghost. Un equilibrio tutt’altro che scontato.

Cosa potrebbe succedere a Susie nella seconda stagione di Margo ha problemi di soldi?

Margo ha problemi di soldi

Susie rappresenta uno dei fili narrativi più aperti in vista di una possibile seconda stagione di Margo ha problemi di soldi. Ormai fa parte a pieno titolo della famiglia di Margo, ma il suo passato rimane ancora poco approfondito. È appassionata di cosplay, wrestling, supporta Margo nella creazione dei contenuti e si occupa anche di Bodhi, ma la serie ha solo iniziato a esplorare la sua storia.

Una seconda stagione potrebbe indagare meglio il motivo del suo legame così forte con Jinx e con l’ambiente del wrestling. Allo stesso tempo, potrebbe darle un ruolo più centrale nell’estetica di Hungry Ghost, soprattutto se Margo dovesse sviluppare ulteriormente la parte sci-fi dei suoi contenuti. Susie appare già come una figura tuttofare: tra costumista, “zia” della famiglia, sostegno emotivo e presenza un po’ fuori dagli schemi. Ora però avrebbe bisogno di uno spazio narrativo tutto suo.

Cosa aspettarsi dalla seconda stagione di Margo ha problemi di soldi?

La seconda stagione di Margo ha problemi di soldi probabilmente si concentrerà sulla crescente notorietà pubblica di Margo, sul ruolo più limitato di Mark come padre di Bodhi, sul percorso di recupero di Jinx, sui sentimenti di Shyanne nei confronti di Jinx, sul tradimento di Kenny e sull’evoluzione di Hungry Ghost verso una realtà sempre più strutturata e professionale. La questione della custodia è stata risolta per il momento, ma la famiglia resta tutt’altro che stabile.

Il nodo centrale della prossima stagione potrebbe essere l’esposizione pubblica. Il profilo di Margo continua a crescere e, più aumenta la sua visibilità, più diventa complicato separare la sua vita privata dall’immagine che proietta online. Un fan, un critico, un problema legale o persino le sue stesse scelte potrebbero innescare nuovi conflitti.

Margo ha problemi di soldi è disponibile su Apple TV +.

Star Wars: rivelati i dettagli sul film cancellato dedicato a Rey. Damon Lindelof: “Non ha funzionato”

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Il progetto cinematografico su Rey, ambientato dopo L’Ascesa di Skywalker, è stato uno dei tentativi più ambiziosi e al tempo stesso più travagliati della nuova fase di Star Wars. Ora Damon Lindelof ha finalmente raccontato perché la sua versione del film è stata accantonata, offrendo uno sguardo diretto sulle difficoltà creative che hanno bloccato lo sviluppo.

Durante un intervento a The Ringer-Verse, Lindelof ha confermato di essere stato allontanato dal progetto che avrebbe dovuto riportare Daisy Ridley nei panni di Rey quindici anni dopo gli eventi della trilogia sequel. Il concept iniziale, sviluppato insieme a Justin Britt-Gibson, prevedeva una storia che affrontava esplicitamente il conflitto tra “nostalgia” e “revisione” all’interno della stessa narrazione. L’idea, secondo lo sceneggiatore, era quella di mettere in scena una sorta di “Riforma protestante” interna a Star Wars, dove le tensioni tra passato e futuro diventavano parte integrante del racconto.

Tuttavia, questo approccio si è rivelato troppo complesso da tradurre in una struttura narrativa efficace. Lindelof ha ammesso che la sceneggiatura faticava a trovare un equilibrio tra tono, eredità della trilogia sequel e nuova direzione del personaggio, fino al punto in cui il progetto è stato riassegnato ad altri autori e progressivamente rimaneggiato.

La vicenda non è solo un retroscena produttivo, ma rivela un problema più ampio: la difficoltà di Star Wars nel ridefinire il proprio centro narrativo dopo la saga degli Skywalker, senza trasformare ogni nuovo progetto in una riflessione autoreferenziale sul proprio passato.

Rey e il problema del post-Skywalker: tra eredità, fandom e identità del franchise

Il film su Rey nasceva proprio da questa tensione irrisolta. Da un lato l’esigenza di riportare la protagonista della trilogia sequel al centro della narrazione; dall’altro la necessità di definire cosa sia diventato Star Wars in assenza della famiglia Skywalker come asse portante.

Lindelof aveva tentato di trasformare questa incertezza in tema narrativo, costruendo un film che riflettesse sul conflitto tra innovazione e nostalgia — due forze che da anni dividono il fandom della saga. Ma proprio questa scelta metanarrativa ha contribuito a rendere il progetto difficile da sviluppare in modo lineare.

Dopo il suo allontanamento, il film ha continuato a cambiare direzione: prima con Steven Knight, poi con George Nolfi, mentre la regia è rimasta affidata a Sharmeen Obaid-Chinoy. Una rotazione creativa che evidenzia quanto il progetto sia ancora alla ricerca di una forma definitiva.

Nel frattempo, l’universo cinematografico di Star Wars si prepara a ripartire con The Mandalorian & Grogu e con il film Starfighter previsto per il 2027, segno che Lucasfilm sta cercando nuovi punti di equilibrio tra espansione seriale e ritorno al cinema.

The Boys cambierà “genere” nel 2027! Ecco cosa aspettarci da Vought Rising

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Con la conclusione della serie principale, The Boys non si ferma davvero: secondo una nuova analisi del franchise, l’universo Prime Video si sta ormai trasformando a tutti gli effetti in una struttura espansa simile ai grandi cinematic universe contemporanei. Il finale della serie ha infatti consolidato una realtà narrativa che continuerà a svilupparsi attraverso spin-off e prequel già in produzione.

Il caso più emblematico è Vought Rising, il prequel ambientato negli anni ’50 che esplorerà le origini della Vought e il passato di Soldier Boy e Stormfront attraverso una struttura ibrida tra mystery e period drama. Come evidenziato dall’analisi di ScreenRant, la quinta stagione della serie principale ha spesso funzionato quasi come introduzione indiretta a questo nuovo progetto, con una forte centralità proprio del personaggio di Soldier Boy e un focus crescente sulla mitologia della Vought. Il risultato è una transizione quasi naturale verso un franchise sempre più frammentato e modulare.

La trasformazione è significativa perché ribalta l’idea originaria della serie. The Boys nasceva infatti come satira dei grandi universi supereroistici, mentre oggi si trova nella posizione opposta: un franchise che si espande attraverso spin-off, generi diversi e linee temporali multiple, esattamente come quelli che originariamente prendeva in giro.

Vought Rising e la metamorfosi del VCU: dal sarcasmo supereroistico al franchise multi-genere

Il cosiddetto “VCU” (Vought Cinematic Universe) non sta semplicemente copiando il modello Marvel o DC, ma lo sta reinterpretando in chiave più ibrida e sperimentale. Ogni spin-off sembra infatti assumere un’identità autonoma: Gen V ha adottato i codici del teen drama universitario, mentre Diabolical ha esplorato generi diversi episodio per episodio, dalla commedia slapstick al K-horror fino all’anime.

In questo contesto, Vought Rising rappresenta il passo più radicale: un cambio completo di tono verso il period drama e il crime investigativo, con una forte componente romantica e politica. Questo approccio consente al franchise di evitare la ripetizione del modello narrativo principale, trasformando ogni progetto in una declinazione autonoma dello stesso universo.

La conseguenza più interessante è però culturale prima ancora che industriale. “The Boys” non è più soltanto una parodia dei supereroi, ma un ecosistema narrativo che riflette la logica stessa che criticava: espansione continua, moltiplicazione dei punti di vista e costruzione di un universo senza fine definito.

In questo senso, il finale della serie non rappresenta una conclusione ma una soglia. Il mondo di Homelander, Butcher e Soldier Boy non si chiude: si frammenta in nuove storie, nuovi generi e nuove linee temporali. E proprio questa frammentazione sembra essere la vera eredità del franchise.

Widow’s Bay: la comedy horror di Apple TV diventa la rivale di Scissione

Con Scissione, Apple TV è riuscita a costruire una serie capace di distinguersi grazie al suo stile originale, ma ora la piattaforma sembra aver trovato anche una valida rivale interna. Scissione mescola fantascienza, thriller psicologico e commedia, motivo per cui riesce a offrire così tanti elementi diversi. Ed è proprio questa combinazione una delle ragioni principali del suo enorme successo, dato che riesce a soddisfare pubblici differenti. La storia è complessa e ricca di colpi di scena, la tensione è davvero inquietante e l’umorismo ha uno stile unico e particolare. Nel complesso, Scissione raggiunge un equilibrio che poche altre serie riescono anche solo a sfiorare.

Sebbene ogni componente contribuisca al successo dello show, sono soprattutto gli aspetti psicologici a sostenere l’intera narrazione. È fondamentale che gli spettatori provino una costante sensazione di disagio durante la visione, aumentando così la suspense e rendendo i momenti comici, spesso volutamente bizzarri, ancora più efficaci. A quanto pare, mettere sotto pressione il pubblico e creare tensione mentale è un ottimo modo per tenerlo coinvolto.

Adesso Apple TV sembra aver riproposto quella formula vincente nella nuova serie Widow’s Bay. Lo show si avvicina maggiormente a una classica horror comedy, ma gli episodi più recenti hanno dato molto più spazio alla tensione psicologica. È proprio questo che ha trasformato ufficialmente Widow’s Bay in una vera rivale di Scissione.

Le tensioni psicologiche di Widow’s Bay sono allo stesso livello di Scissione

Widow’s Bay
Matthew Rhys in “Widow’s Bay,” premiering April 29, 2026 on Apple TV.

La storia di Widow’s Bay segue Tom Loftis (Matthew Rhys), sindaco di una cittadina su un’isola del New England. Il suo piano è quello di trasformare il luogo in un’attrazione turistica, ma i bizzarri abitanti della località che dà il titolo alla serie lo mettono in guardia: sostengono che l’isola sia maledetta. Tom inizialmente liquida le loro affermazioni con irritazione e incredulità, per poi scoprire rapidamente che avevano completamente ragione.

La natura di questa maledizione spinge questa serie verso l’horror soprannaturale, distinguendola nettamente da Scissione. Tuttavia, la serie Apple TV non si limita a un unico tipo di terrore. L’isola è infestata da nebbie che sottraggono le anime, serial killer mostruosi, clown fantasma, libri demoniaci e pestilenze, oltre a molte altre minacce.

Questa varietà consente a Widow’s Bay di attraversare diversi sottogeneri del thriller, mentre gli episodi più recenti si avvicinano sempre più a quelle stesse tensioni psicologiche che hanno reso Scissione così efficace.

Widow’s Bay ha molti elementi che Scissione non possiede

Widow’s Bay
Jeff Hiller e Kate O’Flynn in “Widow’s Bay”, disponibile dal 29 aprile 2026 su Apple TV.

Scissione è ormai un vero cult, quindi per Widow’s Bay non è affatto semplice competere in termini di popolarità e pubblico all’interno del catalogo Apple TV. Solo il tempo potrà dire se riuscirà davvero a imporsi come una serie superiore, ma sicuramente ha iniziato con il piede giusto, grazie a diverse caratteristiche originali, coinvolgenti e ricche di tensione che Scissione non possiede.

Come già accennato, la serie sfrutta molti classici dell’horror. La serie si diverte a giocare con il genere, riempiendo la narrazione di numerosi archetipi e cliché tipici delle storie horror. Questo contribuisce sicuramente anche alla componente comica, ma non riduce l’impatto delle parti più inquietanti. Widow’s Bay è infatti un horror a tutti gli effetti, capace di generare paura nello spettatore come qualsiasi altra opera del genere. Un elemento che Scissione non può realmente vantare.

Inoltre, Widow’s Bay non richiede lo stesso livello di attenzione e sforzo mentale di Scissione. I thriller psicologici tendono a essere più complessi e impegnativi, e sebbene Widow’s Bay includa alcune dinamiche di questo tipo, il suo mistero narrativo è molto meno stratificato. Non si tratta di una visione “leggera” in senso stretto, perché mantiene alta la tensione e l’inquietudine per tutto il tempo, ma in generale è meno esigente dal punto di vista interpretativo.

Nel complesso, Scissione e Widow’s Bay offrono due esperienze molto diverse, anche se chi apprezza le componenti psicologiche dell’una potrebbe facilmente gradire anche l’altra. Gli amanti dell’horror più diretto, oppure chi trova troppo complessi gli aspetti cognitivi di Scissione, sono più inclini a preferire Widow’s Bay. In ogni caso, entrambe restano due ottime serie Apple TV. Se continueranno a competere tra loro, il risultato sarà comunque positivo per il pubblico.

The Boys: i personaggi “storici” che sono sopravvissuti fino alla fine! ATTENZIONE SPOILER

Nel corso delle cinque stagioni di The Boys, ci sono state molte perdite, con diversi personaggi che sono morti nel corso dei sette anni di storia della serie. Tuttavia, alcuni fortunati sono riusciti a superare le avversità e ad arrivare dalla prima stagione fino ai titoli di coda, rimanendo in vita.

In questa lista, consideriamo solo i personaggi apparsi nella quinta stagione e di cui sappiamo con certezza che sono sopravvissuti. Ad esempio, l’ultima volta che abbiamo visto Queen Maeve, era viva e vegeta, eppure non è apparsa nel capitolo finale, rendendo impossibile conoscere il suo vero destino dopo essere stata assente dalla storia per diversi anni.

Pertanto, tra tutti gli eroi e i cattivi apparsi nella prima stagione, solo un piccolo numero di noi sa con certezza che è sopravvissuto al finale della quinta stagione di The Boys. Ecco quindi tutti i personaggi originali ancora presenti dopo il finale.

Hugh Campbell (Hughie)

The Boys

La sopravvivenza di Hughie nella quinta stagione di The Boys sembrava quasi inevitabile, dato che è probabilmente il personaggio più morale dell’intera serie. Tuttavia, nulla era davvero certo, soprattutto considerando quanto l’adattamento televisivo si sia allontanato dai fumetti. Fortunatamente, Hugh Campbell è sopravvissuto e ha ottenuto il finale che meritava.

Dopo che la sua vita normale è stata distrutta quando A-Train ha ucciso la sua ragazza nella prima stagione, Hughie ha sopportato più dolore e sofferenza di molti altri personaggi, riuscendo comunque a restare fedele a sé stesso. Ha rischiato la vita più volte, anche nel finale, dove lui e MM sono riusciti a uccidere Oh Father.

Dopo lo scontro finale con Butcher, durante il quale è stato costretto a uccidere il suo storico alleato, Hughie ha aperto un negozio di elettronica e sta per diventare padre. Finalmente, questo gli offre un po’ di pace e una vita normale.

Annie January (Starlight)

The Boys

Come Hughie, anche Annie è stata al centro di gran parte della trama di The Boys e, nel corso della serie, ha dovuto affrontare numerosi traumi. All’inizio della prima stagione era una giovane eroina piena di ambizione, ma ha presto sperimentato in prima persona la corruzione e i crimini della Vought, trasformandosi gradualmente in un simbolo della resistenza contro questa malvagia multinazionale.

Nonostante il percorso narrativo di Starlight in The Boys sia stato a tratti controverso, Annie ha sempre cercato di fare la cosa giusta, rendendo il suo lieto fine accanto a Hughie pienamente meritato. Dopo aver causato la morte di The Deep e aver preso parte al funerale di Butcher, il salto temporale del finale rivela che è incinta: lei e Hughie decidono infatti di chiamare il loro bambino Robin.

Questo, però, non le impedisce di continuare a essere un’eroina. L’ultima volta che la vediamo, infatti, è mentre vola via per fermare un crimine, dimostrando che Annie è ancora determinata ad aiutare le persone anche dopo aver sconfitto Homelander. Tecnicamente, la sua scena finale conferma anche la sopravvivenza di sua madre, un altro personaggio presente fin dalla prima stagione, sebbene non compaia mai direttamente sullo schermo.

Marvin Milk (MM) e la sua famiglia

The Boys

Per gran parte della quinta stagione, sembrava che ci volesse un miracolo perché MM riuscisse a sopravvivere al finale di The Boys. Pur restando uno dei membri più intelligenti e influenti del gruppo, il cambiamento nella sua personalità nel corso della stagione lo ha portato spesso a mettersi in pericolo. Il suo stato mentale sempre più instabile e distaccato faceva apparire la sua morte come inevitabile.

Invece, durante “Blood and Bone”, MM riesce a uccidere un altro supereroe e a uscire sano e salvo dalla Casa Bianca. Dopo aver visitato la tomba di Butcher insieme al resto del gruppo, si riunisce alla sua famiglia, si risposa con Monique e sembra finalmente riuscire a costruirsi quella vita tranquilla che desiderava da tempo, accogliendo anche Ryan nella sua casa.

Kimiko Miyashiro

The Boys

Kimiko ha avuto un ruolo fondamentale nel finale della quinta stagione di The Boys, trovandosi al centro dello scontro conclusivo. Insieme a Butcher ha affrontato Homelander prima che Ryan si unisse alla battaglia e, anche se ci è voluto del tempo, alla fine è riuscita a scatenare l’esplosione che ha annullato i poteri degli altri tre, permettendo così a Butcher di uccidere Homelander.

Sebbene durante lo scontro abbia riportato diverse ferite e contusioni, Kimiko è sopravvissuta ed è stata la prima a lasciare il gruppo dopo aver reso omaggio a Butcher. In seguito decide di andare in Francia e di cenare da sola in un caffè, immaginando apparentemente Frenchie seduto accanto a lei, a suggerire che il ricordo e l’amore per lui continueranno sempre ad accompagnarla.

Si tratta di una conclusione dal sapore agrodolce, ma Kimiko è comunque una dei quattro membri dei Boys sopravvissuti al finale, ottenendo finalmente la possibilità di lasciarsi il passato alle spalle e iniziare una vita migliore.

Ryan Butcher

The Boys

Nonostante sia apparso soltanto più avanti nella serie, Ryan è comunque presente fin dalla prima stagione di The Boys, soddisfacendo quindi i criteri di questa lista. Essendo il figlio di Homelander, il suo percorso è stato estremamente turbolento: il rapporto con Homelander e Butcher ha attraversato continui alti e bassi nel corso della serie, mettendolo in una posizione particolarmente difficile nel finale.

Alla fine, Ryan prende la decisione giusta schierandosi contro il principale antagonista di The Boys e contribuendo indirettamente alla sua morte. Successivamente decide di prendere le distanze da Butcher, ma partecipa comunque al raduno sulla tomba del suo patrigno prima di andare via con MM, riunendosi di fatto a quella che ormai considera la sua vera famiglia.

Anche se Ryan non è stato lui a uccidere Homelander nella quinta stagione di The Boys, ha ancora molto da elaborare, soprattutto dopo aver perso i suoi poteri. Tuttavia, MM sembra essere la persona più adatta a prendersi cura di lui, rendendo il finale dei due particolarmente appropriato e significativo.

Ashley Barrett

The Boys Considerando che lavorava alla Vought fin dalla prima stagione, la sopravvivenza di Ashley nel finale di The Boys è stata un miracolo, anche se l’esito della sua vicenda non è stato completamente positivo. Dopo aver assistito a molte delle atrocità commesse dalla Vought nel corso degli anni, principalmente per paura, Ashley si è finalmente fatta avanti nel finale aiutando i Boys a infiltrarsi nella Casa Bianca.

Non l’abbiamo più vista fino a quando non ha pronunciato un discorso in cui annunciava che non si sarebbe dimessa dalla carica di Presidente degli Stati Uniti, salvo poi essere caduta vittima di impeachment, come apprendiamo da un notiziario nel finale di puntata. Tutto sommato, il destino di Ashley avrebbe potuto essere molto peggiore, e il fatto di essere scampata al caos scatenatosi alla Vought è comunque un motivo per festeggiare.

Stan Edgar

The Boys Avendo lavorato con i Sette e i Boys, Stan Edgar ha affrontato numerose occasioni in cui avrebbe potuto morire, eppure ha concluso la serie dove l’aveva iniziata, al comando della Vought. Fin dalla prima stagione, Stan è stato presentato come una figura astuta e uno dei pochi personaggi abbastanza coraggiosi da opporsi a Homelander.

Nonostante sia stato estromesso dall’azienda e persino imprigionato dal cattivo, Stan è riuscito ad aspettare il momento giusto e a ottenere esattamente ciò che voleva. Ha persino preannunciato la sua fine, come dimostra il suo discorso all’inizio della quinta stagione di The Boys, in cui affermava che il capitalismo vince sempre e che nessuno può trarne vantaggio meglio di lui.

Nel bene o nel male, questo individuo egoista si trova di nuovo in una posizione di potere e, che cambi la Vought in meglio o che riprenda da dove aveva lasciato, Stan è uno dei pochi personaggi originali della prima stagione ad essere arrivato ai titoli di coda di The Boys.

Robert Singer

The Boys Sebbene Robert Singer sia apparso piuttosto raramente in The Boys, il Presidente degli Stati Uniti è naturalmente una figura importante e, in qualche modo, è riuscito a rimanere in vita. Nonostante il suo atteggiamento severo, Singer è sempre stato relativamente pragmatico e ragionevole, consapevole del pericolo che i supereroi rappresentano se non gestiti correttamente.

Ecco perché Homelander e Sage si sono impegnati a fondo per rimuoverlo dall’incarico e lo hanno fatto arrestare ingiustamente, ma Singer è comunque riuscito a farsi riconfermare Presidente degli Stati Uniti nel finale di The Boys. Ha persino offerto un lavoro a Hughie e, sebbene dovrà affrontare una dura battaglia per ricostruire la fiducia del pubblico, Singer sembra all’altezza della sfida e, giustamente, è sopravvissuto.

Nathan Franklin e la sua famiglia

The Boys Dopo la morte di A-Train nella quinta stagione di The Boys, è facile dimenticare che Nathan e la sua famiglia siano apparsi nell’ultima stagione. Tuttavia, pur non comparendo nel finale, Nathan e la sua famiglia erano vivi l’ultima volta che li abbiamo visti, in gran parte grazie al sacrificio di A-Train.

Le sue apparizioni complessive sono state limitate, ma fin dalla prima stagione, Nathan ha influenzato il percorso di suo fratello ed è stato una parte importante del motivo per cui A-Train ha trovato la redenzione. Pertanto, la sopravvivenza di Nathan e della sua famiglia onora il percorso di Reggie, offrendo ai Franklin un finale complessivamente positivo, nonostante la perdita del loro caro dotato di superpoteri.

Le avventure di Cliff Booth arriva in IMAX al cinema!

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Le avventure di Cliff Booth arriva in IMAX al cinema!
Le avventure di Cliff Booth, che vedrà il ritorno di Brad Pitt nei panni di Cliff Booth da una sceneggiatura di Quentin Tarantino -, debutterà con una distribuzione esclusiva di due settimane nelle sale IMAX di tutto il mondo a partire dal 25 novembre 2026, prima dell’arrivo su Netflix il 23 dicembre 2026.

La trama di Le avventure di Cliff Booth

Brad Pitt torna nel ruolo che gli è valso il Premio Oscar, quello di Cliff Booth, ma questa volta siamo nel 1977 e Hollywood è molto diversa. Diretto da David Fincher da una sceneggiatura di Quentin Tarantino, il film vede nel cast anche Elizabeth Debicki, Scott Caan, Carla Gugino, Yahya Abdul-Mateen II e Peter Weller.

  • REGIA: David Fincher
  • SCENEGGIATURA: Quentin Tarantino
  • CAST: Brad Pitt, Elizabeth Debicki, Scott Caan, Carla Gugino, Yahya Abdul-Mateen II, Peter Weller, Matt Groove, JB Tadena, Corey Fogelmanis, Karren Karagulian
  • PRODOTTO DA: Ceán Chaffin, Brad Pitt
  • DIRETTORE DELLA FOTOGRAFIA: Erik Messerschmidt, ASC
  • PRODUCTION DESIGNER: Donald Graham Burt
  • MONTAGGIO: Kirk Baxter, ACE
  • COSTUME DESIGNER: Trish Summerville
  • CASTING: Laray Mayfield
  • SOUND DESIGNER: Ren Klyce
  • STUNT COORDINATOR: Dave Macomber

The Boys finale: perché il destino di Butcher e Homelander è stato cambiato rispetto ai fumetti

Nel finale di The Boys, Eric Kripke sceglie di chiudere la serie nel modo più brutale possibile, ma anche nel più coerente con il percorso costruito in cinque stagioni. La morte di Homelander non è soltanto la conclusione dello scontro tra il superumano più potente del mondo e Billy Butcher: è la distruzione definitiva del mito che la serie aveva costruito attorno al potere, alla celebrità e alla manipolazione politica. Dopo anni di escalation, propaganda e violenza, The Boys rifiuta qualsiasi ambiguità morale residua e decide di guardare direttamente il suo mostro negli occhi.

La scelta più importante, però, riguarda proprio il modo in cui la serie si allontana dai fumetti di Garth Ennis. Nel materiale originale, infatti, Homelander non era realmente responsabile di alcune delle atrocità attribuitegli, perché il vero colpevole era Black Noir, rivelato come suo clone. La serie Prime Video elimina completamente questa possibilità e affida ad Antony Starr il peso totale della mostruosità del personaggio. È una decisione narrativa fondamentale, perché trasforma il finale da semplice twist scioccante a vera resa dei conti morale.

Perché Butcher uccide Homelander nel finale di The Boys

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The Boys 5 – Cortesia Prime Video

La battaglia finale nello Studio Ovale non serve soltanto a offrire lo scontro definitivo tra Butcher e Homelander, ma rappresenta il momento in cui The Boys smette di interrogarsi sulla possibilità di salvare il suo antagonista. Per tutta la serie, Homelander è stato raccontato come un uomo cresciuto senza umanità, deformato dal bisogno disperato di essere amato e contemporaneamente incapace di provare empatia autentica. Tuttavia il finale rifiuta l’idea che questo trauma possa trasformarsi in assoluzione. Quando Kimiko riesce finalmente a privarlo dei poteri grazie all’esplosione derivata da Soldier Boy, Homelander diventa improvvisamente umano nel senso più crudele possibile: vulnerabile, terrorizzato e pronto a implorare pietà.

È proprio qui che Butcher prende la decisione definitiva. L’utilizzo del piede di porco richiama direttamente i fumetti, ma il significato della scena cambia completamente. Nei comics, l’universo di The Boys costruiva una rivelazione che ridimensionava le responsabilità di Homelander; nella serie, invece, Kripke vuole che il pubblico affronti il fatto che il personaggio abbia davvero compiuto tutto ciò che abbiamo visto. Non esiste un clone da incolpare, non esiste una manipolazione finale che riscriva il male. Homelander è sempre stato il prodotto perfetto di un sistema che trasforma il potere in spettacolo e la violenza in consenso politico. Per questo la sua morte non è catartica quanto devastante: Butcher non sta eliminando soltanto un nemico personale, ma il simbolo definitivo dell’America corrotta raccontata dalla serie.

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Il vero significato del finale: The Boys parla della seduzione del potere assoluto

L’aspetto più interessante del finale è che The Boys non conclude davvero la sua riflessione sui supereroi, ma sul fascismo mediatico. Homelander non è mai stato soltanto una parodia di Superman: nel corso delle stagioni è diventato la rappresentazione di una figura politica costruita attraverso paura, populismo e culto della personalità. La sua trasformazione in leader quasi dittatoriale nella quinta stagione rende esplicito ciò che la serie suggeriva da anni: i superpoteri sono soltanto uno strumento, mentre il vero pericolo è la capacità di manipolare masse disposte ad accettare qualsiasi atrocità in cambio di sicurezza e appartenenza.

Per questo la serie sceglie di rendere Butcher meno mostruoso rispetto ai fumetti. Nel materiale originale, il personaggio finiva per massacrare quasi tutti i membri dei Boys nel tentativo genocida di eliminare i superumani. La serie evita volutamente questa deriva totale perché vuole preservare un residuo di speranza emotiva. Hughie e Annie che costruiscono una famiglia, MM e Kimiko che sopravvivono, persino la possibilità di un futuro dopo Homelander, servono a evitare che il racconto si trasformi in puro nichilismo. Kripke sembra suggerire che il vero antidoto al potere assoluto non sia la vendetta, ma la capacità di mantenere relazioni umane autentiche in un mondo dominato dalla spettacolarizzazione della violenza.

Perché Eric Kripke cambia il finale dei fumetti di Garth Ennis

La decisione di modificare radicalmente il finale dei comics rivela anche la differenza profonda tra il linguaggio televisivo e quello fumettistico. Nei fumetti di Ennis, il twist su Black Noir funzionava come provocazione estrema, coerente con il tono satirico e cinico dell’opera originale. In televisione, però, cinque stagioni costruite attorno alla performance di Antony Starr rendevano impossibile scaricare tutto su un sostituto narrativo. Kripke lo ha spiegato chiaramente: dopo anni passati a seguire Homelander, sarebbe stato insoddisfacente scoprire che non fosse davvero responsabile delle sue azioni.

Questa scelta dimostra anche quanto la serie abbia progressivamente superato il fumetto in termini di profondità psicologica. Il Black Noir dei comics era essenzialmente uno shock narrativo; quello della serie diventa invece una figura tragica e marginale, già distrutta molto prima del finale. La morte del primo Noir per mano di Homelander nella terza stagione eliminava infatti qualsiasi possibilità di adattamento fedele. Da quel momento, The Boys ha iniziato apertamente a costruire una propria identità autonoma, meno interessata al nichilismo assoluto di Ennis e più focalizzata sulla disintegrazione morale dell’America contemporanea.

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Cosa lascia davvero aperto il finale di The Boys e il futuro dell’universo Prime Video

Anche se la serie principale è conclusa, il finale lascia volutamente aperta la possibilità che il mondo di The Boys continui a esistere senza Homelander. È qui che entra in gioco Vought Rising, il prequel ambientato negli anni Cinquanta con Soldier Boy e Stormfront. La scelta di tornare alle origini della Vought suggerisce infatti che il vero tema dell’universo creato da Kripke non fosse un singolo villain, ma il sistema che produce continuamente figure come Homelander.

In questo senso, il finale assume un valore quasi ciclico. Eliminare Homelander non significa distruggere definitivamente ciò che rappresentava, perché la Vought, la propaganda e la commercializzazione del potere restano ancora vive. È un finale meno consolatorio di quanto sembri: i protagonisti sopravvivono, ma il meccanismo che ha creato il disastro continua a esistere. Ed è probabilmente questa l’idea più inquietante lasciata da The Boys dopo cinque stagioni: il problema non era soltanto Homelander, ma il mondo che aveva bisogno di lui.

Perché Queen Maeve non è tornata nell’episodio finale di The Boys?

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Tra le grandi assenze del finale di The Boys, quella di Queen Maeve è stata senza dubbio una delle più discusse dai fan. Ora lo showrunner Eric Kripke ha finalmente spiegato perché il personaggio interpretato da Dominique McElligott non è comparso nella quinta stagione né nell’episodio conclusivo della serie Prime Video.

In un’intervista a Gold Derby, Kripke ha rivelato di aver effettivamente contattato McElligott per discutere un possibile ritorno di Maeve. Tuttavia, l’attrice avrebbe rifiutato per motivi personali e professionali, essendosi ormai quasi ritirata dalla recitazione e avendo problemi di disponibilità. Lo showrunner ha sottolineato che la situazione è stata “amichevole e non controversa”, spiegando che avrebbe voluto riportare Maeve nel finale ma che semplicemente non è stato possibile organizzarlo.

Nonostante l’assenza fisica del personaggio, Kripke ha però voluto che la sua eredità restasse centrale nel finale. In particolare attraverso il dialogo tra Starlight/Annie January e Marie Moreau, dove viene esplicitamente mostrata una sorta di passaggio di testimone tra generazioni di eroine. Secondo Kripke, Maeve rappresenta l’inizio di una “linea di donne forti” che continua attraverso Annie e si proietta verso il futuro dell’universo narrativo.

La scelta è significativa perché conferma ancora una volta come il finale di The Boys sia stato costruito non solo per chiudere una storia, ma anche per ridefinire il futuro del franchise. E Maeve, pur assente, resta una figura fondamentale proprio per questo passaggio simbolico.

Queen Maeve diventa il simbolo dell’eredità femminile nell’universo di The Boys

Fin dalla prima stagione, Queen Maeve è stata uno dei personaggi più tragici e complessi della serie. Intrappolata dentro il sistema Vought, cinica e traumatizzata dalla violenza di Homelander, Maeve rappresentava il lato più disilluso del supereroismo in The Boys.

La sua evoluzione nella stagione 3 — culminata nello scontro diretto contro Homelander e nella scelta di vivere finalmente una vita normale con Elena — aveva già dato al personaggio una conclusione relativamente definitiva. Inoltre, la perdita dei poteri causata dall’esplosione di Soldier Boy rendeva meno necessaria la sua presenza nel confronto finale.

Tuttavia, il dialogo tra Annie e Marie nel finale dimostra che Kripke considera Maeve qualcosa di più di una semplice ex membro dei Seven: è il punto di origine morale delle future eroine dell’universo. Una scelta che collega direttamente “The Boys” a Gen V e ai futuri spin-off, costruendo una continuità narrativa fondata non solo sui poteri, ma sulle conseguenze psicologiche e ideologiche lasciate dai personaggi storici.

Questo approccio suggerisce anche che il franchise stia progressivamente spostando il proprio focus verso una nuova generazione di protagonisti. E il fatto che Kripke abbia lasciato aperta la possibilità di un eventuale ritorno di Maeve in The Boys: Mexico dimostra che il personaggio non è considerato davvero concluso.

Anche senza apparire nel finale, Queen Maeve continua quindi a influenzare il mondo di The Boys. E forse è proprio questo il segno più evidente della sua importanza nella serie.

Michael Bay alla regia di un film sul salvataggio dei piloti USA in Iran

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Dopo aver raccontato guerre, invasioni aliene e operazioni militari ad alto tasso di spettacolarità, Michael Bay torna al cinema bellico ispirato a eventi reali. Secondo quanto riportato da Deadline, il regista svilupperà per Universal Pictures un nuovo film dedicato alla recente operazione di salvataggio che ha riportato in salvo due aviatori statunitensi abbattuti dietro le linee nemiche in Iran durante l’operazione “Epic Fury”.

Il progetto sarà tratto dal prossimo libro del giornalista e scrittore Mitchell Zuckoff, in uscita nel 2027 per HarperCollins. La vicenda racconta il recupero di due membri dell’equipaggio di un caccia F-15E Strike Eagle precipitato sui monti Zagros, in Iran, nel corso di una missione militare avvenuta pochi mesi fa. Dopo l’abbattimento del velivolo, le forze armate statunitensi avviarono una complessa operazione di estrazione dietro le linee ostili, riuscendo a recuperare sia il pilota sia l’ufficiale addetto ai sistemi d’arma. Una storia che, inevitabilmente, ha attirato l’attenzione di Bay, da sempre interessato a racconti di guerra e missioni ad altissima tensione.

Questa notizia dice molto non soltanto sul prossimo progetto del regista, ma anche sulla direzione che Hollywood continua a seguire nel racconto del conflitto contemporaneo. Il cinema americano torna ancora una volta a trasformare operazioni militari recentissime in grandi spettacoli cinematografici, mescolando patriottismo, ricostruzione realistica e azione adrenalinica. Nel caso di Bay, però, c’è anche una componente personale: il regista ha costruito gran parte della sua carriera collaborando direttamente con le forze armate statunitensi, sviluppando un linguaggio visivo che ha spesso celebrato la macchina militare americana come elemento spettacolare e simbolico.

Dopo 13 Hours, Michael Bay torna al cinema di guerra ispirato a fatti reali

Il nuovo film riunirà Bay con i produttori Scott Gardenhour ed Erwin Stoff, già al suo fianco in 13 Hours: The Secret Soldiers of Benghazi, uno dei lavori più cupi e realistici della filmografia del regista. Non è un dettaglio secondario: rispetto a franchise come Transformers o Bad Boys, proprio 13 Hours aveva mostrato un Bay più interessato alla tensione operativa e alla ricostruzione militare che all’ironia o alla spettacolarizzazione estrema.

Commentando il progetto, il regista ha dichiarato: “Ho avuto una straordinaria collaborazione nel corso dei miei trent’anni di carriera con il Dipartimento della Guerra e con incredibili membri delle forze armate statunitensi. Nel mio film 13 Hours nessuna forza di soccorso rispose alla richiesta d’aiuto. Questo film parla invece di tutti coloro che hanno risposto alla chiamata in una delle operazioni più complesse, intricate e ad alto rischio della storia recente. Celebra il vero eroismo e la dedizione incrollabile dei nostri militari”.

Le sue parole chiariscono già quale sarà il tono dell’opera: meno riflessione politica e più celebrazione dell’intervento militare come atto eroico collettivo. È un approccio coerente con la poetica di Bay, che negli ultimi trent’anni ha costruito un immaginario fortemente legato all’estetica delle forze armate americane. Film come Pearl Harbor, Armageddon e la saga di Transformers hanno infatti beneficiato di un’enorme collaborazione logistica da parte dell’esercito statunitense.

Resta ora da capire quanto il film vorrà spingersi verso il realismo documentaristico e quanto invece abbraccerà il lato più spettacolare del cinema di Bay. Il materiale di partenza sembra perfetto per entrambe le direzioni: una missione di recupero dietro linee nemiche, ambientazioni montuose, operazioni aeree e tensione geopolitica contemporanea. Tutti elementi che potrebbero trasformare il progetto in uno dei war movie più discussi dei prossimi anni.

Passenger: la recensione del nuovo horror di André Øvredal

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Passenger: la recensione del nuovo horror di André Øvredal

Passenger è il nuovo film horror diretto da André Øvredal, in uscita nelle sale il 21 maggio 2026. Scritto da T.W. Burgess e Zachary Donohue, il progetto è stato annunciato ufficialmente nell’ottobre del 2024 e vede tra i produttori Walter Hamada e Gary Dauberman. Il film è interpretato da Melissa Leo, Lou Llobell e Jacob Scipio. Le riprese si sono svolte a Seattle, negli Stati Uniti, nel gennaio 2025. Alcuni proprietari dei camper utilizzati nel film hanno inoltre preso parte alla produzione come comparse insieme ai loro veicoli, mentre diversi artigiani e commercianti locali hanno partecipato alle scene ambientate lungo il viaggio dei protagonisti esponendo e vendendo prodotti reali durante le riprese. La colonna sonora del film è stata composta da Christopher Young.

La trama di Passenger

La storia di Passenger segue una giovane coppia in viaggio attraverso gli Stati Uniti a bordo di un vecchio furgone camperizzato. Quella che dovrebbe essere una fuga romantica lontano dalla routine quotidiana cambia improvvisamente direzione quando i due assistono a un terribile incidente in mezzo ai boschi, nel quale il conducente di un altro veicolo perde la vita in circostanze misteriose e particolarmente violente. Sconvolti dall’accaduto ma desiderosi di lasciarsi tutto alle spalle, i due riprendono il viaggio convinti di essersi allontanati dall’orrore.

Ben presto, però, iniziano a percepire strane presenze attorno a loro. La situazione precipita quando comprendono di non essere più soli. Un’entità demoniaca si è insinuata nel loro viaggio trasformandosi in un silenzioso e terrificante “passeggero”, deciso a perseguitarli senza tregua. Invisibile ma onnipresente, la creatura sembra nutrirsi delle loro paure e insinuarsi lentamente nelle loro menti, mettendo alla prova il rapporto della coppia e la loro stessa lucidità. Mentre il viaggio si trasforma in una fuga disperata attraverso strade deserte, motel isolati e cittadine dimenticate, i protagonisti cercano di capire come sconfiggere la presenza.

Passenger: immagini ritornanti

Il cinema è da sempre spazio di immagini ritornanti. E su questo presupposto si basano le poche belle intuizioni di Passenger. Il film di André Øvredal gioca infatti apertamente su tutta una serie di codici tipici dell’horror, ma, innanzitutto, ricorda e tiene a ricordare quanto il genere, almeno nella sua declinazione moderna, si intrecci da decenni con il linguaggio del road movie. Da Non aprite quella porta in poi, non a caso, paura e morte si sono spesso configurati come luoghi a cui tendere, località da raggiungere, case da “invadere”. Ambienti che Øvredal sceglie di mescolare o per meglio dire sintetizzare nella costruzione di una personalissima nomad-land di case nel bosco su ruote e maledizioni itineranti. Campeggiando cioè negli spazi di culto dei film dell’orrore, in una sorta di ragionamento “a tappe” con destinazione esorcismo.

Abbonda allora l’oggettistica che da sempre affolla il genere, dal pupazzetto semovibile di Bob, alla catenina di San Cristoforo protettore dei viaggiatori, passando per prontuari di linguaggi arcaico-simbolici e negozietti di cianfrusaglie varie sparsi lungo il cammino. Nè mancano, invero, alcuni (rari) frangenti di tensione ben costruita o puro “divertimento”. Come nella sequenza nel parcheggio in cui Maddie fatica a tornare a bordo del proprio camper – e una volta a bordo perde ogni punto di riferimento a dispetto del dedalo di telecamere che paiono restituire solo frammenti di (ir)realtà. O come quando, inizialmente intenti a gustarsi una serata cinema tra le fronde degli alberi, i due innamorati decidono di servirsi della luce del proiettore per tentare di svelare la malvagia presenza che incombe su di loro. E in cui il mostro sembra di fatto divorare su due fronti la romance-comedy in atto.

Vociare informe e decontestualizzato

Ma sono solo sprazzi. Pennellate di colore qua e là all’interno di un quadro ben più smunto, a tratti monocromatico e quasi auto-condannatosi alla mediocrità. E di fatto rimane ben poco di cui discutere a fronte di un film che annacqua le intriganti premesse di partenza nel solito viaggio a due alla scoperta delle radici della maledizione di turno.
Ci confessiamo anzi delusi dall’ennesima opera che, fatta eccezione per le scene citate, sembra aver dimenticato cosa sia la paura. Che è questione di evocazione, di suspence, di studio degli spazi e delle e angustie del contemporaneo, e non può limitarsi allo spavento istantaneo e decontestualizzato. Ecco, Passenger parla, parla anche a lungo (forse perfino troppo), ma di ciò che sta al di là della macchina da presa dice ben poco. E anziché radicarsi nel presente come diverse grandi firme dell’horror hanno dimostrato di sapere fare (i nomi sono i soliti Peele, Mitchell, Flanagan), preferisce invece accordarsi al vociare informe di tanta marmaglia. Regalandoci una finta variazione sul tema di un pietanza che, lo ammettiamo, iniziamo a far fatica a digerire.

Gen V: Eric Kripke svela quale sarebbe stata la trama della stagione 3

La notizia della cancellazione di Gen V è arrivata mentre la quinta stagione di The Boys era ancora in corso. Alcuni protagonisti dello spin-off, come Marie Moreau (Jaz Sinclair), Jordan Li (London Thor) ed Emma Meyer (Lizze Broadway), fanno comunque alcune apparizioni nella conclusione della serie madre, ma con ruoli piuttosto limitati e senza una vera chiusura per le loro storie.

Durante un’intervista concessa a Variety in occasione del finale di The Boys, Eric Kripke ha parlato delle possibili direzioni future del franchise. Lo showrunner ha spiegato che la terza stagione di Gen V avrebbe ruotato attorno al ritorno di Stan Edgar (Giancarlo Esposito) alla guida della Vought e alla nuova posizione dell’azienda contro i supereroi. Gli ex studenti della Godolkin University si sarebbero quindi trovati nel mezzo delle conseguenze di questo cambiamento.

Le dichiarazioni di Eric Kripke

Giancarlo Esposito in The Boys

Ecco cosa ha dichiarato: “Se avessimo continuato con Gen V, nel finale stavamo chiaramente indicando che il testimone passava da Annie a Marie come la ‘super’ buona da seguire. Mi piacerebbe trovare un modo per continuare quella storia. Siamo ancora in una fase molto embrionale per capire se ci siano idee che ci entusiasmano davvero. È come avere tutte queste bombe inesplose sparse ovunque. Hai Stan Edgar che praticamente rinnega i rapporti con i supereroi, quindi queste persone che per tutta la vita sono state coccolate e protette si ritrovano improvvisamente allo sbando. Chi proverà a diventare una Jessica Jones, e chi invece sceglierà di diventare un supercriminale? Ci porta verso sviluppi davvero affascinanti che mi piacerebbe esplorare, e la speranza era di mettere i ragazzi di Gen V proprio al centro di tutto questo. Ma speriamo ancora di riuscirci, magari inserendo alcuni di quei personaggi nelle altre storie di cui stiamo parlando.

Senza entrare troppo nei dettagli, sì, sarebbe stata la stagione 3 di Gen V. Le sfide narrative che i personaggi avrebbero dovuto affrontare erano quasi una metafora della giovane età adulta: ti ritrovi nel mondo reale e non esistono più infrastrutture o posti di lavoro. Come costruisci un futuro per te stesso? E come affronti certi supereroi che scelgono semplicemente di diventare dei villain?

Gli ex studenti della Godolkin davanti a una nuova realtà

Il finale della seconda stagione di Gen V mostra la morte di Thomas Godolkin (Ethan Slater) e, con la Vought ormai schierata contro i super, anche la Godolkin University sarebbe stata destinata a chiudere. La serie avrebbe quindi seguito Marie e i suoi amici mentre cercano di adattarsi a una realtà che non è più pronta ad accoglierli.

I protagonisti si sarebbero ritrovati a gestire il caos lasciato dagli eventi finali di The Boys dopo la caduta di Homelander (Antony Starr). Da una parte avrebbero aiutato i super intenzionati a usare i propri poteri nel modo giusto; dall’altra, sarebbero stati costretti a fermare chi avrebbe approfittato della situazione per diventare un villain.

Anche Stan Edgar avrebbe avuto un ruolo centrale. Nella seconda stagione aveva collaborato con Marie e gli altri studenti, condividendo informazioni sul Project Odessa per combattere nemici comuni. Tuttavia, una volta tornato al comando della Vought e assunto un atteggiamento apertamente anti-super, sarebbe probabilmente diventato di nuovo uno dei principali antagonisti.

I poteri di Marie e il futuro del franchise

The Boys 5 episodio 5

La seconda stagione di Gen V aveva dato molto spazio alle straordinarie capacità di Marie, inclusa la possibilità di riportare in vita i morti. La terza stagione avrebbe approfondito ulteriormente questo aspetto, mostrando la protagonista mentre mette davvero alla prova i suoi poteri in un mondo pieno di supereroi fuori controllo dopo l’abbandono della Vought. Nella quinta stagione di The Boys, invece, Marie compare soprattutto nel rapporto con Starlight/Annie January (Erin Moriarty) e nel passaggio simbolico della leadership alla nuova generazione.

Kripke ha inoltre confermato che esistono ancora idee per espandere l’universo di The Boys. Alcuni personaggi e trame di Gen V potrebbero quindi riapparire in futuri spin-off. Uno dei progetti già in sviluppo è The Boys: Mexico, ambientato dopo il finale della serie principale, che potrebbe offrire spazio al ritorno di alcuni volti già conosciuti.

Al momento, però, l’unico spin-off ufficialmente confermato resta Vought Rising, serie prequel ambientata negli anni ’50 che racconterà le origini della Vought, di Soldier Boy (Jensen Ackles), Clara Vought/Stormfront (Aya Cash) e dei primi super sottoposti al V1. Proprio perché ambientata nel passato, sembra difficile che possa collegarsi direttamente agli eventi di Gen V, a meno di sorprese future legate a Soldier Boy dopo il finale di The Boys.

Tutti gli episodi di The Boys e Gen V sono disponibili in streaming su Prime Video.

Cannes 79, red carpet: The Man I Love e Roma Elastica

Cannes 79, red carpet: The Man I Love e Roma Elastica

Ecco le immagini dal red carpet di Cannes 79 dove hanno sfilato i protagonisti di The Man I Love, film in concorso con Rami Malek diretto da Ira Sachs, e il cast internazionale di Roma Elastica.

Matt Damon in trattative per unirsi al prossimo film dei Daniels

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Matt Damon in trattative per unirsi al prossimo film dei Daniels

Dopo mesi trascorsi sul set monumentale di Odissea di Christopher Nolan, Matt Damon potrebbe aver già trovato il suo prossimo grande progetto. Secondo quanto riportato da Deadline, l’attore è in trattative per diventare il protagonista del nuovo film evento senza titolo diretto dai Daniels, il duo formato da Daniel Kwan e Daniel Scheinert, già autori dell’acclamato Everything Everywhere All at Once.

Il progetto, sviluppato da Universal Pictures nel massimo riserbo, rappresenta uno dei titoli più attesi del prossimo biennio hollywoodiano. Prima di Damon, anche Ryan Gosling era stato vicino al ruolo principale, ma problemi di calendario avrebbero impedito l’accordo definitivo. A quel punto lo studio avrebbe deciso di virare immediatamente su un altro nome di peso. Secondo le fonti americane, Damon avrebbe incontrato recentemente i Daniels, dando il proprio assenso preliminare al film dopo aver letto la sceneggiatura. Le riprese dovrebbero iniziare a Los Angeles entro la fine dell’estate, subito dopo il tour promozionale di Odissea, previsto in sala il 18 luglio.

La notizia conferma due tendenze precise nell’attuale industria hollywoodiana. Da un lato Universal continua a investire su cinema d’autore ad altissimo budget affidato a registi con una forte identità creativa; dall’altro i Daniels sembrano pronti a trasformarsi definitivamente da fenomeno indipendente a nomi centrali del blockbuster contemporaneo. Dopo il trionfo agli Oscar del 2023 con Everything Everywhere All at Once, Hollywood vuole capire se il loro stile visionario possa reggere anche una produzione di scala molto più ampia.

I Daniels preparano un nuovo blockbuster autoriale dopo il successo di Everything Everywhere All at Once

Al momento non esistono dettagli ufficiali sulla trama del film, ma il progetto viene descritto come una grande produzione corale destinata a uscire il 19 novembre 2027. Le indiscrezioni parlano di un cast composto prevalentemente da giovani interpreti, con una singola figura centrale attorno alla quale ruoterà l’intera narrazione. È qui che entra in gioco la possibile presenza di Matt Damon.

L’attore arriva da un periodo particolarmente intenso. Nel 2025 ha girato consecutivamente il thriller Netflix The Rip e il kolossal mitologico di Nolan, affrontando una produzione lunga sei mesi. Secondo Deadline, dopo quell’esperienza Damon aveva inizialmente intenzione di prendersi una pausa e dedicarsi alla famiglia. Il fatto che abbia cambiato idea per il progetto dei Daniels suggerisce quanto il materiale venga considerato promettente all’interno dell’industria.

Per Universal questo film potrebbe rappresentare un nuovo banco di prova dopo il successo ottenuto negli ultimi anni con registi-autori come Christopher Nolan, Jordan Peele e gli stessi Daniels. Il rischio, naturalmente, è che l’enorme attenzione generata da Everything Everywhere All at Once diventi un peso creativo difficile da sostenere. Quel film non era soltanto un successo commerciale e critico: era diventato un simbolo di un certo modo di fare cinema contemporaneo, capace di mescolare fantascienza, dramma familiare e sperimentazione visiva.

La presenza di Damon potrebbe però offrire al progetto una stabilità diversa. L’attore ha spesso alternato cinema spettacolare e produzioni più autoriali, riuscendo a muoversi tra franchise, thriller politici e opere sperimentali senza perdere credibilità. Se l’accordo verrà finalizzato, il nuovo film dei Daniels potrebbe diventare uno degli eventi cinematografici più discussi del 2027, soprattutto in un momento in cui Hollywood cerca disperatamente nuove proprietà originali capaci di competere con sequel e universi condivisi.

Damon Lindelof sul suo film di Star Wars cancellato: “un mix tra nostalgia e revisionismo”

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Prima che Lucasfilm rilanciasse il futuro cinematografico di Star Wars con nuovi progetti guidati da Dave Filoni, Sharmeen Obaid-Chinoy e altri autori, anche Damon Lindelof aveva provato a lasciare il segno nella galassia creata da George Lucas. Lo sceneggiatore di Lost, Watchmen e The Leftovers ha ora raccontato apertamente cosa accadde dietro le quinte del suo misterioso film mai realizzato, rivelando di essere stato allontanato dal progetto dopo due anni di sviluppo.

Parlando nel podcast House of R, Lindelof ha spiegato che il problema principale riguardava il tono del film e il difficile equilibrio tra innovazione e tradizione all’interno del franchise. “Mi chiesero: ‘Secondo te cos’è che dovrebbe essere un film di Star Wars?’ E io risposi: ‘Ecco cosa dovrebbe essere’. E loro dissero: ‘Perfetto, sei assunto’. Poi, due anni dopo, sono stato licenziato”. Lo sceneggiatore ha aggiunto che il progetto cercava di affrontare apertamente il conflitto tra nostalgia e revisione narrativa: “Quello che stavamo tentando di fare era avere questa conversazione all’interno del film: esiste una forza della nostalgia ed esiste una forza della revisione, e sono in contrasto tra loro. Volevamo fare la Riforma protestante dentro Star Wars. E non ha funzionato”.

Le parole di Lindelof fotografano perfettamente la crisi identitaria che Star Wars ha attraversato dopo la trilogia sequel. Da una parte il bisogno di introdurre nuovi personaggi e nuove idee, dall’altra la continua attrazione gravitazionale verso il passato, verso Luke Skywalker, Leia, Han Solo e l’immaginario classico della saga. È probabilmente questo il vero nodo che Lucasfilm non è ancora riuscita a sciogliere del tutto: capire se il futuro del franchise debba essere costruito sulla memoria o sulla trasformazione.

Il film di Damon Lindelof avrebbe potuto cambiare la direzione della saga dopo L’ascesa di Skywalker

Nel suo intervento, Lindelof ha lasciato intendere che il progetto fosse collegato in qualche modo agli eventi di Star Wars: L’ascesa di Skywalker, anche se non era chiaro se dovesse avviare una nuova trilogia oppure raccontare una storia più autonoma. “La scrittura era molto difficile, lenta. Il problema era trovare il tono giusto. Dove si collocava nel canone? Quale relazione aveva con Episodio IX? Doveva essere l’inizio di una nuova trilogia?”, ha spiegato.

Queste dichiarazioni confermano indirettamente quanto Lucasfilm abbia navigato a vista negli anni successivi alla conclusione della saga degli Skywalker. Dopo Il risveglio della Forza, sembrava che il centro emotivo della nuova trilogia fosse rappresentato da Rey, Finn e Poe Dameron, ma col tempo la narrazione è tornata progressivamente verso le icone storiche. “Quando uscì Episodio VII, tutti sapevamo cos’era Star Wars. Era Rey, Finn, Poe… poi però siamo tornati indietro verso Luke, Leia, Han e Chewie”, ha osservato Lindelof.

È un passaggio importante perché spiega anche la direzione attuale del franchise. Serie come The Mandalorian e Ahsoka funzionano proprio perché riescono a muoversi tra due poli: introdurre nuovi protagonisti senza rompere il legame con la mitologia classica. Il progetto di Lindelof, invece, sembrava voler mettere apertamente in discussione questo equilibrio, trasformando il conflitto tra vecchio e nuovo nel tema centrale del film stesso.

Non è detto che quell’idea sia sparita del tutto. Molti dei nuovi progetti annunciati da Lucasfilm — incluso il film con Rey ambientato dopo Episodio IX — sembrano ancora cercare una risposta alla stessa domanda: come può Star Wars evolversi senza smettere di essere riconoscibile?

Sheep in the box, recensione: Hirokazu Koreeda a metà tra AI e Black Mirror

Dopo essersi aggiudicato il premio alla miglior sceneggiatura al Festival di Cannes 2023 con Monster, Hirokazu Koreeda torna in concorso con Sheep in the box, un racconto che unisce sci-fi e dramma familiare, con protagonista una coppia sposata che ha perso il figlio e che riceve la proposta di accogliere un robot umanoide del tutto identico a quest’ultimo.

Un ritorno inaspettato

A due anni dalla morte del figlio Kakeru, Otone (Haruka Ayase) riceve tramite un drone un messaggio dall’azienda Rebirth, che si occupa sostanzialmente di riportare in vita i cari persi tramite tecnologie di ultima generazione. Il marito Kensuke (Daigo Yamamoto) è restio, ma acconsente a procedere con l’operazione. Così, la coppia accoglie in casa Kakeru 2.0, un clone praticamente identico del figlio, con una memoria incorporata già basata sui suoi ricordi, che non può mangiare né bagnarsi e ha con sé un seggiolino/stazione di ricarica. Le cose inizieranno però a farsi più complicate quando Kakeru manifesterà maggiore iniziativa e verrà attratto anche da figure misteriose.

Sheep in the Box Film 2026 02
Cortesia festival-cannes.com

Un film che non sorprende, ma con qualche guizzo

Sheep in the box  non brilla di certo per originalità – né la premessa né la sua esecuzione sono particolarmente memorabili – tuttavia trova luminosità in un delicato ma potente risvolto di trama sui bambini come gruppo e nuova società, aspetto indagato a fondo nella filmografia di Koreeda. Ci sono echi a svariate fiabe per i più piccoli in questo racconto che parla di abbandono, non voluto e cercato, che accompagna anche il destino di ogni famiglia con figli al carico.

Certamente meno sorprendente del livello cui ci ha abituati Hirokazu Koreeda, Sheep in the Box è un film piuttosto lineare e che non regala grandi sorprese allo spettatore, in parte fomentando la delusione, perché da un genio come il regista giapponese è lecito aspettarsi molto di più. Nonostante ciò, qualche guizzo interessante nel ritratto di Kakeru e nella sua ricerca di una seconda famiglia, nell’inaspettata vitalità di una comunità di bambini “rifiutati”, vale la visione.