La rete americana
NBC ha ufficialmente deciso il futuro della nuova
serie comica The Fall and Rise of Reggie Dinkins,
con protagonista Daniel Radcliffe, confermandone il
rinnovo per una seconda stagione dopo un debutto
molto positivo.
Radcliffe è noto al grande pubblico
per aver interpretato Harry Potter in otto film,
ma la sua carriera è proseguita ben oltre i confini di Hogwarts. Ha
interpretato diversi ruoli, alcuni piuttosto eccentrici, come il
cadavere flatulento Manny in Swiss Army Man,
Weird Al nel biopic parodistico musicale Weird: La storia di Al
Yankovic e l’angelo Craig Bog insieme ad altri personaggi
nella serie antologica comica Miracle Workers, durata quattro stagioni.
The Fall and Rise of Reggie Dinkins, vede questa volta
Radcliffe nei panni di Arthur Tobin, un
documentarista incaricato di rilanciare l’immagine pubblica di un
ex giocatore NFL caduto in disgrazia, Reggie Dinkins (Tracy
Morgan). Il format è quello di una sitcom in
stile mockumentary, che mescola umorismo e satira.
Un successo tra pubblico e
critica
Il rinnovo arriva poco dopo la
conclusione della prima stagione, composta da dieci episodi. Il
debutto, avvenuto a gennaio, ha registrato numeri molto solidi, con
milioni di spettatori e ottimi risultati nella
fascia demografica 18-49 anni, rendendola una delle nuove comedy
più seguite della stagione televisiva.
Oltre agli ottimi ascolti,
The Fall and Rise of Reggie
Dinkins ha ricevuto recensioni eccellenti,
ottenendo un punteggio “Certified Fresh” del 100% basato su 34
recensioni, mantenuto anche dopo la conclusione della prima
stagione. Le recensioni del pubblico sono leggermente più basse, al
73%, ma rappresentano comunque un’accoglienza solida per una nuova
serie comica.
Oltre a Reggie e Arthur, il cast
principale include l’ex moglie, manager e agente di Reggie, Monica
(Erika Alexander), la fidanzata Brina
(Precious Way), il figlio di Reggie e Monica,
Carmelo (Jalyn Hall), e l’ex compagno di squadra e
migliore amico Rusty (Bobby Moynihan).
Megan Thee Stallion, Craig
Robinson, Anna Camp, Heidi Gardner,
Ronny Chieng e Corbin Bernsen
compaiono in ruoli da guest star.
La serie è stata creata da
Robert Carlock e Sam Means,
autori già noti nel panorama della comedy televisiva. Con questo
rinnovo, NBC dimostra di puntare con decisione su un progetto
recente ma già molto promettente, affiancandolo ad altre serie di
successo già confermate per la stagione 2026-2027.
The Fall and Rise of Reggie Dinkins è disponibile
su Peacock e NBC negli Stati Uniti ed è
acquistabile su Google Play,
Amazon Video e Apple
Tv.
Il finale di Daredevil:
Rinascita Stagione 2 vede Matt Murdock rivelare
al mondo di essere Daredevil, ma cosa significa questo per il suo
futuro nell’MCU? Mentre il finale della prima
stagione ha visto Matt Murdock indossare il costume da supereroe di
Daredevil mentre si preparava a dichiarare guerra a Fisk e all’AVTF
con chiunque fosse disposto a combattere al suo fianco, la seconda
stagione ha visto la storia cambiare drasticamente.
Ci è voluto molto tempo a Matt per
radunare alleati disposti a combattere al suo fianco e, quando
finalmente è stato pronto ad affrontare Fisk a viso aperto, gli è
stata data l’opportunità di farlo in un contesto pubblico, in
quanto ha partecipato come co-difensore nel caso contro Karen Page
e ha affrontato direttamente il sindaco Fisk. Questo ha portato a
un momento iconico del MCU che rimarrà impresso
nella memoria di tutti coloro che hanno visto l’episodio, quando
Matt Murdock rivela al mondo di essere Daredevil.
Ovviamente, per un uomo cieco, si
tratta di un’impresa quasi impossibile, ma Murdock continua a
insistere sulla sua identità di Daredevil e racconta di essere
stato a bordo della Northern Star, la nave che Fisk usava per
trasportare armi illegali ai clienti. Sebbene non convenzionale,
questa rivelazione fornisce a Matt la prova decisiva di cui aveva
bisogno, e il caso viene archiviato.
Cosa succede a Wilson Fisk dopo il
finale di Daredevil: Rinascita Stagione
2?
Purtroppo,
Fisk prende la cosa molto sul personale e, con il
suo controllo su New York che vacilla, perde ogni
autocontrollo. Fisk si infuria poco dopo il processo e,
con i cittadini che chiedono le sue dimissioni, inizia a scatenare
la sua furia incontrollata contro i manifestanti che prendono
d’assalto l’edificio.
Fisk uccide brutalmente persone
comuni che gli ostruiscono il passaggio, mentre si precipita per i
corridoi come un rinoceronte alla ricerca del suo rivale,
Daredevil. Mentre Daredevil cerca di capire fino a che punto è
capace di oltrepassare il limite per fermare Fisk, Matt si toglie
la maschera dopo una breve colluttazione e tenta di nuovo di far
ragionare il brutale Fisk.
Matt lo convince che le loro azioni
stanno distruggendo la città che entrambi dicono di amare e lo
incoraggia ad andarsene. Sorprendentemente, Fisk riesce a calmarsi
abbastanza da concordare con Matt e, più avanti nell’episodio, lo
vediamo fuggire in un luogo caldo e soleggiato.
Una scena della serie The Defenders, con Jessica Jones, Iron Fist,
Daredevil e Luke Cage
Un’aggiunta sorprendente alla
serie, sebbene non del tutto inaspettata, è stata Mike Colter nei
panni di Luke Cage. Nel finale di Daredevil: Rinascita Stagione
2, Jessica Jones e sua figlia, Danielle, si
ricongiungono con il padre e marito, Luke. A quanto pare, si tratta
di una reunion parziale dei Difensori, ma
le foto scattate sul set della terza stagione di Daredevil: Rinascita confermano il
ritorno di Finn Jones nei panni di Danny Rand, il
che rappresenta quasi una reunion completa, se non fosse per il
fatto che Matt viene catturato e incarcerato alla fine della
seconda stagione.
Osservando le foto dal set della
prossima stagione, sembra possibile che Danny Rand, Jessica Jones e
Luke Cage si uniscano nuovamente per liberare Matt dalla prigione,
dato che le immagini mostrano il trio senza Matt. Questo avrebbe
molto senso, considerando i confini morali ambigui che tutti i
personaggi si trovano ad affrontare, e se New York è in grave
pericolo, ha bisogno del Diavolo di Hell’s Kitchen per difendere il
suo futuro.
Perché Heather Glenn ha indossato
la maschera di Muse nel finale di stagione?
Nel finale di stagione di
Daredevil: Rinascita, vediamo anche
Heather Glenn, l’ex fidanzata di Matt e ora amica intima di Vanessa
e Wilson Fisk,
indossare la maschera di Muse, che il suo aggressore della
stagione precedente aveva indossato mentre cercava di ucciderla.
Per tutta la stagione, Heather si era comportata in modo strano, e
il fatto che avesse conservato la maschera sembrava bizzarro.
Tuttavia, nel momento in cui
finalmente indossa la maschera, vediamo il suo riflesso che la
fissa con il suo volto umano. Il modo in cui la serie presenta
questa rivelazione fa pensare che Heather stia abbracciando la sua
vera identità indossando la maschera, oppure che stia intrappolando
la parte umana di sé per diventare la nuova Musa. In entrambi i
casi, è una prospettiva terrificante, che potrebbe benissimo
portarla a diventare una delle principali antagoniste nelle future
stagioni di Daredevil: Rinascita.
Che fine ha fatto Bullseye in
Daredevil: Rinascita Stagione 2?
Infine, Benjamin
Poindexter, alias Bullseye, ha intrapreso un percorso tutto suo
nelle due stagioni. Precedentemente rivale e imitatore di Matt,
Bullseye lavorava per Fisk nel tentativo di distruggere la
reputazione di Daredevil nella Serie Marvel su Netflix.
Nella prima stagione di Daredevil:
Rinascita, Matt arriva quasi a uccidere il suo rivale quando scopre
che è responsabile della morte del suo migliore amico, Foggy
Nelson. Tuttavia, Bullseye inizia ad allontanarsi dalle sue vecchie
abitudini e sviluppa un intenso desiderio di uccidere Vanessa Fisk
per il suo ruolo nella sua trasformazione in un mostro.
In questa stagione, Bullseye
ottiene finalmente la sua vendetta, uccidendo Vanessa e mandando
Wilson in una spirale di follia che lo porta a perdere
completamente il controllo della città. Tuttavia, dopo questo
evento, Matt lo convince a mettere a frutto le sue abilità per
aiutarlo nella causa di sconfiggere Fisk.
Alla fine della stagione, sembra
che Bullseye abbia un momento quasi eroico quando offre i suoi
servigi per riportare Luke Cage a casa e se ne va con Mr. Charles,
che diventa il suo nuovo cane da guardia. Sfortunatamente, sembra
che questo sia l’inizio di un altro ciclo in cui Poindexter alla
fine crollerà dopo essere stato usato e abusato da chi detiene il
potere.
La seconda stagione di
Daredevil: Rinascita è stata uno
spettacolo ricco di rivelazioni clamorose, complessi dilemmi morali
e morti. Detto questo, è stata una stagione straordinaria e
speriamo che la scintilla si riaccenda quando arriverà il momento
di guardare Daredevil:
Rinascita Stagione 3.
Oscar Isaac resta ancora assente dal MCU dopo il debutto di Moon
Knight nel 2022 (leggi
qui la recensione), e ora arriva una spiegazione più precisa su
questo silenzio narrativo. A chiarire la situazione è
Jeremy Slater, showrunner della serie
Disney+, che conferma come il ritorno del personaggio dipenda
direttamente dalla volontà dell’attore.
Secondo quanto riportato da ComicBook.com, Slater ha
spiegato che il contratto di Isaac prevede un controllo creativo
significativo sul futuro del personaggio: il suo ritorno avverrà
solo se esisterà una storia capace di convincerlo davvero. Una
scelta che rende Moon Knight uno dei casi più particolari dell’MCU
recente, dove la continuità narrativa è subordinata alla
disponibilità creativa dell’interprete.
Il
risultato è una situazione sospesa: Moon Knight
non è stato cancellato, ma nemmeno rilanciato. Una zona grigia che
dice molto sulla nuova fase del MCU, sempre più dipendente dalla
disponibilità delle sue star e meno da un piano narrativo
rigido.
Il futuro di Moon
Knight tra libertà creativa e incertezza narrativa
Slater ha sottolineato come Oscar Isaac sia direttamente coinvolto
nella definizione delle possibili nuove storie: “Il contratto
che Oscar Isaac ha firmato prevedeva che avremmo realizzato altre
storie solo quando avessimo trovato racconti che lo entusiasmassero
creativamente. Non si tratta di chiamarlo e basta per una nuova
avventura. È profondamente coinvolto nel futuro del personaggio. La
sfida, e anche il bello per loro, è capire quali storie vuole
esplorare e come desidera che il personaggio venga utilizzato. Qual
è qualcosa che lo convincerebbe a tornare in quel mondo ancora una
volta?“.
Questa impostazione spiega perché Moon Knight non
sia ancora riapparso in altri progetti MCU, a differenza di
personaggi come Ms. Marvel o
She-Hulk. La serie Disney+ del 2022 è stata costruita come
racconto autoconclusivo, con pochi agganci diretti alla saga più
ampia, e questo ha reso il suo protagonista meno “necessario”
all’economia narrativa del franchise.
La questione centrale riguarda quindi la direzione futura del
personaggio: Marvel potrebbe aver già valutato diverse ipotesi, ma
senza il consenso creativo di Isaac nessuna strada sembra
percorribile. Il finale della serie, con la rivelazione di Jake
Lockley e il legame con Khonshu, resta ancora oggi il principale
punto di partenza per un eventuale ritorno.
Nel frattempo, l’ipotesi più concreta non è una seconda stagione,
ma un utilizzo del personaggio all’interno di un progetto corale
come i Midnight Sons, dove Moon Knight potrebbe
condividere lo spazio con figure come Blade. Una soluzione che
permetterebbe di reinserire Marc Spector nel MCU senza forzare un
seguito diretto.
Mortal
Kombat è uno dei franchise di fighting game più
famosi e amati di sempre, con un immaginario talmente ricco da
rendere quasi inevitabile, nel tempo, il passaggio al cinema. Un
primo tentativo arrivò negli anni Novanta, con risultati che, per
l’epoca, seppero comunque trovare una loro dimensione. Il reboot
del 2021, diretto da Simon McQuoid, ha invece
cercato di rilanciare il marchio per il pubblico contemporaneo,
senza però riuscire pienamente nell’intento. A distanza di cinque
anni da quel primo capitolo poco incisivo, arriva Mortal Kombat II, che prova a
raccogliere e sviluppare quanto lasciato in sospeso: il risultato è
una pellicola che, più che per ciò che racconta, colpisce per ciò
che mette in scena.
Ancora una volta sotto la regia di
McQuoid, il film introduce finalmente alcuni dei personaggi più
iconici della saga: Kitana, principessa di Edenia interpretata da
Adeline Rudolph, Jade (Tati
Gabrielle) e l’istrionico, vanitosissimo attore
hollywoodiano Johnny Cage, cui presta il volto Karl
Urban. La distribuzione in sala, a partire dal 6
maggio, restituisce al progetto quell’opportunità cinematografica
che il primo film, penalizzato dalla pandemia, non aveva potuto
pienamente sfruttare.
La trama di Mortal
Kombat II
Il Regno della Terra e l’Outworld
si preparano a un nuovo scontro imminente. Dopo aver conquistato
Edenia, uccidendone il sovrano sotto gli occhi della figlia Kitana,
Shao Kahn è pronto a estendere il proprio dominio anche sulla
Terra. Per fermarlo, Raiden riunisce un gruppo di guerrieri scelti
– Jax, Sonya Blade, Liu Kang e Cole – a cui si aggiunge Johnny
Cage, attore hollywoodiano inizialmente riluttante a prendere parte
al conflitto, convinto di non possedere alcuna reale abilità. La
situazione precipita con l’intervento dello stregone Quan Chi e
dell’amuleto di Shinnok: dopo aver ferito Raiden, incanala il suo
potere all’interno dell’artefatto, trasferendolo a Shao Kahn, che
diventa immortale. A quel punto, la sopravvivenza della Terra non
dipende più soltanto dall’esito del torneo del Mortal Kombat, ma
dalla capacità dei guerrieri di fermare un nemico invincibile. Nel
loro percorso, troveranno un’alleata fondamentale proprio in
Kitana, pronta a tutto pur di riconquistare il proprio regno e
vendicare la morte del padre.
Un film meravigliosamente
fan-service
Mortal Kombat II, ancora
più del primo, si configura come un film fortemente orientato al
fan service. In questo caso, però, il termine non ha una
connotazione negativa: pur non costruendo una trama particolarmente
solida, organizza ogni elemento in funzione della resa visiva e
della fedeltà al materiale originale. La componente narrativa resta
infatti piuttosto debole: la ricerca dell’amuleto di Shinnok per
salvare Raiden si limita infatti a fare da pretesto, diventando una
linea narrativa minima, utile soprattutto a collegare le sequenze
di combattimento.
Al contrario, il lavoro sul
worldbuilding risulta più coerente e strutturato: la trasposizione
dei reami – Earthrealm, Edeniae Netherrealm – insieme ad arene
iconiche come The Pit, contribuisce a costruire un universo
riconoscibile e iconograficamente coerente. La CGI delle
ambientazioni è funzionale e restituisce l’estetica dark
tipica della saga, supportata da una palette cromatica desaturata,
giocata su neri e tonalità terrose. A livello di messa in scena, il
film lavora molto sulla riproduzione del linguaggio del videogioco:
i combattimenti, per esempio, vengono introdotti con
inquadrature frontali dei due sfidanti, spesso posizionati
lateralmente, richiamando l’impostazione classica della saga. Anche
la gestione dello scontro è fedele: il personaggio
sconfitto barcolla prima di cedere, proprio come accade nel gioco
quando si apre la finestra per una fatality o una brutality, qui
inserite e discretamente orchestrate. Emblematica, in questo senso,
la sequenza tra Kitana e Johnny Cage, con l’intervento di Shao Kahn
e il celebre “Finish him”, riproposto in maniera
diretta.
L’arrivo di Kitana, principessa di
Edenia
L’aspetto più riuscito resta
comunque quello delle coreografie: i combattimenti sono vari,
leggibili e ritmati, e integrano alcune delle mosse più iconiche
dei personaggi, come le acrobazie di Johnny Cage o il “fan toss” di
Kitana (il lancio dei ventagli). Ed è proprio
Kitana la vera protagonista di
Mortal Kombat II. Il film si apre sulla sua storia,
ricostruendone il passato di sottomissione a Shao Kahn e il
progressivo percorso di consapevolezza. Un arco narrativo
che intreccia senso di giustizia e desiderio di vendetta,
portandola a compiere scelte rischiose non solo per il proprio
popolo, ma anche per la difesa della Terra. All’interno della saga
videoludica, Kitana è da sempre uno dei personaggi più solidi e
stratificati, non soltanto per le abilità in combattimento, ma per
una backstory tra le più ricche e affascinanti.
La pellicola riesce a intercettare
proprio questa complessità, restituendo un personaggio già ben
delineato in questo secondo capitolo. In quest’ottica, la sua
assenza nel primo film assume così un senso più preciso: non una
mancanza, ma una scelta di costruzione, utile a prendersi il tempo
necessario per introdurla con maggiore profondità.
Mortal Kombat II ne definisce infatti le
basi narrative, lasciando intuire uno sviluppo ancora più ampio nei
capitoli successivi. Dal punto di vista visivo, resta qualche
riserva sulla resa del costume, meno elaborato rispetto alla
controparte videoludica, storicamente più ricca e iconica. Una
scelta che potrebbe però evolversi insieme al personaggio nei
prossimi film.
La stagione finale di The
Boys alza ulteriormente la posta
introducendo Oh Father, un nuovo e inquietante super
interpretato da Daveed Diggs. Il personaggio entra
nei Seven portando con sé un’influenza religiosa che si intreccia
direttamente con il potere politico e mediatico già dominato da
Patriota (Homelander). È una svolta narrativa significativa: la
serie non si limita più a satirizzare i supereroi, ma attacca
frontalmente il rapporto tra fede, propaganda e controllo.
Oh Father è a capo
della Samaritan’s Embrace Ministries, una chiesa
trasformata nella “Democratic Church of America”, con
Homelander elevato a figura profetica. Dietro la facciata
spirituale si nasconde però un sistema ben più cinico: la religione
diventa uno strumento di marketing e distribuzione del Compound V,
in continuità con le strategie di Vought. Come spiegato dallo
stesso Diggs, il personaggio è essenzialmente un “venditore”, un
opportunista che ha trovato nella fede il mezzo perfetto per
accumulare potere e legittimazione.
Dal punto di vista narrativo,
l’introduzione di Oh Father rappresenta uno dei commenti più
espliciti della serie sulla realtà contemporanea. The
Boys ha sempre lavorato per eccesso e
provocazione, ma qui il confine tra satira e cronaca si assottiglia
drasticamente. Il legame tra religione organizzata e potere
politico, incarnato anche dal matrimonio con Ashley
Barrett, diventa il vero campo di battaglia della
stagione: non più solo superpoteri, ma ideologia e manipolazione di
massa.
Religione, propaganda e potere: la
deriva finale dell’universo di The Boys
L’arco narrativo della quinta
stagione sembra portare alle estreme conseguenze temi già presenti
nelle stagioni precedenti. Fin dall’inizio, The
Boys ha costruito un mondo in cui i
supereroi sono strumenti di corporazioni e governi; con Oh Father,
questa struttura si completa, aggiungendo la religione come terzo
pilastro del controllo.
Il personaggio si inserisce
idealmente nel solco tracciato da figure come Ezekiel, ma ne
rappresenta un’evoluzione molto più sofisticata. Non si tratta più
solo di ipocrisia morale, ma di un sistema organizzato che
ridefinisce la fede come brand politico. La relazione con
Ashley Barrett — inizialmente strategica e poi
sorprendentemente autentica — aggiunge un ulteriore livello di
complessità, mostrando come anche i rapporti personali possano
essere assorbiti e trasformati da dinamiche di potere.
In termini tematici, la serie
continua a riflettere — e amplificare — tensioni reali, in
particolare la crescente sovrapposizione tra religione e politica
negli Stati Uniti. La forza di The
Boys sta proprio qui: non “predire” il
futuro, ma intercettare dinamiche profonde e renderle visibili
attraverso la lente del genere.
Con la stagione finale, la domanda
non è più chi vincerà lo scontro tra i protagonisti, ma quanto il
sistema stesso sia ormai irreversibile. Oh Father, in questo senso,
non è solo un nuovo villain: è il simbolo di un mondo in cui ogni
forma di potere converge e si rafforza reciprocamente.
Prime Video ha dato il via
nel 2023 a un progetto ambizioso, destinato a costruire un universo
spionistico internazionale e interconnesso. Il punto di partenza è
stato Citadel
(leggi
qui la recensione), con il magnetico duo formato
da Priyanka
Chopra e Richard
Madden, che ci hanno introdotto alla
caduta della potente agenzia di spionaggio omonima e alla sua
controparte malvagia, Manticore. Da allora, il franchise si è
espanso con Citadel:
Diana e Citadel: Honey
Bunny nel 2024, ambientate
rispettivamente in Italia e in India. Ora però il team originale è
tornato con una seconda stagione, ed è quindi naturale ripercorrere
tutte le informazioni fondamentali della prima.
Citadel si apre con una sequenza d’azione
frenetica e spettacolare su un treno, che mostra la distruzione
dell’agenzia, inclusi due dei suoi agenti d’élite, anche innamorati
tra loro: Mason Kane (Madden) e Nadia
Sinh (Chopra). Sebbene sembrino morire, si scopre che le
loro memorie sono state cancellate e che hanno iniziato nuove vite,
completamente separate. L’ultimo agente operativo rimasto,
Bernard (Stanley
Tucci), li riporta nel mondo dello
spionaggio per impedire a Manticore di entrare in possesso di una
tecnologia altamente classificata e potentissima chiamata Oz Key.
Con il progredire della serie, emergono segreti e prende forma una
caccia al traditore che anni prima ha causato la caduta di
Citadel.
Courtesy of Prime
Nadia e Mason salvano la loro
figlia nel finale della Stagione 1
Quando Nadia recupera i suoi ricordi, scopriamo che aveva nascosto
a Mason un segreto enorme: avevano una figlia insieme. Dopo aver
scoperto di essere incinta, Nadia aveva lasciato l’agenzia e
cresciuto la bambina in segreto con suo padre, un terrorista. La
sua mancanza di fiducia verso Mason deriva da un episodio passato:
lui aveva accusato la sua amica Celeste
(Ashleigh
Cummings) di aver rubato l’Oz Key durante
una missione fallita, pur sapendo che era stata Nadia. Lei aveva
distrutto la chiave, non fidandosi nemmeno di Citadel con un’arma
così potente, ma le accuse di Mason avevano portato Celeste a
subire una cancellazione della memoria. Una fiducia tradita
difficile da ricostruire.
Nel finale della stagione, Nadia e Mason sono costretti a
collaborare per salvare la loro figlia, rapita da Manticore e, più
precisamente, dalla madre di Mason, Dahlia
(Lesley
Manville). Parte dell’organizzazione
criminale, Dahlia usa la bambina come leva per ottenere cinque
nuclei nucleari da un sottomarino russo. I due riescono a
recuperarli ma, alla fine, salvano la figlia senza consegnarli a
Manticore, portando a termine la missione con successo. Così, viene
confermato che Nadia non è la talpa e conclude la stagione come
agente attiva, riunita felicemente con la figlia. Tuttavia, resta
irrisolto il mistero del vero traditore.
Mason recupera i suoi ricordi nel
finale
Alla fine della Stagione 1, Mason si inietta un siero che gli
permette di recuperare i ricordi, scoprendo così di essere lui
stesso la talpa. Otto anni prima, sua madre lo aveva manipolato
facendogli credere che Citadel fosse il vero nemico. Entrambi i
suoi genitori erano agenti dell’agenzia, ma suo padre era morto in
un bombardamento che aveva ucciso 157 civili, causato da un attacco
di Citadel su coordinate errate. Spinto dal desiderio di vendetta,
Mason viene convinto da Dahlia che l’agenzia sia responsabile della
sua sofferenza, anche in un momento in cui Nadia era scomparsa e
lui aveva scoperto della loro figlia. Per questo motivo, consegna a
Dahlia documenti contenenti informazioni su tutti gli agenti,
permettendo a Manticore di distruggere Citadel in un colpo
solo.
Le conseguenze per la Stagione
2
In vista della seconda stagione, assisteremo probabilmente alle
conseguenze del confronto di Mason con il proprio passato e con le
due identità che convivono nella sua mente. Da un lato è l’agente
che ha tradito Citadel ed è profondamente innamorato di Nadia;
dall’altro è un marito e padre trascinato in un mondo di spie, che
ha avuto una relazione con Nadia. A complicare tutto, sua moglie
Abby è in realtà Celeste, l’amica di Nadia che lui stesso aveva
condannato alla cancellazione della memoria. Negli ultimi momenti
della stagione, Mason mente sull’efficacia del siero,
intrappolandosi in un incubo a occhi aperti in cui solo lui conosce
la verità.
La minaccia di Manticore resta
centrale
La mente di Mason non è l’unico pericolo: Manticore è ancora
potente nonostante la sconfitta nel finale della Stagione 1. Dopo
aver perso i nuclei nucleari e il controllo della situazione,
Dahlia finge la propria morte facendo esplodere la sua casa,
evitando così di affrontare i vertici dell’organizzazione. Il suo
ruolo futuro resta incerto: potrebbe diventare un’alleata, essendo
ora in fuga, oppure cercare vendetta contro Mason e Nadia. In ogni
caso, il fatto che persino Dahlia tema la reazione di Manticore
indica quanto l’organizzazione sia ancora pericolosa.
In vista della Stagione
2, la posta in gioco è più alta che mai: il pubblico conosce
l’identità della talpa, ma i personaggi no. Le tensioni restano
elevate, Manticore continua a essere un antagonista formidabile e,
come suggerisce il trailer, una nuova minaccia è all’orizzonte. Tra
segreti, relazioni complesse e identità frammentate, la nuova
stagione si preannuncia intensa e ricca di sviluppi.
Il
reboot del 2021 di Mortal
Kombat ha riportato sul grande schermo il
celebre franchise videoludico, riscuotendo un buon successo. Le
prime recensioni hanno elogiato la fedeltà del nuovo film al
materiale originale, ma hanno anche sottolineato che i fan di lunga
data sono meglio attrezzati per apprezzarlo rispetto ai
neofiti. C’è infatti molto da imparare sulla lore e sulla
storia della serie che non è stato trattato direttamente nella
prima pellicola ma potrebbe essere presente nel
sequel Mortal
Kombat II (leggi
qui la nostra recensione).
In
uscita il 6 maggio al cinema, il nuovo capitolo promette molta più
azione, l’introduzione di nuovi personaggi (a partire
dal Johnny Cage di Karl
Urban) e un ulteriore approfondimento dell’Earthrealm
e dell’Outworld. Per arrivare pronti a tutto ciò, qui proponiamo
dunque un recap sugli elementi più importanti della saga
videoludica e tutto ciò che occorre ricordare del primo film per
prepararsi alla visione del sequel e goderne appieno.
Il
conflitto principale di Mortal Kombat è tra le
forze di Outworld – i cattivi – e quelle della
Terra, o Earthrealm – i buoni. Questo scontro si
svolge spesso nel torneo che dà il titolo alla serie, il Mortal
Kombat. Outworld è governato dall’Imperatore Shao Kahn,
ma il torneo stesso è solitamente gestito dal suo stregone capo
Shang Tsung
(interpretato da Chin Han nel
reboot). Di conseguenza, i guerrieri di Earthrealm sono guidati dal
Dio del Tuono Raiden
(Tadanobu
Asano), che è anche il protettore divino
della Terra.
Il gruppo principale di Earthrealm nel reboot è composto dai monaci
Shaolin Liu Kang
(Ludi
Lin) e Kung Lao
(Max
Huang) – che possiedono rispettivamente il
potere del fuoco e quello di lanciare un cappello affilato – dagli
agenti delle forze speciali Jax Briggs
(Mehcad
Brooks) e Sonya Blade
(Jessica
McNamee), dal Kano dagli occhi laser
Kano
(Josh
Lawson), che nei giochi è un villain, e dal
nuovo arrivato della serie Cole Young
(Lewis
Tan). Tra tutti questi combattenti, Liu Kang
e Sonya sono i più importanti per la storia complessiva del
franchise, con Liu Kang che funge da protagonista principale in
molti dei giochi.
I
campioni di Outworld includono la spietata Mileena
(Sisi
Stringer), il guerriero cibernetico
Kabal
(Daniel
Nelson) e Reiko
(Nathan
Jones), armato di martello. Anche il
guerriero a quattro braccia Goro, più volte
campione del torneo, è apparso nel film, doppiato da
Angus
Sampson. Lo stesso Shao Kahn non è previsto
nel reboot, anche se i trailer hanno mostrato una statua
dell’Imperatore che sovrasta l’arena del torneo.
Gli altri due personaggi fondamentali da conoscere sono i guerrieri
rivali Hanzo
Hasashi / Scorpion
(Hiroyuki
Sanada) e Bi-Han /
Sub-Zero
(Joe
Taslim). Nei giochi, Sub-Zero uccide
Scorpion durante una faida tra clan, solo perché quest’ultimo torni
dalla morte come uno spettro armato di fuoco in cerca di vendetta.
Il reboot modifica leggermente questo retroscena, ma gli elementi
fondamentali restano gli stessi. In parole semplici, Scorpion è
quello giallo con la grande catena, mentre Sub-Zero è quello blu
che spara ghiaccio dalle mani.
Il torneo Mortal Kombat e la sua
storia
Come già accennato, la storia di Mortal Kombat
ruota attorno al torneo omonimo, in cui i rappresentanti della
Terra e di Outworld combattono per il dominio. Il torneo è stato
creato dagli Dei Antichi come mezzo per mantenere l’ordine tra i
vari regni. In sostanza, un regno non può invaderne e conquistarne
un altro senza prima ottenere dieci vittorie consecutive nel Mortal
Kombat contro quel regno. I tornei sono separati da lunghi periodi
di tempo, spesso generazioni. Essendo la principale forza
antagonista del franchise, Outworld è solitamente il regno che
tenta di invadere e conquistare vincendo il Mortal Kombat. Prima
del tentativo di conquista della Terra da parte di Shao Kahn, egli
aveva già conquistato con successo diversi altri regni.
Il mondo di Mortal Kombat:
Netherrealm, Earthrealm e Outworld
Per semplicità, i regni di Mortal Kombat possono essere considerati
come parti di un multiverso, attraversabili tramite la magia. Ci
sono molti regni nella lore dei giochi, ma solo tre sono
particolarmente importanti per il reboot: Earthrealm, Outworld e il
Netherrealm. I primi due sono piuttosto intuitivi.
Earthrealm è, semplicemente, la Terra. Outworld è una vasta landa
desolata in stile fantasy, governata dal regime malvagio di Shao
Kahn, che ha fuso in sé gli altri regni conquistati.
Il Netherrealm è la versione di Mortal Kombat
dell’oltretomba, simile alle rappresentazioni comuni dell’Inferno. È una landa oscura e infuocata dove le anime
dei morti e dei malvagi vengono torturate e dove mostri e demoni
vagano liberamente. Il Netherrealm diventa sempre più importante
nei giochi successivi del franchise – soprattutto in relazione ai
villain Shinnok e Quan Chi – ma
il suo ruolo principale nel reboot riguarda Scorpion e Sub-Zero.
Nei giochi, entrambi i guerrieri finiscono nel Netherrealm a un
certo punto, per poi essere resuscitati da varie forze oscure per
eseguire i loro ordini. Una variante di questa trama è centrale nel
reboot, con sia Hanzo che Bi-Han riportati in vita per continuare
la loro faida.
Fatality: le mosse finali di
Mortal Kombat
Le Fatality, un elemento distintivo dell’universo
di Mortal Kombat, sono il marchio di fabbrica del franchise: mosse
finali brutali e cruente eseguite sugli avversari sconfitti. Nei
giochi, una volta che un giocatore vince due round contro
l’avversario, l’annunciatore ordina di “finirlo” con una Fatality.
Queste mosse erano piuttosto semplici nel primo gioco – bruciare
qualcuno vivo con un’esplosione di fuoco o staccargli la testa con
un pugno – ma sono diventate sempre più assurde e complesse nel
corso degli anni. Il reboot di Mortal Kombat ha
già anticipato diverse Fatality classiche e
il secondo promette uccisioni ancora più brutali.
Bisogna giocare ai giochi di
Mortal Kombat per capire il film?
Se si conoscono i giochi, si coglieranno più Easter egg e
riferimenti alla saga? Ovviamente sì. È necessario averci giocato
per capire i film? La risposta è no. Nonostante la sua lore e il
vasto cast, la storia di Mortal Kombat è piuttosto
semplice. C’è un torneo, le persone combattono e molte di loro
muoiono in modo spettacolare. Si potrà non cogliere ogni slogan o
mossa iconica se si è nuovi al franchise, ma dato che la storia è
stata riavviata, non è necessario avere esperienza con i
videogiochi. Questo vale anche per Mortal Kombat II.
Bisogna vedere i vecchi film per
capire Mortal Kombat?
Come per i giochi,
conoscere i precedenti film di Mortal Kombat – in
particolare il live-action del 199 – può essere utile prima
del reboot, ma non è affatto necessario. In effetti, sia il film
del 1995 sia quello del 2021 raccontano sostanzialmente la stessa
storia con gran parte degli stessi personaggi. Mortal Kombat:
Annihilation è generalmente considerato uno
dei peggiori film tratti da videogiochi, quindi non è certo una
visione obbligatoria.
Per chi fosse interessato
a recuperare qualche contenuto passato prima di vedere il nuovo
film, il film animato Mortal Kombat Legends: Scorpion’s
Revenge potrebbe essere la scelta migliore.
È una versione molto apprezzata e ben realizzata della storia di
Scorpion/Sub-Zero, capace di aggiornare rapidamente sulla storia
dei personaggi. Tuttavia, anche questo non è necessario prima di
vedere il reboot.
Cosa ricordare di Mortal Kombat prima di
vedere Mortal Kombat II
Il film del 2021 si apre nel
Giappone del 1617, dove assistiamo al massacro del clan
Shirai Ryu da parte del guerriero
Bi-Han, destinato a diventare
Sub-Zero. Tra le vittime c’è Hanzo
Hasashi, che dopo aver combattuto fino alla morte viene
condannato al Netherrealm. Tuttavia, il dio del
tuono Raiden salva la figlia neonata di Hanzo,
garantendo la sopravvivenza della sua stirpe. Questo evento è
fondamentale perché lega direttamente il passato alla trama
presente, costruendo la base della profezia su cui si regge
l’intero film.
Nel presente, Earthrealm è poi a un
passo dalla sconfitta definitiva: Outworld ha già vinto nove tornei
Mortal Kombat su dieci. Lo stregone Shang Tsung
decide quindi di anticipare lo scontro eliminando i campioni
terrestri prima ancora del torneo. Il protagonista, Cole
Young, scopre di essere uno di questi prescelti grazie al
marchio del drago, e soprattutto di essere un discendente diretto
di Hanzo Hasashi. Questo elemento lo rende centrale nella profezia
secondo cui il sangue degli Hasashi guiderà la nuova generazione di
guerrieri.
Cole si unisce a Sonya
Blade, Jax Briggs, Liu
Kang, Kung Lao e al mercenario
Kano, rifugiandosi nel tempio di Raiden. Qui i
combattenti si allenano per sbloccare il loro “arcana”, un potere
unico legato al marchio. Questo passaggio è cruciale perché
introduce la logica dei poteri nel film: ogni guerriero deve
attivare la propria abilità per essere pronto allo scontro. Cole
inizialmente fallisce, mentre gli altri sviluppano capacità
decisive, come la forza potenziata di Jax o il raggio laser di
Kano.
L’attacco delle forze di Outworld
segna poi il punto di svolta. Tradito da Kano, il gruppo viene
messo in difficoltà e subisce una grave perdita con la morte di
Kung Lao. Nel frattempo, Cole riesce finalmente a sbloccare il suo
arcana durante lo scontro con Goro, ottenendo
un’armatura capace di assorbire energia cinetica. Questo momento
consolida il suo ruolo di protagonista attivo. Da qui nasce il
piano di dividere i nemici e affrontarli uno contro uno, ribaltando
la strategia di Shang Tsung.
Nel finale, lo scontro con Sub-Zero
si intreccia con il ritorno di Hanzo Hasashi sotto forma dello
spettro Scorpion, evocato da Cole attraverso il
kunai intriso del suo sangue. Insieme, i due sconfiggono Sub-Zero,
chiudendo il conflitto iniziato secoli prima. Tuttavia, la minaccia
è tutt’altro che finita: Shang Tsung promette una guerra su scala
più ampia e Raiden decide di preparare nuovi campioni per il vero
torneo. L’ultima scena anticipa direttamente il sequel, con Cole
diretto a Los Angeles per reclutare Johnny Cage,
uno dei personaggi più iconici della saga, segnando l’inizio della
prossima fase della storia.
Chi ama il cinema sogna
Hollywood. Un normalissimo – a tratti anche
decadente – distretto di Los Angeles che, per chi
non c’è mai stato, viene immaginato come la terra delle star. Il
luogo dove tutti i desideri diventano realtà. Chi scrive può
garantirvi questo: il cinema non vive nella zona tra la Walk of
Fame e il Dolby Theatre. E neppure lungo tutta Hollywood Boulevard.
Oggi, quella terra dei sogni, sopravvive nella città degli angeli
davvero in un solo luogo: la Paramount
Pictures.
Un tempo una delle cinque Major,
oggi resta uno degli studi cinematografici più antichi – ha oltre
cent’anni – ed è anche l’unico ancora situato realmente a
Hollywood, in Melrose Avenue, capace di conservare
i fasti del cinema classico e l’immaginario che intorno ad esso si
è costruito. Chi scrive, in occasione di un viaggio a Los Angeles,
ha pensato che un tour alla Paramount fosse d’obbligo. E può
assicurare che l’ingresso nel grande mondo della produzione
cinematografica si è rivelato illuminante. Ecco cosa abbiamo
scoperto.
Dentro la classic Hollywood
Gli studi della Paramount Pictures
– considerando che Los Angeles è una città fatta di colline e
distese immense – sembrano non finire mai. Gli ingressi sono
molteplici, ma quelli su Melrose si dividono in due: quello
ufficiale, con i due archi e la scritta iconica, riservato agli
addetti ai lavori; e quello laterale, dedicato ai tour,
quotidianamente frequentato dai visitatori. All’ingresso, a ogni
partecipante viene consegnato un pass personalizzato, con il
proprio nome e una citazione di Cecil B. DeMille,
tra i padri fondatori dello studio. Nell’attesa della guida, in un
piccolo salottino, viene ripercorsa la storia della Major – da
Zuckor, Lasky e DeMille fino agli attori e ai
registi che l’hanno abitata – offrendo un’infarinatura generale
prima dell’ingresso vero e proprio.
La visita si apre con i premi di
casa Paramount: da Forrest Gump a Il Padrino, alcune statuette degli
Oscar sono esposte in una luminosa teca. Poco dopo, una
riproduzione fedelissima permette di capire cosa significhi davvero
tenerne uno tra le mani – e quanto pesi. Un gesto semplice, ma
sufficiente per far percepire immediatamente quell’idea di trionfo
e riconoscimento che il cinema americano porta con sé, e che il
resto del mondo continua a guardare, come fosse stregato e devoto
al tempo stesso.
Foto di Valeria Maiolino
Esplorando la fabbrica dei
sogni
Saliti sui golf cart, si viene
accompagnati verso quello che è il vero ingresso nella fabbrica dei
sogni, il Bronson Gate: un arco trionfale in stile Art Déco che
domina uno spazio ampio e verde. Superarlo significa entrare nel
cuore di Hollywood – in particolare nella sua età d’oro – là dove
la produzione prende forma, tra gli stage – i nostri teatri di
posa. Prima ancora di lasciarsi andare all’immaginazione – con
troupe al lavoro su film come I dieci comandamenti,
Sunset Boulevard o Gli spostati — ci si accorge
di un dettaglio tanto discreto quanto significativo. Tra lo
stage 4, tra i più storici e legato a DeMille, e
l’arco Paramount, si intravede la scritta Hollywood, che poi
riappare sopra gli stage 30 e 31. Non è solo uno
sfondo: è come se vegliasse sull’intero complesso. Un’immagine che
restituisce immediatamente la sensazione di trovarsi nel luogo in
cui il cinema non è solo rappresentato, ma continua a esistere, a
rinnovarsi e a custodire la propria memoria.
Foto di Valeria Maiolino
Tra gli edifici più rilevanti
spicca quello dei direttori, vicino allo stage 2,
costruito negli anni Trenta. Qui, ogni giorno, registi e
sceneggiatori si riunivano per discutere idee, metodi, soluzioni,
mentre poco accanto alcuni attori – come Katharine
Hepburn – arrivavano persino a istruire del personale
perché si fingesse loro, così da depistare i fan che si
avvicinavano agli studi. Tra i frequentatori più assidui c’era
Alfred Hitchcock, che trascorse anni in questi
spazi lavorando e perfezionando film come La finestra sul
cortile, La donna che visse due volte e Psycho.
Gli stage
Mentre si parlava del lavoro svolto
alla Paramount, l’attenzione si è concentrata soprattutto sul
periodo che va dagli anni Venti agli anni Sessanta: un segnale di
come lo studio oggi viva soprattutto per la sua capacità di evocare
quell’epoca, tentando di trasportarne l’essenza nel presente. E
l’area degli stage è senza dubbio la più densa in tal senso.
I teatri di posa sono 32, ma è in alcuni di essi
che il cinema ha davvero preso forma. Lo stage 2, ad esempio, ha
ospitato la celebre scena del tetto di La donna che visse due
volte e alcune sequenze di Gli spostati con
Marilyn Monroe e Clark Gable. Lo stage 7 è legato
invece a produzioni come Star Trek V: L’ultima frontiera,
Star Trek Generations e alla serie Star Trek: Deep
Space Nine, ma anche American Horror Story.
Foto di Valeria Maiolino
Eppure è lo stage
18 a lasciare l’impressione più forte. Qui sono stati
ricostruiti i set di Star Trek, ma soprattutto è il luogo in cui
Hitchcock girò La finestra sul cortile. L’appartamento di Jeff e le
altre abitazioni — ben 31 — sono stati interamente ricreati
all’interno di questo spazio. Si dice che sia uno dei set
più grandi mai realizzati dalla Paramount, e trovarsi lì, sapendo
che uno dei capolavori della storia del cinema si è concretizzato
proprio in quel punto, produce una sensazione difficile da
tradurre. Ciò che colpisce davvero è la percezione che nulla sia
andato perduto: la visione di Hitchcock, il suo metodo, la sua
presenza sembrano ancora sedimentati negli spazi. È come se il
tempo si fosse stratificato, lasciando tracce invisibili ma
tangibili – quasi si potesse ancora immaginare la sua voce sul set,
o il movimento delle macchine da presa mentre costruivano ogni
inquadratura.
La New York Street e il set di
The Rookie
Come ogni grande studio, anche la
Paramount ha il suo backlot, e uno dei momenti più
immersivi del tour è quello che porta nella New York Street. Un set
a cielo aperto che riproduce le strade della città, colpito però da
un incendio negli anni Ottanta che distrusse gran parte delle
scenografie utilizzate in film come Il Padrino o
Colazione da Tiffany. Oggi ciò che si vede è in gran parte
una ricostruzione, ma l’effetto è sorprendente: marciapiedi,
facciate, dettagli restituiscono una sensazione di realtà quasi
totale. Solo guardando oltre – tra tubi, pilastri e strutture
portanti – si ricorda che tutto è finzione.
Tra le zone più suggestive c’è la Financial
District, utilizzata anche per alcune scene di Vanilla
Sky. Un dettaglio curioso riguarda le porte: nessuna ha i
pomelli, una scelta tecnica (e furba!) che permette di adattarle
facilmente a epoche diverse senza modificare l’intero set.
Foto di Valeria Maiolino
Il momento più concreto – e finale
– arriva però entrando in uno stage attivo. Dopo aver lasciato
borse e smartphone, si accede a un teatro di posa occupato da
un’imponente struttura: il set della Mid-Wilshire Police Station
della serie The
Rookie. Prima di entrare, viene chiesto di non toccare
nulla: anche il più piccolo oggetto fuori posto potrebbe rallentare
il lavoro della produzione. All’interno, il set è organizzato in
più aree: l’ingresso con reception e celle, gli uffici operativi,
la zona riunioni. Gli spazi sono separati da pareti e specchi
mobili, progettati per aprirsi e consentire movimenti di macchina
senza riflessi. Le scale portano a un piano superiore quasi vuoto,
utilizzato solo per esigenze di scena, mentre ogni scrivania ha un
dettaglio diverso – anche il colore di un foglio, per permettere a
ogni attore di individuare subito la sua postazione. Ma il
particolare più interessante è nelle grandi vetrate, dove dietro di
esse c’è un giardino costruito appositamente che diventa parte
attiva della narrazione. Non è semplice scenografia: le vetrate si
chiudono o si aprono per simulare notte e giorno. In tal modo è il
set stesso, in un certo senso, a determinare il tempo.
Terminata la visita al set, e tutto
il tour, il primo pensiero è stato questo: la differenza tra fare
esperienza del cinema e viverlo sta nel modo in cui viene
trasmesso. Nel modo in cui chi lo realizza riesce a far percepire
anche a chi osserva – almeno per un momento – quella magia e quella
tensione creativa che esistono dietro le quinte, prima ancora che
il film arrivi sullo schermo. E questo, in America, sanno farlo
bene.
Le nuove immagini promozionali
della seconda stagione di X-Men ’97 mettono in primo piano il restyling
di Apocalypse, noto anche come En Sabah Nur, e
anticipano le diverse squadre di mutanti che vedremo nel corso
della serie, distribuite tra linee temporali molto lontane: il
passato (3000 a.C.) e il futuro (3960 d.C.).
Apocalypse al centro della nuova
stagione
Le
immagini, diffuse dopo una prima anteprima riportata da
Toonado.com, offrono lo sguardo più dettagliato finora sul
villain principale della stagione. Il design resta
coerente con quello dei fumetti e della storica serie
animata, ma appare ancora più minaccioso, con un’arma
integrata nel braccio che ricorda un cannone.
Apocalypse sarà il grande antagonista della stagione e potrebbe
anche riportare in scena Gambit nella forma di Morte, uno dei suoi
Quattro Cavalieri. La nuova artwork mostra inoltre En Sabah Nur e
conferma la divisione dei gruppi: Ciclope, Jean Grey, Wolverine e
Storm sono intrappolati nel futuro, mentre Magneto, Rogue, Bestia e
Nightcrawler si trovano nel passato.
Nonostante il materiale promozionale circoli già online e siano
disponibili preordini di prodotti dedicati, Marvel Animation non ha ancora
comunicato una data ufficiale di uscita né mostrato trailer della
nuova stagione. L’annuncio potrebbe arrivare a breve, anche in
relazione alla conclusione della seconda stagione di Daredevil: Rinascita.
Morph e il suo arco narrativo
Tra i personaggi presenti nella nuova promozione c’è anche
Morph. L’attore JP Karliak ha
commentato il percorso del personaggio, sottolineandone la crescita
dopo gli eventi traumatici delle precedenti versioni: “Morph è
stato ucciso nella serie originale degli anni ’90, ma in questa
versione non segue lo stesso destino, almeno per ora. Nella prima
stagione ha dovuto affrontare il trauma, ritrovare il suo posto nel
gruppo e costruire una nuova famiglia.”
Karliak ha aggiunto che il viaggio del personaggio
continuerà anche nella nuova stagione, allontanandosi
sempre di più dal suo passato doloroso legato a morte e controllo
mentale. L’attore ha anche espresso il desiderio di vedere Morph
coinvolto con altri personaggi queer dell’universo Marvel,
sottolineando la volontà di dargli un percorso più leggero e
positivo.
Il cast vocale della serie include, tra gli altri, Ray
Chase, Jennifer Hale, Alison
Sealy-Smith, Cal Dodd, J.P.
Karliak e Ross Marquand. Neve Campbell ha invece smentito il suo
coinvolgimento nel ruolo di Polaris.
La stagione 2 di
X-Men
’97 arriverà su Disney+ nell’estate 2026.
Prime Video non ha sempre
avuto vita facile con gli adattamenti fantasy, ma
il futuro potrebbe riservare orizzonti migliori grazie a
Fourth Wing.
Il tentativo più noto e
fallimentare della piattaforma, La Ruota del Tempo, adattamento della celebre saga di
Robert Jordan,
è stato cancellato, lasciando molti fan delusi. La serie non
era completamente negativa, come dimostra il punteggio
dell’88% su Rotten Tomatoes, ma non è riuscita a
riprendersi dopo il difficile avvio.
La
prima stagione ha convinto la critica, ma ha diviso il
pubblico, con molte lamentele per le differenze rispetto ai libri.
La
seconda stagione è andata migliorando e la
terza ha ottenuto ottimi risultati, ma il calo iniziale di
spettatori ha compromesso il progetto. Gli alti costi delle
produzioni fantasy hanno avuto un impatto fondamentale
sulla scelta di Prime Video, che ha dovuto cancellare la serie, non
potendone giustificare la continuazione senza un pubblico più
ampio.
La Ruota del Tempo aveva
tutte le potenzialità per diventare un grande franchise fantasy
televisivo, ma non è riuscita a trasformarsi in un fenomeno di
massa. Il problema principale è stato quello di non riuscire a
conquistare abbastanza spettatori al di fuori della fanbase
dei romanzi, elemento fondamentale per sostenere una
produzione così costosa.
Nonostante ciò, il progetto ha dimostrato che il pubblico del
fantasy esiste e può essere molto fedele, ma ha anche evidenziato
quanto sia difficile adattare opere così complesse mantenendo un
equilibrio tra fedeltà e accessibilità.
Fourth Wing potrebbe essere la serie che Prime stava
aspettando?
Amazon sta ora puntando su
Fourth Wing, adattamento
della saga Empyrean di Rebecca Yarros,
che si trova ancora nelle prime fasi di sviluppo. A differenza di
La Ruota del Tempo,
questa nuova serie parte da una popolarità già
consolidata all’interno della community di BookTok, con un
pubblico giovane e molto attivo sui social.
Fourth Wing è un fantasy ambientato in
un mondo dominato dai draghi, dove i giovani
vengono selezionati per diventare cavalieri in un’accademia
militare estremamente dura e pericolosa. La protagonista, Violet
Sorrengail, che avrebbe dovuto vivere una vita tranquilla come
scriba, è invece costretta a entrare nel programma dei rider, dove
ogni giorno è una lotta per la sopravvivenza tra prove mortali,
rivalità e segreti nascosti.
Il romanzo combina azione,
tensione emotiva e una forte componente romantica,
elementi che potrebbero renderlo più accessibile anche al
pubblico generalista, proprio come accadde in
passato con Il trono di
spade. Inoltre, trattandosi di un titolo meno popolare e
meno conosciuto rispetto ad altre saghe, le aspettative risultano
più flessibili.
Accanto a La Ruota del Tempo, Amazon ha investito anche
in un altro grande progetto fantasy, Il Signore degli Anelli: Gli Anelli del Potere.
Nonostante il richiamo del brand, la serie ha diviso il
pubblico e non ha raggiunto l’impatto sperato, anche a
causa delle aspettative altissime legate ai film di Peter Jackson.
Al contrario, il fatto che
Fourth Wing non sia
ancora un brand così universalmente conosciuto potrebbe rivelarsi
un vantaggio: le aspettative sono meno rigide e
Prime Video ha l’opportunità di adattare la storia con maggiore
fedeltà. Se riuscirà a coinvolgere sia i fan dei libri sia il
pubblico generale, Amazon potrebbe finalmente ottenere il successo
fantasy che cerca da anni.
The North
Sea costruisce il suo racconto come un disaster movie
classico, ma lo sviluppa con una tensione sempre più concreta verso
una riflessione contemporanea sul rapporto tra industria e
ambiente. Ambientato nel Mare del Nord, il film segue una
catastrofe apparentemente accidentale che si rivela
progressivamente come il sintomo di un sistema fragile, incapace di
gestire le conseguenze delle proprie scelte. Il risultato è una
narrazione che unisce spettacolo e urgenza, mantenendo al centro un
conflitto umano immediatamente riconoscibile.
Fin dalle prime sequenze, il
film suggerisce che ciò che sta accadendo non è un incidente
isolato, ma l’inizio di una reazione a catena. La distruzione della
piattaforma petrolifera diventa quindi il primo segnale di un
collasso più ampio, che coinvolge tanto le infrastrutture quanto le
persone. In questo contesto, la storia di Sophie e Stian non è solo
una vicenda personale, ma il punto di accesso emotivo a un discorso
più vasto: la sopravvivenza individuale si intreccia con il
fallimento di un intero sistema industriale.
Il contesto tra disaster movie
nordico e cinema ecologico: industria, tecnologia e vulnerabilità
umana
All’interno del panorama
contemporaneo, The North Sea si colloca nel filone dei
disaster movie realistici, con una forte componente scientifica e
tecnologica che richiama il cinema scandinavo recente. A differenza
dei modelli hollywoodiani più spettacolari, il film privilegia una
costruzione graduale della tensione, basata sulla credibilità delle
dinamiche industriali e sulla precisione dei dettagli tecnici.
La presenza della compagnia
“Saga” e delle sue strutture di emergenza introduce un elemento
cruciale: il disastro non è solo naturale, ma anche sistemico. Le
piattaforme petrolifere diventano simboli di un equilibrio
precario, sostenuto da tecnologie avanzate ma esposto a rischi
imprevedibili. Il genere si muove quindi tra thriller tecnologico e
dramma umano, con una regia che insiste sulla materialità degli
eventi: esplosioni, cedimenti strutturali, incendi.
In questo contesto, il
personaggio di Sophie assume un ruolo centrale. Non è una semplice
testimone, ma una figura attiva, legata alla tecnologia attraverso
il suo lavoro sui droni subacquei. Questa competenza la rende una
mediatrice tra il mondo umano e quello tecnico, permettendole di
comprendere ciò che sta realmente accadendo quando le versioni
ufficiali cercano di minimizzare il disastro.
La spiegazione del finale: fuga
impossibile, sacrificio e sopravvivenza sotto il mare in
fiamme
Nel finale, il film porta al
massimo livello la tensione costruita fino a quel momento,
trasformando la fuga dei protagonisti in una sequenza estrema, dove
ogni scelta diventa decisiva. Dopo aver scoperto che Stian potrebbe
essere sopravvissuto all’esplosione della piattaforma, Sophie
decide di sfidare le procedure ufficiali e raggiungerlo, dando
inizio a una missione di salvataggio che si svolge fuori da ogni
protocollo.
Il recupero di Stian all’interno
della struttura danneggiata rappresenta già un momento limite, ma è
la decisione delle autorità di incendiare la fuoriuscita di
petrolio a trasformare la situazione in una condizione senza via
d’uscita. Il mare in fiamme diventa un’immagine centrale del film:
non è solo un ostacolo fisico, ma la manifestazione visiva del
disastro ambientale.
La soluzione ideata da Sophie –
riempire la scialuppa per immergersi sotto la superficie in fiamme
– introduce un elemento di inversione simbolica: per sopravvivere
bisogna scendere, attraversare il pericolo invece di evitarlo. Il
sacrificio di Arthur, che rimane indietro per permettere alla
scialuppa di staccarsi, segna il punto emotivo più alto del finale.
Non è un gesto eroico tradizionale, ma una scelta necessaria, che
sottolinea la dimensione collettiva della sopravvivenza.
Quando la scialuppa affonda
temporaneamente e Stian perde conoscenza, il film spinge ancora
oltre la tensione, portando i protagonisti sull’orlo della morte.
Il recupero finale, con l’attivazione della pompa e la riemersione,
non è solo una liberazione fisica, ma un ritorno alla superficie
dopo aver attraversato simbolicamente il cuore del disastro.
Il mare come spazio ostile e
specchio della crisi ambientale
Il mare, in The North
Sea, non è un semplice scenario, ma un vero e proprio agente
narrativo. La sua trasformazione da ambiente naturale a superficie
incendiata rappresenta una rottura radicale dell’equilibrio tra
uomo e natura. L’acqua, tradizionalmente associata alla vita,
diventa un elemento ambivalente: può salvare, ma anche
distruggere.
Il fuoco sulla superficie del
mare è uno dei simboli più potenti del film. Non è solo il
risultato di una decisione tecnica, ma l’immagine di un sistema che
tenta di risolvere un problema generandone uno ancora più grande.
Bruciare il petrolio significa contenere il disastro, ma anche
accettarne la devastazione visiva e ambientale.
Il percorso di Sophie attraversa
questi elementi in modo diretto. La sua discesa sotto la superficie
rappresenta un confronto con la realtà del disastro, lontano dalle
narrazioni ufficiali. Il fatto che riesca a riemergere suggerisce
una possibilità di sopravvivenza, ma non cancella le conseguenze
dell’evento. Il film insiste su questo punto, evitando una chiusura
completamente rassicurante.
Il sistema industriale come
struttura fragile e autoreferenziale
Una delle implicazioni più
interessanti del finale riguarda il ruolo delle istituzioni. La
decisione di incendiare il petrolio viene presa in un centro di
crisi, con la partecipazione di figure politiche e aziendali.
Questo momento evidenzia una dinamica precisa: il sistema reagisce
al disastro con strumenti che ne confermano la logica interna,
senza metterla realmente in discussione.
La compagnia “Saga” rappresenta
questa ambiguità. Da un lato coordina i soccorsi, dall’altro è
parte del sistema che ha reso possibile il disastro. Il film non
insiste su una denuncia esplicita, ma costruisce una tensione
costante tra responsabilità e gestione dell’emergenza. Il risultato
è una rappresentazione complessa, in cui non esistono soluzioni
semplici.
In questa prospettiva, il gesto
di Sophie assume un valore ancora più significativo. Agire fuori
dalle procedure significa riconoscere i limiti del sistema. La sua
scelta non è solo personale, ma anche politica: mette in
discussione l’idea che le strutture ufficiali siano sempre in grado
di garantire la sicurezza.
Il significato finale:
sopravvivere non basta, bisogna fare i conti con le
conseguenze
Il finale di The North
Sea offre una conclusione apparentemente positiva, con Sophie e
Stian salvati e riuniti con i loro affetti. Tuttavia, il film
introduce un elemento che cambia completamente la prospettiva: il
fumo dell’incendio continua a oscurare il cielo per un anno intero.
Questo dettaglio finale trasforma la sopravvivenza dei protagonisti
in un evento locale, inserito in una catastrofe globale.
Il messaggio che emerge è
chiaro: la sopravvivenza individuale non coincide con la
risoluzione del problema. Il disastro continua a esistere, anche
quando la narrazione principale si chiude. Questo scarto tra
esperienza personale e realtà collettiva è il punto più forte del
film.
In termini di possibili
sviluppi, il finale lascia aperta la strada a un racconto più
ampio, in cui le conseguenze del disastro diventano il vero centro
della narrazione. La crisi ambientale, suggerita ma mai
completamente esplorata, potrebbe evolversi in un conflitto più
esteso, coinvolgendo altre piattaforme, altri territori, altre
comunità.
Il significato ultimo del film
risiede proprio in questa tensione: The North Sea racconta
una storia di sopravvivenza, ma suggerisce che il vero problema è
ciò che resta dopo. E ciò che resta è un mondo che continua a
bruciare, anche quando i protagonisti sono riusciti a salvarsi.
Il cuore di Trappola
d’amore è una domanda scomoda che il cinema evita spesso di
affrontare fino in fondo: cosa succede quando una scelta
sentimentale arriva troppo tardi? Il film, un mix tra
thriller e
romanticismo costruisce una tensione emotiva che non nasce da
eventi straordinari, ma da un conflitto profondamente umano, quello
tra stabilità e desiderio, tra responsabilità e autenticità. È
proprio in questo spazio ambiguo che si muove la storia di Vincent
Eastman, architetto intrappolato in un matrimonio che percepisce
come una struttura funzionale più che come un legame vivo, e
improvvisamente risvegliato da un amore che non aveva previsto.
L’interpretazione del finale non
può limitarsi alla tragedia dell’incidente: ciò che il film mette
davvero in scena è il fallimento della scelta come atto definitivo.
La morte interrompe il processo decisionale e congela il
protagonista in una dimensione ambigua, lasciando alle due donne il
compito di completare, ciascuna a modo suo, il senso di quella
relazione. Il risultato è un finale che non offre consolazione, ma
che obbliga lo spettatore a interrogarsi su cosa significhi davvero
“amare” quando le conseguenze non possono più essere
verificate.
Il triangolo emotivo e la crisi
dell’uomo contemporaneo tra matrimonio, desiderio e identità
Il contesto narrativo di
Trappola d’amore si inserisce in quella tradizione del
dramma sentimentale adulto che esplora la disgregazione delle
certezze borghesi. La relazione tra Vincent (Richard
Gere) e Sally (Sharon
Stone) non è costruita su conflitti espliciti o
violenti, ma su una lenta erosione: il matrimonio diventa un
dispositivo organizzativo, una partnership professionale che ha
perso la sua dimensione affettiva. Questo elemento è centrale
perché sposta il focus dal tradimento come gesto morale al
tradimento come sintomo di una mancanza più profonda.
L’incontro con Olivia
(Lolita Davidovich) introduce una frattura in
questo equilibrio statico. Non si tratta semplicemente di
un’amante, ma di una possibilità alternativa di esistenza. Olivia
rappresenta ciò che Vincent ha smesso di essere: spontaneità,
rischio, apertura emotiva. In questo senso, il film dialoga con un
certo
cinema romantico degli
anni ’90 che rifiuta il romanticismo idealizzato per
confrontarsi con la complessità delle relazioni adulte, dove ogni
scelta implica una perdita.
Il triangolo tra Vincent, Sally
e Olivia non è costruito per generare suspense su “chi verrà
scelto”, ma per evidenziare l’impossibilità di una scelta
pienamente soddisfacente. Sally incarna la storia condivisa, la
famiglia, la responsabilità; Olivia rappresenta il futuro
possibile, ma anche l’incertezza. Vincent oscilla tra queste due
polarità senza riuscire a integrare le due dimensioni, e proprio
questa incapacità diventa il vero motore drammatico del film.
La spiegazione del finale di
Trappola d’amore: la morte di Vincent come
sospensione della verità
Il momento chiave del finale è
la sequenza della lettera e del messaggio in segreteria, che
costruisce una doppia dichiarazione d’intenti destinata a non
incontrarsi mai. Vincent inizialmente decide di tornare da Sally,
scegliendo la sicurezza e la continuità, e scrive una lettera a
Olivia per chiudere la relazione. Questo gesto sembra segnare una
presa di responsabilità, ma è già carico di ambiguità: non nasce da
una convinzione profonda, quanto da una razionalizzazione.
La svolta avviene nel momento
apparentemente insignificante dell’incontro con la bambina nel
negozio. Qui il film introduce un elemento emotivo che ribalta la
decisione: Vincent riconosce qualcosa di autentico nel suo
sentimento per Olivia, qualcosa che non può essere ignorato. Decide
quindi di chiamarla, lasciando un messaggio in cui dichiara il suo
amore e la volontà di costruire una vita insieme.
È in questo passaggio che il
destino interviene, interrompendo il percorso. L’incidente stradale
non è un semplice espediente narrativo, ma un dispositivo che
cristallizza il conflitto senza risolverlo. Vincent muore nel
momento in cui ha finalmente preso una decisione emotiva, ma prima
che questa possa tradursi in realtà.
Il cuore del finale si sposta
quindi sulle due donne. Sally trova la lettera che Vincent non ha
mai spedito, mentre Olivia conserva il messaggio che lui le ha
lasciato. Nessuna delle due conosce l’esistenza dell’altro
documento. Questo crea una frattura percettiva fondamentale:
entrambe sono convinte di essere state la scelta finale di Vincent,
ma su basi completamente diverse.
Amore, verità e autoinganno: il
film come riflessione sulla narrazione personale
Trappola
d’amore utilizza il finale per esplorare un tema
profondamente contemporaneo: la costruzione della verità emotiva
attraverso la narrazione personale. Sally e Olivia non mentono
consapevolmente, ma interpretano gli eventi in modo da renderli
coerenti con il loro bisogno di senso. La lettera e il messaggio
diventano due versioni incompatibili della stessa storia, entrambe
plausibili, entrambe incomplete.
Questo meccanismo rivela una
dimensione quasi filosofica del racconto: l’amore non è un dato
oggettivo, ma una percezione mediata dall’esperienza individuale.
Sally, leggendo la lettera, può convincersi che Vincent abbia
scelto di restare con lei, che il loro matrimonio avesse ancora un
valore centrale. Olivia, ascoltando il messaggio, può credere di
essere stata la vera destinazione del suo desiderio.
Il film non suggerisce quale
delle due interpretazioni sia più “vera”, perché la verità, in
questo caso, è irrimediabilmente spezzata. Vincent ha compiuto
entrambe le scelte in momenti diversi, e la sua morte impedisce di
stabilire quale avrebbe avuto la precedenza nel tempo. Questo rende
il finale profondamente destabilizzante: non esiste una versione
definitiva della storia.
Una teoria implicita: Vincent
non sceglie davvero, ma reagisce
Una possibile lettura del film è
che Vincent non compia mai una scelta autentica, ma reagisca
continuamente alle circostanze. La decisione di restare con Sally
nasce da un senso di dovere e dalla paura del cambiamento; quella
di andare da Olivia emerge da un impulso emotivo improvviso. In
entrambi i casi, manca una vera integrazione tra ragione e
sentimento.
In questa prospettiva, la morte
di Vincent assume un significato quasi simbolico: è il punto in cui
l’indecisione diventa definitiva. Non è la tragedia a impedirgli di
scegliere, ma la sua incapacità di farlo in modo coerente. Il film
sembra suggerire che rimandare una decisione emotiva importante
equivale, in qualche modo, a perderne il controllo.
Questa lettura apre anche a una
riflessione più ampia sul tempo nelle relazioni. Le scelte
sentimentali non sono reversibili all’infinito: esiste un momento
in cui devono essere compiute, e oltre quel momento ogni
possibilità si trasforma in rimpianto o in interpretazione.
Il significato finale: due
verità, nessuna certezza e l’illusione di essere stati “la
scelta”
Il finale di Trappola
d’amore non offre una chiusura, ma costruisce una coesistenza
di verità parziali che riflette la complessità delle relazioni
umane. Sally e Olivia si separano senza confrontarsi davvero,
portando con sé una convinzione che dà senso al loro dolore. È una
soluzione narrativa che evita il conflitto diretto e lascia
emergere una malinconia più sottile: quella dell’incomprensione
definitiva.
Ciò che il film suggerisce, in
ultima analisi, è che il bisogno di essere “la scelta” di qualcuno
può essere più importante della verità stessa. Entrambe le donne
trovano conforto in una versione degli eventi che le mette al
centro, e il film non le smentisce. Questo non è un atto di
cinismo, ma una constatazione: l’identità emotiva si costruisce
anche attraverso le storie che scegliamo di credere.
In un’ipotetica prospettiva di
sequel, il film potrebbe esplorare proprio le conseguenze di questa
doppia verità. Cosa accadrebbe se Sally e Olivia scoprissero
l’esistenza dell’altro documento? Il loro dolore cambierebbe forma,
trasformandosi forse in rabbia o in disillusione. Ma è proprio
questa possibilità che il film decide di negare, scegliendo invece
di lasciare le due donne in una condizione di equilibrio
fragile.
Il significato più profondo del
finale risiede quindi in questa sospensione: Vincent non appartiene
più a nessuna delle due, ma continua a vivere nella loro memoria in
modi diversi. Non esiste una conclusione definitiva, perché
l’amore, quando viene interrotto, non si chiude mai davvero. Rimane
come una domanda aperta, una possibilità che non ha avuto il tempo
di diventare realtà.
Quando si parla de I
Goonies, si tende a ricordare l’avventura,
le trappole, il tesoro dei pirati e l’energia contagiosa di un
gruppo di ragazzi fuori dagli schemi. Eppure il finale del film,
dietro la sua apparente semplicità, racchiude una riflessione molto
più precisa su cosa significhi crescere, restare uniti e credere in
qualcosa quando tutto sembra perduto. Questo approfondimento nasce
proprio da qui: chiarire cosa accade davvero nel finale e,
soprattutto, cosa rappresenta quella conclusione nel disegno
complessivo di questo celebre
film per ragazzi (e non solo).
Ambientato nell’Oregon e
costruito come un racconto di formazione mascherato da caccia al
tesoro, I Goonies mette in scena una comunità sull’orlo
della dissoluzione. Le famiglie dei protagonisti rischiano di
perdere le proprie case, schiacciate da un sistema economico che
non lascia spazio alla memoria o all’identità. L’avventura diventa
così una risposta emotiva a una minaccia concreta. Il finale, in
questo senso, non è soltanto una vittoria narrativa, ma la
risoluzione simbolica di un conflitto tra infanzia e mondo adulto,
tra immaginazione e pragmatismo.
Il cinema di formazione degli
anni ’80 tra Richard Donner e Steven Spielberg
Per comprendere davvero il
finale de I Goonies è necessario inserirlo nel contesto del
cinema d’avventura degli anni ’80, un periodo in cui il racconto
per ragazzi veniva utilizzato per affrontare temi universali
attraverso una lente accessibile e spettacolare. Il film diretto da
Richard Donner e ideato da Steven Spielberg si colloca perfettamente in questa
tradizione, accanto a opere che trasformano l’esperienza infantile
in un terreno di scoperta e resistenza.
Il gruppo dei Goonies
rappresenta un microcosmo sociale composto da outsider: ragazzi che
non trovano pieno riconoscimento nel mondo adulto e che
costruiscono una propria identità attraverso il legame reciproco.
La loro avventura nasce da un’urgenza concreta, salvare le case
delle loro famiglie, ma si sviluppa come un percorso iniziatico. Le
grotte, le trappole di Willy l’Orbo e la nave pirata diventano
metafore di un passaggio, un attraversamento necessario per
ridefinire il loro posto nel mondo.
All’interno di questo contesto,
il film utilizza codici narrativi semplici ma estremamente
efficaci. Il bene e il male sono chiaramente delineati, con la
famiglia Fratelli a incarnare una minaccia grottesca ma reale.
Tuttavia, ciò che rende il finale interessante è il modo in cui
queste dinamiche vengono rielaborate: la vittoria non passa
attraverso la distruzione totale dell’avversario, ma attraverso la
coesione del gruppo e la capacità di restare fedeli a un’idea
condivisa.
La spiegazione del finale de
I Goonies: il tesoro trovato senza accorgersene e
la vittoria che nasce dall’errore
Nel finale de I Goonies,
i ragazzi riescono a fuggire dalla caverna dopo aver trovato la
nave di Willy l’Orbo, convinti però di aver fallito. Questo
passaggio è fondamentale perché ribalta la struttura classica
dell’avventura: la conquista del tesoro non coincide con la
consapevolezza del successo. Mikey, in particolare, vive questo
momento come una sconfitta personale, credendo di aver scelto la
sopravvivenza invece della missione.
In realtà, il film introduce un
elemento decisivo che modifica completamente la percezione degli
eventi. Prima della fuga, Mikey aveva raccolto una manciata di
gioielli dalla nave, un gesto istintivo che assume valore solo in
seguito. Sarà Rosalita, la governante, a trovare il sacchetto
contenente i preziosi, rivelando che il gruppo ha effettivamente
portato con sé il tesoro necessario a salvare le famiglie.
Questa dinamica produce una
lettura interessante: il successo non è frutto di un piano
perfetto, ma di una combinazione di intuizione, caso e fiducia. I
Goonies non vincono perché sono infallibili, ma perché agiscono
insieme, sostenendosi anche quando le cose sembrano andare nella
direzione sbagliata. Il finale sottolinea come la percezione del
fallimento possa essere ingannevole, soprattutto quando si è
immersi in un processo più grande.
Parallelamente, la sconfitta dei
Fratelli segue una traiettoria coerente con il tono del film. Dopo
essere stati salvati da Sloth, vengono arrestati, mentre
quest’ultimo trova finalmente un luogo di appartenenza con Chunk e
la sua famiglia. Anche qui, il film evita una conclusione punitiva
estrema, scegliendo invece una risoluzione che valorizza il
cambiamento e l’inclusione.
Il significato simbolico: il
tesoro come metafora dell’infanzia e la nave che restituisce
l’immaginazione al mondo adulto
Al di là della risoluzione
narrativa, il finale de I Goonies funziona come una
dichiarazione simbolica molto chiara. Il tesoro non rappresenta
semplicemente ricchezza materiale, ma la capacità di credere in
qualcosa che il mondo adulto considera impossibile. I ragazzi
partono alla ricerca dell’oro per salvare le loro case, ma ciò che
trovano è una conferma del valore della loro immaginazione.
Il momento in cui la nave pirata
emerge e si allontana verso il mare aperto è particolarmente
significativo. Non si tratta solo di una chiusura visiva
suggestiva, ma di un’immagine che sancisce il passaggio tra due
dimensioni: quella dell’infanzia, ancora aperta al meraviglioso, e
quella adulta, costretta a confrontarsi con ciò che non può
spiegare. Gli adulti sulla spiaggia assistono increduli, costretti
a riconoscere che la storia raccontata dai ragazzi era reale.
Questo ribaltamento di
prospettiva è centrale. Per gran parte del film, il mondo adulto
appare incapace di comprendere i Goonies, concentrato su problemi
economici e logiche di profitto. Il finale introduce una crepa in
questa visione: l’impossibile diventa visibile, e con esso ritorna
una dimensione di stupore che sembrava perduta.
Anche il dettaglio
dell’“octopus”, menzionato da Data, contribuisce a questa
costruzione simbolica. Pur non apparendo nella versione finale del
film, la sua presenza nel racconto dei ragazzi suggerisce una
memoria già in trasformazione, dove realtà e immaginazione si
mescolano. È il segno che l’avventura, una volta conclusa, continua
a vivere attraverso il racconto.
L’avventura come rito di
passaggio che non può essere replicato
Una possibile chiave di lettura
del finale riguarda la natura irripetibile dell’esperienza vissuta
dai Goonies. L’avventura nelle caverne rappresenta un momento
liminale, un passaggio tra due fasi della vita. Una volta tornati
alla superficie, nulla potrà essere esattamente come prima, anche
se il film mantiene un tono leggero e celebrativo.
In questa prospettiva, il tesoro
assume un valore secondario rispetto all’esperienza condivisa. I
ragazzi hanno affrontato la paura, il rischio e la perdita,
costruendo un legame che difficilmente potrà essere replicato nella
vita adulta. Il fatto che il successo arrivi quasi per caso
rafforza questa idea: ciò che conta non è il risultato, ma il
percorso.
Questa lettura apre anche a una
riflessione su un eventuale sequel. Riproporre un’avventura simile
significherebbe tentare di ricreare qualcosa che, per sua natura,
appartiene a un momento specifico e irripetibile. Il fascino del
finale sta proprio nella sua chiusura aperta: i Goonies restano
insieme, ma il loro futuro non è definito, lasciando spazio
all’immaginazione dello spettatore.
Cosa significa davvero il
finale de I Goonies: salvare la casa significa
salvare l’identità
Il significato più profondo del
finale de I Goonies emerge nel momento in cui il tesoro
salva le case delle famiglie. Questo risultato, apparentemente
semplice, racchiude una dimensione più ampia: la difesa di
un’identità collettiva contro un sistema che tende a uniformare e
cancellare le differenze.
La minaccia rappresentata dal
progetto immobiliare non è solo economica, ma simbolica. Perdere le
case significherebbe perdere la memoria, le relazioni, il senso di
appartenenza. Il tesoro diventa quindi uno strumento per preservare
qualcosa che va oltre il denaro: la possibilità di continuare a
esistere come comunità.
Allo stesso tempo, il film
suggerisce che questo risultato sarebbe stato raggiunto anche senza
il tesoro. Il discorso del padre di Mikey, che sottolinea
l’importanza della famiglia e dell’unità, anticipa la vera
conclusione emotiva. Il denaro risolve il problema immediato, ma il
valore più duraturo risiede nei legami costruiti durante
l’avventura.
In ottica di possibile sequel, il finale lascia aperta una
domanda interessante: cosa accade quando quei ragazzi diventano
adulti? Riusciranno a mantenere viva quella dimensione di fiducia e
immaginazione, oppure verranno assorbiti dalle stesse logiche che
avevano combattuto? Il film non risponde, ma suggerisce che la vera
sfida inizia proprio dopo la fine dell’avventura.
Il viaggio dei Goonies si chiude
quindi con una doppia vittoria: concreta e simbolica. Salvano le
loro case, ma soprattutto dimostrano che crescere non significa
rinunciare a credere nell’impossibile. E in quell’immagine finale
della nave che si allontana, rimane la sensazione che qualcosa di
quell’infanzia continuerà a navigare, anche quando loro avranno
smesso di cercarla.
FX ha pubblicato a sorpresa un
episodio di The Bear. Intitolato “Gary”,
l’episodio è un flashback che segue Richie (Ebon
Moss-Bachrach) e Mikey (Jon
Bernthal) durante un viaggio di lavoro a Gary,
Indiana. Secondo la descrizione ufficiale, l’episodio esplora
“la complicata relazione tra i due amici, svelando nuovi
aspetti della psiche di Mikey e offrendo spunti cruciali sull’uomo
che Richie è quando il pubblico lo incontra per la prima volta
nella prima stagione, aggiungendo un contesto emotivo che
ridefinisce la loro storia fin dall’inizio”.
Moss-Bachrach e Bernthal
hanno scritto l’episodio insieme, mentre il creatore della
serie Christopher Storer ne ha curato la regia.
Moss-Bachrach ha annunciato l’episodio sul suo profilo Instagram,
precisando che “Gary” è disponibile su Hulu come titolo a sé stante
e non come parte del catalogo di “The
Bear”.
“Gary” anticipa l’uscita della
quinta stagione di The Bear, che non ha ancora una
data di uscita ufficiale ma è prevista per giugno, come tutte le
stagioni precedenti della serie. Si prevede inoltre che
la quinta stagione sarà l’ultima: sebbene né FX né Storer
abbiano commentato la questione, l’attrice Jamie Lee Curtis, che compare più volte nella
serie come guest star, lo ha confermato.
Il nuovo film diretto da Sébastien
Vanicek, La Casa – Il rogo del male (Evil
Dead Burn), arriva sul grande
schermo con la produzione di Sam Raimi, nome di riferimento nel cinema di
genere e per il franchise di riferimento. La storia prende vita
attraverso le interpretazioni di Luciane Buchanan, Hunter
Doohan e Souheila Yacoub, protagonisti di
un racconto intenso e coinvolgente. L’appuntamento è fissato per
l’8 luglio al cinema, con la distribuzione di
Universal.
La trama di La Casa – Il rogo del male
La casa: Il rogo del Male porta
sul grande schermo un nuovo capitolo di ferocia e follia demoniaca
diventando l’esperienza più selvaggia e terrificante del franchise
fino ad oggi. Dopo la perdita del marito, una donna cerca conforto
presso i suoceri nella loro isolata casa di famiglia. Mentre uno
dopo l’altro vengono trasformati in “Deadites” – rendendo
l’incontro un infernale riunione di famiglia – lei scoprirà che i
voti pronunciati in vita… continuano a vivere anche oltre la
morte.
A Line of Fire costruisce
il suo racconto attorno a un protagonista classico del thriller
d’azione: un ex agente federale, Cash, costretto a tornare in campo
quando una giovane donna, Jamie, lo contatta dopo l’omicidio della
zia Yvonne. Quella che all’inizio sembra una missione di protezione
personale si trasforma presto in un’indagine più ampia, dove
traffico d’armi, corruzione interna e vecchie lealtà mettono in
crisi tutto ciò che Cash pensava di sapere sull’FBI e sul proprio
passato.
Il
finale del film funziona proprio perché sposta il conflitto dal
piano fisico a quello morale. Cash non deve solo salvare Jamie e le
sue figlie, ma scoprire che la minaccia non arriva soltanto dal
mondo criminale esterno. Il vero nemico è dentro il sistema che lui
ha servito per anni, e l’identità di Mr. X diventa il punto in cui
il film rivela la sua idea più chiara: il pericolo più grande non è
la violenza criminale, ma la corruzione quando si traveste da
controllo, ordine e patriottismo.
Chi è Mr. X nel
finale di A Line of Fire e perché la sua identità cambia il senso
della missione di Cash
Nel finale di A Line of
Fire, Cash scopre che Mr. X è in realtà Joan Rycker, figura
legata all’FBI e persona di cui lui si fidava. Per gran parte del
film, Mr. X resta una presenza invisibile, capace di manovrare
Josef, Javier e altri criminali coinvolti nel traffico d’armi senza
mai esporsi direttamente. La rivelazione funziona perché ribalta la
prospettiva del protagonista: Cash pensava di combattere
un’organizzazione criminale esterna, ma scopre che il cuore del
sistema è contaminato dall’interno.
Joan giustifica le proprie azioni sostenendo che controllare i
criminali sia più utile che eliminarli. È una motivazione ambigua,
ma il film la presenta come una razionalizzazione del potere, non
come una vera scelta morale. Joan non sta proteggendo il Paese: sta
usando la criminalità per mantenere influenza, denaro e controllo.
La sua complicità nell’omicidio di Yvonne conferma che il limite è
stato superato da tempo. Yvonne non è morta perché era un bersaglio
casuale, ma perché aveva scoperto troppo.
Il tradimento diventa ancora più forte quando si scopre che anche
Rocco è coinvolto. Apparentemente leale, patriottico e
incorruttibile, Rocco era in realtà il complice di Joan e aveva
persino organizzato il tentativo di uccidere Cash durante il volo
con Lemming. Per Cash è una doppia frattura: perde la fiducia in
due persone, ma soprattutto perde la fiducia nell’idea stessa di
istituzione come luogo naturalmente giusto. Da quel momento, la sua
missione non è più solo vendicare Yvonne o salvare Jamie: è
dimostrare che l’onestà può ancora esistere dentro un sistema
profondamente compromesso.
Il vero
significato del finale: Cash non salva solo la famiglia, ma
smaschera la corruzione che aveva servito
Il finale di A Line of
Fire mette Cash davanti alla sua contraddizione principale.
Per tutto il film, il protagonista sente il bisogno di tornare
utile, di rientrare in azione, di ritrovare un ruolo che gli dia
senso. Ma la scoperta di Joan e Rocco lo costringe a capire che
servire il Paese non coincide necessariamente con servire
l’istituzione. È una distinzione importante, perché trasforma Cash
da ex agente in figura morale indipendente.
Quando Joan prova a convincerlo a unirsi a lei e a Rocco,
promettendogli denaro e protezione per la famiglia, Cash finge di
accettare. In realtà ha già avvisato agenti federali onesti, che
intervengono e arrestano i due corrotti. È un passaggio narrativo
semplice, ma significativo: Cash non vince perché è più violento o
più spietato, ma perché resta fedele a un codice. Il film lo
costruisce come un uomo d’azione, ma nel finale la sua vera forza è
la lucidità morale.
Anche il confronto con Josef conferma questa lettura. Cash
sopravvive grazie al giubbotto antiproiettile, ma soprattutto
grazie alla capacità di non reagire d’impulso. Entra nella
trappola, accetta il rischio, libera Jamie e le figlie, e solo dopo
arriva alla verità su Mr. X. La sua vittoria non è quella di un
uomo invincibile, ma di qualcuno che sa usare esperienza, sangue
freddo e senso del dovere nel momento esatto in cui tutto sembra
perduto.
A Line of Fire tra
action thriller e racconto sulla sfiducia nelle
istituzioni
A Line of Fire
appartiene a una tradizione molto riconoscibile del thriller
americano: l’ex agente richiamato in azione, la giovane testimone
da proteggere, il traffico illegale da smascherare, la rete di
tradimenti che arriva fino ai vertici. Il film non reinventa il
genere, ma utilizza i suoi codici in modo funzionale, portando
progressivamente il protagonista da una missione personale a una
crisi più ampia di fiducia.
La figura di Cash richiama l’eroe d’azione classico, ma con una
differenza: non combatte solo per dimostrare di essere ancora
capace. Combatte perché deve capire se il sistema a cui ha dedicato
la vita merita ancora la sua lealtà. È qui che il film trova il suo
punto più interessante. L’FBI non viene presentato come un blocco
compatto, ma come un campo di battaglia morale, dove la corruzione
può convivere con l’onestà e dove la differenza la fanno le scelte
individuali.
In questo senso, Joan e Rocco sono antagonisti efficaci non perché
particolarmente sorprendenti, ma perché rappresentano il lato
oscuro della stessa vocazione di Cash. Anche loro parlano di
sicurezza, controllo e ordine, ma hanno trasformato questi concetti
in strumenti di potere personale. Cash, invece, resta legato a
un’idea più semplice e più fragile di giustizia: proteggere chi è
innocente, anche quando farlo significa andare contro la struttura
che un tempo lo definiva.
Cash tornerà
nell’FBI e cosa suggerisce la scena finale alle
Hawaii
Il film non chiarisce esplicitamente se Cash tornerà davvero
nell’FBI. Dopo aver smascherato Joan e Rocco, potrebbe scegliere di
rientrare per ripulire il sistema dall’interno, ma il finale
suggerisce anche un’altra possibilità: continuare a servire il
Paese senza appartenere più completamente a un’istituzione. La sua
fiducia è stata danneggiata, ma non il suo senso del dovere.
La scena alle Hawaii con le figlie mostra un Cash diverso,
finalmente capace di vivere una dimensione familiare senza sentirsi
costantemente obbligato a inseguire il pericolo. La telefonata con
Jamie lascia aperta anche una possibile relazione tra i due. Il
legame nato durante la fuga non viene chiuso in modo definitivo, ma
il film suggerisce che tra loro esista una complicità destinata a
proseguire.
Il finale, quindi, non chiude solo l’indagine su Mr. X, ma lascia
Cash in una nuova posizione: non più semplicemente ex agente in
cerca di una missione, ma uomo che ha imparato a distinguere tra
servizio e obbedienza. Ed è proprio questa consapevolezza a
renderlo libero, forse per la prima volta.
Il
terzo episodio della
quarta stagione di From continua a spingere la serie verso una
zona sempre più ambigua, in cui il confine tra allucinazione,
manipolazione mentale e manifestazione reale diventa quasi
impossibile da distinguere. Dopo la morte di Jim, il ritorno di
Smiley e l’arrivo di nuovi segnali inquietanti, la Township sembra
aver cambiato di nuovo le proprie regole, colpendo non solo i corpi
dei suoi abitanti, ma anche la loro memoria, il lutto e il senso
stesso della realtà.
Il
finale dell’episodio ruota attorno a Boyd, che si reca sulla tomba
di Abby per parlare con lei e dare voce ai propri pensieri più
oscuri. Proprio in quel momento, una mano emerge dal terreno e
cerca di trascinarlo nella fossa. La domanda è inevitabile: era
davvero il fantasma di Abby? O la città sta usando ancora una volta
il dolore di Boyd per spezzarlo definitivamente?
Come finisce From – Stagione 4,
episodio 3: Boyd affronta il ricordo di Abby e viene quasi
trascinato nella sua tomba
Il finale di From – Stagione 4, episodio 3 arriva
dopo un episodio costruito interamente sulla fragilità psicologica
dei personaggi. Boyd è ancora scosso da ciò che è accaduto ad
Acosta, dal ritorno del caos nella comunità e dal ricordo di Abby,
la moglie che in passato aveva perso il controllo e iniziato a
uccidere gli abitanti della Township convinta che tutto fosse un
sogno. Non è casuale che l’episodio si apra proprio con un incubo
legato a lei: la serie sta riportando Boyd nel punto più traumatico
della sua esperienza, costringendolo a rivivere il momento in cui
non è riuscito a salvare la donna che amava.
Quando Boyd va sulla tomba di Abby, non cerca davvero una risposta
soprannaturale. Cerca uno spazio in cui ammettere la propria
stanchezza, la propria paura e la tentazione di arrendersi. È in
quel momento che la mano esce dalla terra e tenta di trascinarlo
giù. La scena può essere letta in due modi: come una manifestazione
reale del potere della Township, oppure come una visione costruita
sul senso di colpa di Boyd. In entrambi i casi, il significato è lo
stesso: Abby non torna per confortarlo, ma per rappresentare la
possibilità della resa. Il fatto che Boyd riesca a liberarsi è
decisivo, perché mostra che, nonostante tutto, non è ancora pronto
a morire.
Il vero significato del finale:
Abby non è solo un fantasma, ma la forma del senso di colpa di
Boyd
La forza della scena non sta tanto nel domandarsi se quella mano
sia “davvero” Abby, ma nel modo in cui From usa il suo fantasma come proiezione del
conflitto interiore di Boyd. Abby rappresenta il trauma mai
risolto, il fallimento originario, la persona che Boyd non è
riuscito a fermare prima che la città la spezzasse. Per questo il
suo ritorno, reale o mentale, ha un peso diverso rispetto ad altre
apparizioni: non è solo una minaccia esterna, ma qualcosa che
appartiene profondamente alla coscienza del personaggio.
Il tentativo di trascinarlo nella tomba funziona come immagine
simbolica della depressione, della colpa e della tentazione del
suicidio. Poco prima, Boyd aveva cercato di aiutare Acosta proprio
perché aveva riconosciuto in lei una traiettoria simile a quella di
Abby: una persona che sta perdendo la presa sulla realtà e che
potrebbe essere spinta dalla città verso l’autodistruzione.
Aiutando Acosta, Boyd prova in realtà a correggere il passato. Ma
la Township sembra capirlo e lo colpisce esattamente lì, usando
Abby come arma emotiva. Il punto non è ucciderlo fisicamente, ma
convincerlo che ogni sforzo è inutile.
From 4×03 conferma che la
Township sta cambiando le regole contro i suoi abitanti
L’episodio non riguarda solo Boyd. Tutte le storyline sembrano
suggerire che la città stia entrando in una fase diversa, più
aggressiva e più personalizzata. Ethan cerca il Lago delle Lacrime
dopo l’incontro con il “fantasma” di Jim, Tabitha vuole tornare
all’Albero delle Bottiglie ma scopre dal Ragazzo in Bianco che le
regole sono cambiate, Julie prova a riattivare il suo story-walking
e Jade continua a inseguire una teoria sulla reincarnazione che
sembra sempre più pericolosa. Ogni personaggio viene spinto verso
il proprio punto debole, come se la Township sapesse esattamente
quale ferita riaprire.
Anche Sophia, ormai sempre più sospetta, sembra muoversi come un
agente del caos. Il suo desiderio di vivere con Sara, la sua
conoscenza di eventi che non dovrebbe conoscere e il modo in cui
provoca Julie indicano che la città non si limita più ad attaccare
dall’esterno. Sta lavorando dall’interno della comunità, isolando i
personaggi, alimentando sospetti e sfruttando il lutto. In questo
quadro, la mano di Abby non è un episodio isolato, ma parte di una
strategia più ampia: distruggere la fiducia, spingere i personaggi
alla paranoia e farli crollare prima ancora che arrivino i
mostri.
Cosa può succedere dopo From –
Stagione 4, episodio 3: Boyd è ancora vivo, ma la città sa come
colpirlo
Il finale non dice che Boyd sia salvo. Dice solo che, per ora, ha
resistito. E questa distinzione è fondamentale. La città ha capito
che Boyd non può essere spezzato solo con la paura fisica: deve
essere colpito attraverso il lutto, la responsabilità e il senso di
colpa. Abby diventa quindi una minaccia perfetta, perché costringe
Boyd a confrontarsi con tutto ciò che non è riuscito a salvare.
Nei prossimi episodi è probabile che questa pressione aumenti.
Acosta potrebbe diventare uno specchio del passato di Abby, mentre
Jade, Tabitha, Ethan e Julie sembrano avvicinarsi a elementi chiave
del mistero: il Lago delle Lacrime, il Faro, l’Albero delle
Bottiglie e forse la vera origine della Township. Ma più i
personaggi si avvicinano alla verità, più la città cambia le
regole. Il messaggio lasciato dopo la morte di Jim — “la conoscenza
ha un costo” — continua a essere il principio guida della stagione.
E Boyd, più di tutti, sembra destinato a pagarlo.
Paramount Pictures presenta, in
collaborazione con Miramax, una produzione dei fratelli Wayans:
Scary Movie. Il film è diretto da
Michael Tiddes e vede la partecipazione come
produttori esecutivi di Jonathan Glickman, Thom Zadra, Alexandra
Loewy e Marsha L. Swinton.
La produzione è affidata a Marlon
Wayans, Shawn Wayans, Keenen Ivory Wayans, Craig Wayans e Rick
Alvarez. Il film è basato su personaggi creati da Shawn Wayans,
Marlon Wayans, Buddy Johnson, Phil Beauman, Jason Friedberg e Aaron
Seltzer.
La sceneggiatura è firmata da
Marlon Wayans, Shawn Wayans, Keenen Ivory Wayans, Craig Wayans e
Rick Alvarez. Il cast include Marlon Wayans, Shawn Wayans, Anna
Faris, Regina Hall, Damon Wayans Jr., Gregg Wayans, Kim Wayans,
Benny Zielke, Cameron Scott Roberts, Cheri Oteri, Chris Elliott,
Dave Sheridan, Heidi Gardner, Lochlyn Munro, Olivia Rose Keegan,
Ruby Snowber, Savannah Lee Nassif e Sydney Park.
La trama di Scary Movie
Ventisei anni dopo essere sfuggiti
a un killer mascherato fin troppo familiare (“Ghostface”), i Core
Four tornano nel mirino dell’assassino — e nessun franchise horror
è al sicuro. Marlon Wayans (“Shorty”), Shawn Wayans (“Ray”), Anna
Faris (“Cindy”) e Regina Hall (“Brenda”) si riuniscono in Scary
Movie insieme a volti amatissimi di ritorno e nuove facce pronte a
fare a pezzi reboot, remake, requel, prequel, sequel, spin-off,
elevated horror, origin story, qualsiasi cosa contenga la parola
“legacy” e ogni “capitolo finale” che finale non è mai. Niente è
sacro. Nessun cliché sopravvive. Ogni limite viene superato. I
Wayans sono tornati per cancellare la Cancel Culture.
Il
quarto episodio della
terza stagione di Euphoria segna un punto di svolta netto
nella narrazione, spostando il focus dalla dimensione più intima
dei personaggi a una dinamica criminale sempre più esplicita e
pericolosa. La rapina al Silver Slipper Club non è solo un evento
shock, ma un detonatore narrativo che cambia gli equilibri tra le
varie fazioni e, soprattutto, ridefinisce il ruolo di Rue
all’interno della storia.
Fino a questo momento, la protagonista era sospesa tra due mondi
inconciliabili: quello della criminalità legata ad Alamo e quello
delle forze dell’ordine che la stanno usando come informatrice. Il
finale dell’episodio rompe questo equilibrio precario, trasformando
un rischio imminente in una possibilità inaspettata. Ed è proprio
qui che Euphoria compie uno dei suoi movimenti più
interessanti: usare il caos come strumento di sopravvivenza
narrativa.
Chi ha rapinato il
Silver Slipper: la verità dietro l’attacco e perché Laurie potrebbe
non essere coinvolta
La lettura immediata della rapina sembra semplice: il colpo al
Silver Slipper è opera della gang di Laurie, come suggeriscono le
immagini delle telecamere e il riconoscimento di Faye. Tuttavia,
questa interpretazione è volutamente ingannevole. La serie
costruisce un’illusione di causalità che, a uno sguardo più
attento, mostra crepe evidenti.
Laurie, per come è stata rappresentata finora, è un personaggio
estremamente metodico, quasi ossessivo nel controllo delle sue
operazioni. La morte del suo pappagallo Paladin è un affronto
personale, ma anche simbolico: non è il tipo di perdita che
verrebbe vendicata con un’azione impulsiva come un semplice furto.
Un attacco al caveau di Alamo, per quanto violento, non ha il peso
strategico né emotivo che ci si aspetterebbe da una sua
risposta.
È
quindi più plausibile che Wayne, Harley e Faye abbiano agito
autonomamente, cercando di recuperare droga e denaro per ottenere
l’approvazione di Laurie. Un gesto che però si rivela miope: non
solo espone la loro organizzazione a una ritorsione diretta, ma
innesca una reazione a catena che potrebbe sfuggire completamente
al loro controllo. La rapina, in questo senso, non è un atto di
guerra pianificato, ma un errore strategico destinato ad avere
conseguenze enormi.
Il vero
significato del finale: la rapina salva Rue ma la intrappola ancora
di più nel sistema
Dal punto di vista narrativo, la rapina funziona come un evento
salvifico per Rue. Senza quell’interruzione improvvisa, la sua
copertura sarebbe crollata: i sospetti di Magick e l’attenzione di
Eddy avrebbero portato inevitabilmente alla scoperta del suo ruolo
di informatrice. In questo senso, il caos agisce come una sorta di
“deus ex machina”, ma perfettamente coerente con il mondo di
Euphoria, dove la
casualità e l’imprevedibilità sono parte integrante del
racconto.
Tuttavia, questo salvataggio ha un prezzo. Restando accanto a Eddy
per aiutarlo, Rue rafforza la sua immagine di lealtà all’interno
della gang di Alamo. È un gesto che la protegge nell’immediato, ma
che la lega ancora di più a quel mondo. Il conflitto non si
risolve, si intensifica: ora Rue non è più solo una pedina tra due
forze opposte, ma un elemento centrale di una guerra che sta per
esplodere.
La scelta implicita di Rue – restare con Alamo o continuare a
collaborare con la DEA – non è più teorica, ma imminente. E la
serie suggerisce che, almeno per ora, la sua inclinazione sia verso
il lato criminale, non per convinzione, ma per necessità. È questo
il vero dramma del personaggio: non la dipendenza, ma
l’impossibilità di uscire da un sistema che la definisce.
Euphoria 3 spinge
ancora più in là il suo racconto: dal teen drama al crime
esistenziale
Con questo episodio, Euphoria conferma una trasformazione già in atto: da
racconto generazionale a vero e proprio crime drama esistenziale.
La dimensione scolastica e relazionale, pur ancora presente (nelle
storyline di Cassie, Maddy e Jules), diventa sempre più periferica
rispetto a un conflitto più ampio e violento.
Sam Levinson spinge i suoi personaggi verso una spirale di
autodistruzione sempre più esplicita, in cui le scelte non sono mai
davvero libere, ma condizionate da un contesto che non lascia
alternative reali. Rue, in particolare, incarna questa logica: ogni
sua decisione sembra aprire una via d’uscita, ma finisce sempre per
chiuderla da un’altra parte.
La rapina al Silver Slipper non è quindi solo un evento narrativo,
ma un punto di non ritorno. Da qui in avanti, la serie sembra
destinata ad abbandonare definitivamente ogni illusione di
equilibrio, per entrare in una fase più cupa, dove le conseguenze
delle azioni diventano inevitabili.
Cosa succederà
ora: guerra tra Alamo e Laurie e il rischio di un collasso
interno
Le conseguenze della rapina sono già evidenti: più che un conflitto
diretto tra Alamo e Laurie, l’episodio prepara il terreno per una
destabilizzazione interna. L’indagine sulla talpa, guidata da
Bishop e alimentata dai sospetti di Magick, rischia di distruggere
la fiducia all’interno della gang.
Questo potrebbe rivelarsi ancora più pericoloso di uno scontro
aperto. Se Alamo inizierà a dubitare dei suoi stessi uomini, il suo
impero potrebbe crollare dall’interno, senza che Laurie debba
intervenire direttamente. In questo scenario, Rue si troverebbe nel
punto più critico possibile: sospettata da entrambi i lati e senza
una vera via di fuga.
La rapina, quindi, non è l’inizio di una guerra, ma l’innesco di un
collasso. E Euphoria
sembra voler esplorare proprio questo: non tanto lo scontro tra due
poteri, quanto la lenta distruzione di un sistema dall’interno.
Un altro ospite nell’episodio 5 di
The Boys
5 è stato Misha Collins nei
panni di Malchemical, che ha interpretato Castiel in
Supernatural, un alleato dei
Winchester. Queste guest star, insieme a celebrità come
Seth
Rogen, Kumail Nanjiani e Christopher
Mintz-Plasse, sono apparse in una specifica trama della
serie, ambientata immediatamente prima del finale dell’episodio 5
della quinta stagione di The
Boys.
Ambientata nella casa di Mr.
Marathon a Los Angeles, la trama si concentrava sulla ricerca del
V-One da parte di Soldier Boy e Homelander. All’interno
dell’abitazione di Marathon si trovavano numerosi easter egg e
riferimenti, oltre ai cameo già menzionati. Questi easter egg sono
collegati non solo a Supernatural, ma anche al più ampio universo
di The Boys, ai franchise di supereroi reali, ai creativi di
Hollywood e ad altri riferimenti culturali degli ultimi anni.
Michaela Starr
Una delle principali
fonti di questi riferimenti nascosti è una stanza piena di poster
dei vari film di supereroi di Mr. Marathon ambientati nell’universo
di Supernatural. Su diversi poster, viene indicato un nome
specifico come protagonista femminile: Michaela Starr. Starr, pur
non essendo un’attrice, è coinvolta nella produzione
cinematografica di Hollywood, tra cui The Boys. Starr è una
produttrice di lunga data, nota soprattutto per la serie Prime Video in questione, Gen
V, e per gli altri spin-off di The Boys.
Mr. Marathon: Around the
Speedy-Verse
Oltre a fare riferimento
a membri del team creativo di The Boys, i poster stessi parodiano
diversi film di supereroi Marvel e DC degli ultimi anni. Il
primo di questi poster pubblicizza “Mr. Marathon: Around the
Speedy-Verse”. Questo fa riferimento in modo esplicito al franchise
di Spider-Man, in particolare a Spider-Man: Across the
Spider-Verse della Sony, dal titolo del finto film alla posa
del personaggio sul poster.
Grazie ai poteri di Mr. Marathon,
questo poster fa anche riferimento a The
Flash del 2023. In quel film, Barry Allen corre attraverso il
tempo ed entra in un multiverso, proprio come presumibilmente fa
Mr. Marathon in “Around the Speedy-Verse”.
Mr. Marathon Origins: Madame
Marathon
Un altro poster che
prende in giro due proprietà Marvel è “Mr. Marathon Origins: Madame
Marathon”. La prima parte del titolo fa riferimento a X-Men
Origins: Wolverine, il primo spin-off della saga cinematografica
degli X-Men. La seconda parte è un gioco di parole su Madame Web, un altro dei vari spin-off di
Spider-Man degli ultimi anni.
Mr. Marathon: Vampire Hunter
Un altro poster ancora,
visto appeso al muro di Mr. Marathon, è per “Mr. Marathon: Vampire
Hunter”. Questo fa riferimento alla già citata serie televisiva di
Jared Padalecki e Jensen Ackles, Supernatural, in cui i due
personaggi danno la caccia a creature soprannaturali, inclusi i
vampiri. Inoltre, il titolo del film si ricollega in qualche modo a
un altro film di Spider-Man, Kraven the Hunter, sebbene in modo meno
esplicito.
Sony Pictures TV
Curiosamente, tutti i
poster menzionati finora rimandano a film di Spider-Man prodotti
dalla Sony Pictures, non dai Marvel Studios. Questo si ricollega a
una battuta di Homelander, che afferma che nessuno di questi film è
stato prodotto dalla Vought, bensì dalla Sony Pictures TV. Dopo una
domanda di Soldier Boy sul perché questo sia importante, Homelander
risponde che è lì che “i supereroi finiti vanno a morire”.
La Sony ha gestito malissimo i suoi
personaggi di Spider-Man con spin-off disastrosi come Morbius e Madame Web, ma ora sta finalmente
risollevando le sorti del franchise.
Sebbene questo prenda ulteriormente
in giro i film di supereroi meno apprezzati come Madame Web e
Kraven the Hunter, prodotti dalla Sony Pictures, si tratta di
un’autoironia. Dopotutto, la Sony Pictures TV produce The Boys
insieme ad Amazon MGM Studios.
Ghost Runner 2: Supernatural
Speedster
Tornando ai poster
stessi, uno di essi rimanda a Supernatural. Il titolo di questo
film con protagonista Mr. Marathon è “Ghost Runner 2: Supernatural
Speedster”. Oltre all’uso della parola “Supernatural” nel titolo,
il carattere è simile, se non identico, a quello della sigla della
serie Supernatural.
Marathon & Malchemical: Let There
Be Rampage
L’ultimo film di
Spider-Man della Sony Pictures parodiato nell’episodio 5 della
quinta stagione di The Boys è Venom: Let There Be Carnage. Mr.
Marathon ha recitato in un film intitolato “Marathon & Malchemical:
Let There Be Rampage”, un chiaro riferimento al già citato film del
2021.
“Un film di Ryan Cox”
Sotto uno dei titoli sui
poster di Mr. Marathon, si può leggere la scritta “Un film di Ryan
Cox”. Questo easter egg è molto simile a quello con Michaela Starr,
dato che Ryan Cox è un membro della troupe di The Boys. Cox lavora
nel reparto audio di The Boys, come già fatto per entrambe le
stagioni di Gen V.
Celebrità “Starlighters” arrestate
dalla Vought
Dopo essersi allontanati
dalla sala cinema del signor Marathon, lui, Homelander e Soldier
Boy incontrano gli amici di quest’ultimo, che stanno giocando a
poker. Questo gruppo di amici è composto da celebrità reali che
interpretano versioni fittizie di se stesse: Seth Rogen, Kumail
Nanjiani, Christopher Mintz-Plasse e Will Forte. Fa parte del
gruppo anche Malchemical, il supereroe menzionato su uno dei
poster, interpretato da Misha Collins, che a sua volta è una sorta
di easter egg dato il suo ruolo in Supernatural.
Durante la partita a poker, si
possono sentire le celebrità parlare di diverse persone del settore
che sono state arrestate. Questo fa riferimento ai primi episodi
della quinta stagione di The Boys, in cui Homelander ha rafforzato
il suo controllo sugli Stati Uniti etichettando come “Starlighters”
chiunque fosse anche solo lontanamente collegato a post o forum
online che gli si opponevano.
Molti di questi “Starlighters”
famosi vengono menzionati solo con il nome di battesimo. Tuttavia,
è abbastanza facile intuire a chi si riferiscano le guest star di
The Boys, sia per il livello di fama raggiunto da alcuni di loro,
sia per le collaborazioni avute con il gruppo. Ad esempio, Aziz
Ansari è un caro amico di Seth Rogen e ha recitato in film sia con
lui che con Mintz-Plasse.
Alcuni di questi nomi, come Bill
Hader, vengono menzionati perché le celebrità sono contente della
loro scomparsa. Will Forte afferma che il giorno dell’esecuzione di
Hader è stato il più felice della sua vita, facendo riferimento al
fatto che i due hanno lavorato insieme nella vita reale al Saturday
Night Live per molti anni.
Attivismo delle celebrità
Dopo questa conversazione
su quali dei loro amici, o rivali, siano stati arrestati dalla
Vought, il gruppo passa a pensare a cosa possono fare per aiutare.
Questo porta a un esilarante scambio di battute che parodia
l’attivismo delle celebrità nella vita reale, sia esso di facciata
o meno. Nanjiani afferma che devono fare qualcosa, dato che
raccontano storie che ispirano, includendo personaggi come Luke
Skywalker, Katniss Everdeen e Gandhi come “personaggi” che fanno
parte di tali storie.
Poi, Seth Rogen suggerisce di
pubblicare tutti dei quadrati neri contemporaneamente su Instagram,
facendo riferimento alle proteste di Black Lives Matter del 2020.
Nanjiani lo fa notare, spingendo Rogen a dire che potrebbero
pubblicare dei quadrati blu con la didascalia “Blue Lives Matter”,
parodiando il movimento di controparte reale a Black Lives Matter
con lo stesso nome. Infine, Rogen afferma che chiederà a Lena
Dunham di scrivere un editoriale per The Atlantic, facendo
riferimento alla sua lunga storia di attivismo nel settore.
Michael Cera
La conversazione torna
rapidamente a concentrarsi sulle celebrità reclutate dalla Vought
nella quinta stagione di The Boys. Christopher Mintz-Plasse chiede
agli altri se pensano che Michael Cera sia uno Starlighter; i due
sembrano essere in lizza per lo stesso ruolo, con il primo che
afferma che non sarebbe poi così male se il secondo sparisse. Seth
Rogen ribatte ricordando a Mintz-Plasse che sono amici di Cera da
20 anni.
Ovviamente, questo è un riferimento
all’amicizia nella vita reale tra i tre attori, iniziata con
Superbad del 2008. Più tardi, quando scoppia il caos e le celebrità
iniziano a litigare tra loro, Mintz-Plasse ordina a tutti di tacere
prima di suggerire nuovamente di sbarazzarsi di Michael Cera.
Merchandising Vought
Tra le scene che
coinvolgono le celebrità della quinta stagione di The Boys, c’è una
scena ambientata nella stanza della Vought del signor Marathon.
Porta Homelander e Soldier Boy lì per spiegare che Bombsight, un
eroe che apparirà sia nel prequel di The Boys, noto come Vought
Rising, sia nei futuri episodi della quinta stagione, possiede del
V-One.
Nella stanza, però, si trovano
gadget della Vought. Dai fumetti con Soldier Boy, Black Noir e
altri eroi dei Sette, passati e presenti, ai poster con i
personaggi di Vought Rising che pubblicizzano sigarette o
obbligazioni di guerra, la stanza è piena zeppa di oggetti che
pubblicizzano i supereroi dell’universo di The Boys.
Olio per bambini Puff Baby
Uno degli altri prodotti
Vought trovati in casa di Marathon è l'”Olio per bambini Puff
Baby”, un riferimento a qualcosa al di fuori dell’universo di The
Boys. Questo si collega a Sean Combs, alias Diddy, alias Puff
Daddy, con The Boys che parodia quest’ultimo soprannome. Il
riferimento qui è alle notizie secondo cui, durante l’indagine
penale su Combs, gli agenti federali avrebbero trovato 1000 flaconi
di olio per bambini e altri tipi di lubrificante nella sua
casa.
Vought Rising
Come già accennato,
diversi easter egg nell’episodio 5 della quinta stagione di The
Boys sono collegati a Vought Rising. Non solo i personaggi
compaiono su alcuni articoli di merchandising venduti da Mr.
Marathon, ma Soldier Boy viene mostrato mentre critica Bombsight e
Frederick Vought guardando una foto della moglie di quest’ultimo,
Stormfront.
Senza dubbio, queste dinamiche tra
i personaggi verranno approfondite nel prequel di The Boys.
L’uscita di Vought Rising è prevista su Prime Video nel corso del
2027.
Seth Rogen che odia la
marijuana
Seth Rogen arriva alla prima mondiale della serie Apple
TV+ “The Studio” stagione 1. Foto di Image Press Agency via
Depositphotos.com
Uno degli ultimi easter egg che
coinvolgono Seth Rogen fa riferimento al suo noto e regolare
consumo di marijuana. Nell’episodio 5 della quinta stagione di The
Boys, Christopher Mintz-Plasse viene mostrato mentre fuma uno
spinello e chiede a Rogen se ne vuole un tiro. Rogen risponde che
in realtà odia la marijuana e la usa solo come parte del suo
marchio per “vendere posacenere agli ingenui”.
Danny Trejo’s Tacos
Un cameo “nascosto”
nell’episodio 5 della quinta stagione di The Boys è quello di Craig
Robinson. Robinson viene mostrato mentre esce da un bagno alla fine
dell’episodio, affermando che “Danny Trejo dovrebbe limitarsi a
recitare”. Questo è un riferimento a Trejo’s Tacos, una catena di
ristoranti aperta dall’attore che si è recentemente espansa in
altre attività.
MacGruber
L’episodio 5 della quinta
stagione di The Boys si conclude con Mr. Marathon e Malchemical che
cercano di convincere Soldier Boy a uccidere Homelander. Mentre
tutto ciò accade, Will Forte inizia a dare di matto e cerca di
scappare, al che Marathon risponde: “Calmati, MacGruber. Va tutto
bene”. Uno dei personaggi più noti di Forte al Saturday Night Live,
che ha persino portato a un film e a una serie TV spin-off, è
MacGruber, una parodia di MacGyver.
“Nessuno fotte mio figlio tranne
me”
Soldier Boy, tuttavia, si
rifiuta di uccidere Homelander, insistendo: “Nessuno fotte mio
figlio tranne me”. Soldier Boy si corregge subito dicendo che la
sua affermazione è stata fraintesa. Questo è in realtà un
riferimento ai fumetti originali di The Boys, in cui Soldier Boy
era un personaggio molto diverso e il suo rapporto con Homelander
era altrettanto diverso rispetto alla serie TV.
Nei fumetti, Soldier Boy non è il
padre di Homelander e i due hanno rapporti sessuali. Questa trama
era già stata accennata in precedenza nella stagione; Dopo essere
stato scongelato, Soldier Boy chiese a Homelander se avesse avuto
rapporti sessuali con il suo corpo congelato.
An American Pickle
L’ultimo easter egg
presente nell’episodio 5 della quinta stagione di The Boys,
intitolato “Supernatural reunion”, proviene dallo stesso Padalecki.
Dopo aver corso attraverso tutte le celebrità presenti in casa sua,
Mr. Marathon fa lo stesso con Seth Rogen. Tuttavia, Rogen non muore
immediatamente, ma viene tagliato a metà. Mentre muore, Marathon lo
consola, dicendogli che si ricorderà sempre di lui quando guarderà
“An American Pickle”.
Questo film, con Rogen come
protagonista, è uscito nel 2020, nel pieno della pandemia di
COVID-19, e, come tale, è diventato uno dei ruoli meno influenti di
Rogen. Anziché citare Superbad, Pineapple Express o qualsiasi altra
delle popolarissime commedie in cui Rogen ha recitato, il quinto
episodio della quinta stagione di The Boys conclude la reunion di
Supernatural con un easter egg incredibilmente di nicchia.
Girigo (If Wishes Could Kill), la serie
sudcoreana YA horror di Netflix, parte da un’idea estremamente
potente: un’app capace di realizzare desideri… ma a un costo
mortale. Un concept che si inserisce perfettamente nella tradizione
delle narrazioni teen oscure, tra desiderio, conseguenze e
identità. Eppure, nonostante le premesse, l’esordio della serie non
ha generato l’impatto che Netflix probabilmente si aspettava.
Ed
è proprio questo il punto da cui partire per capire il futuro dello
show. Perché la domanda che molti spettatori si stanno facendo –
Girigo avrà una stagione
2? – non dipende solo dal
finale della prima stagione, ma soprattutto da come la serie si
è posizionata nei suoi primi giorni di uscita.
Girigo – stagione
2 non è ancora confermata: i dati di ascolto mettono a rischio il
rinnovo
Al momento, Netflix non ha ancora annunciato ufficialmente una
seconda stagione di Girigo. Ma più che l’assenza di comunicazioni, è il
dato di partenza a raccontare la situazione reale: la serie ha
debuttato con circa 16,9 milioni di ore visualizzate nella prima
settimana, equivalenti a circa 2,8 milioni di visualizzazioni.
Numeri che, per una produzione internazionale Netflix con ambizioni
globali, risultano piuttosto modesti. Non si tratta di un
fallimento netto, ma nemmeno di un debutto capace di garantire
automaticamente un rinnovo. Ed è qui che entra in gioco la logica
della piattaforma: Netflix valuta soprattutto la capacità di una
serie di mantenere o aumentare il proprio pubblico nelle settimane
successive.
Se Girigo non riuscirà a
crescere in termini di visualizzazioni o a generare un forte
passaparola, le probabilità di una seconda stagione potrebbero
ridursi sensibilmente. In questo senso, il destino della serie è
ancora completamente aperto, ma appeso a un equilibrio molto
fragile.
Il significato
della storia: desideri, conseguenze e il lato oscuro della crescita
adolescenziale
Cortesia di Netflix
Al di là dei numeri, Girigo costruisce un impianto narrativo che si
inserisce perfettamente nel filone delle storie in cui il desiderio
diventa una trappola. L’app che permette agli studenti di
realizzare i propri sogni non è solo un espediente horror, ma una
metafora diretta della fase adolescenziale, in cui ogni scelta
sembra avere un peso assoluto e irreversibile.
Il vero cuore della serie sta proprio qui: i protagonisti non sono
vittime passive, ma partecipano attivamente al meccanismo che li
distrugge. Ogni desiderio espresso è, allo stesso tempo, un atto di
autodeterminazione e di autodistruzione. È questa ambiguità a
rendere il racconto interessante, perché sposta il focus dal “cosa
succede” al “perché succede”.
In questo senso, Girigo
dialoga con altre opere del genere teen horror contemporaneo, ma lo
fa con una sensibilità più emotiva, meno spettacolare e più legata
alla fragilità dei personaggi. Tuttavia, proprio questa scelta più
introspettiva potrebbe aver limitato il suo impatto immediato sul
pubblico, rendendola meno “virale” rispetto ad altri titoli
simili.
Cosa potrebbe
raccontare Girigo 2: tra espansione del mistero e nuove regole del
gioco
Cortesia di Netflix
Se dovesse essere rinnovata, la seconda stagione di Girigo avrebbe una direzione narrativa
abbastanza chiara: espandere il funzionamento dell’app e
approfondire le sue origini. Il vero mistero, infatti, non è tanto
legato ai singoli desideri, quanto al sistema che li governa.
Una possibile evoluzione potrebbe portare la serie a esplorare:
chi
ha creato l’app
se
esistono altri gruppi coinvolti
quali sono le vere regole del “patto”
Allo stesso tempo, i personaggi sopravvissuti potrebbero affrontare
le conseguenze delle loro scelte, spostando il racconto da una
dinamica di scoperta a una di responsabilità. Questo passaggio
sarebbe fondamentale per dare alla serie una maggiore profondità e,
soprattutto, una direzione più definita.
Il rischio, però, è evidente: senza un forte rilancio narrativo,
Girigo potrebbe restare
intrappolata nel suo stesso concept, senza riuscire a evolversi
davvero.
Girigo tra K-drama
e horror teen: perché la serie ha bisogno di una seconda stagione
per funzionare davvero
Uno degli elementi più interessanti di Girigo è il suo posizionamento a metà tra
K-drama e horror teen globale. Da un lato, mantiene una forte
attenzione ai personaggi e alle relazioni; dall’altro, utilizza un
meccanismo narrativo tipico delle produzioni occidentali più “high
concept”.
Questa doppia identità è al tempo stesso una forza e una debolezza.
Da un lato, permette alla serie di distinguersi; dall’altro,
rischia di renderla meno immediata per un pubblico abituato a
dinamiche più chiare e riconoscibili.
È
proprio per questo che una seconda stagione sarebbe fondamentale.
Non solo per proseguire la storia, ma per consolidare l’identità
della serie e darle una direzione più precisa. Senza un seguito,
Girigo rischia di
restare un esperimento interessante ma incompiuto.
Bocciato (Flunked), la serie francese
Netflix che mescola crime e commedia,
costruisce il proprio racconto su un’idea tanto semplice quanto
efficace: cosa succede quando un truffatore è costretto a
impersonare un insegnante e finisce per diventarlo davvero? Il tono
leggero e ironico nasconde però, soprattutto nel finale, una
riflessione più complessa sull’identità, sulla responsabilità e
sulla possibilità di cambiare.
È
proprio l’ultimo episodio a ribaltare completamente la prospettiva
iniziale. Quella che sembrava una storia di redenzione guidata
dalle istituzioni si trasforma in un racconto più ambiguo, dove
nessuno è davvero “giusto” e dove il protagonista, per paradosso,
trova la sua forma più autentica proprio nel momento in cui sceglie
di tornare a essere un fuggitivo.
Come finisce
Bocciato: la fuga di Eddy non è una sconfitta, ma l’unica scelta
possibile
Il finale di Bocciato si
costruisce su una rivelazione decisiva: Lucie non ha mai davvero
intenzione di salvare Eddy dal carcere. L’accordo che lo ha spinto
a collaborare come infiltrato nella scuola era, fin dall’inizio,
manipolato. Anche nel migliore dei casi, il protagonista avrebbe
comunque scontato una pena, seppur ridotta. Questo cambia
radicalmente la lettura dell’intera stagione, perché trasforma Eddy
da “collaboratore” a semplice pedina all’interno di un sistema che
lo ha sempre considerato sacrificabile.
La fuga dall’aeroporto diventa quindi inevitabile e, soprattutto,
coerente con il personaggio. Eddy non sta scegliendo il crimine, ma
sta rifiutando un sistema che gli ha mentito dall’inizio. In questo
contesto, la presenza di Oceane nel van aggiunge un ulteriore
livello emotivo: la ragazza sceglie di seguirlo non per ingenuità,
ma perché riconosce in lui una forma di autenticità che manca agli
adulti “legittimi”. Tuttavia, Eddy compie finalmente un gesto
diverso rispetto al passato: invece di trascinarla nel suo mondo,
la riporta verso una possibilità di normalità, accompagnandola a
una nuova scuola. È qui che si intravede una trasformazione reale,
non completa ma significativa.
Il significato del
finale di Bocciato: identità costruite e verità emotive in un mondo
di bugie
Il cuore tematico di Bocciato sta tutto nel paradosso di Eddy: un uomo che
vive di identità false e che, proprio attraverso una finzione,
scopre una verità più profonda su sé stesso. Il suo percorso come
insegnante non è mai completamente autentico, eppure è l’unico
momento in cui il personaggio smette di essere puramente
opportunista. Il contatto con gli studenti, le dinamiche della
scuola pubblica e persino la sua involontaria leadership nella
protesta sociale lo costringono a confrontarsi con una
responsabilità che non aveva mai davvero accettato.
In questo senso, il finale non offre una redenzione tradizionale,
ma una presa di coscienza incompleta. Eddy non diventa “buono”, ma
smette di essere solo un truffatore. Allo stesso tempo, Lucie
rappresenta l’altra faccia della medaglia: una figura istituzionale
che, pur operando dalla parte della legge, utilizza metodi
altrettanto manipolatori. La serie suggerisce così una lettura più
ampia, in cui la distinzione tra giusto e sbagliato si dissolve,
lasciando spazio a un sistema in cui tutti, in modi diversi,
costruiscono narrazioni funzionali ai propri obiettivi.
Anche il rapporto con Tiphaine si inserisce in questo discorso.
L’impossibilità di una relazione stabile non è solo narrativa, ma
simbolica: Eddy non può costruire qualcosa di autentico finché
continua a nascondersi dietro identità parziali. Il finale, quindi,
non chiude, ma sospende il personaggio in uno stato di
transizione.
Bocciato tra crime
e commedia: perché la serie usa il tono leggero per raccontare
qualcosa di più complesso
Uno degli aspetti più interessanti di Bocciato è la sua capacità di utilizzare un
tono apparentemente leggero per affrontare temi più profondi. La
commedia nasce dal contrasto tra il mondo criminale e quello
scolastico, ma questa contraddizione diventa progressivamente il
motore della narrazione. La scuola non è solo un’ambientazione, ma
uno spazio simbolico in cui emergono le disuguaglianze sociali, le
fragilità dei giovani e le contraddizioni delle istituzioni.
In questo contesto, Eddy diventa un elemento di disturbo che,
proprio perché esterno al sistema, riesce a metterne in luce i
limiti. La protesta con la maschera del pesce, inizialmente quasi
grottesca, assume un valore politico più ampio, trasformandosi in
un simbolo di critica al sistema educativo. È qui che la serie si
avvicina a una tradizione narrativa europea che mescola
intrattenimento e commento sociale, senza mai appesantire il
racconto.
Il legame con il genere crime resta fondamentale, ma non è mai
dominante: Bocciato non
è una storia di indagini, ma una storia di identità. E proprio
questa ambiguità di genere è ciò che la rende potenzialmente
interessante anche in prospettiva futura.
Bocciato 2 si
farà? Il finale prepara un seguito più ampio e potenzialmente più
oscuro
Il finale di Bocciato è
costruito chiaramente come un punto di partenza più che come una
conclusione. Eddy è ora un fuggitivo, ma anche un personaggio più
consapevole, pronto a confrontarsi con le conseguenze delle proprie
scelte. Allo stesso tempo, Lucie non ha esaurito il suo ruolo: il
conflitto tra i due è ancora aperto e potrebbe diventare il vero
fulcro di una seconda stagione.
La possibile continuazione potrebbe spostare il tono verso una
dimensione più cupa, abbandonando in parte la leggerezza iniziale
per esplorare le implicazioni della fuga e della clandestinità. Il
ritorno di Sagirov, o l’approfondimento del passato di Patricia,
rappresentano ulteriori linee narrative pronte a essere
sviluppate.
Netflix non ha ancora confermato ufficialmente una seconda
stagione, ma la struttura narrativa e la costruzione del finale
indicano chiaramente una volontà di proseguire. Più che una
chiusura, Bocciato offre
una promessa: quella di un racconto che può evolversi, spostando il
proprio equilibrio tra ironia e dramma verso territori ancora più
complessi.
Charlie Cox, protagonista di Daredevil: Rinascita, ha svelato un
dettaglio inedito sulla versione originale della prima stagione
della serie: Tom Hiddleston avrebbe dovuto dirigere
un episodio prima del profondo rinnovamento creativo del
progetto. L’attore ha anche condiviso alcune riflessioni sul futuro
del
suo personaggio nell’MCU e sul Daredevil del 2003 con Ben Affleck.
In origine, la stagione 1 della
serie Marvel era pensata come un
arco narrativo di 18 episodi su Disney+. Tuttavia, Marvel
Studios ha poi deciso di cambiare direzione,
ritenendo che un approccio troppo diluito non funzionasse per la
storia di Daredevil. Il progetto è stato quindi affidato a un nuovo
showrunner, Dario Scardapane, che ha sviluppato la
versione finale della serie.
Parlando del progetto iniziale, Cox
ha raccontato che Hiddleston era coinvolto in modo diretto nella
produzione, ma non come attore: “Quando la prima stagione di
Daredevil: Rinascita era ancora
prevista come una serie da 18 episodi, Tom avrebbe dovuto
dirigere uno degli episodi. Stavamo già collaborando al
telefono e scambiando idee. Sarebbe stato davvero bello.”
L’episodio in questione sarebbe
stato il numero 12, anche se Cox ha sottolineato
che molti dettagli sono andati persi con il cambiamento della
serie. Hiddleston, che ha già lavorato come produttore per Loki e The Night Manager,
avrebbe così fatto il suo debutto alla regia proprio con questo
progetto Marvel.
Nel corso
dell’intervista, Cox ha anche riflettuto sul film
Daredevil del 2003,
spiegando che secondo lui i limiti dell’epoca e l’uso
ancora acerbo della CGI hanno influenzato il risultato
finale. “Credo che con quel film siano successe due cose: da un
lato era appena arrivata la CGI e hanno voluto sperimentarla
subito; dall’altro hanno cercato di condensare l’intero universo
narrativo di Daredevil in due ore.” Allo stesso tempo, ha
riconosciuto che il film contiene comunque momenti diventati
iconici e si è detto curioso all’idea di lavorare in futuro con
Ben
Affleck in un possibile crossover Marvel.
Per quanto riguarda
il suo ruolo nell’MCU, l’attore ha preferito mantenere un
profilo basso, chiarendo che al momento la priorità resta
la serie: “Marvel mi ha detto chiaramente che per ora il
mio focus deve essere la serie. È questo l’obiettivo principale.
Poi si vedrà.”
Anche Vincent D’Onofrio, interprete di
Kingpin, ha commentato il futuro del franchise, sottolineando
come il rapporto tra i due personaggi resti centrale e
molto apprezzato dai fan, lasciando aperta la possibilità
di ulteriori sviluppi, anche al di fuori della serie: “Sembra che
le persone amino vedere questi due personaggi insieme. Non sono io
a decidere per quanto tempo resteremo. Ma se non sarà in questa
serie, lo faremo altrove.”
Dopo un finale che ha
lasciato più domande che risposte, Unchosen è rapidamente diventata una delle
serie più discusse su Netflix, spingendo molti spettatori a chiedersi se la
storia continuerà con una seconda stagione. Il successo della
serie, unito al forte interesse attorno ai suoi temi e ai suoi
personaggi, rende la domanda inevitabile: Unchosen 2 si farà davvero?
Al
momento, Netflix non ha ancora annunciato ufficialmente il rinnovo
della serie. Eppure, osservando il comportamento della piattaforma
e alcuni elementi legati alla produzione, emergono indizi che
permettono di fare una valutazione più concreta sul futuro dello
show.
Unchosen 2 non è ancora ufficiale:
cosa sappiamo sul possibile rinnovo
Foto Justin Downing/Netflix
La
situazione di Unchosen
rientra in una dinamica ormai tipica delle produzioni Netflix: il
rinnovo non arriva immediatamente, ma viene valutato nelle
settimane successive all’uscita, sulla base di alcuni parametri
chiave. Tra questi, il più importante è la capacità della serie di
mantenere una forte presenza nella Top 10 globale e generare
conversazioni online.
Nel caso di Unchosen, la
risposta del pubblico è stata significativa, soprattutto per quanto
riguarda il coinvolgimento emotivo e le discussioni legate al
finale. Questo è un segnale che Netflix osserva con grande
attenzione, perché indica non solo il successo immediato, ma anche
il potenziale di continuità narrativa.
Un altro elemento da considerare è la struttura stessa della serie.
Unchosen
non è costruita come una miniserie chiusa, ma lascia spazio
evidente a sviluppi futuri, suggerendo che una seconda stagione
fosse già prevista almeno a livello creativo. Questo tipo di
progettazione aumenta le probabilità di rinnovo, soprattutto quando
il pubblico dimostra interesse nel proseguire la storia.
Perché una seconda stagione è
probabile: indizi e strategia Netflix
Foto Justin Downing/Netflix
Anche senza un annuncio ufficiale, diversi fattori giocano a favore
di Unchosen 2. Il primo
è la natura seriale del racconto: il finale non chiude davvero
l’arco narrativo, ma apre nuove linee di sviluppo che difficilmente
resterebbero inesplorate.
Inoltre, Netflix tende a investire su titoli che riescono a
costruire un’identità forte e riconoscibile. Unchosen ha già dimostrato di avere un
posizionamento chiaro, capace di distinguersi all’interno di un
catalogo sempre più affollato. Questo tipo di serie, se performa
bene nelle prime settimane, viene spesso trasformato in un progetto
a più stagioni.
C’è poi un fattore strategico: la piattaforma ha bisogno di
contenuti che generino engagement costante, e le serie che spingono
il pubblico a cercare spiegazioni, teorie e approfondimenti (come
dimostra il successo delle ricerche sul finale) sono
particolarmente preziose.
Quando potrebbe uscire Unchosen
2: ipotesi realistiche sulla data
Foto Justin Downing/Netflix
Se il rinnovo dovesse arrivare nei prossimi mesi, è plausibile che
la seconda stagione di Unchosen venga distribuita tra la fine del 2026 e
l’inizio del 2027. Questo tipo di tempistiche è in linea con i
cicli produttivi standard delle serie Netflix, che richiedono
diversi mesi tra scrittura, riprese e post-produzione.
Molto dipenderà dalla rapidità con cui Netflix prenderà una
decisione ufficiale. Un rinnovo tempestivo potrebbe accelerare
l’intero processo, mentre un’attesa più lunga rischierebbe di
spostare ulteriormente la finestra di uscita.
Cosa potrebbe raccontare Unchosen
2 dopo il finale della prima stagione
Foto Justin Downing/Netflix
Il vero nodo resta narrativo: Unchosen ha costruito gran parte della sua forza
proprio sul mistero e sull’ambiguità, elementi che il finale ha
amplificato invece di risolvere. Una seconda stagione potrebbe
quindi approfondire le conseguenze delle scelte dei personaggi e
chiarire dinamiche rimaste volutamente sospese.
È
proprio questa apertura che rende la serie particolarmente adatta a
proseguire: il pubblico non cerca solo risposte, ma anche una
continuazione coerente di un universo narrativo che ha dimostrato
di funzionare.
In attesa di un annuncio
ufficiale da parte di Netflix, Unchosen 2 resta una possibilità concreta, sostenuta
sia dai dati di interesse del pubblico sia dalla struttura stessa
della serie. E, considerando quanto il finale abbia alimentato
curiosità e interpretazioni, è difficile immaginare che la storia
si fermi davvero qui.
In The
Boys 5, Firecracker ha svelato un’ultima bomba
prima che la sua devozione a Homelander le esplodesse in faccia, ma
il più grande rimpianto di Valorie Curry, dopo
aver lasciato la serie di Prime Video, non ha nulla a che vedere con le
azioni del suo personaggio nell’episodio
5.
Nonostante i crescenti dubbi
generati dall’autoproclamata ascesa a divinità di Homelander
(Antony
Starr), Firecracker ha mantenuto la linea del partito,
denunciando la sua stessa chiesa come un gruppo di blasfemi
sediziosi e devoti a Starlight. Il proselitismo pubblico, tuttavia,
non è bastato al malvagio autoritario, e la sua più fervente
sostenitrice ha trovato la morte per mano di una statua d’aquila,
per non aver creduto nel suo cuore che Homelander fosse il signore
e salvatore dell’America.
La potente interpretazione di Curry
ha reso impossibile non provare empatia per
Firecracker, anche se si trovava semplicemente in una
situazione difficilissima, frutto delle sue stesse azioni. Ma
sebbene l’attrice abbia subito precisato che il suo personaggio non
aveva molta scelta, è stata anche molto sincera riguardo
all’aspetto della vita di Misty Tucker Gray che
avrebbe voluto vedere esplorato più a fondo nella serie.
“Mi sarebbe piaciuto passare più tempo con Annie ed esplorare la
storia del loro rapporto. Se avessi passato più tempo con Annie,
forse avrei avuto più sangue in bocca!”
The Boys
4 ha introdotto una lunga inimicizia tra Annie
January/Starlight e Misty, le cui rispettive educazioni religiose
le hanno portate su strade molto diverse. Sebbene l’odio di
Firecracker per tutto ciò che Starlight rappresenta sia ancora
evidente nella propaganda che diffonde nella quinta stagione, non
c’erano più molte occasioni per un loro incontro. Nonostante ciò,
Curry ha spiegato che “quello è stato il background davvero
formativo per me nella creazione di quel personaggio”.
“La scena nell’appartamento
della quarta stagione è stata una delle scene del mio primo
provino.” Quella era la base di Firecracker, e penso che avere
un po’ più di tempo per approfondire quell’aspetto, o tornarci in
qualche modo, sarebbe stato davvero fantastico.
Uno sguardo più approfondito su
come The Boys ha rappresentato la fine di Firecracker
Forse l’elemento più tragico
dell’ultimo episodio di Firecracker è la sua scelta di rinunciare
ai propri valori piuttosto che tradire Homelander, e nonostante
questa scelta dolorosa paga comunque il prezzo del suo presunto
tradimento. Tuttavia, Curry ha rivelato che, secondo lei, non c’era
mai stata una scelta possibile.
Value Curry: Non credo che abbia scelto Homelander. Penso che si
sentisse totalmente impotente in quel momento. Quando si siede per
girare quella scena in “Truth Bomb”, non sa cosa farà. Non ha mai
creduto che Homelander fosse Dio, ovviamente! Ma ciò che capisce in
quella rivelazione è che è completamente pazzo. Quindi, cosa farà?
Perché ormai è troppo coinvolta.
Credo che uno dei momenti di pausa in cui non riesce a trovare
le parole sia quando si guarda intorno in quello studio. Lei pensa:
“Dove andrò? Cosa farò? Come farò a uscire da qui?”. Si sentiva
come se non potesse fare assolutamente nulla di diverso.
Ovviamente, noi spettatori sappiamo: “Beh, puoi”. C’è un prezzo da
pagare, ma puoi. Non appena cambia direzione e continua con quel
monologo, odia profondamente se stessa, odia tutti nella stanza e
odia Homelander.
Quell’odio ritrovato per
Homelander è proprio ciò che la porta alla morte,
nonostante i suoi disperati tentativi di tornare in vita. Forse
sarebbe potuta sopravvivere se avesse accettato il suo rifiuto in
silenzio, ma dopo tutto quello che ha perso, non c’è altra via
d’uscita senza il falso idolo che si è creata.
Valorie Curry: Lo dice con tutta se stessa quando guarda in
camera e afferma: “L’America si merita Homelander”. Sa esattamente
cosa intende quando lo dice. Ecco perché, quando entra nella stanza
da cui poi non uscirà più, è furiosa perché lui l’ha licenziata. Ha
scelto la sopravvivenza al posto delle sue convinzioni, e non solo,
conserva ancora la sua religione nel cuore, il che significa che
sta rinnegando Cristo. Andrà all’inferno! Ecco perché dice: “Ti ho dato la mia
anima”.
È arrabbiata e non riesce a trattenersi da quello sfogo, quando
avrebbe potuto andarsene e trovare un lavoro da Arby’s. Una volta
che lo sfogo attira la sua attenzione, entra in modalità
manipolazione. È in modalità manipolazione, e credo che funzioni
fin troppo bene. Gli ricorda troppo la sua umanità, e lui non la
sopporta.
La relazione con Soldier
Boy è stata divertente finché è durata
Jensen Ackles, che interpreta Soldier
Boy in The Boys, ha sottolineato la spietatezza del suo
personaggio quando ha detto a ScreenRant: “Onestamente, non
credo che gli importasse” della morte di Firecracker. Ma se
può essere di consolazione, sembra che anche a lei non importasse.
Curry ha raccontato che Firecracker ha iniziato una relazione con
lui solo perché “voleva solo sentirsi bene. Ha passato un
brutto periodo ed era molto sola”.
Value Curry: Teoricamente è dentro, ma in realtà è ancora
un’estranea. A questo punto, ha passato un anno a essere
maltrattata come un cane – anche se, chi maltratta i cani? Solo
gente cattiva come Homelander lo farebbe. Credo che in parte sia
una sorta di vendetta per aver fatto una cosa del genere a suo
padre. Dice: “Oh, è terribile. Chi farebbe una cosa del genere?”.
Ma in realtà, vuole solo sentirsi bene. Ero così felice per lei
quando ha avuto il suo orgasmo. Quando l’ho letto, ho pensato: “Sì,
ragazza, prendilo. Usalo e basta.”
Ma poi si crea una situazione in cui lei si sente un po’ troppo
a suo agio, un po’ troppo rilassata. Lui è molto libero di
esprimere non solo i suoi dubbi, ma anche il suo disprezzo e la sua
avversione per Homelander e per tutta questa storia di Dio. Per un
attimo, lei scivola e pensa: “Oh, quindi posso farlo anch’io.” Ma
no, non può.
Sebbene la loro relazione sullo
schermo lasci un retrogusto agrodolce, Curry e Ackles si sono
divertiti molto insieme dietro le quinte. “Ci siamo
divertiti”, ha aggiunto l’attrice. “La scena con la
pistola è stata assurda!”
Adoro avere un momento del genere
con Firecracker perché penso che sia una parte fondamentale di lei,
e il modo in cui si sente potente e sicura di sé deriva dalla
facilità con cui riesce a sedurre un uomo. Per lei è facile. Lei lo
guarda e pensa: “È una cosa semplice, e lui la porterà a
termine.”
Netflix si prepara ad accogliere una nuova
serie sci-fi dai toni misteriosi e soprannaturali:
The Boroughs, un progetto in otto
episodi che segna il ritorno dei Duffer Brothers come produttori esecutivi.
Dopo il successo globale ottenuto con Stranger Things e altri progetti recenti,
il duo torna con una storia che mescola complotti, creature
inquietanti e dinamiche umane in un contesto decisamente
insolito.
La
serie, prodotta da Upside Down Pictures, debutterà il
21 maggio e porterà sullo schermo una comunità
apparentemente perfetta, presto sconvolta da presenze oscure e
inspiegabili.
La
trama
Ambientata nel deserto del New Mexico, la storia ruota attorno a
The Boroughs, una tranquilla comunità per
pensionati che promette serenità e benessere ai suoi
abitanti. Tuttavia, dietro questa facciata idilliaca si nasconde
qualcosa di molto più inquietante.
“La vasta distesa soleggiata del deserto del New Mexico ospita The
Boroughs, una pittoresca comunità per pensionati che promette ai
suoi residenti il periodo migliore della loro vita. Ma per il nuovo
arrivato Sam Cooper, il paradiso sembra più una
prigione. Tutto cambia quando un terrificante incontro
notturno rivela che qualcosa di mostruoso si aggira tra i curati
viali residenziali.”
Il
protagonista, Sam Cooper, interpretato da Alfred Molina, è un ingegnere aeronautico in
pensione che, dopo aver perso la moglie, cerca un nuovo inizio. Ma
il suo arrivo nella comunità segna l’inizio di una serie di eventi
inspiegabili che lo porteranno a mettere in discussione tutto.
“Liquidato dalle autorità come l’ennesimo anziano confuso, Sam
trova alleati improbabili in un gruppo di eccentrici vicini: un’ex
giornalista brillante, una ricercatrice spirituale, un manager
musicale cinico e un medico geniale a corto di opzioni. Ignorati e
sottovalutati, questi improbabili eroi dovranno
unirsi per svelare la verità oscura al centro di The Boroughs prima
che il tempo a loro disposizione finisca.”
Un cast corale e una nuova sfida per i Duffer Brothers
Accanto ad Alfred Molina, il cast include nomi di primo piano come
Geena Davis, Alfre Woodard,
Denis O’Hare, Clarke Peters e
Bill Pullman, oltre a Carlos
Miranda, Jena Malone, Seth
Numrich e Alice Kremelberg. Un ensemble
variegato che contribuirà a dare profondità a una storia corale
fatta di misteri e relazioni.
I
Duffer Brothers hanno raccontato come il progetto sia nato
quasi per caso, dopo aver apprezzato il lavoro dei
creatori Will Matthews e Jeffrey Addis.
Ross Duffer: “Eravamo fan della precedente serie televisiva di Will
e Jeff, Dark Crystal – La resistenza. Ci piaceva
moltissimo, quindi volevamo incontrarli, e così è stato. Ci
siamo trovati subito in sintonia. È stato uno di quegli
incontri in cui non viene presentata nessuna idea. Abbiamo detto:
‘Se un giorno avrete qualcosa, ci piacerebbe lavorare con voi.’ E
una settimana dopo ci hanno mandato una breve descrizione, che poi
è diventata The Boroughs. E abbiamo detto: ‘Dobbiamo farlo.’”
Matt Duffer ha aggiunto: “Ci hanno inviato sostanzialmente un paio
di frasi. Era una versione molto iniziale dell’idea, ma coinvolgeva
un gruppo di personaggi anziani che vivono in una
casa di riposo — e dei mostri. Inutile dire che era perfettamente
nelle nostre corde. Siamo tutti fan, Jeff, Will e noi, di Cocoon, e
ci chiedevamo perché nessuno avesse mai fatto qualcosa di simile
prima. Ci è sembrato subito il progetto giusto. Ed è il primo
progetto che siamo riusciti a realizzare con Upside Down
Pictures.”
Non mancano i richiami alle
atmosfere di Stranger
Things, con un gruppo di outsider
chiamato a fronteggiare una minaccia più grande di loro. Come
sottolineato dallo stesso Matt Duffer: “Condivide sicuramente
alcuni elementi con Stranger Things, nel senso che c’è un gruppo
di eroi improbabili e amici inaspettati che combattono qualcosa di
più grande di loro, qualcosa di straordinario e
soprannaturale.”
Con queste premesse, “The
Boroughs” si presenta come una delle uscite più intriganti della
stagione televisiva, pronta a mescolare fantascienza, tensione e
dramma umano in un contesto decisamente originale.
È stato diffuso oggi il trailer
ufficiale di Dutton Ranch, la nuova serie originale di
Paramount+ che espande l’universo
narrativo di Yellowstone. Lo show debutterà sulla
piattaforma venerdì 15 maggio con i primi due episodi, riportando
al centro della scena due dei personaggi più amati: Beth Dutton e
Rip Wheeler, interpretati ancora una volta da Kelly Reilly e Cole Hauser.
Accanto a loro, il cast si
arricchisce di nomi di grande peso, tra cui i candidati all’Oscar
Ed
Harris e Annette Bening, che contribuiscono a
dare alla serie un respiro ancora più ampio e ambizioso.
Beth e
Rip tra passato e nuovi conflitti: cosa aspettarsi da Dutton
Ranch
Ambientata nel Sud del Texas,
la serie segue Beth e Rip mentre cercano di costruire una nuova
vita lontano dalle tensioni del passato legate allo Yellowstone
Ranch. Ma il tentativo di ricominciare si scontra rapidamente con
una realtà ben più dura: a Rio Paloma, il loro nuovo punto di
riferimento, il potere si conquista e si difende con ogni
mezzo.
La coppia dovrà affrontare un
ranch rivale senza scrupoli, pronto a tutto pur di proteggere il
proprio dominio. In questo contesto, il sangue e le alleanze
contano più di qualsiasi legge, mentre il perdono diventa un lusso
raro e la sopravvivenza rischia di avere un prezzo altissimo, anche
sul piano morale.
Il trailer anticipa un
racconto carico di tensione, in cui il tono epico e drammatico di
Yellowstone viene
mantenuto, ma declinato in un ambiente nuovo, ancora più brutale e
spietato.
Photo Credit: Emmerson Miller/Paramount+
La prima stagione sarà
composta da nove episodi e vedrà nel cast anche Finn
Little, Juan Pablo Raba, Jai
Courtney, J.R. Villarreal, Marc Menchaca e Natalie Alyn
Lind.
Prodotta da Paramount
Television Studios e 101 Studios, Dutton Ranch nasce
sotto la guida dello showrunner Chad Feehan ed è basata sui
personaggi creati da Taylor Sheridan e John Linson, gli stessi
dietro il successo globale di Yellowstone. Tra i produttori esecutivi figurano anche
David C. Glasser, Art Linson, Ron Burkle, David Hutkin, Bob Yari,
Christina Alexandra Voros, Michael Friedman, Cole Hauser, Kelly
Reilly e Keith Cox.
Christina Alexandra Voros
firma inoltre la regia di diversi episodi, inclusi il pilot e il
finale di stagione, affiancata da Greg Yaitanes, Jessica Lowrey e
Phil Abraham.
Con queste premesse, Dutton Ranch si prepara a essere uno dei
titoli più attesi del catalogo Paramount+, pronto a conquistare sia
i fan storici della saga che nuovi spettatori in cerca di un
western moderno e carico di conflitti.
La profonda amicizia tra Deep
(Chace Crawford) e Black Noir (Nathan
Mitchell) sembra essere giunta al termine, con le tensioni
che raggiungono il culmine nel
quinto episodio di The Boys 5.
Sebbene l’ultima stagione della
serie di Prime Video fosse iniziata con una trama comica
incentrata su un podcast di genere “manosphere”, in cui Noir poteva
comunicare solo premendo dei pulsanti per fingere di non poter
parlare, il terzo episodio ha ribaltato le loro dinamiche. Deep ha
rubato la scena al suo amico e compagno di squadra, attribuendosi
il merito della cattura di Stan Edgar, guadagnandosi così la stima
di Homelander mentre Noir è rimasto nell’ombra.
Un simile tradimento del
codice d’amicizia ha scatenato la reazione di Noir, che
però si è limitato a “rispondere male” nel podcast e a umiliare
Deep di fronte a Oh Father. Ma
alla fine di “One-Shots”, Deep uccide il regista di Noir con
un’anguilla, e la loro amicizia, un tempo solida, finisce. In una
recente intervista con ScreenRant, Crawford ha spiegato
nel dettaglio cosa si cela dietro l’animosità di Deep.
Homelander è alla radice delle
insicurezze di Deep nei confronti di Noir
Se la rivalità tra Deep e Noir è di
natura fraterna, come Crawford ammette senza esitazione, è
Homelander a fungere da figura paterna per entrambi.
Chace Crawford: Penso che Deep abbia difficoltà a mantenere e
coltivare amicizie profonde in generale. Ogni volta che si avvicina
a qualcuno, si crea una sorta di rivalità fraterna, capisci cosa
intendo? Finisce per odiare le persone che ama e per ferirle.
E si irrita tantissimo con Black Noir! Ora che lavorano insieme
al podcast, c’è questo legame fraterno, e probabilmente non
sopporta nemmeno che respiri. Stanno cercando di riavvicinarsi un
po’, finché la situazione non precipita.
Se la rivalità tra Deep e Noir è di
natura fraterna, come Crawford ammette senza esitazione, allora è
il leader dei Sette a fungere da figura paterna per entrambi. E
sebbene Homelander sia più potente che mai in The
Boys 5, grazie al suo autoproclamato status di
Dio, è anche più distante che mai dalla sua cosiddetta squadra e
più bisognoso di approvazione.
L’approvazione non è
qualcosa che cerca da Deep, che chiaramente considera inferiore,
lasciando quest’ultimo a cavarsela da solo. Crawford ha
approfondito questo punto con entusiasmo:
Deep si aggrappa disperatamente ai Sette, e lo fa da tre
stagioni. Cerca di compiacere Homelander e di essere un adulatore.
Si aggrappa alla vita frenetica che si è concesso e cerca di non
perderla.
In effetti, il rapporto di
Homelander con suo padre è un punto dolente sottovalutato che ha
lasciato Deep un po’ spaesato con il progredire della stagione.
Come ha sottolineato Crawford, vedere i due interagire deve essere
sconcertante per chi è costretto a prostrarsi ai piedi del proprio
leader. Potrebbe non essere giusto o ovvio che i favori di
Homelander si ripercuotano sui suoi seguaci, ma questa è la
famiglia.
Vedere Homelander quasi adulare Soldier Boy è strano per lui, in
un certo senso. È come dire: “Amico, pensavo fossi solo una figura
di rappresentanza…”. Vedere le crepe in Homelander è probabilmente
un po’ spaventoso.
Sebbene sembri piuttosto sconfitto
dopo The Boys 5 episodio 5, è improbabile che
la rivalità tra lui e Deep cessi di essere rilevante negli ultimi
tre episodi della serie. Che si riconcilino o che diventino ancora
più aggressivi, la strada da percorrere è ancora lunga.
A24 sta portando sul grande schermo
la storia di Anthony Bourdain. Per chi non lo
conoscesse, Bourdain era uno chef e conduttore televisivo della CNN
che si iscrisse a una scuola di cucina nel 1978 e divenne famoso
dopo la pubblicazione del suo libro di memorie Kitchen
Confidential: Adventures in the Culinary Underbelly nel 2000.
Purtroppo, lo chef e autore si è suicidato nel 2018 all’età di 61
anni in Francia. Nel corso della sua carriera ha vinto sei Emmy
Awards per progetti come Parts Unknown.
È stato diffuso il primo trailer
del biopic di A24 a lui dedicato e intitolato
Tony, che anticipa un’intensa storia sull’ascesa
di Bourdain nel mondo della gastronomia. La sinossi ufficiale del
film recita: “Un Anthony Bourdain diciannovenne si reca a
Provincetown e si imbatte nel mondo caotico della cucina di un
ristorante, dando inizio a un’estate che segnerà il corso della sua
vita”. Guarda il trailer qui sotto:
La famiglia di Bourdain ha
rilasciato una dichiarazione in merito al film biografico in
arrivo, realizzato in onore del compianto chef e autore:
“L’eredità di Anthony Bourdain
è significativa per milioni di persone. Era un uomo che dava valore
all’autenticità sopra ogni altra cosa e sarebbe stato al tempo
stesso commosso e perplesso dalla curiosità del mondo nei confronti
della sua vita.
Abbiamo scelto di sostenere
TONY perché non è un film biografico convenzionale e non cerca di
riassumere una vita. Guidato dalla visione del regista Matt
Johnson, il film racconta un’estate trasformativa del 1975 a
Provincetown, nel Massachusetts. È un’interpretazione, poiché
quella parte della vita di Tony rimarrà sempre in parte
sconosciuta.
Apprezziamo la rappresentazione
della complessità di Tony, della sua sete di conoscenza e della sua
determinazione: qualità che lo hanno portato in giro per il mondo e
lo hanno reso caro a così tante persone. Ci auguriamo che questo
film serva a ricordare che ogni viaggio ha un inizio e che il
pubblico possa vedere gli inizi dell’uomo che ci ha insegnato a
essere esploratori migliori sui nostri percorsi.”
Informazioni sul biopic
Tony
Tony è diretto da
Matt Johnson, regista di
Blackberry (2023), e vede nel cast
Dominic Sessa, Emilia Jones,
Dagmara Dominczyk, Rich Sommers,
Stavros Halkias, Leo Woodall e
Antonio Banderas. Il biopic di A24 è
ambientato nel 1976 e racconta un momento cruciale e determinante
nella vita di Bourdain, quando visse e lavorò a Provincetown, nel
Massachusetts.
A quanto pare, la Jones
interpreterà un importante interesse amoroso, mentre Banderas
vestirà i panni di uno chef che gli farà da mentore. Il film sembra
esplorare non solo le passioni di Bourdain come scrittore e cuoco,
ma anche i suoi lati più oscuri, con Sessa che viene mostrato
mentre si azzuffa, beve pesantemente e prende a pugni un muro con
rabbia.
Per Sessa, Tony rappresenta
l’attesissimo seguito di The Holdovers (2023), che ha segnato il
suo debutto cinematografico. Dopo la sua acclamata interpretazione
nel film natalizio candidato all’Oscar, Sessa ha recitato in
Tow (2025), Now You See Me: Now You Don’t (2025)
e Oh. What. Fun (2025).
Il prestigio di A24 continua a
crescere e Tony potrebbe essere l’ultimo film a consolidare
ulteriormente lo status della società come peso massimo di
Hollywood. Sebbene il film non sembri avere un budget elevato come
le recenti produzioni A24 come Marty Supreme, costato circa 70
milioni di dollari, i biopic, se ben realizzati, possono essere
protagonisti della stagione dei premi. Dopo il successo di The
Holdovers, Sessa potrebbe essere sulla buona strada per una
nomination all’Oscar.
Un altro anno scolastico nella
famosa scuola di Filadelfia è giunto al termine, il che significa
che è tempo di guardare avanti alla sesta stagione di Abbott
Elementary. La sitcom di punta della ABC ha avuto un
ciclo televisivo 2025-2026 particolarmente interessante, ricco di
colpi di scena inaspettati e, naturalmente, di risate. Spingendosi
ulteriormente oltre i limiti di ciò che è possibile fare, la quinta
stagione di Abbott Elementary ha persino presentato un
episodio girato durante un evento sportivo dal vivo, consolidando
il suo posto nella cultura pop di Filadelfia.
Nel corso della
quinta stagione, la banda ha vissuto molte esperienze bizzarre,
tra cui il breve trasferimento della scuola in un centro
commerciale abbandonato, che, a dire il vero, ha generato molti
momenti divertenti. Ava ha iniziato l’anno sentimentalmente
coinvolta con O’Shon, ma gli episodi recenti hanno dato
l’impressione che si siano lasciati. Nel frattempo, anche la
principale coppia di innamorati di Abbott Elementary, Janine e
Gregory, ha vissuto alcuni momenti importanti, tra cui la
convivenza e la successiva rottura.
ABC ha ufficialmente confermato la
sesta stagione di Abbott Elementary.
A febbraio, ABC ha ufficialmente
rinnovato Abbott Elementary per una sesta stagione, segnando il
primo rinnovo per una serie in questo ciclo. Questo dimostra quanto
sia importante la sitcom per il palinsesto dell’emittente,
soprattutto considerando che la sua programmazione è dominata da
vari tipi di serie procedurali. Abbott Elementary è una rara
commedia pura nel suo palinsesto, almeno stando alla situazione
attuale.
Quando Abbott Elementary tornerà
per la stagione televisiva 2026-2027, supererà ufficialmente il
traguardo dei 100 episodi, un risultato che sta diventando sempre
più raro al giorno d’oggi, dato che le stagioni si accorciano e le
serie vengono cancellate più frequentemente. In ogni caso, il
rinnovo di Abbott Elementary per la sesta stagione non dovrebbe
sorprendere, considerando che è stato un successo sia di critica
che di pubblico per ABC, con una media di 6,16 milioni di
spettatori totali per episodio a gennaio, dopo una settimana di
visualizzazioni multipiattaforma.
Quando uscirà la sesta stagione di
Abbott Elementary?
L’ascesa delle serie in streaming
ha normalizzato i calendari di ritorno irregolari per le serie
rinnovate. Alcuni progetti aspettano più di un anno tra un episodio
e l’altro, poiché le piattaforme non hanno una programmazione
fissa. Questo non è un problema per la TV tradizionale, dato che le
emittenti hanno una programmazione prestabilita per ogni ciclo, il
che significa che ogni progetto confermato è confermato per tornare
ogni anno con nuovi episodi.
Guardando alla storia di Abbott
Elementary, di solito la serie è uscita in autunno, fatta eccezione
per la terza stagione a causa dei due scioperi di Hollywood del
2023. A meno che qualcosa di importante non sconvolga nuovamente il
settore o che ABC non decida di cambiare le carte in tavola per il
ciclo televisivo 2026-2027, è lecito supporre che la sesta stagione
di Abbott Elementary uscirà in autunno, forse tra metà settembre e
metà ottobre.
Quale sarà la trama della sesta
stagione di Abbott Elementary?
Considerata la varietà di intrecci
narrativi della quinta stagione di Abbott Elementary, è difficile
prevedere con esattezza cosa accadrà al suo ritorno l’anno
prossimo. Una cosa è certa, però: la serie continuerà a mettere al
centro della narrazione la storia d’amore in continua evoluzione
tra Janine e Gregory. Non è chiaro se Abbott Elementary tornerà a
puntare sulla dinamica del “si metteranno insieme o no?”, elemento
che ha caratterizzato le prime fasi della loro relazione, ma che
sarebbe un ottimo modo per ravvivare la tensione nella loro
storia.