Dopo aver ottenuto un clamoroso
successo al botteghino con oltre 368 milioni di dollari incassati
in tutto il mondo e recensioni entusiastiche da parte della
critica, I
Peccatorisembra destinato a ricevere
diverse nomination agli Oscar. Ma all’inizio del processo di
presentazione del progetto al protagonista Michael B. Jordan, il regista Ryan
Coogler pensava inizialmente che la sua epopea sui vampiri
ambientata durante la Grande Depressione, che racconta la storia di
due fratelli gemelli che aprono un juke joint nel cuore del
Mississippi meridionale, non avrebbe avuto il successo sperato.
In una recente apparizione al
programma Good Hang with Amy Poehler, il
due volte candidato all’Oscar ha infatti ricordato in modo
esilarante la conversazione telefonica iniziale tra lui e il suo
frequente collaboratore, Jordan. “Come è andata a finire: stavo
cercando di mettere insieme la sceneggiatura, perché Michael è
molto impegnato, e non volevo dirgli: ‘Ehi, ho una cosa da fare’ e
poi farlo aspettare per la sceneggiatura; non volevo che mi
riempisse il telefono di messaggi del tipo ‘Ehi, a che punto
sei?’”.
“Ma alla fine è stato lui a
chiamarmi e a propormi qualcosa mentre io stavo lavorando a questo
progetto per lui“, ha spiegato lo sceneggiatore e regista.
”All’inizio ho detto: ‘Mike, non posso lavorarci adesso’. E lui
si è arrabbiato, dicendo: ‘Ehi, amico, che succede? Voglio andare
avanti con questo progetto. C’è qualcosa che non mi stai
dicendo’“. “Gli ho detto: ‘Senti, sto lavorando a una
cosa, te la porterò, ecco di cosa si tratta: sono gemelli, è
ambientato in un’epoca storica, ci sono i vampiri. E ricordo come
ha reagito perché è rimasto in silenzio per molto tempo, e io ho
pensato: ‘Oh merda, l’ho perso?’. E lui mi ha detto: ‘Amico, sai
una cosa, sembra piuttosto interessante“.
In seguito, Coogler ha detto di
aver finito la sceneggiatura l’ha consegnata all’attore. Il resto è
storia.
La Saga del Multiverso ha avuto certamente
una fortuna differente rispetto alla Saga dell’Infinito, per i fan MCU. Se è
vero che i Marvel Studios hanno prodotto più
di qualche delusione critica e commerciale, ci hanno anche regalato
alcuni film e serie TV davvero grandiosi.
Tuttavia, riconquistare la magia
della Saga dell’Infinito non è stata un’impresa facile per
Kevin Feige e soci. La speranza è che,
con l’ingaggio dei Fratelli Russo per
Avengers:
Doomsday e Avengers:
Secret Wars, quest’era narrativa si concluda in
bellezza. Ora, abbiamo un aggiornamento da John Campea, che
promette di aumentare ulteriormente l’entusiasmo.
“Ho qualcosa che non vi ho
ancora detto”, ha spiegato lo YouTuber. “Quello che questa
persona mi ha fatto capire è che l’enorme quantità di azione
eclisserà tutto ciò che la Marvel ha mai fatto.”
“La gente impazzirà. Questo
film inizia con un piede nel pavimento e ti spara come un cannone
fuori dal cancello”, ha continuato Campea. “Non c’è un
inizio lento: è un’azione colossale fin dall’inizio, la portata è
folle e non dà tregua.”
D’altronde, con gli Avengers, gli
X-Men, i Fantastici Quattro e probabilmente una
variante di Spider-Man, tutti pronti a condividere lo schermo in
Avengers: Doomsday, cos’altro avremmo
potuto aspettarci?
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men dell’era Fox-Marvel.
La serie cinematografica di
Prime Video, Rosso, bianco e
sangue blu (leggi
qui la recensione), che è stata paragonata a Heated
Rivalry (in cui i giocatori di hockey gay Shane Hollander
e Ilya Rozanov vivono la loro storia d’amore segreta e giocano per
squadre rivali)
inizia le riprese del suo sequel, al momento
intitolato Red, White e Royal Wedding.
Il primo film è arrivato sulla
piattaforma di streaming nel 2023, ma il sequel è stato
ufficialmente approvato solo nell’ottobre 2025, con
Nicholas Galitzine e Taylor
ZakharPerez che riprendono i rispettivi
ruoli del principe britannico Henry e del figlio del presidente
degli Stati Uniti, Alex Claremont-Diaz. Su Instagram, la pagina
ufficiale ha ora pubblicato un video di Galitzine e Perez sul set
(lo si può vedere qui).
Galitzine dà il benvenuto ai fan,
mentre Perez chiarisce che Henry e Alex non si sposeranno nel
sequel. Rivela invece che la storia avrà come protagonista il
matrimonio della sorella di Henry, la principessa
Beatrice (Ellie Bamber).
Galitzine, Perez e Sarah Shahi sono gli unici
membri confermati del cast di Red, White & Royal
Wedding, anche se la trama, che ruota in gran parte
attorno al matrimonio di Bea, rende altamente probabile che anche
Bamber tornerà.
Non è invece dato sapere se
torneranno il presidente degli Stati Uniti Ellen
Claremont (Uma
Thurman), il membro del Congresso Oscar
Diaz (Clifton Collins Jr.), la migliore
amica di Alex, Nora Holleran (Rachel
Hilson), o altri personaggi chiave e attori del primo
film.
Proprio come Heated
Rivalry, il film è basato su una popolare serie di libri.
Tuttavia, non esiste un sequel del libro, cosa che rende dunque
questo sequel cinematografico del tutto originale. Nell’edizione da
collezione c’è però un capitolo bonus in cui Henry e Alex sono
fidanzati e stanno organizzando il matrimonio. Anche se
probabilmente nel nuovo film aiuteranno a organizzare il matrimonio
di Bea, il fidanzamento non sembra far parte della storia. Oltre
alla precisazione di Perez nel video girato sul set che i loro
personaggi non si sposeranno, Galitzine afferma: “A questo
punto è ancora molto lontano”.
Con un punteggio del 75% dei
critici e del 92% del pubblico su Rotten Tomatoes, le recensioni di
Rosso, bianco e sangue blu sono state per lo più
positive e hanno ampiamente elogiato la rappresentazione queer
nella commedia romantica. Al momento non c’è ancora una data di
uscita per Red, White, & Royal Wedding, ma è
possibile che possa debuttare nel 2026, dato che le riprese sono
già iniziate. Poiché la seconda stagione di Heated
Rivalry non è prevista prima del 2027, questo sequel in
uscita su Prime Video può aiutare ad alleviare l’attesa.
A
oltre due anni dall’uscita di The
Marvels, la regista Nia DaCosta
è tornata a parlare apertamente del suo rapporto con
Kevin Feige e con i
Marvel
Studios, smentendo definitivamente le
voci su un presunto scontro con i vertici dello studio.
Il
film, interpretato da Brie
Larson, Teyonah
Parris e Iman Vellani, ha
incassato circa 206 milioni di dollari a fronte di un budget
stimato intorno ai 270 milioni, ricevendo un’accoglienza critica
mista. Un risultato che, all’epoca, aveva alimentato indiscrezioni
su presunti attriti dietro le quinte.
Nessuna rottura con Marvel Studios
In un’intervista a Inverse, DaCosta ha respinto con decisione le
ricostruzioni più drammatiche: secondo la regista, non c’è mai
stato alcun litigio con Feige. Anzi, ha definito il rapporto con il
presidente dei Marvel Studios come estremamente positivo,
sottolineando come le narrazioni emerse all’epoca fossero molto
lontane dalla realtà.
DaCosta ha lasciato la post-produzione di The Marvels in anticipo a causa di un
conflitto di calendario, completando il lavoro da remoto. Una
circostanza che molti avevano indicato come una delle cause del
risultato finale del film, ma che la regista non considera un
elemento determinante. Per lei, The Marvels resta un progetto coerente con la natura di
produzione Disney e con il suo pubblico di riferimento.
Ripensando all’esperienza, DaCosta ha descritto il lavoro su
The Marvels come
sostanzialmente positivo, nonostante il peso mediatico e le
aspettative legate al “meccanismo Marvel”. Secondo la regista, il
cast e la troupe hanno sempre lavorato con l’obiettivo di
realizzare il miglior film possibile, e ciò che resta oggi sono
soprattutto i rapporti umani e professionali costruiti lungo il
percorso.
Questo clima di fiducia ha portato anche a un evento inatteso:
DaCosta ha infatti rivelato di aver visitato il set di
Avengers: Doomsday,
semplicemente perché alcuni suoi amici facevano parte del
progetto.
I segreti dell’MCU e la passione da fan
Durante la visita, la regista ha ammesso di essere stata messa a
conoscenza di alcuni dei segreti più importanti del Marvel
Cinematic Universe, incluso il ritorno di Chris Evans nei panni di
Captain America. DaCosta ha raccontato l’esperienza con entusiasmo,
descrivendosi come una grande fan degli X-Men
e confessando di aver chiesto più volte anticipazioni direttamente
a Feige.
Nonostante l’emozione, la regista ha chiarito che la sua
partecipazione emotiva nasce esclusivamente dal suo lato da
spettatrice e non implica un ritorno dietro la macchina da presa
per Marvel. Il suo atteggiamento resta quello di chi tifa per
l’universo narrativo da lontano, consapevole che il sostegno è
reciproco.
Avengers: Doomsday è
atteso nelle sale il 18
dicembre 2026.
In
28 anni dopo – Il tempio delle ossa, la musica non è
un semplice accompagnamento emotivo, ma diventa il segno più
evidente dell’umanità che resiste. In una Gran Bretagna devastata
dal Rage Virus, dove ogni forma di intrattenimento moderno e di
espressione artistica è andata perduta, il suono assume un valore
che va oltre la morale e persino oltre la sopravvivenza.
È
un tema che affonda le radici già in 28 Giorni Dopo, in una scena malinconica in cui un
soldato ricorda una battuta dei Simpson: un frammento di cultura pop che diventa
testimonianza di un mondo scomparso. Nei capitoli successivi questo
aspetto era rimasto sullo sfondo, ma 28 anni dopo – Il tempio delle ossa lo riporta al
centro con una forza nuova e profondamente simbolica.
Kelson e la musica come forma di empatia
Kelson è il personaggio che più di ogni altro incarna questa idea.
Viene mostrato più volte mentre ascolta musica nel suo bunker,
circondato da una piccola collezione di dischi che conserva come
reliquie. Canta mentre lavora, mentre raccoglie i corpi e prepara
le ossa per i suoi templi, trasformando gesti macabri in rituali
carichi di significato.
La musica riflette la sua natura: Kelson è forse il personaggio più
umano dell’intero film. Dimostra empatia e gentilezza non solo
verso i sopravvissuti, ma persino verso gli infetti, che la maggior
parte delle persone considera ormai solo mostri. Cantare diventa
per lui un modo per preservare la memoria di chi non c’è più,
l’equivalente vocale dei suoi enormi templi di ossa: monumenti a
un’umanità che rifiuta di scomparire.
Il legame con Samson e il potere trasformativo del suono
È
proprio attraverso la musica che Kelson riesce a creare un legame
con Samson. Dopo averlo placato con i farmaci, passa del tempo con
lui, cantando canzoni semplici e rassicuranti. È uno dei pochi
momenti della saga in cui si intravede l’uomo dietro l’infezione, e
non a caso questo rapporto porterà infine alla sua guarigione.
Kelson non è però l’unico a ricordare la musica. Jimmima, una delle
seguaci di St. Jimmy Crystal, improvvisa una danza ispirata ai
Teletubbies durante una
delle sequenze più disturbanti del film. È un momento straniante e
inquietante, ma anche una conferma: la musica e il movimento
restano parte dell’esperienza umana, anche dopo la fine del
mondo.
Il significato della performance finale di Kelson
Il
climax di 28 anni dopo – Il tempio delle ossa è
costruito attorno a una performance musicale destinata a restare
impressa. Minacciato da Sir Jimmy e costretto a dimostrare di
essere davvero Satana agli occhi dei Fingers, Kelson si prepara
come per un concerto: pelle, attrezzatura modificata e un palco
improvvisato.
Cantando The Number of the
Beast degli Iron Maiden, Kelson diventa qualcosa di più di un
vecchio medico. In un’unica, furiosa esibizione heavy metal, riesce
a conquistare gran parte dei Fingers, trasformando la musica in uno
strumento di potere, caos e rivelazione. Persino chi sa che sta
recitando, come Sir Jimmy e Spike, finisce per lasciarsi trascinare
dal ritmo, complice anche l’uso dei farmaci che amplificano
l’atmosfera febbrile della scena.
È
il momento chiave del personaggio: Kelson accetta il ruolo di
“padre” di Jimmy, ma quando la sua morale riaffiora sceglie di
rischiare tutto per salvare Spike. Un gesto che non sarebbe
possibile senza la forza espressiva della musica.
La musica come ultimo segno di umanità
In 28 anni dopo – Il tempio delle ossa, la musica è la
prova che qualcosa dell’essere umano resta intatto, anche quando il
Rage Virus riduce le persone a una perenne frattura psicotica.
Kelson, che ha danzato con un infetto perché continuava a vederlo
come una persona, viene infine confermato nella sua visione quando
la cura per Samson funziona.
Il film suggerisce che la musica sia un filo invisibile che unisce
le persone, indipendentemente dalla sanità mentale, dalla moralità
o dalla violenza del mondo circostante. È ciò che permette di
ricordare il passato, di trasformare il presente e, talvolta, di
concedere una seconda possibilità a chi sembrava perduto. In questo
senso, 28 anni dopo – Il tempio delle ossa espande
uno dei temi più profondi e toccanti dell’intera saga.
A meno di un mese dall’inizio del
2026, Netflix aveva già offerto ai suoi abbonati a sorpresa
uno show di successo che promette di lasciare il segno, quest’anno.
La sua verità (His & Hers) è balzato in cima alle
classifiche e ci sta rimanendo anche dopo giorni dalla sua uscita.
Basata sull’omonimo romanzo di Alice Sweeney,
His & Hers racconta la storia di un omicidio avvenuto in
una piccola città dal punto di vista del detective Jack Harper e
della giornalista televisiva Anna Andrews.
L’adattamento televisivo ha reso
pienamente giustizia al libro: tensione, dramma e continui colpi di
scena sono stati realizzati alla perfezione, aiutando His &
Hers a diventare la serie numero uno su Netflix negli Stati
Uniti secondo la Top 10 della piattaforma. Se la capacità di
replicare l’atmosfera avvincente e la scrittura eccellente del
romanzo è stata una delle principali ragioni del successo dello
show, lo stesso vale per i suoi due interpreti principali.
Jon
Bernthal e Tessa Thompson avevano
entrambi carriere solide prima di entrare a far parte di questo
progetto, ma sono stati fondamentali per il funzionamento della
serie. Curiosamente, questo ha dato vita a un crossover Marvel che nessuno si aspettava: i
due interpretano personaggi completamente diversi nel MCU, ma la
loro innegabile chimica ha contribuito a rendere His &
Hers la serie imperdibile del 2026 fino a questo momento.
Jon Bernthal e Tessa Thompson
formano un duo perfetto in His & Hers di Netflix
Netflix ha sicuramente azzeccato il
casting di
La sua verità (His & Hers), con Tessa
Thompson e Jon Bernthal che brillano
all’interno di un solido cast di supporto. Nei panni della coppia
separata Jack e Anna, i due attori interpretano in modo eccellente
due potenziali sospettati nell’indagine sull’omicidio, entrambi con
segreti da proteggere.
Prima ancora che si scopra che sono
sposati, è chiaro fin dal loro primo incontro che Jack e Anna si
conoscono, e man mano che la verità sulla loro relazione viene
lentamente rivelata, la loro chimica sembra solo migliorare. Per
quanto sia divertente vederli in conflitto, osservare la coppia che
gradualmente riaccende il proprio amore è senza dubbio uno dei
maggiori punti di forza della serie.
Considerando che His &
Hers è pieno di segreti, sembrava che la loro
relazione tormentata fosse il risultato di un tradimento o di
un’infedeltà; in realtà, però, è stato il trauma della perdita del
loro figlio a causare il loro dolore.
L’eccellente recitazione di
Bernthal e Thompson ha saputo trasmettere tutto il peso di un
momento così devastante, quando i loro personaggi si confrontano
finalmente su questo evento e sui sentimenti repressi. È stata una
scena davvero straziante, ma anche una che ha dimostrato che
nessuno dei due era una cattiva persona nel profondo: avevano
semplicemente bisogno di tempo per guarire.
Senza il talento indiscutibile dei
protagonisti e la loro capacità di interagire in modo naturale,
questo momento cruciale avrebbe potuto risultare poco efficace.
Invece, ha dato al pubblico un motivo per tifare per entrambi negli
episodi finali della serie e, considerando esclusivamente i loro
ruoli Marvel, non avrei mai immaginato che Thompson e Bernthal
potessero funzionare così bene insieme.
Thompson e Bernthal
rendono il nuovo crime thriller di Netflix imperdibile per gli
appassionati del genere
La solida premessa di His &
Hers e i suoi incredibili colpi di scena lo rendono già una
visione valida per gli amanti dei thriller, ma le interpretazioni
di Thompson e Bernthal lo elevano a un livello imperdibile. Con
Jack e Anna che appaiono colpevoli fin dall’inizio, è difficile
capire se siano personaggi per cui valga la pena fare il tifo,
soprattutto man mano che vengono rivelati nuovi dettagli sul loro
passato.
Jack che spesso insabbia o
manomette le prove, insieme al legame di Anna con ciascuna delle
vittime, li rende entrambi estremamente sospetti per gran parte
della serie. Tuttavia, il finale di His & Hers offre un
colpo di scena fondamentale che cambia ogni cosa, ma non prima di
confermare l’innocenza dei protagonisti, elemento essenziale per il
funzionamento della conclusione.
Nonostante i loro difetti, Jack e
Anna risultano alla fine personaggi piacevoli e, una volta chiarito
che nessuno dei due è responsabile degli omicidi, diventa difficile
non sperare in un lieto fine. Tutto ciò non sarebbe stato possibile
senza Bernthal e Thompson, che hanno saputo interpretare alla
perfezione una coppia tragicamente complessa, dando a His &
Hers la spinta necessaria.
I primi episodi sono coinvolgenti
mentre il pubblico cerca di ricostruire gli indizi, ma è nel finale
che la serie prende davvero vita e si guadagna la sua reputazione
di “must-watch”, resa possibile dal fatto che gli spettatori si
sono sinceramente affezionati a Jack e Anna, dimostrando quanto
siano state fondamentali le interpretazioni dei protagonisti.
La
sua verità (His & Hers) compensa il fatto che
potremmo non vedere mai Bernthal e Thompson interagire nel MCU
Il vastissimo roster di personaggi
Marvel rende praticamente impossibile che tutti gli eroi del MCU
condividano lo schermo. Sebbene i film degli Avengers
permettano alcune interazioni inaspettate, è difficile immaginare
uno scenario in cui il Frank Castle di Jon Bernthal — alias il
Punitore — incroci il cammino della Valchiria interpretata da Tessa
Thompson.
Frank è un antieroe newyorkese,
completamente concentrato sull’eliminazione di corruzione e
criminalità con ogni mezzo necessario, mentre Valchiria è ora la
sovrana di Asgard, impegnata a mantenere la pace tra il suo popolo.
È difficile pensare a una buona ragione per far interagire questi
due personaggi e, anche se accadesse, probabilmente si tratterebbe
di poco più di una breve conversazione.
Anche se The Punisher è
destinato ad avere un anno importante nel 2026, le possibilità che
appaia in Avengers: Doomsday sono basse, che è
probabilmente l’unico progetto MCU in cui Valchiria potrebbe
comparire in modo logico. Per questo motivo, vedere Bernthal e
Thompson iniziare l’anno con una collaborazione è una piacevole
sorpresa, soprattutto considerando quanto risultino una coppia
naturale sullo schermo.
His & Hers ha certamente
reso ancora più allettante l’idea di vedere questi due lavorare
insieme nel Marvel Cinematic Universe, ma anche se non dovesse mai
accadere, i fan possono consolarsi sapendo che Bernthal e Thompson
formano un duo eccellente, offrendo un ulteriore motivo per
guardare questo thriller di Netflix, se non lo si è già fatto.
Il
punteggio del pubblico su Rotten Tomatoes per A Knight of the Seven
Kingdoms è finalmente stato rivelato e
segna uno degli esordi più deboli dell’intero franchise di
Game of Thrones. La
serie, tratta dalle novelle Tales of Dunk and Egg di George R. R.
Martin, ha debuttato il 18 gennaio su
HBO e
HBO
Max, ottenendo una risposta del pubblico
positiva ma inferiore agli standard storici del mondo di
Westeros.
Attualmente la prima stagione registra un Audience Score del 77%, basato su oltre 100
valutazioni. Un dato destinato a variare, ma che al momento
rappresenta il terzo
punteggio più basso mai ottenuto dal franchise: solo
Game of Thrones stagione
8 (30%) e House of the Dragon stagione 2 (72%)
hanno fatto peggio.
Il confronto con il resto del franchise
Sul fronte della critica, la situazione è diversa. Dopo un debutto
con Tomatometer all’82%, il giudizio è progressivamente migliorato
fino a raggiungere l’88%
su 56 recensioni, sempre il terzo valore più basso del
franchise, ma a pochissima distanza dai punteggi delle prime
stagioni di Game of
Thrones e House of the
Dragon.
Il confronto diretto con le altre serie ambientate a Westeros
evidenzia una tendenza chiara: mentre le stagioni classiche di
Game of Thrones
superavano regolarmente il 90% sia tra critica che pubblico,
A Knight of the Seven
Kingdoms si colloca in una fascia più contenuta, soprattutto
per quanto riguarda la risposta degli spettatori.
Una serie diversa dalle altre
Uno dei motivi principali di questa accoglienza più tiepida risiede
nella natura stessa dello spinoff. A Knight of the Seven Kingdoms si distingue per un tono
più leggero, intimo e a tratti ironico, lontano dalle grandi
battaglie, dalle lotte di potere e dagli intrighi dinastici che
hanno definito Game of
Thrones e House of the
Dragon.
La storia segue Dunk, interpretato da Peter Claffey, un cavaliere
errante che cerca di sopravvivere partecipando a un torneo,
accompagnato dal giovane scudiero Egg, interpretato da Dexter Sol Ansell. Il Trono di Spade resta sullo
sfondo: un Targaryen siede ancora sul trono e Westeros non è
attraversata da guerre civili o ribellioni su larga scala.
Come sottolineato anche nella recensione di ScreenRant, la serie
offre “uno sguardo intimamente affascinante e sfumato sulla vita e
la politica di Westeros da una prospettiva spesso ignorata”, un
approccio che conquista critica e parte del pubblico, ma non con la
stessa forza delle epopee precedenti.
Un debutto solido in termini di ascolti
Nonostante i punteggi più bassi su Rotten Tomatoes, l’avvio della
serie è comunque promettente sul piano degli ascolti. A sole 24 ore
dalla première, A Knight of
the Seven Kingdoms ha raggiunto il primo posto nella Top 10 di HBO Max negli Stati
Uniti e in altri 13 Paesi, piazzandosi al quinto posto
globale.
Con l’arrivo dei prossimi episodi e il passaparola, la serie
potrebbe rafforzare ulteriormente la propria presenza
internazionale, soprattutto considerando che, al momento, l’unico
titolo a superarla durante una nuova messa in onda è
The
Pitt.
Negli ultimi anni Sydney Sweeney si è
imposta come una delle giovani attrici più determinate nel
tentativo di diventare una vera movie star. Dopo l’esplosione di
popolarità con Euphoria, l’attrice ha costruito con metodo la
propria carriera cinematografica, alternando ruoli diversi,
avviando progetti come produttrice e stringendo partnership
commerciali che hanno contribuito ad amplificarne l’esposizione
mediatica, non sempre senza conseguenze.
Il
2025 è stato un anno complesso: alcune campagne pubblicitarie e
polemiche social hanno acceso il dibattito attorno alla sua
immagine pubblica, portando qualcuno a collegare queste
controversie alle difficoltà al box office di titoli come
Americana e
Christy. Ma il tempo ha
dimostrato che quelle letture erano affrettate. L’anno di Sweeney
si è infatti chiuso con un successo netto e difficilmente
contestabile.
Il successo di The Housemaid e l’annuncio del sequel
The
Housemaid, thriller diretto da
Paul Feig e
interpretato da Sweeney insieme a Amanda Seyfried, si è
rivelato un vero trionfo commerciale. Con oltre 247 milioni di
dollari incassati nel mondo, il film è diventato il maggiore
successo cinematografico della carriera di Sweeney come
protagonista, superando anche Anyone But You.
Il risultato ha convinto lo studio a puntare immediatamente sul
futuro del franchise: The
Housemaid’s Secret, adattamento del secondo romanzo della saga
di Freida
McFadden, è già stato ufficialmente
approvato e dovrebbe entrare in produzione entro l’anno. Un segnale
chiaro della fiducia riposta nel progetto — e nella sua
protagonista.
Il primo vero sequel e la sfida dell’immagine pubblica
The Housemaid 2 segnerà
un passaggio inedito per Sydney Sweeney: sarà la prima volta che
tornerà a vestire lo stesso ruolo in un sequel cinematografico. E
non sarà un ritorno semplice. Se nel primo film Millie Calloway
veniva inizialmente costruita attorno a un’immagine seduttiva e
ambigua, il colpo di scena finale la rivelava come una figura ben
diversa: una donna pronta a usare la violenza per difendere altre
donne da uomini abusanti.
Nel sequel, Sweeney dovrà reggere il peso di questa trasformazione
senza il supporto narrativo di Amanda Seyfried, il cui ritorno non
è stato annunciato. Gran parte del successo di The Housemaid’s Secret dipenderà da
quanto il pubblico avrà apprezzato quella svolta e da quanto sarà
disposto a seguire Millie in una nuova veste, più oscura e
radicale.
Se il film funzionerà, potrebbe inaugurare una nuova traiettoria
per l’attrice: quella di una femme fatale eroica, capace di ribaltare lo sguardo
superficiale che spesso ha accompagnato la sua carriera. In caso
contrario, The Housemaid
2 rischia di diventare un momento di ridefinizione forzata del
suo star system.
La
collocazione temporale esatta di Star Trek: Starfleet
Academy è finalmente stata chiarita. La
risposta arriva da un dettaglio apparentemente secondario: un file
personale di un ufficiale della Flotta Stellare. Dopo un debutto
accolto positivamente dai fan e certificato Certified Fresh su Rotten Tomatoes, la nuova
serie di Paramount+ trova ora una
posizione precisa nella complessa timeline di Star Trek.
I
primi due episodi non indicavano uno Stardate esplicito,
limitandosi a un generico “Quindici anni dopo” rispetto al prologo
in cui il giovane Caleb Mir viene separato dalla madre Anisha Mir.
Era chiaro che la serie fosse ambientata dopo Star Trek:
Discovery, ma senza riferimenti cronologici
definitivi.
Quando è ambientata Star Trek: Starfleet Academy
A
fare chiarezza è stato Jörg Hillebrand, noto ricercatore della lore
di Star Trek già coinvolto in Star Trek:
Picard – stagione 3. Analizzando il file
della Comandante Lura Thok, letto dal personaggio di Nahla Ake,
emergono due dati fondamentali: anno di nascita ed età.
Lura Thok, ibrida Klingon/Jem’Hadar, è nata nel 3145 e ha 50 anni.
Questo colloca l’inizio della prima stagione di Starfleet Academy nel
3195. Si tratta
di quattro anni dopo la fine della
quinta stagione di Discovery, ambientata nel 3191, e sette anni dopo
l’arrivo di Michael Burnham nel 32° secolo nel 3188.
Il prologo e il passato di Caleb Mir
Risalendo a ritroso, il file carcerario di Caleb Mir indica che il
personaggio ha 21 anni nel 3195, il che significa che è nato nel
3174. Di conseguenza, il prologo della serie — che mostra la
separazione tra Caleb e sua madre — è ambientato nel
3180.
È
nello stesso anno che Nahla Ake abbandona la Flotta Stellare in
segno di protesta contro la decisione della Federazione dei Pianeti
Uniti di separare una madre da suo figlio, un evento che avrà un
peso centrale nello sviluppo narrativo della serie.
L’età di Nahla Ake e i grandi eventi storici
Il 3195 consente anche di definire con precisione l’età della
Cancelliera dell’Accademia. Nahla Ake, metà Lanthanite, ha 422
anni: questo colloca la sua nascita nel 2773, nel 28° secolo. Un dettaglio che
implica la sua possibile presenza durante eventi chiave come le
Guerre Temporali e il Burn, rafforzando il legame tra
Starfleet Academy e la
storia più ampia dell’universo di Star Trek.
Inizialmente si pensava che la serie fosse ambientata intorno al
3192, ma la data del 3195 crea una distanza narrativa più marcata
rispetto a Discovery. A
meno di future contraddizioni on-screen, Star Trek: Starfleet Academy si colloca
dunque dopo quelli che sarebbero stati gli eventi di un’ipotetica
sesta stagione di Discovery e delle successive missioni della USS
Discovery-A.
Sono
passati 12 anni dall’ultima volta che Peter Jackson ha diretto un film di
finzione, al netto dei suoi documentari più recenti, come lo
straordinario They Shall Not Grow
Olde Get Back, dedicato ai Beatles. Ora, però,
il regista premio Oscar de Il
Signore degli Anelli è tornato a parlare del proprio futuro
cinematografico, spiegando anche perché, per oltre un decennio, ha
evitato il cinema narrativo.
Nel
messaggio introduttivo che precede le proiezioni della riedizione
cinematografica de Il ritorno
del re, Jackson ha infatti raccontato quanto la morte del
direttore della fotografia Andrew Lesnie abbia inciso profondamente sul suo
percorso creativo.
“È stato un colpo terribile per me perdere Andrew. Non è stata
una decisione consapevole, perché dopo ho realizzato un
documentario usando materiale d’archivio, poi un documentario sui
Beatles, sempre con filmati già esistenti. Guardandomi indietro, mi
rendo conto di aver evitato i film di finzione perché avrei dovuto
lavorare con qualcun altro che non fosse Andrew. Penso che la sua
morte abbia cambiato il mio percorso creativo. Il risultato è che
per 11 o 12 anni non ho fatto film di finzione, perché questo
avrebbe significato costruire un rapporto con un altro direttore
della fotografia“.
Lesnie, cinematografo australiano, entrò nel team a partire da
La Compagnia
dell’Anello e instaurò con Jackson un legame professionale
e umano fortissimo, che il regista ha più volte definito fraterno:
“Andrew arrivò per girare La Compagnia dell’Anello, non lo
avevo mai incontrato prima. Poi è rimasto. È diventata una
collaborazione. Il rapporto tra un regista e il suo direttore della
fotografia è piuttosto intenso. Litigavamo, discutevamo su tutto.
Io sono figlio unico e pensavo: “Andrew ormai è come un fratello
per me”. Poi ha avuto un infarto improvviso ed è morto“.
I
due hanno lavorato insieme in sei film, da King Kong a Amabili resti, passando per l’intera
trilogia de Lo Hobbit. Una
perdita che Jackson riconosce come determinante nel suo
allontanamento dal cinema di finzione, pur ammettendo che un
ritorno è sempre più vicino: “Lo farò, sì, e il giorno in cui
succederà si sta avvicinando, ma ci è voluto davvero molto tempo
per arrivarci“.
La
seconda stagione di Landman si è
chiusa con un importante ribaltamento di potere che ha
ridefinito il conflitto centrale della serie, lasciando in bilico
il futuro di M-Tex e quello di Cami Miller, interpretata da
Demi
Moore. Con il rinnovo ufficiale per la
stagione 3 da parte di Paramount+, restano però
aperti diversi interrogativi sul ruolo che Cami avrà nei nuovi
episodi.
Nel finale della stagione 2, Cami prende una decisione drastica:
estromette Tommy Norris (interpretato da Billy Bob Thornton)
dalla guida di M-Tex, costringendolo a ripartire da zero. Tommy
reagisce avviando una compagnia petrolifera concorrente, portando
con sé uomini chiave, investitori strategici e stringendo
un’alleanza pericolosa con il boss Gallino. Una mossa che mette
seriamente in discussione la stabilità e il dominio di M-Tex.
Cosa succede a Cami Miller e a M-Tex dopo il finale della stagione
2
Nonostante Cami mantenga formalmente il controllo dell’azienda, la
sua posizione appare più fragile che mai. Nathan la spinge a
vendere prima che sia troppo tardi, suggerendole una possibile
uscita strategica per limitare i danni. Tuttavia, scegliere di
restare significherebbe affrontare una concorrenza sempre più
aggressiva e una guerra personale con Tommy, destinata a
intensificarsi.
Anche un’eventuale vendita non garantirebbe a Cami una via d’uscita
semplice. Il conflitto con Tommy ha ormai superato il piano
professionale e la loro rivalità sembra destinata a proseguire,
riversandosi inevitabilmente negli eventi della stagione 3.
Demi Moore tornerà in Landman stagione 3?
Al momento, Paramount+ non ha ancora confermato ufficialmente il
ritorno di Demi Moore nel cast della terza stagione. Tuttavia,
tutti gli elementi narrativi suggeriscono che Cami Miller resterà
una figura centrale. La sua storyline è tutt’altro che conclusa e
la stagione 2 l’ha posizionata come antagonista di lungo corso:
eliminarla ora significherebbe smontare il cuore del conflitto
aziendale su cui si regge la serie.
Cami resta una presenza attiva fino all’ultimo momento del finale,
senza segnali di una sua uscita di scena. Anche nel caso di un
ruolo ridimensionato, il personaggio continuerebbe ad avere un peso
determinante negli equilibri della storia. Che scelga di difendere
M-Tex o di contrattaccare
la nuova compagnia di Tommy, la sua influenza appare destinata
a segnare profondamente Landman – stagione 3.
I fan di Game
of Thrones sono alla ricerca disperata di un sostituto
da quando la serie HBO è giunta al termine. Ma nonostante i
numerosi tentativi, nessun concorrente è riuscito a creare un mondo
fantasy altrettanto emozionante, avvincente e complesso. A
peggiorare le cose, uno dei contendenti più promettenti al trono
dell’avventura fantasy, Best Served
Cold (in Italia conosciuto come Il sapore
della vendetta) sembra essere scomparso silenziosamente,
con una grave perdita per il genere.
Tim Miller
conferma che il suo fantasy Best Served
Cold non vedrà più la luce
Era il lontano 2023 quando i fan
hanno sentito per la prima volta che Best Served
Cold sarebbe stato adattato per il cinema, con il regista
Tim Miller (Deadpool)
alla regia per Skydance. Si trattava di un adattamento live-action
del romanzo di Joe Abercrombie, con l’attrice
Rebecca Ferguson (Dune,
Mission: Impossible) nel ruolo principale di questa storia di
vendetta di un mercenario armato di spada in un’Europa
preindustriale. E con Miller che descriveva il film come
“Kill
Bill incontra Game of Thrones”, le aspettative erano
alte.
Ma lo sciopero della WGA avrebbe
presto bloccato lo sviluppo, anche prima che la Skydance si
fondesse con il gigante del cinema e dello streaming Paramount,
mettendo in discussione tutti i progetti. Tuttavia, senza una
cancellazione ufficiale, i fan potevano ancora sperare. Purtroppo,
parlando con Corridor Digital nell’ambito
della serie VFX Artists React, Miller offre ora una descrizione
estremamente deludente dello sviluppo di Best Served
Cold:
“Sono abbastanza egocentrico da
voler fare grandi cose. Non mi piace che la gente mi chiami
regista, mi piace il potere di realizzare questo grande progetto. E
l’attenzione che ne deriva. Ma recentemente ho avuto molti film che
stavano per essere realizzati e poi, per un motivo o per l’altro,
non sono stati realizzati. Best Served Cold, il libro di Joe
Abercombie. Era alla Skydance con Rebecca Ferguson, che era perfetta per il
personaggio. E… semplicemente non è successo”.
L’interesse personale di Miller per
questa storia non è però diminuito. Notando la presenza dell’attore
Steven Pacey in Love, Death &
Robots e citando la sua “folle cotta” grazie alle letture
di Pacey della trilogia The First Law di Abercombie in
formato audiolibro, Miller li ha ancora definiti “i libri che
spero, un giorno, di adattare”. Ma il tono al passato con cui
il regista fa riferimento al suo primo adattamento di questo tipo è
impossibile da ignorare.
Best Served Cold
avrebbe potuto lanciare l’intero universo fantasy di “First
Law”
A rendere questa notizia ancora più
deludente è il fatto che Best Served Cold non era
solo una singola storia ricca di azione, ma l’inizio di una
trilogia autonoma, chiamata The First Law, che ha lanciato
l’acclamato e amato universo di narrazioni interconnesse di
Abercrombie. Sebbene si adatti meno chiaramente al genere “fantasy”
rispetto a Game of Thrones, l’ambientazione
consente una miscela molto più ampia di magia in declino, demoni,
politica e azione brutale, che ha guadagnato un enorme seguito da
quando The Blade Itself di Abercrombie ha lanciato
l’ambientazione nel 2006.
Ferguson era destinata a
interpretare Monza Murcatto, una leader mercenaria così abile e
potente da spingere un malvagio Granduca a giustiziare sia lei che
suo fratello, per assicurarsi che la sua base di potere rimanesse
incontrastata. Tuttavia, quando Monza sopravvive al tentativo,
inizia a tramare e a farsi strada con la violenza per tornare al
potere e vendicarsi, destabilizzando intere città-stato. Se una
miscela della tradizione di The
Witcher con l’azione di John
Wick sembra una sfida allo status di Game of
Thrones, allora capirete perché i fan hanno considerato
inevitabile un adattamento. Anche così, Miller e Ferguson erano un
team creativo di prim’ordine.
Con la fusione tra Skydance Media e
Paramount, alcuni avevano ipotizzato che l’universo di The
First Law potesse essere il nuovo franchise di punta perfetto
per lo studio. Lanciando Best Served Cold con
grande attenzione, sia al cinema che tramite Paramount+, si potrebbero trarre numerosi prequel,
sequel o spin-off cinematografici e serie TV dal resto del mondo
crudo e brillante di Abercrombie. Ma con Tim
Miller, autoproclamatosi fan dell’opera e del mondo di
Abercrombie, il suo aggiornamento elimina gran parte (se non tutta)
della forza creativa alla base di un simile progetto. Se così
fosse, si tratterebbe di un’enorme opportunità persa per lo
studio.
Quando è stata diffusa la notizia
che James Gunn stava cercando un’attrice per
interpretare un personaggio femminile secondario in
Man of Tomorrow, non ci è voluto molto perché
iniziassero le speculazioni su Wonder Woman. Non è
difficile capire perché, soprattutto dopo aver saputo che l’attrice
doveva essere alta e avere qualità da guerriera. Da allora,
Gunn ha però smentito le voci su Wonder Woman, il che significa
che probabilmente non vedremo Diana Prince nella DCU fino all’uscita del suo film, attualmente in
fase di scrittura.
Nexus Point News riporta dunque
oggi che il misterioso ruolo femminile è invece quello di
Maxima. Sarebbe infatti lei l’antagonista
secondaria dopo Brainiac, interpretato da
Lars Eidinger, che sarà invece il grande cattivo
del sequel di Superman. Creata da
Roger Stern e George Pérez,
Maxima ha debuttato nel 1989 in Action Comics #645.
Proviene dal pianeta Almerac, dove detiene il titolo reale di
regina.
Inizialmente è venuta sulla Terra
in cerca di un compagno degno, puntando su Superman per la
compatibilità genetica per produrre eredi forti, ma ha anche
combattuto al fianco della Justice League. I poteri di Maxima includono
forza sovrumana, resistenza, velocità, volo, telecinesi, telepatia,
controllo mentale, proiezione di energia, campi di forza e
teletrasporto.
Dopo la grande rivelazione di
Superman che Kal-El è stato mandato sulla Terra per formare un
harem e generare una razza superiore dotata di superpoteri, forse
Gunn intende approfondire questo aspetto con questo debutto?
Durante la trama “Panic in the Sky”, un evento crossover
del 1992 nella serie mensile di fumetti Superman (in cui l’eroe
guida i supereroi della Terra contro un’invasione aliena guidata da
Brainiac), Maxima ha combattuto al fianco di Brainiac. Ciò è
avvenuto dopo che lui ha conquistato Almerac e l’ha costretta ad
aiutarlo.
Come ipotizza il sito, “Ci sono
anche notizie di un altro eroe che potrebbe essere scritturato per
il film e che potrebbe unirsi a Superman e Lex Luthor per
combattere l’invasione di Brainiac. Sebbene non sia confermato, è
possibile che la Justice Gang possa tornare per unirsi agli eroi
insieme a personaggi come Supergirl, Peacemaker e Lobo”.
Maxima sarebbe una scelta
interessante da parte di Gunn, e sarà interessante vedere chi il
co-CEO della DC Studios sceglierà alla fine per il ruolo, se
venisse confermato. Ad oggi, il personaggio è stato precedentemente
interpretato dall’ex wrestler professionista Eve
TorresGracie nella serie
Supergirl della CW.
Tutto quello che sappiamo su Man of
Tomorrow
Le riprese principali di
Man of Tomorrow dovrebbero iniziare nella primavera
del 2026, con una data di uscita fissata per il 9 luglio
2027. David Corenswet riprenderà il ruolo nel sequel
al fianco di Lex Luthor, interpretato da
Nicholas Hoult, poiché i due si alleeranno contro
questo nuovo nemico, come ha dichiarato il regista.
James
Gunn ha infatti affermato: “È una storia in cui Lex Luthor
e Superman devono collaborare in una certa misura contro una
minaccia molto, molto più grande. È più complicato di così, ma
questa è una parte importante. È tanto un film su Lex quanto un
film su Superman. Mi è piaciuto molto lavorare con Nicholas Hoult. Purtroppo mi identifico con il
personaggio di Lex. Volevo davvero creare qualcosa di straordinario
con loro due. Adoro la sceneggiatura”.
Gunn annunciato
Man of Tomorrow sui
social media il 3 settembre. Nel suo annuncio, lo sceneggiatore
e regista ha incluso un’immagine tratta dal fumetto in cui Superman
è in piedi accanto a Lex Luthor nella sua Warsuit. Nei fumetti DC,
Lex crea la tuta per eguagliare la forza e le abilità di Superman.
Mentre l’immagine teaser suggeriva che Lex e Superman sarebbero
stati di nuovo in contrasto, ora sembra che Lex userà la sua
Warsuit per poter essere allo stesso livello di Superman per
qualsiasi grande minaccia si presenti loro.
Al momento, è confermata la
presenza della Lois Lane di Rachel Brosnahan. Il co-CEO della DC Studios
ha risposto a un fan su Threads all’inizio di settembre 2025 che
Lois avrà un “ruolo importante”. Il villain del film
sarà Brainiac, interpretato
da Lars Eidinger.
Il film è stato in precedenza
descritto come un secondo capitolo della “Saga di Superman”. Ad
oggi, Gunn ha affermato unicamente che “Superman conduce
direttamente a Peacemaker; va notato che questo è per adulti, non
per bambini, ma Superman conduce a questo show e poi abbiamo
l’ambientazione di tutto il resto della DCU nella seconda stagione
di Peacemaker, è incredibilmente importante”.
Quando è stato rivelato il vasto
cast di Avengers:
Doomsday, i fan erano entusiasti per il ritorno di
alcune delle star più importanti, ma anche perplessi per l’assenza
di alcuni eroi. Una sorprendente esclusione è stata quella di
Chris Pratt, che dal 2014 interpreta Peter
Quill/Star-Lord e che alla fine di Guardiani della Galassia Vol.
3 era stato accennato che sarebbe tornato. Recentemente,
Pratt ha dunque affrontato la questione del suo possibile ritorno
nel ruolo.
“Abbiamo promesso con ‘Guardiani
della Galassia’ che Star-Lord sarebbe tornato”, ha dichiarato Pratt
(tramite ScreenTime su X). “Penso che
mi piacerebbe davvero mantenere quella promessa”. In
particolare, in Guardiani della Galassia Vol. 3
Peter ha lasciato i Guardiani ed è tornato sulla Terra per
ricongiungersi con suo nonno, il che lo porterebbe sullo stesso
pianeta degli Avengers e potrebbe spingerlo a unirsi alla
mischia.
Per questo motivo, si ipotizzava
che sarebbe apparso in Avengers: Doomsday, ma quando è
stata rivelata la lista del cast virale, il nome di Pratt non era
presente. Da allora, sono stati rivelati altri ritorni
precedentemente non confermati, come quello di Chris Evans. Ciò significa che Pratt
potrebbe essere un personaggio segreto o secondario nel film. In
alternativa, lui e il resto del cast dei Guardiani, nessuno dei
quali è presente nel cast del film, potrebbero invece tornare più
avanti in Avengers: Secret
Wars.
Riguardo al fatto di non essere
stato incluso nella rivelazione del cast di Avengers:
Doomsday, Pratt ha scherzato: “Non lo so! Penso che
fosse, tipo, lontano… Devono averlo tagliato. Non so cosa sia
successo. Non lo so. Era lì. Sono sicuro che era lì”.
Assumendo un tono più serio, ha rassicurato i fan di Star-Lord che
il suo eroe sarebbe tornato in qualche forma.
“Non posso dire ai miei fan
dove rivedranno Star-Lord, ma posso dir loro che alla fine di
Guardiani della Galassia Vol. 3 abbiamo promesso che il leggendario
Star-Lord tornerà, e tornerà”, ha aggiunto Pratt. Inoltre, il
capo della Marvel StudiosKevin Feige ha stuzzicato i fan
rivelando altri membri del cast, dicendo che “ne hanno rivelati
molti, ma non tutti”. Questo lascia aperta la porta a
ulteriori apparizioni a sorpresa come quella di Evans nel primo
trailer del film, il che fa ben sperare per un possibile cameo di
Star-Lord.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men
dell’era Fox-Marvel.
Uscito nel 2014 e diretto da Giulio
Ricciarelli, Il labirinto del silenzio(leggi
qui la recensione) è un dramma
storico e giudiziario che affronta la memoria della Seconda
guerra mondiale da una prospettiva inusuale e profondamente
inquietante: quella della Germania del dopoguerra, intenta a
rimuovere collettivamente le proprie responsabilità. Il film si
colloca nel solco del cinema civile europeo, fondendo il racconto
d’indagine con la riflessione storica e morale, e ponendo al centro
non il conflitto in sé, ma le sue conseguenze giuridiche, etiche e
psicologiche a distanza di anni.
A differenza di molti film ambientati durante la
Seconda guerra mondiale, Il labirinto del silenzio dialoga
più direttamente con opere come The Reader – A voce alta
di Stephen Daldry, Hannah Arendt di Margarethe
von Trotta o Il caso Fritz Bauer di Lars
Kraume, concentrandosi sul tema della colpa, della
responsabilità individuale e del silenzio istituzionale.
Ricciarelli evita la spettacolarizzazione dell’orrore dei campi di
sterminio, scegliendo invece di mostrarne l’eco persistente in una
società che preferisce dimenticare, normalizzare e voltare pagina,
anche a costo di negare la giustizia.
Nel resto dell’articolo l’attenzione si sposterà
sulla vera storia a cui il film si ispira, ovvero l’avvio delle
indagini che portarono ai processi di Francoforte contro i
responsabili di Auschwitz negli anni Sessanta. Un approfondimento
necessario per comprendere quanto il racconto cinematografico
affondi le sue radici in eventi reali, e come Il labirinto del
silenzio trasformi una pagina cruciale della storia tedesca in
una riflessione universale sulla memoria, sulla rimozione e sul
dovere morale di ricordare.
Alexander Fehling e Gert Voss in Il labirinto del
silenzio
La trama di Il labirinto del
silenzio
Germania, 1958. Johann Radmann è stato
recentemente nominato Pubblico Ministero e, come tutti i novizi, si
deve accontentare di occuparsi dei verbali automobilistici. Un
giorno, il giornalista Thomas Gnielka causa però un gran
trambusto in tribunale e Radmann lo ascolta con interesse: un amico
di Gnielka avrebbe infatti riconosciuto un insegnante, che secondo
lui sarebbe un’ex guardia di Auschwitz, ma nessuno è interessato a
perseguirlo legalmente. Contro il volere del suo diretto superiore,
Radmann inizia ad esaminare il caso, e così cade in una rete di
repressione e negazione, ma anche di idealizzazione. In quegli
anni, “Auschwitz” era una parola che alcune persone non avevano mai
sentito pronunciare, mentre altri volevano solo dimenticarla il più
presto possibile.
Solamente il Pubblico Ministero Generale,
Fritz Bauer, incoraggia la curiosità di Radmann; lui stesso,
da tutta la vita, spera di riportare all’attenzione pubblica i
crimini commessi ad Auschwitz, ma gli mancano i mezzi legali per
un’azione penale. Quando Johann Radmann e Thomas Gnielka trovano
dei documenti che riconducono ai colpevoli, Bauer si rende conto
immediatamente di quanto siano esplosivi e affida ufficialmente il
caso a Radmann. Il giovane Pubblico Ministero si dedica anima e
corpo al suo nuovo incarico ed è deciso a scoprire cosa sia davvero
accaduto all’epoca. Quello che scoprirà alla fine, cambierà il
paese per sempre.
La storia vera dietro il film
La storia vera dietro Il labirinto del silenzio
affonda le sue radici nella Germania del 1958, un Paese impegnato
nella ricostruzione economica e sociale ma profondamente restio a
fare i conti con il proprio passato nazista. La memoria
dell’Olocausto è soffocata da rimozione, negazione e convenienza
politica: Auschwitz è un nome che molti fingono di non
conoscere, i processi di Norimberga vengono liquidati come
giustizia dei vincitori e milioni di morti sono relegati alla
propaganda nemica. È in questo contesto che prende forma una delle
più difficili battaglie giudiziarie della storia tedesca del
dopoguerra.
Figura centrale di questa vicenda è Fritz
Bauer, Procuratore Generale dell’Assia, giurista ebreo e
socialista che aveva conosciuto in prima persona la persecuzione
nazista, compresa una breve detenzione in un campo di
concentramento. Tornato in Germania dopo l’esilio, Bauer si trovò a
operare in un sistema giudiziario e amministrativo ancora
ampiamente permeato da ex membri del Partito Nazista. Consapevole
delle enormi resistenze istituzionali, Bauer sapeva che portare i
criminali di Auschwitz davanti a un tribunale tedesco significava
scardinare non solo un muro di silenzio, ma l’intera narrazione
autoassolutoria del Paese.
Alexander Fehling e Friederike Becht in Il labirinto del
silenzio
Le indagini che portarono al Processo di
Francoforte nacquero da un lavoro estenuante e poco
spettacolare: testimonianze isolate, archivi dimenticati, montagne
di documenti custoditi anche presso il centro di documentazione
dell’esercito americano a Wiesbaden. Migliaia di nomi, oltre 8.000
persone legate ad Auschwitz, ma un apparato legale che permetteva
di perseguire solo chi fosse direttamente responsabile di singoli
omicidi. A questo si aggiungeva il timore politico e sociale:
indagare significava costringere un’intera generazione a chiedersi
che ruolo avessero avuto padri, insegnanti, funzionari dello Stato
durante il Terzo Reich.
Nonostante tutto, dopo cinque anni di
preparazione, nel 1963 si aprì a Francoforte il primo grande
processo tedesco sui crimini di Auschwitz. Ventidue ex membri delle
SS finirono alla sbarra, dando vita a 183 udienze che per la prima
volta portarono testimonianze dirette dell’orrore dei campi di
sterminio davanti a giudici tedeschi. Le condanne furono parziali e
spesso deludenti: sei ergastoli, pene minori per altri imputati e
alcune assoluzioni. Un risultato giuridicamente limitato, ma
storicamente dirompente, perché incrinò definitivamente l’illusione
dell’ignoranza collettiva.
L’impatto del Processo di
Francoforte andò oltre le aule di tribunale. Pur non avendo la
risonanza immediata di Norimberga o del processo
Eichmann, contribuì a innescare un lento ma irreversibile
confronto della Germania con il proprio passato. Fritz Bauer
ebbe anche un ruolo decisivo nel favorire la cattura di Adolf
Eichmann, passando informazioni al Mossad quando le autorità
tedesche rifiutarono di agire. Come suggerisce il film, la vera
eredità di quella battaglia giudiziaria fu l’inizio della fine del
silenzio, un passaggio doloroso ma necessario per la costruzione di
una memoria storica condivisa.
Pelham 123 – Ostaggi in metropolitana, del 2009, è
l’adattamento cinematografico del romanzo The Taking of Pelham One Two Three di
John Godey, già portato sullo schermo in due
precedenti versioni, la più celebre delle quali è il film del 1974
diretto da Joseph Sargent. Questa nuova
incarnazione aggiorna la storia al contesto contemporaneo,
spostando l’attenzione su dinamiche più frenetiche e su un
linguaggio visivo fortemente moderno, senza rinunciare alla
struttura classica del
thriller ad alta tensione ambientato quasi interamente in tempo
reale.
Il
film si colloca pienamente nel genere
action–thriller
urbano, fondendo il racconto di sequestro con elementi di crime
movie e
dramma psicologico. La metropolitana di New York diventa uno
spazio chiuso, claustrofobico, ideale per amplificare il senso di
urgenza e per mettere a confronto due menti opposte, legate da un
duello verbale prima ancora che fisico. Il tema del potere, del
denaro e della responsabilità individuale attraversa tutta la
narrazione, così come il rapporto tra istituzioni, corruzione e
senso del dovere.
All’interno della
filmografia di Tony Scott, questo film rappresenta
una sintesi matura del suo stile ipercinetico, fatto di montaggio e
ritmo costantemente in accelerazione, già visto in titoli come
Man on Fire e
Déjà Vu. Il cast è
guidato da Denzel
Washington, nei panni di un controllore del traffico
ferroviario coinvolto suo malgrado nella crisi, e da John
Travolta, che interpreta il carismatico e
imprevedibile antagonista. Nel resto dell’articolo proporremo una
spiegazione del finale del film, analizzandone i significati e le
implicazioni narrative.
La trama di Pelham 123 –
Ostaggi in metropolitana
La storia ha inizio nella
metropolitana di New York, dove una banda di criminali si
impossessa di un vagone del convoglio Pelham 123, con all’interno
18 ostaggi. A capo della banda vi è Ryder, ex
manager caduto in rovina e finito in carcere per truffa. La sua
richiesta è semplice: 10 milioni di dollari entro un’ora. Se il suo
desiderio verrà esaudito, nessuno si farà male e gli ostaggi
verranno rilasciati incolumi. Per ogni minuto di ritardo, però, una
persona verrà uccisa. A dialogare con Ryder vi è Walter
Garber, addetto allo smistamento dei treni ora costretto a
fare da negoziatore. Dopo un’iniziale smarrimento, Walter capirà
che la sua conoscenza del sistema della metropolitana sarà l’unico
modo in cui potrà sconfiggere il criminale prima che sia troppo
tardi.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto di < la tensione raggiunge il punto
di rottura quando il piano di Ryder inizia a svelarsi. Il
fallimento della consegna del riscatto e l’uccisione del soldato
Wallace segnano una svolta definitiva, mostrando il prezzo umano
della trattativa. La scoperta della vera identità di Ryder e della
sua strategia finanziaria collega il sequestro a una vendetta
lucida e calcolata. Da quel momento il racconto accelera,
trasformandosi in una corsa contro il tempo tra tunnel, decisioni
improvvise e scelte morali irrevocabili.
La
fase conclusiva si concentra sul confronto diretto tra Ryder e
Garber, ormai spogliato di ogni protezione istituzionale.
L’inseguimento fuori dalla metropolitana porta la vicenda alla luce
del giorno, su un ponte simbolico che separa ordine e caos. Qui il
film abbandona la dimensione corale per ridursi a un duello
individuale, verbale e fisico. Ryder forza Garber a un gesto
estremo, spingendolo a sparare e a diventare parte attiva
dell’esito finale. La morte dell’antagonista chiude la crisi,
mentre il ritorno di Garber a casa ristabilisce un’apparente
normalità.
Il finale completa i temi centrali del film, a partire dal concetto
di responsabilità personale. Garber, uomo qualunque segnato da un
errore passato, viene costretto a confrontarsi con le conseguenze
delle proprie azioni in una situazione limite. Ryder, al contrario,
incarna l’illusione di poter controllare il sistema e piegarlo a
fini individuali. Il loro scontro finale non è solo una resa dei
conti fisica, ma una collisione tra due visioni opposte del potere,
della colpa e del riscatto, risolta attraverso una scelta
irreversibile.
La conclusione chiarisce anche il rapporto tra individuo e sistema,
uno dei nodi più evidenti del film di Tony Scott. Ryder sfrutta le
falle del mercato e dei media per arricchirsi, dimostrando quanto
l’economia sia vulnerabile alla manipolazione. Garber, invece,
rappresenta l’anello più fragile della catena istituzionale,
costretto a pagare per colpe minori mentre i grandi giochi di
potere restano impuniti. Il suo gesto finale non è celebrato come
eroico in senso classico, ma come atto necessario, carico di
ambiguità e peso morale.
Ciò che Pelham
123 – Ostaggi in metropolitana lascia allo spettatore è
una riflessione amara sul prezzo delle scelte e sull’eroismo
quotidiano. Il film suggerisce che non esistono vincitori assoluti,
ma solo persone chiamate a fare la cosa giusta in condizioni
estreme. Garber non diventa un eroe per ambizione o gloria, ma
perché accetta di assumersi una responsabilità che nessuno
vorrebbe. La morale è sobria e disincantata, suggerendo che il vero
coraggio sta nel rispondere delle proprie azioni, anche quando il
sistema promette protezione solo a parole.
John
Wick – Capitolo 2, diretto da Chad
Stahelski e uscito nel 2017, rappresenta il naturale
seguito dell’omonimo
film del 2014, continuando la storia del leggendario assassino
interpretato da Keanu Reeves.
Pur mantenendo lo stile visivo e la precisione coreografica che
hanno reso celebre il primo capitolo di questa
saga action, il film amplia il mondo sotterraneo di Wick,
introducendo nuove regole del mondo criminale e personaggi che
arricchiscono il mito del protagonista. La pellicola consolida
l’universo narrativo della saga, preparando il terreno per sviluppi
successivi e ampliando la profondità del protagonista.
Rispetto al
primo film, John Wick – Capitolo 2 introduce
una dimensione più globale e complessa. L’ambientazione si espande,
portando Wick da New York fino a Roma, mentre nuove organizzazioni
e alleanze rendono il conflitto più articolato. Il film
approfondisce inoltre la struttura della “Continental”, l’hotel per
assassini con regole ferree, e sviluppa le motivazioni personali
del protagonista, mostrandone il codice morale e il senso di onore
in un mondo altrimenti spietato. Questa espansione rende la saga
non solo un action adrenalinico, ma anche un universo coerente e
riconoscibile.
Il cast vede il ritorno
di Keanu Reeves nel
ruolo di John Wick, affiancato da Laurence
Fishburne, Ian McShane e Lance Reddick,
oltre a nuovi ingressi come Common,
Ruby Rose e
Riccardo
Scamarcio. Questi attori ampliano le dinamiche
narrative, aggiungendo spessore ai nemici e agli alleati del
protagonista. L’equilibrio tra vecchi e nuovi personaggi permette
al film di mantenere continuità con il precedente capitolo, pur
offrendo novità e sviluppi inediti. Nel resto dell’articolo si
proporrà una spiegazione del finale del film e del modo in cui
chiude il conflitto lasciando aperta la saga.
Dopo aver ottenuto la vendetta che
ricercava nel primo film, John Wick è ora pronto a
ritirarsi nuovamente a vita privata. I suoi piani vengono però
interrotti dal signore del crimine italiano Santino
D’Antonio. A causa di un favore da questi concesso a John
in passato, il boss è ora pronto a riscuotere quanto gli spetta,
incaricando l’assassino di compiere una missione per lui. Dopo aver
rifiutato, John si vede costretto ad accettare. Si ritrova così
incaricato di assassinare la sorella di Santino,
Gianna, in modo che possa reclamare il suo posto
alla Gran Tavola, il consiglio dei signori del crimine di alto
rango.
Il killer giunge quindi a Roma per
assassinare la boss camorrista, ignorando che Santino è pronto a
mettere una taglia di 7 milioni di dollari sulla sua testa a lavoro
finito, per evitare che qualunque sospetto ricada su di lui. Ben
presto, dunque, John si ritroverà a dover ancora una volta lottare
per la propria sopravvivenza, cercando di ottenere vendetta nei
confronti di chi voleva ingannarlo. Come già potuto vedere nel
corso del precedente film, mettersi contro John Wick è uno degli
sbagli più grandi che si possa mai compiere. Se attaccato,
l’assassino non tarderà ad attaccare a sua volta, con esiti a dir
poco letali.
La spiegazione del finale del
film
Nel
terzo atto di John Wick – Capitolo 2 la situazione
precipita in una spirale di violenza e tradimenti. Dopo aver ucciso
Gianna D’Antonio a Roma per rispettare il “marker”, John viene
tradito da Ares e costretto a fuggire nei sotterranei, inseguito
dal bodyguard Cassian. Il confronto culmina nel Continental di
Roma, dove la regola del “no business” impedisce un omicidio sul
suolo dell’hotel. John ottiene però il permesso di lasciare la
città e rientra a New York, dove scopre che Santino ha aperto un
contratto sulla sua testa, e che il sistema criminale lo considera
un uomo da eliminare.
Il
film si chiude con una sequenza di escalation che ribalta ogni
equilibrio. John affronta un assalto di sicari in metropolitana e,
ferito, si rifugia dal Bowery King, che gli consegna una pistola e
lo indirizza verso il gala al museo. Lì John elimina gli uomini di
Santino e lo costringe a rifugiarsi al Continental, dove, in un
gesto di sfida e punizione, lo uccide nel salotto. Il giorno dopo
Winston gli comunica che per aver “fatto affari” nel Continental,
John è stato dichiarato excommunicado. Egli perde così ogni
protezione, ogni risorsa e ogni privilegio, e il mondo
dell’Underworld è autorizzato a cacciare chiunque.
Il finale compie una chiusura tematica netta: John non è più un
assassino con un codice, ma un uomo braccato che ha scelto di
rompere le regole per affermare la propria autonomia. La sua
uccisione di Santino nel Continental rappresenta la rottura
definitiva con l’ordine sotterraneo che lo aveva tenuto in vita, ma
anche la scelta di non sottostare più a vincoli e ricatti. La scena
della “declared excommunicado” non è solo una punizione, bensì la
conseguenza logica di una vita che, per quanto governata da onore e
fedeltà, è comunque fatta di violenza e vendetta.
In questo finale, la vendetta si trasforma in un atto di
autodeterminazione, ma al prezzo di un isolamento totale. John non
ha più un posto nel sistema, e l’ordine che lo aveva governato fino
a quel momento si rivela in tutta la sua crudeltà: non esistono
eccezioni, non esistono leggi scritte a favore del singolo. La sua
decisione di uccidere Santino nel Continental è un gesto simbolico
che mostra come egli non accetta più di essere controllato da un
ordine superiore, ma al contempo sancisce la sua condanna. Il tema
del codice d’onore viene così sovrascritto da quello della
sopravvivenza.
Il film anticipa il
futuro della
saga presentando John Wick come un uomo senza
più protezioni, costretto a combattere non più per vendetta ma per
la sopravvivenza stessa. L’excommunicado segna l’inizio di una
nuova fase: Wick passa dall’essere un assassino che opera
all’interno di regole, all’essere un “fuori legge” con una taglia
globale sulla testa. Il suo avvertimento finale, che chiunque lo
cerchi sarà ucciso, è dunque solo la premessa di un’escalation
inevitabile, dove ogni incontro diventa un possibile scontro e ogni
alleato può trasformarsi in un nemico.
Con
Ben – Rabbia
Animale, Johannes
Roberts torna al natural horror più estremo
e provocatorio, firmando uno dei titoli di genere più discussi di
inizio anno. Il film, prodotto da Paramount
Pictures, ha già conquistato un solido
77% su Rotten
Tomatoes, un risultato tutt’altro che scontato per un
horror da gennaio. Ma il motivo principale del suo impatto non è il
sangue, né la nostalgia per i B-movie anni ’80: è
Ben, lo scimpanzé
al centro della storia.
Il
punto di partenza è semplice e brutale. Una famiglia tiene con sé
uno scimpanzé domestico, intelligente e apparentemente docile.
Quando l’animale viene infettato dalla rabbia, la situazione
precipita in una spirale di violenza. Ma Ben – Rabbia Animale non segue
il percorso classico del “mostro fuori controllo”. Roberts sceglie
una strada molto più disturbante: Ben non diventa solo più aggressivo, diventa più
lucido.
Ben non è solo un animale: è un vero slasher
A
rendere Ben – Rabbia
Animale genuinamente inquietante è l’idea di un animale
dotato di tratti quasi umani che evolve in qualcosa di calcolatore,
vendicativo, perfino ironico. Diversamente dallo squalo di
47 Meters Down o dal
cane di Cujo, Ben non
agisce per istinto puro. Osserva, impara, si prende gioco delle vittime.
Roberts sfrutta in modo consapevole l’intelligenza e l’espressività
degli scimpanzé, trasformando Ben in una presenza da vero slasher.
In alcune scene, l’animale deride le sue vittime utilizzando un
tablet vocale, ridendo dopo averle uccise o tormentandole prima del
colpo finale. È un livello di antropomorfismo volutamente
disturbante, che mette lo spettatore a disagio perché rompe il
confine rassicurante tra uomo e bestia.
Il lavoro fisico dell’interprete Miguel Torres
Umba, all’interno della tuta di Ben, è
fondamentale: sguardi, movimenti e posture comunicano
una malizia
consapevole, rendendo il personaggio credibile e
memorabile. Ben arriva perfino ad avere una sorta di “firma” nelle
uccisioni, strappando le mascelle delle vittime con una forza
brutale, come se fosse il suo equivalente di machete o coltello da
cucina.
È
qui che Ben – Rabbia Animale trova il suo equilibrio
più riuscito: Roberts abbraccia senza vergogna il B-horror, ma lo fa con
mestiere. Giovani incoscienti, decisioni sbagliate, violenza sempre
più grafica e un antagonista carismatico che sembra uscito da uno
slasher classico. Il film non pretende realismo scientifico, ma
costruisce un’esperienza coerente, divertente e disturbante al
tempo stesso.
Alla fine, Ben – Rabbia Animale funziona perché non
ha paura di essere quello che è: un horror animalesco, cattivo e
consapevole, che sfrutta l’idea più inquietante possibile.
Non un animale impazzito, ma un’intelligenza che guarda l’uomo… e
decide di diventare il predatore.
Dopo il successo internazionale di Greenland,
arriva finalmente nelle sale italiane dal 29 gennaio, distribuito da
Lucky Red e
Universal Pictures International
Italy*, Greenland 2 –
Migration, attesissimo secondo capitolo del
survival movie apocalittico diretto da Ric Roman
Waugh. Il film vede il ritorno di
Gerard Butler,
nuovamente protagonista nei panni di John Garrity e coinvolto anche
come produttore.
Sono da oggi disponibili il
poster e il trailer italiani, che anticipano un nuovo
viaggio ai confini della sopravvivenza umana, spostando il racconto
dal momento della catastrofe alle sue conseguenze più profonde e
durature.
Cinque anni dopo la fine del mondo: la sopravvivenza non basta
più
Ambientato cinque anni
dopo l’impatto della cometa Clarke, Greenland 2 – Migration riprende la storia
della famiglia Garrity, sopravvissuta rifugiandosi in un bunker in
Groenlandia. Quando anche quell’ultimo baluardo viene distrutto,
John, sua moglie Allison (Morena Baccarin) e il
figlio Nathan (Roman
Griffin Davis) sono costretti a tornare in
superficie.
Il mondo che li attende è irriconoscibile: un pianeta devastato,
attraversato da catastrofi climatiche continue e da una umanità
ridotta allo stremo. Tra le macerie di un’Europa congelata e
ostile, i Garrity intraprendono una migrazione disperata verso la Francia,
dove si vocifera possa esistere un luogo in cui ricostruire una
nuova civiltà.
A
differenza del primo film, Greenland 2 – Migrationnon racconta come evitare la fine del
mondo, ma cosa accade dopo. Quando sopravvivere non è più
sufficiente e la vera sfida diventa tornare a vivere, ritrovando senso, legami
e speranza.
Il film amplia il suo sguardo, trasformando il disaster movie in
una odissea post-apocalittica intima, dove
l’azione spettacolare si intreccia a una riflessione su famiglia,
migrazione, ricostruzione e identità. Nathan, adolescente cresciuto
sottoterra, diventa il simbolo di una generazione che
non ha mai conosciuto il
mondo di prima.
Completano il cast Amber Rose
Revah, Sophie
Thompson, William
Abadie e Trond Fausa
Aurvåg. La sceneggiatura è firmata da
Chris
Sparling e Mitchell
LaFortune, mentre la produzione è affidata a
Thunder Road, G-BASE, Anton e CineMachine Media Works.
Con Greenland 2 –
Migration, la saga evolve in un racconto profondamente legato
al presente, interrogandosi sulle scelte morali, sulla resilienza e sul
bisogno universale di trovare un luogo da chiamare casa, anche
quando il mondo è cambiato per sempre.
HBO
colpisce ancora. Dopo aver ridefinito il fantasy televisivo con
Game of Thrones e aver
dimostrato la solidità del suo universo narrativo con
House of the Dragon,
la rete lancia un nuovo successo mondiale. A Knight of the Seven
Kingdoms ha debuttato da pochissimi giorni,
ma è già diventata una
delle serie più viste al mondo su HBO
Max, confermandosi come l’ennesimo tassello vincente
del franchise ambientato a Westeros.
Secondo i dati di FlixPatrol, la serie è attualmente
la quinta più vista a
livello globale su HBO, un risultato notevole considerando
che è stato rilasciato finora soltanto il primo episodio della
stagione d’esordio, composta da sei puntate. Il debutto è avvenuto
domenica 18
gennaio, con i nuovi episodi previsti a cadenza
settimanale.
Numeri record e leadership negli Stati Uniti
Il successo di A Knight of the Seven
Kingdoms non è solo internazionale. Negli Stati Uniti, la
serie si è posizionata direttamente al primo posto tra i contenuti più visti su HBO
Max, superando titoli di grande richiamo come
Euphoria, Industry e The
Pitt. A livello globale, lo spin-off ha raggiunto la
prima posizione in 14
Paesi, tra cui Brasile, Argentina, Messico e Panama,
dimostrando una diffusione trasversale e immediata.
Un dato particolarmente significativo è che la serie ha iniziato a
dominare le classifiche nelle prime 24 ore dal debutto, suggerendo una
crescita ulteriore nei giorni successivi, man mano che il
passaparola e la distribuzione settimanale entreranno nel vivo.
Il riscontro del pubblico è accompagnato da un’accoglienza critica
estremamente positiva. Su Rotten Tomatoes, A Knight of the Seven Kingdoms vanta
attualmente un 88% di
gradimento da parte della critica e un 89% dal pubblico, numeri che la
collocano tra i titoli fantasy più apprezzati degli ultimi anni.
Nella recensione di ScreenRant, la serie ha ottenuto un 9/10, venendo elogiata per il suo
cambio di tono rispetto a Game of Thrones, più intimo, avventuroso e ironicamente
cavalleresco.
Ambientata circa novant’anni prima delle vicende della serie
originale, A Knight of the
Seven Kingdoms segue le avventure di Dunk ed Egg, scegliendo
consapevolmente di allontanarsi dalle grandi guerre dinastiche per
raccontare Westeros dal basso, attraverso personaggi marginali ma
destinati a lasciare un segno.
Non a caso, HBO aveva già rinnovato la serie per una seconda stagione prima ancora del
debutto, segno di una fiducia assoluta nel progetto. Alla
luce dei numeri attuali, A
Knight of the Seven Kingdoms si candida fin da ora come
uno dei grandi eventi
seriali fantasy del 2026.
Dopo l’avvio ufficiale del nuovo DC
Universe con Superman,
James
Gunn torna a fare chiarezza su uno dei
temi più attesi dai fan: l’arrivo di Batman nel DCU. Il Cavaliere
Oscuro è confermato come parte integrante del progetto, ma Gunn
ribadisce che i tempi
dipenderanno esclusivamente dalla solidità della
sceneggiatura di The Brave and the Bold, il film
che introdurrà Bruce Wayne insieme a Damian Wayne/Robin.
A
differenza di The
Batman: Part II, in uscita il 1° ottobre
2027 e ambientato in una continuity separata, The Brave and the Bold farà parte del DCU
principale. Proprio questa convivenza di due Batman cinematografici
spiega la cautela di Gunn, che non vuole “confondere la Batsphere”
prima che il film di Matt Reeves abbia completato il suo
percorso.
Una questione di sceneggiatura (e di tempismo)
Rispondendo su Threads alle domande dei fan, Gunn è stato diretto:
«Dipendo dal momento in cui
esiste una sceneggiatura davvero pronta. Non c’è modo di
prevederlo». Il filmmaker ha sottolineato come il processo
creativo possa sembrare a un passo dalla conclusione per poi
richiedere ulteriori revisioni: «A volte pensi che manchi una sola bozza, poi leggi la
successiva e capisci che ne serve ancora una».
Nel frattempo, il panorama DC legato a Gotham continua ad
ampliarsi. Oltre a The Brave
and the Bold e a The Batman: Part II, il DCU vedrà l’arrivo
di Clayface, spin-off dedicato
all’iconico antagonista di Batman, previsto per l’11 settembre 2026
e ambientato nella
continuity principale del DCU.
Diverso il discorso per Dynamic Duo,
film animato in stop-motion incentrato sui primi due Robin, Dick
Grayson e Jason Todd, in uscita il 30 giugno 2028. Nonostante
alcune voci su una possibile riscrittura per renderlo canonico,
Gunn ha chiuso ogni ipotesi con un secco “nope”, confermando lo
status Elseworld
del progetto.
In attesa di una data per The
Brave and the Bold e del casting del nuovo Batman, il
messaggio di Gunn è chiaro: nessuna fretta, nessuna sovrapposizione forzata, ma
un piano a lungo termine che punta a costruire con coerenza il
futuro del Cavaliere Oscuro nel DCU. I prossimi anni offriranno
comunque ai fan molte declinazioni di Gotham, ciascuna con una
propria identità narrativa.
Dopo mesi di speculazioni, arriva finalmente una risposta chiara
sul destino di Hulk in Avengers: Doomsday. A
chiarire la situazione è stato direttamente Mark Ruffalo, che in
un’intervista a Empire ha
confermato che Bruce
Banner/Hulk non apparirà nel nuovo film degli
Avengers.
Ruffalo è legato al Marvel Cinematic
Universe sin dal 2012, quando ha
debuttato come Hulk in The
Avengers, diventando nel tempo il volto definitivo del
personaggio dopo l’interpretazione iniziale di Edward Norton. Proprio per questo, la sua
assenza da Avengers:
Doomsday rappresenta una scelta significativa, soprattutto
considerando il ritorno di figure storiche come Chris Evans,
Chris Hemsworth e
Robert Downey Jr.,
quest’ultimo in un ruolo del tutto nuovo come Doctor Doom.
Il futuro di Hulk tra Spider-Man e Avengers: Secret Wars
Nonostante l’assenza da Avengers: Doomsday, Ruffalo non ha affatto chiuso la
porta a un ritorno futuro. L’attore sarà infatti protagonista di
Spider-Man: Brand New
Day, dove tornerà a vestire i panni di Bruce
Banner accanto a Tom
Holland, Jon
Bernthal e Sadie
Sink. Le prime foto dal set hanno già
confermato la sua presenza, mostrando Banner su una barella,
apparentemente ferito dopo una trasformazione.
Interpellato sul futuro del personaggio, Ruffalo ha spiegato di
essere disponibile a tornare finché Marvel continuerà a trovare
nuove direzioni interessanti per Hulk: «Finché continuano a inventare cose stimolanti da
fare con Hulk. Questo ruolo mi ha dato tantissimo», ha
dichiarato, lasciando intendere che una possibile apparizione in
Avengers: Secret
Wars non sia affatto da escludere.
Va comunque ricordato che nel passato Marvel ha più volte giocato
con depistaggi e dichiarazioni fuorvianti per proteggere le
sorprese. Lo stesso Chris Evans aveva negato il suo ritorno prima
di apparire nel primo teaser di Avengers: Doomsday. Tuttavia, a differenza di altri
eroi, Spider-Man e Hulk
non sono stati ufficialmente annunciati per il film,
rendendo plausibile l’ipotesi che la loro assenza sia reale.
Se così fosse, Hulk potrebbe diventare una figura chiave nel
capitolo successivo della saga, Avengers: Secret Wars, che promette di rimescolare
profondamente le carte del MCU. Per ora, una cosa è certa:
in Avengers: Doomsday non vedremo Hulk,
ma il futuro del Golia Verde è tutt’altro che concluso.
Il
debutto di A Knight of the Seven
Kingdoms ha subito sollevato una domanda
inevitabile tra i fan di Westeros: che fine ha fatto Casa Stark? Nel primo
episodio della serie HBO, ambientata circa
novant’anni prima degli eventi di Game of Thrones, la storica casata del Nord non
compare affatto, lasciando aperto l’interrogativo su una sua
possibile apparizione nel corso della stagione 1.
La
serie segue le avventure di Ser Duncan l’Alto, detto Dunk, e del
suo giovane scudiero Egg, concentrandosi sulla nascita del loro
legame e sulle prime peripezie attraverso i Sette Regni. In questa
fase iniziale, la narrazione è volutamente circoscritta: il torneo
di Ashford diventa il cuore dell’azione, un microcosmo cavalleresco
che permette di introdurre il mondo e i suoi equilibri politici
senza ricorrere alle grandi casate che il pubblico associa
immediatamente a Westeros.
Perché House Stark non appare nella stagione 1
Durante il torneo, Dunk entra in contatto con esponenti di Casa
Dondarrion e Casa Baratheon, mentre sullo sfondo si avverte l’ombra
lunga dei Targaryen. House Stark, invece, è completamente assente, e non
si tratta di una dimenticanza. A Knight of the Seven
Kingdoms è tratto dalla raccolta di novelle
Tales of Dunk and Egg di
George R. R.
Martin, e nel primo racconto la casata del
Nord non ha alcun ruolo negli eventi narrati.
A
meno di cambiamenti significativi rispetto al materiale originale,
è quindi altamente improbabile che gli Stark compaiano negli
episodi della prima stagione. I trailer della serie confermano
infatti che i nomi centrali di questo arco narrativo sono quelli di
Baratheon e Targaryen, coerentemente con il contesto storico e
politico del periodo.
Dal punto di vista cronologico, la serie è ambientata intorno al
209 AC, in
un’epoca di relativa stabilità dopo la Danza dei Draghi. In questi
anni, secondo le cronache di Westeros, Cregan Stark potrebbe essere ancora in
vita, ormai prossimo alla fine del suo governo sul Nord. Tuttavia,
gli Stark in questo periodo storico giocano un ruolo marginale
negli affari dei Sette Regni, restando perlopiù confinati a Grande
Inverno e alle loro terre settentrionali.
Narrativamente, l’assenza di House Stark ha quindi una funzione
precisa: A Knight of the
Seven Kingdoms non è un racconto sulle grandi dinastie, ma
sulle figure minori che
attraversano i margini della Storia, osservandola dal
basso. Inserire gli Stark in questa fase rischierebbe di
sbilanciare il tono intimo e avventuroso della serie.
Salvo sorprese o deviazioni radicali dai libri, Casa Stark resterà
dunque sullo sfondo per tutta la stagione 1, impegnata nei propri
affari al Nord, mentre Dunk ed Egg muovono i primi passi verso un
destino che, solo in futuro, li incrocerà con le grandi forze di
Westeros.
Il
2026 si preannuncia come un anno centrale per il futuro degli
Avengers, e non solo sul
fronte cinematografico. In attesa dei nuovi capitoli della saga
multiversale del Marvel Cinematic
Universe, Marvel ha ufficialmente
confermato l’aspetto di Spider-Man in una delle sue prossime apparizioni
legate al brand degli Avengers, offrendo ai fan un primo riferimento visivo
chiaro sul design del personaggio.
Sebbene Avengers: Doomsday riporti in scena
nomi storici come Chris Evans e
Robert Downey Jr. –
quest’ultimo nel ruolo inedito di Doctor Doom – l’assenza di
Tom
Holland nei primi annunci ha lasciato
molti interrogativi sul futuro di Peter Parker nel franchise.
Tuttavia, una versione di Spider-Man sarà comunque protagonista di
un progetto Avengers nel 2026, anche se non in live-action.
Il nuovo Spider-Man degli Avengers animati tra classico e MCU
Marvel ha svelato il design del personaggio attraverso lo special
animato Spidey and Iron Man:
Avengers Team-Up!, progetto pensato per un pubblico più
giovane ma inserito in un filone Avengers parallelo. Lo special,
uscito il 16 ottobre 2025, nasce come crossover tra Spidey and His Amazing Friends e lo
spin-off Iron Man and His
Awesome Friends, entrambe serie animate disponibili su
Disney+.
In questo universo animato, Spider-Man indossa una
versione fortemente
ispirata al costume classico dei fumetti Marvel: tuta
rossa e blu, ragnatele ben visibili, web-shooter argentati ai polsi
e occhi espressivi capaci di trasmettere emozioni. Un dettaglio,
quest’ultimo, che richiama direttamente la versione MCU del
personaggio, distinguendola dalle precedenti incarnazioni
cinematografiche.
Il risultato è un design che combina tradizione e modernità,
avvicinandosi idealmente tanto al costume di Spider-Man
interpretato da Tobey Maguire e
Andrew Garfield,
quanto alla versione finale vista in Spider-Man: No Way Home. Una
scelta che rende il personaggio immediatamente riconoscibile e
perfettamente funzionale all’animazione.
Dopo il primo special, Marvel ha già confermato che il team animato
degli Avengers tornerà nel 2026 con un episodio speciale a tema
Halloween, consolidando questo filone come una presenza stabile
all’interno dell’offerta Marvel. Il design di Spider-Man
rappresenta quindi una sorta di “linea guida” visiva per le future
apparizioni del personaggio in ambito animato.
In attesa di scoprire come e quando Tom Holland tornerà a vestire i
panni di Peter Parker sul grande schermo, Marvel rassicura i fan:
Spider-Man è già pronto a
tornare negli Avengers, anche se in una forma diversa e
pensata per una nuova generazione.
Con
Come si dice amore? (Can This Love Be
Translated?), Netflix inaugura il 2026 puntando su un K-drama che
non si limita a raccontare una storia d’amore, ma riflette sul
modo in cui le emozioni
vengono espresse, represse e tradotte. Non è un caso che
il titolo stesso ponga una domanda apparentemente semplice ma
profondamente ambigua: l’amore può davvero essere tradotto? E,
soprattutto, può essere compreso allo stesso modo da chi lo prova e
da chi lo osserva?
La
serie parte da un presupposto quasi surreale. Cha Mu-hee, attrice
specializzata in film horror, entra in coma dopo un incidente
durante uno stunt. Al risveglio, scopre di essere diventata una
celebrità nazionale. Ma il successo improvviso non coincide con una
rinascita: per sfuggire all’etichetta di “regina dell’horror”,
Mu-hee accetta di partecipare a un reality sentimentale,
Romantic Trip, mettendo
in scena una versione pubblica di sé che non sente davvero
propria.
Un romance globale tra identità, trauma e incomunicabilità
Al centro della storia ci sono Kim Seon-ho
e Go
Youn-jung, che interpretano Joo Ho-jin e Cha
Mu-hee. Il loro primo incontro avviene in Giappone, in un classico
meet-cute da K-drama, ma la serie sceglie subito la via della
sottrazione: entrambi sono emotivamente altrove, legati a persone
che non rappresentano un vero approdo.
Il loro ricongiungimento avviene quando Ho-jin entra nello staff di
Romantic Trip come
interprete, diventando letteralmente il tramite linguistico tra
Mu-hee e il suo co-protagonista Hiro Kurosawa (Sota
Fukushi). È qui che la serie mostra la sua
natura più interessante: Ho-jin è capace di tradurre tutto, tranne
se stesso. Le sue emozioni restano bloccate, opache, mentre la sua
funzione narrativa è quella di chiarire i sentimenti degli
altri.
Mu-hee, al contrario, percepisce subito l’attrazione, ma è
intrappolata in un rapporto distorto con la propria immagine. La
sua insicurezza prende forma in Do Ra-mi, lo spirito vendicativo che incarna il
trauma irrisolto della sua infanzia e il personaggio horror che
l’ha resa famosa. La serie oscilla così tra romance e mistero,
usando il soprannaturale come metafora del dolore non
elaborato.
Una slow-burn che rifiuta la gratificazione immediata
Come si dice amore? (Can This Love Be Translated?) sceglie
deliberatamente la strada della slow-burn romance, evitando svolte facili o
ricongiungimenti prematuri. Mu-hee e Ho-jin si cercano, si
allontanano, si fraintendono. Non per costruire conflitti
artificiali, ma perché entrambi partono da una convinzione tossica:
lei si crede intrinsecamente non amabile, lui ha imparato a
soffocare ogni emozione come meccanismo di difesa.
Il loro legame non è terapeutico in senso classico, né salvifico.
Ho-jin non vuole “aggiustare” Mu-hee, e Mu-hee non è il
catalizzatore miracoloso del cambiamento di Ho-jin. Crescono
insieme, ma separatamente, e la serie dedica tempo e spazio a
questo processo, rendendo il loro rapporto uno dei più emotivamente intimi del panorama
K-drama recente.
Accanto a questa linea principale, la serie inserisce dinamiche più
leggere: una storia d’amore immediata e senza sovrastrutture tra
personaggi secondari e un triangolo sentimentale più tradizionale,
pensato per chi cerca tensione narrativa. Ma il cuore resta
altrove.
Un’identità visiva che alza l’asticella dei K-drama 2026
Se la scrittura distingue Come si dice amore? (Can This Love Be
Translated?), è la messa in scena a renderla davvero unica. La serie
sfrutta ambientazioni internazionali – Canada, Italia, Corea del
Sud – non come semplice sfondo, ma come estensione emotiva dei
personaggi. La fotografia, i costumi, il trucco di Mu-hee
raccontano una progressiva perdita di controllo sulla realtà,
trasformando l’estetica in narrazione.
In un panorama sempre più affollato di K-drama sulle piattaforme
streaming, Can This Love Be
Translated trova la propria identità non nel colpo di scena,
ma nella coerenza formale
e tematica. Non è una serie perfetta, né cerca
l’unanimità. Ma è già qualcosa di più raro: un K-drama che avvia
una conversazione, anziché limitarsi a soddisfare aspettative.
E
per Netflix, è un segnale chiaro: il 2026 dei K-drama non sarà solo
una questione di numeri, ma di linguaggi.
La scena più emozionante di
Armageddon è quella che, durante le
riprese, ha assunto i contorni più bizzarri, stando a quanto ha
dichiarato
Ben Affleck. L’attore ha infatti raccontato che tra
una ripresa e l’altra della scena in cui il suo personaggio dice
addio a quello interpretato da Bruce Willis, non ha fatto altro che
vomitare perché aveva una intossicazione alimentare. Uscito nel
1998, il film catastrofico di Michael Bay è pieno
di sequenze d’azione roboanti, ma ha anche qualche scena molto
commovente, come quella in questione.
“Quando abbiamo girato quella
scena, ho avuto un’intossicazione alimentare. Non ero un attore
abbastanza esperto a quel punto per sapere che si poteva
semplicemente prendere il telefono e dire: ‘Oggi sono troppo malato
per lavorare’. L’unica volta che mi è successo in vita mia.
Vomitare tra una ripresa e l’altra. Avevano un bidone della
spazzatura e dicevano stop e [fa suoni di vomito]. Probabilmente ha
reso la scena migliore.”
Mentre Bruce
Willis rimanga abbastanza composto per tutta la scena,
cosa che si sposa alla perfezione con il suo personaggio,
Ben
Affleck ha una recitazione molto emotiva e trasmette
quanto sia doloroso per lui quel momento. Il fatto che Affleck
abbia sofferto di intossicazione alimentare durante le riprese
aggiunge sicuramente un nuovo contesto interessante alla sua
interpretazione.
Questa non è la prima volta che
Affleck parla di Armageddon, poiché il
suo commento in DVD per il film è ormai molto noto. Affleck ha
notoriamente sottolineato nel commento che sarebbe stato più
sensato addestrare gli astronauti a diventare trivellatori
piuttosto che addestrare i trivellatori a diventare astronauti,
come mostrato nel film.
Per Ben Affleck,
Armageddon seguì il successo di
Will Hunting – Genio ribelle (1997), per
il quale vinse un Oscar insieme a
Matt Damon per la migliore sceneggiatura
originale. Affleck e Bay avrebbero poi collaborato nuovamente per
il film sulla Seconda Guerra Mondiale Pearl
Harbor (2001), sebbene quest’ultimo non abbia avuto
il successo che ha avuto Armageddon nella
cultura popolare.
Con Steve Buscemi, Owen Wilson, Billy Bob Thornton, William
Fichtner e Michael Clarke Duncan, tra gli
altri, il film catastrofico del 1997 incassò 553 milioni di dollari
in tutto il mondo a fronte di un budget stimato di 140 milioni di
dollari. Su Rotten Tomatoes, il film ha ottenuto solo il 43% di
recensioni positive dalla critica, ma fu un successo di pubblico ed
è ampiamente considerato un capolavoro del suo genere.
Penultimo film della
Multiverse Saga del Marvel Cinematic Universe,
Avengers:
Doomsday promette con entusiasmo di unire eroi nuovi e
vecchi contro la più grande minaccia del franchise, il Dottor
Destino. Sebbene fosse noto che
Robert Downey Jr. avrebbe interpretato l’iconico
villain, il ritorno del veterano dell’MCU Chris Evans è stato confermato solo con
l’uscita del primo trailer del film.
I registi di Doomsday,
Joe e Anthony Russo, che in
precedenza avevano diretto Evans in diversi film di Captain America
e Avengers, hanno discusso la decisione di riportare Evans con
Empire Magazine (tramite Avengers Updates on X). I Russo hanno
dichiarato: “Il suo ruolo centrale negli Avengers e la
narrazione più ampia di ciò che l’MCU ha rappresentato sono
qualcosa di molto personale per noi. Non possiamo immaginare questa
narrazione senza il suo ruolo centrale.”
Nella clip, il personaggio di
Evans, Steve Rogers/Capitan America, viene visto nel passato in cui
è tornato in Avengers: Endgame per
ricongiungersi con la sua amata Peggy Carter.
Invece di mostrare Steve in azione, il trailer mostra l’eroe che
guida la sua motocicletta, mette via la sua tuta e tiene in braccio
il suo bambino.
L’implicazione è che questa vita
tranquilla verrà sconvolta da Doomsday e forse che suo figlio sarà
per lui una motivazione per tornare a combattere. In particolare,
il testo alla fine del trailer recita: “Steve Rogers tornerà in
Avengers: Doomsday”. Alla fine di
Endgame, Steve ha passato il suo scudo e il mantello di Capitan
America a Sam Wilson (Anthony Mackie), il che significa
che, pur tornando, potrebbe non usare il suo vecchio soprannome da
supereroe.
Pur non essendo l’attuale Capitan
America, i fratelli Russo erano desiderosi di riportare Evans in
vita a causa del loro rapporto di lavoro di lunga data. Dopo la
pubblicazione del trailer online, i registi hanno scritto su
Instagram: “Il personaggio che ci ha cambiato la vita. La
storia che ci ha riuniti tutti qui. Era inevitabile che si tornasse
a questo punto”.
Finora, ogni trailer di Doomsday si
è concentrato su un personaggio o una squadra diversa. Mentre il
primo trailer metteva in risalto Steve, i trailer successivi
presentavano Thor, il ritorno degli X-Men
della Fox, i Fantastici Quattro e Black Panther.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men dell’era Fox-Marvel.
Con
La Presidecon
Luisa Ranieri, Rai 1 continua a raccontare una
storia che va oltre il classico racconto scolastico, scegliendo di
mettere al centro l’educazione come atto politico, umano e profondamente
rischioso. La serie, ispirata a fatti reali, segue la
figura di Eugenia Carfora, una dirigente scolastica che combatte
ogni giorno contro dispersione, violenza e silenzi istituzionali,
pagando spesso un prezzo altissimo sul piano personale.
Dopo i primi due episodi, che hanno definito il contesto e il
carattere della protagonista, gli episodi 3 e 4 segnano un netto cambio di
passo: la narrazione si fa più cupa, le minacce più concrete, e il
conflitto si sposta sempre di più dall’esterno all’interno, mettendo in
discussione non solo la criminalità ma anche il ruolo delle
istituzioni.
Episodio 3: quando salvare gli studenti significa perdersi come
madre
Nel terzo episodio, Eugenia si getta anima e corpo nel recupero
degli studenti più fragili. La sua attenzione si concentra su
Marita, ragazza
costretta a restare chiusa in casa da un fidanzato manipolatore, e
su Mario,
vittima di bullismo di genere. Due storie diverse, accomunate dallo
stesso nodo: la scuola come unico spazio possibile di salvezza.
Questa dedizione assoluta, però, ha un costo. Eugenia sacrifica
progressivamente la sua vita familiare, in particolare il rapporto
con il figlio Andrea, che inizia a covare un risentimento sempre
più profondo nei confronti di una madre percepita come distante e
assente. È uno degli snodi emotivi più riusciti della serie:
La Preside non idealizza
la protagonista, ma mostra le crepe di una vocazione che diventa
totalizzante.
Sul fronte scolastico, Vittorio prova ad affiancare Eugenia con un
approccio più empatico e meno frontale, riuscendo ad avvicinare
Margherita, la
figlia del custode che non frequenta l’istituto. Parallelamente,
Michele, sempre
più innamorato di Lucia, emerge come uno studente modello,
dimostrando che la fiducia può generare riscatto.
Episodio 4: il pericolo non è solo fuori dalla scuola
Il quarto episodio alza ulteriormente la posta. Eugenia riesce
finalmente a salvare
Marita, convincendola a denunciare il fidanzato violento e
a tornare tra i banchi. È una vittoria importante, ma tutt’altro
che risolutiva. Le minacce contro la preside aumentano, diventando
fisiche e dirette: Eugenia rischia persino di essere investita da
un furgone.
Il momento più inquietante arriva però con le parole di
Giuliana, che
coglie con lucidità il vero cuore del problema: i nemici più pericolosi non sono nella
criminalità, ma nelle istituzioni. È una frase chiave che
ridefinisce il senso della serie, spostando il conflitto dal piano
emergenziale a quello sistemico.
Cosa aspettarsi dagli episodi di stasera
Gli episodi 3 e 4 consolidano La Preside come un racconto scomodo, che rifiuta soluzioni facili e
mette in scena una realtà dove il coraggio individuale si scontra
con l’inerzia del sistema. Da questo punto in poi, la serie
promette:
–
un inasprimento del
conflitto istituzionale
– un rapporto madre-figlio sempre più teso
– una protagonista sempre più sola, ma anche più
consapevole
– una scuola vista come campo di battaglia morale, non solo
educativo
Stasera su Rai 1,
La Preside smette
definitivamente i panni del drama scolastico tradizionale e diventa
un racconto sul prezzo
del cambiamento.
Nella cornice del The Space Cinema
Moderno di Roma si è tenuta oggi la conferenza stampa di
presentazione di The
Beauty, la nuova serie scritta e prodotta da Ryan Murphy in collaborazione con Matthew
Hodgson, disponibile su Disney+ dal 22 gennaio. Davanti a una
platea di giornalisti e addetti ai lavori, il cast – Evan Peters, Rebecca Hall, Ashton Kutcher,
Anthony Ramos e Jeremy Pope – ha raccontato l’esperienza
italiana, la preparazione ai ruoli e le riflessioni profonde che la
serie solleva sul tema della bellezza, oggi più che mai al centro
di un dibattito culturale e sociale.
Tra Roma e Venezia: l’Italia
come set ideale
«Girare in Italia è stato
meraviglioso», racconta Evan Peters, ricordando le settimane trascorse
tra Roma e Venezia. Un entusiasmo condiviso da tutto il cast,
colpito non solo dalle location iconiche ma anche dall’atmosfera e
dall’accoglienza. Roma, in particolare, ha lasciato un segno
profondo, come conferma Anthony Ramos: «Girare
tra le rovine del Foro, nei luoghi della Roma antica, è stata
un’esperienza incredibile. Amo questa città, le persone, i suoi
spazi: ti senti dentro la Storia».
Il pitch di Ryan Murphy e
l’idea che conquista
Rebecca Hall ha raccontato di essere
stata conquistata dall’idea fin dal primo incontro con
Ryan
Murphy. «Il modo in cui mi ha presentato la
storia, il suo pitch, mi ha subito catturata. Era chiaro che non si
trattasse solo di una serie sulla bellezza, ma su ciò che la
bellezza fa alle persone, alla società, al futuro».
The Beauty è infatti
ambientata «cinque minuti nel futuro», come ha sottolineato
Ashton Kutcher: un domani molto vicino al
nostro, in cui l’ossessione per l’aspetto fisico diventa
tecnologia, mercato, potere.
Cortesia di FX
Preparazione fisica e sequenze
estreme
Per Evan
Peters il ruolo ha richiesto una preparazione intensa
e meticolosa, costruita giorno dopo giorno insieme al team degli
stunt e agli allenatori. «Ho lavorato molto con le arti marziali
miste e con le coreografie d’azione», ha spiegato, sottolineando
quanto fosse importante rendere credibile non solo il gesto fisico,
ma anche la tensione emotiva del personaggio.
Tra i momenti più impegnativi, una
lunga sequenza girata a Venezia: «Dovevo correre per tantissimo
tempo, attraversando calli e ponti. È stata una prova di resistenza
vera e propria, ma girare in quei luoghi rendeva la fatica quasi
secondaria». La città lagunare, con i suoi spazi stretti e
labirintici, ha contribuito a rendere la scena ancora più
intensa.
Anche Ashton Kutcher ha parlato di una
preparazione che non si è limitata all’aspetto fisico. Tornare in
forma è stato solo il primo passo: per costruire il personaggio ha
osservato da vicino il mondo dell’alta finanza e dei grandi
patrimoni. «Ho cercato di studiare le persone molto ricche che
conosco, il modo in cui affrontano la vita. C’è una leggerezza
quasi irreale: i problemi sembrano non toccarle mai». Un lavoro di
osservazione che ha dato spessore psicologico alla sua
interpretazione.
Il potere dei ricchi e la
lezione di Isabella Rossellini
Su questo tema
Kutcher ha poi aggiunto una riflessione ironica ma
amara: «Osservando amici molto ricchi ho notato inoltre una sorta
di ‘buoyancy’: si muovono nella vita come se i problemi non
esistessero. Se vai in prigione, ti compri la prigione per viverci
meglio». Un’immagine efficace che racconta perfettamente il tipo di
universo che The Beauty esplora, dove il denaro
diventa uno strumento capace di piegare persino le regole più
rigide.
Emozionante il racconto delle scene
girate con Isabella Rossellini, definita da
Kutcher «una leggenda, un’icona, un’eroina: mi
sono sentito in difficoltà nel doverla spogliare verbalmente in
scena. Ho dovuto in un certo modo divorziare da me stesso per
riuscirci. Ma c’era una dicotomia bellissima: se il personaggio che
interpretavo riceveva l’approvazione di Isabella, allora tutto
aveva senso. Cercavo il suo sguardo in ogni scena».
Cortesia di FX
Bellezza: profitto, privilegio
o fardello?
Il tema centrale della conferenza è
stato inevitabilmente quello della bellezza. Rebecca
Hall ha lanciato una frase destinata a restare: «Not
looking good enough is profitable» – non sentirsi abbastanza belli
fa guadagnare.
Alla domanda su quanto la bellezza
abbia influito nella sua carriera, Ashton Kutcher
ha risposto con sincerità: «Sono sempre stato considerato
attraente, ma non so quanto questo mi abbia aiutato o penalizzato».
Ha poi raccontato del fratello gemello con paralisi cerebrale,
riflettendo sulla differenza tra compassione ed empatia, e su come
la bellezza possa creare distanze invisibili.
Hall ha
sintetizzato con un’altra frase potente: «Beauty is not caused, it
is» – la bellezza non è qualcosa che si provoca, semplicemente
è.
Giovani, social e standard
pericolosi
Il dibattito si è spostato sui
rischi degli attuali ideali estetici. Alla domanda: «La bellezza
può diventare letale per la prossima generazione?»
Kutcher ha risposto con toni accorati, citando il
tema dei suicidi tra i giovani legati agli standard estetici:
«Cellulari, social, colpi di dopamina continui… Immaginate crescere
così. Gli haters scrivono per ottenere click, ma i ragazzi non
hanno gli strumenti per difendersi». Ramos ha
sostenuto le idee di Kutcher, ribadendo quanto i
ragazzi di oggi siano costantemente sottoposti a un’immersione
continua di standard irrealistici e talvolta privi di
normalità.
Intelligenza Artificiale e
nuovi modelli di perfezione
Un altro nodo cruciale è stato
quello dell’Intelligenza Artificiale (IA). Oltre ai trattamenti
estetici, oggi emergono nuovi modelli di bellezza creati
digitalmente. Jeremy Pope si chiede: «Continueremo
ad andare in giro a cercare cose vere, da vedere e da vivere? Il
confine tra vero e falso si assottiglia sempre di più».
Kutcher ha
riconosciuto però anche il potenziale creativo dell’IA: «Ci sono
artisti che la usano per creare cose straordinarie. Ogni CGI che
vediamo è già un effetto dell’Intelligenza Artificiale. Alcuni
personaggi digitali vengono persino resi imperfetti per sembrare
più umani». Il miglior scenario possibile? «Che l’IA ci ricordi che
siamo umani», afferma Hall.
Cortesia di FX
Trucco, parrucco e costruzione
dei personaggi
In una serie che mette al centro
l’apparenza, la preparazione “beauty” è diventata parte integrante
del lavoro attoriale. Trucco e capelli non sono stati semplici
strumenti estetici, ma veri elementi narrativi, capaci di
raccontare status sociale, trasformazioni interiori ed esteriori, e
contraddizioni dei personaggi.
Il cast ha sottolineato quanto ogni
dettaglio fosse studiato per suggerire potere, fragilità o
ambizione: tagli di capelli, texture della pelle, imperfezioni
volutamente accentuate o cancellate. In un mondo in cui la bellezza
è tecnologia e mercato, anche il trucco diventa linguaggio,
contribuendo a rendere visibile quel confine sottile tra naturale e
artificiale che The Beauty esplora costantemente.
The Beauty: un futuro
vicinissimo che parla già di noi
Tra riflessioni intime, aneddoti
dal set e domande senza risposte facili, la conferenza stampa
romana di The Beauty ha mostrato come la serie di
Ryan Murphy non sia soltanto un body horror futuristico, ma uno
specchio inquietante del nostro presente. In un mondo dove la
bellezza è mercato, algoritmo e ossessione, The
Beauty promette di interrogare lo spettatore su ciò che
conta davvero: cosa è reale, cosa è costruito, e quanto siamo
disposti a sacrificare pur di essere “perfetti”.
Il film è tratto da un episodio di
cronaca realmente accaduto nel 1977, un sequestro con ostaggio le
cui trattative – trasmesse in diretta tv – hanno tenuto con
il fiato sospeso gli americani per 63 ore.
La trama di Il filo
del ricatto – Dead man’s wire
La mattina dell’8 febbraio 1977
Anthony G. “Tony” Kiritsis (Bill Skarsgård) entra nell’ufficio di
M. L. Hall (Al Pacino), presidente della Meridian Mortgage Company)
e prende in ostaggio il figlio Richard (Dacre Montgomery). Tony gli
punta alla testa un fucile a canne mozze con una particolarità:
collegato al grilletto c’è un dispositivo che, stretto al collo
come un cappio, se sfiorato, ucciderà all’istante l’ostaggio. Le
richieste di Tony sono chiare: 5 milioni di dollari, immunità e
soprattutto scuse personali…
Con le musiche originali di Denny
Elfaman e una colonna sonora di brani indimenticabili destinata a
essere ascoltata all’infinito, il ruolo della musica è centrale nel
film, a partire dal rapporto che s’instaura tra il protagonista
Tony e lo speaker radiofonico Fred Temple (Colman Domingo). Fred è
l’unica persona con cui Tony è disposto a parlare durante il
sequestro e nella versione italiana de Il filo del ricatto –
Dead man’s wire avrà la voce del cantautore Mario Biondi.