Ritorno al tratturo, il documentario
scritto e diretto da Francesco Cordio, con la
partecipazione straordinaria di Elio Germano sarà presentato in
anteprima nella sezione “Per il cinema italiano” – fuori
concorso – alla 17/ma edizione del BIF&ST –
BARI INTERNATIONAL FILM & TV FESTIVAL.
La proiezione si
terrà lunedì 23 marzo alle ore 19.30 al Multicinema
Galleria di Bari (Corso Italia 15G), alla presenza del
regista e dei produttori per un Q&A. Il film, da un’idea di
Francesco Cordio, Elio Germano e
Filippo Tantillo, prodotto e distribuito da
Own Air, arriverà nelle sale italiane dal
29 aprile.
Girato
interamente in Molise, tra le province di Isernia
e Campobasso, Ritorno al tratturo è
un viaggio intimo e collettivo nelle aree interne
della regione. Il tratturo – un ampio sentiero erboso largo un
centinaio di metri e lungo centinaia di chilometri, storicamente
utilizzato per la transumanza – ha messo in comunicazione per
secoli le popolazioni d’Europa con quelle del Mediterraneo.
Elio Germano, attore di origini molisane,
esplora e attraversa i luoghi, incontra le persone e le ascolta tra
le montagne affusolate di Frosolone e i sentieri di Pietracupa; con
la sua voce si fa narratore e illustra la complessità degli
interventi in atto sul territorio. In cammino con lui
Filippo Tantillo, autore e ricercatore
territorialista e Silvia Di Passio, community
manager delle aree interne, sono impegnati nella ricerca costante
di opportunità reali e possibili trasformazioni ai “margini” del
continente.
Il
Molise, tra le regioni più piccole d’Italia per numero di
abitanti, teatro naturale di contrasti, tra radici e
modernità, spesso evocato come metafora dell’oblio, diventa
frame dopo frame, un luogo che esiste e
resiste, dove storie reali e concrete di contadini,
allevatori, artigiani, piccoli imprenditori, librai, ristoratori,
camminatori, studenti possono parlare a nome di tutta Italia e di
tutta Europa. Le reti locali e le piccole comunità che emergono nel
film danno voce, forza, futuro e speranza ai territori, ponendosi
come fulcro della narrazione.
Le aree
interne rappresentano oltre la metà dei comuni italiani, ma
ospitano circa il 20% della popolazione.L’85% di questi ha
meno di 5.000 abitanti. Sono territori segnati da spopolamento,
emigrazione giovanile, bassi tassi di natalità, invecchiamento
della popolazione e carenza di servizi essenziali – mobilità,
istruzione, sanità – ma ricchi di cultura e risorse naturali che ne
rappresentano il potenziale sviluppo. A queste aree sono destinati
centinaia di milioni di euro tra fondi nazionali, europei e
PNRR.
Il
documentario è quindi un racconto corale capace di restituire la
complessità di quell’Italia composta da 13 milioni di persone che
abita il 60% del territorio nazionale ma resta emarginata dal
dibattito pubblico e dalle scelte strategiche.
Ritorno al Tratturo, rimanda sia sul
piano semantico che stilistico a Ritorno al futuro di
Robert Zemeckis (1985) rovesciandone però la direzione del viaggio,
un ritorno a una dimensione più lenta e sostenibile come
alternativa alla velocità che ha progressivamente svuotato molti
luoghi. Il film intreccia immagini, parole e musica in una
narrazione poetica e politica insieme anche grazie al brano
Vento, scritto dal cantautore
Luca Bussoletti e Leonardo Polla De
Luca e cantato da Lavinia Mancusi. Nella
canzone, ora disponibile in presave e su tutte le piattaforme
digitali dal 13 marzo, il vento simboleggia una forza
trasformatrice ma anche un compagno di viaggio: trascina lungo i
territori sconfinati delle aree interne lasciando, non la
solitudine, ma la consapevolezza di appartenere a qualcosa di più
grande e universale.
Oltreaconfermarelafinestradiuscita,RebeccaFergusonhaoffertoqualcheanticipazionesulcontenutodellastagione3.Senzasvelaredettaglispecificidellatrama,l’attricehadichiaratochelaserie va di bene in
meglio,sottolineandochelacrescitadellastoriaedeipersonaggisaràevidenteanchenellaquartastagione:
“Stranamente,migliorasempredipiù.Trovoinsolitocheleseriecrescanoesviluppinolestorie;disolitosisgonfiano,maquestamigliorasempredipiù.”
ArrivanoaggiornamentidalsetdiThe Batman – Parte
2,attesosequeldelfilmdel2022.Secondorecentirapportidiproduzione,aDaniel
CraigsarebbestatooffertoilruolodelmisteriosoChristopherDent,padrediHarveyDent,mal’ex007avrebbedeclinatol’offerta.Leragionipotrebberononriguardarenélasceneggiaturanéilcompenso,maisuoiimpegnisulfilmsenzatitolodiDamien
Chazelleambientatoinunaprigione,conCillian
MurphyeMichelle
Williams,lecuiripreseinizierannoilmeseprossimo.
Secondoindiscrezioni,latramadelsequelvedràilprocuratoredistrettualeHarveyDent,ilcommissarioJamesGordoneBatmanallearsiinmodoinstabileperfermareunserialkillerecontrastareilpotereradicatodellamafiaaGotham.Questapremessarichiamachiaramentelastoriadi Batman: Il lungo
Halloween,cheavevainfluenzatoancheelementidi
Il cavaliere oscurodiChristopherNolan.Ifansiinterroganoseilmisteriososecondovillainsaràunaversionedell’HolidayKillereseHolidaysaràinterpretatodaScarlettJohansson.
Secondorecentivoci,losceneggiatorediAndor,Beau
Willimon,sarebbeintrattativecon
iMarvel
Studiospersviluppareunfuturoprogetto,segnandounpossibilepassaggiodall’universodiStarWarsalMarvelCinematicUniverse.Almomento,idettaglisulprossimocapitolonarrativodelMCUrimangonounmistero.
Sappiamo che gli X-Men saranno al centro dell’attenzione, ma
come apparirà questo mondo condiviso dopo Avengers: Secret Wars
è un’incognita.Alcunevocisuggerisconoche
laMarvelstiapianificandounleggerorebootdellacontinuity,integrandoAvengers, Fantastici
4,X-MeneSpider-MantuttisullastessaTerra.
I progetticonfermatiincludonoBlack Panther 3diRyan CooglereilrebootdegliX-MendiJake
Schreier,
mentre unoSpider-Man5sembrapraticamentecerto.Sesaremofortunati,potremoavereunarivelazionecompletadellaFase7dapartediKevinFeigealD23diquest’annoodelprossimoealSanDiegoComic-Con.
Willimonègiàmoltorichiestodopoilsuccessodi Andor,einpassatohalavoratocomeshowrunnerperHouse of
Cards.RecentementehascrittoancheunfilmdiGameofThronesperWarner
Bros.,incentratosuAegonI,ilprimoSignoredeiSetteRegniefondatoredelladinastiaTargaryen,lacuistoriasisvolgecirca300anniprimadellaserieoriginale.WillimonharaccontatolasuaesperienzasuAndor:
“Tony [Gilroy]mihachiestodiscriverequalcheepisodioeiopensavoscherzasseperchéamoStarWars,manonsonounesperto.TuttoquellochedovevofareerascrivereperilmioamicoTony.Sonomoltoorgogliosodellasecondastagione.”
L’attesaperSpider-Man: Brand New
Daypotrebbeesserefinalmentevicinaallafine.Secondodiverseindiscrezionicircolatenelleultimeoresuisocialmedia,ilprimotrailerdell’attesofilmpotrebbeesserepubblicatoonlinegiàlaprossimasettimana,offrendoaifanilprimosguardoufficialealnuovocapitolodedicatoall’UomoRagno.
Lastoriasaràambientataquattroannidopoglieventidelprecedentecapitoloemostreràunoscenariomoltodiversoperilprotagonista:PeterParkernonesistepiù,mentreSpider-MancontinuaaproteggereNew York Citynell’anonimato.Tuttavia,unamisteriosaseriedicriminitrascineràl’eroeinunanuovaecomplessaretedieventichelocostringeràadaffrontareancheleconseguenzedelsuopassato.
AllaregiadelfilmtroviamoDestin Daniel
Cretton,giànotoper
Shang-Chi e la leggenda dei Dieci
Anelli,mentrelasceneggiaturaèfirmatadagliautoridellasagaChris
McKennaeErik
Sommers.
L’uscitadi
Spider-Man: Brand New
Dayèprevistanellesaleil31luglio2026,maseleindiscrezionidovesserorivelarsicorrette,ifanpotrebberoavereunprimoassaggiodelfilmgiàneiprossimigiorni.
Ilsequeldi
Alien:
Romulus(qui
la nostra recensione)continuaaprendereforma,maconuncambiamentoimportantedietrolamacchinadapresa.FedeÁlvarez,cheavevascrittolasceneggiaturadelnuovocapitolo,nontorneràinfattiallaregia,spiegandoinprecedenzadiaverdecisodi “passareiltestimone”.Lasceltaavevasorpresomoltiosservatori,soprattuttoperchélostessoÁlvarezavevadichiaratonelgiugnoscorsodiesseregiàinfasedipreparazionedelfilm,conl’intenzionediiniziareleripresenell’autunnodel2025.
SecondoquantoriportatodaNexusPointNews,laregiadelsequelpotrebbeoraessereaffidataaMichaelSarnoski,attualmenteintrattativeconlaproduzione.IlregistaèreducedalsuccessodiAQuietPlace – Giorno
1,altrofilmincentratosuunaminacciaaliena,einpassatoavevacitatoproprioAliens –Scontrofinaletraleprincipalifontidiispirazioneperilsuolavoro.SarnoskisièfattoconoscereconilsuodebuttoPig(2021),acclamatofilmindipendenteconNicolasCage,mentre
A Quiet Place – Giorno
1hasegnatoilsuoprimoprogettoall’internodiunagrandeproprietàcinematografica.Attualmentestainoltrecompletando
TheDeathofRobinHood,conHughJackmaneJodieComer.
Ilprogettoerastatoannunciatoperlaprimavoltanel2023,quando DenzelWashingtonerastatosceltoperinterpretareilcelebregeneralecartagineseAnnibale.LasceneggiaturaèfirmatadaJohn
Logan,trevoltecandidatoall’Oscareautoredifilmcome
Il Gladiatore eThe
Aviator.AllafotografialavoreràinveceRobert
Richardson,vincitoreditrepremiOscar.
Secondolasinossiufficiale,ilfilmsaràbasatosullafigurastoricadiAnnibale,consideratounodeipiùgrandicomandantimilitaridellastoria.LanarrazioneseguiràinparticolarelebattagliedecisivecombattutecontrolaRepubblicaromanadurantela
seconda guerra punica.Tragliepisodipiùcelebridellasuacampagnamilitareviful’attaccoaRomacavalcandoelefantidaguerranordafricani.Dopoaver
guidato l’esercito cartaginese eottenutoimportantivittorie, arrivando acontrollaregranpartedell’Italiameridionalepercircaquindicianni,Annibalevenneinfinesconfittodairomaninella
battaglia di Zama,quandoquestiinvaseroilNordAfrica.
IlfilmsegneràlasestacollaborazionetraWashingtoneFuquadopotitolicomeTraining
Day, The
Equalizer, I magnifici
7eThe
Equalizer 2.IllorolavoropiùrecenteinsiemeèstatoThe Equalizer
3(2023),anch’essogiratoinparteinItalia. Con
una produzione ambiziosa e un cast di alto profilo, il progetto
punta a diventare uno dei più importanti film storici realizzati
negli ultimi anni per la piattaforma streaming.
Billie Eilish sta
valutando il suo primo ruolo cinematografico in The Bell
Jar dopo aver ottenuto grandi consensi per il suo debutto
come attrice. Deadline riporta infatti che la cantante è in
trattative per recitare nell’adattamento cinematografico di
Sarah Polley del romanzo di Sylvia
Plath, The Bell Jar. Polley, che ha vinto
un Oscar per la sceneggiatura di Women
Talking, ha firmato per dirigere e scrivere il film, con
Joy Gorman Wettels come produttrice.
The Bell Jar,
l’unico romanzo pubblicato da Plath dopo due raccolte di poesie, è
incentrato su una studentessa universitaria di nome Esther
Greenwood che accetta uno stage a New York, ma le sue esperienze di
vita con problemi di salute mentale finiscono per avere un impatto
importante su quel percorso promettente. Il viaggio di Esther nel
libro del 1963 è vagamente ispirato alla vita dell’autrice.
Il primo adattamento
cinematografico del romanzo è uscito nel 1979, con Marilyn
Hassett nel ruolo di Esther Greenwood. Purtroppo, il film
è stato ampiamente stroncato dalla critica e ha ottenuto un
punteggio dello 0% su Rotten Tomatoes. Negli anni successivi ci
sono stati diversi tentativi di riadattare il romanzo della Plath,
tra cui quello del 2007 con Julia Stiles e poi
quello del 2016 con Dakota Fanning (e Kirsten
Dunst alla regia). Anche una serie della Showtime che non
è però mai stata realizzata.
Ora la Focus Features sta invece
firmando per un remake completamente nuovo, che segnerebbe così il
primo ruolo cinematografico di Billie Eilish. La
pluripremiata cantante ha in realtà già recitato in un episodio di
Swarm di Prime Video, che le è valso un People’s Choice
Award per la performance televisiva dell’anno. Eilish ha anche
condotto Saturday Night Live, è apparsa in Sesame
Street, ha prestato la sua voce a When Billie Met
Lisa e ha recitato nel documentario Billie Eilish: The
World’s a Little Blurry e nei film-concerto Happier Than
Ever: A Love Letter to Los Angeles e
Hit Me Hard and Soft.
La carriera musicale
di Billie Eilish
Eilish ha sfondato nel mondo della
musica con successi come “Ocean Eyes”, “Bad Guy” e “Happier Than
Ever”. Il suo album più recente è Hit Me Hard and Soft, pubblicato
nel 2024. La cantante ha vinto 10 Grammy, tra cui quelli per il
disco dell’anno, la canzone dell’anno, l’album dell’anno e il
miglior artista emergente.
Anche se The Bell Jar sarà la prima
volta che Eilish reciterà in un film, la sua musica ha già avuto un
ruolo importante nell’industria cinematografica.
Lei e suo fratello Finneas, che
co-scrive e produce la sua musica, hanno scritto il singolo omonimo
del film di James
Bond del 2021 No Time to Die, che ha vinto l’Oscar e il
Golden Globe per la migliore canzone originale. Eilish ha poi
ricevuto gli stessi riconoscimenti per la sua canzone di successo
“What Was I Made For?”, presente nel film campione d’incassi
Barbie.
Ora Eilish ha in programma uno dei
progetti più importanti della sua carriera. Al momento, però, ha in
programma solo di recitare in The Bell Jar e non di registrare
alcuna musica per la colonna sonora. La data di uscita non è stata
ancora annunciata.
La serialità crime contemporanea continua a dimostrare una
straordinaria capacità di reinventarsi, soprattutto quando attinge
a materiali letterari solidi. È il caso di Scarpetta,
nuova serie thriller distribuita su Prime Video e adattata da Liz Sarnoff
a partire dalla celebre saga di romanzi di Patricia
Cornwell. Al centro del racconto c’è la figura della
dottoressa Kay Scarpetta, medico legale brillante
e tormentata, interpretata da Nicole Kidman, che torna a occupare il ruolo
di capo medico legale della Virginia dopo essere stata estromessa
anni prima. Il suo ritorno, però, non coincide con un nuovo inizio
rassicurante, bensì con una spirale di violenza, segreti e ricordi
disturbanti che riemergono dal passato.
La serie costruisce fin dal primo
episodio un’atmosfera cupa e inquietante, intrecciando una
trama investigativa complessa con un
dramma familiare denso di tensioni. Il risultato è
un crime thriller intenso, capace di alternare momenti di crudezza
visiva a riflessioni più sottili sui traumi, sulla memoria e sul
peso delle decisioni prese molti anni prima.
Scarpetta: un crime che scava nel
passato
Cortesia di Prime Video
La struttura narrativa di
Scarpetta si basa su un continuo dialogo tra
presente e passato. La storia prende avvio nel cuore della notte,
quando Kay viene svegliata poche ore dopo aver ripreso il suo
incarico: il corpo di una donna è stato ritrovato vicino ai binari
ferroviari, nudo e legato. Una scena brutale che immediatamente
richiama alla memoria un caso avvenuto quasi trent’anni prima.
Da questo momento la serie
costruisce un doppio piano temporale estremamente efficace. Nel
presente, Kay – affiancata dal marito Benton Wesley, profiler
dell’FBI – cerca di capire se il nuovo omicidio possa essere
collegato a quello che, 28 anni prima, aveva segnato la sua
carriera. Nel passato, invece, seguiamo una versione più giovane
della protagonista mentre affronta una serie di delitti seriali che
terrorizzano la città di Alexandria alla fine degli anni
Novanta.
Questo meccanismo narrativo non è
soltanto un espediente stilistico: serve a mostrare come le verità
investigative possano essere fragili e come una convinzione
consolidata nel tempo possa improvvisamente incrinarsi. Man mano
che Kay e il detective Pete Marino riaprono il caso, emerge il
dubbio più destabilizzante possibile: e se la persona arrestata
decenni prima non fosse stata quella giusta?
Il peso della violenza e il
realismo dell’indagine
Uno degli elementi più distintivi
della serie è il modo in cui rappresenta la morte.
Scarpetta non attenua la brutalità dei crimini e
non cerca scorciatoie visive per renderli più digeribili. I corpi,
le autopsie e i segni della decomposizione vengono mostrati con un
realismo che può risultare disturbante, ma che serve a ricordare
costantemente allo spettatore la dimensione fisica e irreversibile
della violenza.
Kay Scarpetta, in quanto medico
legale, affronta la morte come un enigma scientifico. Ogni autopsia
diventa un processo di decodifica: i segni sul corpo raccontano una
storia che la protagonista deve interpretare con precisione quasi
chirurgica. In questo senso la serie mantiene sempre salda
la sua dimensione procedurale, anche quando la trama si
complica con rivelazioni e sottotrame.
Il ritorno di Pete Marino, ormai in
pensione, aggiunge ulteriore spessore all’indagine. Il loro
rapporto è costruito su anni di lavoro condiviso e su una fiducia
reciproca che va oltre la semplice collaborazione professionale.
Riportarlo in campo significa anche riaprire ferite emotive legate
al vecchio caso, costringendo entrambi a confrontarsi con errori e
dubbi che credevano di aver lasciato alle spalle.
Cortesia di Prime Video
Una famiglia piena di
fratture
Se la dimensione investigativa
rappresenta il motore della storia, quella familiare ne costituisce
il cuore emotivo. La vita privata di Kay è tutt’altro che
stabile: la protagonista vive insieme al marito Benton
nella grande casa d’infanzia dell’uomo, un luogo che ospita anche
sua sorella Dorothy e Pete Marino, che nel frattempo è diventato
suo cognato.
La convivenza è già di per sé
insolita, ma a complicarla ulteriormente c’è la presenza di Lucy,
figlia di Dorothy e recentemente rimasta vedova. Lucy vive nella
dependance della proprietà ed è stata cresciuta proprio da Kay, che
l’ha accolta quando aveva undici anni. Questo dettaglio,
apparentemente secondario, diventa centrale nella costruzione delle
dinamiche familiari.
Attraverso i flashback scopriamo
infatti le ragioni che hanno portato Dorothy ad affidare la figlia
alla sorella, e come questo gesto abbia creato una dipendenza
emotiva tra Kay e Lucy che continua a generare conflitti. Dorothy,
ancora oggi, fatica ad accettare quel legame quasi simbiotico tra
la figlia e la sorella.
La casa, quindi, diventa uno spazio
di tensione permanente. Ogni personaggio porta con sé una frattura
emotiva: Lucy affronta il lutto, Dorothy vive con un senso di
risentimento mai sopito, mentre Kay cerca di mantenere un
equilibrio tra la propria vita professionale e un ambiente
domestico carico di conflitti irrisolti.
Nicole Kidman e
un cast che regge la tensione
Gran parte dell’efficacia della
serie deriva dall’interpretazione di Nicole Kidman, che costruisce una Kay
Scarpetta complessa e stratificata. La sua protagonista non è
un’eroina invulnerabile, è una donna che porta sulle spalle il peso
delle proprie decisioni e delle aspettative altrui.
Kidman riesce a rendere credibile
sia la freddezza professionale del medico legale sia la fragilità
emotiva che emerge nelle dinamiche familiari. Nei momenti di
autopsia appare metodica e imperturbabile; nelle scene domestiche,
invece, lascia intravedere una tensione costante che rivela quanto
il passato continui a influenzarla.
Anche il resto del cast
contribuisce a mantenere alto il livello della tensione. Benton
Wesley rappresenta una presenza più razionale e analitica, mentre
Pete Marino incarna il lato più istintivo dell’indagine. La loro
interazione con Kay crea un triangolo professionale credibile,
fondato su fiducia, esperienza e divergenze di metodo.
Cortesia di Prime Video
Un racconto sulla mostruosità
Uno degli aspetti più interessanti
di Scarpetta è il modo in cui affronta il concetto
di mostruosità. I killer, naturalmente, rappresentano la forma più
evidente del male. Tuttavia la serie suggerisce che la violenza non
sia l’unica manifestazione possibile della crudeltà umana.
Attraverso i suoi personaggi e le
sue dinamiche sociali, il racconto mette in luce anche altre forme
di brutalità: il sessismo radicato nelle istituzioni degli anni
Novanta, la pressione politica sulle indagini e la tendenza
dell’opinione pubblica a costruire verità comode pur di chiudere
rapidamente un caso.
In questo senso la serie non si
limita a raccontare un’indagine criminale, ma riflette su come la
società reagisca alla violenza e su come determinate strutture di
potere possano influenzare il corso della giustizia.
Il risultato è un thriller che
mantiene sempre alta la tensione narrativa senza perdere di vista
la dimensione umana dei suoi personaggi. Con otto episodi
distribuiti in un’unica soluzione, Scarpetta
costruisce un racconto compatto e coinvolgente, capace di mescolare
investigazione, dramma familiare e riflessione sociale.
È proprio questo equilibrio
tra brutalità e introspezione a rendere la serie particolarmente
efficace: un viaggio oscuro nella mente dei criminali, ma
anche nelle fragilità di chi cerca di fermarli.
Ci sono dei pro e dei
contro nello scegliere di ambientare un film come Keeper –
L’eletta nell’ennesima casa nel bosco occupata
dall’ennesimo regista di horror, se non fosse che Osgood
‘Oz’ Perkins non è l’ennesimo regista horror. E non solo
perché figlio di Anthony ‘Psycho’ Perkins e
portatore ‘sano’ – ammesso lo sia – di un DNA che invece dei
cromosomi intreccia magioni isolate e gli orrori che possono
nascondersi dietro una porta chiusa. Senza rifarsi all’esordio di
February datato 2015 o concentrarsi troppo sull’ultimo
The Monkey (nel quale appariva la stessa
protagonista), già in Sono la bella creatura che vive in
questa casa del 2016 e nel sorprendente
Longlegs con Nicolas Cage, il ‘figlio d’arte’ si era fatto
notare e aveva manifestato una certa predilezione per suggestioni
inquietanti ed eredità alle quali si preferirebbe rinunciare.
La trama di
Keeper – L’eletta
Stavolta, la
protagonista assoluta è la ‘She-Hulk’ MarvelTatiana
Maslany, già in Orphan Black e ‘sfortunata in
amore’ anche nel precedente incubo di Perkins (ma che col genere
aveva avuto a che fare da esordiente, da Licantropia
Apocalypse e The Messengers dei fratelli Pang a Le
cronache dei morti viventi di Romero). È lei la giovane
pittrice Liz, cittadina e forse un po’ hipster, convinta dall’amato
Malcolm (Rossif Sutherland, secondogenito del celebre Donald e nel
2022 nel prequel dell’Orphan di Jaume Collet-Serra) a
passare il loro primo anniversario nella isolata baita di famiglia
nei boschi della British Columbia. Poco a suo agio in un tale
contesto, la donna inizia a sentirsi ancora più a disagio per
l’arrivo del cugino Darren e della sua misteriosa fidanzata Minka,
che sussurra a Liz di non mangiare la torta trovata in cucina e
lasciata come ‘benvenuto’ dalla custode. Una strana torta al
cioccolato che Liz, nonostante non sia amante di quel cibo degli
dei, divora nottetempo. La scomparsa di Malcolm, costretto a
tornare in città da una emergenza, e di Darren, arrivato in assenza
del cugino, coincidono con l’inizio di una serie di visioni
terrificanti e disturbanti che fanno da preludio a un redde
rationem dalle conseguenze imprevedibili. Per tutti.
Nella tana del
bianconiglio
Girato durante lo stop
delle riprese di The Monkey per lo sciopero di Hollywood del
2023, il film vive dell’anima canadese delle location e degli
interpreti (esenti dai condizionamenti della SAG-AFTRA, come lo
sceneggiatore, non affiliato alla Writers Guild of America) e di
una atmosfera che Perkins costruisce con sapienza ammiccando di
volta in volta al serial thriller – nel prologo – al folk horror –
delle fughe nel bosco (e nel passato) – fino al dramma psicologico
e sentimentale. Che si sviluppa intorno alla Maslany, sorta di
Alice ben lontana dal Paese delle Meraviglie, eppure analogamente
spaesata di fronte alla possibilità che il fidanzato che credeva
bianconiglio possa averla invitata a qualcosa di peggio di un ‘non
compleanno’, e che si ritrova in una dimensione surreale dopo il
voluttuoso banchetto notturno che dicevamo.
Il naufragar dopo il
dolce
Un morso, e inizia un
viaggio senza ritorno, tra passato e presente, tra creature e
mostri terreni, spiriti legati a un trauma originario, a una
maledizione che si perpetua attraverso il sangue, né Miyazaki né
Raimi. Nel quale Perkins molla ogni zavorra, svincolandosi da
qualsiasi limite narrativo, e sviluppa una serie di connessioni
apparentemente senza senso, ma che permetteranno di comprendere il
misterioso finale, esplicito e suggestivo insieme. In
Keeper, infatti, il terrore avvolge lentamente,
trasformandosi improvvisamente da paranoia a condanna senza scampo,
senza liberatori e catartici jumpscare, con un crescendo di ansia,
immagini sovrapposte e un sonoro disturbante, che scava sotto la
soglia della coscienza.
Quello che nel doloroso
‘manuale d’amore’ del prologo sembrava un serial thriller come
tanti, svela un interessante e suggestivo ibrido dal DNA
che vediamo mutare sotto i nostri occhi. Confermando, per
altro, la mano e la sensibilità del regista, e la sua capacità di
insinuarsi negli angoli più rassicuranti della nostra (in)coscienza
per spingerci in un abisso nel quale vivi e morti si sovrappongono,
vissuto e memoria combaciano in un limbo nel quale il tempo
scompare. La stessa Liz, alla fine, vive un rovesciamento inatteso
a seguito di un ‘invito’, una presa di coscienza che pure non porta
con sé nessuna liberazione, ma solo un cambio di ruolo nella gabbia
dalla quale avrebbe – come tutti – voluto scappare.
Tra le voci più autentiche e
riconoscibili della nuova generazione di cineasti, Brady
Corbet ha saputo inquadrare nel corso di tre film tre
epoche storiche differenti, il tutto tramite lo sguardo di
personaggi fittizi che potrebbero incontrare a ogni angolo la
realtà. Per farlo, ha sempre intrecciato le mani con Mona
Fastvold, sua compagna anche nella vita. Dopo il Leone
d’oro alla miglior regia lo scorso anno a Venezia con The Brutalist, poi consacrato
definitivamente agli Academy
Awards, è ora Mona ad approdare come regista in concorso a
Venezia 82 con Il Testamento di Ann Lee, supportata
dal marito alla sceneggiatura.
Il film è una rivisitazione
speculativa della vita della predicatrice
religiosa Ann Lee, fondatrice del movimento radicale degli
Shakers, diffusosi prima in Inghilterra e poi negli Stati Uniti sul
calare del XVIII secolo, qui interpretata da Amanda Seyfried. Il nome di questo
ramo del calvinismo puritano deriva proprio dai movimenti agitati e
“tremolanti” che caratterizzavano gli atti estatici da cui erano
composti i loro rituali.
La donna vestita di sole
Il primo canto è di una
ragazza di Manchester. Al posto di sognare futili
giocattoli, la piccola Ann Lee aveva visioni celesti. Il disprezzo
per la convivenza carnale si manifestò presto nel suo cuore,
controbilanciato da una distesa d’amore infinita per il fratello,
il piccolo William (Lewis Pullman). Cercando di dare un senso al
grigiore del suo destino, ma ancora senza una strada precisa, Ann
incontra e sposa Abrahm (Christopher Abbott), uomo la cui
attitudine decisamente autoritaria rinchiude la spiritualità della
donna. Insieme, hanno quattro figli, tutti nati morti o
sopravvissuti solo fino all’anno di nascita. Così, obbligata a
rinunciare a ciò che sentiva (il matrimonio al posto della fede),
piegata dalla sofferenza dei lutti improvvisi, Ann ha una visione
mistica in cui le si rivela l’intero mondo spirituale e di essere
la seconda venuta di Cristo in forma di donna.
Ann, nel frattempo confinata in
prigione, giunge a una consapevolezza: trasformerà il dolore in
evangelizzazione. La sua tenda terrena si distrugge, freme dentro
di lei la fame e sete di giustizia. Aggregandosi a sè alcuni membri
di una comunità di quaqqueri (tra questi ci sono Thomasin McKenzie
e Stacey Martin), inizia a predicare che l’abnegazione tramite il
celibato e il duro lavoro sono la chiave per garantirsi l’accesso
al paradiso. La donna è però preoccupata per il tempo perso, che
scorre, in maniera analoga a un altro “padre fondatore” americano,
Hamilton, che il mondo letterario e dello
spettacolo hanno riportato in auge con il musical di Lin-Manuel
Miranda.
Le radici dell’albero della
fede
Il secondo è di una
donna. Tutto è concerto, tutto è estate: cantando
questi inni di gioia il gruppo approda a New York con l’obiettivo
di piantare l’albero della fede nella Nuova Terra. Fastvold, il cui
background è profondamente radicato nelle arti performative,
intesse un racconto musicale in cui l’espressione artistica è legge
massima dello stare in gruppo, un’utopia tramite cui reinventare la
propria vita che divenne rapidamente molto più appetibile di altre,
perchè madre Ann non avrebbe mai professato principi invalidi per
lei o che non avrebbe potuto praticare in prima persona.
Amanda Seyfried è perfetta nell’incarnare
l’idea di una leader evangelica che chiama a sè, non impone mai. I
canti e le danze esplodono solo all’unisono, sulla dolce scia di
una voce guida, che non attira mai l’attenzione seguendo il
principio dell’adorazione, ma vuole solo sprigionare empatia ed
uguaglianza.
Una casa dove tutto ha un proprio
posto
Il terzo è di una
madre. Dopo essersi radicati nelle foreste
di Niskeyuna, inizia la crociata spirituale. Ann si cura poco della
guerra che infuria attorno a lei, porta avanti un’utopia di totale
equità, che riunisce persone di ogni genere in un’America in realtà
completamente divisa e annientata dalla piaga della schiavitù.
Nonostante i tentativi di negare questa leadership femminile –
verrà accusata di stregoneria e verrà dichiarato che, pur avendo
sembianze femminili, non può essere definita donna – Ann sbarca nel
Nuovo Mondo con un solo obiettivo: creare una casa dove ogni cosa
ha un posto. E proprio questa forza propulsiva, questo progetto
così preciso che la mistica ha in mente guardando al futuro, è
ravvisabile nel lavoro su ogni reparto assemblato da Fastvold e
Corbet. Si capisce che, quello alle loro spalle, è un team ormai
ben consolidato che, con questo film, ha confermato ulteriormente
che creare ha senso solo nela
condivisione.
Kate Winslet si avventura da Pandora alla Terra di
Mezzo. L’amata attrice, che ha recentemente recitato in Avatar: Fuoco
e Cenere di James Cameron, è in trattative per
recitare in
Il Signore degli Anelli: The Hunt for Gollum. Si unirà
ad Andy
Serkis, che dirigerà il film oltre a riprendere il
ruolo della creatura della trilogia originale. La Warner Bros. non
ha confermato chi apparirà nel prossimo film, ma si vocifera che
Elijah Wood e Ian
McKellen torneranno rispettivamente nei ruoli di Frodo
Baggins e Gandalf.
Peter Jackson, che
ha originariamente adattato il romanzo di J. R. R. Tolkien per il
grande schermo, sta producendo
The Hunt for Gollum con i suoi partner creativi
Fran Walsh e Philippa Boyens. “Saranno coinvolti in ogni fase
del progetto”, ha dichiarato David Zaslav, CEO di Warner Bros.
Discovery, durante una conference call sui risultati finanziari del
2024.
Questo progetto riunirà Winslet con
Jackson, che l’ha diretta in “Creature del cielo” del 1994.
L’uscita di
The Hunt for Gollum è prevista per il 17 dicembre
2027. I dettagli della trama non sono stati confermati, ma la
storia sarebbe ambientata tra gli eventi de “Lo Hobbit” e “La
Compagnia dell’Anello”.
La Warner Bros. è in procinto di
essere venduta a Paramount Skydance, il che potrebbe mandare in
tilt il programma di sviluppo dello studio. Tuttavia, è improbabile
che la potenziale fusione interrompa i piani per “Caccia a Gollum”,
poiché “Il Signore degli Anelli” è uno dei franchise
cinematografici più importanti della Warner Bros.. “Il Signore
degli Anelli” e la serie prequel “Lo Hobbit” hanno ottenuto grandi
incassi al botteghino, con ciascuna trilogia che ha incassato circa
2,8 miliardi di dollari al botteghino globale.
Negli anni Duemila, il filone
drammatico-sentimentale aveva ritrovato vigore grazie ai libri di
Nicholas Sparks, tra gli autori più apprezzati del genere. Il suo è
stato un ruolo importante perché capace di toccare le corde giuste
per raccontare quell’amore viscerale – e i drammi ad esso legati –
nella loro pienezza, pur mantenendo una certa leggerezza nei toni.
Oggi quella stessa funzione sembra essere stata raccolta da
Colleen Hoover, diventata una delle penne rosa più
redditizie d’America. Come già accaduto con il suo predecessore,
anche i suoi romanzi stanno cedendo alla seduzione della
trasposizione cinematografica: e l’ultima operazione è
Reminders of Him – La parte migliore di
te.
Diretto da Vanessa
Caswill e sceneggiato dalla regista con l’aiuto della
stessa Hoover, il film prova a collocarsi nella scia delle
pellicole sparksiane citate sopra, puntando sugli stessi snodi
lacrimevoli e amorosi che hanno reso popolare questo tipo di
racconto sentimentale. Dopo la biondissima
Blake Lively, arriva un’altra protagonista che con la collega
condivide lo stesso colore di capelli: Maika Monroe, meno avvezza ai territori del
sentimentale ma comunque capace di offrire una sua interpretazione
credibile di Kenna. Accanto a lei Rudy Pankow,
Lauren Graham, Bradley Whitford e Lainey
Wilson. Il film arriverà nelle sale distribuito da Universal
Pictures dal 12 marzo.
Reminders of him – La parte
migliore di te
La storia si apre a Laramie,
cittadina del Wyoming. Kenna è una ragazza che si guadagna da
vivere facendo la commessa. Un incontro fortuito con Scotty le
cambia la vita: tra i due nasce una relazione importante che però
viene spezzata da un incidente in cui il ragazzo perde la vita
proprio il giorno del suo compleanno. Kenna, non avendo più ragioni
per cui vivere, decide in tribunale di assumersi la responsabilità
di quanto accaduto, finendo in carcere. Anni dopo, uscita di
prigione, la ragazza torna nella cittadina con un unico scopo:
incontrare la figlia Diem, nata da una gravidanza portata a termine
durante la detenzione. La bambina vive con i nonni paterni, che
però non vogliono vedere Kenna, attribuendo a lei la colpa della
morte del figlio. L’unico che cerca di starle accanto è Ledge, il
migliore amico di Scotty, molto legato anche alla piccola. Tra i
due inizia lentamente a nascere un sentimento, ma il peso del
passato e le ferite non ancora guarite rendono ogni passo
complesso, costringendo Kenna a confrontarsi con ciò che è
accaduto.
Un melodramma affaticato
Sulla falsariga dei canovacci dei
film tratti dai romanzi di Nicholas Sparks e delle serie televisive
nate dai libri di Robyn Carr, come Virgin River, Reminders of Him – La
parte migliore di te cerca di costruire un proprio
carattere puntando soprattutto sull’emotività. L’ossatura
del film si regge infatti su una storia attraversata da eventi
tragici e amari, che avrebbero dovuto aprire la strada a una serie
di momenti accorati pensati per fare leva sulla sensibilità dello
spettatore. Se però nelle pellicole tratte da Sparks esisteva
comunque una certa linearità e coerenza narrativa, nel caso di
Reminders of Him la sceneggiatura sembra perdere
incisività già poco dopo il primo atto.
L’inizio è carico di dolore: quello
che Kenna prova per la perdita di Scotty e per l’impossibilità di
vedere la figlia. Tuttavia, con l’ingresso nella storia del suo
amore predestinato, Ledge, quel dolore sembra improvvisamente
accantonarsi, come se la narrazione decidesse di privilegiare la
nuova relazione invece di costruire un vero crescendo emotivo tra
le due dimensioni. Un passaggio azzardato, che si lega con
difficoltà al pathos introdotto all’inizio e al voice over
struggente della protagonista (che appesantisce), finendo per
spezzare la magia stessa della relazione e il coinvolgimento
emotivo generato dalla complessa situazione in cui Kenna si
trova.
Kenna e Ledge: eredi delle grandi
coppie di Nicholas Sparks
Alle evidenti falle di
sceneggiatura non viene purtroppo in soccorso neppure la regia, che
accompagna le sequenze con una visione piuttosto timida. Il
risultato è un racconto che tende progressivamente a sfaldarsi e
che, per raggiungere le circa due ore di durata, ricorre a diverse
scene riempitive: momenti che non arricchiscono davvero il
materiale narrativo e finiscono anzi per generare un effetto quasi
soporifero. Guardando Reminders of Him – La parte migliore di
te si è poi investiti da una costante sensazione di
attesa che però non trova mai piena soddisfazione.
L’obiettivo di Kenna — dimostrare ai suoceri il proprio cambiamento
— fatica a prendere forma sullo schermo, e quello che dovrebbe
essere il punto nevralgico del film resta invece un elemento
narrativo poco sviluppato, che avrebbe potuto dare maggiore energia
e valore alla storia.
Si salva il feeling che riempie lo
schermo tra Rudy Pankow e Maika Monroe, degni eredi di Amanda e Dawson
(The Best of Me) e Logan e Beth (Ho cercato il tuo
nome), le coppie che più presentano analogie con i
protagonisti delineati dalla Hoover. Dispiace che il risultato di
questa trasposizione non sia dei migliori. Resta la speranza che,
qualora si decida di adattare altri romanzi dell’autrice, si possa
trovare una visione più completa e matura di ciò che si vuole
raccontare, anche all’interno dei territori del cinema
mainstream.
La
stagione 2 di One Piece (qui
la nostra recensione) potrebbe non concludersi con
Monkey D. Luffy che riduce una torre in macerie
con un solo calcio, ma riesce comunque a colpire con grande forza.
Dopo le tappe a Loguetown, Reverse
Mountain, Whisky Peak e Little
Garden, la fase finale della seconda stagione live-action
di One Piece si svolge nel Regno di Drum,
quando Wapol, con Baroque Works
come benefattore, tenta di riprendere il controllo dell’isola che
un tempo governava.
I Cappello di Paglia si dividono i
compiti: Zoro e Usopp respingono
l’esercito di Wapol insieme a Dalton e
Kureha, Sanji e
Chopper affrontano i luogotenenti di Wapol, mentre
Luffy si occupa personalmente di Wapol con l’aiuto
di Vivi. Dopo che il chiacchierone malvagio viene
mandato al tappeto con un pugno e i petali rosa dei ciliegi
iniziano a cadere, tutto torna alla normalità nel Regno di Drum.
Gli Straw Hat riprendono il mare con Chopper come
nuovo membro dell’equipaggio.
Il finale della stagione 2 prepara
direttamente la
stagione 3
Uno dei vantaggi di adattare
fedelmente un manga con oltre 1000 capitoli è
sapere sempre dove andrà la storia. Così come la stagione 1 di
One Piece si concludeva con la promessa di raggiungere la
Grand Line, la stagione 2 termina con la
Going Merry diretta verso
Alabasta.
Per questo motivo, la stagione 3 sarà molto diversa dalle
precedenti. Se nelle prime due stagioni l’equipaggio di Luffy
saltava da un’isola all’altra vivendo avventure in giungle,
montagne, terre innevate e persino parchi a tema acquatici, la
prossima stagione sarà ambientata quasi interamente nel
regno desertico di Alabasta.
L’obiettivo sarà scacciare
Baroque Works dalla terra di
Vivi. Per ragioni che la versione live-action non
ha ancora rivelato, l’organizzazione criminale ha messo radici ad
Alabasta e sta tramando qualcosa di losco. Vivi ha rischiato la
vita infiltrandosi come agente di Baroque Works, ma ora che la sua
copertura è saltata, lei e gli Straw Hat dovranno affrontare i loro
nemici direttamente.
Nel manga di Eiichiro
Oda è una situazione abbastanza comune, ma la prossima
stagione live-action di One Piece sarà la prima
saga ambientata quasi interamente in un unico luogo, con
gli Straw Hat contrapposti a una grande organizzazione di
antagonisti.
Chi è Crocodile? Il principale
villain della
stagione 3
Il capo di questa
organizzazione fa il suo vero debutto alla fine della stagione 2.
Il misterioso Mr. 0 appare brevemente quando gli
Straw Hat sono a Little Garden, ma nel finale
vediamo finalmente il personaggio interpretato da Joe Manganiello in tutta la sua
malvagia gloria. Ancora più importante, gli ultimi momenti della
stagione rivelano la vera identità di Mr. 0: il leader di Baroque
Works è Crocodile, ex pirata e attuale membro
della Flotta dei Sette (Seven Warlords).
La domanda immediata è: un
membro della Flotta autorizzato dal Governo Mondiale può invadere
un paese affiliato come Alabasta? La risposta è
no, ed è proprio per questo che Crocodile è
ossessionato dal mantenere segreta la sua identità. Se il Governo
scoprisse cosa sta facendo, perderebbe immediatamente il suo
titolo.
Perché Crocodile vuole
Alabasta?
Vivi non sa ancora con certezza
perché Crocodile sia interessato ad Alabasta, ma la stagione 2
lascia diversi indizi. Sappiamo che il regno è governato dalla
famiglia Nefertari, con il padre di Vivi sul
trono. Sono considerati governanti giusti e benevoli. Tuttavia
Crocodile sembra seminare discordia nel regno e fomentare
segretamente una ribellione contro la famiglia reale.
Secondo Garp, il
paese è già sull’orlo della guerra civile. È
plausibile che Crocodile voglia sfruttare il caos per prendere il
trono.
SPOILER DEL
MANGA
Nel manga di One Piece
viene spiegato il vero motivo: Crocodile conosce un segreto su
Alabasta — l’isola custodisce la posizione di una
leggendaria nave da guerra chiamata Pluton.
Con quest’arma, Crocodile
diventerebbe immediatamente una delle forze più potenti della Grand
Line. Poiché la famiglia Nefertari protegge quel segreto con la
propria vita, Crocodile deve eliminarli.
Alla fine della stagione 2
Tony Tony Chopper diventa ufficialmente il medico
dell’equipaggio. Ma potrebbe non essere l’unico nuovo membro.
Da quando è salita sulla Going
Merry, Vivi si è sempre considerata solo una
passeggera. Tuttavia, dopo aver sentito Luffy
dichiarare con passione che aiuterà a liberare Alabasta da Baroque
Works, la principessa accetta finalmente di essere parte
dell’equipaggio.
La situazione però è più complessa
perché da
un lato Vivi è stata
completamente accettata dagli Straw Hat, ma dall’altro,
la sua missione è
salvare il regno che un giorno dovrà governare.
È quindi improbabile che abbandoni definitivamente il suo popolo.
Per questo Vivi è meglio considerarla una Cappello di
Paglia “onoraria”: Luffy la considererà sempre una
compagna, ma non resterà stabilmente sulla Going Merry.
Perché Kureha insulta Chopper nel
loro ultimo dialogo
Nonostante il carattere duro della
Dr. Kureha, lei e Chopper
condividono un legame molto affettuoso. Per questo sorprende che
nell’ultima conversazione lo insulti ripetutamente e lo accusi di
essere ingrato per voler partire con gli Straw Hat.
In realtà non lo pensa
davvero. Lo dimostra il fatto che aveva già preparato
tutte le sue provviste mediche per il viaggio. Il motivo è perché
Kureha usa la durezza come meccanismo di difesa e
non
vuole affrontare un addio sentimentale.
Inoltre probabilmente sta
mettendo alla prova Chopper. Sa che la
Grand Line sarà durissima, soprattutto seguendo un
capitano che vuole diventare Re dei Pirati. Se
Chopper si lasciasse scoraggiare dalle sue parole, non sarebbe
pronto per il viaggio. Il fatto che resista è il primo
passo della sua nuova avventura.
Il “segreto” di Chopper
nel finale
Quando Chopper sistema le sue cose
sulla Going Merry, si vede che porta con sé un contenitore con
piccole sfere rotonde. Quando gli chiedono cosa siano, risponde che
è un “segreto”.
Si tratta delle Rumble
Ball, una droga sviluppata da Chopper che sblocca
trasformazioni aggiuntive del suo Frutto del Diavolo.
Finora abbiamo visto in
forma di renna,
forma umana grande,
forma ibrida. Le Rumble Ball permettono altre
trasformazioni: una difensiva,
una per saltare,
una da combattimento e
una che ingrandisce le corna.
Tuttavia hanno effetti
collaterali pericolosi: durano solo 3
minuti, e se Chopper prende più di due pillole in poco
tempo attiva una trasformazione mostruosa che non riesce
ancora a controllare.
Il legame tra Luffy e Gol D.
Roger
Negli ultimi momenti della stagione
2, Kureha rivela la verità sul nome di
Gold Roger: in realtà si chiama Gol D.
Roger, proprio come Luffy si chiama Monkey D.
Luffy. Kureha menziona anche la misteriosa
“Volontà della D.” (Will of D.).
Anche dopo oltre 1000
capitoli, il manga non l’ha spiegata completamente, ma
alcune cose sono note:
chi porta la
D. nel nome
discende da un antico clan che è
considerato il
nemico naturale degli “dei”, ovvero il
Governo Mondiale.
Personaggi come
Roger, Luffy,
Garp e Dragon appartengono a
questa stirpe. Luffy e Roger non sono parenti
diretti, ma condividono tratti caratteriali simili, motivo
per cui molti personaggi vedono lo spirito di Roger in Luffy.
Il manga ha anche suggerito che la
“D” potrebbe significare “Davy”, riferendosi a un
leggendario pirata chiamato Davy Jones, che si
oppose ai leader del mondo di One Piece. I personaggi con
la “D” sembrano portare avanti la sua volontà, ma il significato
completo del mistero non è stato ancora rivelato.
Una commedia romantica che farà
sentire il pubblico tutto confuso dentro e allo stesso tempo gli
strapperà una bella risata, Un amore a 5 stelle
mette insieme tutto questo e lo racchiude in un pacchetto pulito e
memorabile. Interpretato da Jennifer Lopez e Ralph Fiennes nei ruoli principali e diretto
da Wayne Wang, è ambientato nel quartiere
Manhattan di New York City. È incentrato su Marisa, una madre
single che lavora come cameriera in un hotel. Mentre è al lavoro,
viene scambiata per un’ospite da un politico di alto profilo, che
gradualmente si innamora di lei.
Man mano che il film procede, la
narrazione mostra quanto siano distanti i loro mondi. Dalla sua
uscita nel 2002, Un amore a 5 stelle ha riscosso
un enorme successo come
film romantico che ha ispirato molte altre pellicole simili nel
corso degli anni. Tuttavia, la sua vera origine potrebbe non essere
molto nota, il che porta a chiedersi: il film potrebbe essere
basato su una storia vera?
Un amore a 5
stelle è ispirato ad una storia vera?
Le narrazioni cinematografiche
ispirate sono solitamente modificate per adattarsi al grande
schermo, e Un amore a 5 stelle fa esattamente
questo. Sebbene i personaggi e gli avvenimenti del film siano
inventati, sembra che la storia del film abbia un fratello gemello
nel mondo reale: l’improbabile matrimonio tra Steven Clark
Rockefeller e Anne-Marie Rasmussen nel
1959. Anche se il regista Wayne Wang e gli
sceneggiatori John Hughes e Kevin
Wade non hanno direttamente attribuito a questo episodio
il merito di aver ispirato il film, la sua trama è più o meno
equivalente a quella del film.
In una storia d’amore degna del
cinema, Steven Clark Rockefeller, figlio del governatore di New
York e vicepresidente Nelson Rockefeller, sposò
una cameriera, Anne-Marie Rasmussen, che lavorava nell’hotel della
sua famiglia a Manhattan. Come Cenerentola e il Principe
Azzurro, Steven e Anne-Marie si incontrarono segretamente
sullo yacht di famiglia nell’estate del 1956. Si innamorarono
nonostante le difficoltà di comunicazione, dato che la ragazza,
originaria della Norvegia, all’epoca non parlava bene l’inglese.
Steven, membro della quarta generazione della famosa famiglia
Rockefeller, era costantemente sommerso da discorsi di finanza e
denaro.
Desiderava, per una volta, avere
una conversazione normale con una persona, ed è così che è iniziata
la loro storia d’amore. Durante l’estate del 1959, la coppia si
sposò a Søgne, in Norvegia, con una cerimonia che sembrò essere
piuttosto modesta. Tutti i media si avventarono su questa storia
come se non ci fosse un domani. Una luce incandescente che brillava
attraverso le opache possibilità dell’amore si era appena accesa
per tutti, poiché una persona comune era diventata una delle più
ricche al mondo.
Lei era la figlia del signor
Kristian Rasmussen, un droghiere originario di
Søgne, e lui era cresciuto circondato da alcune delle persone più
influenti del pianeta. La coppia ebbe tre figli: Steven
Clark Rockefeller, Jr., Ingrid Rasmussen
Rockefeller e Jennifer Rasmussen
Rockefeller. Tutto sembrava andare per il meglio fino a
quando Rockefeller chiese il divorzio 11 anni dopo, nel novembre
1969. In un’intervista al Washington Post, Rasmussen ricordò la sua
storia da Cenerentola e ciò che ne era stato alla fine, dicendo:
“È un peccato iniziare qualcosa e non finirla come si
sperava”.
Ralph Fiennes e Stanley Tucci in Un amore a 5
stelle
Sebbene la storia di Un
amore a 5 stelle differisca da quella della coppia nella
vita reale, alcuni elementi essenziali calzano a pennello. Il fatto
che sia Christopher nel film che Steven Rockefeller siano illustri
gentiluomini ricchi e governanti, insieme al fatto che Marisa e
Anne-Marie siano entrambe cameriere in un hotel, fa sì che il film
sembri riflettere leggermente la storia di Anne-Marie e Steven. Per
rendere il personaggio più facile da identificarsi, la personalità,
il carattere e le situazioni di Marisa sono stati sviluppati in
modo da essere accessibili al grande pubblico.
Le sue difficoltà sono molto comuni
nella vita reale, insieme al fatto che è una madre single con un
figlio di 10 anni. Sebbene non ci siano molte informazioni sulla
vita di Anne-Marie prima del matrimonio in particolare, le
difficoltà che Marisa deve affrontare potrebbero facilmente essere
le stesse di Anne-Marie. Marisa è un personaggio forte, con tratti
caratteriali casuali e quotidiani che chiunque può comprendere.
D’altra parte, abbiamo Christopher, l’esatto opposto, la cui
educazione è stata ben documentata, circondato da influenze e
persone ricche e potenti. Christopher è bombardato dall’attenzione
dei media e del pubblico e non ha la possibilità di avere una
conversazione normale che non riguardi la politica o la
ricchezza.
Sembra identico ai problemi di
Steven Clark Rockefeller, che si è innamorato di Anne-Marie proprio
per questo motivo. Quando Christopher e Marisa si incontrano per la
prima volta, lui ha la possibilità di avere una vita normale e
porta Marisa a fare una passeggiata in un parco vicino. Marisa,
d’altra parte, ha la possibilità di essere accompagnata dalla fama
e dalla fortuna, in modo del tutto identico alle storie di Steven
Clark Rockefeller e Anne-Marie Rasmussen. La storia di Marisa e
Christopher in Un amore a 5 stelle potrebbe non
essere del tutto reale, ma è certamente un riflesso delle sfide
affrontate da persone reali che trovano eco nelle storie della vita
reale.
Il
film La misura del
dubbio (leggi
qui la recensione) segna un nuovo capitolo nella carriera di
Daniel Auteuil,
qui non solo regista ma anche protagonista. Conosciuto per
interpretazioni memorabili in titoli come La belle
époque e
Quasi nemici, Auteuil si cimenta questa volta in un
thriller legale dallo stile riflessivo e misurato, mettendo in
scena la complessità morale e psicologica dei suoi personaggi. La
scelta di dirigere e interpretare contemporaneamente il film
conferisce un taglio personale, mostrando la sua esperienza nel
costruire tensione narrativa e caratteri sfaccettati in contesti
realistici.
Il
film prende le mosse dal libro Le Livre de Maître
Mô, scritto dall’avvocato penalista e blogger
francese Jean-Yves
Moyart, che racconta esperienze giudiziarie reali con uno
sguardo spesso ironico ma sempre attento alla complessità del
diritto penale. La trasposizione cinematografica sceglie di
concentrarsi su alcune delle vicende più emblematiche, adattandole
a una struttura narrativa lineare e drammatica. Questo approccio
permette di esplorare i dilemmi etici e le sfide procedurali che
gli avvocati affrontano quotidianamente, rendendo il film al
contempo istruttivo e avvincente.
Di genere prevalentemente
drammatico con sfumature di thriller legale, La misura del
dubbio si inserisce nel filone dei film giudiziari
francesi che coniugano tensione processuale e approfondimento
psicologico, avvicinandosi a titoli come 12 Conti in sospeso o L’Avvocato del
Diavolo in chiave francese. La narrazione punta a rendere
palpabile il conflitto tra legge, morale e giustizia, mostrando il
peso delle decisioni umane all’interno del sistema giudiziario. Nel
resto dell’articolo sarà proposto un approfondimento sulla
storia vera che
ha ispirato il film, confrontando i fatti reali con le scelte
narrative di Auteuil.
La misura del dubbio film (2024)
La trama di La misura del dubbio
Il film vede protagonista
l’avvocato Jean Monier (Daniel
Auteuil), noto per essere riuscito a far assolvere un
assassino recidivo, ma che, dopo questo caso eclatante, ha scelto
di non accettare altri casi di giustizia penale. Quando
incontra Nicolas Milik (Grégory
Gadebois), un padre di famiglia accusato dell’omicidio
della moglie, Jean viene toccato profondamente dalla storia
dell’uomo, che fa vacillare le sue certezze. Convinto
dell’innocenza del suo cliente, l’avvocato è disposto a tutto pur
di fargli vincere il processo in Corte d’assise, ritrovando in
questo modo il senso della sua vocazione.
La storia vera dietro il film
Jean-Yves Moyart è nato a Lille il 21 ottobre 1967 da genitori insegnanti di
lettere, crescendo in un ambiente colto e orientato allo studio.
Dopo aver completato tutta la sua istruzione nella città natale, ha
conseguito nel 1992 un DEA in “théorie de droit et sciences
judiciaires” presso l’Université Lille-II, entrando lo stesso anno al
Barreau de Lille.
La sua carriera di avvocato penalista si è sviluppata davanti alle
corti d’assise e ai tribunali correctionnels, collaborando
inizialmente con professionisti come Philippe Simoneau e Christian
Delbé, prima di fondare nel 1994 il proprio studio con Jérôme
Pianezza. Parallelamente, si è dedicato all’insegnamento, dirigendo
per sette anni un modulo di formazione in diritto penale presso il
CRFPA di Lille.
Il
suo nome è diventato noto al grande pubblico grazie al
blog Maître Mô,
inaugurato nel 2008 sotto pseudonimo. Qui Moyart raccontava casi
reali con un tono diretto e ironico, offrendo uno sguardo autentico
sulla giustizia penale ordinaria. La popolarità del blog crebbe
rapidamente, fino a contare nel 2011 circa centomila lettori, anche
grazie al supporto di figure influenti come Maître Eolas. Questi
testi furono raccolti in un libro, Au guet-apens : chroniques de la justice pénale
ordinaire, pubblicato da La Table Ronde, con una riedizione nel 2013,
consolidando la sua reputazione di cronista e osservatore attento
del diritto.
La notorietà di Moyart non si limitava alla scrittura: ha difeso
casi di rilievo, spesso per clienti senza mezzi, grazie
all’aide
juridictionnelle. Tra i casi più importanti ci sono la
difesa di Maître Eolas contro l’Institut pour la Justice e quella
di Denis Waxin, noto per gravi reati. La sua pratica, sempre
attenta alla dimensione etica e sociale della legge, gli consentiva
di mescolare l’impegno professionale con la riflessione pubblica
sul funzionamento della giustizia, guadagnandosi stima sia tra
colleghi sia tra lettori interessati a storie reali di diritto
penale. Inoltre, Moyart ha collaborato con la rivista
XXI, firmando
reportage come Au bout de la
défense, ampliando il suo contributo al dibattito
pubblico.
La sua vicenda personale aggiunge ulteriore profondità al suo
racconto. Moyart ha continuato a lavorare con dedizione nonostante
la malattia, fino alla sua scomparsa il 20 febbraio 2021, a 53
anni, a causa di un cancro. La sua morte ha suscitato un’ampia
risonanza nella comunità legale francese e tra il pubblico, con
numerosi colleghi e lettori che hanno ricordato la sua capacità di
coniugare rigore professionale, ironia e umanità. La sua storia ha
così ispirato il film La misura del dubbio, in cui
Auteuil porta sullo schermo le esperienze e le riflessioni di
Moyart, mescolando fedeltà ai fatti e adattamento drammatico per il
cinema.
L’eredità di Moyart
risiede nella combinazione di professione, divulgazione e
scrittura. Il film prende spunto dal suo approccio, mostrando la
complessità dei dilemmi legali e morali che affrontava
quotidianamente. Le vicende raccontate da Moyart e adattate da
Auteuil offrono una rappresentazione realistica della giustizia
penale, della difesa dei più deboli e dei rischi personali legati
alla professione. La storia del legale francese non solo
intrattiene, ma invita anche alla riflessione sulla responsabilità,
sull’etica e sul peso delle scelte individuali in un sistema
giudiziario spesso rigido e complesso.
Basato sull’omonima serie
televisiva della BBC di Paul Abbott, State
of Play (leggi
qui la recensione) di Kevin Macdonald è un
thriller politico ricco di intrighi. Interpretato da star
hollywoodiane del calibro di Russell Crowe, Rachel McAdams, Ben Affleck, Robin Wright e Helen Mirren, il film racconta una storia
politica che potrebbe essere collegata a una società malvagia. Ma
la realtà si rivela essere completamente diversa. Alla fine del
film, il coinvolgimento della società non può essere ignorato, ma
la storia approfondisce la natura umana e le follie umane
smascherando bugie che sembrano avere implicazioni di vasta portata
per la società americana nel suo complesso. Andiamo dunque ad
approfondire il finale in questo articolo.
La trama di State of
Play
Il film inizia con un giovane che
attraversa di corsa una strada trafficata. Mentre la telecamera lo
segue, dà l’impressione di essere inseguito. Poco dopo, viene
ucciso da un misterioso sicario, che poi spara a un testimone che stava
cercando di allontanarsi in bicicletta. In una conferenza stampa,
il deputato Stephen Collins, sconvolto, rivela la morte di Sonia
Baker, una delle ricercatrici del suo team. Le sue lacrime rivelano
che c’era qualcosa tra lui e la ricercatrice, e i giornalisti
dell’ufficio del rinomato quotidiano Washington Globe intuiscono
subito che si tratta di uno scandalo.
Cal McAffrey (Crowe) è un
giornalista investigativo veterano del Globe, che ha contatti in
tutto il sistema giudiziario. Di tanto in tanto frequenta anche il
membro del Congresso Collins. Un servizio televisivo rivela la
relazione tra Stephen e Sonia, e Stephen va a trovare Cal per
limitare i danni. Stephen pensa che l’omicidio sia legato alla sua
diffamazione della PointCorp, un fornitore militare privato, e Cal
è portato a credere che sia in atto una cospirazione internazionale
più ampia. Dall’altra parte, la giovane blogger del Washington
Globe Della Frye riprende lo scandalo e viene a conoscenza del
rapporto amichevole di Cal con i Collins.
Su richiesta del caporedattore
Cameron Lynne, i due si uniscono per seguire la storia, entrambi
con i propri punti di vista. La storia si perde in un vortice di
bugie, ipocrisia e manipolazione, portando alla luce amare verità
sui media, il capitalismo, la politica e la sicurezza nazionale. Ma
il finale del film vede l’illuminazione dell’eroe a seguito di un
commento incongruente fatto da un personaggio chiave della vicenda.
La verità è forse molto più grande di quanto sembri in superficie,
ma ciò non giustifica le atrocità commesse con un gioco di
prestigio dal membro del Congresso Collins.
La spiegazione del finale di
State of Play: perché il membro del Congresso
Collins ha fatto uccidere Sonia Baker?
Ben
Affleck è noto per interpretare ruoli ambigui, e il
membro del Congresso Stephen Collins è un ruolo che sembra fatto
apposta per il personaggio cinematografico dubbio di Affleck.
All’inizio del film, la dipendente governativa Sonia Baker viene
avvistata nella metropolitana prima di essere misteriosamente
assassinata da un aggressore sconosciuto. Segue un’indagine
poliziesca e la storia sembra essere stata risolta fino a quando
una rivelazione finale cambia la narrazione.
Stephen lamenta la morte della sua
ricercatrice Sonia Baker davanti a una sala piena di giornalisti e
funzionari. Lascia la conferenza in lacrime. La storia della
relazione illecita viene divorata dai media televisivi e lui bussa
alla porta del suo amico personale e astuto giornalista
investigativo, Cal McAffrey, per raccontare la sua versione dei
fatti. Secondo lui, dietro l’omicidio c’è il conglomerato di
sicurezza PointCorp.
Secondo Stephen, l’omicidio è stata
una risposta ostile alla sua lotta incessante per denunciare i
crimini impensabili commessi dalla malvagia società. Alla fine del
film, scopriamo che è stato lo stesso membro del Congresso Collin a
commissionare l’omicidio. Per quanto il personaggio potesse
sembrare sospetto fin dall’inizio, nulla avrebbe potuto preparare
lo spettatore ad anticipare che fosse lui il colpevole nella rete
di intrighi politici. Tuttavia, in retrospettiva, Stephen ha
molteplici motivi dietro l’omicidio.
La questione sentimentale complica
il caso fin dall’inizio e, quando veniamo a sapere dalla
coinquilina di Sonia dell’addebito di 40.000 dollari sulla carta di
credito che è stato rimborsato da Collins, capiamo che c’è
chiaramente qualcosa che non va, dato che Anne rivela che Stephen
non poteva avere una somma del genere. A tempo debito, veniamo a
sapere che Sonia Baker era una doppia agente che lavorava per
PointCorp, incaricata di manipolare Stephen e ottenere informazioni
privilegiate sul caso contro la società.
Questo mette in pericolo
l’operazione di Stephen, ma essendo lui stesso un ex militare, fino
a che punto possiamo credere alla sua apparente guerra contro i
mercenari privati? Più avanti nella trama, Dominic sgancia la bomba
sulla gravidanza di Sonia e, nonostante la reazione sorprendente di
Stephen, che ha un ruolo di primo piano nelle indagini, siamo
portati a sospettare che Stephen sapesse già della gravidanza, il
che ha funzionato da catalizzatore per la sua decisione. Collins,
lui stesso un rispettabile membro del Congresso, sceglie due
soldati semplici insolventi per portare a termine l’operazione:
Bingham per l’omicidio e Cal per l’insabbiamento.
Quando Cal si rende conto del
coinvolgimento del suo amico nell’omicidio?
Un giornalista investigativo noir
persuasivo che si scontra con un sistema corrotto non è una rarità
a Hollywood. Dal classico degli anni ’70 “Tutti gli uomini del
presidente” a “Zodiac”
di David Fincher, abbiamo visto diversi
giornalisti investigativi addentrarsi nel labirinto burocratico
ossessionati da un singolo caso. L’eccentrico ma acuto ficcanaso
Cal McAffrey corrisponde alla descrizione mentre insegue la storia
generale dietro l’omicidio di Sonia Baker. Tuttavia, poiché Cal è
strettamente legato alla famiglia del sospettato, c’è un chiaro
conflitto di interessi nella sua ricerca. Sebbene sia
apparentemente un amico fidato di Stephen, è coinvolto in una
relazione complicata con la moglie di Stephen, Anne.
Tuttavia, anche se è un eroe noir
che si muove nelle zone grigie dell’etica, Cal è un giornalista di
un’epoca passata, caratterizzato da uno zelo nel portare alla luce
la verità a tutti i costi. Mette persino a rischio la sua vita nel
seguire la storia quando fa visita all’appartamento del defunto
Fred Summers. È disposto a sospendere la sua incredulità solo fino
a quando non rivela un’incongruenza in una dichiarazione fatta da
Anne. Anne sembra essere a conoscenza dello stipendio di 26.000
dollari che Sonia riceveva, anche se Cal non le ha detto nulla al
riguardo. È possibile che Anne sia coinvolta nella cospirazione, ma
è poco probabile.
L’ipotesi più plausibile è che
Stephen abbia confidato ad Anne la somma. Cal si rende conto di
essere stato manipolato dal deputato Collins, nonostante la loro
presunta amicizia passata. Cal va a confrontarsi con Stephen, che
dopo un breve periodo di negazione confessa il suo crimine. Quando
un Bingham teso e instabile racconta a Cal di un buon soldato che
combatte per i suoi amici, l’ironia dell’apparente amicizia tra Cal
e Stephen diventa evidente al pubblico. Mentre rompe la tastiera
nell’ufficio del Globe, proviamo il suo rimorso che deriva dal suo
coinvolgimento personale nella storia.
Chi è Robert Bingham? È
morto?
All’inizio del film, Deshaun Stagg
e Vernon Sando vengono uccisi. Deshaun muore sul colpo, mentre
Sando viene ucciso più tardi in ospedale da un cecchino. In
seguito, Mandi, la ragazza selvaggia che viveva con Deshaun, viene
uccisa. Ma prima di morire, Mandi contatta Cal per dargli una
soffiata. Intuiamo che mentre Vernon Sando è stato una sfortunata
vittima del crimine, gli altri due sono stati uccisi
intenzionalmente. Mandi dice a Cal che Deshaun ha rubato una
valigetta al tizio che seguiva Sonia, e Cal giunge alla conclusione
che gli omicidi sono collegati.
Della riconosce il volto del tizio
dalle riprese delle telecamere di sicurezza, e Cal ha un incontro
frontale con la persona mentre segue una pista. Nei momenti finali,
scopriamo che Robert Bingham è un veterano dell’esercito la cui
vita è stata salvata da Collins. Non è chiaro se sia collegato alla
PointCorp, ma lavorando sotto il comando di Collins, sembra lui
stesso un mercenario. Ex militare dal carattere instabile, diventa
la pedina perfetta nella sinistra trama ordita da Collins e alla
fine del film viene ucciso dalla polizia.
Un’artista iconica e incarnazione
del sogno americano in tutto il suo splendore originario,
Barbra Streisand è una vera star. In
riconoscimento della sua carriera, l’attrice, regista, produttrice,
sceneggiatrice, cantante e autrice di fama mondiale riceverà una
Palma d’oro onoraria durante la cerimonia di premiazione, trasmessa
in diretta dal palco del Palais des Festivals sabato 23 maggio.
«È con un senso di orgoglio e di
profonda umiltà che sono onorata di entrare a far parte della
compagnia dei precedenti destinatari della Palma d’oro onoraria, il
cui lavoro mi ha ispirata per lungo tempo», ha dichiarato Barbra
Streisand. «In questi tempi difficili, il cinema ha la capacità di
aprire i nostri cuori e le nostre menti a storie che riflettono la
nostra umanità condivisa e a prospettive che ci ricordano sia la
nostra fragilità sia la nostra resilienza. Il cinema trascende
confini e politica e afferma il potere dell’immaginazione di
plasmare un mondo più compassionevole».
Spesso i numeri dicono poco o non
abbastanza. Eppure… Per il grande schermo: 19 ruoli e 3 regie, 2
Oscar e la prima donna a vincere l’Oscar per la Miglior Canzone
Originale nel 1977, 11 Golden Globe e la prima donna a vincere il
premio per la Miglior Regia nel 1984. Nella musica: 37 album in
studio, 13 colonne sonore, 10 Grammy Awards, l’unica artista ad
aver raggiunto il primo posto nelle vendite di album per sei
decenni consecutivi, l’artista femminile con il maggior numero di
album arrivati al numero uno di tutti i tempi fino al 2023. Barbra
Streisand ha raggiunto l’apice dell’industria dell’intrattenimento
come nessuno prima di lei. Ma questo impressionante palmarès
impallidisce rispetto alla sua influenza sulla cultura pop nella
seconda metà del XX secolo.
Barbra Streisand è potente quanto
la sua limpida voce di mezzosoprano, capace di estendersi per due
ottave. È libera e indipendente, eccentrica e anticonvenzionale
nella vita quanto lo è nel suo lavoro. Iris Knobloch, Presidente
del Festival de Cannes, confida: «Quest’anno desideravamo rendere
omaggio a un’artista che ha lasciato il segno grazie alla forza
della sua arte e alla sua intransigente ricerca della libertà. Come
donna, sono felice di poter esprimere la nostra ammirazione per
questa creatrice completa e cittadina coraggiosa, il cui esempio
resiste alla prova del tempo e continua a ispirare».
È un modello per tutte le donne,
soprattutto perché non ha mai permesso alle difficoltà di fermarla.
Yentl ne è l’illustrazione perfetta. Colpita da un
racconto di Isaac Bashevis Singer che scoprì nel 1963, ne acquistò
i diritti, ma il film uscì soltanto vent’anni dopo. Determinazione
e audacia entrarono in gioco: Barbra Streisand finì per dirigere se
stessa e interpretare il film, dopo averlo prodotto e adattato. Il
suo primo film fece la storia: era la prima volta che Hollywood
concedeva a una regista un budget di produzione così elevato. In
questa storia di emancipazione, travestimento e di una pioniera che
infrange le regole per imporre le proprie, come non vedere una
metafora del suo stesso destino? Seguirono altri due film, The
Prince of Tides (7 nomination agli Oscar) e The Mirror Has
Two Faces (2 nomination agli Oscar), remake di Le miroir à
deux faces di André Cayatte.
Avendo sognato di diventare attrice
fin dall’infanzia, inizialmente si dedicò al canto per necessità.
La sua carriera fulminante, segnata da passione, carisma e
altissimi standard, iniziò molto presto, molto rapidamente e in
modo impressionante: trionfò nei cabaret a 18 anni; sul
palcoscenico di Broadway a 20; con il suo primo album musicale a
21; e davanti alla macchina da presa a 26 nel Funny Girl
di William Wyler, che le valse il suo primo Oscar.
Attrice abbagliante, cantante
straordinaria, forza di vitalità, umorismo e sensualità, Barbra
Streisand ricerca la perfezione. Nonostante il suo estremo
professionalismo, tutto in lei rimane emotivo e sincero. Eccelle
nei musical — Hello, Dolly! (1969), A Star Is
Born (1976) — e nelle commedie classiche — The Owl and the
Pussycat (1970), For Pete’s Sake (1974), Meet the
Fockers (2003) — e commuove il pubblico in drammi come
Nuts (1987) e in una delle più belle storie d’amore del
cinema hollywoodiano del dopoguerra, The Way We Were
(1973).
Come osserva il Direttore del
Festival Thierry Frémaux: «Una star globale, Barbra Streisand è
soprattutto un’artista, che avvia progetti che riflettono ciò che
è, che le appartengono e che condivide con il mondo intero. È la
sintesi leggendaria tra Broadway e Hollywood, tra il palcoscenico
del music-hall e il grande schermo. Sentirla cantare e vederla
esibirsi fa parte dei nostri anni migliori».
Accanto al suo inarrestabile
successo, Barbra Streisand è profondamente impegnata in numerose
cause. Prima di tutto è stata una fervente sostenitrice della
salute cardiaca delle donne attraverso il Barbra Streisand Women’s
Heart Center presso il Cedars-Sinai Heart Institute, oltre a
numerose altre questioni, tra cui — attraverso la Streisand
Foundation creata nel 1986 — l’uguaglianza di
genere e delle minoranze, la difesa dei diritti LGBTQ+, la tutela
dell’ambiente, la ricerca medica e l’educazione artistica per i
bambini svantaggiati.
Il Festival di Cannes è quindi
particolarmente orgoglioso di accogliere per la prima volta sulla
Croisette la leggendaria Funny Girl.
Con
Il Bene
Comune, dal 12 marzo al cinema, Rocco
Papaleo torna a raccontare la sua
Basilicata e le connessioni che tengono insieme le persone. Dopo
Basilicata Coast to
Coast, il regista lucano riprende
il dialogo con la sua terra, ma lo fa spostando il baricentro dal
viaggio geografico a quello umano, emotivo e collettivo.
Noi di paese sogniamo a vanvera
Biagio Riccio (Papaleo) è una guida turistica che
attraversa i parchi e gli alberi secolari della Lucania come
fossero pagine di un libro da sfogliare con rispetto. Accanto a lui
c’è il nipote Luciano (Andrea
Fuorto), presenza giovane e partecipe, quasi
un riflesso più inquieto e contemporaneo di quello zio sognatore
che sembra vivere sospeso tra realtà e narrazione.
“Noi di paese sogniamo a vanvera”, dice Biagio. Ed è in questo
sogno che anche noi spettatori veniamo trascinati, invitati a
muoverci tra le vite di personaggi che si incontrano quasi per
caso, ma che nel caso trovano un senso.
Le donne e la casa di
accoglienza
Raffaella Fusaro (Vanessa
Scalera) è un’attrice che conduce un corso
teatrale sensoriale per quattro ospiti di una casa di accoglienza:
Gudrun (Teresa
Saponangelo), Samanta (Claudia
Pandolfi), Fiammetta
(Livia
Ferri) e Anny (Rosanna
Sparapano).
Sono quattro donne segnate da traumi, pregiudizi, violenze, ma
anche da una vitalità creativa che il teatro riesce a liberare.
L’incontro con Biagio e Luciano avviene durante una gita
programmata nella natura lucana, e proprio in quel contesto – tra
alberi, sentieri e silenzi – le loro storie iniziano a
intrecciarsi.
Il film non indulge mai nel pietismo: evita la melassa, schiva la
retorica e sceglie la via della tragicommedia. Si ride, spesso, ma
si ride di un riso che nasce dal riconoscimento, non dalla
derisione.
Teatro canzone e metanarrazione
Il Bene Comune si scardina su una
costante presenza metateatrale, nella sua forma più magica: il
teatro canzone. La scena si apre e si richiude come un sipario
invisibile, i personaggi si fermano davanti alla macchina da presa,
i monologhi diventano confessioni dirette all’interno di una
bellissima chiesa in rovina, la musica – jazz, morbida, a tratti
onirica – accompagna e commenta.
Alla linea narrativa del presente si sovrappongono i flashback, che
permettono di approfondire le storie individuali dei singoli
personaggi, e una dimensione onirica che non è fuga, ma
amplificazione poetica della realtà. Papaleo
orchestra questi tre livelli con una leggerezza che non è
superficialità, ma consapevolezza del mezzo: il cinema che guarda
al teatro e lo ingloba, senza mai rinnegarlo.
Comicità e armonia tra
maschile e femminile
La comicità del film è sottile, stratificata, mai urlata. Nasce
dallo scarto tra aspettativa e realtà, dal prendersi poco sul
serio, dal lasciare spazio all’imprevisto. Papaleo
lavora su un umorismo che alleggerisce senza svuotare, che permette
ai personaggi di attraversare il dolore senza esserne
schiacciati.
In questo equilibrio si inserisce la straordinaria forza dei
personaggi femminili: Gudrun, Samanta, Fiammetta e Anny non sono
mai figure accessorie, ma veri motori emotivi e narrativi. Accanto
a loro, Raffaella incarna un femminile creativo e generativo,
capace di trasformare la fragilità in linguaggio. L’integrazione
tra maschile e femminile è uno degli elementi più originali del
film: Biagio non domina la scena, la condivide; ascolta, si espone,
si mette in discussione. Ne nasce un dialogo armonico, in cui
sensibilità diverse si completano senza annullarsi, componendo un
perfetto contrappunto alla struttura narrativa.
Abbattere i luoghi comuni
Il Bene
Comune è una pellicola che lavora per sottrazione di
cliché. Scardina i luoghi comuni sulla provincia, sulle donne
fragili, sugli uomini sensibili, sull’arte come passatempo
elitario. Papaleo mette al centro la narrazione come atto politico
e poetico insieme.
“Raccontare è il modo migliore per non limitarsi, abbattere le
differenze e favorire il bene comune”, afferma Biagio. Ed è questa
la chiave del film: il racconto come strumento di emancipazione,
come ponte tra solitudini, come gesto di cura.
Il Bene Comune – screen dal trailer
Il Bene Comune: un cinema che cerca armonia
C’è una dimensione musicale che attraversa tutto il film, non solo
nelle canzoni ma nel ritmo stesso delle scene, nel modo in cui i
dialoghi si alternano ai silenzi, nella costruzione quasi armonica
dei personaggi. Ognuno è una nota che trova senso solo
nell’insieme.
Papaleo firma un’opera dichiaratamente teatrale, ma profondamente
cinematografica nella capacità di usare il paesaggio – la natura
lucana, i suoi parchi, i suoi alberi antichi – come specchio
interiore. Non è solo uno sfondo: è una presenza viva, una memoria
collettiva che invita a resistere.
In definitiva,
Il Bene
Comune è un film che crede nella comunità senza
idealizzarla, che parla di dolore senza compiacersene, che usa la
leggerezza come forma di profondità. Un’opera sincera, che prova a
ricordarci che il bene non è mai solo individuale: è un esercizio
quotidiano di ascolto, racconto e condivisione.
Con L’isola dei
ricordi (Amrum),
Fatih Akin affronta uno dei capitoli più delicati
della storia tedesca scegliendo però un punto di vista insolito:
quello dell’infanzia. Ambientato nella primavera del 1945, negli
ultimi giorni della Seconda guerra mondiale, il film segue la
storia di Nanning, un ragazzo di dodici anni che
vive con la madre e i fratelli sull’isola di Amrum, nel Mare del
Nord. Qui la guerra sembra lontana, quasi un’eco che arriva solo
attraverso gli aerei che sorvolano il cielo o i racconti dei
soldati. Eppure la fine del Terzo Reich è ormai imminente e finirà
per cambiare radicalmente la vita degli abitanti dell’isola.
La fine del Terzo Reich vista
dagli occhi di un bambino
Nanning trascorre le sue giornate
cercando di aiutare la famiglia a sopravvivere in
un contesto segnato dalla scarsità di cibo. Pesca di notte, lavora
nei campi e arriva perfino a cacciare foche pur di contribuire al
sostentamento della casa. Quando alla radio viene annunciata la
morte di Hitler, la madre – fervente sostenitrice del regime – cade
in una profonda crisi e sviluppa un desiderio ossessivo:
mangiare pane bianco con burro e miele, un lusso
praticamente impossibile da trovare in pieno dopoguerra. Per il
ragazzo quella richiesta diventa una missione quasi epica:
procurarsi gli ingredienti necessari per restituire un briciolo di
speranza alla madre e alla famiglia.
Il film nasce dai ricordi
d’infanzia dello sceneggiatore Hark Bohm, che
firma la sceneggiatura insieme ad Akin. L’idea è quella di
raccontare il crollo del nazismo non attraverso le grandi vicende
politiche o militari, ma attraverso lo sguardo confuso e
ancora innocente di un bambino cresciuto all’interno di
quell’ideologia. Nanning appartiene alle Gioventù hitleriane più
per affetto verso la madre e il padre partito per il fronte che per
reale convinzione politica. In questo senso L’isola dei
ricordi cerca di interrogarsi su come un sistema
ideologico possa infiltrarsi nella vita quotidiana e nelle
relazioni familiari, soprattutto quando viene interiorizzato da chi
è troppo giovane per comprenderne davvero il significato.
Un racconto di formazione tra
ideologia e sopravvivenza
Il racconto assume quindi i
contorni di un coming-of-age ambientato alla fine della guerra, in
cui la crescita del protagonista coincide con la dissoluzione di un
mondo. La caduta del regime nazista non rappresenta solo un evento
storico: per Nanning è la fine di un universo
familiare, di un sistema di certezze che fino a quel
momento aveva dato senso alla sua esistenza. L’isola
dei ricordi lavora proprio su questa dimensione
intima, trasformando la Storia in un trauma domestico e
privato.
Jasper Billerbeck in una scena del film L’isola dei
ricordi
Il giovane Jasper Billerbeck regge
il peso del film
Uno degli aspetti più riusciti del
film è senza dubbio l’interpretazione del giovane Jasper
Billerbeck, al suo esordio sul grande schermo. Il suo
Nanning riesce a tenere insieme ostinazione e fragilità, mostrando
un personaggio che alterna momenti di determinazione quasi adulta a
improvvise manifestazioni di vulnerabilità infantile. Attorno a lui
si muove un cast solido, in cui spiccano Laura
Tonke nel ruolo della madre Hille e
Diane Kruger in quello della proprietaria
della fattoria dove il ragazzo lavora. Tonke, in particolare,
restituisce con efficacia il ritratto di una donna devastata dalla
guerra ma incapace di rinunciare alla propria fede nel nazismo.
Anche
l’ambientazione gioca un ruolo importante nella
costruzione del film. L’isola di Amrum, con i suoi paesaggi ventosi
e i grandi spazi aperti affacciati sul Mare del Nord, diventa quasi
un personaggio a sé stante. Le dune,
le maree e la fauna locale contribuiscono a creare un’atmosfera
sospesa, in cui la natura appare allo stesso tempo bellissima e
indifferente alle tragedie umane. Questa dimensione paesaggistica è
uno degli elementi più suggestivi del film, capace di restituire il
senso di isolamento e precarietà che domina la
vita dei protagonisti.
Il protagonista del film L’isola dei ricordi
Un film elegante ma troppo
controllato
Eppure proprio qui emergono anche i
limiti dell’opera. Per quanto il tema sia interessante e il punto
di vista originale, la regia di Akin appare sorprendentemente
trattenuta. L’isola dei ricordi adotta
uno stile molto classico, quasi accademico, che privilegia la
ricostruzione storica e la linearità del racconto ma finisce per
smorzare la forza emotiva della storia, senza restituire fino in
fondo la durezza e l’ambiguità morale di quel periodo storico.
L’isola dei
ricordi, sostanzialmente, funziona meglio come
racconto di formazione che come riflessione storica. La missione di
Nanning per trovare pane, burro e miele diventa una metafora
efficace della ricerca di conforto e normalità in un mondo che sta
crollando. Tuttavia, la narrazione procede spesso in modo
prevedibile e non riesce a raggiungere quella complessità emotiva
che il materiale avrebbe potuto offrire. Resta dunque
un’opera interessante ma irrisolta nella filmografia di
Fatih Akin. Il regista dimostra ancora una volta
sensibilità nel raccontare personaggi sospesi tra identità e
memoria storica, ma lo fa attraverso una forma più convenzionale
rispetto alla radicalità di molti suoi lavori precedenti.
Universal Pictures
sta sviluppando un
biopic definitivo dedicato agli anni formativi dei
Bon Jovi, la
band nata nel New Jersey che ha venduto oltre 130 milioni di album
e si è guadagnata un posto nella Rock & Roll Hall of Fame e nella
Songwriters Hall of Fame. Dopo un lungo inseguimento da parte di
diversi studi, Universal ha chiuso l’accordo per portare sullo
schermo la storia del quartetto che ha conquistato il mondo con i
suoi inni rock.
Lo studio, noto per biopic musicali
basati su fatti reali come Straight Outta Compton e 8 Mile, ha investito in un pacchetto che
prevede la partecipazione del leader Jon Bon Jovi
e l’accesso alla libreria musicale della band.
Il
film sarà prodotto da Kevin J. Walsh e
Gotham Chopra, già autore della docuserie del 2024
Thank You, Goodnight: The Bon
Jovi Story su Hulu, realizzata in occasione del 40°
anniversario dei Bon Jovi. La sceneggiatura sarà scritta da
Cody Brotter, noto per il suo lavoro su
Drudge e Killing Satoshi, oltre ad altri biopic
musicali e progetti cinematografici di grande impatto.
La pellicola racconterà gli anni iniziali di Jon
Bongiovi, dall’infanzia nel New Jersey fino alla
formazione della band che avrebbe riempito stadi in tutto il mondo.
Jon fu spinto verso la musica dalla madre appassionata dei Beatles,
ma nei primi momenti di apprendimento della chitarra si frustrò
così tanto che lanciò lo strumento giù per le scale del
seminterrato rompendolo. Solo durante l’adolescenza, dopo aver
assistito a un concerto di Bruce Springsteen, trovò la motivazione
per riprendere in mano lo strumento, imparare a suonare e scrivere
canzoni originali.
Dopo aver maturato esperienza in numerosi gruppi locali, Jon lavorò
come tuttofare nello studio Power Station di
Manhattan, dove ebbe modo di osservare artisti come gli
Aerosmith e registrare le sue prime canzoni, tra cui il futuro
successo Runaway. Nonostante i rifiuti iniziali delle
etichette discografiche, il brano trovò spazio sulle radio rock
locali e permise a Jon di capitalizzare e assumere i migliori
musicisti sulla piazza, formando la band con David
Bryan (tastiere), Tico Torres (batteria),
Alec John Such (basso) e Richie
Sambora, talentuoso chitarrista e cantante locale, con cui
Bon Jovi si sarebbe fuso come autore di canzoni e in duetti
(chitarra e voce).
Bon Jovi emerse come frontman da cuore infranto. Pur essendo già
fidanzato con la ragazza del liceo Dorothea – sposata alla
Graceland Wedding Chapel di Las Vegas nel 1989 e tuttora insieme –
Bon Jovi fu invitato a mantenere la relazione privata per apparire
come scapolo disponibile.
Il film seguirà anche la crescita della band fino al terzo album,
Slippery When
Wet, che incluse i classici Livin’ on a Prayer e You Give Love a Bad Name, vendendo 30 milioni
di copie. Saranno affrontate le difficoltà del tour, le sfide
personali, l’abuso di sostanze, i cambi di formazione e la
chirurgia alle corde vocali di Jon, necessaria per mantenere gli
acuti che lo hanno reso celebre.
Con l’accesso completo alla musica e ai membri della band, il
progetto di Universal promette di offrire uno sguardo autentico e
appassionante sulla nascita di una delle rock band più iconiche di
sempre.
MGM+ e Prime Video stanno per lanciare Spider-Noir, una
nuova serie live-action di Spider-Man composta
da otto episodi, che porterà i fan in un’epoca mai esplorata prima:
gli anni ’30. La storia seguirà Ben Reilly, che agisce come
The Spider,
piuttosto che il tradizionale Spider-Man, in un’avventura piena di
misteri e nemici d’altri tempi.
Lo
showrunner OrenUziel ha però
subito chiarito il rapporto della serie con i film animati del
multiverso di Sony: “Non è un seguito di Spider-Man
– Un nuovo universo. Una volta che Phil e Chris hanno
introdotto l’idea del multiverso, penso che si possa prendere il
materiale e farlo proprio.” L’obiettivo della serie è infatti
quello di offrire “una versione di Spider-Man che nessuno aveva
mai visto prima.”
Cosa sappiamo
di Spider-Noir
La
produzione sarà supervisionata dai produttori esecutivi
Phil Lord e Chris Miller, già
noti per il successo dei film animati Spider-Verse. Uziel ha
raccontato di aver assistito alle riprese con Nicholas Cage, osservando come l’attore
recitasse le battute con entusiasmo: “Per me, è stata una delle
esperienze più gratificanti che abbia mai vissuto.”
La serie esplorerà anche alcune versioni dei classici villain di
Spider-Man, come Sandman ed
Electro, reinterpretati nello stile degli anni
’30. L’uscita della serie sarà strategica, in concomitanza con il
ritorno dell’Uomo Ragno sul grande schermo: Spider-Man: Brand New
Day con Tom
Holland debutterà il 31 luglio
2026.
Spider-Noir debutterà negli Stati Uniti
su MGM+ il 25
maggio, per poi approdare in tutto il mondo su
Prime Video
a partire dal 27 maggio. Con una trama originale,
un’ambientazione unica e personaggi storici rivisitati, la serie
promette di offrire ai fan di Spider-Man un’esperienza
completamente nuova, tra avventura, mistero e uno sguardo al
passato del multiverso.
Netflix è pronta a riportare sul piccolo
schermo il celebre cane detective con una nuova serie live-action
di Scooby-Doo.
La produzione, attualmente in fase di casting, vede come
protagonisti creativi Josh
Appelbaum (Mission: Impossible – Protocollo fantasma)
e Scott
Rosenberg (Venom, Jumanji: Benvenuti nella
Giungla), che saranno showrunner e sceneggiatori.
Il
cast principale è ancora in definizione, ma alcune conferme hanno
già fatto felici i fan. Frank Welkerstorico interprete vocale di Fred
Jones e Scooby-Doo, presterà di nuovo la voce al celebre alano,
inoltre, Mckenna
Grace interpreterà Daphne
Blake.
Secondo quanto riportato da
What’sOnNetflix.com, Paul Walter
Hauser sarebbe invece trattativa per un
ruolo secondario nella serie. Non vestirà i panni di uno dei membri
della Mystery Inc., ma interpreterà il primo proprietario
di Scooby-Doo. Al momento non è però confermato se Hauser
abbia firmato il contratto, ma pare che gli sia stato fatto
un’offerta ufficiale.
Cosa sappiamo della serie live
action di Scooby-Doo
Le riprese della serie, composta da otto episodi, inizieranno ad
aprile ad Atlanta. La trama esplorerà le origini della Mystery
Inc., seguendo Shaggy, Velma, Daphne e Fred e il loro primo
incontro con Scooby-Doo, che entra nella loro vita dopo aver
assistito a un omicidio soprannaturale. La sinossi ufficiale
promette un “mistero che trascina i protagonisti in un incubo pieno
di segreti”, con un tono descritto come simile a quello di Riverdale.
La produzione esecutiva è affidata ad André Nemec e Jeff Pinkner di
Midnight Radio, insieme a Greg Berlanti, Sarah Schechter e Leigh
London Redman di Berlanti Productions. Peter
Friedlander, vicepresidente delle serie scripted di
Netflix, ha commentato: “Mystery Inc. è di nuovo in azione! Siamo
entusiasti di portare Scooby-Doo in TV per la prima volta in
live-action”.
Negli anni, ci sono stati diversi progetti animati e live-action,
tra cui i film del 2002 e 2004, e si presume che
Scooby-Doo sarà realizzato in CGI
anche in questa nuova serie, ma non è ancora confermato.
Sono emersi nuovi aggiornamenti
sulla produzione del terzo capitolo della saga action con
protagonista Chris
Hemsworth. Secondo quanto riportato da
What’s On Netflix, le riprese di
Tyler Rake 3
dovrebbero iniziare a
giugno 2026 e concludersi il 9 ottobre dello stesso anno, segnando il
ritorno della popolare saga distribuita da Netflix.
A
differenza dei primi due film, girati tra Thailandia, India e
Praga, il nuovo capitolo avrà come principale base di produzione
Sydney, in
Australia. Alcune sequenze verranno inoltre realizzate
anche in Europa, anche se al momento non sono state rivelate le
città coinvolte. Curiosamente, Sydney era già stata presa in
considerazione come location principale per Tyler Rake
2, ma i piani furono modificati a causa
della pandemia di COVID-19.
Dietro la macchina da presa tornerà Sam
Hargrave, che ha diretto anche i primi due
capitoli della serie. Prima di passare alla regia, Hargrave ha
lavorato per oltre vent’anni come stunt coordinator in numerose
produzioni di successo, tra cui Deadpool
2 e diversi film della saga di Hunger
Games.
Alla produzione del progetto tornano anche Joe Russo e
Anthony
Russo, noti per aver diretto alcuni dei
capitoli più importanti del Marvel Cinematic
Universe, tra cui Avengers: Infinity
War e Avengers:
Endgame. Joe Russo sarà inoltre lo
sceneggiatore del film. La saga di Tyler Rake è basata sulla graphic novel Ciudad, scritta
dagli stessi fratelli Russo insieme ad Ande Parks.
La storia segue Tyler Rake, un ex membro delle forze speciali
australiane che svolge missioni estremamente rischiose in giro per
il mondo. Dopo il successo dei primi due capitoli — soprattutto del
secondo film, accolto molto positivamente dalla critica — Netflix
sembra intenzionata a espandere ulteriormente l’universo
narrativo.
Secondo alcune anticipazioni, anche Idris
Elba, Golshifteh
Farahani e Olga
Kurylenko, già presenti nel secondo film,
dovrebbero tornare nel nuovo capitolo, anche se il cast ufficiale
non è stato ancora confermato.
Oltre a Tyler
Rake 3, Netflix sta lavorando all’espansione del franchise
con nuovi progetti, tra cui lo spin-off cinematografico
Tygo e la serie televisiva Mercenary: An Extraction
Series. Al momento, però, non è stata ancora
annunciata una data di uscita ufficiale per il terzo film.
Alice Oseman ha finalmente dato ai fan qualche
indizio su quando arriverà il capitolo finale della storia di Nick
e Charlie sullo schermo. L’autrice della celebre graphic novel
Heartstopper
(leggi
qui la recensione della terza stagione) ha infatti rivelato che
il film conclusivo della serie Netflix, Heartstopper
Forever, non uscirà prima della
pubblicazione dell’ultimo volume della saga.
La
notizia è stata condivisa durante una sessione di domande e
risposte alla London Book
Fair, dove Alice Oseman ha
spiegato che per lei era fondamentale che il finale della storia
fosse prima vissuto nella sua forma originale, cioè nel libro. “Era
molto importante per me che il libro uscisse prima, così le persone
possono vivere la fine della storia sulla pagina”, ha dichiarato
l’autrice, ricordando che la serie televisiva è un adattamento
dell’opera cartacea e non il contrario.
Il
sesto e ultimo volume della saga, Heartstopper Volume
6, arriverà in formato paperback negli Stati Uniti
il 7 luglio 2026. Solo dopo quella data il
pubblico potrà aspettarsi l’uscita del film su Netflix, che
concluderà ufficialmente la storia iniziata come webcomic nel 2016
e diventata nel tempo un fenomeno globale.
Nonostante l’attesa, i lavori sul film sono ormai quasi terminati.
Oseman, che ha scritto anche la sceneggiatura del progetto, ha
spiegato che la produzione è nelle fasi finali di post-produzione,
con gli ultimi ritocchi agli effetti visivi e alle animazioni. Una
volta completati questi passaggi, il film verrà inviato per il
doppiaggio nelle varie lingue e per i controlli di qualità di
Netflix.
Alla regia del progetto c’è Wash
Westmoreland, mentre i protagonisti della
serie torneranno nei loro ruoli: Joe
Locke interpreterà ancora
Charlie Spring e Kit
Connor tornerà nei panni di Nick
Nelson. Anche se il resto del cast non è stato ancora
confermato ufficialmente, Netflix ha assicurato che nel film
rivedremo anche gli amici della coppia.
Secondo la sinossi diffusa dalla piattaforma, il film racconterà
l’ultima fase della relazione tra Nick e Charlie. Dopo
gli eventi della terza stagione della serie Heartstopper, i due
ragazzi sono più uniti che mai. Tuttavia, l’imminente partenza di
Nick per l’università e la crescente indipendenza di Charlie a
scuola metteranno alla prova la loro relazione, costringendoli ad
affrontare la prospettiva di una storia a distanza.
Con il film finale e
l’ultimo volume della graphic novel, Heartstopper
si prepara quindi a chiudere il cerchio di una delle storie
romantiche più amate degli ultimi anni. Per i fan, l’attesa sarà
ancora lunga, ma il finale sembra ormai sempre più vicino.
La Paramount Pictures ha incaricato
James Wan di dirigere il remake dell’acclamato
film sudcoreano The Gangster, The Cop, The Devil, con il
protagonista originale Don Lee (Ma Dong-seok)
coinvolto nel progetto. Brian Helgeland ha scritto
la bozza originale e sarà il produttore esecutivo, mentre
Shay Hatten scriverà la sceneggiatura.
Wan e Michael
Clear sono invece i produttori per Atomic Monster. Anche
Lee è poi produttore, tramite Big Punch Global, insieme a Sylvester Stallone e D. Matt
Geller, tramite Balboa Productions, Chris
Lee, tramite B&C Group, e Jang
Won-seok, CEO di BA Entertainment.
Il film originale, liberamente
ispirato ad un fatto reale, è stato proiettato al Festival di Cannes nel 2019. La storia ha
per protagonisti un serial killer, un criminale e un poliziotto.
Questi ultimi due finiranno per unire le loro forze nel tentativo
di smascherare il nemico comune. Questa alleanza verrà ovviamente
messa continuamente a dura prova, e da ciò prenderà vita un
racconto che fa del proprio tono cupo e ricco di suspence il
proprio punto di forza.
James Wan, oltre ad essere
produttore delle saghe
di Insidious e The Conjuring, ha
recentemente diretto Aquaman e il Regno Perduto, sequel del film del 2018
che rimane il film della DC Studios con il maggior incasso mondiale
di tutti i tempi.
Rapunzel
è stato un grande successo per la Disney, incassando oltre 592
milioni di dollari in tutto il mondo e rappresentando una svolta
cruciale per l’animazione Disney. La storia di Raperonzolo ha
origine dai fratelli Grimm e ha assunto molte forme in film, libri,
serie televisive e musical. Ora, la Disney spera di replicare il
successo della sua interpretazione con una versione live-action e
dopo alcune indiscrezioni, è ora arrivata la conferma
che Kathryn
Hahninterpreterà Madre Gothel.
Hahn ha infatti annunciato
sottilmente la sua partecipazione al cast tramite Instagram, con la
didascalia “mother knows best” (la mamma ha sempre
ragione), rivelando così di essere stata scelta per interpretare
l’iconica cattiva Madre Gothel nel prossimo remake live-action. In
precedenza era stato riferito che
Hahn era in trattativa per il ruolo all’inizio di quest’anno, e
ora anche la Walt Disney Studios ha confermato la sua
partecipazione al cast, condividendo un video di Hahn che indossa
una maglietta con il personaggio di Madre Gothel.
La Disney ha annunciato per la
prima volta i piani per un live-action di Rapunzel
nel dicembre 2024, con il coinvolgimento del regista di The
Greatest Showman, Michael Gracey. La
produzione dovrebbe iniziare alla fine di quest’anno, ma non è
stata ancora annunciata una data ufficiale per l’uscita del remake
live-action. Molti sono entusiasti della notizia del casting di
Kathryn Hahn, che i fan considerano la scelta “perfetta” per il
personaggio dopo la sua interpretazione di una strega nella serie
Agatha All Along dell’MCU e in WandaVision al fianco di Elizabeth Olsen.
Avengers:
Doomsday non sprecherà i propri personaggi. È quanto
dichiarato in una nuova intervista con Esquire
dall’attore Lewis Pullman, interprete di Sentry,
il quale ha fornito un nuovo aggiornamento sul film della Fase 6 e
sulla gestione dei cameo, sia quelli già noti al pubblico che
quelli ancora da rivelare. La star ha dichiarato: “Si tratta di
un ritorno al siero degli archetipi umani su cui si basa la nostra
arte”.
Sebbene il cast di Avengers: Doomsday sia ricco di
personaggi, Pullman ha sottolineato che il prossimo film Marvel non sarà solo un festival di
cameo, affermando: “Ogni personaggio ha il suo momento che ne
definisce le dimensioni”. Ha continuato: “I fratelli Russo lo hanno fatto molto bene.
Non vogliono che nessuno resti semplicemente seduto sullo
sfondo”.
Secondo l’attore di
Thunderbolts*, i fratelli Russo
“hanno preso davvero a cuore la responsabilità di avere alcuni
dei migliori attori del mondo tutti insieme. Ci sono un sacco di
coppie davvero entusiasmanti”. Pullman ha anche affermato che
“molti fan saranno davvero entusiasti. È così divertente
sognare. E se A e B lavorassero insieme? E se B e D lavorassero
insieme? Si vedono molte di queste fantasie diventare
realtà“.
Ha concluso la sua risposta
dicendo: “Parlare della Marvel è sempre una danza divertente in
cui non si dice nulla mentre le parole escono dalla bocca”.
Attualmente sono in corso le riprese aggiuntive di
Avengers: Doomsday, prima di passare ad Avengers:
Secret Wars, che sarà girato quest’estate. Mentre
alcuni degli attori di Doomsday sono stati confermati
per Secret Wars, i Marvel Studios devono ancora svelare il
cast completo per il finale della Fase 6. Il Sentry di Pullman è
uno dei tanti personaggi il cui destino oltre il film del 2026 è
sconosciuto.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men
dell’era Fox-Marvel.
Il
film I crimini di Emily segna l’esordio alla regia
di John Patton
Ford, che firma anche la sceneggiatura di
questo
thriller criminale indipendente ambientato a Los Angeles.
Presentato al Sundance Film
Festival nel 2022, il film racconta la storia di una
giovane donna intrappolata in una spirale di precarietà economica e
sociale, che finisce per entrare nel mondo della frode con carte di
credito. La vicenda segue Emily Benetto, una ragazza schiacciata
dai debiti universitari e ostacolata nel trovare un lavoro stabile
a causa di un precedente penale, elementi che la spingono verso
attività illegali sempre più rischiose.
Dal punto di vista del genere, I crimini di
Emily si muove tra crime movie, thriller urbano e
dramma sociale, fondendo tensione narrativa e riflessione sulle
contraddizioni del capitalismo contemporaneo. Il film racconta
infatti una protagonista costretta a vivere in una condizione di
sopravvivenza costante, in un sistema lavorativo precario che
sembra offrire poche possibilità di riscatto. In questo senso il
racconto si avvicina a opere che esplorano il lato oscuro
dell’ambizione e della marginalità urbana, come Nightcrawler
o Drive, dove
Los Angeles diventa il teatro di storie criminali che riflettono
sulle disuguaglianze sociali e sulle zone grigie della moralità
contemporanea.
Al centro del film si trova l’interpretazione di Aubrey Plaza, che offre una delle prove più
intense della sua carriera. Conosciuta inizialmente per ruoli
comici e sarcastici in serie come Parks and
Recreation, Plaza negli anni ha progressivamente
ampliato la propria filmografia con personaggi più complessi e
ambigui. In I crimini di Emily incarna
una protagonista determinata, impulsiva e moralmente ambigua, che
si muove tra disperazione e opportunismo. La sua performance è
stata ampiamente lodata dalla critica e rappresenta una tappa
significativa nella sua evoluzione come attrice drammatica.
Nel resto dell’articolo analizzeremo nel dettaglio il finale del
film, proponendo una spiegazione degli eventi conclusivi e del
significato che assumono nel percorso della protagonista. Essendo
una storia costruita attorno alla trasformazione morale di Emily e
alle conseguenze delle sue scelte, il finale rappresenta infatti il
momento in cui il film chiarisce la natura del personaggio e il
messaggio che la storia vuole lasciare allo spettatore.
Protagonista del film è
Emily Benetto (Aubrey
Plaza), una giovane donna che vive a Los Angeles
sommersa dai debiti. Una vecchia condanna penale compromette le sue
possibilità di trovare un lavoro stabile e risolvere i suoi
problemi economici. È così costretta a sopravvivere con impieghi
precari mentre affronta continui colloqui senza successo. La svolta
arriva quando un collega le propone un lavoro rapido e ben pagato.
Emily entra così nel giro losco dei “dummy shopper”, incaricati di
acquistare beni costosi con carte di credito rubate. A introdurla
in questo mondo è Youcef (Theo
Rossi), intermediario carismatico che rimane colpito dalla
sua determinazione e dalla precisione con cui Emily porta a termine
il primo incarico.
Ben presto la donna viene coinvolta
in operazioni sempre più rischiose nel mercato nero di Los Angeles.
Tra lei e Youcef nasce un rapporto di complicità e attrazione,
mentre lei, aspirante artista con il sogno di cambiare vita, si
lascia sedurre dal denaro facile e dall’adrenalina della
criminalità. Quando alcuni truffatori tentano di derubarla dei suoi
guadagni, Emily reagisce con sorprendente freddezza, dimostrando di
essersi ormai profondamente addentrata in un mondo dove ogni errore
può avere conseguenze pericolose e fatali.
La spiegazione del finale del
film
Theo Rossi in I crimini di Emily
Nel
terzo atto di I crimini di
Emily la situazione precipita quando
Emily e Youcef decidono di affrontare direttamente Khalil dopo
essere stati esclusi dal giro di frodi. I due organizzano un piano
per raggiungere il nascondiglio della banda e recuperare il denaro
sottratto. Dopo aver attirato fuori alcuni uomini con un diversivo,
riescono a entrare nel rifugio di Khalil. Lo scontro diventa
rapidamente violento. Khalil aggredisce brutalmente Youcef e lo
ferisce gravemente mentre Emily riesce a reagire usando il taser
per immobilizzarlo e impossessarsi del denaro accumulato dalla rete
criminale.
Con il denaro finalmente tra le mani, Emily cerca di fuggire
insieme a Youcef. Tuttavia la situazione sfugge rapidamente al
controllo quando si accorgono di non avere più le chiavi dell’auto.
Le sirene della polizia e dei soccorsi si avvicinano rapidamente al
luogo dello scontro. Di fronte alla prospettiva di essere arrestata
e perdere tutto, Emily prende una decisione drastica. Abbandona
Youcef ferito nella macchina e scappa con il denaro. In seguito la
polizia fa irruzione nel suo appartamento a Los Angeles, trovandolo
completamente vuoto. La donna è ormai sparita.
Il film si conclude mostrando Emily in Sud America, dove sembra
aver realizzato parte dei suoi sogni. Riprende a dedicarsi all’arte
e costruisce una nuova vita lontano dagli Stati Uniti. Tuttavia la
sua esistenza non è davvero cambiata dal punto di vista morale.
Emily avvia infatti una nuova organizzazione di frodi con carte di
credito, replicando lo stesso sistema in cui era stata coinvolta
all’inizio della storia. Recluta nuovi “dummy shoppers” promettendo
guadagni rapidi per semplici acquisti, esattamente come era
accaduto a lei all’inizio della sua discesa nel crimine.
Questo finale chiarisce il percorso del personaggio e la
trasformazione morale che attraversa nel corso del film. All’inizio
Emily appare come una giovane donna disperata e intrappolata in un
sistema economico che la penalizza per il suo passato e per i
debiti accumulati. Con il passare degli eventi impara rapidamente
le logiche del crimine e scopre che in quel mondo riesce a
esercitare un controllo che la società legale le ha sempre negato.
Quando decide di abbandonare Youcef e fuggire con il denaro
dimostra di aver interiorizzato completamente questa nuova
identità.
Il finale porta così a
compimento i temi centrali del film. La storia non racconta una
redenzione ma una trasformazione che nasce dalla frustrazione
sociale e dalla precarietà economica. Emily comprende che il
sistema che la circonda è costruito su dinamiche di sfruttamento e
decide di rispondere con le stesse logiche opportunistiche. Il film
suggerisce quindi che la criminalità della protagonista non è solo
una scelta individuale ma anche il prodotto di un contesto sociale
che premia aggressività e spregiudicatezza. In questo senso il
percorso di Emily diventa una riflessione amara sul sogno americano
e sulle sue contraddizioni.