La bambina che amava Tom
Gordon sta finalmente per diventare un film. Il romanzo
horror psicologico di Stephen King del 1999 racconta la
storia di una bambina di nove anni che si perde nel bosco con solo
il suo walkman e, mentre ascolta le partite di baseball, il suo
amore per il lanciatore Tom Gordon inizia a provocare vividi
allucinazioni, visioni che potrebbero però essere la chiave per la
sua sopravvivenza.
Ci sono già stati due tentativi
falliti di adattare questo romanzo in un film. Il primo è stato
quando George A. Romero è stato incaricato di
scrivere e dirigere un adattamento cinematografico, ma quei piani
si sono arenati nell’ottobre 2005. Più di recente, nel novembre
2020, era stato annunciato che Lynne Ramsay era
stata ingaggiata per dirigere il film, ma anche questo tentativo è
fallito.
Ora, però, il film è ufficialmente
in lavorazione con JT Mollner come sceneggiatore e
regista per la Lionsgate. Mollner ha già scritto The Long
Walk della Lionsgate, anch’esso basato su un libro di Stephen
King del 1979 e diretto da Francis Lawrence.
Mollner tornerà dunque presto a confrontarsi con un altro racconto
del maestro del brivido. Il presidente della Lionsgate Motion
Picture Group, Erin Westerman, ha rilasciato la
seguente dichiarazione:
“JT è un regista che crediamo
abbia un futuro brillante. In tutte le sue opere crea personaggi,
soprattutto giovani, così avvincenti, strazianti ed emozionanti da
sembrare uscire dallo schermo. E naturalmente questo è ciò che fa
anche Stephen King nelle sue pagine. La storia di sopravvivenza e
perseveranza in La bambina che amava Tom Gordon è senza tempo.
Amiamo questa storia da molto tempo e JT è la scelta perfetta per
adattare e dirigere questo grande successo di King”.
Cosa possiamo aspettarci
dall’adattamento di La bambina che amava Tom
Gordon
Sebbene l’iconico regista horror
George A. Romero non sia mai riuscito a realizzare
il film, JT Mollner è una scelta altrettanto valida. È noto
soprattutto per aver scritto e diretto il thriller Strange Darling del 2023, che ha ricevuto recensioni
entusiastiche, ottenendo un punteggio del 96% su Rotten Tomatoes,
con i critici che hanno elogiato Mollner per aver offerto
un’esperienza incredibilmente imprevedibile ed elettrizzante.
Lo stesso Stephen King ha elogiato
Strange Darling, definendolo “un capolavoro intelligente” che è
“davvero fantastico”. Probabilmente è per questo che Mollner è
stato scelto per scrivere il film The Long Walk e ora per
scrivere e dirigere La bambina che amava Tom
Gordon. Con la sua seconda trasposizione di un’opera di
Stephen King, Mollner sta rapidamente diventando uno degli
adattatori più frequenti dei lavori dell’autore, insieme a
Mike Flanagan (di cui vedremo presto al cinema
The Life
of Chuck).
La Ballata di un piccolo giocatore (Ballad of a Small Player), diretto da Edward
Berger e con protagonisti
Colin Farrell, è uno dei film più enigmatici e poetici degli
ultimi anni. Ambientato nel mondo opaco del gioco d’azzardo a
Macao, racconta la discesa agli inferi di un uomo divorato dal
vizio e dal senso di colpa. Il suo finale, sospeso tra sogno e
redenzione, ha lasciato molti spettatori con un dubbio:
Doyle è morto o si è
salvato? E cosa rappresenta davvero il gesto che compie
negli ultimi minuti?
Di
seguito analizziamo il finale del film e le sue possibili
interpretazioni.
Il
crollo di Doyle: tra debiti, fantasmi e disperazione
Il
finale di La Ballata di un piccolo giocatore era
pazzesco. Dopo una serie di perdite al tavolo da gioco, il
protagonista, Lord Doyle, non riusciva più a pensare lucidamente.
Aveva bevuto troppo champagne. Il suo cuore debole gli inviava
segnali di allarme. E per di più era perseguitato dai fantasmi del
suo passato, da tutte quelle persone che aveva offeso e
derubato.
Per farla breve, nella vita di Doyle non andava tutto bene e lui
voleva sistemare le cose. Voleva ripagare i suoi debiti, ma per
farlo aveva bisogno di soldi e, ironia della sorte, per procurarsi
i soldi doveva vincere. È un circolo vizioso, capite. E quando non
c’era più alcuna speranza, una donna entrò nella sua vita.
Dao Ming era una broker che prestava denaro ai giocatori d’azzardo
a Macao. Avrebbe potuto aiutare Doyle, ma non voleva più aiutare i
giocatori d’azzardo. Il motivo era che ogni volta che prestava
denaro a qualcuno, di solito finiva con il suicidio di quella
persona. Dao Ming era tormentata dal senso di colpa.
In La Ballata di un piccolo giocatore, uno dei suoi
debitori si suicidò gettandosi da un ponte, lasciando Dao Ming
devastata. Non voleva vivere una vita in cui contribuiva a
distruggere quella degli altri, e così si gettò in mare il primo
giorno del festival degli spiriti affamati.
Sì, era la stessa notte in cui Doyle stava cercando con tutte le
sue forze di convincere Dao Ming a prestargli dei soldi, ma lei
aveva già preso la sua decisione. Prima di lasciare il mondo dei
vivi, voleva trascorrere un po’ di tempo con un altro essere umano,
cosa che fece condividendo un momento di tranquillità con Doyle
sulla spiaggia.
Quando Doyle si svegliò sulla panchina della spiaggia, Dao Ming se
n’era già andata. Tuttavia, se si rivede questa scena, si notano
alcune persone vicino alla riva che gridano, ed è possibile che
abbiano trovato il corpo di Dao Ming, ma Doyle non sembrava
preoccupato di controllare, dato che aveva già troppi problemi
suoi.
Prima di uccidersi, Dao Ming aveva scarabocchiato il numero “31 07
2005” sul palmo della mano di Doyle. Era una data, ma Doyle non
sapeva esattamente cosa significasse. Se dovessi azzardare
un’ipotesi, potrebbe essere la data in cui suo padre è morto perché
lei aveva rubato dei soldi da casa, o forse il giorno in cui sua
madre ha rifiutato i soldi che lei aveva mandato a casa, sperando
di essere perdonata se li avesse restituiti.
Ironia della sorte, alla fine Doyle ha cercato di fare la stessa
cosa, ma tornerò su questo punto più avanti.
Quindi, Doyle non sapeva cosa significasse quella sequenza di
numeri. Ma ha trovato una cartolina dell’isola di Lamma
nell’appartamento di Dao Ming. Sulla cartolina era disegnata una
capanna di legno e, più avanti nel film, abbiamo visto Doyle
visitare quella capanna.
Tuttavia, la domanda è: ha visitato davvero quell’edificio o Doyle
se l’è immaginato? Ora, se avete visto il film, sapete che Doyle ha
immaginato un sacco di cose poco dopo aver avuto un infarto. Ha
immaginato di pranzare con Dao Ming, ma sappiamo che non poteva
essere successo.
È
possibile che Doyle sia morto in quel ristorante e che tutto ciò
che abbiamo visto sullo schermo dopo il suo infarto non fosse altro
che il suo tentativo di dare un senso a una vita trascorsa invano
durante i suoi ultimi momenti (o di pensare a come avrebbe potuto
essere la sua vita mentre era bloccato nell’inferno buddista o Naraka).
Oppure, come suggerisce il finale di La Ballata di un piccolo
giocatore, Doyle è sopravvissuto all’infarto ed è riuscito in
qualche modo a raggiungere la capanna di Dao Ming sull’isola di
Lamma, dove ha usato il numero per aprire il lucchetto del capanno
e ha trovato due borse piene zeppe di soldi.
In seguito, ha usato gli stessi soldi per vincere una serie di
partite a Macao e diventare il giocatore d’azzardo più fortunato
del mondo. Ma questo mi sembrava troppo inverosimile. Voglio dire,
sembrava più la storia che l’amico di Doyle, Adrian, gli aveva
raccontato.
Quando Doyle andò a prendere dei soldi da Adrian, questi gli
raccontò la storia di un giocatore d’azzardo che si era svegliato
nell’aldilà e aveva vinto ogni singola mano al casinò. Non
rispecchia forse ciò che Doyle è realmente? È morto di infarto e
poi si è svegliato nell’aldilà per vincere ogni mano in modo da
poter ripagare i suoi debiti?
Tuttavia, se consideriamo la possibilità che Doyle sia morto nel
ristorante, allora è difficile spiegare come abbia scoperto di Dao
Ming, perché questa rivelazione lo ha colpito proprio alla fine del
film. Forse Doyle sapeva della sua morte fin dall’inizio, ma la sua
mente ha semplicemente bloccato l’informazione perché non era
pronto ad accettare la verità.
Colpa, redenzione e illusione: il senso del finale
Credo che in realtà Doyle sia sopravvissuto all’infarto e abbia
trovato i soldi che Dao Ming aveva nascosto in casa. Ma Doyle era
troppo tormentato dal senso di colpa per usare quei soldi e
perderli tutti.
Ha immaginato di vincere ogni mano giocata al casinò per diventare
ricco, proprio come aveva sempre sognato. Quelle due borse erano
rimaste nella stanza mentre Doyle lottava con i demoni nella sua
testa. E quando finalmente è stato soddisfatto della sua vittoria,
ha deciso di restituire i soldi che aveva rubato, pensando che Dao
Ming lo avrebbe perdonato se li avesse restituiti.
Che ingenuo. Nel finale di Ballad of a Small Player, è tornato al Rainbow Casino,
dove le rivelazioni della nonna sulla morte di Dao Ming hanno
riportato Doyle alla realtà. È vero che tutta questa situazione di
“immaginazione mescolata alla realtà” aveva aiutato Doyle a
riprendersi dalla sua dipendenza dal gioco d’azzardo, ma era
impossibile per lui saldare i suoi debiti con Dao Ming.
Ma poi si ricordò della sua ultima interazione con Dao Ming e
credette che forse non sarebbe stato in grado di ripagarla, ma
c’era un modo per rendere il suo ultimo omaggio alla donna che gli
aveva mostrato la strada giusta nella vita.
Il significato del gesto finale di La Ballata di un piccolo
giocatore (Ballad of a Small
Player): bruciare il denaro come offerta
La sera in cui Doyle era uscito con Dao Ming, lei gli aveva parlato
del Giorno dei Fantasmi, in cui la gente bruciava offerte per i
defunti. Dao Ming era l’unica amica che Doyle avesse. Era la prima
relazione pura che avesse instaurato dopo tanto tempo e non poteva
semplicemente lasciarla andare.
Desiderava ardentemente saldare i suoi debiti per poter ricucire il
suo rapporto con Dao Ming, anche se ora era consapevole che lei se
n’era andata da tempo. Durante il Giorno dei Fantasmi, Doyle tornò
al tempio e bruciò entrambe le borse di denaro per fare un’offerta
a Dao Ming.
Se crediamo che il denaro che Dao Ming aveva nascosto nella sua
baracca fosse vero, allora è possibile che fosse lo stesso
pacchetto di contanti che lei aveva mandato a sua madre, ma che lei
aveva rifiutato di prendere e le aveva restituito. Per senso di
colpa, Dao Ming non lo aveva mai usato, lo aveva solo nascosto,
cercando di dimenticare le cose che aveva fatto in passato.
Ma il problema con il passato è che più cerchi di fuggirlo, più
velocemente ti raggiunge. Dao Ming si è sempre incolpata per la
morte di suo padre. Lui morì di crepacuore perché Dao Ming aveva
rubato dei soldi ai propri genitori. E nel presente, tutti i
giocatori d’azzardo a cui aveva prestato denaro si erano tolti la
vita, il che potrebbe aver convinto Dao Ming di essere stata
maledetta dagli spiriti affamati.
Per sfuggire ai suoi demoni, si era suicidata, e credo che quando
Doyle le aveva rubato il denaro, fosse perseguitato dagli stessi
fantasmi, che alla fine gli avevano fatto capire che il gioco
d’azzardo è come uno spirito affamato. Più lo nutri, più diventa
affamato. L’unico modo per affamarlo è smettere di nutrire il male
e allontanarsi o bruciare tutto.
Se credi che sia questo ciò che è realmente accaduto, allora in un
certo senso la morte di Dao Ming ha impedito a Doyle di distruggere
il resto della sua vita. Bruciando quei soldi e rinunciando al
gioco d’azzardo, ha dato a Dao Ming la pace che lei desiderava
nell’aldilà.
A
mio parere, questo è un modo ottimistico di vedere il finale.
Una chiusura aperta: redenzione o condanna?
Tuttavia, resta un dubbio di fondo: Doyle ha davvero trovato la
pace o è rimasto intrappolato in un ciclo di illusioni? Il film non
offre risposte certe, e proprio per questo il suo epilogo risuona
così a lungo nello spettatore.
La Ballata di un piccolo giocatore (Ballad of a Small Player) non è solo la storia di un
uomo che cerca di redimersi, ma anche una riflessione sulla
dipendenza, la colpa e la possibilità di perdono. Che Doyle sia
vivo o morto, ciò che conta è che finalmente ha smesso di giocare —
e nel suo gesto finale, tra le fiamme e la notte, ha ritrovato un
briciolo di umanità.
La ballata di
Stroszek è il film del 1977 diretto da Werner
Herzog con protagonisti Bruno S., Clemens Scheitz,
Eva Mattes.
La ballata di Stroszek:
trama
Bruno Stroszek è un ritardato che
per vivere fa il musicista di strada in una cupa e inospitale
Berlino. Uscito dal carcere dopo una breve reclusione per futili
motivi, riallaccia un rapporto con Eva, prostituta maltrattata dal
suo rozzo protettore. Il loro è uno scambio tra disperati: lei
aiuta lui ad allontanarsi dall’alcol e lui le dà un riparo,
diventando però oggetto di vessazioni da parte del protettore di
lei e di un suo compare.
Stroszek è avvilito e viene
incoraggiato dal vecchio vicino di casa, Scheitz ad andare lì e
lasciare per sempre quella vitaccia. Così Bruno ed Eva lasciano
Berlino e provano l’avventura insieme nel “nuovo mondo”.
Ma da ciò che si è non si può mai
fuggire, neppure oltreoceano, e anche nel Wisconsin la sfortuna e
le disgrazie riescono a trovarli.
La ballata di Stroszek, il
film
La ballata di
Stroszek (il cui titolo originale è semplicemente
Stroszek) è un film del 1977 diretto da Werner Herzog, uno dei suoi
rari film ambientati nella società moderna. Questa pellicola
propone una storia malinconica e dal finale drammatico in cui
Herzog non lascia il minimo spazio all’ottimismo e alla speranza.
La sfortuna quindi non abbandona mai gli sfortunati, sembra dirci
il regista, nemmeno nella terra della speranza, quell’America che a
sua volta mostra un volto freddo, per niente diverso da quella
Berlino che il povero Bruno e la sua compagna di sventure Eva
avevano abbandonato carichi di belle attese.
Anche in questo film il regista
tedesco da spazio agli animali, mostrandone le strambe esibizioni
in alcuni giochi a gettone di un Luna park. Anche quegli animali,
così maltrattati per divertire il pubblico, sembrano essere vittime
di una vita che si prende gioco di loro e li tortura.
Bruno è interpretato da Bruno S.,
al suo secondo film con Herzog dopo L’enigma di Kaspar Hauser
(1974), dove pure interpreta un ritardato trovatello che migliora
gradualmente al contatto con la civiltà.Dietro la sua scelta per
questo film c’è un curioso aneddoto, dal quale scaturisce la
nascita del lungometraggio stesso. Herzog aveva deciso di affidare
a Bruno il ruolo di protagonista in Woyzeck (altra storia di un
ritardato schernito dalla società, realizzata nel 1979), ma pochi
giorni prima dell’inizio delle riprese decise che il ruolo dovesse
essere di Klaus Kinski. Lo comunicò a Bruno ma questi gli rispose
che aveva già preso un periodo di permesso dall’acciaieria nella
quale lavorava. Dispiaciuto Herzog allora scrisse, in soli 3 giorni
e mezzo, la sceneggiatura di Stroszek modellando la figura del
protagonista proprio su Bruno S., in maniera tale da confondere
quasi le due identità.
L’appartamento berlinese di
Stroszek e i suoi strumenti sono effettivamente quelli di Bruno,
che li aveva comprati grazie al compenso per il film L’enigma di
Kaspar Hauser. Anche il meccanico americano è effettivamente il
meccanico di quell’officina. Questi accorgimenti, insieme al fatto
che i personaggi hanno lo stesso nome degli attori, creano un
particolare miscuglio tra realtà e invenzione, dando al film il
sapore del documentario.
Pure il vecchio vicino Scheitz è un
attore dilettante: trattasi di Clemens Scheitz, che ha recitato in
altri tre film di Herzog in quegli anni: L’enigma di Kaspar Hauser
(1974), Cuore di vetro (1976) e Nosferatu, principe della notte
(1978).
Eva è invece l’unica protagonista
interpretata da un’attrice professionista: Eva Mattes, che con
Werner Herzog ha anche avuto una relazione sentimentale, dalla
quale nel 1980 è nata una figlia: Hanna Mattes.
C’è anche una tragica leggenda che
lega questo film al mondo della musica: si narra infatti che il
cantante dei Joy Division, Ian Curtis, lo abbia visto prima di
togliersi la vita.
È stato diffuso il trailer
di La Ballata di Buster Scruggs, il nuovo
film dei fratelli Coen che, dopo aver vinto a
Venezia 75 il premio alla migliore sceneggiatura,
è pronto per sbarcare su Netflix, a partire dal 16 novembre.
Ecco di seguito il trailer:
La Ballata di Buster
Scruggs, recensione di Ethan e Joel
Coen
La Ballata di Buster Scruggs è un Western antologico in sei
parti, una serie di racconti sulla frontiera americana narrati
dalle voci uniche e inimitabili di Joel e Ethan Coen. Ogni capitolo
racconta una storia diversa sul West americano.
Diretto da Paula van der Oest da
una sceneggiatura di Caroline Goodall, basata
sull’omonimo romanzo del 1986 di Lisa St Aubin de
Terán, il film La baia del silenzio è un
thriller che indaga sui misteri che si annidano in una
famiglia, portando alla luce i segreti più inconfessabili. Passato
grossomodo in sordina, nonostante l’interessante cast di attori
coinvolti, è questo un film che fa dunque dei colpi di scena e
delle menzogne dell’apparenza i suoi elementi cardine.
“Quando ho letto la
sceneggiatura de La baia del silenzio vi ho visto una storia molto
avvincente, sia thriller che dramma con temi profondamente
interessanti. – ha raccontato la regista – Si tratta di
oltrepassare i confini, si tratta di famiglia e si tratta di arte.
Quando inizi una relazione, vuoi davvero sapere tutto dell’altra
persona? Un po’ di mistero non aiuta il romanticismo?”. Si
tratta dunque di un titolo per certi aspetti simile al film L’amore
bugiardo – Gone Girl, di David
Fincher.
Entrambi questi titoli puntano
dunque a suscitare un certo timore nello spettatore, che si troverà
a porsi importanti interrogativi una volta terminata la visione. In
questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali
curiosità relative a La baia del silenzio.
Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare
ulteriori dettagli relativi alla trama, al
cast di attori e alla spiegazione del
finale. Infine, si elencheranno anche le principali
piattaforme streaming contenenti il film nel
proprio catalogo.
Claes Bang e Brian Cox in La baia del silenzio
La trama e il cast di La
baia del silenzio
Protagonista del film è
Will, un uomo che in seguito alla misteriosa
scomparsa di sua moglie Rosalind e suo figlio
intraprende una forsennata ricerca in tutta Europa. Li individua in
un remoto villaggio in Francia, ma il sollievo si trasforma in
orrore quando Will scopre che suo figlio è misteriosamente morto.
Mentre il mistero dietro le azioni di sua moglie inizia a prendere
una forma oscura e minacciosa, Will si propone di scoprire la
verità sulla scomparsa della donna e sulla tragica morte di suo
figlio, a qualunque costo.
Ad interpretare Will vi è l’attore
Claes Bang, noto per aver recitato nei film
The
Square, The
Northman ed aver interpretato il vampiro protagonista
della miniserie NetflixDracula. Accanto a lui, nel ruolo
della moglie Rosalind vi è invece l’attrice Olga Kurylenko, divenuta nota come bond girl
in Quantum of Solace e distintasi poi anche in
To the Wonder, Oblivion e
Black Widow. Nel ruolo del
patrigno Milton, invece, vi è Brian Cox, ora noto per il ruolo di Logan Roy
in Succession.
Nel corso del film, Will scopre
tramite sua suocera Vivian che l’instabilità mentale di Rosalind è
legata allo stupro da lei subito a quattordici anni. Al fine di
proteggere sua moglie, Will accetta poi con riluttanza la versione
secondo cui il figlio sarebbe morto in un incidente d’auto,
orchestrata dal potente patrigno di lei, Milton, noto mercante
d’arte. Ma Will non riesce a farsene una ragione di tutta quella
vicenda e continua dunque ad indagare segretamente sul mistero del
passato della moglie.
Nel far ciò, ritrova la balia Candy,
che lo aiuta a ricostruire ciò che è accaduto la notte in cui è
morto suo figlio e scopre l’identità del misterioso Pierre Laurent,
che possiede la chiave dei segreti di Rosalind. Quando un Will
disarmato affronta un Milton vendicativo, è Rosalind, con un
drammatico colpo di scena, a decidere il destino di Milton. Infine,
i due tornano alla Baia del Silenzio, in Liguria, dove la loro
storia è iniziata, per scoprire se l’amore può vincere tutto.
Il trailer di La baia del
silenzio e dove vedere il film in streaming e in TV
Sfortunatamente il film non è
presente su nessuna delle piattaforme streaming attualmente attive
in Italia. È però presente nel palinsesto televisivo di
venerdì 14 giugno alle ore 21:20
sul canale Rai 4. Di conseguenza, per un limitato
periodo di tempo sarà presente anche sulla piattaforma Rai
Play, dove quindi lo si potrà vedere anche oltre il momento
della sua messa in onda. Basterà accedere alla piattaforma,
completamente gratuita, per trovare il film e far partire la
visione.
La baia del
silenzio è il
film thriller britannico-olandese del 2020 diretto da
Paula van der Oest da una sceneggiatura di
Caroline Goodall, basata sull’omonimo romanzo del
1986 di Lisa St Aubin de Terán. Il film è interpretato da
Claes Bang,
Olga Kurylenko, Alice Krige, Assaad Bouab e
Brian Cox.
Cosa succede ne La baia del
silenzio?
Rosalind e Will vivono una vita
invidiabile a Londra. Lei è una celebre artista, lui un affidabile
ingegnere e un volenteroso patrigno per le due figlie gemelle di
otto anni. Quando la difficile nascita del loro figlio, Amadeo,
scuote il mondo attentamente calibrato di Rosalind, lei scompare
improvvisamente con i figli e la giovane tata Candy. Will sospetta
un collegamento con una valigia appena arrivata dalla Francia,
piena di negativi fotografici sbiaditi.
Lancia una ricerca frenetica in
tutta Europa e le individua nella casa sulla scogliera della
Normandia dello zio fotografo morto di Rosalind. Ma il sollievo si
trasforma in orrore quando scopre che suo figlio è misteriosamente
morto. Nascosta nella casa fatiscente, Rosalind è troppo
traumatizzata per riconoscerlo, le gemelle parlano per enigmi e
Candy è scomparsa. Un Will disperato vede due opzioni: denunciare
la tragedia e rischiare che la moglie venga accusata di omicidio o
insabbiare il tutto e proteggere la sua famiglia.
Incapace di credere che la moglie
sia colpevole, Will seppellisce segretamente Amadeo nel cuore della
notte e fugge dalla Francia con la famiglia in una clinica di
montagna svizzera per aiutare Rosalind a riprendersi. Quando Will
si confida con la madre di lei, Vivian, questa gli confessa che
l’instabilità mentale di Rosalind è legata allo stupro subito a
quattordici anni. Will accetta a malincuore la “storia di
copertura” di un incidente d’auto, orchestrata dal suo potente
patrigno mercante d’arte, Milton, per proteggere Rosalind.
Rosalind torna a casa, ma è Will
che non riesce a tornare alla “normalità”. Egli vaga per Londra,
indagando segretamente sul mistero del passato della moglie, finché
la sua ossessione e il suo dolore spingono la vulnerabile Rosalind
a rifugiarsi da Milton. In una corsa contro il tempo, Will ritrova
la Candy scomparsa che lo aiuta a ricostruire ciò che è accaduto la
notte in cui è morto suo figlio e scopre l’identità del misterioso
Pierre Laurent, che possiede la chiave dei segreti di Rosalind.
Quando un Will disarmato affronta un Milton vendicativo, è
Rosalind, con un drammatico colpo di scena, a decidere il destino
di Milton. Infine, i due tornano alla Baia del Silenzio, in
Liguria, dove la loro storia è iniziata, per scoprire se l’amore
può vincere tutto.
La spiegazione finale svela gli
oscuri segreti sepolti
Il finale di “La baia del silenzio”
rivela molto sui personaggi e sul loro passato. Quando Will scopre
gli oscuri segreti sepolti dalla moglie Rosalind (Olga
Kurylenko) e dalla sua gemella identica, Lily
(anch’essa interpretata da
Olga Kurylenko), affronta entrambe le sorelle.
Rosalind ha avuto un passato
violento e mentalmente squilibrato, mentre per tutto il tempo ha
fatto il filo a Lily. Il film raggiunge il suo culmine con un
violento confronto tra i personaggi che porta alla morte di
Rosalind.
Alla fine, Will deve affrontare le
conseguenze di queste rivelazioni e il dolore per la perdita della
moglie. Il film si conclude con una nota ambigua, che lascia molto
da contemplare riguardo alle complessità della mente umana e alle
conseguenze delle azioni compiute in passato.
The Bay of Silence ha ricevuto recensioni generalmente
negative da parte della critica. A partire dall’ottobre 2021, il
52% delle 31 recensioni raccolte su Rotten Tomatoes sono positive,
con un voto medio di 5,4/10. Il consenso della critica del sito
recita: “Le interpretazioni impegnate di La baia del silenzio
possono essere sufficienti per gli appassionati di thriller, ma la
sua trama ricca di colpi di scena si aggiunge a una vicenda
confusa.
Pedro Almodovar ha scelto la
protagonista femminile che affiancherà Antonio Banderas
nell’annunciato La piel que abito. Si tratta della 35enne Elena
Anaya…
Le streghe sono tra le figure più
celebri della cultura popolare, con una lunghissima tradizione
evolutasi nel tempo. Il cinema non ha certo mancato di raffigurarla
in molteplici occasioni, spesso donando loro diversi valori. Solo
negli ultimi anni, ad esempio, le streghe sono state al centro di
film come The
Witch (2015), Autopsy
(2016), Suspiria
(2018), Le streghe (2020) e Gretel e
Hansel (2020). Un altro film che ha raccontato tale figura
è lo spagnolo La abuela – Legami di sangue,
diretto nel 2021 dal regista Paco
Plaza, noto anche per aver diretto gli horror Rec
(2007) e i suoi due seguiti, Veronica (2017) e
Sorella morte (2022).
Con La abuela – Legami di
sangue, Plaza si concentra dunque sulle streghe,
utilizzandole però più come pretesto per dar vita ad un racconto
soprannaturale ma fortemente incentrato su temi molto umani, quali
la vecchiaia e la malattia. Il regista, insieme allo sceneggiatore
Carlos Vermut, affronta infatti l’orrore
dell’invecchiamento e la necessità di assistenza agli anziani,
riflettendo dunque anche sul desiderio di eterna giovinezza. Tutte
queste tematiche vengono però calate all’interno di un contesto
orrorifico che porta dunque da un lato a provare forti spaventi e
dall’altro ad innescare una serie di riflessioni.
Per gli amanti del genere, in ogni
caso, si tratta di un buon horror firmato da uno dei maestri
europei di questo genere. Motivo per cui è bene non farselo
sfuggire. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle
principali curiosità relative a La abuela – Legami di
sangue. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti
possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla
trama, al cast di attori e alla
spiegazione del finale. Infine, si elencheranno
anche le principali piattaforme streaming
contenenti il film nel proprio catalogo.
La trama e il cast di La abuela – Legami di sangue
Protagonista del film è
Susana, una giovane modella spagnola che vive e
lavora a Parigi. La ragazza è rimasta orfana da bambina e a
crescerla è stata la sua amata nonna Pilar. Quando
quest’ultima viene ricoverata d’urgenza per un ictus, Susana torna
a Madrid per prendersi cura di lei. Tuttavia Pilar mette, vittima
di incubi terribili e di spaventose allucinazioni, mette a dura
prova la resistenza di Susana. Le cose iniziano poi ad acquisire
risvolti sempre più inquietanti quando una ragazza di nome
Eva si presenta da lei, sostenendo di conoscerla
fin dall’infanzia, anche se Susana non ne ha memoria. Da quel
momento il mistero si infittisce, conducendo ad orribili
scoperte.
Ad interpretare Susana vi è
l’attrice Almudena Amor, la quale ha esordito
recitando nel lungometraggio Il capo
perfetto, con Javier Bardem, grazie al quale ha ricevuto una
nomination al Premio Goya come migliore attrice esordiente. Oltre a
La abuela – Legami disangue, è
poi stata anche tra i protagonisti di un altro horror di
Paco Plaza, ovvero
Sorella morte. Accanto a lei, nel ruolo della nonna Pilar,
vi è invece l’attrice Vera Valdez, mentre
l’attrice ucraina Karina Kolokolchykova, nota per
la serie Servir y Proteger, interpreta Eva. Marina
Gutiérrez, infine, è Adela, la donna che Susana assume
perché accudisca sua nonna.
La spiegazione del finale del film
Verso il finale del film,
Susana è più sconvolta che mai per la malattia
della nonna, ma proprio quando la situazione sembra priva di vie
d’uscita, l’anziana muore improvvisamente. Questa morte dura in
realtà molto poco, in quanto la donna si risveglia e inizia a usare
i suoi poteri sovrannaturali per completare un rito che scatena uno
scambio dei corpi fra le due donne. Pilar,
infatti, aprendo la bocca trasferisce la sua anima nel corpo di
Susana, di cui dunque si impadronisce. Un dipindo presente
nell’abitazione, che inizialmente mostrava una giovane Pilar, vede
invece ora raffigurata Susana.
Poco dopo riappare
Eva, la quale si era in precedenza rivelata essere
nipote di un’amica della nonna, Julita,
recentemente scomparsa dopo un decorso molto simile a quello
vissuto dell’anziana. Dal modo in cui le due si guardano e si
accarezzano con fare intimo, lasciando immaginare non solo un
sentimento amoroso, ma anche che Eva sia in realtà l’amica di Pilar
che ha a sua volta preso possesso del corpo della nipote. Così
facendo, le due hanno sostanzialmente modo di rimanere eternamente
giovani e vivere per sempre l’amore che le unisce.
Le due streghe, dunque, passano da
un corpo all’altro attraverso una maledizione che si attiva il
giorno del compleanno del corpo ricevente. Anni prima, quando
Susana ed Eva erano piccole, avevano eseguito il rituale su di
loro, per assicurarsi il controllo delle due ragazze fino al
momento in cui avrebbero potuto entrare nei loro giovani corpi. Il
piano doveva entrare in vigore il giorno del 25° compleanno di
Susana, ma il fatto che quest’ultima si fosse trasferita lontano
per lavoro metteva a rischio questa possibilità. Per questo Pilar
inscena la sua emorragia cerebrale, facendo sì che la nipote
tornasse da lei.
Il passaggio dell’anima malvagia di
Julita nel corpo di Eva era invece già avvenuto qualche giorno
prima, come dimostra la scena iniziale del film, in cui osserviamo
Pilar felice di vedere Eva nuda e giovane: sa che dentro quel corpo
c’è l’anima della sua amante Julita, e sa che presto anche lei avrà
un corpo giovane e bello con cui le due potranno ricominciare a
condividere la loro vita. La bambola matrioska che appare nella
scena iniziale è dunque il simbolo della donna che ne contiene
altre al proprio interno e che si rinnova di generazione in
generazione.
Le due giovani donne sono quindi
predestinate a quell’infausto ruolo di contenitori promessi per le
anime malvagie delle due streghe. Il rito compiuto su di loro le ha
segnate a vita, in quanto le due giovani credono di vivere una vita
propria, ma la verità è che le nonne tengono tutto sotto controllo
affinché la loro vita rimanga coerente con lo scopo per cui vivono.
Eva e Susana, dunque, vivono due vite manipolate e usate dalle due
nonne per il loro piano malvagio. Un piano che è destinato a non
avere mai fine.
Il trailer di La abuela – Legami di
sangue e dove vedere il film streaming e in TV
È possibile fruire di La
abuela – Legami di sangue grazie alla sua presenza su
alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in
rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di
Rai
Play e Prime Video. Per vederlo, una volta
scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo
film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di
guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film
è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 27 marzo alle ore
21:20 sul canale Rai 4.
Il regista Spike
Lee ha realizzato nel corso della sua carriera numerosi
lungometraggi di grande impatto culturale e sociale. Dal recente
BlacKkKlansman a titoli
come Fa’ la cosa giusta, Malcolm X e La 25a
ora. Proprio quest’ultimo, uscito al cinema nel 2002,
è tutt’ora giudicato come uno dei suoi migliori film, una storia
particolarmente drammatica che coniuga la fine della libertà di un
uomo a quella di una città, se non del mondo intero. Presentato con
successo nel concorso al Festival di Berlino, il film ha
conquistato ampie lodi per la forza visiva e narrativa con cui sono
comunicate le sue tematiche.
Alla sceneggiatura del film vi è
David Benioff (oggi noto per essere uno degli
ideatori di Il Trono di Spade), il quale ha così
personalmente curato l’adattamento del suo omonimo romanzo,
pubblicato nel 2001. Nel momento in cui il film prendeva vita,
però, New York veniva sconvolta dall’attacco alle Torri Gemelle del
11 settembre. Lee decise pertanto di apportare una serie di
aggiunte alla sceneggiatura, convinto che non si potesse far finta
che la città non avesse subito cambiamenti. La 25a ora
divenne così il primo film a mostrare Ground Zero, la zona dove
sorgevano le Torri Gemelle.
Il film diventa dunque il manifesto
di un’umanità smarrita in un contesto quantomai incerto e in crisi.
Nel tempo il titolo è poi diventato sempre più popolare, sia per i
suoi contenuti che per alcuni particolari in esso presenti. Prima
di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile
approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo.
Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare
ulteriori dettagli relativi alla trama, al
cast di attori e al celebre
monologo recitato dal protagonista. Infine, si
elencheranno anche le principali piattaforme
streaming contenenti il film nel proprio catalogo.
La 25a ora: la trama del
film
Protagonista del film è
Monty Brogan, spacciatore di New York, fidanzato
con la bella portoricana NaturelleRiviera e sempre accompagnato dai suoi
inseparabili amici Jacob Elinsky e Frank
Slaughtery. La sua vita prende una svolta inaspettata
quando, in seguito ad una soffiata, la polizia si reca presso il
suo appartamento trovandovi numerosi contanti e chili di droga.
Monty viene così condannato a sette anni di carcere e si trova a
dover dire addio a tutto il suo mondo. Nella sua ultima giornata di
libertà, egli decide di vivere quante più esperienze possibili.
Riflettendo su quanto capitatogli, Monty non potrà far altro che
andare incontro al suo destino.
La 25a ora: il cast del
film
Originariamente, l’attore Tobey Maguire
espresse grande interesse a ricoprire il ruolo di Monty Brogan.
Tuttavia, quando egli fu scelto per interpretare Peter Parker in
Spider-Man, si tirò indietro dal progetto, rimanendovi
però in qualità di produttore. Per dar vita al protagonista venne
così scelto Edward Norton,
il quale fu così affascinato dal personaggio da curarlo in ogni suo
aspetto. Norton richiese anche di poter avere, tramite il trucco,
il picco della vedova all’attaccatura dei capelli, proprio come
descritto da Benioff nel libro. Per il ruolo del padre di Monty, si
ritrova il noto attore Brian Cox.
L’attrice Rosario Dawson
interpreta Naturelle, personaggio per il quale era stata
considerata anche la cantante Alicia Keys. Per la
parte dei due migliori amici di Monty, Lee scelse invece
Barry Pepper, attore allora poco conosciuto, come
Frank, e il futuro premio Oscar Philip Seymour
Hoffman per Jacob. Per quanto riguarda il ruolo di Mary
D’Annunzio, la studentessa che Jacob ama segretamente, fu scelta
Brittany Murphy, che però fu subito licenziata
perché non mostrava l’impegno necessario. Per sostituirla fu scelta
quindi la premio Oscar Anna Paquin.
Il monologo di La 25a ora,
il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV
Tra gli elementi di maggior fama del
film vi è senza dubbio il lungo monologo in cui Monty, non
capacitandosi della sua colpa, inizia ad insultare un lungo elenco
di persone ed etnie, rendendosi però infine conto che l’unico a cui
dover dare la colpa di quanto accaduto è sé stesso.
Originariamente, Benioff non aveva incluso tale monologo nella
sceneggiatura finale, convinto che non fosse adattabile per il
grande schermo. Lee lo convinse invece ad inserirlo, affermando di
poter trovare la giusta messa in scena per questo. Ad oggi,
infatti, è una delle scene più iconiche del cinema dal Duemila ad
oggi.
Per rivedere questa è l’intero film,
è possibile fruire della sua presenza su alcune delle più popolari
piattaforme streaming presenti oggi in rete. La 25a
ora è infatti disponibile nei cataloghi di
Microsoft Store e Apple
TV+. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di
riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un
abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale
comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso
di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui
guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto
televisivo di lunedì 31 luglio alle ore
22:50 sul canale Rai 4.
La 20th Century Fox
ha ribegoziato gli accordi con IMAX per la
distribuzione di alcuni dei sui prossimi film, tra cui
Predator e Alita: Battle
Angel. Trai titoli elencati nell’accordo tra le parti
spicca però anhce un nuovo film Marvel senza ancora un titolo.
Al momento Wolverine 3, con Hugh Jackman, è previsto per il 2017,
mentre due Untitled Marvel Movies sono previsti
per il 2 marzo 2018 e il 29 giugno 2018. Al momento alla Fox sono
in sviluppo Deadpool 2, New
Mutants, Gambit e un sequel
per Fantastic Four, oltre al biopic su
Stan Lee. C’è anche un nuovo capitolo
del franchise degli X-Men in sviluppo, con a capo
Bryan Singer e Simon Kingerg e
del quale si sa soltanto che sarà ambientato negli anni ’90 e che
potrebbe raccontare la storia della Fenice Nera con protagonista
Sophie Turner.
Potrebbe essere molto plausibile che
la data per l’IMAX vista nell’accordo potrebbe
essere riferita a Deadpool 2 con
protagonista Ryan Reynolds, perché dei film in
cantiere è quello con una produzione in stato più avanzato, ma si
potrebbe anche ipotizzare un nuovo titolo non ancora
annunciato.
In Italia il mercato dei
cortometraggi è sempre stato – a voler essere buoni – limitato,
oltre che limitante. E questo tralsciando il tripudio di visibilità
(molto spesso aggratiss) che il web garantisce. Senza dubbio, il
mercato di cui può beneficiare un lungometraggio (per ovvie
ragioni) non potrà mai (?) essere lo stesso di un cortometraggio.
Eppure qualcosa – non solo oggi, c’è da dire – si sta muovendo.
L’associazione ‘AncheCinema’ ha diffuso un comunicato per rendere
noto di “voler lanciare una sfida al mercato del cortometraggio in
Italia con un progetto di distribuzione supportato da una specifica
App”. Dopo l’esperienza del cortometraggio “Sposero’ Nichi Vendola”
libro+DVD, (1500 copie vendute in 25 punti vendita LaFeltrinelli a
4,99 Euro), AncheCinema lancerà, il primo ottobre prossimo,
un’altra iniziativa. Si tratta di un progetto di distribuzione
“volto a dare dignita’ e mercato a storie che possano essere
raccontate contestualmente in forma letteraria, con il limite di
300 pagine, e cinematografica, attraverso il formato breve dei
cortometraggi di massimo 8 minuti”. L’intento è quello di proporsi
come “editore di cortometraggi di qualità, premiati e possibilmente
riconosciuti di nazionalità italiana dal Ministero per i Beni e le
Attività culturali”. Un progetto rivoluzionario quanto ambizioso.
Il 29 e 30 settembre prossimi, inoltre, AncheCinema organizza a
Bari il convegno “Filmaker: produrre e vendere storie”, per
simulare la produzione di un cortometraggio (con un piano
finanziario di massimo 10.000 euro), che segua l’iter ministeriale
per la richiesta di nazionalità italiana e che possa beneficiare
dell’investimento di un finanziatore utilizzando il tax credit
esterno.
Dopo i
due teaser trailer e in attesa del
DCFANDOME la WB ha diffuso alcune scena inedita
dalla Justice League Snyder Cut che mostra
la “nascita di Cyborg”. Nella sequenza finalmente possiamo ammirare
le scene di Victor Stone al liceo. Non fatevi ingannare dall’inizio
simile al trailer, subito dopo inizia la scena in questione dove
vediamo Victor Stone lottare con se stesso per superare le sue
paure e spiccare il volo come Cyborg!
Un post condiviso da DC FANDOME
(@dc__fandome) in data:
Nel film alla fine
della lotta contro Steppenwolf, Bruce Banner/Batman (Ben Affleck) e Diana Prince/Wonder Woman
(Gal Gadot) cercano di dare
ufficialmente corpo alla Justice League, cercando di stabilire una
base. Dopo anni di abbandono, Bruce decise di aprire Villa Wayne e
di farne il loro quartier generale, trasformandola ufficialmente
nella versione della Sala di Giustizia del DCEU. In base al post
condiviso da Snyder, i fan potrebbero vedere qualcosa in relazione
a Villa Wayne nella
Snyder Cut.
Vi ricordiamo che
la Snyder
Cut di Justice
League uscirà nel 2021 sulla piattaforma
streaming di Warner Bros HBO
Max che è disponibile negli USA dall’Aprile scorso.
Attualmente non sappiamo se in Italia la versione debutterà su
qualche piattaforma streaming dato che HBO MAX non è disponibile
nel nostro paese. Ma sappiamo che HBO in Italia ha un accordo in
esclusiva con SKY, dunque potrebbe essere una valida teoria pensare
che in Italia il film possa essere programmato su SKY CINEMA o su
SKY ATLANTIC. Tuttavia, quest’ultima è solo una supposizione dunque
non ci resta che aspettare ulteriori notizie.
Novità sul prossimo
traierl de Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato. Al posto di Howard
Shore, questa volta a musicare il trailer sarà la Immeditate
Music,
L’Uovo
dell’Angelo (Tenshi no Tamago /
Angel’s Egg), film d’animazione diretto da Mamoru
Oshii (1985), arriva per la prima volta nelle sale
italiane come evento speciale di una settimana dal 4 al 10
dicembre.
La nuova versione restaurata in
4K, realizzata a partire dai materiali originali in 35mm, è
stata presentata in anteprima internazionale all’ultimo Festival di Cannes, all’interno della
sezione Cannes Classics.
Mamoru Oshii, regista e
sceneggiatore, indaga nelle sue opere temi esistenziali, spirituali
e filosofici attraverso un linguaggio visivo profondamente
evocativo. Prima di raggiungere la fama internazionale con Ghost
in the Shell (1995), aveva delineato la sua poetica proprio ne
L’Uovodell’Angelo, un’opera onirica e carica di
significato.
Diventato un film di culto
dell’animazione giapponese, L’Uovo dell’Angelo è
caratterizzato da una forte componente simbolica e da un approccio
visivo e narrativo sperimentale. Ambientato in un mondo deserto e
sospeso, racconta l’incontro tra una giovane ragazza che custodisce
un uovo misterioso e un guerriero errante.
La direzione artistica e il
character design sono ad opera di Yoshitaka Amano,
illustratore e artista di fama internazionale, noto per il suo
contributo all’animazione giapponese e al mondo dei videogiochi, in
particolare per la saga di Final Fantasy.
La trama di L’Uovo dell’Angelo
Una ragazza custodisce un
misterioso uovo in un mondo desolato, ai margini di una città
gotica abbandonata. L’incontro con un enigmatico viandante dà
inizio a un viaggio simbolico e visionario, fatto di dialoghi
accennati, domande spesso senza risposta e riflessioni aperte alle
più svariate interpretazioni.
C’è da augurarsi che la
presenza e il volto di Valentina Carnelutti
possano fungere da traino per un film come L’uomo senza
colpa, dal 22 giugno distribuito al cinema da Arch Film in
collaborazione con Athena cinematografica. Nell’opera prima di
Ivan Gergolet, già vincitore del premio
Ettore Scola del Pubblico del Bifest (e passato
per i festival di Pechino, Sofia e Tallin), è lei la protagonista
di una storia tagliente, fatta di silenzi e vuoti da riempire,
nella quale la vediamo affiancata dagli ottimi Branko Zavrsan e
Enrico Inserra.
Amianto e morti sul lavoro: un dramma personale, di
tutti
Ed è lei la Angela che, a
Monfalcone, vive sola dalla morte del marito, morto di un cancro ai
polmoni causato dalla polvere di amianto respirata in fabbrica.
Addetta alle pulizie, un giorno scopre che nell’ospedale in cui
presta servizio è stato ricoverato Francesco Gorian, l’ex datore di
lavoro del marito ormai costretto a letto da un ictus e bisognoso
di assistenza.
E’ lo stesso figlio
dell’uomo a chiederle di aiutarlo a gestire la situazione e le
offre un lavoro fisso come badante nella villa fuori dalla città.
Una occasione per Angela di consumare la sua vendetta e punire
Gorian, che però – per indole ed etica – non riesce a non accudire.
Incapace di fargli del male, la donna decide per un piano
alternativo, nel quale rischia di perdere la sua migliore amica,
sua figlia, la sua dignità.
Una
storia vera, un tormento senza fine
100.000 morti all’anno e
125 milioni in totale, sono le vittime del cosiddetto ‘dramma
dell’amianto’ e di una specifica contaminazione che – nonostante
sia stato bandito nel 1992, come sottolinea lo stesso regista –
“sta facendo una strage“, anche nell’area del nord-est
italiano al confine con la Slovenia dove il film è ambientato,
anche nella sua propria famiglia, dove suo padre,”che da giovane
ha lavorato in un importante cantiere navale, ha respirato le
polveri ed è a rischio, come tutta quella generazione di
lavoratori“. Una denuncia, e insieme un tentativo di dare voce
alla richiesta di giustizia delle tante famiglie colpite, che nasce
15 anni fa, dopo il cortometraggio Polvere. E che
dalla polvere riparte, come si vede nell’allegorico e surreale
prologo di una vicenda fin troppo radicata nella verità di fatti
accaduti.
L’ambientazione
ospedaliera prima e casalinga poi ricordano quelle di tanti
thriller horror, genere con il quale – pur affrontando il tema in
maniera tanto onesta e realistica – il film ha molto in comune,
soprattutto nella sua forza di penetrazione nello spettatore. Che
Gergolet conquista con un film capace di posarsi e sedimentare
nella coscienza di ciascuno come la polvere di amianto
protagonista, di restare dentro, simbolicamente, grazie alle sue
molte suggestioni e spunti di riflessione, visto che anche
l’empatia istintiva qui non è né una risposta né un porto sicuro
dal quale osservare gli eventi.
Non
esiste vendetta più dolce
Il comportamento di
Angela è ambiguo, condivisibile ed esecrabile insieme, lei stessa è
confusa, divisa tra rabbia e pietà, vendetta e perdono, ed è
proprio qui la potenza del film, che il regista – esordiente nella
finzione, ma niente affatto privo di esperienza – costruisce
affidando alla geometria di certe inquadrature, le scenografie, le
location e il commento sonoro (per non parlare della lingua
slovena) un ruolo fondamentale. Anche nella rappresentazione del
tormento di vittime e carnefici, costretti alla stessa prigione,
forse alla stessa condanna, e per questo a specchiarsi gli uni
negli altri.
Il passato è doloroso, il
giudizio è complicato, la colpa impossibile da espiare. E così
vendetta e perdono finiscono per confondersi, rovesciarsi,
nell’abile messa in scena di Gergolet, che senza sprecare
parole racconta una donna, un uomo, due famiglie, una comunità, un
mondo, il nostro, fatto anche di recrudescenze etniche, ingiustizie
sociali (come ricorda il sentito cameo di Paolo Rossi o la paura di
affidarsi a sconosciuti alla fine della propria vita). Difficile
non farsi coinvolgere a uno – o più – di questi livelli, senza
moralismi o certezze incrollabili, o non aprire gli occhi sulla
complessità di certe situazioni, spesso nascoste nel non detto o
nell’inconscio dei sopravvissuti.
L’uomo Fiammifero Di Marco Chiarini
, 2009 Con Francesco Pannofino , Marco Leonzi , Greta Castagna,
Tania Innamorati
Trama: Nell’agosto del 1982, Simone
vive da solo col padre, dopo la morte della mamma avvenuta qualche
anno prima, in una cascina nelle campagne abruzzesi: il tempo
sembrerebbe non passare mai, ma per fortuna l’uomo fiammifero, di
cui la madre gli ha sempre parlato, dopo tanto tempo sembra stia
per tornare a realizzare i suoi sogni: aiutato dai suoi amici e
dalla bella Lorenza, Simone costruirà un mondo fantastico popolato
di straordinari personaggi, raccoglierà indizi e segni del
passaggio del suo eroe e dovrà lottare contro il terribile Rubino,
figlio del proprietario del terreno confinante che vuole dominare
tutte le terre emerse e che farebbe di tutto per impedire all’uomo
fiammifero di tornare…
Recensione:
Nel panorama desolante che ormai da
tempo caratterizza il cinema italiano, un film come L’uomo
fiammifero rappresenta quasi un piccolo miracolo; l’opera prima del
regista teramano Marco Chiarini, realizzata con pochissimi mezzi
solo grazie alla tenacia e alla volontà del suo creatore, ha
inevitabilmente sofferto di carente distribuzione nonostante i
numerosi riconoscimenti seguendo il destino di gran parte del
cinema indipendente nostrano, ma questo non ha per fortuna impedito
grazie a un notevole passaparola di consensi, che la sua poesia e
bellezza venissero dimenticate. Nell’affrontare il tema difficile
quanto inflazionato dell’elaborazione del lutto la pellicola filtra
con dolcezza il dolore attraverso gli occhi di chi era bambino nel
1982, quando la creatività non era ancora frenata dalle tecnologie
e la babysitter preferita dai genitori non era la playstation: per
impedire che la luce sul volto della madre morta anni prima
svanisca nel buio, l’undicenne Simone attende fiducioso l’arrivo
dell’uomo fiammifero di cui lei gli aveva sempre raccontato, il
mago che accende le stelle e che può tenere viva la fiamma del
ricordo.
Le noiose giornate estive nella
campagna abruzzese si trasformano così in una avventurosa caccia al
tesoro , dove amici e conoscenti sono dotati di straordinari
poteri: Dina Lampa, la bambina che per l’emozione scompare a
intermittenza, Ocram, che parla al contrario e sa far apparire un
cono alla fragola dalla bocca, Giulio Buio, che per paura di farsi
fotografare vive sempre nell’ombra e ovviamente il perfido Rubino,
figlio del proprietario del terreno confinante, “dominatore di
tutte le terre emerse”; malinconici e bellissimi sono anche lo Zio
Disco, nuovo Mastro Geppetto che parla con una voce sempre diversa
attraverso il mangiadischi in una bottega dove i giocattoli si
animano, l’uomo che rende fino il sale per farti rivivere un
momento felice della vita solo con le sue grandi mani d’argento e
infine Lorenza, la bella dagli occhi verdi, cugina del nemico, che
fa battere il cuore per la prima volta di sentimenti nuovi che non
si riescono a rivelare. Un mondo immaginario (che per certi versi
ricorda le atmosfere dell’americano Un ponte per Terabithia di
Katherine Paterson) ma che si espande in tutte le dimensioni
sulla carta col tratto delicato di una matita, nei disegni di una
mano infantile dalla creatività senza confini dove i maialini
possono volare e le lucciole illuminare il cammino, finché il gallo
che scaccia via la notte non si mette a cantare riportandoci a
quella realtà da cui avevamo tanto pregato di fuggire. L’incanto
sembra svanito quando il ragazzino brucia i suoi giocattoli e dice
addio al sogno irrealizzabile di vedere il suo eroe e tenere così
stretta l’immagine della madre, finché alla finestra
inaspettatamente ecco comparire la fiammella tanto attesa : eppure,
lui sceglie di non vedere e continuare a dormire, forse perché a
volte è sufficiente che il sogno resti tale, un rifugio dove poter
correre quando tutto va in pezzi, fuori dalla logica e dalle realtà
come le fantasie dei più piccoli.
Girato con attori non professionisti che
trovano nella loro stessa spontaneità il cuore di personaggi comuni
persi nel tempo , il film si fregia però della presenza di
Francesco Pannofino che si dimostra sempre di più un attore capace
oltre che un grande doppiatore, nel ruolo del padre vedovo e
disorganizzato di Simone: duro e severo ma allo stesso tempo
complice e dal cuore d’oro, alla fine è proprio a lui che si
mostra il grande uomo fiammifero, restituendogli la fede e la
speranza perduta dopo la morte della moglie e soprattutto, la
fiducia in suo figlio. Un film insolito, fresco e di grande
semplicità, per chi non vuole o non vorrebbe mai crescere, per chi
ha cercato e cerca ancora in segreto, tracce nell’uomo fiammifero e
dei personaggi più incredibili che abitano l’infanzia, per chi è
cresciuto anche troppo e si è smarrito nella quotidianità di un
mondo frenetico e avrebbe solo bisogno di fermarsi un momento, a
guardare fuori dalla finestra, per ricordarsi del bambino che
dentro di noi, anche se a volte pensiamo di non riuscire più a
sentirlo, dorme e fa ancora sogni meravigliosi.
Dopo il successo internazionale della prima stagione, L’uomo delle castagne torna su Netflix con Nascondino, il secondo capitolo della serie
crime danese tratta dal romanzo di Søren Sveistrup. La
nuova stagione, attesa nel 2026, riprende uno degli universi
narrativi più disturbanti e stratificati degli ultimi anni,
costruito su un equilibrio sottile tra indagine poliziesca e trauma
psicologico.
Se
la prima stagione giocava sulla scoperta e sulla rivelazione
dell’assassino, L’uomo delle castagne: Nascondino ha
un compito più difficile: non può più sorprendere con il mistero
iniziale, ma deve rilanciare. E lo fa, almeno dalle premesse,
spostando il focus dal “chi è stato” al “perché continua a
succedere”, trasformando il racconto in qualcosa di più profondo e
inquietante.
Quando esce L’uomo delle castagne
2 e a che ora sarà disponibile su Netflix
La seconda stagione de
L’uomo delle castagne:
Nascondino sarà disponibile su Netflix dal
7 maggio 2026,
segnando il ritorno di una delle serie crime europee più apprezzate
degli ultimi anni. A distanza di quasi cinque anni dalla prima
stagione, la piattaforma riporta in primo piano un titolo che aveva
colpito per atmosfera e costruzione del mistero.
Come da prassi per le produzioni originali
Netflix, tutti gli episodi verranno rilasciati contemporaneamente.
In Italia, la disponibilità è prevista dalle 09:00 del mattino, permettendo agli
spettatori di immergersi subito nella nuova indagine. Un’uscita che
punta chiaramente sul binge watching, ma che dovrà anche dimostrare
di reggere il confronto con l’impatto della prima stagione.
La trama di Nascondino: come
continua la storia dopo il finale della prima stagione
I
dettagli ufficiali sulla trama sono ancora limitati, ma il titolo
Nascondino suggerisce
già una direzione chiara: il gioco, la caccia, la dinamica tra chi
si nasconde e chi cerca. Se la prima stagione ruotava attorno a una
serie di omicidi legati a un passato oscuro, la seconda potrebbe
ampliare il raggio d’azione, trasformando il caso in qualcosa di
più sistemico.
Il punto di partenza sarà inevitabilmente l’eredità lasciata dal
finale della prima stagione di L’Uomo delle castagne. Non tanto
per riprendere direttamente la stessa indagine, quanto per
esplorarne le conseguenze. In questo senso, Nascondino potrebbe lavorare su un livello più
psicologico, mostrando come il trauma non si chiude con la cattura
del colpevole, ma continua a propagarsi.
L’idea di “nascondino” implica anche una moltiplicazione delle
prospettive: non un solo killer, ma una rete, o comunque una
dinamica più complessa in cui il confine tra vittime e carnefici si
fa meno netto. Se confermata, questa scelta porterebbe la serie
oltre il classico schema del thriller investigativo.
Il cast della stagione 2: nuovi
ingressi e ritorni nella serie Netflix
La seconda stagione vedrà il ritorno dei personaggi principali,
mantenendo la continuità narrativa che ha reso efficace la prima.
Accanto a loro, però, arrivano nuovi volti che potrebbero
ridefinire gli equilibri della serie.
Tra le novità più rilevanti ci sono Sofie Gråbøl e
Katinka Lærke
Petersen, due ingressi che suggeriscono un
ampliamento del mondo narrativo e delle linee investigative. Non si
tratta di semplici aggiunte, ma di possibili nuovi punti di vista
all’interno della storia.
Il vero nodo sarà capire come questi nuovi personaggi si
integreranno con quelli già esistenti: se come alleati, antagonisti
o elementi ambigui. Ed è proprio questa ambiguità che potrebbe
diventare uno degli elementi chiave della nuova stagione.
Trailer e cosa aspettarsi davvero
da Nascondino
Al momento non è ancora disponibile un trailer ufficiale di
Nascondino, ma è lecito
aspettarsi una campagna promozionale che punti fortemente
sull’atmosfera e sulla tensione psicologica, più che
sull’azione.
La prima stagione aveva costruito la sua forza su un senso costante
di inquietudine, legato non solo agli omicidi, ma al contesto
sociale e familiare in cui si sviluppavano. La seconda stagione
dovrà fare un passo ulteriore: non limitarsi a replicare quel tono,
ma evolverlo.
Quello che ci si può aspettare è una narrazione più consapevole,
meno centrata sulla sorpresa e più sulla costruzione del disagio.
Se L’uomo delle castagne
riuscirà a trasformare il suo immaginario in qualcosa di ancora più
disturbante e stratificato, Nascondino potrebbe confermare la serie come uno dei
crime europei più solidi degli ultimi anni.
Ecco due clip in italiano di
L’uomo che vide l’infinito, film diretto
da Matthew Brown e con protagonisti Dev
Patel,
Jeremy Irons e Devika Bhise. Il film
arriverà il 9 giugno al cinema. Ecco le
clip:
La pellicola, diretta da
Matthew Brown, è basata sul libro di
Robert Kanigel, “L’uomo che vide l’infinito –
La vita breve di Srinivasa Ramanujan, genio della matematica”
e racconta la vera storia di Srinivasa Ramanujan, interpretato
da Dev Patel (The
Millionaire), genio indiano della matematica,
completamente autodidatta. Per far conoscere al mondo
la sua mente geniale, dovrà lasciarsi alle spalle la giovane e
amata sposa Janaki, interpretata da Devika
Bhise(Un marito di
troppo) per intraprendere un lungo viaggio che
lo porterà a Cambridge, dove forgerà un forte legame con il suo
mentore, l’eccentrico professore G.H. Hardy, interpretato da
Jeremy Irons (Il mistero Von Bulow, La
corrispondenza). Sotto la guida di Hardy, il suo lavoro si evolverà
in modo tale da rivoluzionare per sempre la matematica e
trasformare il modo in cui gli scienziati spiegano il mondo.
L’uomo che vide
l’infinito sarà distribuito al cinema da Eagle
Pictures dal 9 giugno.
Approda nelle nostre sale
L’uomo che vendette la sua pelle che era già
arrivato in Italia nel 2020, presentato alla Mostra
del Cinema di Venezia nella sezione “Orizzonti”, e che è stato
poi candidato agli Oscar di quest’anno come Miglior film
internazionale: la prima pellicola tunisina a concorrere per la
categoria.
Diretto dalla regista e
sceneggiatrice Kaouther Ben Hania, già nota per
Le Challat de Tunis del 2014 e La bella e
le bestie del 2017, L’uomo che vendette la sua
pelle trae ispirazione da un evento realmente accaduto e a
cui l’autrice tunisina ha assistito in prima persona mentre
lavorava come curatrice per una mostra al Louvre del controverso
artista belga Wim Delvoye.
La trama di L’uomo che vendette la sua
pelle
L’opera d’arte dello
stesso Delvoye in esposizione negli appartamenti “Napoleone III”
consisteva nella schiena realmente tatuata di un uomo (tale Tim
Steiner), il quale sedeva immobile volgendo le spalle ai visitatori
del museo parigino. L’immagine sconvolge la regista al punto da
farle prendere la decisione d’iniziare ad elaborare il soggetto di
una storia.
L’uomo che
vendette la sua pelle diventa dunque il racconto di Sam
Ali (Yahya Mahayni), un siriano fuggito dalla guerra e che a Beirut
incontra accidentalmente un performer d’arte (Koen De Bouw) che gli
offre di realizzare il suo sogno più agognato: partire da quel
luogo terribile e approdare a Bruxelles, terra di libertà in cui
potersi anche ricongiungere con la sua amata Abeer (Dea Liane), ad
una condizione sola: che gli conceda – per l’appunto – la sua
schiena per poterne fare un’opera propria.
È interessante lo
sviluppo degli argomenti, e come la regista rifletta sul
significato del ricevere dal nulla proprio ciò che un intero popolo
desidererebbe, ma con la conseguenza di averlo ottenuto a un prezzo
molto più caro di quel che il protagonista si aspetti. In più le
tematiche che serpeggiano già al principio, guizzano fuori
dall’altezzosità del mondo onnipotente abitato da chi muove
quantità di soldi inimmaginabili, che chiaramente si approccia a
qualunque cosa come a un’opportunità di business, anche quando si
tratta della vita di un uomo che ha perso tutto, e che, pertanto, è
disposto a tutto.
Kaouther Ben Hania
parla della pelle tatuata dall’artista come di carne da macello,
sfruttata fino all’osso – è proprio il caso di dirlo –
monetizzandone la storia esattamente come se si trattasse di un
quadro qualunque. Tra l’altro, il personaggio che incarna il
cinismo del denaro è l’assistente Soraya, interpretata da Monica
Bellucci e la sua impassibile inespressività, in questo caso
perfettamente funzionale alla resa del ruolo.
La recensione di L’uomo che vendette la sua
pelle
Il siriano Sam
Ali è insomma uno strumento, e anche la sua disperazione
lo diventa, finché tutto entra in collisione con la tenuta
dell’andamento del racconto. È ovviamente chiara la finalità. E
l’idea, così come gli interpreti, sono condotti bene, unitamente a
una fotografia elegante e in tono con gli ambienti da galleria
d’arte contemporanea; ma il problema sorge quando comincia a
storcersi la plausibilità dei fatti, man mano che la trama si
sbroglia.
Kaouther Ben
Hania fa un ottimo lavoro, questo è innegabile, ma per
poter portare fino in fondo un tema di una portata tale e, di
conseguenza, della storia tessuta attorno ad esso, è necessario
mantenere la stessa intensità che muove il desiderio di partenza,
aumentando il ritmo e premendo sulla gravità di ciò che si sta
trattando. Al contrario, l’effetto finale è di un salto in un
universo di fantasia, dove ogni elemento si muove come sarebbe
bello che le cose andassero, palesando la finzione e
l’inverosimiglianza di quanto mostrato, e afflosciando la bellezza
di quello che, invece, sembrava essere stato promesso
all’inizio.
Sono terminate le riprese
de L’uomo che poteva cambiare il
mondo, secondo lungometraggio di Anne
Paulicevich, sceneggiatrice di Tango
Libre (Premio Speciale della Giuria – Festival di Venezia
2012) e di Working Girls co-diretto insieme
a Frédéric Fonteyne (film belga candidato come Miglior
Film Internazionale agli Academy
Awards 2020) con Elio Germano, Albrecht
Schuch e Fausto Russo Alesi.
Nel cast anche Linda Caridi ed
Edoardo Pesce.
La trama di L’uomo che
poteva cambiare il mondo
1938. Hitler è in visita ufficiale in Italia. Per impressionare il
suo ospite, Mussolini chiama il più autorevole archeologo italiano
a fare da guida tra i tesori del Bel Paese. L’uomo, distante dalle
posizioni del regime, si ritrova costretto ad accompagnare i due
dittatori: quattro giorni in cui la bellezza e la potenza dell’arte
diventano terreno di tensioni, ambiguità e scelte che continuano a
risuonare nel presente.
Protagonista, nel ruolo del Professore di Archeologia e Storia
dell’Arte, Elio Germano(Berlinguer
– La grande ambizione, Iddu, Volevo
nascondermi). Accanto
a lui Albrecht
Schuch
(Peacock, Niente
di nuovo sul fronte occidentale, Berlin
Alexanderplatz)
nei panni di Hitler e Fausto
Russo Alesi (Iddu, Rapito, Esterno
notte)
in quelli di Mussolini.
Girato tra l’Italia
(principalmente Roma e Firenze), la Germania (Monaco) e il Belgio,
il film è una coproduzione europea. I produttori sono la
belga Versus (Through the
Night, Vermiglio, Close), le italiane
Indigo Film (Primavera, Iddu, La
Grande Bellezza) e
PiperFilm (La
Grazia, Parthenope, Duse), che distribuirà il
film anche in Italia, e la tedesca NiKo Film
(Più che mai, Ghost Trail, The Village Next to
Paradise).
Le vendite internazionali del film sono a cura di
PiperPlay.
I produttori Jacques-Henri
Bronckart (Versus Production), Nicola
Giuliano (Indigo Film), Massimiliano
Orfei (PiperFilm) e Nicole Gerhards (Niko
Film) dichiarano: “Siamo entusiasti di collaborare a questa
ambiziosa coproduzione, le cui riprese si sono svolte in tre
diversi paesi europei con un cast internazionale. Ispirandosi a
fatti storici realmente accaduti, riteniamo che questa storia sia
di straordinaria attualità e confidiamo che possa risuonare
profondamente nel pubblico di oggi.”
Il progetto è realizzato con il
sostegno di: Centre du Cinéma et de l’Audiovisuel de la
Fédération Wallonie-Bruxelles, RTBF, Be TV e
Orange, Proximus, Wallimage, Europa Creativa
MEDIA, Inver Tax Shelter e O’Brother Distribution;
con il sostegno della Regione Lazio – Lazio Cinema
International Avviso Pubblico (PR FESR LAZIO 2021-2027), con
il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel
cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura, con il
contributo del Fondo per le coproduzioni Minoritarie del Ministero
della Cultura; con il contributo di German Federal Film
Fund, FilmFernsehFonds Bayern, Medienboard
Berlin-Brandenburg, German Federal Film Board – Minority
Co-production Funding e nordmedia – Film and Media Fund
of Lower Saxony and Bremen.
Arriva il 5 febbraio su
NetflixL’Ultimo Paradiso, realizzato in associazione
con Mediaset, prodotto da Lebowski e Silver Production.
Protagonisti dell’incontro sono stati Gaia Bermani
Amaral, Valentina Cervi, il protagonista
Riccardo Scamarcio, qui anche sceneggiatore e
produttore, e infine Rocco Ricciardulli, regista e
produttori.
L’Ultimo
Paradiso è ambientato nel 1958 in un paesino del sud
Italia. Qui vive Ciccio (Riccardo
Scamarcio), un agricoltore 40enne, sposato
con Lucia (Valentina
Cervi), dalla quale ha avuto un figlio. Il sogno
dell’uomo è quello di riuscire, un giorno, a cambiare le cose nel
suo paese, di modo che i più deboli non vengano più sfruttati.
Ciccio, infatti, lotta insieme ad alcuni suoi compaesani affinché
ciò non accada, ma la situazione è dura e anche un minimo
cambiamento di questo status sembra, se non impossibile, difficile
da realizzare. Inoltre, l’uomo è segretamente infatuato
di Bianca (Gaia Bermani
Amaral), figlia di Cumpà
Schettino (Antonio
Gerardi), un proprietario terriero che sfrutta i suoi
contadini, nonché il tipo di latifondista che Ciccio tanto
disprezza. L’agricoltore desidererebbe scappare lontano con Bianca,
ma quando Cumpà Schettino scopre la loro relazione e il piano della
coppia, decide di farla pagare a Ciccio. È così che le loro
esistenze verranno presto sconvolta, ripercuotendosi
inevitabilmente sulla vita di chiunque in paese.
Ritorno alle origini
La storia rappresenta
una specie di ritorno alle origini, per Scamarcio (che in realtà
non ha mai lasciato la sua terra d’origine) e Ricciardulli, e
racconta un evento realmente accaduto in un passato recente in
Lucania. Il regista torna nella sua infanzia, alla fine degli anni
’50, dove è ambientato il film, ha sentito ora la necessità di
raccontare questa storia perché ciò che accade nel film, le sue
dinamiche “non sono poi così cambiate, sono cambiati gli
attori. Quando ero piccolo, ricordo che in paese venivano delle
ragazze a lavorare nei campi, ed erano sfruttate. Ora è lo stesso,
ma accade agli extracomunitari. Il capolarato si è trasformato, ma
c’è ancora. L’esigenza di raccontare era quella di dare alcune
risposte che giù mancano.”
Riccardo Scamarcio è famoso principalmente come
attore, ma negli anni la sua carriera si è arricchita di nuovi
ruoli in cui l’interprete si cimenta, dalla produzione alla
sceneggiatura. In L’Ultimo Paradiso ha ricoperto
questo triplice ruolo, lavorando alla sceneggiatura con un metodo
già sperimentato in altri suoi progetti: “È una specie di work
in progress che continua per tutto il tempo delle riprese. Il
finale pensato all’inizio è stato riscritto radicalmente durante le
riprese, perché durante la giornata di lavoro avevamo molti spunti
e stimoli. Questo processo comporta dei rischi, ma è un lavoro che
abbiamo portato avanti dall’inizio, da quando ho deciso di produrre
il film. Questo metodo di lavoro è andato avanti fino al montaggio,
e ha dato i suoi frutti, siamo tutti più elastici e il risultato è
più organico perché in questo modo si ha maggiore flessibilità,
fondamentale quando le risorse sono limitate.”
Il film sarà distribuito su
Netflix, il che vuol dire che questo spaccato di sud Italia
raggiungerà tutto il mondo e tutte le comunità di migranti italiani
che nel mondo sono numerosissime. “Uno degli aspetti più
interessanti del film con il quale si possono relazionare
tantissimi potenziali spettatori sparsi nel mondo – ha detto
Scamarcio – è la sensazione di chi è andato via ma porta
comunque nel cuore il ricordo della propria terra d’origine, una
nostalgia delle proprie radici. Il film racconta cose, luoghi,
sensazioni, atmosfere che riportano all’infanzia chi le ha vissute
in quei luoghi.”
“Essere
produttore – dice Scamarcio – è un privilegio, perché ti
permette di seguire il film dall’inizio, ho il vantaggio di avere
il controllo di fatto del set, ho dovuto imparare molte cose che
non conoscevo, ma lo faccio da dieci anni quindi sto cominciando ad
avere familiarità con i meccanismi. L’idea di base per me è quella
di mettere in comunicazione la parte artistica e la parte
produttiva.”
In un mondo, quello de
L’Ultimo Paradiso, in cui la legge è quella della
prepotenza del patriarcato, il film propone dei modelli di donne
molto differenti, che in maniera opposta si confrontano con la loro
realtà. Da una parte c’è Bianca, interpretata da Gaia
Bermani Amaral, figlia del proprietario terriero, violento
e predatore, dall’altra Lucia, che ha il volto di Valentina
Cervi, moglie di Ciccio (Scamarcio), madre di famiglia e
donna attenta e fiera.
Le donne de L’Ultimo
Paradiso
“Bianca è un
personaggio che definirei moderno – esordisce Bermani Amaral
– è una donna che non vuole sottostare a determinate regole che
all’epoca vigevano. Lei è moderna perché rappresenta un ponte tra
ieri e oggi, per lei è importante il concetto dell’identità. Bianca
vuole soprattutto imporre la propria esistenza e identità, e si
ribella al padre, al fratello violento e cerca di cambiare la
propria condizione. Credo che questo sia l’aspetto più affascinante
del mio personaggio, caparbio e fragile.”
Per Valentina
Cervi, la sua Lucia e Bianca sono completamente opposte:
“A partire dalle famiglie in cui vivono – dice Cervi –
Nella famiglia di Bianca, il maschio è una figura preponderante e
violenta. All’interno della famiglia di Ciccio e quindi di Lucia,
le donne sono quelle che portano avanti la famiglia, sono loro la
forza d’amore. Lucia, sua madre, la sorella, sono personaggi
d’amore. Ha la capacità di comprendere il maschio, conosce il
marito, a suo modo si ribella, non può abdicare alla sua
sofferenza, ma alla fine capisce che l’amore è in qualche modo
anche capire la persona che ami e lasciarla andare.”
La memoria dell’uomo
si basa essenzialmente sulla storia, sul tramandare gli eventi
prima oralmente poi tramite la scrittura. La memoria è importante
per formare la storia di un popolo, ma anche per permettere di
consolidarne la conoscenza e la cultura. E’ essenziale mantenere la
memoria per evitare di commettere gli stessi errori più volte, o
permettere ad altri di farlo.
Con questo intento viene celebrato
il giorno della memoria, istituito il 27 Gennaio del 2005 e da quel
momento celebrato tutti gli anni. Quest’anno sono state molte le
proiezioni di film che aiutano a mantenere viva la memoria
dell’Olocausto, due film in particolare hanno come oggetto la
stessa personalità, Adolf Eichmann, definito “la banalità del male”
da Hannah Arendt, personaggio protagonista del film di Margarethe
Von Trotta in sala il 28 e il 29 Gennaio 2014, e all’opposto, “un
piccolo uomo insignificante” dall’opinione pubblica, come riporta
il rabbino Benjamin Murmelstein nel film/documentario di
Claude LanzmannL’ultimo degli
ingiusti.
Murmelstein, rabbino
capo della comunità ebraica di Vienna dal 1938, preso come
consulente da Eichmann è un personaggio controverso nei drammatici
anni della messa in pratica della folle idea di “Soluzione
finale” di Hitler che doveva decidere chi doveva restare su questa
terra e chi no. Murmelstein, e molte altre testimonianze, ricordano
come, prima dei lager e dei campi di concentramento, alcuni
personaggi al potere in Polonia avessero pensato di esiliare tutti
gli ebrei, prima quelli polacchi, poi quelli tedeschi, su di
un’isola, abbastanza lontana da evitare il “contagio” con altre
persone: il Madagascar. Vista la difficoltà di realizzazione, il
piano non viene abbandonato, ma portato, come dice Murmelstein, su
terraferma. Il rabbino capo di Vienna è uno stretto collaboratore
di Eichmann, che gli dà come ruolo quello di responsabile
dell’emigrazione e che si trova coinvolto nella costruzione e
nell’abbellimento di un’illusione che Hitler donò agli ebrei. Non è
possibile concepire o accettare il male, e quindi migliaia,
milioni di ebrei, accorsero in massa quando il Fuhrer “regalò una
città agli ebrei”, quella di Theresienstadt, una città-ghetto
realizzata per ospitare i feriti, gli anziani o chi decideva di
regalare tutti i suoi averi pur di non essere deportato altrove.
Illusione che si infrangeva non appena il treno arrivava nella
stazione della città prefabbricata.
Ciò che colpisce di più è la
costruzione sistematica dell’orrore, di come questo diventi prassi
e venga accettato come normalità. Murmelstein infatti sembra non
essersi mai posto il problema della “giustezza” della richiesta
nazista fatta dei cittadini che prima erano qualunque, di donare
tutti i propri averi per potersi permettere un visto per
l’espatrio, né sembra essere troppo choccato quando una scena del
film di propaganda nazista viene tagliata perché il decano ebreo
che era in quella scena venne giustiziato dopo pochi giorni, e
quindi, non sarebbe una contraddizione, mostrarlo nel film.
La sua figura, forse perché fu uno
dei pochi a sopravvivere senza troppe difficoltà, o forse senza
rendersi mai realmente conto dell’entità di quello che stava
accadendo, è stata ampiamente criticata dalla congregazione
ebraica, tanto da non permettere il ritorno della sua salma in
Israele.
Salzmann, già autore di “Shoah”,
film esaustivo sull’Olocausto, mette in scena, nei luoghi ancora
esistenti, le testimonianze di Murmelstein, da lui incontrato a
Roma 40 anni fa, lasciando però allo spettatore il compito di
immaginare le scene. Il luogo esiste, la memoria va ricostruita.
Nonostante le tre ore e qualcosa in più di durata, il film è un
ricco susseguirsi di eventi, perlopiù raccontati, su scenari
immobili nel tempo, per far lavorare appunto la ricostruzione
storica e la memoria.
Nel cuore di Sidney, il
quartiere di Kings Cross accende con sfavillanti
luci le notti della città, per accogliere tutti coloro che cercano
ogni tipo di divertimento e vizio. È proprio qui che è ambientata
la nuova serie Sky Original
ispirata all’omonimo bestseller autobiografico di John Ibrahim,
L’ultimo Boss di Kings Cross, di cui oggi viene
rilasciato il trailer ufficiale.
La serie, in arrivo il 26
luglio in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW, racconta
l’ascesa in società di due fratelli, arrivati dal Libano con il
grande sogno di trovare fortuna, che si sono faticosamente fatti
strada nell’ambiente criminale della città fino ad arrivare al
successo.
Lincoln
Younes (Grand Hotel) veste i panni di
John Ibrahim, immigrato libanese a Sidney che sogna di fare
fortuna: alla fine degli anni ‘80, lui e suo fratello Sam –
Claude Jabbour(Stateless) –
rimangono estasiati dalle luci di Kings Cross, un luogo noto per
“ospitare” ogni forma di criminalità. John apre un nightclub e
inizia ad avere successo nel suo campo, fino a diventare il più
famigerato magnate dei locali notturni della zona. Fino a quando
un’ondata di cocaina travolge Sidney come un’epidemia, l’ecosistema
criminale di Kings Cross vacilla ed è ora di combattere per
stabilire chi comanda. I fratelli Ibrahim si troveranno a
fronteggiare il re in carica, Ezra Shipman
(Tim
Roth – Pulp Fiction, Le Iene), astuto
e molto conosciuto boss del crimine. Ora che è diventato anziano,
l’uomo più potente e temuto di Sydney si rende conto che non c’è
nessuno capace di portare avanti l’eredità che ha costruito per
decenni. Finché non entra in scena John Ibrahim…
Nel cast anche
Callan Mulvey (The Luminaries) e
Matt Nable (Hyde & Seek). Una
produzione Sky Studios e Cineflix.
E’ il
film di Giovanni Veronesi L’Ultima Ruota del
Carro il vincitore del premio cinematografico
Il Sesterzio d’Argento – Roma il Set nella Città al Gran
Melià Rome Villa Agrippina.
La giuria, composta da
Silvia D’Amico, Adriano Amidei
Migliano, Paolo Sorrentino,
Alessandra Levantesi e Michele
Placido ha individuato ne L’Ultima Ruota
del Carro il film della stagione che ha saputo meglio
rappresentare le atmosfere della città di Roma, con un intelligente
excursus attraverso gli ultimi decenni.
Il premio speciale della
giuria è stato assegnato all’attrice romana di testaccio
Giovanna Ralli, per l’alto valore della sua
attività artistica. L’attrice, a causa di un lieve infortunio non
sarà presente, ma ha mandato un breve saluto video, che verrà
proiettato durante la cerimonia di premiazione.
Il premio “Romani si
diventa”, destinato a personalità non romane del mondo
della cultura che hanno scelto Roma come città adottiva è
conferito, con giudizio unanime a Raffaele La Capria,
pietra miliare dell’attività culturale e intellettuale
italiana.
Il premio, sostenuto da
Montblanc dall’Hotel Gran Melià Rome Villa Agrippina
, vede l’assegnazione de Il Sesterzio – offerto
dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato spa,
una targa in argento realizzata appositamente dagli allievi della
Scuola dell’Arte della Medaglia, applicando
l’antica tradizione della modellazione in bassorilievo e della
fusione in terra refrattaria. La targa riproduce un sesterzio del
tipo coniato nell’80-81 d.C. dall’imperatore Tito con l’immagine
del Colosseo. inserito in motivi grafico-plastici che
progressivamente si trasformano in una pellicola
cinematografica.
La consegna del premio avverrà nel
corso di una serata di gala ad invitiche si
terrànella suggestiva cornicedel parco del Gran Melià Rome Villa
Agrippina, che si erge sul sito che un tempo ospitava la villa di
Agrippina, madre di Nerone. Quale luogo migliore, dunque, se non
questo, per assegnare gli ambiti Sesterzi?
A fare da scenografia
suggestiva della serata sarà l’opera pittorica del maestro
Stefano Mingione, un enorme olio su tela di 4 metri per 2 che
raffigura, in un tutt’uno organico, tutti i registi italiani
vincitori del Premio Oscar. Un omaggio al cinema italiano,
e a tutti quegli autori del cinema italiano che hanno reso famosa
l’Italia nel mondo.
Il gala di assegnazione dei premi
sarà condotto da Benedetta Rinaldi. I premi
verranno consegnati dall’Assessore alle attività produttive e al
Turismo del Comune di Roma Marta Leonori e dal
Direttore della Zecca dello Stato Angelo
Rossi.
Una cena, creata per l’occasione
dallo Chef del Ristorante Viva Voce del Gran Melià Rome, il famoso
Don Alfonso Iaccarino, ha chiuso l’evento con
piatti d’eccezione, tra cui alcune sue specialità come il
panzerotto, il gazpacho di melone con emulsione di pinoli, il sartù
di riso, il baccalà cotto all’olio extravergine, salsa di tartufo e
spuma “pil-pil” o la millefoglie di verdure e pesce azzurro in
carpione con salsa mentuccia.
Di tutto rispetto il parterre, 100
selezionatissimi ospiti accolti dal direttore generale dell’albergo
Francesco Ascani: Michele Placido,
Federica Vincenti, Giovanni Veronesi, Domenico Procacci, Francesca
D’Aloja, Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Ilaria Occhini,
Alessandro Haber, Federica Valtorta, Luca Calvani, Gaetano
Castelli, Katy Saunders, Paolo Stella, Miriam Dalmazio, Andrea
Gherpelli, Federico Costantini, Annalisa de Simone, Francesca
Tasini, Benedicta Boccoli
Quando Andrea Di Stefano
porta sullo schermo L’ultima notte di
Amore, non costruisce solo un
thriller notturno teso e controllato, ma lavora su un terreno
molto più ambiguo: quello della verosimiglianza. Il film,
interpretato da Pierfrancesco
Favino, si presenta infatti come un
racconto profondamente ancorato alla realtà, tanto da spingere lo
spettatore a chiedersi se dietro la vicenda del tenente Amore si
nasconda una storia realmente accaduta.
La
risposta, però, è meno immediata di quanto sembri. Perché
L’ultima notte di Amore
(la
nostra recensione) non è tratto da una storia vera in senso
stretto, ma costruisce la sua forza proprio nel confine sottile tra
invenzione e realtà. È un film che non racconta un fatto specifico,
ma intercetta una verità più ampia, quasi sistemica, legata al
mondo delle forze dell’ordine, alla corruzione latente e alle
scelte morali che si consumano lontano dagli occhi del
pubblico.
L’ultima notte di Amore non è una
storia vera, ma costruisce un realismo così credibile da sembrare
reale
Il film non si basa su un caso realmente documentato né su un fatto
di cronaca preciso. Non esiste un “Franco Amore” reale a cui la
storia sia direttamente collegata, né un episodio specifico da cui
la sceneggiatura sia stata adattata. Eppure, fin dalle prime
sequenze, la narrazione si muove con una tale precisione ambientale
e psicologica da far pensare a un racconto ispirato a eventi
concreti. Questo effetto è tutt’altro che casuale: è il risultato
di una scrittura che lavora sulla plausibilità più che sulla verità
fattuale.
Il personaggio interpretato da Favino è un poliziotto a un passo
dalla pensione, una figura che porta con sé anni di servizio,
compromessi silenziosi e una morale che si è inevitabilmente
adattata al contesto. Quando si trova coinvolto in una notte che
cambierà tutto, il film non costruisce un evento straordinario, ma
una concatenazione di scelte credibili, radicate in dinamiche
reali: rapporti opachi tra criminalità e istituzioni, zone grigie
della legalità, tensioni interne al sistema. È qui che il film si
avvicina alla realtà, non nel “fatto”, ma nel modo in cui quel
fatto potrebbe accadere.
Il vero significato del film: una
riflessione sulla zona grigia tra legalità e sopravvivenza
morale
P. Favino, foto di Loris T. Zambelli
Ridurre L’ultima notte di
Amore alla domanda “è una storia vera?” rischia di essere
limitante, perché il cuore del film è altrove. Il racconto funziona
come una riflessione sulla fragilità dell’etica individuale quando
viene messa sotto pressione. Amore non è un eroe né un corrotto nel
senso classico: è un uomo che si è adattato, che ha trovato un
equilibrio precario tra ciò che è giusto e ciò che è
necessario.
La notte che attraversa diventa così una resa dei conti non solo
narrativa, ma morale. Ogni scelta che compie non nasce dal nulla,
ma da una storia personale fatta di piccoli compromessi, di
silenzi, di accettazioni progressive. In questo senso, il film
parla di una verità più profonda rispetto a quella cronachistica:
racconta come si costruisce, nel tempo, una deriva. Non serve un
evento reale per rendere tutto questo autentico, perché il
meccanismo è riconoscibile, quasi universale.
È
proprio questa dimensione che rende il film così potente: lo
spettatore non assiste a una storia “eccezionale”, ma a qualcosa
che potrebbe accadere, e forse accade, senza mai diventare notizia.
La realtà, qui, è un’atmosfera più che una fonte.
Il cinema di Andrea Di Stefano
tra crime e realismo: perché il film segue una tradizione precisa
del genere
Per capire davvero perché L’ultima
notte di Amore sembri una storia vera, bisogna guardare al
percorso di Andrea Di Stefano e
al tipo di cinema che costruisce. Il regista si muove da tempo in
un territorio che mescola crime, tensione narrativa e radicamento
realistico, evitando sia l’estetizzazione eccessiva sia il racconto
spettacolare fine a sé stesso.
In questo senso, il film si inserisce in una tradizione precisa del
cinema crime contemporaneo, dove l’obiettivo non è raccontare “il
fatto”, ma rendere credibile il contesto. Milano diventa uno spazio
concreto, vissuto, lontano dalle rappresentazioni cartolinesche,
mentre la notte — elemento centrale del film — non è solo
un’ambientazione, ma una dimensione morale in cui tutto si
confonde.
Il lavoro di Pierfrancesco Favino
rafforza ulteriormente questa direzione: la sua interpretazione
evita ogni eroismo, costruendo un personaggio trattenuto, umano,
credibile proprio perché imperfetto. È questo equilibrio tra
scrittura, regia e interpretazione che permette al film di sembrare
“vero” senza esserlo mai davvero.
Le prime immagini di L’ultima missione: Project Hail Mary,
il nuovo film Sony Pictures diretto dai premi Oscar® Phil
Lord e Christopher Miller (Spider-Man – Un nuovo
universo) con i candidati al premio Oscar® Ryan Gosling (Barbie, La La
Land) e Sandra Hüller (Anatomia di
una caduta, La zona d’interesse).
Il film è basato sul romanzo
“Project Hail Mary” di Andy Weir, autore di “The Martian”. Nel cast
anche Lionel Boyce (The
Bear), Ken Leung (A.I. – Intelligenza
artificiale), Milana Vayntrub (A cena con
il lupo – Werewolves Within). L’ultima missione:
Project Hail Mary sarà nelle sale italiane da marzo
2026 distribuito da Eagle Pictures.
La trama di L’ultima missione: Project Hail Mary
L’insegnante di scienze Ryland Grace
(Ryan
Gosling) si sveglia su un’astronave lontano da casa
anni luce e senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato
lì. Con il riaffiorare della sua memoria, torna alla luce lo scopo
della sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza
che sta causando il collasso del Sole. Dovrà fare affidamento sia
sulle sue conoscenze scientifiche che sulle sue capacità di pensare
fuori dagli schemi per salvare dall’estinzione la vita sulla Terra…
ma un’inaspettata amicizia gli farà capire che non è solo in questa
impresa.
Il prossimo film di fantascienza,
basato sull’omonimo romanzo di Andy Weir, vede
Gosling interpretare Ryland Grace, un insegnante di scienze di
liceo inviato nello spazio in missione per garantire il futuro
dell’umanità. L’adattamento è diretto da Phil Lord e
Christopher Miller, scritto da Drew
Goddard, e vede la partecipazione anche di Sandra
Hüller, Lionel Boyce, Ken Leung, Milana Vayntrub, Priya
Kansara e James Ortiz.
L’insegnante di scienze Ryland
Grace (Ryan Gosling) si sveglia su un’astronave lontano
da casa anni luce e senza alcun ricordo di chi sia o di come sia
arrivato lì. Con il riaffiorare della sua memoria, torna alla luce
lo scopo della sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa
sostanza che sta causando il collasso del Sole. Dovrà fare
affidamento sia sulle sue conoscenze scientifiche che sulle sue
capacità di pensare fuori dagli schemi per salvare dall’estinzione
la vita sulla Terra… ma un’inaspettata amicizia gli farà capire che
non è solo in questa impresa.
A più di dieci anni dal successo di
The Martian di Ridley Scott, il ritorno all’universo
narrativo di Andy Weir con L’ultima
missione: Project Hail Mary rappresenta non solo
un’operazione nostalgica, ma una vera evoluzione del genere.
Diretto dal duo creativo Phil Lord e Christopher
Miller, il film riesce nell’impresa non banale di
coniugare rigore scientifico, intrattenimento puro e una
sorprendente carica emotiva.
Distribuito in Italia da
Eagle Pictures dal 19 marzo, il film si impone
come uno dei titoli più solidi e coinvolgenti della stagione,
capace di parlare tanto agli appassionati di fantascienza quanto al
grande pubblico.
Un ritorno alla
fantascienza intelligente (ma accessibile)
Come già accaduto con The Martian, anche qui la
sceneggiatura di Drew Goddard parte da un
presupposto scientifico rigoroso per costruire un racconto
avvincente e sorprendentemente leggero nei toni. La
premessa è affascinante: il Sole sta morendo, divorato da una
misteriosa forma di vita aliena – gli astrofagi – e
l’umanità affida la sua ultima speranza a una missione disperata
nello spazio profondo.
Quello che distingue
Project Hail Mary da molti altri film del
genere è la sua capacità di trasformare concetti complessi in puro
spettacolo narrativo. La scienza non è mai pedante, ma diventa
motore drammaturgico, fonte di tensione e, spesso, anche di
ironia.
Ryan Gosling: un eroe
imperfetto e irresistibile
Al centro del film c’è Ryland
Grace, interpretato da un carismatico Ryan Gosling. Il suo risveglio su
un’astronave, senza memoria e con un aspetto trasandato, è uno
degli incipit più efficaci degli ultimi anni. Gosling costruisce un
protagonista lontano dai canoni dell’eroe tradizionale: è insicuro,
logorroico, spesso sopraffatto dagli eventi.
Eppure è proprio questa fragilità a
renderlo incredibilmente umano. La sua performance oscilla con
naturalezza tra comicità e pathos, ricordando per certi versi
proprio il Matt
Damon di The Martian, ma con
una componente più nevrotica e contemporanea. Il film sfrutta al
massimo il suo talento, affidandogli lunghe sequenze in solitaria
che non risultano mai statiche. Anche quando sembra “giocare” con
il proprio carisma, Gosling riesce sempre a mantenere viva la
tensione emotiva.
L’ultima missione: Project Hail Mary – COrtesia di
SONY
Una regia sorprendente:
Lord & Miller oltre la commedia
Chi conosce la filmografia di
Phil Lord e Christopher Miller
potrebbe aspettarsi una commedia pura, sulla scia di
Piovono polpette o 22 Jump Street. In realtà,
Project
Hail Mary segna una maturazione evidente del loro
stile. La componente umoristica è presente, ma è dosata con
intelligenza. Il film mantiene un equilibrio costante tra
leggerezza e gravità, senza mai banalizzare la posta in
gioco. Rispetto a opere più solenni come
Interstellar di Christopher Nolan, qui il tono è
più accessibile, ma non per questo meno ambizioso.
La regia è dinamica, visivamente
pulita, capace di rendere lo spazio profondo tanto affascinante
quanto intimamente umano. È un risultato tutt’altro che
scontato.
Il cuore del film:
un’amicizia oltre le stelle
A metà film arriva la vera svolta:
l’incontro con Rocky, una creatura aliena tanto insolita quanto
memorabile. In un genere spesso dominato da conflitti e invasioni,
Project
Hail Mary sceglie la strada meno battuta:
quella della collaborazione.
La relazione tra Grace e
Rocky è il vero cuore emotivo del film. Nonostante le
differenze biologiche e linguistiche, i due costruiscono un legame
autentico, fatto di fiducia, curiosità e reciproco rispetto. È una
dinamica che richiama, per contrasto, la complessità comunicativa
di Arrival, ma qui risolta con maggiore
immediatezza, anche grazie all’ironia di cui è imbevuta.
Il risultato è sorprendente: ci si
ritrova a provare empatia per una creatura aliena priva di
espressività facciale. Merito della scrittura, ma anche del lavoro
tecnico e performativo che dà vita a Rocky.
Struttura narrativa e
ritmo: tra mistero e scoperta
Il film si sviluppa su due linee
narrative: da un lato il presente, con Grace impegnato a risolvere
problemi sempre più complessi; dall’altro i flashback che
ricostruiscono la sua identità e il contesto della missione.
Questa struttura “a puzzle”
funziona molto bene, mantenendo alta la curiosità dello spettatore.
Il protagonista diventa una sorta di detective della propria
memoria, un “Jason Bourne della scienza” che deve
ricostruire non solo cosa fare, ma anche chi è.
Se c’è un limite, è nella durata:
oltre le due ore e mezza, il film indulge forse troppo nella
fedeltà al romanzo originale. Alcuni passaggi risultano dilatati e
il finale avrebbe potuto essere più asciutto. Tuttavia, si tratta
di imperfezioni marginali in un impianto narrativo
complessivamente solido.
Project Hail Mary
Un intrattenimento
intelligente che guarda al futuro
L’ultima
missione: Project Hail Mary è un raro esempio di
blockbuster che non rinuncia all’intelligenza. È spettacolare senza
essere superficiale, divertente senza essere sciocco, emozionante
senza scadere nel melodramma.
Il film riesce a trasmettere un
senso di meraviglia genuina, quello stesso stupore che ha reso
memorabili i grandi classici della fantascienza. Allo stesso tempo,
mantiene una sensibilità contemporanea, soprattutto nel modo in cui
affronta temi come la collaborazione globale e la responsabilità
scientifica. Il contributo del cast – che include anche
Sandra Hüller, Lionel Boyce, Ken Leung e
Milana Vayntrub – arricchisce ulteriormente
un’opera già molto solida, anche se il baricentro resta saldamente
nelle mani di Gosling.
Conclusione: un viaggio
spaziale da non perdere
Con L’ultima
missione: Project Hail Mary, Lord e
Miller firmano il loro lavoro più maturo e ambizioso. È un
film che diverte, commuove e stimola, capace di parlare a pubblici
diversi senza mai perdere la propria identità.
Nonostante la lunghezza,
l’esperienza complessiva è estremamente appagante. È fantascienza
nel senso più puro: quella che immagina mondi lontani per
raccontare qualcosa di profondamente umano.
In un panorama spesso dominato da
sequel e formule ripetitive, questo film rappresenta una boccata
d’aria fresca. O, per restare in tema, una boccata d’ossigeno nello
spazio profondo.
Il prossimo film di fantascienza,
basato sull’omonimo romanzo di Andy Weir, vede
Gosling interpretare Ryland Grace, un insegnante di scienze di
liceo inviato nello spazio in missione per garantire il futuro
dell’umanità. L’adattamento è diretto da Phil Lord e
Christopher Miller, scritto da Drew
Goddard, e vede la partecipazione anche di Sandra
Hüller, Lionel Boyce, Ken Leung, Milana Vayntrub, Priya
Kansara e James Ortiz.
L’insegnante di scienze Ryland
Grace (Ryan
Gosling) si sveglia su un’astronave lontano da casa
anni luce e senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato
lì. Con il riaffiorare della sua memoria, torna alla luce lo scopo
della sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza
che sta causando il collasso del Sole. Dovrà fare affidamento sia
sulle sue conoscenze scientifiche che sulle sue capacità di pensare
fuori dagli schemi per salvare dall’estinzione la vita sulla Terra…
ma un’inaspettata amicizia gli farà capire che non è solo in questa
impresa.
L’ultima missione: Project Hail Mary – COrtesia di
SONY