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La bambina che amava Tom Gordon: il libro di Stephen King diventa un film!

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La bambina che amava Tom Gordon sta finalmente per diventare un film. Il romanzo horror psicologico di Stephen King del 1999 racconta la storia di una bambina di nove anni che si perde nel bosco con solo il suo walkman e, mentre ascolta le partite di baseball, il suo amore per il lanciatore Tom Gordon inizia a provocare vividi allucinazioni, visioni che potrebbero però essere la chiave per la sua sopravvivenza.

Ci sono già stati due tentativi falliti di adattare questo romanzo in un film. Il primo è stato quando George A. Romero è stato incaricato di scrivere e dirigere un adattamento cinematografico, ma quei piani si sono arenati nell’ottobre 2005. Più di recente, nel novembre 2020, era stato annunciato che Lynne Ramsay era stata ingaggiata per dirigere il film, ma anche questo tentativo è fallito.

Ora, però, il film è ufficialmente in lavorazione con JT Mollner come sceneggiatore e regista per la Lionsgate. Mollner ha già scritto The Long Walk della Lionsgate, anch’esso basato su un libro di Stephen King del 1979 e diretto da Francis Lawrence. Mollner tornerà dunque presto a confrontarsi con un altro racconto del maestro del brivido. Il presidente della Lionsgate Motion Picture Group, Erin Westerman, ha rilasciato la seguente dichiarazione:

JT è un regista che crediamo abbia un futuro brillante. In tutte le sue opere crea personaggi, soprattutto giovani, così avvincenti, strazianti ed emozionanti da sembrare uscire dallo schermo. E naturalmente questo è ciò che fa anche Stephen King nelle sue pagine. La storia di sopravvivenza e perseveranza in La bambina che amava Tom Gordon è senza tempo. Amiamo questa storia da molto tempo e JT è la scelta perfetta per adattare e dirigere questo grande successo di King”.

Cosa possiamo aspettarci dall’adattamento di La bambina che amava Tom Gordon

Sebbene l’iconico regista horror George A. Romero non sia mai riuscito a realizzare il film, JT Mollner è una scelta altrettanto valida. È noto soprattutto per aver scritto e diretto il thriller Strange Darling del 2023, che ha ricevuto recensioni entusiastiche, ottenendo un punteggio del 96% su Rotten Tomatoes, con i critici che hanno elogiato Mollner per aver offerto un’esperienza incredibilmente imprevedibile ed elettrizzante.

Lo stesso Stephen King ha elogiato Strange Darling, definendolo “un capolavoro intelligente” che è “davvero fantastico”. Probabilmente è per questo che Mollner è stato scelto per scrivere il film The Long Walk e ora per scrivere e dirigere La bambina che amava Tom Gordon. Con la sua seconda trasposizione di un’opera di Stephen King, Mollner sta rapidamente diventando uno degli adattatori più frequenti dei lavori dell’autore, insieme a Mike Flanagan (di cui vedremo presto al cinema The Life of Chuck).

La Ballata di un piccolo giocatore, la spiegazione del finale del film con Colin Farrell

La Ballata di un piccolo giocatore (Ballad of a Small Player), diretto da Edward Berger e con protagonisti Colin Farrell, è uno dei film più enigmatici e poetici degli ultimi anni. Ambientato nel mondo opaco del gioco d’azzardo a Macao, racconta la discesa agli inferi di un uomo divorato dal vizio e dal senso di colpa. Il suo finale, sospeso tra sogno e redenzione, ha lasciato molti spettatori con un dubbio: Doyle è morto o si è salvato? E cosa rappresenta davvero il gesto che compie negli ultimi minuti?

Di seguito analizziamo il finale del film e le sue possibili interpretazioni.

Il crollo di Doyle: tra debiti, fantasmi e disperazione

Il finale di La Ballata di un piccolo giocatore era pazzesco. Dopo una serie di perdite al tavolo da gioco, il protagonista, Lord Doyle, non riusciva più a pensare lucidamente. Aveva bevuto troppo champagne. Il suo cuore debole gli inviava segnali di allarme. E per di più era perseguitato dai fantasmi del suo passato, da tutte quelle persone che aveva offeso e derubato.

Per farla breve, nella vita di Doyle non andava tutto bene e lui voleva sistemare le cose. Voleva ripagare i suoi debiti, ma per farlo aveva bisogno di soldi e, ironia della sorte, per procurarsi i soldi doveva vincere. È un circolo vizioso, capite. E quando non c’era più alcuna speranza, una donna entrò nella sua vita.

Dao Ming: il fantasma del rimorso

Ballad Of A Small Player Netflix
© Netflix

Dao Ming era una broker che prestava denaro ai giocatori d’azzardo a Macao. Avrebbe potuto aiutare Doyle, ma non voleva più aiutare i giocatori d’azzardo. Il motivo era che ogni volta che prestava denaro a qualcuno, di solito finiva con il suicidio di quella persona. Dao Ming era tormentata dal senso di colpa.

In La Ballata di un piccolo giocatore, uno dei suoi debitori si suicidò gettandosi da un ponte, lasciando Dao Ming devastata. Non voleva vivere una vita in cui contribuiva a distruggere quella degli altri, e così si gettò in mare il primo giorno del festival degli spiriti affamati.

Sì, era la stessa notte in cui Doyle stava cercando con tutte le sue forze di convincere Dao Ming a prestargli dei soldi, ma lei aveva già preso la sua decisione. Prima di lasciare il mondo dei vivi, voleva trascorrere un po’ di tempo con un altro essere umano, cosa che fece condividendo un momento di tranquillità con Doyle sulla spiaggia.

Quando Doyle si svegliò sulla panchina della spiaggia, Dao Ming se n’era già andata. Tuttavia, se si rivede questa scena, si notano alcune persone vicino alla riva che gridano, ed è possibile che abbiano trovato il corpo di Dao Ming, ma Doyle non sembrava preoccupato di controllare, dato che aveva già troppi problemi suoi.

Prima di uccidersi, Dao Ming aveva scarabocchiato il numero “31 07 2005” sul palmo della mano di Doyle. Era una data, ma Doyle non sapeva esattamente cosa significasse. Se dovessi azzardare un’ipotesi, potrebbe essere la data in cui suo padre è morto perché lei aveva rubato dei soldi da casa, o forse il giorno in cui sua madre ha rifiutato i soldi che lei aveva mandato a casa, sperando di essere perdonata se li avesse restituiti.

Ironia della sorte, alla fine Doyle ha cercato di fare la stessa cosa, ma tornerò su questo punto più avanti.

Il simbolismo dei numeri e l’isola di Lamma

Ballad Of A Small Player film netflix
© Netflix

Quindi, Doyle non sapeva cosa significasse quella sequenza di numeri. Ma ha trovato una cartolina dell’isola di Lamma nell’appartamento di Dao Ming. Sulla cartolina era disegnata una capanna di legno e, più avanti nel film, abbiamo visto Doyle visitare quella capanna.

Tuttavia, la domanda è: ha visitato davvero quell’edificio o Doyle se l’è immaginato? Ora, se avete visto il film, sapete che Doyle ha immaginato un sacco di cose poco dopo aver avuto un infarto. Ha immaginato di pranzare con Dao Ming, ma sappiamo che non poteva essere successo.

È possibile che Doyle sia morto in quel ristorante e che tutto ciò che abbiamo visto sullo schermo dopo il suo infarto non fosse altro che il suo tentativo di dare un senso a una vita trascorsa invano durante i suoi ultimi momenti (o di pensare a come avrebbe potuto essere la sua vita mentre era bloccato nell’inferno buddista o Naraka).

Oppure, come suggerisce il finale di La Ballata di un piccolo giocatore, Doyle è sopravvissuto all’infarto ed è riuscito in qualche modo a raggiungere la capanna di Dao Ming sull’isola di Lamma, dove ha usato il numero per aprire il lucchetto del capanno e ha trovato due borse piene zeppe di soldi.

In seguito, ha usato gli stessi soldi per vincere una serie di partite a Macao e diventare il giocatore d’azzardo più fortunato del mondo. Ma questo mi sembrava troppo inverosimile. Voglio dire, sembrava più la storia che l’amico di Doyle, Adrian, gli aveva raccontato.

Quando Doyle andò a prendere dei soldi da Adrian, questi gli raccontò la storia di un giocatore d’azzardo che si era svegliato nell’aldilà e aveva vinto ogni singola mano al casinò. Non rispecchia forse ciò che Doyle è realmente? È morto di infarto e poi si è svegliato nell’aldilà per vincere ogni mano in modo da poter ripagare i suoi debiti?

Tuttavia, se consideriamo la possibilità che Doyle sia morto nel ristorante, allora è difficile spiegare come abbia scoperto di Dao Ming, perché questa rivelazione lo ha colpito proprio alla fine del film. Forse Doyle sapeva della sua morte fin dall’inizio, ma la sua mente ha semplicemente bloccato l’informazione perché non era pronto ad accettare la verità.

Colpa, redenzione e illusione: il senso del finale

Colin Farrell in Ballad Of A Small Player
© Netflix

Credo che in realtà Doyle sia sopravvissuto all’infarto e abbia trovato i soldi che Dao Ming aveva nascosto in casa. Ma Doyle era troppo tormentato dal senso di colpa per usare quei soldi e perderli tutti.

Ha immaginato di vincere ogni mano giocata al casinò per diventare ricco, proprio come aveva sempre sognato. Quelle due borse erano rimaste nella stanza mentre Doyle lottava con i demoni nella sua testa. E quando finalmente è stato soddisfatto della sua vittoria, ha deciso di restituire i soldi che aveva rubato, pensando che Dao Ming lo avrebbe perdonato se li avesse restituiti.

Che ingenuo. Nel finale di Ballad of a Small Player, è tornato al Rainbow Casino, dove le rivelazioni della nonna sulla morte di Dao Ming hanno riportato Doyle alla realtà. È vero che tutta questa situazione di “immaginazione mescolata alla realtà” aveva aiutato Doyle a riprendersi dalla sua dipendenza dal gioco d’azzardo, ma era impossibile per lui saldare i suoi debiti con Dao Ming.

Ma poi si ricordò della sua ultima interazione con Dao Ming e credette che forse non sarebbe stato in grado di ripagarla, ma c’era un modo per rendere il suo ultimo omaggio alla donna che gli aveva mostrato la strada giusta nella vita.

Il significato del gesto finale di La Ballata di un piccolo giocatore (Ballad of a Small Player): bruciare il denaro come offerta

Ballad of a Small Player

La sera in cui Doyle era uscito con Dao Ming, lei gli aveva parlato del Giorno dei Fantasmi, in cui la gente bruciava offerte per i defunti. Dao Ming era l’unica amica che Doyle avesse. Era la prima relazione pura che avesse instaurato dopo tanto tempo e non poteva semplicemente lasciarla andare.

Desiderava ardentemente saldare i suoi debiti per poter ricucire il suo rapporto con Dao Ming, anche se ora era consapevole che lei se n’era andata da tempo. Durante il Giorno dei Fantasmi, Doyle tornò al tempio e bruciò entrambe le borse di denaro per fare un’offerta a Dao Ming.

Se crediamo che il denaro che Dao Ming aveva nascosto nella sua baracca fosse vero, allora è possibile che fosse lo stesso pacchetto di contanti che lei aveva mandato a sua madre, ma che lei aveva rifiutato di prendere e le aveva restituito. Per senso di colpa, Dao Ming non lo aveva mai usato, lo aveva solo nascosto, cercando di dimenticare le cose che aveva fatto in passato.

Ma il problema con il passato è che più cerchi di fuggirlo, più velocemente ti raggiunge. Dao Ming si è sempre incolpata per la morte di suo padre. Lui morì di crepacuore perché Dao Ming aveva rubato dei soldi ai propri genitori. E nel presente, tutti i giocatori d’azzardo a cui aveva prestato denaro si erano tolti la vita, il che potrebbe aver convinto Dao Ming di essere stata maledetta dagli spiriti affamati.

Per sfuggire ai suoi demoni, si era suicidata, e credo che quando Doyle le aveva rubato il denaro, fosse perseguitato dagli stessi fantasmi, che alla fine gli avevano fatto capire che il gioco d’azzardo è come uno spirito affamato. Più lo nutri, più diventa affamato. L’unico modo per affamarlo è smettere di nutrire il male e allontanarsi o bruciare tutto.

Se credi che sia questo ciò che è realmente accaduto, allora in un certo senso la morte di Dao Ming ha impedito a Doyle di distruggere il resto della sua vita. Bruciando quei soldi e rinunciando al gioco d’azzardo, ha dato a Dao Ming la pace che lei desiderava nell’aldilà.

A mio parere, questo è un modo ottimistico di vedere il finale.

Una chiusura aperta: redenzione o condanna?

Tuttavia, resta un dubbio di fondo: Doyle ha davvero trovato la pace o è rimasto intrappolato in un ciclo di illusioni? Il film non offre risposte certe, e proprio per questo il suo epilogo risuona così a lungo nello spettatore.

La Ballata di un piccolo giocatore (Ballad of a Small Player) non è solo la storia di un uomo che cerca di redimersi, ma anche una riflessione sulla dipendenza, la colpa e la possibilità di perdono. Che Doyle sia vivo o morto, ciò che conta è che finalmente ha smesso di giocare — e nel suo gesto finale, tra le fiamme e la notte, ha ritrovato un briciolo di umanità.

La ballata di Stroszek: recensione del film di Werner Herzog

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La ballata di Stroszek: recensione del film di Werner Herzog

La ballata di Stroszek è il film del 1977 diretto da Werner Herzog con protagonisti Bruno S., Clemens Scheitz, Eva Mattes.

La ballata di Stroszek: trama

Bruno Stroszek è un ritardato che per vivere fa il musicista di strada in una cupa e inospitale Berlino. Uscito dal carcere dopo una breve reclusione per futili motivi, riallaccia un rapporto con Eva, prostituta maltrattata dal suo rozzo protettore. Il loro è uno scambio tra disperati: lei aiuta lui ad allontanarsi dall’alcol e lui le dà un riparo, diventando però oggetto di vessazioni da parte del protettore di lei e di un suo compare.

Stroszek è avvilito e viene incoraggiato dal vecchio vicino di casa, Scheitz ad andare lì e lasciare per sempre quella vitaccia. Così Bruno ed Eva lasciano Berlino e provano l’avventura insieme nel “nuovo mondo”.

Ma da ciò che si è non si può mai fuggire, neppure oltreoceano, e anche nel Wisconsin la sfortuna e le disgrazie riescono a trovarli.

La ballata di Stroszek, il film

La ballata di Stroszek (il cui titolo originale è semplicemente Stroszek) è un film del 1977 diretto da Werner Herzog, uno dei suoi rari film ambientati nella società moderna. Questa pellicola propone una storia malinconica e dal finale drammatico in cui Herzog non lascia il minimo spazio all’ottimismo e alla speranza. La sfortuna quindi non abbandona mai gli sfortunati, sembra dirci il regista, nemmeno nella terra della speranza, quell’America che a sua volta mostra un volto freddo, per niente diverso da quella Berlino che il povero Bruno e la sua compagna di sventure Eva avevano abbandonato carichi di belle attese.

Anche in questo film il regista tedesco da spazio agli animali, mostrandone le strambe esibizioni in alcuni giochi a gettone di un Luna park. Anche quegli animali, così maltrattati per divertire il pubblico, sembrano essere vittime di una vita che si prende gioco di loro e li tortura.

Bruno è interpretato da Bruno S., al suo secondo film con Herzog dopo L’enigma di Kaspar Hauser (1974), dove pure interpreta un ritardato trovatello che migliora gradualmente al contatto con la civiltà.Dietro la sua scelta per questo film c’è un curioso aneddoto, dal quale scaturisce la nascita del lungometraggio stesso. Herzog aveva deciso di affidare a Bruno il ruolo di protagonista in Woyzeck (altra storia di un ritardato schernito dalla società, realizzata nel 1979), ma pochi giorni prima dell’inizio delle riprese decise che il ruolo dovesse essere di Klaus Kinski. Lo comunicò a Bruno ma questi gli rispose che aveva già preso un periodo di permesso dall’acciaieria nella quale lavorava. Dispiaciuto Herzog allora scrisse, in soli 3 giorni e mezzo, la sceneggiatura di Stroszek modellando la figura del protagonista proprio su Bruno S., in maniera tale da confondere quasi le due identità.

L’appartamento berlinese di Stroszek e i suoi strumenti sono effettivamente quelli di Bruno, che li aveva comprati grazie al compenso per il film L’enigma di Kaspar Hauser. Anche il meccanico americano è effettivamente il meccanico di quell’officina. Questi accorgimenti, insieme al fatto che i personaggi hanno lo stesso nome degli attori, creano un particolare miscuglio tra realtà e invenzione, dando al film il sapore del documentario.

Pure il vecchio vicino Scheitz è un attore dilettante: trattasi di Clemens Scheitz, che ha recitato in altri tre film di Herzog in quegli anni: L’enigma di Kaspar Hauser (1974), Cuore di vetro (1976) e Nosferatu, principe della notte (1978).

Eva è invece l’unica protagonista interpretata da un’attrice professionista: Eva Mattes, che con Werner Herzog ha anche avuto una relazione sentimentale, dalla quale nel 1980 è nata una figlia: Hanna Mattes.

C’è anche una tragica leggenda che lega questo film al mondo della musica: si narra infatti che il cantante dei Joy Division, Ian Curtis, lo abbia visto prima di togliersi la vita.

La Ballata di Buster Scruggs: il trailer del film dei fratelli Coen

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È stato diffuso il trailer di La Ballata di Buster Scruggs, il nuovo film dei fratelli Coen che, dopo aver vinto a Venezia 75 il premio alla migliore sceneggiatura, è pronto per sbarcare su Netflix, a partire dal 16 novembre.

Ecco di seguito il trailer:

La Ballata di Buster Scruggs, recensione di Ethan e Joel Coen

La Ballata di Buster Scruggs è un Western antologico in sei parti, una serie di racconti sulla frontiera americana narrati dalle voci uniche e inimitabili di Joel e Ethan Coen. Ogni capitolo racconta una storia diversa sul West americano.

La baia del silenzio: dal cast al finale, tutto quello che c’è da sapere sul film

Diretto da Paula van der Oest da una sceneggiatura di Caroline Goodall, basata sull’omonimo romanzo del 1986 di Lisa St Aubin de Terán, il film La baia del silenzio è un thriller che indaga sui misteri che si annidano in una famiglia, portando alla luce i segreti più inconfessabili. Passato grossomodo in sordina, nonostante l’interessante cast di attori coinvolti, è questo un film che fa dunque dei colpi di scena e delle menzogne dell’apparenza i suoi elementi cardine.

Quando ho letto la sceneggiatura de La baia del silenzio vi ho visto una storia molto avvincente, sia thriller che dramma con temi profondamente interessanti. – ha raccontato la regista – Si tratta di oltrepassare i confini, si tratta di famiglia e si tratta di arte. Quando inizi una relazione, vuoi davvero sapere tutto dell’altra persona? Un po’ di mistero non aiuta il romanticismo?”. Si tratta dunque di un titolo per certi aspetti simile al film L’amore bugiardo – Gone Girl, di David Fincher.

Entrambi questi titoli puntano dunque a suscitare un certo timore nello spettatore, che si troverà a porsi importanti interrogativi una volta terminata la visione. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a La baia del silenzio. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla spiegazione del finale. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La baia del silenzio cast
Claes Bang e Brian Cox in La baia del silenzio

La trama e il cast di La baia del silenzio

Protagonista del film è Will, un uomo che in seguito alla misteriosa scomparsa di sua moglie Rosalind e suo figlio intraprende una forsennata ricerca in tutta Europa. Li individua in un remoto villaggio in Francia, ma il sollievo si trasforma in orrore quando Will scopre che suo figlio è misteriosamente morto. Mentre il mistero dietro le azioni di sua moglie inizia a prendere una forma oscura e minacciosa, Will si propone di scoprire la verità sulla scomparsa della donna e sulla tragica morte di suo figlio, a qualunque costo.

Ad interpretare Will vi è l’attore Claes Bang, noto per aver recitato nei film The Square, The Northman ed aver interpretato il vampiro protagonista della miniserie Netflix Dracula. Accanto a lui, nel ruolo della moglie Rosalind vi è invece l’attrice Olga Kurylenko, divenuta nota come bond girl in Quantum of Solace e distintasi poi anche in To the Wonder, Oblivion e Black Widow. Nel ruolo del patrigno Milton, invece, vi è Brian Cox, ora noto per il ruolo di Logan Roy in Succession.

La baia del silenzio spiegazione finale
Claes Bang e Olga Kurylenko in La baia del silenzio. Credits: © TBOS Film Ltd.

La spiegazione del finale del film

Nel corso del film, Will scopre tramite sua suocera Vivian che l’instabilità mentale di Rosalind è legata allo stupro da lei subito a quattordici anni. Al fine di proteggere sua moglie, Will accetta poi con riluttanza la versione secondo cui il figlio sarebbe morto in un incidente d’auto, orchestrata dal potente patrigno di lei, Milton, noto mercante d’arte. Ma Will non riesce a farsene una ragione di tutta quella vicenda e continua dunque ad indagare segretamente sul mistero del passato della moglie.

Nel far ciò, ritrova la balia Candy, che lo aiuta a ricostruire ciò che è accaduto la notte in cui è morto suo figlio e scopre l’identità del misterioso Pierre Laurent, che possiede la chiave dei segreti di Rosalind. Quando un Will disarmato affronta un Milton vendicativo, è Rosalind, con un drammatico colpo di scena, a decidere il destino di Milton. Infine, i due tornano alla Baia del Silenzio, in Liguria, dove la loro storia è iniziata, per scoprire se l’amore può vincere tutto.

Il trailer di La baia del silenzio e dove vedere il film in streaming e in TV

Sfortunatamente il film non è presente su nessuna delle piattaforme streaming attualmente attive in Italia. È però presente nel palinsesto televisivo di venerdì 14 giugno alle ore 21:20 sul canale Rai 4. Di conseguenza, per un limitato periodo di tempo sarà presente anche sulla piattaforma Rai Play, dove quindi lo si potrà vedere anche oltre il momento della sua messa in onda. Basterà accedere alla piattaforma, completamente gratuita, per trovare il film e far partire la visione.

La baia del silenzio, la spiegazione del finale del film con Olga Kurylenko

La baia del silenzio è il film thriller britannico-olandese del 2020 diretto da Paula van der Oest da una sceneggiatura di Caroline Goodall, basata sull’omonimo romanzo del 1986 di Lisa St Aubin de Terán. Il film è interpretato da Claes Bang, Olga Kurylenko, Alice Krige, Assaad Bouab e Brian Cox.

Cosa succede ne La baia del silenzio?

Rosalind e Will vivono una vita invidiabile a Londra. Lei è una celebre artista, lui un affidabile ingegnere e un volenteroso patrigno per le due figlie gemelle di otto anni. Quando la difficile nascita del loro figlio, Amadeo, scuote il mondo attentamente calibrato di Rosalind, lei scompare improvvisamente con i figli e la giovane tata Candy. Will sospetta un collegamento con una valigia appena arrivata dalla Francia, piena di negativi fotografici sbiaditi.

Lancia una ricerca frenetica in tutta Europa e le individua nella casa sulla scogliera della Normandia dello zio fotografo morto di Rosalind. Ma il sollievo si trasforma in orrore quando scopre che suo figlio è misteriosamente morto. Nascosta nella casa fatiscente, Rosalind è troppo traumatizzata per riconoscerlo, le gemelle parlano per enigmi e Candy è scomparsa. Un Will disperato vede due opzioni: denunciare la tragedia e rischiare che la moglie venga accusata di omicidio o insabbiare il tutto e proteggere la sua famiglia.

Brian Cox e Claes Bang in La baia del silenzio (2020)

Incapace di credere che la moglie sia colpevole, Will seppellisce segretamente Amadeo nel cuore della notte e fugge dalla Francia con la famiglia in una clinica di montagna svizzera per aiutare Rosalind a riprendersi. Quando Will si confida con la madre di lei, Vivian, questa gli confessa che l’instabilità mentale di Rosalind è legata allo stupro subito a quattordici anni. Will accetta a malincuore la “storia di copertura” di un incidente d’auto, orchestrata dal suo potente patrigno mercante d’arte, Milton, per proteggere Rosalind.

Rosalind torna a casa, ma è Will che non riesce a tornare alla “normalità”. Egli vaga per Londra, indagando segretamente sul mistero del passato della moglie, finché la sua ossessione e il suo dolore spingono la vulnerabile Rosalind a rifugiarsi da Milton. In una corsa contro il tempo, Will ritrova la Candy scomparsa che lo aiuta a ricostruire ciò che è accaduto la notte in cui è morto suo figlio e scopre l’identità del misterioso Pierre Laurent, che possiede la chiave dei segreti di Rosalind. Quando un Will disarmato affronta un Milton vendicativo, è Rosalind, con un drammatico colpo di scena, a decidere il destino di Milton. Infine, i due tornano alla Baia del Silenzio, in Liguria, dove la loro storia è iniziata, per scoprire se l’amore può vincere tutto.

La spiegazione finale svela gli oscuri segreti sepolti

Alice Krige and Claes Bang in La baia del silenzio (2020)

Il finale di “La baia del silenzio” rivela molto sui personaggi e sul loro passato. Quando Will scopre gli oscuri segreti sepolti dalla moglie Rosalind (Olga Kurylenko) e dalla sua gemella identica, Lily (anch’essa interpretata da Olga Kurylenko), affronta entrambe le sorelle.

Rosalind ha avuto un passato violento e mentalmente squilibrato, mentre per tutto il tempo ha fatto il filo a Lily. Il film raggiunge il suo culmine con un violento confronto tra i personaggi che porta alla morte di Rosalind.

Alla fine, Will deve affrontare le conseguenze di queste rivelazioni e il dolore per la perdita della moglie. Il film si conclude con una nota ambigua, che lascia molto da contemplare riguardo alle complessità della mente umana e alle conseguenze delle azioni compiute in passato.

The Bay of Silence ha ricevuto recensioni generalmente negative da parte della critica. A partire dall’ottobre 2021, il 52% delle 31 recensioni raccolte su Rotten Tomatoes sono positive, con un voto medio di 5,4/10. Il consenso della critica del sito recita: “Le interpretazioni impegnate di La baia del silenzio possono essere sufficienti per gli appassionati di thriller, ma la sua trama ricca di colpi di scena si aggiunge a una vicenda confusa.

La Anaya per Almodovar

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Pedro Almodovar ha scelto la protagonista femminile che affiancherà Antonio Banderas nell’annunciato La piel que abito. Si tratta della 35enne Elena Anaya…

La abuela – Legami di sangue: la spiegazione del finale

La abuela – Legami di sangue: la spiegazione del finale

Con La abuela – Legami di sangue, Plaza si concentra dunque sulle streghe, utilizzandole però più come pretesto per dar vita ad un racconto soprannaturale ma fortemente incentrato su temi molto umani, quali la vecchiaia e la malattia. Il regista, insieme allo sceneggiatore Carlos Vermut, affronta infatti l’orrore dell’invecchiamento e la necessità di assistenza agli anziani, riflettendo dunque anche sul desiderio di eterna giovinezza. Tutte queste tematiche vengono però calate all’interno di un contesto orrorifico che porta dunque da un lato a provare forti spaventi e dall’altro ad innescare una serie di riflessioni.

Per gli amanti del genere, in ogni caso, si tratta di un buon horror firmato da uno dei maestri europei di questo genere. Motivo per cui è bene non farselo sfuggire. In questo articolo, approfondiamo dunque alcune delle principali curiosità relative a La abuela – Legami di sangue. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e alla spiegazione del finale. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La abuela - Legami di sangue cast

La trama e il cast di La abuela – Legami di sangue

Protagonista del film è Susana, una giovane modella spagnola che vive e lavora a Parigi. La ragazza è rimasta orfana da bambina e a crescerla è stata la sua amata nonna Pilar. Quando quest’ultima viene ricoverata d’urgenza per un ictus, Susana torna a Madrid per prendersi cura di lei. Tuttavia Pilar mette, vittima di incubi terribili e di spaventose allucinazioni, mette a dura prova la resistenza di Susana. Le cose iniziano poi ad acquisire risvolti sempre più inquietanti quando una ragazza di nome Eva si presenta da lei, sostenendo di conoscerla fin dall’infanzia, anche se Susana non ne ha memoria. Da quel momento il mistero si infittisce, conducendo ad orribili scoperte.

Ad interpretare Susana vi è l’attrice Almudena Amor, la quale ha esordito recitando nel lungometraggio Il capo perfetto, con Javier Bardem, grazie al quale ha ricevuto una nomination al Premio Goya come migliore attrice esordiente. Oltre a La abuela – Legami di sangue, è poi stata anche tra i protagonisti di un altro horror di Paco Plaza, ovvero Sorella morte. Accanto a lei, nel ruolo della nonna Pilar, vi è invece l’attrice Vera Valdez, mentre l’attrice ucraina Karina Kolokolchykova, nota per la serie Servir y Proteger, interpreta Eva. Marina Gutiérrez, infine, è Adela, la donna che Susana assume perché accudisca sua nonna.

La spiegazione del finale del film

Verso il finale del film, Susana è più sconvolta che mai per la malattia della nonna, ma proprio quando la situazione sembra priva di vie d’uscita, l’anziana muore improvvisamente. Questa morte dura in realtà molto poco, in quanto la donna si risveglia e inizia a usare i suoi poteri sovrannaturali per completare un rito che scatena uno scambio dei corpi fra le due donne. Pilar, infatti, aprendo la bocca trasferisce la sua anima nel corpo di Susana, di cui dunque si impadronisce. Un dipindo presente nell’abitazione, che inizialmente mostrava una giovane Pilar, vede invece ora raffigurata Susana.

Poco dopo riappare Eva, la quale si era in precedenza rivelata essere nipote di un’amica della nonna, Julita, recentemente scomparsa dopo un decorso molto simile a quello vissuto dell’anziana. Dal modo in cui le due si guardano e si accarezzano con fare intimo, lasciando immaginare non solo un sentimento amoroso, ma anche che Eva sia in realtà l’amica di Pilar che ha a sua volta preso possesso del corpo della nipote. Così facendo, le due hanno sostanzialmente modo di rimanere eternamente giovani e vivere per sempre l’amore che le unisce.

La abuela - Legami di sangue trama

Le due streghe, dunque, passano da un corpo all’altro attraverso una maledizione che si attiva il giorno del compleanno del corpo ricevente. Anni prima, quando Susana ed Eva erano piccole, avevano eseguito il rituale su di loro, per assicurarsi il controllo delle due ragazze fino al momento in cui avrebbero potuto entrare nei loro giovani corpi. Il piano doveva entrare in vigore il giorno del 25° compleanno di Susana, ma il fatto che quest’ultima si fosse trasferita lontano per lavoro metteva a rischio questa possibilità. Per questo Pilar inscena la sua emorragia cerebrale, facendo sì che la nipote tornasse da lei.

Il passaggio dell’anima malvagia di Julita nel corpo di Eva era invece già avvenuto qualche giorno prima, come dimostra la scena iniziale del film, in cui osserviamo Pilar felice di vedere Eva nuda e giovane: sa che dentro quel corpo c’è l’anima della sua amante Julita, e sa che presto anche lei avrà un corpo giovane e bello con cui le due potranno ricominciare a condividere la loro vita. La bambola matrioska che appare nella scena iniziale è dunque il simbolo della donna che ne contiene altre al proprio interno e che si rinnova di generazione in generazione.

Le due giovani donne sono quindi predestinate a quell’infausto ruolo di contenitori promessi per le anime malvagie delle due streghe. Il rito compiuto su di loro le ha segnate a vita, in quanto le due giovani credono di vivere una vita propria, ma la verità è che le nonne tengono tutto sotto controllo affinché la loro vita rimanga coerente con lo scopo per cui vivono. Eva e Susana, dunque, vivono due vite manipolate e usate dalle due nonne per il loro piano malvagio. Un piano che è destinato a non avere mai fine.

Il trailer di La abuela – Legami di sangue e dove vedere il film streaming e in TV

È possibile fruire di La abuela – Legami di sangue grazie alla sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. Questo è infatti disponibile nei cataloghi di Rai Play e Prime Video. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e ad un’ottima qualità video. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di mercoledì 27 marzo alle ore 21:20 sul canale Rai 4.

La 25a ora: trama, cast e curiosità sul film di Spike Lee

La 25a ora: trama, cast e curiosità sul film di Spike Lee

Il regista Spike Lee ha realizzato nel corso della sua carriera numerosi lungometraggi di grande impatto culturale e sociale. Dal recente BlacKkKlansman a titoli come Fa’ la cosa giusta, Malcolm X e La 25a ora. Proprio quest’ultimo, uscito al cinema nel 2002, è tutt’ora giudicato come uno dei suoi migliori film, una storia particolarmente drammatica che coniuga la fine della libertà di un uomo a quella di una città, se non del mondo intero. Presentato con successo nel concorso al Festival di Berlino, il film ha conquistato ampie lodi per la forza visiva e narrativa con cui sono comunicate le sue tematiche.

Alla sceneggiatura del film vi è David Benioff (oggi noto per essere uno degli ideatori di Il Trono di Spade), il quale ha così personalmente curato l’adattamento del suo omonimo romanzo, pubblicato nel 2001. Nel momento in cui il film prendeva vita, però, New York veniva sconvolta dall’attacco alle Torri Gemelle del 11 settembre. Lee decise pertanto di apportare una serie di aggiunte alla sceneggiatura, convinto che non si potesse far finta che la città non avesse subito cambiamenti. La 25a ora divenne così il primo film a mostrare Ground Zero, la zona dove sorgevano le Torri Gemelle.

Il film diventa dunque il manifesto di un’umanità smarrita in un contesto quantomai incerto e in crisi. Nel tempo il titolo è poi diventato sempre più popolare, sia per i suoi contenuti che per alcuni particolari in esso presenti. Prima di intraprendere una visione del film, però, sarà certamente utile approfondire alcune delle principali curiosità relative a questo. Proseguendo qui nella lettura sarà infatti possibile ritrovare ulteriori dettagli relativi alla trama, al cast di attori e al celebre monologo recitato dal protagonista. Infine, si elencheranno anche le principali piattaforme streaming contenenti il film nel proprio catalogo.

La 25a ora: la trama del film

Protagonista del film è Monty Brogan, spacciatore di New York, fidanzato con la bella portoricana Naturelle Riviera e sempre accompagnato dai suoi inseparabili amici Jacob Elinsky e Frank Slaughtery. La sua vita prende una svolta inaspettata quando, in seguito ad una soffiata, la polizia si reca presso il suo appartamento trovandovi numerosi contanti e chili di droga. Monty viene così condannato a sette anni di carcere e si trova a dover dire addio a tutto il suo mondo. Nella sua ultima giornata di libertà, egli decide di vivere quante più esperienze possibili. Riflettendo su quanto capitatogli, Monty non potrà far altro che andare incontro al suo destino.

La 25a ora monologo

La 25a ora: il cast del film

Originariamente, l’attore Tobey Maguire espresse grande interesse a ricoprire il ruolo di Monty Brogan. Tuttavia, quando egli fu scelto per interpretare Peter Parker in Spider-Man, si tirò indietro dal progetto, rimanendovi però in qualità di produttore. Per dar vita al protagonista venne così scelto Edward Norton, il quale fu così affascinato dal personaggio da curarlo in ogni suo aspetto. Norton richiese anche di poter avere, tramite il trucco, il picco della vedova all’attaccatura dei capelli, proprio come descritto da Benioff nel libro. Per il ruolo del padre di Monty, si ritrova il noto attore Brian Cox.

L’attrice Rosario Dawson interpreta Naturelle, personaggio per il quale era stata considerata anche la cantante Alicia Keys. Per la parte dei due migliori amici di Monty, Lee scelse invece Barry Pepper, attore allora poco conosciuto, come Frank, e il futuro premio Oscar Philip Seymour Hoffman per Jacob. Per quanto riguarda il ruolo di Mary D’Annunzio, la studentessa che Jacob ama segretamente, fu scelta Brittany Murphy, che però fu subito licenziata perché non mostrava l’impegno necessario. Per sostituirla fu scelta quindi la premio Oscar Anna Paquin.

Il monologo di La 25a ora, il trailer e dove vedere il film in streaming e in TV

Tra gli elementi di maggior fama del film vi è senza dubbio il lungo monologo in cui Monty, non capacitandosi della sua colpa, inizia ad insultare un lungo elenco di persone ed etnie, rendendosi però infine conto che l’unico a cui dover dare la colpa di quanto accaduto è sé stesso. Originariamente, Benioff non aveva incluso tale monologo nella sceneggiatura finale, convinto che non fosse adattabile per il grande schermo. Lee lo convinse invece ad inserirlo, affermando di poter trovare la giusta messa in scena per questo. Ad oggi, infatti, è una delle scene più iconiche del cinema dal Duemila ad oggi.

Per rivedere questa è l’intero film, è possibile fruire della sua presenza su alcune delle più popolari piattaforme streaming presenti oggi in rete. La 25a ora è infatti disponibile nei cataloghi di Microsoft Store e Apple TV+. Per vederlo, una volta scelta la piattaforma di riferimento, basterà noleggiare il singolo film o sottoscrivere un abbonamento generale. Si avrà così modo di guardarlo in totale comodità e al meglio della qualità video. È bene notare che in caso di noleggio si avrà soltanto un dato limite temporale entro cui guardare il titolo. Il film è inoltre presente nel palinsesto televisivo di lunedì 31 luglio alle ore 22:50 sul canale Rai 4.

Fonte: IMDb

La 20th Century Fox programma in misterioso film Marvel in IMAX

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La 20th Century Fox programma in misterioso film Marvel in IMAX

La 20th Century Fox ha ribegoziato gli accordi con IMAX per la distribuzione di alcuni dei sui prossimi film, tra cui Predator e Alita: Battle Angel. Trai titoli elencati nell’accordo tra le parti spicca però anhce un nuovo film Marvel senza ancora un titolo.

20th Century FoxAl momento Wolverine 3, con Hugh Jackman, è previsto per il 2017, mentre due Untitled Marvel Movies sono previsti per il 2 marzo 2018 e il 29 giugno 2018. Al momento alla Fox sono in sviluppo Deadpool 2, New Mutants, Gambit e un sequel per Fantastic Four, oltre al biopic su Stan Lee. C’è anche un nuovo capitolo del franchise degli X-Men in sviluppo, con a capo Bryan Singer e Simon Kingerg e del quale si sa soltanto che sarà ambientato negli anni ’90 e che potrebbe raccontare la storia della Fenice Nera con protagonista Sophie Turner.

Potrebbe essere molto plausibile che la data per l’IMAX vista nell’accordo potrebbe essere riferita a Deadpool 2 con protagonista Ryan Reynolds, perché dei film in cantiere è quello con una produzione in stato più avanzato, ma si potrebbe anche ipotizzare un nuovo titolo non ancora annunciato.

Voi che ne dite?

Fonte: CBM

La “sfida al mercato” della AncheCinema

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AncheCinemaIn Italia il mercato dei cortometraggi è sempre stato – a voler essere buoni – limitato, oltre che limitante. E questo tralsciando il tripudio di visibilità (molto spesso aggratiss) che il web garantisce. Senza dubbio, il mercato di cui può beneficiare un lungometraggio (per ovvie ragioni) non potrà mai (?) essere lo stesso di un cortometraggio. Eppure qualcosa – non solo oggi, c’è da dire – si sta muovendo. L’associazione ‘AncheCinema’ ha diffuso un comunicato per rendere noto di “voler lanciare una sfida al mercato del cortometraggio in Italia con un progetto di distribuzione supportato da una specifica App”. Dopo l’esperienza del cortometraggio “Sposero’ Nichi Vendola” libro+DVD, (1500 copie vendute in 25 punti vendita LaFeltrinelli a 4,99 Euro), AncheCinema lancerà, il primo ottobre prossimo, un’altra iniziativa. Si tratta di un progetto di distribuzione “volto a dare dignita’ e mercato a storie che possano essere raccontate contestualmente in forma letteraria, con il limite di 300 pagine, e cinematografica, attraverso il formato breve dei cortometraggi di massimo 8 minuti”. L’intento è quello di proporsi come “editore di cortometraggi di qualità, premiati e possibilmente riconosciuti di nazionalità italiana dal Ministero per i Beni e le Attività culturali”. Un progetto rivoluzionario quanto ambizioso. Il 29 e 30 settembre prossimi, inoltre, AncheCinema organizza a Bari il convegno “Filmaker: produrre e vendere storie”, per simulare la produzione di un cortometraggio (con un piano finanziario di massimo 10.000 euro), che segua l’iter ministeriale per la richiesta di nazionalità italiana e che possa beneficiare dell’investimento di un finanziatore utilizzando il tax credit esterno.

La “nascita di Cyborg” in una scena inedita di Justice League Snyder Cut

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Dopo i due teaser trailer e in attesa del DCFANDOME la WB ha diffuso alcune scena inedita dalla Justice League Snyder Cut che mostra la “nascita di Cyborg”. Nella sequenza finalmente possiamo ammirare le scene di Victor Stone al liceo. Non fatevi ingannare dall’inizio simile al trailer, subito dopo inizia la scena in questione dove vediamo Victor Stone lottare con se stesso per superare le sue paure e spiccare il volo come Cyborg!

Nel film alla fine della lotta contro Steppenwolf, Bruce Banner/Batman (Ben Affleck) e Diana Prince/Wonder Woman (Gal Gadot) cercano di dare ufficialmente corpo alla Justice League, cercando di stabilire una base. Dopo anni di abbandono, Bruce decise di aprire Villa Wayne e di farne il loro quartier generale, trasformandola ufficialmente nella versione della Sala di Giustizia del DCEU. In base al post condiviso da Snyder, i fan potrebbero vedere qualcosa in relazione a Villa Wayne nella Snyder Cut

Vi ricordiamo che la Snyder Cut di Justice League uscirà nel 2021 sulla piattaforma streaming di Warner Bros HBO Max che è disponibile negli USA dall’Aprile scorso. Attualmente non sappiamo se in Italia la versione debutterà su qualche piattaforma streaming dato che HBO MAX non è disponibile nel nostro paese. Ma sappiamo che HBO in Italia ha un accordo in esclusiva con SKY, dunque potrebbe essere una valida teoria pensare che in Italia il film possa essere programmato su SKY CINEMA o su SKY ATLANTIC. Tuttavia, quest’ultima è solo una supposizione dunque non ci resta che aspettare ulteriori notizie.

Justice League è il film del 2017 diretto da Zack Snyder e rimaneggiato da Joss Whedon. Nel film vedremo protagonista Henry Cavill come SupermanBen Affleck come BatmanGal Gadot come Wonder WomanEzra Miller come Flash, Jason Momoa come Aquaman e Ray Fisher come Cyborg. Nel cast anche Amber HeardAmy AdamsJesse EisenbergWillem DafoeJ.K. Simmons e Jeremy Irons. I produttori esecutivi del film sono Wesley Coller, Goeff Johns e Ben Affleck stesso.

La Immeditate Music per il nuovo trailer de Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato

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Novità sul prossimo traierl de Lo Hobbit: Un Viaggio Inaspettato. Al posto di Howard Shore, questa volta a musicare il trailer sarà la Immeditate Music,

L’Uovo dell’Angelo, dal 4 al 10 dicembre: ecco il trailer

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L’Uovo dell’Angelo, dal 4 al 10 dicembre: ecco il trailer

L’Uovo dell’Angelo (Tenshi no Tamago / Angel’s Egg), film d’animazione diretto da Mamoru Oshii (1985), arriva per la prima volta nelle sale italiane come evento speciale di una settimana dal 4 al 10 dicembre.

La nuova versione restaurata in 4K, realizzata a partire dai materiali originali in 35mm, è stata presentata in anteprima internazionale all’ultimo Festival di Cannes, all’interno della sezione Cannes Classics.

Mamoru Oshii, regista e sceneggiatore, indaga nelle sue opere temi esistenziali, spirituali e filosofici attraverso un linguaggio visivo profondamente evocativo. Prima di raggiungere la fama internazionale con Ghost in the Shell (1995), aveva delineato la sua poetica proprio ne L’Uovo dell’Angelo, un’opera onirica e carica di significato.

Diventato un film di culto dell’animazione giapponese, L’Uovo dell’Angelo è caratterizzato da una forte componente simbolica e da un approccio visivo e narrativo sperimentale. Ambientato in un mondo deserto e sospeso, racconta l’incontro tra una giovane ragazza che custodisce un uovo misterioso e un guerriero errante.

La direzione artistica e il character design sono ad opera di Yoshitaka Amano, illustratore e artista di fama internazionale, noto per il suo contributo all’animazione giapponese e al mondo dei videogiochi, in particolare per la saga di Final Fantasy.

La trama di L’Uovo dell’Angelo

Una ragazza custodisce un misterioso uovo in un mondo desolato, ai margini di una città gotica abbandonata. L’incontro con un enigmatico viandante dà inizio a un viaggio simbolico e visionario, fatto di dialoghi accennati, domande spesso senza risposta e riflessioni aperte alle più svariate interpretazioni.

L’uomo senza colpa, la recensione del film Premio Ettore Scola

L’uomo senza colpa, la recensione del film Premio Ettore Scola

C’è da augurarsi che la presenza e il volto di Valentina Carnelutti possano fungere da traino per un film come L’uomo senza colpa, dal 22 giugno distribuito al cinema da Arch Film in collaborazione con Athena cinematografica. Nell’opera prima di Ivan Gergolet, già vincitore del premio Ettore Scola del Pubblico del Bifest (e passato per i festival di Pechino, Sofia e Tallin), è lei la protagonista di una storia tagliente, fatta di silenzi e vuoti da riempire, nella quale la vediamo affiancata dagli ottimi Branko Zavrsan e Enrico Inserra.

Amianto e morti sul lavoro: un dramma personale, di tutti

Ed è lei la Angela che, a Monfalcone, vive sola dalla morte del marito, morto di un cancro ai polmoni causato dalla polvere di amianto respirata in fabbrica. Addetta alle pulizie, un giorno scopre che nell’ospedale in cui presta servizio è stato ricoverato Francesco Gorian, l’ex datore di lavoro del marito ormai costretto a letto da un ictus e bisognoso di assistenza.

E’ lo stesso figlio dell’uomo a chiederle di aiutarlo a gestire la situazione e le offre un lavoro fisso come badante nella villa fuori dalla città. Una occasione per Angela di consumare la sua vendetta e punire Gorian, che però – per indole ed etica – non riesce a non accudire. Incapace di fargli del male, la donna decide per un piano alternativo, nel quale rischia di perdere la sua migliore amica, sua figlia, la sua dignità.

Una storia vera, un tormento senza fine

100.000 morti all’anno e 125 milioni in totale, sono le vittime del cosiddetto ‘dramma dell’amianto’ e di una specifica contaminazione che – nonostante sia stato bandito nel 1992, come sottolinea lo stesso regista – “sta facendo una strage“, anche nell’area del nord-est italiano al confine con la Slovenia dove il film è ambientato, anche nella sua propria famiglia, dove suo padre,”che da giovane ha lavorato in un importante cantiere navale, ha respirato le polveri ed è a rischio, come tutta quella generazione di lavoratori“. Una denuncia, e insieme un tentativo di dare voce alla richiesta di giustizia delle tante famiglie colpite, che nasce 15 anni fa, dopo il cortometraggio Polvere. E che dalla polvere riparte, come si vede nell’allegorico e surreale prologo di una vicenda fin troppo radicata nella verità di fatti accaduti.

L’ambientazione ospedaliera prima e casalinga poi ricordano quelle di tanti thriller horror, genere con il quale – pur affrontando il tema in maniera tanto onesta e realistica – il film ha molto in comune, soprattutto nella sua forza di penetrazione nello spettatore. Che Gergolet conquista con un film capace di posarsi e sedimentare nella coscienza di ciascuno come la polvere di amianto protagonista, di restare dentro, simbolicamente, grazie alle sue molte suggestioni e spunti di riflessione, visto che anche l’empatia istintiva qui non è né una risposta né un porto sicuro dal quale osservare gli eventi.

Non esiste vendetta più dolce

Il comportamento di Angela è ambiguo, condivisibile ed esecrabile insieme, lei stessa è confusa, divisa tra rabbia e pietà, vendetta e perdono, ed è proprio qui la potenza del film, che il regista – esordiente nella finzione, ma niente affatto privo di esperienza – costruisce affidando alla geometria di certe inquadrature, le scenografie, le location e il commento sonoro (per non parlare della lingua slovena) un ruolo fondamentale. Anche nella rappresentazione del tormento di vittime e carnefici, costretti alla stessa prigione, forse alla stessa condanna, e per questo a specchiarsi gli uni negli altri.

Il passato è doloroso, il giudizio è complicato, la colpa impossibile da espiare. E così vendetta e perdono finiscono per confondersi, rovesciarsi, nell’abile messa in scena di  Gergolet, che senza sprecare parole racconta una donna, un uomo, due famiglie, una comunità, un mondo, il nostro, fatto anche di recrudescenze etniche, ingiustizie sociali (come ricorda il sentito cameo di Paolo Rossi o la paura di affidarsi a sconosciuti alla fine della propria vita). Difficile non farsi coinvolgere a uno – o più – di questi livelli, senza moralismi o certezze incrollabili, o non aprire gli occhi sulla complessità di certe situazioni, spesso nascoste nel non detto o nell’inconscio dei sopravvissuti.

L’uomo Fiammifero

L’uomo Fiammifero

L’uomo Fiammifero Di Marco Chiarini , 2009 Con Francesco Pannofino , Marco Leonzi , Greta Castagna, Tania Innamorati

Trama: Nell’agosto del 1982, Simone vive da solo col padre, dopo la morte della mamma avvenuta qualche anno prima, in una cascina nelle campagne abruzzesi: il tempo sembrerebbe non passare mai, ma per fortuna l’uomo fiammifero, di cui la madre gli ha sempre parlato, dopo tanto tempo sembra stia per tornare a realizzare i suoi sogni: aiutato dai suoi amici e dalla bella Lorenza, Simone costruirà un mondo fantastico popolato di straordinari personaggi, raccoglierà indizi e segni del passaggio del suo eroe e dovrà lottare contro il terribile Rubino, figlio del proprietario del terreno confinante che vuole dominare tutte le terre emerse e che farebbe di tutto per impedire all’uomo fiammifero di tornare…

Recensione:

Nel panorama desolante che ormai da tempo caratterizza il cinema italiano, un film come L’uomo fiammifero rappresenta quasi un piccolo miracolo; l’opera prima del regista teramano Marco Chiarini, realizzata con pochissimi mezzi solo grazie alla tenacia e alla volontà del suo creatore, ha inevitabilmente sofferto di carente distribuzione nonostante i numerosi riconoscimenti  seguendo il destino di gran parte del cinema indipendente nostrano, ma questo non ha per fortuna impedito grazie a un notevole passaparola di consensi, che la sua poesia e bellezza venissero dimenticate. Nell’affrontare il tema difficile quanto inflazionato dell’elaborazione del lutto la pellicola filtra con dolcezza il dolore attraverso gli occhi di chi era bambino nel 1982, quando la creatività non era ancora frenata dalle tecnologie e la babysitter preferita dai genitori non era la playstation: per impedire che la luce sul volto della madre morta anni prima svanisca nel buio, l’undicenne Simone attende fiducioso l’arrivo dell’uomo fiammifero di cui lei gli aveva sempre raccontato, il mago che accende le stelle e che può tenere viva la fiamma del ricordo.

Le noiose giornate estive nella campagna abruzzese si trasformano così in una avventurosa caccia al tesoro , dove amici e conoscenti sono dotati di straordinari poteri: Dina Lampa, la bambina che per l’emozione scompare a intermittenza, Ocram, che parla al contrario e sa far apparire un cono alla fragola dalla bocca, Giulio Buio, che per paura di farsi fotografare vive sempre nell’ombra e ovviamente il perfido Rubino, figlio del proprietario del terreno confinante, “dominatore di tutte le terre emerse”; malinconici e bellissimi sono anche lo Zio Disco, nuovo Mastro Geppetto che parla con una voce sempre diversa attraverso il mangiadischi in una bottega dove i giocattoli si animano, l’uomo che rende fino il sale per farti rivivere un momento felice della vita solo con le sue grandi mani d’argento e infine Lorenza, la bella dagli occhi verdi, cugina del nemico, che fa battere il cuore per la prima volta di sentimenti nuovi che non si riescono a rivelare. Un mondo immaginario (che per certi versi ricorda le atmosfere dell’americano Un ponte per Terabithia di Katherine Paterson) ma che si espande in tutte le dimensioni sulla carta col tratto delicato di una matita, nei disegni di una mano infantile dalla creatività senza confini dove i maialini possono volare e le lucciole illuminare il cammino, finché il gallo che scaccia via la notte non si mette a cantare riportandoci a quella realtà da cui avevamo tanto pregato di fuggire. L’incanto sembra svanito quando il ragazzino brucia i suoi giocattoli e dice addio al sogno irrealizzabile di vedere il suo eroe e tenere così stretta l’immagine della madre, finché alla finestra inaspettatamente ecco comparire la fiammella tanto attesa : eppure, lui sceglie di non vedere e continuare a dormire, forse perché a volte è sufficiente che il sogno resti tale, un rifugio dove poter correre quando tutto va in pezzi, fuori dalla logica e dalle realtà come le fantasie dei più piccoli.

altGirato con attori non professionisti che trovano nella loro stessa spontaneità il cuore di personaggi comuni persi nel tempo , il film si fregia però della presenza di Francesco Pannofino che si dimostra sempre di più un attore capace oltre che un grande doppiatore, nel ruolo del padre vedovo e disorganizzato di Simone: duro e severo ma allo stesso tempo complice e dal cuore d’oro, alla fine  è proprio a lui che si mostra il grande uomo fiammifero, restituendogli la fede e la speranza perduta dopo la morte della moglie e soprattutto, la fiducia in suo figlio. Un film insolito, fresco e di grande semplicità, per chi non vuole o non vorrebbe mai crescere, per chi ha cercato e cerca ancora in segreto, tracce nell’uomo fiammifero e dei personaggi più incredibili che abitano l’infanzia, per chi è cresciuto anche troppo e si è smarrito nella quotidianità di un mondo frenetico e avrebbe solo bisogno di fermarsi un momento, a guardare fuori dalla finestra, per ricordarsi del  bambino che dentro di noi, anche se a volte pensiamo di non riuscire più a sentirlo, dorme e fa ancora sogni meravigliosi.

L’uomo delle castagne: Nascondino – quando esce, trama, cast e cosa aspettarsi dalla stagione 2

Dopo il successo internazionale della prima stagione, L’uomo delle castagne torna su Netflix con Nascondino, il secondo capitolo della serie crime danese tratta dal romanzo di Søren Sveistrup. La nuova stagione, attesa nel 2026, riprende uno degli universi narrativi più disturbanti e stratificati degli ultimi anni, costruito su un equilibrio sottile tra indagine poliziesca e trauma psicologico.

Se la prima stagione giocava sulla scoperta e sulla rivelazione dell’assassino, L’uomo delle castagne: Nascondino ha un compito più difficile: non può più sorprendere con il mistero iniziale, ma deve rilanciare. E lo fa, almeno dalle premesse, spostando il focus dal “chi è stato” al “perché continua a succedere”, trasformando il racconto in qualcosa di più profondo e inquietante.

Quando esce L’uomo delle castagne 2 e a che ora sarà disponibile su Netflix

Mikkel Boe Følsgaard nel ruolo di Mark Hess L’uomo delle castagne- Nascondino
Foto per gentile concessione di Netflix © 2024

La seconda stagione de L’uomo delle castagne: Nascondino sarà disponibile su Netflix dal 7 maggio 2026, segnando il ritorno di una delle serie crime europee più apprezzate degli ultimi anni. A distanza di quasi cinque anni dalla prima stagione, la piattaforma riporta in primo piano un titolo che aveva colpito per atmosfera e costruzione del mistero.

Come da prassi per le produzioni originali Netflix, tutti gli episodi verranno rilasciati contemporaneamente. In Italia, la disponibilità è prevista dalle 09:00 del mattino, permettendo agli spettatori di immergersi subito nella nuova indagine. Un’uscita che punta chiaramente sul binge watching, ma che dovrà anche dimostrare di reggere il confronto con l’impatto della prima stagione.

La trama di Nascondino: come continua la storia dopo il finale della prima stagione

Danica Curcic in L'uomo delle castagne
© Netflix

I dettagli ufficiali sulla trama sono ancora limitati, ma il titolo Nascondino suggerisce già una direzione chiara: il gioco, la caccia, la dinamica tra chi si nasconde e chi cerca. Se la prima stagione ruotava attorno a una serie di omicidi legati a un passato oscuro, la seconda potrebbe ampliare il raggio d’azione, trasformando il caso in qualcosa di più sistemico.

Il punto di partenza sarà inevitabilmente l’eredità lasciata dal finale della prima stagione di L’Uomo delle castagne. Non tanto per riprendere direttamente la stessa indagine, quanto per esplorarne le conseguenze. In questo senso, Nascondino potrebbe lavorare su un livello più psicologico, mostrando come il trauma non si chiude con la cattura del colpevole, ma continua a propagarsi.

L’idea di “nascondino” implica anche una moltiplicazione delle prospettive: non un solo killer, ma una rete, o comunque una dinamica più complessa in cui il confine tra vittime e carnefici si fa meno netto. Se confermata, questa scelta porterebbe la serie oltre il classico schema del thriller investigativo.

Il cast della stagione 2: nuovi ingressi e ritorni nella serie Netflix

Ofie Gråbøl e Ida Cæcilie Rasmussen nel ruolo di Signe in L’uomo delle castagne- Nascondino
Foto per gentile concessione di Netflix © 2024

La seconda stagione vedrà il ritorno dei personaggi principali, mantenendo la continuità narrativa che ha reso efficace la prima. Accanto a loro, però, arrivano nuovi volti che potrebbero ridefinire gli equilibri della serie.

Tra le novità più rilevanti ci sono Sofie Gråbøl e Katinka Lærke Petersen, due ingressi che suggeriscono un ampliamento del mondo narrativo e delle linee investigative. Non si tratta di semplici aggiunte, ma di possibili nuovi punti di vista all’interno della storia.

Il vero nodo sarà capire come questi nuovi personaggi si integreranno con quelli già esistenti: se come alleati, antagonisti o elementi ambigui. Ed è proprio questa ambiguità che potrebbe diventare uno degli elementi chiave della nuova stagione.

Trailer e cosa aspettarsi davvero da Nascondino

Al momento non è ancora disponibile un trailer ufficiale di Nascondino, ma è lecito aspettarsi una campagna promozionale che punti fortemente sull’atmosfera e sulla tensione psicologica, più che sull’azione.

La prima stagione aveva costruito la sua forza su un senso costante di inquietudine, legato non solo agli omicidi, ma al contesto sociale e familiare in cui si sviluppavano. La seconda stagione dovrà fare un passo ulteriore: non limitarsi a replicare quel tono, ma evolverlo.

Quello che ci si può aspettare è una narrazione più consapevole, meno centrata sulla sorpresa e più sulla costruzione del disagio. Se L’uomo delle castagne riuscirà a trasformare il suo immaginario in qualcosa di ancora più disturbante e stratificato, Nascondino potrebbe confermare la serie come uno dei crime europei più solidi degli ultimi anni.

L’uomo che vide l’infinito: due clip con Jeremy Irons

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L’uomo che vide l’infinito: due clip con Jeremy Irons

Ecco due clip in italiano di L’uomo che vide l’infinito, film diretto da Matthew Brown e con protagonisti Dev Patel, Jeremy Irons e Devika Bhise. Il film arriverà il 9 giugno al cinema. Ecco le clip:

La pellicola, diretta da Matthew Brown, è basata sul libro di Robert Kanigel, “L’uomo che vide l’infinito – La vita breve di Srinivasa Ramanujan, genio della matematica” e racconta la vera storia di Srinivasa Ramanujan, interpretato da Dev Patel (The Millionaire), genio indiano della matematica, completamente autodidatta. l'uomo che vide l'infinitoPer far conoscere al mondo la sua mente geniale, dovrà lasciarsi alle spalle la giovane e amata sposa Janaki, interpretata da Devika Bhise (Un marito di troppo) per intraprendere un lungo viaggio che lo porterà a Cambridge, dove forgerà un forte legame con il suo mentore, l’eccentrico professore G.H. Hardy, interpretato da Jeremy Irons (Il mistero Von Bulow, La corrispondenza). Sotto la guida di Hardy, il suo lavoro si evolverà in modo tale da rivoluzionare per sempre la matematica e trasformare il modo in cui gli scienziati spiegano il mondo.

L’uomo che vide l’infinito sarà distribuito al cinema da Eagle Pictures dal 9 giugno.

L’uomo che vendette la sua pelle, recensione del film di Kaouther Ben Hania

Approda nelle nostre sale L’uomo che vendette la sua pelle che era già arrivato in Italia nel 2020, presentato alla Mostra del Cinema di Venezia nella sezione “Orizzonti”, e che è stato poi candidato agli Oscar di quest’anno come Miglior film internazionale: la prima pellicola tunisina a concorrere per la categoria.

Diretto dalla regista e sceneggiatrice Kaouther Ben Hania, già nota per Le Challat de Tunis del 2014 e La bella e le bestie del 2017, L’uomo che vendette la sua pelle trae ispirazione da un evento realmente accaduto e a cui l’autrice tunisina ha assistito in prima persona mentre lavorava come curatrice per una mostra al Louvre del controverso artista belga Wim Delvoye.

La trama di L’uomo che vendette la sua pelle

L’opera d’arte dello stesso Delvoye in esposizione negli appartamenti “Napoleone III” consisteva nella schiena realmente tatuata di un uomo (tale Tim Steiner), il quale sedeva immobile volgendo le spalle ai visitatori del museo parigino. L’immagine sconvolge la regista al punto da farle prendere la decisione d’iniziare ad elaborare il soggetto di una storia.

L’uomo che vendette la sua pelle diventa dunque il racconto di Sam Ali (Yahya Mahayni), un siriano fuggito dalla guerra e che a Beirut incontra accidentalmente un performer d’arte (Koen De Bouw) che gli offre di realizzare il suo sogno più agognato: partire da quel luogo terribile e approdare a Bruxelles, terra di libertà in cui potersi anche ricongiungere con la sua amata Abeer (Dea Liane), ad una condizione sola: che gli conceda – per l’appunto – la sua schiena per poterne fare un’opera propria.

È interessante lo sviluppo degli argomenti, e come la regista rifletta sul significato del ricevere dal nulla proprio ciò che un intero popolo desidererebbe, ma con la conseguenza di averlo ottenuto a un prezzo molto più caro di quel che il protagonista si aspetti. In più le tematiche che serpeggiano già al principio, guizzano fuori dall’altezzosità del mondo onnipotente abitato da chi muove quantità di soldi inimmaginabili, che chiaramente si approccia a qualunque cosa come a un’opportunità di business, anche quando si tratta della vita di un uomo che ha perso tutto, e che, pertanto, è disposto a tutto.

Kaouther Ben Hania parla della pelle tatuata dall’artista come di carne da macello, sfruttata fino all’osso – è proprio il caso di dirlo – monetizzandone la storia esattamente come se si trattasse di un quadro qualunque. Tra l’altro, il personaggio che incarna il cinismo del denaro è l’assistente Soraya, interpretata da Monica Bellucci e la sua impassibile inespressività, in questo caso perfettamente funzionale alla resa del ruolo.

La recensione di L’uomo che vendette la sua pelle

Il siriano Sam Ali è insomma uno strumento, e anche la sua disperazione lo diventa, finché tutto entra in collisione con la tenuta dell’andamento del racconto. È ovviamente chiara la finalità. E l’idea, così come gli interpreti, sono condotti bene, unitamente a una fotografia elegante e in tono con gli ambienti da galleria d’arte contemporanea; ma il problema sorge quando comincia a storcersi la plausibilità dei fatti, man mano che la trama si sbroglia.

Kaouther Ben Hania fa un ottimo lavoro, questo è innegabile, ma per poter portare fino in fondo un tema di una portata tale e, di conseguenza, della storia tessuta attorno ad esso, è necessario mantenere la stessa intensità che muove il desiderio di partenza, aumentando il ritmo e premendo sulla gravità di ciò che si sta trattando. Al contrario, l’effetto finale è di un salto in un universo di fantasia, dove ogni elemento si muove come sarebbe bello che le cose andassero, palesando la finzione e l’inverosimiglianza di quanto mostrato, e afflosciando la bellezza di quello che, invece, sembrava essere stato promesso all’inizio.

L’uomo che poteva cambiare il mondo, terminate le riprese del film con Elio Germano

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Sono terminate le riprese de L’uomo che poteva cambiare il mondo, secondo lungometraggio di Anne Paulicevich, sceneggiatrice di Tango Libre (Premio Speciale della Giuria – Festival di Venezia 2012) e di Working Girls co-diretto insieme a Frédéric Fonteyne (film belga candidato come Miglior Film Internazionale agli Academy Awards 2020) con Elio GermanoAlbrecht Schuch e Fausto Russo Alesi. Nel cast anche Linda Caridi ed Edoardo Pesce.

La trama di L’uomo che poteva cambiare il mondo

1938. Hitler è in visita ufficiale in Italia. Per impressionare il suo ospite, Mussolini chiama il più autorevole archeologo italiano a fare da guida tra i tesori del Bel Paese. L’uomo, distante dalle posizioni del regime, si ritrova costretto ad accompagnare i due dittatori: quattro giorni in cui la bellezza e la potenza dell’arte diventano terreno di tensioni, ambiguità e scelte che continuano a risuonare nel presente.

Protagonista, nel ruolo del Professore di Archeologia e Storia dell’Arte, Elio Germano (Berlinguer – La grande ambizione, Iddu, Volevo nascondermi). Accanto a lui Albrecht Schuch (Peacock, Niente di nuovo sul fronte occidentale, Berlin Alexanderplatz) nei panni di Hitler e Fausto Russo Alesi (Iddu, Rapito, Esterno notte) in quelli di Mussolini.

Girato tra l’Italia (principalmente Roma e Firenze), la Germania (Monaco) e il Belgio, il film è una coproduzione europea. I produttori sono la belga Versus (Through the Night, Vermiglio, Close), le italiane Indigo Film (Primavera, Iddu, La Grande Bellezza) e PiperFilm (La Grazia, Parthenope, Duse), che distribuirà il film anche in Italia, e la tedesca NiKo Film (Più che mai, Ghost Trail, The Village Next to Paradise).
Le vendite internazionali del film sono a cura di PiperPlay.

I produttori Jacques-Henri Bronckart (Versus Production), Nicola Giuliano (Indigo Film), Massimiliano Orfei (PiperFilm) e Nicole Gerhards (Niko Film) dichiarano: “Siamo entusiasti di collaborare a questa ambiziosa coproduzione, le cui riprese si sono svolte in tre diversi paesi europei con un cast internazionale. Ispirandosi a fatti storici realmente accaduti, riteniamo che questa storia sia di straordinaria attualità  e confidiamo che possa risuonare profondamente nel pubblico di oggi.”

Il progetto è realizzato con il sostegno di: Centre du Cinéma et de l’Audiovisuel de la Fédération Wallonie-Bruxelles, RTBF, Be TV e Orange, Proximus, Wallimage, Europa Creativa MEDIA, Inver Tax Shelter e O’Brother Distribution; con il sostegno della Regione Lazio – Lazio Cinema International Avviso Pubblico (PR FESR LAZIO 2021-2027), con il contributo del Fondo per lo sviluppo degli investimenti nel cinema e nell’audiovisivo del Ministero della Cultura, con il contributo del Fondo per le coproduzioni Minoritarie del Ministero della Cultura; con il contributo di German Federal Film Fund, FilmFernsehFonds Bayern, Medienboard Berlin-Brandenburg, German Federal Film Board – Minority Co-production Funding e nordmedia – Film and Media Fund of Lower Saxony and Bremen.

L’universo di Tyler Rake si espande: concluso lo spin-off Tygo

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L’universo di Tyler Rake si espande: concluso lo spin-off Tygo

Il franchise action di Netflix dedicato al mercenario Tyler Rake continua ad espandersi. Dopo il successo dei primi due capitoli, la saga si prepara ad ampliare il proprio universo narrativo con un nuovo film spin-off, le cui riprese si sono concluse di recente. Il progetto, intitolato Tygo, rappresenta il primo spin-off dalla serie cinematografica guidata da Chris Hemsworth.

A darne notizia è stata AGBO, la casa di produzione fondata dai Fratelli Russo, che ha condiviso sui social un aggiornamento dal set accompagnato dalla scritta “That’s a wrap”, espressione con cui nell’industria cinematografica si indica la fine delle riprese. Il post mostrava una sedia da regista con il logo del film Tyler Rake: Tygo e una piccola ascia appoggiata sul sedile, mentre la troupe lavorava sullo sfondo.

Il franchise ha avuto inizio nel 2020 con Tyler Rake, diretto da Sam Hargrave e prodotto da Joe e Anthony Russo, già noti per diversi titoli del Marvel Cinematic Universe, tra cui Avengers: Infinity War e Avengers: Endgame. Il film, tratto dalla graphic novel Ciudad creata dagli stessi Russo insieme a Ande Parks, racconta la missione quasi impossibile del mercenario Tyler Rake, incaricato di salvare il figlio di un potente signore della droga.

Il successo del primo capitolo ha portato nel 2023 all’uscita di Tyler Rake 2, sempre con Hemsworth nei panni del protagonista. Nel sequel, il mercenario viene coinvolto in una nuova operazione ad alto rischio per liberare una famiglia imprigionata in Georgia. Il film ha ottenuto un’accoglienza critica più positiva rispetto al predecessore, raggiungendo l’80% di gradimento su Rotten Tomatoes.

Tyler Rake 3, è attualmente in fase di pre-produzione

Tyler-rake-2-sequel

Nel frattempo la saga è pronta a espandersi ulteriormente. Il terzo capitolo, Tyler Rake 3, è attualmente in fase di pre-produzione e dovrebbe iniziare le riprese in Australia nel corso del 2026, con uscita prevista indicativamente nel 2027. Oltre a Hemsworth, potrebbero tornare nel cast anche Idris Elba, Olga Kurylenko e Golshifteh Farahani.

Lo spin-off Tygo, invece, sposterà l’attenzione su un nuovo protagonista. Diretto da Lee Sang-yong e scritto da Cha Woo-jin, il film vedrà al centro della storia Tygo, interpretato da Don Lee, noto al grande pubblico per il ruolo di Gilgamesh in Eternals. Come Tyler Rake, anche Tygo è un mercenario che intraprende un percorso di vendetta contro le organizzazioni criminali coreane dopo una missione fallita.

Nel cast figurano anche Lee Jin-uk, volto della serie Squid Game, e Lalisa Manobal, membro del gruppo K-pop Blackpink.

L’Ultimo Paradiso, incontro con i protagonisti del film Netflix

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L’Ultimo Paradiso, incontro con i protagonisti del film Netflix

Arriva il 5 febbraio su Netflix L’Ultimo Paradiso, realizzato in associazione con Mediaset, prodotto da Lebowski e Silver Production. Protagonisti dell’incontro sono stati Gaia Bermani Amaral, Valentina Cervi, il protagonista Riccardo Scamarcio, qui anche sceneggiatore e produttore, e infine Rocco Ricciardulli, regista e produttori.

L’Ultimo Paradiso è ambientato nel 1958 in un paesino del sud Italia. Qui vive Ciccio (Riccardo Scamarcio), un agricoltore 40enne, sposato con Lucia (Valentina Cervi), dalla quale ha avuto un figlio. Il sogno dell’uomo è quello di riuscire, un giorno, a cambiare le cose nel suo paese, di modo che i più deboli non vengano più sfruttati. Ciccio, infatti, lotta insieme ad alcuni suoi compaesani affinché ciò non accada, ma la situazione è dura e anche un minimo cambiamento di questo status sembra, se non impossibile, difficile da realizzare. Inoltre, l’uomo è segretamente infatuato di Bianca (Gaia Bermani Amaral), figlia di Cumpà Schettino (Antonio Gerardi), un proprietario terriero che sfrutta i suoi contadini, nonché il tipo di latifondista che Ciccio tanto disprezza. L’agricoltore desidererebbe scappare lontano con Bianca, ma quando Cumpà Schettino scopre la loro relazione e il piano della coppia, decide di farla pagare a Ciccio. È così che le loro esistenze verranno presto sconvolta, ripercuotendosi inevitabilmente sulla vita di chiunque in paese.

Ritorno alle origini

La storia rappresenta una specie di ritorno alle origini, per Scamarcio (che in realtà non ha mai lasciato la sua terra d’origine) e Ricciardulli, e racconta un evento realmente accaduto in un passato recente in Lucania. Il regista torna nella sua infanzia, alla fine degli anni ’50, dove è ambientato il film, ha sentito ora la necessità di raccontare questa storia perché ciò che accade nel film, le sue dinamiche “non sono poi così cambiate, sono cambiati gli attori. Quando ero piccolo, ricordo che in paese venivano delle ragazze a lavorare nei campi, ed erano sfruttate. Ora è lo stesso, ma accade agli extracomunitari. Il capolarato si è trasformato, ma c’è ancora. L’esigenza di raccontare era quella di dare alcune risposte che giù mancano.”

Riccardo Scamarcio è famoso principalmente come attore, ma negli anni la sua carriera si è arricchita di nuovi ruoli in cui l’interprete si cimenta, dalla produzione alla sceneggiatura. In L’Ultimo Paradiso ha ricoperto questo triplice ruolo, lavorando alla sceneggiatura con un metodo già sperimentato in altri suoi progetti: “È una specie di work in progress che continua per tutto il tempo delle riprese. Il finale pensato all’inizio è stato riscritto radicalmente durante le riprese, perché durante la giornata di lavoro avevamo molti spunti e stimoli. Questo processo comporta dei rischi, ma è un lavoro che abbiamo portato avanti dall’inizio, da quando ho deciso di produrre il film. Questo metodo di lavoro è andato avanti fino al montaggio, e ha dato i suoi frutti, siamo tutti più elastici e il risultato è più organico perché in questo modo si ha maggiore flessibilità, fondamentale quando le risorse sono limitate.”

Il film sarà distribuito su Netflix, il che vuol dire che questo spaccato di sud Italia raggiungerà tutto il mondo e tutte le comunità di migranti italiani che nel mondo sono numerosissime. “Uno degli aspetti più interessanti del film con il quale si possono relazionare tantissimi potenziali spettatori sparsi nel mondo – ha detto Scamarcio – è la sensazione di chi è andato via ma porta comunque nel cuore il ricordo della propria terra d’origine, una nostalgia delle proprie radici. Il film racconta cose, luoghi, sensazioni, atmosfere che riportano all’infanzia chi le ha vissute in quei luoghi.”

Riccardo Scamarcio, attore, sceneggiatore, produttore

“Essere produttore – dice Scamarcio – è un privilegio, perché ti permette di seguire il film dall’inizio, ho il vantaggio di avere il controllo di fatto del set, ho dovuto imparare molte cose che non conoscevo, ma lo faccio da dieci anni quindi sto cominciando ad avere familiarità con i meccanismi. L’idea di base per me è quella di mettere in comunicazione la parte artistica e la parte produttiva.”

In un mondo, quello de L’Ultimo Paradiso, in cui la legge è quella della prepotenza del patriarcato, il film propone dei modelli di donne molto differenti, che in maniera opposta si confrontano con la loro realtà. Da una parte c’è Bianca, interpretata da Gaia Bermani Amaral, figlia del proprietario terriero, violento e predatore, dall’altra Lucia, che ha il volto di Valentina Cervi, moglie di Ciccio (Scamarcio), madre di famiglia e donna attenta e fiera. 

Le donne de L’Ultimo Paradiso

“Bianca è un personaggio che definirei moderno – esordisce Bermani Amaral – è una donna che non vuole sottostare a determinate regole che all’epoca vigevano. Lei è moderna perché rappresenta un ponte tra ieri e oggi, per lei è importante il concetto dell’identità. Bianca vuole soprattutto imporre la propria esistenza e identità, e si ribella al padre, al fratello violento e cerca di cambiare la propria condizione. Credo che questo sia l’aspetto più affascinante del mio personaggio, caparbio e fragile.”

Per Valentina Cervi, la sua Lucia e Bianca sono completamente opposte: “A partire dalle famiglie in cui vivono – dice Cervi – Nella famiglia di Bianca, il maschio è una figura preponderante e violenta. All’interno della famiglia di Ciccio e quindi di Lucia, le donne sono quelle che portano avanti la famiglia, sono loro la forza d’amore. Lucia, sua madre, la sorella, sono personaggi d’amore. Ha la capacità di comprendere il maschio, conosce il marito, a suo modo si ribella, non può abdicare alla sua sofferenza, ma alla fine capisce che l’amore è in qualche modo anche capire la persona che ami e lasciarla andare.”

L’ultimo degli ingiusti recensione del film di Claude Lanzmann

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L’ultimo degli ingiusti recensione del film di Claude Lanzmann

L'ultimo degli ingiusti recensione La memoria dell’uomo si basa essenzialmente sulla storia, sul tramandare gli eventi prima oralmente poi tramite la scrittura. La memoria è importante per formare la storia di un popolo, ma anche per permettere di consolidarne la conoscenza e la cultura. E’ essenziale mantenere la memoria per evitare di commettere gli stessi errori più volte, o permettere ad altri di farlo.

Con questo intento viene celebrato il giorno della memoria, istituito il 27 Gennaio del 2005 e da quel momento celebrato tutti gli anni. Quest’anno sono state molte le proiezioni di film che aiutano a mantenere viva la memoria dell’Olocausto, due film in particolare hanno come oggetto la stessa personalità, Adolf Eichmann, definito “la banalità del male” da Hannah Arendt, personaggio protagonista del film di Margarethe Von Trotta in sala il 28 e il 29 Gennaio 2014, e all’opposto, “un piccolo uomo insignificante” dall’opinione pubblica, come riporta il rabbino Benjamin Murmelstein nel film/documentario di Claude Lanzmann L’ultimo degli ingiusti.

L'ultimo degli ingiusti recensione posterMurmelstein, rabbino capo della comunità ebraica di Vienna dal 1938, preso come consulente da Eichmann è un personaggio controverso nei drammatici anni della messa in  pratica della folle idea di “Soluzione finale” di Hitler che doveva decidere chi doveva restare su questa terra e chi no. Murmelstein, e molte altre testimonianze, ricordano come, prima dei lager e dei campi di concentramento, alcuni personaggi al potere in Polonia avessero pensato di esiliare tutti gli ebrei, prima quelli polacchi, poi quelli tedeschi, su di un’isola, abbastanza lontana da evitare il “contagio” con altre persone: il Madagascar. Vista la difficoltà di realizzazione, il piano non viene abbandonato, ma portato, come dice Murmelstein, su terraferma. Il rabbino capo di Vienna è uno stretto collaboratore di Eichmann, che gli dà come ruolo quello di responsabile dell’emigrazione e che si trova coinvolto nella costruzione e nell’abbellimento di un’illusione che Hitler donò agli ebrei. Non è possibile concepire o accettare il male,  e quindi migliaia, milioni di ebrei, accorsero in massa quando il Fuhrer “regalò una città agli ebrei”, quella di Theresienstadt, una città-ghetto realizzata per ospitare i feriti, gli anziani o chi decideva di regalare tutti i suoi averi pur di non essere deportato altrove. Illusione che si infrangeva non appena il treno arrivava nella stazione della città prefabbricata.

Ciò che colpisce di più è la costruzione sistematica dell’orrore, di come questo diventi prassi e venga accettato come normalità. Murmelstein infatti sembra non essersi mai posto il problema della “giustezza” della richiesta nazista fatta dei cittadini che prima erano qualunque, di donare tutti i propri averi per potersi permettere un visto per l’espatrio, né sembra essere troppo choccato quando una scena del film di propaganda nazista viene tagliata perché il decano ebreo che era in quella scena venne giustiziato dopo pochi giorni, e quindi, non sarebbe una contraddizione, mostrarlo nel film.

La sua figura, forse perché fu uno dei pochi a sopravvivere senza troppe difficoltà, o forse senza rendersi mai realmente conto dell’entità di quello che stava accadendo, è stata ampiamente criticata dalla congregazione ebraica, tanto da non permettere il ritorno della sua salma in Israele.

Salzmann, già autore di “Shoah”, film esaustivo sull’Olocausto, mette in scena, nei luoghi ancora esistenti, le testimonianze di Murmelstein, da lui incontrato a Roma 40 anni fa, lasciando però allo spettatore il compito di immaginare le scene. Il luogo esiste, la memoria va ricostruita. Nonostante le tre ore e qualcosa in più di durata, il film è un ricco susseguirsi di eventi, perlopiù raccontati, su scenari immobili nel tempo, per far lavorare appunto la ricostruzione storica e la memoria.

L’ultimo Boss di Kings Cross, il trailer della serie dal 26 luglio su Sky

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Nel cuore di Sidney, il quartiere di Kings Cross accende con sfavillanti luci le notti della città, per accogliere tutti coloro che cercano ogni tipo di divertimento e vizio. È proprio qui che è ambientata la nuova serie Sky Original ispirata all’omonimo bestseller autobiografico di John Ibrahim, L’ultimo Boss di Kings Cross, di cui oggi viene rilasciato il trailer ufficiale.

La serie, in arrivo il 26 luglio in esclusiva su Sky e in streaming solo su NOW, racconta l’ascesa in società di due fratelli, arrivati dal Libano con il grande sogno di trovare fortuna, che si sono faticosamente fatti strada nell’ambiente criminale della città fino ad arrivare al successo.

Lincoln Younes (Grand Hotel) veste i panni di John Ibrahim, immigrato libanese a Sidney che sogna di fare fortuna: alla fine degli anni ‘80, lui e suo fratello Sam – Claude Jabbour (Stateless) – rimangono estasiati dalle luci di Kings Cross, un luogo noto per “ospitare” ogni forma di criminalità. John apre un nightclub e inizia ad avere successo nel suo campo, fino a diventare il più famigerato magnate dei locali notturni della zona. Fino a quando un’ondata di cocaina travolge Sidney come un’epidemia, l’ecosistema criminale di Kings Cross vacilla ed è ora di combattere per stabilire chi comanda. I fratelli Ibrahim si troveranno a fronteggiare il re in carica, Ezra Shipman (Tim RothPulp Fiction, Le Iene), astuto e molto conosciuto boss del crimine. Ora che è diventato anziano, l’uomo più potente e temuto di Sydney si rende conto che non c’è nessuno capace di portare avanti l’eredità che ha costruito per decenni. Finché non entra in scena John Ibrahim…

Nel cast anche Callan Mulvey (The Luminaries) e Matt Nable (Hyde & Seek). Una produzione Sky Studios e Cineflix.

L’Ultima Ruota del Carro di Giovanni Veronesi vince Il Sesterzio d’Argento

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L’Ultima Ruota del Carro E’ il film di Giovanni Veronesi L’Ultima Ruota del Carro il vincitore del premio cinematografico Il Sesterzio d’Argento – Roma il Set nella Città al Gran Melià Rome Villa Agrippina.

La giuria, composta da Silvia D’Amico, Adriano Amidei Migliano, Paolo Sorrentino, Alessandra Levantesi e Michele Placido ha individuato ne L’Ultima Ruota del Carro il film della stagione che ha saputo meglio rappresentare le atmosfere della città di Roma, con un intelligente excursus attraverso gli ultimi decenni.

Il premio speciale della giuria è stato assegnato all’attrice romana di testaccio Giovanna Ralli, per l’alto valore della sua attività artistica. L’attrice, a causa di un lieve infortunio non sarà presente, ma ha mandato un breve saluto video, che verrà proiettato durante la cerimonia di premiazione.

Il premio “Romani si diventa”, destinato a personalità non romane del mondo della cultura che hanno scelto Roma come città adottiva è conferito, con giudizio unanime a Raffaele La Capria, pietra miliare dell’attività culturale e intellettuale italiana.

Il premio, sostenuto da Montblanc dall’Hotel Gran Melià Rome Villa Agrippina ,  vede l’assegnazione de Il Sesterzio – offerto dall’Istituto Poligrafico e Zecca dello Stato spa, una targa in argento realizzata appositamente dagli allievi della Scuola dell’Arte della Medaglia, applicando l’antica tradizione della modellazione in bassorilievo e della fusione in terra refrattaria. La targa riproduce un sesterzio del tipo coniato nell’80-81 d.C. dall’imperatore Tito con l’immagine del Colosseo. inserito in motivi grafico-plastici che progressivamente si trasformano in una pellicola cinematografica.

La consegna del premio avverrà nel corso di una serata di gala ad invitiche si terrànella suggestiva cornicedel parco del Gran Melià Rome Villa Agrippina, che si erge sul sito che un tempo ospitava la villa di Agrippina, madre di Nerone. Quale luogo migliore, dunque, se non questo, per assegnare gli ambiti Sesterzi?

l'ultima ruota del carroA fare da scenografia suggestiva della serata sarà l’opera pittorica del maestro Stefano Mingione, un enorme olio su tela di 4 metri per 2 che raffigura, in un tutt’uno organico, tutti i registi italiani vincitori del Premio Oscar. Un omaggio al cinema italiano, e a tutti quegli autori del cinema italiano che hanno reso famosa l’Italia nel mondo.

Il gala di assegnazione dei premi sarà condotto da Benedetta Rinaldi. I premi verranno consegnati dall’Assessore alle attività produttive e al Turismo del Comune di Roma Marta Leonori e dal Direttore della Zecca dello Stato Angelo Rossi.

Una cena, creata per l’occasione dallo Chef del Ristorante Viva Voce del Gran Melià Rome, il famoso Don Alfonso Iaccarino, ha chiuso l’evento con piatti d’eccezione, tra cui alcune sue specialità come il panzerotto, il gazpacho di melone con emulsione di pinoli, il sartù di riso, il baccalà cotto all’olio extravergine, salsa di tartufo e spuma “pil-pil” o la millefoglie di verdure e pesce azzurro in carpione con salsa mentuccia.

Di tutto rispetto il parterre, 100 selezionatissimi ospiti accolti dal direttore generale dell’albergo Francesco Ascani: Michele Placido, Federica Vincenti, Giovanni Veronesi, Domenico Procacci, Francesca D’Aloja, Francesco Rosi, Raffaele La Capria, Ilaria Occhini, Alessandro Haber, Federica Valtorta, Luca Calvani, Gaetano Castelli, Katy Saunders, Paolo Stella, Miriam Dalmazio, Andrea Gherpelli, Federico Costantini, Annalisa de Simone, Francesca Tasini, Benedicta Boccoli

L’ultima notte di Amore è una storia vera? Scopri cosa c’è di reale nel film con Pierfrancesco Favino

Quando Andrea Di Stefano porta sullo schermo L’ultima notte di Amore, non costruisce solo un thriller notturno teso e controllato, ma lavora su un terreno molto più ambiguo: quello della verosimiglianza. Il film, interpretato da Pierfrancesco Favino, si presenta infatti come un racconto profondamente ancorato alla realtà, tanto da spingere lo spettatore a chiedersi se dietro la vicenda del tenente Amore si nasconda una storia realmente accaduta.

La risposta, però, è meno immediata di quanto sembri. Perché L’ultima notte di Amore (la nostra recensione) non è tratto da una storia vera in senso stretto, ma costruisce la sua forza proprio nel confine sottile tra invenzione e realtà. È un film che non racconta un fatto specifico, ma intercetta una verità più ampia, quasi sistemica, legata al mondo delle forze dell’ordine, alla corruzione latente e alle scelte morali che si consumano lontano dagli occhi del pubblico.

L’ultima notte di Amore non è una storia vera, ma costruisce un realismo così credibile da sembrare reale

Il film non si basa su un caso realmente documentato né su un fatto di cronaca preciso. Non esiste un “Franco Amore” reale a cui la storia sia direttamente collegata, né un episodio specifico da cui la sceneggiatura sia stata adattata. Eppure, fin dalle prime sequenze, la narrazione si muove con una tale precisione ambientale e psicologica da far pensare a un racconto ispirato a eventi concreti. Questo effetto è tutt’altro che casuale: è il risultato di una scrittura che lavora sulla plausibilità più che sulla verità fattuale.

Il personaggio interpretato da Favino è un poliziotto a un passo dalla pensione, una figura che porta con sé anni di servizio, compromessi silenziosi e una morale che si è inevitabilmente adattata al contesto. Quando si trova coinvolto in una notte che cambierà tutto, il film non costruisce un evento straordinario, ma una concatenazione di scelte credibili, radicate in dinamiche reali: rapporti opachi tra criminalità e istituzioni, zone grigie della legalità, tensioni interne al sistema. È qui che il film si avvicina alla realtà, non nel “fatto”, ma nel modo in cui quel fatto potrebbe accadere.

Il vero significato del film: una riflessione sulla zona grigia tra legalità e sopravvivenza morale

L'ultima Notte di Amore
P. Favino, foto di Loris T. Zambelli

Ridurre L’ultima notte di Amore alla domanda “è una storia vera?” rischia di essere limitante, perché il cuore del film è altrove. Il racconto funziona come una riflessione sulla fragilità dell’etica individuale quando viene messa sotto pressione. Amore non è un eroe né un corrotto nel senso classico: è un uomo che si è adattato, che ha trovato un equilibrio precario tra ciò che è giusto e ciò che è necessario.

La notte che attraversa diventa così una resa dei conti non solo narrativa, ma morale. Ogni scelta che compie non nasce dal nulla, ma da una storia personale fatta di piccoli compromessi, di silenzi, di accettazioni progressive. In questo senso, il film parla di una verità più profonda rispetto a quella cronachistica: racconta come si costruisce, nel tempo, una deriva. Non serve un evento reale per rendere tutto questo autentico, perché il meccanismo è riconoscibile, quasi universale.

È proprio questa dimensione che rende il film così potente: lo spettatore non assiste a una storia “eccezionale”, ma a qualcosa che potrebbe accadere, e forse accade, senza mai diventare notizia. La realtà, qui, è un’atmosfera più che una fonte.

Il cinema di Andrea Di Stefano tra crime e realismo: perché il film segue una tradizione precisa del genere

L'ultima notte di amore cast

Per capire davvero perché L’ultima notte di Amore sembri una storia vera, bisogna guardare al percorso di Andrea Di Stefano e al tipo di cinema che costruisce. Il regista si muove da tempo in un territorio che mescola crime, tensione narrativa e radicamento realistico, evitando sia l’estetizzazione eccessiva sia il racconto spettacolare fine a sé stesso.

In questo senso, il film si inserisce in una tradizione precisa del cinema crime contemporaneo, dove l’obiettivo non è raccontare “il fatto”, ma rendere credibile il contesto. Milano diventa uno spazio concreto, vissuto, lontano dalle rappresentazioni cartolinesche, mentre la notte — elemento centrale del film — non è solo un’ambientazione, ma una dimensione morale in cui tutto si confonde.

Il lavoro di Pierfrancesco Favino rafforza ulteriormente questa direzione: la sua interpretazione evita ogni eroismo, costruendo un personaggio trattenuto, umano, credibile proprio perché imperfetto. È questo equilibrio tra scrittura, regia e interpretazione che permette al film di sembrare “vero” senza esserlo mai davvero.

L’ultima missione: Project Hail Mary, trailer e poster del nuovo film di Phil Lord e Christopher Miller

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Le prime immagini di L’ultima missione: Project Hail Mary, il nuovo film Sony Pictures diretto dai premi Oscar® Phil Lord e Christopher Miller (Spider-Man – Un nuovo universo) con i candidati al  premio Oscar® Ryan Gosling (Barbie, La La Land) e Sandra Hüller (Anatomia di una caduta, La zona d’interesse).

Il film è basato sul romanzo “Project Hail Mary” di Andy Weir, autore di “The Martian”. Nel cast anche Lionel Boyce (The Bear), Ken Leung (A.I. – Intelligenza artificiale), Milana Vayntrub (A cena con il lupo – Werewolves Within). L’ultima missione: Project Hail Mary sarà nelle sale italiane da marzo 2026 distribuito da Eagle Pictures.

La trama di L’ultima missione: Project Hail Mary

L’insegnante di scienze Ryland Grace (Ryan Gosling) si sveglia su un’astronave lontano da casa anni luce e senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato lì. Con il riaffiorare della sua memoria, torna alla luce lo scopo della sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza che sta causando il collasso del Sole. Dovrà fare affidamento sia sulle sue conoscenze scientifiche che sulle sue capacità di pensare fuori dagli schemi per salvare dall’estinzione la vita sulla Terra… ma un’inaspettata amicizia gli farà capire che non è solo in questa impresa.

L’ultima missione: Project Hail Mary, Ryan Gosling incontra il suo migliore amico alieno nel trailer del film!

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Ryan Gosling incontra il suo migliore amico alieno mentre affrontano una posta in gioco di vita o di morte nel trailer finale di L’ultima missione: Project Hail Mary.

Il prossimo film di fantascienza, basato sull’omonimo romanzo di Andy Weir, vede Gosling interpretare Ryland Grace, un insegnante di scienze di liceo inviato nello spazio in missione per garantire il futuro dell’umanità. L’adattamento è diretto da Phil Lord e Christopher Miller, scritto da Drew Goddard, e vede la partecipazione anche di Sandra Hüller, Lionel Boyce, Ken Leung, Milana Vayntrub, Priya Kansara e James Ortiz.

L’insegnante di scienze Ryland Grace (Ryan Gosling) si sveglia su un’astronave lontano da casa anni luce e senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato lì. Con il riaffiorare della sua memoria, torna alla luce lo scopo della sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza che sta causando il collasso del Sole. Dovrà fare affidamento sia sulle sue conoscenze scientifiche che sulle sue capacità di pensare fuori dagli schemi per salvare dall’estinzione la vita sulla Terra… ma un’inaspettata amicizia gli farà capire che non è solo in questa impresa.

L’ultima missione: Project Hail Mary, recensione – la fantascienza che scalda il cuore

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A più di dieci anni dal successo di The Martian di Ridley Scott, il ritorno all’universo narrativo di Andy Weir con L’ultima missione: Project Hail Mary rappresenta non solo un’operazione nostalgica, ma una vera evoluzione del genere. Diretto dal duo creativo Phil Lord e Christopher Miller, il film riesce nell’impresa non banale di coniugare rigore scientifico, intrattenimento puro e una sorprendente carica emotiva.

Distribuito in Italia da Eagle Pictures dal 19 marzo, il film si impone come uno dei titoli più solidi e coinvolgenti della stagione, capace di parlare tanto agli appassionati di fantascienza quanto al grande pubblico.

Un ritorno alla fantascienza intelligente (ma accessibile)

Come già accaduto con The Martian, anche qui la sceneggiatura di Drew Goddard parte da un presupposto scientifico rigoroso per costruire un racconto avvincente e sorprendentemente leggero nei toni. La premessa è affascinante: il Sole sta morendo, divorato da una misteriosa forma di vita aliena – gli astrofagi – e l’umanità affida la sua ultima speranza a una missione disperata nello spazio profondo.

Quello che distingue Project Hail Mary da molti altri film del genere è la sua capacità di trasformare concetti complessi in puro spettacolo narrativo. La scienza non è mai pedante, ma diventa motore drammaturgico, fonte di tensione e, spesso, anche di ironia.

Ryan Gosling: un eroe imperfetto e irresistibile

Al centro del film c’è Ryland Grace, interpretato da un carismatico Ryan Gosling. Il suo risveglio su un’astronave, senza memoria e con un aspetto trasandato, è uno degli incipit più efficaci degli ultimi anni. Gosling costruisce un protagonista lontano dai canoni dell’eroe tradizionale: è insicuro, logorroico, spesso sopraffatto dagli eventi.

Eppure è proprio questa fragilità a renderlo incredibilmente umano. La sua performance oscilla con naturalezza tra comicità e pathos, ricordando per certi versi proprio il Matt Damon di The Martian, ma con una componente più nevrotica e contemporanea. Il film sfrutta al massimo il suo talento, affidandogli lunghe sequenze in solitaria che non risultano mai statiche. Anche quando sembra “giocare” con il proprio carisma, Gosling riesce sempre a mantenere viva la tensione emotiva.

L’ultima missione: Project Hail Mary – COrtesia di SONY

Una regia sorprendente: Lord & Miller oltre la commedia

Chi conosce la filmografia di Phil Lord e Christopher Miller potrebbe aspettarsi una commedia pura, sulla scia di Piovono polpette o 22 Jump Street. In realtà, Project Hail Mary segna una maturazione evidente del loro stile. La componente umoristica è presente, ma è dosata con intelligenza. Il film mantiene un equilibrio costante tra leggerezza e gravità, senza mai banalizzare la posta in gioco. Rispetto a opere più solenni come Interstellar di Christopher Nolan, qui il tono è più accessibile, ma non per questo meno ambizioso.

La regia è dinamica, visivamente pulita, capace di rendere lo spazio profondo tanto affascinante quanto intimamente umano. È un risultato tutt’altro che scontato.

Il cuore del film: un’amicizia oltre le stelle

A metà film arriva la vera svolta: l’incontro con Rocky, una creatura aliena tanto insolita quanto memorabile. In un genere spesso dominato da conflitti e invasioni, Project Hail Mary sceglie la strada meno battuta: quella della collaborazione.

La relazione tra Grace e Rocky è il vero cuore emotivo del film. Nonostante le differenze biologiche e linguistiche, i due costruiscono un legame autentico, fatto di fiducia, curiosità e reciproco rispetto. È una dinamica che richiama, per contrasto, la complessità comunicativa di Arrival, ma qui risolta con maggiore immediatezza, anche grazie all’ironia di cui è imbevuta.

Il risultato è sorprendente: ci si ritrova a provare empatia per una creatura aliena priva di espressività facciale. Merito della scrittura, ma anche del lavoro tecnico e performativo che dà vita a Rocky.

Struttura narrativa e ritmo: tra mistero e scoperta

Il film si sviluppa su due linee narrative: da un lato il presente, con Grace impegnato a risolvere problemi sempre più complessi; dall’altro i flashback che ricostruiscono la sua identità e il contesto della missione.

Questa struttura “a puzzle” funziona molto bene, mantenendo alta la curiosità dello spettatore. Il protagonista diventa una sorta di detective della propria memoria, un “Jason Bourne della scienza” che deve ricostruire non solo cosa fare, ma anche chi è.

Se c’è un limite, è nella durata: oltre le due ore e mezza, il film indulge forse troppo nella fedeltà al romanzo originale. Alcuni passaggi risultano dilatati e il finale avrebbe potuto essere più asciutto. Tuttavia, si tratta di imperfezioni marginali in un impianto narrativo complessivamente solido.

Project Hail Mary
Project Hail Mary

Un intrattenimento intelligente che guarda al futuro

L’ultima missione: Project Hail Mary è un raro esempio di blockbuster che non rinuncia all’intelligenza. È spettacolare senza essere superficiale, divertente senza essere sciocco, emozionante senza scadere nel melodramma.

Il film riesce a trasmettere un senso di meraviglia genuina, quello stesso stupore che ha reso memorabili i grandi classici della fantascienza. Allo stesso tempo, mantiene una sensibilità contemporanea, soprattutto nel modo in cui affronta temi come la collaborazione globale e la responsabilità scientifica. Il contributo del cast – che include anche Sandra Hüller, Lionel Boyce, Ken Leung e Milana Vayntrub – arricchisce ulteriormente un’opera già molto solida, anche se il baricentro resta saldamente nelle mani di Gosling.

Conclusione: un viaggio spaziale da non perdere

Con L’ultima missione: Project Hail Mary, Lord e Miller firmano il loro lavoro più maturo e ambizioso. È un film che diverte, commuove e stimola, capace di parlare a pubblici diversi senza mai perdere la propria identità.

Nonostante la lunghezza, l’esperienza complessiva è estremamente appagante. È fantascienza nel senso più puro: quella che immagina mondi lontani per raccontare qualcosa di profondamente umano.

In un panorama spesso dominato da sequel e formule ripetitive, questo film rappresenta una boccata d’aria fresca. O, per restare in tema, una boccata d’ossigeno nello spazio profondo.

L’ultima missione: Project Hail Mary, il trailer finale del film con Ryan Gosling

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Ryan Gosling incontra il suo migliore amico alieno mentre affrontano una posta in gioco di vita o di morte nel trailer finale di L’ultima missione: Project Hail Mary.

Il prossimo film di fantascienza, basato sull’omonimo romanzo di Andy Weir, vede Gosling interpretare Ryland Grace, un insegnante di scienze di liceo inviato nello spazio in missione per garantire il futuro dell’umanità. L’adattamento è diretto da Phil Lord e Christopher Miller, scritto da Drew Goddard, e vede la partecipazione anche di Sandra Hüller, Lionel Boyce, Ken Leung, Milana Vayntrub, Priya Kansara e James Ortiz.

La trama di L’ultima missione: Project Hail Mary

L’insegnante di scienze Ryland Grace (Ryan Gosling) si sveglia su un’astronave lontano da casa anni luce e senza alcun ricordo di chi sia o di come sia arrivato lì. Con il riaffiorare della sua memoria, torna alla luce lo scopo della sua missione: risolvere l’enigma della misteriosa sostanza che sta causando il collasso del Sole. Dovrà fare affidamento sia sulle sue conoscenze scientifiche che sulle sue capacità di pensare fuori dagli schemi per salvare dall’estinzione la vita sulla Terra… ma un’inaspettata amicizia gli farà capire che non è solo in questa impresa.

L’ultima missione: Project Hail Mary – COrtesia di SONY