Prime Video ha pubblicato il trailer
“This Season On”
di Fallout – stagione 2,
offrendo un’anteprima esplosiva dei nuovi episodi della serie
tratta dall’iconico franchise videoludico Bethesda. Il video
raccoglie sequenze inedite tratte dall’intera stagione, mostrando
un mondo post-apocalittico ancora più vasto, brutale e
imprevedibile di quanto visto nel capitolo precedente.
Il
trailer conferma il ritorno dei protagonisti Lucy (Ella Purnell), Maximus (Aaron Moten) e The Ghoul
(Walton Goggins), ciascuno immerso in un
percorso personale sempre più complesso. Le immagini mostrano nuove
fazioni, creature mutate, ambientazioni irradiate e conflitti che
espandono ulteriormente la mitologia della serie. Lo stile visivo
rimane fedele alle atmosfere dei videogiochi, con un mix di satira,
violenza, humour nero e critica sociale che ha contribuito al
successo della prima stagione.
Le sequenze anticipate sembrano inoltre suggerire una maggiore
esplorazione della Fratellanza d’Acciaio, un ruolo più centrale per
The Ghoul e nuovi indizi sul passato di Vault-Tec. Non mancano
nuove location iconiche, armature potenziate, misteri e un
escalation di tensione che promette una stagione più grande, più
oscura e più ambiziosa.
Confermato anche il tono irriverente e distruttivo che ha reso
Fallout una delle serie di streaming più
apprezzate dell’anno. La
stagione 2 arriverà su Prime Video nei prossimi mesi, con una
data ufficiale ancora da annunciare.
ABC
ha pubblicato il trailer ufficiale di High
Potential 2×08, il nuovo episodio della serie con
Kaitlin Olson,
rivelando un capitolo che promette tensione, umorismo e nuove
dinamiche investigative per la protagonista Morgan. La
comedy-crime, remake americano del format francese HPI – Haut Potentiel Intellectuel,
continua a crescere in popolarità grazie alla performance brillante
di Olson e al mix unico di intuizioni geniali e caos personale che
definisce il personaggio.
Nel trailer del nuovo episodio, Morgan si ritrova coinvolta in un
caso che sembra più complesso del previsto, costringendola a usare
— e spesso superare — i limiti delle sue capacità intuitive. Le
immagini anticipano una serie di momenti divertenti, incomprensioni
con la squadra e intuizioni fulminanti, mentre la protagonista
continua a bilanciare la vita familiare con il suo ruolo sempre più
centrale nelle indagini.
La
stagione 2 di High
Potential sta mettendo in luce non solo il talento comico
di Kaitlin Olson, ma anche la crescita del cast di contorno, con
dinamiche più profonde tra Morgan, il detective Karadec (Daniel
Sunjata) e il resto della squadra. L’episodio 2×08 sembra destinato
ad approfondire ulteriormente questi rapporti, mentre il caso della
settimana porta con sé complicazioni personali e professionali.
Il trailer si chiude con un montaggio rapido di scene ad alta
tensione, lasciando intuire che il nuovo episodio avrà un ritmo
serrato e momenti emotivi significativi. Gli spettatori possono
aspettarsi colpi di scena, nuove deduzioni brillanti e il tono
irriverente che ha reso High Potential uno dei titoli più
apprezzati della stagione televisiva.
L’episodio High Potential
2×08 andrà in onda a breve su ABC (e successivamente in
streaming su Hulu negli Stati Uniti).
A
poche ore dall’uscita di Stranger Things 5 – Volume
2 su Netflix, i fan stanno rivedendo gli episodi alla
ricerca di indizi e dettagli nascosti. Tra le osservazioni più
discusse c’è un tratto distintivo di Mike Wheeler: il personaggio
interpretato da Finn Wolfhard tende a ripetere le sue battute
due volte, spesso con tono crescente. Un’abitudine che per molti
sarebbe legata alla psicologia del personaggio, ma che l’attore ora
chiarisce definitivamente.
Intervistato da Decider,
Wolfhard rivela che la ripetizione non nasce da una
caratterizzazione spontanea, ma da una scelta degli showrunner Matt
e Ross Duffer. Secondo l’attore, i Duffer usano questo espediente
di scrittura per sottolineare concetti chiave e guidare
l’attenzione dello spettatore: «È una cosa dei Duffer. Non li ho
mai sentiti parlare così nella vita reale, ma l’hanno inserita nei
copioni per evidenziare quanto qualcosa sia importante.»
Wolfhard racconta che tutto è nato da una scena della prima
stagione in cui, ripetendo una battuta, riuscì a rendere il momento
particolarmente credibile. I Duffer notarono quell’effetto e
decisero di trasformarlo in un tratto distintivo di Mike: «L’ho
fatto una volta e loro hanno pensato: “È credibile”. Così hanno
continuato a inserirlo. È diventato un marchio del
personaggio.»
Sui social, i fan hanno già creato compilazioni dei momenti più
iconici del “doppio Mike”, come «What’s wrong with you? What is
wrong with you?!», «Will is alive. Will is alive!» e «Right, El?
Right, El?!». C’è chi ha teorizzato che la ripetitività derivi dal
ruolo di Mike come figlio di mezzo, ma Wolfhard conferma che si
tratta soprattutto di un espediente narrativo utile a enfatizzare
le informazioni cruciali.
Il fenomeno dimostra ancora una volta quanto Stranger Things, fin dal 2016, sia
diventata una serie analizzata in ogni minimo dettaglio da un
pubblico estremamente appassionato. Con un cast che comprende anche
Millie Bobby Brown, Noah
Schnapp, Gaten Matarazzo, Caleb McLaughlin, Sadie
Sink, Natalia Dyer, Joe Keery, Maya Hawke, Cara Buono, Winona
Ryder, David Harbour, Jamie Campbell Bower e Paul
Reiser, la serie continua a essere un evento culturale
globale.
Dopo il colpo di scena del mid-season finale, che ha visto Will
scoprire un potere simile a quello di Eleven, il gruppo dovrà
elaborare un piano per fermare Vecna
una volta per tutte. E chissà se, nel farlo, Mike ci regalerà un
ultimo momento di “dialogo doppio” da aggiungere alla lista.
Sono passati più di tre anni dall’uscita dell’ultima stagione di
Russian Doll, ma
Natasha Lyonne ha le idee chiarissime su come dovrebbe
evolversi la serie—sempre che Netflix dia il via libera. Intervistata da
The Hollywood Reporter, la
co-creatrice, produttrice, regista e interprete di Nadia Vulvokov
ha spiegato che, per una possibile stagione 3, il suo modello di
riferimento sarebbe David
Lynch e il percorso creativo di Twin Peaks.
Lyonne ha dichiarato di voler seguire esattamente la struttura
lynchiana: prima un progetto nello stile di Fire Walk With Me, poi un ritorno alla serie
sul modello di Twin Peaks: The
Return. Un approccio che suggerisce una forte componente
autoriale, un tono più sperimentale e una possibile espansione
narrativa anche al di fuori del formato episodico. «Sono
determinata a farlo in stile Lynch» ha detto, aggiungendo che
l’idea è “in arrivo, in corso”, anche se non sa ancora quando
proporrà ufficialmente il progetto a Netflix.
Prima di potersi dedicare a Russian Doll 3, però, Lyonne deve completare diversi
altri impegni professionali, tra cui numerosi script in scadenza e
la scrittura di un memoir—sulla quale scherza, chiedendosi se le
sarà davvero permesso di “farla franca”. Per questo motivo, la
finestra temporale per la nuova stagione è completamente aperta:
potrebbe arrivare “tra due anni, dieci, venti o trentacinque”, dice
l’attrice, ironizzando sul desiderio di “caricare la propria
coscienza nel cloud mantenendo integrità dei dati”.
Il riferimento a David Lynch non è casuale. Twin Peaks, cancellata negli anni ’90 dopo due
stagioni, tornò 25 anni più tardi con Twin Peaks: The Return, accolto
entusiasticamente da pubblico e critica. Prima del revival, Lynch
aveva diretto anche il prequel Fire Walk With Me, che però incassò poco al box office.
Il successo del ritorno nel 2017 ha consolidato lo status
dell’opera come pietra miliare della televisione contemporanea. Lo
stesso Lynch aveva accennato a un’ipotetica quarta stagione, poi
mai realizzata, prima della sua scomparsa nel 2025.
Se Lyonne dovesse davvero emulare quel percorso, è possibile che
Russian Doll possa
ricevere—oltre a una terza stagione—anche un film che faccia da ponte tra
capitoli diversi della storia, come suggerito dal suo riferimento
diretto a Fire Walk With
Me.
Russian Doll ha già
raccolto un consenso quasi unanime, con un punteggio del 97% su
Rotten Tomatoes e diverse nomination agli Emmy, tra cui fotografia,
costumi contemporanei e scenografia.
Lyonne conferma comunque di voler tornare nel mondo della serie:
l’idea per la stagione 3 esiste, è su Final Draft e aspetta
soltanto il momento giusto per essere presentata. Come sempre, sarà
Netflix a decidere il destino finale di Russian Doll.
Star Trek: Strange New
Worlds regala ai fan un annuncio a sorpresa: il finale
della stagione 5 — che sarà anche l’episodio conclusivo della serie
— introdurrà due personaggi iconici dell’Universo Trek. CBS Studios
e Paramount+ hanno infatti confermato che il Dr.
Leonard “Bones” McCoy e Hikaru Sulu appariranno nell’ultimo
episodio, interpretati rispettivamente da Thomas Jane e Kai Murakami.
La
produzione della quinta e ultima stagione si è appena conclusa a
Toronto, con debutto previsto su Paramount+ nel 2027. Prima del
gran finale, però, gli spettatori potranno vedere altre due
stagioni: la quarta, già completata e attesa nel 2026, e la quinta,
composta da 6 episodi, che chiuderà la storia del Capitano
Christopher Pike (Anson Mount) e dell’equipaggio della USS
Enterprise.
Thomas Jane, candidato ai Golden Globe e noto per titoli come
The Thin Red Line,
The Mist,
Boogie Nights,
Deep Blue Sea e per aver
interpretato Frank Castle nel Punisher del 2004, raccoglie l’eredità lasciata da
DeForest Kelley nella serie originale e da Karl
Urban nei film di J.J. Abrams. Un casting di grande profilo
che, secondo molti, potrebbe suggerire un coinvolgimento futuro
dell’attore in altri progetti Trek, incluso il possibile spinoff
Star Trek: Year One,
dedicato al primo anno del Capitano Kirk al comando
dell’Enterprise.
A
interpretare Sulu sarà invece Kai Murakami, attore giapponese al
suo debutto televisivo, con esperienza nella Royal Shakespeare
Company e nel performance capture di videogiochi come
Assassin’s Creed Shadows e
Rise of the Ronin.
Murakami segue le orme di George Takei — che rese iconico il
personaggio nella serie originale — e di John Cho, che lo ha
interpretato nei reboot cinematografici.
L’apparizione di Bones e Sulu nel finale sembra destinata a segnare
la transizione narrativa verso il passaggio di consegne tra Pike e
James T. Kirk (Paul Wesley). È possibile che il finale mostri il
nuovo equipaggio dell’Enterprise già in formazione, oppure che la
serie scelga volutamente di saltare parte del canon tradizionale
per accompagnare visivamente l’arrivo dell’era Kirk.
Qualunque sia la direzione, l’ingresso di due figure così
fondamentali nella mitologia di Star Trek aggiunge attesa al percorso conclusivo della
serie. Con la stagione 4 in arrivo nel 2026 e la 5 nel 2027, ci
vorrà ancora tempo prima di vedere Thomas Jane e Kai Murakami sul
ponte dell’Enterprise — ma la rotta verso il finale è già
tracciata.
Il trailer della quarta stagione di
Dark
Winds della AMC rivela la data di uscita e il ruolo di
Titus Welliver. Basata sui romanzi Leaphorn & Chee di Tony
Hillerman, la serie AMC segue le vicende dei due agenti della
polizia tribale Navajo, Joe Leaphorn (Zahn McClarnon) e Jim Chee
(Kiowa Gordon) che, insieme a Bernadette Manuelito (Jessica
Matten), indagano sui misteri che si celano dietro i crimini
violenti commessi nel sud-ovest degli Stati Uniti negli anni
’70.
Ora, AMC ha pubblicato
un nuovo trailer della stagione 4 di Dark
Winds, che segue le indagini sulla scomparsa di una
ragazza Navajo di 16 anni di Los Angeles, che è “in
pericolo”. Il trailer rivela anche il ruolo di Titus Welliver
nei panni di Dominic McNair, uno spietato boss della criminalità di
Los Angeles che pronuncia la frase: “Se quella ragazza parla,
tutta la faccenda verrà a galla”. Guarda il trailer qui
sotto:
Creata da Graham Roland e prodotta
da George R. R. Martin e dal compianto Robert Redford, Dark Winds segue le
vicende di tre agenti della polizia tribale Navajo – Joe Leaphorn,
Jim Chee e Bernadette Manuelito – nei Four Corners del sud-ovest
americano negli anni ’70.
Tuttavia, Dark Winds – stagione 4 è la prima a spostare
l’ambientazione a Los Angeles, concentrandosi sulla ricerca di una
ragazza Navajo scomparsa, che porta Leaphorn, Chee e Manuelito
fuori dalla Nazione Navajo e nel crudo mondo della malavita per
salvarla da un killer ossessivo legato alla criminalità
organizzata.
Oltre a Zahn McClarnon, Kiowa
Gordon e Jessica Matten, il cast di Dark Winds include anche
Deanna Allison, Natalie Benally, Andersen Kee e Wade Adakai in
ruoli ricorrenti. Oltre a Titus Welliver, i nuovi membri del cast
della quarta stagione includono Isabel DeRoy-Olson nel ruolo di
Billie Tsosie, Chaske Spencer nel ruolo di Sonny, Luke Barnett nel
ruolo dell’agente speciale dell’FBI Toby Shaw e Franka Potente nel
ruolo di Irene Vaggan.
Parlando con TV Insider, lo showrunner John Wirth ha anticipato il
nuovo grande cattivo della quarta stagione, che non è Dominic
McNair interpretato da Titus Welliver, ma Irene Vaggan (Franka
Potente), dicendo:
È una specie di
sociopatica e psicopatica, e anche se [Joe] ha avuto a che fare con
alcuni individui poco raccomandabili nel corso degli anni come
agente di polizia tribale Navajo, non credo che abbia mai
incontrato una persona del genere. Quindi lei lo sta
sorprendendo.
Non dirò se si tratta di
una rottura definitiva o meno, ma è sicuramente qualcosa che lo ha
spinto ad andare sulle montagne per riflettere e considerare la sua
vita, le sue scelte, ciò che gli è successo di recente e ciò che
potrebbe accadere in futuro. All’inizio della quarta stagione,
Leaphorn sta cercando di ritrovare il suo equilibrio e di attingere
ad alcuni dei modi di vivere più tradizionali dei Navajo che
potrebbe aver perso di vista nel corso del tempo.
La quarta stagione di Dark
Winds debutterà negli USA il 15 febbraio su AMC e AMC+.
Il bizzarro film natalizio del 2024
con Jack Black, Dear
Santa, racconta una storia di desideri esauditi con
un colpo di scena finale talmente sconcertante da minare la
coerenza della logica interna del racconto. All’inizio del film
Paramount+, il tono viene stabilito
immediatamente: un giovane ragazzo di nome Liam ascolta i suoi
genitori litigare in un’altra stanza. Mentre il padre vuole dire a
Liam che Babbo Natale non esiste, la madre non vuole distruggere
quell’illusione. Liam scrive una lettera, ma il bambino, affetto da
dislessia, scrive “Satan” invece di “Santa”.
Quando arriva Satana, inizialmente
finge di essere Babbo Natale e dice a Liam che ha diritto a tre
desideri. Il ragazzo capisce presto che il Vecchio Barbuto non è
altro che un demone che cerca di ottenere l’anima di un essere
umano. All’inizio Liam è scettico, ma alla fine stringe una forte
amicizia con il personaggio principale. Dopo che Liam ha espresso
tutti e tre i desideri, i due scoprono che l’esito atteso – Satana
che prende l’anima di Liam – non è ciò che accadrà davvero,
portando a un sorprendente colpo di scena che ha diviso il
pubblico.
Il fratello di Liam viene
riportato in vita in Dear Santa?
La sequenza del mattino di
Natale potrebbe essere un sogno
Dear Santa
stabilisce all’inizio del film che l’unica regola dei desideri è
che il Satana di Jack Black non può cambiare il passato.
Tuttavia, il finale sovverte completamente questa regola,
suggerendo che il fratello di Liam, Spencer, possa essere riportato
in vita, proprio ciò che Liam aveva chiesto nella sua lettera a
Babbo Natale. Tecnicamente, Spencer potrebbe essere riportato in
vita nel presente anche se è morto in passato: un modo per piegare
la regola senza infrangerla del tutto.
In definitiva, questa parte del
finale è lasciata all’interpretazione del pubblico, dato che il
film fornisce pochissimi indizi sul fatto che la scena stia
realmente avvenendo nella realtà.
Tuttavia, il finale ambiguo di
Dear Santa crea più problemi di quanti ne
risolva. La mattina di Natale, i genitori di Liam non ricordano la
morte del figlio, mentre Liam e Gibby ricordano ciò che è successo.
Spencer, inoltre, sembra ignaro della propria morte e si
infastidisce per l’atteggiamento eccessivamente sdolcinato di Liam.
L’unica interpretazione del finale che non rovina completamente il
film è che il ritorno in vita di Spencer sia solo un sogno.
Una sequenza onirica finale
spiegherebbe le evidenti incongruenze e rimuoverebbe le spiacevoli
implicazioni di riportare in vita un bambino come miracolo
natalizio. La seconda metà del film si concentra molto sul lutto e
sull’elaborazione della perdita. Per questo, Dear Santa
lascia l’amaro in bocca suggerendo che la morte possa essere
annullata se qualcuno è abbastanza altruista o lo desidera con
sufficiente intensità. In definitiva, anche questa parte del finale
è lasciata all’interpretazione dello spettatore, poiché il film
offre pochi indizi sul fatto che la scena stia realmente accadendo.
Alcuni spettatori hanno persino ipotizzato che l’anima di Liam sia
stata presa e che l’intera sequenza del mattino di Natale si svolga
all’Inferno, dato il tono inquietante della scena.
Perché Satana non prende l’anima
di Liam
Asmodeus non riesce a
corrompere abbastanza Liam per Satana
Dopo aver espresso il suo primo
desiderio, Liam scopre di aver inconsapevolmente stretto un patto
faustiano. Otterrà i desideri del suo cuore attraverso tre
desideri, ma Satana prenderà la sua anima in seguito. Per questo,
Liam crede di essere sotto l’influenza di Satana per gran parte del
film.
Tuttavia, la conversazione tra
l’Asmodeus di Jack
Black (ovvero il falso Satana) e il vero Satana rivela
che l’accordo non funziona esattamente così. Esiste una clausola
fondamentale: la persona deve essere corruttibile affinché Satana
possa prendere la sua anima. I desideri servono a far emergere i
lati egoisti, crudeli, vendicativi e lussuriosi dell’individuo.
Il personaggio di Jack Black, però,
non riesce a manipolare Liam, che esprime desideri per lo più puri
e altruisti, mettendo gli altri prima di sé. Fortunatamente per
Liam, ma sfortunatamente per Asmodeus, Satana decide che non vale
la pena prendere la sua anima perché è troppo puro di cuore. Il re
dell’Inferno dice anche ad Asmodeus che non tutti possono essere
demoni e lo licenzia.
La vera identità di Satana in
Dear Santa spiegata
Il Satana di Jack Black è
in realtà un semi-demone di nome Asmodeus
Uno dei momenti più
divertenti di Dear Santa è quando il Satana di Jack Black
finge di essere Babbo Natale dopo aver capito che Liam è dislessico
e che la lettera era destinata a Santa. È il primo indizio che il
personaggio non è completamente malvagio. Il momento diventa ancora
più divertente col senno di poi, quando si scopre che Jack Black
non interpreta Satana. In realtà, interpreta un semi-demone di nome
Asmodeus che finge di essere Satana, il quale a sua volta finge di
essere Babbo Natale. Questo livello meta aggiunge ulteriore
umorismo a una situazione già bizzarra.
Jack Black e Ben
Stiller si riuniscono: il primo interpreta Asmodeus, un
semi-demone che sogna di scalare le gerarchie infernali, mentre il
secondo interpreta il vero Satana. Asmodeus non ha ancora
guadagnato le sue corna, quindi indossa quelle finte quando visita
Liam. In definitiva, Liam e Asmodeus sono pensati come specchi
l’uno dell’altro. Entrambi vogliono sentirsi parte delle rispettive
comunità, ma non riescono a capire come essere “normali”. Alla
fine, entrambi stanno meglio restando fedeli a se stessi invece di
cercare di adattarsi a un modello imposto.
Cosa desidera Liam in Dear
Santa
La maggior parte dei
desideri di Liam ha un intento altruistico
Il presupposto di Dear
Santa è che Liam ottenga tre desideri dal personaggio di Jack
Black, con l’unica regola che il demone non può cambiare il
passato. Questi sono i tre desideri di Liam:
Desidera che Emma gli dia una possibilità.
Desidera che Satana sistemi i denti di Gibby.
Desidera che i suoi genitori restino insieme in un matrimonio
felice e appagante.
Liam esprime rapidamente il primo
desiderio, ma rimanda gli altri due quando si rende conto delle
conseguenze di esprimerli tutti. Tuttavia, alla fine cede perché
non sopporta più le cose negative che accadono intorno a lui. In
definitiva, Liam non esprime mai il suo vero desiderio a causa
dell’unica regola. Nella sua lettera a Babbo Natale aveva scritto
che voleva riavere suo fratello, l’unica cosa che desidera più di
ogni altra. Alla fine di Dear Santa, Asmodeus realizza
quel desiderio originale in un colpo di scena che sfida ogni logica
del film.
Perché Liam continua a scrivere
lettere a Babbo Natale
Liam vuole rendere felice
sua madre scrivendo una lettera
All’inizio di Dear Santa,
Liam dice chiaramente al suo migliore amico Gibby che non crede
all’esistenza di Babbo Natale. Questo, però, non gli impedisce di
continuare a scrivergli. In definitiva, le sue lettere non sono un
atto di fede, ma una fonte di conforto per sua madre. Prima della
morte di Spencer, Molly Turner era ossessionata dal Natale.
Nonostante sia cresciuto e abbia superato la leggenda, Liam
continua a fingere di credere a Babbo Natale per rendere felice sua
madre.
Purtroppo, questo evidenzia la
disfunzione della famiglia Turner dopo la morte di Spencer. Nessuno
dei personaggi sembra ben adattato, e tutti elaborano il lutto in
modi altrettanto improduttivi. Liam crede che le emozioni dei suoi
genitori siano una sua responsabilità, cosa che emerge chiaramente
anche nel suo terzo desiderio. Controlla costantemente lo stato
emotivo dei genitori, anche se un bambino non dovrebbe mai doversi
prendere cura dei propri genitori in questo modo.
Il vero significato del finale di
Dear Santa
Non tutto nel mondo può
essere cambiato
Il messaggio centrale
dell’arco narrativo di Liam, di quello di Asmodeus e di Dear
Santa nel suo complesso (almeno fino al colpo di scena finale)
è quello della Preghiera della Serenità. Il film vuole che il
pubblico comprenda, insieme ai personaggi, che la serenità nasce
dal riconoscere la differenza tra ciò che può e ciò che non può
essere cambiato. Asmodeus e Liam non possono cambiare gli elementi
fondamentali che li rendono ciò che sono; altrimenti, non sarebbero
più se stessi. Devono quindi imparare ad accettarsi e ad amarsi per
quello che sono.
I genitori di Liam non possono
cambiare il fatto di aver perso il figlio, quindi devono
riconoscere la perdita e intraprendere un percorso di elaborazione
del lutto. Purtroppo, la scena finale in cui Spencer torna in vita
mina il messaggio centrale di Dear Santa, una scelta che
non è stata apprezzata dalla maggior parte degli spettatori. Quasi
conviene fingere che la sequenza del mattino di Natale non esista,
dal momento che non possiamo cambiarla.
Disney+ inaugura il 2026 con
un mese ricchissimo di novità tra serie originali, stagioni attese
e documentari National Geographic. Dal thriller FX The Beauty alla serie MarvelWonder Man, passando per la seconda stagione di
A Thousand Blows e i nuovi
episodi di Tell Me Lies,
fino alla spettacolare avventura globale Dal Polo Sud al Polo Nord con Will
Smith: gennaio si apre con titoli per tutti i gusti. Ecco
tutto ciò che arriverà in streaming nel corso del mese, secondo
quanto riportato nella newsletter ufficiale Disney+
Le principali novità del
mese
THE BEAUTY — Dal 22
gennaio
Il nuovo thriller FX porta gli spettatori nel mondo dell’alta moda
sconvolto da misteriose morti che coinvolgono top model
internazionali. A indagare ci sono gli agenti dell’FBI interpretati
da Evan
Peters e Rebecca Hall, sulle tracce di un pericoloso
virus capace di trasformare le persone in esseri fisicamente
perfetti… a un prezzo terrificante. Sullo sfondo, un miliardario
tecnologico (Ashton Kutcher) disposto a tutto pur di
proteggere il suo impero e un sicario letale (Anthony Ramos) pronto a eliminare
chiunque si frapponga ai suoi piani.
WONDER MAN — Dal 28
gennaio
La serie Marvel Television segue Simon Williams, aspirante attore
che tenta di far decollare la sua carriera quando scopre che il
leggendario regista Von Kovak sta preparando un remake di Wonder Man. L’incontro con Trevor
Slattery complica ulteriormente le cose, tra satira del mondo dello
spettacolo, imprevisti e ambizioni in collisione.
A THOUSAND BLOWS –
Stagione 2 — Dal 9 gennaio
Ispirata a fatti reali nella Londra del 1880, la seconda stagione
segue il ritorno di Mary Carr, determinata a riunire i Quaranta
Elefanti e riconquistare il suo regno criminale. Alleanze,
tradimenti e lotte di potere segnano nuovi confronti nei bassifondi
di Wapping, mentre i personaggi affrontano vecchi demoni e nuovi
nemici.
TELL ME LIES – Stagione 3
— Dal 13 gennaio
La relazione tossica tra Lucy (Grace Van Patten) e Stephen (Jackson
White) torna al centro della terza stagione. I due cercano di
ricominciare, ma segreti irrisolti e scandali universitari
riemergono minacciando amici, reputazioni e quel fragile equilibrio
appena riconquistato.
DAL POLO SUD AL POLO NORD
CON WILL SMITH — Dal 14 gennaio
Realizzata in cinque anni, la serie National Geographic segue Will
Smith in un viaggio di 100 giorni attraverso i sette continenti.
Dall’Antartide all’Amazzonia, dall’Himalaya ai deserti africani,
l’attore affronta sfide estreme, partecipa a scoperte scientifiche
e si immerge nelle culture locali accompagnato da esperti ed
esploratori. Un’avventura visiva di grande impatto, tra scienza e
racconti umani.
Gli altri titoli in
arrivo a gennaio
Oltre alle uscite principali, il catalogo si arricchisce con
numerose novità:
Ecco l’intervista a Shih
Ching Tsou, sceneggiatrice, produttrice e regista al suo
debutto (in solitaria) di La mia famiglia a
Taipei. Il film è nelle sale italiane dal 22 dicembre
distribuito da I Wonder Pictures.
Dopo aver
co-diretto Take Out con il premio Oscar Sean
Baker e prodotto con lui titoli come Red Rocket e
The Florida Project, Shih-Ching Tsou firma il suo debutto
alla regia in solitaria con un racconto intimo e urbano, un dramma
familiare che intreccia tradizione e modernità, scritto
insieme allo stesso Sean Baker, che ha anche prodotto il film e ne
ha curato il montaggio.
Con un linguaggio
visivo luminoso e una profonda empatia verso tutti i suoi
personaggi, Tsou racconta il ritorno di una famiglia in una città
che è insieme luogo di memoria e di rinascita, una Taipei frenetica
e piena di luci e colori, filtrata dallo sguardo innocente della
tenera protagonista I-Jing, che ha appena 5 anni ed esplora questa
nuova vita cittadina con curiosità e meraviglia. Finché il nonno
non le proibisce di usare la sua mano sinistra, perché la considera
malvagia. Un divieto che avrà conseguenze inaspettate.
LA MIA
FAMIGLIA A TAIPEI aveva già attirato l’attenzione di pubblico
e critica in occasione dell’anteprima mondiale al Festival di Cannes, dove aveva ricevuto il
prestigioso premio della Fondazione GAN ed è stato accolto con grande
calore anche alla Festa del Cinema di Roma,
raccogliendo elogi sia dagli spettatori che dalla stampa
presente.
LA MIA
FAMIGLIA A TAIPEI è nelle sale italiane dal 22
dicembre distribuito da I Wonder Pictures in
collaborazione con Unipol Biografilm Collection e WISE
Pictures.
Gloria!
(qui
la recensione) di Margherita Vicario si
inserisce nel panorama del cinema italiano come un’opera ibrida e
sorprendente, capace di fondere il film in costume con il
musical contemporaneo e il racconto di emancipazione femminile.
Ambientato in un istituto musicale femminile nella Venezia di fine
Settecento, il film affronta temi come la libertà creativa, il
talento represso, la sorellanza e il rapporto tra arte e potere. La
musica diventa linguaggio politico e strumento di ribellione, in un
racconto che dialoga apertamente con il presente pur muovendosi in
una cornice storica.
Con Gloria!, Margherita Vicario
compie un passaggio decisivo nel suo percorso artistico, dopo
essersi affermata come attrice e musicista e aver sviluppato una
forte identità autoriale anche come cantautrice e regista di
videoclip. Il film rappresenta la sintesi delle sue anime creative:
cinema, musica pop, sperimentazione visiva e attenzione ai temi
sociali. La regia mostra una chiara consapevolezza stilistica,
capace di giocare con l’anacronismo, con il ritmo musicale e con
una messa in scena energica che rompe i confini del racconto in
costume tradizionale.
Il cast corale
contribuisce in modo determinante alla riuscita del film, con
giovani interpreti che danno corpo e voce alle protagoniste,
affiancate da volti noti del cinema italiano in ruoli di supporto.
Gloria! ha ottenuto un notevole riscontro di
pubblico, distinguendosi come uno dei casi cinematografici
dell’anno, e ha raccolto importanti riconoscimenti in ambito
festivaliero e nei principali premi nazionali, soprattutto per la
musica, la regia e l’originalità del progetto. Il film è inoltre
ispirato ad alcune storie vere: nel resto dell’articolo
approfondiremo proprio le vicende reali che hanno dato origine al
racconto.
Galatéa Bellugi in Gloria!
La trama di Gloria!
Veneto, 1800.
Teresa, soprannominata “la muta”, lavora come
domestica al Sant’Ignazio, un decrepito istituto musicale per
educande. L’imminente visita del nuovo Papa, Pio
VII, getta l’istituto in fermento e, mentre il maestro del
coro fatica a comporre qualcosa per l’occasione, Teresa in un
ripostiglio scopre uno strumento musicale di nuova invenzione: il
pianoforte. Comincia così a suonarlo insieme ad altre quattro
ragazze della scuola. Con l’avvicinarsi della visita del Papa,
emergeranno però tra le ragazze conflitti, segreti e un
irrefrenabile desiderio di far sentire la propria voce.
La storia vera dietro il film
Il
film Gloria! prende spunto da una dimensione
storica realmente esistita, sebbene poco nota: la presenza, in
Italia tra il XV e il XVIII secolo, di orfanotrofi e istituti
musicali dove vivevano e si formavano donne musiciste di grande
talento. Una delle realtà più documentate è l’Ospedale della Pietà
a Venezia, un orfanotrofio, convento e scuola di musica dove, già
dal Seicento, le ragazze abbandonate venivano allevate, istruite e
avviate alla musica. Queste istituzioni creavano ensemble
interamente femminili, cori e orchestre che si esibivano
regolarmente, attirando visitatori e curiosi da tutta Europa e
fungendo da centri di eccellenza musicale.
Antonio Vivaldi è tra le figure storiche più
associate a questo fenomeno: come maestro di violino all’Ospedale
della Pietà, dal 1703 per oltre trent’anni scrisse un grande numero
di concerti, cantate e opere destinate proprio alle musiciste
dell’istituto, contribuendo a far conoscere la loro arte e abilità.
Tra le allieve più celebri vi furono Anna Maria della
Pietà, violinista virtuosa, e Chiara della
Pietà, violinista, cantante e insegnante, che rimasero per
tutta la vita legate all’istituto. Anna Maria, in particolare, fu
protagonista di un ruolo di rilievo, eseguendo e influenzando
materialmente l’esecuzione di molte opere di Vivaldi.
Paolo Rossi in Gloria!
Fonti musicologiche suggeriscono che queste donne non fossero meri
esecutori ma possibili co‑creatrici e interpreti attive: le
partiture e i diari conservati mostrano come alcune composizioni
fossero adattate alle loro capacità e personalità musicali, e come
alcune allieve insegnassero a loro volta alle compagne. La musica
d’insieme nelle istituzioni veneziane non era solo pratica
performativa, ma un laboratorio di idee, in cui competenze e
talento venivano coltivati in un contesto ostacolato dalle
convenzioni sociali dell’epoca.
Nonostante queste musiciste fossero apprezzate e celebri nei loro
ambienti, la loro opera è stata storicamente sottovalutata o
perduta: molte composizioni non sono sopravvissute o non hanno mai
avuto attribuzioni chiare, e la memoria di artiste come Anna Maria,
Chiara o Santa della Pietà rischiava di scomparire. Il film di
Vicario si appropria di questo vuoto storico per immaginare le voci
e i desideri di centinaia di donne che, pur avendo talento e
contributi significativi, non poterono affermarsi appieno nel
panorama storico‑musicale tradizionale.
Questa ricostruzione storica, pur romanzata e contestualizzata
nella Venezia di inizio Ottocento, restituisce una testimonianza
ampia della difficoltà di riconoscere e tramandare l’eredità delle
musiciste donne. Le istituzioni come l’Ospedale della Pietà furono
eccezionali nel dare alle ragazze un’istruzione musicale di alto
livello, ma la loro influenza è spesso filtrata attraverso nomi
maschili come quello di Vivaldi. Gloria! si
propone così come un omaggio narrativo a figure reali e spesso
dimenticate, riscoprendo un patrimonio di storie vere che ancora
oggi stimola ricerca e interesse musicologico.
A differenza degli altri due film
della serie Il Signore degli Anelli di Peter Jackson, Il
Signore degli Anelli –Le due
torri termina con un vero e proprio colpo di scena. Il
secondo film vede i membri della Compagnia affrontare le proprie
prove e uscirne vittoriosi, o almeno più vicini ai propri
obiettivi. Sam e Frodo continuano il loro viaggio verso Mordor, ma
ora sono accompagnati dall’inaffidabile Sméagol. Pippin e Merry
sfuggono agli Uruk-hai e incontrano Barbalbero, mentre Aragorn,
Gimli e Legolas si ricongiungono con Gandalf il Bianco, tornato in
vita. I diversi gruppi della Compagnia trascorrono il film separati
gli uni dagli altri.
Viene poi introdotto il regno di
Rohan e i Rohirrim, che includono personaggi come Théoden, Éomer ed
Éowyn, che diventano tutti figure importanti al fianco di un
Gandalf ritrovato in Il Signore degli Anelli
–Le due torri e nel terzo film
della serie, Il ritorno del re. Probabilmente uno
dei migliori film della trilogia, più ricco di azione rispetto al
primo, questo secondo capitolo si conclude con la vittoria delle
forze del bene ma, allo stesso tempo, prepara il terreno per il
capitolo finale in cui gli eroi della Terra di Mezzo dovranno
affrontare il male incarnato da Sauron in persona.
La battaglia del Fosso di Helm si
conclude con la vittoria di Rohan
La battaglia del Fosso di Helm ne
Il Signore degli Anelli –Le due
torri è una delle battaglie più significative della storia
del cinema. Le probabilità non sono a favore dei difensori, che
devono affrontare 10.000 Uruk-hai, discendenti ibridi degli Uruk. I
temi della speranza e del coraggio di fronte a terribili difficoltà
permeano gran parte della storia di Aragorn, Gimli e Legolas. Anche
Legolas ha un momento di dubbio prima della battaglia. Non è il
primo film a mostrare un gruppo di difensori disperati prima di una
battaglia, ma l’atmosfera che Jackson crea con la luce blu scuro e
la pioggia torrenziale crea una vera sensazione di
disperazione.
Gli Uruk-hai nel film di Jackson
sono sorprendentemente violenti per un film classificato PG-13,
quindi quando Aragorn guida i guerrieri rimasti in un’ultima
carica, il pubblico capisce che questa potrebbe essere la loro
fine. La battaglia ne Il Signore degli Anelli
–Le due torri sembra quasi persa
fino a quando Aragorn ricorda la promessa angelica e profetica di
Gandalf. I difensori devono resistere fino all’ultimo momento prima
che arrivi la loro salvezza. C’è un forte simbolismo religioso nel
fatto che le persone buone abbiano fede fino alla fine. Il coraggio
di fronte all’odio cieco è il motivo per cui la battaglia è una
vittoria, anche con pesanti perdite.
Isengard e Saruman vengono
sconfitti dagli Ent
Dopo essere sfuggiti agli Uruk-hai,
gli hobbit trascorrono la parte centrale de Il Signore
degli Anelli –Le due
torri parlando con un Ent di nome Barbalbero. Alla
fine convincono gli Ent a vendicare i loro fratelli distrutti e ad
assalire Isengard. Merry e Pippin hanno trascorso la maggior parte
del primo film come non attori, partecipando solo in parte
all’azione. Alla fine del secondo film, implorano gli altri di
combattere per la Terra di Mezzo. Merry e Pippin sono stati
coinvolti per caso negli eventi de Il Signore degli
Anelli, quindi il loro abbracciare la responsabilità è più
eroico perché non era mai stato richiesto.
In un altro dei cambiamenti
rispetto al finale del libro Il Signore degli Anelli
–Le due torri, Pippin ha persino un
momento di genialità quando inganna Treebeard facendolo camminare
verso Isengard, in modo che possa vedere con i propri occhi la
foresta di Fangorn disboscata. Merry e Pippin passano dall’essere
hobbit infantili e maldestri a leader e rivoluzionari, pur
mantenendo la loro caratteristica sensibilità umoristica. Il
saccheggio di Isengard vede Saruman sconfitto proprio dalla foresta
che aveva usato per accrescere il proprio potere. È un ironico
scherzo del destino e una vittoria simbolica del mondo naturale
sull’industria.
Sam e Frodo fuggono da Osgiliath e
sono ispirati a continuare il loro viaggio
Sam e Frodo continuano il loro
viaggio verso Mordor ne Il Signore degli Anelli
–Le due torri e, dopo un incontro
con Gollum, che si rivela chiamarsi Sméagol, lo portano con loro.
Quando Frodo incontra Faramir, la volontà manipolatrice dell’Anello
si manifesta in tutta la sua forza. Per la prima volta, Frodo
reagisce violentemente quando gli viene sottratto l’Anello. La
reazione di Frodo costituisce un punto importante a metà della
storia. Anche se Frodo si sta avvicinando al suo obiettivo, non è
completamente immune agli effetti dannosi di ciò che porta con sé,
che potrebbero ancora consumarlo.
La difficile decisione di Faramir
di lasciar andare Frodo e Sam dopo aver compreso il loro viaggio è
un altro esempio importante del perché non ci si può
necessariamente fidare degli uomini con l’Anello e perché solo
Frodo può portare l’Unico Anello. Durante la loro fuga da
Osgiliath, Sam incoraggia Frodo ad andare avanti. Questo finale
mostra un cambiamento nel rapporto tra i due, poiché nella prima
metà del viaggio è Frodo a guidare il cammino, ma più si avvicinano
a Mordor, più Frodo fa affidamento sulla forza d’animo di Sam. Le
due torri ha posto le basi affinché Sam diventi la forza più
importante che spinge Frodo ad andare avanti.
Come il finale del film Il
Signore degli Anelli –Le due torri
cambia il libro
La narrazione de Il Signore
degli Anelli –Le due torri è
significativamente diversa tra il libro e il film. Per cominciare,
il libro è diviso in due volumi, uno che segue gli eventi a Rohan,
mentre l’altro segue Frodo e Sam. Il film li unisce, immaginando
come potrebbero essersi svolti in sequenza. A Rohan, la battaglia
del Fosso di Helm si svolge in modo simile a come è descritta nel
libro, anche se è una parte molto breve del testo. Tuttavia, una
differenza importante è che gli elfi di Lothlórien non arrivano al
Fosso di Helm nel racconto di Tolkien.
Dopo il Fosso di Helm nel libro,
Théoden, Gandalf, Aragorn e compagnia si recano a Isengard per
trattare con Saruman, sperando di convincerlo ad arrendersi. Nella
scena, Saruman cerca di ingannare Théoden un’ultima volta, ma il re
di Rohan ha la meglio. Gandalf offre a Saruman l’opportunità di
arrendersi e di unirsi nuovamente alla loro causa, ma il Mago
Bianco è troppo orgoglioso per accettare. Gandalf frantuma il
bastone di Saruman e lo lascia a Isengard con Barbalbero a guardia
della torre. Una variante diversa di questa scena si trova in una
scena tagliata de Il ritorno del re, ma Saruman viene ucciso da
Wormtongue.
Per quanto riguarda Frodo e Sam,
gran parte della loro storia dal libro Il Signore degli
Anelli –Le due torri viene
riportata nel film Il Signore degli Anelli – Il ritorno del
re. La loro parte del libro Le due torri
termina con Cirith Ungol e Shelob, mentre ciò accade a metà del
film Il ritorno del re. Nel film, vengono portati
con Faramir a Osgiliath, aggiungendo una sequenza d’azione con i
Nazgûl che non esiste nella versione di Tolkien.
Uno
Rosso (qui
la recensione) unisce azione, commedia, fantasia e spirito
natalizio in una storia che racconta il rapimento e il salvataggio
di Babbo Natale, con un messaggio commovente che fa da sfondo a
tutte le scene d’azione. Diretto da Jake Kasdan,
Uno Rosso vede
Dwayne Johnson nei panni di Callum Drift, capo
dell’Enforcement Logistics and Fortification (ELF) del Polo Nord e
quindi responsabile della sicurezza di Babbo Natale (J.K.
Simmons). Il giorno in cui Callum presenta la sua
richiesta di andare in pensione dopo Natale, Babbo Natale viene
rapito e Callum è determinato a trovarlo, ma non può farlo da
solo.
Con l’aiuto di Zoe (Lucy
Liu), capo della Mythological Oversight and
Restoration Authority (MORA), Callum fa squadra con Jack O’Malley
(Chris
Evans), un hacker mercenario con molti problemi
personali, soprattutto con suo figlio Dylan. Insieme, Callum e Jake
scoprono che dietro il rapimento di Babbo Natale c’è Gryla
(Kiernan
Shipka), la strega dell’inverno, che ha in mente di
porre fine al Natale e al Polo Nord. Con l’aiuto di un alleato
inaspettato, Callum e Jake trovano Babbo Natale e salvano il
Natale, il Polo Nord e il mondo intero, giusto in tempo per le
festività.
Come viene salvato Babbo Natale in
Uno Rosso
La vigilia di Natale, subito dopo
che Callum ha lasciato Babbo Natale da solo, una squadra di agenti
segreti guidata da una donna misteriosa irrompe al Polo Nord e
rapisce Babbo Natale. Con l’aiuto di mezzi di trasporto terrestri e
aerei, la squadra depista Callum e riesce a fuggire con Babbo
Natale. Come scopre Zoe, Jack è solo l’ultimo anello di una catena
che porta al rapitore, quindi lui e Callum si recano ad Aruba per
affrontare il mediatore che ha assunto Jack. Il mediatore, Ted
(Nick Kroll), rivela di lavorare per Gryla.
Callum sospetta che Gryla stia
lavorando con il fratello estraniato di Babbo Natale, Krampus
(Kristofer Hivju), e così lui e Jack vanno a
trovarlo. Si scopre che Krampus è il creatore della Lista dei
Cattivi ed è anche l’ex amante di Gryla, ma nonostante tutto ciò,
non è coinvolto nel rapimento di Babbo Natale. Dopo che Gryla
intrappola Jack e Dylan in uno dei suoi globi di neve magici, Zoe
trova Jack grazie al localizzatore che gli ha messo addosso, e lei
e Callum scoprono che Babbo Natale non ha mai lasciato il Polo Nord
e che la tana di Gryla si trova sotto il Polo Nord.
Mentre Callum e Zoe salvano Jack,
Dylan, la signora Claus (Bonnie Hunt) e il resto
del personale imprigionato del Polo Nord, Gryla e i suoi figli
fuggono con Babbo Natale. Sono pronti a mettere in atto il loro
piano, ma hanno bisogno dei poteri di Babbo Natale per guidare la
slitta. Fortunatamente, Callum e Jack la fermano e la combattono
mentre Babbo Natale rimane incosciente, e quando lei si trasforma
di nuovo in un troll, Krampus arriva con dei rinforzi.
Durante la lotta, Babbo Natale si
riprende e li aiuta a sconfiggere Gryla, facendo anche pace con suo
fratello. Con Gryla che non rappresenta più una minaccia, tutta la
squadra del Polo Nord si affretta a preparare tutto per il Natale,
e Babbo Natale invita Jack e Dylan a unirsi a loro. Non solo Babbo
Natale, il Polo Nord e il Natale sono stati salvati, ma Babbo
Natale ha anche l’opportunità di sistemare il suo rapporto con
Krampus.
La spiegazione del piano di Gryla
e la sua sconfitta in Uno Rosso
Gryla non è solo la strega
dell’inverno, ma anche un troll molto antico che può assumere le
sembianze di chiunque desideri. Gryla ha anche molti, molti figli,
tutti mutaforma, il che rende più facile per tutti loro infiltrarsi
al Polo Nord (uno di loro ha persino finto di essere la signora
Claus per cercare di fuorviare Callum, ma ha commesso un grave
errore parlando di biscotti). Gryla è molto potente, tanto da poter
rintracciare chiunque pronunci il suo nome e mandare i suoi
scagnozzi a dargli la caccia, come fa quando Jack pronuncia il suo
nome ad Aruba.
Ciò che Gryla vuole è sbarazzarsi
di tutti quelli che sono sulla lista dei cattivi e imprigionarli
per sempre, e per farlo ha bisogno di un artefatto magico e di una
macchina che si trova nel vecchio laboratorio di Babbo Natale sotto
il Polo Nord. Tale artefatto è il “glaskafig”, un globo di neve
magico che imprigiona chiunque lo tocchi, ma poiché la lista dei
cattivi è molto lunga, lei usa una macchina per duplicare i
giocattoli nel vecchio laboratorio di Babbo Natale per creare
migliaia di questi globi di neve magici. Il passo successivo del
piano di Gryla è quello di consegnare i globi di neve a tutte le
persone sulla lista dei cattivi usando la slitta di Babbo
Natale.
Il motivo per cui Gryla ha un forte
desiderio di sbarazzarsi delle persone sulla lista dei cattivi
nonostante sia un troll e una strega non viene spiegato, quindi si
presume semplicemente che sia malvagia. Come spiegato sopra, Gryla
viene fermata da Jack e Callum, che la gettano giù dalla slitta, ma
lei ritorna per combatterli nella sua vera forma di troll gigante.
Krampus arriva e la attacca prima di cercare di ragionare con lei,
ma lei lo attacca a sua volta.
Solo quando Babbo Natale si
riprende e riacquista i suoi poteri magici chiama le sue renne per
attaccare Gryla, facendola cadere nella pozza di globi di neve
magici che lei stessa ha creato, intrappolandola così in uno di
essi. Zoe prende il globo di neve in cui è intrappolata Gryla, che
sarà custodito al sicuro dalla MORA.
Perché Callum voleva andare in
pensione (e perché ha deciso di restare)
Come accennato in precedenza,
Callum si sta preparando ad andare in pensione dal suo lavoro al
Polo Nord dopo secoli passati al servizio di Babbo Natale. Callum
ha un rapporto molto stretto e speciale con Babbo Natale e la
signora Claus, e il motivo non viene rivelato fino alla fine di
Uno Rosso, con Callum che durante tutto il film si
limita a dire che ha “perso la testa”. Ciò che viene menzionato in
tutto il film è l’aumento dei comportamenti scorretti nel mondo,
che ha portato a un allungamento della lista dei bambini cattivi.
Alla fine, durante il periodo natalizio, Callum osserva Jack e
Dylan che condividono questa esperienza insieme, con Jack che
ritrova il suo stupore.
Jack era stato a lungo nella lista
dei cattivi, il che lo aveva reso bersaglio del piano di Gryla, ma
l’intera esperienza del salvataggio di Babbo Natale, il
miglioramento del suo rapporto con Dylan e la corsa natalizia con
Babbo Natale provocano in lui un cambiamento radicale. Callum vede
Jack come un bambino di nuovo, ed è proprio questo che aveva perso:
la capacità di vedere il bene e la meraviglia nelle persone, che
era una conseguenza della sua disillusione per l’aumento dei
comportamenti negativi nel mondo. Rendendosi conto che c’è ancora
del bene e della speranza nel mondo, Callum decide di rimanere con
Babbo Natale.
Come Jack ha salvato se stesso e
Dylan in Uno Rosso
Parallelamente al salvataggio di
Babbo Natale, c’è la storia di Jack e di suo figlio Dylan. Jack
dice a Callum che non è mai stato sposato con la madre di Dylan, ma
questo non significa che non abbia delle responsabilità come padre.
Tuttavia, Jack fatica a essere un padre, figuriamoci uno buono, e
non riesce a instaurare un vero legame con Dylan, tanto che
quest’ultimo non sa come parlargli. Sapendo che rapire Dylan
fermerà la missione di Callum e Jack di trovarla, Gryla manda una
palla di neve a Dylan e una a Jack, ma è il primo a trovarla.
Pensando che fosse una sorta di
regalo per scusarsi di non aver partecipato al suo evento
scolastico, Dylan chiama Jack arrabbiato e gli mostra la palla di
neve, finendo per rimanere intrappolato al suo interno e portato
nella tana di Gryla. Jack prende la palla di neve che gli è stata
inviata per poter stare con Dylan, e le loro palle di neve vengono
poste una accanto all’altra. Dylan e Jack hanno una conversazione
sincera sul loro rapporto, che li ammorbidisce e li rende più
gentili, riscattandoli e cancellandoli dalla lista dei cattivi.
Questo fa rompere le loro palle di neve, e loro si riuniscono a
Callum e Zoe nella missione di salvataggio.
uno rosso film
Il vero significato di Uno
Rosso spiegato
Al di là di tutte le scene d’azione
e i momenti divertenti, Uno Rosso è una storia
sulla famiglia e sui diversi tipi di famiglie. La più evidente è la
storia di Jack e Dylan, che purtroppo hanno dovuto vivere
l’esperienza di essere imprigionati in una palla di neve per poter
trascorrere del tempo di qualità insieme e aprirsi l’uno all’altro.
C’è anche il rapporto conflittuale tra Babbo Natale e Krampus, che
sono completamente opposti quando si tratta del Natale e di chi e
come dovrebbe essere ricompensato per le proprie buone o cattive
azioni.
Sebbene Uno Rosso
non entri nei dettagli del rapporto tra Babbo Natale e Krampus,
almeno i due si riconoscono a vicenda dopo aver sconfitto Gryla,
che è il loro modo di fare ammenda. Anche la storia di Callum è una
storia di famiglia, poiché la sua famiglia è composta dai suoi
colleghi ELF, dai Claus e praticamente da tutti quelli che vivono
al Polo Nord. Non si sa cosa avrebbe fatto Callum dopo il
pensionamento, ma sicuramente si sarebbe sentito piuttosto solo.
Jack ha anche imparato che non deve isolarsi e bruciare i ponti, e
che è sicuro aprirsi alle persone e alle nuove esperienze.
Come Uno Rosso
prepara il terreno per un sequel
Nonostante abbia dato a ogni
personaggio principale un finale soddisfacente, Uno
Rosso lascia la porta leggermente aperta per un sequel.
Anche se Gryla è stata sconfitta, alla fine è una troll e una
potente strega, quindi è difficile credere che rimarrà nella sua
palla di neve al MORA fino alla fine dei tempi – inoltre, ha
sicuramente ancora molti altri figli che possono pianificare il suo
salvataggio e la sua fuga. Ci sono anche Callum e Jack, una squadra
improbabile ma molto efficace grazie ai loro talenti e abilità
combinati.
Quindi potrebbero intraprendere
insieme altre missioni a tema natalizio per la MORA, e non
necessariamente per Natale. Il Polo Nord può anche affrontare molti
altri problemi e sfide oltre al rapimento di Babbo Natale. Molte
cose possono andare storte in un luogo grande, affollato e
importante come il Polo Nord, soprattutto una volta iniziata la
stagione delle feste. C’è anche la grande domanda su cosa faranno
tutti una volta finito il Natale, il che renderebbe interessante un
sequel di Uno Rosso.
Eagle Pictures ha
diffuso il trailer italiano ufficiale di Melania,
il documentario che vede protagonista la first lady statunitense,
consorte di Donald Trump, che accompagna lo
spettatore dietro le quinte della rielezione del marito. Il film
arriva il 30 gennaio 2026.
Melania, il nuovo
film di Amazon MGM Studios, apre una finestra senza precedenti sui
venti giorni che precedono l’Inaugurazione Presidenziale del 2025,
raccontati per la prima volta attraverso lo sguardo diretto della
First Lady.
Un viaggio intimo e riservato
dentro il mondo di Melania Trump, mentre si occupa dei preparativi
per l’insediamento, affronta le complessità della transizione alla
Casa Bianca e accompagna la sua famiglia nel ritorno nella
Capitale. Grazie a materiali esclusivi, il film svela riunioni
decisive, conversazioni private e ambienti mai mostrati prima,
restituendo il ritratto di una donna che si prepara a ricoprire
nuovamente uno dei ruoli più potenti e simbolici del pianeta.
Credits – Regine Mahaux – Amazon MGM Studios
Dichiarazione di Melania
Trump
«La storia prende forma nei
venti giorni che precedono l’Inaugurazione Presidenziale degli
Stati Uniti. Per la prima volta, il pubblico di tutto il mondo è
invitato al cinema per assistere a questo momento cruciale: uno
sguardo privato e senza filtri mentre attraverso famiglia, lavoro e
filantropia nel mio straordinario percorso verso il ruolo di First
Lady degli Stati Uniti d’America.»
Dopo che è stato visto al cinema
prima di Avatar: Fuoco e Cenere (ed
essere anche trapelato online), la Marvel ha ufficialmente pubblicato
online il primo teaser trailer di Avengers:
Doomsday, che vede il ritorno di Capitan
America interpretato da Chris Evans in un colpo di scena inaspettato
che sicuramente susciterà qualche polemica.
Nel teaser, Steve Rogers viene
anche visto con un bambino in braccio, dettaglio che avrà
sicuramente un peso nella storia del film. Il trailer non include
alcun dialogo, quindi si presume che la madre sia Peggy
(Hayley Atwell), dato che il
personaggio di Evans viene visto tornare a casa loro, come mostrato
in Avengers: Endgame del 2019. Il filmato si
conclude poi con lo slogan: “Steve Rogers tornerà in Avengers: Doomsday”.
Avengers: Doomsday
I registi Joe e
Anthony Russo hanno parlato del ritorno di Evans
nei panni di Captain America, affermando: “Il personaggio che
ha cambiato le nostre vite. La storia che ci ha riuniti tutti qui.
Si sarebbe sempre tornati a questo...”. Contestualmente alla
pubblicazione del teaser, è stato diffuso anche un primo poster
ufficiale del film, che semplicemente mostra la A degli Avengers ma
con i colori che rimandano a Dottor Destino.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men
dell’era Fox-Marvel.
La prossima serie live-action di
NetflixAssassin’s Creed – il cui
cast principale è già stato definito, con Toby
Wallace (Euphoria, Bikeriders),
Lola Petticrew (“Say Nothing”) recentemente
svelati come protagonisti e Zachary Hart
(“Slow
Horses”) e Laura Marcus (“Death by Lightning”)
come personaggi fissi – ha ora trovato il suo regista.
Johan Renck, il
regista svedese noto per aver diretto la miniserie di successo
della HBO Chernobyl, per la quale ha
vinto un Emmy, sarà il regista della serie, come rivela
Variety.
Basato sul franchise di videogiochi
di successo sui viaggi nel tempo, Assassin’s Creed è stato annunciato a
luglio come la prima serie ad essere sviluppata nell’ambito
dell’accordo tra Netflix e Ubisoft, firmato nel 2020.
I dettagli della trama sono ancora
segreti, ma la sinossi afferma che la serie sarà “incentrata sulla
guerra segreta tra due fazioni oscure: una determinata a
determinare il futuro dell’umanità attraverso il controllo e la
manipolazione, mentre l’altra combatte per preservare il libero
arbitrio. La serie segue i personaggi attraverso eventi storici
cruciali, mentre combattono per plasmare il destino
dell’umanità”.
Il primo gioco di “Assassin’s
Creed”, che esplora la guerra
secolare tra gli ordini segreti rivali degli Assassini e dei
Templari, ha debuttato nel 2007 ed è diventato un successo
immediato. Da allora, sono stati pubblicati altri 13 capitoli della
saga, il più recente dei quali è “Assassin’s Creed: Shadows”,
uscito nel 2025, con oltre 230 milioni di copie vendute fino ad
oggi. Un adattamento cinematografico con Michael Fassbender è uscito nel 2016.
Oltre a
Chernobyl, i crediti televisivi di Renck
includono la regia della serie The Last
Panther, oltre ad episodi di “Breaking
Bad”, “The Walking Dead”, “Vikings”, “Bates
Motel” e “Halt and Catch
Fire”. Ha già collaborato con Netflix in passato,
avendo diretto i primi due episodi della serie del 2015
“Bloodline” e il film di fantascienza
dello scorso anno “Spaceman“, con
Adam Sandler e basato sul romanzo
“Spaceman of Bohemia”.
Il mondo di Assassin’s Creed
è stato precedentemente portato
sul grande schermo nel 2016 con Michael
Fassbender nel ruolo del protagonista. Purtroppo, il film
non ha avuto successo al botteghino e i sequel previsti per
Assassin’s Creed sono stati, com’era prevedibile,
cancellati. Tuttavia, i fan della serie di videogiochi avranno
presto la possibilità di vedere questi concetti rivisitati in
TV.
Basato sui romanzi di Rick
Riordan sui discendenti moderni degli dei greci, per metà
umani e per metà divini, Percy Jackson e gli Dei
dell’Olimpo è stato accolto calorosamente dai fan di lunga
data grazie al modo in cui mantiene il tono e la trama del
materiale originale, a differenza del precedente adattamento
cinematografico.
Nella seconda stagione compaiono
alcuni antagonisti: l’ex amico e semidio caduto Luke
(Charlie Bushnell) sta cercando anche lui di
trovare il Vello, mentre Percy e Annabeth si scontreranno con
figure mitiche come Circe “C.C.” (Rosemarie
DeWitt) e Polifemo (Aleks Paunovic). Ma
Riordan ha ora anche parlato di come la serie adatterà il cattivo
più centrale della terza stagione.
Secondo Deadline, il titano
Atlante farà infatti il suo ingresso nella serie,
interpretato da Holt McCallany in sei episodi
della terza stagione di Percy Jackson e gli Dei
dell’Olimpo. Inoltre, in un’intervista con Liam Crowley di
ScreenRant per la seconda stagione di Percy Jackson, Riodan ha
discusso di come la presenza fisica di uno dei titani renda la
crescente minaccia di Kronos (doppiato da Nick
Boraine) più reale che mai.
“La minaccia nella terza
stagione diventa reale. Intendo dire, reale davanti ai vostri
occhi, una manifestazione fisica, reale. E anche se non possiamo
parlare del casting, hanno fatto centro. Insomma, hanno detto:
“Stiamo pensando a questo”. E io ho risposto: “Sì, è proprio così”.
Quindi non vedo l’ora di condividerlo”, sono le parole di
Riodan.
In La maledizione del
titano, il terzo libro della serie Percy Jackson, che sarà la
base della terza stagione, Annabeth e la dea Artemide (interpretata
da Dafne Keen) vengono catturate da Atlante,
spingendo gli altri eroi a partire per una missione per salvarle.
Nel frattempo, Percy incontra due nuovi semidei che potrebbero
cambiare il corso dell’imminente guerra contro Kronos. C’è dunque
grande attesa per Percy Jackson e gli Dei
dell’Olimpo.
Recentemente, il primo teaser di
Spider-Man: Brand New Day è trapelato online,
anche se diviso in due parti e di pessima qualità. Ora, tuttavia,
si ha una registrazione molto migliore (la
si può vedere qui) e permette di avere maggiori dettagli sul
film. Nel nuovo trailer si vede Spider-Man che salta da un
grattacielo prima che una ripresa in soggettiva ci mostri la sua
vista letterale dall’interno della maschera, MJ con il suo nuovo
fidanzato, il Punisher di Jon Bernthal e il tipo di scene di
oscillazione sulla ragnatela che sono state trascurate nella
trilogia precedente..
Peter Parker viene anche mostrato
mentre emerge da un bozzolo di ragnatela e sembra usare una
ragnatela organica. Vale però la pena notare che questo trailer
risale a ottobre ed è chiaramente incompleto in alcuni punti.
Quando uscirà la versione ufficiale, potrebbe apparire leggermente
diversa, ma se questo è l’aspetto del primo teaser, ci sono molti
elementi interessanti. Come precedentemente riportato, sembra
che Spider-Man: Brand New Day
sarà caratterizzato da un’importante lotta psicologica per Peter
Parker e questo trailer sembra confermarlo.
Quello che sappiamo
su Spider-Man: Brand New Day
Ad oggi, una sinossi generica di
Spider-Man: Brand New Day è emersa all’inizio di
quest’anno, anche se non è chiaro quanto sia accurata.
Dopo gli eventi di Doomsday,
Peter Parker è determinato a condurre una vita normale e a
concentrarsi sul college, allontanandosi dalle sue responsabilità
di Spider-Man. Tuttavia, la pace è di breve durata quando emerge
una nuova minaccia mortale, che mette in pericolo i suoi amici e
costringe Peter a riconsiderare la sua promessa. Con la posta in
gioco più alta che mai, Peter torna a malincuore alla sua identità
di Spider-Man e si ritrova a dover collaborare con un improbabile
alleato per proteggere coloro che ama.
L’improbabile alleato potrebbe
dunque essere il The Punisher di Jon Bernthal –
recentemente annunciato come parte del film – in una situazione
già vista in precedenti film Marvel dove gli eroi si vedono
inizialmente come antagonisti l’uno dell’altro salvo poi allearsi
contro la vera minaccia di turno.
Di certo c’è che il film condivide
il titolo con un’epoca narrativa controversa, che ha visto la
Marvel Comics dare all’arrampicamuri un nuovo
inizio, ponendo però fine al suo matrimonio con Mary Jane Watson e
rendendo di nuovo segreta la sua identità. In quel periodo ha
dovuto affrontare molti nuovi sinistri nemici ed era circondato da
un cast di supporto rinnovato, tra cui un resuscitato Harry
Osborn.
Il film è stato recentemente
posticipato di una settimana dal 24 luglio 2026 al 31 luglio 2026.
Destin Daniel Cretton, regista di Shang-Chi e la Leggenda dei Dieci Anelli, dirigerà il
film da una sceneggiatura di Chris McKenna ed Erik Sommers.
Tom Holland guida un cast che include
anche Zendaya, Jacob Batalon,Mark Ruffalo, Sadie Sink e Liza Colón-Zayas
e Jon Bernthal. Michael Mando è
stato confermato mentre per ora è solo un rumors il coinvolgimento
di
Charlie Cox.
Spider-Man: Brand New
Day uscirà nelle sale il 31 luglio 2026.
Quattro anni dopo l’uscita di
The
Suicide Squad, Daniela Melchior fornisce
un aggiornamento deludente sul futuro di
Ratcatcher nella DCU. Il personaggio è un membro della squadra
titolare e, ad oggi, diversi dei suoi compagni di squadra sono
apparsi nel capitolo “Dei e Mostri” della DCU. In un’intervista con Ash Crossan di
ScreenRant per il film Anaconda,
a Melchior è stato chiesto se avesse sentito qualcosa riguardo alla
presenza di Ratcatcher nei futuri progetti DCU.
Sebbene l’attrice non abbia
confermato alcun piano di ritorno, ha sottolineato che le
piacerebbe riprendere il ruolo e possibilmente interpretare una
“versione più matura” del personaggio. “Non so nulla, ma mi
piacerebbe tornare.Sono cresciuta molto come persona e
come artista. Il mio accento è ancora forte, ma non quanto prima.
Sarebbe interessante vedere se James
Gunn vorrebbe una versione più matura di Ratcatcher. Cerco di
non pensarci troppo per non rattristarmi”, sono le parole
dell’attrice.
Christopher Smith/Peacemaker (John
Cena), Emilia Harcourt (Jennifer
Holland), John Economos (Steve Agee),
Weasel (Sean Gunn), Amanda Waller
(Viola Davis) e Rick Flag Jr.
(Joel Kinnaman) sono tra i personaggi
di The Suicide Squad che ad oggi sono
apparsi nel DCU. Smith, Harcourt ed Economos sono tutti personaggi
principali nella seconda stagione di Peacemaker, mentre il
defunto Flag appare in alcuni flashback e in una dimensione
alternativa.
Weasel è un membro dell’omonima
squadra nella serie animata Creature Commandos, dove compaiono
anche Economos e Waller. Inoltre, Smith ha un cameo in Superman e si prevede che avrà
altri ruoli di spicco in futuro nel DCU. Nonostante non ci siano
piani confermati per il ritorno di Ratcatcher, è quindi ancora
possibile che lei torni in scena.
Il prossimo show e film in uscita
nella DCU sono Lanterns e Supergirl, entrambi
previsti per il 2026, seguiti dal sequel del film Superman,Man of Tomorrow nel
2027. Sebbene sia possibile che la Ratcatcher di Daniela Melchior
possa fare un’apparizione a sorpresa in uno di questi progetti, è
più probabile che torni in un’altra storia più avanti, avendo il
potenziale per svilupparsi ulteriormente man mano che il DCU
continua ad espandersi.
Il 20 dicembre,
James Gunn ha pubblicato sui social media che
Lars Eidinger era stato scelto per interpretare
Brainiac in Man
of Tomorrow. Il sequel di Superman
è stato annunciato all’inizio di quest’anno e la sua uscita è
prevista per il 9 luglio 2027. Ora, su Threads, Gunn ha risposto a un
post in cui si sosteneva che il casting di Brainiac è stato
annunciato per primo perché lui e Peter Safran
volevano anticipare la fuga di notizie.
Gunn spiega inoltre che lui e
Safran sono solo produttori del sequel di The
Batman, The
Batman – Parte II, e che è raro che di un film,
anche alla DC, si faccia annunci importanti prima di iniziare la
produzione. “The
Batman – Parte II è un film della DC Studios e Peter ed io
siamo i produttori. Ma in genere non facciamo molti annunci su film
che non sono ancora in produzione. Cose come l’annuncio di Lars nei
panni di Brainiac sono state fatte perché sapevamo che sarebbero
trapelate”, sono le parole di Gunn.
Sia Man of Tomorrow che The
Batman – Parte II dovrebbero iniziare le riprese nella
prima metà del 2026, in vista del loro debutto nelle sale nel 2027.
Gunn sta dirigendo e scrivendo Man of Tomorrow,
che fa parte del capitolo “Dei e Mostri” della DCU, mentre il sequel di Batman è invece un
progetto Elseworlds che non fa parte della DCU e Gunn non è
coinvolto in modo così prominente. Qualsiasi annuncio ufficiale su
altri attori che si uniranno al cast potrebbe dunque non arrivare
fino a quando il film non avrà iniziato le riprese.
Le riprese principali di
Man of Tomorrow dovrebbero iniziare nella primavera
del 2026, con una data di uscita fissata per il 9 luglio
2027. David Corenswet riprenderà il ruolo nel sequel
al fianco di Lex Luthor, interpretato da
Nicholas Hoult, poiché i due si alleeranno contro
questo nuovo nemico, come ha dichiarato il regista.
James
Gunn ha infatti affermato: “È una storia in cui Lex Luthor
e Superman devono collaborare in
una certa misura contro una minaccia molto, molto più grande. È più
complicato di così, ma questa è una parte importante. È tanto un
film su Lex quanto un film su Superman. Mi è piaciuto molto
lavorare con Nicholas Hoult. Purtroppo mi identifico con il
personaggio di Lex. Volevo davvero creare qualcosa di straordinario
con loro due. Adoro la sceneggiatura”.
Gunn annunciato
Man of Tomorrow sui
social media il 3 settembre. Nel suo annuncio, lo sceneggiatore
e regista ha incluso un’immagine tratta dal fumetto in cui Superman
è in piedi accanto a Lex Luthor nella sua Warsuit. Nei fumetti DC,
Lex crea la tuta per eguagliare la forza e le abilità di Superman.
Mentre l’immagine teaser suggeriva che Lex e Superman sarebbero
stati di nuovo in contrasto, ora sembra che Lex userà la sua
Warsuit per poter essere allo stesso livello di Superman per
qualsiasi grande minaccia si presenti loro.
Al momento, è confermata la
presenza della Lois Lane di Rachel Brosnahan. Il co-CEO della DC Studios
ha risposto a un fan su Threads all’inizio di settembre 2025 che
Lois avrà un “ruolo importante”. Il villain del film
sarà Brainiac, interpretato
da Lars Eidinger.
Il film è stato in precedenza
descritto come un secondo capitolo della “Saga di Superman”. Ad
oggi, Gunn ha affermato unicamente che “Superman conduce
direttamente a Peacemaker; va notato che questo è per adulti, non
per bambini, ma Superman conduce a questo show e poi abbiamo
l’ambientazione di tutto il resto della DCU nella seconda stagione
di Peacemaker, è incredibilmente importante”.
L’iconico sviluppatore di
videogiochi Hideo Kojima condivide la sua recensione di
KPop Demon Hunters, il fenomeno culturale
che ha debuttato su Netflix lo scorso anno. Dalla sua première nel giugno
2025, KPop Demon Hunters è diventato il
film Netflix più visto di tutti i tempi. L’avventura musicale
fantasy ha anche un 95% di recensioni positive su Rotten Tomatoes e
ha ottenuto costantemente nomination ai premi.
KPop Demon
Hunters segue un trio di star del K-pop che lavorano
come cacciatrici di demoni il cui legame viene messo alla prova dal
fatto che una di loro nasconde il segreto di essere lei stessa per
metà demone. Oltre al successo di critica e ai numeri di streaming
da record, KPop Demon Hunters è stato un
successo al botteghino nei due weekend in cui è stato nei cinema,
mentre la sua colonna sonora ha raggiunto la vetta delle
classifiche musicali.
Kojima sembra essersi avvicinato
tardi al fandom, condividendo solo il 21 dicembre scorso tramite X:
“Ho iniziato a guardare KPop Demon Hunters per caso, ne sono
rimasto completamente affascinato e alla fine ho pianto a dirotto.
Era davvero, davvero bello.” KPop Demon Hunters è stato
ampiamente elogiato per la sua musica, l’animazione e le tematiche
quasi universali. Date un’occhiata al post di Kojima che concorda
con questa affermazione qui sotto:
Come autore rispettato, l’opinione
di Kojima suscita interesse tra il pubblico. Di recente ha
recensito la nuova serie di fantascienza di successo
Pluribus del creatore di Breaking
Bad, Vince Gilligan, definendola “assolutamente
incredibile” e paragonandola a L’invasione degli
ultracorpi. Come nel caso di KPop Demon
Hunters, molte persone concordano con la valutazione
positiva di Kojima.
KPop Demon
Hunters si è assicurato le nomination ai Critics’
Choice Award e ai Golden Globe come miglior film d’animazione. Ha
ottenuto tre nomination ai Golden Globe 2026 in totale, oltre a
quelle per la migliore canzone originale (“Golden”) e per i
successi cinematografici e al botteghino.
Il film sembra quindi sulla buona
strada per essere candidato all’Oscar come miglior film
d’animazione, ed è uno dei favoriti per la vittoria. Molto
probabilmente sarà anche un contendente per la migliore canzone
originale, un premio particolarmente competitivo quest’anno, con
proposte di Wicked: For Good e Sinners. Nel frattempo,
un sequel è in fase di sviluppo presso Netflix e Sony, con il
ritorno del team creativo principale.
Dopo una lunga attesa, è arrivato
il primo trailer di Avengers:
Doomsday. Il filmato ha confermato quanto già
anticipato per il cast del prossimo film degli Avengers, ovvero il
ritorno di Captain America interpretato da Chris Evans.
Nel podcast New Heights, presentato
dal tight end dei Kansas City Chiefs Travis Kelce e dall’ex centro
dei Philadelphia Eagles Jason Kelce, Paul
Rudd ha affrontato la storia segreta di
Avengers:
Doomsday.
All’attore di
Ant-Man è stato chiesto se potesse spiegare la
trama del film MCU. Paul Rudd non
ha fornito dettagli, dicendo: “Sarò onesto con te, non sono
molto sicuro di cosa sia”. La risposta della star di Ant-Man
vuole sembrare una battuta, ma alimenta anche le voci secondo cui i
Marvel Studios avrebbero costantemente modificato la trama del film
MCU.
Non sarebbe una novità per un
grande blockbuster, soprattutto per un MCU. In passato, i creativi
e gli attori Marvel hanno parlato apertamente di come alcuni
progetti non avessero sceneggiature o che tutte le loro storie
fossero state elaborate all’inizio della produzione. Ad esempio,
all’ACE Comic Con del 2019 (tramite Men’s Health), l’attore di Thor
Chris Hemsworth ha affermato che la
sceneggiatura di Avengers: Endgame “non era
nemmeno completata” durante la produzione.
Dato che Endgame è stato diretto
dai fratelli Russo e co-scritto da Stephen
McFeely, i commenti di Paul Rudd sulla trama di
Avengers: Doomsday
potrebbero essere più accurati di quanto alcuni credano. Ci sono un
paio di ragioni per cui una mossa del genere avrebbe senso. In
primo luogo, c’è il fatto che gli impegni e gli accordi degli
attori potrebbero richiedere del tempo per essere chiariti e
conclusi, lasciando i loro personaggi da aggiungere in seguito.
Questo farebbe sì che la
sceneggiatura di Avengers: Doomsday
continuasse a evolversi. L’altro fattore è la natura segreta della
storia, poiché la Marvel potrebbe aver semplicemente tenuto attori
come Rudd al corrente dell’arco narrativo del loro personaggio, ma
all’oscuro della storia generale. In ogni caso, i fan non
dovrebbero preoccuparsi del significato dei commenti di Rudd.
A novembre, la star di Shang-Chi,
Simu Liu, ha parlato della storia di
Avengers: Doomsday, definendo il film
“una lettera d’amore all’intero genere dei film sui
supereroi”. Altri tre trailer di Avengers:
Doomsday dovrebbero debuttare nelle sale con
Avatar: Fuoco e Cenere,
rivelando potenzialmente personaggi e dettagli della storia un anno
prima dell’uscita del film, contribuendo a colmare il divario con
l’arrivo di Avengers:
Doomsday.
La sinossi ufficiale conferma il ritorno di
Robert Downey Jr. all’interno dell’universo
Marvel, questa volta nel ruolo di Doom. La trama resta però al
momento sotto riserbo. Stephen McFeely e
Michael Waldron risultano accreditati come
sceneggiatori.
Il cast di Avengers: Doomsday è stato rivelato per
la prima volta durante una diretta streaming a sorpresa della
Marvel Studios, in cui diverse sedie hanno svelato il ritorno di
numerosi attori. Una delle grandi novità è il ritorno di diversi
attori degli X-Men
dell’era Fox-Marvel.
La Pixar ha cambiato la data di
uscita del suo prossimo film Gatto, in un nuovo scossone alla
Disney. Gatto sarà il 32° film della
Pixar dal lancio di Toy Story nel 1995, e
la 21° storia originale dell’azienda. Il film d’animazione sarà
ambientato in Italia e incentrato su Nero, un personaggio felino
che si ritrova in debito con un gatto boss della mafia.
Gatto uscirà ora il 5 marzo
2027, il che significa che il film Pixar arriverà nelle
sale con più di tre mesi di anticipo rispetto alla data di uscita
originale del 18 giugno. Invece di competere con
Spider-Man: Beyond the Universe a giugno,
Gatto uscirà ora insieme a
The Thomas Crown Affair di
Michael B. Jordan e a un film
Warner Bros. ancora sconosciuto.
La data di marzo era stata
precedentemente prevista per un film Disney non annunciato. Con
questo cambio di data di uscita, il 18 giugno sarà invece occupato
da un altro film Disney, il cui titolo non è ancora stato
rivelato.
Questa notizia arriva mentre la
Disney ha spostato diverse altre date di uscita nel 2026 e nel
2027, tra cui Ready or Not 2: Here I
Come, anticipato di due settimane al 27 marzo 2026, e
The Dog Stars, posticipato dal 27
marzo al 28 agosto 2026. Nel frattempo, la Disney non ha più film
in programma per l’11 settembre o il 6 novembre 2026.
Sin dalla pandemia di COVID-19, la
Pixar ha avuto difficoltà a trovare successi con diversi film, in
particolare con le sue storie originali. Negli ultimi sei anni, la
società di proprietà Disney si è affidata molto a titoli originali
come Luca, Red, Elemental ed
Elio, senza molto successo.
Negli ultimi quattro anni sono
usciti un sequel (Inside Out 2) e uno
spin-off (Lightyear), ma il sequel di
Toy Story non è riuscito a brillare al
botteghino, incassando solo 226,4 milioni di dollari a fronte di un
budget di 200 milioni di dollari.
Tuttavia, Inside Out
2 si è rivelato un grande successo, incassando 1,699
miliardi di dollari e diventando quello che all’epoca era
considerato il film d’animazione più venduto di sempre.
La Pixar ha deciso di essere più
cauta con i suoi film originali, scegliendo di puntare maggiormente
sui sequel, come i prossimi Toy
Story 5, Gli Incredibili 3 e Coco
2.
Dopo essere stato
presentato in anteprima italiana nella sezione Fuori Concorso al
43° Torino Film Festival,
Pillion – Amore senza freni, il sorprendente
lungometraggio d’esordio di Harry Lighton,
arriverà nei cinema dal 12 febbraio distribuito da
I Wonder Pictures, che ne diffonde il trailer italiano ufficiale e
i character poster dedicati ai due protagonisti.
Pillion – Amore senza freni è una
commedia romantica BDSM tenera e audace, esplicita ma lieve,
ambientata nel rude mondo dei motociclisti di strada che ha fatto
innamorare pubblico e critica all’ultimo Festival di Cannes – dove ha
vinto il premio Un Certain Regard per la migliore sceneggiatura – e
che vede come affiatati protagonisti Harry Melling
(Harry Potter, La regina di scacchi) e Alexander Skarsgård (True Blood,
The Northman).
Liberamente
ispirato al romanzo cult Box Hill dello scrittore
britannico Adam Mars-Jones, Pillion – Amore senza
freni racconta di Colin, trentenne timido e
introverso, la cui vita è stravolta dall’incontro con Ray,
fascinoso e carismatico leader di un gruppo di bikers che
lo sceglie come suo sottomesso in una relazione BDSM intensa e
totalizzante. Con ironia e leggerezza, ma senza cadere mai nel
volgare, Lighton mette in scena un’educazione
sentimentale e sessuale atipica che porterà Colin ad affrontare un
importante percorso di crescita personale e di scoperta di sé.
«Mi è stato
inviato il romanzo da cui è tratto il film, Box Hill di
Adam Mars-Jones. L’ho trovato al contempo sensuale, divertente,
toccante e profondamente stimolante. Ho subito sentito un legame
intenso con le psicologie dei due protagonisti. Pur sapendo che
l’adattamento avrebbe richiesto cambiamenti significativi, Adam mi
ha concesso completa libertà creativa, permettendomi di esplorare
qualsiasi direzione desiderassi» afferma il regista Harry
Lighton.
Pillion – Amore senza freni arriverà nei
cinema italiani dal 12 febbraio distribuito da I
Wonder Pictures.
La trama
di Pillion – Amore senza freni
Colin, timido e
introverso, vede la sua vita piacevolmente travolta dall’incontro
con Ray, carismatico e fascinoso leader di un gruppo di
bikers. Tra i due si instaura presto una relazione BDSM
che vede Ray nel ruolo del padrone e Colin in quelli del suo
devotissimo sottomesso. Sarà l’inizio di una storia d’amore
inconsueta e travolgente, che cambierà profondamente entrambi.
Alexander Skarsgård (True Blood,
The Northman) e Harry Melling (Harry Potter,
La regina di scacchi) sono gli straordinari e affiatati
protagonisti di un film audace e delizioso, esplicito ma lieve, una
commedia romantica BDSM ambientata nel rude mondo dei motociclisti
di strada.
Emergono nuovi dettagli su un vecchio scontro personale tra
Steven Spielberg e Ben
Affleck che, secondo quanto raccontato dal regista e
sceneggiatore Mike Binder, avrebbe impedito ai due di collaborare a
un progetto comune. Spielberg e Affleck si erano già incrociati
agli Oscar del 2013, quando Lincoln era candidato
come Miglior Film mentre Affleck vinse la statuetta per Argo, ma la loro
tensione risalirebbe a molti anni prima.
Durante un’intervista al One
Bad Movie Podcast di Stephen Baldwin (via Entertainment Weekly), Binder ha ricordato
come, nei primi anni 2000, un film che stava sviluppando con
Spielberg sarebbe improvvisamente saltato proprio a causa
dell’attore. Affleck aveva da poco interpretato Man About Town (2006), e secondo Binder
quella collaborazione avrebbe potuto aprire la strada a un progetto
più ambizioso. Tuttavia Spielberg, già impegnato a produrre il
film, avrebbe posto un veto definitivo sul coinvolgimento di
Affleck.
Binder racconta che il regista di Indiana Jones inizialmente giustificò la sua decisione
citando i flop al box office dell’attore e l’eccessiva attenzione
mediatica legata alla sua relazione con Jennifer Lopez. Ma dietro quella motivazione,
avrebbe aggiunto anche un “problema personale”: un vecchio episodio
durante una vacanza in famiglia. Spielberg gli avrebbe infatti
riferito che, ai tempi in cui Affleck frequentava Gwyneth Paltrow (figlia dei suoi amici e sua
figlioccia), l’attore avrebbe reagito male a un gioco con il figlio
del regista, finendo per gettarlo in piscina dopo esservi stato
spinto. L’incidente avrebbe lasciato Spielberg risentito, al punto
da rifiutare di lavorare con lui anni dopo.
Affleck, informato da Binder della sua esclusione, avrebbe subito
collegato la decisione proprio al litigio in piscina, convinto che
quello fosse il motivo principale del veto. Lo stesso Binder
ricorda come, nonostante il rancore, i due registi avrebbero poi
seppellito l’ascia di guerra agli Oscar 2013, quando Affleck vinse
come produttore di Argo.
Binder racconta di aver scherzato con l’attore durante la diretta,
suggerendogli che, dopo quella vittoria, “avrebbe potuto buttare in
piscina tutta la famiglia Spielberg e cavarsela lo stesso”. Affleck
lo avrebbe chiamato poco dopo, dal backstage della cerimonia,
ridendo della battuta.
Alla fine il film in questione vide comunque la luce come
Man About Town, con
Affleck protagonista, anche se senza Spielberg in regia né
DreamWorks coinvolta nella produzione. Distribuito in home video da
Lionsgate e con uscite limitate in alcune sale internazionali, il
film ricevette recensioni tiepide. Con un cast che include Rebecca
Romijn, John Cleese, Bai Ling e Jerry O’Connell, la storia segue un
agente di Hollywood la cui vita perfetta va in frantumi dopo il
tradimento della moglie. Un progetto che, nelle mani di Spielberg,
avrebbe potuto prendere una forma completamente diversa.
The Dog Stars, il nuovo film
post-apocalittico sci-fi diretto da Ridley Scott e interpretato da Jacob Elordi, non arriverà più nelle sale a
marzo 2026 come inizialmente previsto. Il titolo era fissato per il
27 marzo 2026, ma secondo quanto riportato da Deadline, la release
è stata ufficialmente rinviata al 28 agosto 2026, penultimo weekend
dell’estate cinematografica. Nella stessa data sono attualmente
programmati anche Coyote vs.
Acme e il reboot di Cliffhanger con Lily
James.
Per colmare il vuoto lasciato dal film di Scott, Disney ha deciso
di anticipare l’uscita di Ready
or Not 2: Here I Come, che passa dal 10 aprile al 27 marzo
2026. Una mossa che dimostra grande fiducia nel sequel horror,
collocato ora nella finestra pre-pasquale, dove si scontrerà con il
nuovo horror targato Warner Bros., They Will Kill You.
Disney ha inoltre rivisto il calendario anche per quanto riguarda
Pixar, spostando il nuovo film Gatto dal 18 giugno 2027 al 5 marzo 2027. In quella data sono previsti
anche il reboot de Il caso
Thomas Crown prodotto da Amazon MGM Studios e diretto da
Michael B. Jordan, oltre a un titolo ancora
senza nome targato Warner Bros.
È
arrivato il
trailer ufficiale di Odissea, il nuovo attesissimo film
di Christopher Nolan, che offre un
primo sguardo al cast stellare e ai leggendari personaggi
dell’epica omerica. Al centro della storia c’è naturalmente
Odisseo, interpretato da Matt
Damon, mentre il trailer mostra anche Anne Hathaway nei panni della moglie
Penelope e Tom
Holland in quelli del figlio Telemaco. Tra le figure
più enigmatiche spicca però un enorme soldato in armatura scura che
appare nei primissimi secondi del video, di fronte all’Odisseo di
Damon: è Agamennone, comandante dell’esercito acheo e vincitore
della guerra di Troia. La sua identità, però, è nascosta da un elmo
imponente.
Sotto quell’elaborata armatura si cela Benny
Safdie. Conosciuto soprattutto come regista insieme al
fratello Josh, Safdie è autore di titoli diventati cult come
Uncut Gems e
Good Time. La coppia ha
esordito con Daddy
Longlegs nel 2009, per poi firmare altri quattro film fino al
successo di Uncut Gems
nel 2019 con Adam Sandler. Nel 2025 Benny Safdie ha
debuttato in solitaria con The Smashing Machine, con Dwayne Johnson nel ruolo del
lottatore di MMA Mark Kerr, un progetto che ha diviso critica e
pubblico.
Come attore, Safdie è apparso in film come Licorice Pizza, Are You There God? It’s Me, Margaret e
Happy Gilmore 2, dove
interpretava il CEO Frank Manatee. Christopher Nolan, noto per
richiamare spesso attori già diretti in passato, lo aveva già
scelto per interpretare Edward Teller in Oppenheimer. Evidentemente colpito dalla sua
interpretazione, il regista gli affida ora il ruolo di Agamennone
nel suo colossal epico.
Sebbene Agamennone non sia presente in tutto il trailer — che si
concentra soprattutto su Odisseo e sulle tappe del viaggio di
ritorno verso casa — il personaggio avrà comunque un ruolo
significativo. Odissea è ambientato dopo la guerra di
Troia, ma le immagini del trailer mostrano chiaramente il celebre
Cavallo di Troia pronto per l’azione, suggerendo che Nolan
integrerà anche flashback tratti dall’Iliade e dalle ultime battaglie contro i
Troiani. In questo contesto, Agamennone rappresenta una figura
chiave della narrazione bellica.
Anche rimanendo nell’ambito della sola Odissea, Agamennone ha un arco narrativo
importante. Senza rivelare troppo, il re acheo compie anch’egli un
viaggio di ritorno dopo la guerra, ma al suo arrivo trova una
situazione complessa che minaccia il suo potere. Da quel momento,
il suo percorso si intreccia direttamente con quello di Odisseo,
dando vita a una delle reunion più emblematiche del mito.
Resta da vedere fino a che punto Christopher Nolan deciderà di
adattare la storia di Agamennone. La sua presenza nel trailer,
tuttavia, lascia intuire che il film potrebbe dedicare al
personaggio uno spazio maggiore di quanto inizialmente
previsto.
Il
finale di Apollo 13,
diretto da Ron Howard e interpretato da Tom
Hanks, Kevin Bacon, Bill Paxton, Gary Sinise ed Ed
Harris, è uno dei più intensi del cinema recente
perché riesce a condensare in pochi minuti l’essenza della
missione del 1970: una corsa contro il tempo, una sequenza di
decisioni estreme e un margine d’errore infinitesimale tra vita e
morte. Ciò che il film racconta non è una vittoria spettacolare, ma
l’epilogo di un’operazione di recupero che ha trasformato un
fallimento potenziale in un trionfo umano e tecnologico. Il ritorno
sulla Terra non è solo la conclusione fisica di un viaggio, ma il
culmine emotivo di una storia che parla di ingegno, fragilità e
collaborazione. Per comprenderne appieno il significato, è
necessario osservare come la scena del rientro, il silenzio radio e
lo splashdown riassumano sia la tensione reale dell’evento sia
l’intenzione narrativa del film.
Il rientro
nell’atmosfera: un margine d’errore minimo e la tensione costruita
su un pericolo reale
Il film mostra i tre astronauti prepararsi al rientro con una
lucidità che nasconde la precarietà della loro situazione: le
batterie quasi scariche, lo scudo termico potenzialmente
danneggiato, la traiettoria corretta manualmente e un modulo di
comando che era rimasto spento per giorni. Ron Howard riproduce in
modo accurato il momento in cui la capsula entra nell’atmosfera,
generando un’enorme frizione che la avvolge in fiamme e plasma,
impedendo qualsiasi comunicazione con Houston. Questo blackout
radio di pochi minuti — nella realtà durò più del previsto,
spingendo i flight controllers a temere il peggio — diventa nel
film un dispositivo narrativo potentissimo: il silenzio assoluto
permette allo spettatore di percepire, quasi fisicamente, il
rischio che i tre astronauti non emergano più dalle nubi
dell’atmosfera. È un momento di sospensione totale che riflette con
fedeltà la tensione vissuta dalla NASA nel 1970, quando il ritardo
della ripresa del segnale radio lasciò per un istante il mondo
intero nell’incertezza.
Il silenzio radio e la
scelta narrativa della sospensione: perché Howard insiste su questo
momento
La decisione di dilatare il blackout radio è coerente con la natura
del film: Apollo 13 non
cerca il sensazionalismo, ma la verità emotiva degli eventi.
Howard, consapevole che il pubblico conosce l’esito reale della
missione, costruisce comunque un climax autentico mostrando
l’impotenza della sala controllo, il volto immobile di Gene Kranz
(Ed Harris), l’attesa disperata dei familiari e la sensazione che
tutto ciò che è stato fatto potrebbe non essere sufficiente. Questa
sospensione non è una finzione drammatica: è la traduzione
cinematografica della paura concreta che NASA provò quando, per
lunghi secondi oltre il previsto, non ricevette alcuna risposta
dalla capsula. Il film sfrutta quel silenzio per far emergere il
vero tema della storia: il limite della tecnologia e la
vulnerabilità dell’essere umano di fronte allo spazio. È l’unico
momento in cui i calcoli, le procedure e l’ingegneria lasciano il
posto all’incertezza pura.
Lo splashdown e il
ritorno alla normalità: la missione “fallita” che diventò una
vittoria umana
L’apparizione della capsula tra le nubi, seguita dall’apertura dei
paracadute, rappresenta la liberazione collettiva di NASA, della
famiglia e del pubblico. Howard sceglie una regia sobria, evitando
trionfalismi, perché la vittoria di Apollo 13 non è un successo
spettacolare: è un ritorno alla vita. La missione non raggiunge la
Luna, ma raggiunge qualcosa di più importante: dimostra che la
cooperazione tra astronauti e ingegneri può superare un evento che
avrebbe potuto trasformarsi in una tragedia. Il film sottolinea
this concetto concentrandosi sui volti, sugli abbracci e sul senso
di sollievo che attraversa ogni ambiente, dal pontile della USS Iwo
Jima alla sala controllo di Houston. Quando Jim Lovell (Tom Hanks)
pronuncia la frase conclusiva in voice-over, il film mette in
chiaro il messaggio principale: la storia di Apollo 13 non è una
missione annullata, ma il più grande successo della NASA nel
proteggere la vita umana.
Il significato del
finale: un omaggio alla resilienza, alla competenza e alla
fragilità dell’esplorazione spaziale
La forza del finale risiede nella sua capacità di fondere cinema e
realtà senza manipolare il senso degli eventi. Il ritorno sulla
Terra diventa un simbolo di ciò che l’umanità può ottenere quando
mette insieme rigore tecnico, coraggio individuale e inventiva
collettiva. La scelta di Howard di concentrarsi non sul fallimento
della missione, ma sulla sopravvivenza, restituisce dignità al
lavoro della NASA e allo spirito di un’epoca in cui esplorare
significava accettare rischi estremi. Apollo 13 termina non con un successo
scientifico, ma con un successo morale: il film ricorda che la
conquista dello spazio non è solo questione di obiettivi raggiunti,
ma di vite salvate e di sfide vinte contro condizioni impossibili.
In questo senso, il finale non è semplicemente la conclusione di
una vicenda storica, ma un tributo duraturo al potere della
collaborazione umana.
Quando Ron Howard porta al cinema Apollo 13 nel 1995, con un cast
straordinario composto da
Tom Hanks,
Kevin Bacon, Bill Paxton, Gary Sinise,
Ed Harris e Kathleen Quinlan, il suo obiettivo non è
realizzare un semplice disaster movie spaziale, ma restituire la
complessità emotiva, tecnica e umana di una delle missioni più
incredibili mai affrontate dalla NASA. La vicenda del 1970,
destinata a diventare il terzo allunaggio del programma Apollo, si
trasformò invece in una lotta disperata per riportare a casa vivi
gli astronauti Jim Lovell, Jack Swigert e Fred Haise dopo
l’esplosione del serbatoio di ossigeno a bordo del modulo di
servizio. Howard, basandosi sul libro Lost Moon dello stesso Lovell, costruisce il
film come un’opera che fonde rigore storico, tensione drammatica e
un realismo quasi documentaristico, confermato anche dall’analisi
dell’ex astronauta NASA Nicole Stott, che ancora oggi ritiene
Apollo 13 uno dei film
più accurati mai realizzati sullo spazio.
L’esplosione del
serbatoio: come un singolo errore trasformò una missione tranquilla
in un’emergenza globale
L’incidente che dà inizio alla crisi viene mostrato nel film con
una precisione impressionante: un’esplosione improvvisa, un rumore
sordo, strumenti che si spengono, indicatori che vanno in tilt e
una frase diventata iconica – “Houston, abbiamo un problema” – che
nasce realmente da una trasmissione radio di Jack Swigert e poi
ripetuta da Jim Lovell. Nella realtà, lo scoppio del serbatoio di
ossigeno n. 2 fu il risultato di una serie di errori apparentemente
minori: un termostato difettoso, una procedura di manutenzione
errata e una temperatura elevata che aveva danneggiato componenti
interne. Howard restituisce questo momento in modo quasi
chirurgico, mostrando non tanto l’effetto spettacolare
dell’esplosione, quanto il suo impatto sistemico: perdita di
energia, calo dell’ossigeno, blackout strumentale e una situazione
improvvisamente fuori controllo.
La scena non amplifica nulla: ciò che accadde davvero fu ancora più
destabilizzante. NASA, convinta inizialmente fosse un guasto
minore, impiegò minuti preziosi per comprendere l’entità del danno,
mentre gli astronauti registravano valori impossibili da
interpretare. Ed
Harris, nei panni del flight director Gene Kranz, incarna
magnificamente il ruolo di chi deve prendere decisioni immediate
con informazioni incomplete, restituendo la tensione di una sala
controllo che da routine si trasforma in campo di battaglia.
Il modulo lunare come
scialuppa di salvataggio: la soluzione impossibile che il film
racconta con rigore assoluto
Uno dei passaggi più straordinari — sia nella realtà sia nel film —
riguarda l’utilizzo del modulo lunare Aquarius come rifugio
improvvisato. Nel 1970 questa possibilità non era prevista da
nessuna procedura: il LM era progettato per ospitare due uomini per
poche ore sulla superficie lunare, non tre astronauti per quasi
quattro giorni nello spazio profondo. Ron Howard dedica a questo
segmento un’attenzione particolare, mostrando come NASA, attraverso
una corsa contro il tempo senza precedenti, reinventò letteralmente
i protocolli di sopravvivenza. Le sequenze in cui gli ingegneri
tentano di trovare un modo per filtrare l’anidride carbonica con
materiali disponibili a bordo — tubi, sacchetti, nastro adesivo —
sono “cinema” solo in apparenza: è esattamente ciò che accadde
davvero, come testimoniano i documenti ufficiali e le parole dello
stesso Lovell.
Nicole Stott ha confermato quanto questa parte del film sia
aderente alla realtà: l’improvvisazione controllata, la pressione
psicologica, la necessità di risparmiare energia spegnendo quasi
tutti i sistemi e l’atmosfera crescente di freddo e silenzio sono
mostrati con una fedeltà rara. Tom
Hanks, Kevin Bacon e Bill Paxton rendono palpabile la
fatica fisica e mentale dei giorni trascorsi in un modulo
progettato per tutt’altra funzione, uno spazio che da simbolo
dell’esplorazione lunare si trasforma in una disperata capsula di
salvezza.
La navigazione manuale e
il ruolo della Terra come guida: un momento realmente al limite
dell’impossibile
Il film dedica una delle sue sequenze più memorabili al momento in
cui gli astronauti devono correggere la traiettoria manualmente,
allineando il modulo lunare con la Terra visibile dal finestrino. È
un’immagine potente, quasi poetica, che potrebbe sembrare una
licenza cinematografica — e invece è uno dei passaggi più fedeli
all’intera missione. Senza computer attivi, senza sistemi di
navigazione operativi e con strumenti compromessi, l’unico
riferimento possibile era il pianeta stesso, usato come punto fisso
per determinare l’orientamento della navicella. Nicole Stott,
rivedendo la scena, l’ha definita straordinariamente accurata e
autentica: un mix di competenza, intuito e nervi saldi che nessun
addestramento può davvero preparare.
Il film mostra anche con precisione quanto fosse ridotto il margine
d’errore: un angolo troppo ripido avrebbe bruciato la capsula
durante il rientro, uno troppo basso l’avrebbe fatta rimbalzare
sull’atmosfera, condannando l’equipaggio a un destino silenzioso
nello spazio. Questa fragilità tecnica, trasformata in tensione
narrativa, è uno dei motivi per cui Apollo 13 resta un capolavoro del cinema storico e
scientifico.
Il gelo, la condensa, il
rientro atmosferico: la fisicità del pericolo come elemento
centrale del racconto
Nel film, come nella realtà, la navicella si raffredda fino a
diventare quasi inabitabile. Gli astronauti indossano più strati,
respirano aria gelida, affrontano condensa che si forma su ogni
superficie e convivono con strumenti umidi e batterie al limite.
Questa rappresentazione, che poteva sembrare eccessiva nel 1995, è
stata confermata punto per punto da Stott: l’ambiente interno
diventò talmente freddo che la condensa contribuirà poi a creare un
contrasto termico durante il rientro. Howard sceglie di mostrarlo
in modo crudo, senza estetizzazione, trasformando la fatica degli
astronauti in un’esperienza quasi sensoriale per lo spettatore.
Il rientro atmosferico, ultima e decisiva fase della missione, è
reso con un realismo rigoroso: lo scudo termico, l’intervallo di
blackout radio, la tensione in sala controllo e il dispiegamento
dei paracadute automatici rappresentano gli elementi tecnici più
critici dell’intera operazione. E anche qui il film non esagera:
ogni dettaglio — dalla durata del silenzio radio alle modalità di
attivazione dei paracadute — è storicamente e scientificamente
accurato.
Tra cinema e realtà:
perché Apollo 13 resta
il miglior film mai realizzato su una missione spaziale
reale
L’accuratezza scientifica, però, non è l’unico motivo per cui
Apollo 13 è considerato
un riferimento assoluto nel genere. Ron Howard riesce a intrecciare
il dramma umano dei tre astronauti, l’ingegnosità degli ingegneri
NASA e la portata storica della missione in un racconto emotivo e
universale. Il cast, guidato da un Tom Hanks di straordinaria
umanità, restituisce non solo il pericolo, ma la vulnerabilità e la
determinazione che permisero a Apollo 13 di trasformarsi da
disastro quasi certo a miracolo ingegneristico.
Il film dimostra che la storia vera supera sempre la fiction: la
missione fallì il suo obiettivo principale, ma riuscì in ciò che
contava davvero — riportare a casa tre uomini, contro ogni
probabilità. Il cinema, in questo caso, non amplifica la realtà: le
sta semplicemente dietro, la traduce in immagini, la rende
comprensibile e la celebra senza tradirla.
Il
finale di Tre di troppo porta a compimento
il percorso trasformativo di Marco e Giulia, una coppia allergica
all’idea della famiglia tradizionale, improvvisamente costretta a
vivere una realtà alternativa in cui si ritrova con tre figli – e
persino con una versione di sé più adulta e “sistemata”. L’intero
film costruisce la sua comicità sulla collisione tra ciò che i
protagonisti credono di desiderare e ciò che la vita,
inaspettatamente, rivela loro essere necessario.
Il senso della realtà
parallela e il vero nodo emotivo della storia
Durante tutto il racconto, la dimensione “magica” che altera la
loro vita appare poco interessata alle regole del fantastico e
molto più alla funzione narrativa: non importa come Marco e Giulia
siano finiti in quel mondo alternativo, ma perché. La struttura del
film usa quel salto temporale/possibile futuro come specchio e come
minaccia: costringe la coppia a confrontarsi con le proprie
rigidità, con il rifiuto del cambiamento e con la paura di perdere
il controllo delle proprie vite.
Man mano che i due affrontano le situazioni assurde e caotiche
portate dai tre bambini, il mondo alternativo si rivela per ciò che
è: una sorta di “proiezione educativa”, un universo costruito per
metterli davanti a ciò che non vogliono ammettere. In questa
ottica, tutto il film racconta non la scoperta della genitorialità,
ma la scoperta di sé. I figli diventano metafora del compromesso,
della crescita e della capacità di uscire dal proprio egoismo.
Perché il mondo torna
com’era e cosa significa simbolicamente
Nel finale, quando Marco e Giulia finalmente superano la loro
resistenza e iniziano a vedere i bambini non più come
un’imposizione ma come una parte possibile della loro identità, il
mondo “torna al suo posto”. È la conferma che la dimensione
alternativa non era altro che una lezione narrativa: la vita
restituisce loro la versione originale perché hanno interiorizzato
il messaggio.
L’inversione del sortilegio non è legata a un gesto preciso, ma a
un’emozione: il momento in cui i due smettono di percepirsi come
individui autosufficienti e iniziano a funzionare come una coppia
davvero unita, anche nelle difficoltà. La scomparsa dei tre figli e
il ritorno alla vita precedente non è quindi un ripristino totale,
ma un punto di partenza emotivo nuovo.
Il finale aperto: davvero
hanno cambiato idea sui figli?
Il film si conclude con una scelta narrativa intelligente: non dice
esplicitamente se la coppia deciderà davvero di avere dei bambini,
ma lascia un’atmosfera diversa, più morbida e meno difensiva. Marco
e Giulia non sono improvvisamente diventati genitori modello — e
sarebbe stato poco credibile — ma hanno demolito l’assoluto: da
“mai nella vita” si passa a “potrebbe succedere”.
Il finale suggerisce che il cambiamento non consiste nel desiderare
subito una famiglia, ma nel rimuovere il rifiuto pregiudiziale che
li aveva imprigionati. Resta la sensazione che quella parentesi,
per assurda che sia stata, abbia insegnato loro a non definire la
felicità solo in base a un piano rigido e immutabile.
Cosa resta del film e
come leggerlo davvero
La conclusione di Tre di
troppo ribadisce il tono del film: una favola contemporanea
che utilizza la commedia per scavare dentro le ansie di una
generazione che teme di “perdere se stessa” diventando adulta. La
realtà parallela funziona come un incubo esilarante ma rivelatore,
e il ritorno alla normalità è un invito a guardare la vita senza
paura del cambiamento.
Non è importante che tutto sia logicamente coerente — la commedia
fantastica permette libertà — ma che il viaggio emotivo dei
protagonisti risulti credibile. E il finale, nel suo equilibrio tra
comicità e dolcezza, suggerisce che la maturità non arriva
attraverso imposizioni ma attraverso la consapevolezza.
Il co-creatore di
Stranger ThingsRoss
Duffer
ha rivelato la durata degli ultimi quattro episodi della
serie. Dopo l’uscita deiprimi quattro episodi
della quinta stagione il 26 novembre,
Stranger Things– Stagione 5
tornerà per altri tre episodi a Santo Stefano, con il finale di
serie in programma a Capodanno. L’episodio 5, intitolato “Shock
Jock”, dura un’ora e otto minuti, mentre l’episodio 6, “Escape from
Camazotz”, durerà un’ora e un quarto, secondo il post di Duffer su
Instagram. L’episodio 7, intitolato “The Bridge”, durerà invece
un’ora e sei minuti. A chiudere definitivamente il successo di
Netflix è l’episodio 8, “The Rightside Up”, che è
l’episodio più lungo della stagione con le sue
due ore e otto minuti.
Gli ultimi episodi hanno una durata simile a quella della prima
stagione, in contrasto con i post virali sui social media e un
articolo di Puck News che affermava che l’intera stagione avrebbe
avuto una durata compresa tra 90 minuti e due ore. Queste voci sono
state probabilmente influenzate dalla tanto chiacchierata durata
della quarta stagione: dopo che le prime tre stagioni erano
composte principalmente da episodi di un’ora, la quarta stagione si
è estesa a un minimo di 70 minuti, con gli ultimi tre episodi tutti
della durata di un film. “The Piggyback”, l’episodio finale della
quarta stagione, è durato ben due ore e 22 minuti.
Ross
ha creato
Stranger Things
con suo fratello
Matt Duffer.
I Duffer sono produttori esecutivi della serie tramite la loro
Upside Down Pictures insieme a
Shawn Levy
di 21 Laps Entertainment e Dan Cohen.